IL CASO MORO: STORIA DI UN PAESE A SOVRANITÀ LIMITATA

di Matteo Masetti -

 

Per ragioni geostrategiche la storia d’Italia è stata spesso al centro di interessi di potenze straniere. Dall’Unità, passando per la Seconda guerra mondiale fino alla rete di interessi durante la Guerra Fredda, alcuni passaggi della storia nazionale sono stati pesantemente condizionati. È il caso dell’assassinio dell’onorevole Aldo Moro.

La storia legata al sequestro, prigionia e omicidio di Aldo Moro (1916-1978) già presidente del Consiglio dei Ministri e leader della Democrazia Cristiana rimane un evento dai contorni oscuri della nostra storia politica degli ultimi decenni così come lo è l’assassinio del presidente John Fitzgerald Kennedy per la storia americana. Su questa vicenda denominata anche ‘L’affaire Moro’ – dal titolo di un libro uscito nel 1978 dello scrittore siciliano Leonardo Sciascia – si sono svolte indagini giudiziarie e processi oltre all’istituzione di due Commissioni parlamentari d’inchiesta che hanno prodotto una letteratura sterminata di documenti assieme a numerosi saggi di svariati autori senza che però si sia mai riusciti a raggiungere una verità chiara e condivisa. Una verità giudiziale che ha condannato le Brigate Rosse come ‘manovalanza’ del delitto ma che non ha però sciolto le riserve di una verità storica che appare molto diversa. L’ultima commissione parlamentare presieduta dal professor Giuseppe Fioroni si è chiusa nel dicembre del 2017 ed ha portato alla luce altri nuovi elementi che a distanza di 40 anni sono sicuramente serviti a ‘illuminare’ la scena iniziata il 16 marzo 1978 in via Fani a Roma con il massacro dei cinque uomini della scorta e il rapimento dello statista e conclusi con il ritrovamento del suo corpo dopo 55 giorni di prigionia. In questo contesto si proverà a cercare di ricostruire alcuni elementi facendolo da diverse angolature e spunti con i quali leggere questa vicenda, contestualizzando il periodo storico-politico italiano e internazionale partendo dalla formazione dello stato unitario.

Il Mediterraneo ombelico del mondo: l’Italia al centro degli interessi delle grandi potenze europee

Trovandosi al centro del Mediterraneo, la nostra penisola ha da sempre costituito il crocevia di interessi con il Medio Oriente e il Nord Africa e questo fatto va tenuto in considerazione anche per tutti gli eventi che sono accaduti dall’Unità fino al periodo attuale. Infatti, fin dalla nascita dello stato unitario italiano è stato interesse delle maggiori potenze europee quali Francia e Gran Bretagna rivolgere le loro attenzioni verso la penisola. A metà Ottocento il Regno delle Due Sicilie che aveva proclamato la volontà di difendere con ogni mezzo i propri interessi nell’area sud del Mediterraneo costituiva per Londra ma anche per Parigi una ‘spina nel fianco’ perché andava a minacciare i traffici e sbocchi commerciali verso il Medio e quindi Estremo Oriente: proprio la Massoneria inglese finanzierà la Spedizione dei Mille guidata dall’avventuriero Giuseppe Garibaldi e lo sbarco a Marsala sarà reso possibile anche grazie alla ‘discreta’ presenza di due navi da guerra inglesi. Garibaldi riuscì così in pochi mesi a conquistare il sud dell’Italia ponendolo sotto la corona di Casa Savoia: in questo modo la Gran Bretagna si assicurerà più facilmente il controllo dell’area eliminando un temibile concorrente quale era stato il Regno delle Due Sicilie anche in previsione dell’imminente apertura del canale di Suez avvenuta poi nel 1869 e cercando così di stabilire una specie di ‘protettorato’ sul neonato stato italiano (così come era avvenuto in passato con il Portogallo).
