IL CASO MONTESI FA TREMARE IL POTERE (parte 3)
di Roberto Poggi –
L’inchiesta del giudice Giovanni Sepe, tra lettere anonime, mitomani e pressioni politiche, punta su Piero Piccioni, sul marchese Ugo Montagna e sul questore Saverio Polito. Perizie e riesumazione confermano che Wilma Montesi morì annegata a Torvajanica, ma senza prove di omicidio volontario. Il processo, trasferito a Venezia, si chiude nel 1957 con l’assoluzione piena degli imputati. Restano il mistero irrisolto e il segno lasciato da stampa e politica su una tragedia privata trasformata in caso nazionale.
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Il Giudice Sepe, napoletano, vedovo con tre figli ed un passato nella Giustizia militare, prese in mano l’inchiesta con grande energia. In parte per la sua determinazione, in parte per la sua mole (pesava oltre centotrenta chili), i giornalisti lo ribattezzarono “Il mastino”. Prima ancora di poter iniziare ad accertare i fatti dovette escludere molte false piste suggerite da menti suggestionabili. Il 29 marzo 1954 giunse alla Sezione Istruttoria una lettera, firmata da una certa Gianna la Rossa, che affermava di conoscere tutta la verità sulla morte di Wilma Montesi. Inorridita dalla crudeltà di Montagna e di Piccioni, Gianna la Rossa aveva tentato di farli arrestare rivolgendosi alla Questura di Parma, che però non aveva preso sul serio la sua denuncia. Temendo di poter essere uccisa come Wilma, nel maggio del 1953, si era rivolta al Parroco di Traversetolo a cui aveva consegnato una lettera contenente tutte le informazioni sulla banda di narcotrafficanti guidata da Montagna e da Piccioni. Insieme alla lettera aveva consegnato anche un biglietto strappato, l’altra metà dello stesso biglietto era acclusa alla missiva inviata alla Sezione Istruttoria. La Polizia non ebbe difficoltà a rintracciare il sacerdote, Don Tonino Onnis, che dopo aver consegnato la lettera ed esibito l’altra metà del biglietto in suo possesso descrisse Gianna la Rossa come una donna sulla trentina dai capelli biondo castani. L’accusa nei confronti di Piccioni era netta, ma priva di elementi concreti e verificabili. Ad insospettire gli inquirenti era soprattutto il fatto che nel maggio del 1953, quando il sacerdote sosteneva di aver ricevuto la lettera accusatrice dalla misteriosa Gianna, il nome di Piccioni non era ancora apparso sui giornali. Nei mesi successivi il parroco denunciò di essere stato vittima di minacce. Un uomo a bordo di un’auto con targa francese gli avrebbe consigliato di tenere la bocca chiusa. Ulteriori indagini, condotte con la collaborazione del vescovo di Parma, portarono tre anni più tardi ad accertare che Gianna la Rossa e le sue accuse erano un’invenzione della fervida immaginazione del parroco di Traversetolo.
Un paio di mesi dopo la lettera di Gianna la Rossa anche la fantasia di Adriana Bisaccia, sempre alla disperata ricerca di denaro, si risvegliò: testate come “Il Messaggero”, “Oggi”, “L’Europeo” furono ben liete di offrirle uno spazio. La giovane squilibrata raccontò di essere stata rapita sul lungotevere durante il processo a Muto, dopo aver rifiutato di fare da corriere per una consegna di droga. Prima di essere rilasciata, un uomo somigliante a Giorgio Tupini l’aveva picchiata selvaggiamente. Nel governo Pella Tupini era stato, insieme ad Andreotti, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.
Al quotidiano del MSI, “Il Secolo d’Italia”, la Bisaccia confessò di aver avuto una lunga relazione con Piero Piccioni e di essere stata costretta ad abortire ben tre volte, nel 1953 aveva portato invece a termine una quarta gravidanza, anche se il bambino le era stato poi sottratto. Accusò Piccioni di averla più volte frustata e picchiata fino a farle perdere i sensi. La mattina del 9 Aprile 1953 Piccioni le aveva ordinato di partire con lui, ma lei aveva rifiutato. Quel rifiuto le aveva salvato la vita, condannando la povera Wilma Montesi.
Di fronte ad una tale valanga di inverosimili menzogne Sepe volle vederci chiaro, convocò la Bisaccia e la sottopose ad un confronto all’americana. La Bisaccia non riconobbe Tupini e non le bastò una lettera di scuse indirizzata all’Onorevole per evitare di essere arrestata.
