VECCHIE QUESTIONI COLOMBIANE SECONDO NUOVI DOCUMENTI

di Cesare De Lollis –

Nei primi anni del XX secolo la pubblicazione di nuovi documenti riaprì il dossier sul navigatore, mostrando così un uomo che alternava esaltazione mistica, rivendicazioni giuridiche e calcoli spesso contraddittori. Cesare De Lollis, attento studioso di Colombo, rileggendo mappe, lettere e memoriali restituisce – in questo saggio pubblicato nel 1903 sulla Nuova Antologia – la complessità di un protagonista che aveva costruito la propria immagine mentre ne difendeva i privilegi. Un materiale che da quel momento ha obbligato a ripensare la genesi della sua autorità e il ruolo della memoria documentaria nella nascita dell’impero atlantico.

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La gloria di Cristoforo Colombo è di cosi singolare natura che agli occhi del mondo, il quale, cattivo quanto sì vuole, finisce per essere nella somma delle generazioni un giudice equo, essa non avrà mai a perdere o guadagnare per opera degli storici (intendo quanti di essi parlino coi fatti alla mano) i quali ne ricerchino le remote origini o intendano a precisarne i limiti. Pure, qualsiasi nuovo documento, che a Colombo si riferisca direttamente, desta una straordinaria curiosità nel mondo degli studiosi, dov’è pur sempre chi si riserva il diritto di studiare e giudicare l’uomo separatamente dall’impresa ch’egli compié; ed anche maggiore diventa la curiosità quando il documento sia uno scritto che ci provenga dalla mano stessa di Colombo. Si tratta di vedere alle prese con quell’umile strumento che è la penna la mano al cui cenno nelle remote plaghe dell’oceano emersero nuove terre.
Sian dunque rese grazie alla Duchessa d’Alba, che, il vanto della discendenza dal grande navigatore legittimando con un culto incessante alla sua memoria, nuove sue scritture, quasi tutte autografe, ha portato a conoscenza degli studiosi. E come non far eco alle sue parole quand’essa dice che maggiore importanza di tutte le altre ha lo schizzo a penna d’un tratto della costa settentrionale di Santo Domingo, tracciato da Colombo nei giorni felici in cui egli vedeva realizzarsi le proprie speranze?

Schizzo della costa nord di Hispaniola tratto dal giornale di bordo, disegno a penna su carta (1492-93)

Schizzo della costa nord di Hispaniola tratto dal giornale di bordo, disegno a penna su carta (1492-93)

Questo autografo riproduciamo in facsimile col consenso della signora in cui liberalità è pari a nobiltà di sangue; e voglia il lettore osservare all’estremità occidentale l’indicazione del porto di S. Nicolas, dove primamente Colombo toccò il suolo di Haîti il 6 dicembre del 1492, e nel bel mezzo della linea fortemente ondulata la «Natividat» (Navidad), il punto cioè dell’isola dove l’ammiraglio fondò la fortezza che, tornando colla seconda spedizione, trovò distrutta per opera degl’indigeni: e nell’interno quel nome di «Civao» (Cibao), un nome indigeno di regione, vivo ancor oggi e che sempre volle semplicemente significare «la pietrosa», laddove all’orecchio di Colombo suonava (singolare equivoco agevolato dal caso!) col misterioso incanto di quel nome di Cipango, la ricca, la ricchissima d’oro e di gemme, della quale un altro italiano, alquanto men grande, ma non meno immaginoso di Colombo, avea raccontato le cose più straordinarie.
Sul retto di questa stessa carta e su parte del verso della seguente, indice del momento glorioso in cui Colombo scriveva, si legge il passo seguente: «Piacque dunque al Signore di darmi con questa gran vittoria ben largo guiderdone dei miei passati affanni e pericoli. Piacciagli ora che s arrendano i diffamatori dell’onor mio, che con lor vituperj e denigrazioni me han fatto oggetto di burla e diffamata hanno la mia impresa, ostinandosi a non voler prestare orecchio alle mie parole ch’erano in servigio e vantaggio delle Loro Altezze».
Questo grido di vittoria col quale egli dall’uno all’altro lido dell’oceano, che il solco della sua nave avea testè riallacciati, colpisce in fronte, quasi collo scroscio d’una folgore, i derisori della sua impresa e della sua persona, questo grido riecheggerà poi in quella sua relazion sommaria ai re cattolici, che, stampata nel 1493, in latino e in ispagnolo, portò con incredibile rapidità la notizia meravigliosa a traverso tutta l’Europa. E schiettamente colombiana, anche fuor dei momenti di straordinaria concitazione, è quell’andatura scomposta e convulsa dei periodi, alla quale, traducendo, io non ho potuto non portar qualche rimedio.
