In libreria: Mussolini nel mirino

mirinoNel biennio in cui il fascismo sta completando la propria metamorfosi da movimento autoritario a regime compiuto, questo volume riporta al centro della scena quattro attentati che, più che minacciare davvero la vita del Duce, rivelano la fragilità politica di un potere ancora in costruzione. Gli autori — Alberto Aghemo, Brunella Dalla Casa, Giuseppe Galzerano e Giovanni Pietro Lombardo — ricostruiscono con taglio documentario ma ritmo narrativo le vicende di Tito Zaniboni, Violet Gibson, Gino Lucetti e Anteo Zamboni, restituendo un’Italia attraversata da tensioni, paure e improvvisi lampi di opposizione individuale. Ne emerge un mosaico di motivazioni e destini: Zaniboni, ex deputato socialista, convinto che un gesto eclatante possa riaprire spazi democratici; Gibson, aristocratica irlandese, sospesa tra fede, instabilità e avversione al fascismo; Lucetti, anarchico solitario che agisce nel solco della tradizione libertaria; Zamboni, quindicenne bolognese travolto da una vicenda che mescola politica locale, sospetti e propaganda. Attraverso atti giudiziari, rapporti di polizia e stampa dell’epoca, il libro mostra come questi episodi, spesso relegati a note marginali, abbiano accelerato la stretta autoritaria culminata nelle leggi eccezionali del 1926. La scrittura accessibile, il ritmo sostenuto e la solida prospettiva storiografica solida rendono il volume estremamente efficace: ciò che colpisce è la capacità di illuminare, attraverso quattro storie individuali, il momento esatto in cui il fascismo smette di essere contestabile e diventa irreversibile. Una lettura che parla al presente, ricordando quanto rapidamente può chiudersi lo spazio della libertà quando la politica si affida alla paura e al culto del capo.
Alberto Aghemo, Brunella Dalla Casa, Giuseppe Galzerano, Giovanni Pietro Lombardo, Mussolini nel mirino 1925-1926, due anni di fuoco: gli attentati di Tito Zaniboni, Violet Gibson, Gino Lucetti e Anteo Zamboni – Rubbettino, Soveria Mannelli 2026, pp. 176, euro 18,00

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Felix Bohr, La tana del lupo: gli anni di Hitler nella foresta prussiana – Mondadori, Milano 2026, pp. 276, euro 22,00
Quando il potere smette di confrontarsi con la realtà finisce inevitabilmente per costruirne una propria. Una realtà chiusa, autoreferenziale, alimentata dalla paura, dalla fedeltà assoluta e dall’illusione di poter controllare il mondo tenendosene a distanza. Nel cuore delle foreste della Prussia orientale, lontano dalle città distrutte dalla guerra, la Wolfsschanze – la Tana del Lupo – rappresentò forse la forma più estrema di questa frattura. Per quasi quattro anni, dopo l’invasione dell’Unione Sovietica, Adolf Hitler trascorse qui gran parte del proprio tempo: in un intrico di bunker, barricate, filo spinato e campi minati da cui passarono gerarchi, ufficiali, segretarie, attendenti e collaboratori destinati a pianificare le campagne militari del Terzo Reich e a dare forma alla macchina politica e amministrativa dello sterminio nazista. È qui che maturarono alcune delle decisioni più devastanti del Novecento. Ma è qui che si tentò anche di porvi un freno, come dimostra l’attentato con cui, il 20 luglio 1944, Claus von Stauffenberg cercò di uccidere il Führer. Basandosi su testimonianze dirette di chi in quei luoghi lavorò e su documenti in parte inediti, Felix Bohr ricostruisce la vita all’interno della Tana del Lupo e il progressivo isolamento di un regime sempre più incapace di distinguere tra realtà, propaganda e paranoia. È l’intreccio di banalità quotidiana e orrore storico a rendere la Wolfsschanze più di un luogo simbolico: una rovina ancora capace di interrogare il presente, il rapporto che abbiamo con le eredità più ingombranti del passato e il modo in cui società e istituzioni affrontano ciò che vorrebbero rimuovere. Tra riunioni interminabili, rituali ossessivi e conversazioni ordinarie, emerge il ritratto lucido e spietato dei vertici del regime nazista, che in mezzo a tè pomeridiani e passeggiate nei boschi pianificarono il più grande crimine della storia.

