LA TEORIA DELLA CLASSE POLITICA

di Gaetano Mosca –

Nel capitolo conclusivo della sua “Storia delle dottrine politiche”, Gaetano Mosca percorre un viaggio attraverso secoli di potere, idee e rivoluzioni. Il grande politologo – scomparso 85 anni fa – spiega come da Aristotele alle élite moderne le società abbiano costruito, difeso e trasformato le proprie classi dirigenti. Anche di fronte alle grandi fratture della storia, quando le civiltà, indebolite dalla decadenza dell’antica classe politica e dall’indifferenza dei cittadini, cedono all’urto dei “barbari”.

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Le due classificazioni tradizionali delle forme di governo sono quelle formulate da Aristotile e da Montesquieu. La prima le divideva in monarchie, aristocrazie e democrazie a seconda che i poteri sovrani erano concentrati in una sola persona, in una classe ristretta, oppure nella totalità dei cittadini. La seconda definiva dispotici quei regimi nei quali la volontà dell’unico sovrano non aveva alcun freno nelle consuetudini, nei privilegi locali e di classe e nella legge che egli stesso dettava; monarchici quelli nei quali accanto al monarca funzionavano i freni accennati ed infine definiva repubbliche quelle organizzazioni politiche nelle quali non vi era un capo dello Stato ereditario e la sovranità spettava o ad una parte dei consociati, come avveniva nelle repubbliche aristocratiche, o alla loro totalità come avveniva in quelle democratiche.
Queste classificazioni avevano anzitutto il difetto comune di essere state concepite in base all’osservazione di un solo momento della storia degli organismi politici. Quella di Aristotile infatti era basata sulle condizioni dello Stato-città ellenico del quinto e del quarto secolo prima dell’era volgare e quella di Montesquieu teneva conto soltanto della organizzazione degli stati europei contemporanei all’autore; quando a Venezia, a Genova e nella Svizzera non vi era un capo dello Stato ereditario, in Francia funzionava una monarchia fino ad un certo punto limitata dalle consuetudini, dalla relativa indipendenza della magistratura e dai privilegi di classe e delle corporazioni, ed in Turchia vi era un unico despota che, apparentemente, tutto regolava a suo arbitrio. Però s’intravede fra le righe dello Spirito delle leggi che il suo autore ritrovava il tipo perfetto della monarchia temperata nel regime che allora vigeva in Inghilterra.
Ma il maggior difetto delle classificazioni accennate sta nella superficialità dei criteri in base ai quali vennero formulate, perchè esse tengono conto più dei caratteri appariscenti anzichè di quelli sostanziali per i quali si diversificano i vari organismi politici. Se ci riferiamo infatti alla classificazione di Montesquieu facilmente possiamo constatare che fra la struttura politica di due repubbliche può esservi maggiore differenza di quella che corre fra una di esse ed una data monarchia. Per citare un esempio vi è oggi maggiore differenza tra la repubblica degli Stati Uniti d’America e quella francese di quanta ve ne sia fra questa e la monarchia belga; nè occorre ricordare quanto grande sia la differenza fra una repubblica moderna ed una dell’antichità o del medio evo. E d’altra parte se ci riferiamo alla classificazione aristotelica dobbiamo riconoscere che è impossibile che un solo monarca governi milioni di sudditi senza il sussidio di una gerarchia di funzionari, ossia di una classe dirigente, e che è pure impossibile il funzionamento di una democrazia se l’azione delle masse popolari non viene coordinata e diretta da una minoranza organizzata, ossia da un’altra classe dirigente.

