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	<title>Storia in Network &#187; Isis &#124; Storia in Network</title>
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	<description>Magazine di divulgazione storica</description>
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		<title>IL SAHEL IN UN VICOLO CIECO</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Sep 2020 06:01:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Max Trimurti - La Francia, attribuitasi il riservato dominio dell’area africana del Sahel, si trova in un vicolo cieco per carenza di uomini e mezzi tecnici, ma anche per la reale volontà africana di mettere fine a questi conflitti. Le tribù e le etnie hanno preso il sopravvento sugli &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Max Trimurti -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>La Francia, attribuitasi il riservato dominio dell’area africana del Sahel, si trova in un vicolo cieco per carenza di uomini e mezzi tecnici, ma anche per la reale volontà africana di mettere fine a questi conflitti. Le tribù e le etnie hanno preso il sopravvento sugli stati e nessuna soluzione sembra efficace per chiudere un conflitto che dura da più di trent’anni.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo il successo dell’Operazione Serval contro i gruppi jihadisti nel Mali (2013), la Francia sperava di proseguire con altrettanta efficacia la lotta contro i GAT (Gruppi Armati Terroristi) facendo entrare nel gioco gli altri attori internazionali. Nel febbraio 2014 viene fondato, per iniziativa della Mauritania, il G5 Sahel, a cui partecipano Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad, paesi che condividono gli stessi problemi di sicurezza. Questo raggruppamento viene immediatamente sostenuto dall’ONU, dall’Unione Europea e dalla Francia, al fine di ottenere un contesto amministrativo internazionale e legale per l’operazione francese Barkhane, lanciata nell’agosto 2014.</p>
<h3 style="text-align: justify;">L’illusione della vittoria (2013-2014)</h3>
<p style="text-align: justify;">Di fronte alla logica transfrontaliera della minaccia dei GAT, il G5 Sahel adotta una risposta pragmatica e transnazionale, accettando di diluire le sue forze nello spazio del Sahel. Di fatto, contro il rischio di fuga dei GAT al di là delle frontiere, il G5 Sahel offre un diritto di inseguimento transfrontaliero; contro zone rifugio a cavallo di diversi paesi, come, ad esempio, la foresta di Uagadu (Mauritania-Mali), il G5 Sahel valida gli interventi comuni, battezzati, ben presto, come operazioni congiunte.<br />
Gli obiettivi sono puramente operativi: impedire qualsiasi possibilità di recupero ai GAT, evitare la formazione di santuari di guerriglia, limitare le capacità di rigenerazione jihadista, tagliare i flussi logistici. Tuttavia, l’operazione Barkhane è, teoricamente, solo un appoggio agli attori del Sahel, le cui forze armate hanno il compito di condurre il combattimento vero e proprio.<br />
Ma in uno spazio nove volte più grande della Francia, qualche migliaio di uomini (di cui poco più di tremila francesi) non risultano sufficienti né adeguati a garantire la fine dei flussi jihadisti. Nonostante ciò, i successi dell’Operazione Barkhane e delle forze speciali sono netti e manifesti. I resoconti delle missioni indicano che, dal 2014, sono state scoperte numerose basi logistiche, sono stati neutralizzati un grandissimo numero di pickup e arrestati molti uomini. Diversi dirigenti dei GAT sono stati uccisi in combattimento o sono stati arrestati.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Il rischieramento dei GAT (2014-2016)</h3>
<p style="text-align: justify;">Eppure i gruppi armati sono comunque riusciti a delocalizzarsi e a rischierarsi. Numerosi membri dell’AQMI (Al Qaeda nel Maghreb Islamico) si sono nascosti fra la popolazione, mentre altri hanno lasciato il Mali per il sud della Libia, dove hanno potuto ricostituirsi, reclutare e riarmarsi. I leaders del Mujao (Movimento per l’Unicità ed il Jihad nell’Africa dell’Ovest), che raccoglie popolazioni Peul e Songhai e quelli dei Signatari per il sangue di Mokhtar Belmokhtar hanno unito le loro forze nel 2013 (circa 300 unità) nel movimento denominato Al Murabitun.<br />
I GAT sono sopravvissuti, seguendo una strategia di basso profilo. Piuttosto che ricercare lo scontro con le truppe francesi o maliane, essi hanno sviluppato una strategia di imboscate e di usura sistematica, spesso notturna, adottando una condotta d’azione asimmetrica (attentati con bombe, veicoli al tritolo, posa di mine artigianali). A partire dal 2015 hanno persino potuto attaccare frontalmente alcune guarnigioni dell’esercito maliano nel nord-est del paese, così come anche alcune caserme della missione dell’ONU (MINUSMA), inviata sul posto a sostegno dello stato del Mali. Bersaglio di quaranta attacchi registrati nel corso del 2014, il Mali ne ha ricevuti addirittura novanta nel corso dell’anno seguente. Questi attacchi sono stati rivendicati per il 40% da AQMI e per il 60% da Al Murabitun. Di fatto quest’ultimo risultava capace di intervenire a sud del fiume Niger, come in effetti dimostrano gli attentati all’Hotel Radisson di Bamako (20 novembre 2015), di Uagadugu (15 gennaio) e di Grand Bassam nella Costa d’Avorio (13 marzo 2016).<br />
Fra il 2015 e il 2017 il jihadismo è diventato sempre più aggressivo nel Mali, attaccando anche le stesse basi francesi, e ha potuto migrare verso il sud della fascia sahelo-sahariana. Nel gennaio 2015 il gruppo jihadista del Fronte di Liberazione del Macina (FLM) è comparso sulla scena con l&#8217;obiettivo di estendere l’azione del jihad nel sud del Mali e restaurare l’antico impero Peul nella regione del Macina. L’evento ha messo in evidenza l’arruolamento delle popolazioni Peul del Mali, strette fra i Tuareg e gli agricoltori maliani del sud, che rimproverano ai Peul le loro tradizioni pastorali. Con la creazione dell’ISIS nel Medio Oriente, viene costituita nel Mali una sua filiale, l’EIGS (Stato Islamico nel Grande Sahara), insediato nella regione delle tre frontiere, fra il Niger, il Mali e il Burkina Faso, in una zona abitata da popolazioni povere, in maggioranza Peul. Il gruppo ha ucciso quattro soldati americani a Tongo Tongo nell’ottobre 2017 e messo a segno un attacco contro la guarnigione maliana d’Inates, nel dicembre 2019, con ben settantuno morti.</p>
<h3 style="text-align: justify;">La diffusione dell’incendio dopo il 2017</h3>
<p style="text-align: justify;">La maggior parte degli attentati al di fuori del nord-est del Mali, fra il 2015 e il 2020, sono stati realizzati da sub-sahariani che non hanno nulla del combattente, giovani di una quindicina di anni, apparentemente radicalizzati, ma remunerati e spinti al martirio. Il jihadismo è dunque sceso verso il Golfo della Guinea, dove i GAT hanno potuto ricostituire un nuovo punto di ancoraggio.<br />
Alcuni GAT si avvalgono di una base etnica e regionale (Il Movimento Nazionale dell’Azawad, di origine tuareg, o l’FLM che si basa sul popolo Peul), altri sviluppano una retorica ideologica e religiosa jihadista (AQMI o Ansar ed Din). Tutti si finanziano con traffici illeciti o imponendo tasse sulla popolazione che controllano e si legittimano con la pretesa di incarnare la resistenza contro la brutalità dello Stato, contro gli stranieri e la presenza francese.<br />
L’arruolamento è volontario: esso è connesso con la presenza di gruppi armati in prossimità dei luoghi di vita e della struttura della loro rete clandestina; essi portano, a livello locale, sicurezza, stipendi e armi. Il processo di radicalizzazione o di indottrinamento religioso risulta un elemento secondario in questo contesto.<br />
I GAT eccellono nelle operazioni di sovversione (terrorismo, imboscate), ma falliscono nell’azione di appropriarsi durevolmente di un territorio. In tal modo, la l’influenza del Salafismo negli spiriti appare come la loro arma migliore, in quanto offre la tacita complicità degli abitanti. La loro seconda possibilità si trova nella rete dell’internazionale jihadista, le cui connessioni hanno avuto un sensibile miglioramento a partire dal 2014. Il 2 marzo 2017 è stata annunciata la formazione di una nuova organizzazione, il Gruppo per la Vittoria dell’Islam e dei Mussulmani (GVIM), che è una fusione artificiale di Ansa ed Din, di AQMI, di Al Murabitun e dell’FLM. La nuova struttura è diretta da Iyad Ag Ghali, ben consolidato localmente. Attraverso questa associazione, i GAT mettono in comune le loro reti di collegamenti, le loro esperienze e il frutto delle loro operazioni. In tale contesto, il 13 agosto 2017, un attacco coordinato dal GVIM ha ucciso 18 persone, fra le quali un francese ad Uagadugu (capitale del Burkina Faso), città fino a quel momento risparmiata dalla minaccia.</p>
<h3 style="text-align: justify;">La questione Tuareg</h3>
<p style="text-align: justify;">La questione Tuareg, che è stata al centro di tutte le rivolte del Mali e del Niger e che ha provocato la crisi del 2012, non è stata minimamente risolta. L’MNLA si è dissociato dai GAT islamisti al momento opportuno (gennaio 2015) al fine di apparire nel conflitto come un oppositore disposto al dialogo. I Gruppi autonomisti, associati per diversi mesi ai jihadisti, si sono riuniti in una Coordinamento dei Movimenti dell’Azawad (CMA), che afferma il suo supporto al federalismo, con grande danno dei Maliani del sud. A causa dell’influenza dei movimenti tuareg, la città di Kidal è stata occupata dai soldati francesi e ciadiani e non dall’esercito nazionale del Mali. Questa vittoria nei confronti di Bamako è stata uno schiaffo per i Maliani del sud. Inoltre, la firma dell’Accordo di Pace di Uagadugu, il 18 giugno 2013, è stata considerata, da parte di molti attori locali, poco più di un foglio di carta destinato a rassicurare la Francia. Il 20 giugno 2015 è stato, comunque, firmato l’Accordo finale di Pace di Bamako, che prevedeva il disarmo dei combattenti, la loro integrazione nei ranghi dell’esercito e una decentralizzazione del potere. Promesse già concesse in precedenza e ormai abbandonate da 20 anni.<br />
Bamako ha dunque cercato di giocare sulle divisioni fra i Tuareg, servendosi del colonnello Gamou, promosso generale. In tale contesto, con l’aiuto di militari provenienti dagli Imghad, gli antichi servi dell’aristocrazia tuareg, egli ha costituito il Gruppo di autodifesa tuareg imghad e alleati (Gatia), che opera in coordinamento con l’esercito maliano contro l’MLNA.<br />
I Tuareg costituiscono il 4% della popolazione del Mali, che, ovviamente e sebbene male delimitato, non può essere ulteriormente suddiviso, solo su questa base demografica, tanto più che i tuareg non si associano all’MNLA, né al CMA. I leaders tuareg non sono rappresentativi dell’insieme delle correnti dell’etnia, come lo hanno dimostrato la costituzione del Gatia e gli scontri fra Tuareg a Kidal, nell’agosto del 2016.<br />
La questione tuareg riamane ancora oggi largamente insoluta. I Maliani del sud credono ancora nella sopravvivenza della nazione maliana, spesso a danno dei Tuareg, i quali non sono un blocco unito e la cui aristocrazia ha accettato tutte le forme di compromesso per far rinascere il loro sogno di indipendenza: accordi con i trafficanti di uomini e di droga, briganti di strada, islamisti e jihadisti.</p>
<h3 style="text-align: justify;">L&#8217;assenza dello stato</h3>
<p style="text-align: justify;">La minaccia nel Sahel africano è diventata multiforme. Tutti i fattori tradizionali di fragilità sociale e politica si sono accumulati e coniugati: le crisi agricole, la povertà endemica, le rivendicazioni regionali, le ingiustizie sociali, la debolezza degli stati, le dirigenze corrotte e, più ancora, le tensioni etniche, che rallentano la costruzione nazionale e l’iniziativa individuale. Il jihadismo non è dunque che l’aspetto più saliente delle fratture accumulate e l’ultraviolenza risulta un arma fortemente condivisa da tutti gli attori del conflitto: da parte delle ribellioni tuareg, degli Stati, dei trafficanti e dei gruppi etnici che si sentono minacciati.<br />
La nocività dei GAT prolifera sulla frammentazione sociale e approfitta del minimo segno di debolezza degli stati del Sahel: dopo il tentativo di colpo di stato, nel settembre 2015, nel Burkina Faso, le forze armate sono state messe da parte con il parziale smantellamento delle truppe speciali. Ma è proprio questa lacuna di sicurezza che ha consentito poi ad Al Murabitun di montare l’operazione di Uagadugu nel 2015.<br />
I Gruppi armati giocano anche sulla sensazione di abbandono vissuto dalle popolazioni locali nelle regioni di frontiera, come anche nel Tillabery nigeriano o nella zona delle Tre Frontiere e sul vittimismo delle popolazioni di fronte a uno stato giudicato iniquo. Le lagnanze associano dunque la violenza dello stato, la sua cieca repressione e l’assenza di servizi pubblici. Lo stato lascia vaste aree del suo territorio in abbandono, senza provvedere in alcun modo alla sicurezza dei suoi abitanti. Nel Niger, con tremila chilometri di frontiere senza sorveglianza, i combattenti ribelli si possono spostare liberamente lungo la frontiera algerina. Il sistema di intelligence dei GAT e la loro capacità di sfruttare le tensioni sociali, canalizzando, in particolar modo, le frustrazioni della popolazione. Tutti giocano sulla dimensione religiosa, anti-occidentale e strumentalizzano le divisioni etniche, i vecchi conflitti rurali e cittadini, fra pastori e agricoltori.</p>
<h3 style="text-align: justify;">La frammentazione comunitaria (2017-1019)</h3>
<p style="text-align: justify;">Dal 2017 l’insicurezza, la strutturazione per milizie della popolazione hanno influenzato tutto il sud del Mali, il Burkina Faso, il Niger e la Nigeria. La minaccia implica ormai il nord della Costa d’Avorio, l’est della Guinea Conakry ed il nord del Benin e del Togo, dove pattuglie miste israeliane e togolesi cercano di impedire l’intrusione di gruppi armati.<br />
Ma il jihadismo non è più lo stesso e costituisce nella maggior parte dei casi una facciata per le bande armate e i flussi illegali. Nel Tibesti ciadiano, la vecchia ribellione dei Tubus è in fase di rinascita, ravvivata dall’esca dell’oro (scoperta di miniere). Ovunque si sviluppano il contrabbando e i traffici illegali, dalla Libia fino al Mali, con la complicità tacita dell’esercito algerino. In definitiva l’area vive ormai in questa confusione di terrorismo, di popolazioni dedite alla pastorizia e di trafficanti. L’MSA (Movimento per la Liberazione dell’Azawad, rappresentato in maggioranza dall’etnia Dussak Tuareg) e il Gatia dei Tuareg Imghad approfittano dell’instabilità per attaccare il loro nemici Peul e Dozo, senza la minima prova che tali popolazioni siano realmente implicate nel jihadismo. Nel marzo 2019, il villaggio maliano di Ogossagu è stato devastato da cacciatori Dozo della milizia tradizionale Dan Nan Ambassagu, che ha condotto una caccia ai Peul nella zona, facendo più di 130 morti fra i civili.<br />
L&#8217;ibridità totale sul terreno (criminalità, jihadismo, pastoralismo, traffici) rende praticamente vane le operazioni contro il terrorismo: di fronte al numero impressionante di soldati uccisi, i governanti del Sahel vogliono operazioni rapide ed efficaci, al fine di mostrare la loro legittimità, ma senza concepire soluzioni durature. Essi coltivano sottobanco lo sviluppo di un sentimento antifrancese (aiutato non poco dalle recenti vicende dello scandalo del franco CFA), per salvare la faccia di fronte alle loro opinioni pubbliche, ambiguità che il presidente francese non ha mancato di sottolineare nel suo discorso del gennaio 2020.</p>
<h3 style="text-align: justify;">E’ giunto il momento delle soluzioni?</h3>
<p style="text-align: justify;">Tutti gli attori ufficiali hanno ormai preso atto della dimensione molto complessa della situazione, ma la maggior parte di essi operano ancora in ordine sparso.<br />
Parigi, da parte sua, ha fallito nel tentativo di coinvolgere nella questione i suoi colleghi europei (eppure noi italiani, questa volta, avremmo tutto l’interesse di bloccare i trafficanti di uomini verso la Libia). In effetti, la maggioranza dei paesi europei non vogliono ritrovarsi in un nuovo vespaio di tipo “afghano” e, soprattutto, non vogliono favorire la Francia nel suo gioco geopolitico in Africa (vedi Libia). Occorrerebbe investire massicciamente nello sviluppo rurale, ma le condizioni non lo permettono in alcun modo. Si parla di macadamizzare la strada fra Gao e Kidal, ma, purtroppo, se ne parla da trent’anni.<br />
Le operazioni militari continuano, ma senza una vera via di uscita a lungo termine. La Francia insiste per far rispettare l’accordo di pace del 2015 e nel gennaio 2020 ha creato la Forza Takuba, un raggruppamento di unità speciali internazionali. L’idea è quella di rinforzare le capacità di combattimento dell’esercito maliano.<br />
Dal lato dei Tuareg, i negoziati con il governo di Bamako hanno fatto dei progressi, consentendo all’esercito maliano di recuperare, nel febbraio 2020, la città di Kidal, da cui erano dovuti fuggire dal 2013. Ma questo ritorno dello Stato nella zona settentrionale potrebbe rivelarsi provvisorio, in quanto tutto dipende dall’atteggiamento del CMA e degli autonomisti tuareg.<br />
Lo Stato del Mali è sempre più tentato da negoziati pericolosi: dal 2017 ha autorizzato la costituzione di milizie comunitarie (Bambaras, Songhai e Dozo) per ridare sicurezza alle regioni abbandonate dalla gendarmeria e dall’esercito, con il rischio, però, di lasciare spazio ad un clima di vendette di tipo etnico. Dal gennaio 2020, Bamako ha espresso il proposito di negoziare direttamente con Iyas Ag Ghali, il maliano che sperano di riportare alla ragione. Ma il capo del GVIM, che si trova in posizione di forza, esige come atto preliminare l’uscita di scena dei francesi e delle forze armate straniere.<br />
Altre soluzioni: soffiare sul fuoco esistente fra i diversi GAT per incitarli allo scontro fratricida. In effetti, proprio a partire dal 2019 le tensioni fra il GVIM e l’EIGS sono diventate sanguinose. Il primo cerca di interpretare il ruolo di attore ragionevole nel conflitto, mentre il secondo rifiuta qualsiasi compromesso e recluta sempre di più fra i giovani. In seno all’FLM, i più agitati vorrebbero allearsi all’EIGS. In tale contesto, più i negoziati fra Bamako e Iyad Ag Ghali procederanno, più i gruppi si divideranno.<br />
Infine, un’ultima ipotesi non è stata ufficialmente evocata, anche se determinati attori vi fanno un pensiero: la partenza pura e semplice, vale a dire il ritiro delle truppe francesi dal Sahel, lasciando i governi locali di fronte a una situazione ingestibile. In questo caso, però, sarebbe come accettare il crollo dell’intero Sahel nell’anarchia e nelle mani dei fondamentalisti: un&#8217;eventualità certamente indesiderabile per la Francia, ma anche per l’Occidente.</p>
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		<title>LA POLITICA ESTERA DI TRUMP IN MEDIO ORIENTE</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Dec 2018 09:11:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Daniela Franceschi - Già in campagna elettorale Trump propose di cambiare radicalmente rotta rispetto alla politica di Obama. Oggi la presenza statunitense nello scacchiere sembra più contenuta, ma ci sono forze strutturali &#8211; strategiche ed economiche &#8211; che indicano come un disinteressamento per l&#8217;area non sarà mai molto probabile. &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="center"><b>di Daniela Franceschi -</b></p>
<p align="center"><b><br />
</b></p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><em><strong>Già in campagna elettorale Trump propose di cambiare radicalmente rotta rispetto alla politica di Obama. Oggi la presenza statunitense nello scacchiere sembra più contenuta, ma ci sono forze strutturali &#8211; strategiche ed economiche &#8211; che indicano come un disinteressamento per l&#8217;area non sarà mai molto probabile. </strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong> </strong></em></p>
<p align="center"><b> </b></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il presidente Trump deve affrontare una serie importante di sfide</strong> in Medio Oriente, tra cui la lotta in corso contro lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS), il rapporto difficile con l’Iran, dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare e l’imposizione di nuove sanzioni, le conseguenze dell’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi, che rischia di indebolire la leadership saudita minandone la stabilità a lungo termine, il ruolo in espansione della Russia, la politica della Turchia, la crescente attrazione delle ideologie jihadiste e l’attivismo tra i sunniti. Tutto questo quando la politica estera non era stata uno dei temi centrali della sua campagna presidenziale.<br />
Nelle poche dichiarazioni sulla politica estera durante la campagna elettorale, Trump ha sfidato i paradigmi fondamentali della strategia americana in Medio Oriente. Mentre Hillary Clinton ha condiviso l’imperativo della politica americana di perseguire un primato militare e politico in Medio Oriente, Trump ha abbracciato il paradigma dell’“America First”, chiedendosi se la premiership americana nella regione, come definita dalle amministrazioni succedutesi dalla fine della Guerra Fredda, servisse davvero gli interessi degli Stati Uniti. Non era chiaro come Trump volesse tradurre queste posizioni della campagna in una nuova strategia in Medio Oriente, non rivolta, tuttavia, verso una premiership coercitiva attraverso interventi diretti e cambi di regime, ma che ricercasse un equilibrio ragionevolmente stabile del potere, processo in cui gli Stati Uniti si sarebbero impegnati in modo produttivo con tutti i principali <em>player</em> regionali.<br />
Durante la campagna presidenziale, Trump ha messo in dubbio che la leadership in Medio Oriente fosse veramente nell’interesse degli Stati Uniti &#8211; con ‘interesse’ qui strettamente inteso come l’insieme di benefici materiali, economici e politici. Ha rifiutato il cambio di regime istigato dagli USA, presentandosi come un avversario dell’invasione dell’Iraq e dell’intervento in Libia (anche se aveva fatto delle affermazioni che sostenevano entrambe le azioni nel momento in cui avevano avuto luogo). È apparso scettico sugli alleati a lungo termine, come l’Arabia Saudita, in quanto partner dell’influenza degli Stati Uniti, mettendo in discussione i legami di sicurezza apparentemente incondizionati. Inoltre, formalmente professava il supporto per la sicurezza di Israele con molto ardore, come qualsiasi altro candidato, ma le componenti politiche filo israeliane temevano che la sua avversione per le alleanze avrebbe potuto estendersi anche allo stato ebraico.<br />
Trump sembrava anche più a suo agio, rispetto alla maggior parte dei membri dell’élite politica degli Stati Uniti, con gli elementi classici del bilanciamento dei poteri (ad esempio le sfere di influenza), essendo meno preoccupato per il coinvolgimento di altre potenze nella regione.<br />
Come candidato presidenziale, Donald Trump ha duramente criticato le politiche del Medio Oriente dei suoi predecessori. La sua critica è stata incentrata su due temi principali: gli enormi costi e i fallimenti dell’America in progetti di <em>Nation Building</em> da un lato, e la debolezza dimostrata nei confronti degli avversari dall’altro. Nella sua percezione, una strategia costruita sul concetto dell’“America First”, gli Stati Uniti dovrebbero ridimensionare gli impegni nella regione, ma dovrebbero rispondere anche con una forza schiacciante a qualsiasi minaccia percepita come vitale per gli interessi nazionali. Anche se Donald Trump ha abbozzato una presenza più contenuta nel Medio Oriente, ci sono forze strutturali strategiche ed economiche che indicano come un disinteressamento del contesto Medio Orientale non è mai stato molto probabile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sono tre i capisaldi dell’impegno degli Stati Uniti verso la regione:</strong> la vendita di armi in particolare ai partner nel Golfo, un rapporto speciale con Israele, sostenuto da forti forze politiche nazionali negli Stati Uniti, e il continuo interesse americano nella sicurezza del flusso ininterrotto di fonti energetiche dalla regione.<br />
Le vendite di armi verso il Medio Oriente hanno raggiunto il valore di 54,6 miliardi di dollari tra il 2012 e il 2015, con un previsto notevole aumento nel prossimo futuro. Donald Trump ha sottolineato l’importanza di mantenere una forte base manifatturiera negli Stati Uniti, quindi, è probabile che l’industria della difesa sia chiamata a svolgere un importante ruolo in questo senso, il che implica la necessità di garantire ampi mercati di esportazione. L’incerto contesto regionale mediorientale crea anche incentivi per ulteriori esportazioni di armi. I legami tra Stati Uniti e Israele rimarranno forti anche nei prossimi anni, come la forte influenza politica dei gruppi filo-israeliani in un Congresso in gran parte pro-Israele.<br />
Nonostante la crescente indipendenza energetica degli Stati Uniti dal Medio Oriente grazie all’aumentata produzione del petrolio e del gas, l’America hanno ancora un’enorme necessità di un mercato internazionale dell’energia stabile. Gravi interruzioni nel rifornimento danneggerebbero in modo significativo non solo l’economia degli Stati Uniti, ma anche le economie degli alleati in Europa e in Asia. Analizzando le dichiarazioni e le percezioni degli attori chiave della nuova amministrazione Trump sulla regione, l’influenza di queste forze strutturali è visibile nello sviluppo di una nuova strategia americana in Medio Oriente.<br />
La priorità dell’impegno americano è stata fin da subito l’offensiva contro il terrorismo. In un primo tempo, l’amministrazione Trump avrebbe avuto come obiettivo la sconfitta dell’ISIS in Siria, Iraq e altrove nella regione, non appena fosse stato possibile. L’amministrazione Trump ha inoltre indicato che non aderiva incondizionatamente alla deposizione di Assad. Questa politica è stata supportata dalla promessa di Trump che non ci sarebbero stati progetti di <em>Nation Building</em> e militari su larga scala. In questo contesto non ci sarebbero più state controversie con alleati come Israele, Egitto o le monarchie arabe del Golfo riguardo alle loro politiche sui diritti umani o sul terrorismo.<br />
La retorica della campagna presidenziale di Trump è stata incoerente. Ha rifiutato l’intervento in Siria, ma ha approvato la no-fly-zone per proteggere i civili. Trump si è scagliato contro gli interventi degli Stati Uniti; ha, inoltre, aspramente criticato l’accordo sul nucleare iraniano, da cui gli Stati Uniti si sono ritirati nel maggio di quest’anno, che riduceva senza dubbio le possibilità di un’altra guerra regionale promossa dagli USA.<br />
Come candidato, Trump ha detto regolarmente (senza dare precisazioni) che avrebbe aumentato le azioni militari per ‘distruggere’ l’ISIS e altri gruppi jihadisti. Dal momento dell’elezione, i suoi consiglieri hanno affermato che la sua amministrazione avrebbe aumentato gli attacchi aerei contro gli obiettivi jihadisti in Iraq e Siria, nonché allentato le norme di Obama sull’ingaggio per tali operazioni. Inoltre, hanno escluso la presenza di truppe di terra in entrambi i paesi. Alcuni hanno suggerito che Trump sarebbe stato aperto a cooperare con il governo siriano, che ha il più grande contingente di forze di terra in Siria. Altri consiglieri neoconservatori avevano sostenuto che la sua amministrazione avrebbe fatto pressioni sugli stati sunniti, come l’Arabia Saudita, affinché inviassero delle truppe per ‘liberare’ le aree a maggioranza sunnita in Iraq e in Siria.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Procedendo nell’analisi, a due anni dall’inizio della presidenza di Donald Trump,</strong> è possibile affermare che pochi cambiamenti concreti sono stati fatti rispetto alle politiche dell’ex presidente Barack Obama. I cambiamenti che sono stati fatti, tuttavia, stanno minando la cooperazione e la stabilità regionale. La strategia antiterrorismo aggressiva di Trump non è riuscita a includere gli strumenti critici di soft power che aiuterebbero a contrastare l’estremismo; l’Iran continua a espandere la sua influenza attraverso le guerre civili in Siria, Yemen e Libano; e le politiche americane in Israele e Palestina hanno solo intensificato il rifiuto palestinese di qualsiasi accordo di pace mediato dagli Stati Uniti. Con così pochi successi a due anni dall’entrata in carica del presidente, le promesse fatte durante la campagna presidenziale di Trump, tra cui l’eliminazione dell’estremismo islamico, il contenimento l’Iran e la fine della conflitto israelo-palestinese, difficilmente saranno mantenute.<br />
Mentre la politica estera non è stato un elemento centrale della campagna elettorale del presidente Donald Trump nel 2016, sono, tuttavia, stati enunciati tre punti chiave della sua piattaforma politica per il Medio Oriente, abitualmente inclusi nei suoi discorsi pubblici: 1) eliminare l’ISIS e l’estremismo “islamico”; 2) strappare il Piano congiunto d’azione globale (l’accordo sul nucleare iraniano) e affrontare le minacce regionali iraniane; 3) intermediazione e risoluzione globale del conflitto israelo-palestinese. A due anni dall’inizio della sua amministrazione, i tre elementi evidenziati nella sua campagna restano al centro della sua politica in Medio Oriente. Ma in realtà, ci sono stati pochi cambiamenti tangibili rispetto alle politiche dell’amministrazione di Barack Obama, e i risultati dei pochi cambiamenti che Trump ha fatto non hanno prodotto risultati veramente positivi.<br />
Forse nessuna linea di politica estera durante la campagna elettorale ha suscitato una risposta più fragorosa dell’impegno di Trump “a bombardare l’ISIS”. Nonostante la priorità che il presidente ha posto sulla lotta contro l’estremismo islamico, nella sua amministrazione non c’è ancora una articolata strategia per raggiungere questo obiettivo. La strategia antiterrorismo dell’amministrazione Trump ha presumibilmente passato una fase di sviluppo per quasi un anno, ma la strategia promessa rimane finora incompiuta.<br />
In assenza di un quadro globale, l’amministrazione ha focalizzato la sua risposta sulla minaccia estremista quasi esclusivamente in termini di azione muscolare. Il presidente ha dichiarato vittoria nella lotta contro l’ISIS dopo la caduta di Raqqa nell’ottobre del 2017, asserendo che la sua amministrazione aveva fatto “più progressi contro questi terroristi negli ultimi mesi che negli ultimi anni.”. I successi contro l’ISIS, a suo parere, erano il risultato delle decisioni delle persone che aveva incluso nel suo staff e delle nuove regole di ingaggio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tuttavia, un’analisi più cauta da parte del Dipartimento della Difesa,</strong> che ha notato la continuità della strategia di controterrorismo tra l’amministrazione Obama e quella Trump, ha chiarito che la sconfitta dell’ISIS non era definitiva. In effetti, molti mesi dopo la dichiarazione di vittoria di Trump, appare chiaro che, anche nei suoi più stretti aspetti militari, la lotta contro l’estremismo islamico nel teatro Siria-Iraq sia tutt’altro che terminata. La National Security Strategy riconosce che la capacità degli<br />
