JACOB BURCKHARDT E LO STATO COME OPERA D’ARTE
di Jacob Burckhardt -
Un’Italia frammentata, attraversata da conflitti e da ambizioni senza freni: tra XIII e XV secolo la Penisola diventa un laboratorio politico unico in Europa. Dal tramonto del feudalesimo alla nascita degli Stati “come opere d’arte”, il potere si concentra nelle mani di papi, imperatori, tiranni e condottieri. Figure come Federico II, Ezzelino, i Visconti e gli Sforza incarnano una politica fondata su forza, calcolo e ingegno. È qui che prende forma lo Stato moderno, tra splendore culturale e violenza sistematica, in un equilibrio sempre instabile.
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Condizioni politiche dell’Italia nel secolo XIII
La lotta fra i Papi e gli Hohenstauffen finì col lasciare l’Italia in uno stato politico essenzialmente diverso da quello degli altri paesi occidentali. Mentre in Francia, in Spagna, in Inghilterra il sistema feudale era ordinato per modo che, dopo percorso lo stadio della sua vita, dovette cadere nelle braccia della monarchia unitaria; mentre in Germania contribuì a mantenere, almeno esteriormente, l’unità dell’Impero, in Italia invece s’era quasi interamente sottratto ad ogni specie di dipendenza. Gl’imperatori del secolo XIV, anche nei casi più favorevoli, non vi furono più accolti come supremi signori feudali, ma solamente come capi e sostegni possibili di potenze già costituite; e dal canto suo il Papato, ricco di aderenti e di appoggi, era forte abbastanza da impedire ogni futura unificazione del paese, ma non già da poter fondarne una esso stesso. Fra l’uno e l’altro di questi rivali c’era una moltitudine di aggregazioni politiche – repubbliche e principati – talune già preesistenti, altre surte da poco, la cui esistenza non era fondata che puramente sul fatto. In esse lo spirito della moderna politica europea scorgesi per la prima volta abbandonarsi liberamente ai suoi propri istinti, trascorrendo assai di frequente agli eccessi del più sfrenato egoismo, conculcando ogni diritto e soffocando il germe di ogni più sana cultura; ma dove queste tendenze furono arrestate od almeno comecchessia controbilanciate, quivi si ha subito qualche cosa di nuovo e di vivo nella storia, si ha lo Stato nato dal calcolo e dalla riflessione, lo Stato come opera d’arte. Questa nuova vita si manifesta tanto nelle repubbliche che nei principati in mille modi diversi, e ne determina non solo la forma interna, ma altresì la politica estera. – Noi ne prenderemo in esame il tipo più completo ed esplicito negli Stati retti a forma principesca.
Gli Stati retti a forma principesca trovarono un modello illustre nel regno normanno dell’Italia meridionale e della Sicilia, dopo la trasformazione che esso aveva subìto per opera dell’imperatore Federico II. Questi, cresciuto in mezzo ai pericoli e alle insidie e in prossimità ai Saraceni, si era abituato assai per tempo a giudicar delle cose e a trattarle da un punto di vista affatto obbiettivo, anticipando così il tipo dell’uomo moderno sul trono. A queste sue qualità bisogna aggiungere altresì la profonda conoscenza ch’egli aveva delle condizioni interne degli Stati saraceni e della loro amministrazione, nonché la guerra a morte sostenuta coi Papi, che obbligò entrambi i contendenti a mettere in campo tutte le forze ed i mezzi, di cui potevano disporre. Le ordinanze di Federico (specialmente dal 1231 in avanti) non mirano ad altro, fuorché alla distruzione completa del sistema feudale e alla trasformazione del popolo in una moltitudine indifferente, inerme e solo in estremo grado tassabile. Egli centralizzò l’intera amministrazione giudiziaria e politica in un modo sino a quel tempo affatto sconosciuto in Occidente. Nessun ufficio poteva più essere conferito in virtù dell’elezione popolare, sotto pena di veder devastato il paese, dove ciò si osasse, e ridotti gli abitanti in condizione servile. Le imposte, basandosi sopra uno sconfinato catasto e sulle consuetudini maomettane, venivano percette con quei modi vessatori e crudeli, senza dei quali, del resto, in Oriente è impossibile estorcere un quattrino ai contribuenti. Qui insomma non si ha più un popolo, ma una moltitudine di sudditi sottoposti a sì rigido sindacato, che non possono nemmeno, senza speciale permesso, né prender moglie, né studiare all’estero: – l’università di Napoli infatti fu la prima a metter leggi restrittive agli studi; – quando lo stesso Oriente, in simili materie almeno, lasciava la più ampia libertà. E dai despoti musulmani copiò altresì Federico il sistema di esercitare il commercio per conto proprio in tutto il mare Mediterraneo, riserbandosi, con molto scapito de’ suoi sudditi, il monopolio di parecchi oggetti. – I califfi fatimiti colle loro tendenze eterodosse non ancor ben manifeste erano stati (almeno sul principio) abbastanza tolleranti colla religione dei loro sudditi: Federico al contrario corona il suo sistema di governo con una persecuzione contro gli eretici, che sembrerà tanto più riprovevole, quando si ammetta, come par quasi certo, che egli in costoro abbia inteso di perseguitare i partigiani non tanto della libertà di coscienza, quanto del libero vivere civile. Finalmente egli si tiene sempre dappresso, quali agenti di polizia all’interno e come nucleo dell’armata contro i nemici esterni, quei Saraceni trapiantati dalla Sicilia a Lucera e a Nocera, che con uguale indifferenza sono sordi ai lamenti dei sudditi e alle scomuniche papali. – I sudditi, disavvezzi alle armi, lasciarono più tardi, con indolente apatia, consumarsi la rovina di Manfredi e il trionfo dell’Angioino; ma questi alla sua volta fece suo quel sistema di governo, e se ne giovò ai suoi scopi ulteriori.
