LA RIVOLUZIONE AMERICANA E LA NASCITA DEGLI STATI UNITI
di Gennaro Mondaini –
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Ispirato a un suo celebre e fortunato volume del 1904 che dipingeva gli Stati Uniti come grande laboratorio sociale di democrazia, questo saggio di Gennaro Mondaini – storico ed economista di ispirazione socialista – racconta la lunga gestazione degli States. Tra imperi in competizione, colonie in espansione e società profondamente diverse, prende forma l’identità delle Tredici colonie inglesi. La guerra dei Sette anni segna il punto di non ritorno: gli americani scoprono la propria forza e mettono in discussione il dominio britannico. Tasse, restrizioni e assenza di rappresentanza accendono il conflitto con Londra. Sullo sfondo di un continente in trasformazione nasce una nuova nazione, destinata a cambiare gli equilibri del mondo moderno.
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La guerra dei Sette anni (1756-63), che poneva fine al dominio francese del Canada e della Louisiana a favore rispettivamente dell’Inghilterra e della Spagna, segna praticamente il punto di partenza di una più ampia trasformazione politica del continente nord-americano, della creazione cioè degli Stati Uniti d’America attraverso alla rivoluzione delle Tredici colonie inglesi nord-americane dell’epoca, la “rivoluzione americana” per antonomasia.
Nella parte più settentrionale invero di quel continente, dopo le prime esplorazioni e scoperte della fine del Quattrocento e dei primi del Cinquecento, si erano stanziati a scopo di colonizzazione, agli albori del secolo XVII, i Francesi sul basso San Lorenzo, di là guadagnando progressivamente in quello stesso secolo la regione dei Grandi laghi canadesi per scendere poi da essa lungo il corso del «padre dei fiumi», il Mississippi, sino al Golfo del Messico ed irradiarsi lungo gli affluenti e subaffluenti di esso a controllare politicamente, se non occupare e tanto meno colonizzare, il cuore del continente.
Ancora più al nord dei Francesi, colla seconda metà del Seicento, sulle coste della Baia di Hudson s’erano creati a scopo essenzialmente mercantile (esportazione delle pellicce) stabilimenti inglesi da parte della Compagnia della Baia di Hudson (1670-1869).
Sulle coste infine della Florida, ad oriente dello stesso continente, e sulle coste e nelle vallate interne (Rio Grande del Norte e Colorado in ispecie) della California e del Nuovo Messico, ad occidente, erano venuti tra il secolo XVI e il XVIII sorgendo e sviluppandosi, con un raggio più o meno largo di colonizzazione effettiva, stabilimenti coloniali e missioni religiose spagnole. Sulla costa mediana invece dell’Atlantico, dai confini meridionali francesi del Canada e della Acadia (Nuova Scozia attuale) a quelli settentrionali della spagnola Florida, erano sorte e via via si erano sviluppate con moto progressivamente più rapido, sulle basi di una delle più salde e vigorose colonizzazioni agricolo-demografiche che la storia ricordi, tredici colonie di origini etniche e storiche diverse ma in gran prevalenza inglesi, e dall’Inghilterra soprattutto col tempo non solo unificate politicamente ma anche anglicizzate: erano esse, in ordine geografico, le quattro colonie della Nuova Inghilterra (New Hampshire, Baia di Massachusetts, Rhode Island, Connecticut); le quattro colonie centrali (New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware); le cinque colonie meridionali (Maryland, Virginia, Carolina settentrionale, Carolina meridionale, Georgia).
Profondamente diverse, dicevamo, le origini di queste colonie, che furono storicamente la culla ed etnicamente la matrice degli attuali Stati Uniti d’America.
All’alba del secolo XVII, dopo la lunga serie dei precedenti tentativi coloniali nord-americani, per quanto tenaci ed eroici, falliti sotto la «vergine regina» Elisabetta (da questa il nome di Virginia; come dagli analoghi tentativi francesi, pure falliti, dell’epoca il nome di Carolina, in onore del re Carlo IX), si erano create in Inghilterra, durante il regno di Giacomo I Stuart, due compagnie coloniali rivali, quella di Londra e quella di Plymouth, per colonizzare sotto l’egida delle più ampie patenti regie in materia il territorio americano compreso fra il 34° ed il 45° grado di latitudine Nord. Alla prima di esse, composta di nobili, di personaggi influenti e di negozianti londinesi, veniva assegnata la parte fra il 34° ed il 38° di latitudine Nord; alla seconda, composta di cavalieri e mercanti dell’Ovest, la parte fra il 41° ed il 45°: il territorio intermedio doveva rimanere aperto a tutte e due, col patto – ad evitare contese – che una zona neutra di 100 miglia intercedesse fra gli stabilimenti estremi delle due compagnie.