Stati Uniti di prevalere nel conflitto contro i gruppi estremisti richiede comunque l’integrazione di tutti gli elementi del potere nazionale. Ma l’amministrazione ha generalmente destituito o minimizzato elementi non prettamente militari e coercitivi della politica estera. Così, non si fa menzione nella strategia di sicurezza nazionale della promozione dei diritti umani, dell’assistenza allo sviluppo, del rafforzamento delle istituzioni politiche, della buona <em>governance</em>, o di altri strumenti di soft power che le amministrazioni precedenti avevano abitualmente definito come elementi chiave fondamentali della loro strategia antiterrorismo.<br />
Le osservazioni dell’amministrazione Trump al bilancio al Congresso, che propongono profondi tagli nei programmi che affrontano le questioni che alimentano l’estremismo violento nella regione, chiariscono come il <em>Nation Building</em> non faccia parte dell’approccio dell’amministrazione alla lotta al terrorismo. Infatti, come Steve Tankel, un analista di controterrorismo presso l’American University, ha scritto sulla rivista <em>Foreign Policy</em>, “la preferenza di Trump per l’azione militare sugli altri strumenti del potere nazionale si estende anche al supporto che è pronto a offrire agli altri paesi. La sua proposta di bilancio avrebbe investito pesantemente nella costruzione di eserciti delle nazioni partner, più che migliorare i settori della sicurezza civile o assistere nello sviluppo economico.”<br />
Seguendo l’analisi di Tankel, gli Stati Uniti hanno intensificato la sola risposta “muscolare” alle minacce estremiste in Yemen, Libia e Somalia. Sotto l’amministrazione Trump, il numero di attacchi di droni è aumentato significativamente in Yemen e in Somalia. Utilizzando la classificazione di Obama dei “campi di battaglia temporanei” o “aree di ostilità attive,” l’amministrazione ha adottato un approccio più muscolare; questo include standard più “morbidi” per le operazioni militari rispetto alle norme dell’amministrazione precedente, soprattutto riguardo al non coinvolgimento dei civili.<br />
In Libia, Trump ha continuato la linea dell’amministrazione Obama verso una maggiore attenzione alla lotta contro l’estremismo islamico a scapito del sostegno continuo agli sforzi dell’ONU per risolvere i conflitti politici interni del paese.<br />
Le conseguenze del cambiamento dell’amministrazione verso un maggiore uso della forza nelle sue politiche antiterrorismo sono chiare come l’aumento notevole del numero di vittime civili nelle operazioni degli Stati Uniti. Il fallito raid delle forze speciali degli Stati Uniti nel gennaio del 2017, nel villaggio di al-Ghayil a Bayda, nello Yemen, ha provocato almeno 30 vittime tra la popolazione, tra cui sei donne e dieci bambini di età inferiore ai 13 anni. In Siria, un presunto attacco degli Stati Uniti sulla Moschea al-Khattab Omar Ibn nel villaggio in mano ai ribelli di Jeeneh nella provincia di Aleppo, affollata di oltre 300 fedeli, ha ucciso più di 40 persone.<br />
L’attuazione di una linea politica contro il terrorismo più aggressiva da parte dell’amministrazione Trump ha portato, a breve termine, a un vantaggio tattico degli Stati Uniti sui gruppi estremisti. Gli sforzi in Siria e in Iraq, che rientrano nelle iniziative attuate dall’amministrazione Obama, sono riusciti ad eliminare il controllo dell’ISIS su buona parte del territorio. Nello Yemen, vi è qualche evidenza che al-Qaeda è stata indebolita dalla intensa campagna antiterrorismo condotta dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita, e appoggiata dagli Stati Uniti, ma le conseguenze a lungo termine non sono così promettenti. L’assenza di un chiaro impegno a fornire aiuti per la ricostruzione di società devastate dalla guerra e nell’assistenza allo sviluppo delle istituzioni politiche ed economiche significa la creazione di spazi non governati, in cui i gruppi estremisti esistenti o nuovi possono mettere radici. Inoltre, intensificando le operazioni militari in paesi come lo Yemen, dove la presenza dell’intelligence americana è limitata e la comprensione della situazione sul terreno non chiara, esiste il rischio che qualsiasi azione bellica generi un numero elevato di vittime tra i civili. A sua volta, la morte di civili innocenti allontanerà le popolazioni locali, il cui favore è essenziale per ottenere risultati nella lotta degli Stati Uniti contro i gruppi estremisti. Sulla base dei primi due anni in carica, le prospettive dell’amministrazione Trump per sconfiggere ed eliminare l’estremismo islamico sono poco promettenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alla pari con i suoi impegni per eliminare l’estremismo islamico,</strong> e spesso fondendo i due temi, durante la campagna elettorale Trump ha espresso la sua determinazione nel voler smantellare il piano globale d’azione comune (JCPOA), noto anche come accordo sul nucleare iraniano, oppure ritirarsi completamente da esso, come in effetti ha poi fatto. In un discorso a Youngstown, Ohio, Trump ha dichiarato che “l’accordo nucleare mette l’Iran, lo stato numero uno come sponsor del terrorismo islamico radicale, su un percorso per le armi nucleari. In breve, la politica estera di Obama-Clinton &#8230; ha messo l’Iran in una posizione dominante di potenza regionale che, di fatto, aspira ad essere una potenza mondiale dominante.”<br />
Come presidente, Trump ha continuato i suoi attacchi contro il JCPOA. Nel settembre del 2017, nel suo primo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti “non possono rispettare un accordo se prevede la copertura per l’eventuale costruzione di un programma nucleare. L’accordo sull’Iran è stato uno dei peggiori che gli Stati Uniti abbiano mai stipulato. Francamente, è una vergogna per gli Stati Uniti &#8230; “. Solo poche settimane dopo, Trump ha presentato la sua strategia sull’Iran, che ancora una volta ha puntato molto sui gravi errori del trattato.<br />
L’accordo di Camp David è stato firmato dall’Iran e da cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e dalla Germania (P5+1). L’accordo è stato una svolta per Teheran che ha accettato di sospendere il suo programma nucleare in cambio della fine delle limitazioni al petrolio iraniano, delle sanzioni economiche e dell’embargo sulle armi. L’accordo avrebbe aperto la strada per investimenti esteri diretti e avrebbe permesso all’Iran di partecipare all’economia globale. Allo stesso modo, l’accordo poteva aumentare il commercio del Paese e il PIL, reintegrando l’Iran nei mercati globali, e aprendo alla cooperazione con altri Stati nel sistema internazionale. L’Iran ha utilizzato questa nuova forza economica e l’accesso alle armi per sostenere i suoi alleati ed estendere la sua influenza regionale. Nell’ultimo periodo, dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo e la conseguente imposizioni di nuove sanzioni, l’economia iraniana ha subito una battuta d’arresto e vive adesso una grave crisi finanziaria.<br />
Nonostante la sua intensa attenzione per i termini del accordo nucleare iraniano, la maggior parte delle affermazioni del presidente erano estranee al programma nucleare. In effetti, i problemi su cui gli alleati regionali degli Stati Uniti (con l’eccezione di Israele) hanno posto l’attenzione, in genere, non riguardavano il comportamento dell’Iran riguardo alle sue armi nucleari. Al contrario, chiedevano un appoggio per contrastare la minaccia dei missili balistici, il sostegno al terrorismo, e l’interferenza nelle politiche interne dei vicini, in particolare in Yemen e in Bahrain da parte del regime degli ayatollah.<br />
Trump ha risposto a queste preoccupazioni. A Riad, parlando a una platea di leader degli stati arabi e islamici, il presidente ha affermato che “dal Libano all’Iraq allo Yemen, l’Iran fornisce fondi e armi alle milizie terroristiche”. Allo stesso modo, alle Nazioni Unite, Trump ha dichiarato: “è tempo per tutto il mondo di unirsi a noi nel chiedere che il governo iraniano metta fine alla sua ricerca della morte e della distruzione&#8230;Soprattutto, il governo iraniano deve smettere di sostenere i terroristi&#8230; e rispettare i diritti sovrani dei suoi vicini “.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma le azioni politiche di Trump non hanno rispecchiato la sua robusta retorica contro l’Iran.</strong> Ha elaborato quattro punti cardine, nella strategia annunciata nell’ottobre del 2017, per contrastare l’Iran: lavorare con gli alleati per contrastare l’attività di destabilizzazione del regime e il supporto ai gruppi terroristici nella regione; mettere ulteriori sanzioni contro il regime per bloccare il finanziamento del terrore; affrontare la <span style="color: #000000;">proliferazione dei missili e delle armi del regime iraniano che minacciano i suoi vicini, il commercio globale, e la libertà di navigazione; impedire al regime tutti i percorsi per dotarsi di un’arma nucleare.<br />
Quasi sei mesi dopo, l’amministrazione ha intrapreso alcuni passi concreti per raggiungere gli obiettivi di questa strategia sull’Iran. Come Dennis Ross ha osservato in un articolo su <i>Foreign Policy</i>, “fino ad oggi, il sostegno di Trump agli israeliani e ai sauditi è in primo luogo simbolico. Mentre il simbolismo conta chiaramente qualcosa, ha bisogno di essere sostenuto dalla sostanza per non perdere il suo significato.” Al contrario, mentre l’amministrazione Trump si concentra sui gesti simbolici e le dichiarazioni retoriche, l’Iran continua a rafforzare la sua presa in Siria e Iraq; espande la propria assistenza agli Houthi nello Yemen, compresa la fornitura di tecnologia missilistica consentendo loro di minacciare grandi centri abitati sauditi e degli Emirati; e valorizza il ruolo di Hezbollah, suo alleato forte nel mondo arabo, profondamente impegnato in Siria e nello Yemen e minaccia costante per la sicurezza di Israele.<br />
Ironia della sorte, le minacce del presidente al JCPOA, che gli altri firmatari dell’accordo vedono ancora come l’unico elemento della politica verso l’Iran che sta funzionando, impedisce la cooperazione internazionale per affrontare gli altri elementi problematici del comportamento iraniano. A seguito di un incontro nel gennaio del 2018 con il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, i ministri degli Esteri del Regno Unito, della Francia, della Germania e dell’Unione europea hanno insistito con la stampa che l’accordo nucleare “ha reso il mondo più sicuro e ha impedito una possibile corsa agli armamenti nucleari nella regione.” L’Alto Rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea, Federica Mogherini, aveva sottolineato che qualunque tentativo di affrontare altre questioni controverse con l’Iran, compreso il suo programma missilistico e il comportamento aggressivo nella regione, dovevano essere separati dall’accordo sul nucleare.<br />
Nel maggio del 2018, gli Stati Uniti si sono effettivamente ritirati dall’accordo sul nucleare.<br />
Trump non ha presentato alcuna prova che l’Iran non si stesse conformando agli obblighi imposti. Né il presidente né i paesi stranieri che sostengono la sua decisione, soprattutto Israele e l&#8217;Arabia Saudita, hanno presentato alcuna prova che l&#8217;Iran è tecnicamente in violazione del trattato.<br />
Invece, la decisione del presidente sembra ruotare intorno ai difetti del trattato stesso. Il primo è che l’accordo non è del tutto permanente; le restrizioni sul programma nucleare iraniano iniziano a diminuire circa 10 anni dopo la firma dell’accordo (anche se la clausola di non costruire un&#8217;arma nucleare è permanente). Il secondo è che l’accordo non ha risolto le altre questioni problematiche del comportamento dell’Iran, incluso lo sviluppo di missili balistici e il suo sostegno alle milizie estremiste in tutto il Medio Oriente (come Hezbollah in Libano).<br />
Durante la campagna presidenziale del 2016, Trump ha più volte definito l’accordo con l’Iran “il peggior accordo mai fatto”. Inoltre, sembra essere una priorità per questa amministrazione abbattere le realizzazioni della presidenza precedente, come la riforma sanitaria o l’accordo sul clima di Parigi o, appunto, l’accordo sul nucleare iraniano.<br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Nel frattempo, gli amici e partner in Medio Oriente degli Stati Uniti</strong> sono sempre più scettici sulla capacità dell’America di raggiungere un reale progresso nella riduzione della minaccia iraniana per la sicurezza e la stabilità regionale, e stanno cercando altre potenze mondiali, tra cui Russia e Cina, per il supporto necessario.<br />
A differenza delle questioni scottanti dell’Iran e dell’estremismo islamico, l’approccio di Trump al conflitto israelo-palestinese durante la campagna presidenziale rifletteva il suo interesse in quanto rappresentava una sfida per le sue qualità di negoziatore.<br />
Nel marzo del 2016, Trump ha confermato al <em>New York Times</em> che “avrebbe avuto una migliore possibilità di chiunque altro di fare un accordo” tra israeliani e palestinesi. Anche se ha suggerito in quel momento che avrebbe negoziato l’accordo personalmente, ha chiarito, alla vigilia del suo insediamento, che avrebbe incaricato il genero, Jared Kushner, di assumersene la responsabilità. Trump ha detto al pubblico durante un evento del 19 gennaio che “in tutta la mia vita ho sentito che è l’accordo più difficile da fare, ma ho la sensazione che Jared stia facendo un ottimo lavoro.”<br />
A poche settimane dal suo insediamento, Trump ha continuato sulla stessa linea durante un incontro alla Casa Bianca con Netanyahu. Nel corso di una conferenza stampa congiunta, Trump ha dichiarato: “stiamo andando a fare un accordo. Potrebbe essere un accordo più grande e migliore di quanto la gente in questa stanza possa capire”. Ha utilizzato la stessa nota positiva in una riunione del settembre del 2017, incontrando il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas a New York. Trump ha detto ad Abbas, “abbiamo una vera, ma molto vera possibilità [per la pace tra israeliani e palestinesi], e certamente dedicherò tutto il mio cuore e la mia anima per ottenere che l’accordo sia fatto. Il nostro team è esperto; la tua squadra è esperta. Israele sta lavorando molto per lo stesso obiettivo, e devo dire che l’Arabia Saudita e molte altre nazioni stanno lavorando molto duramente.”<br />
Nonostante la sua determinazione per risolvere il conflitto, l’approccio dell’amministrazione è estremamente vago. Nella conferenza stampa con Netanyahu, Trump ha lasciato gli ascoltatori perplessi quando ha rifiutato di confermare che gli Stati Uniti avrebbero continuato il tradizionale impegno per una soluzione a due stati; “sto guardando a due stati e ad uno stato”, ha suggerito Trump, aggiungendo “mi piace quello che entrambe le parti vogliono.” Il riferimento di Trump ai sauditi nella sua conferenza stampa congiunta con Netanyahu riflette ulteriormente l’interesse dell’amministrazione per un approccio “outside-in” che fa affidamento su partner regionali, in particolare i sauditi, per guidare al posto degli Stati Uniti una normalizzazione politica con Israele e fare pressione sui palestinesi affinché accettino una proposta di mediazione e facilitare in questo modo una risoluzione del conflitto israelo-palestinese.<br />
Il rendere noto al grande pubblico il concetto di “outside-in” ha messo i sauditi in una posizione scomoda. Pur esprimendo il supporto per l’impegno dell’amministrazione a perseguire un’iniziativa di pace israelo-palestinese, i sauditi si sono uniti agli altri leader della Lega Araba, almeno in pubblico, per sottolineare che la loro posizione era rimasta in linea con quella dell’iniziativa di pace araba redatta la prima volta nel 2002 dal re saudita Abdullah bin Abdul-Aziz Al Saud. Tale iniziativa comprendeva la normalizzazione dei rapporti arabo-israeliani e la creazione di normali relazioni diplomatiche a seguito di un accordo israelo-palestinese. L’amministrazione Trump ha visto la crescente confluenza di interessi tra Israele e Arabia Saudita, in particolare sulla condivisa preoccupazione per l’attivismo iraniano, come un’opportunità per fare pressione al fine di una normalizzazione delle relazioni con Israele.<br />
La decisione nel dicembre del 2017 di “riconoscere” Gerusalemme capitale di Israele e spostarvi l’ambasciata americana ha gravemente complicato, anche se non ha del tutto distrutto, la possibilità che l’amministrazione riuscisse veramente a promuovere un accordo di pace definitivo israeliano-palestinese. L’amministrazione continua a insistere sul fatto che andrà avanti nei suoi sforzi per un accordo di pace, i cui termini rimangono, tuttavia, estremamente vaghi.<br />
Lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme ha intensificato il rifiuto palestinese della politica dell’amministrazione Trump. Oltre all’opposizione ad incontrare i rappresentanti degli Stati Uniti di alto livello, tra cui il vice presidente Mike Pence, Abbas ha rifiutato il ruolo degli Stati Uniti come mediatore nelle trattative di pace. In un discorso al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel febbraio del 2018, il leader palestinese ha invitato il Consiglio ad organizzare una conferenza internazionale entro la fine dell’anno; ammettere lo Stato palestinese come membro a pieno titolo delle Nazioni Unite; e riconoscere le linee di armistizio del 1967 come il confine internazionale tra Israele e Palestina. Nelle circostanze attuali, anche se la proposta degli Stati Uniti è significativamente più favorevole alla posizione palestinese, è improbabile che i palestinesi saranno disposti a impegnarsi nelle trattative.<br />
La risposta saudita all’annuncio americano sull’ambasciata è stata estremamente negativa, ma i funzionari palestinesi hanno riferito che il principe ereditario Mohammed aveva incoraggiato Abbas a rimanere aperto verso un accordo di pace degli Stati Uniti. La reazione negativa palestinese e internazionale verso la posizione dell’amministrazione Trump su Gerusalemme ha portato i sauditi e gli altri Stati del Golfo a ritirarsi ulteriormente dal loro supporto per lo sforzo di mediazione statunitense.<br />
La loro riluttanza ad abbracciare l’iniziativa dell’amministrazione Trump si è approfondita con l’irrigidirsi della Casa Bianca. Affermazioni ripetute che la questione di Gerusalemme era ormai “fuori dal tavolo”, così come l’annuncio che lo spostamento dell’ambasciata si sarebbe tenuto nel maggio del 2018, hanno approfondito e intensificato le preoccupazioni di Riad riguardo alla cooperazione con l’amministrazione americana, che poteva comprometterne seriamente lo standing nazionale e regionale. Sono stati particolarmente sensibili alle critiche sul loro coinvolgimento provenienti dai rivali Turchia e Iran. A questo punto, gli stati del Golfo non saranno certamente disposti a fare pressioni sui palestinesi, anche se il principe ereditario saudita Mohammed ha fatto ogni sforzo in questo senso durante la sua visita a Washington nel marzo del 2018.<br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Dopo due anni dall’inizio dell’amministrazione Trump,</strong> la fiducia inizia a sgretolarsi; l’elezione di Trump era stata accolta calorosamente dai governi in Israele e in molte altre parti del mondo arabo. Da Tel Aviv al Cairo a Riad, le opinioni politiche di Trump erano viste come antidoto ai fallimenti dell’amministrazione Obama.<br />
Ma i partner regionali degli Stati Uniti stanno cominciando a riconoscere che la linea politica di questa amministrazione è molto retorica e a corto di realizzazione pratica. In realtà, l’amministrazione Trump è semplicemente troppo caotica e imprevedibile per implementare nuove politiche.<br />
Come risultato, i partner regionali esprimono ancora fiducia nell’amministrazione e senza dubbio sarebbero pronti ad abbracciare un eventuale successo dell’amministrazione, ma sono anche pragmaticamente alla ricerca, in un senso più ampio, di un supporto internazionale e stanno diventando sempre più assertivi nel difendere i loro interessi.<br />
Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti hanno resistito alle richieste degli Stati Uniti di risolvere il loro conflitto con il Qatar, che l’America considerava un pericolo per la sicurezza e la stabilità del Golfo. La promessa di un vertice del Consiglio di Cooperazione del Golfo a Camp David, se ci fossero stati passi positivi verso la normalizzazione delle relazioni all’interno dell’organizzazione, non ha modificato la loro posizione che non prevede compromessi.<br />
La decisione di spostare l’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme ha messo fine alla disponibilità dell’Arabia Saudita di fare pressione sui palestinesi affinché accettassero un piano di pace israelo-palestinese, ancora da definire, mediato dagli Stati Uniti.<br />
Nonostante il suo entusiasmo per le politiche dell’amministrazione Trump nel contesto israelo-palestinese, Netanyahu ha guardato a Vladimir Putin, e non al presidente americano, per cercare di limitare il potere dell’Iran e ridurre le tensioni in Siria.<br />
Infatti, i paesi leader della regione continuano a ribadire che fanno affidamento sull’amministrazione Trump per affrontare la minaccia iraniana e l’estremismo islamico, ma stanno anche rafforzando le relazioni con le altre potenze mondiali, in particolare la Russia e la Cina. Alti dirigenti sauditi e degli Emirati hanno viaggiato a Mosca e Pechino al fine di bilanciare i rapporti di Teheran con i due paesi e ottenere un’accoglienza più amichevole per i loro interessi. I sauditi hanno annunciato un importante acquisto di armi dalla Russia, senza dubbio un segnale che indica come l’Arabia Saudita abbia più opzioni per proteggere i propri interessi nell’area. Anche l’Egitto, il pilastro fondamentale della presenza degli Stati Uniti in Medio Oriente per quasi 40 anni, ha rafforzato i suoi legami con i russi e persegue potenziali trattati sulle armi con Mosca come salvaguardia contro l’incoerenza degli Stati Uniti.<br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Retorica a parte, non è chiaro quale direzione l’amministrazione Trump intenda adottare</strong> nella sua politica in Medio Oriente nei prossimi anni. Progressi significativi nello sfidare l’Iran o nel processo di pace israelo-palestinese appaiono improbabili data l’attuale traiettoria delle politiche dell’amministrazione. Mentre ci sarà probabilmente un successo nel tentativo di sconfiggere l’ISIS attraverso i mezzi militari, l’eliminazione dell’estremismo islamico rimarrà una sfida duratura per gli Stati Uniti.<br />
Né è chiaro se gli Stati Uniti siano pronti a dedicare risorse significative alla regione. Amici e alleati, insoddisfatti della linea dell’amministrazione Trump, non sono certamente rassicurati dalla strategia di difesa nazionale americana, secondo la quale: “la competizione tra Stati è strategica, non il terrorismo, ed è ora la principale preoccupazione per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti “. Se, infatti, l’attenzione e gli sforzi degli Stati Uniti verso la sicurezza nazionale riguarderanno la competizione strategica con la Cina e la Russia, è improbabile che ci sarà un impegno costante verso il Medio Oriente.<br />
Agli inizi del mese scorso, il 3 novembre, il Presidente Trump ha annunciato, attraverso un video su twitter, il ripristino delle sanzioni contro l’Iran, sanzioni che riguardano il settore delle banche e del petrolio, assi cardini dell’economia iraniana.<br />
Saranno otto i Paesi che potranno continuare a importare petrolio iraniano senza incorrere nelle sanzioni degli Stati Uniti, tra cui Italia, Giappone, Corea del Sud, Cina e Turchia. La decisione di Trump non desta stupore, inoltre, le divergenze con l’Europa riguardo al dossier Iran sono sempre state molto forti; infatti, l’Europa ha costantemente espresso dure critiche verso l’intransigente posizione statunitense. Indubbiamente, il ripristino delle sanzioni spazza via il lavoro diplomatico e politico svolto negli ultimi anni per fermare le ambizioni atomiche iraniane.<br />
Per l’amministrazione americana, l’Iran è uno “stato canaglia”, quindi, la linea della “tolleranza zero” andrà avanti fino a quando il regime degli ayatollah non cesserà di sostenere il terrorismo islamico, di destabilizzare il Medio Oriente (Siria, Libano e Yemen), e di sviluppare i programmi nucleari e missilistici.<br />
La leadership americana in Medio Oriente ha iniziato a indebolirsi dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003. Il deterioramento del predominio strategico degli Stati Uniti è continuato durante la presidenza Obama. In assenza di nuovi sviluppi, l’era Trump vedrà un progressivo sgretolarsi della premiership posseduta dagli Stati Uniti nell’area mediorientale fin dagli anni Settanta e la crescita, al contempo, di una grande competizione multipolare per il potere e l’influenza nel Medio Oriente.<br />
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<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><span style="color: #000000;"><b><br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Aleem, Z. (2016) “<a href="http://www.vox.com/world/2016/12/7/13867366/iran-shell-total-oil-donald-trump"><span style="color: #000000;">Iran’s big new oil deal with Shell will help keep its nuclear agreement safe from Trump</span></a>,” <i>Vox</i>, December 7.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Baker, P. (2015) “<a href="http://www.nytimes.com/2015/03/10/world/asia/white-house-faults-gop-senators-letter-to-irans-leaders.html"><span style="color: #000000;">G.O.P. Senators’ Letter to Iran About Nuclear Deal Angers White House</span></a>,”<i> The New York Times</i>, March 9.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bergen, P. (2016) “<a href="http://edition.cnn.com/2016/11/11/opinions/trumps-national-security-guru-general-flynn-bergen/"><span style="color: #000000;">Inside the mind of Trump’s national security guru</span></a>,” <i>CNN</i>, November 13.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Boot, M. (2016) “<a href="http://foreignpolicy.com/2016/11/22/trumps-america-first-is-the-twilight-of-american-exceptionalism-obama/"><span style="color: #000000;">Trump’s ‘America First’ Is the Twilight of American Exceptionalism</span></a>,” <i>Foreign Policy</i>, November 22.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bradner, E. (2015) “<a href="http://edition.cnn.com/2015/10/11/politics/donald-trump-vladimir-putin-2016/"><span style="color: #000000;">Donald Trump: I’d ‘get along well with’ Vladimir Putin</span></a>,” in <i>CNN</i>, October 11.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bruton, F.B. (2016) “<a href="http://www.nbcnews.com/news/world/saudi-arabia-trump-businessman-who-knows-how-make-deal-n685746"><span style="color: #000000;">Saudis View Trump as ‘Businessman Who Knows How to Make a Deal’</span></a>,” <i>NBC News</i>, November 19.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Brechenmacher S. and Steven Feldstein, (2017) “Trump’s War on Terror,” <i>The National Interest</i>, October 18.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Byman, D. (2016) “How to Fight Terrorism in the Donald Trump Era”, <i>The National Interest</i>, December 25, from <a href="http://nationalinterest.org/feature/how-fight-terrorism-the-donald-trump-era-18839"><span style="color: #000000;">http://nationalinterest.org/feature/how-fight-terrorism-the-donald-trump-era-18839</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Calamur, K. (2016) “<a href="https://www.theatlantic.com/news/archive/2016/12/rex-tillerson-exxon/510500/"><span style="color: #000000;">Rex Tillerson’s World: In His Own Words</span></a>,” <i>The Atlantic</i>, December 13.</span></p>
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Trump D. and Benjamin Netanyahu, (2017) “<a href="https://www.whitehouse.gov/briefings-statements/remarks-president-trump-prime-minister-netanyahu-israel-joint-press-conference/"><span style="color: #000000;">Remarks by President Trump and Prime Minister Netanyahu of Israel in Joint Press Conference</span></a>,” White House, February 15.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Trump D. and Mahmoud Abbas, (2017) “<a href="https://www.whitehouse.gov/briefings-statements/remarks-president-trump-president-abbas-palestinian-authority-bilateral-meeting/"><span style="color: #000000;">Remarks by President Trump and President Abbas of the Palestinian Authority Before Bilateral Meeting</span></a>,” White House, September20.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Trump and Netanyahu, “<a href="https://www.whitehouse.gov/briefings-statements/remarks-president-trump-prime-minister-netanyahu-israel-joint-press-conference/"><span style="color: #000000;">Remarks by President Trump and Prime Minister Netanyahu of Israel in Joint Press Conference</span></a>.”</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Wasserman, D. (2016) “<a href="http://cookpolitical.com/story/10174"><span style="color: #000000;">2016 National Popular Vote Tracker</span></a>,” <i>The Cook Political Report</i>, December 15.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Weaver, M. (2016) “<a href="https://www.theguardian.com/us-news/2016/nov/30/john-brennan-tearing-up-us-deal-with-iran-would-be-disastrous-says-cia-chief"><span style="color: #000000;">Tearing up US deal with Iran would be disastrous, says CIA chief</span></a>,” <i>The Guardian</i>, November 30.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Weinstein, J. (2015) “<a href="http://dailycaller.com/2015/09/07/donald-trump-on-his-nuclear-doctrine-democracy-promotion-and-why-he-refuses-to-use-term-supreme-leader/"><span style="color: #000000;">Donald Trump on His Nuclear Doctrine, Democracy Promotion And Why He Refuses To Use Term ‘Supreme Leader’</span></a>,” <i>The Daily Caller</i>, September 7.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Wintour, P. (2016) “<a href="https://www.theguardian.com/world/2016/nov/28/syrian-rebel-forces-aleppo-biggest-defeat-since-2012"><span style="color: #000000;">Syrian rebel forces in Aleppo suffer ‘biggest defeat since 2012</span></a>,” <i>The Guardian</i>, November 28.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Wintour, P. (2018) “UK, Germany and France Urge US Not To Tear Up Iran Nuclear Deal,” <i>The Guardian</i>, January 11.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Wolff, M. (2016) “<a href="http://www.hollywoodreporter.com/news/steve-bannon-trump-tower-interview-trumps-strategist-plots-new-political-movement-948747"><span style="color: #000000;">Ringside With Steve Bannon at Trump Tower as the President-Elect’s Strategist Plots “An Entirely New Political Movement” (Exclusive)</span></a>,” <i>Hollywood Reporter</i>, November 18.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Wright, T. (2016) “<a href="http://www.politico.com/magazine/story/2016/01/donald-trump-foreign-policy-213546"><span style="color: #000000;">Trump’s 19th Century Foreign Policy</span></a>,” <i>Politico</i>, January 20.</span></p>
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		<title>IRAQ: UNA LUNGA STORIA DI DIVISIONI ETNICHE, SETTARIE E RELIGIOSE</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Oct 2017 06:14:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Daniela Franceschi - Il complesso tessuto politico-sociale iracheno, pervaso da correnti religiose in contrapposizione tra loro e da fenomeni diffusi di clientelismo, è stato reso ancora più instabile dall’occupazione britannica, dalla nascita di un forte sentimento nazionalista e successivamente dalle vicende legate alla dittatura di Saddam Hussein e al &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="center"><span style="color: #000000;"><b>di Daniela Franceschi -</b></span></p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><em><strong><span style="color: #000000;">Il complesso tessuto politico-sociale iracheno, pervaso da correnti religiose in contrapposizione tra loro e da fenomeni diffusi di clientelismo, è stato reso ancora più instabile dall’occupazione britannica, dalla nascita di un forte sentimento nazionalista e successivamente dalle vicende legate alla dittatura di Saddam Hussein e al suo tracollo </span></strong></em></p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><span style="color: #000000;"><b> </b></span></p>
