LE TENDENZE MEDITERRANEE DELLE MONARCHIE DI SPAGNA E DI FRANCIA E L’ITALIA
di Pietro Silva –
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Tra Medioevo ed età moderna, Spagna e Francia emergono come grandi monarchie europee, plasmate da secoli di guerre, conquiste e consolidamento del potere. Dalla Reconquista iberica all’espansione aragonese nel Mediterraneo, fino al rafforzamento della monarchia capetingia, si ridisegnano gli equilibri politici del continente. Le rivalità tra potenze marittime e dinastie regnanti logorano l’Italia, trasformandola nel naturale terreno di scontro. Alla fine del Quattrocento, l’invasione di Carlo VIII segna l’inizio di un conflitto destinato a cambiare per sempre il volto della penisola e dell’Europa.
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Lo sviluppo delle Monarchie di Spagna e di Francia costituì nella seconda metà del secolo XV la conclusione di un processo storico i cui inizi si erano delineati fin dal secolo X, e creò nel Mediterraneo occidentale una situazione nuova che fece sentire i suoi effetti nella penisola italiana.
Il processo di formazione della Monarchia spagnola si lega all’attività dei nuclei cristiani che avevano potuto conservarsi liberi dalla dominazione mussulmana nelle zone al di qua dell’Ebro o nelle montagne delle Asturie, e che col secolo XI iniziarono contro i Mussulmani una vigorosa lotta per la difesa della fede e per la liberazione della patria. Al successo di tale lotta giovò il fatto che, dopo un periodo di grande potenza, il Califfato di Cordova era travagliato da una crisi quasi di dissolvimento: in quanto la sua unità politica si frantumava in tanti staterelli, quali quelli di Murcia, Granada, Saragozza, Maiorca, Valenza, Siviglia, Toledo, Cordova.
Ecco allora muovere alla riscossa i piccoli Stati cristiani: quelli di Navarra, di Barcellona, di Léon, di Aragona e di Castiglia, mentre accorrevano al di qua dei Pirenei a partecipare alle imprese, mossi dall’impulso religioso e insieme dallo spirito cavalleresco e avventuroso, feudatari di Francia, tra i quali quell’Errico di Borgogna che, nella parte occidentale della penisola, gettò le basi di un dominio da cui doveva svilupparsi l’odierno Portogallo.
Campione della lotta antimusulmana di Spagna, contemporanea alla lotta antimusulmana dei Normanni in Sicilia e delle Repubbliche marinare del Tirreno, fu Rodrigo Diaz, immortalato nelle leggende e nei canti cavallereschi col nome di Cid Campeador; primo clamoroso trionfo fu la liberazione di Toledo nel 1085. Nell’anno successivo un rinforzo venuto ai Mussulmani spagnoli dai fratelli del Marocco, permise di arrestare l’offensiva cristiana con la memoranda battaglia di Zalacca; ma tale arresto significò non fine, ma semplicemente una pausa nel movimento che doveva cessare soltanto quattro secoli dopo in Spagna con la caduta di Granada, ultimo baluardo musulmano al di qua dello Stretto, e continuare ancora di là dello Stretto con le lotte in Marocco e in Berberia.
In questi quattro secoli, gli Stati cristiani d’Iberia si riducevano a due maggiori: i Regni di Aragona e di Castiglia, e a due minori: i Regni di Navarra e di Portogallo; e i due maggiori si differenziavano per il diverso indirizzo delle tendenze espansionistiche.
Il Regno di Aragona si preoccupò essenzialmente dell’espansione mediterranea, specialmente dopo l’annessione della Contea di Barcellona avvenuta nella seconda metà del secolo XII. Da tale annessione la Aragona ebbe non soltanto un notevole aumento alla propria marineria, ma anche l’eredità delle tradizioni e delle attività mediterranee, legate al nome catalano e alla grande città che nell’epoca del risveglio mediterraneo dopo le Crociate era diventata un emporio internazionale, frequentato da mercanti e da navi delle Repubbliche italiane, e dell’impero d’Oriente, della Palestina, dell’Egitto.