La Compagnia di Plymouth falliva nell’intento, giacché le piantagioni tentate nel 1607 alla foce del Kennebec River, nell’odierno Maine, venivano pel rigido clima abbandonate dai coloni l’anno dopo; e questi per di più, tornati in patria, dissuadevano gli altri dal ritentare la prova. Ma una nuova compagnia, formata di quaranta sudditi inglesi, tra cui i più ricchi ed influenti della nobiltà e qualche membro della stessa casa reale, le succedeva in seguito nel privilegio monopolistico di possedere, sfruttare, governare e popolare con suoi dipendenti l’immenso paese estendentesi, in lunghezza, dal 40° al 48° grado di latitudine Nord e, in larghezza, dall’Oceano Atlantico al Pacifico: era «il Consiglio stabilito a Plymouth, nella contea di Devon, per colonizzare, amministrare, organizzare e governare la Nuova Inghilterra in America». Se non che, due mesi prima di ciò, salpava alla volta della Nuova Inghilterra, senza alcuna garanzia del sovrano, senza alcuna carta di compagnie proprietarie, senz’altro capitale che le braccia ed il cuore, un manipolo eroico di perseguitati religiosi, di puritani, fuggenti dalla loro patria d’origine per crearsene un’altra dove adorare in pace il loro Dio. A questi pellegrini (i Pilgrim Fathers) che, prima di sbarcare, il 16 dicembre 1620, dal Mayflower sulla costa del Massachusetts attuale, deliberavano sulla forma di governo ad essi più convenevole, costituendosi in corpo politico per mezzo d’un covenant (patto volontario e solenne), si doveva appunto la fondazione dello stabilimento di New Plymouth; mentre i coloni inviati in America dalla Compagnia di Londra (nella massima parte avventurieri della peggior specie, signori spiantati in cerca di fortuna, perfino antichi reclusi) avevano fondato tredici anni prima (il 13 maggio 1607) sotto auspici ben diversi lo stabilimento di Jamestown, alla foce del fiume virginiano chiamato James in onore del re, là dove trovasi tuttora, con una chiesa rovinata, la misera borgata dello stesso nome.
Nel territorio intermedio fra quelli assegnati alle due compagnie coloniali, si stabilivano però, prima che vi si stanziassero coloni inglesi, altre genti europee, cioè Svedesi e Olandesi; gli Olandesi più al nord, nel territorio già scoperto da Enrico Hudson, navigatore inglese al servizio della Compagnia olandese delle Indie Orientali, territorio da essi denominato Nuovi Paesi Bassi, dove sorgeva nel 1623, alla confluenza del Hudson e dell’East River, il centro commerciale di Nuova Amsterdam; gli Svedesi più al sud, sulle rive del Delaware, nel territorio da essi denominato Nuova Svezia (stati attuali del New Jersey e del Delaware), con capoluogo Cristina, presso l’odierna città di Wilmington (1638). La fondazione di questi stabilimenti svedesi e olandesi, se arricchiva di nuovi elementi etnici preziosi la sorgente società nord-americana (importante in ispecie l’elemento olandese, che in seguito darà, fra l’altro, tre presidenti agli Stati Uniti, il Van Buren e i due Roosevelt, come darà la grande famiglia di finanzieri Vanderbilt), non impediva tuttavia a lungo l’espansione anglo-sassone anche su quella parte della costa atlantica. Mentre infatti gli stabilimenti svedesi venivano nel 1655 occupati dal governatore dei Nuovi Paesi Bassi, dietro ordine della Compagnia olandese delle Indie Occidentali; gli stessi Nuovi Paesi Bassi, dove l’infiltrazione dei coloni inglesi aveva minato alle basi il dominio della Compagnia olandese, cadevano senza lottare nel 1664 in mano dell’Inghilterra, la quale, nonostante fosse allora in pace coll’Olanda, vi aveva mandato una squadra navale a rivendicare quel paese tra il Connecticut ed il Delaware, di cui il re inglese aveva già investito il duca di York. Nuova Amsterdam mutava così il suo nome in New York, Orange in Albany; i Nuovi Paesi Bassi si smembravano col tempo nelle quattro colonie di New York, New Jersey, Pennsylvania e Delaware; ed il paese tutto, dalla Nuova Inghilterra alla Georgia, veniva territorialmente unificato.
