GIOVANNI PALATUCCI, IL COMMISSARIO CHE SALVÒ VERAMENTE GLI EBREI

Una team di storici ha approfondito l’operato dell’ex reggente della Questura di Fiume, Giovanni Palatucci, morto nel lager di Dachau nel 1944. L’iniziativa, svolta tra il 2010 e il 2015, ha consentito di dissipare alcune ombre gettate sulla sua figura dal Centro Primo Levi di New York. Il documento che qui presentiamo riporta i risultati conclusivi della commissione presieduta dal prof. Pier Luigi Guiducci [1]

 

Premessa

Tutte le iniziative che rientrarono nell’ambito della “resistenza al nazifascismo” non furono esclusivamente un fatto d’arme. Non implicarono necessariamente uno spargimento di sangue. Uno scontro violento tra forze contrapposte. Il moto di opposizione ebbe infatti più volti [2]:
˗ quello morale (condanna di dottrine, critiche di atti legali, palese disapprovazione di comportamenti oppressivi e violenti…);
˗ quello della non collaborazione (resistenza al reclutamento di manodopera coatta; astensione, pur in presenza di comandi; nascondimento di macchinari, pur in presenza di ordini in materia di produttività; scioperi; irreperibilità, pur in presenza di convocazione…);
˗ quello pedagogico (vicinanza alle nuove generazioni per prepararle a un futuro migliore; conservazione di opere proibite; messa in circolazione di testi firmati da autori condannati dal regime…);
˗ quello civile (manomissione di archivi, protezione dei perseguitati, intese politiche per una nuova Italia…);
˗ fino ad arrivare a realtà altamente pericolose (tipografie clandestine, staffette partigiane, preparazione e gestione di attentati, conflitti frontali…).

La resistenza civile

In tale contesto, chi volle attuare una resistenza civile [3], dovette ˗ prima di tutto ˗ agire in modo da non destare sospetti. Il sistema della delazione era, infatti, tra i peggiori pericoli. Basti pensare, ad esempio, a quanto accadde a Roma [4]: arresto di Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, don Giuseppe Morosini, don Pietro Pappagallo, Settimio Sorani, Leone Ginzburg, Aladino Govoni, Unico Guidoni, Uccio Pisino, Ezio Lombardi, Tigrino Sabatini, Karel Weirich et al.
Se, poi, chi prendeva le distanze da teorie e prassi nazifasciste (specie le politiche antisemite) operava nella Pubblica Amministrazione, e ˗ segnatamente ˗ nelle Forze dell’Ordine, la strada per iniziative umanitarie era durissima [5].

Metodo di ricerca storica

Questo primo dato storico viene posto all’inizio del presente documento perché negli archivi pubblici italiani (quali ad esempio l’Archivio Centrale dello Stato[6]), e in quelli di altri Paesi (es. Germania, Ungheria, Croazia, Serbia…), oltre che nei fascicoli conservati presso Fondazioni e Istituti Storici, non è possibile pensare di individuare traccia di azioni svolte nella clandestinità. Al contrario, si possono trovare solo documenti ufficiali, attestanti un’informativa nota:
˗ persecuzioni in generale e in particolare,
˗
operazioni di sterminio ebraico,
˗
repressioni [7],

– le memorie per le commissioni per l’epurazione (defascistizzazione delle amministrazioni dello Stato, degli enti locali e parastatali, degli enti sottoposti a vigilanza o tutela dello Stato e delle aziende private esercenti pubblici servizi o d’interesse nazionale),
˗ tutele economiche,
˗ procedimenti disciplinari,
˗ encomi.

Per riuscire, in qualche modo, ad acquisire delle informazioni riservate, più articolate, è necessario rileggere le testimonianze del tempo, studiare gli interventi di alcuni protagonisti della resistenza anche ebraica, le carte di singole famiglie, gli incartamenti depositati presso le Curie Diocesane, i progetti ideati pure in sedi esterne all’Italia, sviluppare una ricerca sulle reti sotterranee di solidarietà, e approfondire i contenuti degli atti di intelligence depositati presso l’Archivio SS di Berlino, o nelle raccolte inglesi (Londra), e statunitensi (Washington). Tali sottolineature sono importanti anche con riferimento alla figura di un commissario originario della Campania: il dr. Giovanni Palatucci.

Giovanni Palatucci

Nato a Montella (un Comune nella Provincia di Avellino) il 31.5.1909[8], e morto nel lager di Dachau[9] il 10.2.1945, Giovanni Palatucci conseguì il diploma di maturità classica al liceo “Tasso” di Salerno. Adempì il servizio militare, come ufficiale di complemento, a Moncalieri (Piemonte). Si laureò in Giurisprudenza (Regia Università di Torino, 1932). Rinunciò, poi, alla professione forense per entrare come funzionario nell’Amministrazione della P.S.

Genova

Il dr. Palatucci operò inizialmente nella Regia Questura di Genova (dall’agosto del 1936). Ebbe il grado di volontario vice commissario aggiunto di P.S. Nella città ligure conobbe pure la guardia scelta Raffaele Avallone (che venne poi trasferito a Fiume) [10]. Dal febbraio al maggio del 1937 frequentò a Roma la Scuola di Formazione per Funzionari della P.S. Della Questura di Genova Palatucci non condivise talune prassi. E lo affermò con chiarezza in un’intervista [11]. Il questore Rosai non gradì l’esternazione e si attivò per un trasferimento (la designazione finale riguardò poi la Regia Questura di Fiume) [12]. Scrisse (21 ottobre 1937), al riguardo, al capo del personale del Ministero dell’Interno, il viceprefetto dr. Carlo Scrivi:
«(…) Le designo per il trasferimento da questa ad altra sede ˗ il vicecommissario aggiunto di P.S. dott. Palatucci Giovanni, del quale non sono eccessivamente contento».[13]

Fiume

Il dr. Palatucci assunse il nuovo incarico il 15.11.1937. La città di Fiume era diventata parte del Regno d’Italia nel 1924. In precedenza, era stata il porto del Regno d’Ungheria e poi Città Libera[14]. Rimanevano evidenti le ripercussioni del contrasto etnico in Friuli-Venezia Giulia tra italiani da una parte e sloveni-croati dall’altra. Inoltre, con la perdita del proprio naturale retroterra della Grande Ungheria, il traffico portuale diminuiva in modo progressivo; le ripercussioni sull’economia e sulla situazione sociale della città erano palesi [15]. A Fiume il dr. Palatucci divenne il responsabile dell’ufficio stranieri della Regia Questura. Gli competeva, tra l’altro, il compito di vidimare i permessi di soggiorno per gli spostamenti degli ebrei (divenuti ˗ di fatto ˗ “stranieri” nel loro Paese). Se uno di loro intendeva, ad esempio, raggiungere Trieste (o altra località del Regno d’Italia), era obbligato a richiedere un visto (autorizzazione della Questura).

Le convinzioni politiche

Dai documenti conservati in più Archivi (non solo italiani), risulta che il dr. Palatucci non manifestò in modo accentuato l’orientamento politico del tempo, ispirato alle direttive mussoliniane, a quelle del PNF, alla filosofia gentiliana [16], e alle prassi stabilite nelle sedi fasciste locali. Egli mantenne, al riguardo:
˗ una linea di riservatezza,
˗ un proprio rigore morale su determinati valori-chiave,
˗ esternò attenzione non debole verso temi riguardanti la vita italiana,
˗ manifestò rispetto non servile (fu infatti critico in diverse occasioni) verso chi rappresentava lo Stato.

In tale contesto, traspare da taluni scritti privati:
˗ una personale insofferenza verso le intemperanze fasciste [17];
˗ un disaccordo verso oppressivi rastrellamenti “a raggio” [18];
˗ una netta presa di distanza da quelle affermazioni razziste che costituirono la base teorica del sistema persecutorio antiebraico (e non solo). Le indagini condotte per un cognome, per una nascita, per un’appartenenza genetica, non trovarono in lui un assertore. Non facevano parte del suo costume professionale, della sua etica. Si ricorda, al riguardo una sua affermazione: “Vogliono farci credere che il cuore sia solo un muscolo e ci vogliono impedire di fare quello che il cuore e la nostra religione ci dettano” [19];
˗ sul piano della fede, Palatucci dimostrò un proprio itinerario spirituale [20], e una costante partecipazione alla vita ecclesiale.

Consolato Svizzero di Trieste

Dalle indagini effettuate, incluse quelle iniziate presso l’Ambasciata Svizzera in Italia [21] e proseguite poi in Svizzera, risulta che nei territori di Trieste e di Fiume erano operativi più centri che svolgevano anche attività di assistenza (es. l’ONMI [22]). Tra questi, assunse un ruolo non debole il Consolato Svizzero a Trieste. Il Console si chiamava Emilio Bonzanigo. Era nato nel 1884. Morì nel 1973 a Bellinzona (Canton Ticino). Il Signor Bonzanigo venne nominato con atto del 21.01.1938. Svolse le sue funzioni dal 13.04.1938 al 31.12.1949 [23]. Le discussioni, quindi, su un “fantomatico” Console a Trieste sono risultate prive di fondamento mentre, al contrario, rivestono importanza gli studi sulla politica della Confederazione Elvetica in materia di asilo [24].

Le persecuzioni antiebraiche

Mentre il dr. Palatucci era impegnato nei suoi compiti d’istituto, il regime del tempo diffuse Il Manifesto degli scienziati razzisti (14.07.1938) [25]. Poco dopo, venne emanato il regio decreto legge Provvedimenti per la difesa della razza italiana [26], convertito senza modifiche in L. 5.1.1939, n. 274 [27]. In segreto, però, cominciarono ad arrivare al Duce rapporti dell’OVRA (Polizia segreta fascista) che segnalavano dissensi e prese di distanza nella popolazione [28]. Malgrado il momento durissimo per gli ebrei [29], tre risposte organizzate all’oppressione fascista si delinearono tra il 1938 e il 1943:
˗ l’organizzazione immediata di scuole per bambini, ragazzi e insegnanti ebrei espulsi dalle scuole pubbliche nel 1938;
˗ l’organizzazione del soggiorno e delle partenze dei profughi stranieri che fuggivano dai Paesi invasi dai nazisti;
˗ l’organizzazione dell’assistenza sociale per profughi stranieri e per ebrei italiani antifascisti rinchiusi in campi di internamento dal giugno del 1940, o sottoposti a domicilio coatto sotto la categoria di “internati liberi” o di “internati civili di guerra”.

I profughi

Negli anni dal 1938 fino al 1943-1944 il dr. Palatucci si trovò di fronte alla realtà dei profughi ebrei prima dall’Austria e poi da Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia, Croazia, ecc. che spesso attraversavano i confini in modo clandestino pur di evitare il campo di concentramento [30]. Per questi profughi l’ordine di Mussolini [31] (anche ministro dell’Interno) prevedeva l’espulsione, quindi consegna ai nazisti. Il numero dei profughi ˗ in maggioranza ebrei ˗ può solo venire stimato. Era poi significativa la realtà degli ebrei della città di Fiume e dintorni ˗ circa 1600 persone ˗ che nel 1938, con le leggi razziali si trovarono quasi tutti privati della cittadinanza italiana e i loro viaggi verso le altre province italiane dovevano avere il visto di autorizzazione di Palatucci.

In particolare: gli ebrei jugoslavi

Dopo lo smembramento della Jugoslavia attaccata dall’esercito italiano e da quello tedesco, tra aprile e maggio del 1941, una parte di quel territorio fu riconvertito in una nuova entità denominata Stato Indipendente di Croazia. La capitale fu Zagabria, a capo del regime venne posto Ante Pavelić. Quest’ultimo fu tra i fondatori del movimento ustaša (“ribelle”). Tale organismo si dimostrò violentemente ostile a una Jugoslavia multietnica, e assolutamente intollerante verso serbi, ebrei e zingari. Altri territori ex iugoslavi furono annessi all’Italia (decreto 19.5.1941) [32].
Nelle aree annesse all’Italia, i governanti applicarono agli ebrei locali la stessa politica in atto nel Paese dal settembre del 1938 (norme persecutorie razziste). Anche in quel territorio venne esteso pertanto il provvedimento di internamento degli ebrei stranieri in atto in Italia fin dal giugno del 1940. Erigere campi di internamento sul posto, divenne, però, in più casi, un problema (questioni di vettovagliamento e di sicurezza). Per tale motivo, i colpiti da questo provvedimento furono per lo più trasferiti in Italia, e inizialmente rinchiusi nel campo di internamento di Ferramonti (Cosenza) o di Campagna (Salerno), da cui vennero ritrasferiti, in condizione di “internati liberi”, in domicilio coatto in paesini isolati del Centro e del Nord Italia.

I compiti dell’Ufficio Stranieri

Appena entrate in vigore le leggi razziali, il compito del dr. Palatucci fu quello di schedare gli ebrei, di controllarne i dati anagrafici e di proibire eventuali loro contatti con gli ariani. Al riguardo, sull’operato della Questura di Fiume, è stato offerto un contributo importante dalla Studiosa di fede ebraica dr.ssa Anna Pizzuti.
«Il Fondo Questura dell’Archivio di Stato di Fiume è stato reso accessibile alla consultazione solo di recente. Dall’elenco digitalizzato di tutti i fascicoli personali in esso contenuti è stato estratto l’elenco degli ebrei stranieri ˗ principalmente profughi ˗ di cui si occupò la polizia a seguito della promulgazione delle leggi antiebraiche e negli anni dell’invasione italiana dell’allora Jugoslavia. (…). Il file originale dal quale questo lavoro ha preso avvio, contiene i nomi di 4312 intestatari di fascicolo personale e, per un certo numero di essi, anche qualche sintetica informazione sul percorso compiuto, che, nella maggioranza di casi, risulta essere di fuga. Va comunque detto che il thesaurus, cioè la breve sintesi che, nell’elenco, accompagna ciascun nome non è completo e che la documentazione stessa del fondo Questura non e ancora del tutto sistemata. In più è facile comprendere come ˗ soprattutto in presenza di storie molto complesse ˗ la scelta dei termini con i quali rendere il contenuto dei documenti possa essere stata difficile e magari corrispondere solo in parte a quanto realmente accaduto. A ciò va aggiunto anche che la trascrizione dei nomi e cognomi è piuttosto incerta e che alcuni dei nomi delle persone citate nelle sintesi possono non avere legami con l’intestatario del fascicolo: le ristrettezze imposte dalla guerra possono aver costretto gli addetti dei vari enti (Prefettura, Questure ecc.) ad usare la copertina di un fascicolo dismesso per una persona diversa da quella per la quale era stato compilato. È anche possibile che i fatti segnalati dai documenti non siano veri o lo siano solo in parte , ma questo è un rischio che va sempre messo in conto in questo tipo di ricerche e che può essere risolto solo con una continua opera di confronto e verifica delle fonti» [33].