Chicco Testa, Claudio Velardi, Siamo stati iscritti al PCI – Liberilibri, Macerata 2026, pp. 208, euro 16,00
Il PCI, il partito comunista italiano, è stato un soggetto politico che ha inciso in maniera decisiva nella storia italiana del secondo Novecento. In uno scambio di lettere vivace e privo di retorica, due ex dirigenti del PCI, divenuti poi figure di spicco della società italiana, Chicco Testa e Claudio Velardi, rivivono la loro militanza: dalle fumose sezioni degli anni Settanta fino alle stanze del potere dei governi di centrosinistra. Tra aneddoti personali e retroscena inediti su figure chiave come Berlinguer e D’Alema, il libro smonta i miti della “coerenza” e della “diversità” comunista, affrontando nodi cruciali come il caso Moro, la caduta del Muro e Tangentopoli arrivando fino ai giorni nostri e all’attuale leadership della sinistra.
In questo carteggio fitto, disincantato e ironico che diviene un godibilissimo saggio storico in forma epistolare, Testa e Velardi ripercorrono cinquant’anni di storia della sinistra italiana e del nostro Paese.
Non è certo il manifesto di due nostalgici, quanto piuttosto un possibile, salutare vaccino per quanti ancora (e non sono pochi…) si ostinano a camminare con la testa voltata all’indietro, dimenticando che la politica, come la vita, è incessante cambiamento, non adorazione delle ceneri.

Yonathan Netanyahu, Lettere – Liberilibri, Macerata 2026, pp. 206, euro 18,00
Le lettere di Yonathan Netanyahu, scritte tra il 1963 e il 1976, sono un involontario romanzo di formazione. Brillante tenente colonnello israeliano, mor­to in azione ad appena trent’anni, nel­la corrispondenza con i familiari, gli amici e le donne della sua vita, Yonathan traccia la dram­matica parabola di un ragazzo che si fa uomo in uno dei luoghi più difficili del mondo.
Giovane studente am­messo ad Har­v­ard, decide di tornare nel suo Paese, di rimanere nell’esercito e com­battere per il suo ideale: la so­prav­vivenza di Israele.
Queste pagine raccontano la sua breve e intensissima esistenza, nel corso del­la quale com­bat­terà la Guerra dei sei giorni e quella dello Yom Kippur, ma in realtà vi­vendo in una situazione di guerra permanente. Le lettere sono una testimonianza storica eccezionale, lirica, potente e di straordinaria bellezza, che ci resti­tuisce l’autentica di­mensione eroica che abita l’uomo.

Giorgio Zanchini, Lockerbie – Laterza, Roma-Bari 2026, pp. 160, euro 16,00
Sophie è una giovane ragazza inglese. Giorgio Zanchini la conosce per caso una sera a Parigi nell’enoteca in cui lavora. Pochi giorni dopo scopre che è una delle 270 vittime dell’attentato terroristico di Lockerbie. Un sorriso, un volto perso nei ricordi che dopo quasi 40 anni torna a farsi vivo, a porre domande che non possono essere evitate.
Le stragi lasciano code lunghe, anzi lunghissime. Noi italiani lo sappiamo bene, siamo ancora segnati da Piazza Fontana, dalla stazione di Bologna, dalle bombe del ’92. Per gli anglosassoni l’eccidio più sconvolgente è stato probabilmente quello di Lockerbie, quando nel cielo del sud della Scozia esplose il volo Pan Am 103 Londra-New York. Era la sera del 21 dicembre del 1988, morirono 270 persone, 259 a bordo e 11 a terra. A bordo di quell’aereo, tra gli altri passeggeri, c’era anche Sophie, una ragazza inglese che Giorgio Zanchini aveva incrociato a Parigi pochi giorni prima dell’esplosione.
Questo libro racconta una duplice indagine: quella personale, alla ricerca della giovane donna incontrata tanti anni prima, tra incertezze nei ricordi, buchi di memoria, tracce che si perdono e ritrovano, e quella nel labirinto processuale per trovare i responsabili della strage. Un’inchiesta che ha impegnato per anni forze dell’ordine, servizi, politici, giornalisti e che ha portato a sentenze e condanne, ma anche a critiche e contestazioni, e fatto emergere quella distanza tra verità giudiziaria e verità storica a noi assai familiare.
Tra microstoria e grande gioco geopolitico, vite comuni e logiche di potere che quelle vite schiacciano senza troppi rimorsi, tra Parigi e gli Stati Uniti, Lockerbie e Londra, Libia e Malta, questo libro ricostruisce destini individuali e crudeli dinamiche di violenza e diviene anche una riflessione sulle opacità del passato, le ombre della storia, la difficoltà di avere giustizia.

