UTOPIA E DISTOPIA: STORIE DI MONDI POSSIBILI

di Giuliana Arena -

Nell’Inghilterra vittoriana la scoperta del fallimento del mito del progresso comporta la ridefinizione del mondo urbano: le critiche del presente procedono al fianco dei sogni ancora vividi, mentre la letteratura produce personaggi che diventano motore ed espressione della desolata visione della comunità industrializzata.

Iron and coal, di William Bell Scott

Iron and coal, di William Bell Scott

A metà Ottocento la Gran Bretagna vive una fase liberale (liberalismo e liberismo economico) ed è in tale periodo che Richard Cobden e John Stuart Mill propugnano l’etica del libero scambio, concependo la libertà come fondamento primario del progresso industriale lontano dal mero interesse personale. Opposta a questi principi è la teoria di Friedrich List, economista tedesco e sostenitore della superiorità della nazione sul singolo[1].
Nell’«epoca di infinite possibilità»[2], come la definisce Benjamin Disraeli, si manifestano gli effetti devastanti e sconvolgenti di un diffuso ottimismo, frutto del ‘compromesso vittoriano’ che spacca la nazione in due metà socialmente ed economicamente sperequate. Le strade ferrate e le ‘fauci fumose’ delle alte ciminiere confondono poi i tratti caratteristici dei paesaggi e disumanizzano gli abitanti-automi di un nuovo mondo generato dai ‘mostri della ragione’.

Partendo dalla questione dello spazio (dal greco τόποςtopos) «la conquista e l’individuazione di spazi nella storia come nel mito è sempre elemento necessario per l’acquisizione di identità e affermazione politica in un intreccio di luogo e non-luogo»[3]. Da sempre la dicotomia spazio-tempo è ciò che consente all’uomo di orientarsi nell’universo che percepisce come esistente ed è quindi necessaria nella definizione stessa di realtà.
Lo ‘spazio reale’ è lontano dall’interpretazione freudiana di ‘spazio psicologico’, quello privato della soggettività, dell’«immensità intima»[4] come la definirebbe Gustave Bachelard: «è attraverso la loro ‘immensità’ che i due spazi, lo spazio dell’intimità e lo spazio del mondo, diventano consonanti. Quando la grande solitudine dell’uomo si fa più profonda, le due immensità si toccano e si confondono»[5].
Nell’utopia moderna le tendenze molteplici, a livello narrativo, delineano forme opposte: distopia (luogo cattivo – evil), atopia (assenza di luogo), antiutopia (luogo non ideale) o cacotopia (termine introdotto da Jeremy Bentham, nel 1818, per indicare un luogo cattivo – bad), anche se tutte concorrono a rappresentare un sistema interpretativo della società perversa.

La trasposizione nell’altrove si svela utile per analizzare il circostante in chiave letteraria, fornendo una lettura e un’osservazione del reale destabilizzante e per nulla positiva. L’utopia, oltre a essere posta in carattere di divergenza rispetto ai termini sopracitati, si oppone al concetto di eterotopia, coniato nel 1967 da Michel Foucault in un intervento dal titolo Des espaces autres. Eterotopici sono quegli spazi senza alcun riferimento di natura geografica e che presuppongono uno studio e una considerazione dei concetti di posizionamento, localizzazione, atemporalità, estensione e senso di appartenenza. La definizione di Foucault si riferisce più che altro agli spazi negli spazi, a quei microcosmi che fanno parte della totalità e che solo in essa hanno ragion d’essere ed è inoltre, l’elemento di transitorietà a rappresentare una costante: i contro-luoghi si ricollegano a quelli reali e, per questo, uno spazio possiede altri spazi o frammenti protesi a sospendere il tempo[6].
Il concetto di eterotopia è dunque in rapporto asimmetrico con l’utopia: i luoghi ‘altri’ designati dalla prima sono altrove nell’altrove, non una zona sterile oppure d’ombra, ma più semplicemente una topologia d’intermezzo che vede un suo dipanarsi in un hic et nunc riconoscibile. La distopia nasce nel XIX secolo «dall’estensione di un materialismo senz’anima che mette in questione il significato di una civiltà edificata a spese dell’umano, e che ottiene la “felicità” con l’incoscienza e con la meccanizzazione dei comportamenti»[7] inoltre, «il corso della storia viene piegato dall’illimitata fiducia nel progresso che le impone una direzione obbligata e, persino, un termine incerto. Il sogno utopico abbandona la sua dimensione ideale per abbracciare quella ideologica, radicandosi concretamente nella storia futura, con l’immediata conseguenza di escludere il passato e annichilire il presente»[8].

