L’IMPERO DI CARLO V

di Herbert Albert Laurens Fisher -

L’immenso impero di Carlo V appare contemporaneamente come il punto di partenza della storia moderna e come l’ultimo grande tentativo di riconquistare alla chiesa l’antica unità medievale di fede e di governo. In queste brillanti pagine, H. A. L. Fisher, esponente della storiografia liberale inglese di inizio XX secolo, tratteggia con rara capacità di sintesi le vicende che portarono a comprendere sotto un unico scettro paesi diversissimi come Spagna, Paesi Bassi, Germania e Napoli, unendo l’antica civiltà della pianura lombarda ai regni da poco conquistati del Messico e del Perù.

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L’impero di Carlo V ebbe per l’Europa un significato politico non meno importante della conquista della Gallia da parte di Cesare o dell’inclusione della Germania nel regno dei franchi da parte di Carlomagno. Il suo impero giunse a comprendere paesi diversissimi per carattere e tradizione, come Spagna, Paesi Bassi, Germania e Napoli, unendo l’antica civiltà della pianura lombarda ai regni da poco conquistati del Messico e del Perù. Suscitò vaste guerre, che ben si potrebbero chiamare paneuropee, e diede origine a quella diretta rivalità franco-germanica per l’egemonia europea che, da allora in poi, in una forma o nell’altra, continua a turbare i sonni degli statisti. Diede alla Spagna, il paese d’Europa più rigidamente conservatore, una passeggera supremazia nel mondo moderno considerata prima in Francia e poi in Inghilterra come pericolo internazionale. Portò allo sterminio delle libertà italiane e, per un’evidente concatenazione di cause ed effetti, alla ribellione della monarchia insulare d’Inghilterra all’autorità papale. Assistiamo in esso al primo momento di quel graduale distacco tra i Paesi Bassi (allora intimamente uniti alla Spagna) e il Reich germanico, da cui, nel corso del tempo, dovevano svilupparsi la repubblica protestante olandese e il regno cattolico del Belgio. E l’immenso impero ci appare contemporaneamente come il punto di partenza della storia moderna, o l’ultimo grande tentativo di riconquistare alla chiesa romana l’antica unità medievale di fede e di governo. Su tutti i fronti, contro i luterani in Germania e nei Paesi Bassi, contro i Turchi in Ungheria, a Tunisi e ad Algeri, in ogni parte del Mediterraneo, Carlo V appariva come il campione eletto della fede cattolica, il braccio secolare della potenza spirituale. Il galeone, il picchiere, il governatore militare, il sacerdote spagnolo annunciavano che lo stato spagnolo, benché creato di recente, aveva assunto un compito missionario e imperiale.
Ma intimamente l’Europa non era più unita. La Francia, che ben avrebbe potuto accordarsi con Carlo in quanto cattolico, gli si opponeva aspramente in quanto imperatore. L’Italia, quando non si tenga conto di debolissimi barlumi luterani, accettava forzatamente il dominio di una potenza latina che avrebbe almeno difeso contro i turchi le città costiere italiane. Ma nel nord teutonico, il rigido e incomprensibile spagnolo suscitava orrore e avversione. Gli stati luterani, sostenuti dall’orgoglio tedesco e dall’odio francese per gli imperialisti, rimanevano fermi nella loro posizione; e nei Paesi. Bassi, si ebbe un’opposizione cosi fiera e costante che, di tutte le cause della decadenza spagnola, la rivolta dei fiamminghi e degli olandesi fu forse la più importante.

Ritratto di Carlo d'Absburgo da bambino, di Jan Van Beers.

Ritratto di Carlo d’Absburgo da bambino, di Jan Van Beers.

