LE GRANDI SCOPERTE GEOGRAFICHE: CONSEGUENZE POLITICO-ECONOMICHE

di Romolo Caggese –

Le scoperte geografiche allargano i mercati, rivoluzionano i traffici e spostano il baricentro del commercio dagli antichi centri mediterranei agli Stati nazionali. Mentre l’Italia comunale, frammentata e particolarista, entra in una lenta decadenza, le potenze atlantiche costruiscono imperi commerciali fondati su compagnie privilegiate, protezionismo e colonie. Nascono il diritto commerciale moderno, le grandi banche e l’industria su scala mondiale. È l’alba di un capitalismo globale che chiude definitivamente il medioevo.

·

Come il medioevo si apre con le invasioni barbariche e si chiude col tramonto della civiltà comunale in Italia e con l’inizio della costituzione dei grandi Stati nazionali in tutta l’Europa, il mondo moderno si apre con le grandi scoperte geografiche e con le grandi invenzioni scientifiche. Dopo la scoperta dell’America e dopo il viaggio di Magellano, l’attività esploratrice dei popoli europei non ebbe più freno: fu scoperto il Perù, il Messico, il Brasile, il Cile: in Oriente si approfondì la conoscenza dell’isola di Ceylon, si visitarono il golfo di Bengala, l’arcipelago della Sonda, le Molucche, la Cina, il Giappone, e intanto gli Olandesi vinti dal desiderio di aprire sempre nuovi mercati alle loro febbrili attività, attratti dal miraggio di scoprire le favoleggiate isole dell’oro verso sud scoprivano l’Australia, mentre inglesi e francesi s’internavano nei paesi dell’America del Nord. Tutte queste scoperte ampliavano enormemente la sfera troppo angusta delle conoscenze geografiche medievali; rendevano non soltanto utili ma assolutamente indispensabili nuove costruzioni navali e nuovi metodi di navigazione, di equipaggiamento, di direzione dei servizi marittimi. Quindi sorgeva dalla stessa necessità delle cose, la scienza del mare, cioè l’arte nautica, si costruivano con intenti scientifici e pratici carte e schizzi geografici con l’indicazione delle principali vie marittime e dei porti più importanti; l’astronomia faceva dei progressi immensi mentre la fisica, la meccanica, le scienze naturali si arricchivano rapidamente dei risultati giganteschi delle grandi scoperte. Ma soprattutto la produzione ed il consumo del mondo subì un aumento vertiginoso. Il nuovo mondo, nonostante le sue immense ricchezze naturali e le favoleggiate e lungamente credute civiltà indigene, era ancora alla fine del secolo sedicesimo un immenso paese in attesa di un lavoro razionale; i suoi prodotti erano ancora soltanto in parte noti ed il sottosuolo era ancora ben lontano dall’aver dato tutti i suoi frutti. Ma all’attività del mondo occidentale si erano aperti improvvisamente i mercati più svariati e terre ancora vergini, quali nessuna fantasia avrebbe potuto immaginare, e specialmente affluivano d’ogni parte del nuovo continente quei metalli preziosi, che erano destinati a trasformare profondamente l’economia degli Stati europei. Dall’ India, ormai che la via diretta era conosciuta, i mercanti olandesi, inglesi e iberici, senza bisogno d’intermediari o di piazze destinate a servire da punti di convegno, traevano in quantità sterminata quelle merci che un tempo per il loro costo eccessivo e per la loro esigua quantità erano considerate come merci di lusso. Lo zucchero per esempio, il cotone, il thè, di cui assai modesto fu il consumo negli ultimi tempi del medioevo, furono nel seicento e nel settecento importati in tale quantità e con tanta e così regolare frequenza dai mercati orientali che il loro uso divenne generale ed indispensabile a tutte quante le classi sociali. Scomparvero i vecchi centri del commercio internazionale, come Bruges, Anversa Venezia, poiché dovevano necessariamente scomparire gli antichi monopoli, quando i mercati si centuplicavano e le ambizioni, gli interessi politici ed economici e le rideste attività individuali in tutti gli Stati dell’Europa civile costituivano altrettante forze capaci di rompere il vecchio assetto del mondo economico, e capace soprattutto di creare nei punti più lontani e più disparati quasi altrettanti focolai della fortuna mercantile dei tempi nuovi. Ma questa scomparsa o questo oscuramento di vecchi centri commerciali e di vecchi monopoli non significava affatto che qualche cosa periva nella economia degli Stati europei, ma significava invece che il medioevo aveva compiutamente esaurita la sua funzione e che nuove forze più tenaci, più feconde e più varie prendevano il posto delle vecchie energie.
Certo, se noi ci mettiamo dal punto di vista delle piccole o grandi ambizioni cittadine delle Repubbliche italiane o dei centri più sviluppati dei mari del Nord, dobbiamo riconoscere che una decadenza vi fu, e che fu decadenza veramente inarrestabile. Venezia, infatti, dai primi del cinquecento alla fine della gloriosa Repubblica (1797), può essere considerata come una grande superstite di un’età turbinosa nella storia del genere umano. Pochi anni dopo la scoperta dell’America, quando Colombo e quasi tutti con lui non avevano ancora intesa tutta l’importanza della scoperta fatta, nessun mercante veneto come nessuno degli accorti diplomatici della Serenissima mandati in missioni ardue in tutti gli Stati d’Europa avrebbero potuto prevedere che l’audacia e la tenacia del grande genovese potesse aver scavato un abisso tra la Repubblica veneta e il dominio dei mari a cui era abituata. Si continuava ancora a pensare che il vecchio e glorioso Mediterraneo potesse ancora essere il teatro delle imprese commerciali, militari e politiche del mondo, e che le scoperte nuove dovessero contribuire più o meno indirettamente ad elevarne il valore. Ma, dopo meno di mezzo secolo dal 1492 le cose erano profondamente mutate.