Oggi un nuovo metodo di studi politici tende appunto a concentrare l’attenzione dei pensatori sulla formazione e l’organizzazione della classe dirigente che ormai generalmente in Italia appellasi classe politica.
A dir vero questo metodo non è intieramente nuovo perchè intuizioni isolate dell’importanza e della necessità di una classe dirigente si possono trovare perfino nell’antichità classica e negli scritti di Machiavelli, di Guicciardini e di Rousseau ed anche più se ne trovano in autori del secolo decimonono, fra i quali certamente occupa un posto cospicuo Saint-Simon. Ma fu soltanto verso la fine del secolo scorso e durante quello presente che la nuova visione del mondo politico si è andata diffondendo.
Uno dei primi risultati del nuovo metodo fu la nozione di ciò che fin dal 1883 fu denominato formula politica, cioè la constatazione che in tutti i paesi arrivati ad un grado anche mediocre di cultura la classe politica giustifica il suo potere appoggiandolo ad una credenza o ad un sentimento in quell’epoca ed in quel popolo generalmente accettati. I quali potrebbero essere, secondo i casi, la presunta volontà del popolo o quella di Dio, la coscienza di formare una nazionalità distinta od un popolo eletto, la fedeltà tradizionale ad una dinastia o la fiducia in un individuo dotato di qualità eccezionali.
Naturalmente ogni formula politica deve essere in armonia col grado di maturità intellettuale e morale del popolo e dell’epoca in cui è adottata. Essa perciò deve strettamente corrispondere alla particolare concezione del mondo che in un determinato momento quel popolo ha, e deve costituire il cemento morale fra tutti gli individui che di quel popolo fanno parte.
Sicchè quando una formula politica è, diremo così, oltrepassata, quando è scossa la fede nei principii sui quali è poggiata e si intiepidiscono i sentimenti che l’hanno creata, è segno che serie ‘trasformazioni sono imminenti nella classe politica. La grande rivoluzione francese avvenne quando la grande maggioranza dei Francesi non credeva più al diritto divino dei re e la rivoluzione russa scoppiò quando la quasi totalità degli intellettuali, e forse anche la maggioranza degli operai e dei contadini russi, non credevano più che lo Czar avesse ricevuto da Dio la missione di governare autocraticamente la santa Russia.
Viceversa, quando una formula politica è in armonia con la mentalità di una data epoca e con i sentimenti più diffusi fra un dato popolo, la sua utilità riesce innegabile, perchè molto spesso serve a porre dei limiti all’azione di chi comanda e nobilita in certo modo l’obbedienza, non essendo più essa il risultato esclusivo di una coercizione materiale.

Dato che in ogni organismo politico è necessaria l’esistenza ed il funzionamento di una classe dirigente, riesce evidente che lo sforzo di coloro che vogliono studiare i fenomeni politici deve concentrarsi nell’esame dei diversi tipi di organizzazione e di formazione di essa.
Per quel che riguarda l’organizzazione si può affermare che finora è avvenuta secondo tre tipi differenti: il feudale, il burocratico ed un terzo tipo meno diffuso, ma che non si può trascurare data l’eredità intellettuale che esso ha lasciato e l’importanza che in una data epoca ha acquistato, intendiamo alludere allo Stato-città ellenico ed italico.
Il sistema che per reminiscenze storiche abbiamo chiamato feudale è il più semplice e primitivo, ma nello stesso tempo il meno perfetto perchè difficilmente riesce a coordinare stabilmente tutti gli sforzi di un popolo verso un fine unico civile o militare. La caratteristica principale di esso consiste nel fatto che il territorio dello stato viene diviso in tante parti, in ognuna delle quali il rappresentante del supremo gerarca riunisce nelle proprie mani tutti i poteri sovrani.
Così avveniva in Europa nel Medio Evo, quando il barone era nello stesso tempo capo militare, giudice e poteva anche imporre taglie e tributi nell’àmbito del suo feudo.
Ciò faceva sì che ogni parte dello stato poteva mantenere una posizione quasi indipendente di fronte all’organo centrale, ed anche, con una relativa facilità, staccarsi da esso. Sicchè nei regimi feudali l’unità dello stato e la coesione fra le diverse parti potevano essere mantenute integre solo quando l’organo centrale era diretto da un uomo superiore che aveva tanto prestigio e tanta energia da imporsi ai capi locali; oppure quando il sentimento nazionale era così forte da ostacolare grandemente la suddivisione dello stato, come accadeva nel Giappone prima dello shogunato dei Tokugava [1].
Il sistema burocratico è caratterizzato dal fatto che le funzioni di governo sono distribuite non secondo il territorio, ma secondo la natura di esse. Perciò la direzione militare viene separata da quella giudiziaria e questa da quella finanziaria ed ogni ramo delle attribuzioni della sovranità viene affidato ad altrettante gerarchie speciali di funzionari, ognuna delle quali riceve il suo impulso dall’organo centrale dello stato. Essendo le varie attività di governo affidate a persone diverse, diventa più efficace e sicura l’azione del piccolo gruppo che sta a capo di tutta l’organizzione dello stato, ed assai difficilmente una parte del territorio riesce a staccarsi dal resto ed a vivere di vita propria.

