LA RESTAURAZIONE CATTOLICA
di Giancarlo Ferraris –
Dalla centralizzazione amministrativa alla politica europea: come il Papato ridisegnò Roma, lo Stato Pontificio e le relazioni con i sovrani nel secolo della Controriforma.
Definizione di Restaurazione cattolica
Nell’ambito degli studi storici e politici il termine restaurazione indica il ritorno o la creazione di un’autorità forte, di un complesso di valori etici e culturali ben definiti e di una realtà sociale rigida e gerarchica. Questo termine, riferito alle vicende della Chiesa di Roma comprese tra la seconda metà del Cinquecento e la prima metà del Seicento e detto perciò Restaurazione cattolica, indica il processo di riorganizzazione del governo della Chiesa di Roma stessa, processo che venne messo in atto dal Papato e che si affiancò alla Riforma e alla Controriforma cattolica intese com’è noto la prima al rinnovamento morale e religioso della Chiesa di Roma, la seconda alla lotta contro il protestantesimo e contro ogni forma di dissenso all’interno del mondo cattolico.
Durante la Restaurazione cattolica il Papato divenne, dal punto di vista politico-amministrativo, una monarchia assoluta a tutti gli effetti, come del resto lo era già dal punto di vista religioso in virtù del processo di strutturazione dogmatica della Chiesa cattolica facente capo alla figura del pontefice messo in atto da Paolo III, Giulio III, Paolo IV e Pio IV ovvero dai papi che si erano succeduti negli anni del Concilio di Trento (1545-1563). Quest’ultimo aveva poi affermato il carattere divino della Curia romana, conferendole una posizione di netta superiorità rispetto all’episcopato e sancendo così la fine del cosiddetto conciliarismo ovvero la preminenza dell’autorità dei vescovi su quella del papa, il quale iniziò poi a essere celebrato come Vicario di Dio e cuore della Chiesa cattolica: «L’esaltazione dei pontefici, della loro azione e delle loro realizzazioni divenne una costante; i panegirici si modellavano su quelli scritti in onore degli imperatori: ma l’esaltazione della persona in realtà rimandava all’esaltazione della chiesa stessa» (da Storia del Cristianesimo – L’età moderna, a cura di G. Filoramo e D. Menozzi)
All’interno della Restaurazione cattolica si possono individuare due linee operative distinte: quella interna, relativa appunto alla riorganizzazione del governo della Chiesa di Roma insieme al rilancio edilizio e artistico della Città Eterna, alla riduzione dei privilegi nobiliari e alla lotta al nepotismo e al fenomeno del brigantaggio; quella esterna, relativa invece alla politica estera e a diverse questioni politico-religiose. La Restaurazione cattolica si attuò principalmente sotto nove pontificati: quello di Pio V (1566-1572), Gregorio XIII (1572-1585), Sisto V (1585-1590), Clemente VIII (1592-1605), Paolo V (1605-1621), Gregorio XV (1621-1623), Urbano VIII (1623-1644), Innocenzo X (1644-1655), Alessandro VII (1655-1667).
La nascita delle Congregazioni
La riorganizzazione del governo della Chiesa romana promossa dal Papato avvenne attraverso la creazione delle Congregazioni – ne esistevano già due ovvero il Sant’Uffizio e l’Indice dei Libri Proibiti – e si caratterizzò per la messa in atto di un forte processo di centralizzazione. Le Congregazioni, organismi simili ai ministeri o dicasteri degli stati laici, nacquero come commissioni temporanee interne al Collegio cardinalizio per l’esame di questioni pertinenti sia il governo temporale dello Stato Pontificio che il governo spirituale della Chiesa cattolica, diventando poco alla volta permanenti e direttamente soggette all’autorità del pontefice, il quale ne selezionava i membri e ne nominava i prefetti scelti tra i cardinali. Progressivamente le Congregazioni raggiunsero il numero di quindici e risultarono composte da ecclesiastici ed esperti laici. Strutturate in dicasteri principali con sede a Roma e in sezioni provinciali e locali, sei di esse si occupavano di questioni temporali relative al diritto canonico, alle cause civili e criminali, alla difesa marittima dello Stato Pontificio, alle vie di comunicazione e alle acque, alla gestione delle risorse economiche, alla politica fiscale mentre le altre nove si occupavano di questioni spirituali ovvero l’inquisizione, l’indice dei libri proibiti, l’episcopato, il clero, i provvedimenti concistoriali, la firma della grazia, la costruzione di chiese, i riti e le cerimonie, la stampa. Successivamente ne venne creata un’altra, la quale si occupava dell’attività missionaria svolta sia nei paesi europei che in quelli extraeuropei. Oltre alla creazione delle Congregazioni il Papato si preoccupò del consolidamento delle frontiere dello Stato Pontificio, dell’istituzione di un sistema tributario moderno e funzionante, di un sistema di trasporti e di corrispondenza postale nonché dell’ammodernamento delle milizie territoriali, dell’esercito e della marina.
