DE BELLO HUNGARICO

di Romano Pietrosanti -

 

In una lunga lezione on-line intitolata “1956 Anno spartiacque”, Luciano Canfora descrive in modo sommario e impreciso la rivoluzione Ungherese e la trappola in cui cadde Imre Nagy con i suoi collaboratori. Ecco dodici contestazioni che riguardano non solo alcuni dettagli – peraltro rilevanti quando si affronta un’analisi storica – contenuti nella trattazione, ma anche una serie di svarioni al limite del falso storico.

Il 2021 porta con sé il 65° anniversario della Rivoluzione ungherese del 1956 ed è quindi un momento appropriato e fecondo per rimeditare quegli eventi. Il grande Giulio Cesare ci[1] perdonerà l’abuso fatto nel titolo parafrasando quello del suo capolavoro, ma ci è venuto spontaneo riferirsi ad esso ascoltando alcuni mesi fa su YouTube la lunga serie di audio dedicati al 1956, l’anno spartiacque (titolo di un suo volume)[2] dal professor Luciano Canfora, autorevolissimo intellettuale soprattutto nel campo della storia e letteratura greca (chi scrive possiede e apprezza la sua ben nota Storia della letteratura greca edita da Laterza) e in generale del mondo antico greco-romano.
Ma ascoltando quelle oltre cinque ore di audio (a piccole dosi, s’intende!) non abbiamo potuto trattenere un moto di sorpresa e incredulità per la sua presentazione, appunto, della Rivoluzione ungherese dell’ottobre-novembre 1956 (a partire dalla quinta ora fin verso la fine dell’audio). Vi sono accumulati talmente tanti falsi storici da non rendere intellettualmente onesto il tacere, tanto più che le “recensioni” all’audio erano tutte elogiative, in omaggio all’autorevolezza dell’insigne studioso, il cui parere era accettato acriticamente, quasi un Ipse dixit contemporaneo.
Pertanto, sulla scorta di una seppur minima, ma autorevole, bibliografia in proposito[3] ci proponiamo di combattere e rettificare i falsi storici[4] accumulati dal professor Canfora e restaurare la verità dei fatti da lui travisati, lasciando il più possibile in background le nostre personali valutazioni e opinioni. Con ciò, ovviamente, non ci proponiamo di riproporre ancora una volta una narrazione completa degli avvenimenti della Rivoluzione ungherese, ma solo di correggere le affermazioni sbagliate. E fin da subito, per evitare ancor più chiaramente fraintendimenti personalistici, avvertiamo che il resto dell’esposizione sul 1956 di Canfora è senz’altro corretta e apprezzabile, come si addice a uno studioso del suo livello, anzi, approfondisce opportunamente aspetti a volte trascurati e spesso non molto noti[5].
Per comodità del lettore non seguiremo con precisione l’ordine di esposizione di Canfora, ma quello cronologico degli avvenimenti da lui toccati.

1) Non è vero che la pronuncia italiana del cognome[6] di Imre Nagy sia Nog con la “g” dolce.
Il cognome del capo del governo ungherese dal 24 ottobre al 4 novembre 1956 (dopo esserlo già stato tra il luglio 1953 e l’aprile 1955) va pronunciato con la “g” dura, come la lettera greca “gamma”. Ci viene da pensare che se un suo studente di letteratura greca avesse letto la greca “gamma” col suono dolce il professor Canfora lo avrebbe sicuramente corretto, ricordandogli un’elementare regola della fonetica di quella lingua. Prima di parlare di una lingua della quale non si ha padronanza sarebbe opportuno informarsi[7].

2) Non è vero che Nagy, in esilio a Mosca, si affiliò all’NKVD per un periodo di tempo indefinito.
Qui occorre precisare un po’ più in dettaglio, anche correggendo alcune delle nostre stesse osservazioni scritte nel commento all’audio del professor Canfora.
Il 16 giugno 1989, in singolare coincidenza cronologica con il solenne riseppellimento di Nagy a Budapest, l’allora capo del KGB, generale Vladimir Kriuchkov, in una seduta del Politburo del PCUS rese pubblico un documento d’archivio[8], un file personale incompleto che dimostrava i legami di Nagy con la polizia segreta sovietica. Il nome in codice di Nagy era “agente Volodia” (o Volodya). Egli veniva incolpato dell’arresto e della morte di dozzine di comunisti innocenti, circa 50, e della deportazione nel Gulag di altri 150 circa sulla base di un elenco da lui preparato a Mosca nell’aprile 1939 e poi nel giugno 1940. Occorre procedere con molta attenzione e serenità. I documenti, nel loro insieme, sono autentici[9]: in particolare cinque sono manoscritti di pugno di Imre Nagy. Vanno ben interpretati, avendo a che fare con un mondo particolare come quello dell’informazione segreta, in particolare sovietica degli anni ’30. Pare che già il 4 settembre 1930 (e qui l’affermazione di Canfora risulta corretta e scorretta la nostra osservazione al suo audio) la GPU iscrivesse Nagy tra i suoi collaboratori, come informatore segreto, ma ciò non significa altro che egli accettasse gli obblighi di un tale legame, non che abbia subito fornito informazioni. Certamente questa sua collaborazione divenne attiva nel 1933. Come impiegato dell’Istituto Agrario Internazionale di Mosca Nagy svolgeva il ruolo di infiltrato, di membro della cellula all’interno dell’Istituto, con l’incarico di fornire informazioni personali in ordine all’eliminazione delle spie e degli agenti nemici interni al movimento comunista ungherese clandestino. In tale veste egli inviò all’NKVD rapporti sulle persone e sulle loro opinioni politiche, informazioni che poi venivano utilizzate da tutti gli apparati repressivi del Partito, dello Stato e del Comintern. Questa era una prassi comune praticamente con tutti gli emigrati comunisti di un qualche peso e quando un tal genere di collaborazione veniva richiesta era quasi impossibile sottrarvisi, soprattutto perché nella coscienza dei militanti comunisti, Nagy incluso, era considerato un adempimento morale fornire quelle informazioni[10]. Con l’odierno metro di giudizio, è fin troppo facile riprovare questo come un abietto comportamento spionistico, ma l’appropriato contesto storico ci permette di essere il più sereni possibile nel giudizio. Sarebbe scorretto attribuire a Nagy la diretta responsabilità di queste morti e deportazioni: si tratta solo di suoi contatti, tutti i suoi contatti a Mosca, quelli che gli erano stati richiesti. Della loro sorte, naturalmente, non era lui a decidere e sarebbe ingenuo pensare che fosse sufficiente una singola denuncia a provocare un arresto o peggio una condanna a morte: spesso l’uso delle informazioni richieste era decisamente illegale. Per quanto riguarda la durata della collaborazione, da alcune sue note manoscritte, risulta certa fino al 1941, e forse si prolungò fino a che Nagy non rientrò in Ungheria alla fine del 1944 (e quindi qui l’affermazione di Canfora risulta errata)[11]. Ciò spiega facilmente la fiducia riposta in lui dalla leadership sovietica negli anni successivi fino agli ultimi giorni della Rivoluzione del 1956, nonostante le sue oscillazioni: i rapporti dell’NKVD e successive strutture parlavano molto bene di lui[12]. Il file “Volodia” risulta operativamente chiuso nel 1941 e poi definitivamente archiviato nel 1944. Peraltro, se la sua affiliazione alla polizia politica sovietica non avesse avuto fine si stenterebbe a capire la perdita di fiducia che egli subì da parte sovietica nei giorni della Rivoluzione fino al suo imprigionamento, processo e condanna a morte.

3) Non è vero che la riforma agraria fu varata il 31 agosto 1947[13].
Questa è la data delle seconde[14] elezioni politiche generali in Ungheria dopo la fine della guerra (le prime, ben più libere, si erano tenute il 4 novembre 1945 e avevano visto il trionfo dei Piccoli Proprietari e un tonfo dei comunisti), quando ormai la sovietizzazione dell’Ungheria avanzava e la “tattica del salame” (così definita nel 1952 dallo stesso segretario comunista Mátyás Rákosi) aveva già disgregato il Partito dei Piccoli Proprietari e si avviava a inghiottire i socialdemocratici[15]. In quella tornata i comunisti ottennero già la maggioranza relativa, arrivando al 22 per cento dei consensi, ovviamente in attesa di raggiungere ben altri livelli. Com’è noto, i primi anni dopo il 1945 sono gli anni della sovietizzazione forzata di tutti Paesi dell’Europa centro-orientale, ma l’argomento richiederebbe uno studio speciale a parte[16].
Invece l’attesa riforma agraria, che spazzava via il latifondo, specie quello ecclesiastico[17], vide la luce il sabato 17 marzo 1945 con il decreto 600/1945 dell’ufficio del Primo Ministro del governo provvisorio, firmato dal ministro dell’agricoltura Imre Nagy. Dodici giorni dopo, il 29 marzo, iniziò la distribuzione della terra ai contadini[18].

4) Non è vero che Mátyás Rákosi si dimise il 1° luglio 1956.
“Il miglior allievo di Stalin”, come lui stesso si definiva, segretario del MDP, il Partito dei Lavoratori Ungheresi[19], fu artefice del duro periodo di repressione vissuto dall’Ungheria negli anni precedenti, specie tra il 1949 e il 1953, e prima del “nuovo corso” di Imre Nagy, a capo del governo tra il luglio 1953 e l’aprile 1955. Messo seriamente in difficoltà dalla svolta sovietica del XX Congresso celebratosi dal 14 al 25 febbraio 1956 e ancor più dall’opposizione intellettuale e popolare coagulata attorno al Circolo Petőfi, egli vide la sua rielezione bocciata dal Politburo del Partito il 12 luglio e il giorno seguente fu proposta la sua espulsione dallo stesso Ufficio Politico, dietro “suggerimento” dell’alto dirigente sovietico Anastas Mikojan, volato a Budapest proprio per “alleggerire la sua posizione”. Sicché a conclusione di quei lavori di direzione del MDP, Rákosi si presentò dimissionario per motivi di salute al Comitato Centrale del 18 luglio[20]. L’organismo elesse il suo successore nella persona di Ernő Gerő, il suo numero due, il quale aveva già tramato contro di lui insieme con altri dirigenti per sbarazzarsene[21].