Capo di questo immenso impero era un uomo assolutamente privo di qualsiasi fascino, magnetismo o cavalleria. Non era un soldato, non aveva doti d’immaginazione, né era capace di pensiero originale su qualsiasi argomento. Poco simpatico d’aspetto e di modi, univa un difetto di pronuncia al labbro sporgente degli Absburgo. Quando salì al trono, all’età di 18 anni, parlava il francese e il fiammingo, ma non sapeva una parola di spagnolo, né conosceva minimamente la Spagna, lingua e paese di sua madre. Era però disposto a imparare, coraggioso, perseverante. Placata la prima effervescenza dell’impeto giovanile, acquistò ben presto la mentalità di un uomo maturo, manifestando una sagacia ferma e costante che gli permise di superare difficoltà da cui una natura più debole sarebbe stata sopraffatta. Fiammingo per nascita ed eredità, finì, dopo aver abdicato al trono, in un monastero spagnolo. A misura che la Spagna gli si dimostrava il vero centro del suo potere, si venne trasformando insensibilmente in uno spagnolo. Ma, per quanto tentasse di rendere giustizia a tutte le parti del suo regno, non fu mai un padrone assoluto, abbastanza ricco, potente e abile per amalgamare i popoli incompatibili tra loro sottoposti al suo dominio. Alla fine del suo governo, Spagna e Fiandre, Wittenberg e Roma erano tuttavia ai poli opposti.
Di fronte agli altri sovrani cristiani, la sua politica fu unicamente difensiva. Si proponeva soltanto di conservare ciò che aveva ereditato o credeva di dover ereditare. Ma la difesa di un impero cosi nuovo e formidabile non poteva compiersi senza lotte. La Francia era naturalmente all’opposizione, aspirando essa pure al possesso della Borgogna, della Navarra (il piccolo stato nei Pirenei che Carlo, nel 1516, aveva promesso di restituire all’antica famiglia dei suoi governanti, i D’Albret), all’elezione imperiale, a Milano. La prospettiva di uno stato francese nella pianura lombarda o nel golfo di Genova, in grado d’impedire le comunicazioni marittime tra Spagna e Germania, era una minaccia a cui Carlo sentiva di doversi opporre. Milano e Genova dovevano appartenere all’impero affinché i lanzichenecchi tedeschi potessero passare facilmente nella Spagna e i picchieri spagnoli comparire sui campi di battaglia germanici.
Strappare Milano ai francesi non pareva a Carlo uno spensierato atto di aggressione, ma la riconquista di un anello indispensabile nella catena della difesa imperiale. Quanto ai turchi, la cosa era diversa. Attaccare gli infedeli su tutti i fronti era un sacro dovere imposto all’imperatore dal suo ufficio storico e dall’opinione pubblica spagnola. Molto si preoccupava la Castiglia della Navarra, e nulla dell’Italia; mentre all’Aragona molto importava l’Italia e assai poco la Navarra. Né Castiglia né Aragona poi s’interessavano ai Paesi Bassi. Ma tutta la Spagna odiava e temeva i turchi con raddoppiata violenza, da quando il corsaro Khaireddin Barbarossa, passato al servizio dei turchi, aveva cominciato dalla sua sede in Algeri a far razzie sulla costa spagnola. L’idea della crociata era, per tradizione, familiare agli spagnoli, e finché il loro imperatore combatteva i luterani o i turchi erano soddisfatti: assai meno l’interessavano invece gli altri elementi dell’immensa politica imperiale.

La monarchia era popolare. La rivolta dei Comuneros, scoppiata nella Spagna settentrionale immediatamente dopo la venuta di Carlo, era così poco repubblicana che massimo tesoro degli insorti era la persona della Regina Giovanna la Pazza. Causa del loro scontento non era il fatto che un giovane re fosse venuto alla Spagna dalle Fiandre, ma piuttosto che fosse giunto con un seguito di avidi funzionari fiamminghi e, dopo aver sfruttato il paese, se ne fosse ritornato nel nord, lasciando la Spagna alle tenere cure di Adriano, vescovo di Utrecht, antipatico prelato, olandese che nulla conosceva del paese né della sua lingua. Ciononostante parte dell’aristocrazia castigliana si radunò attorno al re e sconfisse i ribelli sul campo di Vilagos (23 aprile 1521) e, quando Carlo ritornò in Spagna, nel 1522, con la nuova autorità del titolo d’imperatore e della sua ortodossia provata dall’editto di Worms, con un buon seguito di artiglieria e 3000 lanzichenecchi tedeschi, trovò un popolo disposto a obbedire e, entro certi limiti, a concedergli sussidi. Il suo rifiuto a versare sangue gli valse l’ammirata gratitudine dei sudditi che (1522-29) presto compresero come egli fosse disposto a imparare le loro abitudini e a dar loro il governo che desideravano. Benché l’autocrazia fosse compatibile col carattere castigliano, Carlo rispettò scrupolosamente i diritti costituzionali così cari agli aragonesi. Né fu tardo nello scorgere e riconoscere la potenza della Chiesa spagnola. Impose ai moreschi di Valenza di accettare il cristianesimo o lasciare il paese, atto di follia intollerante agli occhi di un economista moderno, ma opportuna concessione politica ai pregiudizi prevalenti dell’epoca. Ben accetto, come difesa contro possibili sommovimenti a occidente, fu il suo matrimonio con Isabella di Portogallo; né gli nocque una certa magnificenza borgognona, straniera alle abitudini frugali del paese, ma non del tutto disdicevole a un re ch’era anche imperatore e massimo sovrano d’Europa.
La finanza di uno stato imperiale mondiale presentava all’Europa un problema nuovo che Carlo non riuscì a risolvere interamente, neppure con l’aiuto dei prestiti indispensabili delle banche tedesche dei Fugger e dei Welser. Alla fine del suo regno, benché in Spagna le tasse fossero state bruscamente triplicate e ben poco si fosse speso per il paese, esisteva un deficit di circa tredici o venti milioni di sterline e, caratteristica pericolosa del bilancio spagnolo, si notava un continuo aumento dei juros o annualità concesse dai redditi dello stato in cambio di denaro in contanti — forma di prestito interno profondamente dannosa. E — cosa anche più grave —, i nobili di Castiglia, rifiutandosi di pagare le tasse (1538), furono d’allora in poi esclusi dalle Cortes. La difficoltà di finanziare l’impero, anziché sviluppare le libertà parlamentari nella Castiglia, affrettò la loro rovina. Le Cortes, prive ormai di rappresentanti degli interessi terrieri, divennero un’ombra, un parlamento composto da trentasei cittadini.
Ciononostante, questo vasto e slegato impero rimase unito sotto la casa di Absburgo per mezzo di una blanda unione personale. Sulle province dei Paesi Bassi regnò dapprima (1507-30) Margherita, duchessa di Savoia, figlia di Massimiliano, diventata poi zia di Carlo V, e più tardi (1531-35) Maria d’Austria, sorella di Carlo e vedova del re Luigi d’Ungheria. Ma Carlo era sempre nello sfondo. Quando (1539) la popolosa città di Gand rifiutò di pagare la propria parte della tassa votata dagli stati fiamminghi per la guerra con la Francia, e si ribellò fino al punto di arrestare i funzionari imperiali e di cospirare con Francesco I, Carlo raccolse un esercito e inflisse ai ribelli il meritato castigo. Trentadue capi della ribellione furono messi a morte, la costituzione fu abrogata, e la più orgogliosa città dei Paesi Bassi degradata allo stato di dominio della corona e costretta a mantenere una guarnigione imperiale.