Altre pagine andavano con queste, di cui la prima è con un numero romano notata come decima. Di qualcuna delle nove precedenti resta qualche misero lembo interiore su cui son pur visibili delle lettere di grafia colombiana. Il tutto era incluso in una coperta o busta di pergamena che reca sulla parte esterna in numeri romani eseguiti con ricercata eleganza di copista la data fatale del millequaltrocentonovantadue, e in alto la misteriosa combinazione di sigle

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entro alla quale con chi sa quali mistiche allusioni Colombo si piacque di rinchiudere l’immensità della propria gloria. S’era detto che Colombo incominciasse ad adottarla solo alcuni anni dopo la scoperta: ma io ebbi altrove ad osservare che in tempo assai lontano da noi se n’era accertata l’esistenza nell’autografo, non reperibile oggi, d’una scrittura datata del gennaio 1494 e ci fu in ogni modo conservata nella copia d’altra con tutta probabilità riferibile all’aprile del 1493. Qui ora ci appare (l’ipotesi che venisse aggiunta più tardi mi par superflua) come immediata risultanza di quella esaltazione dello spirito di Colombo che l’esito trionfale dell’impresa dové necessariamente produrre. E così considerata, com’è bene a posto su questa coperta di pergamena destinata forse ad accogliere i fogli nei quali l’ammiraglio, ad ogni momento, davanti a tanta novità di cose, veniva notando fatti ed impressioni che dovean poi trovare ordinatamente il loro luogo nel giornale di bordo da lui con tanta cura redatto!
In ogni caso, piuttosto che a dubitare dell”autenticità di questo quaderno, si direbbe che contribuisca ad aumentare il pregio di essa la maniera misteriosa in cui, chi sa per quante e quali mani passato, venne in possesso di chi saprà conservarlo alla venerazione degli studiosi d’ogni tempo e paese. La Duchessa d’Alba non lo trovò tra le carte del proprio archivio: l’ebbe in quella vece, e per mediazione altrui, da una signora della quale poi nulla più si seppe per quanta ricerca se ne facesse.
Ancora del primo viaggio. Non s’è potuto finora precisare il numero degli nomini che ad esso presero parte con Colombo: ma la cifra di novanta che allega don Fernando, il caritatevole storiografo del grande genitore, e che poteva esser sospettata troppo esigua, data la tendenza di esso ad ammentar le difficoltà e a diminuire i mezzi e i cooperatori dell’impresa, appare ora, per via d’un nuovo documento, in parte autografo dell’ammiraglio, decisamente inferiore al vero e di parecchio.
Nelle capitolazioni concordate tra i re cattolici e Colombo il 17 aprile 1492, vale a dire alla vigilia del primo viaggio, era un paragrafo che accordava a Colombo stesso il diritto di contribuire per un ottavo della spesa all’armamento delle navi che doveano tentare la scoperta e di quelle che in avvenire si allestissero, quando la scoperta si verificasse ; e, proporzionalmente, sarebbe suo l’ottavo di quel che da tali navigazioni si ricavasse. E Colombo contribuì veramente, non si sa sovvenuto da chi, all’armamento della prima spedizione, ma non a quello della seconda e della terza: sicché per non privarlo dell’ottavo del provento i re cattolici, alla vigilia del terzo viaggio, e più precisamente in data del 2 giugno 1457, decretarono che si considerasse l’ammiraglio come contributore dell’ottavo della spesa in tutti gli armamenti che si fossero fatti dal primo viaggio al momento in cui, compiuto questo terzo, egli fosse approdato all’Española.
Di questa graziosa concessione volle Colombo garantirsi pienamente gli effetti; e il 16 novembre 1498, in Santo Domingo, dopo averne tratto copia, per opera di pubblico notaio, si disponeva a rimandare l’originale del privilegio in Ispagna, perché, debitamente riconosciuto e legalizzato da un notaio, venisse deposto colle altre sue scritture di valore nel convento delle Cuevas di Siviglia. Ma poiché in esso privilegio era implicitamente riconosciuto quel che poi poteva esser messo in dubbio (e fu), che cioè egli avesse realmente sborsato l’ottavo per l’armamento della prima spedizione, egli crede non superfluo allegar la lista delle persone che al primo viaggio presero parte, con a lato la cifra della somma che il sabato 23 giugno 1492, in Palos, fu anticipatamente pagata a ciascuno. Disgraziatamente, il documento è monco, e incompleto è quindi l’elenco che non reca se non trentanove nomi.
Uno solo di questi, quello dell’«alguacil» Diego de Arana, riappare nella lista, a noi nota per altra via, dei quaranta uomini, che, lasciati a Colombo all’Española, vi morirono massacrati dagli indigeni, le cui imbelli mani armò furore di legittima gelosia: e solo altri sei (mi fido qui di calcoli altrui) si ritrovan tra quella sessantina di nomi che la storia ha potuto riconquistare, spogliando i numerosi atti giudiziari prodottisi durante le contese tra il fisco e gli eredi di Colombo.
E dalla somma di tali cifre si verrebbe a un totale superiore a quello che don Fernando registra.

Se il criterio dell’ordine cronologico io dovessi o volessi seguire nella rapida rassegna di questo prezioso materiale, dovrei forse qui discorrere di una lettera con cui Colombo rimette a suo figlio Diego, nella corte, «due marchi d’oro in grani naturali mollo grossi». La lettera non ha data di anno, sì solo di mese e di luogo: «en Sebilla à xxix de Abril»: e per via d’un lavoro d’eliminazione compiuto sui vari dati del contesto mi par di doverla riportare, malgrado qualche frase molto malinconica che potrebbe parere ispirata dai tormenti e dalle onte della terza spedizione, al periodo d’intervallo tra la seconda e la terza, e più precisamente all’aprile del 1498, agli ultimi giorni cioè che Colombo passò in Ispagna prima d’imbarcarsi per la terza spedizione.