Gli antichi imperi orientali e gli stati maomettani conservarono quasi sempre i caratteri dello stato feudale, ma nell’antico Egitto troviamo alle volte le tracce di una evoluzione verso lo stato burocratico; come pure una burocratizzazione iniziale, malgrado la grande latitudine di poteri concessa ai governatori locali, si può rinvenire in China, durante le epoche migliori della civiltà chinese. Più grande era l’indipendenza dei satrapi, ossia dei governatori locali, nell’antico Impero persiano ed è noto come l’eccesso di questa indipendenza sia stata una delle cause precipue della dissoluzione, relativamente rapida, del Califfato di Bagdad e dell’Impero del Gran Mogol.
Il passaggio dall’organizzazione feudale a quella burocratica suole avvenire assai lentamente; un esempio caratteristico della durata di questa trasformazione ci è dato dalla Francia, dove la lotta tra la monarchia accentratrice e la feudalità durò, con varie fasi, quasi sette secoli, quanti ne corrono da Ugo Capeto a Luigi XVI. Sebbene più difficilmente, anche gli stati burocratici possono subire delle disgregazioni e delle dissoluzioni, come avvenne nell’ Impero romano d’Occidente nel quinto secolo dell’era volgare, ed allora la dissoluzione fu più completa e duratura di quella che suole aver luogo nei periodi di decadenza degli stati feudali, ed alla disgregazione dell’organismo politico si accompagna una trasformazione delle forze morali ed una decadenza delle forze economiche che prima dirigevano la società.
Abbiamo già accennato alle caratteristiche originali che distinguevano l’antico Stato-città della Grecia e quello italico dagli altri tipi di organizzazione politica, caratteristiche che in parte possono riscontrarsi anche nel Comune medioevale che, dopo il mille, si costituì nell’Europa occidentale. Tanto nell’uno che nell’altro la classe dirigente era, almeno apparentemente, molto larga, perchè, data la breve durata delle cariche pubbliche ed il loro avvicendamento, essa comprendeva buona parte della popolazione della città egemonica [2].
Di fatto però, specialmente a Roma, le cariche più importanti erano quasi sempre disimpegnate dai membri di un certo numero di famiglie eminenti, ed in Grecia quando la corrente democratica prevaleva al punto da imporre un’eguaglianza assoluta fra tutti i cittadini, ciò avveniva in seguito a lotte civili, ed a spogliazioni dei ricchi che preparavano la formazione di un’oligarchia più stretta la quale si costituiva attorno al tiranno.
Anche nei Comuni medioevali le cariche più importanti erano ordinariamente riservate alle capetudini delle arti maggiori, o, come avveniva a Venezia, ad un certo numero di famiglie altolocate, e, dove questa concentrazione del potere in una classe ristretta non ebbe luogo, quasi sempre al Comune si sostituì la Signoria analoga alla tirannide antica.

