CAMILLE E LUCILE DESMOULINS, UNA STORIA D’AMORE NELLA RIVOLUZIONE

di Giancarlo Ferraris -

Giornalista di successo, amico di Robespierre e Danton, Camille Desmoulins aderì al club dei Cordiglieri da posizioni riformiste. Dalle colonne del suo giornale chiese più volte la fine del regime del Terrore, firmando così la condanna a morte sua e della moglie Lucile.

 

Due giovani

Camille Desmoulins

Camille Desmoulins

Anche un evento drammatico e complesso come la Rivoluzione francese ha avuto le sue storie d’amore: una per tutte quella che unì Camille Desmoulins, giovane avvocato, giornalista e rivoluzionario a Lucile Laridon Duplessis, giovane donna della piccola borghesia parigina. Un amore sincero, profondo e indissolubile: anche nella prova più difficile che la vita può riservare.
Camille Desmoulins, nome completo Lucie-Simplice-Camille-Benoist Desmoulins, nacque il 2 marzo 1760 a Guise, una cittadina dell’Aisne, nella regione della Piccardia (Francia del Nord) da Jean-Benoist-Nicolas Desmoulins, luogotenente generale del baliato di Guise, e Marie-Magdeleine Gokart. Fu un brillante allievo del prestigioso Collegio Luigi il Grande di Parigi, dove ebbe come compagno di studi Maximilien Robespierre più grande di due anni. Durante la permanenza al Collegio Luigi il Grande maturò l’idea di vivere e lavorare nella capitale di Francia, che lo attraeva moltissimo, e per vincere l’opposizione paterna fece la solenne promessa di intraprendere la carriera forense, nonostante avesse una balbuzie piuttosto pronunciata. Si mantenne agli studi universitari sia grazie a un piccolo sostegno economico che gli arrivava da casa, sia facendo lezioni private ai figli di alcune famiglie della borghesia parigina.
Nel 1783 Camille incontrò, casualmente, nei Giardini del Lussemburgo, Anne-Lucile-Philippe Laridon Duplessis che stava passeggiando con la madre. Se ne invaghì subito, iniziando a corteggiarla lungamente, in modo discreto ma insistente, nonostante la differenza di età: lui ventitreenne, lei appena tredicenne; Lucile era, infatti, nata a Parigi il 18 gennaio 1770 da Claude-Étienne Laridon Duplessis, ufficiale del Tesoro, e Anne-Françoise-Marie Boisdeveix. Fine e graziosa, dai capelli biondi lunghi e ricci, lo sguardo dolcissimo, era una fanciulla sognante e anche un po’ civettuola, affascinata dalle eroine della storia e della letteratura, in particolare dalla figura tragica di Maria Stuarda, la regina di Scozia decapitata nel XVI secolo.
Nel 1785 Camille Desmoulins si laureò in legge alla Sorbona di Parigi e diventò avvocato poco dopo. Il suo desiderio di affermarsi nella professione forense purtroppo naufragò per la scarsezza di clienti. Alla ricerca di un nuovo lavoro, necessario anche per coronare il suo sogno d’amore con Lucile, prese allora a frequentare i numerosi cafés di cui Parigi abbondava, frequentati da un pubblico costituito quasi esclusivamente da borghesi dediti alle professioni legali, i quali oltre a bere, giocare e fare conversazione, commentavano animatamente i fatti del giorno e discutevano sulle condizioni, sempre più gravi, in cui versava la Francia: l’immobilismo totale della monarchia, la crisi dell’economia, le inique disuguaglianze sociali, la necessità di un cambiamento profondo, radicale. In questi locali Desmoulins si creò una fitta rete di conoscenze; in particolare al Cafè Parnasse strinse una forte e duratura amicizia con due futuri rivoluzionari: Georges Jacques Danton, avvocato e abile oratore, e Philippe François Fabre d’Églantine, attore e drammaturgo. Nello stesso tempo divenne membro della Massoneria, entrando nella Loggia Les Neuf Soeurs di Parigi di cui faceva parte anche Danton, all’obbedienza del Grande Oriente di Francia.