Alcune sottolineature della Pizzuti

Nel Rapporto pubblicato dalla Pizzuti (la ricerca è ancora in corso) la Studiosa annota delle evidenze che si ritiene utile acquisire.
«L’osservazione dei primi dati consente di verificare la mancata corrispondenza, in molti casi, tra le informazioni che si desumono dai fascicoli fiumani e quelle che sono state trovate nei documenti conservati negli archivi italiani. Non è la prima volta che relativamente a singoli o a interi gruppi esaminati nel corso delle ricerche ci si trova di fronte a problemi del genere; ad esempio, in molti dei fascicoli personali di ebrei stranieri internati conservati presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, ci sono documenti che portano a ritenere che l’intestatario e, spesso, la sua famiglia, siano emigrati, mentre in realtà ciò non accade, come testimonia la presenza, nello stesso fascicolo, di altri documenti, in date successive, che provano la continuazione dell’internamento. Come si può notare (…), anche i fascicoli fiumani testimoniano di casi del genere, se pure non numerosi, almeno allo stato attuale delle ricerche.
Tuttavia le curiosità che i dati fanno nascere sono altre e, forse, più significative. La prima riguarda lo scarto esistente tra il numero dei casi in cui il contenuto del fascicolo porta a ritenere che l’intestatario sia stato internato ed i risultati del confronto con il database generale dell’internamento in Italia presente sul sito.
La ricerca è ancora in corso, i dati già presentati non possono considerarsi definitivi, eppure è evidente che, sempre che le notizie contenute nei fascicoli fiumani corrispondano al modo in cui i fatti realmente si svolsero, il numero degli ebrei stranieri a qualsiasi titolo presenti a Fiume prima e/o durante la guerra di cui si documenta in qualche modo l’ingresso “nel regno” ed i cui nomi non sono stati, finora, rinvenuti tra gli internati è molto elevato.
La seconda riguarda, invece, la presenza in Italia, come internati, di 15 dei 29 ebrei stranieri che i documenti danno, invece, come internati nei campi istituiti dagli italiani (Kraljevika, Pag, Rab). In ogni caso l’impossibilità di stabilire quando i fascicoli siano stati aperti e la difficoltà di stabilire coerenti riferimenti cronologici, anche per molti dei fascicoli dei quali è stata effettuata la sintesi, potrebbero ingenerare errori nella ricomposizione delle varie sequenze che compongono le singole vicende.
Nell’elenco degli intestatari dei fascicoli fiumani sono stati identificati 938 nomi ˗ 668 uomini, 270 donne ˗ presenti nel database degli ebrei stranieri internati in Italia durante il periodo bellico. Di 913 di essi risulta con certezza l’internamento, mentre 23 sono nomi di ebrei ˗ 17 uomini e 6 donne ˗ internati in campi istituiti dagli italiani nelle zone annesse della Jugoslavia che, dopo l’8 settembre del 1943, attraversarono l’Adriatico e trovarono rifugio e salvezza nel sud Italia liberato.
Tornando agli internati, si tratta (…) di meno di un quarto delle persone delle quali la polizia fiumana si occupò a partire dalla meta degli anni trenta: per i rimanenti solo la lettura dei fascicoli potrebbe fornire qualche indicazione, se non sul destino, almeno su una parte ˗ quella iniziale, presumibilmente ˗ di ciascuna singola storia. Nonostante ciò, l’osservazione dei dati riportati nelle tabelle (…) offre diversi spunti di riflessione, almeno nelle linee generali, su una parte importante della storia dell’internamento in Italia.
Due i piani delle informazioni aggiunte a quelle contenute dall’elenco. Il primo riguarda la verifica dell’internamento in Italia: di ciascun internato sono state registrate l’ultima residenza prima dell’internamento, la prima e l’ultima sede di internamento con, in più, le informazioni relative al destino di ciascuno, per continuare e completare, quando possibile, la documentazione iniziale presente nel fascicolo.
Il secondo, riguarda la condizione degli intestatari dei fascicoli: quella di profugo entrato magari clandestinamente nella provincia del Carnaro di cui Fiume era capoluogo successivamente all’invasione della Jugoslavia, quella sempre di profugo, ma residente di lungo periodo o quella, infine, di ebreo straniero che avesse acquisito la cittadinanza dopo il 1° gennaio del 1919. La mancanza, già fatta rilevare, dei dati anagrafici degli intestatari dei fascicoli, insieme alla grafia dei nomi in molti casi chiaramente distorta, ha posto numerosi problemi di identificazione. È anche accaduto che per un nome presente negli elenchi fiumani, nel database principale ci fossero due o anche più omonimi e che non sempre le informazioni ad essi collegate potessero facilitare l’identificazione. A queste difficoltà ha spesso sopperito, per converso, l’individuazione di interi gruppi familiari presenti nell’elenco, i cui componenti sono stati ciascuno guida all’identificazione dell’altro. Resta, comunque, il rischio che i dati contengano una certa ˗ si spera minima ˗ percentuale di errori» [34].

Ampliamento della Provincia di Fiume

Dal 7 giugno 1941, a seguito dell’aggressione delle Potenze dell’Asse alla Jugoslavia e al trattato di Roma del 18 maggio 1941, la provincia di Fiume fu ingrandita. Vennero annessi l’entroterra orientale di Fiume (Sussak, Castua, Buccari, Čabar) e le isole quarnerine di Veglia ed Arbe [35]. Presso la Prefettura di Fiume furono attivati due uffici, l’Intendenza civile per i Territori annessi del Fiumano e della Cupa, e il Commissariato civile di Sussak, con competenza rispettivamente sulle aree interne e su quella costiera [36].

L’attività di Palatucci. I problemi con i superiori

Dalla documentazione esaminata, risulta che il dr. Palatucci, nel suo lavoro, al di là delle apparenze e degli atti formali, ebbe problemi con i superiori. Un riscontro di ciò lo si trova in una lettera indirizzata ai familiari, datata 8 ottobre 1941.
«“Carissimi genitori,
ancora una volta mi faccio prendere in fallo. Ho pensato oggi di telegrafarvi per rassicurarvi sul mio conto, ma non l’ho fatto. È molto difficile giustificarmi ed è altrettanto difficile per voi rendervi conto di quanto sia occupato. Ora, per esempio, è già passata la mezzanotte e io ho appena smesso di lavorare. Sono ancora in ufficio naturalmente. Talvolta vengo di mattina in ufficio col fermo proposito di scrivervi. Poi, tra pubblico, telefonate, colloqui coi superiori e i dipendenti la cosa mi sfugge. Passano così i giorni e le settimane senza che abbia un po’ di tempo libero di scrivere qualche cosa di più che una cartolina illustrata. Eccomi, dunque, a voi. Malgrado l’eccessivo lavoro sto bene in salute. I miei rapporti coi superiori sono formali. Più esattamente essi sanno di aver bisogno di me, di cui, a quanto sembra, non possono fare a meno, e certamente mi considerano bene, mi stimano come capacità e rendimento; ma sanno bene che, grazie a Dio, sono diverso da loro. Siccome lo so anch’io, i rapporti sono di buon vicinato ma non cordiali. La cosa non ha molta importanza.
Non è a loro che chiedo soddisfazioni, ma al mio lavoro, che me ne dà molte. Ho la possibilità di fare un po’ di bene, e i miei beneficati me ne sono assai riconoscenti. Nel complesso incontro molte simpatie. Di me non ho altro di speciale da comunicare. Purtroppo ho sospesi i contatti epistolari con quasi tutti, parenti e amici, in assoluta mancanza di tempo (…)» [37].

Le frasi riportate (a rischio di controlli censori) indicano dei messaggi in codice. A Fiume la situazione non andava bene. La “non cordialità” significa una sostanziale non intesa. Anche il riferimento ai “beneficiati” è volutamente generico. Palatucci non si azzardò a entrare in dettaglio. Per questo motivo, a uno storico non può bastare una lettura di superficie. Nella lettera è proprio il riferimento a dei soggetti che ottengono “benefici” che induce a riflettere su qualcos’altro. I problemi con i superiori trovano comunque due riscontri:
˗ in più occasioni (1939-1942), Palatucci chiese di essere trasferito (a Riccione, o Cattolica, o Cesena) [38]. Non gli fu permesso. Al contrario, i superiori cominciarono a tenerlo sotto controllo (chi chiedeva di essere trasferito dal proprio posto di lavoro non era considerato un fiduciario), mentre ˗ per non insospettirlo ˗ gli manifestavano consenso;
˗ il 23 luglio del 1943 un ispettore, per ordine ministeriale, fece delle verifiche nell’ufficio di Palatucci. Trovò solo elenchi di stranieri non residenti più in Italia da lungo tempo. Imputò al giovane responsabile negligenza, scarsa vigilanza. Fu consegnata, così, una nota di biasimo.

Per il ricercatore, tutto questo significa andare oltre le note positive ufficiali[39] che può trovare in un fascicolo. Deve inoltre indagare anche su un eventuale spionaggio interno per verificare il reale comportamento dei superiori riguardo a Palatucci.

Commissario aggiunto

Con lettera del 28 febbraio 1943 il dr. Palatucci comunicò ai suoi genitori di aver conseguito la promozione a commissario aggiunto [40].

Dopo l’8 settembre 1943

Il 1° ottobre del 1943 fu istituita la Zona d’Operazioni del Litorale Adriatico (Operationszone Adriatisches Küstenland). Il territorio venne posto sotto il diretto controllo tedesco [41]. Commissario supremo fu il Gauleiter [42] Friedrich Rainer (1903-1947)[43]. A quest’ultimo venne affiancato per i compiti di repressione il Gruppenfuhrer SS Odilo Lotario Globocnik (1904-1945) [44]. L’ufficiale in questione aveva guidato l’Aktion Reinhardt nei campi di Sobibor, Treblinka, Belzec e Majdanek. Era noto come il “boia di Lublino[45]. Fiume, pur inclusa nella Repubblica Sociale Italiana [46], entrò (di fatto) a far parte della succitata Zona. Il comando militare della città fu assegnato al capitano delle SS Hoepener. La comunità locale si trovò in una condizione difficile. Era divenuta un “alleato-occupato”. In quel momento, gli ebrei presenti a Fiume erano circa 3.500. In gran parte profughi (Croazia e Galizia). Nel frattempo, membri della R.S.I. accusarono le istituzioni della Chiesa cattolica di proteggere ebrei. Un riscontro lo si trova in una relazione del Comando della Guardia Nazionale Repubblicana. Emerge un forte risentimento:
«Si può affermare, senza pericolo di essere smentiti, che il 70% degli abbietti israeliti è passato per le loro lunghe mani per essere poi portato a salvamento dai loro ribelli o banditi» [47].

L’ultima lettera ai genitori

Il 21 ottobre del 1943 il dr. Palatucci scrisse una lettera ai genitori. Sarà l’ultima. Ecco il testo:
«Carissimi genitori,
questa lettera vi giungerà quando le circostanze lo permetteranno. Essa vi recherà il mio ricordo e l’espressione del mio costante affetto. In salute a tutt’oggi sto benissimo, sebbene abbia molto lavoro. Il morale è alto. Supereremo la bufera, nella speranza che alla nostra patria sia riservata una sorte onorevole a condizioni possibili di vita. Appena possibile vi farò pervenire altre notizie. Non occorre dire che, appena le circostanze lo consentiranno, correrò da voi. State assolutamente tranquilli per me. Sono certo che non incorrerò in alcun male. Auguro a voi le migliori cose con la speranza di potervi riabbracciare al più presto. Giovanni» [48].

Bombardamenti

A partire dai primi mesi del 1944 fino al termine del conflitto, si abbatterono su Fiume trenta incursioni aeree. Si volevano colpire obiettivi sensibili (il porto e le strutture produttive della città, prime tra tutte il Silurificio Whithead, il cantiere navale di Cantrida e la Raffineria R.O.M.S.A.). Gli ultimi bombardamenti, antecedenti al maggio 1945, provocarono la morte di 112 civili e il danneggiamento di circa il 90% delle strutture industriali cittadine, cui se ne aggiunsero altre 1.700 tra edifici pubblici e abitazioni private.
A ciò si aggiunse il fatto che i tedeschi, poco prima della loro ritirata, distrussero le infrastrutture del cantiere e del porto, facendo saltare in aria mediante mine il Porto Petroli, Porto Baross e poi il porto principale, che subì il danneggiamento di magazzini, banchine e moli, con alcuni moli che si staccarono dalla riva.

Febbraio 1944

Il 28 febbraio del 1944, dopo il trasferimento del reggente dr. Roberto Tommaselli[49], il dr. Palatucci venne nominato reggente della Questura [50] alle dirette dipendenze di Tullio Tamburini (1892-1957, Capo del Corpo di Polizia Repubblicana [51]) e poi di Eugenio Cerruti (Capo del C. di P. R. [52]). La Questura, comunque, aveva perso ogni potere e ingerenza. Era costretta a eseguire ordini impartiti da terzi. Tutto il personale venne disarmato [53].

L’invito di Frossard

In tale contesto, si mosse un amico di Palatucci. Grazie alla documentazione conservata presso l’Archivio statale di Rijeka (due fascicoli) e presso il Fondo privato Giovanni Palatucci (di cui è conservatore l’avvocato Antonio De Simone Palatucci), è possibile estrapolare dei dati. La persona vicina al reggente era un conte. Si chiamava Marcel Frossard de Saugy (1885-1949) [54]. Nato a Graz (Austria). Di nazionalità svizzera. Coniugato con Gerda Frossard de Saugy (nata nel 1883). La moglie proveniva dalla famiglia von Bülow [55]. I Frossard erano genitori di due figlie. Possedevano una villa a Laurana [56]. In questa proprietà, nel 1950, venne ritrovata dalla signora Gerda (in occasione della vendita dell’immobile) una valigia con vestiti ed effetti personali che Palatucci aveva lasciato. È dalla lettera che la signora Gerda scrisse in seguito alla madre di Palatucci (21 agosto 1950) che sono provati i rapporti di amicizia tra il reggente e la famiglia Frossard [57]. Frossard invitò il dr. Palatucci a seguirlo in Svizzera. L’avrebbe ospitato a Ginevra, in rue de la Tertasse 5. Pur avendo la possibilità di allontanarsi da Fiume, il reggente espresse la volontà di non lasciare il proprio ufficio.

Mika (Mikela) Eisler

Il dr. Palatucci, mandò al suo posto una giovane ebrea. Questa donna si chiamava Mika (Mikela) Eisler.[58] Proveniva da Karlovać (nella parte più centrale del territorio croato). Il padre di Mika, Ernesto, era stato arrestato dagli ustaše il 6 luglio del 1941 (eliminato poi nel campo di concentramento di Jadovno). Mika raggiunse il territorio elvetico insieme alla madre (Dragica Braun) [59] nel dicembre del 1943. Secondo la testimonianza del medico Giovanni Perini, accettò il compito ˗ affidatole da Palatucci ˗ di consegnare oltre confine un progetto di autonomia riguardante Fiume [60].

La scelta di restare e la questione dell’archivio

Alcuni ricercatori si sono chiesti perché Palatucci non lasciò Fiume. Le ipotesi, al riguardo, si sono accumulate con il risultato di creare nebbie. In realtà, studiando i documenti del tempo, emergono dei dati chiari.
1. Il reggente non volle allontanarsi dai suoi uomini. Quest’ultimi ebbero con lui molteplici colloqui legati soprattutto a situazioni di incolumità personale e a vicende di famiglia. L’ambiente della Questura era ormai segnato da paure, insicurezze, previsioni funeste. Palatucci era pienamente consapevole di drammi incombenti (che puntualmente si verificarono) [61].
2. Esistevano delle situazioni fortemente a rischio che gravavano sui civili. Quest’ultimi continuavano a vedere nelle ultime autorità italiane rimaste degli interlocutori naturali [62].
3. Il reggente approfittò dell’opportunità fornita dal conte Frossard per mettere in salvo due donne ebree [63].