Ginevra Cerrina Feroni, Il pensiero conforme: per una critica costituzionale del “politicamente corretto” – Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2026, pp. 226, euro 354
La tesi del volume è che il politicamente corretto abbia ormai assunto una sua propria valenza giuridica, oltreché ovviamente storica e sociologica. L’opera di moralizzazione del linguaggio, attraverso la pratica di schemi di interdizione semantica e di inveramento di ortodossie tematiche tipiche, nella concretezza tocca e trasforma infatti alcuni pilastri del costituzionalismo a muovere, appunto, dalla libertà di espressione del pensiero. L’idea è che il politicamente corretto non razionalizzato e, dunque, non enucleato nella sua capacità restrittiva, stia progressivamente diventando una forma occulta e insinuante di prevaricazione e di limitazione di tale libertà costituzionale, determinando nella pratica un’inedita sorta di “funzionalizzazione” di tale diritto fondamentale e nuove categorie di discriminazione.

Véronique Lecaros, César Piscoya, Leone XIV: ritratto di un Papa peruviano – Castelvecchi, Roma 2026, pp. 240, euro 20,00
Chi è Leone XIV? Per comprenderlo non basta guardare al suo pontificato: occor­re seguirne il cammino, dalle periferie del mondo fino al centro della Chiesa. Questo libro ricostruisce la traiettoria di Robert Prevost, missionario agostiniano formatosi tra gli Stati Uniti e il Perù, dove l’incontro con comunità marginali e culture diverse ha segnato in profondi­tà il suo modo di intendere la fede, l’au­torità e la vita ecclesiale. L’esperienza di «padre Bob» si sviluppa all’insegna della fraternità come pratica concre­ta: uno stile che mira a costruire una Chiesa vicina agli umili, attenta alle fe­rite del presente e radicata nella vitalità della fede popolare. Nel suo percorso si riflettono le tensioni e le trasformazio­ni del cattolicesimo contemporaneo: il rapporto tra universalità e radicamento locale, il confronto tra culture, le dina­miche interne all’istituzione ecclesiale e le possibilità di un suo rinnovamento. Figlio del Concilio Vaticano II ed erede dell’impulso pastorale di Papa France­sco, Leone XIV emerge come una figura capace di attraversare confini e ricom­porre fratture. Un ritratto documentato e partecipe, che illumina non solo un pontefice, ma una possibile direzione per la Chiesa che viene.

Giuseppe Benedetto, Liberale è: predicare inutilmente – Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2026, pp. 176, euro 18,00
Un viaggio dentro le contraddizioni più profonde dell’Italia: un Paese dove si tassa chi lavora, si premia chi spreca e si ostacola chi produce. Dalla fiscalità generale a quella locale, fino al nodo della spesa pubblica, del debito e della burocrazia, il libro racconta come il problema non siano tanto le entrate quanto la spesa senza misura di uno Stato che ha smarrito la propria funzione. Tra accise e balzelli, aiuti e superbonus, il racconto si estende alla sanità e alle autonomie locali. La seconda parte si occupa di quello che è divenuto un vero e proprio simbolo del malgoverno: le famigerate Regioni, quelle che, con profetica preveggenza, Malagodi, già nel 1970, aveva indicato come i nascenti centri di spreco. Si analizzano le distorsioni di un sistema che, sotto il pretesto dell’assistenza, ha trasformato la spesa pubblica in consenso e la burocrazia in una tassa occulta sulla crescita. Liberale è non intende però essere un atto d’accusa: è una proposta. È la convinzione che un’Italia diversa – più sobria, più giusta, più libera – sia possibile. Diffidare dei politici che dicono come e cosa serve e non indicano con quali entrate coprire quelle spese, è il mantra einaudiano dell’autore.

