1986: LA “MINIGUERRA” DELLA SIRTE E I MISSILI DI APRILE
di Giuliano Da Frè -
Nel 1986 il regime libico, già protagonista di interventi militari in Africa e sponsor di gruppi terroristici, sfidò apertamente Washington dichiarando la Sirte “baia chiusa” e lanciando missili verso le unità USA. La risposta di Reagan fu dura: prima l’operazione “Prairie Fire”, che distrusse navi e radar libici, poi il raid “El Dorado Canyon”, un attacco a lungo raggio contro i centri di comando del Colonnello. Gheddafi replicò lanciando due missili verso Lampedusa. La crisi rivelò la fragilità del Mediterraneo negli anni della Guerra fredda e il ruolo ambiguo dell’Italia, sospesa tra alleanza atlantica e vicinato libico.
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In questi mesi sono tornati al centro delle tensioni internazionali il Golfo Persico e lo stretto di Hormuz, già teatro nel 1987-1988 – nella fase finale della guerra tra Iran e Iraq – di scontri armati tra la US Navy e le forze iraniane. Esattamente 40 anni fa, nella primavera del 1986, la flotta americana era già stata protagonista di alcuni scontri in un altro golfo marittimo “caldo”: quello della Sirte, dove, dopo settimane di crescenti tensioni con la Libia, si combatté il 24-25 marzo 1986 una battaglia aeronavale – su scala limitata, ma letale – seguita il 15 aprile da uno spettacolare raid aereo americano contro alcuni centri di comando del regime libico. Una rappresaglia contro le azioni terroristiche sponsorizzate dal dittatore libico Gheddafi, nel mirino dei bombardieri, che reagì lanciando, senza esito, due missili balistici “Scud” contro una base americana sull’isola di Lampedusa.
Il Colonnello turbolento, e il vecchio Cowboy
Quando il 1° settembre 1969 con un colpo di stato incruento rovesciò la monarchia libica per dare vita alla al-Jumhūriyya al-ʿArabiyya al-Lībiyya (Repubblica Araba di Libia), Muammar Muhammad Abu Minyar al-Gaddafi – o Gheddafi – era un semplice capitano di 27 anni. Ispirato dal panarabismo socialista del rais egiziano Nasser, Gheddafi avviò una vasta e a volte confusa campagna di riforme sociali e nazionalizzazioni. In un paese emergente come produttore di petrolio, ciò equivaleva a mettersi contro le grandi potenze occidentali e le loro compagnie petrolifere, segnatamente quelle anglo-americane, avvicinandosi a Mosca e al terzomondismo neutralista. Gheddafi, inoltre, prese di mira l’ex potenza coloniale, ossia quell’Italia – presente in Libia dal 1911 al 1943 – con la quale i rapporti erano stati sempre caratterizzati da una sorta di “montagne russe” diplomatiche: dall’espulsione della comunità italiana del 1970, ai rinnovati legami economici tra i due paesi negli anni ’70 e ’90, sino alla drammatica caduta del regime, nel 2011, cui contribuì – obtorto collo – anche il governo italiano.
Gheddafi peraltro non aveva esitato a cacciarsi, sin dal 1972, in una lunga serie di guai politico-militari, inviando i propri soldati in conflitti combattuti soprattutto tra Africa e Medio Oriente. Nel 1972 i contingenti libici sbarcarono in Uganda per difendere il brutale dittatore Idi Amin. Da qui essi tornarono a casa con minor successo sei anni più tardi, quando il paese perse la guerra con la Tanzania nel biennio 1978-1979. Tra il 1973 e il 1976 il regime libico inviò aerei e piloti a combattere contro Israele nella guerra del Kippur, e soldati e specialisti nel calderone della guerra civile libanese. Come se non bastasse, nel luglio 1977 scoppiava anche una breve (e infausta) guerra di frontiera con l’Egitto.
Il nuovo leader egiziano Sadat, dal 1970 successore di Nasser, veniva da tempo visto come un avversario a causa del riavvicinamento avviato con Israele e con l’Occidente. Sempre nel 1972 il Colonnello fece anche la sua comparsa nella lunga guerra civile in Ciad (scoppiata nel 1965, protrattasi a fasi alterne sino al 1990), occupando nel nord del paese subsahariano la cosiddetta Striscia di Aozou, rivendicata in base a un controverso accordo italo-francese di età coloniale, per poi intervenire direttamente nel conflitto. Questo intervento portò negli anni successivi il dittatore libico a un sempre più duro confronto con la Francia, sfociato in scontri armati nel 1983-1984 e di nuovo nel 1986, quando più volte raid aerei libici e francesi colpirono le rispettive basi in Ciad (1).