È in questo periodo che Palatucci potrebbe aver cercato di manomettere alcuni incartamenti di ebrei (altri fecero lo stesso a Roma, Ancona, La Spezia, Trieste…) [64]. Comunque, il reggente non distrusse l’archivio, come qualcuno ha erroneamente scritto (sarebbe stata un’eclatante prova di colpevolezza). I fascicoli restarono al loro posto (e sono stati fotografati).

I problemi con più interlocutori

Nel frattempo la situazione precipitava. Per tale motivo, in data 26 luglio 1944, Palatucci scrisse una relazione al Capo della Polizia Eugenio Cerruti. La trasmise per conoscenza pure al Ministero dell’Interno Direzione Generale P.S. Divisione Personale. Nel testo si ritrova anche un’esplicita denuncia:
«(…) L’azione della Polizia germanica continua a essere esercitata assai spesso su vasta scala, e viene svolta con criterio di durezza e di assoluta mancanza di rispetto della libertà individuale. A partire dal 29 giugno u.s. è stato condotto un rastrellamento che ha interessato alcune centinaia di persone (si parla di 650 persone), nei cui confronti si è proceduto ad arresto indiscriminato, nel cuore della notte, e spesso solo per esperire normali accertamenti di Polizia, mancando elementi di colpevolezza. Degli arrestati alcuni, e sono pochissimi, sono stati rilasciati, altri sono stati con tutta probabilità avviati in Germania, o smistati in altre carceri. Le battute devono essere state molto fruttuose, se il comandante della “Sicherheitspolizei” mi aveva interessato, sul principio del mese, alla ricerca di locali per un nuovo carcere.
Nulla si può opporre agli abusi e ai maltrattamenti perpetrati a danno dei cittadini italiani, perché le autorità italiane o rimangono assolutamente estranee a tali operazioni di Polizia, in quanto ridotte all’impossibilità di una concertazione in tale campo (Questura), o le avallano e le appoggiano mediante opera di delazione, spesso a fini di vendetta personale (milizia e P.F.R.). Il Prefetto, poi, che potrebbe svolgere almeno opera di moderazione e di tutela, è del tutto passivo, sia per mancanza di energia di temperamento, sia perché ˗ come da molti segni è dato desumere ˗ è attaccato alla carica per motivi di utilità personale. Gli interventi e le proteste da me fatti finora, sia a favore di cittadini italiani ingiustamente arrestati sia a tutela di agenti di Questura, sono rimasti senza neppure l’onore di una risposta. (…)». [65]

L’operazione per eliminarlo

Palatucci non sembra aver commesso errori appariscenti. Le sue interazioni con persone sgradite alle autorità del tempo (donne ebree; soggetti sorvegliati a Fiume e a Trieste…) [66] erano però sotto controllo. Lo spionaggio riferiva sulle sue mosse [67]. Su questo punto la ricerca di molti storici non si è stranamente inoltrata. Alla fine, il reggente fu neutralizzato con i metodi del tempo. Il collaborazionista che fornì l’input necessario, fu quasi certamente un dipendente della Questura, vicino a Palatucci [68]. Lo stesso storico Renzo De Felice (1929-1996) annota:
«(…) Basta ricordare che sulle tracce del commissario Giovanni Palatucci, che salvò col sacrificio della vita migliaia di ebrei, gli addetti ai lavori furono guidati da uno ‘zelante’ poliziotto italiano, mai perseguito dopo la Liberazione» [69].

L’arresto

Nella notte del 13 settembre 1944, su ordine dell’autorità nazista (non di Kappler come qualcuno ha erroneamente scritto[70]), venne perquisita l’abitazione del dr. Palatucci. L’appartamento si trovava in via Pomerio 29 (presso Malner). Non fu un’operazione ordinaria. Si trattava di arrestare il reggente la Questura. Occorreva quindi un’imputazione di reato molto grave. In tale contesto, si fece silenzio su una vicinanza del commissario agli ebrei. Ammettere l’esistenza di operazioni segrete a protezione di perseguitati, infatti, sarebbe stato un’auto-accusarsi di totale inefficienza (con conseguente durissima punizione). Nel caso di Palatucci bastò individuare “casualmente” una prova (uno scritto politico proibito?) così da non utilizzare “testimoni”. In tal modo fu “documentato” il reato di alto tradimento.

La tortura

Il reggente fu interrogato [71] con i metodi riservati ai traditori (con l’aggravante di essere un pubblico ufficiale, di aver mentito in modo continuativo, di aver mantenuto contatti con persone considerate nemiche del Terzo Reich, e di aver attivato determinati comportamenti ostili in tempo di guerra).
Torturato, non fece alcun nome. Né di colleghi a lui vicini, né di oppositori al nazionalsocialismo e alla R.S.I. esterni alla Questura, né di ebrei. Un riscontro lo si ricava dal fatto che dopo il suo arresto non venne operato alcun fermo. Per il reato ascritto a Palatucci era previsto un processo (in genere molto rapido) [72] che si concludeva con la condanna a morte (fucilazione alla schiena).
Dopo l’arresto di Palatucci fu nominato al suo posto il commissario aggiunto Giuseppe Hamerl [73]. Quest’ultimo relazionò poi ai superiori sulla situazione di Fiume [74].

Il periodo al “Coroneo” e la deportazione finale

Palatucci, per circa un mese, fu rinchiuso nel carcere di Trieste (“Coroneo”). Gli storici si sono chiesti il perché di tale non breve detenzione “transitoria”, in presenza di accuse gravissime. Dalle ricerche effettuate, risulta che furono esperiti dei tentativi per salvargli la vita. Un riscontro di ciò lo si trova nella lettera che il padre del dr. Giovanni Palatucci (di nome Felice) scrisse il 25 agosto del 1950 alla contessa Gerda Frossard. Nella missiva è annotato tra l’altro [75]:
«Nobilissima Signora Contessa,
Ho ricevuto le vostre gentili e gradite lettere e non so come esprimerle i miei sentiti ringraziamenti per il ricordo che serba di mio figlio. Anzitutto le esprimo le mie vivissime condoglianze per la dipartita di suo marito e condivido con lei il grande dolore. So che era un paterno amico di mio figlio e molto lo aiutò a Trieste quando trovavasi nelle mani di quei barbari tedeschi (…). Con l’occasione la prego vivamente per il seguente favore. Dato che a Roma alla Direzione della Divisione personale della Pubblica Sicurezza, nel fascicolo personale di mio figlio si trovano importanti documenti spediti a suo tempo dal Prefetto di Fiume riguardanti il caro mio figlio quando fu tradotto nelle carceri di Trieste e il comando voleva ancora farlo fucilare, non fu eseguito per il pronto intervento del grande uomo di suo marito che si interessò presso il Comando Tedesco.
Questa circostanza tornerebbe a maggiore onore di mio figlio e sarebbe tenuto in più grande considerazione dal detto Ministero così mi diceva un alto funzionario della Polizia qualche due mesi fa, come vede tale notizia mi è necessaria perciò la prego vivamente di farmi la cortesia di scrivermi una lettera nella quale descrive tale circostanza.
Da tali documenti si rileva la sua dedizione alla Patria ed alla Istituzione della P.S. ed il suo interessamento per la sistemazione della città di Fiume. Se questa notizia verrà manomessa pur saprò quel che manca». [76]
I tentativi mirati a salvare la vita al dr. Palatucci furono attivati dal conte Marcel Frossard de Saugy. Questa persona fu ascoltata dai nazisti perché, oltre ad essere inserito in attività finanziarie, Frossard era marito di una nobildonna tedesca, Gerda (cit.), appartenente alla già ricordata famiglia dei baroni von Bülow. Il padre di Gerda, Adam von Bülow Ditrik, era un socio di minoranza della Companhia Antarctica Paulista, che fu uno dei punti di riferimento del processo di modernizzazione in Brasile. Inoltre, prima della IIa guerra mondiale, il Brasile aveva stretti contatti con la Germania nazista: erano partner economici e il Paese sudamericano ospitava il più grande partito nazifascista fuori d’Europa. Contava più di 40 mila iscritti specie nei centri di Belém (Pará), Salvador de Bahia, San Paolo e Rio de Janeiro. Non possono, quindi, essere esclusi contatti economici tra i von Bülow e i vertici di Berlino.

Dachau

Dal “Coroneo” Palatucci venne deportato al KZL (Konzentrationslager) di Dachau. Vi giunse il 22 ottobre 1944. Matricola 117826 (tatuata sul braccio). Assegnato alla baracca 25. Era un internato politico di nazionalità italiana: indossò una casacca con un piccolo triangolo rosso avente al centro la lettera I. Morì per tifo petecchiale (10 febbraio 1945). Giuseppe Gregorio Gregori, compagno di baracca del reggente, affermò ˗ però ˗ che il decesso potrebbe essere stato provocato da un’iniezione letale [77]. L’asserzione fu legata al fatto che l’epidemia colpì altre baracche ma non quella del dr. Palatucci. Il corpo del reggente venne gettato nella fossa comune sulla collina di Leiteberg. 78 giorni dopo, il lager fu liberato dagli Alleati.

La ricerca storica sui delatori

Nel tempo, si è anche sviluppata una ricerca sulla rete di delatori (afferenti a più regìe occulte) operante a Fiume. Marino Micich, membro della Società di Studi Fiumani, ha dichiarato, ad esempio, di essere a conoscenza (insieme ai colleghi) del fatto che alcuni fedeli aiutanti di Palatucci vennero stranamente risparmiati dall’OZNA (polizia segreta di Tito) il 4 maggio 1945, mentre gli altri 90 agenti della Questura di Fiume furono tutti infoibati nei pressi di Grobnico e di Costrena [78]. Riguardo alla tragica fine di questi agenti, esiste pure la testimonianza della figlia di Luigi Bruno (nativo di Caltanissetta, guardia scelta di P.S.) che aveva prestato in precedenza servizio presso la Questura di Bologna. La signora Anna Maria indicò un collega del padre, definito un “giuda”, che il 4 maggio 1945 si era presentato in casa per accompagnarlo in Questura; lui tornò regolarmente a casa, mentre Luigi Bruno e gli altri agenti sparirono nel nulla [79]. Dopo la morte di Palatucci, e malgrado i procedimenti di de-fascistizzazione in corso, diversi membri della P.S. del tempo non rilasciarono dichiarazioni sul reggente morto a Dachau, mantenendo una costante linea di silenzio. Tale orientamento, fu motivato dalla volontà di non raccontare fatti interni purtroppo accaduti (collaborazionismo, delazioni, intese inconfessabili). Parlare positivamente di Palatucci avrebbe implicato per forza di cose il dover far riferimento anche ad altre figure che si comportarono in modo diverso.

L’occupazione delle forze titine

Il 3 maggio 1945, la città di Fiume venne occupata dalle truppe partigiane di Josip Broz, più conosciuto con il nome di battaglia di
Tito (1892-1980). In quel giorno, e nel periodo immediatamente successivo, furono eliminati tutti gli esponenti autonomisti (Giuseppe Sincich, Nevio Skull e altri) [80].

La segnalazione di Raffaele Cantoni (1945)

Pochi mesi dopo il decesso del dr. Palatucci a Dachau, avvenne comunque un episodio significativo. Dal 19 al 23 agosto del 1945 fu convocata a Londra una Special European Conference. Non si trattò (come scritto erroneamente da qualcuno) del II° Congresso Ebraico Mondiale, perché quest’ultimo si svolse a Montreux nel 1948. Agli atti dell’assise [81] è conservato un intervento scritto del rappresentante italiano, rag. Raffaele Cantoni (1896-1971) [82]. Quest’ultimo, era stato un legionario fiumano, e aveva avuto contatti con il Congresso Mondiale Ebraico, a Ginevra, fin dal 1936. Fu dirigente della DELASEM (Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei) [83]. Massone e socialista, fu un fervente sionista. Nel dopoguerra venne eletto presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI). Non è quindi una figura marginale, di scarso valore storico. Durante la Conferenza succitata, Cantoni rivelò l’esistenza del cosiddetto “canale di Fiume”; e da qui si giunse al nome di Palatucci attraverso testimonianze di persone da lui salvate. Cantoni affermò che si era riusciti a salvare migliaia (5.000) di ebrei [84].
Chi aveva fornito a Cantoni quei dati? Gli Alleati? I referenti locali della DELASEM (ma il rabbino di Sušak, Otto Deutsch, era morto nel manicomio di Nocera Inferiore nel 1943 [85])? I sopravvissuti allo sterminio? Dalle informative ritrovate in più archivi, sembra di capire che Cantoni acquisì vari dati da ex internati e, probabilmente, da alcuni militari alleati [86]. Cantoni non fu però il solo a parlare del reggente di Fiume. A lui si aggiunse pure la segnalazione di un esponente della Comunità Ebraica di Roma, il signor Settimio Sorani (1899-1982).