Emilio Gentile, L’arte di uno storico, frammenti autobiografici – Carocci, Roma 2026, pp. 236, euro 23,00
«Negli ultimi sessant’anni della mia vita sono stato uno storico, e lo sono tuttora. Ma sin dalla nascita la mia vocazione – se si nasce con una vocazione – è stata l’arte, cioè il disegno e la pittura».
Inizia così il nuovo libro di Emilio Gentile, noto in campo internazionale per i suoi studi sul fascismo, sul totalitarismo e sulle religioni della politica. Un libro imprevedibile: alla soglia dei suoi ottant’anni Gentile racconta e illustra per la prima volta la sua attività artistica. Parafrasando Anton Čechov, dichiara: «ho avuto una moglie: la storiografia, e una compagna segreta: l’arte».
Nella pittura, Gentile ha cercato un «Paradiso ritrovato» per fuggire dai fenomeni tragici del passato, studiati con l’imparzialità che gli imponeva la storiografia. Invece la compagna segreta gli ha consentito una illimitata libertà di immaginazione nella creazione entusiasta di un mondo personale di forme e colori.
Per decenni lo storico e l’artista hanno vissuto in simbiosi, ma con piena autonomia. Finché, dall’inizio del Terzo millennio, una nuova stagione di odio scatenato ha costretto l’artista a seguire lo storico nell’osservare la malvagità umana della Storia in corso. E il «Paradiso ritrovato» è scomparso.
Emilio Gentile, professore emerito alla Sapienza Università di Roma, ha insegnato in Australia, Stati Uniti, Francia, Svizzera. Nel 2003 ha ricevuto il premio Hans Sigrist dall’Università di Berna per gli studi sulla religione politica. Con Carocci ha pubblicato La via italiana al totalitarismo e Il fascino del persecutore.

Maria Nadia Covini, Bianca Maria Visconti – Salerno Editrice, Roma 2026, pp. 228, euro 22,00
Bianca Maria Visconti ebbe un ruolo decisivo nella vita della signoria e poi del ducato di Milano al pari di signore e principesse sue contemporanee, ma se c’è un elemento di eccezionalità nella sua biografia è il matrimonio con Francesco Sforza, famoso condottiero, del quale agevolò la scalata al potere e al titolo di duca di Milano. «La Bianca» non fu però mai in secondo piano nella vita sociale e nella politica milanese: figlia riconosciuta e legittimata del duca di Milano, moglie dal 1441 del valoroso e fortunato condottiero, madre di molti figli e figlie (ne ebbe otto e altri due li perse), poi duchessa di Milano, fu protagonista e mai semplice comprimaria, sempre alla ribalta della scena politica, in primo piano nel panorama culturale dell’Italia rinascimentale, capace di agire con consapevolezza nel campo della diplomazia, della cultura e dell’arte.

Robert Jobson, La dinastia dei Windsor – Rizzoli, Milano 2026, pp. 432, euro 20,00
Nel 1917 re Giorgio V, preoccupato dal forte sentimento anti-tedesco che pervade il Regno Unito durante la Prima guerra mondiale, si sbarazza del nome della sua dinastia, Sassonia-Coburgo e Gotha, per sostituirlo con quello nuovo, casato di Windsor: “un nome che derivava dall’antico castello situato nella contea del Berkshire, tanto solido e inglese quanto la sua pietra”.
È l’inizio di una storia, familiare e politica, che dura ancora oggi e che è sopravvissuta a tormentatissime vicende: dalla clamorosa abdicazione di Edoardo VIII nel 1936 – innesco di una crisi politica senza precedenti – al divorzio di Carlo e Diana, fra intrighi, tradimenti e confessioni segrete; dalle ambigue simpatie filonaziste che portarono la monarchia sull’orlo del collasso alla rottura tra Harry e Meghan e il resto della famiglia, con la guerra mediatica globale che ne è scaturita; fino all’ultimo scandalo, il caso Epstein, che ha travolto il principe Andrea, mentre William e Kate cercano di ridefinire il futuro della monarchia.
In La dinastia dei Windsor Robert Jobson, corrispondente reale di lunghissimo corso, già autore di Catherine, principessa di Galles, mette a punto un racconto ricco di rivelazioni e retroscena, scritto come una spy story, e ci conduce al cuore di Buckingham Palace, tratteggiando minuziosamente i protagonisti e le vicende che hanno segnato la storia della Corona britannica in oltre cento anni.