LA GUERRA ANGLO-AMERICANA DEL 1812: LONDRA SALVA IL CANADA DAGLI STATI UNITI

di Massimo Iacopi -

Meno di 30 anni dopo aver conquistato l’indipendenza con l’aiuto della Francia, gli Stati Uniti tentano di approfittare del caos europeo per consolidare la loro unità ed estendere i confini a danno dell’Inghilterra. Ma anche se molto impegnata, l’ex potenza tutelare non è disposta, né pronta a cedere la sua posizione.

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Nel 1812 la lotta mortale tra le potenze in Europa raggiunge il suo punto culminante. Napoleone si appresta a invadere la Russia per forzare lo Zar a rispettare il Blocco continentale che sta imponendo all’Inghilterra. Padrona dei mari, dopo la vittoria a Trafalgar nel 1805, la “perfida Albione” soffre per il fatto di vedersi privata dei suoi sbocchi commerciali europei. E imponendo il suo blocco alla Francia, moltiplica le vessazioni nei confronti degli Americani, senza il minimo rispetto per la loro neutralità. Il controllo del commercio marittimo, come anche la pratica dell’impressment, l’arruolamento forzato di marinai stranieri per completare gli equipaggi delle navi della Royal Navy, contribuiscono a far salire il clima anti-inglese negli Stati Uniti. Nel giugno 1807 l’incidente Chesapeake-Leopard (1) spinge il potere democratico-repubblicano ad assumere una posizione netta contro l’opposizione del partito federalista (2), ostile a qualsiasi conflitto, nel decretare un embargo sui prodotti americani, che non fa che accrescere la crisi economica. In parallelo, gli Inglesi palesano il loro sostegno alle tribù amerindie, che Londra strumentalizza per bloccare l’espansione coloniale. Da questo punto di vista, la formazione, nel corso del 1810, nella regione dei Grandi Laghi, della potente Confederazione di Tecumseh (3), apertamente ostile alla politica dei Trattati, crea un’ondata di panico sulle frontiere dell’Ovest e conferma il rischio di vedere l’Inghilterra come protettore di un potente Stato indiano tampone a nord degli USA. Nonostante la vittoria di Tippecanoe, riportata dal William Henry Harrison nel 1811, la Confederazione indiana, rivendicando l’unità delle tribù in un solo e unico popolo, non si affievolisce e moltiplica le incursioni.

Il casus belli

Largamente eletto nel 1808 di fronte a un candidato federalista, il Presidente americano James Madison affronta nel 1812 la rielezione in un contesto infiammato da divisioni politiche fra opposte fazioni. Le elezioni al Congresso del 1811 hanno rinnovato ma indurito la sua maggioranza democratico-repubblicana, con l’arrivo di una nuova generazione di giovani eletti della “frontiera” dal patriottismo intransigente, come Henry Clay senior, rappresentante del Kentucky, di 33 anni e oratore senza pari. Questi uomini riprendono la retorica bellicista dei falchi del 1798, mirando, questa volta, non alla Francia, ma all’Inghilterra. Nell’apparente impotenza di un Regno Unito indebolito finanziariamente ed economicamente dalla lotta contro Napoleone, essi vedono un’occasione unica per consolidare e fondere il tessuto sociale della nazione annettendo il vicino Canada.
Il 18 giugno 1812 viene dichiarata la “guerra del signor Madison”, come è stata denominata dai suoi oppositori, nonostante l’opposizione unanime dei federalisti. Quattro giorni più tardi, scoppiano sommosse a Baltimora, contro la stampa federalista, la cui critica di guerra viene considerata un tradimento. Lo scontro provoca morti e feriti, fra i quali Henry Lee III, vecchio generale della guerra d’Indipendenza, governatore della Virginia, padre del futuro capo sudista Robert E. Lee. A partire dal mese di luglio l’esercito statunitense lancia le prime operazioni sulla frontiera canadese, in una prospettiva che il vecchio presidente Thomas Jefferson qualifica come una “passeggiata di salute”, proprio perché il disequilibrio delle forze sembra favorire apparentemente le giubbe blu.

