ARCHEOLOGIA CRISTIANA: RICERCHE STORICHE E NUOVI RITROVAMENTI (parte 2)
di Pier Luigi Guiducci -
Dalle basiliche sommerse ai giardini del I secolo sotto il Santo Sepolcro: ritrovamenti recenti che illuminano la storia delle prime comunità cristiane e confermano il valore teologico dell’archeologia. Come ricorda Leone XIV, «l’archeologia è una componente imprescindibile dell’interpretazione del cristianesimo», capace di rendere palpabile l’incarnazione della fede nella storia.
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In tempi recenti il lavoro degli archeologi ha consentito di raggiungere significativi risultati nell’ambito di ricerche in siti paleocristiani. Ciò indica la possibilità di affrontare nuovi percorsi di indagine, e di approfondire meglio aspetti del cammino delle prime Chiese locali. Si riportano qui di seguito solo alcuni esempi.
Vicino Roma. Comprensorio catacomba San Callisto (2025)
In maniera del tutto inaspettata, a circa cento metri da una chiesa già rinvenuta nel 1991, saggi eseguiti in corrispondenza di significative “anomalie” rivelate dalle prospezioni geofisiche, hanno riportato alla luce i resti di una nuova basilica, ancora del tipo “circiforme” – la settima -, dalle dimensioni del tutto simili a quelle della chiesa di Papa Marco. Conservata nelle sole fondazioni, in molti punti intaccate dalle profonde trincee di una vigna, essa misura circa 68 metri in lunghezza per 29 metri in larghezza; la navata centrale, divisa dalle laterali da due serie di dodici o tredici pilastri, ha un’ampiezza di circa 13 metri, mentre il deambulatorio è largo oltre 6 metri; il piano pavimentale, come di consueto nelle basiliche “cruciformi”, si è rivelato occupato in maniera sistematica da tombe, spesso a più piani, disposte una accanto all’altra. Alcune di queste conservavano ancora resti delle deposizioni, talora provviste di corredo (monete, lucerne, balsamari e vasetti). Contro uno dei muri perimetrali sono stati pure individuati alcuni mausolei, che, come di consueto, erano appoggiati agli edifici. [1]
Ostia Antica (2023-2024)
A Ostia Antica è avvenuta una scoperta che riveste un particolare interesse. Sono stati individuati i resti di una sala monumentale collegata a una struttura episcopale del IV secolo, un complesso cristiano tra i più antichi rinvenuti nell’area attorno a Roma. La sala (circa 8×20 metri) aveva in origine pareti che arrivavano a circa otto metri, e doveva costituire uno spazio importante, con pavimenti a mosaico e rivestimenti in marmo. Il contesto della ricerca è quello dei programmi di scavi nel Parco Archeologico di Ostia Antica. Qui, tra il 2023 e il 2024 (e altre campagne) si è cercato di ricostruire un intero settore legato alla cosiddetta ‘fase costantiniana’, con una grande chiesa e ambienti annessi.
Turchia: Basilica di Iznik (2014)
L’antico abitato di Nicea (oggi Iznik) si trova a duecento chilometri a sud dell’odierna Istanbul, sulle rive del lago di Iznik. In questa località venne celebrato il Concilio Ecumenico del 325 d.C. Tale evento si verificò dodici anni dopo la legalizzazione del Cristianesimo da parte dell’imperatore Costantino I (Accordo di Milano del 313 d.C.). Proprio nella zona archeologica dell’antica Nicea, lo studioso Mustafa Sahin[2] ha identificato (2014) le rovine della basilica dei Santi Padri edificata in memoria dell’assise ecumenica. Con fotografie aeree, ha individuato a 50 metri dalla riva i resti dell’edificio sacro. Si trovavano due metri sotto il livello dell’acqua. La scoperta è potuta avvenire perché, a causa dei cambiamenti climatici, l’abbassamento del livello del lago ha rivelato la basilica del IV secolo, crollata nell’XI secolo (terremoti), e sommersa in modo graduale due secoli dopo da un innalzamento delle acque.
Questa basilica venne costruita nel 380 d.C. Tale progetto si rese necessario perché la chiesa che ospitò il Concilio di Nicea (eretta in onore del sedicenne martire Neofito, 303 d.C.) fu distrutta nel 358 da un terremoto. La basilica dei Santi Padri (in omaggio ai 318 vescovi che redassero il Simbolo di Fede niceno) ospitava un sarcofago contenente i resti di Neofito, rimosso dopo il crollo del 358, e i sepolcri di altri martiri, le cui ossa e mascelle sporgono dalla superficie del lago.
Sono state già trovate circa trecento tombe. Sono visibili pile di tegole di terracotta. Di queste, alcune hanno rivelato ossa rotte. Finora lo scavo ha riguardato solo 27 sepolture, e sono state osservate tracce di tortura: braccia e gambe rotte, teschi con buchi e perforazioni. Ciò attesta che le persone sepolte furono torturate e giustiziate. In un’area gli archeologi hanno individuato piccole sepolture di tegole: 11 tombe di bambini.[3]
Armenia (2023-2024)
Dal 2018, l’Università di Münster collabora con l’Accademia nazionale delle scienze di Armenia per scavi archeologici nell’area dell’antica città ellenistica di Artaxata, situata nella Piana dell’Ararat. Solo di recente, però, sono emerse le tracce di un edificio cristiano. Si tratta di una chiesa che ha una struttura ottagonale con estensioni a forma di croce.
È arredata con piastrelle in terracotta e frammenti di marmo mediterraneo, Secondo gli studiosi, è questo il luogo di culto più antico scoperto in Armenia. Il Paese è noto agli studiosi per aver riconosciuto il Cristianesimo religione di Stato nel 301 d.C. Ciò avvenne dopo la conversione al messaggio evangelico del re Tiridate III grazie all’opera di san Gregorio l’Illuminatore.