La schiera di mitomani che si avventarono sul caso Montesi fu davvero molto nutrita. Vincenzo Ceprani dichiarò di aver conosciuto Wilma tramite una certa Arlette, implicata nel traffico di stupefacenti, e di averla vista per l’ultima volta ad Ostia il 10 aprile 1953 poco prima della sua morte. Michele Simola affermò di aver conosciuto Wilma grazie ad un trafficante di droga, tale Armando Avari. Pierino Pierotti si inventò addirittura di aver ricevuto dalla famiglia Montesi l’incarico di trovare all’estero stupefacenti da spacciare poi in Italia. Rosa Varvaluka si presentò come un’intima amica di Wilma, con cui condivideva la frequentazione di case di appuntamenti. Maddalena Caramello asserì di aver visto Wilma in un albergo di Roma in compagnia di Piccioni e di Montagna. Osiride Ganzaroli, indovina ferrarese, nota con il nome di Thea, giurò di essere stata presente sulla spiaggia di Torvajanica nel momento esatto in cui gli assassini abbandonavano il corpo senza vita di Wilma. Pasquale Venuti raccontò di aver incontrato Wilma e di ricordare che dalla sua borsa era caduta una bustina piena di cocaina. Queste sono soltanto alcune delle deposizioni di cui gli inquirenti dovettero dimostrare l’infondatezza, sacrificando tempo, uomini e mezzi.
Il Giudice Sepe non si lasciò distrarre dai mitomani, né tanto meno intimidire dalle indebite attenzioni del Viminale, che fin dall’avvio delle indagini tentò di spiare le sue mosse, incaricando Enrico Gatti, Commissario presso il Palazzo di Giustizia, di raccogliere informazioni riservate. Uscieri, cancellieri, segretari, telefonisti ed autisti furono convinti a violare il riserbo a cui erano tenuti, costringendo Sepe a correre ai ripari, adottando alcuni escamotage, come non avvalersi dell’auto di servizio, impiegare pseudonimi per indicare gli ufficiali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza con cui collaborava e soprattutto cifrare i telegrammi che scambiava con loro.
Come dimostrano le oltre sedicimila pagine dell’istruttoria, l’approccio di Sepe alle indagini fu pragmatico e scrupoloso, si orientò alla ricerca di elementi oggettivi che autorizzassero a solide conclusioni. Iniziò dalla ricostruzione dei possibili spostamenti di Wilma nel pomeriggio del 9 aprile 1953. Una testimone, Rosa Passarelli, sosteneva di aver viaggiato con Wilma nello stesso scompartimento del treno diretto ad Ostia delle 17,30. Adalgisa Roscini, portinaia dello stabile di Via Tagliamento in cui abitava la famiglia Montesi, era certa di aver salutato Wilma intorno alle 17 mentre usciva di casa. La madre e la sorella di Wilma erano uscite mezz’ora prima per recarsi al cinema. Il film che avevano scelto era “La carrozza d’oro” con Anna Magnani, Wilma non si era unita a loro dicendo di aver voglia di fare una passeggiata. Attraverso alcune accurate misurazioni, condotte all’inizio di Aprile del 1954, il Giudice Sepe accertò che difficilmente Wilma avrebbe potuto raggiungere la Stazione Ostiense in tempo per prendere il treno su cui aveva viaggiato la Passarelli. Il tempo necessario per raggiungere la stazione da Via Tagliamento era di un’ora e venti minuti a piedi, mezz’ora in autobus e circa venti minuti in auto. Se Wilma non aveva potuto prendere il treno per Ostia, come, e con chi, aveva raggiunto la costa? La domanda rimase senza risposta.
Ad escludere Ostia come meta dell’ultima passeggiata di Wilma contribuì anche la perizia oceanografica condotta dal Professor Riccardo Riccardi, ordinario di Oceanografia presso l’Università di Roma, e dal Capitano di Corvetta Antonio Metallo, con la collaborazione di altri esperti, Mario Bini e Mario Schiaffino, dell’Istituto Idrografico della Marina Militare di Genova. Analizzando le condizioni meteorologiche e le correnti in quel tratto di costa i periti ritennero impossibile che il corpo di Wilma potesse aver raggiunto la spiaggia di Torvajanica provenendo via mare da Ostia. La massima distanza che il corpo poteva aver percorso trasportato dal mare era di qualche centinaio di metri dal luogo in cui fu rinvenuto.
Il 27 Aprile 1954 il Giudice Sepe inoltrò alla Direzione Servizi Funebri del Verano la richiesta di esumazione della salma di Wilma, nella speranza di mettere finalmente alcuni punti fermi: la data e la causa della morte della giovane. Per aggirare la morbosa curiosità della stampa l’esumazione venne eseguita di notte, la salma fu poi affidata ad un pool di periti, composto dai Professori di Medicina Legale Attilio Ascarelli, Domenico Macaggi e Giorgio Canuto, dal Ginecologo Luigi Caravani e dall’esperto di Mineralogia Ettore Onorato. Ciò che restava di Wilma fu esaminato, fotografato e sottoposto ad esami radiologici, alcuni organi come il cuore, il cervello e parti dei polmoni furono estratti e dissezionati.
