PAOLO VI: OSTPOLITIK E DIPLOMAZIA DEL DIALOGO

di Renzo Paternoster -

 

 

Tutelare i fedeli cattolici oltrecortina, nei paesi del cosiddetto socialismo reale: per papa Montini si trattò di una delicata operazione diplomatica, che imponeva compromessi e appeasement. Più o meno ciò che in Germania Ovest stava attuando il cancelliere Brandt con i tedeschi orientali.

 

Il 3 giugno 1963 muore papa Giovanni XXIII. Il Concilio Vaticano II era in atto e molti si chiesero quale linea i cardinali riuniti in conclave avrebbero seguito nella designazione dei candidati al soglio petrino. Un papa conservatore avrebbe potuto ribaltare i propositi di rinnovamento di papa Giovanni. Indubbiamente nel conclave si giocavano le sorti del Vaticano II. In questa prospettiva fu accantonata la candidatura del cardinale Antoniutti, sostenuta dai conservatori, per rispolverare quella del riformatore monsignor Montini, che nel frattempo era divenuto cardinale. Tra i “papabili” c’era anche il cardinale armeno Pietro Agagianian, ma il Sifar (il servizio segreto italiano) ne diffidava, in quanto l’anziana sorella, Elisabetta Papikova, aveva rapporti sospetti con funzionari dell’ambasciata sovietica. Fecero foto e pedinamenti alla donna e, dopo aver incartato il tutto, spedirono in Vaticano proprio quando i cardinali stavano per entrare in Conclave.
Al quarto scrutinio, il 21 giugno 1963, i prìncipi della chiesa si diedero un nuovo pontefice proprio nella persona di Giovanni Battista Montini, già arcivescovo della prestigiosa diocesi di Milano. Egli, in onore dell’apostolo del grande delle genti, volle chiamarsi Paolo.
Appena salito al trono di Pietro, il cardinale Montini capì che era necessario rivedere la composizione della Curia romana, e nel 1967, con la costituzione apostolica Regimini Ecclesiae Universae, procedette a una riforma che rispondeva soprattutto a tre esigenze: internazionalizzare la Curia, introducendovi membri di tutte le parti del mondo; renderla più efficiente con una serie di riforme tecniche; renderla più pastorale, introducendo la presenza in ogni congregazione di sette vescovi residenziali.
Giovanni XXIII aveva iniziato quel processo distensivo col mondo. Papa Paolo costruirà, sulle basi di una diversa interpretazione storica del conflitto tra capitale e lavoro, tra Ovest ed Est, la ostpolitik vaticana, cioè il tentativo di attenuare l’attività persecutoria dei regimi comunisti attraverso la rinuncia, da parte della Santa Sede, nel ribadire costantemente la condanna del comunismo e dei regimi che a esso si ispiravano.
La ostpolitik vaticana fu in realtà una mutazione della politica tedesca portata avanti dal cancelliere Willy Brandt dal 1969 al 1974. La linea politica di Brandt verso l’Est europeo doveva servire a rendere più vivibile la “situazione tedesca”, al fine di evitare che questa determinasse risultati pericolosi sul piano internazionale. Nello stesso tempo, attraverso la ricerca di scambi culturali, si doveva cercare una distensione tra i due blocchi europei. L’ostpolitik di Willy Brandt ricevette la benedizione papale; e lo stesso politico tedesco si recò in Vaticano per accogliere ulteriori appoggi alla sua azione politico-diplomatica.