All’epoca della seconda rivoluzione inglese (1688), le colonie americane erano salite al numero di 12, con circa 200.000 abitanti: le quattro della Nuova Inghilterra al Nord (New Hampshire, Massachusetts, Rhode Island e Connecticut); le quattro colonie del Sud (Maryland, Virginia, Carolina settentrionale e Carolina meridionale); e le quattro colonie di mezzo (New York, New Jersey, Delaware e Pennsylvania). Ad esse si aggiungeva nel secolo successivo, sull’estremo margine meridionale della Carolina, una nuova colonia, la Georgia (1732) così detta in onore del re Giorgio II; opera del generale Giacomo Oglethorpe, che voleva fondarvi un asilo tranquillo pei debitori insolventi, al riparo dalla feroce legislazione metropolitana dell’epoca in materia. Unificata così politicamente, sotto il dominio britannico, quella lunga striscia di territorio costiero continuava però a rimanere divisa dal punto di vista amministrativo; variando la forma del governo locale da colonia a colonia a seconda che si trattasse di colonie a carta, di colonie di proprietari o di colonie regie. Le prime (Massachusetts, Rhode Island, Connecticut) erano governate a norma della «Carta regia» o statuto concesso dalla Corona direttamente ai coloni, o al momento della fondazione o in seguito: per essa i coloni potevano eleggersi i propri ufficiali pubblici e perfino i governatori e darsi la legge locale, così da costituire una sorta di repubbliche sotto l’alta sovranità inglese. Le seconde (Maryland, Pennsylvania, Delaware, Georgia), essendo state concesse dal re a proprietari o possessori, i quali insieme con la proprietà delle terre avevano ottenuto il diritto di governarle e darvi la legge, avevano anch’esse bensì delle carte costituzionali, ma concesse però ai coloni non dalla Corona, sibbene dal proprietario o dai proprietari, i quali nominavano il governatore. Sotto ogni altro rispetto, tuttavia, si può dire che anche qui il governo fosse esercitato dai coloni, nella più ampia libertà politica ed autonomia legislativa ed amministrativa. Le rimanenti, infine, erano poste direttamente sotto il potere della Corona, che vi nominava il governatore ed i pubblici ufficiali; pur avendo esse pure le proprie assemblee elettive e godendo della maggiore libertà amministrativa e legislativa. Col tempo però il terzo tipo di colonie veniva a prevalere sugli altri due ed a sostituirsi ad essi (secolo XVIII in ispecie).
Unificate politicamente sotto il comune dominio britannico e governate e amministrate ormai in modo praticamente conforme, le Tredici colonie inglesi del Nord-America, le quali alla metà circa del secolo XVIII, cioè all’epoca della guerra dei Sette anni, raccoglievano nel loro schieramento demografico-territoriale lungo le rive dell’Atlantico, fra questo ed il sistema montagnoso degli Allegani, un paio di milioni all’incirca di abitanti bianchi oltre ad un mezzo milione di schiavi negri, continuavano a vivere nel loro isolamento coloniale; profondamente separate e divise le une dalle altre non solo dal punto di vista materiale per le grandi distanze geografiche e la mancanza di mezzi di comunicazione e trasporto ma anche da quello morale per la profonda diversità di vita e d’ambiente economico, sociale, intellettuale, morale fra le colonie settentrionali in ispecie e quelle meridionali.
Nella Nuova Inghilterra invero, colonizzata da puritani, da dissidenti religiosi e politici, una società democratica, egalitaria, costituita in gran prevalenza da piccoli o medi proprietari-agricoltori entro terra, da pescatori, marinai e commercianti sulla costa. Le forme economico-sociali imposte alla Nuova Inghilterra dalle stesse condizioni fisiche locali (freddo il clima, magro il suolo, disadatto quindi il paese alla produzione delle derrate subtropicali, le sole allora richieste dai mercati europei), come vi avevano soffocato sul nascere la schiavitù dei negri importati, così vi avevano salvato con la forma agraria predominante del farm (cioè del fondo coltivato dallo stesso proprietario) i germi democratici portati dai primi coloni; germi che sulla triplice base del protestantesimo più puro, della relativa uguaglianza di condizioni economiche, del più largo self-government infine o autonomia coloniale e soprattutto locale (il township o municipalità sarà la cellula della stessa vita politica oltreché amministrativa), si erano anzi sviluppati nel più florido e vigoroso organismo effettivamente democratico che la storia forse ricordi. Nella Nuova Inghilterra infatti, che nel 1754 aveva già 436.000 abitanti (di cui soli 11.000 schiavi negri) e da cui l’elemento anglo-sassone si irradierà fisicamente o spiritualmente in tutto l’Est ed il Nord-est dei futuri Stati Uniti d’America, uscirà dal connubio fra calvinismo e democrazia, fra ascetismo religioso ed ascetismo politico, tramandati quali patrimonio ereditario di generazione in generazione, quel tipo storico americano (il yankee) dalla veduta limitata ma tenace e forte delle cose; il quale con la sua energia informerà alla sua volta di sé, nel secolo XIX, l’intero popolo anglo-americano. Nelle colonie meridionali invece, sotto l’azione di opposti fattori climatico-territoriali, nonostante la comunanza di razza e le analogie politiche e originarie, si era plasmata negli stessi secoli, nello stampo a tutte comune della schiavitù dei negri importati dall’Africa orrenda, una società altrettanto uniforme e compatta, quanto diversa da quella neoinglese: società basata economicamente sul latifondo coltivato da schiavi negri abbrutiti; dominata politicamente e socialmente da un’aristocrazia fondiaria schiavista; esclusivamente agricola, priva di commerci (se ne eccettui nei rari porti di esportazione) e di industrie, di strade e di scuole; riproducente nella vita materiale ed in quella spirituale la società feudale del Medio Evo e quella schiavista dell’antichità, più che la società europea dell’epoca. Ponte di passaggio per dir così, economico-sociale oltreché geografico, fra le colonie settentrionali e meridionali erano le colonie del centro, già campo dell’attività agricolo-commerciale olandese, che presentavano una società mista, di medi agricoltori all’interno, di marinai e trafficanti sulla costa.