Nella bufera rivoluzionaria

La famiglia Desmoulins: Lucile, Horace e Camille

La famiglia Desmoulins: Lucile, Horace e Camille

Nel 1789, l’anno dello scoppio della Rivoluzione, Desmoulins incominciò ad occuparsi di politica, tanto che la sua cittadina natale lo elesse deputato del Terzo Stato all’assemblea degli Stati Generali. Nonostante la balbuzie era un oratore capace e sapeva con i suoi sermoni politici, brevi ed incisivi, far presa sugli ascoltatori. Tenne il suo primo importante discorso nei giardini del Palazzo Reale il 12 luglio del 1789, due giorni prima della presa della Bastiglia, chiamando alle armi i parigini che mise in guardia dalla presenza di mercenari tedeschi in città i quali, secondo le informazioni di cui disponeva – arricchite, comunque, da una buona dose di fantasia – erano pronti ad attaccare e massacrare nella notte gli abitanti della capitale. «Ecco la mia pistola, saprò morire glorioso» disse alla folla che gli stava attorno. A ulteriore sostegno del suo discorso scrisse, in brevissimo tempo, un pamphlet di grande successo, Discorso della Lanterna ai parigini, nel quale, immaginando di essere il sostegno di una lanterna a cui era stato impiccato a furor di popolo Joseph-François Foullon, controllore generale delle finanze di Luigi XVI, invitava i parigini a sbarazzarsi di tutti coloro i quali erano ancora legati all’ancien régime: «Quanti di questi criminali mi sono lasciata sfuggire?»
Tra il maggio e il giugno dello stesso anno aveva scritto anche un altro pamphlet, La Francia libera, nel quale chiedeva apertamente per il suo paese un regime repubblicano e nello stesso tempo tracciava una storia satirica della monarchia che egli considerava come garante apparente dell’ordine e del progresso dietro i quali si nascondevano in realtà disordine e miseria. Redatto in uno stile accattivante, lo scritto fu pubblicato dopo la presa della Bastiglia ed ebbe anch’esso un buon successo negli ambienti parigini. Forte di questi trionfi, Desmoulins, alcuni mesi dopo, scrisse una lettera al padre nella quale si considerava uno degli artefici della Rivoluzione. Il successo dei suoi pamphlet lo spinse a dedicarsi a tempo pieno al giornalismo politico. L’esordio avvenne nel novembre del 1789, quando iniziò la pubblicazione del giornale Les Révolutions de France et de Brabant che arrivò a toccare ottantasei numeri: in esso si denunciava costantemente il pericolo di un complotto aristocratico volto ad abbattere la Rivoluzione e nello stesso tempo si prendeva apertamente posizione contro l’idea di istituire un suffragio su base censitaria: «Questo sistema esclude Gesù e Jean-Jacques Rousseau».
Nell’aprile 1790 Desmoulins con il suo amico Danton fondò a Parigi il club rivoluzionario la Società degli Amici dei diritti dell’uomo e del cittadino, che ebbe sede presso l’ex convento dei frati francescani, detti cordiglieri (il nome deriva dal fatto che questi religiosi indossavano un modestissimo abito allacciato in vita con una semplice corda), e i cui membri assunsero, appunto, il nome di cordiglieri. Si trattava di un club rivoluzionario molto vicino agli strati più umili della popolazione parigina, operai e artigiani, e che poco alla volta assunse posizioni politiche sempre più radicali. Il 29 dicembre dello stesso anno Camille sposò la sua Lucile nella chiesa di Saint-Sulpice, a Parigi, dopo aver vinto le ultime resistenze del padre della sposa, il quale, alla fine, gli aveva concesso la mano della figlia considerati i discreti proventi dell’attività giornalistica. Robespierre fu presente alla cerimonia nuziale come testimone dello sposo. La coppia, due anni dopo, ebbe un figlio, che venne chiamato Horace in onore del poeta latino Orazio; Robespierre fece da padrino al bambino in uno dei primi battesimi repubblicani, un’istituzione laica opposta al battesimo religioso che sanciva l’inserimento del neonato nella comunità civile di appartenenza e gli attribuiva un padrino. L’Incorruttibile rimase poi, per diverso tempo, un amico intimo della famiglia Desmoulins.
Nel frattempo la Rivoluzione aveva preso a galoppare furiosamente. Il club dei cordiglieri, di cui Desmoulins faceva parte, assunse, come abbiamo detto, posizioni politiche sempre più radicali, dalle quali, tuttavia, più tardi egli, insieme a Danton, si sarebbe allontanato: dopo il tentativo di fuga all’estero del re Luigi XVI nel giugno 1791 il club fu il principale promotore della petizione per l’abolizione della monarchia e la proclamazione della repubblica che venne presentata al Campo di Marte nel luglio del ’91; divenne il cuore della municipalità parigina nell’agosto del 1792 quando fu assalito il Palazzo delle Tuileries a cui fece seguito l’arresto del sovrano e dei suoi familiari; fu uno strenuo fautore della proclamazione della repubblica nel settembre del ’92, del processo e della condanna a morte del re Luigi XVI nel gennaio 1793; fu in prima linea accanto ai giacobini di Maximilien Robespierre nella lotta contro i girondini, la fazione moderata dello schieramento rivoluzionario nel maggio-giugno 1793. Desmoulins partecipò a tutti questi avvenimenti, essendo diventato nel settembre 1792 deputato della Senna alla Convenzione Nazionale, dove però non seppe ricoprire un ruolo politico di rilievo forse anche a causa dell’aggravarsi del suo disturbo linguistico, nonché segretario del Ministero della Giustizia che era presieduto dall’amico Danton. Decise allora di riprendere la sua vecchia professione di giornalista fondando, tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre del 1793, un nuovo giornale: Le Vieux Cordelier (Il Vecchio Cordigliere).

