LA PARTITA D’EUROPA: FRANCIA, PRUSSIA E ITALIA NEL CROCEVIA DEL 1866

di Adolfo Omodeo -

 

A centosessant’anni dalla guerra del 1866, queste pagine, estratte da un volume dello storico Adolfo Omodeo, ripercorrono il grande gioco di potenze che ridisegnò l’Europa: l’avventurismo di Napoleone III, la strategia ferrea di Bismarck, le esitazioni italiane, le alleanze fragili e le occasioni mancate che segnarono la nascita dell’unità tedesca e la difficile conquista di Venezia.

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La situazione europea e la questione dell’unità germanica

Il ministero Lamarmora, che dopo i tumulti di Torino succedette a quello Minghetti e trasferì la capitale a Firenze, vide schiudersi nuove possibilità nei mutamenti che si succedevano nella politica europea.
Due potenze avevano sempre interesse a mutare lo status quo con preoccupazione dell’Inghilterra, la quale s’era indotta a favorire la politica italiana solo quando vi aveva visto la possibilità d’ostacolare gl’ingrandimenti di Napoleone III.
Le due potenze irrequiete erano Francia e Prussia. In Francia Napoleone III aveva assunto il potere garantendo pace e ordine interno, splendore all’estero. Soffocata la stampa, provveduto all’ordine interno con deportazioni sommarie senza procedimento giuridico degli irrequieti, avvilito il corpo legislativo (nominato quasi tutto con candidati ufficiali imposti dai prefetti) a ratificare quasi senza discussione ogni provvedimento di potere esecutivo; lo stesso peso dell’immensa responsabilità su di un solo individuo, la mancanza d’un vero e sincero contatto con un’opinione pubblica vigile, le necessità sempre impellenti del successo personale spinsero l’erede della tradizione napoleonica in una politica d’avventure senza stile, ondeggiante e per il carattere personale del «fosco figlio d’Ortensia», e per gli elementi contraddittori su cui poggiava il suo potere: imperialisti della tradizione del primo impero e cattolici.
Favorita la formazione dell’Italia, egli aveva ottenuto la Savoia e Nizza e una parvenza di predominio sulla politica italiana, che di fatto era minato dalla questione romana. Cercò ancora nuovo prestigio per le sue armi, associandosi all’Inghilterra in una spedizione contro la Cina per costringerla ad aprire i suoi porti al traffico europeo (1860).
Nel ’62 s’ingolfò in un’impresa rovinosa. Approfittando della rivendicazione di taluni crediti che Inghilterra, Francia e Spagna avevano verso il Messico, partecipò ad un’impresa navale collettiva. Poi, stretti accordi con un partito avverso al presidente Juarez, pensò di affermare l’influenza francese sul Messico, e mentre le altre potenze si ritiravano soddisfatte, fece offrire la corona imperiale di questo paese all’arciduca austriaco Massimiliano, fratello di Francesco Giuseppe. Massimiliano accettò, e Napoleone lo aiutò con una spedizione di 30.000 uomini.
Sperava Napoleone di poter rinsaldare in America l’elemento latino di contro all’elemento anglosassone, costituendo il Messico a impero alleato della Francia. La situazione era propizia, perché gli Stati Uniti si logoravano allora in una lunga e interminabile guerra di secessione fra stati del nord e stati del sud.
Ma la sottomissione del Messico falli. Il partito imperiale era fittizio: lo Juarez mostrò una grande abilità; i generali francesi non andavano d’accordo con Massimiliano. La guerriglia atroce e le malattie tropicali sterminavano il corpo di spedizione. Infine gli Stati Uniti, pacificatisi nel 1866, in nome del principio di Monroe, inviteranno Napoleone III a ritirare il corpo di spedizione. Napoleone dovrà cedere e Massimiliano rimasto solo cadrà nelle mani dello Juarez e sarà fucilato (19 giugno 1867).
Mentre la Francia versava sangue e denaro in questa impresa mal calcolata, un’altra grande unità nazionale s’andava formando alla sua frontiera del Reno: l’unità tedesca, che un uomo di stato della monarchia di luglio, fiero nemico dell’unità tedesca come di quella italiana, il Thiers, avrebbe voluto impedita con ogni mezzo dalla Francia, in base a criteri politici che risalivano a quel trattato di Westfalia, che aveva depresso per secoli la Germania, e l’aveva trasformata in campo d’azione della Francia.
In Germania il tentativo d’unificazione nazionale, posto in dipendenza da postulati liberali e democratici e tentato in nome della sovranità nazionale, era fallito nel ’48 per insufficienza di uomini e avversità di condizioni. Ma il re di Prussia, respinta l’offerta rivoluzionaria della corona imperiale, che avrebbe scosso l’ampiezza del suo potere, rimase umiliato in seguito all’appoggio che, nella dieta federale tedesca, l’Austria concedeva ai piccoli stati che volevano sfuggire all’egemonia prussiana.