Un impero che volesse conservarsi unito non poteva evidentemente cedere alle pretese di una città come Gand, permettendole di decidere se dovesse o no contribuire finanziariamente alle guerre imperiali. Ma in verità le vaste ambizioni dell’imperatore non interessavano affatto né Gand né alcun’altra città fiamminga od olandese. E tuttavia esse erano orgogliose di Carlo. Alla lunga, la politica che si concluse con l’annessione di Tournai e della Frisia, di Utrecht e di Overyssel, Gröningen, Deventer e Gelderland alla loro blanda compagine, fu vantaggiosa per loro. Ma che interesse potevano avere per la Navarra Milano o la riconquista del perduto ducato di Borgogna? Il commercio dei Paesi Bassi esigeva pace e la politica di Carlo invece tendeva alla continua guerra. Quasi tutto il peso finanziario gravava sulle spalle dei borghesi del nord, senza dar loro in cambio nulla di positivo all’infuori di una feroce persecuzione delle eresie.
La persecuzione religiosa offusca gravemente la fama di Carlo V. Fiammingo egli stesso, era più che mai deciso a purificare il paese nativo dalla peste dell’eresia: distruggere la falsa fede gli appariva come un sacro dovere verso Dio e il paese. Al ritorno dalla dieta di Worms, constatando la rapida diffusione delle opinioni luterane nei Paesi Bassi, v’introdusse l’Inquisizione (1522), pensando, con qualche ragione, che uno strumento dimostratosi così efficace contro i moreschi di Spagna avrebbe avuto gli stessi risultati contro olandesi e fiamminghi. Ma il coraggio dei settentrionali era altissimo e tremendamente ostinato. Enrico de Voes e Giovanni Esch, protomartiri della religione protestante, bruciati ad Anversa (31 luglio 1532), diedero il primo esempio di quello spirito indomabile che, cinquantotto anni più tardi, doveva trionfare con la fondazione della Repubblica Protestante Olandese. «Condotti al rogo, gridavano ad alta voce ch’eran cristiani; e quando li legarono al palo e fu acceso il fuoco, continuarono a ripetere i dodici articoli del credo, e poi il Te Deum laudamus, cantando alternativamente un verso dopo l’altro, finché le fiamme tolsero loro la voce e la vita». Si pretende che, durante il regno di Carlo V, circa trentamila esseri umani perissero per la loro fede nelle diciassette province. Di questi, alcuni erano anabattisti, ribelli contro l’intero ordine sociale, oltreché nemici dichiarati della chiesa romana; ma altri erano luterani e calvinisti, il cui solo delitto consisteva nel riunirsi per leggere le Scritture nella loro lingua nativa e nel voler adorare Dio a modo loro. Nessuna pena era stimata troppo terribile per gli anabattisti. Questi poveri settari, le cui convinzioni rivoluzionarie erano in gran parte frutto della miseria sociale, venivano arrostiti a fuoco lento, bruciati vivi, affogati, o sottoposti ad altre forme di ingegnosa tortura. I patibolo o il rogo, sufficienti per i luterani, apparivano castighi inadeguati per i disperati che osavano negare la proprietà oltreché i diritti del clero. E tuttavia l’eresia non fu spenta. Lo spirito del luteranesimo era troppo profondamente radicato nel paese di Tommaso da Kempis e dei Confratelli della vita comune, per essere debellato da una repressione, anche terribile. Perseguitati e imprigionati, bandite le loro conventicole, bruciate le loro Bibbie, massacrati i loro predicatori, i protestanti dei Paesi Bassi continuarono a opporre al governo una resistenza passiva. E quando, nel 1555, Carlo rinunciò al trono di Bruxelles, il suo successore trovò nelle province settentrionali una popolazione così fieramente attaccata alle proprie convinzioni protestanti che, nonostante la potenza dell’impero spagnolo, non gli fu possibile piegarla.