Dall’annessione ebbero incremento le fortune del Regno e anche quelle della città annessa. Questa nel secolo XIII cominciò, dietro le orme delle Repubbliche italiane, a impiantare le proprie colonie e i propri fondachi nelle coste del Levante; e nel periodo successivo alla restaurazione paleologa a Bisanzio acquistò importanti e copiosi privilegi commerciali nell’impero d’Oriente. Particolari cure all’incremento di Barcellona pose il re Giacomo I, il cui lungo regno (1213-1276), con le conquiste di Maiorca (1229), di Minorca (1231) e del regno di Valencia compiute a danno dei Saraceni, apre il periodo di intensa attività mediterranea aragonese.
A Giacomo I Barcellona dovette il provvedimento del 1227, che, allo scopo di favorire la marineria cittadina, proibiva di caricar le merci dirette «ad partes transmarinas» su navi straniere, finché erano in porto navi catalane disponibili; e dovette anche un altro provvedimento del 1265 di particolare interesse per noi, perché per favorire gli interessi dei mercanti locali decretava l’espulsione dei mercanti lombardi, fiorentini, senesi, lucchesi, il che dimostra, insieme all’interessamento del Re aragonese per la grande città marinara e mercantile, anche la posizione di minaccioso predominio conquistata in essa dai mercanti italiani.
A favorire l’avanzata aragonese nel Mediterraneo contribuì una serie di eventi che costituirono pagine dolorose, nella storia italiana, e cioè le rivalità e le lotte fra le Repubbliche marinare italiane. In tali lotte, infatti, si assorbirono e si logorarono forze che avrebbero potuto riuscir preziose per costituire barriere contro l’espansionismo mediterraneo dei Re di Aragona. Basti pensare che quando con l’occupazione della Sicilia al momento della guerra del Vespro l’espansionismo aragonese in Mediterraneo segnò una tappa importante, Pisa, Genova e Venezia erano impegnate nelle lotte della Meloria e di Curzola e cioè in una situazione in cui il Tirreno rimaneva campo aperto alle iniziative e alle imprese dei Re d’Aragona.
Dopo che il disastro della Meloria nel 1284 e la successiva vigorosa guerra offensiva genovese-fiorentina contro Pisa ebbero prostrato la repubblica marinara toscana, avviandola alla decadenza suggellata poi nel 1406 dall’assoggettamento a Firenze, eran rimaste a contendersi il primato marinaro Genova e Venezia. La rivalità fra queste due Repubbliche, che si poteva dire permanente e che già lungo il secolo XIII, nel 1205-1217 e nel 1263-1266, aveva provocato lotte armate, esplose tre volte dalla fine del XIII secolo alla fine del XIV secolo in crisi di guerre lunghe e accanite: la prima iniziata nel 1293, segnata dal disastro veneziano di Curzola, e chiusa con la pace del 1299; la seconda divampata tra il 1350 e il 1355 per le rivalità commerciali in Mar Nero e sulle coste della Crimea e per l’occupazione genovese di Scio; la terza, la più famosa di tutte, occasionata dalla questione dell’isola di Tenedo all’imboccatura dei Dardanelli, ambita con ugual cupidigia dalle due Repubbliche, guerra svoltasi attraverso drammatiche fasi, fra cui l’investimento genovese di Chioggia, e chiusa nel 1381 per mediazione di Amedeo VI con la pace di Torino.
Per dare l’impressione della vastità e dell’accanimento di tali lotte, basta ricordare qualche episodio di esse.