Il Mediterraneo tornava così a diventare il nuovo ‘ombelico del mondo’, ruolo che aveva perso nei secoli precedenti dopo la scoperta delle rotte commerciali attraverso gli oceani e la Gran Bretagna poteva creare un passaggio più libero nell’area sfruttando inoltre le concessioni minerarie dello zolfo della Sicilia, componente fondamentale per lo sviluppo dell’industria – soprattutto quella navale di allora – come lo sono gli idrocarburi al giorno d’oggi. Appare a questo punto interessante riportare il giudizio espresso da F.M. Dostojevski: “Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (ma è stato proprio così?) ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l’Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? È sorto un piccolo regno di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, [...] un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unità mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second’ordine. Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!” Il giudizio espresso dal grande romanziere russo è alquanto significativo perché coglie da una prospettiva pur lontana ma allo stesso tempo molto chiara le difficoltà che hanno poi caratterizzato lo stato unitario: un paese creato artificialmente manu militari al posto di una federazione di stati con i propri usi, costumi, tradizioni, identità e ordinamenti che avrebbe potuto essere una soluzione più adatta rispetto a un moderno stato accentrato come quello sabaudo – creato sul modello francese – che verrà così esteso alla nostra penisola. Di fatto uno stato la cui unità venne favorita e sospinta da una parte della classe liberale e dalle società segrete quali la Massoneria ma da cui i ‘popoli’ della penisola erano totalmente assenti: quindi una debolezza strutturale fin dall’alba della nazione (da lì anche la famosa espressione attribuita a Massimo d’Azeglio ‘Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani’).
L’Italia (o Italietta) riuscì comunque ad acquisire un minimo di credibilità internazionale e relativa indipendenza sviluppando una marina mercantile e anche militare di primaria importanza che servì anche per le conquiste coloniali di inizio Novecento: infine la vittoria nella Prima Guerra Mondiale accanto alle potenze dell’Intesa (Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti) rese la penisola importante agli occhi della comunità internazionale anche se gli altri paesi vincitori ci trattarono come un attore secondario durante la conferenza di pace. Con l’affermarsi del fascismo di Benito Mussolini e dei suoi successi nel campo dell’economia – ricordiamo qui la salvaguardia della lira a ‘quota novanta’ contro gli attacchi della speculazione internazionale nel corso degli Anni Trenta così come la nascita dell’IRI o anche la politica di industrializzazione del nostro paese – assieme alla politica estera del regime che raggiunse il suo apice con la conquista dell’Etiopia, l’Italia venne guardata con sempre maggiore sospetto da Francia e Gran Bretagna che prima isolarono e poi spinsero verso un’alleanza con la Germania di Hitler ormai incamminata in una rincorsa verso la completa militarizzazione che portò successivamente e inesorabilmente al secondo conflitto mondiale. Il nostro paese, militarmente impreparato e ‘costretto’ a condividere le sorti dell’ingombrante alleato germanico, al termine del conflitto si ritrovò quindi sconfitto, sottomesso e umiliato da un trattato di pace che ne avrebbe limitato la propria sovranità nei decenni successivi.

La rinascita di un paese sconfitto: De Gasperi e Mattei

L’Italia si trovò così a vivere di fatto una sorta di ‘sovranità limitata’ subordinata a Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. Sono interessanti in questo senso le parole che l’ex Primo Ministro inglese Winston Churchill aveva espresso al delegato apostolico vaticano William Godfrey nel novembre del 1945: “L’unica cosa che mancherà all’Italia è una totale libertà politica”[...] E ancora: “La Santa Sede dissentirà in parte da questa umiliante valutazione psicologica che determinerà uno stato di discordia permanente e che provocherà la debolezza dei futuri governi italiani” […] Poi per finire: “Se fosse stato commesso l’imperdonabile errore di ammettere l’Italia nella famiglia delle nazioni alleate dopo la liberazione di Roma […] al giorno d’oggi l’Italia sarebbe una nazione vincitrice”. Possiamo quindi capire anche da queste affermazioni come il clima politico italiano cominciasse ad essere attraversato da una conflittualità anche per l’influenza di attori esterni di primissimo piano operanti da dietro le quinte in maniera ‘discreta’ ma pur sempre ingombrante. Alcide De Gasperi fu il primo esponente politico che cercò di rendere meno