Accanto all’imperatore, che mirava a centralizzare ogni cosa, sorge un usurpatore di un genere tutto affatto particolare, Ezzelino da Romano, vicario e genero di lui. Egli non rappresenta propriamente nessun sistema di governo o di amministrazione, poiché tutta la sua attività fu sprecata in guerre continue per l’assoggettamento delle Provincie orientali dell’Italia superiore; ma, come tipo politico pei tempi posteriori, non è meno importante del suo imperiale protettore. Sino a questo tempo ogni conquista ed usurpazione del Medio-Evo erasi effettuata in vista di veri o pretesi diritti di eredità ed altro, o a danno degl’infedeli e degli scomunicati. Ora per la prima volta si tenta la fondazione di un trono sulla strage delle moltitudini e su altre infinite crudeltà, che è come dire, impiegando ogni sorta di mezzi, pur di riuscire allo scopo. Nessuno dei tiranni posteriori, non lo stesso Cesare Borgia, ha uguagliato Ezzelino nella immanità dei delitti; ma l’esempio era dato, e la caduta di Ezzelino non ricondusse la giustizia fra i popoli, né fu di alcun freno agli usurpatori venuti dopo.
Invano San Tommaso d’Aquino, nato suddito di Federico, pose innanzi la dottrina di una costituzione di governo, in cui il principe s’immagina assistito da una Camera alta da lui nominata e da una Rappresentanza eletta dal popolo. Simili teorie si perdevano senza eco nelle scuole, e Federico ed Ezzelino rimasero per l’Italia le due più grandi figure politiche del secolo XIII. La loro personalità, rappresentata sotto un aspetto per metà, leggendario, costituisce la parte più importante delle «Cento novelle antiche», la cui originaria redazione cade certamente in questo secolo. In esse si parla di Ezzelino con quella specie di reverente paura, che sogliono inspirare le cose grandi, e in breve un’intera letteratura si forma intorno alla sua persona, dalla cronaca dei testimoni oculari alla tragedia, che ne fa quasi un mito.
Subito dopo la caduta di entrambi pullulano numerosi, principalmente dalle lotte partigiane dei Guelfi e dei Ghibellini, i singoli tiranni, in generale quali capi dei Ghibellini, ma in occasioni e condizioni così diverse, che è impossibile non riconoscere in questo fatto una legge di suprema ed universale necessità. Quanto ai mezzi, di cui si servono, essi non hanno bisogno che di continuare sulla via adottata già dai partiti: l’espulsione o la distruzione degli avversari e delle loro case.
La Tirannide nel secolo XIV
Le maggiori e minori tirannidi del secolo XIV sono una prova evidente del come esempi consimili non andarono punto perduti. Le loro immanità parlavano abbastanza altamente, e la storia le ha circostanziatamente descritte; ma, come Stati destinati a sostenersi da sé e a non contare che sopra le proprie forze, e organizzati in conformità a questo scopo, presentano pur sempre una particolare importanza.
Il calcolo freddo ed esatto di tutti i mezzi, di cui in allora nessun principe fuori d’Italia aveva nemmeno un’idea, congiunto con una potenza quasi assoluta dentro i limiti dello Stato, fece sorgere qui uomini e forme politiche affatto speciali. Il segreto principale del regnare stava, pei tiranni più accorti, nel lasciare possibilmente le imposte quali ognuno di essi le aveva trovate o fissate al principio della sua signoria. Tali erano: un’imposta fondiaria basata sopra un catasto; determinati dazi di consumo, e gabelle pure determinate sopra l’importazione e l’esportazione: vi si aggiungevano poi le rendite dei dominii privati della casa regnante. Esse non oltrepassavano mai un certo limite, tranne il caso di un notevole aumento nella pubblica prosperità e nel commercio. Di prestiti, quali si vedevano effettuarsi nelle comunità repubblicane, qui non si parlava neppure; e più volentieri si ricorreva a qualche ardito colpo di mano, quando si poteva prevedere che non avrebbe prodotto veruna scossa, come, per esempio, la destituzione e la spogliazione, all’uso affatto orientale, dei supremi magistrati della finanza.
Con queste rendite si cercava di provvedere a tutti i bisogni della piccola corte, alla guardia personale del principe, ai mercenari assoldati, alle pubbliche costruzioni, – nonché ai buffoni ed agli uomini d’ingegno, che formavano il seguito del regnante. L’illegittimità, circondata da continui pericoli, isola il tiranno: l’alleanza più onorevole ch’egli possa stringere, è quella degli uomini superiori, senza riguardo alcuno alla loro origine. La liberalità dei principi del nord nel secolo XIII s’era ristretta ai cavalieri, vale a dire alla nobiltà che serviva e cantava. Non così il tiranno italiano: sitibondo di gloria e vago di trionfi e di monumenti, egli pregia l’ingegno come tale, e se ne giova. Col poeta e coll’erudito si sente sopra un terreno nuovo, e quasi in possesso di una nuova legittimità.
Universalmente noto sotto questo rapporto è il tiranno di Verona, Can Grande della Scala, il quale negl’illustri esuli accoglieva alla sua corte i rappresentanti di tutta Italia. Gli scrittori se ne mostrarono riconoscenti: Petrarca, le cui visite a questa corte trovarono un biasimo così severo, ci dà il tipo ideale più completo di un principe del secolo XIV. Dal suo mecenate – il signore di Padova – egli pretende molte e grandi cose, ma in modo tale da mostrare ch’egli ne lo crede anche capace. «Tu non devi essere il padrone, ma il padre de’ tuoi sudditi e devi amarli come tuoi figli, anzi come membra del tuo stesso corpo. Armi, guardie e soldati puoi tu adoperare contro i nemici; – coi tuoi concittadini devi ottener tutto a forza di benevolenza. Bene inteso, io dico i soli cittadini che amano l’ordine; poiché chi ogni giorno va in cerca di mutamenti, è un ribelle, un nemico dello Stato, e contro simile genìa una severa giustizia deve aver sempre il suo corso». Entrando poi ne’ particolari, vi si scorge la finzione affatto moderna dell’onnipotenza dello Stato: il principe deve aver cura di tutto, restaurare e mantenere le chiese e i pubblici edifizi, sorvegliare la polizia delle strade, prosciugar le paludi, regolare la vendita del vino e dei grani, ripartire equamente le imposte, soccorrere i poveri e gl’infermi e accordar la sua protezione e la sua confidenza agli uomini illustri, perché questi soli gli assicurano un posto glorioso presso la posterità.