La lotta del 1350-1355, scoppiata, come si è detto, per le rivalità commerciali nel Mar Nero, dove Genova possedeva numerose e floride colonie, assunse ben presto il carattere di una grande guerra europea, perché a fianco di Venezia e contro Genova si allearono il Regno di Aragona, rivale di Genova nell’alto Tirreno e preoccupato dell’attività genovese verso le coste iberiche, e l’Impero bizantino, che voleva scuotere e indebolire la sempre crescente penetrazione genovese nel Mar Nero; tra le battaglie combattute durante tale lotta, resta memorabile quella del Bosforo, che nel febbraio 1352 mise di fronte la flotta genovese e una flotta veneto-catalana; in essa l’accanimento fu tale che le perdite fiaccarono l’una parte e l’altra. Anche più vasta e drammatica riuscì la successiva lotta del 1376-1381, che si iniziò con una vittoria veneziana nelle acque di Anzio, seguita però quasi subito dal disastro veneziano davanti a Pola; allora Venezia si trovò a dover fronteggiare, oltre che i Genovesi avanzatisi fino a investire e a bloccare Chioggia, anche le forze del Re d’Ungheria, del Duca d’Austria, del Patriarcato di Aquileia, e di Francesco da Carrara signore di Padova, e cioè di tutti i Principi che erano minacciati e danneggiati dall’espansione veneziana nella terraferma veneta e oltre Adriatico. Chiusa codesta guerra dalla pace di Torino nel 1381, Venezia poté rapidamente risollevarsi dalle conseguenze della dura lotta e riprendere la politica espansionistica nella terraferma, giungendo in mezzo secolo a costituire il vasto dominio dall’Isonzo al basso Po e all’Adda, sia pure a scapito delle attività e delle energie che doveva esplicare in Oriente, dove intanto si delineava e si sviluppava il pericolo dell’avanzata turca. Genova invece, meno favorita dalla propria posizione geografica, attraversò una lunga crisi di esaurimento, durante la quale dovette piegare, sia pure temporaneamente, alla dominazione di potentati stranieri che per la loro espansione anelavano a impadronirsi della riviera ligure: infatti nel 1354 Genova fu costretta ad aprire le porte a Giovanni Visconti, signore di Milano, che sviluppava l’espansionismo visconteo sulle tre direttive dell’Emilia, del Veneto e della Liguria; successivamente, lungo il secolo XV, subì il temporaneo dominio degli Sforza, eredi del Ducato dei Visconti e continuatori della loro politica, e dei Re di Francia che, superata la crisi della guerra dei Cento Anni e consolidata la Monarchia, miravano a crearsi in Genova e nella Liguria le basi della politica di espansione nella penisola italiana e nel Mediterraneo occidentale.
È intuitivo che le lotte accanite e il logorio delle forze genovesi e veneziane avvenivano a tutto vantaggio della sviluppantesi potenza marinara del Regno d’Aragona.
Si contrappose però presto un rivale a questo Regno nell’espansionismo mediterraneo, e fu, sullo scorcio del secolo XIII, il Regno di Francia, che, come vedremo, dai tempi di Luigi IX si era esso pure orientato verso ingrandimenti mediterranei. Ed una fase importante di tale rivalità è connessa a un episodio di storia italiana: alla guerra del Vespro.
Ma il successo rimase agli Aragonesi, le cui tappe di espansione mediterranea dal secolo XIII al XV possono segnarsi a grandi tratti così: Baleari, conquistate agli infedeli da Giacomo I con gli aiuti di Genova e Pisa; Sicilia, strappata agli Angioini quando nel 1284 l’insurrezione del Vespro offrì l’occasione opportuna a Pietro III d’Aragona di portare a compimento il maneggio già prima intessuto; investitura di Corsica e di Sardegna ottenuta nel 1297 da Bonifazio VIII; Sardegna, tolta nel 1323 da Giacomo II a Pisa indebolita e paralizzata dalla sconfitta della Meloria e dalla lotta contro Firenze; Regno di Napoli, occupato alla metà del secolo XV da Alfonso il Magnanimo.
Se si considerano queste tappe successive, si resta impressionati non solo dal carattere, che esse rivelano, di tenacia nel perseguire attraverso lunghi secoli una stessa politica, ma anche dal fatto che lo sviluppo di tale politica veniva fatalmente a coinvolgere l’Italia, quasi segnando le vie che poi saranno percorse da Ferdinando il Cattolico, e poi da Carlo V. A questo riguardo va ricordato un significativo precedente verificatosi nella prima metà del secolo XIV e legato all’attività mediterranea del Re aragonese Giacomo conquistatore della Sardegna: questo Sovrano mirò anche all’Italia centrale e cercò di costituirsi una base di espansione impadronendosi di Pisa al momento in cui la Repubblica marinara toscana, fiaccata dal colpo della Meloria e avviata alla decadenza, era premuta e minacciata da Firenze. Si intrecciarono allora, fra il 1307 e il 1309, trattative aragonesi-pisane, che avrebbero dovuto sboccare in una specie di protettorato aragonese sulla città dell’Arno. Lo sviluppo delle trattative fu troncato dalla venuta dell’imperatore Arrigo VII, che risollevò, sia pure temporaneamente, le speranze e le energie pisane; ma, in seguito, durante tutto il secolo XIV l’attività e la penetrazione, se non politica, certo economica dell’Aragona in Pisa non fecero che svilupparsi: nel 1379 un importante trattato commerciale legò i due Stati; nel 1406 i mercanti catalani insediati in Pisa tentarono di interessare il Governo della loro patria perché aiutasse Pisa contro la minaccia fiorentina.