<div id="attachment_6522" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/09/Bagdad1258.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-6522" alt="bagdad1258" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/09/Bagdad1258-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>I mongoli assediano Baghdad nel 1258</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>La Prima Guerra mondiale vide l’aumento</strong> dei sentimenti nazionalisti nel Paese, che condussero ad una ribellione -  sostenuta e supportata dall’Inghilterra con la promessa dell’indipendenza -  contro l’impero ottomano. La rivolta di armeni e assiri cristiani nella regione fu sottoposta a una violenta repressione, mentre la ribellione araba, essendo maggiormente organizzata, ebbe più successo. Dopo il crollo dell’impero ottomano le promesse di indipendenza non furono rispettate: Inghilterra e Francia, infatti, si spartirono Siria e Iraq attraverso la sottoscrizione dell’Accordo Sykes-Picot. La mancata indipendenza provocava una nuova ondata di ribellione contro l’occupazione inglese: già nel 1918, le autorità inglesi furono sfidate dalla resistenza a Najaf e nel 1919 i curdi, che inizialmente avevano accolto positivamente la Gran Bretagna, si ribellarono con l’obiettivo di formare uno Stato indipendente curdo sotto la guida di Shaikk Mahmud. La resistenza contro l’occupazione inglese portò a una unione delle comunità sunnite e sciite, che diede vita alla grande rivolta del 1920. Le fratture all’interno della resistenza &#8211; sebbene inizialmente fosse unita &#8211; si svilupparono presto: i notabili urbani sunniti erano sospettosi della maggioranza sciita e inoltre la popolazione araba sciita intorno alla città di Bassora non era disposta a partecipare alla ribellione, a causa dei benefici economici che l’attività britannica aveva portato alla regione. I curdi, da parte loro, anche se interessati all’indipendenza non aderirono alla rivolta a causa del sospetto verso gli arabi. La ribellione ottenne un vasto appoggio dalla popolazione sciita di Najaf e Karbala ma &#8211; non possedendo un effettivo coordinamento  &#8211; fu soppressa dalle autorità britanniche.<br />
Benché conclusasi con un insuccesso, l’insurrezione dimostrò che l’occupazione britannica era insostenibile portando, di conseguenza, all’instaurazione di Faisal al-Awwal ibn al-Husaynibn Ali al-Hashimi as King in 1921 and the founding of the British Mandate. ibn Ali al-Hashimi come re nel 1921 e all’istituzione del mandato britannico. Consapevole della sua mancanza di popolarità, della sua posizione subordinata all’autorità inglese e infine della natura frammentaria della società irachena, Faisal cercò di ottenere una reale indipendenza dagli inglesi e di integrare l’Iraq in una struttura unitaria in cui le singole comunità sentissero rappresentati i loro interessi. Tuttavia, i tentativi di Faisal di creare una identità irachena unitaria, che comprendesse curdi e sciiti arabi, non ottennero molto successo: la centralizzazione del potere a Baghdad, la mancanza di esperti tecnocratici sciiti e il sospetto verso la popolazione sciita in seguito alla ribellione finirono per favorire gli arabi sunniti, cosa che portò alla replica dell’ordine sociale stabilito durante l’epoca ottomana. La formale dichiarazione di indipendenza del 1932 non eliminò tali squilibri strutturali: infatti, anche se Faisal era a conoscenza della situazione, non aveva interesse a rovesciare un sistema su cui aveva costruito la sua autorità, dando inizio invece ad un graduale aumento delle divisioni. Gli sforzi per placare la comunità sciita, dopo le rivolte seguite all’etichettatura come traditori da parte di un funzionario del Governo sunnita, furono minimi e il dispiegamento militare contro i cristiani assiri a seguito della rottura dei colloqui a proposito della loro autonomia furono interpretati come una grande vittoria per l’integrità nazionale.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Il figlio di Faisal – Ghazi – salì al trono nel 1933</strong> alla morte del padre. Il nuovo regnante favorì ampiamente l’ideologia pan-arabista, avvicinandosi all’élite sunnita a scapito delle relazioni con gli sciiti, i curdi e le altre minoranze, con una conseguente esplosione periodica di violenza e di disordine tribale per alcune politiche governative, come la coscrizione o l’esclusione da parte del Governo. La soppressione dei disordini tribali sciiti nella zona dell’Eufrate e di quelli curdi e yazidi nella regione curda vicino Sinjar nel 1936 eliminò la maggiore minaccia diretta per il Governo, ma non le cause. Infatti, la successiva repressione governativa del dissenso incoraggiò le divisioni all’interno del Paese.<br />
La soppressione delle ribellioni etno-settarie e tribali non stabilizzò il Governo, che continuò a soffrire per le lotte politiche al suo interno anche durante la Seconda Guerra mondiale. L’evento più significativo fu il colpo di Stato del 1941 che portò al potere il politico nazionalista Rashid Ali al-Kaylani,  supportato da quattro generali dell’esercito. L’obiettivo di Rashid Ali era di approfittare del conflitto per diminuire l’influenza britannica in Iraq, cooperando con le potenze dell’Asse. Le autorità inglesi, allarmate da questa impostazione, intervennero nel Paese per ripristinare la precedente Autorità. Sebbene il colpo di Stato non avesse successo, rafforzò il sentimento dell’opinione pubblica secondo il quale l’esercito era un protettore dell’interesse nazionale. L’uso di militari di leva cristiani assiri e il serpeggiante sentimento antisionista derivante dal mandato britannico sulla Palestina furono la causa degli attacchi alle comunità ebraiche irachene da parte dei nazionalisti, che consideravano queste niente di più che una quinta colonna inglese.<br />
Il regime monarchico crollò nel 1958, dopo un colpo di Stato organizzato dal generale Abd Al-Karim Qasim, che cercò di sottolineare la secolare unità nazionale dell’Iraq, sminuendo le divisioni etno-settarie, dato il suo background in parte sunnita, sciita e curdo. Anche se all’inizio del regime furono concessi significativi diritti politici, questi furono gradualmente erosi con il crescere del dissenso. Le politiche di Qasim verso il Partito Democratico Curdo, sebbene concilianti nei toni, non erano garanzia per i diritti su cui i curdi stavano negoziando, tanto che diedero vita ad una escalation della violenza dal 1961. Il Partito Democratico Curdo si rivolse al pan-arabista Partito Baath, scontento per la politica estera di isolamento dell’Iraq, mettendo in atto un colpo di Stato nel 1963 che portò alla morte di molti dei sostenitori del regime, tra cui esponenti del Partito Comunista Iracheno che Qasim aveva cooptato nell’Esecutivo. Il colpo di Stato fu anche il risultato dell’alleanza tra il Partito Baatista e i militari.<br />
Il nuovo Governo, guidato da Abd al-Salam Arif, iniziò un ciclo di negoziati con i curdi ma essi si rivelarono infruttuosi, tanto che vi fu una ripresa degli scontri.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>È interessante notare che dallo stesso anno il Partito Baath</strong> governò anche in Siria: ciò nonostante durante il regime di Saddam Hussein vi fu sempre rivalità tra i due regimi baatisti. Il Partito Baath era stato fondato nel 1940 dal filosofo cristiano libanese Michel Aflaq come movimento pan-arabo socialista, il cui scopo era ridurre le divisioni religiose e settarie tra gli arabi.<br />
Nel novembre del 1963 Arif epurò dal Partito Baath tutti gli oppositori, tra cui il Primo Ministro AhmadHasan al-Bakr, and instituted direct military rule. Hasan al-Bakr, istituendo un Governo militare diretto. Arif morì in un incidente aereo nel 1966, sostituito dal fratello maggiore Abd al-Rahim al-Arif. Dopo la presa del potere da parte del Partito Baath nel 1968 Bakr tornò al Governo come Presidente dell’Iraq e Saddam Hussein, un civile, divenne il numero due del regime, con la carica di vice-presidente del comando Supremo del Consiglio Rivoluzionario. In questa funzione Saddam sviluppò i servizi di sicurezza che si sarebbero sovrapposti alle Istituzioni irachene, comprese quelle militari, per monitorare la fedeltà della popolazione al regime. Il 17 luglio del 1979, data l’età avanzata, al-Bakr si dimise su pressione di Saddam il quale divenne presidente dell’Iraq. Sotto il suo Governo i laici sciiti ottennero cariche elevate nel Partito ma i sunniti, per la maggior parte provenienti dalla sua città natale Tikrit, dominarono le posizioni più alte.<br />
Al momento del suo arrivo al potere Arif cercò di consolidare la sua posizione promuovendo il clientelismo per prevenire un colpo di Stato in grado di deporlo, colpo di Stato che lui stesso aveva usato per arrivare al comando. Eliminò dal Partito Baath i gruppi che avrebbero potuto minacciarlo e che non aderivano al suo pan-arabismo e istituì la Guardia Repubblicana Irachena, proveniente dalla sua stessa tribù di al-Jumailat nei pressi di Ramadi. Le purghe consolidarono indirettamente la presenza e l’identità sunnite.<br />
Il nuovo regime avviò un ambizioso e ampio processo di modernizzazione, che comprendeva l’espropriazione dei latifondi di terra nell’Iraq meridionale. In questa zona del Paese, gli sceicchi tribali sciiti si erano trasformati in proprietari, e le loro tribù in mezzadri. Ciò aveva indebolito i tradizionali meccanismi di controllo politico e sociale della popolazione sciita, in combinazione con un esodo massiccio dalla campagna alla città e una maggiore educazione della popolazione, inducendo molti sciiti ad impegnarsi nella politica laica al fine di affrontare i loro problemi sociali. Tra il 1958 e il 1979 &#8211; anno in cui Saddam Hussein prese il pieno e formale controllo del Partito Baath &#8211; il Partito Comunista d’Iraq (il più grande del Medioriente) e il Baath erano le formazioni politiche scelte dagli sciiti iracheni per entrare nell’arena politica.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Alla fine degli anni Cinquanta, un secondo filone di mobilitazione politica sciita</strong> emerse con la fondazione del Partito Da’wa. L’ideologia del Da’wa (che significa chiamata o invito per l’islam in arabo) è stata in un primo momento pan-islamista, giudicando basilare l’impegno dei musulmani nella moderna società, sulla base di riflessioni su come implementare la volontà di Dio nella vita sociale moderna. Come per altri Partiti islamisti nel resto del Medioriente, il focus iniziale del Da’wa era quindi sulla vita culturale e sociale piuttosto che sulla politica e lo Stato. I sostenitori erano tutti sciiti e il Partito, in realtà, ebbe fin dall’inizio un elettorato prevalentemente sciita. Da’wa fu organizzato secondo linee molto centraliste e segrete: anche se i religiosi ebbero un ruolo rilevate non ne ottennero la leadership assoluta. In questo periodo l’ayatollah principale era Mohsen al-Hakim, appartenente al filone “quietista”: costui incoraggiò lo sviluppo del Da’wa credendo che sarebbe stato utile per preservare le prerogative del clero sciita. Nella tradizione sciita il termine “<i>quietismo”</i> fa riferimento a un clero che rimane in disparte rispetto alla politica, riservandosi il ruolo di osservatore e critico degli eventi politici e sociali, intervenendo con forza soltanto in occasioni particolari come le crisi nazionali e sociali.<br />
L’espropriazione della terra, definita “waqf” (vale a dire le donazioni pie), effettuata dai regimi post 1958, minò l’indipendenza economica del clero, creando un problema che al-Hakim credeva potesse essere risolto dal Da’wa. Il legame tra al-Hakim e il Da’wa è proseguito attraverso i suoi figli, tra i quali Muhammad Baqir al-Hakim ha svolto un ruolo centrale come capo del Consiglio Supremo per la rivoluzione Islamica in Iraq. Alla morte di Mohsen al-Hakim nel 1970, gli successe il quietista Abol-Qasem al Khoei, molto popolare tra gli sciiti di tutto il Medioriente, che seguì la linea del predecessore nel perseguire un delicato equilibrio con il regime autoritario post 1958.<br />
La morte inaspettata di Arif evidenziò la debolezza del sistema clientelare, e il suo successore e fratello Abd al-Rahman fu incapace di prendere il controllo del sistema clientelare già instaurato. La sua decisione di offrire un programma che tenesse conto del carattere bi-nazionale del Paese, arabo e curdo, vide la reazione violenta da parte degli ufficiali sunniti e del clero sciita. Inoltre, la limitata presenza comunista nelle zone meridionali del Paese, rese possibile al  Partito Baath attuare un colpo di Stato nel 1968 che portò il generale Ahmed Hassan al-Bakr e nel 1979 Saddam Hussein al potere sopprimendo il dissenso politico e ripristinando il sistema clientelare favorevole alle connessioni tribali, che invariabilmente avvantaggiavano le tribù sunnite del Nord-Ovest dell’Iraq, promuovendo, al contempo, un’ideologia ampiamente pan-arabista sospettosa nei riguardi degli sciiti e dei curdi.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>I risultati di questo contesto erano evidenti.</strong> Anche se il Governo del Partito Baath aveva nominato dei rappresentanti del Partito Democratico Curdo guidato da Mustafa Barzani, nell’Esecutivo i tentativi di esacerbare il dissenso curdo avevano condotto alle dimissioni dei rappresentanti e alla ripresa del conflitto armato nei dintorni di Kirkuk, oltre all’interruzione della produzione di petrolio. I negoziati continuarono fino al 1971, quando fu concesso un certo grado di autonomia. Tuttavia, questioni chiave come il petrolio, la finanza e la difesa furono tematiche escluse dalle trattative. I programmi del Governo di spostare delle famiglie arabe a Kirkuk nel tentativo di cambiare la demografia della città e i ripetuti attentati contro Barzani mantennero il Partito Democratico Curdo diffidente nei confronti dell’Esecutivo, spingendolo a riaprire le comunicazioni con l’Iran in previsione di un futuro conflitto.<br />
I rapporti tra Iran e Iraq erano molto peggiorati durante questa fase, in particolare quando il Governo iracheno espulse 40.000 curdi-faili (feyli) come parte integrante del suo giro di vite sulla comunità sciita. Il Partito Democratico Curdo aveva iniziato a ricevere sovvenzioni anche da parte degli Stati Uniti, sempre più preoccupati dalla vicinanza dell’Iraq all’Unione Sovietica e decisi dunque a incoraggiare gli scontri con il Governo iracheno dalla fine del 1972. Tuttavia né l’Iraq né l’Iran desideravano un ulteriore escalation: nel 1975 l’Iran accettò di interrompere il suo sostegno al Partito Democratico Curdo in cambio della risoluzione della disputa sui confini. Le truppe del Partito Democratico Curdo si dispersero rapidamente, mentre un certo numero di combattenti accettò l’amnistia. Molti, tra cui Barzani, si rifugiarono in Iran. L’Esecutivo iracheno avrebbe continuato a seguire il suo piano originario per una autonomia limitata con un’assemblea a Erbil e la ricollocazione delle comunità curde lontano dal confine turco-iraniano, dislocandole tra la popolazione araba sciita e incoraggiando nel contempo le famiglie povere sunnite a trasferirsi nella regione curda. La rete clientelare fu estesa a quei gruppi curdi considerati politicamente strategici e a quegli individui che garantivano una piena lealtà.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Per la popolazione sciita dell’Iraq,</strong> che stava sperimentando una rinascita religiosa negli ultimi anni, la caratteristica laica e socialista dello Stato e il dominio su di esso delle tribù sunnite del Nord-Ovest rappresentavano dei segnali inquietanti che si concretizzarono quando, nel 1969, il Governo cercò di spingere l’Ayatollah Muhsin al-Hakim a condannare il Governo iraniano durante la disputa sui confini. Il rifiuto di Al-Hakim portò a una serie di misure che limitarono la gerarchia sciita in Iraq: studenti e religiosi iraniani furono arrestati o espulsi e l’Università Kufa a Najaf fu chiusa in nome della lotta contro la minaccia iraniana. Un certo numero di istituti religiosi sunniti venne in aiuto degli sciiti, ma il movimento di protesta era focalizzato nelle aree sciite dell’Iraq. Il sostegno sunnita ai manifestanti sciiti, tuttavia, portò il Governo a sopprimere tutte le istituzioni islamiche, per timore che si formasse un fronte islamico unito. Consapevole dell’esistenza di una resistenza sotterranea ancora attiva, il Governo del Partito Baath tentò di minare e dividere la solidarietà sciita estendendo il sistema clientelare a un certo numero di tribù, famiglie e individui sciiti, replicando così le stesse modalità adoperate con la popolazione curda.<br />
La rivoluzione islamica del 1979 in Iran avrebbe continuato ad avere un impatto significativo sui curdi e sugli sciiti dell’Iraq. Anche se il Governo iracheno si era affrettato a riconoscere l’Esecutivo rivoluzionario, il carattere religioso di questo era fonte di preoccupazione per Saddam Hussein. I timori furono rafforzati quando il nuovo Governo iraniano chiamò gli sciiti dell’Iraq a rovesciarne il Governo ateo e l’organizzazione segreta scita Da’wa attuò una serie di attacchi contro figure e simboli associati al Governo Baath. Il giro di vite che ne risultò portò a proteste diffuse a Najaf, Karbala, Kufa e a Baghdad guidate dall’Ayatollah Sayyid MuhammadBaqir al-Sadr. Baqir al-Sadr.<br />
La figura di Sadr era emersa nel corso degli anni Sessanta all’interno del clero sciita, in concorrenza con Khoei per la leadership. Muhammad Baqir al-Sadr o Sadr 1, come viene spesso definito, divenne una figura centrale nello sviluppo dello sciismo-islamismo in Iraq. Al-Sadr aveva lo status di ayatollah sciita ed era membro della Hawza, che raggruppava i principali ayatollah della comunità sciita in Iraq. Al-Sadr sviluppò i fondamenti teorici della filosofia politica sciita-islamista nei suoi libri, “La nostra filosofia” del 1958 e “La nostra economia” del 1961. Questa linea di pensiero era molto simile a quella di Ruhollah Khomeini e si concretizzava in una valorizzazione della giustizia sociale, nella nozione del “giusto Governo”, in norme morali e costumi canonizzati dalla Sharia e in una ideologia politica teocratica, per cui la sovranità politica apparteneva a Dio e non alle persone. Al-Sadr sviluppo anche il concetto di marja&#8217;iya oggettiva, una sorta di leadership collettiva istituzionalizzata degli sciiti, con strumenti per far rispettare le decisioni al di là della morale tradizionale e del potere normativo, basandosi sulla supremazia dell’autorità religiosa su quella politica. Come Khomeini, al-Sadr fece appello in particolare ai poveri sciiti delle città, che non percepivano l’interesse del clero per i loro problemi.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Durante la fine degli anni Settanta,</strong> lo sciismo-islamismo si rafforzò in Iran, spronando gli sciiti dell’Iraq ad aderire al Partito Da’wa, che nella visione di al-Sadr sarebbe stato composto da una generazione di rivoluzionari che avrebbe preso un giorno il potere istituendo uno Stato basato sulla legge islamica. Saddam Hussein si sentì sempre più minacciato dal Da’wa e cercò di controllare il clero sciita che non supportava gli sciiti-islamisti. Il rapporto tra Saddam Hussein e il clero subì ben presto una trasformazione, passando dalla negoziazione ad un rapporto in cui Saddam Hussein chiedeva una sottomissione totale al regime.<br />
L’apice di questo conflitto fu raggiunto nel 1979 e nel 1980, quando i membri del Da’wa cercarono di assassinare il Ministro degli Esteri Tariq Aziz eMuhammad Baqir al-Sadr was brutally killed together with his renowned sister, Muhammad Baqir al-Sadr fu ucciso insieme con la sorella Bint al-Huda dagli uomini di Saddam Hussein. Saddam Hussein iniziò a reprimere anche il Partito Da’wa e l’adesione ad esso fu punita con la pena capitale, tanto che alla fine degli anni Settanta i leader della formazione politica erano fuggiti dal Paese o erano stati uccisi o arrestati.<br />
Come accennato in precedenza, il Partito come organizzazione con un’ampia base scomparve in Iraq agli inizi degli anni Ottanta, e le sue attività furono portate avanti da gruppi segreti vagamente coordinati, prendendo parte ad attività terroristiche in Iraq e all’estero. La leadership del Da’wa si divise negli anni Ottanta sul tema della nozione khomeinista del <i>velayat-e faqih</i> costituendo due diverse formazioni politiche: Da’wa Tandhim e il Partito Da’wa che non aderì alla teoria khomeinista e non accettò l’ingerenza iraniana nell’organizzazione politica. Letteralmente <i>velayat-e</i> <i>faqih </i>significa “governo tutelare del giureconsulto”: è il principio fondante della dottrina khomeinista, secondo cui a guidare la comunità spirituale e politica deve essere un alto esponente religioso esperto della legge islamica, il <i>vali-ye faqih</i>, fino alla comparsa del dodicesimo <i>Imam</i>.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>La repressione dei Partiti sciiti islamici in Iraq</strong> ebbe due conseguenze. La prima fu che il Partito Da’wa fu in larga misura smantellato e la sua esistenza continuò attraverso piccoli gruppi di élite all’estero. La seconda conseguenza fu che una nuova organizzazione, il Consiglio Supremo della Rivoluzione Islamica in Iraq, fu creato in Iran da Muhammad Baqir al-Hakim, figlio diayatollah Mohsin al-Hakim and pupil of Muhammad Baqir al-Sadr. Mohsin al-Hakim e allievo di Muhammad Baqir al-Sadr. Questa formazione aveva come fine, in un primo momento, di coordinare i gruppi sciiti-islamisti in esilio.  Tale tentativo, però, fallì nel 1984, quando il leader del Da’wa lasciò e il Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica in Iraq divenne indipendente. Il consiglio Supremo per la rivoluzione Islamica fu guidato da Muhammad Baqir al-Hakim, che aveva dei contatti diretti con Khomeini.<br />
A seguito dello scoppio della guerra Iran-Iraq, l’esecutivo iracheno aumentò i suoi sforzi per dividere la popolazione sciita, estendendo la rete clientelare agli ufficiali sciiti che avevano mostrato affidabilità e fedeltà. Allo stesso tempo, sciiti etichettati come iraniani furono espulsi dal Paese.<br />
Per la maggior parte della durata della guerra Iran-Iraq, la regione curda rimase in uno stato di calma, con il Partito Democratico Curdo espulso e l’ordine mantenuto dal Governo e dalla rete clientelare curda. L’Unione Patriottica del Kurdistan, guidata da Jalal Talabani, e il Partito Democratico Curdo si erano divisi e l’Unione Patriottica fu coinvolta nei negoziati con il Governo iracheno in merito ai temi dell’autonomia, anche se Saddam Hussein non intendeva concedere alcuna autodeterminazione, ma si serviva dei negoziati per dividere il fronte curdo. Nel 1985 ciò era divenuto evidente e per questo le maggiori formazioni politiche curde iniziarono un percorso di riconciliazione, anche grazie all’aiuto dell’Iran che voleva utilizzare i curdi per compensare la fase di stallo militare nella controffensiva contro l’Iraq. Consapevole del deteriorarsi della sicurezza e della modernizzazione delle capacità militari irachene, Saddam Hussein appoggiò Ali Hasan al-Majid nella campagna al-Anfal del 1987. La campagna iniziò con alcune azioni militari nel 1987 ma un anno dopo, quando era chiaro che nessuna offensiva iraniana avrebbe avuto luogo, essa si trasformò in pulizia etnica nei confronti dei curdi, con la distruzione di numerose città e villaggi e lo sterminio degli abitanti mediante armi chimiche. La campagna non coinvolse la rete clientelare curda, costringendo l’Unione Patriottica del Kurdistan e il Partito Democratico Curdo a ritirarsi verso l’Iran e la Turchia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’invasione del Kuwait nel 1990 e la successiva sconfitta militare</strong> per mano della Coalizione portarono a un’altra ondata di violenza etno-settaria da parte degli sciiti e dei curdi che, vedendo indebolito il potere di Saddam Hussein, considerarono la ribellione un’opportunità. Nonostante il suo slancio iniziale, la rivolta sciita era fortemente divisa e non presentava una leadership unificata. Questo, in combinazione con la mancanza di supporto materiale da parte degli Stati Uniti, permise all’esercito iracheno di ottenere la supremazia durante il conflitto. Nel tentativo di trasformare il conflitto da una ribellione contro Saddam Hussein in un conflitto settario, il Governo incoraggiò articoli che attaccavano gli sciiti, i serbatoi dei mezzi militari erano dipinti con slogan anti-sciiti e santuari sciiti a Najaf e Karbala furono violati. Inoltre, nell’intento di distruggere le paludi in cui molti sciiti vivevano e numerosi ribelli avevano trovato rifugio, il Governo attuò un vero disastro ecologico. In ultima analisi, dalle 20.000 alle 100.000 persone furono uccise. La resistenza sciita continuò clandestinamente, soprattutto da parte del Partito Da’wa, che avrebbe guadagnato una certa prominenza dopo il 2003, e dal Supremo Consiglio della rivoluzione Islamica in Iraq che seguiva un’ideologia komeinista.<br />
Nella regione curda, il Partito Democratico Curdo e l’Unione Patriottica del Kurdistan furono in grado di unirsi nella ribellione; nonostante i successi iniziali, la liquidazione della ribellione da parte del Governo nelle regioni sciite e la riconquista di Kirkuk fomentarono il timore del ripetersi della campagna di al-Anfal, provocando un esodo di massa dei profughi curdi e il collasso delle linee curde. A differenza del Sud, il conflitto nella regione curda è stato molto pubblicizzato, tanto da portare alla stipula dell’Accordo di Washington, con la creazione di una <i>no-fly zone</i> per il Governo iracheno, che garantì <i>de facto</i> l’autonomia per la regione curda. L’Accordo riconobbe, inoltre, le aspirazioni delle minoranze più esigue, come turcomanni, assiri, yazidi, caldei e arabi cristiani, dando loro uno status giuridico uguale a quello dei curdi. Tuttavia le lotte intestine tra il Partito Democratico Curdo e l’Unione Patriottica del Kurdistan riemersero, causando un periodo di conflitto latente per tutti gli anni Novanta.<br />
Nel corso degli anni Novanta, il Governo di Saddam Hussein rafforzò il suo controllo sulla Nazione. Anche se alcuni politici sciiti ebbero incarichi governativi, la maggior parte di questi era prettamente simbolica e priva di qualsiasi potere reale. Il potere continuò a basarsi su reti clientelari tribali, concentrandosi principalmente nella tribù di Saddam Hussein, al-Majid, e  combinandosi con regolarità con altre tribù regionali, soprattutto sunnite, garantendo in questo modo l’inesistenza di una opposizione stabile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Saddam Hussein e il suo Partito Baath</strong> hanno governato brutalmente per un quarto di secolo, arco temporale in cui l’Iraq è passato attraverso numerose guerre, sanzioni internazionali e disordini civili. Una grande rivolta nel 1991, quando quattordici delle diciotto province irachene si sollevarono, fu schiacciata con violenza, causando moltissime vittime.<br />
Saddam Hussein e il suo Governo crollarono soltanto con l’intervento straniero guidato dagli Stati Uniti nel 2003 attraverso l’operazione <i>Iraqi Freedom</i>. La guerra fu sostenuta da numerosi alleati della cosiddetta “Coalizione dei volenterosi”: l’iniziativa, spinta dall’amministrazione di George Bush Junior, portò al disarmo di Saddam Hussein, alla sua morte e allo smantellamento del suo programma di armi. L’assenza delle armi di distruzione di massa -  motivazione indicata per l’invasione -  minò la credibilità dell’amministrazione Bush e della Coalizione dei volenterosi. L’assenza delle armi, combinata con l’instabilità e l’aumento della violenza dopo la caduta di Saddam, avrebbe convinto molti osservatori che l’intervento in Iraq era stato un errore, e la ricostruzione post-conflitto un fallimento per la politica estera americana. La promessa di portare la democrazia in Iraq come ultimo esperimento di democratizzazione era divenuta il principale motivo per la guerra stessa, anche se la democratizzazione non era la ragione principale dell’intervento militare. Vi era, infatti, anche la questione delle armi di distruzione di massa. Diffondere la democrazia in Iraq divenne una priorità assoluta quando fu chiaro che non vi erano armi di distruzione di massa. L’accusa che la guerra era stata non solo un errore, ma anche immorale, fu comune. La presenza straniera in Iraq e la costante escalation di scontri e violenze hanno contribuito al declino del sostegno pubblico, tanto che le truppe americane si sono ritirate nel dicembre del 2011, realizzando così la promessa fatta agli elettori da Barack Obama durante la campagna elettorale del 2008.<br />
La rimozione dal potere di Saddam Hussein ha suscitato reazioni divergenti tra i gruppi e le comunità dell&#8217;Iraq. Molti sciiti e curdi, ma anche alcune frange sunnite, hanno sostenuto la rimozione di Saddam, ma le radicate divisioni conseguenti alla guerra e alla dittatura hanno reso le controparti sospettose le une delle altre.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Dalla sua nascita, l’Autorità Provvisoria di Coalizione</strong> ha avuto una visione semplicistica della società irachena, credendo che essa fosse divisa in tre comunità antagoniste, basando le sue politiche su tale percezione invece che sulle radicate divisioni etno-settarie. Sebbene le divisioni etno-settarie possano essere riscontrate in tutta la storia dell’Iraq, la nomina del Consiglio Governativo iracheno da parte dell’Autorità Provvisoria di Coalizione ha rappresentato il primo caso nella storia moderna dell’Iraq in cui queste identità divenivano prioritarie, rispetto all’identità nazionale, a livello istituzionale, rappresentando un pericoloso precedente.<br />
Con grande sorpresa dell’Autorità Provvisoria di Coalizione, la resistenza baatista, anche nella città natale di Saddam, Tikrit, non ebbe luogo. Tuttavia, le tensioni tra la popolazione araba sunnita e il nuovo regime erano molto forti, specialmente alla luce del fatto che i principali alleati della Coalizione erano i nazionalisti curdi del Nord e i Partiti sciiti guidati da religiosi nel Sud. Queste tensioni furono convalidate dall’incapacità della Coalizione di ristabilire l’ordine dopo la caduta di Saddam: questa incapacità portò a saccheggi diffusi, tra cui quello delle armi e delle attrezzature militari, culminando nella politica di de-baatificazione, che si concretizzò nell’espulsione dall’esercito e dalla pubblica amministrazione di 300.000 membri delle forze armate e 30.000 dipendenti pubblici, creando ulteriore risentimento nella popolazione sunnita. Un violento scontro tra soldati americani e manifestanti nell’aprile del 2004 agì come catalizzatore per una rivolta sunnita che si diffuse rapidamente in tutte le altre città. Contemporaneamente, si fece strada anche una rivolta sciita guidata da Muqtada al-Sadr, i cui sostenitori, soprattutto la classe sociale urbana più povera, erano stati colpiti duramente dalle politiche economiche liberiste dell’Autorità Provvisoria, concretizzatesi nel taglio dei sussidi e nel licenziamento dei dipendenti di inefficienti imprese statali.<br />