Clemente VII incorona Carlo V d'Asburgo nella basilica di San Petronio a Bologna.

Clemente VII incorona Carlo V d’Asburgo nella basilica di San Petronio a Bologna.

Lo stesso anno in cui l’Inquisizione fu introdotta nei Paesi Bassi, mentre Lutero se ne stava ancora nascosto nel suo rifugio di Wartburg e ogni buon cattolico poteva ragionevolmente sperare che «la contesa dei monaci» – ché tale era considerato allora lo sconvolgimento luterano – potess’essere sedata dopo pochi anni di fermo governo, la Victoria, galeone di ottantacinque tonnellate che batteva bandiera spagnola sotto il comando di Sebastiano del Cano, gettava l’àncora nel Guadalquivir dopo un’assenza di tre anni. La piccola nave aveva fatto il giro di circumnavigazione intorno al mondo. Partita con altre quattro navi sotto il comando di Ferdinando Magellano, la Victoria aveva costeggiato la Patagonia, attraversato il Pacifico e, dopo la morte di Magellano tra le Isole delle Spezie, proseguito attraverso i lunghi deserti dell’Oceano Indiano sino all’estremità meridionale dell’Africa, ritornando di là in patria.
Il giovane imperatore si sentì esaltato da questa nuova prova dei molteplici favori concessi dalla Provvidenza alla casa d’Absburgo. Non era forse evidente che l’Austria era destinata a governare l’universo intero? Austriae est imperare orbi universo. Apparve allora innanzi ai suoi occhi la visione di quest’Austria cattolica a capo di un mondo cattolico. Già Cuba era spagnola e Fernando Cortez, partendo da Cuba, aveva conquistato il Messico alla Spagna. Con un pugno di spagnoli, ma con l’inestimabile aiuto dei cavalli e delle armi da fuoco, questo comandante pieno d’intelligenza e d’energia aveva sopraffatto gli aztechi, razza di sanguinari cannibali cui tuttavia rimaneva una bizzarra e mutilata civiltà, ma che non conoscevano per nulla né monete, né bestie da carico, né mucche, né capre, impadronendosi della capitale, dopo aver rapito il loro re Montezuma. Pochi esempi nella storia dimostrano più chiaramente quale importanza abbia il prestigio in guerra. Gli aztechi erano altrettanto ingenui quanto crudeli: e gli spagnoli suscitarono in loro uno smarrimento pieno di stupore. La loro fiera energia fisica, i loro cavalli, le loro armi da fuoco uscivano dall’orbita dell’esperienza degli indigeni disponendoli a credere alla favola abilmente fatta circolare da Cortez, che cioè i misteriosi stranieri, sorti improvvisamente dal nulla con animali mai visti al loro servizio, fossero semidei ch’era inutile irritare e a cui era assurdo resistere.
Ma la sottomissione del Messico o Nuova Spagna non fu che una tra le tante manifestazioni dello spirito di pionieri dei conquistatori spagnoli. Li si videro tra le paludi della Florida e sulle rive del Mississippi e del Colorado. Fondarono Panama, entrarono nel Nicaragua, attirarono dietro di sé, nel Venezuela, finanzieri tedeschi. Ma tra le molte imprese di questi audaci pionieri, la più importante fu senza dubbio la conquista del Perù da parte di Pizarro. Là si trovavano in abbondanza oro, argento, pietre preziose: scopo principale, per i materialistici spagnoli, di ogni avventura coloniale. Ecco finalmente l’Eldorado, da tanto tempo cercato, conquistato con tanta fatica, ma così vittoriosamente attraente da divenire di colpo il modello sul quale tutte le altre conquiste e colonie venivano necessariamente misurate. A paragone dei metalli preziosi e dei gioielli del Perù, l’Argentina, il più grande granaio in potenza del nuovo mondo, era un paese che non valeva la pena di sfruttare. E il Rio della Plata che irriga quel fertile paese tentò l’esploratore spagnolo soltanto come via diretta ai vagheggiati tesori della Nuova Castiglia.