pesante il fardello della nazione uscita sconfitta dalla guerra con tutte le drammatiche conseguenze di un trattato di pace che riduceva i nostri confini orientali oltre alla perdita di tutte le colonie. De Gasperi riuscì comunque a tenere uniti i due fronti della politica italiana costituiti dalla Democrazia Cristiana e dai due maggiori partiti di sinistra ovvero quello comunista e quello socialista evitando una guerra civile come quella accaduta in Grecia poco tempo prima e riuscendo inoltre ad arrivare alla stesura di una carta costituzionale sottoscritta da entrambi gli schieramenti: in pratica si arrivò ad un primo compromesso storico – denominato anche ‘consociativismo’ che escludeva il PCI dal governo ma lo coinvolgeva nel processo legislativo – che De Gasperi riuscì a ottenere assieme a Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista. Successivamente il nostro paese entrò a far parte della NATO in quanto paese invaso e occupato dagli anglo-americani e sotto la sfera di influenza occidentale come anche deciso nel febbraio del 1945 in Unione Sovietica a Yalta. Un equilibrio che rimase comunque sempre precario per la presenza di ex combattenti reclutati per conto dell’intelligence alleata come l’ex capo partigiano bianco Edgardo Sogno o l’ex comandante fascista della X Mas Junio Valerio Borghese così come dall’altra parte l’apparato paramilitare del Partito Comunista facente capo a Pietro Secchia e a organizzazioni clandestine quali Stella Rossa e Volante Rossa che si macchiarono di numerosi delitti negli anni subito dopo la guerra: questi fenomeni servono quindi per capire come la nostra rinata democrazia si trovasse a vivere in una posizione molto debole sospinta in continuazione tra le diverse ‘anime’ del paese. Tutto ciò verrà nuovamente alla luce verso la fine degli anni Sessanta in un clima politico surriscaldato e che si andrà a sommare ad un difficile contesto politico internazionale di forti tensioni contrapposte. Lasciando da parte per ora il fronte interno è comunque importante ribadire la posizione geografica altamente strategica che assunse il nostro paese quale marca di confine dello schieramento NATO contrapposto al blocco orientale del Patto di Varsavia ma anche sul fianco sud dell’Europa come cerniera con il mondo arabo e medio-orientale.
Subito dopo la Seconda Guerra Mondiale cominciarono anche a farsi più forti le istanze dei paesi che volevano liberarsi dal colonialismo anglo-francese e l’Italia si trovò così a fianco di quei popoli con un’immagine più vera e credibile in quanto non aveva più alcun territorio da dover difendere essendone stata privata totalmente dopo il trattato di pace. Come ebbe a scrivere lo storico Ennio Di Nolfo, la risoluzione delle Nazioni Unite del 1949 che impose al nostro paese di rinunciare alle sue ex colonie ci mise così al fianco dei paesi dell’area medio-orientale con un atteggiamento che caratterizzerà anche la politica estera dell’Italia in termini di amicizia e vicinanza nei decenni seguenti.
E’ in questo contesto che si sviluppa l’azione commerciale e ‘politica’ di Enrico Mattei che da capo dell’Eni irruppe sulla scena internazionale per cercare di raggiungere accordi con nuovi partner in Medio Oriente e assicurare in questo modo l’indipendenza energetica necessaria per la crescita economica del nostro paese: tutto ciò costituiva una minaccia sia per Francia che per Gran Bretagna per le stesse ragioni che cento anni prima le avevano portate a intervenire nella formazione dello stato unitario italiano e che adesso si ripresentavano con rinnovati scenari. Enrico Mattei, marchigiano di umili origini, aveva militato nelle file della Resistenza guidando i partigiani democristiani e, dopo essere stato eletto all’Assemblea costituente aveva abbandonato la politica per assumere la presidenza dell’Eni costituita nel 1953. Così, dopo aver organizzato a tempo di record la nuova compagnia petrolifera statale Mattei cominciò la sua attività stabilendo accordi con la Persia, l’Egitto e successivamente l’Iraq.
Nel luglio del 1956 a seguito della crisi di Suez e dell’intervento anglo-francese per reagire alla nazionalizzazione del canale decretata dal presidente egiziano Nasser, l’Italia ispirata anche dal presidente dell’Eni mantenne una posizione di equidistanza e ciò provocò un accrescimento della nostra influenza in tutta l’area mediorientale costituendo uno scacco soprattutto per il dominio britannico ancora presente nella regione. Londra – ma anche Parigi – si sentirono maggiormente minacciate nei loro interessi anche in seguito alla nascita di nuovi stati indipendenti, per le crescenti tensioni tra Israele e paesi arabi e per la minaccia di una penetrazione nell’area da parte dell’Unione Sovietica.