Venezia cominciò a rimanere fuori delle grandi vie commerciali, confinata in fondo all’Adriatico, sempre in rapporti diretti con quei paesi orientali che perdevano ogni giorno di più la loro importanza come empori commerciali e come grandi centri di produzione, lontana da quei mari sui quali dovevano decidersi i nuovi destini dell’umanità, e, principalmente, incapace di entrare nell’agone dei grandi Stati europei a disputarsi le ricchezze dei paesi americani. L’India, ciò nonostante, continuò ad essere sempre un immenso mercato, dal quale il commercio veneto e, in genere, il commercio italiano traeva continuo alimento, ma gli scambi commerciali con questo lontano paese si facevano sempre per mezzo di intermediari, proprio quando l’apertura di una via diretta dall’Europa alla penisola indiana dava un fiero colpo a tutti gli intermediari di scambio. D’altra parte, i centri più sviluppati del commercio olandese, anseatico, inglese non avevano più quasi alcun interesse di mantenere con l’Italia quei rapporti cosi intimi e così frequenti che avevano determinata la ricchezza delle nostre maggiori piazze mercantili. Fino a che l’immensità dell’oceano si era aperta dinanzi ai loro sguardi come uno spazio illimitato, non mai superabile con mezzi umani, e fino a che le scarse cognizioni scientifiche e i preconcetti correnti circa la forma della terra avevano esercitato una influenza deleteria sulle audacie dei loro tentativi, l’Italia doveva necessariamente apparire come la terra benedetta dalla natura, perché protesa per quasi tutta la sua lunghezza nel Mediterraneo e capace di essere il centro di una vastissima rete di vie commerciali e di affari, alla quale essi, i nordici, non potevano sfuggire. Quando però gli antichi preconcetti furono sovvertiti e la prova della sfericità della terra fu completamente raggiunta, l’Atlantico e più tardi il Pacifico non furono più sterminate solitudini paurose, ma si popolarono di navi e iniziarono una nuova età nella storia del commercio. Venezia esaurì lentamente nel corso di circa tre secoli le immense ricchezze accumulate nel medioevo.