Non occorre ricordare che tanto nella città-stato antica che nel Comune medioevale riusciva quasi impossibile l’ingrandimento dello stato se si volevano conservare gli ordinamenti sui quali era basato. Solo la sapienza politica di Roma potè in parte superare questa difficoltà, ma anthe Roma ad un certo punto dovette trasformarsi in uno stato burocratico, quando il suo dominio si estese a tutte le coste del Mediterraneo. Però può destare maraviglia la constatazione della forza e della resistenza ai disastri che, in proporzione della sua vastità, questo tipo di organizzazione politica potè in alcune occasioni dimostrare. Si sa infatti che Atene potè mandare circa quarantamila uomini in Sicilia quando intraprese la sua malaugurata spedizione contro Siracusa, e che, malgrado che pochissimi di coloro che avevano preso parte alla spedizione fossero tornati in patria, potè resistere ancora per quasi un decennio alla lega del Peloponneso; che Roma malgrado le ingentissime perdite potè vincere la prima e la seconda guerra punica, e che Pisa, la quale non doveva nel secolo decimoterzo superare gli ottantamila abitanti, ebbe cinquemila morti ed undicimila prigionieri alla battaglia della Meloria. E non occorre ricordare il contributo che alle arti, alle lettere ed alle scienze diedero Atene, Firenze e Venezia.
L’influenza intellettuale di questa forma di stato ha contribuito, insieme con parecchi altri coefficienti, alla creazione ed al mantenimento di quel tipo di organizzazione politica che potrebbe chiamarsi liberale in contrapposto all’altro che potrebbe chiamarsi autocratico. La caratteristica principale del sistema liberale consiste nel fatto che la trasmissione del potere viene fatta dal basso in alto, cioè che i funzionari vengono creati dal suffragio di coloro che dovranno a loro sottostare, mentre viceversa nel sistema autocratico il gerarca supremo nomina i suoi immediati coadiutori, i quali alla loro volta nominano i funzionari subalterni [3].
È noto che erano organizzati secondo il sistema autocratico gli antichi imperi orientali, gli stati maomettani, l’ Impero romano, quello di Bisanzio e, con qualche riserva, anche le monarchie dell’ occidente d’ Europa dal secolo decimosesto fino agli inizi del decimonono. Viceversa possono essere considerati come appartenenti al tipo liberale, oltre alle città-stato dell’antichità ed ai Comuni medioevali, i governi repubblicani e le monarchie parlamentari, sebbene a dir vero in Europa tanto le repubbliche che le monarchie temperate potrebbero essere considerate come tipi misti, perchè le burocrazie, che detengono buona parte del potere effettivo, sono quasi sempre reclutate secondo il sistema autocratico.

In generale si può affermare che i regimi autocratici sono più duraturi di quelli organizzati secondo il sistema liberale, i quali sono organismi delicati che possono funzionare bene solo quando le condizioni dei popoli che li hanno adottati lo permettono ed in epoche di prosperità economica e di grande fioritura intellettuale. Sarebbe ingenuo credere che i regimi liberali, in conformità alla formula politica che li giustifica, si appoggino sul consenso esplicito della maggioranza numerica dei cittadini, perchè, come abbiamo altrove dimostrato, nelle elezioni la lotta si svolge fra i diversi gruppi organizzati, che possiedono i mezzi di influenzare la massa degli elettori disorganizzati, ai quali non resta che scegliere fra i pochissimi rappresentanti di questi gruppi.
Però nella lotta che avviene per captare i suffragi della maggioranza disorganizzata ogni gruppo si sforza di uniformarsi, almeno apparentemente, alle idee ed ai sentimenti in essa prevalenti, e se ciò alle volte permette ai regimi liberali di spiegare una forza straordinaria, dall’altro lato fa sì che la classe dirigente subisca l’influenza degli elementi più numerosi ma meno coscienti dei veri bisogni della società. Ed è appunto per ciò che il maggior pericolo che corrono le istituzioni liberali consiste nella concessione del suffragio agli strati più incolti della popolazione [4].
Ma se è importante lo studio dei diversi tipi di organizzazione della classe politica forse ancora più importante è l’esame dei diversi metodi adottati per la sua formazione, ossia dei veri criteri secondo i quali essa ammette e conserva nel proprio seno un certo numero d’individui e ne tiene lontani molti altri.
Il criterio generalmente prevalente, e quasi indispensabile nella formazione di una classe dirigente, consiste nell’attitudine a dirigere, ossia, come già aveva intuito Saint-Simon, nel possesso di quelle qualità personali che, in una data epoca ed in un dato popolo, sono le più adatte alla direzione della società. A ciò si potrebbero aggiungere la volontà di dominio e la coscienza di possedere le qualità accennate. Le quali subiscono continui cambiamenti, perchè continuamente cambiano le condizioni intellettuali, morali, economiche e militari di ogni popolo, ciò che fa sì che anche i suoi ordinamenti politici e amministrativi debbano parallelamente modificarsi.