Mentre le forze d’Aragona si volgevano con tanto impeto all’espansione mediterranea, quelle del Regno di Castiglia continuavano la lotta contro i Mori, per la quale la Castiglia aveva avuto dall’Aragona una specie d’investitura quando dall’Aragona le era stata ceduta la provincia meridionale di Murcia, assai adatta, per la sua posizione, allo sviluppo dell’offensiva antimusulmana.
La linea lungo la quale i Re di Castiglia avanzarono vittoriosi fu quella del Guadalquivir, con le due memorabili tappe di Siviglia e di Cadice. E se a Siviglia i vincitori s’insediarono al posto degli emiri tra le aeree meraviglie, il chioccolio delle fonti e l’inebriante profumo dei patii e dei gelsomini dell’Alcazar, e fecero sorgere al posto della distrutta moschea quella cattedrale che sotto le possenti volte semioscure conserva tutta la forza del misticismo spagnolo, costruirono sulle rive del fiume l’Atarazana, a testimoniare la volontà d’espansione marinara che li spinse poi a fondare presso Cadice il porto di Santa Maria e a combattere con inesauribile tenacia lungo le coste atlantiche le squadre degli emiri marocchini, portando anche in Africa l’offensiva antimusulmana.
Quando, nel 1469, il matrimonio di Ferdinando d’Aragona con Isabella di Castiglia preparò la collaborazione delle forze dei due Regni, la dominazione moresca in Spagna era ridotta a quel Sultanato di Granata che tentò di resistere invano all’impeto avversario. Dopo lunghi anni di lotta, nel 1492 Granata cadeva, e l’ultimo sultano Boabdil fuggiva piangendo coi suoi compagni verso il Marocco, portando indistruttibile nel cuore il desiderio delle fontane e dei giardini dell’Alhambra.
Così si compiva la quadrisecolare lotta attraverso la quale si erano formate la nazionalità e la forza della Spagna, quella nazionalità e quella forza che, inorgoglite e ringagliardite dalla vittoria, potevano tendere, e tendevano, all’espansione fuori della penisola. Già nello stesso periodo del regno di Ferdinando e d’Isabella è agevole notare come continuino ad agire contemporaneamente le tradizioni e le tendenze dei due Regni: le tradizioni e le tendenze della espansione mediterranea continuano nella politica italiana di Ferdinando il Cattolico; quelle della lotta antimusulmana continuano nelle spedizioni e nelle imprese compiute dallo stesso Re in Marocco, in Algeria, in Tripolitania, nel decennio dal 1500 al 1510, con tanto successo che dallo stretto di Gibilterra al golfo sirtico la bandiera spagnola sventolò su piazze quali Ceuta, Orano, Sfax e Tripoli, e i principi musulmani di Algeri, di Tunisi, di Tlemcen si piegarono a pagar tributo alla Spagna, mentre come grido augurale e di vittoria e di guerra gli Spagnoli ripetevano: «Africa por don Ferdinando». Dopo la presa di Orano, il fiero cardinale Ximenes, che vi aveva avuto gran parte, propose e sostenne presso il Re Ferdinando il piano della conquista completa della costa settentrionale africana.
Intanto, anche la nazione francese si era temprata, essa pure tra il ferro e il fuoco di lotte secolari, in forza delle quali il dominio effettivo dei Re, prima limitato ad uno stretto territorio intorno a Parigi, nell’Ile de France, e combattuto e insidiato in mille modi dai grandi vassalli padroni di intere province, e dai Re inglesi signori feudali in Normandia e in Bretagna, si era a poco a poco consolidato ed esteso fino a comprendere gran parte del territorio situato tra le Alpi, i Pirenei, l’Oceano, le Fiandre e la Mosa.