Roma, capitale del cattolicesimo rinnovato
Nei decenni successivi alla conclusione del Concilio tridentino Roma andò incontro a una notevole trasformazione, cessando di essere la città licenziosa e pagana su cui Girolamo Savonarola e Martin Lutero avevano lanciato folgori di scomunica e acquistando un volto dignitoso. La Città Eterna per iniziativa del Papato conobbe un forte sviluppo edilizio e artistico, il quale vide la costruzione o la ristrutturazione di chiese, palazzi, giardini pubblici, strade, fontane e acquedotti. Nel 1593 venne ultimata l’edificazione della cupola della Basilica di San Pietro, che assunse il valore simbolico di rilancio del cattolicesimo e rilevante, sempre alla fine del XVI secolo, fu l’incremento demografico della città la cui popolazione raggiunse i centomila abitanti. Roma si presentò ai numerosissimi pellegrini che la visitavano ogni anno come una realtà che alla notevole componente urbanistica e artistica univa una forte componente morale e religiosa, quest’ultima testimoniata anche dal contenimento, perlomeno territoriale, del fenomeno della prostituzione. La città continuò comunque a conservare un duplice aspetto, dal momento che la sua crescita edilizia e artistica avvenne in un contesto di generale e diffusa povertà se non di vera e propria miseria.
La riduzione dei privilegi nobiliari e la lotta al nepotismo e al brigantaggio
Il processo di centralizzazione del governo della Chiesa cattolica messo in atto dal Papato con la nascita delle Congregazioni procedette parallelamente alla riduzione dei privilegi nobiliari e alla lotta al nepotismo e al brigantaggio.
I papi nell’età della Restaurazione cattolica assimilarono al territorio dello Stato Pontificio il Ducato di Ferrara (1598), il Ducato di Urbino (1631) e il Ducato di Castro e Ronciglione (1641), quest’ultimo diventato un vero e proprio stato nello stato, oltre a procedere in maniera sistematica alla riduzione delle autonomie locali, dei privilegi comunali e soprattutto di quelli nobiliari: ciò avvenne sia attraverso l’emanazione di provvedimenti legislativi che sostituivano il vecchio diritto feudale con il nuovo diritto statale, sia tramite l’esecuzione capitale di molti signorotti irriducibilmente ostili al nuovo corso storico.
Incisiva fu l’azione del Papato nella lotta al nepotismo ovvero la tendenza da parte degli stessi papi, ma soprattutto degli alti ecclesiastici, a favorire i propri parenti in virtù delle relazioni familiari esistenti e indipendentemente dalle loro capacità e competenze. Questa tendenza si concretizzava sia nella creazione di domini spesso autonomi dalla giurisdizione dello Stato Pontificio e ciò anche in palese opposizione al diritto statale che nell’assegnazione di alte cariche statali.
Particolarmente energica fu poi la lotta che il Papato condusse contro il brigantaggio che infestava le campagne dello Stato Pontificio. I briganti, nell’ordine di migliaia, agivano aggredendo i viaggiatori e i corrieri, che derubavano e spesso uccidevano oppure catturando persone facoltose per estorcerne poi un riscatto. La repressione del brigantaggio avvenne in vari modi: con il divieto di portare armi di media e grossa taglia; con l’impiego di piccoli reparti di milizie che andavano alla caccia dei briganti nascosti nei boschi o sui monti; con il pagamento di taglie a delatori e spie in cambio delle informazioni su dove si trovassero i capibanda; con la possibilità, alternativa alla pena capitale, offerta ai briganti che si erano macchiati di reati minori di arruolarsi nelle truppe pontificie. Moltissimi briganti furono condotti davanti ai tribunali dello Stato Pontificio e parecchi di loro vennero giustiziati. Ci fu poi un caso clamoroso, quello di Montefortino, un piccolo paese vicino a Roma i cui abitanti nel 1557 furono accusati di essere tutti briganti e quindi fuorilegge anche perché la località era molto legata a una potente famiglia della nobiltà romana in dissidio con i papi. Il paese venne distrutto e sulle sue rovine fu compiuto il rito dell’aratura e della semina del sale mentre i suoi abitanti vennero confinati in altre località.