age_of_discovery_explorations_in_englishLe scoperte geografiche non potrebbero da sole spiegarci la trasformazione compiutasi nella vita economica italiana ed europea all’alba dei tempi moderni; poiché è evidente che esse non avrebbero potuto dare tutti i loro frutti se non fossero esistite già nei popoli europei alcune condizioni indispensabili alla trasformazione economica a cui abbiamo accennato. Sfortunatamente per noi italiani, il medioevo si chiudeva con avvenimenti e con sentimenti tali che non avremmo potuto mai disputare agli altri popoli europei il dominio del commercio internazionale. L’Italia, infatti, aveva creata una meravigliosa civiltà, era stata, durante tutto il Rinascimento, maestra in tutte le arti della Pace a tutti gli Stati del mondo. Ma essa effettivamente non aveva conosciuto mai altri interessi all’infuori di quelli strettamente municipali: il Comune era stato non soltanto una forma di vita provvisoria, una istituzione tale da consentire lo svolgersi di sentimenti e di interessi nazionali, ma era stato per tre secoli la forma definitiva assunta dalla società italiana, ed aveva costantemente ostacolata la formazione di grandi interessi comuni a tutto un Popolo, i quali soli possono determinare radicali mutamenti politici e trasformazioni economiche, e possono conservare il dominio politico ed economico nelle mani di coloro che sono abituati ad esercitarlo. Sorte in un momento di grande depressione in tutte le regioni europee, le Repubbliche italiane poterono lottare con grande fortuna contro qualsiasi ostacolo e trarre profitto dalle crisi morali, politiche ed economiche che i paesi europei attraversavano. Ciascuna Repubblica si costituì in proprio territorio, si dette propri ordinamenti, risolse i problemi che più direttamente la interessavano con i mezzi che più le sembravano convenienti, chiusa in un egoismo veramente eccessivo, non vedendo altro nel mondo che la sua meta da raggiungere a qualunque costo e a dispetto di qualsiasi avversario. La politica militare come la politica mercantile, i rapporti diplomatici come le relazioni economiche, tutti insomma i vincoli che la legavano al mondo subirono la influenza di questo spirito particolarista. Venezia combatteva Genova, come Firenze combatteva Pisa e Siena perché piccoli o grandi interessi cittadini o interessi di gruppi e di ceti speciali volevano così. Si comprende quindi che, quando un qualunque avvenimento rendeva necessario uno sforzo collettivo per vincerne le conseguenze, quando l’apertura di nuove vie commerciali e di nuovi mercati metteva a disposizione degli speculatori più abili un campo non ancora sfruttato, le nostre Repubbliche si trovassero sempre incapaci di trarre tutto il vantaggio possibile dalla loro posizione geografica e politica, poiché le forze di una sola città anche se ingenti non possono a lungo andare avere il sopravvento sulle grandi forze e sui grandi interessi nazionali.

Così il commercio non poteva costituire che un interesse strettamente locale e non mai nazionale; né il diritto internazionale poteva svolgersi normalmente e rendere grandissimi vantaggi pratici ai rapporti giuridici fra le genti. Non che in Italia manchi completamente qualsiasi traccia di sentimento nazionale durante l’età comunale, né che le nostre Repubbliche non abbiano cercato, per mezzo di trattati speciali, di regolare i loro rapporti intercomunali e internazionali. Ma il sentimento di nazionalità non si sviluppò che assai tardi, quando già le istituzioni comunali erano al tramonto; mentre i trattati e le intese avevano sempre il carattere di eccessiva transitorietà e non servivano spesso che ad accendere lunghe ed aspre contese perché facilmente dimenticati o violati. E quando si trattò, proprio ai primi del cinquecento, della possibilità di riunire sotto il dominio di Venezia gran parte dell’Italia continentale (possibilità almeno teorica se non pratica), gli uomini più sinceramente amanti della libertà e della grandezza italiana, come per esempio Nicolò Machiavelli, pensavano con grande trepidazione e finivano con l’affermare recisamente che l’unione, sia pur di tutta la penisola sotto il regime di una Repubblica anche potentissima come Venezia, sarebbe stata feconda di schiavitù economica e politica per la immensa maggioranza degli italiani, mentre avrebbe fatta la grandezza di una sola città e di una oligarchia imperante.
Invece in tutti gli altri stati dell’Europa, anche attraverso le numerose crisi della loro storia medioevale, si era venuta determinando nettamente una costituzione nazionale ed una ben determinata unità d’interessi collettivi a noi completamente sconosciuta. In Francia, per esempio, non mancano città privilegiate, centri di attivi commerci, e non mancano neppure forti e abbastanza liberi Comuni che hanno una propria storia, ma questo fatto non impedì che l’istituzione di un ordinamento politico a base di nazionalità si andasse maturando, pur con tutte le difficoltà gravissime opposte dal Feudalesimo. Così nei Paesi Bassi, in Inghilterra e in Germania. Fino al tramonto della casa di Borgogna tutto il commercio olandese era accentrato in alcune città privilegiate; in Inghilterra la città di Londra godeva non soltanto i vantaggi della sua posizione geografica, ma i numerosi privilegi ad essa accordati dai sovrani; e in Germania le città del nord e i principali centri della Sassonia e delia Baviera, oltre le città renane, vantavano ed esercitavano diritti politici e monopoli commerciali di gran lunga superiori a quelli goduti da altre città. Ma alla fine del quattrocento, quando le istituzioni feudali sono dappertutto rovinate o fortemente scrollate in tutti questi Stati, non sorge soltanto nella coscienza dei popoli un tenace sentimento di solidarietà nazionale, ma gli stessi governi operanti sulla base della nazionalità fanno una politica affatto contraria a quella corrente in Italia.