5) Non è vero che Togliatti abbia scritto la sua lettera al CC del PCUS il 31 ottobre 1956.
La data della missiva togliattiana è 30 ottobre 1956, come dice la fonte citata dallo stesso Canfora, cioè il quotidiano torinese «La Stampa» dell’11 settembre 1996 in un articolo di Giulietto Chiesa[22]. Qui occorre soffermarsi un po’ più in dettaglio[23], poiché stavolta la deformazione dei fatti ha un evidente scopo “politico”.
Canfora stesso cita correttamente alcune parti della lettera, definita a ragione “allarmatissimo intervento”. Qui per completezza la riportiamo tutta:

Alla segreteria del CC del PCUS, 30 ottobre 1956
Gli avvenimenti ungheresi hanno creato una situazione pesante all’interno del movimento operaio italiano e anche del nostro partito.
Il distacco di Nenni da noi, che pure, a seguito delle nostre iniziative, aveva mostrato una tendenza a ridursi, si è ora bruscamente acuito. La posizione di Nenni sugli avvenimenti polacchi coincide con quella dei social-democratici. Nel nostro partito si manifestano due posizioni diametralmente opposte e sbagliate. Da una parte estrema si trovano coloro i quali dichiarano che l’intera responsabilità per ciò che è accaduto in Ungheria risiede nell’abbandono dei metodi stalinisti. All’altro estremo vi sono gruppi che accusano la direzione del nostro partito di non aver preso posizione in difesa dell’insurrezione di Budapest e che affermano che l’insurrezione era pienamente da appoggiare e che era pienamente motivata. Questi gruppi esigono che l’intera direzione del nostro partito sia sostituita e ritengono che Di Vittorio dovrebbe diventare il nuovo leader del partito. Essi si basano su una dichiarazione di Vittorio che non corrispondeva alla linea del partito e che non era stata da noi approvata. Noi conduciamo la lotta contro queste due posizioni opposte e il partito non rinuncerà a combatterla.
Tuttavia vi assicuro che gli avvenimenti ungheresi si sono sviluppati in modo tale da rendere molto difficile la nostra azione di chiarimento all’interno del partito per ottenere l’unità attorno alla sua direzione. Nel momento in cui noi definimmo la rivolta come controrivoluzionaria ci trovammo di fronte a una posizione diversa del partito e del governo ungheresi e adesso è lo stesso governo ungherese che esalta l’insurrezione. Ciò mi sembra errato. La mia opinione è che il governo ungherese – rimanga o no alla sua guida Imre Nagy – si muoverà irreversibilmente verso una direzione reazionaria. Vorrei sapere se voi siete della stessa opinione o siete più ottimisti. Voglio aggiungere che tra i dirigenti del nostro partito si sono diffuse preoccupazioni che gli avvenimenti polacchi e ungheresi possano lesionare l’unità della direzione collegiale del vostro partito, quella che è stata definita dal XX Congresso. Noi tutti pensiamo che, se ciò avvenisse, le conseguenze potrebbero essere molto gravi per l’intero nostro movimento.
Togliatti

Inserita nel contesto della Guerra Fredda, sebbene di una destalinizzazione appena avviata col XX Congresso del PCUS, pur sempre in bilico verso la tentazione di usare metodi tipici del passato prossimo (“lo stalinismo di ritorno”), la missiva del Segretario Generale del PCI va pure letta come proveniente da un influente dirigente del movimento comunista internazionale che ben ne conosce uomini, prassi consolidate e linguaggi cifrati, proprio come una chiesa coi suoi riti e i suoi linguaggi. In questo caso Togliatti, ben noto ai dirigenti del Cremlino, conosciuto per la sua lunga permanenza moscovita e la stima che ne aveva lo stesso Stalin, non era stato sollecitato dal vertice sovietico ad esprimersi sulla vicenda ungherese, ma prende l’iniziativa sua sponte. Con ciò mostra di poter trattare da pari a pari con la dirigenza poststaliniana, ancora alla ricerca di un equilibrio interno e con un’ala dura stalinista, quella di Molotov, che reclama da Chruščëv il pugno duro. Il leader italiano, all’oscuro delle decisioni prese in quei giorni a Mosca dal Politburo[24], agita di fronte agli autorevoli compagni del Cremlino due gravissimi pericoli: il primo, quello col quale apre lo scritto, la scissione interna al PCI determinata da una sua eventuale sostituzione con il segretario della CGIL Giuseppe Di Vittorio, reo di una dichiarazione difforme dalla linea del PCI il giorno 27 ottobre alla direzione CGIL; il secondo, ancor più grave e diretto, riguardante la situazione in Ungheria, cioè la piega reazionaria presa dal governo di quel paese nella gestione della crisi rivoluzionaria (mai chiamata così, ma sempre “avvenimenti”[25], al massimo “rivolta” o “insurrezione”), persino a prescindere dalla guida di Nagy. Si tratta, cioè, nel lessico marxista-leninista, di una situazione capace di mettere in crisi nientemeno che l’irreversibilità delle conquiste del socialismo, in particolare il principio che un partito comunista arrivato al potere non deve mai lasciarlo, se non costretto da una schiacciante superiorità militare di forze controrivoluzionarie (così era accaduto a Béla Kun nell’agosto del 1919), pena la rinuncia al suo ruolo guida della classe operaia nella necessaria e deterministica evoluzione storica.
L’Ungheria apparteneva, in modo ormai consolidato e pacificamente accettato (ma forse non da tutti gli ungheresi!), alla sfera d’influenza sovietica, aveva sul suo territorio truppe sovietiche, quindi l’equilibrio delle forze era decisamente favorevole all’Unione Sovietica e al campo socialista. Si capisce bene, quindi, lo sdegno di Togliatti nell’osservare un’evoluzione “verso una direzione reazionaria”, per di più, a suo giudizio, irreversibile: qualcosa d’inconcepibile per un politico comunista, una vera abdicazione, un suicidio. Inoltre il Segretario del PCI richiamava la prassi di un altro principio della politica marxista-leninista, quello gerarchico. Tale principio perdurava sia all’interno del movimento comunista internazionale (vera riproduzione del principio gerarchico cattolico in campo politico), in base al quale il governo di un paese satellite non poteva decidere il proprio destino senza il benestare dell’autorità di Mosca, sia come “centralismo democratico” all’interno di ogni Partito comunista, sicché occorreva l’unanimità nelle decisioni e nel mantenimento delle linee da esse scaturite, accentrando il potere nelle mani del Politburo e in specie nella figura del Segretario Generale. Ben si comprende così sia la sottolineatura, apparentemente fuori contesto, della situazione italiana, sia la portata implicita, ma non per questo meno pesante, della critica rivolta sotto forma di una rispettosa domanda alla direzione collegiale del PCUS e a Chruščëv in particolare, giudicato irresponsabile nella liquidazione della figura di Stalin al XX Congresso e del tutto inadeguato, con la sua indecisione, alle crisi polacca e ungherese.
E’ ovvio che Togliatti, da buon dirigente comunista, non concepisse nemmeno la possibilità che una istanza inferiore potesse delegittimare il Segretario, cioè lui stesso, e perciò sottolinea come una vera anomalia le voci sulla possibile sostituzione con Di Vittorio e sullo spoil system di tutta la direzione: significava venir meno, nei fatti, al ruolo guida del Partito rispetto alla classe operaia, altro vero dogma della “chiesa” comunista. E’ quindi palese quale fazione all’interno del PCUS appoggiasse il Segretario del PCI: quella degli stalinisti duri e puri come Molotov contro Chruščëv. Se in politica interna Togliatti, specialmente con Stalin in vita, agì da parziale moderatore della carica rivoluzionaria comunista, tanto da poterlo inquadrare come uno “stalinista moderato” con l’accento su “moderato”, accade tutto l’opposto per la politica estera e dopo la morte del dittatore, allorché l’accento si sposta proprio su “stalinista”, inteso come continuatore o riesumatore, secondo il caso, dei metodi del dittatore georgiano. E’ la “doppiezza” tipica di molti leader comunisti internazionali e Togliatti non fa eccezione. Di fronte a questo quadro d’insieme così ben ancorato ad alcuni principi fondamentali del marxismo-leninismo ci pare perdano d’ importanza le osservazioni critiche che ridimensionano, in chiave assolutoria più o meno ampia, l’importanza della lettera togliattiana non riscontrandovi alcuna richiesta formale di intervento armato o sottolineando l’ampia preoccupazione dedicata alla situazione interna del PCI: si tratta piuttosto di un discorso sapientemente orchestrato a diversi livelli per toccare le corde dell’ orgoglio personale e collettivo del supremo organo direttivo moscovita al quale, indirettamente, ma non meno duramente, veniva rivolta l’accusa di incapacità politica e la sfida, quasi la minaccia (“lesionare l’unità della direzione collegiale del vostro partito”) a mostrare il proprio valore sul campo della crisi di Budapest. Chiunque, nel campo politico comunista, capiva che quelle parole sottintendevano l’invito all’uso della forza. E così venne compreso a Mosca. Potremmo parafrasare il ragionamento del leader del PCI in un argomento a fortiori, a minori ad maius: “Nel mio partito, il PCI, lo sconcerto provocato dalla rivolta ungherese ha suscitato divisioni tali da far pensare a candidature alternative alla mia leadership (Di Vittorio); vi espongo la mia idea sugli avvenimenti (reazionari) in Ungheria perché anche a voi non accada la stessa cosa; anzi, siete sicuri, che non siano avvenute già le gravi spaccature negli organi direttivi del PCUS di cui si sente parlare? Che aspettate a intervenire con la forza?”. Con una sintesi ancora più estrema: “Razza di incapaci, vi volete decidere o no?”[26].
Per valutare l’influenza della lettera di Togliatti sui dirigenti del Cremlino occorre dire che per ora non disponiamo di documenti o testimonianze dirette (es. archivi dei membri della dirigenza sovietica: presenterebbero particolare interesse gli archivi personali di Suslov o di Mikojan, i due inviati a Budapest nei giorni della Rivoluzione), ma possiamo comunque ricostruire bene la vicenda.
Riportiamo anzitutto la risposta della dirigenza del PCUS, il giorno 31 ottobre:

Al compagno Togliatti – Roma
Concordiamo con Lei nell’interpretazione della situazione ungherese e nel giudizio secondo cui il governo ungherese sta imboccando una via reazionaria. Secondo le nostre informazioni Nagy fa il doppio gioco, e si trova sempre più sotto l’influenza delle forze reazionarie. Per ora non intendiamo agire apertamente. Ma non ci rassegniamo alla svolta reazionaria.
Sono infondate le Sue amichevoli preoccupazioni relative all’eventualità che nel nostro partito possa indebolirsi l’unità della direzione collettiva. Con piena convinzione possiamo assicurare che anche in mezzo agli intricati rapporti internazionali la nostra direzione collettiva interpreta unitariamente la situazione e prende unanimemente la decisione necessaria.
Il Comitato Centrale del PCUS

Questa risposta mostra di prendere sul serio due delle più importanti tra le preoccupazioni di Togliatti: l’evoluzione in senso reazionario della dirigenza e della situazione ungherese e la possibilità di spaccature interne al gruppo dirigente sovietico. Mostrando di condividere la prima, i Sovietici riaffermano il principio gerarchico interno al mondo comunista e il tono perentorio (“Per ora non intendiamo agire apertamente. Ma non ci rassegniamo alla svolta reazionaria”) è oscuro solo per chi non conosce il gergo del mondo comunista: in realtà è una promessa d’intervento della quale non si scoprono modi e tempi. Basti fare il paragone, nel corso della Rivoluzione, con le “trattative” per il definitivo ritiro delle truppe da Budapest e dall’intera Ungheria, portate avanti fino al 3 novembre. Respingendo la seconda possibilità con malcelata irritazione (“Con piena convinzione possiamo assicurare…”), la leadership sovietica riafferma il centralismo democratico quindi raccoglie la sfida alla compattezza venuta dal dirigente italiano; sarebbe ben strano che ciò non avesse determinato una decisione a favore dell’intervento. Nella riunione del 31 ottobre è ben vero che Chruščëv menzionò la crisi di Suez e l’eccessivo campo libero lasciato agli imperialisti tra le ragioni principali per l’intervento, insieme a un’impressione di debolezza da evitare, quindi non parlò certo della lettera di Togliatti. Ma è altrettanto chiaro che quella decisione, opposta a quella del giorno prima, andava tutta nel senso caldeggiato dalla fazione stalinista di Molotov, quella stessa posizione appoggiata da Togliatti. Ecco quindi ricostruito l’influsso non indifferente che la missiva del Segretario del PCI ebbe sulla decisione dell’intervento in Ungheria: rafforzare la posizione dei falchi stalinisti del Cremlino con l’autorità di uno stimatissimo dirigente del movimento comunista internazionale. Solo il polacco Gomulka ebbe il coraggio di opporsi, ora e al momento di decidere della vita o della morte di Nagy, alla volontà dei Sovietici e alla posizione conformista dominante nel movimento comunista internazionale (non eccepì nulla nemmeno Tito, stupendo lo stesso Chruščëv).
Ci sembra anche chiaro, allora, lo scopo del depistaggio effettuato da Canfora modificando la data della lettera togliattiana a dispetto della stessa fonte pur correttamente citata: disinnescarne la potenzialità in sé esplosiva di una richiesta d’intervento militare degradandola a una preoccupazione, per quanto importante, per le sorti di un Partito comunista, anzi, per la sua personale posizione di Segretario. Infatti, se la lettera fosse stata scritta il 31 ottobre, quando già le decisioni al Cremlino erano state prese, essa sarebbe stata del tutto ininfluente e solo spia di una difficoltà interna di un pur importante Partito fratello. Ma a quest’esegesi (e di quest’arte Canfora è buon esperto!), oltretutto, si oppone il testo della lettera laddove recita: «Vorrei sapere se voi siete della stessa opinione o siete più ottimisti»[27] riferito, evidentemente, all’irreversibile direzione reazionaria assunta dall’Ungheria menzionata nella frase precedente. Non si vede come poter rivolgere questa richiesta a proposito del futuro del PCI.

6) Non è vero che l’uscita dal Patto di Varsavia e la neutralità dell’Ungheria furono annunciate da Nagy a tre riprese tra il 31 ottobre e il 1° novembre 1956.
Anche in questo caso, sebbene le deformazioni di Canfora siano molto meno importanti rispetto alla data della lettera di Togliatti, pare opportuno ricostruire con una certa ampiezza lo svolgersi degli eventi che portò alla drammatica decisione[28].
Il 31 ottobre rispondendo a una domanda di un giornalista estero, il corrispondente di Radio Vienna, Nagy disse: «C’è la possibilità che l’Ungheria possa lasciare l’alleanza anche se il Patto di Varsavia non fosse sciolto e noi difenderemo con energia questa posizione nelle trattative sovietico-ungheresi che ora vanno a iniziare». E alla domanda se l’Ungheria poteva essere concepita come il primo nucleo di una futura zona neutrale in Europa orientale, Nagy rispose che «[…] questa questione si porrà, prima o poi». Ma un fulmine a ciel sereno venne ad abbattersi sulla situazione ungherese, appena rasserenata da una promettente dichiarazione del governo sovietico del 30 ottobre sulla cooperazione tra URSS e il Patto di Varsavia. Come Nagy disse in un interrogatorio durante la fase istruttoria del suo processo nel luglio 1957, notizie sconvolgenti gli venivano portate fin dalla prima mattina del 31 ottobre: dagli snodi ferroviari di Debrecen e Nyiregyháza e dal posto di frontiera sovietico-ungherese di Záhony, tutti nella zona orientale del Paese, si riferiva di massicci movimenti di truppe sovietiche in entrata in Ungheria, e non in uscita come pareva essere stato concordato il giorno prima e la citata dichiarazione prometteva.
Quindi cade il più divulgato e ripetuto dei luoghi comuni a proposito dell’attacco sovietico del 4 novembre: esso è avvenuto perché il governo Nagy ha dichiarato la neutralità dell’Ungheria uscendo dal Patto di Varsavia, quasi un atto di legittima difesa. In base alla semplice cronologia dei fatti, irrefutabile dai documenti sovietici e ungheresi, l’ordine degli avvenimenti, quindi il nesso causa-effetto, è esattamente inverso: prima si hanno le notizie sui movimenti di truppe sovietiche che rientrano in Ungheria, di conseguenza il governo ungherese decide, extrema ratio, di dichiarare la neutralità e l’uscita dal Patto di Varsavia come ultimo tentativo di difesa diplomatica.
Per un breve tempo, tra il 28 e il 30 ottobre, il Cremlino sperò che il governo di Nagy potesse avere successo nello stabilizzare la situazione e che il Partito Comunista potesse rimanere la forza politica guida, sebbene in una forma più di “democrazia popolare” che non “sovietica”. Essi si attendevano che l’Ungheria, dopo il ritiro parziale o perfino totale delle truppe, sarebbe rimasta parte dell’alleanza politico-militare del Patto di Varsavia. Quella che era un’opzione, l’uso della forza contro l’Ungheria, deve essere considerata anche come risultato della lotta di potere interna alla leadership post-staliniana di Mosca, ancora aperta in quel periodo. Il processo di destalinizzazione era ancora foriero d’insicurezza e portava con sé la tendenza a rivedere le decisioni in modo frettoloso, il che aveva i suoi pesanti effetti sulla politica estera sovietica.
Chruščëv in persona illustrò la “valutazione rivisitata”, ossia la decisione per l’opzione militare nella sessione del Presidium del 31 ottobre, citando la perdita di prestigio che avrebbe minacciato l’Unione Sovietica come potenza mondiale se avesse ceduto in Ungheria. Dopo i primi successi di Israele, Francia e Gran Bretagna contro l’Egitto nella contemporanea crisi del Canale di Suez apertasi il 29 ottobre con l’attacco israeliano al territorio egiziano, Mosca era molto sensibile a come una sconfitta potesse causare un indebolimento delle sue posizioni verso i paesi del Terzo Mondo. L’argomento di Chruščëv fu[29]: «Se noi ci ritiriamo dall’Ungheria ciò incoraggerà soltanto […] gli imperialisti. Essi interpreteranno ciò come una debolezza e passeranno all’offensiva. […] Oltre l’Egitto, noi consegneremo loro anche l’Ungheria». Appena tre giorni prima, il 28 ottobre, alle prime notizie dei bombardamenti di Suez, Chruščëv reagì nella maniera esattamente opposta, dicendo: «Gli inglesi e i francesi si sono immischiati in Egitto. Non lasciamoci trascinare nella loro compagnia»[30]. In quel momento desiderava che Mosca non si “immischiasse” negli affari di un altro paese. Evidentemente aveva cambiato opinione! Chruščëv credeva anche che una “ritirata” in Europa orientale avrebbe rafforzato la linea dura degli stalinisti suoi avversari: «Noi dimostreremmo la debolezza della nostra posizione. Il nostro partito non potrebbe in nessun caso comprenderci più a lungo». Infine, egli notò che la situazione in Ungheria non raggiungeva l’auspicata stabilizzazione: «Noi siamo stati concilianti, ma non abbiamo ancora un governo». Ci furono indubbiamente anche altri fattori che entrarono nel calcolo, sebbene egli non li menzioni: ad esempio l’opinione dei Cinesi riguardo la destalinizzazione e la coesione del blocco socialista, o la paura di un effetto domino in Europa centro-orientale.
Nagy si trovò di fronte alla drammatica decisione di quale risposta dover dare a un inizio di movimenti di truppe che egli vedeva, giustamente, come un preludio di un attacco militare in grande stile. Come poi si verrà a sapere, si trattava dei preparativi della cosiddetta “operazione Whirlwind” (“Tromba d’aria”), pianificata dallo stesso capo supremo militare del Patto di Varsavia, il maresciallo Konev: «Dodici divisioni corazzate e cinquemila carri armati»[31] riassumerà il Ministro degli Esteri italiano Gaetano Martino nel dibattito parlamentare alla Camera il 6 novembre 1956. Per Nagy la leadership sovietica, personificata nell’ottobre 1956 da due politici di rango come Mikojan e Suslov, pareva avere un atteggiamento “liberale” nei confronti suoi e dell’Ungheria rivoluzionaria, simile a quello di Mikojan. Ma si sbagliava di grosso. Infatti il Primo Ministro ungherese è sempre caratterizzato in modo negativo nei rapporti regolari che Mikojan invia a Mosca nei giorni della crisi. Dopo che i due emissari sovietici ebbero lasciato l’Ungheria il 31 ottobre la posizione sovietica era cambiata ormai in modo decisivo. E si delineava la catastrofe per l’ Ungheria rivoluzionaria.
Alle 9 del mattino di giovedì 1° novembre si riunì nuovamente il gabinetto governativo. Erano presenti, oltre Nagy, Kádár, Tildy, Losonczy, il presidente del consiglio presidenziale, cioè il Presidente della Repubblica István Dobi e uno dei vice premier, József Bognár. Vari punti politici ed amministrativi vennero discussi in quanto pertinenti alla stabilità interna. Nagy si consultò personalmente con Andropov[32], l’ambasciatore sovietico, prima della riunione, e si consultò con lui anche durante la riunione stessa. Inoltre il Primo Ministro e l’ambasciatore sovietico parlarono più volte al telefono. Il gabinetto, in particolare, adottò due risoluzioni riguardanti direttamente il movimento delle truppe sovietiche: una nota di protesta e il rafforzamento della difesa militare di Budapest. Ma il tema centrale della riunione fu la domanda su ciò che stava avvenendo al confine orientale del paese. János Kádár ebbe a dire, pochi giorni dopo a Mosca[33]:

Andropov disse che ciò riguardava le ferrovie. Gli ungheresi telegrafarono dalla frontiera che non c’erano ferrovie. Poi vennero notizie che i tank sovietici si dirigevano verso Szolnok. Erano nei suoi pressi verso mezzogiorno. Tra i membri del governo crebbe il nervosismo. Chiamammo Andropov alla riunione. Egli affermò che tutto ciò riguardava il trasferimento delle truppe. Poi udimmo che i tank sovietici avevano circondato l’aeroporto. Chiamammo di nuovo Andropov alla riunione. Ed egli ci disse che traferivano i soldati feriti. Nagy era convinto che era in preparazione un attacco a Budapest.

L’astuzia dell’ambasciatore sovietico si commenta da sola. Dopo le insoddisfacenti informazioni ricevute da Andropov, la riunione proseguì facendo entrare il viceministro della Difesa Pál Maléter, il comandante delle forze di difesa di Budapest Béla Király e il capo di stato maggiore István Kovács, i quali informarono il gabinetto governativo dei movimenti delle truppe sovietiche e riguardo alla situazione nel paese. La riunione si concentrò poi sulle questioni di principio che si risolvevano nella dichiarazione di neutralità. Un documento non ufficiale dell’incontro sintetizzò l’unanime posizione del gabinetto governativo favorevole a proclamare la neutralità del paese. Sebbene la decisione fu presa intorno a mezzogiorno o nel primo pomeriggio, essa assunse forza di legge solo alcune ore più tardi, quando venne scritta nelle minute ufficiali ed annunciata. La formulazione della risoluzione, poi, procedette rigorosamente secondo il protocollo. Nelle parole di Nagy[34]:

Io presiedetti la riunione ed esposi brevemente la situazione e le circostanze che spingevano il governo ad agire. […] Io sottolineai l’eccezionale importanza dell’argomento, ma non feci nessuna proposta. Allo stesso tempo, sollecitai i membri del gabinetto ad esprimere le loro opinioni. Dopo che tutti gli argomenti furono esposti, conclusi che unanimemente i membri del gabinetto approvavano la rinuncia al Patto di Varsavia e la dichiarazione di neutralità. Perciò entrambe le questioni sono state incorporate nella risoluzione, senza – come ho ritenuto più opportuno – votazioni individuali.

La discussione e gli argomenti durarono per ore. Verso le tre pomeridiane venne l’annuncio che Nagy aveva rilevato il posto di Ministro degli Esteri, poiché si prospettava che il governo dovesse prendere una decisione particolarmente importante in politica estera. Dopo un’interruzione, il gabinetto tornò a riunirsi verso le quattro pomeridiane. Apprendendo che il rafforzamento delle forze sovietiche era continuato, il gabinetto convocò di nuovo l’ambasciatore Andropov ed egli comparve al palazzo del Parlamento verso le cinque. Secondo la sua ricostruzione fu Nagy che per primo gli chiese di bloccare l’intervento; gli altri membri si unirono a lui nella richiesta. Andropov offrì, “nel senso delle sue direttive” solo risposte evasive e quindi, secondo l’ambasciatore[35], Nagy propose che la decisione del giorno precedente fosse resa effettiva: che cioè l’Ungheria uscisse dal Patto di Varsavia, dichiarasse la sua neutralità e si appellasse alle Nazioni Unite per la garanzia della propria neutralità da parte delle quattro grandi potenze. Se il governo sovietico avesse bloccato immediatamente l’avanzata militare e rimosso dal paese le sue unità fino alle proprie stazioni nelle zone di confine (il governo ungherese ne sarebbe stato informato dalle proprie forze militari) il governo ungherese avrebbe quindi provveduto immediatamente a ritirare il suo appello all’ONU, sebbene l’Ungheria sarebbe rimasta neutrale anche in questo caso.
Alle 18 e 12, subito dopo l’incontro con Andropov, le trasmissioni radio vennero interrotte e fu trasmesso questo comunicato[36]:

Il Primo Ministro Nagy ha chiesto oggi di vedere il Sig. Andropov, Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario dell’URSS. Nagy gli ha comunicato che il governo ungherese ha ricevuto informazioni sicure circa l’ingresso di nuovi reparti militari sovietici in Ungheria; il Presidente del Consiglio ne ha chiesto l’immediato ritiro, informando altresì l’Ambasciatore sovietico del fatto che il governo ungherese sta dando, in questo momento, l’annuncio della sua denuncia del patto di Varsavia e dichiarando la neutralità dell’Ungheria. Nagy ha aggiunto che il governo di Budapest si appella alle Nazioni Unite e alle quattro grandi potenze affinché salvaguardino la neutralità del Paese. L’Ambasciatore sovietico ha preso atto della protesta e ha promesso di chiedere al suo Governo un’immediata risposta. Il Presidente del Consiglio ha informato tutti i capi delle missioni diplomatiche accreditate a Budapest del contenuto del suo colloquio con l’Ambasciatore sovietico. Egli ha inoltre inviato un telegramma al Segretario Generale delle Nazioni Unite, informandolo della decisione del Governo ungherese e chiedendogli che la questione ungherese sia posta all’ordine del Giorno della prossima sessione dell’Assemblea Generale.

Né la nota alle rappresentanze diplomatiche, né il telegramma al Segretario Generale dell’ONU, lo svedese Dag Hammarskjöld, si riferivano alla garanzia delle quattro grandi potenze relativamente alla neutralità dell’Ungheria: quel riferimento si trovava solo nel rapporto di Andropov a Mosca. Il premier aveva richiesto soltanto il riconoscimento della neutralità e la protezione dell’indipendenza dell’Ungheria. Naturalmente Nagy non si aspettava che qualcosa che, nel caso dell’Austria, aveva richiesto anni, fosse realizzato in ore o giorni per l’Ungheria. Egli voleva soprattutto ottenere tempo in una situazione quasi senza speranza, cogliere i leader sovietici di sorpresa e colpirli con un’iniziativa diplomatica internazionale rilevante in un punto per loro vulnerabile. Nagy voleva negoziare direttamente coi leader moscoviti e perciò lasciò pendente la richiesta al Segretario Generale dell’ONU. Disse questo anche ad Andropov dopo avergli consegnato la nota e l’ambasciatore sovietico promise di trasmettere il suo desiderio.
Il comunicato radio nel quale il Primo Ministro Nagy parlò personalmente agli ungheresi fu trasmesso alle 18,50 (ora di Budapest, 19,50 ora di Greenwich): l’Ungheria aveva dichiarato la sua indipendenza e terminato la propria appartenenza al Patto di Varsavia. Era la rottura definitiva. Il Primo Ministro disse tra l’altro: «Ora è realmente vero che su questo obiettivo il nostro popolo è unito come mai prima nella nostra storia». E in tal modo parve che le sue parole, per la prima volta dall’inizio della Rivoluzione, cogliessero in pieno il punto, che l’annuncio radiofonico avesse avuto un effetto quasi immediato. Infatti già verso le 23 giunsero chiamate alla radio da parte di consigli operai di grandi imprese di Budapest che annunciavano la fine dello sciopero generale e il ritorno al lavoro.