Fin dall’11 novembre del 1497, i due suoi figliuoli Diego e Fernando, già paggi del principe don Giovanni, poche settimane prima defunto, erano rientrati in corte in qualità di paggi della regina. S’intende quindi bene come Colombo raccomandi a don Diego il fratello più giovane, non senza, s’intende, raccomandarli tutti e due a Dio, e come anche possa manifestargli il desiderio che il dono egli presenti alla regina in un momento opportuno, possibilmente quando «termini il desinare».
Non è se non con grande fatica che Colombo si stacca da quell’oro: «si tratta di tal gioia, – egli scrive – che piuttosto che venderlo o fonderlo, ho voluto soffrir mille stenti, pur di poterne fare omaggio alla regina nostra signora. In verità, essa me n’avea fatto grazia: ma non ebbi il coraggio di disfarlo, e vuo ritornarlo a Lei, perché veda i miracoli di Nostro Signore».
Le esagerazioni di Colombo raggiungono l’estremo limite quando egli venga a parlar d’oro. Basti ricordare che nel suo giornale di bordo del primo viaggio racconta che se avesse potuto ritardar di qualche giorno ancora la sua partenza dall’Española, avrebbe riportato seco la propria statua di grandezza naturale che il buon cacico Guacanagari gli stava apparecchiando in oro massiccio. E, quanto al secondo viaggio, come non ricordare certe parole, piuttosto ironiche che no, di un savonese, Michele da Cuneo, secondo il quale in molti fiumi si pescò senza che mai si trovasse da alcuno «un solo grano de oro»? e come non ricordar che gli scontenti e le rivolte durante questa seconda spedizione furon promossi appunto da quelli incaricati di riconoscere e depurar l’oro che s’ostinava a non venire alla luce, quantunque poi lo Scillacio, nel suo latino cattedratico, che del resto attribuiva a Colombo la scoperta di quella rotta che dovea poi far la gloria di Vasco de Gama, dovesse narrare che nell’Española e più propriamente nella provincia di Cibao, la ricca di pietre, l’oro sprizzasse fuor dalle rocce tentate a colpi di clava?…
Daltro canto, bisogna pur tener conto dell’autorità di don Fernando, che, se fu figlio amorosissimo di Colombo, fu anche uomo di elevata coscienza e d’alto sapere. Ora, egli narra che, appena tornato dalla seconda spedizione, ai re allora residenti in Burgos tra le altre cose presentò Colombo «molto oro in grano, prodotto così dalla natura, minuto e grosso come fave e ceci, & di alcuni grani come uova di colombo».

Non meno di sette lettere autografe appaiono in questa pubblicazione della Duchessa d’Alba dirette al padre Gaspare Gorricio, certosino del convento delle Cuevas di Siviglia, legato al grande navigatore da un’amicizia alla quale non era forse estranea la comunanza della patria italiana.
Due recan la data del maggio 1498 e di S. Lucar de Barrameda, dove Colombo attendeva agli ultimi preparativi per quel terzo viaggio transatlantico, dal quale doveva tornare carico delle catene che aggiunsero alla sua gloria la simpatia del martirio. Le delusioni erano allora già incominciate. Dalle nuove terre non affluivano nelle casse esauste dello Stato tutte le ricchezze che Colombo stesso colla sua parola immaginosa aveva fatto balenare agli occhi dei re cattolici. E se questi, personalmente, continuavano a lui la loro benevolenza, assai tiepido era l’entusiasmo degli ufficiali deputati a regolare la parte amministrativa delle spedizioni transatlantiche. «lo me ne vo’ magnificamente provvisto», scrive Colombo nella seconda di queste lettere, ch’è del 28 maggio, vale a dire di due giorni prima che salpasse, «per quanto spetta al navigare: ma sprovvisto che peggio non si potrebbe in cose da guerra, e lddio perdoni a chi di ciò fu causa». E assai probabilmente egli allude con queste parole, che voglion dire più che non dicano, al vescovo Fonseca, nelle cui mani era allora la direzione effettiva degli affari delle Indie (America), e al suo coadiutore, l’ebreo rinnegato Ximeno de Briviesca, ufficiale della tesoreria, che, proprio il giorno in cui fece vela, egli, l’ammiraglio, al cospetto di tutto l’equipaggio solennemente caricò di pugni e di calci.
Questo personaggio ebbe poi Colombo ragione di temere e additare quale uno dei principalissimi autori, sotto mano, bene inteso, di quel disfavore a corte che mise capo alla inquisizione del commendator Bobadilla e all’imprigionamento di esso Colombo, ammiraglio del mare oceano e viceré delle Indie. E a quel periodo di depressione spirituale che inevitabilmente seguì ad onta così immeritata van ricondotte le altre lettere al Gorricio. Son tutte e cinque infatti del 1501 e più notevoli sono le tre scritte in Granada dal febbraio al giugno del 1501.
Colombo si fermò in Granada, dove giunse alla fine del 1500 o in principio del 1501, per dare un po’ di riposo al proprio corpo e all’anima propria; ma anche per tenersi presso ai sovrani e più efficacemente sollecitare da un lato i mezzi per quel quarto viaggio che doveva esser l’ultimo è il più disastroso e avventuroso; dall’altro la definizione dei suoi diritti e l’attuazione di tutte le antiche promesse e infine la restituzione solenne nella sua dignità, dalla quale potea dirsi di fatto decaduto per opera del Bobadilla. Troppo grave e troppo recente era la prova avuta da Colombo del come incerta fosse la giustizia umana anche là dove non mancasse la buona volontà; e s’intende quindi come, non contento delle buone parole, egli desse ora opera continuata alla costituzione di quella sua raccolta diplomatica, di cui due esemplari volle, per un natural rifiorire di fiducia verso la madre patria, che un genovese, messer Niccolò Oderigo, portasse e serbasse in luogo sicuro in Genova.