John Stuart Mill

John Stuart Mill

Nel 1868 John Stuart Mill introduce il termine ‘distopia’ in relazione al governo irlandese, nel corso di un discorso ufficiale alla Camera dei Comuni; il termineutopia’, al contrario, viene diffuso dallo storiografo umanista Tommaso Moro grazie alla sua opera Utopia (1516) e precedentemente, nel IV sec. a. C., il primo esempio di città ideale a influenzare l’Occidente è La Repubblica (scritta tra il 390 e il 360 a. C.) del filosofo Platone, creazione fantastica che propone riflessioni sullo Stato.
Utopia e distopia rappresentano due poli basati su un gioco dialettico tra positivo e negativo[9]; il prefisso greco dys indica il male in opposizione a eu che significa bene, bontà.
La paura del potere e la sfiducia nell’avvenire sono inoltre, gli elementi principali: si viene a configurare una sorta di distopia sociale ove il singolo è quasi schiacciato dal controllo assunto dalle classi sociali dominanti; la distopia sociale si differenzia da quella naturale che presenta la natura come causa del malessere dell’uomo. Nella società giusta «l’idea dell’utopia, la sua comprensione della storia, si sviluppa in un secolo che non le è propizio. Il secolo che raccoglie e in sé vive la crisi della coscienza borghese, la crisi della ragione e del soggetto moderno»[10].
La scoperta del fallimento del mito del progresso comporta la ridefinizione del mondo urbano: le critiche distopiche del presente procedono al fianco dei sogni ancora vividi di non-luoghi, le utopie del futuro; si progettano architetture nuove di città ideali rinascimentali mentre le città reali del nuovo secolo mostrano l’antinomia tra la libertà e la felicità. Esistono confini frastagliati di uno spazio dell’ambiguità dato dalla ricollocazione immaginifica che attrae e repelle, restituendo il senso tragico della vita, accentuato nella sua forma più complessa; l’utopista negativo lo considera fatale e inevitabile e usa la «tecnica dell’inversione dei valori, che consiste nel rovesciamento e ribaltamento sistematico di tutti i postulati esistenti»[11].

Nelle utopie o distopie è elevato il valore assunto dall’occhio in letteratura: «l’occhio del Controllore, posto al centro dell’edificio, diventa una chiara metafora del potere che tutto controlla e ordina. Metafora inquietante perché richiama in maniera arcaica l’occhio di Dio, il potere religioso della visione, sia l’occhio di Medusa che pietrifica con lo sguardo»[12].
Nei modelli distopici dell’era moderna, come 1984 (1949) di George Orwell, il grande occhio scruta tutto e ovunque: a esso non può sfuggire nemmeno la caratterizzazione cittadina di desolazione e decadenza tipica del mondo meccanizzato, compreso il waste. È proprio l’underworld (di Don Delillo) o il netherworld (di George Gissing) a fornire l’essenza di quella sorta di decomposizione urbana che rimanda alle logiche capitaliste che travolgono i vecchi ritmi, sostituendoli con quelli nuovi, ma con un humus di scarti, impurità e rimanenze antiestetiche. Pertanto il progresso economico corre di pari passo col regresso estetico: le città subiscono senz’altro miglioramenti derivanti dalle nuove vie di comunicazione. Nelle distopie lo spazio è un insieme disordinato, sporco e minaccioso con caos e squallore: i rifiuti non sono altro che la fotografia di universi vorticosi e caleidoscopici in cui i vittoriani si muovono e vivono nel malessere.
Sono pertanto le figure ‘antiestetiche’ a rappresentare il sostrato di angoscia della City, emblema di una realtà fatta di punti oscuri, risvolti negativi, alterazioni causate da una moralità al contrario, così come una società multiforme e deforme che vive nel disagio continuo di scoprirsi fragile e degradata. Esiste ancora una co-appartenenza tra this e that/other world nella geometria di un reale dinamico, mutevole, onirico in cui le complesse contraddizioni topologiche e attanziali arrivano a instaurare un continuum con le tradizioni precedenti e successive, mostrando al lettore la potenza della visione, della futuristica tensione espressiva basata sul dipingere altri e diversi mondi possibili.