Mentre questa incipiente società anglo-americana, genuina matrice etnico-storica dei futuri Stati Uniti d’America, sviluppavasi sulle coste dell’Atlantico, procedendo lentamente ma saldamente, con la scure e l’aratro, da oriente ad occidente e mettendo radici inestirpabili su ogni palmo di terra occupato, popolato, fecondato, davanti ad essa, sull’altro versante del sistema montagnoso degli Appalachiani od Allegani, dai Grandi Laghi canadesi al Golfo del Messico, da nord-est a sud-ovest del continente, si andava sviluppando, con caratteri però di occupazione fittizia più che effettiva dell’immenso paese rivendicato e controllato da pochi fortilizi (centri politici, militari, commerciali, missionari ad un tempo), quella colonizzazione francese del Nord-America, la quale nel basso Canada soltanto (secolo XVII) ed alle foci del Mississippi, nella Louisiana in senso stretto (Nuova Orléans all’epoca della Reggenza nel secondo decennio del secolo XVIII), presentava una certa consistenza etnico-demografica, pur essendo ivi pure ostacolata nel suo sviluppo da sistemi feudali di reggimento politico e di proprietà della terra che volevano riprodurre ad ogni costo la società francese dell’Ancien Régime sul vergine suolo americano. La popolazione del Canada infatti, che dopo tre quarti di secolo di colonizzazione (intorno al 1683) arrivava faticosamente ai 10.000 abitanti, nel 1721 non ne aveva ancora che un 25.000: alla metà del secolo XVIII la popolazione canadese non superava i 65.000 abitanti, raggruppati per la massima parte nell’attuale provincia canadese di Quebec, e quella della Louisiana non superava i 20.000 raggruppati quasi tutti sul basso Mississippi; mentre di nome la Francia occupava e per vaste zone controllava la massima parte del continente nord-americano, fra le colonie inglesi e quelle spagnole della Florida e della California. Determinata da moventi politici, religiosi, commerciali anziché da impulsi e correnti migratorie della madrepatria, questa colonizzazione – per la massima parte del suolo fittizia – non poteva resistere all’urto di quella agricola, solida ed effettiva, dell’elemento anglo-sassone della costa, il giorno che questo dal versante orientale si fosse affacciato su quello occidentale degli Appalachi ed al sottostante bacino del Mississippi, il cuore del continente. E questo avvenne quando la declinante potenza politico-militare della Francia non fu più in grado di difendere le colonie nord-americane, minate ed attaccate – più assai che dall’Inghilterra – dalle colonie inglesi del Nord-America. Dopo una serie infatti di guerre coloniali minori, per effetto delle quali si iniziava lo sfaldamento del blocco territoriale francese nel Nord-America, cominciava nel 1754 in quel continente, ancora due anni prima che le rispettive metropoli entrassero in guerra, l’ultima lotta fra il Canada e le colonie inglesi d’America; guerra che, ancora tre anni prima della conclusione della pace di Parigi del 1763, si chiudeva di fatto con la caduta del dominio francese: l’8 settembre 1760, un anno dopo della vittoria inglese decisiva dell’Abraham sotto Quebec e della resa della stessa Quebec, cui succedeva quella di Montreal, il marchese di Vaudreil consegnava alla Corona inglese il Canada «con tutte le sue dipendenze».
La caduta del dominio francese portava seco però, a non lunga scadenza, anche quella della dominazione inglese sulle Tredici colonie inglesi della costa atlantica; le quali durante la guerra dei Sette anni, da esse particolarmente sostenuta nel Nord-America e da esse considerata come una impresa nazionale americana anziché coloniale britannica, non solo avevano preso coscienza della forza propria (la sola colonia di New York aveva fornito in quella guerra 60 navi da corsa con 800 cannoni e 7.000 marinai) e della debolezza inglese, ma anche avevano appreso i primi elementi di una comune solidarietà intercoloniale: era stata la scuola militare, in cui si erano formate – col genio strategico di Giorgio Washington e la valentia di Gates, Montgomery, Strak, Putnam – quelle milizie d’origine contadina ed artigiana rivelatesi tutt’altro che inferiori ai soldati regolari (nazionali e mercenari) della metropoli inglese; la scuola politica che aveva impartito alle tredici colonie, fino allora separate e disgiunte, le prime lezioni sperimentali d’una vita nazionale indipendente.
Ora, proprio nel momento che queste colonie si sentivano più forti che mai per svolgere in piena libertà e indipendenza quei germi possenti di vita, che avevano portato dalla patria d’origine e sviluppato in quella di adozione, la madrepatria signora ormai del Canada e della Florida come dei territori tutti nord-americani ad oriente del Mississippi, si apprestava per ragioni politiche non men che finanziarie a sottoporre anche le antiche colonie nord-americane, al pari delle nuove, ad un più stretto controllo politico-amministrativo e ad una più rigida dipendenza economica e tributaria: più che divergenza, antitesi profonda di direttive politico-economiche che doveva fatalmente portare alla lotta fra le due parti tanto più presto, quanto più palese si faceva di giorno in giorno tale antitesi e più viva nei coloni inglesi, con la necessità vitale di risolverla, la coscienza del loro diritto nazionale ed umano.