Il depositario delle sue carte più importanti in Ispagna era il già ricordato padre Gorricio che le serbava in una cassetta di ferro nel monastero delle Cuevas; e or l’una or l’altra di esse, nell’originale o in copia, Colombo si fa mandare per sicuri latori in Granada. Il 24 maggio gli chiede copia legalizzata da pubblico notaio della provvisione regale in data del 23 aprile 1497, la quale lo autorizza alla istituzione d’un maggiorasco: ciò che prova come già allora venisse pensando a quel suo testamento del 1° aprile 1502 che si sa esser stato sostituito a quello del 22 febbraio 1498, ma che non si è mai ritrovato.
Se non che, importanti eventi, specie d’indole familiare, che assai fugacemente sono accennati in queste lettere, divertirono l’attenzione dei re dalle insistenze di Colombo. Da principio, avrebb’egli potuto intendersi col Fonseca, al quale volentieri i sovrani lo rimandavano; ma non molto dopo il luglio del 1500, in cui mori il principe don Michele, figlio di re Manuele di Portogallo e presunto erede del trono di Castiglia, quegli dové recarsi in Fiandra, incaricato dai sovrani di annunciare all’arciduchessa Giovanna che i diritti di successione passavano a lei. Poi sopravvennero a mettere sossopra la corte le nozze della infanta donna Caterina, la quartogenita dei re cattolici che andò sposa al principe Arturo d’Inghilterra. «La enviaron á Inglaterra desde Granada, á veinte y un dias de mayo del dicho año de 1501», scrive il cronista Bernaldez; e il povero Colombo in questa stessa lettera, datata di tre giorni dopo, scrive, come chi lascia discretamente andare un sospirone a lungo represso: «La signora principessa parti in nome di Nostro Signore. Si erede che ora si penserà un poco alle Indie». E malinconicamente aggiunge: «Le Loro Altezze sono i più sapienti principi che mai sian stati. Le loro grandi occupazioni furon causa che io non sia ora in istato di grande rendita, e questo negozio delle Indie non prosperi e la Spagna non ne sia più ricca. Se non che tutto fu finora ed è ora più che mai provveduto al rovescio. Qualche nostro peccato è causa di codesto».
Povero Colombo! Egli sapeva bene, e lo dice in un’altra di queste lettere al padre Gorricio, che «vi son cose che non son da raccomandare alla penna». Ma qui ben traspare la grande amarezza nella quale allora gli annegava l’anima; e se di più e più aspramente non dice è forse anche perché scrive al buon frate da cui in ogni sua lettera egli sollecita largizioni di preghiere con una umiltà e sincerità di parola che escludono ogni sapor di formula e in cui anzi io sento tutta quella gran fede ch’egli riconobbe unica sua scorta nella impresa miracolosamente compiuta. Uditelo quando invece scrive all’aia del principe ereditario: là egli, vittima della vile prepotenza del Bobadilla, s’atteggia uomo d’armi e soggiogator di popoli bellicosi, il quale solo a legge di capitano che da lungo tempo reca la spada al fianco deve e vuol essere giudicato.
Ma in queste lettere anche di cose men dolorose e per noi non meno interessanti si discorre: per esempio, in quella del 26 febbraio d’una «scrittura» che Colombo ha ricevuta dal padre Gorricio e definisce or bene appropriata a così alti Principi, or «molto buona e assai consolativa», e nella cui lettura egli si riposa. Che cosa sarà mai stata? Colombo la ritornò all’autore perché la copiasse in quel suo «carattere ben tondo», di cui copiosi saggi son giunti fino a noi, e significava più tardi al buon padre il desiderio che la regina avea dimostrato di vederla «con comodo». Del frate novarese sì conoscono le Contemplaciones sobre el Rosario, volte in castigliano da I. A. de Logrono e già stampate nel 1495. Ma nei cataloghi di don Fernando Colombo, grande amatore e collettor di libri, è altresì indicata l’opera sua manoscritta Epistola de inventione Indiarum ad reges, la quale, a giudicar dal titolo, poté bene essere cosa di cui nessuno potesse dirsi più opportuno presentatore alla regina che Cristoforo Colombo.
Se non che, in quella stessa lettera del 26 febbraio fa cenno Colombo di «un libro de los viajes de las Yndias» che ad esso padre Gorricio ha spedito alcuni giorni fa per mezzo di persona fidata. E che cosa potesse essere noi ci chiediamo con ancor più viva curiosità.
Si sa che l’originale del giornale di bordo della prima navigazione nella sua forma definitiva fu da Colombo reduce in Ispagna consegnato alla regina, la quale poi gliene fece avere nello stesso anno 1493 una copia. Si sa pure che nel 1554 esso Derrotero era tra le mani del suo degenere nepote don Luis che il 9 marzo di quell’anno otteneva da Carlo quinto un privilegio per poterlo stampare: e, se stampato non fu, ci fu fortunatamente conservato in un sunto largamente e razionalmente eseguito, non senza intercalarvi qualche tratto originale, dal buon padre Las Casas. Ma Colombo scrisse un giornale di bordo accuratissimo anche pel secondo e terzo viaggio, se non pel quarto, compiuto in condizioni singolarmente difficili e a tarda età e seguito a breve distanza dalla sua morte; ed essi, ritoccati e accorciati, dovettero nel loro complesso costituire quel libro ad uso dei commentari di Cesare che egli in una nota lettera del febbraio 1502 diceva di avere approntato pel papa. Or non sarà questo ancora il «libro de los viajes» a cui si allude in questa lettera anteriore d’un anno preciso?