All’interno, in Prussia, a forza di limitazioni, la costituzione era stata ridotta a un’ombra: la camera era piuttosto un organo consultivo che un potere sovrano.
Quando a Federico Guglielmo IV succedette, prima come reggente (1858), poi come re (1861), il fratello Guglielmo, la lotta fra monarchia e liberali s’accese vivissima. Il re volle riformare l’esercito aumentando il numero dei reggimenti, i quadri, l’ armamento, e perfezionando la preparazione. La camera cercò di interdirgli i fondi.
Durante questo conflitto il re, nel 1862, chiamò al potere Ottone di Bismarck. Esponente del partito conservatore degli Junkers (aristocrazia terriera), fedele servitore del suo re, senza scrupoli, e senza simpatie per le idee liberali, egli vide subito la soluzione delle difficoltà della monarchia. L’opposizione liberale avrebbe taciuto e si sarebbe rassegnata alla preponderanza regia, se il potere monarchico e l’esercito, a cui si volevano negare i fondi, avessero compiuto quell’unità che era fallita ai liberali del ’48.
La via da seguire gli apparve chiara: rompere l’alleanza dei piccoli stati con l’Austria ed escludere definitivamente gli Absburgo dalla Germania: sciogliere la dieta federale, organo diplomatico creato più per ritardare che per accelerare l’unione, piegare i piccoli principi ad una subordinazione completa alla egemonia prussiana, accondiscendendo ad un parlamento unico per tutta la Germania, oltre i singoli parlamenti dei piccoli stati: indulgere per un momento alle grandi potenze confinanti – Russia e Francia – salvo poi, se qualcuna di queste potenze avesse tentato d’ostacolare l’unità, per serbare la nazione tedesca nello smembramento, a farsi valere con le armi.
Perciò quando nel 1863 la Polonia insorse contro la Russia (in soccorso dei polacchi accorsero nuclei garibaldini capitanati dal Nullo che vi morì) il Bismarck concorse efficacemente a soffocare la rivoluzione e si rese benevolo lo zar Alessandro II.
Napoleone III invece, la cui fantasia politica e la cui fede nel principio di nazionalità superavano il calcolo prudente delle forze, accennò alla possibilità d’una resurrezione del regno polacco, antico puntello della politica francese. Il progetto fallì, Inghilterra ed Austria parvero assecondare un passo di Napoleone III presso lo zar, perché concedesse autonomia e costituzione ai polacchi: poi scaltramente si trassero indietro lasciando nell’imbarazzo Napoleone. Ciò bastò perché l’armonia franco-russa, ristabilita dopo il trattato di Parigi, venisse gravemente compromessa, proprio quando anche l’intesa della Francia con l’Inghilterra era vulnerata dall’annessione della Savoia e di Nizza e dall’impresa messicana.
Intanto il Bismarck si comportava prudentemente anche con Napoleone, e riuscì ad attirarlo nelle sue vedute.
Napoleone III commise un grave errore, dal punto di vista della Francia, errore che ripeteva quello dell’intervento in Italia: di lasciar correre gli eventi verso una guerra austro-prussiana. Sperava di vedere la Prussia e l’Austria logorarsi in una lunga guerra; speranza che la spedizione messicana, il progressivo intorbidamento della situazione interna, l’arroganza sempre più pesante del partito clericale, gli rendeva tanto più lusinghiera.
Sperava anche d’ottenere compensi sul Reno, imponendosi ai due stati esausti. Prevedeva una sconfitta della Prussia e dello spirito nazionale tedesco, che faceva la guardia del Reno. Dopo di ciò la Francia avrebbe riottenuto i confini del 1795. Ma gli sfuggiva che il Bismarck aveva già pronti tutti gli elementi di vittoria: principalmente l’esercito riformato, che inquadrava meravigliosamente tutta la nazione prussiana, e che in Hellmut von Moltke, capo dello stato maggiore, aveva il sapiente organizzatore della vittoria.
L’occasione di guerra non tardò ad offrirsi al Bismarck. Il re di Danimarca era sovrano di due ducati tedeschi, posti alla base della penisola del Jutland, lo Schleswig e lo Holstein, e cercava di assimilarli al regno danese distruggendo gli statuti speciali che consentivano solo un’unione personale. Ciò provocava il risentimento dell’opinione pubblica tedesca. Già nel ’48 le forze prussiane erano entrate nei ducati a difesa dell’elemento tedesco. La Prussia aspirava al possesso dei ducati, specialmente per la baia di Kiel, destinata in seguito a divenire la massima base navale della Germania. Morto nel 1863 Federico VII di Danimarca, il nuovo re Cristiano IX violò i patti internazionali, coi quali il suo predecessore s’era impegnato nel 1863 a rispettare l’autonomia dei ducati, e li incorporò senz’altro alla Danimarca.