Fu in questo contesto che il potere venne consegnato nel giugno del 2004 a un Governo ad interim guidato dal nazionalista laico ed ex baatista Ayad Allawi, replicando la rappresentazione etno-settaria del Consiglio direttivo iracheno che aveva nominato come capo di Stato uno sceicco sunnita, con due vice-presidenti, uno curdo e l’altro sciita. Allawi si impegnò per combattere la violenza esplosa nel Paese, invertendo alcune delle politiche del processo di de-baatificazione e favorendo la crescita di organizzazioni militari e paramilitari per affrontare gli insorti. Nella città di Najaf gli insorti seguaci di al-Sadr riuscirono a negoziare la fine delle ostilità, mentre a Falluja i diffusi bombardamenti portarono a un massiccio esodo di civili e a molte morti, senza vittorie tangibili sugli insorti. La presenza di truppe curde e sciite infastidì ulteriormente i sunniti che si sentivano perseguitati, tanto che il Partito Islamico sunnita iracheno ritirò il suo appoggio al Governo Allawi e decise di boicottare le elezioni previste per il gennaio del 2005.<br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Nonostante il boicottaggio da parte della maggioranza</strong> della popolazione sunnita, le elezioni del gennaio del 2005 si svolsero regolarmente; i vincitori furono l’Alleanza Irachena Unita, un Partito sciita, costituito dall’islamista Da’wa e dai Partiti del Supremo Consiglio della rivoluzione Islamica in Iraq, seguiti dall’Alleanza del Kurdistan, nata dall’unione del Partito Democratico curdo e dell’Unione Patriottica curda, e dalla Lista irachena di Allawi.<br />
La popolazione sunnita praticamente non aveva rappresentanti. Fu nominato Primo Ministro Ibrahim al-Ja’fari, sciita del Partito Da’wa, con tre vice-primi ministri, uno sciita, uno curdo e uno sunnita, con un certo numero di ministri curdi, sciiti e sunniti. La nuova struttura di potere favorì i ministri curdi e sciiti che cercarono di consolidare le loro posizioni, impegnandosi negli stessi modelli clientelari che avevano caratterizzato il periodo dittatoriale di Saddam Hussein, con la conseguente crescita delle violenze nel Paese e della divisione all’interno della comunità sunnita. Questo contesto fu esacerbato dalla stesura di una nuova costituzione che sottolineava la natura federale dell’Iraq andando contro la volontà della popolazione sunnita e di alcuni sciiti islamisti, tra cui il Partito Da’wa e il Supremo Consiglio della rivoluzione Islamica in Iraq.<br />
L’invasione della Coalizione nel 2003 portò all’annullamento unilaterale della costituzione promulgata nel 1970. La nuova costituzione fu formulata da un team sotto gli auspici di Paul Bremer, nominato dal Presidente USA George W. Bush capo dell’Autorità Provvisoria: costui aveva poca dimestichezza con la politica e con la società irachene nel loro complesso e nessuna esperienza costituzionale. Inoltre, il documento fu commissionato e redatto in brevissimo tempo sotto precisa richiesta dell’Autorità Provvisoria che desiderava una transizione rapida alla democrazia per giustificare la sua uscita. Anche se la costituzione fu approvata a seguito del referendum del 2005, l’enfasi sul federalismo e la percezione che i gruppi sciiti e curdi avessero un’influenza sproporzionata nella realizzazione del testo costituzionale fecero nascere accuse di brogli e diffusi boicottaggi da parte dei sunniti e dei laici.<br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>A causa delle condizioni in cui fu redatto,</strong> il documento finale aveva un linguaggio che sottolineava le divisioni etno-settarie invece che fondere le diverse comunità in un organismo quanto più simile ad uno Stato unitario, inoltre, conteneva una serie di contraddizioni e ambiguità che avrebbero avuto un impatto significativo sulla politica irachena negli anni a venire. Queste problematiche erano così riassumibili: 1) Il preambolo della costituzione era insolitamente lungo e conteneva un’enfasi sulla leadership religiosa che poteva anche non essere inclusa nella costituzione vera e propria, riferendosi alle identità settarie, invece che ad una identità irachena unitaria. 2) L’enfasi sull’islam come religione dello Stato e fonte della Legislazione. Anche se questo non rappresentava un problema in un Paese a maggioranza musulmana, potenzialmente poteva rendere insignificanti i diritti garantiti dagli articoli dal 14 al 46 che concernevano la libertà dalle discriminazioni religiose e la libertà di credo. 3) La costituzione dichiarava che in caso di contrapposizione tra Leggi centrali e Leggi locali quest’ultime avrebbero prevalso, costituendo l’unico caso in cui una costituzione moderna prevedeva una simile gerarchia. L’inserimento dell’articolo 126 che impediva modifiche costituzionali senza il parere favorevole delle Istituzioni regionali bloccava efficacemente la possibilità di apportare modifiche. Le autorità curde trassero un particolare vantaggio da questa clausola, varando una serie di Leggi che contraddicevano il Governo centrale, specialmente nel campo dello sfruttamento delle risorse, costante fonte di tensioni con l’Esecutivo di Baghdad. 4) In relazione a questo tema, i diritti di sfruttamento delle risorse naturali e i fondi di finanziamento destinati alle province furono diversi e incoerenti. Il Governo regionale curdo, per esempio, riceveva il 17% del bilancio nazionale, mentre Thi Qar, un’altra area alla ricerca di uno status federale, meno dell’1%. Tutti i tentativi di rimuovere i privilegi speciali del Governo regionale curdo furono rigettati. 5) Disposizioni analoghe esistevano nei confronti delle forze armate e della politica estera. Il divieto della formazione delle milizie e la creazione di un esercito unitario furono passi in avanti verso la concordia nazionale, tuttavia, la debolezza del Governo centrale lasciò i peshmerga curdi quali forze di combattimento separate. Riguardo alla politica estera, l’articolo 121 stabiliva la presenza dei governatori negli uffici delle ambasciate e delle missioni diplomatiche, con la conseguenza che questi uffici diventarono più influenti rispetto al Ministero degli Esteri del Governo centrale, creando differenze e tensioni tra i due apparati. 6) Gli articoli riguardanti la lotta al terrorismo furono mal definiti e avrebbero potuto essere utilizzati per condannare tutti coloro che si opponevano al processo politico. La comunità sunnita, che aveva subito l’impatto maggiore del processo di de-baatificazione, obiettò affermando che questo impediva un legittimo dibattito politico sulla formulazione del paragrafo.<br />
In ultima analisi, la costituzione ebbe scarso consenso e legittimità nella società irachena e il linguaggio vago, contraddittorio ed etno-settario contribuì alla lotta politica nel Paese.<br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>È opportuno soffermarsi sull’evoluzione dei principali Partiti</strong> dopo l’approvazione della nuova costituzione. A differenza degli altri Partiti sciiti islamici, il Da’wa non aveva né un’importante organizzazione politica né una milizia. La sua leadership era composita: infatti,  contava non soltanto le due correnti in cui si era diviso negli anni Ottanta, ma anche i gruppi formatisi in esilio, a Teheran, Damasco e Londra. La rappresentanza parlamentare derivava dalla sua alleanza con i Partiti islamici sciiti, poiché la sua capacità di attrarre voti da solo era molto debole rispetto alle altre formazioni politiche. Allo stesso tempo il Da’wa occupava una posizione particolare nella coscienza della popolazione a causa della sua lunga storia di opposizione e persecuzione da parte del regime baatista. Il Da’wa ottenne trenta seggi alle elezioni del dicembre 2005, eguagliando il concorrente Consiglio Supremo per la rivoluzione Islamica in Iraq, conquistando, inoltre, quattro incarichi nel Governo, tra cui quello di Primo Ministro.<br />
Il Da’wa è stato spesso descritto come una sorta di Partito cuscinetto tra gli altri più importanti Partiti islamici all’interno dell’Alleanza Irachena Unita.<br />
Storicamente il Da’wa ha mantenuto una stretta alleanza con i leader del molto meglio organizzato Consiglio Supremo della Rivoluzione Islamica, i cui capi hanno ricevuto la loro preparazione politica e militare nei suoi centri di studio clandestini. Sebbene vi siano state persistenti segnalazioni sulle tensioni tra le due formazioni politiche, la cooperazione politica e militare è continuata per tutti gli anni Novanta, in parte perché il ruolo di mediazione dell’Iran ha impedito la trasformazione delle dispute dottrinali e politiche in un conflitto aperto.<br />
Anche se l’obiettivo storico del Partito era quello di stabilire uno Stato islamico in Iraq, esso ha supportato le elezioni e il sistema parlamentare. Per esempio, nel dicembre del 2002, al-Maliki affermò: “noi preferiamo il gioco democratico. Quello che la gente deciderà è ciò che conta, lontano dalle sette e dalle etnie. Per ciò, noi chiediamo uno Stato islamico-non religioso- fintanto che gli iracheni supportano volontariamente un tale Stato”.<br />
È interessante notare che il Da’wa non ha mai specificato come intendesse coniugare la sua visione di Stato islamico con la democrazia. Come segno del suo pragmatismo è indicativo che il Partito si sia opposto alla rigida applicazione delle norme sul vestiario nelle zone sciite.<br />
Nel maggio del 2007 il Consiglio Supremo per la rivoluzione Islamica ha deciso di omettere la parola “rivoluzione” dal suo nome, come segno che la costituzione irachena aveva superato la necessità di un sovvertimento. Ciò non deve essere considerato un&#8217;indicazione della trasformazione ideologica del Partito, ma piuttosto una testimonianza del suo pragmatismo politico, che considerava più importante conquistare il potere che mantenere fermi i principi ideologici. Allo stesso tempo, poteva essere interpretato come un tentativo di allontanare la formazione politica dall’Iran, evidenziando le sue radici irachene.<br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Sebbene il Consiglio Supremo Islamico Iracheno</strong> sia stato istituito in Iran con l’aiuto attivo dell’ayatollah Khomeini, e in quel momento avesse adottato la teoria del <i>velayat-e faqih</i>, da allora riuscì a formare un’alleanza con entrambi i Partiti curdi in Iraq e negli Stati Uniti, divenendo il più importante Partito politico in Iraq, posizionando con successo i suoi quadri dirigenti nelle posizioni più rilevanti nell’ambito della politica e della sicurezza dello Stato iracheno.<br />
Quando gli Stati Uniti invasero l’Iraq nel 2003, il Consiglio Supremo Islamico era in una buona posizione per avvantaggiarsi della situazione. Il suo leader, Muhammad Baqir al-Hakim, aveva costruito e organizzato durante i suoi anni in Iran una milizia, la Brigata Badr, con più di 10.000 uomini sovvenzionati e addestrati dalla Guardia Rivoluzionaria Iraniana.<br />
Durante la permanenza in Iran, il Partito abbracciò il principio del <i>velayat-e faqih</i>, adattandosi rapidamente ad una posizione più democratica e liberale dopo la caduta di Saddam Hussein. Rimangono ancora dei seri dubbi sulla effettiva veridicità di questa svolta ideologica.<br />
Nel gennaio del 2005, il Partito ha partecipato alle elezioni all’interno della lista dell’Alleanza Irachena Unita, ottenendo 140 seggi dei 275 disponibili. Dato che le elezioni si svolgevano in concomitanza con le votazioni per i Consigli dei Governatorati, il Partito ottenne il controllo delle 9 province in cui la popolazione sciita era in maggioranza. A dicembre dello stesso anno, si sono ripetute le elezioni generali, che hanno visto la partecipazione dei Partiti sunniti e sadristi, ma non quelle provinciali: ciò ha consentito al Consiglio Supremo Islamico di mantenere il controllo delle province conquistate.<br />
Fin dall’inizio il Partito è riuscito ad affermarsi negli importanti Ministeri delle Finanze e degli Interni, oltre ad ottenere uno dei due posti di vicepresidente. La combinazione del controllo dell’apparato politico e di sicurezza nelle maggiori province, così come il controllo di rilevanti pilastri della politica nazionale e delle risorse economiche, ha permesso al Consiglio supremo di affermarsi come una sorta di “macchina” politica. Ciò si è basato su un sistema clientelare in cui i sostenitori erano motivati più da interessi personali che da convinzioni ideologiche o religiose. I quadri delle milizie Badr sono stati in gran parte integrati nelle forze di sicurezza ufficiali, e la sostituzione del personale della pubblica amministrazione è stata utilizzata per stabilire un gruppo clientelare tale da formare la sua base politica.<br />
Il principale oppositore del Partito, oltre alla comunità sunnita, è stato il movimento sadrista e il suo leader Moqtada al-Sadr. Il conflitto sociale tra classe media dell’Iraq centrale, che rappresentava la base politica del Consiglio Supremo, e la classe dei lavoratori dei sobborghi e della città di Baghdad, base politica del movimento di al-Sadr, si stagliava dietro il conflitto politico tra le due formazioni.<br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Un’altra occasione di scontro fu la proposta del Consiglio Supremo</strong> di costituire una nuova provincia-governatorato nel Sud. Con l’appoggio dei curdi, il Consiglio fece passare una Legge in Parlamento che consentiva la formazione di una nuova provincia. I Partiti Sunniti, il Da’wa e i sadristi si mostrarono tutti contrari, temendo la disintegrazione dello Stato iracheno e la perdita dell’accesso ai proventi del petrolio del sud, corrispondenti all’85% del totale delle risorse petrolifere irachene.<br />
Il Partito Fadhila, una diramazione del movimento şadrista, che rappresentava gli interessi locali della città di Bassora, si opponeva all’idea sostenendo il progetto di una provincia più piccola costituita dai tre governatorati del Sud. Dal 2006, Fadhila ha ritenuto che l’autonomia federale avrebbe dovuto comprendere un solo governatorato, cioè Bassora. Queste differenti posizioni sulla questione federale erano correlate agli interessi divergenti dei Partiti e dei loro rispettivi collegi elettorali; infatti, mentre il Consiglio Supremo -  data la sua forte presenza nell’Iraq centrale, -  avrebbe dominato la nuova provincia, il movimento sadrista avrebbe perso la sua influenza, in gran parte perché l’elettorato di Baghdad ne sarebbe stato escluso.<br />
Il Consiglio Supremo riteneva che la sua proposta fosse compatibile con il mantenimento dell’unitarietà dello Stato iracheno: tuttavia, molti osservatori argomentavano che un simile progetto avrebbe potuto disintegrare l’Iraq, poiché il Governo centrale era considerato troppo debole per gestire un tale sistema federalista dove tutto il potere e il controllo delle risorse sarebbero stati demandati alle province.    L’approvazione della costituzione consentì nuove elezioni generali nel dicembre del 2005, che videro la partecipazione dei Partiti sunniti e sadristi, con la conseguente vittoria dell’Alleanza Irachena Unita che portò Nuri al-Maliki, membro della formazione politica Da’wa, alla carica di Primo Ministro. Il Partito, tuttavia, ottenne meno seggi e dovette formare una coalizione di Governo, lasciando al-Maliki vincolato e in competizione per l’influenza.<br />
La continua insicurezza e la sfiducia tra sciiti e sunniti hanno incanalato la ribellione in una direzione sempre più settaria, che è stata sfruttata da gruppi estremisti come al-Qaeda, il cui leader in Iraq, Abu Musab al-Zarqawi, dichiarò che gli sciiti non erano veri musulmani, avviando una serie di attacchi contro siti sciiti e civili, tra cui il bombardamento del santuario di Askari a Samarra nel febbraio del 2006.<br />
Il malcontento esistente tra la popolazione sunnita dell’Iraq, che aveva rappresentato la più grande base di appoggio per Saddam Hussein, in particolare nelle città di Tikrit e Ramadi, è stato esacerbato dopo l’invasione da parte degli Stati Uniti e della Coalizione dei volenterosi, dato che le nuove autorità non riuscirono ad affrontarne i problemi e ad incentivarne la partecipazione al Governo, con una conseguente ondata di insurrezioni che misero in pericolo le future prospettive di riconciliazione. Durante il regime di Saddam Hussein, l’affiliazione al sistema clientelare del Partito Baath era l’opzione più idonea per ottenere un benessere economico, specialmente per la popolazione sunnita delle città di Tikrit, Ramadi e Fallujiah.<br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>La popolazione sunnita ha percepito</strong> il processo di de-baatificazione, la perdita dell’influenza detenuta prima del 2003 e il sistema politico come elementi ad essa ostili.<br />
Al culmine dello scontro, alla fine del 2006, si contavano 3000 morti al mese dovuti al conflitto settario esploso in molte parti dell’Iraq. Il sistema clientelare è continuato anche durante il mandato di al-Maliki, con l’aumento dei conflitti settari tra combattenti locali e governativi.<br />
La violenza ha iniziato a diminuire a metà del 2008, a causa di una serie di fattori, tra i quali la decisione di al-Maliki di formare un Governo di unità nazionale più inclusivo, l’utilizzo di truppe statunitensi per migliorare la sicurezza in tutto il Paese, e il rallentamento delle politiche di de-baatificazione. Un numero crescente di ufficiali dell’esercito non si era riarmato. Inoltre, durante il “risveglio di Anbar” le tribù sunnite, che si erano contrapposte ad al-Qaeda, avevano messo fine alla rivolta.<br />
La cessazione della violenza e le migliorate condizioni di sicurezza hanno condotto ad un periodo di stabilità e calma relativa in tutto l’Iraq. I sondaggi effettuati nell’ottobre del 2008 suggerivano che l’identità irachena era rimasta relativamente forte in tutto il Paese e che i blocchi etno-settari che avevano dominato la scena politica si erano indeboliti. Anche se le tensioni tra le comunità erano rimaste elevate, le elezioni del 2009 suggerivano che i modelli di voto stavano gradualmente passando da una base etno-settaria ad una ideologica.  Fu in questo periodo di relativa stabilità che gli Stati Uniti iniziarono il processo di ritiro che sarebbe stato completato nel dicembre del 2011.<br />
Alle tribù sunnite che avevano partecipato al “risveglio di Anbar” era stata promessa una maggiore integrazione nel Governo di Baghdad e posti di lavoro per garantire sicurezza economica. Le promesse mancate fatte a queste tribù, che nel biennio 2007-2008 avevano combattuto contro al-Qaeda, comprendevano anche l’integrazione nell’esercito nazionale dei loro combattenti e posti di lavoro governativi. Tuttavia, la maggior parte del Governo di Baghdad ancora diffidava delle tribù a causa del loro ruolo prima e durante il “risveglio” e per il fatto che erano armate e tecnicamente indipendenti dallo Stato centrale. Sotto la pressione di altre fazioni politiche contrarie alla concessione di potere alle tribù sunnite, il Governo iniziò a promuovere alcune persone ad esso vicino e a rimuovere o arrestare coloro che erano troppo critici verso le sue politiche, compresi coloro che erano coinvolti in crimini terroristici o in atti contro lo Stato. La comunità sunnita interpretò questo comportamento come una mossa calcolata diretta contro di essa, mirante a sopprimere i rivali politici; per esempio, la rimozione nel dicembre del 2012 del Ministro delle Finanze sunnita Rafi al-Issawi fu percepita come un espediente mirato ad allontanare gli avversari politici. Le proteste successive e il deterioramento della sicurezza hanno creato quel vuoto statuale di cui avevano bisogno gruppi ribelli come lo Stato Islamico per stabilire la loro presenza in Iraq.<br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Nelle settimane successive le proteste</strong> iniziarono dalla città di Ramadi: le manifestazioni di dissenso, generalmente pacifiche, furono organizzate da gruppi ribelli o neo-baatisti, tra i quali i più rilevanti erano il Jaysh Rijal al-Tariqah al-Naqshabandia e il Consiglio Militare Generale dei Rivoluzionari Iracheni, che fondevano il potere e l’identità sunniti con i vecchi simboli baatisti. Il movimento ebbe un successo limitato con il rilascio di 3000 detenuti e l’ammorbidimento del processo di de-baatificazione.<br />
Anche se si svolsero alcuni negoziati, e qualche progresso fu realizzato, gli sforzi del Governo per arrestare le proteste, anche con la forza, condussero alla crescente mobilitazione dei gruppi armati in Iraq.<br />
L’attacco dell’ISIS, precedentemente nota come al-Qaeda in Iraq, ad una squadra SWAT aumentò ulteriormente le tensioni, tanto che il Primo Ministro al-Maliki etichettò i manifestanti come sostenitori di al-Qaeda, arrestando i membri del Parlamento in sintonia con i dimostranti e reprimendo con la forza le manifestazioni. Consapevole delle crescenti agitazioni, al-Maliki promise il ritiro delle forze armate da Ramadi, ma il vuoto di sicurezza fu utilizzato dall’ISIS per conquistare la città e dichiararla parte del califfato islamico.<br />
La mancata rappresentazione politica della popolazione sunnita durante il Governo di al-Maliki condusse organizzazioni neo-baatiste come il Jaysh Rijal al-Tariqah al-Naqshabandia e lo Stato Islamico a trasformare nel 2013 il movimento di protesta sunnita in un’insurrezione che conquistò le città di Mosul, Ramadi, Tikrit e Fallujah nel 2014, recuperate dallo Stato iracheno nel 2015.<br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Risulta importante soffermarsi anche sull’Isis,</strong> la formazione terroristica divenuta sempre più un attore fondamentale della crisi irachena. Lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante è una organizzazione terrorista stanziatasi nel territorio desertico, ricco di petrolio e gas, che circonda i fiumi Eufrate e Tigri della Siria e dell’Iraq. L’ISIS è una mutazione dei gruppi salafiti-jihadisti guidati in Iraq da Abu Musab al-Zarqawi e da altri comandanti, la cui ultima iterazione è lo Stato Islamico in Iraq guidato dall’iracheno Abu Bakr al-Baghdadi.<br />
L’Isis si è impegnata a stabilire uno Stato islamico; per perseguire questo obiettivo ha dichiarato la fondazione del califfato nel giugno del 2014, invitando i musulmani di tutto il mondo a migrare verso i suoi territori. Le ambizioni dell’Isis sono esplicitamente transnazionali, con un rifiuto completo del concetto di Stato-Nazione. Gli obiettivi a breve termine comprendono la distribuzione di risorse umane e materiali nel territorio che controlla per consolidare il proprio potere, la raccolta di fondi per l’acquisizione delle armi e la costruzione di una base di appoggio in cui formare la futura generazione di combattenti. L’intento genocida nei confronti delle minoranze, basti ricordare le stragi di cristiani e yazidi, la sua rapida espansione, e la minaccia dei confini hanno condotto ad un intervento internazionale nel settembre del 2014.<br />
Per quanto concerne il contesto iracheno, l’ISIS ha saputo sfruttare e strumentalizzare la debolezza dell’Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein e le preoccupazioni dei sunniti per l’ascesa degli sciiti e l’influenza dell’Iran. Baghdadi ha utilizzato la spaccatura esistente in tutto il Medioriente tra sciiti e sunniti, intensificatasi con la nuova <i>Guerra Fredda</i> tra la sunnita Arabia Saudita e l’Iran sciita, di cui la guerra <i>per procura</i> nello Yemen è l’esempio più significativo. Baghdadi raffigura il suo gruppo come l’avanguardia dei perseguitati sunniti, considerando gli sciiti degli infedeli che devono convertirsi o essere eliminati.<br />
Le organizzazioni come Jaysh Rijal al-Tariqah al-Naqshabandia, il Consiglio Militare Generale dei Rivoluzionari Iracheni e altri gruppi più piccoli si sono affrettati a unirsi all’ISIS, spesso rappresentandosi come partner alla pari in una “rivoluzione” che aveva avuto luogo nella regione di Anbar ed era stata supportata da un certo numero di tribù durante l’attacco del 2014, quando furono conquistate Fallujah e Mosul approfittando delle rivolte popolari contro le unità militari irachene in queste aree. Fu istituita una stretta interpretazione della Sharia attraverso l’utilizzo di metodi estremamente brutali contro qualsiasi gruppo etnico che non intendeva convertirsi, in primo luogo i cristiani, i curdi, e gli yazidi. I gruppi neo-baatisti di insorti radunatisi intorno all’ISIS hanno continuato a mantenere un ruolo rilevante, cercando di conciliare le politiche repressive dell’ISIS con la propria ideologia pan-arabista o pan-irachena. Benché alcuni ex baatisti, come Izzat Ibrahim al-Duri, vicepresidente di Saddam Hussein, siano divenuti noti come figure chiave dell’ISIS, la maggior parte degli ex baatisti e dei gruppi di insorti che non hanno aderito all’ISIS sono stati eliminati.<br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Sebbene alcune tribù sunnite e gruppi di insorti abbiano sostenuto</strong> lo Stato Islamico durante l’offensiva del 2014 e il successivo conflitto contro lo Stato iracheno, non tutte le tribù sunnite si sono schierate con l’ISIS. Tuttavia, queste tribù hanno sofferto una cronica mancanza di armi, attrezzature e supporto logistico da parte del Governo centrale di Baghdad. Tale mancato sostegno può essere legato alla sfiducia verso le tribù sunnite da parte dei funzionari del Governo, anche a causa del fatto che molte armi sono state vendute invece che utilizzate per la sicurezza. Il Governo iracheno sembrava prediligere l’uso di Hashd al-Shaabi per liberare il territorio iracheno dallo Stato islamico; è interessante notare come questa organizzazione, in prevalenza sciita, abbia raccolto, nel corso del tempo, molti combattenti sunniti e cristiani, rappresentando un timido segnale positivo per la futura riconciliazione e instaurazione della fiducia e della cooperazione tra le diverse comunità dell’Iraq.<br />
Dal punto di vista politico, ad al-Maliki è subentrato Haider al-Abadi che ha dovuto affrontare sfide aggravate dalla politica clientelare adottata dai precedenti Governi. Al-Abadi è salito al potere grazie ad un programma politico che avrebbe dovuto frenare la corruzione e il settarismo dominanti negli anni precedenti, che secondo molti osservatori avevano spianato la strada alla conquista dell’Iraq da parte dello Stato Islamico, ottenendo l’appoggio dell’ayatollah al-Sistani e di un’ampia parte degli sciiti. Il suo programma per frenare la corruzione, in particolare a seguito delle proteste del 2015, ha ricevuto un ampio sostegno. Tuttavia, la continua presenza di lealisti dei vari Partiti nel Governo ha rallentato e addirittura bloccato le riforme. I ritardi nell’attuazione della politica di lotta alla corruzione e l’introduzione di misure di austerità, come la riduzione degli stipendi e i licenziamenti per ridurre il deficit del bilancio, hanno fatto perdere ad al-Abadi il sostegno dei movimenti di protesta e del clero che lo avevano supportato nell’ascesa al potere. La sua intenzione di ricostruire l’esercito iracheno, nel frattempo, ha sollevato tensioni con i gruppi armati che si erano dimostrati efficaci nella lotta contro lo Stato Islamico. Lo sviluppo di conflitti tra i Partiti e la costante corruzione mettono a rischio la riconciliazione e la sicurezza irachene, inoltre, forniscono materiale di propaganda ai gruppi estremisti che cercano di attirare la popolazione nelle loro fila.<br />
Tra la fine del 2014 e i primi mesi del 2015 vi sono state una serie di offensive dell’ISIS contro curdi e sciiti in territorio iracheno. La crisi ha portato a una mobilitazione di massa delle unità curde e irachene dell’esercito, nonché delle tribù sunnite che non sostenevano l’ISIS. Anche se la controffensiva contro l’ISIS ha avuto successo, come dimostra la riconquista di città come Baiji, Tikrit, Sinjar e Mosul, il divampare delle ostilità tra curdi e sciiti nonostante gli obiettivi comuni e le accuse di discriminazione da parte della minoranza turcomanna contro i combattenti curdi indicano che la sconfitta dell’ISIS non permetterà, da sola, di risolvere le problematiche etno-settarie che affliggono l’Iraq, mancando una leadership legittimata e unificante capace di raccogliere la sfida di un processo di nation-building difficile e dall’esito incerto.<br />
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<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;"><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></span></strong><span style="color: #000000;"><b><br />