Il padre Gorricio non solo fu il depositario delle carte attestanti i diritti e i privilegi di Colombo, ma anche fu il suo consigliere e cooperatore in imprese che aveano o doveano avere qualche pretensione letteraria. E riesce ben naturale supporre che alla sua più dotta penna Colombo avesse raccomandato per le ultime cure quei suoi commentari che dovevano essere spediti fuori di Spagna, sia pure a un papa d’origine spagnola, e che, avendo a modello le scritture brevi e muscolose di Cesare (premeva, s’intende bene, a Colombo che il papa avesse il colpo d’occhio delle risultanze delle sue navigazioni senza il frastaglio dei particolari più o meno tecnici), dovettero costare un’immane, e forse in fondo vana, fatica a Iui, così prolisso e disordinato nella esposizione scritta dei fatti da lui osservati e delle imprese da lui compiute.
Ma, com’è noto, gli ozi di Granada fecero Colombo, sempre però coll’aiuto del padre Gorricio, autore d’un’opera che potrebbe dirsi addirittura letteraria, se per tal via si credesse di aggiungere qualche cosa a tanta solidità di gloria. Che appunto allora s’accinse a compilare quel Libro de las Profecias, nel quale, dando un’orientazione affatto mistica al proprio spirito, venne, con una ingenuità d’intenzioni che parrebbe ricondurre al più schietto medio evo, raccogliendo, per poi, quando che fosse, versificarli, tutti i passi biblici che a traverso le tenebre dei secoli lentamente accumulantisi eran rimasti a fiammeggiare come sicuri vaticinii della sua scoperta.
A questo suo libro egli alluderà allorché il 24 maggio scrive al Gorricio: «nel mio libro non si fece poi nulla a causa di certa mia indisposizione..», e il 9 giugno: «alla mia scrittura non attesi più oltre, e per questo non ve la mando…». Fu solo il 13 settembre che con una lettera da un pezzo nota ed edita rimise al Gorricio il manoscritto pur sempre incompiuto a causa «d’altre occupazioni»; e noi sappiamo che il buon certosino impinguò di sua mano, e utilizzando sacri testi non familiari a Colombo, la singolare compilazione.

Ho sopra accennato alla lettera famosa che Colombo, tornando dal terzo viaggio, scrisse a donna Giovanna della Torre in termini che, salvo il rispetto dovuto a tanta signora a lui così benevola anche nei giorni della sventura, possono dirsi roventi. La medesima foga, o quasi, informa due minute autografe d’un memoriale (memorial de agracios), che, quantunque scritto «in nome» dell’ammiraglio, e cioè in terza persona, io non esito a giudicar composizione dell’ammiraglio stesso.
Son come due prove, la seconda un po’ meno scomposta o disordinata, ma certo né l’una né l’altra riuscita, d’una particolareggiata esposizione di quelli ch’ erano o Colombo credeva in buona fede fossero i suoi crediti e i suoi diritti di fronte ai sovrani.
Vi s’invocano gli arretrati dovutigli dei proventi spettantigli in conformità delle capitolazioni del 1492; un più preciso riconoscimento del suo ufficio e della sua giurisdizione di viceré, ammiraglio e governatore generale, reso anche più che mai necessario dal fatto che ormai molti son quelli che chiedono ed ottengono di recarsi ad esplorare e trafficare nelle nuove terre, e qualcuno, quali Alfonso de Hojeda e Vicente Yanez Pinzon (e sì che la storia riservava al primo dei due il diritto di contendere a Colombo la priorità della scoperta del continente americano!), ottenne delle concessioni economicamente più vantaggiose che non quelle fatte a lui, l’ammiraglio; e vi si chiede infine la restituzione a lui e ai suoi fratelli di quanto il Bobadilla loro tolse non che la definitiva assoluzione dalle colpe e crimini imputatigli.
Naturalmente, qui, come in quei due pareri giuridici coi quali si chiude il codice dei privilegi, si prendon le mosse dalle capitolazioni del 17 aprile 1492; delle quali fu mediatore e firmatario Juan de Coloma, segretario del re e della regina, non senza però ch’egli avesse a lato Juan Pérez, l’umile francescano della Ràbida, che sulla porta del convento solitario apri l’anima semplice al meraviglioso progetto del lacero viandante che non era riuscito a forzare quella dei cosmografi di corte, e il figliuolo assetato ed arso dal sole e inconsapevolmente partecipe della umiliazione paterna caritatevolmente ristorò; che alla grandiosa, troppo grandiosa proposta piegò l’animo della devota regina; che, finalmente, a fianco di Colombo, sconosciuto e sospettosamente guardato dalla gente del luogo, era nella chiesa di San Giorgio in Siviglia il 23 maggio 1492, allorché si dava solenne lettura dell’ordinanza reale che imponeva ai cittadini di consegnare ad esso Cristoforo Colombo due caravelle destinate a seguirlo agli antipodi a traverso i misteri abbrividenti del mar tenebroso!
