1951: DUE… AMERICANI A ROMA
di Giuliano Da Frè -
Da Nicholson e Woodworth, veterani della guerra nel Pacifico e nell’Atlantico, alla cessione del 1951 come Aviere e Artigliere: la storia dei due cacciatorpediniere Made in USA nella difficile rinascita della flotta italiana tra Guerra fredda e nuove tecnologie.
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Decimata nei cinque durissimi anni di guerra, combattuti dal giugno 1940 al maggio 1945 (e nel primo triennio contro l’esperta Royal Navy britannica, poi affiancata dalla flotta degli Stati Uniti [1]), alla Regia Marina – dal 1946 divenuta Marina Militare italiana, dopo la vittoria referendaria della Repubblica – restavano 320 navi, comprese quelle ausiliarie. Numeri apparentemente ancora di tutto rispetto: ma molte unità erano ormai superate, sebbene potessero essere impiegate per attività secondarie [2], e tutte risultavano comunque logorate dall’intenso servizio bellico. Su questa già difficile realtà si abbatterono, nel febbraio 1947, i severi divieti imposti alle Forze Armate italiane dal Trattato di pace di Parigi. Sebbene all’Italia, mercé il periodo di “cobelligeranza” a fianco degli Alleati dopo l’8 settembre 1943, non fosse stato riservato lo stesso trattamento previsto per Germania e Giappone, per un decennio privati di una forza militare [3], per ottemperare alle riparazioni di guerra verso Stati Uniti, Regno Unito, Francia, URSS, Iugoslavia e Grecia, la Marina doveva cedere ben 171 unità, un centinaio delle quali da combattimento, e pescate soprattutto – con poche eccezioni – tra quelle più moderne e prestanti.
Rinfoltire i ranghi
Delle 149 navi rimaste in Italia, e non conteggiando quelle ausiliarie, le uniche relativamente efficienti restavano pertanto gli incrociatori leggeri Duca degli Abruzzi e Garibaldi (gemelli, in servizio da meno di 10 anni e tra i migliori dell’epoca), il più piccolo Montecuccoli, 3 cacciatorpediniere, 9 tra avvisi e torpediniere di scorta, 19 corvette. C’erano anche sommergibili e motosiluranti, che però furono vietati dal Trattato di pace, al pari di portaerei e reparti d’assalto e di incursori; questi ultimi i più temuti, dopo le eccezionali (e imitatissime) prestazioni fornite in ambo i conflitti mondiali.
Tuttavia, le potenze anglosassoni allentarono quasi subito il peso delle clausole del Trattato: tra maggio 1947 e aprile 1948, infatti, l’uscita delle sinistre dalla compagine del governo italiano, e la vittoria della DC nelle prime elezioni per il nuovo Parlamento, ancoravano saldamente l’Italia al campo occidentale, proprio mentre affioravano i primi contrasti col blocco che l’URSS andava costituendo nell’Europa Orientale. Per la Marina, l’evolversi dello scenario si tradusse nella possibilità di avviare nel 1947 un primo ammodernamento delle sue unità migliori con radar e sistemi d’arma più avanzati, ceduti o recuperati dagli anglo-americani, che chiusero un occhio anche sulla conservazione di 2 sommergibili, rimasti operativi camuffati da pontoni, e impiegati solo di notte per mantenere addestrato un piccolo nucleo di sommergibilisti (e di operatori antisom sulle navi-scorta), mentre varie motosiluranti venivano impiegate come vedette, dopo aver sbarcato e immagazzinato i lanciasiluri. Furono anche effettuate alcune cessioni di naviglio (soprattutto piccoli dragamine inglesi) per compensare le perdite e fronteggiare l’emergenza rappresentata dalle mine ancora presenti nei mari italiani.