Il Dottor Agostino Di Giorgio che per primo aveva esaminato il corpo di Wilma, la mattina dell’11 Aprile 1953 sulla spiaggia di Torvajanica, osservando il grado di rigidità delle membra aveva ipotizzato che il decesso fosse avvenuto circa dodici-diciotto ore prima, cioè tra le 16 e le 22 del 10 Aprile. Sulla causa di morte nessun dubbio: annegamento. Il Professori Rinaldo Frache ed Antonio Carella che avevano condotto l’autopsia qualche giorno più tardi, il 14 Aprile 1953, avevano confermato tutte le conclusioni del Dottor Di Giorgio, tranne una, la data della morte, indicata nel 9 Aprile, giorno dell’allontanamento di Wilma da casa. Avevano inoltre specificato che il malore che aveva causato la caduta in mare e successivamente la morte per annegamento della giovane non poteva essere dovuto a quanto aveva ingerito, il suo stomaco conservava soltanto uno scarso liquame acquoso contenente caseina, ingerita quattro-sei ore prima della morte, con ogni probabilità si trattava di un gelato. Anche l’ipotesi di un malore dovuto al periodo mestruale era stata scartata. Nessuna traccia di violenza sessuale era stata riscontrata. Wilma era apparsa vergine.
Secondo i periti incaricati da Sepe, la mancanza di una descrizione dei movimenti compiuti sul cadavere dopo il rinvenimento, l’assenza di macchie addominali, l’assenza della cute anserina e soprattutto il fatto che il cadavere era stato lasciato a lungo, fino alla mattina del 12 Aprile, senza refrigerazione avevano tratto in inganno i Professori Frache e Carella nella determinazione della data di morte. Seppur con sfumature diverse, i Professori Ascarelli, Macaggi e Canuto furono concordi nell’indicare il 10 Aprile come data della morte di Wilma, confermando quanto ipotizzato dal Dottor Di Giorgio.
Lo spostamento della data di morte dal 9 al 10 Aprile pose nuovi interrogativi, che purtroppo rimasero senza risposta. Dove aveva trascorso Wilma la sera e la notte del 9 Aprile? Perché nel suo stomaco c’erano soltanto le tracce di un gelato mangiato poche ore prima di morire?
In base all’analisi istologica del polmone ed alla presenza di acqua marina nello stomaco e nell’intestino, i periti nominati da Sepe confermarono che Wilma era morta per annegamento, con una agonia di una ventina di minuti al massimo. Forse Wilma era stata deposta sulla spiaggia priva di coscienza, in una posizione che aveva favorito l’annegamento. Altre ipotesi come l’abbandono del corpo in mare, il malore improvviso e letale e pure il suicidio furono definitivamente escluse.
La perizia talassografica, condotta dal Professor Riccardo Riccardi e dalla Professoressa Emilia Stella, giunse alla conclusione che il corpo di Wilma non era rimasto sulla spiaggia per tutta la notte, ma soltanto per poche ore. Se il corpo fosse rimasto più a lungo avrebbe dovuto riportare i segni dell’attività delle “pulci di mare”, voracissimi crostacei anfipodi, simili a gamberetti, che si nascondono nella sabbia e si nutrono di materia organica. Tali segni erano invece pressoché assenti.
Sul corpo di Wilma non furono rinvenute tracce di violenza sessuale o di sadismo, la sabbia presente nel vestibolo vaginale non aveva oltrepassato la membrana imeneale, che si presentava intatta. Anche gli esami mineralogici condotti sulla sabbia rinvenuta confermarono Torvajanica e non Ostia come luogo del decesso. Le ecchimosi presenti sul corpo, di difficile collocazione temporale, furono riconosciute di origine non traumatica, ma dovute ad un maldestro afferramento del cadavere nelle fasi successive al ritrovamento.
Gli esami tossicologici effettuati diedero un esito negativo, sebbene non del tutto attendibile a più di un anno di distanza dal decesso. Nel 1953 i Professori Frache e Carella si erano limitati ad escludere con certezza l’assunzione di morfina e di stricnina.
Uno dei risultati più interessanti dell’esame autoptico condotto nel 1954 fu la scoperta, grazie all’asportazione del cuore, che Wilma soffriva di una ipoplasia di modico grado del sistema cardiocircolatorio, cioè aveva l’aorta di una misura lievemente inferiore al normale. Tale malformazione cardiaca congenita può provocare difficoltà respiratorie e svenimenti.
Il Giudice Sepe affidò inoltre ai Professori Giordano Giacomello, Arnaldo Foschini e Pietro Di Mattei il compito di effettuare una perizia chimica e merceologica degli indumenti indossati da Wilma al momento della morte. La giacca a rombi gialli, verde e nera, che secondo le dichiarazioni del Dottor Di Giorgio Wilma portava sulle spalle, fermata da un grosso bottone, non presentava segni di violente trazioni. Il mancato cedimento del bottone sotto l’impeto delle onde deponeva a favore dell’ipotesi che il corpo di Wilma non fosse rimasto a lungo sulla battigia. Gli indumenti intimi, mutandine, reggiseno, maglia e sottoveste, si presentavano con evidenti segni di usura, dovuta all’uso prolungato ed ai frequenti lavaggi e non alla permanenza in acqua di mare. Tale dettaglio sembrava suggerire che Wilma il 9 aprile prima di uscire di casa non si fosse preparata per un incontro galante.