I capi

Winfield Scott

Winfield Scott

La guerra del 1812 viene improvvisata e l’inquadramento americano, nonostante l’esistenza di un piccolo corpo di ufficiali professionisti formati all’accademia militare di West Point (a partire dal 1802), è carente. Il senior officer dell’esercito americano (carica di generale in capo, formalizzata solo nel 1820) è il generale Henry Dearborn. Di poco oltre la sessantina, è un veterano dell’Indipendenza. Ma l’uomo non brilla per ispirazione. Autorizza l’invasione dell’alto Canada, mentre i preparativi militari sono lontani dall’essere conclusi. Di fatto, il generale viene rapidamente allontanato dal comando reale e relegato a New York con funzioni amministrative. I comandi locali vengono affidati a fedeli del presidente Madison. Questo fenomeno dei “generali politici”, che perdura almeno sino alla guerra di Secessione, fornisce risultati spesso catastrofici, come testimoniano le prime campagne del 1812. Occorrerà attendere la seconda parte della guerra per vedere una nuova generazione di ufficiali superiori capaci ed efficaci, come il generale William Henry Harrison, Jacob Jennings Brown o Winfield Scott.
Nonostante le difficoltà specifiche e di relazione con i coloni, il comando britannico presenta, invece, le qualità e i difetti tradizionali dell’esercito inglese: una disciplina rigorosa, associata a una frequente mancanza d’iniziativa, come nel caso del luogotenente generale Lord George Prevost, governatore delle province del Canada, accusato di pusillanimità. Il maggior generale Isaac Brock si mostra, per contro, efficace nel 1812 nel preparare le milizie dell’alto Canada per contrastare l’invasione americana. La vittoria di Detroit si dimostrerà essenziale nell’orientamento del conflitto.
Nel 1814, con la sconfitta di Napoleone, molti veterani di guerra arriveranno a rinforzare i quadri dei due campi, con metodi e risultati non univoci, ma con tanta esperienza di combattimenti. Nell’estate del 1814, la spedizione punitiva del generale inglese Robert Ross of Bladensburg, nel Maryland, si rivela spettacolare nei suoi risultati diretti, ma povera dal punto di vista dei benefici strategici, tanto più che il seguito della campagna gli costerà la vita. Per quanto riguarda il generale inglese Edward Pakenham, il suo rimarcabile stato di servizio nella penisola iberica e in Francia non gli impediranno di effettuare scelte tattiche inadeguate nel gennaio 1815 nella Nuova Orleans, pagando anche lui con la vita una sconfitta tanto cocente quanto inutile.