Allo stesso tempo uno dei punti di maggiore attrito della politica dell’Eni nei confronti delle altre compagnie petrolifere – le Sette Sorelle così denominate da Mattei – era costituito dalla violazione degli accordi stipulati sulla cosiddetta regola del ‘fifty-fifty’ cioè la metà dei profitti ai paesi produttori e l’altra metà alle compagnie petrolifere. Mattei propose invece dei contratti più vantaggiosi per i paesi produttori applicando lo schema 75/25 e chiaramente questo tipo di accordi metteva in seria difficoltà tutte le altre compagnie petrolifere occidentali rendendole in questo modo più vulnerabili sia nei confronti dell’Eni che dei paesi produttori. L’Eni riuscì così a chiudere il primo di questi accordi con la compagnia petrolifera persiana (National Iranian Oil Company) nel 1957. A seguito di questo successo e della politica indipendente e intraprendente da parte dell’Eni Mattei cominciò ad essere seguito con sempre maggiore attenzione dalle cancellerie di Francia e Gran Bretagna – in questo caso è anche stato ampiamente dimostrato dopo la scoperta di numerosi documenti desecretati del Foreign Office e custoditi presso gli archivi di Kew Gardens vicino a Londra.
Da questi dossier risulta in maniera evidente come la diplomazia inglese monitorasse in continuazione il presidente dell’Eni e la sua azione commerciale incominciando, subito dopo l’accordo raggiunto con l’Iran nel 1957, con la convocazione del nostro ambasciatore a Londra per comunicare lo stato d’animo inglese a seguito di quello scacco. La spregiudicatezza e determinazione del presiedente dell’Eni si spinsero fino a raggiungere un accordo nel 1961 con l’Unione Sovietica per l’importazione di petrolio greggio e questo divenne un nuovo punto di attrito con gli alleati occidentali soprattutto per le delicate implicazioni geopolitiche che quella transazione economica poteva comportare.
Le circostanze della morte di Mattei precipitato con il suo jet privato il 27 ottobre 1962 non sono mai state chiarite anche se un’ultima inchiesta giudiziaria aperta nel 1997 ha stabilito che la caduta del velivolo fu dovuta ad un sabotaggio. In effetti rispetto alle altre compagnie petrolifere internazionali il presidente dell’Eni si era creato parecchie inimicizie per la sua deliberata spregiudicatezza e coraggio imprenditoriale, pertanto la scomparsa in modo misterioso di un esponente di primissimo piano della nostra economia è senz’altro da ascrivere a un capitolo molto significativo della guerra sotterranea mossa contro la rinascita economica e sviluppo del nostro paese.

L’Italia e la sua politica estera ed economica dagli anni Sessanta in poi

La linea del nostro governo cominciò a muoversi nel 1963 verso il centro-sinistra, tenuto conto che la stagione del centrismo si poteva dire ormai conclusa. Ciò venne visto dagli alleati occidentali come il segnale di un progressivo e inesorabile spostamento futuro anche verso i comunisti con le ovvie conseguenze e preoccupazioni per le implicazioni che ciò poteva mettere in moto durante quel periodo di Guerra Fredda. In ogni caso questo movimento era la risposta ad un sistema bloccato su un partito di maggioranza relativa quale la Democrazia Cristiana che non aveva più spazi di consenso elettorale e dunque di manovra politica essendo costretto a dover mantenere il potere in maniera continua senza una vera opposizione che potesse in questo modo dare un avvicendamento e quindi una vera alternanza alla guida del paese determinandone così una ‘stagnazione’ e di conseguenza uno stallo della politica stessa.
In quegli anni di dominio democristiano Aldo Moro, allora Ministro degli Esteri, aveva continuato sulla stessa linea politica ed economica di Enrico Mattei privilegiando i rapporti con i paesi dell’area mediterranea-mediorientale per poter approvvigionare le materie prime energetiche a livello concorrenziale e coltivando in questo modo delle relazioni importanti con quei paesi.
Quale argomento correlato a questa linea vorremmo ricordare inoltre che, dopo la chiusura del Concilio Vaticano II, Paolo VI aveva pubblicato nel 1967 un’enciclica ‘sociale’ dal titolo Populorum Progressio dedicata allo sviluppo dei popoli che denunciava i paesi più ricchi di utilizzare una sorta di neocolonialismo nei confronti dei paesi più poveri. Il Papa offriva in questo documento un modello di sviluppo diverso dal capitalismo rapace e dal comunismo oppressivo e in quest’ottica la politica ‘terzomondista’ italiana reagì positivamente a questa chiara e netta svolta da parte della Chiesa. D’altro canto proprio Moro era stato in gioventù un militante della FUCI (ovvero la Federazione Universitaria dei Cattolici Italiani) e conosceva quindi molto bene il futuro Paolo VI che ne era stato assistente ecclesiastico.
