In libreria: Storia della frutta

storia-frutta-dante-bolognesi-libroSapevate che per secoli la frutta è stata considerata pericolosa per la salute? Che i medici rinascimentali mettevano in guardia dal consumo di pesche e ciliegie? E allora, come siamo passati dalla diffidenza alla celebrazione della frutta, come indica il vecchio adagio ‘una mela al giorno leva il medico di torno’?
Tra segreti di corte, ricette e rivolte popolari, un libro appassionante che trasformerà ogni morso in una scoperta storica.
Nel Rinascimento la coltivazione della frutta era confinata agli orti dei monasteri e ai giardini delle ville signorili: un lusso aristocratico che, lungi dall’avere una funzione alimentare, serviva per ostentare raffinatezza. Dal canto loro, i ceti popolari, ossessionati dalla paura di patire la fame, al posto della frutta preferivano mangiare cereali e legumi, più nutrienti e sostanziosi. Al contempo, pere, mele e pesche venivano dipinte dalla dietetica come alimenti insidiosi per l’equilibrio degli umori del corpo.
Fra Cinque e Seicento ha inizio la ‘rivincita’ della frutta: una lenta rivoluzione culturale in cui il gusto prende il sopravvento sulle prescrizioni mediche e poi le scoperte scientifiche sulla nutrizione smantellano antiche paure. Non è un caso che, nel Seicento, la rivolta di Masaniello a Napoli scoppiò per una questione legata al mercato della frutta, dimostrando quanto quel commercio fosse strategico. Poi la frutta prende il largo: i limoni di Sanremo e Amalfi nell’Ottocento conquistano il Nord Europa grazie a ferrovie a vapore; le arance siciliane sbarcano in America; l’Italia per decenni domina il commercio internazionale. Fino allo scenario attuale, con la mondializzazione che ha portato sulle nostre tavole mango e avocado tutto l’anno.
La frutta che compriamo racchiude, dunque, secoli di storia: teorie mediche e dietetiche, innovazioni agricole, battaglie commerciali, mode e tendenze.
Dante Bolognesi, Storia della frutta: un viaggio tra gusto, salute e mercati dal Rinascimento a oggi – Laterza, Roma Bari 2026, pp. 160, euro 15,00

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Meo Ponte, L’armata nell’ombra: gli eroici carabinieri della banda Caruso – Longanesi, Milano 2026, pp. 272, euro 18,60
Roma, settembre 1943. I nazisti hanno occupato la Capitale, mentre la Repubblica Sociale Italiana semina terrore e repressione. La tensione è altissima. I carabinieri, accusati di fedeltà al re e della cattura di Mussolini, diventano il bersaglio di arresti, torture e deportazioni nei lager.
Per resistere e combattere il nemico nasce la banda Caruso, un fronte clandestino composto da circa seimila uomini e donne, divisi tra guerriglia urbana e raccolta di informazioni segrete, pronti a sfidare il destino e a pagarne il prezzo più atroce.
Guidati dal generale Filippo Caruso, i carabinieri si riorganizzano in una rete di resistenza efficiente e coraggiosa: affrontano gli occupanti nazisti e danno un contributo decisivo alla lotta contro il nazifascismo. Molti vengono catturati, pochi riescono a salvarsi: tra questi il padre dell’autore, protagonista di una rocambolesca fuga sui tetti.
Dopo numerose azioni di guerriglia e sabotaggio, lo stesso generale Caruso viene arrestato e subi­sce torture feroci per essersi rifiutato di parlare. Ma prima di essere fucilato riesce a fuggire dalla famigerata caserma di via Tasso.
Meo Ponte traccia un ritratto intenso, umano e rigorosamente documentato di un gruppo di carabinieri protagonisti di una pagina decisiva della storia italiana.

Lutz Hachmeister, Le parole di un dittatore: le interviste la comunicazione, lo stile che hanno portato Hitler al potere – Rizzoli, Milano 2026, pp. 416, euro 16,00
“Tutta la mia vita non è stata altro che un continuo sforzo per persuadere gli altri”, dichiarava Adolf Hitler nel 1942. “Le parole di un dittatore” analizza per la prima volta in maniera sistematica le oltre cento interviste rilasciate da Adolf Hitler alla stampa estera tra il 1922 e il 1944. Attraverso un’indagine documentale rigorosa, Lutz Hachmeister delinea un ritratto inedito del Führer filtrato dalle sue stesse dichiarazioni, evidenziando le inquietanti analogie tra le strategie comunicative del Terzo Reich e i populismi della scena politica contemporanea. Il volume ripercorre l’evoluzione di questa narrazione, dai primi approcci con i reporter internazionali negli anni ’20 fino alla costruzione di una macchina propagandistica totale, messa a punto tra gli anni ’30 e ’40. E mette a nudo i meccanismi di spettacolarizzazione del potere e il controllo maniacale dell’immagine pubblica che hanno caratterizzato lo stile forse rudimentale ma estremamente efficace di Hitler. Da questa ricerca emerge una riflessione di stringente attualità sull’ambiguo e decisivo ruolo dei media nei confronti delle derive autoritarie. Ben al di là della panoramica storica, le intuizioni di Hachmeister rimangono così monito e insegnamento per il nostro difficile presente, in cui vecchi e nuovi autocrati riescono troppo spesso a piegare la comunicazione ai loro oscuri fini.