Le Vieux Cordelier

La pubblicazione del Les Révolutions de France et de Brabant, il precedente giornale di Desmoulins, era stata sospesa dopo il massacro del Campo di Marte, quando nel luglio del 1791, in seguito alla richiesta, di cui abbiamo detto prima, avanzata dal popolo parigino di far decadere la monarchia, si verificò una sparatoria che fece diverse decine di vittime. Desmoulins seppe, comunque, dimostrare che il suo giornale non aveva nessun legame con l’episodio accaduto, anche se ciò non lo salvò dalla chiusura. La fondazione de Le Vieux Cordelier avvenne parallelamente alla spaccatura del club dei cordiglieri in due gruppi contrapposti: quello degli “arrabbiati”, guidato da Jacques-René Hébert (anch’egli giornalista, fondatore e direttore del giornale estremista Le Père Duchesne), fautori del Terrore, della guerra a oltranza contro l’Europa, di un’economia controllata dall’autorità statale e della scristianizzazione della Francia; quello degli “indulgenti”, guidato da Georges Jacques Danton e dallo stesso Desmoulins, sostenitori della fine del Terrore, della pace con l’Europa e della libertà in campo economico, nel complesso avversari non solo degli arrabbiati di Hébert, ma anche dei giacobini di Robespierre. Il nuovo giornale Le Vieux Cordelier fu utilizzato dal suo fondatore e direttore sia per condurre delle massicce campagne di stampa a sostegno della linea politica degli indulgenti, sia per difendersi dagli attacchi, sempre più numerosi, che gli avversari politici gli muovevano direttamente; ad esso collaborò, sia pure in modo non continuativo, la moglie Lucile. La sede del giornale fu anche bruciata da sanculotti inviati dai giacobini, tanto che Desmoulins, rivolgendosi direttamente a Robespierre, (il drammatico episodio è presente anche nel film Danton di Andrzej Wajda) disse: «Bruciare un giornale, non è rispondere, non è democrazia».
Il primo numero de Le Vieux Cordelier uscì il 5 dicembre 1793, il secondo il 10 dicembre. In questi primi due numeri Desmoulins polemizzò apertamente contro gli arrabbiati e solidarizzò con Robespierre in merito a varie questioni, dal nuovo concetto di guerra di conquista, non più considerata come strumento per realizzare la libertà, al discutibilissimo dominio esercitato dai bianchi nelle colonie. Nel terzo numero, uscito il 15 dicembre, Desmoulins, evocando dagli Annali di Tacito gli episodi cruenti verificatisi a Roma sotto l’impero di Tiberio, denunciò apertamente, senza nessun indugio, il regime del Terrore chiedendone la fine: la frattura con Robespierre si era aperta. Nel quarto numero, uscito il 20 dicembre, Desmoulins condusse un attacco contro la legge dei sospetti, con la quale era iniziato il Terrore, legge che stabiliva la sospensione dei diritti civili per un’ampia fascia di cittadini e ne restringeva le libertà individuali; in questo numero chiese anche l’apertura delle prigioni, colme di semplici sospetti, come inizio di una politica di pacificazione e lanciò altresì un appello per la creazione di un Comitato di Clemenza al fine di contrastare gli eccessi del Comitato di Salute Pubblica e del Comitato di Sicurezza Generale che governavano la Francia con il Terrore. Nel quinto e nel sesto numero, usciti rispettivamente il 5 e il 25 gennaio 1794, Desmoulins proseguì nella sua richiesta di porre fine al regime del Terrore e continuò gli attacchi a Hébert. Nel settimo numero, scritto nella seconda metà di marzo, Desmoulins attaccò i membri del Comitato di Sicurezza Generale, l’organismo che gestiva direttamente il Terrore, chiese ancora una volta la fine del regime terroristico e ripropose una politica di pacificazione. La frattura con Hébert e soprattutto con Robespierre era ormai insanabile, tanto che l’Incorruttibile considerò Desmoulins, insieme a Danton, un traditore della Rivoluzione. La terribile macchina giudiziaria del Terrore era stata messa irreversibilmente in movimento.

