LA CHIESA E LA CIVILTÀ POSTRIDENTINA
di Giancarlo Ferraris -
La Chiesa non poteva che affrontare con un Concilio le sfide poste dalla Riforma protestante. La civiltà postridentina sarebbe nata così tra decreti disciplinari, reazioni da parte dei governi e scontri con le abitudini consolidate (familismo, nepotismo) nell’istituzione ecclesiastica.
Stati e Chiesa dopo il Concilio di Trento
Con il termine di civiltà postridentina si indicano le strutture sociali, religiose e anche culturali definite dal Concilio di Trento (1545-1563) che contraddistinsero, tra la seconda metà del Cinquecento e la prima metà del Seicento, la vita della società italiana e quella dei paesi europei rimasti fedeli alla Chiesa cattolica dopo la secessione del protestantesimo. Alla base della civiltà postridentina ci furono l’accoglimento e l’applicazione dei decreti emanati dal Concilio di Trento in ambito dottrinale e disciplinare. Nella Chiesa cattolica del tempo l’autorità papale era molto forte, dal momento che i pontefici succedutisi negli anni del Concilio tridentino – Paolo III, Giulio III, Paolo IV, Pio IV – avevano messo in atto un processo di strutturazione dogmatica della Chiesa di Roma in una vera e propria monarchia assoluta dal punto di vista religioso facente capo proprio alla figura del pontefice.
In un’epoca in cui l’autorità politica e civile faceva sentire pesantemente la sua presenza nella vita religiosa, l’accettazione e l’attuazione dei decreti del Concilio tridentino non dipendevano solamente dalla volontà della Chiesa di Roma, ma anche da quella degli organi di governo dei paesi cattolici. La situazione era complessa poiché accanto alle questioni dogmatiche e disciplinari, sulle quali i governi dei paesi cattolici non espressero mai grosse riserve né fecero in nessun caso forti opposizioni, se ne delinearono in breve tempo altre due: quella pertinente il diritto ecclesiastico ovvero le relazioni tra Stato e Chiesa e quella pertinente il diritto canonico, comunque connessa direttamente o indirettamente al dogma e alla disciplina, dei rapporti tra l’episcopato dei singoli paesi cattolici e la Curia romana.
Relativamente alle questioni di diritto ecclesiastico la Francia, la Germania rimasta fedele al cattolicesimo, il Sacro Romano Impero e la Spagna, quest’ultima insieme ai suoi possedimenti italiani del Ducato di Milano, del Regno di Napoli, del Regno di Sicilia e del Regno di Sardegna, accettarono le delibere tridentine con riserva, dal momento che intendevano fungere da intermediari tra la Chiesa di Roma e i cattolici residenti nei loro territori; nella fattispecie la monarchia di Francia, sconvolta dalle guerre di religione tra cattolici e ugonotti ovvero i protestanti calvinisti, non inserì, pur accettandoli, i decreti del Concilio di Trento tra le leggi costituzionali del regno, cosa che non fece neppure dopo la fine di tali conflitti; i principi e gli elettori cattolici della Germania li accolsero, ma entro certi limiti; Ferdinando I d’Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero, pur essendo ben disposto nei confronti della Chiesa di Roma pose ostacoli alla pubblicazione nei suoi domini di quelle decisioni del Concilio tridentino che gli parevano intaccare le prerogative imperiali; Filippo II di Spagna le accettò, purché esse rispettassero i suoi diritti regali; infine gli Stati italiani, quali il Ducato di Savoia, la Repubblica di Genova, la Repubblica di Venezia, il Granducato di Toscana e le altre realtà politico-territoriali minori, accolsero i provvedimenti tridentini senza alcuna difficoltà come del resto fecero il Portogallo e la Polonia.