Colombo si piace a ricordar qui con insistenza Juan Pérez, la cui semplice menzione pareva evocasse tutte le difficoltà iniziali della impresa da lui condotta a termine; ma senza reticenze afferma anche che egli, l’ammiraglio, «si recò a scoprire e conquistare le Indie contro la opinione di tutto il mondo», scoprì e conquistò quelle isole e quella terraferma delle quali ora sono, ma non erano innanzi signori i re cattolici : «ché in mano del detto ammiraglio stava, dopo Dio nostro Signore, di darle a qualsiasi principe col quale egli s’accordasse, e nel conquistarle egli, di tanto lontano venuto a servir le Loro Altezze, avventurò la sua persona e quelle dei suoi fratelli, spendendovi diciassette anni, i migliori di sua vita, senza alcun profitto finora».
Questa cifra di diciassette anni, enunciata nel 1500 o nel 1501 al più tardi, ci riporta nientemeno che al 1483 o 1484, allungando così di parecchio quel periodo di vane sollecitazioni praticate da Colombo alla corte di Spagna, che, costretto da una critica non preconcetta né soverchiamente sottile fra altri dati ben certi, deve necessariamente risultare minore. Ma in questo senso e in questa misura non esagera Colombo qui soltanto.
E a proposito di esagerazioni. Una è forse anche là dove nella prima di queste due minute egli afferma che nel primo viaggio «fece la metà della spesa… perché le Loro Altezze per un tal negozio non gli vollero dare più di un milione di maravedis ; e a lui fu necessario supplir la metà, perché quel tanto non poteva bastare». Veramente, che i Re non contribuissero se non con un milione di maravedis (meno, cioè, di trecentomila lire delle nostre) ripetutamente attesta il padre Las Casas, che la critica s’industriò di dimostrare in errore: ma quanto alla contribuzione di Colombo, non è da dimenticare ch’egli non parla mai altrove se non del suo diritto, fissato nelle capitolazioni dell’aprile 1492 e esercitato già nella prima spedizione, di contribuir negli armamenti un ottavo per aver poi la parte proporzionale dei proventi.
Dobbiam noi dunque concludere che Colombo, pur non potendo, a tenore del capitolato, aspirare a una maggior quota di provento che quella proporzionale all’ottavo delle spese d’armamento, sborsasse in quella vece per la prima spedizione addirittura la metà? E sì che pareva un fatto già assai singolare che Colombo avesse avuto modo di versare un ottavo!
Disgraziatamente, poca luce su questo punto così delicato ci vien dalla concessione del 2 giugno 1497 già ricordata: ché ivi i re ben riconoscono com’egli alcun che «pose» al tempo del primo viaggio, ma non precisano la misura.
In ogni modo, sia ripetuto qui quel che già da me altrove fu detto. Non bisogna attendersi da Colombo esattezza di calcoli, congruenza di dati, rigor di logica, mai. Chi codesto da lui richiedesse, verrebbe a trovarsi nel diritto o anche nell’obbligo di imputargli delle vere e proprie menzogne, come, del resto, già da contemporanei gli furono imputate. Laddove la facoltà sua sovrana fu la fantasia, che di lui fece spesso un vero e proprio allucinato, ma che anche gli consentì di compiere delle osservazioni alle quali, date le condizioni della geografia fisica nel suo tempo e più ancora della sua cultura personale, noi cercheremmo invano una genesi razionale e uno sviluppo graduale; e fu quella, ciò che più conta, che gli consentì di ridurre a una visione concreta i calcoli e i ragionamenti altrui che stabilivano su dati erronei l’esistenza degli antipodi. Su ciò non s’insisterà mai abbastanza: senza, bene inteso, voler pregiudicare alla sentenza degli autorevoli psichiatri, che, presentando la follia come necessaria condizione per la produzione del genio, ne limitano in certo modo quel carattere negativo che finora le si attribuiva senza riserve.

Il 22 giugno 1497 un decreto reale conferiva a Cristoforo Colombo l’ufficio di ripartire ai Castigliani che già erano o fossero per recarsi nell’Española il terreno necessario per fabbricarvi case, fondarvi stabilimenti e iniziarvi industrie e coltivazioni.
E il prezioso volume della Duchessa d’Alba contiene, non però autografa, una scrittura di Colombo in cui egli segnala, determinandone con tutta precisione i confini, a Michele Ballester, alcalde della Concepciòn, il sito nel quale potrà edificare suo figlio Diego, quand’egli verrà a stabilirsi all’Española.
Don Diego si recava all’Española, munito del titolo di governatore generale e accompagnato da sua moglie, nel luglio del 1509. Ma incominciarono subito per lui le difficoltà che aveano amareggiato gli ultimi anni della vita di suo padre. Ed è proprio del 9 luglio 1510, vale a dire precisamente posteriore d’un anno alla sua partenza, una prova testimoniale che si fece in Siviglia dell’autenticità di quel tale privilegio spedito dall’ammiraglio suo padre per assegnargli un sito di dimora nell’isola che fra le tante terre scoperte egli avea prediletta e sognata sede felice d’un lungo ordine di nepoti. Chi esibisce il documento, che è insomma lo stesso pubblicato dalla Duchessa d’Alba, è il padre Gorricio, il depositario di tutte le carte più importanti di Colombo, ma lo esibisce in una forma che può dar Iuogo a dubbi, perché nel bel mezzo di esso parecchie righe son cancellate e sostituite da altre che, munite di un segno di chiamata, seguono alla firma in sigle dell’ammiraglio. Si deve dunque, per via di testimoni, davanti a pubblico notaio provare che la firma è autografa, e autografa è pure la sostituzione di quelle parecchie righe.