7) Non è vero che il giorno 2 novembre 1956 a Brioni arrivarono Chruscev, Malenkov, Molotov, i dirigenti polacchi e altri personaggi ancora.
All’incontro sull’isola di Brioni parteciparono solo Chruscev e Malenkov (che era stato malissimo per il viaggio aereo e via mare) per i sovietici, e Tito, i ministri Kardelij e Rankoviç e l’ambasciatore jugoslavo a Mosca Miçunoviç per gli jugoslavi[37]. Quest’ultimo è anche la fonte citata da Canfora, correttamente. Ma la sua opera memorialistica[38], l’unica fonte su quell’incontro, non cita nessun altro.
Chruščëv, insieme con Malenkov, era arrivato nell’isola, meta delle vacanze del leader jugoslavo, il giorno 2 novembre, al termine di un rapido giro di consultazioni con gli altri capi comunisti europei, non esclusi però i cinesi venuti a Mosca il 31 ottobre e 1° novembre, per ottenere un lasciapassare diplomatico all’intervento militare imminente. Il viaggio, in incognito su un piccolo bimotore IL-14, era stato molto tormentato dal maltempo, difficile da sopportare soprattutto per Malenkov. Il colloquio, come attestano le memorie dell’ambasciatore Mičunovič, si protrasse dalle 19 del 2 novembre alle 5 del mattino del 3 novembre. I Sovietici, ottenuto il consenso di tutti gli altri alleati comunisti, cinesi compresi, volevano anche quello di Tito. Chruščëv espose il suo giudizio sulla situazione nei termini di una sollevazione popolare ormai degenerata in controrivoluzione: lo provavano la “caccia al comunista” avvenuta nelle strade di Budapest e la decisione del 1° novembre del governo Nagy di uscire dal Patto di Varsavia e l’appellarsi alle potenze occidentali per garantire la neutralità dell’Ungheria. Chruščëv affermò che tali sviluppi non potevano essere tollerati né in quanto comunisti internazionalisti, né come Unione Sovietica. Peraltro alcuni comunisti ungheresi più “responsabili”, quali János Kádár e Ferenc Münnich condividevano tale posizione e si erano appena dichiarati disponibili a concordare i passi da compiere. Ricordiamo che i due si trovavano già a Mosca e stavano per dar vita a un vero controgoverno (l’ambasciatore Mičunovič li definisce eufemisticamente “fuggiti a Mosca”). Perciò l’Armata Rossa era ormai in attesa solo dell’ordine d’intervento. Anche Tito e gli altri dirigenti jugoslavi condivisero le preoccupazioni di Chruščëv, specie che potesse ormai prevalere la controrivoluzione, ovvia visione di parte che contraddice però lo svolgimento oggettivo dei fatti, e quindi approvarono la decisione sovietica, presa già il 31 ottobre, come sappiamo. Tito portò un contributo molto importante: fu lui ad insistere per preferire alla testa del nuovo governo János Kádár, prigioniero per tre anni dall’aprile 1951 al luglio 1954 nelle carceri di Rákosi, al posto di Münnich, che in quegli anni era ambasciatore a Belgrado, favorito dai Sovietici. Gli ungheresi, spiegò Tito, avrebbero senz’altro apprezzato di più Kádár. E in questo Tito ebbe ragione: il suo consiglio fu seguito[39]. Comunque avrebbero poi dovuto essere gli ungheresi a scegliere la nuova squadra di governo. Di rimando Chruščëv e Malenkov esortarono gli jugoslavi a mostrare fiducia a Nagy anche nel momento in cui essi si preparavano all’invasione, imbastendo così, con un ben congegnato gioco delle parti, una trappola micidiale. Nagy si trovò così non solo del tutto isolato nel momento decisivo, ma anche senza appoggi per il futuro. Sarà molto importante il ruolo giocato dalla Jugoslavia, e dalla sua ambasciata a Budapest in particolare, dal 4 novembre in poi, come vedremo a breve.

8) Non è vero, peraltro, che l’ambasciatore jugoslavo a Mosca abbia avuto nella capitale sovietica una «lunghissima permanenza», come inspiegabilmente affermato da Canfora.
Se si leggono le due date estreme nella sua opera appena citata esse vanno dal 7-3-1956 al 12-10-1958. Si stenta perciò a capire come 2 anni, 7 mesi e 5 giorni possano costituire una “lunghissima permanenza”.

9) Non è vero che Maléter, ministro della Difesa nell’ultimo governo Nagy, si rifugiò presso l’ambasciata jugoslava la mattina del 4 novembre.
Infatti, anche volendo, non avrebbe potuto farlo, essendo stato arrestato la notte precedente da agenti del KGB guidati dal loro capo supremo in persona, Ivan Serov. Anche qui è opportuno approfondire un po’ più ampiamente i fatti onde rettificare il clamoroso falso affermato da Canfora[40].
Nella notte tra il 3 e il 4 novembre scattava a Tököl la trappola accuratamente preparata dai Sovietici nel loro quartier generale[41]. La delegazione ufficiale ungherese aveva ripreso alle 22 ca., come da accordi pomeridiani, le trattative per il ritiro definitivo delle truppe sovietiche dall’Ungheria. Ne facevano parte Pál Maléter, Ministro della Difesa, István Kovács, capo di Stato Maggiore, il colonnello Miklós Szücs e Ferenc Erdei, accompagnati dalla scorta. La delegazione sovietica era sempre guidata dal generale Malinin. Poco prima della mezzanotte, come riferirono unanimemente i membri della delegazione ungherese stessa poi rilasciati, irruppero nella sala della riunione una dozzina di uomini armati, coi berretti verdi, inconfondibile segno di appartenenza al KGB, i servizi segreti sovietici, puntando le armi contro i delegati ungheresi. Li seguì subito un uomo in abiti civili, biondo, con gli occhi azzurri, che si rivolse loro bruscamente: «Siete tutti in arresto!» Si trattava del generale Ivan Aleksandrovič Serov, il capo del KGB in persona venuto a guidare l’operazione di cattura di Pál Maléter, l’abile e carismatico difensore della caserma Kilián nominato Ministro della Difesa proprio la mattina del 3 novembre, l’unico riferimento militare per un’eventuale resistenza, comunque improbabile, all’attacco in forze che i Sovietici stavano per lanciare. Maléter bloccò qualcuno dei suoi uomini che voleva reagire con la forza dicendo: «Fermo. E’ inutile resistere» e disse soltanto, in russo, con tutta calma: «Ah, bene! E’ così…» Poi Serov si avvicinò a Malinin, rimasto sconcertato per la scena appena avvenuta, fuori da qualsiasi regola non solo di diritto internazionale, ma persino di correttezza militare, gli sussurrò all’orecchio qualcosa, sicché il capo delegazione sovietico alzò le spalle, ordinò ai suoi subalterni di seguirlo e lasciò la stanza. I prigionieri furono poi separati e trattati in modo da far credere di essere ognuno l’unico sopravvissuto, secondo le tipiche metodiche del KGB (udirono colpi di pistola). Ben presto Kovács, Szücs ed Erdei sarebbero stati rilasciati. La vera preda era Maléter. Ora l’operazione Whirlwind poteva incominciare con la certezza di avere la strada spianata. L’infame trappola e il suo esito ben organizzato richiamarono alla solida memoria storica ungherese un analogo episodio di quattro secoli prima, ricordato dallo storico Tibor Méray: nel 1544 Bálint Török, importante principe ungherese, fu invitato a cena dal sultano Solimano I il Magnifico. Durante la cena il notabile ungherese s’insospettì temendo una trappola e voleva lasciare il banchetto, ma il sultano, per mascherare il complotto, insistette: «C’è ancora una bevanda nera», cioè il caffè. Non appena fu servito il caffè, i giannizzeri del sultano piombarono addosso a Bálint Török e lo misero in catene. Così in Ungheria “bevanda nera” è divenuto sinonimo di tradimento.
A conclusione della rievocazione del drammatico episodio, come amaro commento ci permettiamo qualche osservazione sulla versione ufficiale dell’avvenimento fornita dal governo postrivoluzionario ungherese, quello nato dal tradimento di Kádár. Essa definisce “spergiuro” Maléter e afferma che egli fu «[…] arrestato dalle autorità ungheresi [sic!]», cioè dal “governo rivoluzionario operaio contadino”, quello presieduto da Kádár[42]. Si tratta di falsità di fatto, accertate fin dal rapporto ONU del 1957 e ribadite da tutti gli Autori non sovietici o filosovietici, anzi, di affermazioni che sfidano la logica. Infatti, di “autorità ungheresi” non c’è alcuna traccia neanche nella stessa versione ufficiale, che non indica chi avrebbe materialmente compiuto l’arresto (polizia? esercito? In quel momento erano loro le autorità legittime del governo ungherese, legittimo a tutti gli effetti!) Per di più, è impossibile che agisca chi ancora non esiste; ma questo presuppone l’affermazione citata. Il “governo rivoluzionario operaio contadino”, della cui legittimità si può discutere in sede di filosofia politica, non esisteva ancora a quell’ora, mezzanotte circa, essendo stato “promulgato”, per così dire, non prima dell’ annuncio della sua formazione datone da János Kádár via radio col messaggio delle ore 5,05 (ora di Budapest, 6,05 ora di Greenwich) trasmesso materialmente da Uzhhorod (in ungherese Ungvár) nell’Ucraina carpatica, sulle frequenze di 1187 Khz e ritrasmesso in Ungheria da Szolnok alle 6,05 (7,05 ora di Greenwich), tre quarti d’ora dopo il messaggio di Imre Nagy sull’annuncio dell’attacco sovietico[43]. Quindi, il “governo rivoluzionario operaio contadino” non esisteva nell’ora nella quale, secondo la versione ufficiale, ordinava l’arresto di Maléter! Ma si sa: almeno dall’epoca del dialogo tra gli Ateniesi e i Meli, episodio tucidideo ben noto al professor Canfora, la forza del diritto, persino della logica, può ben poco contro lo spietato diritto della forza.