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Papa Paolo VI

È sotto il pontificato di Giovani Battista Montini che, dopo i colloqui diplomatici iniziati durante il pontificato di Giovanni XXIII, la Santa Sede firmò, il 15 settembre 1964, il primo accordo parziale con uno Stato socialista, l’Ungheria. In questo Paese esisteva un forte legame della Chiesa locale con lo Stato, e la pattuizione incontrò forti riserve negli ambienti curiali ungheresi. Questo accordo, che comprendeva un Atto con un Protocollo, aveva un carattere particolare, infatti, «non ci fu un’intesa come si fa di solito nel senso che “le parti convengono ecc.”» [monsignor Casaroli, in Santini A., Agostino Casaroli. Uomo del dialogo, 1993, p. 52], ma un impegno reciproco ad attenersi alle rispettive dichiarazioni, non sempre purtroppo coincidenti, esposte nel Protocollo d’intesa. L’accordo, comunque, faceva ottenere alla Santa Sede la ricostruzione dell’episcopato, con la nomina a cardinale di Lázló Lekai, anche se i vescovi dovevano prestare giuramento di fedeltà alla Repubblica e alla sua costituzione. Altre disposizioni dell’accordo riguardavano la revoca del controllo di commissari ministeriali nelle curie vescovili; la possibilità di comunicazione tra ordinari e seminari, ordini, congregazioni religiose e Santa Sede. Importanti sono anche le disposizioni per il funzionamento del Pontificio Istituto Ecclesiastico Ungherese a Roma, autorizzato dall’accordo a ospitare studenti e sacerdoti che volessero perfezionare i loro studi. La questione del cardinale Mindszenty, aperto oppositore del dialogo con i regimi comunisti e per quindici anni rifugiato nell’ambasciata statunitense di Budapest, fu trattata successivamente, arrivando a un accordo che fu firmato a Budapest il 9 settembre 1971, da plenipotenziari vaticani e incaricati del governo.
Il nuovo clima più disteso fu in seguito rafforzato da due visite ufficiali in Vaticano: la prima del presidente del Consiglio dei ministri dell’Ungheria, György Lázár, il 13 novembre 1975; la seconda del segretario del partito comunista della stessa Ungheria, Janos Kadar, il 10 giugno 1977.
Il 25 maggio 1966, monsignor Agostino Casaroli, su mandato della Curia romana, firmò anche un protocollo con il governo della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia, dove venivano poste le basi per il ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra le due parti. L’accordo si sviluppò grazie al lavoro diplomatico dell’episcopato jugoslavo, in particolare di monsignor Franjo Seper, arcivescovo di Zagabria. Con questo accordo, detto “Protocollo di Belgrado”, il governo garantì alla Chiesa cattolica locale il libero esercizio dell’attività religiose e di culto; riconobbe la giurisdizione della Santa Sede sulla Chiesa cattolica in Jugoslavia, nelle questioni spirituali e di carattere ecclesiastico e religioso; garantì ai vescovi la possibilità di mantenere contatti con la Santa Sede in materie ecclesiastiche e religiose; si dichiarò disposto a prendere in esame le segnalazioni della Santa Sede in relazione alla piena applicazione di tali princìpi e garanzie. Dal canto suo, la Santa Sede, al punto II della pattuizione, confermò l’affermazione di principio che tutta l’attività degli ecclesiastici, nell’esercizio delle loro funzioni, avrebbero dovuto svolgersi unicamente nell’ambito religioso ed ecclesiastico, di conseguenza tutti i religiosi non dovevano sconfinare nella sfera politica. Questo punto dell’accordo fu voluto dalla Santa Sede per dissipare alcune riserve avanzate dagli oppositori interni allo Stato sull’attività della Chiesa nel Paese. Con uno spirito diplomatico all’insegna della prudenza, si decise che, sebbene gli accordi prevedessero esplicitamente che le relazioni diplomatiche si sarebbero realizzate a livello di ambasciate, lo scambio di ambasciatori si sarebbe attuato in seguito. Questo avvenne il 15 agosto 1970. Il 29 marzo dello stesso anno il presidente Tito incontrò ufficialmente in Vaticano papa Paolo.