Relativamente alle questioni di diritto canonico in Francia era dominante l’antica dottrina politico-religiosa del gallicanesimo, in virtù della quale la Chiesa cattolica francese si considerava in gran parte autonoma dal Papato e riteneva che l’autorità dei vescovi, peraltro ben controllati dai sovrani, e dei concili episcopali fosse superiore a quella della Curia romana stessa: di conseguenza i decreti del Concilio di Trento, visti come il prodotto di un’assemblea vescovile dominata però fortemente dal potere papale, furono accolti dall’episcopato francese con molta attenzione e molta prudenza in modo tale che essi non ne intaccassero la tradizionale autonomia. Diverso fu l’atteggiamento della Germania cattolica, del Sacro Romano Impero, della Spagna e degli Stati italiani, dove l’episcopato accettò le decisioni tridentine senza riserve e senza porre problemi.
Se i governi dei paesi cattolici come si è detto non manifestarono mai grosse riserve, né fecero in nessun caso forti opposizioni sulle questioni dottrinali e disciplinari emerse dal Concilio di Trento, l’accoglimento e l’applicazione dei decreti tridentini da parte della Chiesa presente nei vari paesi europei rimasti fedeli al cattolicesimo furono questioni più complesse. Da un lato infatti le decisioni prese in materia dottrinale furono accolte senza problemi dalle varie correnti teologiche presenti in seno al cattolicesimo, dall’altro lato l’applicazione dei decreti disciplinari si scontrò con le abitudini radicate, le usanze tradizionali e le debolezze umane: nepotismo vescovile e cardinalizio oltre che papale ovvero la tendenza da parte dei vescovi, dei cardinali e anche dei papi a favorire i propri parenti in virtù dei rapporti familiari e a prescindere dalle loro capacità e competenze; tenore di vita elevato da parte delle gerarchie ecclesiastiche superiori; abuso dell’istituto della commenda, che assegnava benefici agli ecclesiastici; convocazione dei sinodi sia diocesani che provinciali e visite pastorali disattese da parte dei vescovi; seminari molto spesso non funzionanti e di conseguenza clero impreparato a celebrare il culto, ad amministrare i sacramenti, a predicare e a insegnare il catechismo.
La clericalizzazione della società
Componente fondamentale della civiltà postridentina fu la cosiddetta clericalizzazione della società. Scomparsi quei religiosi e quegli uomini di cultura che valorizzavano la dimensione interiore e personale della fede propugnata dal protestantesimo, la Chiesa di Roma provvide a estendere e soprattutto a rafforzare la sua influenza sulla società rimasta fedele al cattolicesimo attraverso le figure del vescovo e del presbitero ovvero del sacerdote insieme alla la creazione delle diocesi e delle parrocchie.
Per quanto riguarda la figura del vescovo il Concilio di Trento aveva stabilito diversi obblighi tra cui quelli di risiedere nella diocesi di appartenenza, di visitarla, di predicare di persona, di garantire nelle parrocchie la celebrazione della liturgia, l’amministrazione dei sacramenti, la predicazione e l’insegnamento del catechismo. Modello di vescovo dell’età postridentina furono Carlo Borromeo e il cugino Federico Borromeo. Per quanto riguarda la figura del sacerdote il Concilio tridentino aveva parimenti stabilito alcuni obblighi tra cui quelli di risiedere nella parrocchia di assegnazione, di garantire la celebrazione della liturgia, l’amministrazione dei sacramenti, la predicazione e l’insegnamento del catechismo. Oltre a questo il sacerdote, che viveva ed esercitava il suo ministero nella parrocchia a cui era stato destinato, svolgeva anche una funzione sociale poiché costituiva l’unico riferimento culturale per gli abitanti della parrocchia medesima in un’epoca di quasi totale analfabetismo.
Per quanto concerne le diocesi e le parrocchie esse si configurarono come aree territoriali popolate da fedeli, le prime piuttosto ampie, composte da più parrocchie e sottoposte alla giurisdizione di un vescovo, le seconde più limitate e sempre sottoposte alla giurisdizione episcopale, ma assegnate a un sacerdote.