Ma, per quanti possano essere stati i lati luminosi e i meriti personali di taluni fra questi principi, tuttavia il secolo XIV riconosceva o almeno presentiva la breve durata e l’effimera sussistenza della maggior parte delle tirannidi. Siccome istituzioni politiche di questo genere per lor natura son destinate a mantenersi tanto più stabilmente, quanto maggiore è l’estensione del loro territorio, così era anche naturale che i principati più potenti fossero sempre proclivi ad ingoiare i più deboli. Quale ecatombe di piccoli signori non fu sacrificata in questo tempo ai soli Visconti! – A questi pericoli esterni poi corrispondeva quasi sempre un cupo fermento all’interno, e questo stato di cose non poteva certamente non esercitare una sinistra influenza sull’animo del principe. L’arbitrio male inteso e lo sfrenato egoismo da un lato, i nemici e i cospiratori dall’altro lo trasformavano quasi inevitabilmente in tiranno nel peggior senso della parola. Avesse egli almeno potuto fidarsi de’ suoi più prossimi congiunti! Ma dove tutto era illegittimo, non poteva neanche parlarsi di un diritto stabile di eredità, sia riguardo alla successione al trono, come altresì riguardo alla ripartizione dei beni, e appunto nei momenti di maggior pericolo un risoluto cugino od uno zio si sostituivano, nell’interesse stesso dell’intera famiglia, al posto del legittimo erede minorenne od inetto. Anche l’esclusione o il riconoscimento dei figli illegittimi davano occasione a liti continue. E così accadde, che un numero ragguardevole di queste famiglie si trovò avere nel seno non pochi di tali congiunti malcontenti e sitibondi di vendetta; il che non di rado condusse poscia al tradimento aperto e alle stragi domestiche. Altri, vivendo all’estero in qualità di fuggiaschi, si chiudono in paziente aspettativa, come ad esempio quel Visconti che, stando a pescare sul lago di Garda, al messo del suo rivale, che lo aveva richiesto quando pensasse di ritornare a Milano, seccamente rispose: «non prima che le scelleratezze del tuo padrone abbiano superato le mie». Talvolta sono altresì i congiunti del principe che lo sacrificano alla pubblica moralità troppo altamente offesa, per salvare così gl’interessi della dinastia. Altrove la signoria è ancora proprietà dell’intera famiglia per modo che il capo di essa è obbligato di sentire il parere dei membri che la compongono, ed anche in questo caso la divisione del possesso e della potenza è causa frequente di acerbi rancori.
Tutti questi fatti eccitano assai per tempo il più profondo disprezzo negli scrittori fiorentini d’allora. Già il fasto stesso ed il lusso, col quale i principi cercavano forse non tanto di soddisfare alla propria vanità, quanto d’impressionare la fantasia del popolo, è fatto segno ai loro più amari sarcasmi. Guai se un signore sorto di fresco capita loro tra mano, come fu il caso appunto dell’intruso Doge Agnello da Pisa (1364), che usava uscire a cavallo con uno scettro d’oro in mano e, tornato a casa, si mostrava dalla finestra appoggiato a guanciali e a drappi pure tessuti in oro «a quel modo che soglionsi mostrar le reliquie de’ Santi», facendosi servire in ginocchio, quasi fosse un Papa od un Imperatore. Ma più spesso ancora questi vecchi fiorentini assumono un tuono grave e serio. Dante intende e caratterizza egregiamente il lato ignobile e volgare della cupidigia e dell’ambizione dei nuovi principi. «Che cosa vogliono dire le vostre trombe, e i corni e i flauti e le tibie, se non: venite, venite, carnefici, venite, avvoltoi?». Il castello della tirannide non s’immagina che in sito eminente ed isolato, riboccante d’insidie e di carceri, vero ricettacolo di miseria e di ribalderie. Altri predicono sventure a chiunque s’accosti o serva il tiranno, che da ultimo trovano degno esso stesso di compassione, costretto, com’è, ad odiare tutti i buoni e gli onesti, a non fidarsi di chicchessia e a leggere ad ogni momento in viso ai suoi sudditi la speranza della sua caduta. «A quello stesso modo, scrive M. Villani, che le tirannidi nascono, crescono e si rassodano, così nasce e cresce con loro l’elemento segreto, che deve trarlo a rovina». E tuttavia si tace di ciò che costituiva il più spiccato contrasto tra le città libere e i principati: Firenze infatti tendeva allora a promuovere il maggiore sviluppo possibile della individualità, mentre i tiranni non vogliono emergere che essi stessi, con gl’immediati loro aderenti. Il sindacato sulle persone si esercitava in modo rigorosissimo, come ne fanno prova gli uffici allora generalizzati dei passaporti.
Lo spavento e la miseria di tali condizioni assumevano agli occhi dei contemporanei un aspetto ancor più speciale per le superstizioni astrologiche e per l’empietà di taluni fra quei tiranni. Quando l’ultimo dei Carrara non fu più in grado di agguerrire le mura e le porte di Padova spopolata dalla pestilenza e assediata dai Veneziani (1405), gli uomini della sua guardia lo udirono spesso nel silenzio della notte invocare il demonio, «perché lo uccidesse!».