Il cardinale Agostino Casaroli

Il cardinale Agostino Casaroli

Un altro segno positivo per la riappacificazione con l’Est dell’Europa, fu l’incontro voluto dall’alto dirigente del governo della Repubblica Democratica Tedesca Lambertz Werner e monsignor Agostino Casaroli, segretario della congregazione per gli Affari straordinari. L’incontro avvenne per espresso desiderio dello stesso Werner, che si rivolse ad Enrico Berlinguer, che a sua volta incaricò il giornalista Alceste Santini di combinare l’appuntamento con Casaroli. L’incontro avvenne il 31 gennaio 1963 nell’appartamento di monsignor Giovanni Cheli, allora stretto collaboratore di Casaroli. Grazie a questo incontro, due anni dopo, nel giugno del 1975, monsignor Casaroli si recò nella Germania orientale su espresso invito di Oskar Fischer, ministro degli Affari Esteri dello Stato.
La preoccupazione del governo di Berlino est, nei confronti della Chiesa cattolica, era quella di ottenere che l’organizzazione ecclesiastica dello Stato della Germania orientale fosse giuridicamente distinta e del tutto separata da quella della Germania occidentale. Questo per affermare sia in campo nazionale sia in quello internazionale la totale indipendenza della Repubblica Democratica Tedesca dalla Repubblica Federale di Germania. Il governo tedesco-orientale dichiarò che avrebbe garantito il miglioramento delle condizioni generali della Chiesa nel Paese, a condizione di una riorganizzazione ecclesiastica della Repubblica Democratica Tedesca. Per una serie di problemi interni alla Chiesa cattolica locale e per motivi politici, la Santa Sede venne in parte incontro a queste richieste. Infatti nel 1975 ridusse il titolo del suo rappresentante diplomatico a Bonn da nunzio apostolico in Germania, a nunzio apostolico nella Repubblica Federale di Germania.
Probabilmente questi appena elencati furono gli argomenti sui quali si discusse durante i colloqui che monsignor Casaroli ebbe, durante il suo viaggio in Germania orientale, con il presidente del Consiglio Horst Sindermann, con il ministro degli Esteri Fischer e con il segretario di Stato per gli Affari ecclesiastici Hans Seigewasser. Il diplomatico vaticano cercò in tutti i modi di soffermarsi sui temi che potevano “legare” anziché “allontanare”: reclamando un “certo” riconoscimento alla Chiesa cattolica, per permettergli un’efficace azione sulla scena mondiale, egli volle affrontare il problema della pace, della sicurezza e della cooperazione internazionale. Importante in questo senso fu il discorso di monsignor Casaroli pronunciato a Berlino il 10 giugno, in occasione del pranzo offerto dal ministro degli Esteri: «La Santa Sede pensa di poter — quale forza nitidamente ed esclusivamente morale – dare il suo apporto, prezioso per quanto modesto possa apparire, alla causa della pace. Ma per contribuire a combattere la sfiducia dei vari popoli e delle varie potenze fra di loro, essa ha bisogno di godere, a sua volta, la sincera fiducia degli uni e degli altri. […] Questo spiega l’apertura della Santa Sede al dialogo con quelli che lo desiderano: il che, è ben chiaro, non significa che la Santa Sede trascuri o consideri di minore importanza le questioni delle divergenze ideologiche e dottrinali, oppure che essa accetti che siano lasciate senza appropriata considerazione e soluzione — in particolare — le questioni relative alla vita della Chiesa e dei cattolici nei Paesi con i quali si instaura il dialogo sui problemi della pace e della cooperazione internazionale» [monsignor Casaroli, in Santini A., Agostino Casaroli. Uomo del dialogo, 1993, pp. 119-120].
Casaroli, il giorno seguente, durante la cena offerta nella sede episcopale dell’arcivescovo di Berlino, per ricambiare l’invito del giorno precedente del ministro Fischer, in un altro discorso si soffermò sul concetto cristiano di progresso. Dal punto di vista cristiano, per Casaroli, il progresso umano «deve essere vero, integrale e armonioso, anche perché — per il fatto stesso di una mancanza di armonia e completezza — esso porterebbe in sé i germi della distruzione» [monsignor Casaroli, in Santini A., Agostino Casaroli. Uomo del dialogo, 1993, pp. 120-121].
Monsignor Casaroli volle ribadire, nei due discorsi ufficiali, il fatto che se lo Stato vuole favorire il suo progresso, dovrebbe accogliere le necessarie libertà dell’uomo, e aver al contempo il coraggio di accettare il fatto che ci sono cose di Cesare ed altre di Dio. Questo è importante, in quanto solo una Chiesa che vive pienamente la sua vita all’interno di uno Stato, può svolgere efficacemente il suo servizio verso la società degli uomini.