Va anche detto che queste tensioni con i paesi occidentali (segnate nei confronti dell’Italia anche da tensioni militari) (2), non influirono sugli acquisti di materiale bellico. Se il fornitore principale – in cambio di basi militari e navali, e di accordi politici e commerciali – restava Mosca, dall’Italia altresì arrivarono elicotteri, corvette lanciamissili, mezzi corazzati, aerei da trasporto e addestramento, mentre dalla Francia giungevano caccia “Mirage” e vedette lanciamissili, dalla Germania motori, radar e missili anticarro.
Con gli Stati Uniti i rapporti andarono progressivamente peggiorando, soprattutto a causa dell’avvicinamento libico all’URSS. Oltre a ciò, il supporto fornito dal turbolento Colonnello (con il placet del KGB) a svariati gruppi terroristici e di resistenza attivi in Africa, Medio Oriente ed Europa, divenne ben presto un problema. Soprattutto quando, nel novembre 1980, fu eletto alla presidenza degli Stati Uniti Ronald Reagan, un anziano ex attore di Hollywood, specializzato in ruoli western, successivamente entrato in politica nel 1967 come governatore della California.
A dispetto dei dubbi legati alla sua età (3) Reagan, legato alla destra del Partito repubblicano, appoggiato da una esperta squadra di “falchi” veterani degli affari militari e internazionali, volle sin dall’inizio marcare la differenza col predecessore democratico Jimmy Carter, considerato un leader pieno di buone intenzioni ma debole e titubante, soprattutto nei confronti dei regimi autoritari avversari che andavano consolidandosi dall’Iran alla Libia. Fu proprio la Libia la prima a fare le spese del nuovo indirizzo politico varato dalla Casa Bianca.
Nel 1973, infischiandosene del diritto internazionale, il nascente regime libico aveva dichiarato il Golfo della Sirte – un tratto di mare aperto alla libera navigazione – “baia chiusa” e parte delle proprie acque territoriali, disegnando una “linea della morte” da non oltrepassare. La Libia si riservava il diritto di aprire il fuoco contro navi e aerei che l’avessero violata senza permesso: cosa che, ai danni di mezzi americani, avvenne, ma senza conseguenze, nel 1973 e 1980. Deciso a cambiare registro, nell’estate del 1981 Reagan dispiegò nelle acque contese ben due gruppi di portaerei, fronteggiati da una crescente concentrazione di reparti aerei e missilistici libici. Era la situazione ideale per un incidente. Che infatti avvenne il 19 agosto 1981 quando dopo 24 ore di schermaglie, durante le quali aerei americani avevano più volte oltrepassato la “linea della morte”, un velivolo di sorveglianza radar E-2C “Hawkeye” rilevò il decollo di 2 Sukhoi Su-22M3 “Fitter-G” alzatisi in volo dalla base di Ghardabiya, presso la città di Sirte. I jet – cacciabombardieri supersonici con ala a geometria variabile, non ottimali per la difesa aerea – erano diretti contro un lento S-3A “Viking”, velivolo da ricognizione antisom, che stava appunto volando all’interno della Dead Line. In sua difesa intervennero 2 F-14A “Tomcat”, il pesante e sofisticato caccia intercettore, di lì a poco reso celebre dal film “Top Gun”, ispiratosi in parte proprio a questo incidente. Partiti dalla portaerei Nimitz, i 2 aerei della squadriglia VF-41 “Black Ace” non ebbero problemi a intercettare i 2 velivoli libici, meno agili e con piloti poco addestrati, abbattendoli coi missili di bordo, ma senza vittime.
Il vento, nel golfo della Sirte, stava cambiando.
La battaglia della Sirte
La tensione tra il turbolento Colonnello libico e Washington tornò a salire alla fine del 1985, in un frangente in cui Gheddafi era anche alle prese con nuove crisi con Londra e Parigi. Le due capitali occidentali erano infatti preoccupate – al pari degli Stati uniti – per i tentativi libici di controllare il Ciad e la striscia di Aozou con le sue riserve di uranio: il sospetto era che queste mire libiche potessero celare la volontà di dotarsi di armi nucleari.