Pizarro era un trovatello analfabeta che, come molti poveri spagnoli dell’epoca, s’era dato al mare per guadagnarsi la vita, dopo aver tentato altri mestieri. Nell’autunno del 1522 era a Panama, avido cacciatore di fortuna, bramoso di imprese e di guadagni. Seppe colà da un certo marinaio spagnolo, Pasquale di Andegaya, che sulla costa dell’America meridionale fronteggiante il Pacifico si trovava una ricca terra abitata da un popolo noto sotto il nome di Incas. Pizarro era divorato dal desiderio del guadagno come un dipsomane è divorato dalla sete. La visione di una grande ricchezza facilmente ottenuta e liberamente usata dominava i suoi sogni, determinando le sue azioni. L’oro era la sua religione: e, per conquistarlo, non conosceva timori né scrupoli. Partì subito per il fortunato paese con una nave e cento uomini. Le sue speranze furono deluse; ma due anni dopo rinnovò il tentativo (1526) e fu finalmente compensato dalla scoperta di campi ben coltivati e d’indigeni che portavano ornamenti e gioielli d’oro. La sua via era ormai inesorabilmente segnata. Quando i suoi seguaci vollero tornare a Panama, approfittando di una nave di passaggio, egli tracciò con la spada una linea sulla sabbia dicendo: «Amici e compagni, da quella parte sono fatica, fame, povertà, tempeste, abbandono e morte, da questa agi e piaceri. Qua il Perù con le sue ricchezze: là il Panama con la sua miseria. Scelga ognuno quel che meglio conviene a un valoroso castigliano. Per conto mio, me ne vado verso il sud». Così dicendo oltrepassò la linea, dirigendosi a mezzogiorno, e sedici compagni lo seguirono.
Scoperse allora uno stato senza paragone in parte alcuna del globo. Il vasto impero degli Incas era notevole per l’attuazione su grande scala di un sistema di comunismo dispotico. A nessuno era permesso oziare, né di lavorare più del necessario. Gli abitanti potevano, in caso di affollamento, essere trasferiti da una parte all’altra del paese. I templi e i palazzi, le strade, gli acquedotti, i canali e le coltivazioni di questi ricchi e intelligenti adoratori del sole suscitarono l’ammirazione dei conquistatori. L’oro e l’argento infiammarono la loro cupidigia. Esplorata attentamente questa terra meravigliosa, Pizarro ritornò in Spagna, dove ottenne dall’Imperatore (26 luglio 1529) poteri di viceré sul paese che ancora doveva conquistare. Nessun conquistatore superò mai Francesco Pizarro nell’arte del tradimento e della violenza. Il disgraziato capo del paese, Atahualpa, fu imprigionato a tradimento, privato del suo tesoro e, dopo un finto processo, arso nella grande piazza di Casamanca (29 agosto 1533).

Ma la conquista del Perù, l’ultima e più preziosa delle fortune coloniali toccate alla Spagna durante il regno di Carlo V, non fu apportatrice di soli vantaggi. Nessuna società fu mai moralmente migliorata dalla partecipazione a un’impresa per la ricerca dell’oro. Gli spagnoli del secolo sedicesimo, presi dalla febbre dell’oro e dell’argento, prima che gl’ideali filantropici fossero opportunamente organizzati e applicati ai problemi dell’industria, non fecero eccezione alla regola. Vennero a contesa tra loro e sottomisero gl’infelici e impotenti indigeni del paese a una rovinosa oppressione. Ignorando le vere basi della prosperità economica, scambiarono il denaro per la ricchezza; e, moralmente rovinati essi stessi, gli avventurieri del Perù diffusero il veleno della spietata cupidigia in tutto il corpo politico della Spagna.
«Prima dell’abdicazione di Carlo, Messico e America Centrale, Venezuela e Nuova Granada, Perù, Bolivia, Cile Occidentale erano possedimenti organizzati della corona castigliana. Argentina e Paraguay si trovavano in uno stadio primitivo di colonizzazione, California e Florida nel periodo di scoperta». Quando si consideri che questa grande impresa di scoperta e di estensione dell’impero spagnolo fu compiuta in un’epoca durante la quale la Spagna si trovò quasi continuamente coinvolta in una guerra contro la più grande potenza europea e spesso coi turchi, il risultato appare stupefacente.
L’odiosa oppressione esercitata dai colonizzatori spagnoli oscura la gloria dell’impresa. Ma è doveroso riconoscere che l’imperatore incoraggiò sempre la clemenza; che, nelle frequenti contese tra missionari filantropi e colonizzatori sfruttatori, difese i missionari; che l’intervento della madre patria salvò in gran parte dalla distruzione le popolazioni indigene del continente americano, e che nella lista degli eroici missionari che dedicarono la propria vita a sollevare le razze oppresse, non esiste figura più nobile di quella di Las Casas, il primo sacerdote che comprendesse e denunciasse le iniquità praticate dai suoi compatrioti nelle colonie spagnole, pioniere di quei movimenti umanitari, sorti più tardi, con cui gli uomini cercarono di mitigare lo sfruttamento del nuovo mondo da parte dell’antico.