Il progetto dell’egemonia cattolica in Italia e in Europa
Tra la seconda metà del Cinquecento e la prima metà del Seicento il Papato si propose di imporre la sua supremazia sulle organizzazioni statali laiche dell’epoca. Forti di un apparato statale efficiente, i pontefici cercarono di realizzare il sogno medievale di papa Gregorio VII e di papa Innocenzo III, la cosiddetta Pienezza del potere, una dottrina politica in base alla quale il pontefice, a differenza di un re o di un imperatore, deteneva sia il potere spirituale come successore di Pietro, il primo papa della storia, che il potere temporale poiché il suo prestigio come Vicario di Cristo gli permetteva di agire con l’autorità di un sovrano per guidare il popolo cristiano sulla via della salvezza. In sostanza, secondo questa dottrina, il potere del pontefice era superiore a quello di un qualunque sovrano e conferiva al pontefice stesso anche il diritto di intervenire nelle questioni politiche interne agli stati considerati in tale prospettiva come braccio armato della Chiesa di Roma.
Questo progetto politico-religioso, non più solo religioso, del Papato che intendeva sostanzialmente asservire alla Chiesa cattolica gli stati laici fossero essi cattolici o protestanti – in quest’ultimo caso sarebbe stata necessaria prima anche un’azione di riconquista e di rievangelizzazione – andò incontro al fallimento tanto in Italia quanto in Europa.
In Italia è nota la vicenda che tra il 1605 e il 1607 contrappose il Papato alla Repubblica di Venezia, la quale venne colpita dall’interdetto pontificio perché aveva varato delle leggi che vietavano la costruzione di edifici sacri sul suo territorio senza l’autorizzazione del Senato cittadino e perché si era rifiutata di consegnare a Roma due ecclesiastici rei di aver commesso dei delitti comuni. L’attrito tra il Papato e Venezia rischiò di scatenare una guerra, che venne tuttavia evitata e la vicenda alla fine vide la Repubblica vincitrice e con essa l’indipendenza del potere politico-civile da quello politico-religioso.
In Europa invece il progetto del Papato fu spazzato via da tre conflitti armati: le lotte tra cattolici e protestanti in Inghilterra (1553-1558), le guerre di religione in Francia (1562-1598), la Guerra dei Trent’anni (1618-1648).
Le lotte tra cattolici e protestanti in Inghilterra, dove si era imposto l’anglicanesimo, furono provocate dalla regina Maria Tudor di confessione cattolica, che nel corso del suo breve regno tentò di restaurare nell’isola il cattolicesimo, dando inizio a violente persecuzioni contro i protestanti la cui reazione armata non si fece attendere. Maria Tudor, passata alla storia con l’appellativo di Maria la Sanguinaria per la sua politica repressiva, dette anche vita a un’alleanza tra l’Inghilterra e la Spagna che risultò profondamente invisa al suo popolo. Le succedette Elisabetta I Tudor sostenitrice dell’anglicanesimo, la quale iniziò a sua volta a perseguitare i cattolici, finendo così per essere scomunicata dal Papato.
Le guerre di religione in Francia opposero i cattolici ai protestanti calvinisti detti ugonotti. Esse dopo tanto sangue versato – si ricordi il massacro di San Bartolomeo nel 1572 durante il quale i cattolici uccisero migliaia di ugonotti – si conclusero con l’emanazione dell’Editto di Nantes del 1598 con cui il re Enrico IV, convertitosi dal protestantesimo al cattolicesimo, riconobbe libertà di coscienza, libertà di culto e pari diritti come l’accesso alle scuole e agli uffici pubblici tanto ai cattolici quanto agli ugonotti; a quest’ultimi concesse anche un centinaio di piazzeforti.
La Guerra dei Trent’anni vide contrapposti molti Stati europei principalmente il Sacro Romano Impero e la Spagna da un lato, i principi protestanti, la Francia, la Svezia e la Danimarca dall’altro lato. Il conflitto si concluse con la pace di Westfalia del 1648, la quale sancì la vittoria della Francia, potenza cattolica alleata però con nazioni protestanti, sulla Spagna e sul Sacro Romano Impero anch’essi potenze cattoliche le cui armate, strumento politico-militare del progetto papale, erano state pesantemente sconfitte. Dal punto di vista religioso poi la pace di Westfalia riconosceva ai sovrani e ai principi la libertà di scegliere la loro confessione i cui sudditi erano tenuti ad accettare e a professare.