Edifici ottagonali come quello ritrovato non erano noti in Armenia, ma risultano comuni nel Mediterraneo orientale del IV secolo. Inoltre, nella chiesa sono stati rinvenuti elementi tipici degli edifici commemorativi cristiani, come piattaforme di legno risalenti alla metà del IV secolo. Il vicino monastero di Khor Virap ne è testimonianza.
Israele (2021-2026)
Gerusalemme
Una serie di scavi archeologici (2025) sotto la basilica del Santo Sepolcro[4], hanno fornito alcuni dati molto significativi. Si riportano qui di seguito le principali informazioni.
Santo Sepolcro: zona antistante l’Edicola e il deambulatorio (ottobre-dicembre 2023)
Dall’ottobre al dicembre del 2023 studiosi del dipartimento di Scienze dell’Antichità dell’Università ‘La Sapienza’ (Roma) hanno condotto una serie di scavi tra la zona sud-est della Rotonda, la zona antistante l’Edicola e il deambulatorio (369 mq). Le indagini hanno permesso, con scavi o carotaggi, di conoscere i livelli della cava sottostanti.
Sono state scoperte strutture di età romana nell’area del deambulatorio. In particolare, sotto le murature della basilica cristiana sono stati rinvenuti tratti di strade. Uno di questi perse la sua funzione quando fu costruita la chiesa paleocristiana del IV secolo, e la strada fu interrotta con l’edificazione dell’abside.
Nell’area della Rotonda sono emersi gli elementi più rilevanti relativi alla prima età cristiana. Il luogo dove sorgeva la tomba venerata, infatti, fu oggetto di un’opera di sbancamento che arriva a ridosso dell’ingresso attuale dell’Edicola.
Già in precedenza era stata rinvenuta, sotto l’attuale Edicola[5], una base circolare in marmo che si può attribuire alla prima monumentalizzazione della tomba.
Questa base appartiene a un sacello a base circolare con un avancorpo che era dotato di tre gradini e di una recinzione liturgica, le cui basi sono state rinvenute nell’attuale Cappella dell’Angelo (all’interno dell’Edicola). A est di questa recinzione, al centro rispetto all’ingresso del sepolcro, doveva trovarsi una piccola mensa a cippo.
Viene così a configurarsi l’aspetto che doveva avere il luogo prima della costruzione della basilica costantiniana. Il monumento era a cielo aperto.[6] Doveva essere circondato da una serie di dodici sostegni (delle colonne), che definivano un deambulatorio di circa tre metri. Di fronte al monumento, c’era un colonnato del quale è stato rinvenuto lo stilobate.[7] Questa sistemazione fu modificata alla fine del IV secolo, quando furono completati i lunghi lavori di costruzione della Rotonda. In base alla datazione delle monete ritrovate sotto il pavimento della Rotonda, nel 2022 è stato già possibile individuare il periodo negli anni Sessanta-Settanta del IV secolo.
Quando la Rotonda fu completata, il colonnato intorno all’Edicola e lo stilobate di fronte persero la loro funzione e furono realizzate le nuove pavimentazioni.
Alla prima sistemazione cristiana dell’area vanno attributi anche i resti della basilica rinvenuta sotto il deambulatorio medievale. Elementi dell’abside vanno a collegarsi con quanto già noto dagli scavi compiuti in precedenza dai greci. È stato possibile ritrovare la testata dell’abside nord, con l’attacco della navata centrale, e documentarne le modalità costruttive. È stato rinvenuto anche il sistema di canalizzazione delle acque piovane, in grossi tubi. Ad est del muro terminale della basilica cristiana è stata rinvenuta parte della fondazione del triportico.
Sono state trovate inoltre tracce di fasi successive, ma precedenti all’età medievale (VII-VIII secolo), come una pavimentazione nella zona ovest della Rotonda fatta di elementi di marmi preziosi come porfido, serpentino e cipollino in frammenti riutilizzati.
I lavori di scavo nel Santo Sepolcro hanno offerto anche la prova archeologica della costruzione dell’abside dell’XI secolo. Quell’intervento, dovuto a Costantino Monomaco[8], comportò alcune modifiche di fronte all’Edicola. Dell’abside creato ad est sono visibili tracce nei resti delle lastre in marmo grigio che rivestono la base dei due pilastri che la inquadrano a nord e a sud. La pavimentazione di questa cappella sfrutta le grandi lastre pavimentali in marmo bianco del IV secolo, che vennero intarsiate con inserimento di pietre policrome. All’area presbiteriale si accedeva per tramite di un cancello metallico, le tracce dei cui cardini sono ancora visibili nel terreno.
Nel corso del XVI secolo l’area dell’Edicola subì una nuova trasformazione.[9]
Santo Sepolcro: il giardino romano sottostante
Nell’aprile del 2025 sono stati resi noti i lavori svolti da un team di archeologi dell’Università ‘La Sapienza’ di Roma, in collaborazione con l’Autorità Israeliana per le Antichità (IAA). Si tratta di un programma di scavo sotto la basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme. Sono stati rinvenuti i resti di un giardino risalente al I secolo d.C., semi di olivo e di vite e pollini risalenti a circa duemila anni fa, nonché muretti in pietra e terreno di riporto che indicano un’antica area agricola. Tali evidenze, indicano quindi un uso agricolo della zona poco prima dell’epoca di Adriano (130 d.C.), quando la cava primitiva fu abbandonata e trasformata in cimitero.
Tale ritrovamento si collega in modo significativo con i contenuti del Vangelo di Giovanni (19:41-42), ove è scritto che “c’era un giardino nel luogo in cui lo crocifissero e, nel giardino, una tomba nuova dove nessuno era ancora stato sepolto”.