L’indagine di Sepe non si limitò all’acquisizione di elementi scientifici, si sviluppò anche in altre direzioni, a cominciare dal contesto familiare di Wilma. Ogni aspetto della famiglia Montesi, condizioni economiche, parentele, relazioni, vennero esaminate con attenzione. Le ingenti somme incassate dalla famiglia per la concessione alla stampa di interviste non passarono inosservate, senza tuttavia contribuire a fare chiarezza sulle circostanze della morte di Wilma.
All’inizio di Settembre del 1954 avvenne una improvvisa svolta nelle indagini di Sepe. Tra le numerose e confuse suggestioni fornite dalla Moneta Caglio c’era anche quella della presunta omertà dei guardiani delle tenuta di Capocotta, Venanzio De Felice, Natalino Del Duca, Orlando Trifelli ed Anastasio Lilli, complici dei loschi traffici del Marchese Montagna. Tale suggestione sembrò trovare una inaspettata conferma nella deposizione di un cacciatore della zona di Torvajanica, Tullio Zingarini, che sosteneva di aver riconosciuto nei pressi della tenuta di Capocotta Wilma Montesi a bordo di un’auto, in compagnia di un uomo. Ai giornalisti che lo assediavano all’uscita del Palazzo di Giustizia Zingarini disse senza esitazioni che l’uomo che aveva visto insieme a Wilma era Piero Piccioni.
L’interrogatorio di Venanzio De Felice si concluse con il suo arresto per reticenza, qualche giorno più tardi anche gli altri guardiani subirono la stessa sorte. Il Giudice Sepe era convinto di aver trovato finalmente gli esecutori materiali dell’abbandono del corpo di Wilma sulla spiaggia di Torvajanica. Sul responsabile dell’omicidio colposo, aggravato dalla somministrazione di stupefacenti, di Wilma Montesi da tempo non aveva più dubbi: Piero Piccioni, con il favoreggiamento del Marchese Montagna e del Questore Polito. Prima di formalizzare tale azzardata conclusione Sepe, al fine di scongiurare una eventuale fuga, ordinò il ritiro dei passaporti di Piccioni, Montagna e Polito. Tale misura che avrebbe dovuto rimanere rigorosamente segreta trapelò con grande clamore sui giornali, soprattutto perché tra i passaporti ritirati compariva anche quello di un personaggio illustre, ben noto alle cronache mondane: il Principe Maurizio d’Assia, figlio di Mafalda di Savoia, morta nel lager nazista di Buchenwald, e nipote dell’ultimo Re d’Italia Umberto II. Giovane, bello, con una consolidata fama di playboy internazionale, Maurizio d’Assia era entrato nelle indagini sul caso Montesi per la prima volta nella primavera del 1953, era stato indicato come uno dei frequentatori della tenuta di Capocotta, alcuni testimoni sostenevano di averlo visto sul litorale di Torvajanica nei giorni di Pasqua del 1953 a bordo di una Fiat 1900 di colore chiaro in compagnia femminile. La Polizia dopo aver accertato che la sua accompagnatrice non era stata la Montesi non si era più occupata del Principe. Nel corso degli interrogatori dei guardiani di Capocotta il nome del Principe emerse nuovamente e Sepe, sempre scrupoloso, non volle ignorarlo.
Il 9 Settembre 1954 Piero Piccioni fu convocato dal Giudice Sepe per essere messo a confronto con persone che vivevano e lavoravano a Torvajanica ed a Capocotta. L’esito del confronto non fece che rafforzare la convinzione già maturata da Sepe circa le responsabilità di Piccioni, tanto che qualche giorno più tardi, violando il suo abituale riserbo, annunciò in una intervista rilasciata alla stampa l’imminente arresto del musicista.
Una così palese violazione del segreto istruttorio fece infuriare il Presidente Scelba che ottenne all’unanimità dal Consiglio dei Ministri l’approvazione della sua proposta di denunciare il Giudice Sepe. Al Ministro Guardasigilli, Michele De Pietro, un anziano giurista leccese di ispirazione laica e liberale, bastarono tuttavia alcune ore di riflessione per ricredersi e presentare le proprie dimissioni. Temendo le reazioni della stampa e dell’opinione pubblica di fronte ad una spaccatura così profonda nel governo, Scelba pregò Fanfani di convincere il Ministro, con la promessa di non procedere contro Sepe, a ritirare le dimissioni. Dopo una concitata trattativa le dimissioni di De Pietro rientrarono, evitando al governo di mettere in atto una ritorsione contro Sepe che l’opinione pubblica non avrebbe né compreso, né perdonato.