Maggior successo ebbe invece la politica messa in atto dai pontefici per contenere l’espansionismo ottomano o turco nella quale confluivano motivi sia strettamente politici che motivi specificatamente religiosi. Nel 1571 papa Pio V, temendo che i turchi mussulmani dilagassero nel Mediterraneo Occidentale e minacciassero Roma, si fece promotore della Lega Santa composta da Spagna, Stato Pontificio e altri Stati italiani la cui flotta sconfisse quella turca nella battaglia di Lepanto. Nel 1594 papa Clemente VIII, temendo invece che i turchi mussulmani invadessero l’Europa da est, creò la Santa Impresa costituita da alcuni Stati dell’Europa Orientale, dallo Stato Pontificio e da altri Stati italiani, la quale tuttavia non divenne mai del tutto operativa anche perché i turchi progressivamente si ritirarono.
La fine della Restaurazione cattolica e le questioni politiche e religiose del XVII secolo
Intorno al 1655 la Restaurazione cattolica era giunta al capolinea. Il Papato, pur avendo conferito allo Stato Pontificio una fisionomia politico-amministrativa più moderna ed efficiente rispetto al passato, dovette infatti prendere atto che il progetto volto a estendere l’egemonia della Chiesa cattolica in Italia e soprattutto in Europa era sostanzialmente fallito. Nella seconda metà del Seicento i pontefici si posero soprattutto come guide morali sia per i sovrani che per la gente comune, continuarono l’opera di riforma disciplinare della Chiesa di Roma, sostennero l’arte barocca come strumento di propagazione e di difesa della fede cattolica e dovettero fronteggiare la questione del gallicanesimo insieme a due nuove dottrine teologiche, il giansenismo e il quietismo.
Il gallicanesimo era un’antica dottrina politico-religiosa secondo cui la Chiesa cattolica francese si considerava in gran parte autonoma dal Papato e riteneva che l’autorità dei vescovi, peraltro ben sorvegliati dai sovrani, e dei concili episcopali fosse superiore a quella della Curia romana. Questa dottrina presente da secoli in Francia divenne nella seconda metà del Seicento sempre più forte, creando ulteriori grossi problemi al Papato.
Il giansenismo, formulato dal vescovo olandese Cornelio Giansenio da cui prese il nome, sosteneva che l’uomo nasce corrotto e capace di compiere solo il male perché avulso dalla grazia divina, quindi destinato a non salvarsi anche se poi alcuni uomini sono predestinati alla salvezza mentre altri non lo sono. Nato come dottrina teologica il giansenismo fu un fenomeno complesso, che finì per riguardare anche la morale, la vita della Chiesa, la sensibilità religiosa e la politica. Venne ripetutamente condannato dal Papato come eresia.
Il quietismo, formulato dal mistico spagnolo Miguel de Molinos, sosteneva che l’unione con Dio consiste in uno stato di serenità e di quiete passiva dell’anima, negando così l’importanza della pratica liturgica e sacramentale della Chiesa. Al pari del giansenismo anche il molinismo venne condannato dal Papato come eresia.
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Per saperne di più
J. Delumeau, Il cattolicesimo dal XVI al XVIII secolo, trad. it., Milano, 1976
G. Filoramo – D. Menozzi (a cura di), Storia del Cristianesimo – L’età moderna, Bari, 2002, vol. 4
A. Hauser, Storia sociale dell’arte, Torino, 1956
G. Martina, Storia della Chiesa da Lutero ai nostri giorni. 2. L’età dell’assolutismo, Brescia, 1993
L. Mezzadri, “La Chiesa nell’età dell’assolutismo confessionale (1563-1648). Dal Concilio di Trento alla pace di Westfalia” in Storia della Chiesa dalle origini ai giorni nostri a cura di A. Fliche e V. Martin, trad. it., Torino, 1977, vol. XVIII/1
L. Willaert, “La restaurazione cattolica dopo il Concilio di Trento (1563-1648)” in Storia della Chiesa dalle origini ai giorni nostri a cura di A. Fliche e V. Martin, trad. it., Torino, 1977, vol. XVIII/2