Le forze in campo

Robert Ross of Bladensburg

Robert Ross of Bladensburg

L’equilibrio delle forze potenziali fra Americani e Britannici sembrava nettamente a favore dei primi sul piano terrestre e dei secondi sul piano navale. La situazione, tuttavia, al di là delle nude cifre, nasconde alcune specificità. La Royal Navy conta 800 unità, di cui circa 200 di linea. Se l’immensa maggioranza di questa flotta rimane mobilitata contro Napoleone in Europa, l’ammiragliato britannico mantiene in America del Nord una squadra di 11 vascelli, 34 fregate e diverse decina di navi ausiliarie, che possono essere rinforzate a volontà, come anche una flottiglia sui Grandi Laghi – allo stesso tempo troppo e troppo poco. Le cifre sembrerebbero in effetti imponenti di fronte alla giovane US Navy, indubbiamente motivata, addestrata e organizzata, ma limitata a 5 mila marinai e una ventina di bastimenti armati (di cui i più importanti sono 6 grandi fregate) e sprovvista di navi di linea, messe in cantiere durante la guerra. (L’USS Indipendence e l’USS Washington vengono lanciate nel 1814, ma rimangono bloccate nei porti d’attacco). In materia navale gli Americani conducono soprattutto una guerra di corsa, con più di 500 privateers con “lettere di corsa”, il cui compito consiste nell’attaccare le linee commerciali britanniche. Questa strategia risulta tanto più efficace per il fatto che la Royal Navy non dispone di forze sufficienti per affrontare le poche unità dell’US Navy e i corsari, assicurando nel contempo il blocco di più di 2200 chilometri di coste sull’Atlantico, dalla Florida spagnola alla provincia canadese del Nuovo Brunswick, ai quali vanno aggiunti 670 chilometri di costa in Luisiana, sul golfo del Messico.
Sul piano terrestre, gli effettivi iniziali risultano deboli in entrambi gli schieramenti. L’America jeffersoniana conta circa 8 milioni di abitanti ed accetta con difficoltà di mantenere una forza militare permanente. L’esercito regolare rimane povero, sebbene rinforzato a partire dal 1808. Agli inizi del 1812, su un totale teorico di 10 mila ufficiali e soldati, l’US Army riesce a mobilitare solo 5 mila uomini validi organizzati in 8 reggimenti a piedi, due reggimenti di artiglieria (una leggero ed uno da piazza) e un solo reggimento di cavalleria (dragoni leggeri). Ma la carenza di organizzazione, le deplorevoli condizioni sanitarie e l’inesperienza degli ufficiali, minano le capacità, mentre le perdite per malattia e diserzione sono endemiche. Diverse compagnie di Rangers e una forza volontaria di 10 mila uomini vengono reclutate per un anno, ma la loro organizzazione risulta lenta. A questo scheletro di esercito si aggiunge il potenziale, enorme sulla carta, della milizia, stimata in circa 450 mila uomini, mobilitabili nell’ambito dei 18 Stati. Di fatto, sono una frazione di questo potenziale risulta disponibile per operazioni locali. Infine, si aggiungono al tutto circa 3 mila Amerindi (Tuscaroras, Cherokees, Choctaws…) a fianco degli Americani. In totale, in tre anni 290 mila uomini arrivano a servire sotto la bandiera stellata. Per un motivo o per un altro.
La corona britannica, presa delle preoccupazioni della guerra napoleoniche in Europa e in particolare dalla lotta nella penisola iberica, dispone di relativamente ridotti mezzi di difesa, mantenendo nella Nuova Scozia e nell’alto e basso Canada, popolati da meno di un milione di abitanti, una forza solida e disciplinata, ma limitata a circa 6 mila regolari. Questi ultimi sono rinforzati da truppe provinciali e da milizie, per un potenziale di 60 mila soldati, di cui da 10 a 15 mila sono in condizioni di servire in maniera effettiva e con una motivazione variabile. Il principale atout britannico all’inizio della guerra è la sua solida alleanza con i popoli amerindi delle regioni di frontiera, di cui i resti della Confederazione delle 6 nazioni irochesi e la potente Confederazione di Tecumseh dei territori del Nord Ovest. Un totale di 10 mila guerrieri combattenti a fianco delle giubbe rosse che si dimostrano efficaci sul loro terreno. Nel 1814, l’abdicazione di Napoleone lascia a Londra, tra gli altri, le mani libere per rischierare contingenti di veterani dall’Europa. Fin dal 1814, le truppe britanniche vengono portate a 30 mila regolari, di cui un corpo di 6 mila uomini, schierato appositamente e direttamente sulle coste degli Stati Uniti.

Le operazioni

Per effetto di contingenti militari dispersi sui territori e di immensi condizionamenti logistici in regioni sprovviste di infrastrutture, si assiste a una guerra di incursioni, punteggiata da battaglie campali, che coinvolgono da qualche centinaio a qualche migliaio di uomini. Le cifre in gioco sono risibili, se comparate alle immense concentrazioni di forze in Europa alla stessa epoca (più di 500 mila uomini a Lipsia nell’ottobre 1813).

Atto I: fallimento nel Canada
Sicuro della forza delle truppe disponibili, nonostante lo stridente deficit relativo ai preparativi di guerra, il generale Dearborn autorizza l’invasione dell’alto Canada nel luglio 1812. Il generale William Hull, che avanza dalla regione del Lago Michigan e che enfaticamente invita le milizie canadesi ad affiancarsi a lui, perde rapidamente il morale. Respinto dalle forze combinate anglo-indiane del generale Brock, inferiori di numero ma ben organizzate, e composte specialmente da guerrieri Mohawks efficaci in queste regioni boscose, gli Americani sono costretti a ritirarsi. Hull si trincera, a quel punto, nel Forte Detroit, la “capitale dell’Ovest”. L’Americano, spaventato e incompetente, dopo qualche giorno di assedio e un finto tentativo di resistenza, capitola il 16 agosto 1812 con 2 mila uomini e abbondante materiale, lasciando ai Britannici, per l’occasione, il controllo di tutta la regione.
Sebbene meglio preparato, il tentativo del generale Robert Van Rensselaer, a partire dal Forte Niagara andrà incontro a un nuovo fallimento. I dirigenti Americani sono minati da rivalità politiche e Van Rensselaer è uno dei rari federalisti noti a essere stato investito di un comando, i suoi subordinati sono tutti democratico-repubblicani e le truppe delle milizie e dei volontari evidenziano uno scarso morale. Questa seconda invasione viene, a sua volta, respinta a causa della disunione di comando. L’incompetente Hull, condannato a morte per la capitolazione di Detroit, viene graziato dal presidente Madison, di cui è amico, mentre l’efficace Van Rensselaer, al quale viene risparmiata la corte marziale, per timore di far apparire la carenze dei suoi subordinati viene allontanato da qualsiasi comando.