Evitate per un soffio le dimissioni del Ministro della Giustizia, il 19 Settembre 1954, il giorno dopo il rientro in patria del Segretario di Stato americano Dulles in visita in Europa, divennero inevitabili quelle del Ministro degli Esteri, Attilio Piccioni, che con grande dignità scrisse: «…di fronte al perdurare di una calunniosa e malvagia campagna, sento che il mio posto è accanto a mio figlio…»
Due giorni più tardi, il 21 Settembre 1954, con grande esultanza della stampa di sinistra e non solo, furono spiccati i mandati di cattura nei confronti di Piccioni e di Montagna, a cui per varcare il portone di Regina Coeli bastò soltanto esibire la prima pagina del giornale che aveva in tasca. Il Questore Polito fu raggiunto da un semplice mandato di comparizione per aver aiutato Piccioni ad eludere le investigazioni dell’autorità giudiziaria, «…indirizzando le indagini di Polizia verso l’ipotesi di un fatto accidentale (disgrazia a seguito di pediluvio) e commettendo il fatto con abuso dei poteri e con violazione dei doveri inerenti alla sua qualità di Questore…» Il Principe d’Assia sparì ancora una volta dalla vicenda Montesi con la stessa rapidità con cui vi era entrato, poiché il guardiano Anastasio Lilli al cospetto del Principe non lo riconobbe come l’uomo che riteneva di aver visto in compagnia femminile nei pressi della tenuta di Capocotta.
In qualità di Ministro degli Interni Scelba invitò le forze dell’ordine a prepararsi ad una repentina mobilitazione nel caso in cui l’opposizione social-comunista fosse scesa in piazza per inscenare manifestazioni sediziose. Tale apprensione si rivelò eccessiva, con l’arresto di Piccioni e di Montagna l’interesse dell’opinione pubblica per il caso Montesi dopo mesi di incessante crescita incominciò lentamente a scemare. L’opposizione di sinistra non mobilitò le piazze, neppure nella sua roccaforte di Bologna, tuttavia non rinunciò a mettere sotto pressione il governo. Il 22 Settembre l’ex Presidente comunista dell’Assemblea Costituente, Umberto Terracini, prese la parola in Senato per denunciare ancora una volta come il caso Montesi fosse una conseguenza della corruzione morale generata dal regime democratico cristiano. Nella stessa aula Scelba si difese abilmente, ponendo una domanda che l’opposizione si ostinava a non considerare: «E se gli imputati in questione fossero innocenti?»
Alla domanda posta provocatoriamente da Scelba in Senato non rimase insensibile la Questura di Roma che, a fine Settembre, avviò una indagine focalizzata sullo zio di Wilma, Giuseppe Montesi. Fin dalle prime indagini nella primavera del 1953 l’atteggiamento dello zio Giuseppe aveva destato negli inquirenti alcuni sospetti, era bastata però qualche superficiale verifica per dissiparli. A riportare l’attenzione su di lui fu la segnalazione di quattro colleghi della tipografia in cui lavorava, secondo i quali il giorno della scomparsa di Wilma si era assentato intorno alle 17, prima del normale orario di uscita, per un imprecisato impegno urgente. Prima di lasciare il posto di lavoro lo zio Giuseppe aveva ricevuto una telefonata di una ragazza, i colleghi sostenevano di aver sentito pronunciare, in occasione di altre telefonate ricevute sul lavoro, il nome Wilma, tuttavia non potevano affermare che il cognome fosse Montesi. Messo a confronto con i colleghi lo zio Giuseppe chiarì che il 9 Aprile all’uscita dal lavoro all’orario regolare si era incontrato con la sua fidanzata Mariella Spissu, il suo alibi venne ritenuto credibile. Dal momento che all’epoca della morte della nipote il Montesi possedeva una Fiat Giardinetta, con cui era solito recarsi sul litorale romano, gli inquirenti rintracciarono il veicolo, che nel frattempo era stato venduto, e ne analizzarono gli interni, senza rinvenire alcuna traccia significativa. Anche la sua abitazione di Via Alessandria 143 fu perquisita inutilmente. Il sequestro, insieme ad altri oggetti, di un paio di mutandine rosa accese la solita morbosa curiosità della stampa. Lo zio Giuseppe, che secondo la testimonianza dei colleghi si vantava di essere un seduttore e di avere una vita sessuale spregiudicata, spiegò che quell’indumento intimo era il trofeo di una conquista femminile di qualche anno prima. L’ipotesi alternativa alla colpevolezza di Piccioni svanì rapidamente in assenza di riscontri. Il primo a non ritenerla credibile era proprio il Giudice Sepe, a cui non era sfuggito il legame di amicizia esistente tra Franco Biagetti, direttore della tipografia Casciani dove era impiegato il Montesi, e la famiglia Piccioni.