Trascurate dal governo inglese finché povere ed oscure, le colonie nord-americane, divenute prospere e ricche, avevano attirato sopra di sé l’attenzione della madrepatria; l’ingerenza di questa, come sopra accennavasi, era aumentata; gli statuti coloniali erano diventati sempre più uniformi; il tipo infine della colonia regia aveva terminato col prevalere sugli altri. Nel campo politico però, nonostante siffatta evoluzione, le libertà dei coloni erano rimaste praticamente intatte: ché, se la Corona inglese designava con scrittura privata il governatore della colonia ed una specie di gabinetto consultivo o consiglio, che era come una camera alta della legislatura coloniale, il popolo eleggeva pur sempre l’assemblea o camera bassa (donde emanava la legge e la tassazione coloniale e con questa quindi la stessa remunerazione dei magistrati e funzionari regi) e continuava a godere, come della più larga autonomia municipale, per cui ogni comunità amministrava da sé i propri affari, così della più indiscussa libertà civile, compendiata nelle garanzie della common law inglese (libertà individuale, giudizio per giuria, responsabilità personale degli agenti del potere, ecc.). Nel campo economico in genere e commerciale in ispecie, l’ingerenza della metropoli si era invece fatta sentire in modo sempre più gravoso fino ad inceppare seriamente l’attività economica delle colonie, che venivano crescendo di popolazione e di ricchezza. Né fa meraviglia questo contrasto stridente fra l’oppressione economica e la libertà politica, religiosa e civile, lasciata per secoli dall’Inghilterra alle sue colonie di razza; ché la prima era insita nella stessa concezione coloniale del mercantilismo, prevalente in Europa dal XVI al XVII secolo, per la quale i possedimenti coloniali erano riguardati solo come sorgenti di provviste, come mercati privilegiati della madrepatria.
Dischiusa la via al monopolio metropolitano del commercio coloniale fin dal celebre « Atto di navigazione» di Oliviero Cromwell (1651), che pure non conteneva alcuna clausola relativa ad un monopolio marittimo e commerciale della madrepatria nelle colonie, questo veniva costruendosi negli atti di navigazione successivi, a cominciare da quello primo della Restaurazione stuardica (1663), per culminare poi dopo la seconda Rivoluzione inglese (1688) come effetto diretto e immediato dell’onnipotenza del parlamento. Nel 1696, gli affari coloniali venivano affidati definitivamente all’Ufficio del commercio e delle piantagioni (Board of Trade and Plantations); e tutte le questioni concernenti non gli interessi soltanto ma le stesse libertà dei coloni vennero decise, dopo d’allora, dal punto di vista esclusivo dell’interesse economico della madrepatria, coincidesse esso o contrastasse con quello delle colonie. Tutte le leggi anteriori, concernenti qualche monopolio dell’Inghilterra nel commercio delle colonie, furono rinnovate e, per realizzarne la stretta esecuzione, si proclamò rigorosamente l’autorità suprema del parlamento in materia, cioè proprio l’autorità dei rappresentanti di quegli interessi metropolitani (armatori, commercianti, banchieri, industriali, ecc.) a cui beneficio doveva andare la politica economica restrittiva adottata e ogni giorno più inasprita nei riguardi delle colonie nord-americane. Non solo il commercio nei porti coloniali britannici era riservato a navi inglesi, con danno della marina coloniale, ma l’Inghilterra doveva costituire anche il solo mercato, che fornisse i prodotti esteri consumati dalle colonie, ed il solo che ricevesse i prodotti coloniali più ricercati in Europa. Gli stessi prodotti stranieri destinati alle colonie dovevano dal paese di produzione passare in Inghilterra ed essere scaricati nei suoi porti, prima di riprendere la via delle colonie, per aumentare così i noli della marina ed i guadagni del commercio britannico, a tutto scapito del consumatore coloniale. Né le restrizioni si limitarono alla marina e al commercio ma si allargarono, col secolo XVIII, all’agricoltura e, più ancora, all’industria delle colonie, mirando a limitare la prima alle produzioni, che solo potevano essere utili alla metropoli, e ad ostacolare lo sviluppo della seconda per impedire la concorrenza a quella similare metropolitana nello stesso campo coloniale, a non dire sugli altri mercati. I provvedimenti più odiosi adottati contro l’incipiente industria laniera, in un paese produttore di lana come l’America del Nord; contro il cappellificio, nella patria stessa del castoro; contro l’industria soprattutto siderurgica e metallurgica, in colonie straricche di minerali come le nord-americane, erano le manifestazioni più eloquenti del mercantilismo applicato alle colonie: di un sistema cioè che il maggiore economista inglese dell’epoca, Adamo Smith, definiva « una violazione manifesta dei diritti dell’umanità». Un solo campo era lasciato libero, ancora prima della metà del Settecento, alle colonie americane: il commercio degli schiavi, la tratta africana; giacché favorire la tratta significava, da una parte, arricchire la classe coloniale – i latifondisti delle colonie meridionali – che aveva maggiori legami con la classe dominante in Inghilterra; dall’altra, confinare sempre più le colonie all’agricoltura tropicale servita da schiavi, e ribadire con ciò le catene economiche e perfino politiche che le avvincevano alla madrepatria. Così del resto si esprimeva, senza tante ambagi, un anonimo mercante inglese dell’epoca, in un opuscolo intitolato Il traffico degli schiavi africani, colonna e sostegno delle piantagioni inglesi in America.