Il commercio, però, assume un carattere nazionale: i governi se ne interessano come del più fondamentale fattore della pubblica ricchezza e si danno gran moto per trarre dalle scoperte geografiche e dai cambiamenti della carta politica del mondo i vantaggi più immediati per sé stessi. Le grandi compagnie mercantili non solo continuano ad esistere e continuano a costituirsi ogni giorno, ma sono costantemente favorite dai governi più illuminati, poiché, nella costituzione della società borghese capitalistica, la coalizione di grande interessi e di forti nuclei sociali rappresenta una delle necessità più sentite e uno dei fatti più inevitabili. Ma è subito da soggiungere che questo fatto non è in conflitto con gli interessi generali di una nazione, ma, mentre serve mirabilmente a organizzare per la conquista economica le forze più salde della nazione, serve anche all’espansione della influenza politica e commerciale dello Stato. Le grandi compagnie, per esempio, delle Indie orientali e occidentali furono privilegiate talvolta in modo quasi scandaloso dall’autorità politica; ma è innegabile che i vantaggi che esse ottennero nei paesi lontani si riversarono sull’Olanda e sull’Inghilterra intera non solo, ma esse servirono quasi di avanguardia nella marcia degli Stati occidentali verso la conquista politica di uno dei più ricchi paesi del mondo. E soggiungiamo anche che ben presto sorsero i monopoli di Stato e sorsero sistemi doganali dettati da interessi prevalentemente nazionali. Molti economisti moderni hanno combattuto e combattono il sistema di monopolio e gli esosi sistemi doganali che intralciano la libera circolazione della ricchezza, secondo i bisogni e le richieste delle masse consumatrici; noi possiamo anzi deplorare che troppo lentamente si sia fatta strada nell’umanità il concetto della libertà del commercio, ma tutto questo non significa affatto che quando questi sistemi cominciarono a funzionare non abbiano esercitata una benefica influenza su lo sviluppo della ricchezza e della forza politica delle nazioni. Effettivamente, si pensi che all’alba dei tempi moderni tutti gli Stati europei erano ancora politicamente deboli ed economicamente non ben saldi. La produzione nazionale per potersi sviluppare aveva bisogno di grandi protezioni e di molti riguardi, specialmente perché qualunque produzione rimunerativa deve anzitutto trovare facilità di smercio, e deve in secondo luogo conquistare il maggior numero possibile di mercati. Ora, in un momento in cui questo supremo interesse collettivo si manifestava contemporaneamente presso tutte le nazioni più progredite dell’Europa, si comprende benissimo che un conflitto economico e non di rado anche un conflitto armato dovesse determinarsi necessariamente. Il monopolio adunque e i molteplici sistemi doganali servivano appunto ad opporre un argine all’espansione economica degli Stati vicini o lontani a danno della ricchezza nazionale. Era una vera guerra di tariffe, un po’ come quelle che di tratto in tratto funestano oggi il campo del commercio internazionale, ma si deve riconoscere che tutto questo complesso di protezioni, di monopoli, di privilegi concessi a grandi compagnie nell’interesse dell’espansione commerciale della collettività faceva sì che l’unità politica si rinsaldasse con tutte le forze della organizzazione economica, e che gli Stati europei potessero con energie collettive assai potenti affrontare quei vasti problemi commerciali, di fronte ai quali l’abilità del mercante italiano, i capitali dei nostri banchieri, i vessilli delle nostre Repubbliche non potevano ormai più avere alcuna speranza di vittoria.