Ma la vera svolta sarebbe arrivata nell’aprile 1949, quando fu creata l’Alleanza Atlantica (o NATO: North Atlantic Treaty Organization), cui l’Italia aderì da subito. In 2 anni furono formalmente cancellati tutti i divieti imposti nel 1947: ma già nel 1950 erano stati avviati i primi programmi, relativi sia a naviglio di nuova costruzione, o frutto di ricostruzioni e/o completamento di scafi rimasti in cantiere dal 1945, mentre grazie al trasferimento di ulteriori lotti di apparati elettronici e armamenti “made in USA”, era possibile intervenire radicalmente sul più recente naviglio in servizio, con interventi cosiddetti di “chirurgia navale”, protrattisi sino al 1958. I fondi destinati alla Marina erano tuttavia scarsi, poiché negli anni ’50 e sino a metà anni ‘60 la minaccia sovietica nello scacchiere meridionale e mediterraneo della NATO era soprattutto aeroterrestre: pertanto le risorse furono concentrate sui nuovi aviogetti e sulla costruzione di una rete radar e missilistica per l’Aeronautica, e sulla massiccia meccanizzazione dell’Esercito. I pochi programmi avviati dalla Marina furono tuttavia in parte integrati da aiuti americani grazie al Mutual Defense Assistance Program (MDAP), che garantì anche il trasferimento di naviglio di seconda mano ceduto dalla US Navy. Sebbene nel 1950 l’allora Capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Emilio Ferreri, si fosse recato negli Stati Uniti con una robusta “lista della spesa”, comprendente portaerei leggere, incrociatori antiaerei, caccia di squadra e di scorta, sommergibili, navi anfibie e ausiliarie, aerei antisom e da ricognizione, con l’Italia Washington fu piuttosto parca, nel trasferire naviglio di seconda mano, ma ancora valido e di recente costruzione. Solo riguardo a sommergibili, naviglio anfibio e dragamine, l’impegno fu numericamente e qualitativamente consistente, con cessioni protrattesi sino agli anni ’70.
Per la forza di superficie “combat” ci si limitò a trasferire, entro il 1951, soltanto 3 caccia di scorta, 6 cannoniere, 20 motosiluranti: e 2 cacciatorpediniere di squadra, le unità più importanti del “pacchetto” ceduto all’ex flotta avversaria, che semmai ottenne aiuti finanziari per realizzare ulteriori unità di tipo moderno, rivitalizzando così la cantieristica militare, negli anni ’50 in fase di ripresa nel settore civile. Va detto che anche i 2 caccia ceduti non appartenevano alle migliori classi di costruzione bellica, tipo “Fletcher”, “Allen M. Sumner” e “Gearing”, alcuni dei quali rimasti in servizio in flotte minori sino a 10 anni fa.
I due caccia del “Kansas City”
Scherzosamente, nel titolo abbiamo rievocato un film popolarissimo proprio nei primi anni ’50, quell’Americano a Roma con protagonista uno strepitoso Alberto Sordi che giocava a fare lo “sceriffo del Kansas City”.
In realtà, dei 2 caccia ceduti dalla US Navy alla Marina Italiana, lo USS Nicholson era stato costruito a Boston, nei cantieri di Charlestown, mentre usciva dalla Bethlehem Shipbuilding Corporation di San Francisco lo USS Woodworth [4]. Benché simili, appartenevano a due classi differenti: il Nicholson era infatti un caccia tipo “Gleaves”, impostato nel novembre 1939 e consegnato alla US Navy il 3 giugno 1941; il Woodworth, classe “Benson”, di poco più grande [5], impostato il 30 aprile 1941, era stato completato esattamente un anno più tardi. Le lievi differenze in termini di armi e sensori erano state eliminate durante la guerra, che vide entrambe le unità severamente impegnate: il Woodworth solo nel Pacifico, partecipando a decine di azioni e subendo qualche danno, mentre il Nicholson fino al 1944 fu impiegato in Atlantico per la scorta convogli e appoggiando gli sbarchi in Nordafrica e a Salerno, per poi essere distaccato nel Pacifico sino alla fine del conflitto, quando entrambi furono revisionati a fondo, e nel 1946 ritirati dal servizio attivo e assegnati alla riserva della Flotta Atlantica.