La credibilità dell’intransigenza morale ostentata dai comunisti subì un duro colpo nel novembre del 1954, quando l’avocato di Silvano Muto, Giuseppe Sotgiu, fu sorpreso, insieme alla moglie, da una irruzione della Polizia in una casa di appuntamenti di Via Corridoni, nel quartiere Prati. A condurre la Polizia fino all’appartamento di Via Corridoni erano state le indagini sulla morte sospetta di una giovane prostituta, Maria Adelaide Montorzi, detta Pupa. Per alcune settimane gli agenti della Buoncostume avevano meticolosamente fotografato i frequentatori della casa, tra di essi non avevano faticato a riconoscere un volto noto come quello dell’avvocato Sotgiu, in compagnia della sua giovane moglie, la pittrice neorealista Liliana Grimaldi. Quelle foto compromettenti con ogni probabilità non impiegarono molto ad arrivare fino a Scelba che non si fece scrupolo di sfruttarle per colpire l’opposizione comunista che da mesi strepitava contro il degrado morale della Democrazia Cristiana. La Polizia attese pazientemente che Sotgiu e la moglie fossero in Via Corridoni per fare l’irruzione, nel frattempo le foto compromettenti furono recapitate al quotidiano filogovernativo “Momento Sera”, affinché le pubblicasse quando richiesto. Il 15 Novembre 1954 finalmente scattò la trappola, i coniugi Sotgiu furono colti in compagnia di un giovane, Sergio Rossi, che risultò minorenne, gli mancavano tre mesi per compiere ventun anni. Immancabile partì la denuncia per atti contro la morale ed istigazione alla prostituzione. Sulla prima pagina di “Momento Sera” apparvero le fotografie dei Sotgiu all’ingresso e all’uscita della casa di Via Corridoni, un velenoso articolo si incaricava di fornire ai lettori tutti i dettagli sulla loro passione per il ménage à trois.
Di fronte a prove così schiaccianti il PCI, nel tentativo di salvare la sua immagine di difensore della morale, abbandonò a sé stesso il suo dirigente, che fu espulso dal partito e costretto a dimettersi dalla carica di Presidente della Provincia di Roma. Al processo che seguì Sotgiu si difese abilmente, invocando l’orchestrazione ai suoi danni di un vero e proprio complotto politico e riuscendo a dimostrare che il giovane Sergio Rossi, di cui i coniugi ignoravano la vera età, era perfettamente consenziente. Il proscioglimento che ottenne non gli restituì né il prestigio professionale di cui godeva, né la carriera politica.
Dall’imbarazzo del partito comunista, che aveva cavalcato con tanta ostinazione la questione morale, il governo Scelba non trasse grandi benefici, nei mesi successivi allo scandalo Sotgiu ripresero le fibrillazioni all’interno della Democrazia Cristiana che culminarono nell’elezione di Giovanni Gronchi alla Presidenza della Repubblica, con la sconfitta di un altro candidato democristiano, Cesare Merzagora, sostenuto dal governo. Su qualche scheda comparve provocatoriamente il nome di Sepe. Il 26 Giugno 1955 Scelba rassegnò le dimissioni ed il Presidente Gronchi incaricò Antonio Segni di formare il nuovo esecutivo.
In questo nuovo clima politico, il 20 Luglio 1955, il Giudice Sepe depositò presso la Cancelleria del Tribunale di Roma le oltre quattrocento pagine della sentenza di rinvio a giudizio per Piccioni, responsabile dell’omicidio colposo della Montesi, per i suoi favoreggiatori, Montagna e Polito, e per una decina di altri soggetti, tra cui i guardiacaccia di Capocotta, accusati del reato di falsa testimonianza.
Contrariamente alle aspettative dell’opinione pubblica l’avvio del processo ebbe un slittamento di circa un anno e mezzo, che contribuì ad affievolire l’interesse sul caso. Il primo nodo da sciogliere fu quello della sede del processo, il Procuratore Generale Giocoli, adducendo ragioni di ordine pubblico, formulò alla Corte di Cassazione la richiesta di trasferimento. Nel marzo del 1956 la Cassazione si espresse designando il Tribunale di Venezia. Scortati dai Carabinieri i novantadue faldoni dell’istruttoria Sepe furono trasferiti sul Canal Grande nell’edificio delle Fabbriche Nuove di Rialto e custoditi in una camera blindata. Al Procuratore veneziano Cesare Palminteri occorsero nove mesi per studiare le carte. Il 23 Gennaio 1957, presieduto dal Giudice Mario Tiberi, coadiuvato dai Giudici a latere Mario Alborghetti ed Amerigo Villafranca, il processo Montesi ebbe finalmente inizio.
La famiglia Montesi, assistita da Bruno Cassinelli, un costoso avvocato con un passato da confidente dell’OVRA ai danni dei suoi clienti antifascisti, si costituì parte civile poi ritirò la querela, alleggerendo così la posizione degli imputati. Della copertura delle spese legali si fece carico “Il Messaggero”, in cambio dell’esclusiva sulle dichiarazioni e sulle interviste della famiglia. Da tempo i Montesi in gravi difficoltà economiche, a causa delle condizioni di salute del padre di Wilma, avevano trasformato il loro rapporto con la stampa in una consistente fonte di reddito. Come dimostrano le trascrizioni di alcune intercettazioni telefoniche, ad occuparsi con cinico piglio imprenditoriale delle trattative con i giornalisti era la signora Montesi. Persino il referto di una visita ginecologica effettuata da Wanda Montesi alla vigilia delle sue nozze finì sulle pagine del “Messaggero”.