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<p style="text-align: justify;"><em>Saggi</em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Adnan Sinan, Aaron Reese. “Beyond the Islamic State: The Sunni Insurgency in Iraq”, Institute for the Study of War, Report 24, (October 2014).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ali, Ahmed. <i>Iraq’s Provincial Elections and Their National Implications. </i>Washington, D.C.: Institute for the Study of War, 2013.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Allawi, Ali A. <i>The Occupation of Iraq: Winning The War, Losing The Peace. </i>New Haven: Yale University Press, 2007.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Black, Edwin. <i>Democracy Will Fail in Iraq. </i>In Democracy: Opposing Viewpoints. Ed. Mike Wilson. Detroit: Greenhaven Press, 2006.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bremer III, Paul L. <i>My Year in Iraq. </i>New York: Simon &amp; Shuster, 2006.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Campbell, David F. J. <i>The Basic Concept for the Democracy Ranking of the Quality of Democracy</i>. Vienna: Democracy Ranking, 2008.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Davis, Eric. <i>Taking Democracy Seriously in Iraq. </i>Boston: Boston University, 2015.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">-, <i>Memories of State: Politics, History and Collective Identity in Modern Iraq. </i>London and Berkeley: University of California Press, 2005.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Dawisha, Adeed. <i>Iraq: A Political History. </i>Princeton: Princeton University Press, 2013.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Dodge, Toby. <i>Iraq: from war to a new authoritarianism. </i>London: The International Institute for Strategic Studies, 2012.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Franceschi, Daniela. “La guerra civile nello Yemen: il ruolo dell’Arabia Saudita e dell’Iran”. “Storico.org”, novembre 2016. <a href="http://www.storico.org/africa_islamici_israele/yemen.html"><span style="color: #000000;">http://www.storico.org/africa_islamici_israele/yemen.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Hashim, Ahmad. <i>Insurgency and Counterinsurgency in Iraq</i>. Ithaca, NY: Cornell University Press, 2006.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Kadhim, Abbas. <i>The Hawza Under Siege: A Study in the Ba’th Party Archive. </i>Boston: Boston University, 2013.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Kinninmont, Jane. <i>The Myth of ‘Democracy at the Barrel of a Gun’. </i>In Iraq Ten Years On. Eds. Claire Spencer, Jane Kinninmont, Omar Sirri, Eds. London: Chatham House, 2013.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Marozzi, Justin. <i>Baghdad: City of Peace, City of Blood. </i>London: Allen Lane, 2014.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Marshall, Monty G. and Keith Jaggers. <i>Polity IV Country Report 2010: Iraq</i>. Center for Systematic Peace, 2011.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">-, <i>Polity IV Project Dataset Users’ Manual</i>. Center for Systematic Peace, 2014.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">O’Hanlon, Michel E. and Ian Livingston. <i>Iraq Index: Tracking Variables of Reconstruction &amp; Security in Iraq. </i>Washington D.C.: Brookings Institute, 2013.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ricchiardi, Sherry. <i>Iraq’s News Media After Saddam: Liberation, Repression, and Future Prospects. </i>Washington, D.C.: Center for International Media Assistance, 2011.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Brigham, Robert K. Ed. <i>The United States and Iraq Since 1990. </i>Singapore: Wiley-Blackwell, 2014.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Sky, Emma. <i>The Unraveling: High Hopes and Missed Opportunities in Iraq. </i>New York: Public Affairs, 2015.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Taheri, Amir. <i>Islam and Democracy Are Incompatible. </i>In Democracy: Opposing Viewpoints. Ed. Wilson Mike. Detroit: Greenhaven Press, 2006.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Tripp Charles. <i>A History of Iraq</i>, Cambridge: Cambridge Press, 2007</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #000000;"><b>Articoli</b></span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Al-Khatteeb, Luay. “Abadi’s momentous gambit against political corruption in Iraq.” <i>Brookings Institute</i>, August 9, 2015. <a href="http://www.brookings.edu/research/opinions/2015/08/09-abadi-against-corruption-alkhatteeb"><span style="color: #000000;">http://www.brookings.edu/research/opinions/2015/08/09-abadi-against-corruption-alkhatteeb</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Al-Shebeeb Dina. “Iraqi Sunnis Ready to Fight ISIS but lack support, says tribal leader”, Al-Arabiya News, 27-October-2015, <a href="http://english.alarabiya.net/en/perspective/analysis/2015/10/27/Iraqi-Sunnisready-to-fight-ISIS-but-lack-support-tribal-leader.html"><span style="color: #000000;">http://english.alarabiya.net/en/perspective/analysis/2015/10/27/Iraqi-Sunnisready-to-fight-ISIS-but-lack-support-tribal-leader.html</span></a> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Arraf Jane. “Anbar Awakens With a New Bedfellow”, Foreign Policy Magazine, 7-May-2015, <a href="http://foreignpolicy.com/2015/05/07/anbar-awakens-with-a-new-bedfellow"><span style="color: #000000;">http://foreignpolicy.com/2015/05/07/anbar-awakens-with-a-new-bedfellow</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">-, “Haider al-Abadi’s Authority Tested by reaction to Iraq Reforms”, The Financial Times, 23-November-2015,</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="#axzz3tFqI1Mhv"><span style="color: #000000;">http://www.ft.com/cms/s/0/ef97dd52-89f5-11e5-90de-f44762bf9896.html#axzz3tFqI1Mhv</span></a>  </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bell, Gertrude. “Letters 3/10/1920<i>.</i>” <i>Gertrude Bell Archives in Newcastle University</i>. <a href="http://www.gerty.ncl.ac.uk/letter_details.php?letter_id=425"><span style="color: #000000;">http://www.gerty.ncl.ac.uk/letter_details.php?letter_id=425</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bruno Alessandro, “The Ba’Athist Roots of the Islamic State”, Geopolitical Monitor, 31-August-2015, <a href="http://www.geopoliticalmonitor.com/the-baathist-roots-of-islamic-state/"><span style="color: #000000;">http://www.geopoliticalmonitor.com/the-baathist-roots-of-islamic-state/</span></a>&gt; </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Butler, Darren and Ahmed Rasheed. “Turks keeping troops in Iraqi camp, Baghdad turns to U.N.” <i>Reuters, </i>December 11, 2015. <a href="http://www.reuters.com/article/us-mideast-crisis-turkey-iraq-idUSKBN0TU1GG20151212"><span style="color: #000000;">http://www.reuters.com/article/us-mideast-crisis-turkey-iraq-idUSKBN0TU1GG20151212</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Cockburn, Patrick. “How bribery became a way of life in Iraq.” <i>The Independent</i>, June 27, 2009. <a href="http://www.independent.co.uk/news/world/middleeast/how-bribery-became-a-way-of-life-in-iraq-1722466.html"><span style="color: #000000;">http://www.independent.co.uk/news/world/middleeast/how-bribery-became-a-way-of-life-in-iraq-1722466.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Davis, Eric. “Ab al- Karim Qasim, Sectarian Identities and the Rise of Corporativism in Iraq.” <i>Kufa Review</i> 1, no. 2 (Winter 20013).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">-, “During Saddam’s Time we could only dream of something like this!” <i>The New Middle East</i>, may 21, 2009, <a href="http://new-middle-east-blogspot.com/2009/05/during-saddams-times-we-could-only-dream.html"><span style="color: #000000;">http://new-middle-east-blogspot.com/2009/05/during-saddams-times-we-could-only-dream.html</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">-, “Local Control and Democratization in Iraq.” <i>The New Middle East</i>, november 10, 2010, htpp://new-middle-east-blogspot.com/2010/11/local-control-and-democratization-in.html<span style="text-decoration: underline;">  </span>     </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Draezen Yochi. “Maliki Used to Have the Support of Both Iran and the US. Now He’s Lost Them</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Both”, Foreign Policy Magazine, 13-August-2014, <a href="http://foreignpolicy.com/2014/08/13/maliki-used-tohave-the-support-of-both-iran-and-the-u-s-now-hes-lost-them-both"><span style="color: #000000;">http://foreignpolicy.com/2014/08/13/maliki-used-tohave-the-support-of-both-iran-and-the-u-s-now-hes-lost-them-both</span></a> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Fadel, Dalia. “Defense Minister: ISIS controls 17% of Iraqi territory after it was 40%.” <i>Iraqi News, </i>December 20, 2015. <a href="http://www.iraqinews.com/iraq-war/defense-minister-isis-controls-17-iraqi-territory-40/"><span style="color: #000000;">http://www.iraqinews.com/iraq-war/defense-minister-isis-controls-17-iraqi-territory-40/</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Gerecht, Reuel Marc. “Ayatollah Democracy<i>.</i>” <i>The Atlantic, </i>(September, 2004).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Green, Andrew. “Why Western Democracy can never work in the MiddleEast.” <i>The Telegraph, </i>August 16, 2014. <a href="http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/middleeast/11037173/Why-Western-democracy-can-never-work-inthe-Middle-East.html"><span style="color: #000000;">http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/middleeast/11037173/Why-Western-democracy-can-never-work-inthe-Middle-East.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Hanna, Michael W. “The Line in the Sand: Is Sykes-Picot Coming Undone?” <i>Journal of Middle Eastern Politics and Policy, </i>(July 13, 2015).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Hassan, Tirana. “The Thirst For Revenge Threatens to Destroy Iraq”, Foreign Policy Magazine, 1-April-2015, <a href="http://foreignpolicy.com/2015/04/01/the-thirst-for-revenge-threatens-to-destroy-iraq-shiitemilitias-tikrit"><span style="color: #000000;">http://foreignpolicy.com/2015/04/01/the-thirst-for-revenge-threatens-to-destroy-iraq-shiitemilitias-tikrit</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ibrahim, Youssef M. “Iraqis Go to Polls; Guess Who Will Win.” <i>The New York Times, </i>October 15, 1995. <a href="http://www.nytimes.com/1995/10/15/world/iraqis-go-to-polls-guess-who-will-win.html"><span style="color: #000000;">http://www.nytimes.com/1995/10/15/world/iraqis-go-to-polls-guess-who-will-win.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Hastings, Michael. “Border oil dispute worsens fears about Iran’s influence over Iraqi government.” <i>The Washington Post</i>, January 9, 2010. <a href="http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/01/08/AR2010010803654.html"><span style="color: #000000;">http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/01/08/AR2010010803654.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Jawad Saad N. “The Iraqi Constitution: Structural Flaws and Political Implications”, LSE Middle East Centre Paper Series, No 1, November 2013.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Johnson Keith, “Pushed By ISIS, Iraq and Kurds Come Closer to a Deal”, Foreign Policy Magazine, 20-November-2014, <a href="http://foreignpolicy.com/2014/11/20/pushed-by-isis-iraq-and-kurds-come-closer-toa-deal"><span style="color: #000000;">http://foreignpolicy.com/2014/11/20/pushed-by-isis-iraq-and-kurds-come-closer-toa-deal</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Karim, Ammar. “Thousands of Iraqis protest corruption, poor services.” <i>Agence France-Presse, </i>August 7, 2015. <a href="http://news.yahoo.com/thousands-iraqisprotest-corruption-poor-services-155714031.html"><span style="color: #000000;">http://news.yahoo.com/thousands-iraqisprotest-corruption-poor-services-155714031.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Miller, Benjamin. “Does Democratization Pacify the State? The Cases of Germany and Iraq.” <i>International Studies Quarterly, </i>56 (2012).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Mohammed Zhyar “No Houses For the Arabs: Iraqi Kurdish Council’s Racist Ruling About Who Can or Can’t Buy Property”, Niqash, 29-October-2015, <a href="http://www.niqash.org/en/articles/economy/5147/"><span style="color: #000000;">http://www.niqash.org/en/articles/economy/5147/</span></a> Iraqi-Kurdish-Council’s-Racist-Ruling-About-Who-Can-and-Cannot-Buy-Property.htm  </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">-, “Desperately Seekingan Opposition: Strained Relations Inside Iraqi-Kurdistan’s Power-Sharing Deal”, Niqash, 8-October-2015,</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.niqash.org/en/articles/politics/5122/Strained-Relations-Inside-Iraqi-Kurdistan's-Power-Sharing-Govt.htm"><span style="color: #000000;">http://www.niqash.org/en/articles/politics/5122/Strained-Relations-Inside-Iraqi-Kurdistan’s-Power-Sharing-Govt.htm</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nordland, Rod. “The Iraqi Voter Rewrites the Rulebook.” <i>The New York Times, </i>April 3, 2010. <a href="http://www.nytimes.com/2010/04/04/weekinreview/04nordland.html"><span style="color: #000000;">http://www.nytimes.com/2010/04/04/weekinreview/04nordland.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ollivant, Douglas A. “Why Iraq Is More Stable That You Think.” <i>Politico Magazine, </i>(July 9, 2014).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ray, James Lee. “A Lakatosian view of the democratic peace research program.” <i>Progress in international relations theory: Appraising the field, </i>(2003): 205-43.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Reilly, Benjamin. “Post-Conflict Elections: Constraints and Dangers.” <i>International Peacekeeping</i>, Vol. 9, No. 2 (2002).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Rubin, Michael. “Sunnis Must Accept Baghdad.” <i>Commentary Magazine, </i>(January 26, 2016).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Sowell Kirk H., “Maliki’s Anbar Blunder”, Foreign Policy Magazine, 15-January-2014, <a href="http://foreignpolicy.com/2014/01/15/malikis-anbar-blunder"><span style="color: #000000;">http://foreignpolicy.com/2014/01/15/malikis-anbar-blunder</span></a>    </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">-, “Abadi’s Failed Reforms”, Carnegie Endowment for International Peace, 17-November-2015, <a href="http://carnegieendowment.org/sada/?fa=62004&amp;mkt_tok=3RkMMJWWfF9wsRouu6vPZKXonjHpfsX57uslXaazlMI%2F0ER3fOvrPUfGjI4GRMFkI%2BSLDwEYGJlv6SgFSrnAMbBwzLgFWhI%3D"><span style="color: #000000;">http://carnegieendowment.org/sada/?fa=62004&amp;mkt_tok=3RkMMJWWfF9wsRouu6vPZKXonjHpfsX57uslXaazlMI%2F0ER3fOvrPUfGjI4GRMFkI%2BSLDwEYGJlv6SgFSrnAMbBwzLgFWhI%3d</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Sylvester, Kevin. “Emma Sky: Why Iraq is the ‘worst strategic failure since the foundation of the United States’.” <i>CBC News, </i>August 23, 2015. <a href="http://www.cbc.ca/news/world/emma-sky-why-iraq-is-the-worst-strategic-failure-since-thefoundation-of-the-united-states-1.3196444"><span style="color: #000000;">http://www.cbc.ca/news/world/emma-sky-why-iraq-is-the-worst-strategic-failure-since-thefoundation-of-the-united-states-1.3196444</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Thompson, Loren. “Failed State: Five Reasons Iraq Can’t Be Fixed.” <i>Forbes, </i>May 29, 2015. <a href="#3ed310e9425f"><span style="color: #000000;">http://www.forbes.com/sites/lorenthompson/2015/05/29/failed-state-five-reasons-iraq-cant-be-fixed/#3ed310e9425f</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Wicken Stephen. “Iraq’s Sunni in Crisis”, Institute for the Study of War, May 2013, No: 2.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Williams Sara Elizabeth “Destroying Homes For Kurdistan”, Foreign Policy Magazine, 23-July-2015, <a href="http://foreignpolicy.com/2015/07/23/peshmerga-war-crimes-ethnic-cleansing-islamic-state-iraq"><span style="color: #000000;">http://foreignpolicy.com/2015/07/23/peshmerga-war-crimes-ethnic-cleansing-islamic-state-iraq</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Wilson Lydia. “What I Discovered From Imprisoned ISIS Fighters”, The Nation, 21-October-2015,</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.thenation.com/article/what-i-discovered-from-interviewing-isis-prisoners"><span style="color: #000000;">http://www.thenation.com/article/what-i-discovered-from-interviewing-isis-prisoners</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Wood, David. “Iraq Reconstruction Cost U.S. $60 Billion, Left Behind Corruption and Waste.” <i>Huffington Post</i>, March 6, 2013. <a href="http://www.huffingtonpost.com/2013/03/06/iraq-reconstruction_n_2819899.html"><span style="color: #000000;">http://www.huffingtonpost.com/2013/03/06/iraq-reconstruction_n_2819899.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Vick, Karl. “Iraq’s Second Largest City Falls to Extremists.” <i>Time Magazine, </i>June 10, 2014. <a href="http://time.com/2852097/iraq-mosul-extremists/"><span style="color: #000000;">http://time.com/2852097/iraq-mosul-extremists/</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">“Clashes Between Iraqi Kurds and Shiite Fighters Kill Seven”, al-Arabiya, 13-November-2015,</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2015/11/13/Clashes-between-Iraqi-Kurd-Shiite-fighterskill-seven.html"><span style="color: #000000;">http://english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2015/11/13/Clashes-between-Iraqi-Kurd-Shiite-fighterskill-seven.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">“Iraq: Widening Crackdown on Protests”, The Human Rights Watch, 21-April-2011,</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="https://www.hrw.org/news/2011/04/21/iraq-widening-crackdown-protests"><span style="color: #000000;">https://www.hrw.org/news/2011/04/21/iraq-widening-crackdown-protests</span></a> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">“ISIL Wins Support from Iraq’s Sunni Tribes”, Al-Jazeera English, 4-June-2015,</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.aljazeera.com/news/2015/06/sunni-sheiks-pledge-allegiance-isil-iraq-anbar-150604074642668.html"><span style="color: #000000;">http://www.aljazeera.com/news/2015/06/sunni-sheiks-pledge-allegiance-isil-iraq-anbar-150604074642668.html</span></a> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">“KRG Seeks Better Relations With Baghdad to Settle Outstanding Issues”, NRT, 1-December-2015, <a href="http://www.nrttv.com/EN/Details.aspx?Jimare=4261"><span style="color: #000000;">http://www.nrttv.com/EN/Details.aspx?Jimare=4261</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">“Kurdistan Parliament Speaker Says Officials Will Prevent a Dictatorship”, NRT, 1-December-2015, <a href="http://www.nrttv.com/EN/Details.aspx?Jimare=4267"><span style="color: #000000;">http://www.nrttv.com/EN/Details.aspx?Jimare=4267</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">“Maliki blames Syria for attacks, Assad denies claim.” <i>Agence France-Presse, </i>September 4, 2009. <a href="http://www.france24.com/en/20090901-malikiblames-syria-attacks-assad-denies-claim-"><span style="color: #000000;">http://www.france24.com/en/20090901-malikiblames-syria-attacks-assad-denies-claim-</span></a> “Parliamentary claim to prevent Minister of Defense from travelling in preparation for questioning.” <i>Shafaq News, </i>April 26, 2015. <a href="http://english.shafaaq.com/politics/14116-parliamentary-claim-to-prevent-minister-of-defense-fromtraveling-in-preparation-for-questioning.html"><span style="color: #000000;">http://english.shafaaq.com/politics/14116-parliamentary-claim-to-prevent-minister-of-defense-fromtraveling-in-preparation-for-questioning.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">“Saddam ‘wins 100% of vote’.” <i>BBC News, </i>October 16, 2002. <a href="http://news.bbc.co.uk/2/hi/2331951.stm"><span style="color: #000000;">http://news.bbc.co.uk/2/hi/2331951.stm</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>IL CONTESTO STORICO E GEOPOLITICO DELLA CRISI SIRIANA</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Mar 2017 07:20:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Daniela Franceschi - La guerra in Siria è il risultato di più fattori, che passano dalle religioni coinvolte al settarismo all&#8217;interno dell&#8217;islam, alla suddivisione statuale gestita da Francia e Gran Bretagna su mandato della Società delle Nazioni dopo la fine della Prima guerra mondiale. Nel corso degli ultimi sei &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="center"><b>di Daniela Franceschi -</b></p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><em><strong>La guerra in Siria è il risultato di più fattori, che passano dalle religioni coinvolte al settarismo all&#8217;interno dell&#8217;islam, alla suddivisione statuale gestita da Francia e Gran Bretagna su mandato della Società delle Nazioni dopo la fine della Prima guerra mondiale. </strong></em></p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><b><br />
</b></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel corso degli ultimi sei anni</strong> sta imperversando in Siria una sanguinosa guerra civile che vede il regime di Bashar al-Assad scontrarsi con le diverse fazioni che compongono l’opposizione. Gli scontri armati sono stati inizialmente sporadici per poi trasformarsi in una lunga guerra civile; la copertura internazionale del conflitto si è focalizzata sulla dimensione settaria della lotta, mettendo in luce i rapporti sempre più antagonistici tra la maggioranza sunnita e la minoranza alauita all’interno della Siria. Questa contrapposizione tra sunniti e sciiti è particolarmente importante data la dimensione regionale del conflitto siriano, rapidamente evolutasi in una <i>guerra per procura</i> tra le due principali potenze dell’area, Arabia Saudita e Iran. Il settarismo all’interno della Siria sembra aver rafforzato le preesistenti divisioni settarie in tutto il Medio oriente, in particolare nel vicino Libano. Più a lungo continuerà il conflitto, più sarà importante comprendere le spaccature non solo tra le parti in lotta, ma anche al loro interno e nella regione.<br />
Questo contributo esplora i principali elementi storici e politici alla base del rafforzamento delle dinamiche settarie all’interno della Siria, concentrandosi sull’impatto regionale di tale tendenza. L’articolo cerca di inserire il settarismo nel suo contesto, rilevando i fattori politici nazionali e regionali alla base della rinascita di identità pre-assegnate. Inoltre, si cerca di integrare il concetto di settarismo all’interno di una spiegazione più ampia dell’antitesi sunniti-sciiti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La storia della Siria moderna</strong> deriva dalla divisione della regione del Levante, conosciuta come Bilad al-Sham (in arabo il Paese della Siria), dopo la disgregazione dell’impero Ottomano nel 1918 in Stati più piccoli. Queste nuove entità statuali furono assegnate alla Gran Bretagna e alla Francia come mandati dalla Lega delle Nazioni. Tale decisione fu il diretto risultato dell’accordo segreto Sykes-Picot del 1916 che divideva la regione del Levante in due sfere di influenza, una francese e l’altra inglese. Durante la successiva dominazione francese in Siria e in Libano (1920-1946 nel primo caso e 1920-1943 in quest’ultimo), le autorità francesi adottarono una linea politica focalizzata sulla divisione etnica e religiosa; infatti, i francesi separarono il Libano dal territorio siriano costruendo il “grande Libano”, dopo aver aggiunto il territorio ad est del Monte Libano alla nuova entità statuale. Questa decisione produsse uno squilibrio demografico tra i cristiani maroniti e i musulmani sciiti e sunniti, creando uno stato territoriale in cui la fedeltà della maggior parte dei libanesi era rivolta non alla nazione, bensì alla propria parte religiosa.<br />
È possibile fare considerazioni analoghe per il dominio francese nel resto del mandato siriano. Qui, la Francia si allineò con le minoranze druse e alauite; infatti, a questi gruppi fu data la priorità nel corso della progettazione dell’armata coloniale francese. Gli strateghi francesi erano desiderosi di sperimentare un sistema di divisione del territorio per “cantoni”. Pertanto, essi delegarono l’autorità ai vari leader locali, al fine di creare un equilibrio di potere basato su divisioni settarie e regionali. Questo avrebbe dovuto limitare l’attrazione derivante dal movimento nazionalista sunnita che chiedeva l’indipendenza della Siria dalla Francia e considerava la separazione dal Libano una costruzione artificiale. Nel 1938, l’esercito turco entrò nella provincia di Alessandretta, area costiera della Siria sul Mediterraneo settentrionale, espellendo parti della popolazione araba e armena. Il territorio fu successivamente inglobato nella Turchia come provincia di Hatay. Questa annessione fu concordata con le autorità coloniali francesi che intendevano migliorare le relazioni con la Turchia kemalista.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È opportuno soffermarsi sulla minoranza alauita,</strong> data la sua importanza per la storia politica siriana. La setta alauita nacque nel IX secolo traendo le sue origini dagli insegnamenti dello studioso Muhammad ibn Nusayr. Generalmente, gli alauiti si identificano come un ramo dell’Islam sciita, data la loro venerazione per Alì, cugino e genero di Maometto e primo imam sciita, ma incorporano nella loro dottrina elementi di altre fedi. Varie pratiche alauite e la segretezza della loro teologia hanno condotto alcuni musulmani a rifiutare di riconoscergli come correligionari, trattandoli con diffidenza e, a volte, con violenza. Non sorprende che i membri della setta abbiano scelto il nome alauiti, perché sottolinea la loro venerazione per Alì, stimato anche dai tradizionalisti sciiti e sunniti. Considerati degli outsiders, sono stati definiti per secoli nusayri dal nome del fondatore, un appellativo destinato a distinguerli dai musulmani.<br />
Gli alauiti subirono molte persecuzioni, per questo la loro presenza nel corso dei secoli si è limitata all’entroterra montuoso dell’attuale nord-ovest della Siria, essendo praticamente inesistente nelle zone urbane. Questo isolamento rurale li relegò allo status di reietti religiosi, contadini poveri e arretrati, privi di formazione, e di organizzazione politica e militare. Questo status è stato mantenuto anche sotto l’impero Ottomano, che conquistò le terre alauite nella metà del XIX, trasformando la comunità in una classe di braccianti sottopagati al servizio dei proprietari arabi sunniti. Il cambiamento della loro posizione sociale avvenne con la creazione del mandato francese nel 1920; infatti, la Francia adottò politiche favorevoli nei confronti delle minoranze, concedendo autonomia politica e legale dagli oppressori sunniti di un tempo, insieme a imposte limitate e a sovvenzioni governative. Essi acquisirono una notevole rappresentanza nelle forze francesi di occupazione. Questa forte presenza militare fu sostenuta anche da motivazioni socioeconomiche: i membri delle minoranze rurali vedevano il servizio militare come un’opportunità per migliorare la propria posizione sociale, mentre i sunniti urbani guardavano spesso con disprezzo all’arruolamento, considerando l’esercito poco dignitoso e uno strumento dell’imperialismo francese. Inoltre, i sunniti urbani erano più spesso in grado di pagare la commissione di rimborso per l’esenzione dal servizio militare. Fu così che le minoranze, in particolare l’alauita, vennero a giocare un ruolo sproporzionato nelle forze armate rispetto al loro peso demografico nella società siriana.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questa situazione provocò una notevole amarezza tra l’élite sunnita,</strong> poiché essa riteneva che la Francia avesse utilizzato le minoranze al fine di sopprimere le aspirazioni della maggioranza per una Siria unita a guida sunnita. In effetti, gli alauiti erano fermamente contrari al movimento per l’indipendenza e l’unificazione alla fine degli anni Trenta e Quaranta. Questa opposizione prese la forma di petizioni a favore della continuazione del Governo francese, ma anche di una ribellione armata nel 1939. Tuttavia, l’indipendenza siriana del 1946 significò la presa del potere, momentanea, dell’élite sunnita. Nonostante questa vittoria, gli alauiti e le altre minoranze conservarono la loro rappresentanza schiacciante in campo militare.<br />
Mentre gli inglesi e i francesi desideravano delle entità statuali di dimensioni ridotte per meglio esercitare su di esse un controllo efficace, l’emergente movimento nazionalista sottolineava l’unità della nazione araba; infatti, il nazionalismo iniziò a basarsi sulla condivisione e sull’uso della lingua araba, piuttosto che sull’unità territoriale della Penisola Arabica. Per questo, Paesi come l’Egitto e quelli del Maghreb iniziarono ad essere associati alle aspirazioni nazionaliste pan-arabe. Quando la Siria divenne indipendente nel 1946, lo Stato era eccezionalmente fragile. In netto contrasto con il Libano, in cui un patto nazionale del 1943 tra il cristiano maronita Bishara al-Khouri e il sunnita Riad el-Solh aveva permesso la costruzione di un sistema politico basato sulla condivisione del potere tra i diversi credi, nessun accordo formale fu raggiunto in Siria. Come risultato, la politica post-coloniale rimase nelle mani dei notabili tradizionali e della nobiltà terriera. Inoltre, le divisioni regionali all’interno della Siria, come ad esempio il conflitto tra i leader politici di Damasco e Aleppo, insieme all’esclusione dall’effettiva partecipazione politica di vasti settori della popolazione rendevano lo Stato siriano post-coloniale un’entità piuttosto debole.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra il 1946 e il 1963, la Siria decadde dal ruolo di potenza regionale,</strong> soffrendo dell’ingerenza degli Stati Uniti e dei Paesi arabi confinanti nella sua politica interna. È interessante notare come, nella saggistica di scienze politiche del tempo, la Siria fosse presentata quale il “Paese del colpo di Stato per eccellenza”, avendo sperimentato più di una dozzina di colpi di Stato militari dalla sua indipendenza.<br />
A causa della debolezza dello Stato, l’esercito siriano era divenuto lo strumento più efficace per esercitare il potere politico. Dal momento che l’esercito era stato storicamente considerato una scelta di carriera non accettabile per i membri delle classi sociali superiori, erano stati i giovani appartenenti ai ceti meno abbienti e alle minoranze ad acquisire delle alte posizioni all’interno delle forze armate, avendo così la possibilità di competere per il potere statale.<br />
Accanto all’aumento dell’influenza dell’esercito, dal 1950 la politica siriana fu caratterizzata anche dalla nascita di nuovi partiti politici che si allineavano con le ideologie dei settori popolari. Le tre forze più significative erano il Partito Baath, il Partito Nazionalista Sociale Siriano e il Partito Comunista Siriano. Le loro differenze ideologiche vertevano sul pan-arabismo e sul socialismo; il Partito Baath era ideologicamente impegnato per l’unità pan-araba, mentre il Partito Nazionalista Sociale Siriano, guidato dal greco-ortodosso Antun Saadeh, riteneva che un maggiore nazionalismo siriano avrebbe unito in una “mezzaluna fertile”, che andava da Cipro al Libano via Siria fino all’Iraq, uno Stato unico basato sulla condivisione di un patrimonio culturale comune, considerato sostanzialmente diverso da quello degli altri Stati arabi. Secondo il Partito Nazionalista, questo avrebbe permesso la fondazione di una grande Siria. Per quanto concerneva la questione del socialismo, il Partito Baath si era impegnato per “l’unità, la libertà e il socialismo”, ma rigettava le teorie marxiste.<br />
In origine, il Partito Nazionalista Sociale Siriano non era una formazione politica di sinistra, tuttavia in seguito acquisì una comunicazione più orientata verso un socialismo populista. Il Partito Comunista seguiva essenzialmente la leadership dell’Unione Sovietica, ma soffriva di divisioni interne causate dal rapporto con il Partito Baath.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il nazionalismo arabo del Partito Baath,</strong> fondato dal cristiano ortodosso Michel Aflaq (1910-1989) e dal musulmano sunnita Salah al-Din al-Bitar (1912-1980), si basava sull’obiettivo di unire tutti gli arabi, definiti nei termini di un linguaggio e di una cultura comune, in un singolo Stato. Agli inizi, il Partito aspirava a sviluppare filiali in tutti i Paesi arabi, la cui leadership era quindi suddivisa in un cosiddetto Comando Nazionale, una struttura di comando pan-araba fittiziamente responsabile di tutto il Partito, e un Comando Regionale, che concerneva la politica interna siriana. Tuttavia, dopo l’ascesa di Nasser in Egitto e la successiva ascesa del movimento pan-arabo nasseriano, la leadership storica del Partito Baath, che faceva riferimento ad Aflaq, decise di accettare il ruolo preponderante di Nasser. In seguito, il Partito si sciolse per preparare l’unificazione di Egitto e Siria durante la Repubblica Araba Unita, proclamata nel 1958 e dissolta nel 1961 dopo l’uscita della Siria. In seguito al fallimento di questo esperimento politico, i leader storici del Partito persero la maggior parte della loro precedente influenza.<br />
Il Partito fu progressivamente sempre più controllato da un Comitato di ufficiali dell’esercito, di cui faceva parte Hafiz al-Assad. Questo gruppo prese il potere in Siria attraverso un colpo di Stato l’8 marzo 1963. Un altro colpo di Stato, il 23 febbraio 1966, consolidò l’ascesa del cosiddetto nuovo Baath e sbaragliò la vecchia leadership.<br />
Il colpo di Stato del 1966, in particolare, portò al potere un corpo collettivo di ufficiali baathisti, in maggioranza alauiti, guidati da Salah Jadid, in cui al-Assad aveva servito come Ministro della Difesa.<br />
Sotto la guida di Jadid, il Partito Baath adottò un profilo di sinistra, impegnandosi nella riforma agraria e nella confisca delle terre ai grandi proprietari terrieri. Questa scelta fu sostenuta dalla fondazione dell’Unione dei contadini nel 1964, che divenne un pilastro dell’influenza baathista nel Paese.<br />