A guerra finita, nemmeno gli Stati Uniti potevano infatti permettersi di mantenere in servizio attivo l’immensa flotta creata nel giro di pochi anni, grazie alla sbalorditiva mobilitazione della loro industria navalmeccanica. Sin dalla fine del 1945, le navi più datate o logorate furono radiate e demolite, altre cedute a paesi amici, mentre parte del naviglio moderno veniva messo sotto naftalina. Tuttavia, il profilarsi del confronto con l’URSS comportò dapprima una ripresa nell’attività cantieristica; lo scoppio della guerra in Corea, che nel giugno 1950 sembrava il prodromo a un conflitto più vasto (mentre i sovietici acceleravano la costruzione di sommergibili coi quali imitare la strategia di blocco dell’Atlantico tentata per due volte dalla Germania nei precedenti conflitti mondiali), portò quindi alla riattivazione del naviglio posto in riserva.
Il Nicholson fu rimesso in armamento già il 17 luglio 1950 [6], seguito il 21 novembre dal Woodworth: assegnati al 3rd Naval District di New York, furono destinati all’addestramento di riservisti e reclute, per poi essere selezionati per la cessione alla Marina Italiana, il 15 gennaio 1951, mentre un piccolo nucleo di ufficiali italiani arrivava a New York per prendere contatto con la US Navy. Seguirono i circa 500 uomini destinati a formare gli equipaggi, al comando del capitano di vascello Antonio Monaco di Longano (50enne veterano dei cacciatorpediniere durante la Seconda guerra mondiale, e poi ammiraglio di squadra), trasportati a New York nella primavera 1951 sul transatlantico Conte Biancamano [7], e calorosamente accolti dalla comunità italo-americana di New York. I 2 caccia erano già entrati nell’arsenale navale di Brooklyn per una accurata revisione, protrattasi più a lungo del previsto, e per alcune modifiche, volte ad aumentarne l’armamento antiaerei, per meglio fronteggiare la prima generazione di jet subsonici, e migliorandone la tenuta al mare, trattandosi di navi valide ma alquanto “ballerine” in caso di maltempo. Entrambe furono pertanto private dei complessi quintupli lanciasiluri da 533 mm, per incrementare i cannoni a/a Bofors da 40/56 mm (2 complessi quadrinati e 2 binati) e le mitragliere Oerlikon da 20/70 mm (2 binate e 2 singole), per un totale di 18 bocche da fuoco, cui andavano aggiunti i 4 ottimi cannoni a doppio scopo da 127/38 mm Mk-30, in altrettante torri singole chiuse; con l’eccezione dell’Aviere, che al posto della torre sopraelevata poppiera imbarcava, per migliorarne la tenuta al mare, un cannone in postazione a cielo aperto [8]. Per la lotta antisom erano presenti un sonar a scafo e 2 tramogge poppiere Mk-9, destinate al rilascio delle bombe di profondità.
Conclusi i lavori e la preparazione tecnica degli equipaggi, l’11 giugno 1951 le unità, ribattezzate Artigliere (D-553) il Woodworth, capoclasse, e Aviere (D-554) il Nicholson, furono ufficialmente consegnate alla Marina Militare, nel corso di una cerimonia affollata dagli italo-americani di New York e del Jersey, compresi non pochi parenti e conoscenti dei marinai italiani. I “paisà” immigrati nella Grande Mela erano una realtà importante; e a fare gli onori di casa fu d’altra parte il secondo sindaco italo-americano di New York, dopo il popolarissimo Fiorello La Guardia, (scomparso nel 1947): Vincent Impellitteri, oriundo siciliano ed ex sottufficiale della US Navy durante la Prima guerra mondiale [9].
Concluse le cerimonie, per 2 settimane le navi, ormai definitivamente italiane, effettuarono una prima fase addestrativa, sempre supportate dall’arsenale di Brooklyn, per poi trasferirsi nella base navale di Norfolk, in Virginia, centro nevralgico della Flotta Atlantica, con le cui unità si svolsero intense esercitazioni di squadra dal 30 giugno al 3 agosto, completando il già adeguato livello di preparazione del personale, peraltro selezionato con cura. Pur non di primo pelo, essendo stati costruiti circa 10 anni prima, i caccia americani presentavano infatti numerose innovazioni, rispetto alle coeve navi italiane ancora in servizio. L’apparato propulsivo, ad esempio, pur altrettanto performante, risultava più efficiente e meno soggetto alle avarie che avevano frequentemente colpito i potenti motori dei caccia italiani. Inoltre, sulle unità americane erano presenti altre novità, come l’impiego della corrente alternata (di gestione più flessibile) al posto della nostra corrente continua, la mensa tipo tavola calda, più avanzati sistemi di comunicazione interna, e le brande fisse al posto delle amache.