Nonostante la mole documentale prodotta, l’impianto accusatorio apparve debole fin dalle prime battute del processo, anche ai più strenui sostenitori di Sepe. La lacuna più grave era la mancanza di una prova che Piccioni conoscesse Wilma. Come avrebbe potuto ucciderla se neanche l’aveva mai vista?
L’alibi di Piccioni per il 9 ed il 10 Aprile 1953 era solido, confermato da una ricetta medica e da alcune testimonianze, tra cui quella di Alida Valli. Tre lettere anonime recapitate a Sepe nel Marzo del 1955 avevano richiamato l’attenzione del Giudice su un dettaglio che gli era sfuggito: la data della ricetta appariva senza ombra di dubbio ritoccata a penna. Una meticolosa indagine accertò che l’autrice di quelle missive era la moglie del difensore di Piccioni, Primo Augenti, alla ricerca di una vendetta nei confronti del marito che l’aveva lasciata. Il medico che aveva firmato quella ricetta spiegò quella data incerta come un errore di distrazione, prontamente corretto al momento stesso della compilazione.
L’interrogatorio di Giuseppe Montesi, che si preannunciava come una semplice formalità, sembrò rilanciare un’ipotesi alternativa al coinvolgimento di Piccioni. Incalzato sui suoi spostamenti il giorno della scomparsa della nipote, lo zio Giuseppe dichiarò di essere uscito dalla casa di Via Alessandria, in cui viveva con i genitori e la sorella Ida, alla sera del 9 aprile e di esservi rientrato tra le nove e le dieci, dopo aver incontrato la sua fidanzata, Mariella Spissu. Tale dichiarazione risultò contraddittoria con quanto affermato da sua sorella e dai suoi genitori. Invitato a riflettere sulle conseguenze penali delle dichiarazioni mendaci, lo zio Giuseppe ammise di aver mentito. Sgombrata l’aula dal pubblico, confessò di aver passato la serata del 9 Aprile non con la fidanzata, ma con sua sorella Rossana, con cui intratteneva da tempo una relazione clandestina. Nel 1955 da Rossana Spissu aveva avuto anche un figlio. Il fascicolo sul Montesi fu stralciato dagli atti del processo di Venezia ed inviato alla Procura di Roma. Nel giugno del 1957 lo zio Giuseppe fu arrestato e poi rilasciato in libertà provvisoria in novembre. Tutti gli sforzi investigativi per dimostrare che il 9 Aprile del 1953 avesse incontrato la nipote si rivelarono vani. Tre anni più tardi, dopo aver finalmente ammesso di aver lasciato il lavoro il 9 aprile prima dell’orario regolare, fu condannato, insieme a Rossana Spissu, per calunnia e falsa testimonianza.
La tanto attesa deposizione della Moneta Caglio si rivelò ancora più disastrosa per i sostenitori della colpevolezza degli imputati e della corruzione morale generata dalla Democrazia Cristiana. Tutte le sue suggestive affermazioni che per anni avevano ammaliato l’opinione pubblica si mostrarono finalmente per quello che erano: fantasie, così infondate da suscitare persino l’ilarità dei cronisti in aula. Già da tempo la sua popolarità aveva incominciato a sgretolarsi, insieme alle sue ambizioni artistiche, il film “La ragazza di Via Veneto” di cui era stata protagonista non aveva riempito le sale, né la sua autobiografia “Una figlia del secolo”, né i due dischi che aveva inciso erano andati a ruba.
La demolizione del torbido scenario del traffico di droga e delle orge di Capocotta dipinto dalla Moneta Caglio coincise con il crollo dell’intero impianto accusatorio ed il processo si avviò rapidamente alla conclusione. Tanto rapidamente che fu chiesto ai difensori degli imputati di rinunciare persino alle loro arringhe finali.
Il 28 maggio 1957, dopo sette ore di camera di consiglio, fu pronunciato il verdetto. «Non sussistendo a suo carico alcun elemento anche indiziario e avendo egli anzi pienamente dimostrato la sua estraneità alla vicenda», Piero Piccioni fu assolto con formula piena. Assolti di conseguenza furono anche i suoi presunti complici Montagna e Polito, così come i guardiani di Capocotta imputati del reato di falsa testimonianza. Adriana Concetta Bisaccia, colpevole di simulazione di reato, fu invece condannata a sei mesi di reclusione ed al pagamento delle spese processuali. La pena fu sospesa con la condizionale. Muto e la Moneta Caglio furono rinviati a giudizio per il reato di calunnia. La loro condanna, rispettivamente a due anni ed a due anni e quattro mesi, venne confermata dalla Corte di Cassazione nel 1967.