Grande il compito storico imposto alla Monarchia capetingia dalla situazione creata in Francia dalla potenza dei grandi vassalli e dal fatto che uno di tali vassalli, il Duca di Normandia, aveva conquistato nella seconda metà del secolo XI l’Inghilterra, assurgendo al trono reale. Grande il compito, ma felicemente assolto: il che spiega la forza e il prestigio che quella Monarchia conservò per tanti secoli.
La prima fase può considerarsi compiuta all’inizio del secolo XIII, quando Filippo Augusto, non solo estese i suoi domini, togliendo molti territori al Conte di Fiandra e al Re d’Inghilterra e riuscì vittorioso a Bouvines (1214) della potente coalizione che i suoi rivali Re d’Inghilterra e Conte di Fiandra avevano formato con l’Imperatore Lotario e i Guelfi tedeschi, ma iniziò anche all’interno, mediante magistrati regi, un sistema di governo diretto, scalzando molte prerogative feudali.
Col secolo XIII la Monarchia francese si rinvigorisce e, rinvigorita, tende, fatto sintomatico, a ingrandimenti attraverso il Mediterraneo, in quelle terre del Levante dove già dal secolo precedente la feudalità francese si era affermata con la formazione di alcuni degli Stati crociati; e dove l’attività commerciale dei centri francesi del Sud: Marsiglia, Montpellier, Saint-Gilles, Narbona, aveva segnato notevole impronta con propri fondachi e mercanti, sia pure in posizione e in proporzione di gran lunga inferiore alle impronte segnate dalla attività italiana. Altra caratteristica affermazione di attività e di aspirazione mediterranea francese si era avuta all’inizio del secolo XIII, quando i Crociati franchi avevano cooperato con Venezia all’abbattimento dell’Impero bizantino, e Baldovino di Fiandra aveva assunto la corona imperiale, e Principati francesi eran sorti nella Morea, ad Atene, a Tebe.
Consolidatasi la Monarchia nel secolo XIII, le vie mediterranee sono riprese: con le due Crociate guidate da Luigi IX, aventi anche lo scopo di sviluppare l’influenza francese in Levante; con la spedizione vittoriosa del fratello del Re, Carlo d’Angiò, contro Manfredi, dalla quale uno Stato francese fu costituito nell’Italia del Sud; coi progetti espansionistici che l’Angioino carezzò e tentò di attuare verso l’Africa settentrionale e verso Costantinopoli.
Questo espansionismo mediterraneo francese sullo scorcio del secolo XIII urtò, come si è detto, contro l’espansionismo mediterraneo aragonese, dal che sorse una guerra aspra e lunga, che s’intrecciò alle vicende dell’insurrezione del Vespro, e che può considerarsi come il lontano preludio del più vasto e drammatico conflitto franco-spagnolo della prima metà del secolo XVI.
Un secolo dopo Filippo Augusto, al tempo di Filippo IV il Bello, la monarchia francese si presenta solidamente organizzata, padrona di vasti terreni e intenta anche allo sviluppo marinaro, come dimostra il fatto che Filippo il Bello volle avere una flotta regia, e si creò a Rouen, sulla Senna, un proprio arsenale coi bacini per le galere. Ma alla metà del secolo XIV una grande crisi scoppia, che per lungo periodo sembrò paralizzare le forze francesi e determinare la rovina della Monarchia. È la crisi della guerra dei Cento Anni, durante la quale non solo gli Inglesi occuparono molta parte del territorio dei Re di Francia, ma anche i grandi feudatari aumentarono, a detrimento di quella dei Re, la propria potenza.
Quando, dopo varie e drammatiche vicende, la crisi si chiuse verso la metà del secolo XV, se i possessi degl’Inglesi erano stati ridotti alla sola piazza di Calais, i grandi feudatari, specialmente il loro capo Carlo il Temerario, Duca di Borgogna, rimanevano di fronte alla monarchia fortissimi e minacciosi.