Lago di Tiberiade
Nel recente periodo sono proseguite le ricerche nei principali siti indicati dal Nuovo Testamento. Si tratta in particolare di: Hippos, città autonoma della Decapolis; Betsaida Iulias, identificata non senza controversie con et-Tell; Cafarnao (ripresa degli scavi); Magdala; Tiberiade.
1. Ritrovamenti significativi sono avvenuti nel sito dell’antica città di Sussita, nota anche come Hippos, che in epoca romana e bizantina dominava il paesaggio dalla sommità di una collina visibile anche da lontano. Le nuove evidenze archeologiche riguardano in particolare una cattedrale bizantina.
Tale luogo di culto ha una caratteristica: la presenza di due distinti ambienti battesimali. Nella navata settentrionale era collocato un fonte battesimale di grandi dimensioni, alimentato da acqua corrente, mentre nella navata meridionale si trovava un secondo fonte, più piccolo, alimentato da acqua stagnante e ricavato in un angolo di quello che in origine era stato un martyrion (cappella destinata alla venerazione delle reliquie di un santo). L’aggiunta del secondo fonte battesimale, avvenuta dopo il 590 d.C., costituisce uno degli aspetti più enigmatici del complesso.
Proprio nell’area meridionale, definita architettonicamente da due paraventi d’altare in marmo decorati con motivi a croce e rami di edera, è stata rinvenuto un alto numero di oggetti liturgici risalenti al VI sec. d.C., rimasti sepolti sotto le macerie di un terremoto per oltre mille anni.
Tra questi si osserva un grande candelabro in ottone, ritrovato ancora in posizione verticale accanto al fonte battesimale, segno della rapidità con cui l’edificio venne abbandonato in seguito al crollo.
Accanto al candelabro è stato rinvenuto un blocco rettangolare in marmo con tre cavità emisferiche identiche scolpite sulla sommità. Si tratta di un oggetto senza confronti noti, che gli archeologi interpretano come un contenitore per oli utilizzati nei rituali di unzione connessi al battesimo.
Un ulteriore elemento di interesse è rappresentato da un piccolo piedistallo rotondo in marmo, decorato con quattro nervature circolari. Anche in questo caso si tratta di un manufatto privo di confronti diretti, la cui funzione rimane incerta.
A breve distanza da questo gruppo di oggetti è stato rinvenuto un massiccio reliquiario in marmo del peso di circa 42 kg, il più grande mai scoperto in Terra Santa. Il contenitore, destinato a custodire le reliquie di un santo, è stato trovato rovesciato su un pavimento decorato in piastrelle di pietra, suggerendo un evento distruttivo improvviso (terremoto).
La disposizione degli oggetti all’interno dello spazio meridionale appare significativa. Il candelabro, il blocco con le tre cavità e il piedistallo erano concentrati in prossimità del fonte battesimale, mentre il reliquiario si trovava leggermente più distante, verso il centro della sala. Questa separazione potrebbe riflettere una distinzione funzionale tra l’area dedicata al culto delle reliquie e quella destinata al rito battesimale.
All’interno delle mura di Sussita sono state individuate almeno sei chiese. Nessuna di esse, però, presenta un ambiente dedicato al battesimo. La presenza di due fonti battesimali all’interno della stessa cattedrale rappresenta quindi un unicum che continua ad interrogare gli studiosi.
2. A Cafarnao, in particolare, è stato scoperto un antico molo romano lungo la riva del Lago di Tiberiade strutturato in celle con approdi per le imbarcazioni, risalente al periodo di Gesù.
3. Una rinnovata attenzione è stata riservata ai tre siti rurali di Horvat Kur, Huqoq e Wadi Hamam, nell’entroterra a ovest del Lago. Gli studi hanno fornito ulteriori conoscenze sul grado di popolamento della zona nel periodo antico, medio e tardo-romano. Riemerge dall’oblio il Tel Kinneret da cui il lago avrebbe assunto il nome biblico.
4. Sono stati poi portati a termine tre sondaggi nel Golan, in vaste aree della bassa Galilea orientale e dell’alta Galilea. Tali ricerche offrono un quadro d’insieme significativo sulle attività rurali, le relazioni commerciali, gli indicatori e le differenziazioni etniche delle comunità che popolavano anche i centri periferici.
5. Nel dibattito sull’esatta posizione della Betsaida biblica si inseriscono le scoperte archeologiche e la realtà geografica del sito di el-Araj, situato sulla riva nord-orientale del lago di Galilea. Secondo gli archeologi israeliani si è in presenza della “perduta” Betsaida, città natale degli apostoli Pietro e Andrea, discepoli di Gesù, e centro fiorente in epoca bizantina. In particolare sono venute alla luce i resti di una chiesa bizantina che sarebbe quella ricordata nelle sue memorie di pellegrino in Terra Santa (tra il 723 e il 727) da san Villibaldo di Eichstätt, monaco inglese e missionario in Germania.
Monastero bizantino di Kiryat Gat (Israele). 2025
Scoperto nel gennaio 2025 con un mosaico centrale che cita il versetto del Deuteronomio “Beati voi quando entrate e beati voi quando uscite” (Dt 28,6). In effetti, a Kiryat Gath, nel sud di Israele, è venuto alla luce un grande complesso monastico bizantino (V-VI secolo d.C.) con un impressionante mosaico. Il mosaico centrale presenta croci e animali, accompagnati da un’iscrizione in greco con un passo del Deuteronomio: “Beati voi quando entrate e beati voi quando uscite”. Sebbene risalga a un periodo molto più tardo (paleocristiano), il reperto rivela la sopravvivenza di testi biblici nell’arte liturgica antica, ed è unico per conservazione e contenuto.
Giordania
Scoperte recenti includono chiese con pavimenti a mosaico, che indicano una fase di ripresa edilizia nel VI secolo, e resti di un reliquiario di marmo con una teca d’argento contenente la reliquia di un calcagno.