La sentenza di Venezia, pur senza individuare alcun colpevole, fornì una interpretazione delle circostanze della morte di Wilma, si trattò di un omicidio colposo. Collocò a Torvajanica e non ad Ostia il luogo della sua morte, respinse sia l’ipotesi del suicidio, sia del malore improvviso causato da un pediluvio. Wilma morì per annegamento, ma non fu provocato da una azione violenta, come dimostrato dall’assenza di tracce sul suo corpo. Il suo annegamento avvenne in stato di incoscienza, indotto dall’assunzione di qualche sostanza non identificata e forse aggravato dalla sua malformazione cardiaca. Escluse infine che chi depose Wilma priva di sensi sulla spiaggia di Torvajanica appartenesse alla sua cerchia familiare. Come abbiamo già detto, le indagini successive alla sentenza di Venezia scagionarono completamente l’unico indiziato, lo zio Giuseppe.
Oggi per svelare il mistero di Wilma Montesi ci rimangono tre ipotesi, tutte molto deboli. La prima è quella del malore, causato non dal pediluvio, ma da una crisi respiratoria, indotta dalla malformazione cardiaca di cui Wilma soffriva. Per dare credibilità a questa ipotesi occorrerebbe, del tutto arbitrariamente, collocare la morte di Wilma nel tardo pomeriggio del 9 Aprile 1953 e lasciare senza risposta tutte le domande circa la modalità con cui raggiunse il litorale. Anche operando una tale forzatura, rimarrebbe comunque senza una spiegazione accettabile la decisione di Wilma di passeggiare sulla battigia, da sola, al tramonto, in un tratto deserto del litorale di Torvajanica, dopo essersi liberata, irragionevolmente, del reggicalze che aveva in vita.
La seconda ipotesi è quella dell’allontanamento volontario di Wilma in compagnia di un misterioso spasimante, corteggiatore oppure amante. Il trasferimento sul litorale troverebbe una facile spiegazione, tutto il resto no. Dopo una notte e gran parte del giorno successivo trascorsi in qualche rifugio nei pressi di Torvajanica, senza consumare alcun rapporto sessuale completo, senza ingerire nulla se non qualche alimento contenente caseina poche ore prima di morire, Wilma avrebbe accusato un improvviso malore ed il suo accompagnatore, in preda al panico, l’avrebbe abbandonata sulla spiaggia e poi si sarebbe volatilizzato. Ogni aspetto della vita di Wilma fu esaminato dagli inquirenti senza che emergesse la benché minima traccia di una relazione clandestina oppure del proposito di abbandonare la propria famiglia.
La terza ipotesi è quella del rapimento, avvenuto magari nei pressi della sua abitazione in Via Tagliamento. Il rapitore senza torcerle neppure un capello, senza abusare di lei sessualmente, l’avrebbe segregata in qualche luogo sul litorale di Torvajanica fino al tardo pomeriggio del 10 Aprile, quando dopo un giorno intero di digiuno le avrebbe somministrato qualche alimento a base di caseina, poi il malore, l’abbandono in tutta fretta sulla spiaggia, l’agonia e la morte per annegamento. Ciò che risulta impossibile da dimostrare è proprio l’esistenza di un rapitore, nessuna traccia, nessun indizio. Una delle prime verifiche compiute dagli inquirenti riguardò proprio i soggetti, residenti nel tratto di costa tra Ostia e Torvajanica, con precedenti penali per aggressione oppure violenza sessuale. Nessuno di coloro che furono interrogati risultò anche soltanto vagamente sospetto.
A più di settant’anni dai fatti il caso Montesi si presenta come un enigma irrisolto e probabilmente irrisolvibile, in cui le uniche certezze sono il completo fallimento della Giustizia e lo sconcertante cinismo della stampa e della politica che per i loro scopi sfruttarono senza alcuna remora la tragica morte di una giovane donna.
Per saperne di più
FRANCESCO GRIGNETTI, Il caso Montesi. Sesso, potere e morte dell’Italia degli anni ’50, Venezia, Marsilio, 2006.
PASQUALE RAGONE, La verginità e i potere. Il caso Montesi e le nuove indagini, Roma, Sovera Edizioni, 2015.
CHIARA RICCI, Wilma Montesi. Una storia sbagliata, Reggiolo (RE), Golem Edizioni, 2022.
MARIA ROMANA DE GASPERI, De Gasperi. Ritratto di uno statista, Milano, Mondadori, 2004.
MARIO PACELLI, Non mi piacciono i film di Anna Magnani. Il caso Wilma Montesi, Roma, Graphofeel Editore, 2019.
LEONE PICCIONI, Lungara 29. Il “caso Montesi” nelle lettere a Piero, Polistampa, 2018.
GIUSEPPE MAMMARELLA, L’Italia contemporanea 1943-2011, Bologna, Il Mulino, 2012.
INDRO MONTANELLI, MARIO CERVI, L’Italia del miracolo (14 Luglio 1948- 19 Agosto 1954), Milano, Rizzoli, 1987.