A tutela del germanesimo doveva levarsi la dieta federale di Francoforte, promovendo un’impresa collettiva tedesca, oppure delegando qualche stato dell’esecuzione dei deliberati. Il Bismarck invece s’impegnò senz’altro contro la Danimarca, dopo averla isolata diplomaticamente, neutralizzando la politica inglese favorevole ai danesi. Si mostrò anche disposto a collaborare con l’Austria, a condizione che l’Austria non intervenisse per delegazione della dieta tedesca, ma come potenza autonoma. L’Austria commise l’errore di consentire, e il Bismarck scisse la solidarietà fra i piccoli stati tedeschi e l’Austria. La dieta protestò.
In una breve campagna nel 1864 le due potenze ebbero ragione della Danimarca, che col trattato di Vienna cedette i ducati (30 ottobre 1864). Ma la vittoria pose in imbarazzo l’Austria.
Il Bismarck escluse la possibilità della restaurazione d’una dinastia tedesca, che accampava pretese sui ducati, ed escluse ogni concessione di territori prussiani confinanti con l’ Austria in cambio dei ducati. Le relazioni tra Prussia ed Austria divennero difficili.

L’alleanza prussiana e la guerra del ’66

A questo punto il Bismarck pensò d’accostarsi all’Italia, e il Lamarmora intravide una possibilità migliore per la liberazione di Venezia, che non i progetti di colpi garibaldini oltre il Mincio od oltre l’Adriatico. S’incominciò a discutere un trattato di commercio con la Prussia e col beneplacito di Napoleone anche un trattato di alleanza. Napoleone disposto ad assecondare le rivendicazioni italiane sulla Venezia, consigliava l’alleanza con la Prussia, per provocare la guerra austro-prussiana.
Ma a Guglielmo I poco garbava l’alleanza dell’Italia rivoluzionaria e doleva assai venire a lotta aperta con Francesco Giuseppe, ché a lui stava molto a cuore salvaguardare la pienezza dei poteri monarchici. Sotto la sua spinta, riluttante il Bismarck si venne a Gastein ad un accordo fra Prussia ed Austria, che si spartirono l’amministrazione dei ducati (14 agosto 1865). Le trattative con l’Italia vennero sospese, e anche quando furono ripigliate un’ombra di sospetto le turbò sempre. Da parte sua anche il Bismarck era diffidente. Troppo l’Italia era legata a Napoleone III, e c’era rischio per lui che Napoleone III regolasse la azione italiana secondo i suoi propri interessi. Inoltre la scarsa abilità politica del Lamarmora aggravò la diffidenza. Il Bismarck non dissimulava che voleva un’alleanza con la propria politica personale, come a Plombières il Cavour s’era inteso più con la politica di Napoleone che con quella ufficiale della Francia. Il Lamarmora non ebbe l’ audacia d’assecondarlo, e non definì adeguatamente le rivendicazioni dell’Italia parlando esclusivamente del Veneto.
Ad ogni modo, il Bismarck riuscì a turbare l’accordo di Gastein ed a riprendere la politica di guerra e le trattative con l’Italia che culminarono nel trattato dell’8 aprile 1866. Reso sospettoso dal precedente di Gastein, in cui la Prussia per un momento aveva mostrato di mutar rotta, il Lamarmora prese molte precauzioni fra cui quella d’inserire nel trattato che l’Italia sarebbe intervenuta dopo che la Prussia avesse iniziato la guerra.
Il Bismarck, da parte sua, per riserbarsi tutte le possibilità, a trattato firmato, giocò di sottigliezza, sostenendo che, qualora l’Austria avesse assalito l’Italia, la Prussia poteva anche non intervenire, poiché una tale garanzia non era prevista. Ancora una volta re Guglielmo tentò di raggiungere l’accordo con l’Austria e anche l’Inghilterra tentò la mediazione.
A questo punto l’Austria, che correva pericolo d’essere esclusa dalla Germania e dall’Italia, e sentiva che per lei la Venezia riluttante ad ogni adattamento entro l’impero era una palla di piombo al piede, fece sapere a Napoleone III d’esser disposta a cedergli, perché la ricedesse all’Italia, la Venezia in cambio della neutralità italiana.
Napoleone comunicò l’offerta all’Italia: e avendo interesse a che la guerra volgesse a male per i prussiani, fece pressioni perché l’Italia rompesse il patto: in tal maniera l’Austria sarebbe scattata contro la Prussia. Il Lamarmora ricusò, perché già vincolato; ma, diffidente della Prussia, non nascose la possibilità d’accettare l’offerta dopo l’8 luglio, poiché il trattato dell’8 aprile aveva valore solo per tre mesi. Napoleone cercò di far passare il tempo proponendo una conferenza diplomatica.