Ortensio Zecchino, Rileggendo “Il caso Gentile e la disonestà nella vita universitaria italiana” di Benedetto Croce – Rubbettino, Soveria Mannelli 2026, pp. 116, euro 14,00
Oltre cento lettere, scambiate tra Croce e Gentile, e una ventina scritte da altri personaggi, tra l’autunno del 1907 e l’estate del 1909, sono incentrate su una vicenda universitaria, in sé banale, ma che Croce riuscì a trasformare in scandalo nazionale. La loro lettura offre l’intrigante racconto di una vicenda ricca di intrecci e colpi di scena, consente di penetrare nel profondo del complesso rapporto tra due grandi intellettuali e le rispettive famiglie e, in definitiva, di cogliere uno spaccato della vita e del costume del tempo.

Emanuela Scarpellini, Il fascismo delle cose: oggetti e consumi nel Ventennio – Einaudi, Torino 2026, pp. 400, euro 29,00
L’importanza del «fascismo delle cose»: i piccoli oggetti materiali della quotidianità, quelli che segnano l’orizzonte di tutti i giorni, semplici e familiari, come beni di consumo, medicine, monete, francobolli, tessere.
Da alcuni anni è tornata una grande attenzione sulla storia del fascismo. Questo libro affronta il ruolo giocato in esso dalla cultura materiale. La visuale adottata qui con perizia da Emanuela Scarpellini non è però centrata su grandi monumenti o opere d’arte, ma è del tutto inedita: mette a fuoco i piccoli oggetti della quotidianità, quelli che segnano l’orizzonte di tutti i giorni, semplici e familiari, come beni di consumo, medicine, monete, francobolli. Un esempio ne sono i consumi coloniali, i primi che vengono alla mente parlando di oggetti materiali legati al fascismo, e tra questi il caffè, che iniziò a diventare un prodotto «italiano», e il tabacco, che conobbe un’enorme diffusione grazie alle sigarette. Senza dimenticare cioccolato, tè e altri beni, tutti considerati nella loro dimensione sensoriale. Un universo variegato che racconta una storia non sempre coincidente con quella «alta» delle cose importanti, riservando a volte conferme, a volte sorprese.

Gustavo Gozzi, Occidente e giustizia: crisi di una civiltà e fragilità delle democrazie – il Mulino, Bologna 2026, pp. 352, euro 30,00
L’Occidente è lacerato tra una visione universalistica del diritto e dei diritti e la sua negazione determinata dal dominio che ha esercitato sui popoli non-europei. Questa contraddizione impone di riflettere sulla giustizia da garantire a chi ha subito quell’egemonia e ora cerca una vita migliore nei paesi occidentali. Tale concezione della giustizia si pone nella prospettiva di un possibile costituzionalismo globale, che si basa sulla necessaria limitazione dei poteri di mercato che condizionano gli Stati e limitano le democrazie. Il volume sviluppa il confronto tra questo approccio e un nuovo ordine globale incentrato sul multipolarismo delle vecchie e nuove potenze imperiali. Ne deriva una lettura del dibattito internazionalistico sulle trasformazioni della globalizzazione, sull’incapacità dell’Europa di essere un attore globale, sulla duplice crisi – economica e culturale – delle nostre democrazie, sulla perdita di centralità della civiltà occidentale rispetto all’emergere del Sud globale, ma con la prospettiva di un graduale, necessario avvicinamento all’ideale (irraggiungibile) della pace.

Gastone Breccia, A patti con il nemico: storia del mondo in 30 trattati di pace – Marsilio, Venezia 2026, pp. 304, euro 20,00
Nonostante siano trascorsi quasi duemila anni da quando Tacito immortalava così l’aggressiva politica di Roma, ancora oggi assistiamo a scene di devastazione degne del suo aforisma. D’altronde il conflitto caratterizza da sempre la vita delle comunità, e la storia umana non è altro che un susseguirsi di guerre intervallate da accordi più o meno duraturi. Se il primo trattato di pace che ci sia giunto, quello tra Ramses ii e il sovrano ittita Ḫattušili, professava il conseguimento di una «pace per l’eternità» – tanto che il suo testo campeggia nella sala dove si riunisce il Consiglio di Sicurezza dell’onu –, gli uomini non hanno mai smesso di incrociare le armi. Scrivere un saggio sulla pace significa allora scrivere la storia di un miraggio; confrontandosi con la realtà, significa ripercorrere la vicenda dei trattati che hanno interrotto, temporaneamente, lo stato di belligeranza tra i gruppi umani. Per orientarsi in questo vastissimo orizzonte, Gastone Breccia, uno dei massimi esperti italiani di storia militare, individua e analizza alcune tipologie specifiche nel modo di concludere i conflitti: dalla pace imposta con lo sguardo rivolto a nuove conquiste al cessate il fuoco in vista di un equilibrio politico e bellico duraturo; dagli accordi tra nemici irriducibili a paci strette per riparare ciò che è stato distrutto, fino alla «pace ibrida» che caratterizza la nostra era di disordine globale. Quale che sia la sua natura, la pace resta tra le più fragili invenzioni degli esseri umani: chi sarà in grado di costruire la prossima farebbe bene a tener conto dei fallimenti di tanti secoli di storia, senza per questo perdere fiducia nella possibilità di dare un ordine meno ingiusto al mondo di domani.