Le annotazioni di Settimio Sorani

Sorani, fu il responsabile della sezione romana della DELASEM dal 1941 al 1943. Si dimostrò molto attivo nelle operazioni della resistenza ebraica. Terminata la guerra, assunse la direzione di organizzazioni sionistiche. Dal 1948 al 1952 divenne Commissario per l’immigrazione presso la Legazione dello Stato d’Israele a Roma. Poi, direttore del Keren Hayesod italiano (fondo nazionale di costruzione d’Israele, centrale finanziaria del movimento sionista mondiale, come dell’Agenzia Ebraica). Dal 16 ottobre 1955 al 31 dicembre 1964, Sorani svolse le funzioni di segretario della Comunità ebraica di Firenze. Nel 1967 terminò di scrivere il testo delle sue memorie (pubblicato solo nel 1983 per difficoltà con gli editori, a cura di A. Tagliacozzo, dopo la morte dell’autore). Come persona non fu un “diplomatico”, ed espresse dure critiche verso il Vaticano[87]. Morì a Firenze. Il “Fondo Settimio Sorani” è conservato a Milano, presso la Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea. Sorani, nelle sue memorie fece diversi riferimenti. Sulla situazione di Fiume annotò:
«Sugli ebrei di Fiume e Sussa sono rimaste solo poche notizie ed anch’esse imprecise nelle date e discordanti circa il numero delle persone. Il 16 Agosto 1941, il Segretario della Comunità di Fiume, Sig. Francesco Cantori, telefonò a Roma, scongiurando di intervenire presso il Ministero perché si evitasse che i profughi colà esistenti fossero respinti nell’interno della Croazia. I profughi erano circa 400, ma molti, per non essere presi, non si presentavano come sarebbe stato prescritto, né all’anagrafe, né in Questura. Altri fuggivano a piedi per raggiungere illegalmente Trieste. Erano come impazziti e, pur di sfuggire alla deportazione, poiché sapevano che cosa ciò volesse dire, affrontavano gravi pericoli e cadevano vittime delle speculazioni di profittatori che, dietro esosi compensi, promettevano loro di metterli in salvo.
È, forse, a seguito di questa telefonata che l’autore di queste note, preparò un appunto manoscritto per Dante Almansi [88] perché intervenisse presso il Ministero. Questo manoscritto potrebbe però essere opportunamente collocato anche un anno dopo, poiché in esso si fa cenno alla decisione di respingere tutti i profughi ebrei in Croazia, decisione che veniva applicata benché il Questore Dr. Genovese sapesse, o proprio perché sapeva, che coloro che venivano così spietatamente respinti andavano incontro a morte certa e terribile. Un altro pro-memoria, anch’esso di data incerta, tratta lo stesso argomento, insistendo sulla richiesta che fosse sospesa la tragica decisione di respingere in Croazia i profughi ebrei. Tale pro-memoria potrebbe essere collocato nel Luglio ’42 (…)». [89]

Il riferimento al dr. Giovanni Palatucci

Nelle sue memorie, il signor Sorani fa poi un esplicito riferimento alla persona e all’operato del dr. Giovanni Palatucci. Si trascrive il testo:
«Fiume.
… Un immediato, spontaneo e quanto mai prezioso aiuto essi (gli ebrei) lo ebbero da un funzionario della R. Questura. Costui era il Dr. Giovanni Palatucci, capo dell’ufficio stranieri… Il Dr. Palatucci era, tra l’altro, cattolico credente ed era convinto che non si debba obbedire ad una legge del potere civile in contrasto con la legge suprema della difesa e del rispetto dell’umanità. Quando ebbe coscienza che nelle sue mani di funzionario addetto al controllo e alla vigilanza degli stranieri, stavano, in gran parte, le sorti degli ebrei di Fiume, non esitò un istante a prendere posizione conforme alla sua coscienza di cristiano e di italiano. Senza la sua adesione, assai difficile sarebbe stata l’azione dei patrioti fiumani.
Imperava, nel vero senso della parola, a Fiume, quale prefetto, un intimo gregario di Mussolini, tale Temistocle Testa, quello stesso che Mussolini, dopo lo sbarco degli alleati in Sicilia, spedì precipitosamente a Palermo col titolo di Alto Commissario Plenipotenziario, onde, facendo uso della sua esperienza di repressore sanguinario che innumerevoli lutti e rovine arrecò alla provincia di Fiume ed ai territori finitimi, rabberciasse la situazione che appariva, colà, catastrofica.
Il Testa aveva dato categoriche disposizioni alla Questura per la persecuzione degli ebrei. Il Dr. Palatucci si assunse la responsabilità di rendere inoperanti gli ordini: provvide cioè ad allontanare da Fiume, alla chetichella, gli ebrei stranieri che avrebbero dovuto essere arrestati e deportati. Ufficialmente egli li faceva apparire irreperibili, mentre poi, munitili di documenti alterati che li facevano apparire “ariani”, li avviava dapprima ad un suo zio, Vescovo di una diocesi del Sud, il quale provvedeva a sistemarli un po’ dappertutto, poi ai centri che nel frattempo si formavano nell’Abruzzo, nel Molise ecc. per l’ospitalità ai cosiddetti sfollati di guerra, sotto il cui nome potevano facilmente passare i perseguitati razziali…
Nonostante che fosse noto che in Italia il fascismo perseguitava gli ebrei, a Fiume, dopo il promulgamento delle leggi razziali, continuò l’afflusso segreto degli ebrei profughi dall’Europa invasa. Questo afflusso prese proporzioni ampie dopo l’invasione nazi-fascista della Jugoslavia, che mise in pericolo gli ebrei stranieri, precedentemente rifugiatisi. Sorse lo Stato Croato. Una parte del suo territorio fu occupato, per motivi strategici, dalla Seconda Armata Italiana, ma le Autorità locali dipendevano dal Governo che aveva adottata la politica razziale hitleriana, per cui si scatenò anche lì, un’orrenda guerra contro gli ebrei. Questi cercavano allora salvezza attraverso quello che ormai era noto sotto il nome di “canale” di Fiume. Secondo le disposizioni del prefetto Testa, che fungeva pure da Commissario di Stato, gli ebrei fuggenti dalla Croazia nel territorio italiano dovevano essere colti come in trappola. Grazie invece alla collaborazione dei soldati e degli ufficiali della Seconda Armata, la trappola non funzionò, ma agì invece il “canale” di Fiume, noto segretamente negli ambienti della Seconda Armata.
Il concorso dei soldati e degli ufficiali della Seconda Armata all’azione di salvataggio degli ebrei venne portato a conoscenza della prima conferenza ebraica mondiale, tenutasi dopo la Guerra a Londra, nell’Agosto del 1945 dal Delegato Raffaele Cantoni, il quale rivelò che ben 5.000 ebrei erano stati da essi posti in salvo… Dopo l’8 Settembre 1943 mutò la base delle condizioni di Fiume… Il C.L.N. fiumano esortò il Dr. Palatucci a restare al suo posto onde il “canale”, continuasse a funzionare… Così il Dr. Palatucci divenne il “Dr. Danieli” del Movimento di Liberazione Nazionale.
Dopo l’8 Settembre la Seconda Armata abbandonò il territorio jugoslavo che venne occupato ora dai partigiani di Tito, ora da croati ustascia, ora dai tedeschi. Nell’ Ottobre 1943 i tedeschi effettuarono il primo attacco contro la Comunità Israelitica di Fiume… Le disposizioni prese subito dal Palatucci per parare i colpi dei tedeschi e dei fascisti… permisero di ottenere il controllo dei preparativi delle SS e dell’ufficio politico contro gli ebrei.
Intanto egli sollecitava l’esodo degli ebrei presenti in città. Il risultato definitivo fu che la maggior parte degli ebrei di Fiume scampò alla morte. Perirono coloro che indugiarono sperando nella pietà dei barbari. Nel Settembre 1944 il Dr. Palatucci venne prelevato nella sua casa dalle SS e dagli sbirri della Questura repubblichina… nel 1945 venne deportato in un lager della Germania nel quale morì durante la prima metà dell’Aprile mentre la liberazione recata dalle armi dei vittoriosi e gloriosi eserciti anglo-americani e sovietici si avvicinava.
Il Comitato ebraico di studi in occasione del decimo anniversario della liberazione il 18 Aprile 1955 onorò la memoria di Palatucci-Danieli con una medaglia d’oro e in Israele una via fu intestata al suo nome ed un parco fu dedicato alla sua memoria». [90]

I riconoscimenti

A Palatucci, nel 1953, gli venne dedicata una strada a Ramat Gan, vicino Tel Aviv. Gli fu poi assegnata una medaglia d’oro alla memoria dall’Unione delle Comunità Israelitiche d’Italia nel 1955[91]. Nello stesso anno, Antonio Luksich Jamini pubblicò un articolo dal titolo Il salvataggio degli ebrei a Fiume durante la persecuzione nazifascista [92]. In seguito, venne conferito a Palatucci il titolo di “Giusto tra le Nazioni” dal Memoriale Ebraico dell’Olocausto Yad Vashem (1990) [93]. Seguirono altri riconoscimenti.

Le notizie divulgate nel 2013

Nel 2013, il Centro “Primo Levi” [94] comunicò ai media (non agli storici) che «Giovanni Palatucci fu un pieno esecutore delle leggi razziali». Quanto riportato venne scritto da Natalia Indrimi, direttrice del Centro, in una lettera pubblicata dal “New York Times” (2013) [95]. Il testo prosegue: «e, dopo aver prestato giuramento alla Repubblica Sociale di Mussolini, (Palatucci) collaborò con i nazisti». Il Centro ha spiegato, inoltre, che la deportazione di Palatucci non fu decisa dai nazisti per l’opera a favore degli ebrei, ma per aver passato ai britannici i piani per l’autonomia di Fiume. Riguardo al vescovo Giuseppe Maria Palatucci (1892-1961; francescano conventuale), zio di Giovanni (operò con il nipote a tutela di più ebrei) il giudizio è drastico. Indrimi e il suo Centro spiegano che fu proprio lui a “costruire” in modo non chiaro il mito: «Tutto iniziò nel 1952, quando lo zio vescovo raccontò questa storia per garantire una pensione ai parenti dell’uomo» [96].

Le reazioni 

La posizione del Centro “Primo Levi” ha sorpreso molte persone. Per vari motivi.
1.Non fu il Centro a promuovere lavori su Fiume e Palatucci. Furono degli studiosi in Italia (2003). L’iniziativa non riscosse un particolare seguito. L’attenzione dei media fu tenue. Così, a New York, qualcuno decise di “rilanciare”.
2. L’alto numero di documenti “inediti”, ai quali fa riferimento il Centro, sono in realtà noti. Un’importante strumento conoscitivo rimane a tutt’oggi il database online dello Yad Vashem (Gerusalemme). L’Archivio in questione riporta le schede delle oltre quattrocento vittime ebree che vivevano a Fiume. I nazisti decimarono la loro Comunità (cinquecento persone ca). Digitando “Fiume” (nello spazio riservato al luogo di residenza), appaiono i nomi delle persone trucidate, con l’età ed altri dati essenziali (è quanto rimane di loro).
3. È noto, poi, che chi operò a favore degli ebrei, fece in modo di non destare sospetti, di non attirare sguardi, di evitare i controlli, la censura, i delatori, di non mettere niente per iscritto. Per questo motivo, una ricerca per il Vice Capo della Polizia italiana non trovò elementi in fascicolo personale [97].
4. Palatucci, nelle sue iniziative umanitarie, non agì mai da solo. Egli si appoggiava a terzi. Quindi, studiare la sua figura (e i suoi movimenti) escludendo una rete di solidarietà è un metodo assolutamente non storico.
5. I tentativi umanitari alcune volte riuscirono, in altre situazioni ebbero un esito parziale, in varie occasioni non arrivarono a buon esito, in ulteriori casi furono alla base di arresti e deportazioni. Tutto questo è conosciuto dagli storici [98]. È noto anche agli studiosi la triste attività di chi volle lucrare sulle disgrazie altrui (operazioni via mare), e su chi (specie i passatori di montagna) strinse accordi di morte con le autorità naziste [99].
6. Non è possibile calcolare il numero dei salvati da Palatucci (che comunque ci furono [100]). Vari studiosi hanno cercato di farlo, con l’aiuto di direttori di archivio, di storici e di esponenti del mondo ebraico. Poi, ci si è resi conto della co-presenza di molteplici variabili. Inoltre, di alcune vicende non si conosce l’esito. In tale contesto, la prudenza invita a una certa cautela nell’indicare la cifra complessiva di ebrei salvati.
7. I giuramenti a un dato regime politico (in un conflitto con più fronti) non implicarono necessariamente, in foro interno, delle adesioni. Molte volte (non sempre) costituirono una strategia per rimanere in ambiti ove si operò alla luce e in sordina [101].
8. Dai documenti conservati in più Archivi (Londra, Washington) risulta che i britannici erano già a conoscenza del moto autonomista presente a Fiume [102]. Per tale motivo, pare debole un’insistenza su un ruolo-chiave di Palatucci in merito a questioni di autonomia locale.
9. L’uso di canali non autorizzati da parte di Palatucci riguardò, in realtà, varie situazioni (chiarite nelle memorie dei sopravvissuti). In particolare, il telex di Kappler (10 gennaio 1945), citato dal Capo della Polizia del tempo Eugenio Cerruti (a sua volta informato dal Prefetto Spalatin), fa riferimento a «contatti informativi col servizio informativo nemico» [103]. Non punta il dito su questioni di autonomia locale. I nazisti, quindi, stavano seguendo non la pista degli autonomisti (alla quale erano invece molto interessati i titini) ma un sistema di segnalazioni che includeva anche il dramma dei perseguitati [104] e dei profughi (ciò risulterà molto evidente dagli eventi successivi).
10. Mons. Palatucci, vescovo di Campagna (provincia di Salerno), segnalò la figura del nipote in più circostanze. Ma non nel 1945. Solo in anni successivi [105]. Ad assumere la prima iniziativa furono esponenti della comunità ebraica.
11. A Campagna si trovava un campo di internamento costituito dalla caserma San Bartolomeo (ex convento dei Domenicani), e dalla caserma Immacolata Concezione (ex edificio claustrale degli Osservanti) [106]. In quest’area, i Palatucci cercarono di inserire alcuni ebrei [107]. Consultando l’Archivio locale, e visitando il museo, è possibile capire le differenze esistenti tra questo campo e altri luoghi d’internamento (in nord Italia). Il 29 ottobre 1941 l’allora segretario del Partito Nazionale Fascista, Adelchi Serena (1895-1970), scrisse una lettera all’allora Capo della Polizia con la quale si lamentava della «troppa libertà in cui vivono gli internati ebrei del campo di concentramento di Campagna» e chiese «provvedimenti conseguenti da parte delle forze di polizia del regime» [108].
12. Dall’Archivio di Fiume, i documenti relativi al periodo successivo all’ 8 settembre 1943 sono stati sottratti. Il fascicolo personale di Palatucci (consultabile) è visibilmente carente. Ci sono le note burocratiche delle sue domande di trasferimento, le richieste di permessi, la nota positiva per essere «di ottima condotta morale, politica e sociale, iscritto al Partito Nazionale Fascista dal 23 marzo 1928», la promozione a vicecommissario aggiunto in data 28 luglio 1940, con decorrenza 16 maggio.
13. Nell’Archivio di Fiume esiste un solo documento posteriore all’8 settembre 1943. È una lettera del 29 febbraio 1944 indirizzata dal reggente della questura, Roberto Tommaselli, a Carlo Paknek, consigliere germanico per la provincia del Carnaro e, per conoscenza, al prefetto (la copia consultata è quella di pertinenza della prefettura, protocollata il 3 marzo). Si tratta di una protesta perché Palatucci il 26 febbraio era stato convocato dal commissariato tedesco e interrogato sul possesso di una radio appartenuta a un’ebrea di nome Weisz. Mentre si trovava nel commissariato, un civile e un agente tedesco erano andati a casa sua chiedendo informazioni sulla medesima radio alla proprietaria dell’appartamento. Il dirigente della questura protesta per il modo irriguardoso utlizzato dai tedeschi nei confronti di un dirigente di polizia italiano.
14. Secondo l’opinione di diversi storici, i documenti che non si trovano nell’Archivio di Fiume, dovrebbero essere custoditi a Belgrado, all’Archivio militare, dove si trovano altri incartamenti della Questura e della Prefettura di Fiume. Belgrado, comunque, si è dimostrata poco sensibile ai ricercatori.
15. Da una sommaria ricognizione, compiuta nell’Archivio di Belgrado, da una storica fiumana, Lijubinka Karpowicz, è soltanto emersa una richiesta di ricerca del 25 novembre 1946 (un anno e nove mesi dopo la morte di Palatucci). Il Comitato antifascista del 259° battaglione prigionieri di guerra chiede alla sezione italiana per i prigionieri di guerra, a Belgrado, di voler «comunicare se il compagno Palatucci Giovanni di Felice è prigioniero in Jugoslavia, in quale campo o se è rimpatriato». Una nota a mano del 2 dicembre ordina: «Accontentare questo Comitato antifascista e poi rispondere».