Tarais
Scoperte recenti (2025) hanno portato alla luce una città bizantina perduta, con resti di una grande chiesa bizantina, mosaici, frantoi per olio e vino, e iscrizioni greche e latine che testimoniano una comunità cristiana attiva tra V e VII secolo, confermando le mappe del VI secolo come la Mappa di Madaba.
Aqaba
Il sito archeologico è stato scoperto presso la città costiera giordana di Aqaba nel giugno 1998 da un gruppo di archeologi. È stata individuata una chiesa del III secolo d.C. Viene considerata l’edificio costruito per le celebrazioni cristiane più antico al mondo.. È probabile che la sua posizione periferica nell’area dell’impero romano l’abbia preservata dalla distruzione durante la “Grande Persecuzione” anticristiana (303-313 d.C.), iniziata pochi anni dopo la costruzione della chiesa.
Gli archeologi capirono presto l’unicità della chiesa a motivo del suo stile architettonico. Questo, smentiva la tesi di più storici secondo la quale le prime chiese in Giordania dovevano risalire alla fine del IV secolo.[10]
L’archeologo[11] che guidò gli scavi, identificò l’edificio come una chiesa per la sua forma basilicale, per l’orientamento verso est e per alcuni reperti specifici come le lampade di vetro. Una tomba del cimitero adiacente conteneva inoltre parti di una croce di bronzo, che indicavano l’appartenenza a un cristiano.
La chiesa di Aqaba fu costruita nel tardo III o all’inizio del IV secolo, come indicato dai ritrovamenti di ceramiche delle sue fondazioni. La sua prima fase fu datata tra il 293 e il 303 d.C. Ciò la rende più antica della chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme e della chiesa della Natività a Betlemme, entrambe costruite alla fine del 320 d.C.
Precede la persecuzione anticristiana di Diocleziano, durante la quale l’edificio fu in apparenza abbandonato. Lo stato di buona conservazione di questa chiesa è attribuito alla sua posizione periferica nell’area dell’impero romano.
A un certo punto, tra la fine della persecuzione di Diocleziano e l’anno 330 d.C., la chiesa fu ristrutturata. Rimase in uso fino alla sua distruzione dovuta al terremoto del 363 d.C. La sua fine è datata sulla base delle ultime monete ritrovate dall’archeologo, che sono del 337-361 d.C. Una volta abbandonato, l’edificio in rovina si riempì di sabbia. Ciò contribuì a mantenere le sue mura a un’altezza notevole.
L’edificio aveva la forma di una grande basilica a tre navate, con un nartece, e orientato su un asse est-ovest. Misurava 26×16 metri, venne costruito con mattoni di fango su fondamenta di pietra, con (è probabile) una navata a volta e corridoi e porte ad arco. I resti di una scala suggeriscono che aveva un secondo piano. La navata terminò in una zona del coro seguita da un’abside rettangolare.
Gli archeologi hanno scoperto muri alti fino a 4,5 metri, le fondamenta di uno schermo del coro, una scatola di raccolta con monete, frammenti di lampade a di olio di vetro e un cimitero con 24 scheletri adiacente alla chiesa. La chiesa ospitò all’inizio circa sessanta fedeli. Venne in seguito ampliata dopo la persecuzione dioclezianea per accogliere fino a cento fedeli.[12]
Egitto
Ain al-Kharab
Una missione egiziana[13], nell’area della Kharga Oasis (Nuova Valle), ha portato alla luce delle strutture significative: blocchi residenziali in mattoni di fango, pareti intonacate, forni domestici e silos in terracotta per stoccare grano; ostraka, frammenti di ceramica e vetro, utensili in pietra e diverse tombe associate a rituali pagani e poi cristiani; chiesa grande in pianta basilicale, con navata centrale, due navate laterali separate da pilastri quadrati e dipendenze a sud; chiesa piccola, rettangolare, cinta da sette colonne esterne, con iscrizioni in alfabeto copto ancora visibili sulle mura interne.
Tra i ritrovamenti si ricorda anche un murale che raffigura Cristo mentre sana un malato.
Marea
Dal 2021 al 2024 un gruppo di studiosi[14] ha lavorato sul sito dell’antica città di Marea. Tale abitato costituiva una tappa lungo un percorso di pellegrinaggio che conduceva verso il santuario di San Menas ad Abu Mena. In quest’area archeologica, non lontano dalla piazza della città, si trovava una chiesa a forma di L che misurava 10 metri per 27.
Per costruire le fondamenta vennero utilizzati blocchi di pietra calcarea squadrata, mentre le pareti furono realizzate in pietra calcarea lavorata, legata con malta di calce e ricoperta di intonaco di cenere. I pavimenti sono in pietra con sezioni di motivi intarsiati in opus sectile. Gli angoli erano sostenuti esternamente da contrafforti semicircolari. Sono presenti sotto questo strato vestigia risalenti a fasi più antiche.
Il complesso comprende vari corpi di fabbrica, tra cui un battistero. Altre stanze sono state aggiunte e modificate in fasi successive di costruzione. Insediamenti minori come questo offrivano presumibilmente riposo ai viaggiatori stanchi, con spazi dedicati alla preghiera, al battesimo, all’alloggio e alle riunioni.
Eritrea
Adulis
Un gruppo di archeologi ha realizzato una scoperta che riguarda la diffusione del Cristianesimo nel regno di Aksum.[15] Le ricerche infatti, hanno datato con precisione due chiese che vennero costruite poco dopo la conversione degli aksumiti al Cristianesimo.
Il regno axumita governava gran parte del Corno d’Africa settentrionale nel primo millennio dopo Cristo. Si estendeva dall’Etiopia all’Arabia, proprio nel periodo in cui si sviluppava l’impero romano. Il capo axumita, il re Ezana, si convertì al Cristianesimo nel IV sec. d.C.