Il self-interest, l’imperante destrutturalizzazione e l’abolizione di ogni forma di estetica comportano conseguentemente una svolta improvvisa dal sogno all’incubo. La realtà capovolta diventa così l’oggetto di una satira destabilizzante e, a volte, grottesca in cui l’umano agire simboleggia una reductio ad ambiguitas. Mario Domenichelli definisce l’antiutopia come «rammemorazione del mondo smemorato che pretende l’utopia»[13] e quindi la distopia può essere considerata come un’utopia però nella sua forma più radicale.
Quando si è allentata la forza propulsiva delle utopie sono emerse le distopie inoltre, «per l’antiutopista, l’utopia non è un sogno, un paese nel quale desidera vivere, ma un incubo da esorcizzare, la materializzazione delle prospettive utopistiche in cui non crede»[14]. Da qui non più l’antica essenza naturalistica e verista bensì i ritmi frenetici che scandiscono l’esistenza umana, modificando anche e soprattutto coloro che occupano tale perimetro.

Tra un cumulo di macerie ideologiche si inserisce il novel, forma rappresentativa di tutta un’epoca e chiave che apre tutte le porte realizzando una serie di speranze e paure: dall’amore per la velocità (si pensi alla locomotiva, la grande invenzione del secolo) all’apprensione per i mutamenti avvenuti in modo estremamente repentino. Così il romanzo raccoglie e rimanda un equilibrio omeostatico messo a rischio dall’avidità, la trama e l’ambientazione dei romanzi prodotti in un’era di transizione risentono dei conflitti vissuti all’interno di quella che si configura già come ‘modern city’.
Infatti, il mutamento della percezione del reale ha un impatto forte anche sulla produzione letteraria: è un universo dominato da leggi dicotomiche, dagli opposti luce/buio, bene/male, giusto/sbagliato, vitale/meccanico, sano/insano. Infine, vengono riportate singole esperienze, pur ricorrendo all’alone del patetismo e del sensazionalismo; i personaggi diventano motore ed espressione della desolata visione che l’esasperata comunità industrializzata offre, fungendo inconsapevolmente da vittime e carnefici di una professata captatio benevolentiae verso la moderna macchina industriale.

Note

[1] Cfr. Foreman-Peck J., Storia dell’economia internazionale dal 1850 a oggi, Bologna, Il Mulino, 1999, da pag. 20 a 80.
[2] Ruggieri F. (a cura di), Dal Vittorianesimo al Modernismo: la cultura letteraria inglese, 1835-1950, Roma, Carocci, 2005, p. 14.
[3] Forleo M., “Spazi e dimensioni nella letteratura utopica vittoriana”, DADA. Rivista di antropologia post-globale, speciale n. 1, 2012, p. 114.
[4] Per saperne di più si rimanda alle opere di Gustave Bachelard: La poetica dello spazio (1957) e La poetica della rêverie (1960).
[5] Albertazzi S., In questo mondo. Ovvero quando i luoghi raccontano le storie, Roma, Meltemi, 2006, p. 127.
6] In Des espaces autres (conférence au Cercle d’études architecturales, 14 marzo 1967) Foucault offre un elenco di eterotopie ad esempio, il carcere, il manicomio, la caserma oppure quei luoghi in cui il tempo sembra anch’esso sospeso (si parla di eterocronia) come la fiera, la colonia estiva o il teatro.
[7] Baldini A. E. e Colombo A. (a cura di) [1987], Utopia e distopia, Firenze, Dedalo, 1993, p. 27.
[8] Mencacci L., L’eclissi dell’utopia urbana, Roma, Città Nuova Editrice, 2009, p. 23.
[9] Cfr. Braga C., “Utopie, Eutopie, Dystopie et Anti-utopie”, Metabasis, I:2 (septembre 2006), p. 4.
[10] ivi, p. 9.
[11] Fortunati V., La letteratura utopica inglese. Morfologia e grammatica di un genere letterario, Ravenna, Longo, 1979, pp. 90-91.
[12] Baldini A. E. e Colombo A. (a cura di) [1987], op. cit., p. 52.
[13] Bertinetti R., Deidda A., Domenichelli M., L’infondazione di Babele, Milano, Franco Angeli, 1983, p. 153.
[14] Cocozza A., Utopia e sociologia. Una critica alle società chiuse, Roma, Armando, 2004, p. 34.