Uno stile non condivisibile

Ciò che ha motivato perplessità verso il “Primo Levi” è stata la linea della Indrimi. Prima ha divulgato delle informative a nome del Centro che hanno procurato danno morale alla figura di Palatucci, poi ha inviato una durissima lettera al “New York Times”, ha scritto al Museo della Shoah di Washington[109], ha rilasciato interviste, ha insistito ancora su siti internet. In alcuni casi ha affermato di parlare a titolo personale, in altri casi di esprimere la posizione del Centro. Dopo tutte queste iniziative, quando alcuni storici le hanno chiesto di prendere visione almeno dei documenti che il Centro riteneva essenziali per “accusare” Palatucci, la Indrimi prima ha risposto che ognuno li poteva trovare da solo negli archivi pubblici. Poi, ha dichiarato che non potevano essere divulgati perché erano ancora allo studio, perché si stavano ancora traducendo, perché i saggi che li accompagnano non erano pronti, perché non riguardavano solo Palatucci [110]

Le prese di distanza

In presenza di tale situazione, un numero significativo di storici della Shoah (Malini[111], Napolitano [112], Guiducci [113] et al.) è intervenuto per rivedere le fonti, mentre sono pure usciti libri di autori ebrei a difesa della memoria del dr. Palatucci (Georges de Canino [114] et al.). In particolare, è stato evidenziato un limite del Centro Primo Levi: non si accusa una persona morta in un campo di concentramento a 36 anni senza aver contemporaneamente pubblicato tutti i documenti di merito. Si è anche preso atto che il comportamento della Indrimi non è sereno. Le parole con le quali ha descritto il comportamento di Palatucci sono, sul piano oggettivo, violente e diffamatorie. In tal senso, risulta molto più equilibrato lo studio dello studioso di fede ebraica Marco Coslovich [115], e molto più caute le dichiarazioni dello storico Michele Sarfatti, direttore della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (Cdec Onlus) di Milano [116].

La ricerca degli ebrei

L’accusa più grave, rivolta al reggente di Fiume, ha riguardato la denuncia di quest’ultimo di una famiglia ebrea nascosta sotto falso nome, in seguito a una richiesta della Questura di Ravenna (telegramma del 23.5.1944). Secondo il “Primo Levi”, Palatucci avrebbe dovuto rispondere che essi non erano residenti a Fiume, e che non erano noti al suo ufficio, né lo erano presso la sua anagrafe. Invece l’informativa fu redatta in questi termini: «Trattasi di ebrei apolidi fiumani qui irreperibili che identificansi per…», con i dati anagrafici dei membri della famiglia. Il biglietto era firmato «Pel reggente Palatucci» [117].
Il 23 maggio 1944 Palatucci era reggente della Questura da meno di due mesi. Non è difficile pensare che era sorvegliato (poco più di tre mesi dopo subì l’arresto). Il telegramma pervenuto alla Questura di Fiume non era “riservato-personale” a lui. Quindi ˗ essendo stata già controllata la richiesta da terzi ˗ il reggente non poteva mentire, negando che i nomi della famiglia ebrea fossero registrati nelle liste della Polizia e all’anagrafe. Di conseguenza, la risposta fornita “Per il reggente” non avrebbe potuto riportare null’altro che i dati di archivio. Inoltre, la data del biglietto, ‘urgente’ solo formalmente, è del 23 maggio 1944. L’arresto della famiglia era già avvenuto il 4 maggio. Unitamente a ciò, si rileva un altro dato. Dichiarare in quel momento una persona “irreperibile” significava comunque complicare le indagini. In un’ora nella quale Fiume era accerchiata da più realtà ostili, era difficile pensare a ricerche accurate sugli “irreperibili”.

L’aiuto agli ebrei non residenti

Esiste, poi, un altro punto che il “Primo Levi” devalorizza. Giovanni Palatucci, essendo responsabile dell’ufficio stranieri, interagì soprattutto con ebrei non residenti. Le operazioni riguardanti i residenti erano affidate a un personale che utilizzava il registro dello stato civile. Il lavoro seguiva una metodica. Basato su schedature, controlli, complicità e paure. Per una ricerca storica corretta, uno degli strumenti-chiave rimane il data base dei fascicoli del Fondo Questura dell’Archivio di Stato di Fiume [118].

False testimonianze?

Non è da tacere, ancora, un aspetto. I ricercatori del Centro in questione hanno smentito ogni testimonianza a favore di Palatucci. Tra i vari testi emergono figure significative. Se ne possono ricordare alcune (con i ruoli che svolsero all’epoca):
˗ Raffaele Avallone (morto infoibato nel 1945), guardia scelta di P.S.. Conobbe Palatucci a Genova. Al riguardo, riveste importanza la testimonianza del figlio Franco [119].
˗ Americo Cucciniello (1920-2004), nativo di Avellino, guardia di P.S.. Fu autista di Palatucci, lo aiutò in diverse operazioni “non ufficiali” a favore di ebrei [120].
˗ Alberino Palumbo (nato nel 1924), attendente (appuntato) di Palatucci, collaborò in operazioni a tutela di ebrei perseguitati [121].
˗ Alberto Remolino (nato nel 1917), nativo di Campagna, soldato di leva a Fiume, presso il 26° reggimento fanteria (vi restò fino al giugno 1945). Lavorò come sarto. Facilitò un collegamento tra Giovanni Palatucci (Fiume) e lo zio vescovo (Campagna). Affrontò rischi (periodo di guerra). Il suo ruolo di intermediario risulta da alcune azioni umanitarie (non ebbero sempre esito positivo) [122].
˗ Giuseppe Veneroso (1921-2009), nativo di Pisciotta, finanziere. All’età di diciotto anni prestava servizio alla frontiera italo-jugoslava (Buccari), compagnia di Sussak (dal 1° maggio 1941 all’ 8 settembre 1943). Fu testimone del flusso clandestino di ebrei in fuga, e delle protezioni in loco [123]. «In entrambi i posti di servizio ricordo perfettamente ˗ scrive Veneroso ˗ che, durante le lunghe notti, agenti della Pubblica Sicurezza accompagnavano gruppi di civili al nostro posto di guardia, per farli espatriare in sordina. Tutti quanti erano provvisti di lasciapassare a firma dell’allora commissario Palatucci e tutti eravamo a conoscenza che erano ebrei in fuga» [124].
Secondo il Centro succitato queste persone (e altre) furono testi inattendibili

La testimonianza di Rodolfo Grani

Nel 1952, un ebreo fiumano, raccontò in Israele la propria storia. Si chiamava Rodolfo Grani (Granitz[125]). In un articolo[126] pubblicato a Tel Aviv[127], descrisse il suo internamento a Campagna. Ricordò interventi dei Palatucci (nipote e zio vescovo) a favore di alcuni ebrei perseguitati. Fornì anche delle indicazioni sull’interazione tra Giovanni Palatucci e il vescovo di Fiume, mons. Camozzo.

La ricerca storica su mons. Camozzo

L’intesa tra mons. Ugo Camozzo (1892-1977) [128] e il dr. Palatucci (le carte di merito sono depositate negli Archivi Diocesani di Rijeka e di Napoli) trova riscontro anche in due lettere che Camozzo indirizzò al vescovo Palatucci. La prima è datata 11 luglio 1945. Ecco il testo [129]:
«Eccellenza Reverendissima,
soltanto ora sono in grado di darLe notizie del Dr. Palatucci, Commissario di P.S. a Fiume. Purtroppo esse sono dolorose. Fu trasportato, non ricordo esattamente quando, nel campo di concentramento di Dachau (Baviera) e di là ebbi sue notizie. Pochi giorni fa però tre rimpatriati da quel campo vennero da me. Chiesi ad essi notizie del caro Dottore ed uno mi assicurò che egli è deceduto a Dachau. Non ebbi altra possibilità di controllo e di conferma, solo il fatto che egli dimostrava di conoscerlo personalmente. Neppure sulla veridicità della persona potei indagare perché era di passaggio da me e prima non l’avevo conosciuto. Sono convinto che il buon Dr. Palatucci è stato internato, perché vittima del suo buon cuore per cui non mancava di aiutare quanti poteva, specialmente se oppressi dalle leggi razziali. Egli ha lasciato un ottimo ricordo a Fiume che serva riconoscenza per lui (…)» [130].

In una seconda lettera, datata 30 agosto 1945, il vescovo Camozzo trasmette altri dati:
«Eccellenza Reverendissima,
Come ho già comunicato il Dr. Palatucci Giovanni è stato internato dai Tedeschi a Dachau, credo perché aveva cercato di mitigare l’asprezza delle disposizioni antisemitiche. Ebbi di lui notizia dal campo di concentramento, perché eravamo in ottimi rapporti. Poi silenzio. Per essere completo devo dolorosamente aggiungere a V. E. che alcuni prigionieri reduci furono di passaggio da me ed uno di essi affermò che il Dott. Palatucci era deceduto nel campo di Dachau. Non ho altri dati, né conosco la persona che fa tale dichiarazione. Purtroppo però ho avuto l’impressione che la notizia fosse vera. Il Dr. Palatucci ha lasciato ottimo ricordo di Sé a Fiume. In un tempo tanto difficile Egli ha saputo aiutare tanti infelici ed io stesso esperimentai la sua umana comprensione di tante sofferenze e cristiana carità (…)» [131].

Niel Sachs di Gric

Esiste anche la testimonianza di un avvocato, il barone Niel Sachs di Gric (ebreo fiumano di origine ungherese). Fu il legale di fiducia della Curia vescovile di Fiume. Nelle sue dichiarazioni ha confermato l’esistenza di contatti tra il dr. Giovanni Palatucci e il vescovo Camozzo [132].

Una sottolineatura

Nel contesto fin qui delineato, può essere utile evidenziare un fatto: ogni ricerca storica richiede valutazioni serene. I testimoni sopra ricordati dimostrarono nell’arco della loro esistenza una linea morale non contestata da nessuno. Dalle affermazioni a favore di Palatucci non ricavarono alcun guadagno (economico o civile). Mettere, quindi, in dubbio le loro parole potrebbe svelare una rigidità mentale, con possibile deriva di intolleranza. Unitamente a ciò, non devono essere trascurati vari interventi ebraici a favore di Palatucci. Tra questi, assumono rilevanza quelli di Elia Sasson, ambasciatore d’Israele a Roma (1953) [133], dell’Unione delle Comunità Israelitiche d’Italia (1955), dell’avvocato Paolo Santarcangeli (1987) [134], di Adolfo Perugia [135], di Anna Foa [136], et al.

Le evidenze

In realtà, le testimonianze di chi operò con Palatucci per tentare di salvare delle vite umane, convergono su punti-chiave. Sono agli atti, ad esempio, le dichiarazioni di più persone di fede ebraica.
˗ Elena Ashkenasy Dafner Rehov e parenti (Yad Vashem; istruttoria su Palatucci; Archivio Dipartimento Giusti, file n. 4338). Testimonianza autografa. Il documento è datato 10 luglio 1988. Fu redatto a Tel Aviv [137].
˗ Rozsi Neumann: testimonianza in “Israel”, n. 39, 18 giugno 1953; lettera del 26 giugno 1953 a mons. Palatucci : « (…) anch’io e mio marito apparteniamo a questi ebrei che sono stati tanto aiutati da questo veramente nobilissimo uomo» [138].
˗ Salvator Konforti (il cognome fu poi cambiato in Italia in Conforty), ebreo sefardita, di radici spagnole, e Olga Hamburger, askenazita, dell’Est Europa. Erano i genitori di Renata Conforty. Quest’ultima, all’età di 71 anni, ha ripetuto la sua testimonianza nel 2013 [139].
˗ la famiglia Berger. Sull’interazione avvenuta tra queste persone e Palatucci, esiste, tra l’altro, un contributo dello studioso Aldo Viroli: Palatucci e la famiglia Berger. Un po’ di chiarezza sulla vicenda di un gruppo di ebrei fiumani rifugiati in Romagna [140].
˗ Elizabeth Quitt Ferber (1913-2005) e la sorella Anna. Racconta Elizabeth: «con nostro stupore, ci indicò una serie di località da raggiungere come internati liberi. Alla fine la nostra scelta cadde su Sarnico, sul lago d’Iseo, e il dott. Palatucci ci assicurò che saremmo andati là. Non so come riuscì ad esaudire questa nostra richiesta, fatto sta che noi andammo direttamente a Sarnico. Come noi, ha aiutato una moltitudine di persone» [141].
˗ ingegnere Carlo Selan e moglie. In una lettera del 21 dicembre 1940 Giovanni Palatucci raccomanda allo zio vescovo di interessarsi e d’intervenire riguardo ad alcuni ebrei che il poliziotto definisce «miei protetti». Tra questi c’è il nome di Carlo Selan [142]. Nel 1991, Selan scrisse da New York in un articolo: «Tutta la mia famiglia e ognuno che è sfuggito a Hitler e agli Ustascia, ha trovato un porto di serenità in Fiume solamente per la gentilezza e l’ammirabile personalità di Giovanni. Se non fosse stato per lui, ben pochi avrebbero potuto rimanere vivi oggi».

La Shoah ungherese

Attraverso il database dello Yad Vashem è possibile digitare “Salerno” (o “Altavilla”) Appaiono 32 nomi di ebrei. Altri nomi, inoltre, sono presenti in una serie di documenti conservati presso gli archivi dello stesso Centro. La località di nascita riportata dalle schede e nei documenti è Altavilla Silentina. Come dimostrato dallo storico della Shoah Nico Pirozzi [143], quelle persone facevano parte della Comunità ebraica di Lenti (Ungheria). Quest’ultima, contava 52 individui in tutto (i restanti figurano anch’essi, purtroppo, tra le vittime della Shoah; per trovare i loro nomi digitare “Lenti” nel database).
Pirozzi documenta come fossero stati Giovanni Palatucci e lo zio vescovo a sostenere il piano di salvataggio degli ebrei di Lenti. Attraverso Remolino (cit.), mons. Giuseppe Maria Palatucci fece pervenire al nipote diversi (non si conosce il numero esatto) certificati di nascita e di residenza trafugati dal municipio di Altavilla Silentina (Salerno). I documenti pervennero (tramite un altro corriere) alla Comunità ebraica di Lenti, che (primavera del 1944) tentò di utilizzarli per raggiungere Fiume. Il progetto fallì. I nazisti arrestarono gli ebrei della cittadina ungherese, la maggior parte dei quali fu eliminata ad Auschwitz-Birkenau. In base alle procedure di interrogatorio (con tortura) dei nazisti, è probabile che il nome del vice-commissario aggiunto di Fiume sia emerso proprio in seguito agli arresti avvenuti a Lenti.

L’archivio di Yad Vashem

Nell’Archivio di Yad Vashem sono pure conservate le schede di ebrei ungheresi che risiedevano in città diverse da Lenti, muniti dei certificati contraffatti dai Palatucci e purtroppo deportati nei lager. Per esempio:
˗ Izso Eppinger, viveva a Nagykanizsa,
˗ Arpad Deutsch, abitava a Zalaegerszeg,
˗ Jolan Rosenberger, con residenza a Papa.
In tale contesto, tenuto conto che l’operazione “Altavilla Silentina” si svolse in diverse località ungheresi, ci si chiede se in alcuni casi essa abbia ottenuto il risultato che i Palatucci speravano. Un punto, però, è chiaro. Alcuni ebrei ungheresi raggiunsero realmente la località di Altavilla Silentina, passando per il campo di internamento di Campagna, dove operava monsignor Palatucci. Ne dà notizia il ricercatore Oreste Mottola [144] nel libro I paesi delle ombre [145]. Il testo è basato su documenti conservati nell’Archivio Storico della Biblioteca Civica di Altavilla Silentina. Se è vero che numerose richieste di espatrio in Sud America (e altrove) non andarono a buon fine, altre ˗ invece ˗ consentirono agli ebrei di Campagna e di Altavilla di sottrarsi alle persecuzioni. Lo stesso “Primo Levi” ha riconosciuto che le vicende di Altavilla Silentina sono complesse e richiedono ulteriori approfondimenti.