Abbiamo quindi già delineato alcuni punti essenziali del corso politico italiano di quegli anni: la ricerca di una politica energetica indipendente, il rapporto di amicizia e vicinanza con il mondo arabo/mediorientale, la politica terzomondista e lo scivolamento della politica interna verso sinistra. Vedremo pertanto come questi elementi metteranno il nostro paese in rotta di collisione con altri ‘attori’ internazionali nel corso degli anni Settanta.
Un anno cruciale per le conseguenze della politica estera del nostro paese fu il 1969 quando in Libia venne deposto il re filo-britannico Idris e salì al potere il giovane colonnello Muhammar Gheddafi. Come è stato ricostruito successivamente quel golpe era stato pianificato alcuni mesi precedenti ad Abano Terme (Padova) da parte dei servizi segreti italiani. La Libia, ultimo paese ancora controllato dal Regno Unito nel Mediterraneo, rappresentava il paese petrolifero più ricco della fascia nordafricana dove l’Eni comincerà quindi a sviluppare la sua politica energetica con il nuovo uomo forte di Tripoli. La situazione venutasi così a creare in quell’area costituì quindi una grave minaccia per gli interessi energetici e militari britannici ed inoltre il fenomeno del nazionalismo arabo emerso in quegli anni rappresentava un nuovo problema per tutti i paesi occidentali e i relativi equilibri dell’Alleanza atlantica. E l’Italia, con la sua perenne instabilità politica, la sua posizione geografica come ‘portaerei del Mediterraneo’ e la sua ambizione di ritagliarsi un ruolo autonomo in quel contesto geopolitico cominciò ad essere monitorata con sempre maggiore attenzione da parte dei paesi ‘amici’ nonché alleati occidentali.
Verso la fine di quell’anno l’Italia veniva attraversata da tensioni sociali che interessarono soprattutto il mondo del lavoro e quel periodo venne chiamato ‘autunno caldo’ proprio per il clima che si era venuto a creare e quel fenomeno venne ad unirsi alla contestazione studentesca iniziata l’anno precedente: lo strumento dello sciopero che andrà avanti anche negli anni successivi permise inoltre di raggiungere conquiste sociali di rilevo quale lo Statuto dei lavoratori costringendo così lo stato a legiferare in materia. Proprio verso la fine di quell’anno si verificò inoltre il più grave fatto di sangue avvenuto dopo la fine della guerra ovvero la strage di Piazza Fontana a Milano: fu quello l’inizio della cosiddetta ‘strategia della tensione’ che vide anche apparati dello stato quali la nostra intelligence collusi con cellule eversive di estrema destra il cui scopo avrebbe dovuto provocare indignazione e sgomento nell’opinione pubblica e successivamente una reazione forte da parte delle istituzioni quale un golpe militare simile a quanto avvenuto in Grecia due anni prima. Si stavano così creando le premesse per un confronto molto aspro e teso per il nostro paese.
Questa analisi dei fatti va inoltre legata alla rivoluzione sociale e culturale del 1968 e alla nascita del terrorismo di sinistra e in particolare delle Brigate Rosse: un fenomeno quello brigatista nato dalle ceneri della Resistenza tradita ma anche come nuovo fronte di lotta rispetto al PCI che secondo i brigatisti aveva smarrito gli ideali rivoluzionari delle origini ed era ormai considerato un nuovo partito dello stato borghese. La vita del rivoluzionario (nonché miliardario) Gian Giacomo Feltrinelli, fondatore dei Gruppi di Azione Partigiana, e la sua tragica fine a causa di un maldestro tentativo di sabotaggio di un traliccio dell’alta tensione a Segrate sono un esempio di questo tipo di frattura creatasi all’interno della sinistra italiana.