Amore e morte

All’alba del 31 marzo 1794 Camille Desmoulins, il quale aveva trascorso una notte insonne e angosciosa poiché Robespierre il giorno prima aveva rifiutato di riceverlo, venne arrestato con Danton e altri due cordiglieri indulgenti, Pierre Philippeaux e Jean-François Lacroix. Sempre il 31 marzo ricevette una lettera di suo padre che lo informava della morte della madre. Insieme a Danton, Philippeaux e Lacroix fu condotto nella prigione del Lussemburgo, dove vi incontrò altri compagni di lotta tra cui François Fabre d’Èglantine e Jean Hérault de Séchelles. Hébert e i cordiglieri arrabbiati erano stati mandati al patibolo esattamente una settimana prima, il 24 marzo, con grande giubilo degli indulgenti i quali, erroneamente, avevano intravisto nell’eliminazione degli arrabbiati la fine del Terrore. Nei due giorni precedenti l’inizio del processo Desmoulins scrisse diverse lettere e impostò l’ultimo numero de Le Vieux Cordelier, che non fu al momento pubblicato, con un incipit assai eloquente: «Povero popolo! […] Abusano di te, amico mio!»
Dal 2 al 4 aprile comparve davanti al Tribunale Rivoluzionario, ubicato nel Palazzo della Conciergerie, dove lo spietato pubblico accusatore Antoine Quentin Fouquier-Tinville era affiancato da un analogo funzionario voluto dal Comitato di Salute Pubblica. Nel corso del processo Lucile fu letteralmente presa dallo sgomento e al tempo stesso da una frenetica attività per salvare il suo Camille. Iniziò a scrivere una lettera a Robespierre con cui, in nome della vecchia amicizia, chiedeva la grazia per il marito: questa lettera, tuttavia, non venne mai fatta recapitare forse perché Lucile non riponeva in essa alcuna fiducia, dubitando o sapendo che Robespierre non avrebbe potuto fare nulla. La situazione precipitò il 4 aprile, quando un carcerato del Lussemburgo denunciò l’esistenza di un complotto volto a liberare i cordiglieri indulgenti attraverso una sollevazione popolare, complotto che, direttamente o indirettamente, finì per coinvolgere la stessa Lucile, la quale venne accusata di aver ricevuto e speso delle notevoli somme di denaro per mobilitare la piazza contro il Tribunale Rivoluzionario. Camille, informato di quello che stava accadendo, gridò: «Non contenti di assassinare me, essi vogliono anche assassinare mia moglie!»
Nello stesso giorno il processo contro Desmoulins, Danton e altri tredici imputati si chiuse con la loro condanna a morte. Fu ovviamente un processo politico. nel quale, per aggravare ulteriormente e fatalmente la posizione degli imputati, venne fatto confluire anche un reato di natura economica, lo scandalo della liquidazione della Compagnia delle Indie che aveva coinvolto alcuni cordiglieri indulgenti, tra cui sembra lo stesso Danton, i quali avevano intascato grosse somme di denaro. Il dibattimento processuale fu, comunque, iniquo: gli imputati non poterono avvalersi dei testimoni e quando Danton con la sua formidabile oratoria attaccò, offese e mise in seria difficoltà i membri del Tribunale, Louis Antoine Saint-Just, il braccio destro di Robespierre, chiese e ottenne in un baleno dalla Convenzione Nazionale, che era letteralmente soggiogata dall’Incorruttibile e dai suoi principali collaboratori, un decreto in base al quale se un imputato offendeva i componenti di un tribunale poteva essere privato immediatamente del diritto di parola. In questo modo Danton fu ridotto al silenzio e con lui anche gli altri cordiglieri indulgenti. Il 5 aprile avvenne l’esecuzione. Sulla carretta che lo portava alla ghigliottina Desmoulins proferì queste parole: «Popolo, ti si inganna! Si uccidono i tuoi amici! Il mio solo e unico crimine è stato quello di versare lacrime!» Sul palco del patibolo, rivolgendosi a un ufficiale, disse: «Dà i capelli di mia moglie a sua madre». E prima di morire gridò: «Lucile!»
In quello stesso 5 aprile, nei minuti precedenti l’esecuzione, sembra che Lucile, sconvolta dalla condanna a morte di Camille e desiderosa al tempo stesso di condividere con lui fino in fondo la sua vita in nome dell’amore, si aggirasse per strada correndo e gridando «Viva il re!» Arrestata, il 6 aprile venne condotta davanti al Tribunale Rivoluzionario al quale disse: «Sono felice di morire, perché sono stata mandata da mio marito».
Durante la prigionia confortò la vedova di Jacques-René Hébert, anch’essa condannata alla pena capitale. Il 13 aprile Lucile Desmoulins salì il palco della ghigliottina: quietamente, serenamente, coraggiosamente. Come quella Maria Stuarda che, da fanciulla, l’aveva tanto affascinata.

 

 

Per saperne di più

J. Claretie, Camille Desmoulins et Lucile Desmoulins: études sur les dantonistes, Paris, 1875
C. Desmoulins, Le Vieux Cordelier, a cura di P. Pachet, Paris, 1987
F. Furet – D. Richet, La Rivoluzione francese, trad. it., Bari, 1974
G. Walter, Desmoulins, Paris, 1946