Dietro una nuova ondata di attentati in Mediterraneo, culminata negli attacchi terroristici agli aeroporti di Fiumicino e Vienna del 27 dicembre 1985 (le cui conseguenze furono decine di morti e feriti) c’era la mano di Gheddafi. Pur non accettando la paternità dell’azione, il Colonnello ribadì il suo appoggio ai gruppi armati che operavano in Europa e Medioriente.
Negli attentati erano rimasti uccisi diversi cittadini americani, apparve così naturale che la tensione tornasse a salire, mentre venivano rafforzate le difese libiche nella Sirte con l’installazione di nuovi radar e batterie di missili sup/aria SA-5 “Gammon” appena ricevuti dall’URSS. Anche l’Italia, che pure cercava di mantenere buoni rapporti con l’irrequieto dirimpettaio, dalla metà del gennaio 1986 iniziò ad aumentare la presenza aeronavale nel Canale di Sicilia con l’operazione denominata “Girasole”, cui contribuirono successivamente anche Esercito e Aeronautica, pronte a inviare reparti di paracadutisti e fanteria, missili SAM e aerei a Lampedusa e Pantelleria.
Il 16 febbraio 1986 la Francia aumentò a sua volta la pressione contro le forze libiche in Ciad, bombardandone la base principale a Ouadi Doum con i caccia “Mirage” e “Jaguar”. Ma sarebbe stato ancora una volta l’anziano presidente americano a forzare la mano, ordinando un nuovo ciclo di esercitazioni aeronavali nella Sirte, anche nell’area “vietata” dal regime libico.
Le operazioni denominate “Attain Document” I e II, si svolsero il 26-30 gennaio e 12-15 febbraio: senza incidenti, ma in un clima di tensione sempre più palpabile, con quasi 150 velivoli libici monitorati mentre prendevano il volo per presidiare l’area interdetta, e Washinton rafforzava la IV Flotta; e il 23 marzo iniziò “Attain Document-III”.
Questa volta, al comando del viceammiraglio Frank Kelso, un ex sommergibilista di 52 anni, dal febbraio 1985 responsabile del doppio comando Sixth Fleet/NATO Commander Naval Striking Force and Support Forces-Southern Europe (in pratica, il comandante navale alleato del Mediterraneo), si trovavano ben 3 gruppi aeronavali con 27.000 uomini, comprendenti le super-portaerei America e Saratoga e la più datata Coral Sea (4), con a bordo 250 aerei, scortate da 5 incrociatori lanciamissili – comprese 2 unità del fiammante modello AEGIS, che rivoluzionava la capacità di difesa contro aerei e missili –, 12 cacciatorpediniere lanciamissili e 6 fregate per la lotta contro i sommergibili, poiché la Libia schierava 6 battelli sovietici tipo “Foxtrot”, oltre alle unità di supporto.
I reparti aeronavali americani iniziarono le esercitazioni a cavallo della Dead Line: il messaggio politico inviato a Gheddafi, che moltiplicava gli appelli retorici alla lotta, era chiaro: presto si sarebbe passati dalle parole ai fatti. Alle 6 del mattino del 24 marzo 1986, in risposta a una nuova sfida lanciata a cavallo della zona interdetta dall’incrociatore Ticonderoga (capoclasse del modello AEGIS) scortato dai super-caccia Caron e Scott – classe “Spruance” (di fatto dei piccoli incrociatori che non a caso avevano ispirato il progetto dei “Tico”), una batteria antiaerea libica della base di Sirte lanciò 2 missili SA-5, i quali però si persero in mare. Poche ore dopo, altri 2 missili venivano sparati contro gli F-14 “Tomcat” che pattugliavano l’area: essi furono però deviati da un aereo specializzato nelle contromisure elettroniche, sebbene i libici e gli operatori sovietici di stanza nella base rivendicassero colpi a segno. In effetti, per ambo le parti in conflitto, questa era l’occasione per valutare reazioni e sistemi d’arma ed elettronici dell’avversario, testando in aggiunta nuove armi.