Atto II: 1813, stabilizzazione e vicolo cieco
Alla fine del 1812, malgrado alcuni successi locali ripotati nell’autunno e qualche significativo successo navale – a cominciale dalla cattura dello sloop HMS Alert da parte della fregata USS Essex -, il 13 agosto l’offensiva americana nell’alto Canada si conclude con un fallimento. Contro ogni attesa, gli Americani vanno incontro alle più grandi difficoltà sul teatro terrestre, pur moltiplicando una serie di “colpi di spillo”, senza conseguenze, contro la Royal Navy sul mare.
Troppo deboli per passare all’offensiva, le forze britanniche e amerindie producono una resistenza accanita intorno ai forti delle regioni frontaliere, in concorso a una piccola guerra navale sui Grandi Laghi. Le operazioni si concentrano intorno al fiume Niagara, dove alternano successi e sconfitte in una guerra di incursioni, durante la quale la professionalità delle truppe regolari britanniche, associate alla conoscenza del terreno da parte degli Amerindi, si mostra temibile a fronte di forze americane eterogenee, mal comandate e poco motivate. In tal modo gli Americani vengono battuti a Frenchtown nel gennaio (spesso denominato massacro di Frenchtown, con decine di prigionieri assassinati dagli Amerindi), quindi umiliati a Stoney Creek, nel giugno seguente, in occasione di un attacco britannico notturno.
La situazione si riequilibra alla fine dell’estate del 1813. Nel settembre, il comandante (commodoro) Oliver Hazard Perry compie una delle principali imprese della guerra, catturando la totalità della flottiglia britannica del Lago Erie, di cui assume il controllo per tutto il resto della guerra, mentre il Lago Ontario rimarrà sotto il controllo anglo-canadese. Questa vittoria rappresenta un vero tornante strategico nella regione, in quanto consente di isolare e recuperare Detroit e di minacciare la Confederazione Tecumseh: gli Amerindi, in inferiorità numerica, nonostante l’appoggio di diverse centinaia di regolari britannici, sono costretti, nel mese di ottobre, a dare una decisiva battaglia contro le forze del generale Harrison sul fiume Thames, venendo sconfitti; lo stesso Tecumseh viene ucciso in combattimento. La sua confederazione, senza dubbio l’ultima costruzione politica amerindia e il principale ostacolo alla colonizzazione dell’area, sparisce con lui.

Atto III: 1814-1815, guerra e pace
La situazione militare, stabilizzata sulla frontiera dell’alto Canada – dove i combattimenti proseguono sporadicamente, ma senza eventi decisivi fino alla fine della guerra – entra in un vicolo cieco già dalla fine del 1813. L’evoluzione della situazione europea nel 1814 cambia la situazione, consentendo a Londra di inviare rinforzi. Stanco di un conflitto dove l’Inghilterra ha poco da guadagnare e molto da perdere, il governo di re Giorgio III adotta una strategia più offensiva, al fine di ottenere pegni in vista dei negoziati di pace, specialmente il territorio dei Maine, che fiancheggia il basso Canada francofono. I negoziati hanno inizio a Gand nell’estate del 1814. Uno dei negoziatori americani, il diplomatico ed economista Albert Gallatin, mette l’accento sull’indurimento dei toni da parte di Londra, dimostrando anche di godere della fiducia inglese.
In quel momento, diverse grandi spedizioni sono in corso, con obiettivo parti del territorio degli USA. Mentre piccoli distaccamenti si impadroniscono di una gran porzione della selvaggia costa del Maine, l’inglese Prevost assume la guida di una forza di 10 mila regolari, che risalgono la valle del fiume San Lorenzo verso quella dell’Hudson, attraverso il lago Champlain, che allora, in estate, costituiva una via di comunicazione naturale. Il tutto in stretto coordinamento con la flottiglia del capitano scozzese George Downie. Obiettivo: impadronirsi di Plattsburgh, sulla riva ovest del lago e servirsene come base d’appoggio per tagliare la Nuova Inghilterra dal resto del paese. Ma questa volta le forze americane, agli ordini del generale Alexander Macomb e rinforzati dalla flottiglia del comandante Thomas Mcdonough che risale l’Hudson, riescono a tenere le posizioni sebbene in inferiorità numerica. L’11 settembre lo scontro fra le due forze fluviali si risolve a vantaggio degli Americani e Downie muore in combattimento. Prevost, malgrado la superiorità numerica terrestre, privato di linea di comunicazione fluviale, non osa attaccare le difese americane e decide di ripiegare verso il Canada: una occasione mancata che gli verrà apertamente rimproverata.
La principale spedizione britannica del 1814 consiste nel rinforzare, nella baia di Chesepeake, il blocco navale e la guerra di incursioni sulle coste della Virginia e del Maryland, condotte con risultati diversi a partire dalla primavera del 1813. In agosto e settembre del 1814 forze combinate cercano di isolare e di conquistare il gran porto di Baltimora. La fiera città della Virginia, Alexandria, capitola e viene messa sotto riscatto da una flottiglia che risale il Potomac, non difeso. Più grave, il 24 agosto, a Bladensburg, a qualche chilometro da Washington, i 7 mila uomini del generale William H. Winder vengono messi in fuga da soli 1500 britannici, comandanti dal generale Ross, sotto gli occhi costernati del presidente Madison. La capitale federale, il cui completamento si trascina da tempo, viene occupata sul colpo e parzialmente incendiata.
L’incendio di Washington, per quanto umiliante, non vede ulteriori sviluppi negativi della campagna. Baltimora, obiettivo principale della operazione inglese, viene assediata, ma l’accanita resistenza del Forte McHenry fa fallire la spedizione, tanto che stesso generale Ross vi incontra la morte. La flotta inglese viene costretta a ritirarsi dopo una serie di saccheggi e distruzioni, che lasceranno tracce durevoli nell’immaginario collettivo americano.