Questa politica italiana non era senza pericoli, perché avrebbe rinforzato l’ingerenza francese e l’asservimento del regno a Napoleone e sarebbe stata condizionata da nuovi impegni per la sicurezza del dominio pontificio. Ebbe poi gravi conseguenze perché la proposta, per quanto respinta, fu divulgata e rinfocolò a sua volta nel Bismarck le diffidenze circa il vigore dell’azione italiana, e diè in seguito motivo ai repubblicani di sospettare che le disgrazie del ’66 dipendessero dal fatto che la politica regia, asservita a Napoleone e sicura d’ottener la Venezia, avesse condotto di proposito fiaccamente la guerra. Certamente era grave portare il paese in una guerra, i cui fini virtualmente erano già conseguiti.
A diminuire sempre più la confidenza fra gli alleati sorsero anche discrepanze circa il piano di guerra.
La Prussia suggerì un piano ardito; l’esercito italiano avrebbe dovuto girare le fortezze del quadrilatero e dai valichi alpini ricalcare le orme di Napoleone verso Vienna, su cui, a traverso la Boemia, avrebbero puntato i prussiani. Un esercito di volontari sotto Garibaldi doveva essere gettato sull’altra sponda e agitare i popoli slavi e ridestare l’insurrezione ungherese.
Tale piano fu respinto, benché fosse accetto al Ricasoli (destinato a succedere al Lamarmora come presidente del consiglio, quando questi avesse assunto le funzioni di capo di stato maggiore), e benché fosse gradito anche a Garibaldi. Alla guerra del ’66 così mancò l’unità di direttiva. Non c’era più un Cavour che s’imponesse a tutti. Respinti i suggerimenti prussiani, poco o nulla si seppe concretare. Vennero a conflitto con pareri diversi, Vittorio Emanuele, che si piccava d’essere un gran generale, il Lamarmora, il Cialdini, il Ricasoli.
Il Cialdini in parte accettava le idee prussiane. Proponeva di non esaurirsi nella lotta contro il quadrilatero: ma di richiamarvi il grosso delle forze austriache con una finta sul medio Po o sul Mincio. Il grosso delle forze invece doveva valicare il Po presso la foce, prendere di rovescio il quadrilatero e conquistare i valichi alpini. Il Lamarmora invece propendeva per la marcia oltre il Mincio. Si venne alla deliberazione peggiore: cioè di contemperare i due piani e di dividere le forze: il re e il Lamarmora con 12 divisioni avrebbero attaccato dal Mincio, il Cialdini con 8 divisioni dal basso Po: Garibaldi a capo dei volontari avrebbe assalito il Trentino: altri volontari sarebbero stati tenuti sull’Adriatico per un eventuale passaggio in Dalmazia.
Se scarsa era l’armonia fra i capi supremi, non maggiore era la concordia che regnava nell’esercito costituito da quattro nuclei diversi non bene amalgamati. Il nucleo piemontese aveva scarsa simpatia per gli ufficiali provenienti dall’esercito dell’Italia centrale, e per gli ex-garibaldini dell’Italia meridionale: tutti poi guardavano di mal occhio gli ufficiali provenienti dall’esercito borbonico, sospettandoli di tradimento, mentre poi, alla prova, dimostrarono doti e fedeltà superiori.
Mentre si svolgevano questi apparecchi e il Ricasoli assumeva la direzione del ministero, fallirono gli ultimi tentativi della diplomazia per impedire la guerra.
Il Bismarck in Germania reclamava una riforma radicale della costituzione e la convocazione di un’assemblea nazionale a suffragio universale. Il reazionario non temeva, per la sua politica, di assumere atteggiamenti democratici. L’opinione liberale degli stati tedeschi, anche se non gli credette, rimase scossa e cominciò a subire l’attrazione prussiana. L’Austria, nella dieta federale, ebbe l’appoggio e l’alleanza dei quattro regni di Baviera, di Wuerttemberg, di Sassonia, di Hannover e d’alcuni staterelli minori. Ma questo vantaggio era ben piccola cosa di fronte all’agguerrito esercito prussiano capace d’uno sforzo di 750 mila uomini, armati del nuovo fucile ad ago. L’11 giugno cominciò la guerra. Un corpo prussiano invase il regno di Hannover e ne cacciò il re che riparò in Austria. Anche gli stati meridionali furono minacciati. Tre altri corpi per vie diverse invasero la Sassonia e quindi la Boemia, difesa dall’austriaco Benedeck.