Le guerre italiane di Carlo V, glorificate dal genio del Tiziano e dell’Ariosto, furono assai meno importanti per il mondo delle lontane conquiste al di là dell’Atlantico. E tuttavia ai contemporanei pochi fatti apparvero più gravi di conseguenze per l’avvenire della disfatta militare francese in Italia, del tutto improvvisa e assolutamente completa. I francesi furono battuti alla Bicocca nel 1522; poi di nuovo a Pavia, nel 1525, quando il re Francesco fu preso prigioniero e mandato in Spagna per mare. Milano, strappata ai francesi, fu concessa a Francesco Sforza come feudo imperiale, diventando così, sotto un leggerissimo, ingannevole velo, una dipendenza spagnola: e se per mezzo di Milano la Spagna dominava il nord, per mezzo di Napoli e della Sicilia era padrona del sud. Qual meraviglia se allo spirito poetico dell’Ariosto le vittorie di Carlo parvero annunciare l’impero mondiale destinato a dar pace finalmente al genere umano?
La manifestazione della potenza spagnola spaventò tutti gli italiani che, per una ragione o per l’altra, volevano impedire a uno stato straniero di giungere al completo dominio della penisola, e fece soprattutto tremar d’apprensione gl’intelligenti e bene informati statisti del Vaticano. Per nascita, ufficio ed esperienza (ché, come cardinale, Giuliano dei Medici era stato per molto tempo all’avanguardia politica) Clemente VII avrebbe potuto porsi a capo di un grande movimento italiano contro l’impero. Disgraziatamente, nonostante la sua abilità di negoziatore, le sue doti di prontezza e di penetrazione, di sottigliezza e di cultura, gli mancavano le qualità intellettuali e morali essenziali a un capo. Era uno di quegli uomini al cui sguardo, occupato da troppe cose secondarie, sfuggono le più importanti. Quando s’imponeva una pronta decisione, Clemente esitava, diviso tra opposte opinioni. Quand’era più che mai necessario tenere uniti tutti i principi italiani per una campagna contro gli spagnoli, si alienava un potente alleato, insistendo sulla restituzione di due insignificanti città che il duca di Ferrara aveva tolto con l’inganno allo stato papale. In una situazione che esigeva una visione mondiale e una volontà risoluta, questo gentiluomo toscano, colto e affascinante, dimostrò l’angustia di prospettive d’un principotto italiano e l’indecisione nervosa d’un malato irrequieto.
Nessun grande piano poteva attuarsi con un capo simile. Carlo seppe degli intrighi del papa col reggente francese, con Venezia, con Morone, cancelliere di Milano, seppe della Lega Santa di Cognac formatasi contro di lui e dell’esercito della Lega che si veniva radunando in Italia e, prevenuto, provvide a rendere le truppe imperiali abbastanza forti per affrontare la situazione.