Forti di questa organizzazione e animati da un notevole senso della religione, comunque non esente da molti difetti e limiti anche gravi, i vescovi e i parroci nell’età postridentina ebbero il delicato e importante compito di attendere alla cosiddetta cura animarum (la cura delle anime) ovvero di condurre il popolo di Dio alla salvezza attraverso una corretta interpretazione esegetica delle Sacre Scrittura e l’uso degli strumenti della liturgia, dei sacramenti, della predicazione e del catechismo.
Nell’ambito della cura animarum acquistarono notevole valenza strategica le missioni, che si palesarono come imprese caratterizzate da metodo e periodicità con l’obiettivo di cristianizzare le folle attraverso lunghi e intensi periodi di apostolato. Le missioni, dosando elementi penitenziali con elementi catechistici, si proposero da un lato di stimolare il senso religioso e morale dei fedeli, dall’altro lato di combatterne l’ignoranza e di chiarirne i dubbi sulla fede. Oltre a questo le missioni operarono per rivalutare la messa domenicale, che poco alla volta si era ridotta a una semplice consuetudine priva del suo significato spirituale; rivalutarono i sacramenti della confessione e della comunione, stimolando nei fedeli l’esame di coscienza sulla gravità del peccato, la durezza del cuore, il rispetto dell’uomo, la giustizia di Dio; insegnarono i precetti fondamentali della dottrina cristiana (i Dieci Comandamenti, i Misteri della fede, le Virtù teologali, le Virtù cardinali) e le preghiere fondamentali (Pater Noster, Ave Maria, Gloria, Credo). Le missioni assunsero poi un aspetto spettacolare volto a impressionare i fedeli la cui mentalità era semplice e aveva bisogno di un insegnamento religioso penetrante, sostenuto da supporti scenografici adeguati: da qui immagini sacre suggestive, processioni con all’interno flagellazioni simboliche e quadri viventi che illustravano storie della Bibbia, costruzione di croci, musiche, sacre rappresentazioni che mettevano in scena episodi della vita di Cristo e dei santi.
Strumento particolarmente efficace delle missioni fu la predicazione, che si pose come un intervento pastorale meticoloso e capillare presente in Avvento e in Quaresima nonché in occasione delle missioni medesime e di tutte le festività dell’anno liturgico. La predicazione postridentina attinse alle Sacre Scritture, ai Padri e ai Dottori della Chiesa, ma risentì anche dell’erudizione profana e fu soprattutto nel Seicento barocco ampollosa e gesticolante; nondimeno essa si propose di rimproverare i fedeli per le loro mancanze e di richiamarli ai loro doveri, di insegnargli le verità della fede, i principi della morale e i precetti della Chiesa, integrando in questo modo l’attività catechistica propriamente detta. La predicazione si distingueva poi in due generi: quella dotta, che affrontava i diversi temi articolandoli in molte suddivisioni e con un linguaggio colto, ma sempre comunque decorativo e proiettato all’iperbole; quella popolare, che affrontava invece i vari argomenti in modo elementare e con un linguaggio semplice, accompagnando di frequente le parole con le classiche immagini del crocifisso o del teschio e lasciando ai fedeli ampi spazi all’emotività e all’immaginazione.
La civiltà postridentina in Italia tra Chiesa e Spagna
L’avvento della civiltà postridentina nella penisola italiana avvenne parallelamente ai primi decenni della lunga dominazione spagnola (1559-1713) per poi consolidarsi nel corso del XVII secolo, che com’è noto fu un periodo di decadenza politica, economica, sociale e culturale come testimoniano, tra gli altri, nelle loro opere due grandissimi nomi della nostra letteratura: Alessandro Manzoni e Francesco De Sanctis.
Il Manzoni nel suo romanzo capolavoro I promessi sposi non narra soltanto la vicenda di Renzo Tramaglino e di Lucia Mondella, ma fa rivivere un intero secolo, il Seicento, giungendo a una generale condanna molto meditata, ma anche molto sofferta dell’epoca. Nel romanzo Renzo, che rappresenta l’intero popolo italiano, si imbatte nell’ostilità dei signorotti spagnoli (don Rodrigo), della polizia (il tumulto di San Martino), dei religiosi vili o corrotti (don Abbondio, il padre provinciale, la monaca di Monza) oppure ottiene l’aiuto di altri, in verità pochi, esponenti della Chiesa di Roma, ma questa volta di profonda fede religiosa e molto legati alla loro missione (fra Cristoforo, il cardinale Federigo Borromeo).