Il 20 giugno l’Italia dichiarò guerra. L’offensiva fu presa dal Lamarmora sul Mincio, poiché ormai lo sforzo massimo gravitava tutto sull’esercito alla diretta dipendenza del re, che s’andò a cacciar nel malaugurato quadrilatero. Malamente informato, il Lamarmora credette che l’esercito nemico si trovasse al di là dell’Adige, e che sarebbe rimasto sulla difensiva. Varcò il Mincio per occupare le alture di Sommacampagna, sperando di ributtare gli austriaci sul basso Po verso l’esercito del Cialdini. Le diverse divisioni marciarono slegate senza fare esplorare il terreno. L’arciduca Alberto che si trovava a Verona e che, con 140.000 uomini, doveva difendere il Veneto contro 250.000 italiani, ebbe buon gioco ad investire le divisioni avanzanti, che erano solo una parte dell’esercito del Lamarmora. In una serie di combattimenti, che furono denominati dall’infausta Custoza, esse furono respinte, quantunque si battessero assai bene, specialmente la divisione del principe di Piemonte e quella del Bixio. Il ripiegamento dietro il Mincio poté compiersi felicemente per merito del generale Pianell (proveniente dall’esercito borbonico), il quale, tenuto di riserva sulla riva destra, passò d’iniziativa propria il fiume e coperse la ritirata delle divisioni sconfitte. Complessivamente gl’italiani perdettero 6.000 uomini; non molto minori furono le perdite austriache (24 giugno 1866). Lo scacco era riparabile. Ma il comando supremo, a cui era completamente sfuggita la direzione del combattimento, temé dapprima una ben più grave disfatta. Il re d’iniziativa propria telegrafò in maniera allarmante al Cialdini che s’astenesse dal varcare il Po. Passò parecchio tempo prima che il comando, in cui si facevano più evidenti i dissidi fra il Cialdini e il Lamarmora e l’ingombro dell’azione personale di Vittorio Emanuele, potesse funzionare, esasperando la diffidenza prussiana.
Intanto giungevano le notizie dei felici successi dei prussiani in Boemia.
I tre corpi d’esercito prussiani, con marcia convergente, respingevano in diversi combattimenti gli austriaci e li sconfiggevano completamente a Sadowa presso Kònigsgraetz (3 luglio), e si aprivano la via su Vienna.
Allora in Italia bisognò decidersi ad agire. Fu varcato il Po. Ma l’esercito austriaco si ritirava perché Francesco Giuseppe aveva ceduto ufficialmente il Veneto a Napoleone III, chiedendo la mediazione (4 luglio). Ancora una volta Napoleone tentò di distaccare l’Italia anche con l’intimidazione, perché era ormai padrone della Venezia. Le fulminee vittorie prussiane infliggevano una disfatta alla sua politica, ed egli aveva interesse ad alleggerire l’Austria della guerra italiana.
Ma in Italia l’opinione pubblica insisteva per la prosecuzione della guerra. Si cercò di conseguire la conquista del Trentino e della Venezia Giulia prima che si giungesse alla pace, tanto più che questi territori erano stati dimenticati nel trattato d’alleanza.
Garibaldi attaccò il Trentino dalla val Giudicaria. Per quanto i suoi volontari non avessero più lo slancio del ’60, egli ai primi di luglio riportò alcuni faticosi successi a Monte Suello, Storo, Condino; espugnò il forte d’Ampola, e vinse la più importante giornata di Bezzecca (21 luglio). Il generale Medici, a capo di una divisione dell’esercito regolare, per la val Sugana avanzò fino in vista di Trento.
La ricerca del successo e la conquista di Trieste falli completamente in mare. L’ammiraglio Persano, pur disponendo di forze di gran lunga superiori a quelle austriache, si mostrava esitante ad agire. Ricevette finalmente dal ministro della marina Depretis l’ordine d’attaccare l’altra sponda. Allora iniziò fiaccamente un bombardamento, in gran parte inefficace, dell’isola di Lissa. Il 20 luglio sulla flotta italiana disordinata e mal diretta — erano assai aspri i conflitti fra il Persano e l’ammiraglio Albini — piombò risoluta la flotta austriaca comandata dal Tegethoff. La nave Re d’Italia speronata dall’ammiraglia austriaca affondò; la Palestro incendiata saltò in aria. Il Tegethoff si ritirò vittorioso a Pola, il Persano ebbe la vana consolazione di restar padrone delle acque.