10) Non è vero che Nagy fu rapito dall’ambasciata jugoslava di Budapest mesi dopo il secondo e definitivo attacco sovietico del 4 novembre 1956. In realtà fu prelevato pochi giorni dopo, il 22 novembre[44].
Subito dopo aver trasmesso il suo ultimo, drammatico, comunicato radiofonico[45] alle 5,20 del mattino (ora di Greenwich, 4,20 ora di Budapest, 20 minuti dopo l’inizio dell’attacco sovietico) del 4 novembre 1956, Imre Nagy dal palazzo del Parlamento in Kossuth tér si portò all’ambasciata jugoslava all’angolo di Hősök tere, piazza degli Eroi. In giornata lo raggiunse un gruppo di collaboratori. I leader sovietici si trovarono quindi di fronte al dilemma di cosa fare in questa nuova e peculiare situazione, visto che da secoli il diritto d’asilo fa parte dei testi e della prassi giuridica internazionale. Essi non volevano appesantire le relazioni sovietico-jugoslave, particolarmente cordiali prima e durante la Rivoluzione, con l’invio di un gruppo di così ingombranti emigrati a Belgrado. Per Nagy non c’era più, in ogni caso, alcun ruolo politico dopo la sua presa di posizione del 4 novembre. Il suggerimento fatto agli Jugoslavi fu quindi di consegnare il gruppo alle autorità ungheresi. Ma poiché di fatto, in quel momento, esse semplicemente non esistevano, ciò significava ai Sovietici. E così accadde. Ciò era troppo perfino per gli Jugoslavi, che erano comunque pronti a consegnare Nagy ai Sovietici. Gli Jugoslavi vollero, perciò, sbarazzarsi del gruppo che stava sotto la loro protezione extra-territoriale, ma in un modo che potesse essere accettabile all’opinione pubblica mondiale. Insomma, recitarono la parte degli offesi, secondo il copione stabilito sommariamente a Brioni.
A metà novembre una delegazione sovietica di alto rango, capeggiata da Malenkov, comparve a Budapest per sovrintendere al rafforzamento della posizione di Kádár. Dopo lunghi tentennamenti e ringraziamenti per le direttive sovietiche, Kádár e Münnich assicurarono gli Jugoslavi con una garanzia scritta, un salvacondotto, che Nagy e tutto il suo gruppo – stabilito che essi non cercavano asilo politico – sarebbero stati condotti in salvo e sarebbero potuti tutti tornare a casa. Naturalmente si trattava di un trucco. Nagy ed i suoi non erano completamente convinti. Comunque si decisero a lasciare l’ambasciata jugoslava la sera di giovedì 22 novembre verso le 18,30. Non appena misero piede fuori della porta dell’ambasciata furono avvisati e spinti a rimanere dentro. Vengono citate così le sue parole in quel momento: «E’ ora che guardiamo negli occhi il nostro destino»[46].
Nagy e i suoi colleghi furono letteralmente rapiti, in spregio a ogni norma di diritto internazionale, caricati a bordo di un autobus sovietico che si era presentato all’esterno dell’ambasciata[47] e portati al quartier generale sovietico a Mátyásföld, nel sedicesimo distretto della capitale, zona meridionale, presso un aeroporto, anziché a casa. Ferenc Münnich li incontrò lì quella stessa sera e suggerì loro o di rilasciare una pubblica dichiarazione di appoggio al governo Kádár oppure di decidere “liberamente” di trasferirsi in Romania. Nagy fu “avvicinato” in questo secondo senso da una sua vecchia conoscenza del periodo di Mosca, il funzionario del Partito Comunista rumeno Walter Roman. La risposta di Nagy a Roman fu, ovviamente, negativa.
Il giorno dopo l’uscita dall’ambasciata, 23 novembre, l’intero gruppo fu trasferito in aereo in Romania, precisamente a Snagov, 40 km a nord di Bucarest, in una residenza per i funzionari del Partito[48]. Ciò che sarebbe successo poi coi deportati rimase per un certo tempo una questione aperta. Gli Jugoslavi si trovarono in una situazione imbarazzante, quella di fare proteste pubbliche e di coprire l’Unione Sovietica responsabile della situazione. In realtà ciò non cambiò il fatto che erano stati pienamente complici del rapimento. Si leggano queste parole di Tito scritte a Chruščëv il 3 dicembre 1956[49]: «E’ per noi difficile, infatti, che voi trascuriate completamente il punto di vista e gli obblighi del nostro governo su questa vicenda – sia rispetto alla nostra costituzione sia alla legge internazionale. Pensiamo di essere stati molto fortunati perché voi ci avete aiutati a risolvere la situazione di Imre Nagy».
Poi il 14 aprile 1957 Nagy e i suoi più stretti collaboratori (quindi non tutti i deportati a Snagov, molti dei quali non ebbero conseguenze penali) furono arrestati e riportati a Budapest per iniziare la fase inquisitoria del processo, che si sarebbe concluso con le sedute del 5 e 6 febbraio e soprattutto del 9-15 giugno 1958 e con le esecuzioni di Nagy, Maléter e del giornalista Gimes verso le 5 del mattino del 16 giugno[50].

11) Non è vero che il nuovo leader ungherese Kádár si sia ben guardato dallo sciogliere i consigli operai rivoluzionari.
Ne arrestò i due leader, Sándor Rácz e Sándor Bali l’11-12-1956 in una riunione trappola presso gli uffici governativi e i consigli furono dichiarati illegali. Quello stesso giorno, perché il messaggio giungesse forte e chiaro, venne proclamata la legge marziale e iniziò il periodo buio e duro della lunga repressione della Rivoluzione.

12) Non è vero che Miklós Vásárhelyi, addetto stampa del governo Nagy, quando nel 1996 presenziò a un convegno a Bologna insieme a Indro Montanelli fosse «ormai in esilio da anni, da decenni».
Vásárhelyi non è mai stato in esilio dall’Ungheria[51]. Soltanto nel 1983-84 poté lasciare temporaneamente l’Ungheria e fu professore invitato alla Columbia University, mentre prima, liberato dal carcere nel 1960 dopo la condanna subita nel processo Nagy, tra il 1961 e il 1965 lavorò all’Accademia di Belle Arti, dal 1965 collaborò al periodico ungherese Élet és Irodalom e dal 1972 al 1990 fu ricercatore dell’Istituto per la Letteratura dell’Accademia delle Scienze, prima di essere, tra il 1990 e il 1994 deputato all’Assemblea nazionale eletta dopo il cambio del regime dell’89. Di quel cambio egli fu uno dei principali promotori e protagonisti, specie con l’organizzazione del “Comitato per la Verità Storica” (in sigla ungherese TIB) e del funerale di riabilitazione di Nagy e della Rivoluzione il 16 giugno 1989 in Hősök tere a Budapest.
Ci permettiamo di concludere quest’opera di restituzione della verità storica su molti momenti della Rivoluzione ungherese del 1956 con una riflessione. Come mai un intellettuale di così elevato livello come il professor Luciano Canfora si espone a un simile corteo di svarioni? Difficile pensare che si impegni in un terreno a lui del tutto ignoto, ma allora resta davvero strana la superficialità con la quale ci s’informa su ciò di cui non si ha una buona competenza. O forse gioca molto l’ampia ignoranza su certi periodi storici, tra i quali, purtroppo, la Rivoluzione ungherese è in prima linea quanto a scarsa conoscenza diffusa e a manipolazioni calunniose[52]? O ancor più, la sicurezza fornita dal proprio indubitabile prestigio intellettuale? Sarebbe bello che lo stesso professor Canfora potesse chiarire questi interrogativi.

Note


[1] L’uso costante del plurale da parte di chi scrive va inteso come la figura retorica del pluralis modestiae. Infatti il supporto a quanto verrà esposto non viene solo dal pensiero o dalle opere proprie, ma da quelle di ben altri insigni Autori di cui si farà tra breve menzione.

[2] L. CANFORA, 1956. L’anno spartiacque, Sellerio, Palermo 2008.