Relazioni economiche siffatte, ponendo la marina ed il commercio, l’agricoltura e l’industria, la proprietà ed il lavoro, l’iniziativa e l’attività economica dei coloni alla mercé e sotto il potere assoluto del parlamento metropolitano, a beneficio esclusivo della madrepatria e con danno generalmente delle colonie, non potevano a lungo andare non spingere queste all’insurrezione. Ciò avvertivano, per i primi, gli Inglesi stessi, ancora al principio del Settecento; ciò sentivano ormai i coloni americani nel corso di quel secolo; ciò proclamavano i viaggiatori stranieri alla metà di esso. «La sete d’indipendenza delle colonie è attualmente evidente» (dicevano già nel 1701 i Lords del commercio in un documento ufficiale). « Si parla d’un atto del parlamento avente per fine di proibirci di confezionare sbarre di ferro, perfino per nostro uso (diceva un lealissimo e conservatorissimo suddito americano – il Logan – nel 1728); ora io non conosco niente che possa contribuire più efficacemente ad alienare lo spirito delle popolazioni di questa contrada e a scuotere la loro sottomissione alla Gran Bretagna». «Non solo nativi americani (scriveva intorno al 1750 il viaggiatore svedese Pietro Kalm), ma perfino gli emigranti inglesi mi hanno detto apertamente che fra 30 o 50 anni le colonie inglesi dell’America settentrionale formeranno forse uno stato separato, del tutto indipendente dall’Inghilterra».
Con la seconda metà invece del secolo XVIII l’Inghilterra, nonché allentare i freni economici, pensa (come sopra dicevasi) di stringere anche quelli politici. Varî indizi di questa volontà si erano manifestati già al principio del secolo, con le proposte di revoca delle carte o statuti concessi alle colonie americane dalla Corona; di estensione ad esse, per atto del parlamento inglese, delle imposte vigenti nella madrepatria, e così via. Ma ora, col nuovo monarca Giorgio III salito al trono nel 1760, l’Inghilterra si accinge risolutamente a porre le colonie sotto la propria diretta e immediata dipendenza politica: a cominciare dall’imposizione tributaria per atto del parlamento inglese, anziché delle assemblee legislative coloniali. Era questo il modo più ovvio, come suggerivano alla metropoli i governatori e i realisti d’America, non solo per emancipare governatori, funzionari e magistrati regi dalla sottomissione alle assemblee legislative locali, arbitre dei loro stipendi, ma anche di far contribuire direttamente le colonie americane alle spese, notevolissime per quell’epoca, sostenute, a vantaggio altresì delle colonie, nella guerra dei Sette anni contro la Francia, quando il debito pubblico inglese era salito da 75 a 133 milioni di sterline. Né, a stretto rigore, l’imposizione di tasse alle colonie era di per sé ingiusta. Se l’unione statale dell’America del Nord con l’Inghilterra doveva continuare, era logico che anche l’America fosse assoggettata ad imposte; altrimenti non solo essa sarebbe stata di fatto indipendente dall’Inghilterra, ma questa avrebbe dovuto anche pagarle l’amministrazione e la sicurezza interna. Quello però che gli americani non potevano accettare, nella loro coscienza politica educata da secoli all’autonomia e ormai matura per l’indipendenza, era il metodo di tassazione, per opera cioè di un parlamento metropolitano in cui essi non erano rappresentati: metodo rivelatore delle finalità che l’Inghilterra si proponeva, cioè l’unificazione dell’intero dominio nord-americano e la sua sottomissione totale, dal Canada al Golfo del Messico, al potere effettivo della metropoli. Si deve d’altronde ricordare che il mutamento d’indirizzo della politica inglese di fronte alle colonie americane, era in dipendenza di un mutamento avvenuto in tutta la vita politica inglese. Era quella l’epoca in cui il parlamento aveva definitivamente imposto il suo pieno potere; l’epoca in cui si tendeva, per ogni verso, all’unificazione: si pensi alla Scozia. Ora, la condizione delle colonie era, o poteva sembrare per alcuni riguardi, condizione di privilegio: di qui la tendenza ad abolirla, per ridurre quelle al diritto comune. Di più, il parlamento non intendeva che la Corona amministrasse fondi da esso non approvati, anche se questi fossero stati votati da altri. Insomma, mentre sotto gli Stuart la Corona aveva lasciato fare ai coloni, ora il parlamento, virtualmente divenuto l’erede dei diritti della Corona, tendeva sempre più a tradurli in pratica. Così si spiega come il trionfo del regime parlamentare in Inghilterra non significasse maggiore libertà per le colonie, ma al contrario maggiori restrizioni.