Per quanto riguardava gli affari arabi, Jadid promosse l’impegno per una <i>guerra popolare</i> al fine di liberare la Palestina, offrendo supporto logistico ai militanti palestinesi nel loro conflitto con le autorità della Giordania. Questa alleanza non fu abbastanza forte da impedire la sconfitta militare di Egitto e Siria nella guerra dei Sei Giorni del 1967, con la grave perdita economica e strategica delle alture del Golan, da allora occupate da Israele.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 16 novembre del 1970, Hafiz al-Assad,</strong> di fede alauita, portò a compimento un altro colpo di Stato, definito il Movimento Correttivo, che rimosse dal potere le sezioni più radicali del Partito Baath sotto la guida di Jadid. Ciò si rilevò una svolta decisiva per la storia della Siria moderna, infatti, in netto contrasto con i precedenti leader baathisti, al-Assad si mostrò in grado di costruire un sistema politico stabile che permise alla Siria di divenire un attore regionale influente. Al fine di spiegare questa trasformazione dello Stato e della società, i fattori economici e politici devono essere considerati congiuntamente. In termini economici, la Siria iniziò a progredire dai primi anni Settanta, grazie all’espansione dei proventi derivanti dal petrolio, che beneficiavano dell’aumento del prezzo del greggio e delle migliori relazioni con i ricchi Paesi del Golfo, consentendo una rapida espansione del settore pubblico siriano. Successivamente, i lavoratori del settore pubblico usufruirono di un accesso privilegiato alle politiche sociali, quali l’assistenza sanitaria gratuita, il sistema pensionistico, i mezzi di trasporto pubblici, servizi sociali e alcuni alloggi pubblici. Inoltre, lo Stato controllava i prezzi dei beni di prima necessità, come carburante, benzina, pane ed altri alimenti. In campagna, i proventi del petrolio furono utilizzati per fornire garanzie di prezzo per i produttori agricoli, permettendo così ai lavoratori rurali di partecipare alla crescita del tenore di vita. Nel complesso, gli anni Settanta si caratterizzarono per una rapida urbanizzazione e una transizione nel mercato del lavoro; infatti, agli inizi degli anni Settanta un lavoratore su due era impiegato nell’agricoltura, mentre alla fine del decennio era uno su quattro.<br />
In termini di riorganizzazione politica, al-Assad impresse un cambiamento notevole, spostandosi da una leadership condivisa ad una autorità politica unica. Il nuovo sistema fu caratterizzato dal predominio del Presidente, che da solo assumeva la posizione di controllo di tutte le altre Istituzioni. Molto probabilmente Assad era stato ispirato dall’esempio di Nasser in Egitto, che aveva avuto molto successo nello stabilizzare il suo Governo, impegnandosi a distribuire incarichi ad importanti funzionari, ma riservando a se stesso un esclusivo potere di coordinamento politico.<br />
Con il nuovo sistema presidenziale, lo Stato siriano si definì attraverso queste Istituzioni: il Presidente, responsabile della Presidenza della Repubblica Araba Siriana, la cui carica aveva dei confini volutamente sfumati; l’esercito; i servizi di sicurezza, operanti in modo indipendente gli uni dagli altri e senza alcun coordinamento tra le agenzie; altre Istituzioni convenzionali, che consistevano in un Governo con dei Ministri, guidato da un Primo Ministro e assistito da un Parlamento, l’Assemblea del Popolo; Istituzioni corporativistiche del regime, quali il Partito Baath, gli altri Partiti politici legali organizzati nel Fronte Nazionale Progressivo, fondato nel 1972, l’Unione dei contadini, sindacati e corpi similari.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pertanto, la caratteristica più significativa del sistema politico siriano</strong> fu la concentrazione del potere nella Presidenza. Il Presidente era il comandante in capo delle Forze Armate, controllava i servizi di sicurezza ed era il Segretario generale del Partito Baath. Mentre il dominio politico del Presidente fu codificato formalmente nella Costituzione siriana del 1973, è importante considerare che tale carica si caratterizzava per la coesistenza di poteri formali e informali: il Presidente poteva governare per mezzo di ordinanze e decreti, avendo inoltre il diritto di presentare le leggi in Parlamento. Il Governo e i 14 governatori provinciali erano nominati dal Presidente e direttamente responsabili verso di lui. L’Esecutivo era costituito da un Primo Ministro e da un numero variabile di Ministri.<br />
La possibilità per il Presidente di intervenire nell’agenda politica dell’Esecutivo non si basava su istituzioni presidenziali determinate, in quanto, le decisioni erano prese sulla base delle consultazioni con i consiglieri e con i gruppi di lavoro ad hoc. Ne conseguiva che il Presidente siriano era libero di plasmare autonomamente le prerogative del suo incarico; una leadership diretta poteva essere esercitata in ogni momento ritenuto idoneo, mentre l’autorità era delegata ad altre persone che detenevano tali posizioni in virtù della decisione presidenziale. Infatti, al-Assad decise di concentrare la sua attenzione sulla politica estera e sulla difesa, delegando la gestione economica e altre questioni interne ai consiglieri più stretti. In termini di effettivo esercizio del potere, alcuni osservatori hanno sottolineato come l’apparato informale di sicurezza, largamente basato su una lealtà settaria e direttamente responsabile verso il Presidente, si appoggiasse alle Istituzioni formali dello Stato.<br />
Per questo, molte cariche statali fungevano da facciata per i detentori del potere reale; in altre parole, il Governo ufficiale della Siria era una componente del regime siriano, ma non apparteneva necessariamente all’élite al potere. Inoltre, le diverse Istituzioni formali e informali si sovrapponevano e si rafforzavano a vicenda; ad esempio, l’esercito godeva di una rappresentanza privilegiata nella direzione del Partito Baath che, a sua volta, si basava su una linea gerarchica in quanto sede di consultazione per il Presidente, che ne era il leader. Fino al 2012, anno della modifica della Costituzione, il Partito Baath, il “Partito guida nella società e nello Stato (art.8 della Costituzione siriana del 1973), fu spesso accusato di voler egemonizzare le Istituzioni del settore pubblico, in ambito economico e educativo, e le forze armate. In sintesi, il ruolo eccezionalmente forte del Presidente rendeva impossibile per le altre Istituzioni formali applicare un sistema di pesi e contrappesi o porre il veto alle decisioni presidenziali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È possibile affermare che l’ambito economico e politico</strong> fu fortemente influenzato dal contesto geopolitico regionale e internazionale; i ricavi del petrolio iniziarono a scendere nel 1980, allorquando gli equilibri della regione divennero instabili. Per questo, la Siria usufruì dell’assistenza finanziaria dei ricchi Stati arabi del Golfo; per esempio, dopo la guerra del Kippur contro Israele nel 1973, al fine di sostenere la dottrina siriana della “parità strategica” con lo Stato ebraico in ambito militare. È importante evidenziare che, sebbene l’esercito siriano si sia sviluppato come uno dei più forti nella regione, le basi economiche della Siria non sono mai state abbastanza forti da permettere il raggiungimento dell’obiettivo della “parità strategica”.<br />
Per quanto concerne la gestione dell’economia nazionale, all’inizio della sua presidenza nel 1971 Assad cercò di stabilire migliori relazioni con i rappresentanti sunniti della tradizionale borghesia urbana. Durante l’intero periodo del suo Governo fino al 2000, la politica economica oscillò tra una maggiore liberalizzazione, come auspicato dalla tradizionale e nuova borghesia (regime-dipendente), e i provvedimenti correttivi a sostegno del settore pubblico, richiesti dai baathisti statalisti, innescando una concorrenza ciclica tra queste due componenti del regime. È plausibile sostenere che questo meccanismo abbia contribuito a contenere i meccanismi di destra e di sinistra del regime, ripartendo il potere e gestendo le varie istanze provenienti dall’interno del regime stesso. Nel tempo, questo processo ha condotto ad un aumento di influenza dei fautori della liberalizzazione. Si possono evidenziare vari punti di svolta a favore della liberalizzazione; ad esempio, la prima Infitah, termine arabo per apertura, dopo l’ascesa al potere di Hafiz al-Assad nei primi anni Settanta, e la seconda Infitah basata sulla Legge sugli investimenti del 1991 erano certamente passi significativi verso un pluralismo economico in molti settori. Tuttavia, il regime non adottò mai una linea economica in netto contrasto con il settore pubblico, perché la natura stessa dello Stato siriano esigeva una leadership basata sulla politica del settore pubblico e sul mantenimento di Istituzioni corporative. Per ciò, gli esperimenti di liberalizzazione dell’economia rimasero sotto il controllo politico dello Stato, che così si garantiva la sopravvivenza politica.<br />
Per quanto concerne le misure in materia di integrazione politica, al-Assad ampliò la rete delle organizzazioni corporativistiche sotto la guida del Partito Baath al Governo. Questo processo può essere definito di integrazione dall’alto: le organizzazioni nasseriane e comuniste furono invitate a partecipare al Fronte Nazionale Progressivo ed ebbero anche delle rappresentanze nel Parlamento, sebbene gli unici Partiti ad avere un certo sostegno popolare fossero due fazioni del Partito Comunista. Anche la minoranza curda ebbe una rappresentanza parlamentare. Nel 1990, fu permesso alla nuova borghesia di utilizzare la Camera di Commercio nella sua interazione con il Governo.<br />
Tale integrazione dall’alto fu contestata dall’opposizione. Le principali forze di opposizione siriana erano i Partiti laici della sinistra e la Fratellanza musulmana. Nel caso delle forze di sinistra, esse avevano sofferto l’intensa repressione da parte del regime agli inizi degli anni Ottanta, da cui non si erano risollevate.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Fratellanza era in origine caratterizzata da un’ala più radicale</strong> e da una più moderata, inoltre, era anche divisa secondo linee regionali e generazionali. A causa di vari eventi esterni, quali l’intervento del Governo -originariamente a fianco dei cristiani maroniti- nella guerra civile libanese, l’ala radicale della Fratellanza prese il sopravvento, impegnandosi in un’agitazione contro il regime secolare imposto dal Partito Baath e in una campagna settaria armata contro la minoranza alauita tra il 1976 e il 1982.<br />
Durante questo conflitto, la Fratellanza fu in grado inizialmente di ottenere un certo sostegno da parte di alcune compagini sociali che comprendevano artigiani, commercianti, e gli elementi della tradizionale borghesia urbana sunnita. Inoltre, alcuni ordini professionali, tra cui quelli dei medici, degli ingegneri e degli avvocati, furono influenzati dalla Fratellanza. Tuttavia, la radicalizzata e armata Fratellanza fallì nella lotta per il potere con il regime, in gran parte perché l’appoggio della società siriana era di portata limitata, infatti, anche al suo apice alla fine degli anni Settanta, non superò mai i 30.000 aderenti.<br />
Né i lavoratori urbani impiegati nel settore pubblico né la popolazione rurale espressero mai un significativo sostegno alla Fratellanza. Inoltre, tale formazione politica non mise mai in campo dei seri tentativi per costruire una coalizione politica più ampia con le altre forze di opposizione; infatti, l’alleanza politica a breve termine con i Partiti laici di sinistra agli inizi degli anni Ottanta mancò di credibilità, riflettendo in realtà una profonda scissione tra islamisti e laici, la cui coalizione si basava esclusivamente sull’ostilità verso il regime. Ancora più importante, gli islamisti accettarono l’assistenza finanziaria e militare straniera, principalmente dall’Iraq di Saddam Hussein, dalla Giordania, dall’Arabia Saudita e dagli Stati conservatori del Golfo, per avviare una campagna di terrorismo urbano contro il regime, violenza che ebbe ben presto una rapida escalation con l’assassinio di un numero crescente di rappresentanti del regime e studiosi sunniti. Vi furono alcuni tentativi da parte del regime per addivenire ad un accordo con gli islamisti nel 1979, ma questi sforzi fallirono.<br />
Nel 1982, l’esercito siriano si scontrò con la Fratellanza nella città di Hama, mettendo fine all’insurrezione e sancendone la sconfitta. La sconfitta politica e militare della Fratellanza sottolineava la capacità del regime di Assad di contare ancora su un numero di sostenitori all’interno del Paese sufficientemente ampio e che la politica di auto-isolamento e di attacco armato degli islamisti era fallimentare, nonostante il notevole grado di supporto esterno che era stato offerto agli islamisti da una grande coalizione di potenze straniere desiderose di rimuovere Assad dal potere. Negli anni successivi al 1982 e fino alla sua morte nel 2000, Assad si impegnò per migliorare le relazioni con la comunità sunnita in generale e con i leader religiosi in particolare. Questa linea politica di accomodamento fu incentrata sugli sforzi per promuovere una leadership religiosa moderata, offrendo risorse statali per il programma di costruzione di una grande moschea. Uno dei risultati di questa linea politica, accompagnata da sforzi simili per sostenere delle buone relazioni con le altre religioni, fu un miglioramento del rapporto tra lo Stato e i capi religiosi, relazioni messe da parte dall’ideologia secolarista del Partito Baath.</p>
<div id="attachment_5924" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/02/Checkpoint-a-Damasco-E-Arrott.jpg"><img class=" wp-image-5924 " alt="Checkpoint a Damasco, 2012 - E Arrott" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/02/Checkpoint-a-Damasco-E-Arrott.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Checkpoint a Damasco, 2012 &#8211; E Arrott</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>In sintesi, è possibile affermare che la prima decade del Governo di Hafiz al-Assad</strong> fu la più dinamica dal punto di vista economico, con alti tassi di crescita, tipici di quei Paesi che effettuano la transizione da un’economia prettamente agricola ad una industriale. In questo periodo, la Siria si impegnò nella riforma agraria e nell’industrializzazione, ma con risultati contrastanti; infatti, la portata della distribuzione della terra fu molto limitata, mentre ebbero maggior successo gli sforzi per aumentare la produttività dei terreni, al contempo, le numerose industrie di proprietà statale non erano abbastanza complete per creare dei legami forti tra i diversi settori, ed inoltre, molte erano in perdita fin dall’inizio della loro attività. Tuttavia, queste politiche rafforzarono l’autonomia economica del Paese e il compromesso sociale interno che si basava sul settore pubblico.<br />
La successione del figlio di al-Assad, Bashar, alla carica di Presidente, dopo la morte del padre nel 2000, evidenziò come la classe dirigente siriana non desiderasse aprire alcuna contestazione per il potere tra i rappresentanti della vecchia leadership. Il nuovo Presidente, che al momento di assumere la carica aveva 34 anni, simboleggiava un cambiamento generazionale e l’apertura del Paese verso altre influenze culturali, dall’incremento dell’istruzione in lingua inglese nel sistema educativo all’introduzione di Internet. Subito dopo la successione presidenziale, i commentatori occidentali si focalizzarono sull’interrogativo se Bashar stesse semplicemente servendo le esigenze degli attuali detentori del potere. Tuttavia, divenne rapidamente evidente che era in corso un vero e proprio spostamento di autorità, dato che i 2/3 dei più importanti incarichi del regime furono riassegnati.<br />
Una volta insediatosi, lo stile della leadership di Bashar si contraddistinse per un approccio graduale e misto; in termini di politica interna, rifiutò di impegnarsi in qualsiasi riforma politica fondamentale, sebbene un aumento della libertà dei media e la nascita di associazioni della società civile dimostravano un’apertura della società siriana, al contempo, in ambito economico continuò l’approccio graduale di liberalizzazione, già prevalso sotto suo padre. Tuttavia, è interessante notare come la liberalizzazione economica abbia conosciuto un significativo aumento dopo il 2005, sottolineando la deriva delle alte sfere della classe dirigente statale verso un’alleanza con la nuova borghesia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In politica estera, la Siria continuò a far parte di un asse di resistenza</strong> con l’Iran e Hezbollah in Libano. Sostenitore di un nazionalismo pan-arabo, supportava attivamente i movimenti palestinesi, richiedendo, inoltre, la restituzione delle alture del Golan da parte di Israele.<br />
Subito dopo essersi insediato, il nuovo Presidente fu accolto da un movimento della società civile con un profilo di sinistra, conosciuto come <i>primavera di Damasco</i>. Questo movimento era guidato principalmente da intellettuali che chiedevano l’abolizione dello stato di emergenza, il rilascio dei prigionieri politici e l’introduzione di un sistema multipartitico in Siria. Tuttavia, gli intellettuali non furono in grado di raggiungere con le loro richieste i settori più ampi della popolazione e della classe dirigente statuale. Il movimento fu messo a tacere dalle forze di sicurezza nel 2001, con l’arresto di alcune persone con l’accusa di reati contro la Nazione e contro le Leggi di sicurezza.<br />
È importante evidenziare che ben prima dell’inizio delle manifestazioni contro il regime, vi era un profondo malessere tra la popolazione siriana. Le radici della guerra civile siriana sono complesse e stratificate e non possono essere comprese basandosi su identità settarie preesistenti e sulla divisione fra sunniti e sciiti. Ci sono almeno altre tre spiegazioni per la rivolta in Siria. In primo luogo, le proteste anti-regime, viste nella più ampia onda regionale delle mobilitazioni sociali e politiche stimolate dalla primavera araba, erano una risposta ad un regime autoritario governato attraverso Leggi di emergenza, clientelismo e corruzione endemica. In secondo luogo, le manifestazioni iniziali del marzo del 2011 nacquero da un crescente senso di frustrazione per le crescenti disuguaglianze sociali e il malgoverno all’interno della Siria. Dopo aver preso possesso della carica presidenziale, Bashar al-Assad accelerò il processo di liberalizzazione economica del padre, avendo come obiettivo politiche neoliberiste più ampie, volte alla privatizzazione dei beni pubblici, del settore finanziario, e all’incoraggiamento degli investimenti di capitali stranieri in Siria.<br />
Queste riforme, che ebbero una trazione supplementare dopo il ritiro dal Libano nel 2005, condussero ad una crescita economica- in parte sostenuta dall’incremento globale dei prezzi del petrolio- e ad un picco di investimenti esteri. Tuttavia, come le contemporanee riforme liberiste in altri Paesi arabi, il movimento verso il mercato trascurò una equa distribuzione del reddito e la protezione sociale. Di conseguenza, la liberalizzazione economica non portò ingenti fondi verso la produzione industriale e l’agricoltura locale, non riuscendo quindi a generare una sostanziale occupazione, ma facendo invece emergere una forte disuguaglianza reddituale tra i principali centri urbani e le periferie.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In terzo luogo, le condizioni di vita della classe media inferiore</strong> e della classe operaria siriana, soprattutto di coloro che vivevano nella periferia geografica del Paese, si erano già deteriorate negli anni precedenti il 2011, a seguito dell’inflazione, del calo del prezzo del petrolio, e della contrazione dei sussidi da parte di Damasco. Questo deterioramento fu aggravato da una <i>governance </i>fallimentare e dalla corruzione a livello locale.<br />
Vi è stata, inoltre, una diminuzione dell’efficacia del settore della sicurezza, ma non della sua brutalità. Al contempo, il governo locale era divenuto l’incarnazione di una cultura predatoria, in cui le risorse non erano distribuite ma scremate a beneficio di pochi. Questa dinamica di sviluppo ineguale, corruzione, e diseguaglianza centro-periferia spiega le radici della rivoluzione in Siria, mostrando dei parallelismi tra la manifestazione politica che scatenò il risveglio arabo in Tunisia e il ciclo iniziale di proteste in Siria. Allo stesso tempo, non possono essere trascurate le faglie settarie come ulteriore fattore che contribuì ad aumentare le tensioni interne, stimolate dalla combinazione di elementi strutturali, politici e economici.<br />
Negli ultimi decenni, l’accesso individuale e comunitario al potere e ai privilegi si era correlato strettamente con le identità settarie. Storicamente, il regime di Hafiz al-Assad si basava su una combinazione di repressione e cooptazione per assicurare la permanenza al potere, mantenendo una forte aderenza di tutte le Istituzioni di Governo e dell’apparato coercitivo. Una strategia chiave per il mantenimento del regime era stato quello di premiare minoranze come drusi, ismaeliti, e soprattutto alauiti- che rappresentano circa il 10% della popolazione siriana- con un accesso sproporzionato al potere e ai privilegi. Allo stesso tempo, il limite esclusione/inclusione non era determinato solo da politiche settarie e di identità; entrambi gli Assad usarono le riforme economiche per consolidare il potere, la stessa liberalizzazione fu uno strumento per ampliare le basi di sostegno del regime, garantendo la fedeltà dei beneficiari di tali riforme economiche, vale a dire la classe superiore urbana sunnita. Le élite economiche cristiane e sunnite di Damasco, e in misura minore di Aleppo, ottennero un maggior accesso al potere politico, processo facilitato dalla crescita di una generazione di ufficiali fedeli a Bashar ed impegnata nel suo progetto politico ed economico. Lo stesso matrimonio tra Bashar al Assad e la siro-britannica Asma al-Akhras, appartenente ad una benestante famiglia sunnita originaria di Homs, simboleggiava l’alleanza tra l’élite militare e politica alauita e l’élite finanziaria sunnita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le proteste iniziali del 2011</strong> non avevano come obiettivo delle richieste settarie, infatti, il loro fine era un vero cambiamento sociale, economico e politico. Le proteste iniziarono nella periferia sud-ovest della città di Dara’a, una città rurale e povera, per poi diffondersi a macchia d’olio in tutta la Siria.<br />
Incominciate come proteste non violente, il confronto si fece rapidamente violento, e ancora più rapidamente passò da una connotazione prettamente politica ad una confessionale. La comprensione di questa metamorfosi in un conflitto settario violento richiede un’analisi della strategia politica deliberatamente adoperata dal regime siriano e, forse meno deliberatamente, dalle potenze straniere presenti sui diversi fronti della guerra civile. Queste strategie politiche hanno mobilitato fratture settarie preesistenti, spinte in primo piano dal conflitto.<br />
La strategia del regime di Assad per trattare con l’opposizione interna ebbe varie componenti: violenta repressione delle proteste, unita a vaghi cambiamenti politici, e una campagna mediatica che accusava l’opposizione di estremismo e terrorismo, al fine di mobilitare le minoranze a fianco del regime.<br />
Se si guardano le proteste attraverso le lenti della sicurezza, il regime di Assad si basava su una strategia deliberata e abbastanza completa per indurre la paura. Questa strategia intendeva sopprimere tutti i tipi di mobilitazione, per mezzo di rappresaglie contro le comunità e le zone in cui si fosse verificato l’attivismo anti-regime, arrestando, torturando e uccidendo i leader della protesta, e intimidendo i sostenitori della rivolta. Questa campagna sempre più brutale giocò un ruolo chiave nello spingere l’opposizione da una protesta non violenta ad una violenta, inoltre, la militarizzazione del conflitto è servita ad Assad per avere opzioni più ampie nel trattare con l’opposizione, dal momento che un regime autoritario è meglio equipaggiato per affrontare un’opposizione violenta che una prolungata lotta non violenta.<br />
L’escalation di violenza permise al regime di preservare le sue basi di sostegno, infatti, soffiando sul fuoco del settarismo, chiamò a raccolta le principali minoranze del Paese, con la notevole eccezione dei curdi. Il regime affermò astutamente che, in caso di vittoria dell’opposizione estremista sunnita, vi sarebbero state notevoli minacce per la sopravvivenza di quelle comunità.<br />
Lo spettro dell’estremismo settario sunnita era riuscito a garantire la fedeltà delle piccole ma importanti minoranze all’interno della Siria, tra cui i drusi, gli alauiti e crescenti porzioni della comunità cristiana. Assad rafforzò pericolosamente anche la dimensione settaria del conflitto basandosi su gruppi paramilitari di difesa, appartenenti per la maggior parte alla comunità alauita.<br />
Tuttavia, sarebbe riduttivo considerare il sorgere del settarismo come causato interamente dal regime; infatti, l’opposizione ad Assad ha fatto la sua parte per contribuire a questa tendenza, anche se la Coalizione Nazionale Siriana delle Forze dell’Opposizione e della Rivoluzione, organismo politico riconosciuto come il rappresentante del popolo siriano, e intellettuali come Radwan Ziadeh avessero sottolineato la dimensione inclusiva e non settaria del loro progetto. Tuttavia, nella pratica i gruppi jihadisti e salafiti hanno acquisito sempre maggior influenza, divenendo importanti settori dell’opposizione anti-Assad, di cui sono documentate le atrocità commesse contro le minoranze cristiane e alauite.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il rafforzamento del campo radicale dell’opposizione</strong> è correlato ad un altro elemento principale del settarismo in Siria, l’influenza e il ruolo di attori esterni. Il sostegno finanziario e il supporto al campo islamista da parte dei Paesi del Golfo ha incrementato il potere degli islamisti rispetto ad altri settori dell’opposizione. Tale supporto contribuisce direttamente alle dinamiche settarie della guerra civile; in effetti, il settarismo in Siria e nella regione non può essere compreso senza studiare il ruolo che la geopolitica regionale ha giocato nel plasmare il conflitto siriano e le sue dinamiche interne, trasformando gradualmente la Siria in un campo di battaglia <i>per procura</i> e in una guerra settaria.<br />
Il conflitto in Siria appare oggi come un’estensione della guerra fredda regionale tra Arabia Saudita e Iran, che li vede coinvolti anche nella contemporanea guerra civile dello Yemen. La politica estera dell’Arabia Saudita è divenuta sempre più assertiva, per quanto riguarda il risveglio arabo, dopo il suo intervento militare nel 2011 a sostegno della monarchia sunnita del Bahrain contro un’opposizione politica sciita. Il crescente interesse e coinvolgimento dei sauditi in Siria è una reazione ad una combinazione di tendenze che percepiscono come preoccupanti; queste includono l’avversione tradizionalista per l’ondata rivoluzionaria che stava agitando il mondo arabo nel 2011 e per le forze politiche che spingevano per la democratizzazione; la profonda apprensione per l’espansione del ruolo regionale dell’Iran. In questo contesto, Riad vede il supporto per l’opposizione anti-Assad e il cambio di regime in Siria come strumenti cruciali per indebolire l’influenza iraniana nella regione, privando Teheran del suo principale alleato arabo e tagliando le linee di supporto ad Hezbollah in Libano.<br />
Per l’Iran, sussiste un calcolo simile sulla necessità di preservare la sua influenza regionale, perciò ha investito pesantemente sulla sopravvivenza del regime di Bashar al-Assad. Nel caso di prevalenza dell’alleato di Teheran a Damasco, i sauditi temono un cambiamento inarrestabile a favore dell’Iran e dei suoi alleati regionali, in particolare Siria e Hezbollah. La crescente instabilità della regione e l’ambizione nucleare iraniana spingono l’Arabia Saudita verso una politica più assertiva che utilizza il settarismo per galvanizzare gli arabi sunniti contro gli sciiti, guidati dall’Iran.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche se le preesistenti tensioni tra sunniti e sciiti</strong> e tra l’Iran e l’Arabia Saudita contribuiscono all’animosità e agli attacchi al vetriolo da entrambe le parti, il loro attuale livello di coinvolgimento e l’impegno in Siria non possono essere compresi senza riconoscere la loro importanza strategica per entrambe le parti; in altre parole, il settarismo senza la geopolitica non è sufficiente a spiegare le politiche saudite e iraniane in Siria. Inoltre, più lungo sarà il conflitto, meno il prisma sunniti-sciiti sarà in grado di catturare la piena realtà siriana. La crescente frammentazione del conflitto all’interno della Siria va ben al di là della dimensione confessionale; infatti, tale frammentazione riflette e aumenta le dinamiche geostrategiche in Medio oriente, contribuendo al ridisegno delle alleanze e al riequilibrio regionale del potere.<br />
Attualmente ci sono tre blocchi principali all’interno della regione coinvolti nel conflitto siriano. Le linee di fratture tra questi blocchi sono determinate più dagli interessi geopolitici che dal settarismo. Il primo blocco, comunemente denominato asse della resistenza, è composto da Iran, Siria e Hezbollah; dopo aver perso il sostegno dei sunniti di Hamas nel 2013, questo asse ha acquisito connotazioni sempre più settarie. Tuttavia, è importante osservare come gli alauiti non siano sciiti nel senso religioso del termine, infatti, sono stati riconosciuti come sciiti dal punto di vista politico nel contesto della guerra civile libanese e con l’avvento dell’Iran di Khomeini nel 1980.<br />
Il conflitto siriano ha anche galvanizzato un risveglio sunnita che ebbe inizio a Tunisi alla fine del 2010. In realtà, sono emersi due diversi campi sunniti regionali: un’alleanza rivoluzionaria a favore della Fratellanza musulmana e un’alleanza rivoluzionaria contraria alla Fratellanza. Esaltata dalla primavera araba, l’alleanza rivoluzionaria ha inizialmente incluso l’Egitto di Morsi, la Turchia di Erdogan, il Qatar, e Hamas a Gaza. Tuttavia, questo campo appare decisamente fluido, soprattutto dopo la caduta dei Fratelli musulmani in Egitto e l’impatto negativo della transizione politica egiziana su Hamas.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il campo contrario alla Fratellanza musulmana</strong> comprende le monarchie interessate al mantenimento dello status quo al proprio interno, Emirati Arabi, Kuwait e Giordania, oltre all’attuale Governo egiziano del generale el-Sisi. L’Autorità palestinese, anche se marginale, è parte di questo blocco.<br />
Per quanto riguarda il conflitto siriano, sia il campo rivoluzionario sia quello interessato al mantenimento dello status quo sunnita intendono rimuovere Assad dal potere, fornendo finanziamenti e supporto a diversi segmenti dell’opposizione, favorendone le divisioni interne. Il principale sostenitore estero dell’opposizione, l’Arabia Saudita, appoggia sia la Coalizione Nazionale e l’Esercito Libero Siriano, ufficiali che hanno disertato dall’esercito regolare e combattono contro il Governo, sia i loro rivali salafiti. Alcuni gruppi dell’opposizione hanno legami con network transnazionali jihadisti-salafiti, come il Fronte di Al-Nusra, l’ala fondamentalista del radicalismo sunnita, che intende rovesciare il regime siriano per instaurare uno Stato islamico basato sulla Sharia e che rappresenta il braccio locale della rete di Al-Qaeda in Siria. Questi gruppi contribuiscono a rafforzare le linee di faglia esistenti nelle file dei ribelli, accrescendo ulteriormente la frammentazione dell’opposizione.<br />