Jackson Andrew

Jackson Andrew

Atto IV: 1815, Jackson salva la Nuova Orleans
Londra gioca il tutto per tutto con una spedizione nel Golfo del Messico. Destinata ad appoggiare gli Indiani Red Stick in rivolta nel bacino del Mississippi, questi ultimi vengono battuti nel marzo 1815 a Horseshoe Bend dal generale Andrew Jackson (4). Combattimenti sporadici proseguono su questo teatro minore, in particolare la presa di Pensacola, nella Florida spagnola, nel novembre 1814, sola conquista americana in territorio straniero.
Il generale inglese Packenham, giunto alla fine dell’anno alle Bermude con un potente corpo di spedizione, all’oscuro dell’avvenuta firma del trattato di pace di Gand il 24 dicembre, decide di marciare su Nuova Orleans. Solo l’8 febbraio 1816, a qualche chilometro dalla città, il veterano dell’esercito di Wellington lancia le sue truppe regolari contro le difese che Jackson – avvertito dell’imminenza dell’attacco dal pirata francese Jean Baptiste Lafitte (5), schieratosi al suo fianco – ha avuto il tempo di preparare solidamente. Si tratterà di un nuovo disastro, che costerà la vita al generale inglese, oltre a 2 mila feriti e prigionieri. Ironicamente, la più grande battaglia della guerra, viene disputata dopo la fine formale delle ostilità. Essa contribuisce fortemente ad attenuare presso gli Americani l’umiliazione per l’incendio di Washington e per una pace bianca, ratificata dal Congresso americano il 18 febbraio 1815.