Mentre falliva la speranza d’un successo navale italiano, l’esercito prussiano era già in vista di Vienna. L’Austria stremata e senza vigore di reazione chiese pace. A Nikolsburg il 21 luglio s’iniziarono le trattative ad insaputa dell’ Italia. Il Bismarck aveva fretta di conchiudere la guerra. Vedeva chiaramente che prolungandola si sarebbe provocato l’intervento francese e si sarebbe esasperata a suprema resistenza l’Austria. Con accanita energia egli osteggiò il partito militare e lo stesso re, che, inebriati dai successi, volevano entrare trionfanti in Vienna, e parlavano di mutilare di vasti territori l’Austria vinta. Tenne a bada la Francia (che dalla vittoria di Sàdowa era rimasta colpita non meno dell’Austria), lasciandole una vaga speranza di compensi sul Reno a danno della Baviera, sì che Napoleone potesse illudersi di ricavare dall’unità tedesca qualche vantaggio, come da quella italiana aveva ricavato Nizza e la Savoia. Nei rispetti dell’Italia, il Bismarck si ritenne libero, poiché l’Austria s’era impegnata con Napoleone a ceder la Venezia, e procedette senz’altro ai preliminari di pace una volta che lo scopo prefissosi dall’Italia nel trattato era stato conseguito. Non fu esigente. Non gli conveniva rendersi nemica irreconciliabile l’Austria. Capiva anche che la Germania avrebbe trovato nel predominante elemento tedesco degli stati austriaci un alleato, che gli avrebbe messo a disposizione le forze dei popoli slavi e magiari. Capiva che non era lontano un conflitto con la Francia, e non voleva essere assalito alle spalle quando si fosse volto contro questo nuovo nemico. Anche di fronte all’Italia, screditata dai suoi insuccessi, il suo contegno fu duro. Non gli garbavano le pretese italiane sulla Venezia Giulia, perché egli già vedeva in Trieste il futuro porto tedesco dell’Adriatico.
A Nikolsburg il 25 luglio egli chiese ed ottenne la rinunzia dell’Austria ai ducati dell’Elba e ad ogni inframmettenza nelle cose di Germania: gli stati del nord si sarebbero costituiti in una confederazione sotto il re di Prussia. Inoltre la Prussia confiscò senz’altro il regno di Hannover e congiunse più saldamente i suoi territori renani con il regno prussiano. La pace definitiva in questo senso fu firmata a Praga sotto la nominale mediazione della Francia (23 agosto 1866).
L’Italia così era rimasta sola negl’impicci: e se non si decideva ad accettare la Venezia dalle mani di Napoleone ed a rinunziare al Trentino e alla Venezia Giulia, rischiava d’avere sulle braccia tutto l’impero austriaco, desideroso di risollevarsi dall’ umiliazione, e l’avversione di tutte le potenze. Napoleone III già minacciava.
Già il 25 luglio si dovette chiedere una sospensione d’armi e fermare il generale Medici arrivato in vista di Trento e il generale Raffaele Cadorna giunto con l’avanguardia a Gradisca sull’Isonzo. Per arrivare alla conclusione dell’armistizio e dei preliminari di pace, l’Austria e la Francia mediatrice esigevano lo sgombero del Trentino. L’arciduca Alberto, capo del partito militare austriaco, ritornato sull’Isonzo, sognava di lavare con nuove vittorie in Italia la sconfitta di Sàdowa e si mostrava intransigente. L’Italia fu sul punto di ricusare la mediazione, se le si concedeva la sola Venezia. Il Ricasoli infatti era dell’opinione che l’Italia dovesse continuare da sola la guerra. Ma il conflitto fra il Cialdini e il Lamarmora aveva disorganizzato il supremo comando. Mancavano gli approvvigionamenti, le munizioni, e l’animo dell’ esercito era depresso. Fu forza cedere, e il Lamarmora, come ministro del re al campo, si assunse il penoso dovere d’accettare l’armistizio che fu firmato il 12 agosto a Cormons. Anche Garibaldi, della cui intemperanza si temeva, ubbidì e sgombrò i contesi monti del Trentino.
La pace definitiva fu firmata a Vienna il 3 ottobre 1866. Anche la Venezia l’Italia dovette riceverla dalle mani di un delegato di Napoleone III, per quanto si cercasse di mascherare questa mortificazione con un plebiscito presso che unanime.

Le conseguenze del ’66

Neppure questa volta l’Italia era riuscita a far da sé. Il confronto con la Prussia era amaro. Il Bismarck aveva posto saldamente le basi dell’ unità germanica. Neutralizzate le influenze estere, esclusa l’Austria dalla Germania, sottomessi gli stati minori e riscossa una grande indennità di guerra, assimilati alla Prussia il regno di Hannover e vasti territori, giunse ad una felice soluzione dell’antinomia del particolarismo dei singoli stati e dell’ unità. Nacque una singolarissima costituzione: in apparenza federale, in realtà unitaria. La competenza della confederazione del nord s’estendeva sulla politica estera, sull’esercito, sulle dogane, sulle poste, sui pesi e le misure, sui trattati di commercio, sul diritto penale, commerciale, civile. I piccoli stati restavano svuotati d’ogni competenza che non fosse locale: i più trovarono conveniente lasciare assimilare dall’esercito prussiano le proprie forze, invece di tenerle distinte con gli stessi ordinamenti prussiani. Per deprimere il particolarismo, il Bismarck accettò il parlamento unitario per tutta la competenza della confederazione (Reichstag), eletto a suffragio universale. Ma questo parlamento, se consentiva lo sviluppo del moto unitario tedesco, non poteva diventare un focolare di liberalismo. Perchè la Prussia rimaneva, come stato particolare, con i suoi ordinamenti semi-feudali e semi-assolutistici, ed essendo tutta in mano al suo re, gli consentiva la forza necessaria per tenere in rispetto il Reichstag.
