LA STORIA DI YPRES (parte 2)
di Hugh B.C. Pollard -
Pubblicato nel 1917, The Story of Ypres di Hugh Bertie Campbell Pollard è una delle più significative testimonianze britanniche dedicate alle battaglie che resero la città fiamminga uno dei simboli della Grande Guerra. In questa seconda parte, in mezzo alle macerie della prima battaglia, Ypres riscopre una fragile normalità: tra trincee, rovine e bombardamenti sporadici, civili e soldati condividono la vita quotidiana di una città ferita. È la tregua che precede la nuova tempesta destinata a travolgere le Fiandre.
La traduzione qui proposta, realizzata per la prima volta in forma integrale, è offerta ai lettori di Storia in Network come contributo alla conoscenza della memoria della Prima guerra mondiale e del tragico destino di una città divenuta emblema degli orrori di quel conflitto.
Tra le due battaglie
La prima battaglia di Ypres si estingue sotto le tempeste di neve della terza settimana del novembre 1914, come sopraffatta dalla violenza degli elementi, e anche i bombardamenti si riducono a un fuoco saltuario di una decina di proiettili al giorno o poco più. La pioggia spegne gli incendi, disperde i bianchi cumuli di cenere e polvere accumulati sugli edifici e scorre sui poveri visi dei morti. I feroci combattimenti lasciano il posto al lento e misero stillicidio della guerra di trincea. Il clima ostile delle Fiandre e la piatta conformazione del territorio costringono Tedeschi e Alleati a interrompere le operazioni sul campo: è come se entrambi gli schieramenti si rifugiassero sottoterra, e ora le trincee che si fronteggiano danno vita una nuova fase della guerra, destinata a diventare la norma.
Gli abitanti di Ypres, ritrovata un po’ di fiducia, tornano alle loro case per recuperare ciò che è stato risparmiato dai bombardamenti. Trovano una città in rovina. Giorno dopo giorno, Ypres è stata sferzata da una pioggia di bombe, dai grossi proiettili navali da venti pollici, in grado di perforare le corazze delle navi, ai piccoli shrapnel da quattro pollici e mezzo sparati dagli obici da campo. All’apice del bombardamento, il fuoco ha raggiunto un’intensità di dieci-quindici colpi al minuto.
La Grand Place è ingombra delle macerie delle Halles, di mattoni e travature strappati dalle facciate delle case. A breve distanza l’una dall’altra, si aprono le voragini provocate dalle bombe, profonde fino a tre metri. L’interno delle abitazioni sventrate mostra il caos di una casa delle bambole rovesciata. Molti edifici sono ancora intatti o hanno subìto soltanto lievi danni alle facciate, ma in alcuni quartieri intere vie sono scomparse, lasciando il posto a cumuli di macerie. Le case scoperchiate sono ridotte a mozziconi di muro che interrogano il cielo. È come se un’enorme lama le avesse squarciate, rivelando impietosamente i dettagli dell’intimità domestica. Brandelli di tappezzeria al vento, quadri sbilenchi alle pareti, armadi e cassapanche lasciate spalancate, a testimonianza della fuga precipitosa di chi occupava quelle stanze.
Lungo le strade, gruppi di militari osservano la devastazione. Piccoli carretti a due ruote trainati da coppie di robusti cani e guidati da tozzi contadini partecipano al lavoro di recupero delle masserizie. Truppe fresche marciano per le vie, si guardano attorno stupite e proseguono verso il fronte con una cupa determinazione disegnata sui volti. Gli uomini di un reggimento irlandese raccolgono frammenti delle macerie della cattedrale, più come memento del sacrilegio che come souvenir di guerra. L’ampiezza della devastazione sembra indurre tutti al silenzio, quel silenzio che cala sugli uomini in presenza della morte.