Or per lo storiografo di Colombo è assai importante la sfilata dei testimoni, che, più o men noti finora, appaion qui aver avuto più o meno strette relazioni coll’ammiraglio «vecchio», come par che usasse dire in stile cancelleresco, quattro anni prima defunto.
Luis Ferniindez de Soria, canonico della chiesa maggiore di Siviglia, che don Diego nel suo testamento del 16 marzo 1509 insieme cogli zii Bartolomeo e Diego delegava a compiere tutto quel che non ancora fosse stato compiuto del testamento di suo padre, dichiara che conobbe diciassette o diciotto anni prima Cristoforo Colombo, circa, dunque, il 1492, e che molte volte lo vide scrivere, e che riconosce esser di mano dell’ammiraglio le sigle della firma e la formula mistica posta in fronte alla scrittura: «Jhesus cum Maria sit nobis in via» (don Fernando Colombo ci attesta che suo padre non poneva penna in carta senza provarla scrivendo quelle parole), e che «ha in suo potere molte lettere scritte di suo pugno e di suo pugno firmate».
Anche il teste frate Francesco, maestro in santa teologia, domiciliato in Siviglia, e a noi per altra via non noto, conobbe l’ammiraglio diciotto anni prima, vide molle lettere sue, e, quanto a quella tal formula mistica, egli dice: «è risaputo esser del detto don Cristoforo, perché egli la possiede in molte annotazioni e calcoli di cose sue di cosmografia» («en muchas memorias é cuentas de cosas de cosmografia suyas»). Non solo: ma è anche in grado di aggiungere che le crocette di chiamata «che son nella detta cedola gli pajon le stesse che il detto don Cristoforo Colombo soleva fare: e che se cercano il libro di cosmografia del detto don Cristoforo, vedranno in esse le dette crocette». Quale libro, chiediamo noi con una curiosità proporzionale alla difficoltà d’una risposta ben precisa, quale libro di cosmografia? S’è sempre negato da chi faceva la storia senza preconcetti che Colombo avesse scritto e fosse stato in grado di scrivere trattati o libri scientifici, quantunque suo figlio don Fernando, per proprio conto dotto cosmografo, ci tenesse tanto ad assicurarne la memoria dalla taccia d’ignoranza; ed io credo di aver dimostrato altrove che alcune note di contenuto più o meno scientifico che don Fernando riporta di suo padre non erano se non semplici postille ai libri che l’ammiraglio più lesse e studiò.
Il Tolomeo e la Historia di papa Pio, che son due tra le opere postillate da Colombo a noi pervenute, avrebbero, per esempio, avuto diritto ad esser chiamate «libri di cosmografia». Ma né nell’uno né nell’altro appar mai l’antifona «Jhesus cum Maria…» ecc.; ed essa, d’altra parte, sarà stata a suo posto solo in testa a una scrittura continuata e più o men lunga, sulla quale anche soltanto avran potuto occorrere in abbondanza quei segni di chiamata la cui autenticità con tanta franchezza frate Francesco nella carta mostratagli riconosce. « El libro de cosmografia del dicho don Christòval» non può dunque esser stato se non, qualunque poi ne fosse il valore intrinseco, una scrittura più o meno ampia, ma, ad ogni modo, continuata di Cristoforo Colombo.
Il baccelliere «petite Juan Frances», domiciliato in Siviglia, chiamato anch’egli a deporre, dichiara che conobbe Cristoforo Colombo un diciassett’anni prima e che «lo vide scrivere e firmar molte volle» e che «ha in suo potere molte lettere scritte di mano di lui». Nessuna, pur troppo, n’è pervenuta fino a noi. Ma ch’egli fosse intimo della famiglia Colombo ci risulta anche per altra via. Egli era al capezzale di Diego, fratello di Cristoforo, quando questi nella notte del 19 febbraio 1515, sorpreso da grave infermità, dettava a Francesco Gorricio che, congiunto non sappiamo precisamente in che grado di Gaspare, ospitava esso Diego nella propria casa, una «memoria» che potesse tener luogo di testamento. E quando frate Gaspare Gorricio pochi giorni dopo, e cioè il 24 febbraio, dichiarando le ultime volontà di Diego conformemente a detta memoria, «diede il lutto» (usava allora che le spese per gli abiti di lutto dei familiari si prelevassero dalla sostanza che il defunto avea lasciata) agl’intimi del morto, tra questi (e c’era anche Violante Muñiz, cognata di Cristoforo Colombo) fu appunto «el bachiller Frances».
Ma la deposizione che più attira la nostra curiosità, già solo a sentire il nome del testimone, è quella di Amerigo fiorentino, vale a dire del Vespucci, allora piloto maggiore di Castiglia, domiciliato in Siviglia. Secondo risultanze di indagini praticate da egregi studiosi in questi ultimi anni, egli non si sarebbe recato in Ispagna se non nella primavera del 1492, quando, appunto, il grandioso progetto di Colombo era in via d’ attuazione, e con Colombo sarebbe entrato in relazione solo nel 1497, quando attese, per impegni col Governo spagnolo ereditati da Giannetto Berardi, all’allestimento di certe navi che serviron poi alla terza spedizione di Colombo.