Pur avendo trovato indizi di chiese risalenti al IV sec. d.C., rimaneva incertezza sulla loro datazione. Adesso, grazie al ritrovamento di due resti di chiese, vicine al porto axumita di Adulis, è stata colmato questa lacuna.
Una è un’elaborata cattedrale, completa dei resti di un battistero, che si trova vicino al centro della città e fu scavata per la prima volta nel 1868. L’altra, ritrovata per la prima volta nel 1907, si trova ad est della prima e presenta un anello di colonne che dimostra che una volta possedeva una cupola.
Dopo oltre un secolo da quando queste chiese furono portate alla luce per la prima volta, gli archeologi sono tornati sul posto per studiare gli edifici con tecniche moderne. È stato possibile datare numerosi reperti con il radiocarbonio, così da avere date certe sugli elementi ritrovati. Questi nuovi dati hanno permesso di ricostruire la storia delle chiese, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Antiquity.
La ricerca ha rivelato che la costruzione della cattedrale iniziò tra il 400 e il 535 d.C. Questo non solo consente di affermare che le chiese sono tra le prime del regno axumita ad essere datate in modo sicuro e di essere tra le più antiche conosciute al di fuori della capitale, ma dimostra una diffusione relativamente rapida del Cristianesimo attraverso il regno di Aksum.
È comunque utile sottolineare che gli edifici mostrano che la diffusione del Cristianesimo non fu il risultato di un semplice “mandato” del re Ezana, in quanto le chiese possiedono elementi di molte tradizioni, che riflettono diverse influenze che possono aver determinato la conversione del regno. La chiesa a cupola, ad esempio, è unica nel regno axumita, ma sembra essere ispirata alle chiese bizantine, anche se la cattedrale è costruita su una grande piattaforma nella pura tradizione axumita. Le chiese possono anche far luce sul successivo arrivo dell’Islam. Adulis conobbe un periodo di graduale decadenza e le chiese finirono in disuso. Tuttavia, esse vennero utilizzate come luogo di sepoltura musulmano. E l’uso continuato degli spazi sacri esistenti potrebbe anche indicare che la conversione della regione all’Islam fu un fenomeno multiculturale, con usanze locali mescolate alla nuova religione.
Leone XIV e l’importanza dell’archeologia
L’11 dicembre del 2025, Papa Leone XIV[16], ha firmato la Lettera Apostolica sull’importanza dell’archeologia in occasione del centenario del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana. Il testo contiene delle affermazioni significative. Per questo motivo si pubblicano qui di seguito alcuni passi.
L’archeologia
“(…) Il nostro tempo, segnato da rapidi mutamenti, da crisi umanitarie e transizioni culturali, richiede, insieme con il ricorso ad antichi e nuovi saperi, anche la ricerca di una sapienza profonda, capace di custodire e tramandare al futuro ciò che è veramente essenziale. È in questa prospettiva che desidero riaffermare con forza quanto l’archeologia sia una componente imprescindibile dell’interpretazione del cristianesimo e, per conseguenza, della formazione catechetica e teologica. Essa non è solo una disciplina specialistica, riservata a pochi esperti, ma una via accessibile a tutti coloro che vogliono comprendere l’incarnazione della fede nel tempo, nei luoghi e nelle culture. Per noi cristiani la storia è un fondamento cruciale: infatti compiamo il pellegrinaggio della vita nel concreto della storia, che è anche lo scenario in cui si svolge il mistero della salvezza. Ogni cristiano è chiamato a basare la propria esistenza su una Buona Novella che parte dall’Incarnazione storica del Verbo di Dio (cf Gv 1,14)”.
L’archeologia come scuola di incarnazione
“(…) Oggi siamo chiamati a chiederci: quanto ancora può essere proficuo, nell’epoca dell’intelligenza artificiale e delle investigazioni nelle infinite galassie dell’universo, il ruolo dell’archeologia cristiana nella società e per la Chiesa?
Il cristianesimo non è nato da un’idea, ma da una carne. Non da un concetto astratto, ma da un grembo, da un corpo, da un sepolcro. La fede cristiana, nel suo cuore più autentico, è storica: si fonda su eventi concreti, su volti, su gesti, su parole pronunciate in una lingua, in un’epoca, in un ambiente. È questo che l’archeologia rende evidente, palpabile. Essa ci ricorda che Dio ha scelto di parlare in una lingua umana, di camminare su una terra, di abitare luoghi, case, sinagoghe, strade.
Non si può comprendere fino in fondo la teologia cristiana senza l’intelligenza dei luoghi e delle tracce materiali che testimoniano la fede dei primi secoli. Non è un caso che l’evangelista Giovanni apra la sua Prima Lettera con una sorta di dichiarazione sensoriale: «Quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita» (1Gv 1,1). L’archeologia cristiana è, in un certo senso, una risposta fedele a queste parole. Essa vuole toccare, vedere, ascoltare il Verbo che si è fatto carne. Non per fermarsi a ciò che è visibile, ma per lasciarsi condurre al Mistero che vi si cela.
L’archeologia, occupandosi dei vestigi materiali della fede, educa a una teologia dei sensi: una teologia che sa vedere, toccare, odorare, ascoltare. L’archeologia cristiana educa a questa sensibilità. Scavando tra le pietre, tra le rovine, tra gli oggetti, essa ci insegna che nulla di ciò che è stato toccato dalla fede è insignificante. Anche un frammento di mosaico, un’iscrizione dimenticata, un graffito su una parete catacombale possono raccontare la biografia della fede. In tal senso, l’archeologia è anche scuola di umiltà: insegna a non disprezzare ciò che è piccolo, ciò che è apparentemente secondario. Insegna a leggere i segni, a interpretare il silenzio e l’enigma delle cose, a intuire ciò che non è più scritto. È una scienza della soglia, che sta tra la storia e la fede, tra la materia e lo Spirito, tra l’antico e l’eterno.