Il comando libico decise di far alzare in volo i suoi aerei più sofisticati: 2 MiG-25 “Foxbat”, intercettori capaci di volare a 3 volte la velocità del suono, e di raggiungere una quota di oltre 35 km. In realtà si trattava di velivoli tanto eccezionali nelle prestazioni aeronautiche, quanto operativamente problematici in mano a piloti poco esperti, e con una inadeguata dotazione sensoristica. Intercettati da 2 F-14A della Saratoga, iniziò una sfida a base di manovre ad altissima velocità, che vide i “Tomcat” posizionarsi per poter lanciare i propri missili, ma senza ottenere in tempo l’autorizzazione ad aprire il fuoco. Mentre i “Foxbat” si allontanavano rapidamente, i radar della Sesta Flotta iniziarono a rilevare l’uscita in mare di diverse navi della Marina libica. Kelso a questo punto ordinò ai gruppi di portaerei di contrattaccare, lanciando l’operazione “Prairie Fire”. Mentre calava la sera del 24 le portaerei fecero decollare decine di aerei che si diressero sia verso Sirte, da cui provenivano i missili lanciati al mattino, sia sulle navi libiche. Le postazioni difensive di Sirte si attivarono, finendo però per attirare i missili antiradar “Harm” lanciati dal gruppo d’attacco americano, i quali distrussero un radar di costruzione sovietica.
Nel frattempo, 5 navi libiche si dirigevano verso la Dead Line. Si trattava di unità d’attacco veloci e bene armate di missili antinave, potenzialmente pericolose se fossero arrivate a distanza di lancio. Tra queste, le più moderne erano le grosse motomissilistiche tipo “La Combattante-IIG”, 10 unità ordinate in Francia nel 1977 e consegnate nel 1982-1983, capaci di sfiorare i 40 nodi e dotate di sofisticati radar e missili antinave italo-francesi Otomat Mk-1 (5). Non tutte operative, invece, le 8 piccole corvette lanciamissili d’attacco (sui 60 metri di lunghezza e 600-700 tonnellate di dislocamento, e 34 nodi di velocità), a disposizione degli ammiragli di Gheddafi: 4 appartenevano alla classe “Assad” ordinate in Italia nel 1975 (con un secondo lotto di 4 cancellato durante la crisi del 1980), e realizzate dai Cantieri Navali Riuniti di Riva Trigoso tra 1976 e 1981. A prendere il mare la notte tra il 24 e il 25 marzo, furono però le corvette classe “Ean Mara”, tipo “Nanuchka II” di costruzione sovietica e in servizio in 4 esemplari dal 1981-1985, armate con 4 missili P-20 “Termit”, caratterizzati da minore gittata rispetto agli “Otomat” delle navi italiane, ma con una testata di potenza più che doppia, che avrebbe potuto danneggiare gravemente le navi americane, come l’incrociatore Yorktown, sul quale puntavano le 5 unità libiche uscite in mare. Questa forza d’attacco veniva tuttavia accuratamente monitorata; e alle 19.26 un primo raid centrava la motomissilistica Waheed con un “Harpoon”, in versione aria-superficie e lanciato da un bombardiere A-6E “Intruder” della portaerei America, il cui compagno di volo affondò la moderna unità di costruzione francese con bombe a grappolo “Rockeye”.
Due ore e mezza più tardi, toccò alla corvetta Ein Mara, colpita da un “Harpoon” lanciato dal cacciatorpediniere Richmond K. Turner. La nave, colpita e abbandonata in fiamme sino al mattino, sopravvisse e fu rimorchiata a Bengasi con gravi danni. Quasi contemporaneamente, l’incrociatore Yorktown lanciava 2 missili “Harpoon”, danneggiando gravemente una seconda “Combattante”. I libici ripresero a lanciare missili SA-5 e SA-2 dalle postazioni della Sirte, attirandosi un secondo e più massiccio attacco aereo, con gli A-7E “Corsair-II” che si erano aggiunti agli “Intruder”: portatisi a 25 km dalla costa libica, lanciarono decine di “Harm”, mettendo fuori uso diversi radar di guida dei SA-5 a Sirte e Bengasi, che reagirono sparando altri missili. Non era tuttavia finita: e il mattino seguente, poco dopo l’alba fu attaccata dagli “Intruder” una seconda corvetta tipo “Nanuchka”, la Ean Zaquit, colpita a volo radente, sfidando il fuoco dei suoi sistemi difensivi (un impianto per missili a corto raggio “Osa-M” e 2 cannoni a tiro rapido da 57 mm), con le bombe “Rockeye”, per poi essere finita a distanza con un “Harpoon”.