Queste modificazioni alle volte sono lente, ed in tale caso i nuovi elementi che s’infiltrano nella classe dirigente non ne cambiano rapidamente lo spirito e la compagine, alle volte invece sono rapide e tumultuose ed allora la sostituzione degli elementi nuovi ai vecchi può divenire, nel corso di una o due generazioni, quasi completa. Nel primo caso si può affermare che prevale la tendenza che altrove abbiamo chiamato aristocratica, nel secondo l’altra che abbiamo chiamata democratica.
È assai difficile, anzi diremo quasi impossibile, di eliminare del tutto l’azione di una delle due tendenze; perchè una prevalenza assoluta di quella aristocratica presupporrebbe che il pensiero e le condizioni di vita di una società umana non dovessero mai cambiare, ciò che una lunga esperienza insegna che sarebbe assurdo; e d’altra parte una prevalenza assoluta della tendenza democratica potrebbe aver luogo se i figli non ereditassero i mezzi, le relazioni e le cognizioni che hanno servito ai padri per conseguire i posti migliori.
Si è voluta indicare la proprietà privata della terra, dei capitali e di tutti gli strumenti di produzione come causa precipua della ereditarietà dell’ influenza politica. E non si può negare che in questa affermazione vi sia una parte di vero, ma crediamo di avere già dimostrato che, se la proprietà dei cennati strumenti venisse attribuita allo stato, coloro che amministrerebbero lo stato, i quali sono sempre una minoranza, cumulando il potere economico e quello politico disporrebbero di larghissimi mezzi per agevolare la carriera dei propri figli ed anche delle persone a loro benvise.
Il rinnovamento rapido e quasi completo della classe dirigente, in epoche ormai abbastanza remote, non raramente avveniva in seguito ad una irruzione di popolaziori barbare, che ancora non avevano sedi fisse, le quali si stabilivano nel paese conquistato e vi prendevano il posto degli antichi dominatori. Molto spesso il successo degli invasori era dovuto in gran parte alla discordia ed alla decadenza dell’antica classe politica e quasi sempre alla indifferenza, se qualche volta anche alla connivenza delle plebi del paese invaso [5].
Questi cataclismi politici non furono molto rari negli antichi imperi orientali. Parecchi ne subì la civiltà mesopotamica, ed è vecchia ormai la nozione delle rovine che l’ invasione degli Hiqsos apportò all’antico Egitto. Invasioni dello stesso genere ebbero a subire in epoche diverse la China e l’India e non occorre di ricordare la caduta dell’Impero romano d’Occidente e le invasioni degli Arabi e dei Turchi.
Col progredire della civiltà le zone abitate da popolazioni barbare e nomadi si sono andate restringendo e quelle abitate da popolazioni dense e stabili, dedite alle industrie, ai commerci pacifici e ad una agricoltura intensificata si sono andate allargando; inoltre l’avanzata civiltà ha fornito mezzi di difesa contro la barbarie assai più efficaci di quelli che erano in uso fino all’epoca di Gengiskan e di Tamerlano. Sicchè i cataclismi del genere di quelli che abbiamo accennato sono diventati molto difficili, per non dire impossibili.
Viceversa in epoche recenti e recentissime, dei rinnovamenti rapidi e violenti delle classi dirigenti sono avvenuti per opera di nuove forze politiche che sono sorte nell’interno dei vari paesi e per il dissolvimento di quelle antiche. In altre parole, alle invasioni si sono sostituite le rivoluzioni; e basterà citare in proposito la grande Rivoluzione francese, forse anche quella che ebbe luogo nel Giappone dal 1853 al 1868; e finalmente, più grave di tutte, la Rivoluzione russa [6].
Qualunque poi sia la causa dei cataclismi politici che hanno rinnovato la composizione e gli ordinamenti della classe dirigente quasi sempre frammenti più o meno numerosi di quella antica sono entrati nella nuova.