Un altro dei segni caratteristici della storia del commercio moderno è la codificazione del diritto marittimo e la istituzione definitiva di grandi istituti di credito sotto la immediata tutela dello Stato.
Il medioevo e la stessa antichità avevano avuto leggi marittime, specialmente intese a regolare e a garantire la tutela dei marinai e degli armatori; le Repubbliche marittime ebbero delle istituzioni fiorentissime come quelle del consolato del mare, che ha tutta una storia e che esercitò influenza grandissima su lo sviluppo della legislazione mercantile. Ma per avere un vero codice che regolasse e garantisse il commercio e più specialmente il commercio marittimo, bisogna venir giù sino alla fine del secolo decimosettimo e ricordare che nel 1681 Luigi XIV emanò quella celebre ordinanza in materia commerciale che servì di base a tutta la legislazione posteriore della Francia. D’altra parte, bisogna fermarsi al secolo XVII per trovare la prima elaborazione e la prima esposizione scientifica del diritto commerciale e del diritto marittimo, e per poter parlare altresì meno imperfettamente di un diritto internazionale codificato. Infatti, le questioni relative alle merci protette da bandiera neutrale in tempo di guerra, e le questioni relative alla salvezza dei carichi estranei a tutto ciò che occorre per lo svolgimento delle operazioni militari, come pure le questioni attinenti alla preda, alla cattura di navi e di equipaggi, ai naufraghi, dovevano essere necessariamente discusse e risolute quando le frequenti relazioni commerciali e l’intensa partecipazione di popoli così diversi ai viaggi marittimi rendevano inevitabili rapporti giuridici e conflitti. Certo, si provvide a tutto questo complesso di circostanze e di bisogni con trattati speciali più e meglio che non con la redazione e con la elaborazione scientifica di leggi e di norme fondamentali accettate da tutti i popoli civili, ma è anche certo che il diritto internazionale si crea proprio ora una sua individualità spiccata. Così, il diritto commerciale in genere, cioè il complesso delle norme relative a tutte le operazioni commerciali (compreso quindi, il commercio marittimo), il quale era stato quasi nullo nell’antichità e che aveva avuto appena delle saltuarie manifestazioni e norme frammentarie e transitorie nel medio evo, assurge nei tempi moderni a grande altezza, fino al punto che, se si volesse fare una esagerazione, si potrebbe dire che siccome tutti i rapporti materiali o animati da interessi materiali tra uomo e uomo sono o possono essere rapporti commerciali in senso largo, così tutto il diritto civile moderno trova la sua più significante applicazione nel diritto commerciale.

Lo stesso dicasi delle istituzioni bancarie, poiché il medioevo ha creato il capitalismo moderno e ha dato alla ricchezza circolante e alla ricchezza tipica, la moneta, una funzione altissima da compiere nella società e una importanza massima nello svolgimento della vita economica del mondo. E si disse anche che le banche si moltiplicarono rapidamente e con fecondità straordinaria negli ultimi tempi del medio evo, al tramonto della civiltà comunale. Ma la banca medioevale non ha che assai scarsi punti di contatto con l’istituto di credito dei tempi moderni. La funzione della banca, ossia la funzione del credito rimase in fondo la stessa, ma i mezzi con i quali questa missione del credito si andò esplicando nell’età moderna differiscono profondamente dai mezzi e dalle norme seguite nel medioevo. Soprattutto, mentre la banca medioevale non era se non che una istituzione assolutamente d’indole privata, soggetta agli arbitri delle persone e scarsamente regolata dalle leggi nelle sue operazioni, la banca moderna, pur conservando generalmente il carattere che le è proprio di istituto di diritto privato, si trova così intimamente e continuamente legata alle leggi dello Stato, ed è talvolta così minuziosamente disciplinata dalle leggi vigenti, che il suo carattere è profondamente mutato negli ultimi quattro secoli. Sono anzi sorti nell’età moderna degli speciali istituti di credito sorretti dalla forza stessa dello Stato e incaricati dallo Stato di speciali funzioni pubbliche e di speciali servigi come, per esempio, l’emissione dei biglietti.
Oltre a ciò la struttura interna degli istituti di credito si è arricchita di congegni nuovissimi fino al punto che una banca moderna non ha proprio più nulla in comune con una banca medioevale, all’ infuori dello scopo a cui mirano entrambe e degli interessi dei quali sono l’esponente. Ciò naturalmente è dovuto in special modo all’industrialismo moderno che ha reso affannoso il ritmo della nostra società e che ha reso indispensabile la creazione di una immensa quantità di intermediari di credito, affinché colui che del credito ha bisogno e colui che è in condizioni di esercitare il credito si trovino facilmente e rapidamente a contatto per la determinazione e la difesa dei loro desideri e dei loro interessi. Perciò le vecchie operazioni di deposito e di giro pesantemente organizzate e sempre mal sicure, si moltiplicano a mano a mano, dal secolo XVI in poi, fino a raggiungere quella rapidità e quella precisione quasi meccanica che caratterizzano oggi i massimi istituti di credito, e che rendono possibile la creazione dei più svariati vincoli giuridici e delle più svariate obbligazioni. Finalmente, l’età moderna a differenza del medioevo conosce la banca di Stato di cui si può appena ricordare un precedente nel celebre banco di Venezia, poiché lo Stato si è venuto sempre più adattando, nella sua costituzione e quasi nella sua personalità giuridica privata, diventando (a parte l’autorità politica che esso ha ed esercita) un ente patrimoniale, cioè capace di possedere, di permutare, di acquistare, di compiere insomma tutte quelle funzioni che sono proprie dei privati e che nel medio evo non si svilupparono mai così compiutamente come nei tempi nuovi. E ciò anche perché l’età moderna conosce lo Stato industriale, cioè lo Stato che esercita i monopoli, mentre lo Stato medioevale limitava le sue funzioni entro confini più ristretti, quantunque pesasse con la sua influenza, molto più dello Stato moderno, su tutte le manifestazioni della vita economica del paese.