Con quest’ultima azione, verso le 8.30 del mattino del 25 marzo, la battaglia aereonavale della Sirte (operazione “Prairie Fire” per gli americani) si era conclusa: senza perdite per la US Navy, che vantava invece l’affondamento – su 5 navi libiche uscite in mare per attaccare, con evidente coraggio, la Sesta Flotta – di 2 moderne unità lanciamissili, e altre 2 gravemente danneggiate, la distruzione o il danneggiamento di almeno 3 radar principali della difesa aerea nemica, e di altri sistemi secondari, con circa 70-80 vittime, e il ferimento di 6 tecnici sovietici (6).
Operazione “El Dorado Canyon”
Scottato sul piano militare, Gheddafi non fece attendere troppo la sua reazione, nuovamente affidata agli attentati: il 2 aprile 1986 una bomba esplose su un aereo di linea della TWA uccidendo quattro americani. Tre giorni dopo un attentato dinamitardo in una discoteca di Berlino Ovest, frequentata abitualmente da militari americani, provocò altri tre morti (compresi due fanti dello US Army) e 229 feriti. Ancora una volta le azioni non erano ufficialmente state rivendicate dal Colonnello. Era evidente però che egli ne fosse il diretto sponsor. A quel punto, Reagan decise di attivare una direttiva da poco approvata che permetteva azioni belliche di rappresaglia contro attentati terroristici.
I piani per raid contro i centri nevralgici del regime libico erano pronti da tempo. Essi erano anche stati testati in una complessa esercitazione effettuata nell’ottobre 1985, in un periodo in cui la tensione stava già salendo. Il cuore dell’operazione era l’impiego di un gruppo di cacciabombardieri F-111F “Aardvark” – sofisticati velivoli con ala a geometria variabile degli anni ’70, progettati per incursioni a lungo raggio – e penetrazioni a bassissima quota a velocità supersonica. Il piano, denominato “El Dorado Canyon”, prevedeva di partire dalle basi nell’Inghilterra meridionale, circumnavigare all’andata e al ritorno tutta l’Europa Occidentale per non passare sui cieli di Francia e Spagna (che avevano negato l’autorizzazione, al pari di Roma), entrare in Mediterraneo dallo stretto di Gibilterra e puntare sulla capitale libica Tripoli. Complessivamente, tra andata e ritorno, un volo di 10.000 km senza scalo, supportato con i soli rifornimenti aerei, assicurati da ben 30 aviocisterne. La Sesta Flotta avrebbe contribuito con le portaerei America e Coral Sea, reduci dalla recente battaglia della Sirte, con velivoli radar e di supporto, caccia F-14 e F-18 per la copertura contro eventuali contrattacchi dell’aviazione libica (che, seppur costantemente surclassata, contava comunque centinaia di intercettori tra “Mirage F-1” e MiG sovietici di vari modelli – ma solo un centinaio di piloti pronti all’azione), mentre colpire le batterie di cannoni e missili antiaerei radar-guidati sarebbe stato compito, ancora una volta, di “Corsair” e “Intruder”, destinati ad aprire la via agli F-111 (7).
Questi ultimi erano in tutto 24 nella versione d’attacco F-111F, armati con bombe a guida laser GBU-10 e di penetrazione Mk-82/BSU-49, affiancati da 5 F-111A “Raven” da guerra elettronica, forniti dai gruppi 48° di Lakenheath, e 20° di Upper Heyford.
L’operazione prese il via nel tardo pomeriggio del 14 aprile 1986 quando, dalle basi aeree inglesi, presero il volo prima le aviocisterne (una delle quali con uno staff di comando e controllo a bordo), quindi i due gruppi di F-111, comprendenti 7 aerei di riserva da utilizzare in caso di emergenza. Il volo invece non incontrò ostacoli: i rifornimenti in aria furono puntualmente eseguiti osservando uno strettissimo silenzio radio. Mentre il gruppo d’attacco si avvicinava entrando nei cieli del Mediterraneo, grosso modo costeggiando Marocco, Algeria e Tunisia, anche le portaerei iniziarono a manovrare per far decollare i loro aerei. Dall’America presero il volo 8 A-7E “Corsair” armati con missili antiradar (“Harm”, ma anche i più datati “Shrike” già usati in Vietnam), affiancati da 7 “Intruder” equipaggiati ognuno con 12 bombe Mk-82 da 250 kg, supportati da 2 aerei radar E-2C “Hawkeye” e 3 aerei da guerra elettronica, e la scorta diretta di 4 F-14, mentre altri “Tomcat” restavano in allerta o a difesa della flotta. La Coral Sea lanciò invece 8 “Intruder” con un mix di bombe a gravità e a guida laser, e altrettanti F/A-18A “Hornet” armati coi missili antiradar, mentre altri 10 erano impiegati per la scorta, più 3 aerei radar e di sorveglianza elettronica. Altri jet si tenevano pronti a intervenire. Gli F-111 avrebbero colpito solo Tripoli, mentre i velivoli della flotta dovevano aprire loro la strada colpendo radar e batterie SAM della capitale e di Bengasi, ed eventualmente colpire a terra o in volo i jet libici delle locali basi aeree.