Viviamo in un’epoca in cui l’uso e il consumo hanno preso il sopravvento sulla custodia e sul rispetto. L’archeologia, invece, ci insegna che anche la più piccola testimonianza merita attenzione, che ogni traccia ha un valore, che nulla può essere scartato. In questo senso, essa è una scuola di sostenibilità culturale e di ecologia spirituale. È un’educazione al rispetto della materia, della memoria, della storia. L’archeologo non butta via, ma conserva. Non consuma, ma contempla. Non distrugge, ma decifra. Il suo sguardo è paziente, preciso, rispettoso. È lo sguardo che sa cogliere in un pezzo di ceramica, in una moneta corrosa, in un’incisione consunta il respiro di un’epoca, il senso di una fede, il silenzio di una preghiera. È uno sguardo che può insegnare molto anche alla pastorale e alla catechesi di oggi”.
Disciplina fondamentale per la formazione teologica
“(…) Nelle Norme applicative della Costituzione apostolica Veritatis gaudium si afferma che l’Archeologia, insieme alla Storia della Chiesa e alla Patrologia, deve far parte delle discipline fondamentali per la formazione teologica. Non si tratta di un’aggiunta accessoria, dunque, ma di un principio pedagogico profondo: chi studia teologia deve sapere da dove viene la Chiesa, come ha vissuto, quali forme ha assunto la fede nel corso dei secoli. L’archeologia non ci parla solo di cose, ma di persone: delle loro case, delle loro tombe, delle loro chiese, delle loro preghiere. Ci parla della vita quotidiana dei primi cristiani, dei luoghi del culto, delle forme dell’annuncio. Ci parla di come la fede ha modellato spazi, città, paesaggi, mentalità. E ci aiuta a comprendere come la rivelazione si sia incarnata nella storia, come il Vangelo abbia trovato parole e forme dentro le culture. Una teologia che ignora l’archeologia rischia di diventare disincarnata, astratta, ideologica. Al contrario, una teologia che accoglie l’archeologia come alleata è una teologia che ascolta il corpo della Chiesa, che interroga le sue ferite, che legge i suoi segni, che si lascia toccare dalla sua storia.
La professione archeologica è, in gran parte, una professione “tattile”. Gli archeologi sono i primi a toccare, dopo secoli, una materia sepolta che conserva l’energia del tempo. Ma il compito dell’archeologo cristiano non si ferma alla materia, va oltre, fino all’umano. Non studia soltanto i reperti, ma anche le mani che li hanno forgiati, le menti che li hanno concepiti, i cuori che li hanno amati. Dietro ogni oggetto c’è una persona, un’anima, una comunità. Dietro ogni rovina, un sogno di fede, una liturgia, una relazione. L’archeologia cristiana, allora, è anche una forma di carità: è un modo per far parlare i silenzi della storia, per restituire dignità a chi è stato dimenticato, per riportare alla luce la santità anonima di tanti fedeli che hanno fatto la Chiesa”.
Una memoria per evangelizzare
“(…) Fin dalle origini del cristianesimo, la memoria ha avuto un ruolo fondamentale nell’evangelizzazione. Non si tratta di un semplice ricordo, ma di una riattualizzazione viva della salvezza. Le prime comunità cristiane custodivano, insieme con le parole di Gesù, anche i luoghi, gli oggetti, i segni della sua presenza. La tomba vuota, la casa di Pietro a Cafarnao, le tombe dei martiri, le catacombe romane: tutto concorreva a testimoniare che Dio era entrato davvero nella storia e che la fede non era una filosofia, ma un cammino concreto nella carne del mondo.
Papa Francesco scrisse che, nei percorsi catacombali, «si trovano i tanti segni del pellegrinaggio cristiano delle origini: penso, ad esempio, agli importantissimi graffiti della cosiddetta triclia delle catacombe di San Sebastiano, la Memoria Apostolorum, dove si veneravano insieme le reliquie degli Apostoli Pietro e Paolo. Scopriamo poi, in questi percorsi, i simboli e le raffigurazioni cristiane più antiche, che testimoniano la speranza cristiana. Nelle catacombe tutto parla di speranza, tutto parla di vita oltre la morte, di liberazione dai pericoli e dalla morte stessa per opera di Dio, che in Cristo, il Pastore buono, ci chiama a partecipare alla beatitudine del Paradiso, evocata con figure di piante rigogliose, fiori, prati verdeggianti, pavoni e colombe, pecorelle al pascolo… Tutto parla di speranza e di vita!».
Questo è ancora oggi il compito dell’archeologia cristiana: aiutare la Chiesa a ricordare la propria origine, a custodire la memoria viva dei suoi inizi, a narrare la storia della salvezza non solo con parole, ma anche con immagini, forme, spazi. In un tempo che spesso smarrisce le radici, l’archeologia diventa così strumento prezioso di un’evangelizzazione che parte dalla verità della storia per aprire alla speranza cristiana e alla novità dello Spirito.
L’archeologia cristiana ci fa vedere come il Vangelo sia stato accolto, interpretato, celebrato in contesti culturali diversi; ci mostra come la fede abbia plasmato il quotidiano, la città, l’arte, il tempo. E ci invita a continuare questo processo di inculturazione, perché il Vangelo oggi possa ancora trovare casa nei cuori e nelle culture del mondo contemporaneo. In questo senso, non guarda soltanto al passato: parla al presente e orienta verso il futuro. Parla ai credenti, che riscoprono le radici della loro fede; ma parla anche ai lontani, ai non credenti, a quanti si interrogano sul senso della vita e trovano, nel silenzio delle tombe e nella bellezza delle basiliche paleocristiane, un’eco di eternità. Parla ai giovani, che spesso cercano autenticità e concretezza; parla agli studiosi, che vedono nella fede non un’astrazione ma una realtà storicamente documentata; parla ai pellegrini, che ritrovano nelle catacombe e nei santuari il senso del cammino e l’invito alla preghiera per la Chiesa.