Analogo allo sviluppo delle funzioni del credito e quindi degl’istituti di credito è lo sviluppo delle industrie. Sarebbe inutile una rassegna anche sommaria delle principali industrie moderne, in questo luogo, ed ancora più inutile un inno al trionfo dell’industrialismo moderno, poiché solo che volgiamo lo sguardo intorno a noi tutto ci parla in modo eloquente di questo trionfo che è tra i più grandi dell’ umanità.
Ma si richiamino almeno i caratteri principali di questa civiltà industriale glorificata o condannata con tanto impeto di passioni. Il medioevo conobbe la produzione industriale, come del resto la conobbero un po’ anche i popoli antichi, e come da un certo punto di vista la conobbero tutti gli uomini in tutte le età anche più remote, poiché, quando l’uomo adopera la sua forza muscolare e la sua intelligenza per produrre un oggetto qualsiasi che non sia strettamente necessario alla sua vita fisica, ma che è ceduto ad altri che quell’oggetto non sa o non può produrre, noi ci troviamo già dinanzi all’embrione di una produzione industriale. Ma tutti comprendono che questa specie di produzione industriale e anche quell’altra che rese celebri le nostre associazioni artigiane medioevali non ha che pochi punti di contatto con la produzione industriale moderna. E non si tratta soltanto di quantità maggiore di prodotti, ma si tratta specialmente di tutto un complesso di circostanze, di previsioni, di calcoli che accompagnano e guidano la produzione industriale. Nei tempi moderni essa non si segna dei confini, o almeno segna a sé stessa dei limiti straordinariamente instabili, determinati soltanto dalla instabilità della richiesta dei mercati.
L’industriale non produce se non in concorrenza con altri industriali e rivolgendosi sempre a un numero maggiore di consumatori, donde deriva un’automatica, e progressiva diminuzione dei prezzi dei prodotti a vantaggio di chi acquista.
Né i tempi moderni, sino alla fine del secolo XVIII, hanno tollerato i vecchi sistemi di monopolio, né hanno limitato la produzione industriale ai prodotti più fondamentalmente utili alla vita, ma, mentre hanno proclamato il grande principio della libertà dell’industria, hanno altresì quasi indovinata l’esistenza recondita di tanti e così svariati bisogni umani che il numero dei prodotti, anche se non ha raggiunto l’immensità dei prodotti dell’industria contemporanea, è stato grandissimo. Ciò è stato agevolato dall’introduzione della macchina che ha centuplicate le energie dell’uomo e ha eliminata una grande quantità di imperfezioni e di anomalie dai prodotti industriali, rendendoli più perfetti meccanicamente se anche meno pregevoli artisticamente; ed è stato anche agevolato dal fatto che la conoscenza sempre più precisa di regioni nuove e il progresso delle conoscenze scientifiche, specialmente chimiche e meccaniche, hanno offerto all’industria abbondante materia prima, e ricchi mezzi atti a rendere più agevole o meno imperfetto qualsiasi prodotto di uso quotidiano o di lusso. Si è destata nell’età moderna ciò che è stato chiamato la febbre della produzione, le crisi si sono fatte frequenti e terribili e hanno spesse volte distrutte sorgenti economiche copiosissime e prodotto la rovina in molti rami della produzione; ma veramente le crisi stesse hanno servito a formare quella vasta esperienza dei mercati e dei bisogni dei consumatori, che è base di qualsiasi progresso industriale.