Il papa era impotente e isolato in Roma. Tra le mura stesse del Vaticano doveva badare a salvarsi dai Colonna, i fieri Ghibellini che non tralasciavano alcuna occasione per far scontare a un papa i loro vecchi rancori. E ora doveva affrontare un nemico peggiore degli stessi Colonna, sotto la cui umiliante pressione locale Clemente era stato costretto a ritirare il proprio contingente dall’esercito della Lega: dodicimila lanzichenecchi luterani, senza paga, viventi di saccheggio o di rapina (com’era uso delle forze imperiali) discesero in Italia a punire il papa che aveva osato opporsi al loro imperiale padrone. «Il papa», disse il loro capo, Giorgio von Frundsberg, «è il peggiore nemico del l’imperatore ed è stato il primo a far guerra. Per la gloria di Dio, dev’essere impiccato, dovessi farlo io stesso con le mie mani». Con questo spirito, il formidabile esercito di tedeschi affamati, unitosi alle forze imperiali sotto il comando del Connestabile di Borbone, mosse su Roma senza incontrare ostacoli. Ciò che accadde allora, anche se non premeditato e in nessun modo incoraggiato da istruzioni ricevute dalla Spagna, rivelò tragicamente ai preti quanto fosse pericoloso opporsi alla volontà dell’imperatore. La sera del 6 maggio 1527, quarantamila uomini selvaggi e turbolenti, che formavano il più feroce esercito d’Europa di quel tempo, radunatisi davanti alle mura della città papale, entrarono a forza, costrinsero il papa a ritirarsi in Castel Sant’Angelo e per otto terribili giorni diedero libero sfogo ai loro istinti di crudeltà, avidità e libidine. Chiese e monasteri furono saccheggiati; frati e preti decapitati; «molte vecchie monache bastonate, molte giovani, forzate e rapite». La chiesa di San Pietro e il palazzo Vaticano vennero trasformati in scuderie per i cavalli, due terzi di Roma ridotti in rovina. Parve ad alcuni che questo terribile castigo fosse un giudizio divino. «A Roma», scrisse un grave contemporaneo, «si commettevano tutti i peccati – sodomia, simonia, idolatria, ipocrisia, frode. Quanto avvenne non fu un semplice caso, ma un castigo di Dio». Si comprese allora a Firenze che ormai si potevan tranquillamente espellere i Medici, proclamando la repubblica. E il giogo imperiale s’impose in Italia più ferreo che mai.

Così grave era la minaccia dell’impero da provocare nuovamente una coalizione di potenze. Francia e Inghilterra si unirono a Venezia per umiliare l’orgoglio imperiale e liberare il papato dal giogo spagnolo. Un esercito francese sotto il comando di Lautrec riconquistò gran parte del Milanese e, passando incontrastato attraverso tutta l’Italia, cinse Napoli d’assedio. Nel giugno del 1528 pareva che la città, assalita e incalzata dai francesi a terra e da una squadra genovese nel porto, stesse per cadere. E sarebbe forse suonata per l’Italia l’ora di passare dal dominio spagnolo a quello francese, senza uno di quei bruschi rovesci di fortuna frequenti nei piccoli eserciti lontani dal proprio paese. Mentre al sud l’esercito di Lautrec, decimato da malattie e nell’impossibilità di compensare le perdite e demoralizzato per la morte del comandante, era costretto ad abbandonare l’assedio di Napoli e a capitolare ad Aversa, nel nord i francesi erano sconfitti a Landriano da un esercito imperiale con nuovi rinforzi. Ma più importante ancora per l’equilibrio permanente delle potenze mediterranee fu la defezione di Andrea Doria, il grande marinaio genovese passato dai francesi agl’imperiali. Marinaio di fortuna, ma anche patriota genovese, Doria nutriva contro i francesi molti rancori pubblici e privati. Lo infuriava la vista di una guarnigione francese nella sua città nativa; vedeva con malanimo crescere troppo rapidamente, per l’incoraggiamento francese, il commercio di Savona, sua vicina e rivale. E nel punto critico dell’assedio di Napoli, quando più la sua defezione era fatale ai francesi e preziosa ai loro nemici, Doria passò alla causa imperiale con tutte le forze di Genova. La più potente flotta italiana del Mediterraneo occidentale si metteva così al servizio della Spagna. A Carlo l’alleanza con Genova diede tre decisivi vantaggi: chiuse la costa italiana ai francesi, aprì il passaggio tra Spagna e Germania, e creò in Italia un vivo senso di orgoglio per le vittorie imperiali. Nel grande poema epico dell’Ariosto, Doria si distingue tra i paladini di Carlo, come l’amico che gli aveva portato la vittoria in ogni guerra.
L’imperatore non prese parte personalmente né a questa né ad altra campagna italiana. Autori delle vittorie spagnole furono capitani spagnoli a capo di disciplinati fanti spagnoli, istruiti non soltanto a maneggiare la picca ma anche a usare abilmente le armi da fuoco. Spetta a Carlo tuttavia il merito d’essersi assicurati i frutti della vittoria con un saggio esercizio di temperanza diplomatica. Dopo Landriano, ruppe la coalizione ostile, facendo pace separatamente con la Francia. I vantaggi furono per lui superiori alle concessioni. Col trattato di Cambrai (agosto 1529), l’imperatore rinunciò alle pretese sull’eredità borgognona della nonna Maria, mentre Francesco rinunciava alle sue pretese sull’Italia e ai suoi diritti feudali sulle Fiandre e sull’Artois. Eleonora, sorella di Carlo, veniva data in sposa a Francesco.