In un tempo nel quale la Chiesa è chiamata ad aprirsi alle periferie – geografiche ed esistenziali – l’archeologia può essere strumento potente di dialogo; può contribuire a creare ponti tra mondi distanti, tra culture diverse, tra generazioni; può testimoniare che la fede cristiana non è mai stata una realtà chiusa, ma una forza dinamica, capace di penetrare nei tessuti più profondi della storia umana”.
Saper vedere oltre: la Chiesa tra tempo ed eternità
“(…) La grandezza della missione archeologica si misura anche nella capacità di collocare la Chiesa dentro la tensione tra il tempo e l’eternità. Ogni reperto, ogni frammento portato alla luce ci dice che il cristianesimo non è un’idea sospesa, ma un corpo che ha vissuto, che ha celebrato, che ha abitato lo spazio e il tempo. La fede non è fuori dal mondo, ma nel mondo. Non è contro la storia, ma dentro la storia.
Eppure l’archeologia non si limita a descrivere la materialità delle cose. Essa ci conduce oltre: ci fa intuire la forza di un’esistenza che trascende i secoli, che non si esaurisce nella materia, ma la oltrepassa. Così, ad esempio, nella lettura delle sepolture cristiane vediamo, oltre, la morte, l’attesa della risurrezione; nella disposizione delle absidi cogliamo, oltre un calcolo architettonico, l’orientamento verso Cristo; nelle tracce del culto riconosciamo, oltre un rituale, l’anelito al Mistero.
In una prospettiva più sistematica, è possibile affermare che l’archeologia ha una rilevanza specifica anche nella teologia della Rivelazione. Dio ha parlato nel tempo, attraverso eventi e persone. Ha parlato nella storia di Israele, nella vicenda di Gesù, nel cammino della Chiesa. La Rivelazione è dunque sempre anche storica. Ma se è così, allora la comprensione della Rivelazione non può prescindere da un’adeguata conoscenza dei contesti storici, culturali e materiali nei quali essa si è realizzata. L’archeologia cristiana contribuisce a questa conoscenza. Essa illumina i testi con le testimonianze materiali. Interroga le fonti scritte, le completa, le problematizza. In alcuni casi, conferma l’autenticità delle tradizioni; in altri, le ricolloca nel loro giusto contesto; in altri ancora, apre nuove domande. Tutto questo è teologicamente rilevante. Perché una teologia che voglia essere fedele alla Rivelazione deve restare aperta alla complessità della storia.
L’archeologia, inoltre, mostra come il cristianesimo si sia progressivamente articolato nel tempo, affrontando sfide, conflitti, crisi, momenti di splendore e di oscurità. Questo aiuta la teologia ad abbandonare visioni idealizzate o lineari del passato e a entrare nella verità del reale: una verità fatta di grandezza e di limite, di santità e di fragilità, di continuità e di rottura. Ed è proprio in questa storia reale, concreta, spesso contraddittoria, che Dio ha voluto manifestarsi.
Non è un caso, infine, che ogni approfondimento del mistero della Chiesa sia accompagnato da un ritorno alle origini. Non per un mero desiderio di ripristino, ma per una ricerca di autenticità. La Chiesa si sveglia e rinnova quando torna a interrogarsi su ciò che l’ha fatta nascere, su ciò che la definisce in profondità. L’archeologia cristiana può offrire un grande contributo in questo senso. Essa ci aiuta a distinguere l’essenziale dal secondario, il nucleo originario dalle incrostazioni della storia.
Ma attenzione: non si tratta di un’operazione che riduce la vita ecclesiale a un culto del passato. La vera archeologia cristiana non è conservazione sterile, ma memoria viva. È capacità di far parlare il passato al presente. È sapienza nel discernere ciò che lo Spirito Santo ha suscitato nella storia. È fedeltà creativa, non imitazione meccanica. Per questo motivo, l’archeologia cristiana può offrire un linguaggio comune, una base condivisa, una memoria riconciliata. Può aiutare a riconoscere la pluralità delle esperienze ecclesiali, la varietà delle forme, l’unità nella diversità. E può diventare luogo di ascolto, spazio di dialogo, strumento di discernimento”.
Il valore della comunione accademica
(…) L’archeologia cristiana non è una riserva per pochi, ma una risorsa per tutti. Essa può offrire un contributo originale alla conoscenza dell’umanità, al rispetto della diversità, alla promozione della cultura.
Anche il rapporto con l’Oriente cristiano può trovare, nell’archeologia, un terreno fecondo. Le catacombe comuni, le chiese condivise, le pratiche liturgiche analoghe, i martirologi convergenti: tutto questo costituisce un patrimonio spirituale e culturale da valorizzare insieme”.
Educare alla memoria, custodire la speranza
“(…) Viviamo in un mondo che tende a dimenticare, che corre veloce, che consuma immagini e parole senza sedimentare senso. La Chiesa, invece, è chiamata a educare alla memoria, e l’archeologia cristiana è uno dei suoi strumenti più nobili per farlo. Non per rifugiarsi nel passato, ma per abitare il presente con coscienza, per costruire il futuro con radici.
Chi conosce la propria storia, sa chi è. Sa dove andare. Sa di chi è figlio e a quale speranza è chiamato. I cristiani non sono orfani: hanno una genealogia di fede, una tradizione viva, una comunione di testimoni. L’archeologia cristiana rende visibile questa genealogia, ne custodisce i segni, li interpreta, li racconta, li trasmette. In questo senso, essa è anche ministero di speranza. Perché mostra che la fede ha già attraversato epoche difficili. Ha resistito alle persecuzioni, alle crisi, ai cambiamenti. Ha saputo rinnovarsi, reinventarsi, radicarsi in nuovi popoli, fiorire in nuove forme. Chi studia le origini cristiane, vede che il Vangelo ha sempre avuto una forza generativa, che la Chiesa è sempre rinata, che la speranza non è mai venuta meno”.[17]
Note
[1] V. Fiocchi Nicolai – L. Spera, Quell’antica basilica sbucata oggi dalla catacomba, in: ‘L’Osservatore Romano’, 14 ottobre 2025.