Da qui la grande lotta che cominciava con la resistenza passiva e col lavorio di affiatamento intercoloniale contro la metropoli; s’intensificava poi con la resistenza attiva delle colonie; si sviluppava infine in una lunga guerra, il giorno che il parlamento inglese, il quale già nel 1764 aveva passato una nuova legge doganale per le colonie americane, approvava nel 1765 le famose risoluzioni del ministero Grenville che contemplavano i particolari d’una legge sul bollo (Stamp Act) per le colonie stesse e ne deferivano le infrazioni alla Corte di giustizia dell’Ammiragliato britannico. La profezia del Franklin, a quell’epoca nella metropoli come rappresentante ufficioso delle colonie, da molte delle quali aveva ricevuto pieni poteri, che gli americani non si sarebbero mai lasciati tassare senza loro approvazione («Nessuna tassazione senza rappresentanza», era la parola d’ordine) e che la nuova misura avrebbe messo a grave cimento l’unità dell’impero britannico, si avverava negli anni seguenti: dal terreno tributario il conflitto si spostava su quello costituzionale, da economica la ribellione diventava politica. Ne davano il segnale dei bostonesi (la «società bostonese per il tè», come fu chiamato scherzosamente il gruppo di cittadini camuffati da indiani Mohawk, che eseguivano tale colpo di mano) i quali s’impadronivano, il 28 dicembre 1773, d’un bastimento della Compagnia delle Indie Occidentali contenente 340 casse di tè, colpito di dazio contro la volontà delle colonie, gettandone in mare l’intero carico del valore di 18.000 sterline. La metropoli, di rimando, decretava nel 1774 la chiusura immediata del porto di Boston, da durare finché la città non avesse indennizzato la Compagnia del tè gettato in mare, e passava poi una legge «per un migliore assetto della costituzione del Massachusetts», che annullava la patente del Massachusetts, da oltre 80 anni legge fondamentale d’una colonia la quale era stata sempre il baluardo più saldo delle libertà americane, e sottoponeva questa a un regime militare assoluto. Il guanto di sfida era gettato: la società americana, che ad ogni attacco dell’Inghilterra aveva risposto con un contrattacco, agli atti di navigazione col contrabbando, alla legge doganale colla rottura del traffico, alla tassazione illegale con la resistenza, all’impiego della forza non poteva ora rispondere se non con la forza: uso della forza cui però sarebbe stato vano ricorrere senza l’unione di tutte le colonie. Indipendenza e federazione, preparate così da cause secolari, nascevano ad un parto a gettare le basi d’una struttura statale nuova non solo pel continente americano, ma per la storia politica del mondo: gli Stati Uniti d’America.
Sullo scorcio d’aprile del 1775 avvenivano i primi scontri militari fra truppe inglesi ed insorti, a Lexington e a Concord, nei dintorni di Boston; il 4 luglio 1776 il Congresso continentale americano di Philadelphia (questi congressi annuali si erano cominciati a tenere nel 1754) approvava la famosa Dichiarazione d’indipendenza e dei diritti, documento storico (opera del virginiano Tommaso Jefferson) memorando di per sé e per l’influenza esercitata sulla successiva Dichiarazione dei diritti della Rivoluzione francese; il 3 settembre 1783, dopo una lunga ed aspra guerra nella quale, a favore degli americani insorti meravigliosamente guidati da Giorgio Washington, intervenivano anche le antiche rivali dell’Inghilterra (la Francia, la Spagna e l’Olanda), l’Inghilterra con la pace di Parigi fra essa e le antiche tredici Colonie Unite d’America (a Versailles, nel gennaio dello stesso anno si era conclusa quella tra l’Inghilterra e le Potenze europee) riconosceva l’indipendenza degli Stati Uniti d’America.
Nel 1776, allorché le colonie ribelli avevano proclamato la loro indipendenza, esse si limitavano alla zona costiera dell’Atlantico, non oltrepassando all’ovest la catena degli Appalachi che per toccare le rive dei due grandi laghi Erie ed Ontario e le foreste rivierasche dell’Ohio: in tutto, un milione di kmq. Questa superficie veniva invece portata ad 820.680 miglia quadrate inglesi, cioè più che raddoppiata, nella pace del 1783; stipulandosi in essa che la linea mediana del Mississippi avrebbe limitato il territorio degli Stati Uniti lungo tutto il confine occidentale, sino al 31° grado di latitudine, col quale cominciava la Louisiana, appartenente allora alla Spagna. Al sud, il loro territorio arrivava fino alla Florida, che nella precedente pace di Versailles, dello stesso 1783, era stata dall’Inghilterra restituita alla Spagna. Al nord, il confine col Canada, rimasto all’Inghilterra, veniva fissato al corso del St Croix River e rimaneva invece pel momento non precisato più oltre; dovendo esso correre a mezzogiorno dei Grandi Laghi, sino al Mississippi, lungo un territorio – nonché occupato – non ancora bene esplorato.