Il tipo più completo e più istruttivo di queste tirannidi del secolo XIV si ha indubbiamente nei Visconti di Milano, dalla morte dell’arcivescovo Giovanni (1354) in poi. In Bernabò per primo si riscontra una quasi somiglianza di famiglia coi più feroci imperatori romani: l’affare di Stato più importante è la caccia dei cinghiali del principe: chi a questo riguardo si permette il più piccolo arbitrio, è messo a morte fra inauditi tormenti: il popolo tremante deve nutrirgli i suoi cinquemila e più cani da caccia, sotto la più stretta responsabilità per la loro salute. Le imposte vengono percette nei modi più odiosi, che si possano immaginare: sette figlie ricevono una dote di 100,000 fiorini d’oro ciascuna, e, in onta a ciò, un enorme tesoro si trova accumulato nelle mani del principe. Alla morte di sua moglie (1384) una notificazione «ai sudditi» intima che, come altre volte essi parteciparono alle gioie del loro signore, così ora devono dividere con lui il dolore, e quindi portare il lutto per un intero anno. – Senza riscontro poi è il colpo di mano, con cui il nipote di lui Giangaleazzo giunse ad averlo nelle sue mani (1385), per mezzo di una di quelle trame ben riuscite, nel riferire le quali trema il cuore anche agli storici più lontani. In Giangaleazzo si vede a gran tratti il tiranno, che aspira soltanto a cose colossali. Egli spese non meno di 300,000 fiorini d’oro in gigantesche opere d’arginatura, per poter divergere a suo talento il Mincio da Mantova e il Brenta da Padova, e togliere così ogni mezzo di difesa a queste due città, e non par lungi dal vero ch’egli abbia pensato altresì ad un prosciugamento delle lagune di Venezia. Fondò la Certosa di Pavia, «il più maraviglioso di tutti i conventi» e il Duomo di Milano, «che in grandezza e magnificenza supera tutte le chiese della cristianità»; e forse anche il palazzo di Pavia, cominciato da suo padre Galeazzo e da lui condotto a compimento, era in allora la più splendida residenza principesca, che vi fosse in Europa. In questo egli trasportò la sua celebre biblioteca e la grande collezione di reliquie sacre, nelle quali egli aveva una fede affatto particolare. Con tali idee sarebbe stato strano che in politica non avesse steso la mano alle più alte corone. Il re Venceslao lo fece duca (1395); ma egli non pensava a meno che al regno di tutta Italia o alla corona d’imperatore, quando invece si ammalò e morì (1402). Si vuole che tutti i suoi Stati presi insieme gli fruttassero in un anno la rendita ordinaria di un milione e dugento mila fiorini d’oro, oltre ad altri 800,000 di sussidi straordinari. Dopo la sua morte, il dominio, che egli con ogni sorta di violenze aveva messo insieme, andò in brani, e appena poterono essere conservate le provincie più vecchie che lo componevano. Chi può dire che cosa sarebbero divenuti i suoi figli Giovanni Maria (morto nel 1412) e Filippo Maria (morto nel 1447), se fossero vissuti altrove e con altre tradizioni di famiglia? Ma, come eredi di questa casa, essi ereditarono anche l’enorme cumulo di scelleratezze e vigliaccherie, che vi si era venuto ingrossando di generazione in generazione.
Anche Giovanni Maria alla sua volta va celebre pe’ suoi cani, ma non son più cani da caccia, bensì mastini ch’egli aveva addestrati a sbranar uomini vivi, e dei quali ci furono tramandati anche i nomi, come degli orsi dell’imperatore Valentiniano I. Allorquando nel maggio dell’anno 1409, mentre durava ancora la guerra, il popolo affamato gridava sul suo passaggio pace! pace!, egli scatenò su di esso le sue soldatesche, che scannarono duecento persone; e dopo ciò proibì, pena la forca, di pronunciar le parole pace e guerra, e prescrisse perfino agli ecclesiastici di dire nella Messa dona nobis tranquillitatem, in luogo di pacem. Da ultimo alcuni congiurati approfittarono destramente del momento, in cui il gran condottiere del pazzo duca, Facino Cane, giaceva gravemente infermo a Pavia, e assassinarono Giovanni Maria presso la chiesa di San Gottardo a Milano; ma il morente Facino fece giurare lo stesso giorno ai suoi ufficiali di sostenere l’erede Filippo Maria, ed egli stesso per di più propose che la moglie sua, Beatrice di Tenda, si sposasse, dopo la sua morte, a quest’ultimo, ciò che si verificò anche ben presto.
Ed in tempi come questi Cola di Rienzo s’immaginava di poter fondare sull’entusiasmo cadente della borghesia già corrotta di Roma un nuovo Stato, che comprendesse tutta l’Italia! In verità che, accanto a tali principi, egli ha l’aria piuttosto di un povero illuso o di un folle.