Ecco allora il volpino Luigi XI riprendere l’opera antifeudale di Filippo Augusto e di Filippo il Bello, e continuarla pur tra le traversie, le difficoltà, i disastri, fino al successo che si delineò quando il principale avversario, il Duca di Borgogna, venne disfatto e ucciso in battaglia il 5 gennaio 1477 sotto le mura di Nancy da un esercito comandato dal Duca di Lorena e composto in gran parte di soldati svizzeri. La rovina del Duca di Borgogna e insieme fortunate coincidenze, come l’estinzione della famiglia d’Angiò che portò alla corona di Francia vasti territori del Sud, permisero a Luigi XI di ricostruire sotto il diretto dominio regio gran parte del territorio francese, al tempo stesso che l’avveduta, rigida politica interna e finanziaria gli dava il modo di organizzare un solido governo, di costituire una finanza solida, di equipaggiare ed armare un esercito regolare. Il suo successore Carlo VIII, a sua volta, col matrimonio con Anna di Bretagna, ricongiungeva ai diretti possessi della Monarchia l’ultimo dei grandi domini feudali.
Tutto ciò accadeva nella seconda metà del secolo XV, nel tempo stesso che la Spagna con Ferdinando e Isabella, liberata dallo straniero, ricostituita nella sua unità, gravitava verso il Mediterraneo e l’Africa del Nord.
Anche la Monarchia francese, uscita dalle tempeste ben temprata e solida, doveva fatalmente riprendere le tendenze espansionistiche già manifestate alla fine del secolo XIII, tanto più che l’estinzione della famiglia d’Angiò aveva riversato sulla dinastia i diritti angioini su alcune terre del Piemonte e sul Regno di Napoli, diritti questi ultimi che Renato e Giovanni d’Angiò avevano tentato senza fortuna di far prevalere contro gli Aragonesi sia negli ultimi anni e dopo la morte della Regina Giovanna II, sia ancora nel 1458 dopo la morte del primo Re aragonese di Napoli, Alfonso il Magnanimo.
Con l’eredità dei diritti angioini sull’Italia meridionale erano aumentate le tendenze all’intervento e le pretese che i Re di Francia potevano nutrire verso la penisola, specialmente dalla fine del secolo XIV in poi. A quell’epoca, infatti, era avvenuto il matrimonio di Valentina Visconti, figlia del famoso Duca Gian Galeazzo, con Luigi d’Orléans, matrimonio che aveva fatto acquistare alla casa principesca francese non solo la Contea d’Asti, portata in dote dalla sposa, ma anche interessi e diritti di successione nel bello e ricco Ducato Lombardo. E il Duca d’Orléans era apparso per un momento come possibile sovrano di un Regno d’Adria, da costituirsi con una parte degli Stati della Chiesa. E quasi contemporaneamente l’inquieta e agitata Repubblica di Genova aveva creduto di trovar la pace assoggettandosi al dominio francese, che durò dal 1395 al 1409 per rinnovarsi ancora per breve tempo nel 1458, proprio quando Giovanni d’Angiò tentò di conquistare a Napoli la successione di Alfonso d’Aragona.
Gli avvenimenti dei quali abbiamo tracciato il quadro, mostrano come alla fine del secolo XV si delineava fatale la lotta tra Francia e Spagna in Mediterraneo, e come l’Italia fulgida del Rinascimento doveva diventare campo di tale lotta, dato che in Italia tanto la Monarchia spagnola quanto la Monarchia francese avevano interessi, punti di appoggio e possibilità di sbocchi.
Quando nel settembre del fatale 1494 l’armata di Carlo VIII divallò al di qua delle Alpi, Matteo Maria Boiardo, interrompendo il suo poema, esprimeva nei due versi finali la speranza di poter riprendere il canto dopo che la tempesta dell’invasione straniera si fosse dileguata. Egli riteneva, evidentemente, che si trattasse di un episodio doloroso, ma passeggero. La realtà era purtroppo diversa. Si trattava non di un episodio, ma dell’inizio di un dramma, che doveva svilupparsi per mezzo secolo e cambiare profondamente la situazione italiana, e le cui origini si trovavano nello sviluppo storico e nelle tendenze mediterranee delle Monarchie di Spagna e di Francia.
(in F. Landogna, Antologia della critica storica. Età moderna, Torino, 1962)