[3] Faremo riferimento quasi soltanto a queste opere: J. M. RAINER, Imre Nagy. A biography (= Communist Lives 2), I. B. Tauris, London & New York 2009; ID. Nagy Imre: Politikai életrajz, 2 voll., 1956-os Intézet, Budapest 1996-1999; F. ARGENTIERI – L. GIANOTTI, L’Ottobre ungherese, Valerio Levi, Roma 1986; B. DENT, Budapest 1956. Locations of Drama, Európa Könyvkiadó, Budapest 2006; e da ultimo, si licet parva componere magnis, al nostro R. PIETROSANTI, Imre Nagy, un ungherese comunista. Vita e martirio di un leader dell’ottobre 1956 (= Quaderni di Storia 24), prefazione di F. ARGENTIERI, Le Monnier, Firenze 2014. Raccomandiamo poi l’eccellente, anzi indispensabile, antologia di documenti CS. BÉKÉS – M. BYRNE – J. M. RAINER (a cura di), The 1956 Hungarian Revolution: A History in Documents, Central European University Press, Budapest & New York 2002.

[4] Siamo precisi: non tutti, ma solo quelli che meritano maggior chiarimento. Per es., quasi per carità di patria, non ci soffermiamo più sul cosiddetto «terrore bianco» evocato dal prof. Canfora parlando di massacri di comunisti quasi in modo diffuso e indiscriminato, soprattutto semplici militanti e funzionari, non solo uomini in armi perché appartenenti alla polizia politica o a corpi armati. Su questo vero mito propagandistico del regime ungherese post-rivoluzionario cfr. R. PIETROSANTI, Imre Nagy…, pp. 150-151 e la bibliografia ivi citata, specie le testimonianze del giornalista inglese Peter Fryer. Ancora, per evitare di apparire troppo pedissequi, non ci soffermiamo ad indicare ora, minuto e secondo delle affermazioni di Canfora, ma, a scanso di equivoci, precisiamo che ciò è facilmente realizzabile da chiunque ascolti con attenzione il suo lungo audio.

[5] Per esempio accenni a certi comportamenti di Togliatti nella direzione del PCI poco dopo lo svolgimento del XX Congresso del PCUS, o la presentazione della figura del maresciallo polacco-sovietico Rokossovskji.

[6] Per chi non conoscesse questa regola facciamo presente che la lingua ungherese, appartenente alla famiglia linguistica ugro-finnica e non a quella indoeuropea, antepone il cognome al nome, quindi occorrerebbe dire e scrivere “Nagy Imre”. Per comodità continuiamo a seguire l’uso occidentale, ossia nome e cognome.

[7] Chi scrive può dire per esperienza personale di aver riletto attentamente decine di volte ogni parola ungherese del proprio testo per assicurarsi della corretta grafia. E con tutto ciò sono rimasti certamente degli errori!

[8] Cfr. J. M. RAINER, Nagy Imre…, vol. I, pp. 199-212.

[9] Ciononostante Erszébet Nagy, figlia di Imre, querelò lo storico Rainer.

[10] Con qualche lodevole eccezione: Paolo Robotti, cognato di Togliatti, non vi si piegò.

[11] J. M. RAINER, Imre Nagy…, p. 29.

[12] ID., p. 30.

[13] Cfr. J. M. RAINER, Imre Nagy…, p. 45; F. ARGENTIERI – L. GIANOTTI, L’ottobre ungherese, p. 29; R. PIETROSANTI, Imre Nagy…, p. 48. Sarebbe invero molto interessante conoscere la fonte di quest’affermazione di Canfora. E altrettanto dicasi per tutte le altre datazioni scorrette che incontreremo.

[14] Peraltro, al contrario di quanto Canfora afferma, cioè che si voti spesso in Ungheria in quel periodo, quelle del 1945, 1947 e 1949 (ormai un semplice plebiscito per il partito unico!) sono le uniche tornate elettorali di quel periodo. E poi fino al cambio di regime del 1989 non ci sarà altro che un sistema monopartitico.

[15] La fusione, ovviamente forzata con lo stesso tipo di tattica, sarebbe avvenuta di lì a poco, a metà giugno 1948.

[16] Cfr. A. APPLEBAUM, La cortina di ferro. La disfatta dell’Europa dell’Est 1944-1956, tr. it. di M. PARIZZI, Mondadori, Milano 2016, ampio volume di taglio storico-giornalistico.

[17] Prima della riforma la Chiesa cattolica ungherese, pur legittimamente, era il maggior latifondista del Paese. La sua proprietà, insieme a quella di un ristretto numero di famiglie nobili, assommava a un terzo di tutte le terre coltivabili.

[18] E quest’inizio avvenne a Pusztaszer, nella contea di Csongrád, nel sud est del paese, nell’allora tenuta del conte Pallavicini, un luogo altamente simbolico, poiché proprio lì, secondo la leggenda, i capi Magiari guidati da Arpad vennero a prendere possesso della terra dopo la conquista dell’Ungheria nell’anno 895. Una nuova ‘conquista della terra’ per la propaganda comunista. Cfr. F. ARGENTIERI – L. GIANOTTI, L’ottobre ungherese, pp. 10-11; R. PIETROSANTI, Imre Nagy…, pp. 40-42.

[19] Nome ufficiale del Partito comunista in Ungheria dopo la fusione coi socialdemocratici fino ai giorni della Rivoluzione.

[20] La sua carriera politica finì quel giorno, mentre i quasi quindici anni di vita rimastigli Rákosi li visse in Unione Sovietica, dove morì il 5 febbraio 1971, senza mai aver più rimesso piede in Ungheria.

[21] Cfr. J. M. RAINER, Nagy Imre…, vol. II, pp. 210-213: ID., Imre Nagy…, p. 95; R. PIETROSANTI, Imre Nagy…, pp. 115-116.

[22] L’articolo nel quale veniva riportata la lettera, fin allora assolutamente inedita sebbene fossero passati praticamente quarant’anni dalla sua stesura, s’intitolava: Togliatti: «Compagni russi, l’Ungheria è in pericolo». Insieme a questa veniva pubblicata un’altra lettera del Segretario generale del PCI del 23 ottobre relativa alla crisi polacca appena risolta.

[23] Cfr. R. PIETROSANTI, Imre Nagy…, pp. 257-265. Ma più ancora che le nostre pagine, raccomandiamo la lettura di Argentieri, Zaslavsky e Frigerio da noi citati nelle note e anche di tener conto di altre possibili interpretazioni, come quella di Adriano Guerra. Già in quelle pagine ci siamo trovati a polemizzare apertamente con Canfora e con altri Autori. Ci pare utile tornare a sottolineare la sostanziale ignoranza della lettera esibita dalla più ampia e autorevole biografia scientifica italiana di Togliatti: A. AGOSTI, Togliatti. Un uomo di frontiera, UTET, Torino 20032. Se all’inizio del 1996, epoca della prima edizione del volume, la lettera non era ancora nota, è veramente disdicevole dedicarvi appena poche righe con smozzicate brevi citazioni del testo, neanche riferite alla fonte originale, in una prefazione aggiornata. Ma le omissioni di Agosti non sono certo le uniche, come abbiamo notato nel nostro testo.

[24] Nel giro di due giorni mosse del tutto contraddittorie: il 30 ottobre si decise di iniziare trattative per il ritiro delle truppe sovietiche, mentre il giorno dopo la decisione fu capovolta nell’intervento massiccio nel volgere di pochi giorni.

[25] Diventerà d’uso corrente per i comunisti italiani parlare di ‘fatti d’Ungheria’. Tipico linguaggio elusivo capace di nascondere proprio la realtà dei ‘fatti’!

[26] F. ARGENTIERI, Ungheria 1956. La Rivoluzione calunniata, Marsilio, Venezia 20063, p. 80.

[27] Interessante notare come l’audio di Canfora non citi quest’ultima parte della frase, fermandosi solo sulla possibile ambiguità del «Vorrei sapere se siete della stessa opinione […]».

[28] Cfr. J. M. RAINER, Nagy Imre…, vol. II, pp. 304-324; ID., Imre Nagy…, pp. 125-130; F. ARGENTIERI – L. GIANOTTI, L’Ottobre ungherese, pp. 150-156; B. DENT, Budapest 1956…, pp. 118-121; R. PIETROSANTI, Imre Nagy…, pp. 155-161.

[29] Citato, con le relative fonti documentarie, in R. PIETROSANTI, Imre Nagy…, p. 157. Precisiamo, qualora non si fosse già compreso quest’intento, che le citazioni dei testi di cui facciamo uso non vogliono semplicemente rimandare a una presentazione alternativa a quella del prof. Canfora, ma invitare a prendere nota e visione delle fonti documentarie ivi citate. Una prassi ovviamente ben nota all’illustre studioso barese.

[30] Qui ci corre obbligo di citare esplicitamente la fonte archivistica di quest’intervento. Si tratta delle cosiddette ‘carte Malin’ o ‘note Malin’, dal nome di Vladimir Malin, capo del Dipartimento generale del Comitato Centrale del PCUS estensore di quei verbali, eccezionale insieme di documenti pubblicati per la prima volta, almeno in lingua inglese, in Cold War International History Project Bulletin, nn. 8/9, Winter 1996/97, da Mark Kramer. L’intero dossier, formato dal testo di Kramer e dai documenti allegati, è alle pp. 355-410, con una premessa di altri studiosi, Byrne, Hershberg e Ostermann alle pp. 355-357 che include in un box anche la traduzione inglese della lettera di Togliatti del 30 ottobre 1956. I documenti sono alle pp. 385-410, e il dossier è disponibile online all’indirizzo http://www.wilsoncenter.org/topics/pubs/ACF19B.pdf. Il documento sopra citato è il n. 6. Cfr. J. M. RAINER, Imre Nagy…, pp. 219-220 nota 18.

[31] Forze superiori a quelle che l’operazione Barbarossa della Germania hitleriana aveva scagliate contro l’Unione Sovietica il 22 giugno 1941.