La Tirannide nel secolo XV
Nel secolo XV la tirannide mostra già un carattere affatto diverso. Molti dei piccoli ed anche alcuni dei grandi tiranni del secolo precedente, come i Della Scala e i Carrara, erano già caduti in basso; i più potenti, arricchiti delle spoglie altrui, si sono riordinati all’interno in modo affatto speciale; Napoli riceve dalla nuova dinastia aragonese un impulso più energico e vigoroso. Ma del tutto caratteristico per questo secolo è lo sforzo dei condottieri per crearsi uno stato indipendente, od anche una corona, ciò che costituisce un passo ulteriore sulla via dei fatti compiuti, un premio elevato all’ingegno e all’audacia. I piccoli tiranni, per assicurarsi un rifugio, si mettono ora al servizio degli stati maggiori e si fanno lor condottieri, il che procaccia loro danaro e impunità per parecchi misfatti, e talvolta anche ingrandimento del loro territorio. Tutti poi, presi insieme, grandi e piccoli hanno bisogno di sforzi maggiori, debbono procedere più circospetti e guardinghi e astenersi da crudeltà troppo immani. In generale non potevano osare che quel tanto di male, che fosse stato necessario per riuscire nei loro scopi; – e questo veniva lor perdonato, almeno da chi non ne restava offeso. Della pietà religiosa, che tornò pure di tanto vantaggio agli altri principi legittimi d’Occidente, qui non si ha traccia veruna; tutt’al più vi si riscontra una specie di popolarità, che però non esce dalle mura della città che serve di residenza: i principi italiani sentono che ciò che deve loro maggiormente giovare, è il freddo calcolo e l’ingegno. Un carattere come quello di Carlo il Temerario, che con impeto cieco tende a scopi destituiti affatto d’ogni pratica utilità, era un vero enigma per essi. «Gli Svizzeri non sono che poveri contadini e quand’anche si uccidessero tutti, sarebbe questa pur sempre una magra soddisfazione pei magnati di Borgogna, che per avventura perissero in tale lotta! Quand’anche il duca giungesse a posseder la Svizzera senza contrasto alcuno, le sue rendite annue non si aumenterebbero nemmeno di 5000 ducati» ecc. Ciò che in Carlo vi era di medievale, le sue fantasie e idealità cavalleresche, non era cosa più comprensibile da lungo tempo in Italia. Quando poi si seppe che coi suoi ufficiali e comandanti usava unire ai rabbuffi gli schiaffi, e tuttavia li teneva al suo servizio, che maltrattava le proprie truppe, per punirle di una disfatta sofferta, e da ultimo, che in presenza di tutto l’esercito sparlava de’ suoi consiglieri intimi, – allora tutti i diplomatici del mezzodì lo diedero per spacciato. Ma da un altro lato Luigi XI, che nella politica superò gli stessi principi d’Italia, e che non cessava di manifestare la sua ammirazione per Francesco Sforza, rimase loro molto al di sotto, colpa la sua volgare natura, in fatto di civiltà e gentilezza.
Una strana mescolanza di bene e di male è il carattere prevalente di questi stati italiani del secolo XV. La personalità del principe è sì colta, ed egli si presenta sotto un aspetto talmente importante per la sua posizione e pel compito che si propone, che un giudizio su lui dal punto di vista morale riesce oltremodo difficile.
La base fondamentale della signoria è e rimane illegittima, e vi pesa sopra come una maledizione, che non può cancellarsi. Le concessioni e le investiture imperiali non valgono a mutare un tale stato di cose, perché il popolo non si cura di sapere, se i suoi padroni abbiano comperato un brano di pergamena in paese straniero o da uno straniero di passaggio per le loro terre. Se gl’imperatori fossero stati utili a qualche cosa, non avrebbero dovuto lasciar sorgere i tiranni: quest’era il ragionamento delle moltitudini non istrutte. Sino dalla spedizione a Roma di Carlo IV gl’imperatori non hanno che sanzionato in Italia le tirannidi sorte senza di essi, ma non poterono guarentirle con altro che con semplici documenti. La comparsa e la dimora di Carlo in Italia non è che una delle più vergognose mascherate politiche, che siano state; ed ognuno può leggere in Matteo Villani in qual modo i Visconti lo menarono attorno pel loro territorio e da ultimo lo scortarono ai confini, come egli corse da un luogo all’altro a guisa di mercatante girovago per scambiar con danaro al più presto i suoi privilegi, con che meschino apparato fece il suo ingresso in Roma, e come infine, senza nemmeno avere sfoderato la spada, se ne tornò col sacco pieno al di là delle Alpi. Almeno Sigismondo la prima volta venne con la buona idea (1414) d’indurre papa Giovanni XXIII a prender parte al Concilio, che egli aveva in animo di riunire; e fu appunto in quella circostanza che, trovandosi insieme il Papa e l’Imperatore sull’alto della torre di Cremona per godervi il prospetto di gran parte della Lombardia, al loro ospite Gabrino Fondolo, tiranno della città, passò pel capo il pensiero di farli precipitare al basso ambedue. La seconda volta però anche Sigismondo comparve da vero avventuriere, indugiandosi ben più di mezzo anno a Siena, dove era ritenuto prigioniero qual debitore insolvente, e giungendo poscia a stento in Roma, per farvisi incoronare. Che dovremo dir poi di Federigo III? Le sue discese in Italia hanno l’aria di viaggi di vacanza o di ricreazione fatti a spese di coloro, che desideravano veder confermati con qualche brevetto imperiale i loro diritti, o di quelli che si sentivano solleticati nella loro ambizione di poter dare pomposa ospitalità ad un imperatore. Di quest’ultimi fu Alfonso di Napoli, al quale l’onore della visita imperiale non costò meno di 150,000 fiorini d’oro. In Ferrara, al suo secondo ritorno da Roma (1469), Federico stette chiuso un dì intiero in una sala di udienza, occupato a conferir titoli e dignità (non meno di ottanta); e vi nominò cavalieri, dottori, notari, conti di diverso grado, vale a dir conti palatini, conti col diritto di nominar dottori (anche cinque per volta), di legittimar bastardi, di crear notari ecc. Tutto ciò era gratuito, in apparenza; sennonché al di lui cancelliere si doveva un segno di riconoscenza per la redazione dei relativi documenti, riconoscenza che ai ferraresi parve un po’ cara. Che cosa pensasse il duca Borso nel vedere il suo imperiale protettore rilasciar tali diplomi e tutta la sua piccola corte fare incetta di titoli, la storia non lo dice. Ma gli umanisti, che allora avevano l’ultima parola in tutto, erano divisi in due schiere, secondo ché si trovavano, o no, cointeressati in quel traffico. Perciò, mentre gli uni festeggiavano l’imperatore con quel giubilo convenzionale che era proprio dei poeti della Roma imperiale, il Poggio per contrario non sa più che cosa voglia propriamente significare l’incoronazione: avvegnachè gli antichi non coronassero che gl’imperatori vittoriosi e di nessun’altra corona, fuorché di alloro.