L’imperatore era ormai al culmine della potenza. Padrone dell’Italia, strinse un’alleanza familiare con Clemente VII, che lo incoronò a Bologna con la ferrea corona dei Longobardi e l’aurea corona dell’impero. Suo fratello Ferdinando fu proclamato suo successore all’impero, suo figlio Filippo riconosciuto re di Spagna. E la pace con la Francia, finalmente attuata, gli permise di preparare una vittoriosa impresa contro i turchi. Cosicché quando, nel 1535, condusse un esercito in Africa e prese Tunisi, apparve agli occhi di tutta Europa, nonostante il triste ricordo del sacco di Roma, quale campione della fede cristiana.
Ma il dissidio con Francesco I non era risolto in modo definitivo. Questo monarca colto, ma profondamente immorale, giunto nell’arte di stato a tal punto di cinismo da incoraggiare gli eretici all’estero mentre li perseguitava all’interno e persino a offrire rifugio, nel porto di Tolone, al corsaro turco Barbarossa, non aveva abbandonato, nonostante tutte le dichiarazioni del trattato di Cambrai, i suoi sogni di conquista dell’Italia. Il matrimonio del suo primogenito Enrico con Caterina de’ Medici parente del рара, dimostrò che le pretese francesi sull’Italia non erano ancora morte. E infatti la guerra, scoppiata a proposito di Milano nel 1536, e interrotta due anni più tardi (Trattato di Nizza, 1538), fu ripresa nel 1542 e finalmente conclusa, per quanto riguardava Carlo e Francesco, con la pace di Crespi, nel 1544. Queste due brevi lotte non ebbero conseguenze importanti. La Spagna era ancora padrona di Milano e di Napoli. La Francia, nonostante il passaggio di Boulogne all’Inghilterra, conservava le proprie frontiere. Gli onori diplomatici rimasero a Carlo, che molto abilmente seppe allettare Francesco con la speranza della successione milanese e, nell’ultima guerra, si assicurò l’aiuto dell’Inghilterra. Ma caratteristica principale di questo lungo duello per la conquista dell’Italia fu la rapida decadenza della vecchia concezione d’una comunità cristiana d’Europa. Benché gl’infedeli battessero minacciosi alle porte, l’esercito del Sacro Romano Imperatore aveva saccheggiato le chiese di Roma, e il re cristianissimo era amico dichiarato e alleato dei turchi.

Il dominio spagnolo in Italia, consolidatosi finalmente nel 1539, durò sino alla fine delle guerre di Luigi XIV. Al luminoso fermento intellettuale del Rinascimento seguì un periodo di profonda inerzia, durante il quale gesuiti, inquisizione e indice s’unirono per soffocare il libero svolgimento dello spirito e riplasmarlo secondo i modelli cattolici. La vita divenne più tranquilla e composta. Alla sfrontatezza si sostituì l’ipocrisia. L’ostentazione del vizio e dell’ateismo, diventando pericolosa, passò di moda. Gli elementi virtuosi della società italiana erano uniti dalla tendenza comune a una riforma della chiesa di Roma. Soltanto in un piccolo circolo d’intellettuali napoletani e nella repubblica di Venezia, che rimaneva indipendente dalla Spagna e teneva il papa a distanza, sopravviveva alcunché di quella primitiva libertà di pensiero e di linguaggio che nell’epoca precedente aveva fatto dell’Italia la maestra d’Europa. I geniali italiani ridevano dei loro forti e solenni reggitori, si stringevano nelle spalle e, poiché questi provvidenziali stranieri li liberavano dal fastidio del governo e della guerra, obbedivano non senza gratitudine.

Fra le clausole del patto familiare, stretto tra Carlo e Clemente nel 1529, si trovava anche la restaurazione dei Medici a Firenze. L’impresa fu attuata nell’anno seguente. La città fu assediata da un grande esercito imperiale sotto il comando del principe d’Orange, presa dopo una brillante difesa e, abbattuta la repubblica, costretta a sottomettersi ad Alessandro de’ Medici, figlio illegittimo di una schiava mulatta. Negli annali d’Europa la caduta d’una repubblica italiana sorta da poco non par cosa molto importante; ma le circostanze diedero un valore speciale all’eclisse delle libertà repubblicane in Firenze. La città era la capitale del genio italiano. La repubblica, creata dall’entusiasmo d’un profeta, aveva suscitato le speranze d’una serie di storici indigeni le cui gravi pagine ardono oggi ancora di classico ardore. Le sue mura furono difese da Michelangelo, il contado da una milizia nazionale in cui s’attuava il sogno del Machiavelli e che, sopravvivendo, avrebbe potuto insegnare agli italiani la necessità dell’autonomia militare, che sola poteva dar loro salvezza, unità e dignità. Ma la città cadde; ed è degno di nota il fatto che tra le cause della sua resa vi fosse il tradimento d’un condottiero italiano di Perugia, di cui poco saggia mente era stato chiesto l’aiuto.

 

(da H.A.L. Fisher, Storia d’Europa, 1948)