[32] Si tratta proprio del futuro capo del KGB dal 1967 al 1982 e Segretario Generale del PCUS dal 12 novembre 1982 al 9 febbraio 1984, giorno della sua morte. Come si vedrà subito dal seguito il suo ruolo fu essenziale nella repressione della Rivoluzione ungherese.

[33] J. M. RAINER, Nagy Imre…, p. 314; ID., Imre Nagy…, p. 128; R. PIETROSANTI, Imre Nagy…, p. 159.

[34] J. M. RAINER, Nagy Imre…, p. 316; ID., Imre Nagy…, p. 128; R. PIETROSANTI, Imre Nagy…, pp. 159-160.

[35] J. M. RAINER, Imre Nagy…, p. 129 e p. 220 nota 24; R. PIETROSANTI, Imre Nagy…, p. 160.

[36] J. M. RAINER, Nagy Imre…, p. 318; ID., Imre Nagy…, p. 129; B. DENT, Budapest 1956…, p. 119; R. PIETROSANTI, Imre Nagy…, pp. 160-161.

[37] Cfr. F. ARGENTIERI – L. GIANOTTI, L’Ottobre ungherese, pp. 161-162; J. M. RAINER, Nagy Imre…, pp. 332-333; ID., Imre Nagy…, p. 136; B. DENT, Budapest 1956…, pp. 276-277; R. PIETROSANTI, Imre Nagy…, pp. 167-168.

[38] V. MIČUNOVIČ, Diario dal Cremlino. L’ambasciatore jugoslavo nella Russia di Krusciov (1956-1958), Bompiani, Milano 1979. L’incontro di Brioni è descritto alle pp. 140-150.

[39] Come esercizio di storia controfattuale (“Cosa sarebbe successo se…?”, sapendo appunto che non è successo) ci si può domandare cosa sarebbe accaduto se Münnich fosse diventato il nuovo leader ungherese postrivoluzionario. Possiamo azzardare che l’Ungheria non avrebbe avuto la stessa stabilità garantita dai quasi 32 anni di potere di Kádár, politico rivelatosi assai scaltro e abile, quanto fu senza remore nel tradire Nagy e i suoi ex compagni di partito e di governo e violento nella repressione dei primi anni dopo il 1956.

[40] Questa, insieme alla falsificazione della data della lettera di Togliatti al CC del PCUS e alle scorrettezze sull’uscita dal Patto di Varsavia, è la più clamorosa, e ovviamente errata, riaffermazione di quanto già messo per scritto da Canfora nel suo citato testo sul 1956. Lo stupore cresce: errare humanum est, perseverare autem diabolicum!

[41] F. ARGENTIERI – L. GIANOTTI, L’Ottobre ungherese, p. 156; B. DENT, Budapest 1956…, pp. 363-366; R. PIETROSANTI, Imre Nagy…, pp. 166-167.

[42] BUREAU d’information du Conseil des Ministres de la R. P. Hongroise, Le complot contre-revolutionnaire de Imre Nagy et de ses complices (vol. V) (s.d. ma 1958), s.l., ma Budapest; tr.it. Il complotto controrivoluzionario di Imre Nagy e dei suoi complici (s.d., ma 1958), s.l., ma Budapest. Nel loro complesso questi cinque volumi editi dal governo Kadár sono noti come Libro bianco. La citazione riferita è a p. 70 della versione italiana.

[43] Per completezza, una dichiarazione più breve, sempre dalla stessa emittente, era stata comunicata un’ora prima da parte di Ferenc Münnich per annunciare che insieme a loro due anche Antal Apró ed István Kossa si erano dissociati da Nagy ed avevano preso l’iniziativa di costituire il nuovo ‘governo rivoluzionario operaio contadino’, ben guardandosi dal menzionare l’Unione Sovietica.

[44] Cfr. F. ARGENTIERI – L. GIANOTTI, L’Ottobre ungherese, p. 171; J. M. RAINER, Nagy Imre…, pp. 350-351; ID., Imre Nagy…, p. 142; B. DENT, Budapest 1956…, pp. 274-280; R. PIETROSANTI, Imre Nagy…, pp- 177-179.

[45] Riportiamo questo celebre testo: «Qui parla il Primo Ministro Imre Nagy. Oggi all’alba le truppe sovietiche hanno aggredito la nostra capitale con l’evidente intento di rovesciare il governo legale e democratico di Ungheria. Le nostre truppe sono impegnate nel combattimento. Il governo è al suo posto. Comunico questo fatto al popolo del nostro Paese ed al mondo intero». La comunicazione venne subito ripetuta in inglese, russo, ungherese e francese. Non ci soffermiamo sui grossi problemi che questo comunicato pone, ma ricordiamo che tra i principali capi d’imputazione contro Nagy al processo del giugno 1958 ci fu quello di aver voluto scatenare la guerra invocando l’intervento straniero.

[46] Cfr. J. M. RAINER, Imre Nagy…, p. 222 nota 5 dove si cita la monografia ungherese sull’asilo di Nagy e dei suoi compagni all’ambasciata e si indica la fonte di queste parole in Miklós Vásárhelyi e Mrs. Szilágyi.

[47] Questa la testimonianza inviataci in tempi recenti da Julia Vasahrelyi, che descrive l’episodio del trasferimento in autobus di cui fu vittima e testimone all’età di nemmeno sette anni. «Il 21 novembre 1956, si presentò all’ambasciata jugoslava –  ​​dove hanno trovato rifugio i membri del cosiddetto gruppo Imre Nagy dopo furono “rifugiati” con le loro famiglie dopo la sconfitta della rivoluzione –  il vice ministro degli Esteri jugoslavo Dobrivoje Vidic, annunciando che era stato raggiunto un accordo tra il governo jugoslavo e quello ungherese a portare tutti noi a casa in autobus. Vidic ha chiesto agli adulti di fare un percorso con gli indirizzi in modo che tutti potessero tornare a casa il più rapidamente possibile. Il giorno dopo, il 22, un autobus vecchio e logoro si fermò davanti all’ambasciata in Piazza degli Eroi. A questo punto arrivo li anche mio padre, Miklós Vásárhelyi, che non era con noi all’ambasciata, perché il 4 novembre, essendo a Buda da un amico, non poteva raggiungerci a Pest, all’ambasciata.
Uscimmo dall’edificio tra due file di soldati armati ed abbiamo iniziato a salire sull’autobus dove c’era al volante un soldato col viso coperto con un casco. Quando qualcuno voleva parlargli, non rispondeva, e abbiamo subito realizzato che l’autista era un soldato russo. Vedendo questo, anche l’ambasciatore che ci accompagnava all’autobus, Dalibor Soldatic, fu sorpreso e offrì a Imre Nagy di tornare all’ambasciata, ma alla fine il gruppo non accetto l’offerta, poiché le condizioni all’ambasciata son diventate insostenibili. Così siamo saliti sull’autobus, io ero seduta accanto a mio padre felice che potevo finalmente essere di nuovo con lui dopo tre settimane di separazione, di preoccupazione e di ansia. Tuttavia, quando altri soldati russi armati sono saliti sull’autobus, la mia felicità svanì all’istante, la paura mi colpì di nuovo e gridai piangendo: “i russi ci avrebbero rapiti”. Purtroppo avevo ragione. L’autobus partì e pochi minuti dopo la madre di Ferenc Donáth, che abitava a poche centinaia di metri dall’ambasciata, disse all’autista con il casco che voleva scendere, ma l’autobus proseguì senza fermarsi. Non riuscivamo a vedere dove stavamo andando perché i finestrini dell’autobus erano coperti di carta. Circa un’ora dopo, l’autobus si fermò al cancello della scuola militare sovietica di Mátyásföld. Da qui, due giorni dopo, siamo stati trasportati in aereo a Snagov, prima tappa del nostro esilio e prigionia di due anni in Romania».

[48] Ecco la lista dei prigionieri di Snagov: Nagy con sua moglie; Donáth con sua madre, sua moglie e due figli; Losonczy con sua moglie e sua figlia; Szántó con sua moglie; Vas con la sua compagna; Lukács con sua moglie; Haraszti con sua moglie; la moglie e i tre figli di Vásárhelyi; Tánczos con sua moglie e sua figlia; Júlia Rajk con suo figlio; Jánosi con la moglie, cioè la figlia di Nagy, e due figli; Szilágyi con la moglie e due figli; Fazekas, Újhelyi e Vásárhelyi, aggiuntosi all’uscita dall’ambasciata jugoslava il 22 novembre. Se a Vásárhelyi, che nei giorni dal 4 al 22 novembre era stato ospite in un appartamento di un diplomatico jugoslavo, si sostituisce la piccola Judit, figlia del questore di Budapest Sándor Kopácsi (ma che rimase solo pochi giorni), si ha anche l’elenco completo dei rifugiati all’ambasciata jugoslava.

[49] Riportate in CS. BÉKÉS – M. BYRNE – J. M. RAINER (a cura di), The 1956 Hungarian Revolution…, p. 457.

[50] Uno degli altri imputati, Szilágyi, segretario di Nagy, troppo ‘ribelle’ per sottostare alle formalità del processo era già stato giustiziato il 24 aprile, mentre l’ex ministro di Stato Losonczy era morto in carcere il 21 dicembre 1957 mentre veniva sottoposto ad alimentazione forzata.

[51] Ce l’ha confermato con una mail personale anche la figlia Júlia, nota giornalista d’opposizione ungherese.

[52] Cfr. l’opera sopra citata F. ARGENTIERI, Ungheria 1956. La Rivoluzione calunniata.