Finalmente noi dobbiamo ricordare il sistema coloniale come uno dei fatti più caratteristici nella storia del commercio moderno. Il sistema coloniale, cioè un complesso di leggi e di monopoli che accentrano nella madre patria i più svariati prodotti delle colonie, è assolutamente sconosciuto all’antichità e al medioevo. Le colonie fondate da tutti i popoli dell’ antichità conservano generalmente una quasi completa indipendenza specialmente dal punto di vista economico, oppure sono colonie militari, come quelle create dai Romani. Possono essere in intimi rapporti con la madre patria, e spesso costituiscono con lei una federazione talvolta di carattere e d’importanza nazionale, ma possono anche avere una storia propria e fondare a loro volta altre colonie e altre federazioni.
Il medio evo non fondò delle vere colonie, ma provvide quasi esclusivamente ad acquistare piazzeforti e privilegi mercantili. Gli Arabi che pur si diffusero dall’un capo all’altro del Mediterraneo e si stabilirono nelle regioni più fertili delle coste e dell’interno, non possono chiamarsi colonizzatori nel senso moderno della parola, poiché essi o fondarono Stati indipendenti, là dove si trapiantarono, o finirono col mescolarsi con l’elemento indigeno al punto da subirne il dominio politico e il dominio economico. E a ogni modo, quando gli Stati che si fondarono furono distrutti non rimase in piedi che il ricordo della loro passata grandezza. Egualmente, le grandi Repubbliche italiane più che colonie fondarono stabilimenti e succursali di associazioni artigiane e di case bancarie; all’ estero il fiorentino , il veneziano, il genovese si serviva del nome e della forza politica della città natale, o della città dei suoi progenitori, unicamente per meglio sviluppare tutte le sue attività e per favorire le sue più ardite speculazioni , mentre la patria lontana si serviva dei suoi figli, viventi un po’ dappertutto, per mantenere vivo il culto della sua forza presso gli stranieri e per avere uno sbocco ai suoi prodotti.
Appartiene all’età moderna la costituzione di un sistema coloniale. Portoghesi, Spagnoli, Inglesi, Europei in genere, s’impadroniscono delle terre del nuovo mondo non difese e talvolta non abitate, vi mandano veri e propri coloni, cioè gente abituata ai lavori e ai traffici, a cui la patria commette uno dei compiti più complessi e più grandiosi, di sviluppare cioè in servizio della nazione le energie economiche ancora latenti nelle regioni lontane. E mentre sono singoli avventurieri o piccoli manipoli di esploratori audaci che scoprono nuovi mondi e nuove genti umane, la conquista e l’atto del prenderne possesso è compiuto in nome dello Stato, dalla cui bandiera gli esploratori sono protetti. La vita delle colonie si sviluppa con incredibile rapidità, l’importanza economica delle nuove terre si fa sempre più grande, poiché infiniti prodotti nuovi inondano tutti i mercati del mondo, ed ecco che la madre patria con la tutela di un privilegio che nessuno le aveva concesso, ordina che l’unico sbocco per i prodotti delle colonie debba essere la metropoli lontana, di modo che il colono e l’indigeno dei recenti possedimenti sono costretti ad alimentare il commercio e gli affari degli speculatori della nazione di origine a scapito della loro dignità e dei loro interessi più immediati. E anche là dove, come in India, non è il caso di parlare di terre occupate senz’ altro perché non difese o non abitate, la politica coloniale dei moderni Stati europei non si è svolta molto diversamente, poiché, appena compiuta la conquista politica del paese, tutti i suoi prodotti e tutte le sue risorse sono stati incanalati verso la nazione conquistatrice. I tempi moderni perciò dovevano chiudersi, allo scoppio della Rivoluzione francese, col fallimento di un sistema tanto irrazionale, e con l’inizio dell’indipendenza politica ed economica dei nuovi continenti.

 

 

(da Romolo Caggese, Storia del commercio, 1922)