Ma è nota da un pezzo una lettera che Colombo scriveva nel 5 febbraio 1505, ossia negli anni della vecchiezza, delle infermità e delle delusioni, al figlio Diego, additando il Vespucci come uomo molto dabbene che sempre cercò di renderglisi utile, ed ora che, dopo aver avuto la fortuna per lungo tempo contraria, comincia ad essere tenuto nel debito conto a corte, s’adoprerà certo in favore di chi, specialmente dopo la morte della regina, poteva dirsi quasi in disgrazia. Questa lettera, già solo per la grandezza della persona dello scrivente, valse sempre come uno splendido certificato di buona condotta pel navigatore fiorentino che poté esser sospettato autore di relazioni di viaggi non compiuti e che di quelli compiuti al Nuovo Mondo fu troppo largamente compensato coll’onore, sia pur non brigato, di dargli il proprio nome. Ed è da considerare che Colombo, sospettoso e diffidente per natura, lo era ancor più diventato dopo la dolorosa esperienza fatta della ingratitudine umana, alla quale egli, verso l’umanità tanto benemerito quanto nessun altro forse fu mai al mondo, non poteva cercare o riconoscere quelle attenuanti che per noi oggi possono essere molte e di molto peso. Sicché in quelle poche parole si sarebbe sempre dovuto ravvisar maggiore amicizia e gratitudine per il navigatore fiorentino che le relazioni ufficiali del 1497 non avrebbero potuto e dovuto produrre.
E il fatto è che in questa sua deposizione del 1510 Amerigo dichiara che da quindici anni conosce il miglior amico di Colombo, frate Gaspare Gorricio; da sedici Diego figliuolo di esso Colombo (laddove la lettera del 5 febbraio 1505 era potuta finora parer lettera colla quale il vecchio Colombo presentava al figliuolo Amerigo Vespucci); ed esso ammiraglio, che Dio abbia in gloria, da circa venticinque anni («puede aver veynte è cinco años»), cioè dal 1485 circa.
Ma dove mai avrà potuto così per tempo conoscerlo? In quest’anno Colombo era nella penisola iberica; e nelle frequenti evocazioni che egli fa di quel periodo di tempo, che fu periodo di febbre davanti alla possibilità di dover recar seco nella tomba intentato il grandioso progetto che gli occupava l’anima, non è la più lontana allusione a un suo viaggio in Italia e più specialmente a Firenze, la patria di Paolo Toscanelli oltre che di Amerigo Vespucci.
Né agevolmente supponibile è un suo viaggio in Francia negli anni 1479-80 (che del resto ci porterebbero anche più in là dei cinque lustri), quando v’era Amerigo in qualità di segretario del proprio congiunto Guido Antonio. Sarà dunque piuttosto da supporre che Amerigo non molto dopo capitasse, ma non per fermarvisi, nella penisola iberica? Non è in ogni caso da dimenticare che Lorenzo di Pier Francesco dei Medici, nel cui banco Amerigo fu impiegato dal 1481 al 1491 secondo le probabili risultanze accolte nel buon volumetto di P. L. Rambaldi, avea molti corrispondenti in Ispagna, che vuol dire una continuità d’affari che in uno od altro momento avrebbe anche potuto richiedere la presenza di Amerigo laggiù.
Ma lascio ad altri la soluzione del quesito che non credo sia da cercare in un error di scrittura o di lezione. lo aggiungerò solo che Amerigo attesta anche che fu «oficial del dicho señor don Christòval Colòn é tuvo sus libros é que por eso tiene buena noticia de su letra». Libri, qui non posson voler essere se non «registri»; e come ufficiale dell’ammiraglio, che tenne i suoi libri, egli avrebbe potuto benissimo darsi anche quando fossero tra i due corsi soltanto i rapporti che paiono storicamente accertati durante l’armamento della terza spedizione.
Un’ultima curiosità che questa deposizione offre allo studioso. Quando Amerigo la faceva, era in età di anni cinquantasei. Nacque dunque nel 1454 (stile comune); ed è questa appunto la data che la buona critica avea già preferita alle altre che documenti di maggiore o minor valore parean consigliare.
La lista delle deposizioni si chiude con quella d’un genovese, Bernaldo Grimaldi, che non ci è noto per altra via, ma può esser sospettato parente di quel Gian Francesco Grimaldi che con Gaspare Centurione (un nome schiettamente genovese anche questo) era appunto in questo torno di tempo il depositario della maggior parte della fortuna di Diego, fratello di Cristoforo Colombo.
Da venti anni egli conosce il padre Gorricio; da venti, almeno, dunque sarà domiciliato in Siviglia. Quanto all”ammiraglio defunto, lo conobbe quindici anni fa, che vorrà dire nel 1496 inoltrato, poiché Colombo passò tutto il 1495 al Nuovo Mondo e non tornò in Ispagna che l’11 giugno dell’anno seguente. Di soli quarant’anni quando testificava, doveva aver conosciuto, essendo ancor molto giovane, Colombo, e avea poi dovuto molto praticarlo perché fosse chiamato a testimoniare in così delicate faccende e potesse dire di averlo veduto scrivere e firmare molte volte.

 

(da Nuova Antologia, 1° ottobre 1903)