Torniamo ora a Moro. La sua figura durante quegli anni era quella di attivo promotore di un progressivo avvicinamento al PCI nel tentativo di un coinvolgimento nell’area di governo del maggior partito di opposizione. Egli si era infatti reso conto che l’Italia era ormai una democrazia bloccata in quanto l’elettorato che votava a sinistra per il Partito Comunista costituiva una forza politica che era impossibile contrastare se non coinvolgendo tale opposizione nell’area di governo: il pensiero di Moro era infatti quello di portare il nostro paese a diventare una democrazia ‘compiuta’ nella quale si potesse alternare al potere anche il partito di opposizione anche se purtroppo non teneva sufficientemente in conto che il PCI era pur sempre legato all’Unione Sovietica da cui riceveva cospicui finanziamenti e a cui era stretto dalla stessa ideologia politica, pertanto tale avvicinamento rappresentava un grave rischio per la nostra democrazia in quel periodo di Guerra Fredda, e ciò anche agli occhi degli altri paesi della NATO. Infatti essendo l’Europa e il mondo divisi in due blocchi contrapposti far transitare il PCI nell’area di governo avrebbe potuto costituire una situazione di pericolo se non di minaccia per l’intera alleanza e di fatto Moro stava facendo un esercizio di equilibrismo politico molto rischioso vista la posta in gioco. D’altro canto anche per l’Unione Sovietica – soprattutto dopo la contestazione di numerosi intellettuali comunisti e dello stesso PCI a seguito dell’invasione della Cecoslovacchia nel 1968 – un ingresso democratico nelle stanze del potere da parte del PCI era una minaccia non inferiore da sottovalutare in quanto avrebbe potuto innescare altri simili processi nei paesi dell’Est in quel momento sotto il rigido controllo del potere sovietico totalitario. E chiaramente l’Unione Sovietica era molto vigile affinché un tale fenomeno non accadesse.

La tragica fine dello statista democristiano e alcune ipotesi sul ‘complotto’ ai danni dell’Italia

Non era comunque solo questo che metteva in pericolo la stabilità dei due blocchi. Infatti nel breve periodo la politica italiana di avvicinamento tra i due maggiori partiti poteva anche costituire una linea di frattura molto pericolosa perché l’Italia – includendo i comunisti al governo – avrebbe rischiato di muoversi da una politica atlantica verso una progressiva neutralità, così come la Jugoslavia di Tito già rappresentava da diversi decenni nella schiera dei paesi ‘non allineati’ e tra l’altro con un ruolo di non poca importanza sulla scena internazionale. Tutto ciò avrebbe comportato una ridefinizione del nostro ruolo sullo scacchiere mediterraneo mettendo anche in discussione le basi militari NATO dislocate sul nostro territorio e questo scenario era chiaramente del tutto inimmaginabile. Inoltre l’evoluzione della politica italiana avrebbe potuto creare le premesse per un effetto domino anche nei confronti di altri paesi dell’area sud dell’Europa.
In merito alla nostra politica filo-araba bisogna qui ricordare che come è stato documentato dall’ultima commissione parlamentare Moro negli anni Settanta il nostro paese fu il teatro di un patto segreto (detto anche ‘lodo Moro’) con l’OLP di Yasser Arafat affinché questa organizzazione si impegnasse ad evitare di compiere atti di terrorismo sul territorio italiano, in cambio della possibilità degli attivisti palestinesi di muoversi senza problemi “per parare la grave minaccia di ritorsioni e rappresaglie capaci di arrecare grave danno alla comunità” (da una lettera di Moro durante la sua prigionia). Anche questo è uno scenario di cui tenere conto perché l’Italia non viveva solamente il clima della Guerra Fredda contro il mondo comunista ma avendo il suo perno geografico al centro del Mediterraneo si trovava a dover convivere anche con il perdurante conflitto arabo-israeliano e in questo contesto ‘esplosivo’ era necessario trovare ogni volta la giusta quadratura del cerchio per non rimanere vincolati ad una delle due parti in conflitto. E in effetti Moro diede prova della sua abilità di politico riuscendo a stipulare il patto che ho descritto, diventandone egli stesso garante. È chiaro che questo tipo di accordo potesse creare delle fratture in un sistema politico fragile come quello italiano che vide così nascere delle correnti sia filo-arabe che filo-israeliane anche all’interno dei nostri servizi segreti.
Inoltre come ricordato Aldo Moro era alla ricerca di un accordo con il PCI per un governo di solidarietà nazionale – l’equivalente del compromesso storico di Berlinguer – che in quegli anni rifletteva riguardo al tentativo di esperimento politico tra socialismo e democrazia che aveva visto il fallimento nel 1971 in Cile da parte di Salvador Allende in seguito alla reazione guidata dal generale Pinochet. L’estromissione di Allende ad opera di Pinochet – appoggiato in quel frangente dagli Stati Uniti tramite la CIA – rimase comunque per il segretario comunista italiano un esempio sul quale lavorare per raggiungere un’intesa con la sponda democristiana.