Risulta importante soffermarsi anche sull’Isis, la formazione terroristica divenuta sempre più un attore fondamentale della crisi siriana. Lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante è una organizzazione terrorista stanziatasi nel territorio desertico, ricco di petrolio e gas, che circonda i fiumi Eufrate e Tigri della Siria e dell’Iraq. L’ISIS è una mutazione dei gruppi salafiti-jihadisti guidati in Iraq da Abu Musab al-Zarqawi e da altri comandanti, la cui ultima iterazione è lo Stato Islamico in Iraq guidato dall’iracheno Abu Bakr al-Baghdadi. Lo stato Islamico è entrato nel campo siriano dopo che il Fronte di Al-Nusra rifiutò di impegnarsi in una fedeltà esclusiva verso al-Baghdadi. Con una mossa audace, l’Isis dichiarò unilateralmente che, nonostante la leadership di Al-Qaeda in Afghanistan, avrebbe avuto la responsabilità di guidare il Fronte Al-Nusra in Siria, da qui una profonda spaccatura con tale organizzazione che non ne riconosce l’autorità e ha dichiarato di seguire soltanto le direttive della centrale di Al-Qaeda. Come Al-Nusra, l’Isis si è impegnata a stabilire uno Stato islamico; per perseguire questo obiettivo ha dichiarato la fondazione del califfato nel giugno del 2014, invitando i musulmani di tutto il mondo a migrare verso i suoi territori. A differenza del Fronte Al-Nusra, le ambizioni dell’Isis sono esplicitamente più transnazionali, con un rifiuto completo del concetto di stato-nazione. Gli obiettivi a breve termine comprendono la distribuzione di risorse umane e materiali nel territorio che controlla, per consolidare il proprio potere, raccogliere fondi per l’acquisizione delle armi e costruire una base di appoggio in cui formare la futura generazione di combattenti. L’intento genocida nei confronti delle minoranze, basti ricordare le stragi di cristiani e yazidi, la sua rapida espansione, e la minaccia dei confini internazionali hanno condotto ad un intervento internazionale nel settembre del 2014. Dal punto di vista prettamente politico, l’Isis è un nemico comune per il regime di Assad e per i curdi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo breve excursus riguardante i diversi attori del Medio</strong> oriente coinvolti nella guerra civile siriana mette in luce i limiti dell’approccio esclusivamente bipolare sunniti-sciiti per descrivere la realtà del conflitto. La geopolitica regionale detiene, quindi, strumenti più idonei per spiegare le dinamiche in evoluzione sul terreno. La guerra civile in Siria è oggi una <i>guerra per procura</i> regionale complessa e sempre più frammentata, in cui i principali blocchi hanno deciso che la loro vittoria sul campo di battaglia <i>per procura</i> migliorerà la loro potenza regionale e indebolirà gli avversari.<br />
Il potente mix di settarismo, geopolitica, e frammentazione alimenta ripercussioni profonde e potenzialmente a lungo termine sia in Siria sia nella regione. La guerra civile si è evoluta in diverse lotte parallele: un conflitto verticale tra il regime e l’opposizione, una <i>guerra per procura</i> regionale tra Iran e Arabia Saudita, una lotta orizzontale tra le forze ribelli su chi rappresenti l’opposizione, una opportunità per i curdi di ottenere l’autonomia.<br />
La frammentazione influisce sulle prospettive per porre fine alla guerra e avviare una transizione politica. Al contempo, il settarismo, come la frammentazione, ha un effetto tossico sulla risoluzione del conflitto, tanto più che la convergenza di interessi geopolitici e nazionali ha aumentato la posta in gioco sia per Assad e i suoi sostenitori sia per i gruppi di opposizione. La guerra civile sta divenendo sempre più un conflitto a somma zero, per questo vi è un aumento delle atrocità di massa, di crimini contro l’umanità e di atti di vera e propria pulizia etnica.<br />
I costi per il Medio oriente sono stati notevoli; in Iraq, gli estremisti sunniti affiliati ad Al-Qaeda hanno ripreso vigore, aggravando pericolose divisione settarie, al contempo, il Libano, divenuto sempre più instabile a causa della guerra in Siria, affronta una paralisi politica disfunzionale, con un inasprimento del settarismo e una crescente inquietudine all’interno delle comunità sunnite e sciite per l’aumento del salafismo e il massiccio afflusso di rifugiati siriani.<br />
A livello geopolitico, le linee di faglia tra pro e anti Assad hanno posto le basi per un equilibrio regionale particolarmente incerto, con implicazioni deleterie per la relazioni sciiti-sunniti.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più </span></em></strong></p>
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		<title>IL VICINO ORIENTE O LA GEOPOLITICA DEL CAOS</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Oct 2016 07:21:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi - Ancora una volta il Vicino Oriente è in fiamme. Le frontiere degli Stati sembrano meno forti delle differenze/divergenze sunnito-sciite. La posta in gioco è molto alta: l’egemonia su tutta l’area. l Vicino Oriente è a ferro e fuoco. Si tratta, a ben vedere, di una delle &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="right">di Massimo Iacopi -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Ancora una volta il Vicino Oriente è in fiamme. Le frontiere degli Stati sembrano meno forti delle differenze/divergenze sunnito-sciite. La posta in gioco è molto alta: l’egemonia su tutta l’area.</strong></em></p>
<div style="text-align: justify;">
<table width="700" cellspacing="0" cellpadding="0" align="left">
<tbody>
<tr>
<td align="left" valign="top"></td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
<p style="text-align: justify;"><strong>l Vicino Oriente è a ferro e fuoco.</strong> Si tratta, a ben vedere, di una delle conseguenze della scomparsa dell’Impero ottomano alla fine della Prima guerra mondiale. L’arco di crisi, in effetti, ingloba la Palestina, il Libano, la Siria e l’Iraq, vale a dire i <em>Vilayet </em>(suddivisione amministrativa equivalente alla provincia) meridionali dell’Impero ottomano. Indubbiamente problemi esistono anche altrove, in Iran, in Libia, in Egitto, nello Yemen, ma nelle antiche province arabo-ottomane, l’espansione dell’ISIS rimette in discussione le frontiere e gli Stati nazione, elemento che costituisce di fatto un fenomeno nuovo.<br />
Paradossalmente, le costruzioni artificiali del periodo coloniale (dopo il 1920) sembravano aver attecchito dopo l’indipendenza. Il Libano è sopravvissuto alla partenza dei francesi nel 1943; i palestinesi, senza acquisire un vero Stato, si sono visti riconoscere come popolo dagli accordi di Oslo del 1993. In Siria e in Iraq la rivalità mortale fra i due partiti Baath, dal 1967 al 2003, ha dimostrato soprattutto il radicamento di una nuova identità nazionale a danno del panarabismo, mentre la Giordania, il più artificiale di tutti gli Stati arabi, ha saputo resistere ai tentativi di destabilizzazione. Infine i movimenti islamisti che hanno occupato lo spazio della contestazione, a partire dagli anni 1970, si sono a loro volta inseriti nella dimensione nazionale, come si è visto con la breve vittoria dei Fratelli musulmani egiziani alle elezioni presidenziali del 2012.<br />
Le primavere arabe (2011), dando la sensazione di completare e preservare la perennità del modello nazionale, si sono concentrate sulla democratizzazione dello stato-nazione e non su un possibile rimodellamento del Medio Oriente. In Siria, invece, la primavera araba si è trasformata in una guerra civile evolutasi rapidamente in guerra regionale, il cui perno è nella rivalità fra Arabia Saudita e l’Iran.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Il fallimento del nazionalismo</b></h3>
<div id="attachment_5302" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/09/150416-A-BX700-254_18192625738.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-5302" alt="Soldati iracheini addestrati dalle forze statunitensi, Iraq" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/09/150416-A-BX700-254_18192625738-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Soldati iracheini addestrati dalle forze statunitensi, Iraq</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Fino alle primavere arabe, i grandi movimenti di mobilitazione popolare si sono riferiti a ideologie sovrannazionali: il panarabismo e l’islamismo. L’alternativa all’Impero ottomano è stato, in effetti, il nazionalismo arabo, non i patriottismi locali &#8211; anche se i francesi e gli inglesi hanno fatto di tutto per contrastarli, dopo averli incoraggiati durante la Prima guerra mondiale. Questo nazionalismo non era islamico poiché desiderava unificare tutti gli arabi (compresi anche gli Arabi cristiani, spesso attivi all’interno di questi movimenti) e si poneva in una posizione sovranazionale (o piuttosto sovrastatale), rifiutando le frontiere ereditate dalla colonizzazione. Negli anni ’50, in tutto il mondo arabo, dal Marocco, allo Yemen, all’Oman, al Qatar, i movimenti di liberazione nazionale si sono tutti riferiti al nazionalismo arabo.<br />
In effetti questo movimento ha fallito i suoi obiettivi: esso ha alcune volte preso il potere (l’FLN in Algeria, Nasser in Egitto, i partiti baathisti in Iraq e Siria) ma chiudendosi nel contesto delle frontiere statali ereditate dal colonialismo. Questa fragilità è stata accentuata dal fatto che il nazionalismo arabo è servito di copertura alla presa del potere in Siria da parte della minoranza alawita cripto-sciita, di cui fa parte la famiglia El Assad, a danno degli arabi sunniti (colpi di stato del 1963, 1968, 1970). In Iraq, in una simmetria negativa, il partito Baath è servito da strumento per gli arabi sunniti, minoritari demograficamente e rappresentati da Saddam Hussein e il suo clan.<br />
Fino al 1979, la questione dell’opposizione fra sciiti e sunniti non si era ancora posta. Nei paesi arabi, gli sciiti, in minoranza dal punto di vista demografico, (ad eccezione dell’Iraq e del Bahrein, dove erano tuttavia dominati politicamente dai sunniti), preferivano identificarsi nelle grandi cause: nazionalismo arabo e comunismo, quindi, a partire dal 1979, con l’islamismo.<br />
La rivoluzione del 1979 contribuisce in qualche modo a “iranizzare” gli sciiti arabi agli occhi dei sunniti, anche se il sostegno all’Iran era ben lungi dall’essere unanime.<br />
L’Iran islamico riformula in termini ideologici la volontà, già manifesta sotto lo Shah, di diventare la potenza egemonica del Medio Oriente. Gli Hezbollah sciiti libanesi sono stati la pedina fondamentale di questa politica che è culminata nel 2006, in occasione della sua resistenza all’intervento militare israeliano nel Libano del sud. Ma questa strategia non ha funzionato: i soli arabi che si sono avvicinati all’Iran sono stati quelli su base sciita e la crisi siriana del 2011 ha fatto saltare qualsiasi possibilità di coalizione fra sciiti e sunniti.<br />
La prima manifestazione aperta della nuova divisione confessionale sciiti-sunniti avviene nel settembre 1980 con la guerra Iran-Iraq. Nonostante i tentativi iraniani di mobilitare la popolazione araba contro Saddam, il conflitto assume molto rapidamente una connotazione confessionale. I Fratelli musulmani e le Monarchie del Golfo, senza dimenticare l’OLP di Yasser Arafat, sostengono l’Iraq, visto come bastione del mondo arabo sunnita con i “persiani” sciiti.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Sunniti emarginati</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Questo grande riallineamento geostrategico viene esacerbato dalla sua riformulazione in termini religiosi da una parte degli aventi causa: gli sceicchi wahabiti dell’Arabia Saudita lanciano un anatema contro gli “eretici” sciiti, siano essi persiani o arabi, mentre gli iraniani, da parte loro, mobilitano tutta l’escatologia sciita per legittimare la loro causa. Tutto questo sistema crolla con l’intervento americano del 2003 e la caduta di Saddam Hussein. Gli sciiti hanno preso il potere in Iraq. I curdi, repressi fino a quel momento, hanno ottenuto un’autonomia dalla quale sarà molto difficile tornare indietro e gli arabi sunniti si ritrovano, all’improvviso, esclusi da un potere che essi consideravano come loro appannaggio.<br />
Mentre la popolazione araba sunnita risultava maggioritaria nell’insieme dei <em>Vilayet </em>arabi dell’Impero ottomano, il solo Stato dove i sunniti siano ancora oggi al potere è la Giordania, lo stato più piccolo della regione. In Palestina, la speranza di instaurare uno stato si allontana ogni giorno di più; il Libano è governato, di fatto da cristiani maroniti e sciiti; in Siria, il potere si è ridotto al bastione alawita; in Iraq il governo è sciita.<br />
Gli arabi sunniti sono quasi ovunque emarginati, rilanciando il vecchio fantasma coloniale di un Medio Oriente dominato dalle minoranze. Si tratta di un cambiamento rilevante nella regione e che si è trasformato in un formidabile atout per l’ISIS. Secondo alcuni osservatori l’ISIS ha due padri, Osama bin Laden e Saddam Hussein. Dal primo, l’ISIS avrebbe preso la retorica e la pratica del terrorismo: islamismo, soprannazionalità, califfato mondiale, antisemitismo, anticristianesimo e manipolazione dei media. Dal secondo avrebbe ereditato la sua base territoriale (triangolo sunnita in Iraq) e buona parte dello sconfitto apparato militare iracheno.<br />
Esistono, tuttavia, due diversità basilari con Al Qaeda. Per l’ISIS, la priorità è quella di combattere gli “eretici”, vale a dire gli sciiti, più che l’Occidente. Si tratta, pertanto, più di un attore regionale che globale. D’altra parte, l’ISIS critica apertamente la strategia de-territorializzata di Al Qaeda e vuole creare un califfato territoriale da una base permanente, che comunque definisce come in progressiva espansione. In questo senso parlare di Stato islamico sembrerebbe inappropriato: l’ISIS non vuole stabilire un nuovo Stato-nazione guidato dalla <em>sharia</em>, ma piuttosto, conquistare il mondo musulmano.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Fine dell’espansione?</b></h3>
<div id="attachment_5301" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/09/Graffiti_in_Fallujah_Mahmood-Hosseini.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-5301" alt="Graffiti a Fallujah - Mahmood Hosseini" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/09/Graffiti_in_Fallujah_Mahmood-Hosseini-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Graffiti a Fallujah &#8211; Mahmood Hosseini</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, l’ISIS è arrivata oggi al limite della sua espansione a nord e a est. La sua identificazione con gli arabi sunniti è allo stesso tempo la sua forza e la sua debolezza: i fatti hanno dimostrato che nel momento in cui esso ha raggiunto i limiti dello spazio sunnita, i suoi sforzi sono stati bloccati, come a Kobane da parte dei Curdi, agli inizi del 2015. Allo stesso modo, esso non è riuscito a conquistare le città sciite in Iraq, né a penetrare nel ridotto alawita in Siria (Latakia). L’esecuzione del pilota giordano da parte di ISIS nel febbraio 2015 ha suscitato in Giordania una forte reazione e un vivo sentimento nazionale.<br />
In Palestina, l’Hamas sunnita non ha intenzione di lasciarsi detronizzare. Il massacro dei suoi quadri a Yarmuk da parte di ISIS, nella periferia di Damasco, nell’aprile 2015, ha ravvivato la rivalità esistente. Nel Libano si nota un’ambivalenza nei confronti dei rifugiati siriani, percepiti non come fratelli venuti a rinforzare demograficamente il peso dei sunniti locali, ma come un peso e una minaccia. È forse in Arabia Saudita, nonostante l’ostilità del potere verso l’ISIS, che quest’ultimo può trovare degli appoggi, per il fatto di aderire a un salafismo violentemente anti sciita.<br />
Nei territori conquistati, l’organizzazione jihadista si riserva diritti regali (giustizia e sicurezza) e i settori chiave (elettricità, strade), ma lascia di fatto autonomia agli abitanti. Secondo testimonianze raccolte, i volontari stranieri sono privilegiati (meglio alimentati, alloggiati nei migliori alberghi), fatto che provoca delle rivalità con le popolazioni locali. Infine, l’ISIS regna per effetto del terrore: per mezzo della messa in scena di una violenza estrema.<br />
Ma occorre ben comprendere che, strutturalmente, l’ISIS è instabile in quanto fondata da un lato sulle popolazioni locali, che sono essenzialmente dei clan tribali (per i quali l’ideologia conta molto poco) e sui quadri dell’ex esercito di Saddam, e dall’altro su una legione straniera di giovani volontari venuti da altrove, che, per contro, hanno una visione ideologica della loro guerra. Da qui l’importanza dei matrimoni destinati a territorializzare i volontari stranieri, facendo sposare loro giovani della regione. Sono ampiamente noti rapimenti di giovani yazidi o sciite, gli stupri, i matrimoni forzati, le vendite di schiave sessuali. Ma esistono anche delle unioni, senza violenza, in nome dell’ideologia.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>ISIS e Fratelli musulmani</b></h3>
<p style="text-align: justify;">L’esercito di ISIS conta fra 30 mila e 50 mila combattenti (numero da rivedere in ribasso dopo il recente intervento russo nella regione). Esso è composto per metà da volontari stranieri e per l’altra metà da personale locale. Tutti non si trovano al fronte in permanenza e sono anche incaricati di far regnare l’ordine. Non esistono, a quanto risulta, dei capi carismatici e non esiste neanche un culto della personalità. Il sedicente “califfo” Al Baghdadi rimane per lo più nell’ombra. L’ISIS, pertanto, non ha nulla a che vedere con l’islamismo “classico”, e forse ne è persino una sua escrescenza. I combattenti dell’ISIS sono partiti, come Al Qaeda, dal principio che non è possibile costruire l’islamismo in un solo Paese e che il nemico principale è costituito dagli “eretici”.<br />
Al contrario, il primo obiettivo dei Fratelli musulmani è stato fin dall’inizio quello di creare uno Stato islamico nelle frontiere dello Stato-nazione esistente. Per essi ogni musulmano di cultura fa parte della società e i cristiani vengono accettati secondo quando stabilito dal Corano, ovvero con uno statuto di “minoranza”.<br />
Per di più, i Fratelli musulmani egiziani hanno sempre sognato di trovare un compromesso con gli Stati Uniti, come si è, in parte, evidenziato durante il breve periodo della presidenza Morsi (2012-2013).<br />
Gli islamisti, dal Marocco, alla Turchia, passando per la Giordania, l’Egitto e l’Iraq, avevano, d’altronde, dei punti in comune con l’Occidente: l’anticomunismo e l’economia di mercato, mentre la loro base sociale era costituita da una borghesia urbana molto conservatrice, desiderosa di ordine e di buona creanza e non certo di jihadismo. Ovunque i Fratelli musulmani hanno potuto partecipare al gioco politico, essi si sono integrati “imborghesendosi” e hanno, in genere, accettato il gioco democratico, come potrebbe essere il caso del Partito Ennahda in Tunisia e del PJD (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) in Marocco (mutuato dall’analogo AKP turco).<br />
Ma, all’improvviso, la banalizzazione dei Fratelli musulmani e il fallimento dell’islam politico hanno aperto uno spazio per tutti quelli che non potevano inscriversi in un contesto politico nazionale: sono i cosiddetti soggetti “globalizzati”, giovani convertiti che si radicalizzano a Parigi, a Londra, a Bruxelles o altrove e che sognano la jihad di un islam mondiale.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>ISIS, Boko Haram e talebani</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Si può, al contrario, operare un accostamento fra ISIS e Boko Haram, il movimento jihadista del nord-est della Nigeria. Va sottolineato che i movimenti jihadisti si insediano soprattutto nelle zone tribali (Yemen, Iraq del nord, Afghanistan del sud, Mali e, probabilmente, Libia). Esiste, di fatto, un collegamento fra il tribalismo e il jihadismo. In effetti, i sistemi tribali attraversano una seria crisi: emarginate negli Stati-nazione, le tribù dispongono oggi dei mezzi per globalizzarsi, senza preoccupazione per le frontiere, praticando il contrabbando e il commercio dell’emigrazione. È una curiosa traslazione del sistema, indebolito dalla crisi delle aristocrazie tradizionali tribali e dalla comparsa di una nuova generazione di “tribali globalizzati”, sensibile all’ideologia, al richiamo del jihadismo, che si sente giustificata religiosamente e rinforzata come alternativa locale. Tuttavia, questa strada non spiega tutto. L’ISIS non rappresenta un’alternativa politica credibile, a differenza dei talebani, che sono afghani e vogliono restaurare un emirato islamico sul loro territorio, come negli anni ’90. Il mullah Omar, che era il loro capo, ha commesso l’errore di fornire ospitalità a Bin Laden fino al 2001, fatto che ha determinato l’intervento occidentale. Ma i talebani non sono comunque dei terroristi internazionali.<br />
Che cosa è dunque successo da allora? Non si può né vincere, né negoziare con l’ISIS. Per vincere, occorrerebbe una operazione militare di grande ampiezza, cosa che al momento non sembra possibile, specie a causa del fallimento americano in Afghanistan e in Iraq, anche se l’intervento di Putin &#8211; oltre a stabilire che il futuro del medio Oriente non si costruirà senza la Russia &#8211; ha contribuito a un notevole ridimensionamento dell’ISIS e dei suoi obiettivi. Per quanto concerne i bombardamenti, essi consentono indubbiamente di aiutare i combattenti locali (a Kobane, l’aviazione americana ha sostenuto efficacemente i Curdi, ma non ha avuto successo nella sua fase di espansione) e di ridurre le potenzialità operative e logistiche dell’ISIS. In tale contesto, solo gli abitanti del territorio controllato dall’ISIS potrebbero rovesciarlo, ma, al momento, non ne hanno né la volontà (a causa del clima di terrore generato dall’ISIS), né i mezzi.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Una nuova guerra dei Trent’anni</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Soprattutto, nessuno degli attori principali regionali considera l’ISIS (a parte Bashar el Assad) come il nemico principale. Per i turchi, combattere gli indipendentisti curdi rappresenta il compito principale. Gli sciiti iracheni sono, per quanto li riguarda, in una logica più separatista che nazionalista. Il confessionalismo politico è molto forte in Iraq e pochi leader sciiti hanno la saggezza politica di voler reintegrare i sunniti, lasciando inevitabilmente loro, come unica scelta, quella di aderire all’ISIS. Per l’Arabia Saudita il nemico principale è rappresentato dall’Iran e il crollo rapido dell’ISIS finirebbe per favorire gli sciiti. Per questo motivo i sauditi non vogliono veramente questa soluzione. Per gli Israeliani, l’ISIS è una vera manna poiché indebolisce il regime di Damasco, il suo nemico strategico, e indebolisce anche Hezbollah. Per Bashar el Assad, l’ISIS si sconfigge attraverso la sconfitta dei suoi nemici interni, che gli consentirebbe di presentarsi come avversario del terrorismo internazionale.<br />
Si assiste, in tal modo, a una ricomposizione regionale secondo una linea di sunnismo contro sciismo, con una guerra, per procura, per stabilire chi eserciterà l’egemonia nella regione: o l’Arabia Saudita o l’Iran – poiché l’Egitto, altra potenza regionale tradizionale, in questo momento, anche per il problema della Libia, appare fuori causa. Il paragone con la Guerra dei Trent’anni che ha devastato l’Europa nella metà del XVII secolo può essere illuminante. Essa cominciò nel 1618 come un conflitto tra protestanti e cattolici. Fu presentata come una guerra di religione ma in effetti era solo una maschera o un paravento che coprire ben altri obiettivi. La vera questione di fondo era, di fatto, “quale potenza avrebbe dominato il continente?”. Ciò spiega anche perché la Francia di Luigi XIII non abbia esitato ad aiutare i principi protestanti tedeschi. Si trattava, anche in quel caso, di una guerra per procura.<br />
Oggi, l’Arabia Saudita tenta di imporre la sua egemonia ma è priva di mezzi: il suo esercito, inviato a riconquistare Sanaa nello Yemen, si è arenato per mancanza di mezzi tecnici e di combattività. I sauditi hanno anche finanziato (e forse finanziano ancora) i talebani afghani e le tribù yemenite. Questa strategia indiretta ha raggiunto i suoi limiti, in quanto il nemico gioca in casa e non si combatte più solo alle frontiere.<br />
Il concorrente meglio piazzato per imporsi sembrerebbe l’Iran. Il suoi rivali potenziali (Iraq, Siria, Libano e Turchia) sono in precarie condizioni. I suoi alleati (Hezbollah, le milizie sciite irachene e quasi certamente i volontari iraniani) si battono già sul terreno. Il Paese oggi, dopo l’intervento russo, sembra aver ottenuto la vittoria. Resta comunque il fatto che la sua vittoria appare più dovuta all’instabilità, al caos, che alle sue stesse forze. E gli stessi iraniani non hanno forse necessariamente nessun interesse a stabilizzare la regione. D’altronde, localmente, nessun attore considera la stabilità come la sua priorità e, poiché gli europei non sono voluti intervenire, si può affermare che noi ci troviamo di fronte a una nuova guerra dei 30 anni&#8230; nella sua fase iniziale.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></strong></em></p>
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		<title>BASHAR EL ASSAD, EREDE SUO MALGRADO</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jun 2016 14:13:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi - Bashar el Assad, secondo figlio del Leone di Damasco Hafez el Assad, nasce nel 1965. Non predestinato a dirigere il paese, l&#8217;attuale presidente-dittatore guida la Siria da quindici anni, gli ultimi quattro insanguinati dalla guerra civile. Qualsiasi cosa si possa pensare, il personaggio si sta rivelando &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Massimo Iacopi -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Bashar el Assad, secondo figlio del Leone di Damasco Hafez el Assad, nasce nel 1965. Non predestinato a dirigere il paese, l&#8217;attuale presidente-dittatore guida la Siria da quindici anni, gli ultimi quattro insanguinati dalla guerra civile. Qualsiasi cosa si possa pensare, il personaggio si sta rivelando un elemento imprescindibile nel futuro assetto mediorientale.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Henry Kissinger, che nella sua carriera diplomatica aveva passato diverse ore a negoziare con Hafez el Assad, aveva denominato questi il “Bismarck del Medio Oriente”, aggiungendo a riguardo: “Nel Vicino Oriente, nessuna guerra si può fare senza l’Egitto, ma nessuna pace risulta possibile senza la Siria”. Il 10 giugno 2000, l&#8217;uomo che aveva regnato con un pugno di ferro a Damasco fin dal 1970 si spegne prima di aver potuto vedere suo figlio Bashar Hafez con l’investitura ufficiale alla successione da parte del partito Baath (Partito della Resurrezione Araba). Nella fretta e nell’urgenza del momento, però, il Parlamento siriano si riunisce qualche ora dopo la morte di Hafez per modificare la Costituzione e consentire a Bashar, che non ha ancora l’età richiesta (40 anni) di presentarsi come candidato alla presidenza. In tal modo, un mese esatto dopo, all’età di 34 anni, Bashar viene eletto Presidente della Repubblica attraverso un referendum in è il solo candidato alla carica.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Dalla medicina all’esercito</h3>
<div id="attachment_4968" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/05/thierry-ehrmann.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-4968" alt="Bashar el Assad in un graffito -  thierry ehrmann" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/05/thierry-ehrmann-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Bashar el Assad in un graffito &#8211; thierry ehrmann</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Nato a Damasco l’11 settembre 1965, Bashar è il cadetto di una famiglia di quattro figli e una figlia. Il figlio maggiore è Bassel o Basil che, molto presto, viene iniziato dal padre al futuro mestiere di dirigente. Il suo temperamento di fuoco e il suo atteggiamento marziale lasciano presagire una possibile successione nella continuità di Hafez, anche se con molto genio politico in meno. Bashar, da parte sua, sembra più riservato. Lo si ritiene abulico e appassionato di nuove tecnologie. Bashar segue una normale scolarità negli istituti della capitale siriana e ottiene il diploma liceale dopo la frequenza presso i fratelli Maristi di Damasco. Sebbene sia francofono, sarà nella lingua inglese che egli effettuerà la sua specializzazione di oftalmologo a Londra dopo avere avuto successo, al secondo tentativo, nel concorso per l’ingresso al molto prestigioso centro consacrato alla oftalmologia del St. Mary Hospital.<br />
Il suo avvenire sembra definito: ad attenderlo, una bella carriera medica, probabilmente in Europa. Ciò nonostante, il 21 gennaio 1994 suo fratello Bassel, successore designato di Hafez, muore in un incidente d’auto sulla strada per l’aeroporto di Damasco. Bashar deve tornare in fretta in Siria ed entrare all’Accademia Militare di Homs, da cui esce nel 1999 con il grado di Colonnello.<br />
Alla morte del padre, al rampollo di casa Assad occorre una sposa. Dal 1996 frequenta ufficialmente Asma Akhras, una siriana di dieci anni più giovane, proveniente dalla grande borghesia d’affari sunnita, incontrata per la prima volta a Londra. Asma è di nazionalità britannica e possiede un impressionante curriculum: diplomata in economia, in finanza, in informatica e in letteratura francese nel Queen’s College e nel King’s College. A 25 anni, la ragazza trova lavoro in un <em>hedge fund</em> della Deutsch Bank, quindi al Dipartimento Fusioni ed Acquisizioni della JP Morgan a Londra, quindi a New York. La donna rinuncia a un master all’Università di Harvard per sposare ufficialmente Bashar il 31 dicembre 2000, sei mesi dopo la sua elezione alla guida della Siria.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Pro Baathista?</h3>
<p style="text-align: justify;">Bashar non è un militante storico del partito Baath, poiché appartiene a un’altra generazione, che non ha conosciuto le grandi lotte dell’arabismo. Dal momento del suo arrivo al potere egli vuole dare un’immagine di un capo di Stato accessibile e moderno. Non essendo in condizioni di controllare il partito Baath egli lo duplica tentando di neutralizzarlo. Meno di due anni dopo, i tre quarti dei responsabili politici, amministrativi e militari &#8211; fra le quali alcune figure storiche del regime come Alì Haydar, padre delle forze speciali siriane, ostile alla successione “dinastica” &#8211; vengono allontanati con molta “tranquillità”. Ormai il presidente si circonda di consiglieri e di uomini d’affari. L’appartenenza al Baath non costituisce più una <em>conditio sine qua non</em> per esercitare alte funzioni in seno allo Stato.<br />
In ogni caso, risultava necessario prendersi cura e gestire il partito con il suo milione e mezzo di iscritti. In cambio di una approvazione del nuovo corso economico da parte del Baath, il presidente si impegna a rinunciare a ogni modifica dell’art. 8 della Costituzione, che recita: “Il partito Baath è colui che dirige lo stato e la società”. Nella pratica, il presidente citerà sempre di meno, nei suoi discorsi, il partito, mettendo in opera alcuni contropoteri e distribuendo nuove funzioni a persone fidate.<br />