Sulla base delle lezioni maturate in Vietnam e nella guerra del Kippur del 1973, precisi attacchi di soppressione delle difese nemiche (detti SEAD: Suppression of Enemy Air Defences) erano fondamentali, dal momento che la Libia disponeva di una fitta rete difensiva di marca sovietica comprendente missili sup/aria a lungo, medio e corto raggio e cannoni a tiro rapido radar-guidati. La più recente esperienza – il raid nel 1983 di 28 tra A-6 e A-7 della US Navy contro le ben protette postazioni siriane in Libano – era considerato un insuccesso, con pochi danni inferti e due aerei perduti. I siriani disponevano grosso modo degli stessi radar e sistemi d’arma dei libici, che a loro volta potevano schierare un materiale occidentale (radar e missili “Crotale-2” francesi) più sofisticato, pur non possedendo la grande esperienza bellica della Siria.
A marzo, come abbiamo visto, i difensori non avevano ottenuto alcun risultato. All’1.54 della notte sul 15 aprile gli aerei americani specializzati nella guerra elettronica iniziarono efficacemente a disturbare sensori e comunicazioni delle postazioni libiche. Nei 10 minuti successivi, mentre i jet d’attacco delle portaerei iniziavano a colpire con “Harm” e “Shrike” i radar della contraerea, i 18 F-111F dopo oltre 6 ore di volo arrivavano ad alta velocità e a bassa quota su Tripoli e in 12 minuti centrarono il quartier generale di Gheddafi (che tuttavia, avvisato, si era rifugiato in un altro bunker), un centro di addestramento per terroristi, e l’aeroporto militare, dove distrussero o danneggiarono sette aerei da trasporto. A riprova del fatto che l’attacco era stato però previsto, la reazione contraerea fu immediata, anche se per lo più alla cieca: essa portò all’abbattimento di un F-111F, con la perdita dei 2 piloti, mentre un secondo aereo, danneggiato a un motore, sarebbe atterrato in Spagna. Per i restanti jet restava da compiere il lungo volo di rientro in Inghilterra, pari ad altre cinque ore di cielo e mare. Nessun problema invece per gli aerei della Marina, che avevano martellato anche Bengasi, distruggendo o danneggiando a terra 14 MiG-23 e 2 elicotteri, oltre a 5 radar attorno a Benina.
Nella giornata del 15 aprile satelliti e ricognitori analizzarono i danni inflitti ai vari obbiettivi: essi risultavano tutti colpiti, sebbene il “bersaglio grosso” – Gheddafi – fosse sfuggito al raid che aveva devastato il suo compound di comando di Azziziyah. Le vittime, per la metà civili, furono alla fine sessanta, a dispetto della precisione con cui l’attacco era stato sferrato impiegando – e con non poche restrizioni nelle regole di ingaggio – le cosiddette “armi intelligenti” sulle quali, però, avevano influito alcuni malfunzionamenti nel sistema di controllo AN/AVQ-26 “Pave Tack” da poco introdotto sugli F-111F.
La reazione di Gheddafi all’evidente schiaffo militare ricevuto, che seguiva la sconfitta subita nella Sirte 3 settimane prima, fu innanzitutto sul piano propagandistico: il Colonello attribuì alle difese libiche un grande successo contro i jet attaccanti (ma con un solo abbattimento reale), rovesciando su Reagan un fiume di contumelie e di accuse. In secondo luogo, il dittatore libico reagì con un atto simbolico: nel pomeriggio del 15 aprile furono infatti lanciati 2 missili balistici tattici SS-1 “Scud-B” – un sistema sviluppato negli anni ’50 dall’URSS, non troppo dissimile dalle V-2 tedesche del 1944 – in direzione di Lampedusa, la piccola isola italiana dove si trovava una stazione LORAN della Guardia Costiera americana. I missili caddero in mare a circa 2 km dalla costa, provocando alcuni boati distintamente avvertiti dalla popolazione che inizialmente li attribuì a navi libiche. Allo stesso tempo, i militari americani presenti sull’isola venivano messi in sicurezza e i vecchi rifugi antiaerei della Seconda guerra mondiale riaperti.