Particolarmente importante, ma ne parleremo più avanti, l’architettura del sistema di combattimento e di comando e controllo, che fu ampiamente testato (e apprezzato) proprio durante le complesse esercitazioni effettuate con la US Navy, cui seguirono altre 3 settimane a Brooklyn e New York, per garantire le meritate libere uscite agli equipaggi – e i saluti a parenti, e ragazze -, mentre il cantiere effettuava piccole riparazioni e la messa a punto finale, imbarcando le ultime dotazioni previste.
Quindi, il 28 agosto, la partenza verso l’Italia, con destinazione La Spezia, raggiunta il 9 settembre dopo una sosta a Gibilterra: iniziava una lunga carriera italiana, per i due caccia ex USA, letteralmente spremuti sino all’osso…
Due vecchi soldati
Oltre infatti a garantire un potenziamento della sguarnitissima componente caccia, l’entrata in servizio attivo delle 2 unità ex US Navy assicurò anche una fondamentale funzione di supporto, nel preparare il personale alle nuove tecnologie – “made in USA” ma anche nazionali – adottate sulle 12 unità maggiori in costruzione/ricostruzione, compresi i 4 cacciatorpediniere classe “San Giorgio” [10] e “Indomito”. In attesa della loro consegna, completata tra 1955 e 1958, Artigliere e Aviere avrebbero addestrato i loro futuri equipaggi a impiegare armi e sensori di nuova generazione, integrati in un sistema di comando e controllo innovativo, per le flotta italiana, caratterizzato dalla Centrale Operativa di Combattimento (COC), cuore e cervello della moderna nave da guerra, non ancora presente sulle navi ereditate dalla Regia Marina, ma in fase di introduzione sulle unità in cantiere. Altrettanto importante, e legata alla COC, la stretta integrazione tra sistemi d’arma e direzione di tiro a guida radar; perché se è vero che dopo il 1942 anche sulle unità italiane erano apparsi tali sensori (prima nazionali e tedeschi, poi ceduti dagli anglo-americani), quelle giunte dagli Stati Uniti erano state concepite con questa nuova “architettura” del sistema di combattimento.
Il primo decennio di servizio fu quindi per i due “americani a Roma” estremamente intenso, dovendo garantire disponibilità operativa e funzioni “scolastiche”. In particolare, l’Artigliere fu la prima nave italiana a portare soccorso alla popolazione greca dell’isola di Cefalonia, dove un terremoto seguito da vasti incendi aveva devastato Argostoli, nell’agosto 1953. Dopo essere stato mobilitato per la crisi che nell’autunno 1953 portò Italia e Iugoslavia a un passo dalla guerra per il controllo dell’allora Territorio Libero di Trieste, il 26 ottobre 1954 l’Artigliere fece anche parte della squadra navale arrivata nella città adriatica, restituita alla sovranità italiana col Memorandum di Londra siglato 3 settimane prima, e poi perfezionato col Trattato di Osimo del 1975.
Con l’entrata in servizio, a partire dal 1955, delle prime unità di nuova generazione, per i caccia ex US Navy, ormai con circa 15 anni di vita, fu avviato un aggiornamento, caratterizzato da una accurata revisione generale e dalla adozione di nuovi apparati radar, sempre di costruzione americana, tipo SPS-6C, al posto di quelli risalenti alla Seconda guerra mondiale.
Dopo il 1960, tuttavia, le 2 unità cedute dagli Stati Uniti un decennio prima risultavano sempre meno adeguate al rapido evolversi tecnologico della guerra sui mari. Armi e sensori erano infatti inadatti ad affrontare la minaccia portata dai jet supersonici di nuova generazione, e dai missili antinave che equipaggiavano aerei e unità navali sovietiche, sempre più presenti nel Mediterraneo; anche presso paesi amici di Mosca, come l’Egitto, la cui Marina fu la prima, il 21 ottobre 1967, a ottenere l’affondamento di una nave nemica – un cacciatorpediniere israeliano di costruzione inglese, coetaneo dei 2 “Artigliere” e con un armamento equiparabile – grazie ai missili sup/sup “Styx” forniti dall’URSS, al pari delle vedette lanciamissili che li trasportavano [11].