Antony Beevor, Rasputin e la fine dei Romanov – Rizzoli, Milano 2026, pp. 384, euro 27,00
Chi fu davvero Grigorij Rasputin? L’«uomo di Dio» inviato per salvare l’erede – lo zarevic Aleksej – o un abile manipolatore capace di soggiogare il cuore stesso dell’impero russo? Antony Beevor, punto di riferimento della storiografia narrativa, fa luce sull’ascesa vertiginosa del folle mistico, il contadino giunto dalla Siberia, a malapena in grado di leggere e scrivere, che riuscì a stregare lo zar Nicola II e la zarina Alessandra. Rasputin non rivestiva incarichi ufficiali, non aveva forze al suo comando ed era un convinto monarchico, non certo un rivoluzionario. Tuttavia, al di là delle sue intenzioni, contribuì più di ogni altro individuo al collasso della più grande autocrazia del mondo. Il «diavolo in vesti d’angelo», capace di fermare il sangue del figlio dello zar emofiliaco, scatenò infatti un’emorragia di consensi senza precedenti. Basandosi su fonti autorevoli e testimonianze, Antony Beevor si interroga sul significato storico della figura di Rasputin mettendo in luce un fenomeno troppo spesso trascurato: come l’impatto delle fake news dell’epoca – dalle storie ingigantite che circolavano sulla corruzione politica e finanziaria del regime zarista alle voci del tutto infondate riguardo alle dissolutezze di Rasputin con l’imperatrice e persino con le sue figlie – abbia minato alle fondamenta la legittimità dello zar, ben prima della rivoluzione di febbraio. Il poeta Aleksandr Blok scrisse che «la pallottola che mise fine alla sua vita andò dritta al cuore della dinastia regnante». Grigorij Rasputin fu dunque un profeta, un imbroglione o una vittima della storia? C’era un fondo di verità in quei racconti, oppure il vero lascito di Rasputin è un’inquietante lezione sulla potenza del mito? Un racconto incalzante, capace di prefigurare le insidie del nostro tempo, in cui il confine tra ciò che è reale e ciò che è artefatto è sempre più labile.

Marco Ciardi e Silvano Fuso, H2O: l’incredibile storia dell’acqua – il Mulino, Bologna 2026, pp. 128, euro 13,00
Indispensabile per l’individuo e la società, ma talvolta anche temibile nemica, l’acqua ha alimentato per millenni credenze religiose e pratiche virtuali – dal battesimo cristiano al valore sacro del Gange nella tradizione induista – ed è stata un principio intellettuale  – i filosofi greci la considerarono l’elemento costitutivo della realtà. Ma il cammino verso la sua comprensione scientifica è lungo e tormentato. Oggi conosciamo la struttura della molecola d’acqua e le sue proprietà chimico-fisiche, ma solo con la rivoluzione chimica tra Sette e Ottocento si giunse alla definizione della formula H2O, fondamento della chimica moderna. Un viaggio tra storia e scienza per riscoprire l’acqua come bene da gestire con responsabilità.

Farah Diba Pahlavi, Il mio Iran – Rizzoli, Milano 2026, pp. 448, euro 17,00
La storia di Farah Diba comincia come una fiaba: a 19 anni sposa Mohammad Reza Pahlavi, lo Scià dell’Iran, un paese che stava vivendo una forte spinta alla modernizzazione, nonché al riconoscimento dei diritti, soprattutto delle donne.
La sua vita decolla: viene incoronata imperatrice, è ovunque sulla stampa mondiale e diventa un’icona per un’intera generazione. Madre di quattro figli, si divide tra il matrimonio e l’impegno sociale e culturale diffuso, promuovendo l’emancipazione delle donne nel suo paese. Vent’anni più tardi, il sogno crolla. L’Iran si solleva in rivolta e, insieme allo Scià, Farah Diba è costretta all’esilio. Inizia così un lungo pellegrinaggio tra Marocco, Bahamas, Messico e Panama, fino a ricevere asilo in Egitto.
Il mio Iran è un grande memoriale che esprime il dramma e la sofferenza di una famiglia e di un popolo. Ed è anche la privilegiata testimonianza di uno dei capitoli più intensi e turbolenti della fine del XX secolo, in grado di illuminare le fragili fondamenta della politica mondiale e il rapporto conflittuale tra Occidente e Medio Oriente.
Nella prefazione all’edizione italiana, Farah Pahlavi manifesta il proprio dolore di fronte alla repressione che si abbatte sul suo paese e lancia un messaggio di speranza per il suo Iran. Perché forse non ci sono strumenti migliori della memoria e della dignità morale per poter immaginare un futuro di pace.