Altri dati forniti da Yad Vashem

Sempre con riferimento a quanto è conservato negli archivi del Centro Yad Vashem, si deve pure ricordare la presenza di file ove è riportato il fatto che «nel settembre 1943 il Dr. Palatucci aderì al Movimento di Liberazione Nazionale [146], assumendo il nome di ‘Dr. Danieli’, proseguendo nella sua mirabile opera di salvataggio di migliaia di perseguitati».

Il vescovo Giuseppe Maria Palatucci

La linea del “Primo Levi”, che nega azioni del reggente a favore degli ebrei, delegittimizza pure la testimonianza dello zio vescovo. Però, il carteggio tra S.E. mons. Palatucci e le autorità del tempo (1276 lettere), unitamente a quello con il nipote, attesta come vari ebrei, facilitati dal dr. Palatucci a raggiungere Campagna, furono poi aiutati in loco [147], e aiutati nell’affrontare il viaggio verso il Sud America (lettere di raccomandazione firmate dal vescovo). In tale contesto, riveste un rilievo non debole una lettera di Giovanni Palatucci indirizzata allo zio, datata 21 dicembre 1940. Si riporta il testo:
«Carissimo zio,
Vi scrivo, come al solito in fretta. Gradirei notizie della pratica per il mio richiamo. Vi mando delle scarpe da far pervenire a casa alla prima occasione. Per quanto riguarda i miei protetti [148], la situazione è la seguente: 1. Ermolli Adalberto ha presentato domanda di trasferimento in un comune della provincia di Perugia, Pesaro o Chieti. Credo che lo interessi Chieti e in questo senso si è già interessato. Per lui sarà quindi il caso d’interessarsi solo se Voi abbiate la possibilità di intervenire ugualmente in modo efficace per gli altri, diversamente, non è opportuno sciupare delle possibilità che potrebbero essere utilmente impiegate, per questo vi ricordo i nomi: 2. Braun in Eisler Dragica (Carolina) e figlia, Eisler Maria: nipote. Jurche Nak. Selan ing. Carlo e moglie. Eisner Lotta con due bambine. Essi puntano alla provincia di Perugia o Pesaro. A me interesserebbe una destinazione in tali province, perché penso che Voi mi farete pervenire, a suo tempo, una raccomandazione per il vescovo del luogo, o chi per lui, che potrebbe agevolarvi sia presso la questura per una buona assegnazione nell’ambito della provincia o per una buona sistemazione, magari grazie all’interessamento a mezzo parroco. Per il momento, occorre appoggiare nel più efficace dei modi la loro domanda, che verrà presentata fra qualche giorno.
Io Vi informerò tempestivamente [149], e Voi vorrete, poi, interessare qualcuno, perché segnali la cosa nel migliore dei modi alla questura [150].
L’Ermolli l’ha già presentata ed io ho già scritto oggi, ma la lettera partirà fra qualche giorno. Per quanto riguarda lui, se Voi avete la possibilità di interessare persona diversa da quella che interesserete per gli altri, fate pure, diversamente evitiamo di danneggiare tutti nel desiderio di tutti aiutare. Vi ringrazio per l’assistenza che mi prestate per un’opera di bene (…)» [151].
Le carte di S.E. mons. Palatucci sono conservate presso la “Biblioteca Fra Landolfo Caracciolo”, San Lorenzo Maggiore (Napoli), e presso l’Archivio Segreto Vaticano [152].

L’arresto e la deportazione

Un punto sottolineato dal “Primo Levi” riguarda il motivo dell’arresto e della deportazione di Palatucci. Il Centro, in particolare, riporta il contenuto di un telegramma del colonnello Kappler, dove è scritto che Palatucci fu arrestato per avere mantenuto contatti col servizio informativo nemico. I ricercatori dimenticano che in seguito al 3 settembre 1943, data dell’armistizio di Cassibile e inizio dell’occupazione tedesca, gli ebrei furono definiti nel Manifesto di Verona quali “stranieri e nemici”. Palatucci, anche sotto la R.S.I., operava a contatto con la DELASEM (testimonianza di Sorani). Nella primavera del 1944 aspettava gli ebrei della Comunità di Lenti (Ungheria), muniti di falsi certificati (risultavano nati ad Altavilla Silentina). Per quella, e per altre azioni, il poliziotto di Fiume era sicuramente colpevole, agli occhi dei nazisti, di aver mantenuto contatti con il nemico.

La questione del numero dei salvati

Esiste, in ultimo, una questione sollevata dal “Primo Levi” anche con riferimento al numero degli ebrei salvati dal dr. Palatucci. Al riguardo, diversi studiosi (Ballarini, Bon, Coslovich, Pizzuti…) hanno cercato, prima di tutto, di individuare il numero di ebrei residenti e non residenti nell’area fiumana negli anni delle persecuzioni razziali.

1938
Nel 1938, anno dell’entrata in vigore delle leggi razziali, a Fiume c’erano 1514 ebrei, di cui 300 stranieri. Si trattava del 2% (circa) della popolazione. I dati statistici del censimento del 22 agosto 1938 posero le basi per le campagne antisemitiche già in atto e furono una tappa fondamentale per le persecuzioni razziali.

1939
La storica Silvia Bon (2004, 2005) ha accertato l’allontanamento dal lavoro di ebrei già dal 1939, tanto che almeno 350 persone abbandonarono il territorio della provincia del Carnaro. Quelli rimasti cercarono ancora di far funzionare le strutture di una volta e sostituire quelle negate in seguito alle leggi razziali come la frequentazione della scuola: nell’anno scolastico 1938-1939 un Istituto Autonomo di Istruzione Media mantenne tutti i corsi delle varie scuole medie e quelli delle scuole di avviamento.

1940
Nel 1940 (22 giugno), il prefetto Temistocle Testa (1897-1949)[153], con il questore Vincenzo Genovese (nato nel 1893; fortemente antisemita), dispose l’arresto degli ebrei considerati stranieri.

1941
Nel 1941 a Fiume, Abbazia e Laurana il numero delle persone considerate ebree ammonta a 1362.

1943
Alla caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, alcuni degli ebrei fiumani che si trovavano in Italia centro-meridionale sperarono di poter ritornare nelle proprie case finalmente liberi, ma l’illusione fu di breve durata.

1944
Alla fine del gennaio 1944, con la distruzione della Sinagoga fiumana in via Pomerio 31 (25 gennaio), alla quale fece seguito (due settimane dopo) l’azione della Guardia di Finanza volta ad accertare la loro presenza e il patrimonio di quelli rimasti, prese inizio il pogrom degli ebrei di Fiume. Furono deportate 243 persone (la stragrande maggioranza di queste transitate per San Sabba e da qui deportate ad Auschwitz), delle quali fecero ritorno solo 19. Altre 96 furono arrestate in altre province italiane e finirono nei campi di ster­minio, dove si salvarono 16, mentre 7 morirono in stato di deten­zione. Su oltre settanta ebrei mancano informazioni precise.

1945
Dal Litorale Adriatico, sottoposto all’autorità tedesca, l’ultimo treno della morte partì il 24 febbraio 1945.

Fine ostilità
La triste dimensione nota ˗ i dati sono frammentari ˗ della Shoah fiumana è, dunque, di 412 depor­tati e 380 vittime, tra cui 30 bambini, alcuni di pochi mesi, i più grandi di 14 anni [154]. Alla cifra di 380 era giunto nel 1999 Amleto Ballarini, presidente della Società di Studi Fiumani con il suo Il tributo fiumano all’olocausto [155].

Le variabili di flusso

Con riferimento a quanto ricordato, è anche necessario evidenziare delle variabili. Circa 1200 ebrei fiumani, tolti dagli internati in Italia, avreb­bero abbandonato volontariamente il territorio tra il 1938 e il 1943. Di con­tro, tra il 1941 e il 1943, vi fu un’im­migrazione dalle zone dei Balcani e dell’Europa centrale occupate dai nazisti, dove le leggi razziali veni­vano applicate in modo rigorosissimo. Molti ebrei, ad esempio, fuggivano dalla Croazia, e cercavano a ogni costo di arrivare a Fiume, per lo più in barca. La città, del resto, era crocevia anche “legale” di ebrei internandi, diretti verso l’Italia. Secondo la testimonianza di Arminio Klein [156], presidente della Comunità ebraica di Fiume, sopravvissuto all’Olocausto, 16 persone di origine ebraica superarono la guerra a Fiume. Alla fine del conflitto gli ebrei fiumani sopravvissuti alla tragedia della Shoah, contrariamente a quanto avveniva nelle altre comunità ebraiche d’Italia, non poterono far ritorno alle loro case perché tutta la provincia del Quarnaro era stata nel frattempo occupata dalle truppe del maresciallo Tito e annessa alla Jugoslavia. Qualcuno tentò di metter piede in zona per cercare di recuperare i beni abbandonati, ma sparì dalla circolazione e non se ne seppe più nulla.
In tale contesto, rimane significativo un dato: tra il 1938 e il 1943, oltre ai profughi stranieri, lasciarono l’Italia altri seimila cittadini ebrei italiani individualmente o per famiglie, in cerca di Paesi più accoglienti (Stati Uniti, America meridionale, terra d’Israele). Ciò avvenne sotto la forte pressione di una persecuzione burocratica e di un’intensa propaganda antiebraica della stampa.
Il calcolo, in definitiva, degli ebrei che furono aiutati (in vari modi, e da diverse persone e organismi di assistenza anche ebraica [157]) a sfuggire alle persecuzioni, può essere elaborato tenendo conto:
˗ dei flussi sopra ricordati (emigrazione),
˗ e di quelli che consentirono a un numero significativo di ebrei di trovare riparo nella penisola italiana.

L’apporto del dr. Palatucci

Dalle testimonianze raccolte negli ultimi decenni, e pubblicate in più studi[158], il contributo offerto dal dr. Giovanni Palatucci a Fiume in difesa degli ebrei, si articolò essenzialmente su alcune linee operative :
˗ omissioni nell’applicazione di norme (es. registri non in regola, per i quali subì una nota di biasimo);
˗ trasmissione di dati informativi a ebrei in fuga, mirate a far loro evitare possibili situazioni rischiose;
˗ presentazioni di ebrei a interlocutori amici [159];
˗ coperture di varia natura, inclusa la consegna di documenti non autentici (permessi di transito e passaporti) [160];
˗ ideazione di itinerari di salvezza con il supporto di terzi.

Sorani (numero dei salvati)

Sul tema degli ebrei salvati, esistono poi alcuni dati che vennero forniti da Settimio Sorani (cit.). Questi, è stato già ricordato, indicò un “canale fiumano”, fece il nome del dr. Palatucci, collegò quest’ultimo a un’opera di protezione degli ebrei, annotò infine un risultato: cinquemila ebrei salvati. L’autore fece un chiaro riferimento a Fiume e a Palatucci perché a Trieste esistevano altri referenti [161]. Emergono, in tale contesto, alcune evidenze sottolineate da Sorani:
1. nel periodo bellico, Fiume era una città di confine;
2. i numeri dei salvataggi indicati da Sorani sono legati in massima parte a una stima sugli ebrei in fuga dal regime degli ustaše;
3. Sorani, nel dare conto di 12.200 profughi “controllati” e trattenuti nei campi nel territorio sotto controllo delle truppe italiane al di là del confine (sfuggiti alle persecuzioni, e in parte salvati), ha scritto che «debbono aggiungersi un numero indeterminato di persone non registrate perché entrate in Italia illegalmente senza regolari visti d’ingresso» [162];
4. la porta d’ingresso in Italia era Fiume, dove il responsabile dell’ufficio stranieri, «provvedeva ad allontanare alla chetichella gli ebrei stranieri che avrebbero dovuto essere arrestati e deportati» [163].

Una quantificazione? (numero dei salvati)

Sulla base delle ricerche effettuate, e tenendo conto anche degli studi realizzati da più storici (e da singoli autori a vario titolo), non sembra possibile indicare un numero esatto di salvati (direttamente o indirettamente) dal dr. Palatucci. Questi ci furono (esistono testimonianze non deboli), ma insistere sul voler divulgare dei totali “sicuri” rimane un percorso accidentato. Probabilmente, la testimonianza di Raffaele Cantoni e quella di Sorani ˗ legate al numero di salvati da Palatucci ˗ intesero fornire dati di orientamento (indicando “un alto numero”) e non risultati di rigorose sommatorie.

Annotazioni di sintesi

Con le informazioni ritrovate negli archivi italiani e in quelli esteri, pare difficile sostenere la tesi che Giovanni Palatucci non fu un “Giusto”. Lo stesso Memoriale dell’Olocausto Yad Vashem ha confermato, nel febbraio del 2015, il titolo di “Giusto” a Palatucci (comunicazione di David Cassuto, membro della presidenza) [164]. Addirittura, dall’Archivio Centrale dello Stato sono state individuate le relazioni del reggente (aprile-luglio 1944; alcune scritte poco prima che fosse arrestato) al capo della polizia Tullio Tamburrini (10 maggio 1944) [165] e a Eugenio Cerruti (26 luglio 1944) [166], al consigliere germanico per la provincia del Carnaro Carlo Pachneck (9 maggio 1943) [167], al capo della milizia Chianese. Vi si può leggere e sentire allarme e disgusto verso quel che accade, giudizi severissimi verso il prefetto e i tedeschi, attenzione verso i suoi uomini [168], amore verso l’Italia. Vi si trova pure la frase: “in materia di dirittura morale io rendo conto alla mia coscienza che è il più severo dei giudici immaginabile, e se necessario ai miei superiori gerarchici…” [169]. A questo punto, si possono forse sviluppare ulteriori approfondimenti inerenti:
˗ i flussi dei profughi;
˗ le azioni politiche clandestine inerenti Fiume e l’area circostante;
˗ i canali resistenziali posti in essere da gruppi di oppositori;
˗ le reti sotterranee di solidarietà, intra ed extra Fiume;
˗ il numero dei salvati, alla luce di ciò che oggi è possibile acquisire (sugli spostamenti clandestini, non registrati in alcun documento, sarà sempre difficile conoscere i dettagli);
˗ il numero dei tentativi non riusciti mirati a salvare ebrei;
˗ il numero delle persone eliminate perché considerate vicine al mondo ebraico;
˗ le informative dello spionaggio nazista, di quello della R.S.I., di quello Alleato, di quello titino;
˗ le figure di specifici collaborazionisti, di delatori.

Ma oggi, discutere su dati che rimangono comunque parziali (non tutto è documentato, molti atti si sono persi, i testimoni del tempo sono morti…), ha senso? Sì, se ciò consente di:
˗ evitare i trionfalismi, l’enfasi, la retorica, la mitizzazione,
˗ accantonare i particolarismi,
˗ rispettare maggiormente il metodo storico.

