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La parabola di una civiltà

«Se consideriamo a grandi linee la genesi della grandezza e del declino delle civiltà che hanno preceduto la nostra, cosa vediamo?
All’alba di quelle civiltà, un gruppo eterogeneo di uomini, di origini diverse, riuniti dal caso delle migrazioni, delle invasioni e delle conquiste. Di sangue diverso, di lingue e credenze altrettanto diverse, questi uomini non hanno altro legame comune se non la legge, solo parzialmente riconosciuta, di un capo. In questi agglomerati confusi si ritrovano al massimo grado i tratti psicologici delle folle. Ne hanno la coesione momentanea, gli eroismi, le debolezze, gli impulsi e le violenze. Nulla è stabile in loro. Sono barbari.
Poi il tempo compie la sua opera. L’identità degli ambienti, il ripetersi degli incroci, le necessità di una vita comune agiscono lentamente. L’agglomerato di unità dissimili comincia a fondersi e a formare una razza, cioè un insieme dotato di caratteri e sentimenti comuni, che l’ereditarietà fisserà sempre di più. La folla è diventata un popolo, e questo popolo potrà uscire dalla barbarie.
Ne uscirà completamente, tuttavia, solo quando, dopo lunghi sforzi, lotte incessanti e innumerevoli nuovi inizi, avrà acquisito un ideale. Non importa la natura di questo ideale, che sia il culto di Roma, la potenza di Atene o il trionfo di Allah: basterà a conferire a tutti gli individui della razza in via di formazione una perfetta unità di sentimenti e di pensieri.
È allora che può nascere una nuova civiltà con le sue istituzioni, le sue credenze e le sue arti. Spinta dal proprio sogno, la razza acquisirà progressivamente tutto ciò che conferisce splendore, forza e grandezza. Sarà senza dubbio ancora una folla in certi momenti, ma allora, dietro i caratteri mutevoli e instabili delle folle, si troverà quel solido substrato, l’anima della razza, che limita strettamente l’ampiezza delle oscillazioni di un popolo e regola il caso.
Ma, dopo aver esercitato la sua azione creatrice, il tempo dà inizio a quell’opera di distruzione alla quale non sfuggono né gli dei né gli uomini. Giunta a un certo livello di potenza e complessità, la civiltà smette di crescere e, non appena smette di crescere, è condannata a declinare presto. Per lei sta per suonare l’ora della vecchiaia.
Questo momento inevitabile è sempre segnato dall’indebolimento dell’ideale che sosteneva l’anima della razza. Man mano che tale ideale si affievolisce, tutte le strutture religiose, politiche o sociali di cui era fonte di ispirazione cominciano a vacillare.
Con il progressivo svanire del proprio ideale, la razza perde sempre più ciò che ne costituiva la coesione, l’unità e la forza. L’individuo può crescere in personalità e intelligenza, ma allo stesso tempo l’egoismo collettivo della razza viene sostituito da un eccessivo sviluppo dell’egoismo individuale, accompagnato dal cedimento del carattere e dalla diminuzione della capacità di agire. Ciò che costituiva un popolo, un’unità, un blocco, finisce per diventare un agglomerato di individui privi di coesione, tenuto insieme artificialmente ancora per qualche tempo dalle tradizioni e dalle istituzioni.
È allora che, divisi dai propri interessi e dalle proprie aspirazioni, non sapendo più governarsi da soli, gli uomini chiedono di essere guidati nei minimi dettagli delle loro azioni, e lo Stato esercita la sua influenza totalizzante.
Con la perdita definitiva dell’antico ideale, la razza finisce per perdere completamente la propria anima; non è più che un ammasso di individui isolati e torna ad essere ciò che era al suo punto di partenza: una folla. Ne presenta tutte le caratteristiche transitorie, prive di consistenza e di futuro. La civiltà non ha più alcuna stabilità ed è in balia di ogni caso fortuito. La plebe regna sovrana e i barbari avanzano. La civiltà può sembrare ancora splendente perché possiede la facciata esteriore che un lungo passato ha creato, ma in realtà è un edificio tarlato che nulla sostiene più e che crollerà alla prima tempesta.
Passare dalla barbarie alla civiltà inseguendo un sogno, per poi declinare e morire non appena quel sogno ha perso la sua forza: tale è il ciclo di vita di un popolo».

(Da Gustave Le Bon, Psicologia delle folle, 1895)