Per tutto il periodo dei bombardamenti l’arciprete della Cattedrale e i suoi assistenti hanno disperatamente tentato di spegnere gli incendi causati dalle bombe, ma senza successo. Ora la chiesa è in macerie. Voragini punteggiano il pavimento, le tombe sono spalancate, grosse schegge di marmo giacciono qua e là. Pochi oggetti tra i più preziosi sono stati messi in salvo sotto le volte della canonica, ma la navata è ingombra di pietre scolpite e di macerie, e attraverso gli squarci nella volta del tetto si può vedere il cielo. Il sussurro del vento spezza il cupo silenzio della grande chiesa diroccata e stacca dalle finestre piccoli frammenti di vetro che cadono a terra tintinnando.
Per uno scherzo del destino, nella piazza della cattedrale l’unica cosa rimasta illesa è la statua moderna dedicata all’uomo politico Alphonse Vandenpeereboom, che svetta impassibile nella sua redingote. Il museo è distrutto e l’hotel-museo Merghelynk con i suoi arredi ottocenteschi ha subìto seri danni. La famosa Borsa dei Tessuti è uno scheletro senza tetto di cui sono rimasti agibili soltanto i locali al pianterreno. La torre c’è ancora, ma le campane bronzee giacciono sulla piazza insieme al meccanismo del famoso Carillon di Ypres, che per centinaia di anni ha risuonato allo scoccare di ogni ora attraverso la piatta campagna intorno alla città.
Con il passare dei giorni, la vita torna a scorrere nella città assediata. Arriva Natale, ma la pace e la buona volontà non sono i sentimenti prevalenti tra gli abitanti di Ypres. Molti di quelli ritornati in città hanno preferito rimanere piuttosto che tentare di trasferirsi con tutti i loro beni in un luogo più sicuro. Prevale l’ostinato carattere belga; anche le classi più povere si aggrappano alle loro case minacciate dalle bombe. Si verificano scene curiose quando, al ritorno, gli sfollati scoprono che le loro abitazioni sono state nel frattempo occupate da altre famiglie.
Si segnala qualche caso di saccheggio, e anche qualche caso di sicurezza della proprietà. Si dice apertamente che certi loschi individui appartenenti alle classi più povere si sono stranamente arricchiti da quando sono cominciati i bombardamenti. Una cosa è certa: non hanno mai posseduto così tanti beni materiali come ora.
Ferve lo spirito d’iniziativa: praticamente ogni abitazione si trasforma in un negozietto che intrattiene un fiorente commercio al dettaglio con i soldati. Cibo e beni di conforto sono molto richiesti, e dalla campagna intorno a Ypres i contadini sciamano in città per vendere i loro prodotti a caro prezzo: notoriamente, anzi scandalosamente caro! In questa cornice di desolazione, i soldati subiscono l’estorsione con aspro buon umore, disposti a pagare un conto salato pur di alleviare i loro disagi…
È durante le guerre che la buona cucina viene maggiormente apprezzata, tanto è vero che i ristoranti di Parigi fecero fortuna dopo la caduta di Napoleone o dopo la sconfitta contro i Prussiani del 1871. Anche a Ypres si inaugura un nuovo ristorante, battezzato “In de Hemel”[i]. Apre i battenti nei locali precedentemente occupati da una cappelleria, in una delle poche case di Rue de Lille scampate alle bombe, senza alcuna decorazione, con servizi e tovaglie spaiati ma dignitosi. La titolare, che tutti chiamano Madame, è un ex cuoca, esperta conoscitrice di specialità fiamminghe. Andata in pensione prima della guerra, era stata convinta dal rispettabile marito a sovrintendere la cucina quando qualche papavero locale dava un banchetto. Durante i bombardamenti si è allontanata da Ypres, poi, tornata in città per salvare i propri beni, rimane talmente scandalizzata dal rancio preparato nella cucina degli ufficiali da ritenerlo capace di mettere fuori combattimento più soldati del fuoco nemico. Così, mescolando spirito imprenditoriale e patriottismo, inaugura il suo “In de Hemel” e lo apre a tutti i graduati.