Successive ricostruzioni non solo rivelarono che Gheddafi ricevette notizia dell’imminente attacco americano dal governo italiano (contrario alla politica aggressiva di Reagan nello scacchiere mediterraneo, già stigmatizzato nel 1985 all’epoca della “crisi di Sigonella”), ma misero anche in dubbio il lancio stesso dei missili. Una vicenda mai del tutto chiarita, tra accuse di messinscena e di doppio gioco: di certo, Gheddafi non era intenzionato a colpire davvero uno dei pochi paesi occidentali coi quali il filo del dialogo non si era mai spezzato, e che comunque rafforzò il dispositivo aeronavale difensivo dell’operazione “Girasole” (8).
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Note
1) Dopo gli schiaffi subiti dagli aerei americani e francesi nel 1986, la situazione in Ciad andò rapidamente aggravandosi, per i libici: alla fine di quell’anno nero per Gheddafi, reparti ciadiani armati e addestrati dai francesi, lanciarono con mobili colonne su fuoristrada Toyota una serie di offensive che, in meno di 10 mesi, portarono alla sconfitta e al ritiro delle forze libiche e filo-libiche, grazie alla cosiddetta Toyota War, tattica poi largamente imitata.
2) Il 21 settembre 1973 i caccia “Mirage” libici mitragliarono la corvetta italiana De Cristofaro, impegnata nella difesa dei pescherecci nazionali nel Canale di Sicilia, provocando danni e feriti.
3) Reagan compì 70 anni pochi giorni dopo essere entrato in carica, il 20 gennaio 1981.
4) La Saratoga apparteneva alla classe “Forrestal”, primo modello di super-carrier realizzata negli anni ’50, che ha poi influenzato tutte le successive classi di superportaerei, comprese quelle a propulsione nucleare “Nimitz” e “Ford”, oggi in servizio. La Coral Sea era invece una unità classe “Midway”, realizzata alla fine della Seconda guerra mondiale.
5) Made in Italy l’artiglieria, comprendente un cannone a tiro rapido Compatto da 76/62 mm, e un impianto binato da 40. Per una sintetica analisi dello status della Marina libica vedasi: G. Da Frè, Almanacco navale del XXI secolo, Odoya 2022, pp. 738-744.
6) Sui danni effettivi, e sui nomi esatti delle unità colpite, ci sono divergenze fra le varie fonti. Va detto che quasi tutte le restanti navi tipo “Combattente-II” sono state distrutte o messe fuori combattimento durante i raid della NATO lanciati nella primavera 2011, con l’obbiettivo di eliminare le capacità militari del regime libico, poi caduto il 20 ottobre 2011, con l’uccisione di Gheddafi. Durante la guerra civile, tra 2011 e 2014 sono andate perdute anche le 3 superstiti corvette classe “Ean Mara”, e la fregata leggera Al Ghardabia, una delle 2 unità classe “Koni” cedute da Mosca nel 1986-1987 per ripianare le perdite subite nella Sirte. Le 4 corvette realizzate in Italia, classe “Assad”, erano invece state disarmate negli anni ’90.
7) Inizialmente, erano stati presi in considerazione i primi cacciabombardieri stealth – invisibili – F-117 “Nighthawk”, da poco entrati in servizio, ma si preferì mantenerli segreti, ed evitare il rischio che eventuali esemplari abbattuti venissero recuperati e studiati dai sovietici. Cosa che accadde con il “Nighthawk” abbattuto in Serbia nel 1999, i cui resti furono consegnati a russi e cinesi.
8) Nel dicembre 1988, alla fine dalla presidenza Reagan, la tensione con la Libia tornò a salire dopo nuovi attentati, e per la realizzazione di un impianto a Rabta, per la costruzione di armi chimiche. Il vecchio presidente uscente rimandò le portaerei nella “zona interdetta”, e il 4 gennaio 1989, come 8 anni prima, 2 F-14 si scontrarono con 2 MiG-23 libici, abbattendoli.