Grazie all’entrata in servizio, nel 1963-1964, dei 2 nuovi cacciatorpediniere lanciamissili classe “Impavido”, Artigliere e Aviere furono destinati ad attività secondarie, fungendo anche alternativamente quali “ammiraglie” del Comando Motosiluranti. Ma per queste due longeve unità, il tempo del pensionamento si andava avvicinando, mentre a fine anni ’60 per la flotta italiana iniziava una fase di declino, causato dalle scarse risorse finanziare destinate alla Difesa, e per di più concentrate soprattutto sulle esigenze di Aeronautica ed Esercito, ancora i più esposti alla minaccia sovietica, sebbene crescesse anche quella sui mari.
Nel 1969 la US Navy cedette altri 3 cacciatorpediniere veterani della Seconda guerra mondiale, questa volta appartenenti alla più prestante classe “Fletcher”, ma pur sempre vecchi di 25 anni, mentre era iniziata la costruzione dei 2 sofisticati caccia lanciamissili classe “Audace”, consegnati nel 1972-1973. Con i pesanti tagli di naviglio avviati per risparmiare risorse da investire in nuove costruzioni, e che coinvolsero anche unità relativamente recenti frutto delle ricostruzioni degli anni ’50, sotto la mannaia finirono quasi subito Artigliere ed Aviere, ritirati dal servizio attivo nel 1970. Tuttavia, non era ancora arrivato il momento di finire sotto la fiamma ossidrica per essere smantellati. In buone condizioni generali, grazie all’adeguata manutenzione cui erano stati sottoposti per 20 anni, entrambe le unità avrebbero avuto un’ultima vita da vivere. L’Aviere fu anzi modificato, imbarcando sensori e sistemi d’arma di ultimissima generazione (compresi i nuovi cannoni “compatti” sviluppati dall’industria italiana, calibro 127/54 e 76/62 mm, e un impianto di lancio per missili da difesa aerea “Sea Sparrow”), per essere impiegato tra 1971 e 1975 quale “nave per esperienze”, testando le nuove tecnologie prima della loro definitiva adozione da parte della Marina Militare. Il 1° settembre 1975 veniva infine radiato, 35 anni dopo essere sceso in mare, per poi essere affondato come nave bersaglio nel 1977.
Più lunga l’ultima vita dell’Artigliere. Nel gennaio 1971, ormai in disarmo, la vecchia unità era stata trasferita nella base navale sarda della Maddalena, e messa a disposizione degli allievi della Scuola CEMM per specialisti e sottufficiali della Marina, che potevano addestrarsi a scopi didattici sul cacciatorpediniere, impiegato come pontone di supporto. Nel maggio 1981, quando ormai ne era stato deciso il trasferimento per essere avviato a demolizione, l’Artigliere, sopravvissuto a quasi 3 anni di duri combattimenti nel Pacifico, e 3 decenni di intensa vita operativa in Italia, fu affondato da un’esplosione, dovuta a sabotaggio; ma non era ancora finita, per l’antico Woodworth. Nella primavera 1982 fu rimesso a galla con una complessa operazione tecnica, delicata per uno scafo così vecchio, e diretta per combinazione dall’ufficiale che per primo era stato destinato a ispezionarlo 31 anni prima nell’arsenale di Brooklyn, per poi restarvi a lungo imbarcato come capo servizio, e ora ammiraglio del Genio navale, Francesco Roncallo. Una volta rimesso a galla, il 4 aprile 1982 l’Artigliere fu rimorchiato alla Spezia: e senza finire in mano ai demolitori. In quegli anni, come accennato, venivano testati i numerosi e sofisticati nuovi prodotti dell’industria bellica nazionale: e se molto apprezzati erano robusti scafi recenti, come quelli dei caccia Indomito e Impetuoso, affondati come bersagli da esercitazione nel 1987 e 1989, anche i vecchi residuati bellici ebbero una loro ultima funzione. Il 27 maggio 1983 toccò all’Artigliere, colpito e spaccato in due da un siluro della WASS tipo A-184 da 533 mm, lanciato dal sottomarino Nazario Sauro, in servizio dal 1980: un ultimo hurrah, per una nave scesa in mare 42 anni prima…
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[1] Non va dimenticato che, almeno sul piano formale, dal 15 luglio al 2 settembre 1945 l’Italia fu in stato di guerra col Giappone: senza effetti militari reali, sebbene fosse stato studiato il possibile invio di una divisione navale, nel caso in cui nel Pacifico il conflitto fosse continuato sino al 1946-1947, come ipotizzato prima dell’impiego delle armi nucleari.