Con Massimiliano I poi comincia, insieme all’intervento generale dei popoli stranieri, una nuova politica imperiale verso l’Italia. Il fatto con cui essa ebbe principio – l’investitura di Lodovico il Moro coll’esclusione dell’infelice suo nipote dal trono – non era di tal natura da poter promettere buona fortuna. Secondo la moderna teoria degli interventi, quando due prepotenti vogliono fare in brani un paese, anche un terzo può farsi innanzi e darvi mano; anche l’impero adunque poteva ora pretendere la sua parte. Ma in tal caso non era più da parlare di diritto, né di giustizia. Quando Luigi XII era aspettato a Genova (1502) e dal vestibolo della sala maggiore nel palazzo dei Dogi fu tolta l’aquila imperiale per sostituirvi i gigli di Francia, lo storico Senarega chiese dappertutto che cosa propriamente significasse quell’aquila rispettata in tante rivoluzioni, e quali diritti l’Impero avesse su Genova? Nessuno gli seppe rispondere altro, fuorché l’antico ritornello, che Genova era una camera imperii. E infatti nessuno in generale in Italia avrebbe saputo dare allora una risposta decisiva su tali questioni. Soltanto quando Carlo V fu padrone ad un tempo e dell’Impero e della Spagna, poté con le forze spagnole far valere le pretese imperiali; ma in fondo ciò che egli per tal modo guadagnò, tornò a profitto, non già dell’Impero, ma bensì della monarchia di Spagna.
Dalla illegittimità politica delle dinastie del secolo XV derivò alla sua volta anche l’indifferenza rispetto alla nascita legittima che agli stranieri, specialmente al Comines, parve tanto maravigliosa. La si considerava quasi come una giunta sopra la derrata. Mentre nelle famiglie principesche del nord, in quella di Borgogna, per esempio, ai figli illegittimi non si assegnavano che determinati appannaggi, come vescovati e simili, e mentre in Portogallo una linea spuria non giungeva a sostenersi sul trono che mediante sforzi inauditi, in Italia invece non v’era casa principesca, che non avesse avuto e pazientemente tollerato nella stessa linea principale qualche rampollo illegittimo. Gli Aragonesi di Napoli erano la linea bastarda della casa, perché l’Aragona propriamente detta toccò al fratello di Alfonso I. Il grande Federigo di Urbino con ogni probabilità non era un vero Montefeltro. Quando Pio II andò al congresso di Mantova (1459), mossero ad incontrarlo in Ferrara otto discendenti illegittimi della famiglia d’Este, fra i quali lo stesso regnante Borso e due figli illegittimi del suo fratello e predecessore Leonello, ugualmente illegittimo. Inoltre quest’ultimo aveva avuto per legittima moglie una principessa, che propriamente non era che una figlia naturale di Alfonso I di Napoli, avuta da una africana. Gl’illegittimi erano anche di frequente ammessi alla successione, specialmente se i figli legittimi erano minorenni quando qualche pericolo stringeva assai da vicino; e così fu introdotta una specie di seniorato senza ulteriore riguardo alla legittimità o illegittimità della nascita. L’opportunità dell’individuo, il suo merito personale e la forza del suo talento furono qui sempre più forti della legge e delle consuetudini invalse in tutti gli altri paesi d’Occidente. Infatti erano i tempi, in cui si vedevano i figli stessi dei Papi crearsi dei principati! Nel secolo XVI, prevalendo l’influenza degli stranieri e della contro-riforma, che allora incominciava, la cosa destò qualche maggiore scrupolo, e già il Varchi trova che la successione dei figli legittimi «è comandata dalla ragione e sin dai più remoti tempi voluta dal cielo». Il cardinale Ippolito d’Este fondava le sue pretese alla signoria di Firenze sul fatto, che egli probabilmente derivava da un matrimonio legittimo, o in ogni caso era figlio almeno di una madre uscita da nobile stirpe, mentre il duca Alessandro aveva avuto per madre una fantesca. Ora cominciano anche i matrimoni morganatici di affezione, che nel secolo XV, per motivi di moralità e di politica, non avrebbero avuto alcun senso.