Resta, comunque, un’esigenza. Quella di passare da una logica di morte (persecuzioni naziste) a una prospettiva di vita (costruzione di un mondo nuovo). Quella, cioè, di transitare, tenendo conto delle tante voci che provengono dalla Shoah, verso progetti di vita in grado di rompere steccati, e di sfondare barriere. In tal senso, il termine resistenza rimarrà sempre attuale. Perché sempre attuale resterà l’esigenza di dire no a ogni forma di violenza. Da qualsiasi parte provenga.

***
Note

[1] Pier Luigi Guiducci, storico, professore Universitario di Storia della Chiesa, direttore di ricerca sulla figura del “Giusto tra le Nazioni” Giovanni Palatucci (quindici anni di indagini), presidente della Commissione di Studio inerente la figura e l’operato dell’ex reggente della Questura di Fiume Dr. Giovanni Palatucci. Alla Commissione hanno apportato contributi significativi: Sergio Fabiano, Vice Console del Consolato Generale di Svizzera;  Isabella Nespoli, Ufficio del   World Jewish Congress di Bruxelles; la Prefettura di Trieste; dott. Aldo Viroli.

[2] http://www.peacelink.it/storia/a/14371.html. Cfr. anche: E. Ongaro, Resistenza non violenta 1943-45, EMIL, Bologna 2013.

[3] Su questo punto cfr. anche: http://www.isrn.it/dvd/citta_guerra/la_citta_occupata/2_18.htm

[4] http://www.academia.edu/4157066/Roma_durante_loccupazione_nazifascista

[5] Cfr. anche: R. Camposano, Poliziotti a Roma per la libertà (1943-1944), in AA.VV., “La resistenza a Roma 1943-1944. Militari, partigiani e civili”, atti convegno di studi (Provincia di Roma, 11 marzo 2010), a cura di Marco Lodi, Brigati, Genova 2011.

[6] Indicato in seguito in sigla (A.C.S.).

[7] Cfr. ad es.: http://www.silviacuttin.it/libri-pubblicati/ci-sarebbe-bastato/documenti-storici/

[8] Da Felice Palatucci e Angelina Molinari.

[9] A circa 16 km a nord-ovest di Monaco di Baviera, nella Germania del sud.

[10] Gettato in una foiba carsica, forse ancora vivo, quando aveva 45 anni e la guerra era già finita.

[11] L’intervista fu rilasciata dal dr. Palatucci a un giornalista del “Corriere Mercantile” in data 26 luglio 1937.

[12] Cfr. lettera del Questore di Genova (Rodolfo Buzzi) al Capo della Polizia, datata 1.8.1937. Testo: “Eccellenza, in merito alla segnalazione che V.E. si è compiaciuta rimettermi con gentile autografo, sono in grado di riferirLe che autore della conversazione ‘un Funzionario di P.S. parla della Pubblica Sicurezza’ è fuor d’ogni dubbio il Vice Commissario Agg. Dott. Giovanni Palatucci il quale fa parte dell’Amministrazione e presta servizio presso questa Regia Questura dall’agosto dello scorso anno”.
La lettera continua esprimendo dubbi sull’affidabilità dell’interessato: “Pel concetto che ho potuto formarmene, elemento che l’Amministrazione della P.S. perderà senza risentirne alcun svantaggio” (A.C.S., Ministero dell’Interno, Fondo Palatucci).

[13] Su questo punto cfr. M. Bianco-A. De Simone Palatucci, Giovanni Palatucci. Un Giusto e un Martire cristiano, La Scuola di Pitagora Editrice, Napoli 2013, p. 234.

[14] Sulla storia della città di Fiume si rimanda alle pubblicazioni della Società di Studi Fiumani. Cfr. il sito:

http://www.fiume-rijeka.it/editoria/collana%20studi%20storici%20fiume.html

[15] A. Ballarini, L’identità culturale a Fiume dal periodo austro-ungarico all’esodo, in “Fiume” (Nuova Serie), n. 34,1997, pp. 18-31. S. Samani, Dizionario biografico fiumano, Istituto Tipografico Editoriale, Venezia, 1975.

[16] Giovanni Gentile (1875-1944) fu, insieme a Benedetto Croce (1866-1952), uno dei maggiori esponenti del neoidealismo filosofico.

[17] M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., p. 350.

[18] M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 336, 347.

[19] In: G. Raimo, A Dachau, per amore. Giovanni Palatucci, Dragonetti, Montella 1989 (1992), p. 58.

[20] M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., p. 533.

[21] Archivio privato Prof. Pier Luigi Guiducci. Fondo “Palatucci”. Fascicolo “Corrispondenza con il Consolato Generale di Svizzera”. Una lettera. Febbraio 2015.

[22] O.N.M.I.: Opera Nazionale per la Protezione della Maternità e dell’Infanzia. Su questo punto cfr.: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp.514-515.

[23] Bonzanigo, Emilio (1884-1973). Cf. DDS-XII (1937-1938), Bonzanigo, Emilio (Consul de Suisse à Trieste): 1045. Vgl. Historisches Verzeichnis der diplomatischen und konsularischen Vertretungen der Schweiz seit 1798,1997, S. 384.

[24] Cfr. ad es.: A. Bazzocco, A porte chiuse. Le autorità ticinesi di fronte alla spinta migratoria provocata dalle leggi razziali italiane (1938), in “Arte e storia”, a. II, n. 4, marzo-aprile 2001, pp. 42-48. Id., Fughe, traffici, intrighi. Alla frontiera italo-elvetica dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, in “l’Impegno”, a. XXIII, n. 1, giugno 2003. Istituto per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.

[25] Pubblicato sul quotidiano “Il Popolo d’Italia” del 15 luglio 1938. Cfr. anche: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 250-252.

[26] G.U. n. 264, 19.11.1938.

[27] G.U. n. 48, 27.2.1939.

[28] P. Vanzan, Giovanni Palatucci, in “La Civiltà Cattolica”, 1 luglio 2000, anno 151, n. 3601, p. 124, nota 8.

[29] Privati della maggior parte dei diritti fondamentali e sempre più impoveriti.

[30] Su questo punto cfr. anche: http://www.annapizzuti.it/storie/croazia06a.php

[31] Benito Mussolini, Duce del Fascismo (1883-1945).

[32] La fascia costiera a sudest di Fiume con le città di Susak e di Bakar, assorbite amministrativamente dalla provincia di Fiume, con a capo il prefetto locale; la metà meridionale della Slovenia, con la città di Lubiana, amministrata da un alto commissario; la costa dalmata tra Split (Spalato) e Zara con le isole costiere e i dintorni di Kator (Cattaro) amministrata dal governatore della Dalmazia.

[33] http://www.annapizzuti.it/public/analisi_fiume.pdf

[34] http://www.annapizzuti.it/public/analisi_fiume.pdf

[36] Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken, Bd. 83, 2003 (Deutsches Historisches Institut Rom).

[37] M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., p. 292. Alcuni passaggi sono stati evidenziati in grassetto per la loro significatività.

[38] Fondo Palatucci. A.C.S..

[39] Mirate a mantenere un equilibrio interno.

[40] Testo in: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., p. 296-299.

[41] Fonte: G.G. Corbanese-A. Mansutti, Zona di operazioni del litorale adriatico. Udine, Gorizia, Trieste, Fiume, Pola, Lubiana. Settembre 1943-maggio 1945. I protagonisti, Aviani, Udine 2009.

[42] Suprema autorità civile e politica di un distretto territoriale.

[43] Era Gauleiter della Carinzia.

[44] Fu un militare austriaco, di famiglia slovena trasferitasi a Trieste.

[45] Su questo ufficiale cfr. anche: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., p. 349.

[46] Indicata in seguito con la sigla R.S.I..

[47] Relazione del Comando Compagnia Speciale della Gnr, in B. Gariglio (a cura di), Cattolici e Resistenza nell’Italia settentrionale, Il Mulino, Bologna 1997, pp.176-177.

[48] Testo in: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 301-302.

[49] Non si conoscono i motivi. Su questo punto cfr. anche: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., p.343.

[50] Incarico ricevuto con lettera prot. 14569/Gab. del 28 febbraio 1944 della Questura di Fiume, conservata all’Archivio Centrale dello Stato.

[51] Dal 1º ottobre 1943 all’aprile 1944.

[52] Dall’aprile 1944 al 5 ottobre 1944.

[53] Su questo punto cfr. M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 333-334-340.

[54] Presso l’Archivio di Stato di Rijeka (Fiume) sono conservati due fascicoli personali su Marcel Frossard de Saugy (acquisiti in copia dal Prof. Pier Luigi Guiducci). Altra documentazione si trova presso il Fondo privato Giovanni Palatucci (trasmessa al Prof. Guiducci dal Curatore). Cfr. al riguardo: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 305-310.

[55] Imprenditori. Era figlia di Adam von Bülow Dietrik e di Anna Luise von Bülow (figlia di Gustav Schaumann).

[56] È un comune croato (Lovran) di 4.056 abitanti della regione litoraneo-montana.

[57] “Cara Signora Palatucci, sono ritornata da Laurana poco tempo fa, dove ho liquidata la nostra villa e ci ho trovato una valigia con vestiti, che erano del caro suo figlio, che li avevano portati da noi per salvarli dai tedeschi (…). Il caro suo figlio era un nostro buono e fedele amico e abbiamo rimpianto di tutto il nostro cuore la sua disparizione fra le mani dei tedeschi (…)”. La lettera è custodita nel Fondo privato Giovanni Palatucci.

[58] M. Coslovich, Giovanni Palatucci, Una giusta memoria, Mephite, Avellino 2008, p. 22; A. Picariello “Capuozzo, accontenta questo ragazzo”. La vita di Giovanni Palatucci, San Paolo, Cinisello Balsamo 2007, p. 227.

[59] http://www.annapizzuti.it/database/ricercafiume.php?page=2

[60] Su questo punto cfr.: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., p. 543 (“Testimonianza di Giovanni Perini”, pp.542-544).

[61] Su questa situazione cfr. M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 343, 345, 351.

[62] Cfr. anche M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 336-337, 347.

[63] Cfr. anche M. Bianco-A. De Simone, op. cit., p. 378.

[64] Le più recenti ricerche storiche hanno attribuito importanza anche all’azione del prefetto Del Cornò a Trieste (procurò documenti per favorire la fuga di ebrei in Svizzera), e a quella di Calogero Pisciotta della Questura di Trieste, finito a Dachau.

[65] Testo in: M. Bianco- A. De Simone, op. cit, p.347-348.

[66] Tra gli interlocutori di Palatucci ci fu il commissario Feliciano Ricciardelli, allora capo dell’ufficio politico della Regia Questura di Trieste. Ricciardelli fu poi deportato a Dachau (sopravvisse) dove incontrerà Palatucci.

[67] Su questo punto cfr. anche: “Lettera di Felice Palatucci all’On. Ministero dell’Interno Direzione Generale di Pubblica Sicurezza”, in M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., p. 593.

[68] Su questo punto c’è una quasi unanimità degli storici.

[70] Il tenente colonnello delle SS, Herbert Kappler (1907-1978), nel marzo del 1944, ricoprì l’incarico di capo dell’ufficio di collegamento della polizia tedesca presso la R.S.I.. Non si occupò mai di Fiume. Non venne da lui, ma dal comando della polizia germanica nell’ambito del Litorale Adriatico, l’ordine di arresto di Palatucci.

[71] Non è stato ancora ritrovato il verbale dell’interrogatorio.

[72] Su questo punto cfr. anche la testimonianza di Cucciniello. In M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., p. 500.

[73] Cfr. M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., p. 353.

[74] A.C.S., Ministero dell’Interno, DPGS 1944-46, busta 101, fasc. 22, sottofasc. 32.

[75] In grassetto frasi significative.

[76] Il testo della lettera in: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 307-308.

[77] Su questo punto cfr: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., p. 531-532.

[78] Fonte: A. Viroli, Giovanni Palatucci e la Romagna, in “La Voce di Romagna”, 13 maggio 2014, p. 57.

[79] Ivi.

[80] A. Ercolani, Da Fiume a Rijeka. Profilo storico-politico dal 1918 al 1947, Rubbettino, Soveria Mannelli 2009. Cfr. in particolare pp. 312-316.

[81] Cfr. al riguardo: European Conference of the World Jewish Congress; London August 19TH-23RD, 1945. Published by the British Section of the World Jewish Congress, October 1945. No Author. Archivi dell’Università di Southampton.

[82] Si diplomò in ragioneria a Padova e si iscrisse nel 1913 alla Scuola di Applicazione per Ingegneri della locale università. Su Cantoni cfr.: S.I. Minerbi, Raffaele Cantoni, Carucci, Roma 1978. Id., Un
ebreo fra D’Annunzio e il sionismo: Raffaele Cantoni, Bonacci Editore, Roma
1992.

[83] La data ufficiale di nascita della DELASEM si può fissare al 1° dicembre 1939.

[84] Fonte: G. Fazzini, Palatucci, Giovanni, in “Dizionario Biografico degli Italiani”, Enciclopedia Treccani, vol. 80, Roma 2014.

[85] http://www.michelesarfatti.it/testi-online/4-onore-al-rabbino-deutsch/

[86] Riferimenti al “canale di Fiume” si trovano presso l’Archivio del Ministero della Difesa Italiano e presso quello inglese.

[87] S. Sorani, L’assistenza ai profughi ebrei in Italia (1933-1941). Contributo alla storia della Delasem, Carucci, Roma 1983, pp. 24-25.

[88] Testo del “Pro memoria per S.E. Almansi” in: S. Sorani, op. cit., pp. 237-238. Appendice 24.

[89] S. Sorani, op. cit., p. 96-97.

[90] S. Sorani, op. cit., pp. 123-125. Al riguardo, con riferimento all’invasione nazifascista della Jugoslavia, e ai tentativi per difendere gli ebrei, può essere utile leggere: Shelah, Menachem. 1989. The Italian Rescue of Yugoslav Jews, 1941-1943. In “The Italian Refuge: Rescue of Jews during the Holocaust, ed. Ivo Herzer et al., pp. 205-217. Washington, D.C.: Catholic University of America Press.

[91]Commissario all’Ufficio stranieri della Questura di Fiume, tanto operò in favore degli Ebrei e di altri perseguitati, che venne arrestato dai nazisti nel settembre 1944 e deportato in Germania. Le sevizie e le privazioni del campo di sterminio di Dachau, ne stroncarono, alla vigilia della Liberazione, la miserabile esistenza. Se al suo nome nello Stato d’Israele sono dedicate una via ed una foresta, gli Ebrei d’Italia vogliono anch’essi onorarne il ricordo”.

[92] In “Il movimento di liberazione in Italia”, luglio 1955, n. 37, fasc. 4, pp. 44-47.

[93] Le ricerche su Giovanni Palatucci iniziarono nel 1968.

[94] 15 W 16 Street, New York, NY 10011 Phone: 917-606-8202 E-mail: info@primolevicenter.org

[95] Cfr. anche: P. Cohen, Italian Praised for Saving Jews Is Now Seen as Nazi Collaborator, “The New York Times”, 19 giugno 2013.