[2] Per esempio, alcune vecchie torpediniere realizzate nel 1910-1920 furono impiegate ancora sino alla seconda metà degli anni ’50 per attività addestrativa, o come dragamine.
[3] Benché restassero attive alcune forze destinate a compiti di polizia militare, guardacoste, bonifica mine, che avrebbero assicurato un primo nucleo di quadri e specialisti, per la riattivazione degli apparati militari nipponico e tedesco, tra 1954 e 1956.
[4] Il primo portava il nome dei fratelli Nicholson, entrambi comandanti di unità navali durante la guerra di indipendenza. Il Woodworth era dedicato a un ufficiale della guerra civile.
[5] Lunghi rispettivamente 105,9 e 106,1 metri, larghi 11, con un dislocamento di 2.520 tonnellate il Nicholson-Aviere, e 2.619 t. il Woodworth-Artigliere, di un nodo meno veloce rispetto al quasi-gemello (36 nodi contro 37), ma con maggiore autonomia, potendo imbarcare più nafta.
[6] Un anno prima aveva fatto da set per le riprese del noto musical On the Town (uscito in Italia come Un giorno a New York), con Gene Kelly e Frank Sinatra. In un altrettanto popolare film italiano, Marinai donne e guai, girato nel 1958 col supporto della Marina italiana, si vede nelle scene finali l’ormai ex Woodworth (ora Artigliere).
[7] Una piccola nota personale: tra il personale destinato al Woodworth, ribattezzato Artigliere, c’era anche mio padre Italo Da Frè, classe 1930, sottocapo elettricista, arruolatosi volontario nel gennaio 1948 a soli 17 anni. Sull’Artigliere sarebbe stato imbarcato tre anni e mezzo, fino al novembre 1954, quando il caccia fece parte della squadra destinata a riprendere possesso di Trieste, appena tornata sotto sovranità italiana.
[8] Sui cacciatorpediniere di questo tipo la torre non era corazzata, ma assicurava comunque protezione dalle intemperie, e in misura limitata dalle schegge.
[9] In carica dal 1950 al 1953, Impellitteri fu eletto battendo altri due candidati italo-americani; comunità che ha poi espresso altri sindaci di New York (Rudolph Giuliani dal 1994 al 2001, e Bill de Blasio nel 2014-2021), e alcuni governatori dell’omonimo Stato, compresa la “dinastia” dei Cuomo: il popolarissimo Mario, in carica per 12 anni e più volte dato per favorito alla presidenza negli anni ’80 e ’90, e il figlio Andrew, al potere dal 2011 al 2021.
[10] Questi ultimi ricavati dalla completa riconversione di 2 incrociatori leggeri classe “Capitani Romani”.
[11] Nel 1971 le unità missilistiche di costruzione sovietica acquistate dall’India, eliminarono altri 2 caccia pakistani, sempre di costruzione britannica e risalenti agli anni ’40.
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Per saperne di più
M. Cosentino-M. Brescia, La Marina militare italiana 1945-2015, 3 voll., Storia Militare-Dossier 2014-2015.
G. Da Frè, Almanacco Navale del XXI secolo: dalla Guerra Fredda alla crisi ucraina, Odoya 2022.
G. Giorgerini-A. Nani, Almanacco storico delle navi militari italiane 1861-1995, Ufficio Storico Marina, Roma 1996.