Paolo VI e Tito

Paolo VI e Tito

Continuando nella sua politica di distensione con l’Est dell’Europa, papa Montini e i diplomatici della Santa Sede riuscirono ad ammorbidire la situazione religiosa anche in Bulgaria, ricevendo in Vaticano il capo di Stato di questo Paese, Todor Zivkov. In seguito a questa visita, nel 1978, dopo una paziente opera da parte dell’episcopato bulgaro e della Santa Sede stessa, le condizioni dell’insegnamento religioso e della formazione dei nuovi sacerdoti migliorarono notevolmente; inoltre fu concesso ai vescovi l’autorizzazione a formare due o tre seminaristi; mentre ai rappresentanti della Santa Sede fu accordato il permesso di visitare regolarmente la Bulgaria.
Nel 1978 la diplomazia montiniana diede i suoi frutti anche in Cecoslovacchia, con la firma di un limitato accordo con il governo del Paese, anche se la situazione religiosa in questa regione non migliorò più di tanto (qui c’era un solo vescovo residenziale con tre amministratori apostolici su tredici diocesi ).
Nelle altre democrazie popolari dell’Est europeo, le condizioni della Chiesa e dei cattolici erano abbastanza drammatiche: nell’Unione Sovietica, dove i cattolici erano in diaspora, non esisteva una gerarchia ecclesiastica; in Ucraina, giusto per fare un altro esempio, la Chiesa cattolica era stata forzatamente annessa a quella ortodossa. In generale, le comunicazioni tra la Santa Sede e gli episcopati locali erano inesistenti, i luoghi di culto e il numero dei chierici era abbastanza ridotto, la maggior parte dei sacerdoti erano anziani, tantissime sedi episcopali lamentavano la mancanza del titolare. Agli occhi della Santa Sede, questi pochi accordi che era riuscita a concludere, soprattutto quello con Belgrado, rappresentarono un buon modello ispiratore per una nuova politica diplomatica con le altre democrazie popolari.