Inoltre i poteri del Reichstag furono limitati da una dieta federale della confederazione (Bundesrath), insieme senato e consiglio di stato, in cui i singoli stati erano rappresentati in diverse proporzioni, e il diritto regio veniva contrapposto a quello popolare del Reichstag. Il regime era costituzionale e non parlamentare, perché il re di Prussia, presidente della confederazione, esercitava i suoi amplissimi poteri per mezzo di un cancelliere non responsabile verso il Reichstag.
L’esercito era d’assoluta pertinenza del re di Prussia. Il partito liberale, superato dai successi del Bismarck, dovette così accodarsi al vincitore e metter da parte i suoi ideali e le sue ideologie.
Gli stati meridionali, che in gran parte nel ’66 avevano combattuto a fianco dell’Austria, ma che erano stati trattati con grande mitezza dal Bismarck, formarono una confederazione del sud che strinse alleanza con quelli del nord.
La Prussia perciò otteneva ciò che era fallito all’Italia: di rivendicare per forza propria l’unità e l’indipendenza e d’essere pronta a ribadirla, con una guerra che si giudicava imminente, contro la politica francese, la quale voleva ricondurre la Germania alle condizioni del trattato di Westfalia. Senonché alla Germania nata da fatti puramente militari-diplomatici mancava la superiore coscienza civile, formatasi in Italia nei duri travagli degli esilii e delle prigioni, negli spiriti migliori del paese.
L’Austria ebbe dalla sconfitta un nuovo ordinamento interno, e parve attingere un nuovo rigoglio di vita. Già dopo la guerra di Lombardia, nel 1860, l’imperatore aveva concesso una parvenza di costituzione unitaria, con due camere: il Reichsrath e la Camera dei Signori. Il Reichsrath era eletto con un sistema complicato: in guisa che ogni regione valesse secondo la sua ricchezza e la sua cultura, e assicurando la preponderanza all’elemento tedesco. Alla monarchia era anche riservato il diritto di prorogare la camera e di governare con editti.
La costituzione funzionò male: l’Ungheria e la Venezia non vollero mandare i loro rappresentanti al Reichsrath; le popolazioni slave riluttarono al centralismo dell’elemento tedesco, e volevano (e più volte furono per ottenere) un decentramento amministrativo con la riduzione al minimo delle competenze del Reichsrath unitario e con l’accrescimento dei poteri delle diete provinciali.
Dopo il ’66, alleggeritasi del peso morto della Venezia, l’Austria sentì il bisogno di restaurare la concordia con l’Ungheria, che, tenace, nel suo autonomismo, era passata alla resistenza passiva. Si venne ad una transazione con un partito più moderato che si distaccò dall’indirizzo dell’esule Kossuth, fautore dell’indipendenza assoluta. Francesco Giuseppe riconobbe le leggi costituzionali del ’48, ma ne ottenne la riforma da una dieta.
Nel ’67 l’Ungheria ebbe un parlamento distinto e ministri responsabili e Francesco Giuseppe cinse secondo il rito tradizionale la corona di S. Stefano. Con tale transazione l’Ungheria evitò il pericolo di una costituzione federale, che avrebbe aumentato la forza delle nazionalità slave, e la stirpe magiara si associò ai tedeschi nel dominio dello stato.
Rimasero in comune fra l’Ungheria o Transleitania e gli altri territori della monarchia o Cisleitania (dal fiume Leita che segnava il confine) il ministero degli esteri, delle finanze, dell’esercito. E per questi affari comuni i due parlamenti della Transleitania e della Cisleitania nominavano delegazioni che dividevano le imposte e trattavano la politica estera e finanziaria: con grande vantaggio degli ungheresi, che nelle delegazioni si presentavano compatti di contro ai rappresentanti della Cisleitania divisi da discordie nazionali.
Così il dualismo subentrò all’unità accentrata a Vienna. Gli ungheresi ebbero abbandonati in loro balia i croati e i rumeni di Transilvania. L’Ungheria diventò l’elemento propulsore della duplice monarchia, perché essa era costituita su basi nazionali. Dall’unione ebbe tutto da guadagnare anche perché non le fu difficile riversare il peso maggiore delle spese sulla Cisleitania e favorire la propria economia. Avendo la guerra del ’66 chiuso le porte della Germania alla monarchia asburgica, l’Ungheria riuscì a prevalere nella politica estera e a trascinare la duplice monarchia in una politica orientale (il noto Drang nach Osten) secondo i suoi interessi speciali. Da ciò è facile intendere come il partito kossuthiano della separazione completa andasse declinando.
Del regime dualistico trasse però qualche vantaggio anche l’elemento tedesco della Cisleitania; non gli fu difficile predominare sugli slavi, e trovò un appoggio nella sua politica nell’alleanza con gli ungheresi.