Questa situazione divenne così un argomento di forte preoccupazione da parte del ‘direttorio’ creato verso il 1974 tra Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania per discutere in comune il ‘problema Italia’. Questi paesi costituirono quindi una sorta di commissariamento politico nei confronti del nostro paese per cercare di pilotare e guidare l’evoluzione politica che si andava delineando in quel momento, così come anche ricostruito in base ai documenti desecretati del Foreign Office presso gli archivi di Kew Gardens.
La Gran Bretagna – interessata a mantenere il suo ruolo di controllo nell’area del Mediterraneo pur priva del ruolo esercitato nel passato ma mantenendo sempre un atteggiamento da grande potenza coloniale – si pose quindi in prima fila proponendo agli altri alleati di intervenire nei confronti del nostro paese che intanto stava cominciando ad organizzarsi ad alti livelli con Libia, Malta e Tunisia per un nuovo sviluppo economico dell’area mediterranea.
Le preoccupazioni inglesi nei confronti della politica mediterranea di Moro – a quel tempo Ministro degli Esteri e successivamente Presidente del consiglio – si saldarono principalmente a quelle americane per il suo avvicinamento al PCI. Dopo varie riunioni che si svolsero tra i delegati dei quattro paesi per cercare di raddrizzare e indirizzare diversamente le linee in progress della politica italiana, si giunse alla conclusione – ed era oramai il 1976 – da parte della diplomazia inglese di procedere alla preparazione di un classico colpo di stato militare e, in alternativa, ad una ‘diversa azione sovversiva’. I documenti inglesi che ricostruiscono questo vero e proprio piano ai danni dell’Italia sono però ancora secretati e comunque non si può negare che a distanza di poco più di due anni avvenne il fatto tragico più importante della nostra storia repubblicana: il rapimento e assassinio dello statista italiano.
Le modalità della strage dei cinque uomini della scorta e del rapimento il 16 marzo 1978 a Roma sono consistite in un vero e proprio attacco di un commando paramilitare altamente preparato che le sole Brigate Rosse non potevano essere in grado di condurre, come d’altronde alcuni capi brigatisti hanno successivamente ammesso. Se si studia infatti la dinamica, si rimane davvero stupiti come possano essere stati freddati nel giro di pochi istanti tutti gli agenti della scorta presenti in due auto e come invece Moro non sia stato colpito nonostante la tempesta di proiettili. Insomma, un ‘lavoro’ da professionisti che avrà sicuramente visto in azione uno o più tiratori scelti e ben preparati tra le fila dei terroristi, probabilmente reclutati proprio dalle Brigate Rosse. Tra l’altro si è poi scoperto da testimonianze successive come all’altezza di Via Stresa in fondo a Via Fani quella mattina si trovasse ‘per caso’ il colonnello Camillo Guglielmi del SISMI (il servizio segreto militare italiano) il quale non ha mai ben chiarito la sua presenza in quella sede. Un particolare davvero inquietante che fa intravedere una ‘regia’ diversa rispetto all’azione rivendicata poi dai terroristi che avevano dichiarato di avere rapito e tenuto prigioniero Moro affinché fosse giudicato da un tribunale del popolo secondo la retorica comunista dell’epoca. E anche durante la sua prigionia le autorità non si mossero con decisione per cercare di liberare il prigioniero.
Durante la lunga prigionia Moro parlò di diversi aspetti della politica italiana di quegli anni e sicuramente rivelò anche qualche dato ‘sensibile’ per la sicurezza nazionale – come ad esempio la struttura di Gladio-Stay Behind che svelata ufficialmente in Parlamento solo nel 1990 dopo la caduta del Muro di Berlino – e questo fatto deve essere stato fonte di preoccupazione all’interno delle istituzioni nazionali ed internazionali. Le Brigate Rosse avevano infatti dichiarato che il prigioniero stava ‘collaborando’ e che al termine di quel processo avrebbero rivelato i risultati dell’interrogatorio, cosa che invece non fecero: in effetti sia Moro che i suoi carcerieri avevano prodotto una serie di documenti definiti successivamente come le ‘carte di Moro’ o ‘memoriale Moro’, ritrovato (la prima volta) dai Carabinieri del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa in un covo brigatista in Via Monte Nevoso a Milano nell’ottobre del 1978. La storia di quei documenti è stata sempre trattata con la massima cautela da parte delle istituzioni di governo e in effetti non si è mai riusciti a scoprire in maniera definitiva che cosa fosse stato scritto integralmente in quanto gli originali di tutti i documenti non furono ritrovati: il sospetto che il generale Dalla Chiesa fosse venuto a conoscenza di qualche informazione ‘sensibile’ durante quella perquisizione può essere anche legato alla sua uccisione a Palermo nel settembre 1982, dopo che era stato nominato prefetto di quella città per combattere la mafia senza però effettivi poteri e forze di cui disporre.