[2] Direttore del dipartimento di archeologia dell’Università di Uludag a Bursa, la città più vicina al sito (a nord-ovest).
[3] Redazione, Nel lago di Nicea l’antica basilica sommersa, in: ‘La Repubblica’, 14 settembre 2018.
[4] Progetto promosso dall’università ‘La Sapienza’, Roma.
[5] Riedificata nel 1809-1810 dopo l’ultimo grave incendio.
[6] Lo conferma la presenza di un canale di raccolta delle acque piovane lungo la base marmorea.
[7] Piano su cui poggiava il colonnato.
[8] L’imperatore bizantino che ricostruì la basilica dopo la distruzione di quella costantiniana avvenuta nel 1009.
[9] Con il rifacimento, noto dalle fonti, e del quale sono rimasti frammenti di lastre di rivestimento. Alcuni di questi riportano graffiti lasciati dai pellegrini con nomi, date, stemmi araldici, e con una cronologia che arriva al XVIII sec.
[10] Le chiese più antiche scoperte in altre zone non erano in origine usate come tali. Un esempio è la chiesa domestica del III sec. a Dura-Europos in Siria.
[11] S. Thomas Parker, North Carolina State University.
[12] https://it.thebrainchamber.com/aqaba-church/. https://lagiordaniabiblica.it/aqaba/.
[13] Sovvenzionata dal Supreme Council of Antiquities.
[14] Della facoltà di archeologia dell’università di Varsavia e del Centro polacco di archeologia mediterranea.
[15] Una grande antica potenza dell’Africa nord-orientale.
[16] Papa Leone XIV (Robert Francis Prevost; nato nel 1955). Il suo pontificato ha avuto inizio nel 2025.
[17] https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/apost_letters/documents/20251211-nel-centenario-piac.html.
Per saperne di più
AA.VV., Archeologia cristiana: coordinate storiche, geografiche e culturali (secoli I-V), a cura di P. Filacchione e di C. Papi, LAS, Roma 2015.
AA.VV., Archeologia cristiana in Italia. Ricerche, metodi e prospettive (1993-2022), Atti del XII Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana, a cura di M. Braconi, M. David, V. Fiocchi Nicolai, D. Nuzzo, L. Spera, F. Romana Stasolla, SAP Società Archeologica s.r.l., Quingentole (Mantova) 2024.
AA.VV., Semel pro semper. Trent’anni di ricerche della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra nelle catacombe d’Italia. Atti dell’incontro di studio in memoria di Fabrizio Bisconti (Roma, 14 ottobre 2022), a cura di M. Braconi, D. Cascianelli, G. Ferri, Città del Vaticano 2023.
B. Bagatti, L’archeologia cristiana in Palestina, Sansoni, Firenze 1962.
G. Cerulli Irelli, Il mondo dell’archeologia cristiana, Studia Archaeologica, 225, L’Erma di Bretschneider, Roma 2018.
F.W. Deichmann, Archeologia cristiana, L’Erma di Bretschneider, Roma 2020.
S. Falasca, G. Ricciardi, Roma Felix. Luoghi della memoria cristiana a Roma, Nuova Cultura, Roma 2025.
Fascicoli della rivista ‘Archeologia cristiana’, a cura della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra e del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, Città del Vaticano.
F. Ficco, G. Lori, G. Perego, Atlante biblico. Bibbia, storia, geografia, archeologia, San Paolo, Cinisello Balsamo 2023.
P. Figueras, Antichi tesori nel deserto. Alla scoperta del Neghev cristiano, Edizioni Terra Santa, Milano 2013.
H. Fürst, G. Geiger, Terra Santa. Israele, Palestina, Giordania, Sinai, Terra Santa Edizioni, Milano 2018.
P.L. Guiducci, Ave Maria: archeologia di una preghiera, in: ‘Storia in network’, magazine di divulgazione storica, 4 novembre 2024.
Id., L’anello della croce di Cristo. Le ricerche archeologiche nell’area del Calvario. La scoperta. Le evidenze. Lo studio, in: https://www.archeomedia.net/, marzo 2024.
Id., Le ricerche storiche sui primi secoli della Chiesa, in: ‘Storia in Network’, 1 gennaio 2017.
Id., Nuovo studio sul monogramma di Cristo situato nell’area dell’ambasciata USA a Roma, in: ‘ArcheoMedia’, rivista di archeologia on line, 30 dicembre 2023.
Id., Quella casa che vola. La storia delle sacre pietre di Loreto, Àlbatros, Roma 2024.
J. K. Hoffmeier, L’archeologia della Bibbia, San Paolo, Cinisello Balsamo 2009.
M. Naldini, Cristianesimo in Egitto. Lettere private nei papiri dei secoli II-IV, EDB, Bologna 1999.
R. Loreto, Storia e archeologia del Cristianesimo nella Penisola arabica, Mondadori, Milano 2024.
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M. Piccirillo, La Palestina cristiana I-VII secolo, Edizioni Dehoniane, Bologna 2008.
G. Rinaldi, Archeologia del Nuovo Testamento, Carocci Editore, Roma 2020.
Ringraziamenti
Esprimo una profonda riconoscenza ai tanti religiosi dell’Ordine dei Frati Minori che, nell’arco di un non breve periodo, mi hanno aiutato nello studio dell’archeologia cristiana, e ai molti amici archeologici per i loro suggerimenti e documenti.