Paolo VI e Gromiko

Paolo VI e Gromyko

Dove Paolo non riuscì a stabilire accordi, iniziò colloqui ufficiali. Il viaggio a New York di papa Montini, nell’ottobre del 1965, fu abbastanza fruttuoso per l’instaurazione di colloqui diplomatici con esponenti politici dell’Est europeo. Nel palazzo sede dell’Onu, infatti, il pontefice incontrò il ministro degli Esteri sovietico Gromyko. Durante i colloqui, Paolo, anziché insistere sui problemi inerenti la presenza, o forse e meglio dire l’assenza forzata della Chiesa cattolica nell’Urss, trattenne il suo interlocutore ribadendo gli stessi argomenti esposti all’Assemblea generale degli Stati, e cioè le preoccupazioni, comuni sia all’Unione Sovietica sia al Vaticano, circa i temi della pace e della sicurezza internazionale.
Questa tattica diplomatica, e cioè quella di trovare argomenti comuni che, anziché allontanare, avvicinavano la Santa Sede al governo sovietico, risultò abbastanza positiva: dopo l’incontro i rapporti diplomatici con Mosca iniziarono a essere gestiti istituzionalmente dalla sezione della Segreteria di Stato che si occupò degli Affari internazionali.
Il vecchio canale diplomatico di Ankara, tra l’ambasciatore sovietico Ryjov e il nunzio Lardone fu ormai superato. Tuttavia i sovietici cercarono soltanto un dialogo diplomatico con la Santa Sede, mentre sulle questioni religiose interne allo Stato, specie quelle strettamente legate alla Chiesa cattolica (come il problema degli uniati ucraini) il niet sovietico fu assoluto.
A New York, invece, Paolo si presentò con un cardinale nord-americano, monsignor Spellman; un latinoamericano, monsignor Caggiano; un europeo, monsignor Tisserant; un africano, monsignor Gilroy; un giapponese, monsignor Tatuo Doi; un orientale, monsignor Agagianian. Paolo volle dimostrare che la sua Chiesa era internazionale, non più legata all’Europa. Egli così si presentò agli Stati: «voi avete davanti un uomo come voi; egli è vostro fratello, e fra voi, rappresentanti di Stati sovrani, uno dei più piccoli, rivestito lui pure, se così vi piace considerarci, d’una minuscola, quasi simbolica sovranità temporale, quanta gli basta per essere libero di esercitare la sua missione spirituale, e per assicurare chiunque tratta con lui, che egli è indipendente da ogni sovranità di questo mondo. Egli non ha alcuna potenza temporale, né alcuna ambizione di competere con voi; non abbiamo infatti alcuna cosa da chiedere, nessuna questione da sollevare; se mai un desiderio da esprimere e un permesso da chiedere, quello di potervi servire in ciò che a Noi è dato di fare, con disinteresse, con umiltà e amore. [noi] siamo portatori d’un messaggio per tutta l’umanità». [Discorso del Santo Padre alle Nazioni Unite, 4 ottobre 1965, http://www.vatican.va/content/paul-vi/it/speeches/1965/documents/hf_p-vi_spe_19651004_united-nations.html]
Presentando la sua Chiesa come «esperta di umanità», Paolo si fece portavoce delle aspettative di pace e di giustizia dell’Ovest come dell’Est, del Nord come del Sud del mondo. La parte finale del suo intervento all’assemblea dell’Onu, è programmatica: non più «gli uni contro gli altri»; e per fare questo occorre «cambiare la mentalità particolaristica e bellicosa, che finora ha tessuto tanta parte della storia», attraverso «il disarmo», la devoluzione ai Paesi in via di sviluppo di una parte «delle economie, che si possono realizzare con la riduzione degli armamenti», «la collaborazione fraterna».
Su questa scia, la Santa Sede presentò, il 12 dicembre 1977, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, tramite il suo osservatore accreditato, il documento “la Santa Sede e il disarmo”, nel quale si suggerì, fra l’altro, una particolare politica del disarmo, che avrebbe incluso l’accesso ai finanziamenti internazionali per i Paesi che avessero ridotto le loro spese militari a scopi sociali [Acta Apostolicae Sedis, dicembre 1977, http://www.vatican.va/archive/aas/documents/AAS-70-1978-ocr.pdf].
La promozione del dialogo con il mondo prese consistenza, sia nei viaggi che Paolo compì nei cinque continenti, sia nelle udienze pubbliche e private, sia nella sua prima enciclica, uscita il 9 agosto 1964, ancor prima che il concilio Vaticano II finisse.