Da non trascurare inoltre il fatto che Moro era avviato verso l’elezione a Presidente della Repubblica nell’arco di pochi mesi. E da quella posizione privilegiata avrebbe potuto sicuramente controllare e manovrare in maniera più energica il compromesso storico e accentuare il ruolo di maggiore autonomia rispetto agli alleati del campo occidentale nonché muovere la nostra politica mediterranea, filoaraba e terzo-mondista. Interessante al riguardo un articolo del giornalista Mino Pecorelli – ucciso da un sicario in circostanze oscure il 20 marzo 1979 – pubblicato durante i giorni del sequestro e intitolato Yalta in via Mario Fani, del quale riporto alcuni passaggi: “La cattura di Moro rappresenta una delle più grosse operazioni politiche compiute negli ultimi decenni in un paese industriale, integrato nel sistema occidentale. L’obiettivo primario è senz’altro quello di allontanare il partito comunista dall’area del potere nel momento in cui si accinge all’ultimo balzo, alla diretta partecipazione al governo del paese. È un fatto che si vuole che ciò non accada. Perché è comune interesse delle due superpotenze mondiali mortificare l’ascesa del PCI, cioè del leader dell’eurocomunismo, del comunismo che aspira a diventare democratico e democraticamente guidare un paese industriale. Ciò non è gradito agli americani, perché una partecipazione diretta del PCI al governo, altererebbe non solo gli equilibri del potere economico nazionale ma ancora di più i suoi riflessi nel sistema multinazionale (Sim). […] Con Berlinguer a Palazzo Chigi, Mosca correrebbe rischi maggiori di Washington. La dimostrazione storica che un comunismo democratico può arrivare al potere grazie al consenso popolare, rappresenterebbe non soltanto il crollo del primato ideologico del PCUS sulla III Internazionale, ma la fine dello stesso sistema imperiale moscovita. Ancora una volta la logica di Yalta è passata sulle teste delle potenze minori. È Yalta che ha deciso via Mario Fani.” Possiamo quindi dire che c’erano tanti e fondati motivi da parte delle istituzioni nazionali e internazionali per cui Moro non uscisse vivo dalla prigione delle Brigate Rosse, nonostante i tentativi per liberarlo: qui possiamo solo aggiungere che come è stato documentato dal giornalista investigativo Paolo Cucchiarelli, per lunghi anni redattore dell’ANSA, il prigioniero doveva essere liberato nelle prime ore del 9 maggio dopo la cessione da parte delle BR a un altro gruppo criminale, ma purtroppo lo scambio – contro il pagamento di un riscatto raccolto dalla Santa Sede – non funzionò e all’ultimo momento Moro venne ucciso in tutta fretta e senza alcun preavviso. La vicenda Moro è stato l’epilogo di una politica nazionale che voleva salvaguardare il paese e spingerlo verso un nuovo sviluppo dopo una storia unitaria cominciata da poco meno di centodieci anni.

Per saperne di più
Eugenio Di Rienzo, Il regno delle Due Sicilie e le potenze europee 1830-1861, Rubbettino Editore, 2012.
Valerio Riva, Oro da Mosca: i finanziamenti sovietici al PCI dalla Rivoluzione d’ottobre al crollo dell’URSS, Mondadori, 1999.
Vincenzo Calia, Sabrina Pisu, Il caso Mattei, Chiare Lettere, 2017.
Sandro Provvisionato, Ferdinando Imposimato, Doveva morire, Chiare Lettere, 2008.
Mario José Cereghino, Giovanni Fasanella, Il golpe inglese, Chiare Lettere, 2011.
Giovanni Fasanella, Il puzzle Moro, Chiare Lettere, 2018.
Paolo Cucchiarelli, Morte di un presidente, Ponte Alle Grazie, 2016.
Paolo Cucchiarelli, L’ultima notte di Aldo Moro, Ponte Alle Grazie, 2018.