Il successo è immediato, e il piccolo locale si affolla di ufficiali di tutti i ranghi e le nazionalità, mentre quelli che non trovano posto attendono all’esterno in attesa che si liberi un posto. Anche se non paragonabile a quello del leggendario cuoco francese Auguste Escoffier, il menu è eccellente e gli affamati subalterni non disdegnano di percorrere il tragitto di quasi dieci chilometri che separa Ypres dalle trincee per godersi un buon pasto caldo a “In de Hemel”.
Madame ha un occhio di riguardo per chi proviene dalla prima linea, e spesso ignora allegramente un ufficiale addetto ai servizi per servire l’affamato tenentino di un reggimento scozzese. Anche i feriti hanno modo di esserle grati: infatti, dal retro della cucina un continuo viavai di ragazze belghe porta scodelle di zuppa, budini e altre leccornie alle stazioni di medicamento dietro le linee.
Poco alla volta Ypres si trasforma in un’attrazione: non c’è soldato che non richieda una cartolina illustrata con le famose rovine. Lungo le strade i ragazzini fanno qualche soldo vendendo souvenir di ogni tipo, come spolette di bombe, frammenti delle vetrate delle chiese e altri reperti. Il cicerone della cattedrale fa qualche soldo organizzando visite guidate. Gli ordigni che di tanto in tanto continuano a cadere dal cielo non sembrano disturbare più di tanto la cittadinanza: ormai tutti ci hanno fatto l’abitudine. Se arrivano un paio di bombe si cerca rifugio in cantina, per uscirne non appena il bombardamento è finito.
Ogni domenica nella Grand Place la gente sciama regolarmente verso la chiesa. I cittadini si incontrano con amici e conoscenti provenienti dal contado e passeggiano avanti e indietro commentando i fatti del giorno. Un marcantonio della polizia militare, in divisa color kaki, mantiene sgombre le strade da venditori ambulanti e bancarelle e regola il flusso della folla come se si fosse nel centro di Londra.
È veramente un periodo curioso, quello tra la prima e la seconda battaglia di Ypres, durante il quale la vita militare e quella civile si mescolano in uno spettacolo caratterizzato da forti contrasti: suore e sikh in turbante, fanti coperti di fango e linde merlettaie belghe, ambulanze della Croce Rossa e carretti trainati da cani, caffè affollati a fianco delle infermerie, ufficiali di stato maggiore nelle aule di un convento.
Gli aspetti più inquietanti della campagna militare sembrano passare inosservati: la sottile linea difensiva degli Alleati ha tenuto a bada le legioni tedesche, e lentamente ma costantemente affluiscono i rinforzi. L’Inghilterra si sta attrezzando per la guerra, sta allestendo la cosiddetta armata Kitchener, e nel frattempo ciò che rimane dell’esercito regolare e dei territoriali ha posto un argine alla marea nemica. Ma anche sul fronte tedesco la pressione aumenta, come confermano i rapporti dei servizi segreti alleati che segnalano un costante flusso di truppe verso la prima linea.
In questo periodo la pubblica opinione alleata non ha ancora la piena consapevolezza della vastità del disegno tedesco e della sua potenza offensiva. Curiosamente, è proprio a ridosso del fronte che la visione delle cose risulta più distorta. Si riescono a cogliere soltanto gli elementi essenziali del singolo settore di operazioni, e per i difensori di Ypres la minaccia tedesca semplicemente non esiste: «Li abbiamo fermati, li fermeremo ancora: dateci i rinforzi e li ricacceremo dietro al Reno».
Insieme alla primavera giungono le truppe del primo Corpo di Spedizione Canadese. Presto tutto il Canada, da Quebec a Vancouver, verrà investito dalla triste e imperitura fama legata al nome di Ypres. (continua)
Titolo originale: The History of Ypres
© 2026 Michele Micheletti per la traduzione italiana
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[i] “In Paradiso”.