Così ancora una volta la decrepita monarchia parve rifiorire e parve vitale, sì da ingannare anche l’accortissimo Bismarck. Il quale preferendo l’unificazione tedesca nei limiti ristretti della «piccola Germania» si proponeva a suo tempo di attirar nell’orbita della sua politica l’impero austriaco, e di disporre così anche delle forze magiare e slave.
Non le nocquero neppure le folgori di Pio IX, che condannò la nuova costituzione austro-ungherese, perché proclamava la tolleranza religiosa.
L’Italia invece doveva ancora sopportare l’ingerenza di Napoleone III in Roma: anche se nel ’66 fu ritirata la guarnigione francese: e dovette ricevere in dono non meritato la Venezia. I valichi alpini restarono in mano all’Austria, che da essi con marce convergenti poteva colpire il regno nel cuore della pianura padana.
Dopo Lissa l’Adriatico divenne campo di contrasto: l’Austria di contro all’importuosa costa orientale d’Italia disponeva degli infiniti rifugi dell’arcipelago dalmatico. Le città d’Istria e di Dalmazia restarono esposte al pericolo della completa slavizzazione, favorita dall’Austria per evitare che fossero attratte nell’orbita italiana. Infatti, come sempre, l’Austria sfruttava antagonismi di razza e conflitti sociali. Sin allora, dietro le città italiane della costa istriana e dalmatica le popolazioni slave avevano rappresentato le classi rurali inferiori che, a mano a mano che si elevavano ed acquistavano cultura, erano facilissimamente assimilate dall’elemento italiano.
Ma nel risveglio sociale e nazionale del secolo XIX non fu difficile ad un’accorta politica farle perseverare nella loro lingua slava e destare una cultura slava. Così l’alluvione slovena e croata cominciò a seppellire le città italiane dell’altra sponda e a restringere sempre più la cerchia della cultura italiana. E questa agonia dell’italianità nella Dalmazia e la lotta accanita in Istria e in Trieste non doveva restare senza ripercussioni nel regno italiano.
Il quale uscì scosso dalla guerra. Pur disponendo d’un ceto politico superiore — non eran uomini mediocri né il Lamarmora, né il Ricasoli né il Nigra, né gli altri che avevano diretto gli affari nel ’66 — era evidente che il nuovo regno aveva in sé qualcosa d’angusto e torpido: una vitalità incipiente ma non ancora piena: una partecipazione assai scarsa dell’elemento popolare alla vita della nazione ricostituita. Anche l’allontanamento dei cattolici dalla vita politica contribuiva a questo impoverimento. Occorreva una profonda trasformazione sociale, e un’opera di educazione politica assai più lunga e complessa di quanto pensassero il Mazzini e il d’Azeglio.
Infatti, era appena finita la guerra, che nel settembre 1866 Palermo proruppe in feroci e sanguinosi tumulti che parvero riprodurre le insurrezioni del ’20 e del ’48. I disordini furono prontamente repressi. I motivi dei disordini non furono mai chiari: si parlò di tentativo borbonico, di sobillazione clericale, di tentativo repubblicano. Vi si vide anche una congiura diplomatica per spezzare l’unità italiana. Infatti la diplomazia straniera persisteva nel credere non duratura l’unità, e prendeva le sue precauzioni pel caso che il municipalismo risorgesse. L’Antonelli, segretario di Pio IX, si sollevava dai suoi abbattimenti scettici per l’avvenire del potere temporale, sperando prossimo il crollo dell’Italia e vagheggiando una ricostituzione repubblicano-federale della penisola sotto la presidenza del papa. E la politica papale si attardò in questo sogno, strascico del giobertismo, fino alla fine del secolo: non solo con Pio IX, ma anche con Leone XIII. In realtà nei moti di Palermo il borbonismo, la chiesa, la repubblica non furono altro se non pretesti appiccicati a un cieco tumulto di plebi cittadine e di plebi rurali piombate nella città. Una grande massa rimaneva estranea alla vita della nazione, ed era agitata da un malessere oscuro, da un fermento, più che di rivoluzione, di anarchia; ribollimento caotico rivolgibile a tutti i fini. E di tanto in tanto questa massa irrompeva contro la compagine dello stato, mentre normalmente restava allo stato neutro.
Contro questa torbida Italia il Mazzini, invecchiato ed inasprito, lanciava le sue amarissime rampogne; contro la classe dirigente di quest’Italia, il Carducci giovane scagliava i suoi giambi e la faceva responsabile della miseria presente. Mancava la serenità per un equo apprezzamento della situazione e delle immense difficoltà da superare. Quest’esasperazione doveva portare a nuovi dolorosi tentativi nella speranza che la risolutezza del partito d’azione potesse risvegliare la fortuna e il prestigio d’Italia.

 

 

(Da L’età del Risorgimento italiano, di A. Omodeo, 1948, pp. 421-437)