Paolo VI alle Nazioni Unite

Paolo VI alle Nazioni Unite

Nella sua prima enciclica - la Ecclesiam suam – Paolo improntò il suo dialogo con il mondo, da tenersi tanto a Nord quanto al Sud, tanto ad Ovest quanto ad Est; tanto con i cristiani “separati”, tanto con le altre confessioni. Egli, così, istituì apposite congregazioni capaci di affrontare adeguatamente i problemi dell’uomo contemporaneo. Su questa scia, ad esempio, si costituì una commissione per le Relazioni religiose con l’ebraismo, che portò ad un documento di carattere pratico in cui si davano disposizioni precise circa il dialogo da tenere con i «fratelli ebrei». Paolo incontrò durante il suo pontificato anche il patriarca di Costantinopoli e l’arcivescovo di Canterbury capo della Chiesa anglicana.
Nell’enciclica, papa Paolo, affrontò anche il delicato problema circa l’atteggiamento da tenere contro i regimi atei e antireligiosi. Egli lo fece in un’ottica diversa, e cioè avanzando una sottile richiesta alla trattativa. In pratica Paolo richiedeva unicamente una modificazione dell’atteggiamento antireligioso, tralasciando espliciti riferimenti all’ideologia che portava a simili atteggiamenti, in quanto – come si legge nell’enciclica – la «nostra deplorazione è, in realtà, lamento di vittime ancor più che sentenza di giudici». Nel documento pontificio fu chiara anche l’affermazione che, per il pontefice, la Santa Sede si sentiva onorata da qualsiasi invito concesso a essa a partecipare all’assemblee dei popoli, dove veniva trattati i diritti e i doveri dell’uomo.
La stessa richiesta di dialogo la troveremo anche in un documento del concilio Vaticano II, e precisamente nella costituzione Gaudium et spes: pur non nominando espressamente il marxismo ateo, il documento infatti deplora «le discriminazioni tra credenti e non credenti che alcune autorità civili ingiustamente introducono» e «respingendo in maniera assoluta l’ateismo, […] riconosce sinceramente che tutti gli uomini, credenti e non credenti, devono contribuire alla giusta costruzione di questo mondo, […] ciò, sicuramente, non può avvenire senza un leale e prudente dialogo» [Gaudium et spes, parte I, capitolo I, numero 21].
La richiesta di dialogo si inserì in un discorso più generale che impegnò la Chiesa di Paolo VI sul tema della pace. In questo contesto nacque nel 1967 l’iniziativa di papa Montini della “Giornata della Pace”.
A commento della iniziativa, Paolo così scriveva nel messaggio per la celebrazione della prima giornata della pace del 1968: «La proposta di dedicare alla pace il primo giorno dell’anno nuovo non intende qualificarsi come esclusivamente nostra, religiosa cioè cattolica; essa vorrebbe incontrare l’adesione di tutti i veri amici della pace, come se fosse iniziativa loro propria, ed esprimersi in libere forme, congeniali all’indole particolare di quanti avvertono quanto bella e quanto importante sia la consonanza d’ogni voce nel mondo per l’esaltazione di questo bene primario, che è la pace, nel vario concerto della moderna umanità». Tuttavia, continuava papa Paolo: «Un’avvertenza da ricordare. La pace non può essere basata su una falsa retorica di parole, bene accette perché rispondenti alle profonde e genuine aspirazioni degli uomini, ma che possono anche servire, ed hanno purtroppo a volte servito, a nascondere il vuoto di vero spirito e di reali intenzioni di pace, se non addirittura a coprire sentimenti ed azioni di sopraffazione o interessi di parte. Né di pace si può legittimamente parlare ove della pace non si riconoscano e non rispettino i solidi fondamenti: la sincerità, cioè la giustizia e l’amore nei rapporti fra gli Stati e nell’ambito di ciascuna Nazione fra i cittadini tra di loro e con i governanti; la libertà, degli individui e dei popoli, in tutte le sue espressioni, civiche, culturali, morali, religiose». [Messaggio del Santo Padre Paolo VI per la celebrazione della I Giornata della Pace, 1° gennaio 1968, in http://www.vatican.va/content/paul-vi/it/messages/peace/documents/hf_p-vi_mes_19671208_i-world-day-for-peace.html]
Pur fra perplessità e critiche interne alla Chiesa, Paolo VI dimostrò coraggio in un tempo in cui turbolenti venti atomici aleggiavano nel mondo.

 

Per saperne di più

Concordati e accordi della Santa Sede, in «Vatican.va», http://www.vatican.va/roman_curia/secretariat_state/index_concordati-accordi_it.htm.
F. Ceccarelli, Dagli intrighi dei Borgia a Echelon. I segreti del conclave nella storia, «La Repubblica», 3 aprile 2005, http://www.repubblica.it/2005/d/sezioni/esteri/papa7/ segrecon/segrecon.html.
Insegnamenti di Paolo VI, 16 voll., LEV, Città del Vaticano, 1960-1967.
Paolo VI, Discorsi al popolo di Dio (1963-1968), 5 voll., Studium, Roma, 1964-1969.
V. Grementieri, E. Vitta (a cura di), Codice degli Atti internazionali sui diritti dell’uomo, Giuffrè, Milano 1981.
C. Rendina, I papi. Storia e segreti, Newton Compton, Roma 1983, ora 2013.
V. Cárcel Ortí, La Chiesa in Europa. 1945-1991, San Paolo, Cinisello B., 1992.
A. Santini, Agost ino Casaroli. Uomo del dialogo, San Paolo, Cinisello B., 1993.
E. Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali. 1918-1992, Laterza, Roma-Bari, 1994.
G. Barberini, L’Ostpolitik della Santa Sede. Un dialogo lungo e faticoso, il Mulino, Bologna 2007.
P. Chenaux, Paolo VI. Una biografia politica, Carocci, Roma 2016.