Il bilancio

Se paragonato alle numerose vittime delle guerre che devastano l’Europa, il bilancio del conflitto del 1812 potrebbe sembrare limitato, nonostante i tre anni di scontri per terra e per mare. Le perdite totali ammontano a circa 30 mila uccisi e feriti per i due campi, ovvero appena poco più della metà della sola battaglia di Waterloo dell’8 giugno 1815. Gli Stati Uniti registrano ufficialmente 2300 vittime e 4500 feriti in combattimento per terra e per mare. Prova evidente della ridotta preparazione e della disorganizzazione, anche perché gli USA registrano ben 15 mila vittime per malattia. Sul lato britannico si contano 4500 morti, di cui 1220 in combattimento, oltre a 3700 feriti.
Al di là di questo bilancio, la guerra si conclude con una specie di status quo ante, che non soddisfa né gli Stati Uniti né l’Inghilterra, ma che evidenzia lo sfinimento finanziario dei belligeranti. Da parte americana la guerra è servita a consolidare un sentimento nazionale ancora tenue – messo nuovamente alla prova circa mezzo secolo più tardi con la guerra di Secessione – e a sostenere lo sviluppo economico interno a danno delle importazioni dall’Europa. Gli Stati Uniti, sebbene abbiano fallito nei loro obiettivi, si affermano comunque sulla scena internazionale per il solo fatto di aver, ancora una volta, resistito alla potenza britannica. Come conseguenza indiretta, l’indebolimento delle tribù amerindie alleate dei Britannici, consente, peraltro, un’accelerazione della colonizzazione americana dell’Ovest.
Benché furibondi per essere stati sfidati, i Britannici sono prima di tutto preoccupati dalla riorganizzazione di un’Europa ancora pervasa dall’influenza napoleonica, come dimostrano gli eventi legati ai Cento giorni della primavera del 1815. In ogni caso, riescono a preservare l’essenziale in America, vale a dire il controllo del Canada. Per Londra, il vicolo cieco del conflitto mostra ugualmente l’inutilità di far continuare una rivalità deleteria con le vecchie colonie, che per di più condividono la sua ossessione per la libertà di commercio marittimo. Negli anni che seguono il conflitto la firma di diversi trattati regola i contenziosi di frontiera, specialmente sulla questione dei Grandi Laghi. Questa fase di assestamento fra Londra e Washington prenderà qualche decennio, ma alla fine l’intenso lavoro diplomatico servirà a trasformare i due avversari in partner. Più in generale, i due conflitti americano-britannici hanno messo in evidenza l’incapacità crescente delle potenze europee a conservare il controllo dei rispettivi possedimenti oltre Atlantico. Le colonie spagnole, già in rivolta da diversi anni, riusciranno a guadagnare una loro indipendenza nel corso degli anni ’20 del XIX secolo.
Dal punto di vista della memoria, mentre la guerra del 1812 rappresenta negli Stati Uniti e in Inghilterra un lontano ricordo, per contro in Canada segna un momento forte della costruzione dell’identità nazionale in opposizione agli USA.

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Note
(1) Il 22 giugno 1807 a largo del porto virginiano di Norfolk la fregata britannica HMS Leopard del capitano Salisbury Humphreys, alla ricerca di disertori, intercetta la fregata americana USS Chesapeake del commodoro James Barron (sollevato dall’incarico) e dopo aver tirato diverse bordate, cattura all’abbordaggio la nave americana, con il bilancio di tre morti e 18 feriti. L’incidente rischia di scatenare la guerra fra i due paesi, ma il Congresso americano, ottenute le riparazioni richieste, lascia cadere la questione.
(2) L’epoca detta del “primo sistema di partiti” (1792-1824) vede lo scontro fra il partito democratico-repubblicano (antenato del partito democratico), ostile alla centralizzazione e che promuove la colonizzazione dell’Ovest, e il partito federalista, più anglofilo e fautore dello stato federale rinforzato.
(3) La Confederazione di Tecumseh e del fratello più giovane, profeta Tenskwatawa, costituita nel 1805 nelle regioni dei Grandi Laghi, riunisce decine di bande e di tribù del Nord-Ovest che rifiutano di accettare i trattati firmati con i coloni americani. Alleata con i Britannici nel 1812, la Confederazione viene disciolta dopo la morte di Tecumseh nella battaglia del Thames, il 5 ottobre 1813.
(4) Eletto Presidente nel 1808 e rieletto nel 1812 qualche mese dopo lo scoppio della guerra, James Madison è un possidente della Virginia, proprietario di schiavi, così come Thomas Jefferson e George Washington prima di lui. Madison passa, agli occhi di numerosi Americani soprattutto delle regioni rurali e pioniere, come l’erede diretto dei Padri Fondatori.
(5) Pirata e negriero francese dalle origini e dai trascorsi oscuri. Jean Lafitte fonda, nel Bayou, il proto-stato contrabbandiere di Barataria, dopo la vendita della Luisiana nel 1803. Nel 1814, sperando forse in un’amnistia, sceglie di schierarsi con gli Americani e non con gli Inglesi, che sollecitano il suo aiuto.

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Per saperne di più
Jeremy Black, The War of 1812 in the Age of Napoleon, University Oklahoma Press, 2009.
R. David Edmunds, Tecumseh and the Ouest for Indian Leadership, Little Brown & Co, 1984.
John R. Elting, Amateurs to Arms! A military History of the War of 1812, Da Capo, 1995.
Donald R. Hickey (a cura di), The War of 1812: Writings from America Second War of Indipendence, Library of America, 2013.
Sylvain Roussillon, L’Autre guerre d’indépendance: 1812, le conflit méconnu, L’Artilleur/Bernard Giovanangeli, 2020.