Ma la più alta e più comunemente ammirata forma dell’illegittimità nel secolo XV è quella del condottiere, il quale – qualunque sia la sua origine – giunge a procacciarsi un principato. In sostanza anche l’occupazione dell’Italia meridionale operata nel secolo XI dai Normanni non era stata altra cosa; ma ora diversi tentativi di questa specie cominciarono a tener la Penisola in perpetue agitazioni. L’insediamento di un condottiero a signore di un paese poteva accadere anche senza usurpazione, ogni qualvolta il principe che lo teneva al suo soldo, mancando di denaro, pattuiva con lui una mercede in uomini e terre, le quali, senza di ciò, ed anche nel caso che licenziasse la maggior parte della sua gente, gli erano necessarie per porvi al sicuro i suoi quartieri d’inverno e le provvigioni più indispensabili. Il primo esempio di un capo di bande provveduto in tal guisa è Giovanni Hawkwood, che dal papa Gregorio XI ottenne Bagnacavallo e Cotignola. Ma quando con Alberigo da Barbiano cominciarono ad apparire sulla scena bande e condottieri italiani, parve anche più prossima l’occasione di procurarsi qualche principato, o, se il condottiere lo possedeva già, quella di allargarlo. Il primo grande trionfo di questa avidità soldatesca fu festeggiato a Milano dopo la morte di Giangaleazzo (1402): il governo de’ suoi due figli fu volto principalmente alla distruzione di questi tiranni giunti al potere colla forza della propria spada, e dal maggiore di essi, Facino Cane, i Visconti ereditarono non solo la vedova di lui (Beatrice di Tenda), ma altresì un bel numero di città e 400.000 fiorini d’oro, senza contare gli uomini d’arme del primo marito che Beatrice condusse pure con sé. Da questo tempo in poi prevalse in modo incredibile quel rapporto affatto immorale tra i governi che stipendiavano e i condottieri che si vendevano, che è tanto caratteristico del secolo XV. Un vecchio aneddoto, di quelli che sono veri e non veri in ogni tempo e dovunque, lo dipinge presso a poco così: una volta gli abitanti di una città (pare che s’intendesse Siena) avevano un capitano, che li aveva liberati dall’oppressione straniera: ogni giorno essi si consultavano sul modo migliore di ricompensarlo, e trovavano che nessuna ricompensa, che fosse compatibile colle loro forze, sarebbe stata adeguata, neanche se lo avessero creato signore della loro città. Allora uno di essi si alzò e disse: uccidiamolo e poi adoriamolo come nostro patrono. E così fu fatto, rinnovando il caso di Romolo ucciso dal Senato romano. E veramente da nessuno i condottieri avevano maggior bisogno di guardarsi, quanto dai principi o dai governi, pei quali combattevano; poiché, se vincitori, erano riguardati come pericolosi e fatti uccidere, come toccò a Roberto Malatesta subito dopo la vittoria riportata per Sisto IV (1482); se vinti, si vendicava in loro la sconfitta sofferta, come fecero i Veneziani col Carmagnola (1432). Dal punto di vista morale è un fatto degno di molta considerazione, che i condottieri assai di frequente erano obbligati di dare in ostaggio la propria moglie ed i figli, senza per questo giungere a procacciarsi maggior fiducia da parte degli altri, o sentir cresciuta la propria in questi. Avrebbero dovuto essere eroi d’abnegazione, caratteri della tempra di Belisario, per tenersi puri dall’odio, e solo una bontà interna a tutta prova avrebbe potuto salvarli dal diventare malfattori perfetti. Qual maraviglia adunque se noi li vediamo per la massima parte dispregiatori d’ogni cosa più sacra, pieni di crudeltà e di perfidia contro chiunque, e anche al limitare della morte indifferenti affatto alle scomuniche papali? Ma al tempo stesso in alcuni la personalità e il talento si svilupparono in sì alto grado da imporre a forza l’ammirazione e la riconoscenza dei loro soldati, offrendo così nella storia il primo esempio di eserciti, nei quali la forza impellente è senz’altro il credito personale del duce. Una splendida prova se ne ha nella vita di Francesco Sforza, contro il quale nessun pregiudizio di classe fu mai tanto forte da impedirgli di acquistarsi presso tutti la più grande popolarità e di sapersene giovare a tempo opportuno: si sa infatti che più di una volta i nemici, al solo vederlo, deposero spontaneamente le armi e lo salutarono rispettosamente a capo scoperto, perché ognuno riconosceva in lui «il padre comune di tutti gli uomini d’arme». Questa famiglia Sforza ha un altro lato interessante, ed è che di essa, più che di qualunque altra, si possono seguire passo passo tutti i tentativi fatti per giungere al principato.
Il fondamento di questa fortuna fu la grande sua fecondità: Jacopo, il celebre padre di Francesco, non aveva meno di venti tra fratelli e sorelle, tutti rozzamente allevati in Cotignola, presso Faenza, al sentimento di una di quelle inestinguibili vendette, che sono così frequenti in Romagna, contro la famiglia dei Pasolini. Tutta la casa degli Sforza era trasformata in un arsenale e in un corpo di guardia: la stessa madre e le figlie non respiravano che sentimenti di vendetta e di sangue. Ancor tredicenne Jacopo si tolse di là segretamente per recarsi innanzi tutto a Panicale presso Boldrino, condottiere del Papa, quel medesimo, il quale anche morto continuava a guidar le sue schiere, dandosi la parola d’ordine da una tenda tutta circondata di bandiere, nella quale giaceva imbalsamato il suo corpo, – sino a tanto che si trovò un successore che fosse degno di lui. Jacopo, di mano in mano che coi suoi servigi cresceva in credito e potenza, tirò con sé anche i suoi congiunti e per mezzo di essi si procacciò quei vantaggi, che ad un principe procura sempre una numerosa dinastia. Furono infatti questi congiunti che tennero insieme la sua armata per tutto il tempo ch’egli languì prigioniero nel Castel dell’Uovo a Napoli; e fu sua sorella che fece prigionieri colle stesse sue mani i negoziatori di quella corte, e con questa rappresaglia lo salvò dalla morte. Altri indizi della larghezza delle sue viste si ebbero in questo, che Jacopo in affari pecuniari era scrupolosamente ligio alla parola data, e con ciò si mantenne in credito, anche dopo qualche rovescio, presso tutti i banchieri; che in qualsiasi occasione egli prese sempre le parti del popolo contro la licenza della soldatesca; che non trascorse mai a nessun atto di ferocia contro le città conquistate e, più ancora, che non esitò a dare in moglie ad un altro la celebre sua concubina Lucia (la madre di Francesco), per serbarsi sempre libero di passare, data l’occasione, a nozze principesche. Ed in quest’ultimo riguardo egli andò più oltre, non volendo che neanche i suoi congiunti contraessero unioni non approvate da lui. Nel medesimo tempo egli si tenne sempre lontano dall’empietà e dalla vita perduta e rotta de’ suoi compagni d’arme; e quando mandò pel mondo suo figlio Francesco, lo congedò con tre avvertimenti essenzialmente pratici: «non accostarti alla donna altrui; non battere alcuno de’ tuoi e se l’hai battuto, allontanalo più che puoi; non cavalcare nessun cavallo di duro freno o che perda volentieri la ferratura». Ma prima d’ogni altra cosa egli era, se non un grande capitano, almeno un grande soldato, e poteva vantarsi di un corpo sano, robusto ed esperto in ogni genere di esercizi; si conciliava la popolarità coi suoi modi franchi e schietti, e possedeva una maravigliosa memoria, che gli faceva ricordare anche dopo molti anni tutti i suoi soldati, lo stato del loro servizio, i loro cavalli ecc. Colto non era che nella letteratura italiana; ma nelle ore d’ozio amava erudirsi nella storia, e fece tradurre dal latino e dal greco molti scrittori per suo uso particolare. Francesco suo figlio, ancor più celebre di lui, volse sin da principio chiaramente tutte le sue mire a crearsi una grande signoria, e con splendidi fatti d’armi e con un tradimento assai destramente mascherato giunse anche a farsi padrone della potente Milano (1447-1450).