Più apertamente polemico è il giudizio sul Seicento e sulla civiltà postridentina espresso dal De Sanctis nella sua Storia della letteratura italiana del quale riportiamo uno stralcio particolarmente significativo: «E quello era il tempo, che l’Italia non solo non riusciva a fondare la patria, ma perdeva affatto la sua indipendenza, la sua libertà, il suo primato nella storia del mondo. Di questa catastrofe non ci era una coscienza nazionale, anzi ci era una certa soddisfazione. […] Quanto alle classi colte, ritirate da gran tempo nella vita privata, negli ozi letterarii e ne’ piaceri della città e della villa, niente parve loro mutato in Italia, perché niente era mutato nella lor vita. […] Quanto alle plebi vegetavano, e fu cura e interesse de’ superiori lasciarle in quella beata stupidità. Quistioni che insanguinavano mezza Europa, non toccavano l’Italia. Ed erano quistioni dalle quali, sciolte nell’uno o nell’altro modo, dipendeva l’avvenire della civiltà e la sorte delle nazioni. […] In Italia non ci fu lotta, perché non ci fu coscienza, voglio dire convinzioni e passioni religiose, morali e politiche. […] Rimase papale con una coltura tutta pagana ed antipapale. Il suo romanismo (cattolicesimo, N.d.A.) non fu effetto di rinnovamento religioso negli spiriti, come tentò di fare frate Savonarola, fu inerzia e passività: mancava la forza di combatterlo e di accettarlo. […] E se vogliamo trovare i vestigi di una nuova Italia che si vada lentamente elaborando, dobbiamo cercarli nell’opposizione fatta a Spagna e papa».
Completamente differente rispetto al giudizio espresso dal De Sanctis è quello formulato dagli studiosi cattolici, i quali hanno sottolineato come il cattolicesimo postridentino abbia preservato l’Italia dalle contese politiche e religiose che insanguinarono l’Europa nel XVI e XVII secolo – dalle lotte tra cattolici e protestanti in Inghilterra alle guerre di religione in Francia fino alla Guerra dei Trent’anni che toccò solo marginalmente la penisola – e forgiato così la nostra nazionalità, la quale non sarebbe nata dall’opposizione fatta a Spagna e papa come dice il De Sanctis, ma al contrario dalla profonda assimilazione dello stesso cattolicesimo postridentino.
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Per saperne di più
L. Cristiani, “La Chiesa al tempo del Concilio di Trento (1545-1563)”, in Storia della Chiesa dalle origini ai giorni nostri , a cura di A. Fliche e V. Martin, trad. it., Torino, 1977, vol. XVII
F. De Sanctis, Storia della letteratura italiana, Napoli, 1909, vol. II
J. Delumeau, Il cattolicesimo dal XVI al XVIII secolo, trad. it., Milano, 1976
A. Manzoni, I promessi sposi, a cura di L. Russo, Firenze, 1935-1992
G. Martina, Storia della Chiesa da Lutero ai nostri giorni. 1. L’età della riforma, Brescia, 1993
G. Martina, Storia della Chiesa da Lutero ai nostri giorni. 2. L’età dell’assolutismo, Brescia, 1993
L. Mezzadri, “La Chiesa nell’età dell’assolutismo confessionale (1563-1648). Dal Concilio di Trento alla pace di Westfalia”, in Storia della Chiesa dalle origini ai giorni nostri, a cura di A. Fliche e V. Martin, trad. it., Torino, 1977, vol. XVIII/1
L. Willaert, “La restaurazione cattolica dopo il Concilio di Trento (1563-1648)”, in Storia della Chiesa dalle origini ai giorni nostri, a cura di A. Fliche e V. Martin, trad. it., Torino, 1977, vol. XVIII/2