Fra il 1783 ed il 1790, gli Stati Uniti si davano il loro assetto politico definitivo, sostituendo alla vecchia confederazione, costituitasi durante la guerra contro l’Inghilterra ma presto fallita politicamente per l’eccessiva autonomia delle singole parti del paese, un nuovo e più saldo ordinamento, cioè la costituzione federale del 1787, tuttora nelle grandi linee in vigore. Nel 1789, si nominava il primo presidente degli Stati Uniti nella persona di Giorgio Washington, da cui prendeva nome nel 1800 la nuova capitale costruita nel Distretto federale di Columbia presso il Potomac River, su un territorio di 25,6 kmq. di area, ceduto a tal fine alla Federazione dallo stato di Virginia. Nel 1790, infine, anno in cui s’inizia la serie dei grandi censimenti decennali americani, l’Unione nord-americana era completa con l’entrata in essa dell’ultimo dei tredici stati originarî, fino allora riluttante, il Rhode Island. Essa si estendeva sopra un’area di circa 2 milioni e 144 mila kmq. e contava, gli indigeni esclusi, una popolazione di 3.929.414 abitanti, di cui 3.172.206 bianchi (nella quasi totalità d’origine inglese) e 757.208 negri d’origine africana. Ma siffatta popolazione si raccoglieva quasi tutta, cioè il 95 %, in quella striscia di terra, larga in media un 255 miglia e lunga dai 14 ai 15 gradi di latitudine, che si estende fra l’Oceano e gli Appalachi, dal Maine alla Florida. Oltre i monti, nelle nuove sedi, solo degli arditi pionieri sparsi qua e là nella Virginia occidentale, sul lago Ontario e presso le riviere e i laghi suoi tributari; degli avamposti come Detroit, Vincennes, Green River e altri, nel territorio di Nord-Ovest; dei nuclei più solidi di colonizzazione nel Kentucky settentrionale, lungo l’Ohio, e nel Tennessee lungo la vallata del Cumberland: in tutto, meno di 200.000 abitanti, avanguardia più che altro di quella fiumana che allora soltanto cominciava a riversarsi sul Far West dell’epoca, cioè sul «lontano Occidente», per le quattro strade del Mohawk River e Ontario, del Potomac River superiore, della Virginia sud-occidentale e della Georgia occidentale.
Non il solo territorio ad oriente del Mississippi però ma quello pure ad occidente del «padre dei fiumi» si apriva – praticamente libero di ostacoli politici, etnici, militari – davanti alle antiche tredici colonie inglesi divenute gli Stati Uniti d’America; giovane nazione troppo vigorosa per non soppiantare dominazioni europee (se ne eccettui l’inglese sul Canada) più nominali che effettive sulla parte centrale del continente nord-americano, che costituiva ancora sostanzialmente il parco immenso di caccia d’un pugno di indiani, disperso fra cento tribù, in via di ritirata o scomparsa: alle spalle di questa giovane nazione sorgente più di un migliaio di leghe, che la separano dalle nazioni potenti e prepotenti del vecchio mondo. Essa è dispensata pertanto dal tenersi in istato di difesa contro eventuali o – peggio ancora – probabili aggressioni; mentre l’immensità delle terre messe dalla natura a sua disposizione la dispensa da cupide brame di rapina, sorgenti di torbida gloria militare.
In luogo di una visione di campi devastati, di città incendiate, di turbolente dominazioni, in luogo di quel sogno di sangue e di fumo, ch’è retaggio ed incubo del vecchio mondo, la nuova società vede disegnarsi l’attività futura dei suoi figli su un fondo sereno di pace e di progresso, su quell’immenso territorio vacante, il quale non aspetta se non la mano dell’uomo civile per dare le ricchezze inesauribili che cela nel seno. Occupare questo territorio, dissodarlo, utilizzarlo, ecco l’appello che la voce stessa delle cose rivolge alla nuova società, ecco il compito ch’essa si vede assegnato: compito semplicissimo e modestissimo nella sua veste esteriore ma grandioso nella sostanza e nei risultati attendibili. La colonizzazione interna, accelerata dall’emigrazione europea, diverrà così e resterà per oltre un secolo la forma naturale d’espansione della società anglo-americana: lo sfruttamento di questo enorme capitale fondiario diventerà il fine nazionale per eccellenza di essa; darà l’impronta al suo carattere; ne costituirà la forza nel mondo, ne darà i vizi ed i pregi, l’utilitarismo gretto e feroce come lo slancio morale e civile.
Grazie ad essa la repubblica americana potrà rimanere ancora per un lungo tempo quello che era prima dell’indipendenza, una società cioè anzitutto e soprattutto economica; politica solo in via secondaria ed in quanto i vincoli stabili e giuridici sono necessari al raggiungimento degli stessi fini economici. Questi fini essenzialmente forniranno così per un secolo e più la chiave di volta delle sue istituzioni, come ne spiegheranno i pregiudizi e le idee, i pregi ed i difetti; donde la lucidità meravigliosa della storia e della psiche americana, simili a massa d’acqua, che nella sua limpidezza lasci scorgere il fondo roccioso da cui zampilla.
(in F. Landogna, Antologia della critica storica. Età moderna, Torino, 1962)