Il suo esempio sedusse. Enea Silvio intorno a questo tempo scriveva: «nella nostra Italia, tanto vaga di mutamenti, dove nulla ha stabilità e non sussiste ormai più nessuno dei vecchi governi, non è difficile che anche i servi possano divenir re». Uno specialmente che si diceva egli stesso «il figlio della fortuna», preoccupava in allora tutte le menti del paese: Giacomo Piccinino, figlio di Niccolò. Era una questione d’interesse vivissimo e generale quella di sapere, se anche egli riuscirebbe a fondare, o no, un principato. Gli Stati maggiori erano evidentemente interessati ad impedirglielo, ed anche Francesco Sforza trovava che sarebbe stato un vantaggio per tutti, se la serie dei condottieri divenuti sovrani si fosse terminata con lui. Ma le truppe e i capitani spediti contro il Piccinino, specialmente nell’occasione che egli voleva impadronirsi di Siena, trovavano invece che il loro tornaconto stava nel sostenerlo: «se la si fa finita con lui (dicevano essi ad una voce), noi possiam tornarcene a lavorare le nostre terre». Perciò, nel tempo stesso che lo tenevano assediato in Orbetello, lo fornivano essi medesimi di viveri, tanto che egli poté da ultimo uscire da quel frangente a patti onorevolissimi. Ma nemmen per questo riuscì a sottrarsi eternamente al proprio destino. Tutta Italia presentiva già ciò che stava per accadere quand’egli, dopo una visita fatta allo Sforza in Milano (1465), si condusse a Napoli a visitare il re Ferrante. In onta a tutte le garanzie e ai rapporti ch’egli aveva nelle regioni più elevate, quest’ultimo lo fece uccidere nel Castel Nuovo. Anche i condottieri, che possedevano stati pervenuti loro per via di eredità, non furono mai pienamente sicuri: quando Roberto Malatesta e Federigo di Urbino morirono nel medesimo giorno, l’uno a Roma, l’altro a Bologna (1482), avvenne che ognuno di essi, morendo, raccomandava all’altro il suo stato. Il fatto è che contro una classe di persone, che si permetteva tutti arbitrii, tutto sembrava permesso. Francesco Sforza ancor molto giovane s’era sposato ad una ricca ereditiera di Calabria, Polissena Ruffa, contessa di Montalto e n’aveva avuto anche una figlia: – una zia le avvelenò entrambe, per appropriarsi l’eredità.
Dalla caduta del Piccinino in avanti, la formazione di nuovi stati creati da condottieri parve uno scandalo da non doversi assolutamente tollerar più, e i quattro stati maggiori, Napoli, Milano, la Chiesa e Venezia sii unirono in un sistema d’equilibrio, che doveva impedirne la rinnovazione. Nello stato della Chiesa, che formicolava di tirannelli, stati in parte già condottieri o che lo erano ancora, sino dal tempo di Sisto IV i soli nepoti del Papa s’attribuirono esclusivamente il privilegio di tentar simili imprese. Ma non appena nella politica si manifestava una oscillazione qualunque, ecco che i condottieri ricomparivano. Sotto il debole governo di Innocenzo VIII poco mancò che un capitano per nome Boccalino, stato già dapprima a servizio in Borgogna, non si desse insieme alla città di Osimo, di cui s’era fatto padrone, in mano ai Turchi; e si dovette andar più che contenti, quando egli, per la mediazione di Lorenzo il Magnifico, s’indusse ad accomodarsi con una somma di danaro e ad andarsene. Nell’anno 1495, quando tutto andò a scompiglio per la venuta di Carlo VIII, un Vidovera, condottiero da Brescia, volle fare esperimento delle sue forze: egli aveva preso già dapprima la città di Cesena, uccidendo molti della nobiltà e della borghesia, ma il castello aveva resistito ed egli aveva dovuto ritirarsi: ora, accompagnato da alcune genti cedutegli da un altro ribaldo suo pari, Pandolfo Malatesta da Rimini, figlio del nominato Roberto e condottiero al soldo dei Veneziani, tolse all’arcivescovo di Ravenna la città di Castelnuovo. I veneziani, che temevano di peggio ed oltre a ciò erano pressati dal Papa, ingiunsero a Pandolfo «a fine di bene» di far prigioniero, datane l’occasione, il suo buon amico, ed egli vi si prestò, benché «a malincuore»; poco dopo gli sopraggiunse il comando di farlo morir per le forche. Pandolfo non poté usargli altro riguardo, fuorché quello di farlo strozzare dapprima nel carcere, e di mostrarlo morto al popolo. – L’ultimo notevole esempio di tali usurpatori è il celebre castellano di Musso, il quale, fra gli scompigli del milanese avvenuti in seguito alla battaglia di Pavia (1525), improvvisò la sua sovranità sul lago di Como.
(da Jacob Burckhardt, La civiltà del Rinascimento in Italia, 1921)