[96] Non pensione ai superstiti, ma benefici legati alla morte del de cuius in un lager (coercitiva di una volontà).

[97] Fonte: Ministero dell’Interno, Direzione Generale della P.S., Divisione Personale, n° 333/2115-3, Roma, 30 luglio 1952.

[98] Su questo punto cfr. anche: A. Viroli, Il ponte da Fiume verso la libertà, in “La Voce di Romagna”, 3 novembre 2012, p. 31. Id., Il ponte tra Fiume e la Romagna. La grande catena di solidarietà verso le famiglie ebraiche provenienti dal Carnaro, in “La Voce di Romagna”, 15.11.2010, p. 37.

[99] A. Viroli, Goti e il tradimento dei passatori. Il dramma degli ebrei fiumani che avevano tentato di andare in Svizzera, in “La Voce di Romagna”, 24 gennaio 2011, p. 32. Id., Hanna e la generosità di Tambini. Il tradimento dei contrabbandieri al confine svizzero, in “La Voce di Romagna”, 17 gennaio 2011, p. 33.

[100] Cfr. anche M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 304-305.

[101] Fonte: Fondi Giorgio Perlasca, Oskar Schindler, Angelo De Fiore….

[102] Fonte: The National Archives, Londra.

[103] Testo del documento in: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., p.423.

[104] Fonti:
-R.S.I., Ministero dell’Interno, Direzione Generale Polizia Repubblicana, prot. N. 555/647. 30/4/45. Informativa trasmessa dal Capo della Polizia alla Divisione del Personale di Polizia, Valdagno. Oggetto: Comm. Agg. PALATUCCI dr.. Giovanni;
-National Archives and Records Administration – NARA. 700 Pennsylvania Ave NW, Washington, DC 20408, Stati Uniti +1 866-272-6272.

[105] Fonte: Fondo S.E. Mons. Giuseppe Maria Palatucci (aperto agli studiosi).

[106] A.C.S. Ministero dell’Interno DGPS, Campo di concentramento di Campagna (Salerno), Div. AA.GG.RR., Busta 134 Fasc. 16: e Cat. A4 bis. Busta n. 5 fasc. 36.

[107] L’ispettore locale del PNF era intenzionato a togliere il campo di internamento e a sostituirlo con una colonia montana della GIL. Fece pressioni su mons. Palatucci per una lettera da scrivere in merito al Capo della Polizia Senise. Il vescovo, da una parte si mostrò “ufficialmente” accondiscendente, dall’altra sapeva che il progetto non si sarebbe comunque concretizzato. Fonte: A.C.S., Ministero dell’Interno DGPS, Campo di concentramento di Campagna (Salerno), cit..

[108] Fonte: Redazione, Piscina alla memoria del gerarca aquilano in “La Repubblica, 19.12.2000, p. 20.

[109] Per la Indrimi “Giovanni Palatucci non rappresenta altro che l’omertà, l’arroganza e la condiscendenza di molti giovani funzionari italiani che seguirono con entusiasmo Mussolini nei suoi ultimi disastrosi passi”.

[110] Archivio privato Prof. Pier Luigi Guiducci. Fondo “Palatucci”. Fascicolo “Corrispondenza con la Direttrice del Centro Primo Levi di New York”. Lettere cinque. Gennaio 2015.

[111] www.everyonegroup.com/it/EveryOne/MainPage/Entries/2013/7/28_Giovanni_Palatucci

[112] M.L. Napolitano, Giovanni Palatucci: il Giusto, i fatti, i documenti. http://it.gariwo.net/pagina.php?id=8806

[114] G. de Canino, Il poliziotto che cercava le stelle, Anicia, Roma 2011.

[115] M. Coslovich, op. cit..

[116] S. Pitrelli, Giovanni Palatucci: intervista allo storico Michele Sarfatti, in “L’Huffington Post”, 20.6.2013. http://www.huffingtonpost.it/2013/06/20/giovanni-palatucci-intervista-sarfatti

[117] A.C.S..

[118] http://www.annapizzuti.it/fiume/dbfiume.php

[119] www.dentrosalerno.it/web/2014/08/15/esclusivo-raffaele-avallone-martire-delle-foibe-testimonianza/

[120] Due “Testimonianze” di Americo Cucciniello”, in: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 495-503.

[121] “Testimonianza” di Alberino Palumbo, in: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp.532-535.

http://www.meetingrimini.org/detail.asp?c=1&p=6&id=1993&key=3&pfix=

[122] Due “Testimonianze” di Alberto Remolino, in: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 504-508.

[123] “Testimonianza di Giuseppe Veneroso”, in: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 503-504. Cfr. anche: V. A. Picariello, op. cit., pp. 132-139.

[124] A. Picariello, op. cit., p. 133.

[125] Era di origine ungherese. Prima di ottenere la cittadinanza italiana il suo cognome era Granitz.

[126] Titolo: L’opera di salvataggio del Vaticano per gli Ebrei.

[127] Su “HaBoker” (10.8.1952), e su “Uj’Kelet”, quotidiani di Tel Aviv.

[128] Ordinato sacerdote all’età di 22 anni per il patriarcato di Venezia, nel 1938 venne consacrato vescovo di Fiume, allora diocesi italiana. A seguito della questione istriana fu costretto all’esodo nel 1947, ultimo italiano a ricoprire la carica di vescovo della città. L’anno successivo venne nominato arcivescovo di Pisa.

[129] In grassetto sono state evidenziate frasi significative.

[130] Fondo S.E. Mons. Giuseppe Maria Palatucci.

[131] Fondo S.E. Mons. Giuseppe Maria Palatucci.

[132] Lettera del barone Niel Sachs di Gric, indirizzata al vescovo Palatucci, datata 25 settembre 1952. Fondo S.E. Mons. Giuseppe Maria Palatucci.

[133] Brano della lettera che Sasson indirizzò a Felice Palatucci, padre di Giovanni, nel 1953: Certamente non bastano le nostre modeste parole a dirle quale sia il sentimento e quale gratitudine di tanti Ebrei che sono stati salvati per l’eroico sacrificio di suo figlio. Sulle tragedie della nostra storia di tanti anni splende il ricordo di suo figlio e della sua impareggiabile opera” (Fondo privato Giovanni Palatucci).

[134] P. Santarcangeli, In cattività babilonese. Avventure e disavventure in tempo di guerra di un giovane giuliano ebreo e fiumano per giunta, Del Bianco, Udine 1987, p. 47.

[135] http://cerca.unita.it/ARCHIVE/xml/115000/111709.xml?key=lettera+di+miriam&first=11&orderby=0
Cfr. anche: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., p. 378.

[136] A. Foa, L’eroe disobbediente, in “L’Osservatore Romano”, 4.6.2009.

[137] Cfr. anche: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 538-539.

[138] Fondo Mons. S.E. Giuseppe Maria Palatucci.

[139] P. Conti, “Salvò i miei genitori in fuga dalle SS”. Testimonianze. Renata Conforty racconta l’azione svolta a Fiume dal funzionario di Polizia, in “Corriere della Sera”, 23 giugno 2013, p. 35.

[140] In “La Voce di Romagna”, 15 ottobre 2013, p. 41.

[141] http://questure.poliziadistato.it/file/3982_4186.pdf

[142] Fondo S.E. Mons. Giuseppe Maria Palatucci.

[143] N. Pirozzi, Fantasmi del Cilento. Da Altavilla Silentina a Lenti un’inedita storia della Shoah ungherese, Editrice Cento Autori, 2007.

[144] Di Altavilla Silentina.

[145] O. Mottola, I paesi delle ombre, Edizioni Magna Grecia, Albanella (SA) 2006.

[146] Il 28 luglio 1943 si costituì a Fiume un Comitato politico cittadino nelle persone di Antonio Luksich Jamini, Prospero, M. Terdich, Giraldi, Miclavio, E. Stefanich, Crismann, Prodam, Lucchesi, Bellema, Adam, A. Superina, Lenaz, Salerno. Si delinearono tre correnti politiche: l’italiana, la slavofila e l’autonomista.

[147] M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit, p. 289.

[148] Frase evidenziata in grassetto per la sua significatività.

[149] Id.

[150] Id.

[151] Fondo S.E. Mons. Giuseppe Maria Palatucci.

[152] Cfr. anche: Redazione, La grande rete di monsignor Palatucci. Nuovi documenti sugli aiuti prestati dal vescovo agli internati ebrei e politici del campo di Campagna, in “L’Osservatore Romano”, 14 marzo 2012.

[153] Proveniva dai ranghi del Partito Nazionale Fascista ed era già stato Console della Milizia e Federale di Partito.

[154] Una cifra notevole. Tra le città italiane Fiume si colloca ai primi posti di questa triste graduatoria dopo Roma, Trieste e Cuneo.

[155] A. Ballarini et al., Il tributo fiumano all’Olocausto, a cura della Società di Studi Fiumani, Spoletini, Roma 1999.

[156] Arminio fu Giuseppe e fu Giovanna Kohn, nato a Presburg (Bratislava) il 1°.09.1880. Capofamiglia, procuratore, vicedirettore della Società di Navigazione A.D.R.I.A. È stato anche presidente della Comunità Israelitica di Fiume dal 1936 in poi. A Fiume dal 1901. Cittadinanza italiana per concessione del 05.07.1928. Coniugato con Alice Martich fu Raimondo e fu Albina Corits, nata a Fiume il 25.11.1884, casalinga. Originariamente di religione romano-cattolica, sembra si sia convertita all’ebraismo. I coniugi Arminio ed Alice Klein evitarono la deportazione da parte dei nazisti trovando rifugio nella clandestinità. Deceduti a Fiume, sono sepolti nella tomba n. 5.

[157] Es. DELASEM.

[158] Un quadro d’insieme si trova nel volume di Michele Bianco e di Antonio De Simone Palatucci. Op. cit..

[159] A. Picariello, Palatucci. Eroe nascosto antinazista, in “Avvenire”, 1 febbraio 2015.

[160] S. Sorani, op. cit., 1983, p. 124; G. Raimo, op. cit., 1992, p. 104; M. Coslovich M., Giovanni Palatucci, Una giusta memoria, Mephite, Avellino 2008, p. 17; Polizia di Stato, Giovanni Palatucci. Il poliziotto che salvò migliaia di ebrei, Larus Robuffo, Roma 2002, p. 83.

[161] Cfr. al riguardo G. Fano, Relazione sull’attività svolta dal Comitato Italiano di Assistenza agli Emigranti Ebrei, di Trieste, durante il periodo 1938-1943, in “La Rassegna Mensile di Israel”, terza serie, vol. 31, n. 10/11, ottobre-novembre 1965, pp. 492-530.

[162] A. Picariello, Palatucci, eroe nascosto antinazista, in “La Stampa”, 1 febbraio 2015.

[163] S. Sorani, op. cit., p. 124.

[164] Ciò dovrebbe comportare la rimessa in posizione di alcune targhe rimosse a New York e a Dachau.

[165] “Relazione sulla situazione della provincia di Fiume”. Testo in: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 335-345.

[166] “Relazione sulla situazione della provincia di Fiume”. Testo pubblicato in M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 346-353.

[167] “Situazione della Questura di Fiume”. Testo pubblicato in M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 331-334.

[168] Cfr. anche: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 344-345.

[169] A. Picariello, Palatucci più che Giusto, in “Avvenire”, 1 giugno 2013.

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Archivi consultati

Archivio Biblioteca “Fra Landolfo Caracciolo”, San Lorenzo Maggiore. Napoli. S.E. Mons. Giuseppe Maria Palatucci.
Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione Generale Pubblica Sicurezza, 1963, b. 20bis (fascicolo personale di Giovanni Palatucci). Roma.
Archivio Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea. Milano. Ebrei a Fiume. Flussi delle fughe ebraiche. Settimio Sorani.
Archivio Centro di Ricerche Storiche Rovigno. Flussi profughi.
Archivio Confederazione Svizzera, Servizio storico DFAE. Bern. Marcel Frossard de Saugy.
Archivio dell’Università di Southampton. British Section of the World Jewish Congress.
Archivio Deutsches Historisches Institut. Roma.
Archivio di Stato di Fiume (Rijeka). Questura. Dr. Giovanni Palatucci. Marcel Frossard de Saugy.
Archivio di Yad Vashem. Gerusalemme. Dr. Giovanni Palatucci.
Archivio Militare di Belgrado. Dr. Giovanni Palatucci.
Archivio Museo Storico di Fiume. Conferenza Episcopale della Regione Triveneta. Notificazione, Fiume 1944, Stab. Tip. La Vedetta d’Italia.
Archivio Postulazione. Curia Generalizia Compagnia di Gesù. Roma. Servo di Dio Giovanni Palatucci.
Archivio privato “Dott. Giovanni Palatucci”. Curatore Avv. Comm. Antonio De Simone Palatucci. Montella.
Archivio privato Prof. Pier Luigi Guiducci (Roma). Corrispondenze varie. Documenti in copia italiani, svizzeri, tedeschi, croati.
Archivio privato Dott. Aldo Viroli (Rimini). Fughe ebrei perseguitati e protezioni.
Archivio Segreto Vaticano. S.E. Mons. Giuseppe Maria Palatucci.
Archivio Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Roma. Raffaele Cantoni. Settimio Sorani. Fughe ebrei perseguitati.
Archivio World Jewish Congress (Bruxelles). Raffaele Cantoni.
Deutsches Bundesarchiv (BArch).
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http://www.cdec.it/Fondo_kalk/mostra_fascicoli.asp?id_struttura=7&indice=6

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Contributi

Il dossier contiene i risultati del lavoro della Commissione di Studio inerente la figura e l’operato dell’ex reggente della Questura di Fiume Dr. Giovanni Palatucci (1909-1945), costituitasi a Roma nel 2010. Gli apporti sono stati forniti da: Yad Vashem (Giovanni Palatucci e le operazioni a tutela degli ebrei perseguitati); Vice Console Sergio Fabiano, Consolato Generale di Svizzera (Consolato Svizzero a Trieste); Prof. Pier Luigi Guiducci (R.S.I., Terzo Reich, contributi storici e documenti su Palatucci); Sig.a Isabella Nespoli, del World Jewish Congress (Raffaele Cantoni e Giovanni Palatucci); Prefettura di Trieste (vicende della Prefettura nel 1943-1944); dott. Aldo Viroli (ebrei perseguitati, la rete delle fughe).

 

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Ringraziamenti

Dott. Thomas Hofmann, Leiter der Historischen Bibliothek, DHI (Roma). Dott. Laurence Weinbaum, Yad Vashem (Gerusalemme). Dott. Marino Micich, Società Studi Fiumani (Roma). Avv. Comm. Antonio De Simone Palatucci (Montella). Signor Michele Aiello, Presidente Comitato Palatucci (Campagna). Državni arhiv u Rijeci, Park Nikole Hosta 2, HR-51000 Rijeka, Hrvatska (Croazia). Dott. Silvano Zilli. Dott. Wolf Murmelstein. Prof. Matteo Luigi Napolitano (Roma). Prof.ssa Anna Foa (Roma). Dott.ssa Laura Marra (Roma; work in progress). Dott.ssa Caterina Abbati, Confederazione Svizzera, Servizio storico DFAE (Bernastrasse 28, 3003 Bern). Dott.ssa Giulia Piperno, Museo della Shoah (Roma).