Dallo studio obiettivo della storia forse si può ricavare la conseguenza che i regimi migliori, ossia quelli che hanno avuto maggiore durata e che per lungo tempo hanno saputo evitare quelle crisi violente che di tanto in tanto, come avvenne alla caduta dell’Impero romano, hanno respinto l’umanità verso la barbarie, sono quelli misti. Quelli cioè nei quali non prevale in modo assoluto nè il sistema autocratico, nè il liberale e la tendenza aristocratica viene temperata da un rinnovamento lento ma continuo della classe dirigente, che riesce così ad assorbire quegli elementi di sano dominio, che mano mano si affermano nelle classi dirette. Ma perchè un simile regime possa durare, occorre un complesso di circostanze che la sapienza di nessun legislatore può improvvisamente creare. Poichè è necessaria quella moltiplicità e quell’equilibrio delle forze dirigenti che solo una civiltà molto avanzata può produrre: cioè che il potere religioso sia separato da quello politico, che la direzione economica non sia captata intieramente dai reggitori dello stato, che le armi non siano esclusivamente in mano di una frazione della società, separata e distinta da tutte le altre, e che la cultura e la preparazione tecnica siano uno dei requisiti che aprono l’adito alla classe dirigente.
E tutto ciò non basta: perchè è pure necessario che un’educazione lenta a formarsi ed una lunga esperienza siano riuscite a trovare i modi pratici per frenare gli istinti violenti e malvagi che spesso si accompagnano allo spirito di dominio; istinti che tante volte sono riapparsi durante le grandi crisi politiche dopo che un lungo periodo d’ordine e di pace sociale avea fatto credere agli osservatori superficiali che essi fossero estinti.

(da G. Mosca, Storia delle dottrine politiche, Laterza, Bari 1945, pp. 339-353)

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Note

[1] Lo shogunato dei Tokugava si affermò nei primi anni del secolo decimosettimo; si sa che da allora fino al secolo decimonono il potere centrale nel Giappone fu abbastanza forte, perchè i Daimios, ossia i grandi feudatari, erano molto sorvegliati e buona parte del paese, e soprattutto i punti strategici di esso, dipendevano direttamente dallo shogun.

[2] Non occorre ricordare che in Grecia dalla cittadinanza erano sempre esclusi gli schiavi, gli stranieri domiciliati e alle volte perfino coloro che non erano figli di un cittadino e di una cittadina. Si sa poi che Aristotile, che non era certo un aristocratico, non avrebbe voluto ammettere alle cariche pubbliche piccoli commercianti ed i piccoli industriali.

[3] Il significato, certo un po’ convenzionale, che abbiamo ora dato agli aggettivi liberale ed autocratico è quello stesso che avevamo già adottato negli Elementi di scienza politica.

[4] Perciò il TREITSCHKE nella sua Politica ebbe a dire che la logica è la peggiore nemica della democrazia Infatti un regime rappresentativo poggiato sulla formula politica della sovranità popolare, intesa come sovranità del maggior numero, deve finire coll’adottare il suffragio universale, che alla lunga renderà impossibile, o almeno molto difficile, il retto funzionamento di questa forma di governo.

[5] È noto che da qualche secolo prima della caduta dell’impero d’Occidente e fino alle invasioni dei barbari la Gallia fu travagliata dalla rivolta dei Bagaudi e che le bande di questi si reclutavano fra i coloni e gli schiavi. Anche in Africa le rivolte dei Circoncellioni precedettero l’invasione dei Vandali. Narra Prisco, nella interessante relazione della sua ambasciata ad Attila, che nella corte del sovrano degli Unni aveva trovato un greco che era stato fatto prigioniero dei barbari e che poi liberato aveva potuto raggiungere un buon posto nell’esercito degli Unni, il quale dichiarò all’ambasciatore bizantino che per un uomo valoroso era molto preferibile vivere fra i barbari anzichè star soggetto alle vessazioni ed alle estorsioni continue dei funzionari dell’impero.

[6] Pare del resto che le rivoluzioni non fossero ignote anche in epoche antichissime. Secondo documenti tradotti negli ultimi quindici anni anche l’Egitto antico, nel periodo che corse fra l’antico impero menfitico ed il nuovo impero tebano, periodo che va presso a poco dal 2360 al 2160 avanti l’era volgare, avrebbe traversato un’epoca di anarchia, durante la quale le antiche gerarchie sociali sarebbero state sconvolte. Pare che delle invasioni straniere abbiano contribuito ad accentuare il disordine, che però aveva come causa principale la dissoluzione dell’antica classe governante. È interessante leggere, dopo più di quaranta secoli, le espressioni di rammarico e dolore di coloro che da una posizione elevatà erano ridotti in miseria, mentre altri dagli strati più bassi della società erano saliti molto in alto. Vedi in proposito MORET, Le Nil et la civilisation egyptienne, Renaissance du livre, Paris, 1926, parte II, cap. III, p. 256 e sgg.