Il grande cantiere a cui lavora Bashar è quello della modernizzazione dell’economia siriana. Rinunciando a poco a poco al socialismo rigido del Baath e incoraggiando gli investimenti, il nuovo presidente si appoggia a una comunicazione esterna di cui sembra dominare i fondamenti. La sua sposa Asma si impegna nella promozione di progetti rurali, in iniziative nei confronti della gioventù, appoggiandosi su associazioni che riescono a emarginare i sindacati e le “polverose” organizzazioni derivate dal Baath. Una nuova classe dirigente irrompe sulla scena politica, mescolando tranquillità e metodi di management anglosassoni a un “forsennato” clientelismo.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Apertura e chiusura</h3>
<div id="attachment_4971" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/05/220px-Coat_of_arms_of_Syria.png"><img class="size-thumbnail wp-image-4971" alt="L'aquila siriana" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/05/220px-Coat_of_arms_of_Syria-150x150.png" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>L&#8217;aquila siriana</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Contrariamente alle caricature che vengono fatte sul “clan Assad”, nella realtà sono in maggioranza gli ambienti d’affari della grande borghesia sunnita ad approfittare di questa apertura per accumulare fortune colossali. Gli Alawiti continuano, in linea di massima, a conservare le loro posizioni a livello amministrativo e militare, a eccezione di Mohammed e Rami Makhluf, rispettivamente zio e cugino di Bashar, alla testa di un impero finanziario e delle telecomunicazioni (Syriatel). Subito dopo l’arrivo al potere di Bashar in Siria vengono create dodici banche private, mentre l’apertura nel 2009 della Borsa di Damasco consente di realizzare guadagni defiscalizzati. Il boom immobiliare è massiccio in determinati quartieri di Damasco, che cresce come la vicina Beirut, miscuglio di architetture audaci e di nuovi modi di consumazione: supermercati all’americana, ristoranti e fast-food. Tutto ciò contribuisce a devitalizzare il partito Baath, mentre ai servizi informazioni e di sicurezza, che impiegano in Siria non meno di 65.000 persone, vengono attribuite nuove funzioni di regolazione sociale: servire da intermediari e garanti per l’appalto dei contratti pubblici e privati. La corruzione, denunciata nei discorsi ufficiali, assume, a quel punto, una dimensione massiccia.<br />
Sul piano politico, la chiusura rimane completa. Tuttavia, dal suo accesso al potere Bashar apre le paratie di una forma di dialogo con la società civile. Per qualche mese fioriscono i <em>muntada</em>, forum che consentono riunioni e discussioni inedite in Siria. Ancora una volta si tratta di un’operazione per cortocircuitare il partito Baath. Quella che molto rapidamente e impropriamente verrà chiamata “primavera di Damasco” durerà appena qualche mese. Essa permetterà a una società civile essenzialmente urbana e appartenente alla classe media di gustare le gioie di dibattiti quasi liberi nel corso di un periodo euforico, nel quale anche certuni oppositori, che pure erano stati in prigione, sembrano confidare.<br />
A partire dall’estate del 2000 si constata ovunque in Siria il fiorire di dibattiti sul concetto di “società civile”, riportata nella stampa araba e nella stampa ufficiale del paese, in particolar modo nel quotidiano <em>Al Thawra</em>. La tolleranza manifestata dalle autorità di fronte a queste attività, oltre a un certo numero di atti politici forti come il decreto presidenziale che annunciava la liberazione di centinaia di prigionieri politici o la decisione di chiudere la lugubre prigione di Mezzé, hanno consentito l’ampliamento dei circoli di discussione ovunque nelle città siriane.<br />
Tutto questo non è proceduto, però, senza ostacoli e problemi. In tale contesto, Ryad Seyf, alla guida di un gruppo che cercava di creare una struttura più efficace, avanza una richiesta di autorizzazione per la creazione di un&#8217;associazione. L’azione sarà un fallimento e le minacce da parte dei servizi di sicurezza lo porteranno a fare marcia indietro e ad accontentarsi della messa in opera di un circolo di discussione battezzato “Dialogo nazionale”. Diversi avvenimenti contribuiranno a richiudere il coperchio sulle libertà proprio perché, a quel punto, si aprono tre fronti: l’inizio della seconda intifada e la politica di Ariel Sharon in Israele; il Libano, dal quale Israele si ritira nel maggio 2000 e che Damasco vorrebbe controllare; infine, la fronda dei conservatori, spesso vicini al partito Baath.<br />
L’8 febbraio 2001 il tono cambia brutalmente. In un&#8217;intervista al quotidiano <em>Asharq Al-Awsat</em>, in occasione delle manovre militari, Bashar el Assad dichiara che l’unità nazionale, la politica di suo padre, l’esercito e il partito sono soggetti che non possono essere criticati. Da parte sua, il vice presidente siriano Abdel Halim Khaddam dichiara: “Lo Stato non permetterà che la Siria si trasformi in un’altra Algeria”. Nel settembre 2001 Ryad Seyf viene arrestato e condannato a cinque anni di prigione, mentre i suoi fiorenti affari nel settore tessile vanno in rovina. “Quello che il potere aveva in testa, era di cambiare l’atmosfera generale in modo che i capitali occidentali potessero venire in Siria per mettere fine all’attuale crisi sociale ed economica. Le riforme avevano lo scopo di dare alla popolazione la possibilità di lavorare e vivere meglio, pur mantenendo la presa del potere su di essa” dichiarerà Michel Kilo, un siriano cristiano, oppositore storico e oggi membro del Consiglio Nazionale siriano in esilio.</p>
<h3 style="text-align: justify;">La svolta della guerra in Irak</h3>
<p style="text-align: justify;">Sul piano internazionale, la Siria collabora dall’ottobre 2001 con la CIA nelle inchieste su Al Qaida e sulle persone legate all’organizzazione. In determinati casi la stessa Siria ha anche ritardato l’arresto di sospetti al fine di poter seguire le loro conversazioni e i loro spostamenti, in modo da riferirne agli USA. Con l’invasione dell’Irak nel 2003, però, la Siria diventa uno dei passaggi obbligati dei jihadisti che si vogliono recare in quel Paese: Bashar saprà monetizzare la geografia del suo paese, vendendo la cooperazione o la permissività dei suoi servizi di informazioni al miglior offerente. Tuttavia, l’insediamento di un potere filo americano vicino alle sue frontiere diventerà l’inquietudine principale di Damasco e Bashar, da questo punto di vista, non ha tutti i torti. “L’effetto domino”, atteso dai neo conservatori americani sulla regione, significa una condanna, a brevissimo termine, anche del regime di Damasco.<br />
Il Libano, occupato dalla Siria dal 1990, rappresenta l’anello debole del sistema. Il suo presidente fino al 2007, il generale Emile Lahud, è una pedina di Damasco, che consente il bloccaggio politico ed economico del Paese dei cedri da parte del suo vicino siriano. Il 14 febbraio 2005 il primo ministro Rafiq al Hariri muore in un attentato in pieno centro a Beirut. Gli Occidentali accusano Damasco e l’emozione raggiunge il suo culmine, mentre enormi manifestazioni hanno luogo nella capitale libanese. Bashar è costretto a cedere e annuncia per l’aprile 2005 la ritirata del suo esercito dal Libano, pur continuando a controllare il sistema politico grazie agli Hezbollah, una delle principali forze politiche del Paese dei cedri. La crisi ha comunque lasciato delle tracce: il generale Ghazi Kanaan, vecchio capo dei servizi di informazione siriani nel Libano per circa 20 anni, viene ritrovato “suicidato” qualche mese più tardi nel suo ufficio. Il vice presidente Khaddam, che è stato lo spietato proconsole del Libano per trent&#8217;anni, si rifugia a Parigi e si mette al servizio dei Sauditi, indicando Bashar come responsabile dell’attentato. Egli propugna – non senza sollevare ampi sorrisi – una democratizzazione del regime.<br />
Per contro, la luna di miele sembra durare con il vicino turco (Recep Tayipp Erdogan chiama Bashar il “mio piccolo fratello”), come anche con Doha e Ryad i cui investimenti si rovesciano massicciamente in Siria. Lo sceicco del Qatar si fa costruire una magnifica villa a ovest di Damasco sui contrafforti dell’Anti Libano e sarà proprio per insistenza dell’emiro del Qatar che Nicolas Sarkozy nel 2008 deciderà di invitare Bashar el Assad a Parigi, prendendo il pretesto dal lancio dell’Unione per il Mediterraneo.</p>
<h3 style="text-align: justify;">2011: il numero e lo spazio contro Bashar</h3>
<div id="attachment_4970" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/05/Syrian_Demonstration_Douma_Damascus_08-04-2011.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-4970" alt="Manifestazione pro Assad a Damasco, 2011" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/05/Syrian_Demonstration_Douma_Damascus_08-04-2011-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Manifestazione pro Assad a Damasco, 2011</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Occorre partire da questo dato fondamentale e cioè che il sistema in funzione a Damasco ha dovuto affrontare fin dalla sua origine due problemi principali: quello del numero e quello dello spazio, poiché la religione alawita ne fa un rappresentante delle minoranze e la geografia della Siria e dei suoi confini rende di difficile controllo il Paese. La contestazione che scoppia nel 2011, nella immediatezza degli sconvolgimenti accaduti in Tunisia, in Egitto e in Libia, vede i due elementi ritorcersi contro il potere.<br />
Proveniente da una comunità minoritaria, gli Alawiti e governando con altri gruppi minoritari, ivi compresa la borghesia sunnita, lo Stato baathista manca di una base sufficiente ampia. Bashar è quindi sistematicamente costretto a negoziare, quando ciò è possibile, oppure a colpire brutalmente nella maggior parte dei casi. Questa fragilità congenita è radicata nella storia della stabilizzazione dello Stato siriano nel corso degli anni ’60, dopo due decenni di colpi di Stato e di quasi anarchia. In effetti, dopo diversi anni di governo, la contestazione avrebbe potuto sorgere ovunque: fomentata da vecchi capi del regime emarginati come dalla società civile eccitata e desiderosa di riforme democratiche. Nella pratica essa è arrivata dalla maggior parte degli scontenti, le popolazioni dei piccoli borghi rurali e delle campagne, veramente sacrificati sull’altare delle riforme economiche e tutto questo, paradossalmente, dove il partito Baath aveva raccolto i suoi successi e aveva raggiunto il potere basandosi proprio su questa base rurale. Sarà proprio la Siria periferica, quella dei borghi trascurati dallo Stato e sacrificati a vantaggio delle metropoli, che si solleverà con grande brutalità e sarà l’altrettanta grande brutalità della repressione che scatenerà la rivolta.<br />
Lo spazio siriano pone problemi di controllo: la Siria è forse il Paese del Medio Oriente peggio configurato per quanto riguarda le frontiere, derivate dalle decisione del periodo dei Mandati. Oltre ai contrasti fra la stretta regione del litorale mediterraneo e la maggioranza desertica (badia) ma ricca in risorse, la situazione della maggior parte delle regioni siriane è quella di vie di passaggio e di logiche continuità spaziali, dove lo Stato tenta, come meglio può, di delimitare e di captare. Questo è il caso sia a sud che a est verso la Giordania e l’Irak, per lo spazio del tribalismo transfrontaliero. Stessa logica in direzione della Turchia: la confisca di Alessandretta (Iskenderun), assegnata dalla Francia alla Turchia nel 1938, consente ad Ankara il controllo delle creste, mentre andando verso est si incontrano le principali regioni curde della Siria. Quanto al caos irakeno, che era stata per certi aspetti un’assicurazione sulla vita per la Siria, esso ora si ritorce contro Damasco. Dalle prime settimane Damasco perde il controllo di tutte le sue frontiere, ad eccezione di quella con il Libano, ma in questo caso dovrà fare assegnamento sull’intervento degli Hezbollah libanesi nella primavera del 2013 per mantenerne il controllo.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Nonostante tutto Bashar resiste</h3>
<p style="text-align: justify;">Bashar el Assad che si voleva ormai condannato a cedere lo scettro, è tuttora in sella dopo quattro anni di guerra. Nel giugno 2014, egli viene rieletto con l’88,7% dei voti in occasione della prima elezione multipartitica della Siria contemporanea, un risultato certamente sorprendente. Il famoso articolo 8 è stato emendato, mettendo fine al monopolio del partito Baath sullo stato, proprio in occasione della promulgazione della nuova costituzione del 2012. Bashar, come anche la Siria, sono usciti trasfigurati dal conflitto. Tutto sta accadendo come se la Siria utile, ancora controllata dal governo siriano (30% del territorio, 60% della popolazione), quasi coincida con il progetto politico degli anni 2000, quello di una Siria più urbana, litorale e la cui attività economica risulta, al prezzo di incredibili acrobazie, ancora assicurata. La repressione spietata esercitata sui ribelli ha costretto, in qualche modo, la scelta fra quelli che accettano l’ordine di Damasco, o se lo augurano per paura degli islamisti sunniti, e quelli che preferiscono il “disordine giusto”.<br />
Lo stesso Bashar è rimasto rigido, capace di resistere alle minacce che in seno al potere lo hanno messo sotto tiro. Il suo avvenire è assicurato? Lui stesso ha recentemente dichiarato che “lascerà il potere qualora la situazione lo richiedesse”. Con l’intervento russo, egli ha ormai la certezza di non finire miseramente come Gheddafi.<br />
Quelli che continuano, nonostante tutto, a richiedere la sua partenza prima di qualsiasi transizione politica, non hanno capito che la sua legittimità deriva proprio da questa violenza. Questo significa ignorare il Medio Oriente e soprattutto dimenticare che questa posizione rigida e la repressione implacabile che ne è conseguita, non c’erano effettivamente agli inizi di tutta la vicenda. Lo stesso Bashar el Assad è stato contestato agli inizi della crisi all’interno del suo stesso schieramento alawita con questo slogan: “Bashar ha la sua clinica, Maher el Assad (suo fratello cadetto) al potere!”. Ma egli ha saputo ottenere l’unanimità nell’ambito delle forze armate (solo 5 generali su 1200 hanno fatto defezione), imponendo scelte radicali. Da tutto questo il presidente siriano ne è uscito rafforzato, in posizione di <i>zaim</i>, di capo militare e capo della repressione. Più che mai dopo l’intervento russo, egli risulta la chiave di volta dell’edificio politico-militare siriano, fatto di vassallaggi e di feudalità. La sua estromissione dal potere significherebbe un crollo totale di quello che resta dello Stato siriano con conseguenze catastrofiche e devastanti sull’insieme della società siriana. Di fatto, una cosa sembra certa: non è scontato che gli Occidentali abbiano un piano B e che, soprattutto, lo stesso possa essere applicato senza il consenso di Vladimir Putin, alleato di Bashar. In ogni caso anche se la cacciata di Bashar fosse auspicabile, il crollo dello stato siriano significherebbe riprodurre in terra siriana una seconda Libia alle porte dell’Europa e comporterebbe, senza dubbio, movimenti migratori senza precedenti, decisamente molto più ampi di quelli già sotto gli occhi di tutti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Pichon Federic, <em>Syrie, pourquoi l’Occident s’est trompé</em>, Edition du Rocher, 2014.<br />
Galletti Mirella, <em>Storia della Siria contemporanea. Popoli, istituzioni e cultura</em>, Bompiani, 2006.<br />
Quirico Domenico, Piccinin Da Prata Pier,<em> Il paese del male. 152 giorni in ostaggio in Siria</em>, Trabaseleghe, Neri Pozza, 2013.<br />
Iannuzzi Roberto, <em>Geopolitica del collasso. Iran, Siria e Medio Oriente nel contesto della crisi globale</em>, Castelvecchi, 2014.</p>
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		<title>LA LIBIA DOPO GHEDDAFI: STORIA DI UNA GUERRA CIVILE</title>
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		<pubDate>Sun, 01 May 2016 09:31:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Daniela Franceschi – Dal febbraio 2011, quando la popolazione si rivoltò contro Muammar Gheddafi, lo scenario libico è precipitato in un conflitto reso confuso da contrasti tra gruppi tribali, milizie armate islamiche e centri di potere reduci dal vecchio regime (per gentile concessione di www.storico.org) Il caos che regna &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Daniela Franceschi –</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Dal febbraio 2011, quando la popolazione si rivoltò contro Muammar Gheddafi, lo scenario libico è precipitato in un conflitto reso confuso da contrasti tra gruppi tribali, milizie armate islamiche e centri di potere reduci dal vecchio regime</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>(per gentile concessione di www.storico.org)</em> Il caos che regna oggi in Libia è stato variamente descritto come una lotta tra islamisti e fazioni laiche, tra giovani “rivoluzionari” e anziani tecnocrati tra i quali si nasconderebbero ex ufficiali di Gheddafi. In realtà la guerra civile in Libia è tutte queste cose insieme.<br />
La complessità della guerra civile che si è instaurata nel territorio libico dopo la caduta del regime di Gheddafi può essere compresa solo attraverso un’analisi storico-politica attenta al contesto nazionale e internazionale.</p>
<div id="attachment_4828" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/04/Gheddafi-allONU-nel-2009.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-4828" alt="Gheddafi all'Onu nel 2009" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/04/Gheddafi-allONU-nel-2009-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Gheddafi all&#8217;Onu nel 2009</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alla fine del febbraio 2011,</strong> la popolazione della Libia si rivoltò contro Muammar Gheddafi, dopo quattro decenni di dittatura. Gheddafi minacciò, come risposta, una brutale repressione.<br />
Dopo le esitazioni iniziali, gli alleati della NATO hanno attaccato il regime nell’ambito di un mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (ONU); la campagna militare aerea ha avuto una durata di sette mesi, portando alla fine della dittatura nel mese di ottobre. In agosto, Tripoli è caduta, e ad ottobre, Gheddafi è stato catturato e ucciso dalle forze ribelli.<br />
Dopo la guerra, molti osservatori argomentavano che la Libia avrebbe avuto un percorso verso la stabilizzazione e la democrazia meno traumatico e problematico rispetto ad altri Paesi, inoltre le frange ribelli erano state in parte unificate, al contempo gli Stati vicini, Tunisia ed Egitto, guadavano con favore alla transizione della Libia verso la pace, infine Gheddafi era stato del tutto sconfitto. Il rischio che vi fosse una rivolta pro-regime, come era accaduto in Iraq dopo la sconfitta di Saddam Hussein, era giudicata improbabile.<br />
Altri due elementi avevano un ruolo positivo: la dimensione territoriale di un quarto inferiore rispetto all’Iraq; una ricchezza nazionale quattro volte superiore a quella dell’Afghanistan.<br />
I danni alle strutture economiche, comprese quelle petrolifere e del gas, erano stati limitati, consentendo, quindi, un <em>continuum </em>nei rapporti commerciali con l’Occidente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dato che la prospettiva per la Libia</strong> sembrava così positiva, la strategia internazionale per la stabilizzazione al termine del conflitto differiva, in un punto molto importante, da quella seguita in tutti i precedenti interventi militari della NATO: non furono schierate forze di pace o di stabilizzazione. In generale, la presenza internazionale in Libia sarebbe stata molto limitata, rispetto agli standard storici. Ad una piccola missione delle Nazioni Unite fu data la responsabilità per il coordinamento internazionale della stabilizzazione post-conflitto. Anche se molti Paesi, tra cui gli Stati Uniti, inviarono del personale diplomatico per favorire la transizione dalla guerra alla pace, i Libici furono in gran parte abbandonati a se stessi.<br />
La situazione da allora è stata tumultuosa e violenta. Anche se ci sono stati alcuni sviluppi positivi, tra cui il successo delle elezioni nel luglio 2012, questi sono stati offuscati dalla violenza montante che ha frustrato i tentativi per ristabilire il funzionamento delle istituzioni politiche. Gruppi jihadisti legati ad Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM), un affiliato di Al-Qaeda, hanno utilizzato il vuoto di sicurezza per stabilire un punto d’appoggio a livello nazionale.<br />
La Libia, oggi, è quindi in una situazione molto precaria, così come appare precaria la situazione delle regioni del Sahel e del più ampio Maghreb, a causa dell’attività degli jihadisti in Mali, in Tunisia, in Algeria ed in Egitto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da un certo punto di vista,</strong> il periodo post-conflitto in Libia appare sempre più come una sfida complessa. Il clima politico negli Stati Uniti e in molti Paesi Alleati ha spinto verso un fraintendimento dell’esperienza libica.<br />
Prima della Libia, gli interventi militari della NATO erano stati normalmente seguiti da operazioni post-conflitti di dimensioni rilevanti. Nel 1995, le forze della NATO erano state schierate in Bosnia per salvaguardare gli Accordi di Dayton, inoltre, subito dopo, era stato nominato un Alto Rappresentante con poteri esecutivi per intervenire nella politica bosniaca, assicurando l’applicazione nell’ambito civile degli Accordi appena stipulati.<br />
Nel 1999, nel Kosovo, la NATO seguì la campagna aerea con lo spiegamento di forze di pace e, al contempo, le Nazioni Unite istituirono una grande struttura amministrativa civile per aiutare a gestire le molte sfide del dopoguerra.<br />
Per diverse ragioni, in ogni modo, il ruolo internazionale in Libia è stato molto limitato, lasciando il peso maggiore della ricostruzione post-bellica sulle spalle dei soli Libici. La NATO ha adottato una strategia militare molto sbilanciata sulla guerra aerea, limitando il numero delle forze di terra, provenienti principalmente dall’Europa e da altri Paesi del Golfo. La guerra di precisione ha permesso di evitare un gran numero di morti civili, di mantenere bassi i costi e, infine, ha consentito che fossero i ribelli a conquistare la capitale. Il numero limitato di forze di terra, tuttavia, ha ridotto notevolmente il grado di controllo e di influenza che la NATO e i suoi partner avrebbero potuto esercitare nel dopo-Gheddafi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In contrasto con le operazioni della NATO in Afghanistan</strong> e con le operazioni della coalizione USA in Iraq, l’impulso per l’intervento in Libia è venuto in gran parte da Francia e Gran Bretagna. Sebbene il Presidente Statunitense Obama avesse sostenuto l’operazione, sottolineò agli omologhi francesi e britannici che soltanto loro sarebbero stati tenuti a prendere l’iniziativa e a sopportarne il relativo costo. Gli Stati Uniti avrebbero sostenuto lo sforzo, ma fornendo solo quelle risorse giudicate “uniche”. Questa disposizione ha posto le basi per un ruolo più secondario degli Stati Uniti nel dopoguerra.<br />
All’interno della NATO, l’operazione è stata controversa. La partecipazione degli alleati era molto bassa e sembrava essere in declino, nonostante l’approvazione politica da parte del Consiglio Nord Atlantico, il più alto corpo politico della NATO. Solo metà dell’Alleanza ha fornito aiuti militari e meno di un terzo ha contribuito alle operazioni. La Germania, uno degli alleati nella posizione migliore per contribuire all’intervento soprattutto nella fase post-conflitto, espresse forti obiezioni, astenendosi per protesta dal voto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni, e optando, in ultima analisi, per rimanere fuori dalle operazioni militari, anche se non ha cercato di fermarle, eventualmente offrendo un sostegno finanziario e diplomatico. Questa polemica ha ridotto le probabilità di un ruolo nel periodo post-conflitto per l’Alleanza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È importante evidenziare come cominciassero,</strong> subito dopo l’inizio delle operazioni militari, dei contrasti nel Consiglio di Sicurezza sull’interpretazione del mandato delle Nazioni Unite da parte della NATO. Russia, Cina e Sudafrica hanno sostenuto che la NATO aveva superato il mandato della Risoluzione Numero 1973, attraversando la linea di demarcazione fra protezione della popolazione civile e cambio del regime; questi Paesi argomentavano che la Risoluzione prevedeva solo azioni per proteggere la società civile, mentre la NATO stava attivamente cercando di far cadere Gheddafi. È senza dubbio difficile credere che queste Nazioni fossero scioccate dalle operazioni della NATO, tuttavia questa discordia ha reso l’intervento in Libia, e di conseguenza anche in Siria, più difficile.<br />
Dopo le guerre in Iraq e in Afghanistan, l’interesse per gli sviluppi del post-conflitto era molto basso nella maggior parte delle capitali occidentali. L’Europa era nel mezzo di una crisi finanziaria e gli Stati Uniti ne stavano appena uscendo.<br />
I cicli elettorali hanno sicuramente giocato un ruolo importante, e l’Amministrazione Obama era senza dubbio diffidente nei confronti di una situazione libica che poteva trasformarsi in un “pantano”, costituendo un bersaglio da parte dei Repubblicani, in particolare del Tea Party, durante l’anno delle elezioni presidenziali.<br />
Da ricordare, inoltre, che le Autorità provvisorie libiche si erano opposte alla presenza di truppe straniere sul suolo nazionale. Durante la guerra, la leadership dei ribelli si era, per la maggior parte, opposta al dispiegamento di truppe di terra, chiedendo solo armi e supporto aereo. Molti leader ribelli erano profondamente preoccupati della loro legittimazione, che un dispiegamento di truppe straniere avrebbe messo a repentaglio. L’ultima cosa che volevano era di essere visti come zimbelli della NATO. A complicare le cose, la Risoluzione Numero 1973 escludeva specificamente una «forza di occupazione».<br />
Quando i leader del Consiglio Nazionale di Transizione (NTC) contestarono la presenza di una forza di pace nel periodo del post-conflitto, le discussioni alla NATO terminarono.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/04/Bandiera.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4829" alt="Bandiera" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/04/Bandiera-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a>Questi fattori, combinati con una calma inaspettata a Tripoli </strong>nell’immediato dopoguerra, ha comportato un limitato coinvolgimento internazionale nella ricostruzione post-conflitto in Libia.<br />
Il 16 settembre 2011, la risoluzione del Consiglio di Sicurezza Numero 2009 ha dato mandato alla Missione delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL), sotto la guida del rappresentante speciale delle Nazioni Unite, Ian Martin. Il mandato aveva la finalità di «assistere e supportare» gli sforzi libici per stabilire la sicurezza, intraprendere un dialogo politico, estendere l’autorità dello Stato, promuovere e proteggere i diritti umani, riavviare l’economia, e coordinare lo sforzo internazionale.<br />
L’UNSMIL non aveva, quindi, alcun mandato per impegnarsi direttamente nella politica libica, e con un personale di 200 unità – di cui molte per sostenere la missione stessa – si limitava a quello che poteva realizzare.<br />
In linea con una politica di guerra finalizzata a fornire supporto solo su quelle aree dove avevano risorse speciali, gli Stati Uniti assunsero un ruolo particolare solo in alcuni compiti, come ad esempio il monitoraggio e la protezione delle armi di distruzione di massa di Gheddafi o dei sistemi di difesa antiaerea portatili (MANPADS), che erano ritenuti essere diverse migliaia. Come le Nazioni Unite, anche l’Unione Europea (UE) istituì solo una missione politica, piuttosto che le molto più robuste missioni civili-militari che aveva schierato, per esempio, in Kosovo e altrove, sotto la comune politica di difesa e di sicurezza. Francia, Gran Bretagna, Italia e altri Paesi costituirono anch’essi delle missioni. Parte di questo personale fu dispiegato per aiutare ad organizzare i caotici Ministeri Libici.<br />
I compiti essenziali di stabilire la sicurezza, di ricostruire le Istituzioni Politiche, e di riavviare l’economia, tuttavia, sono stati lasciati quasi interamente ai leader della Libia, da cui ci si aspettava, inoltre, che pagassero il prezzo maggiore della ricostruzione, data la ricchezza petrolifera del Paese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Libia aveva bisogno – ed ha ancora bisogno –</strong> di una vasta revisione delle Istituzioni preposte alla sua sicurezza interna per divenire uno Stato moderno funzionante. Uno dei problemi più gravi della nuova Libia era rappresentato da gruppi armati e dalle brigate rivoluzionarie che avevano combattuto durante la guerra contro il regime e che stavano divenendo una delle principali fonti di insicurezza.<br />
Le forze ribelli che avevano rovesciato Gheddafi erano altamente frammentate e l’idea di un unico «esercito ribelle» era puramente illusoria. L’esercito ribelle era composto in gran parte da ex membri del regime militare che avevano disertato dalla parte dei ribelli nei primi giorni della rivolta, e la loro adesione si era limitata in gran parte a Bengasi e ad altre aree orientali liberate dal regime all’inizio della guerra. In ogni caso, è stato bloccato ad Est per la maggior parte della guerra, non essendo in grado di sfondare il fronte della città di Brega, che si trova a Sud-Ovest di Bengasi, lungo la strada costiera principale che procede verso Tripoli ed altre grandi città del Paese.<br />
I progressi militari che hanno portato alla caduta del regime furono il prodotto di rivolte più organiche esplose altrove nel Paese, specialmente a Misurata e sulle montagne di Nafusah, che si trovano nella parte occidentale, lungo il confine con la Tunisia. Quando la guerra finì, le brigate di queste diverse aree occuparono l’intero territorio nazionale. Questi gruppi non erano in contrasto tra loro, ma non potevano essere considerati uniti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le stime del numero totale di gruppi armati</strong> in Libia dopo la guerra sono variate in modo significativo. La maggior parte parla di poche centinaia, sebbene alcune valutazioni valutino la presenza di diverse centinaia in singole città, come Misurata.<br />
Ciò che costituisce un gruppo armato è stato un problema per il dibattito e sono stati utilizzati termini diversi, tra cui milizia, brigata («khatiba»), o semplicemente gruppo armato.<br />
Qualunque sia la terminologia scelta, tuttavia, è chiaro che erano diversi tipi di gruppi armati, con differenti storie, capacità ed intenzioni. Ad una estremità, le brigate dei ribelli che avevano combattuto durante la guerra. Queste brigate si differenziavano tra loro sia per le alleanze costruite su base tribale e regionale sia per le capacità e la posizione geografica.<br />
Ci sono stati anche gruppi che non combattevano nelle forze ribelli, nel senso che non erano impegnati nella lotta contro il regime, ma si sono formati, invece, per affrontare i problemi di sicurezza locali sulla scia della guerra. Oltre a questi, bande criminali emerse durante la guerra o dopo, insieme con gruppi jihadisti, soprattutto nell’Est.<br />
In molte regioni e città, i gruppi rivoluzionari si fusero in Consigli Militari durante o subito dopo la fine della guerra, controllando la sicurezza locale. L’autorità dei Consigli variava, tuttavia, a seconda della lealtà della truppa verso i comandanti con cui aveva combattuto.<br />
Dopo la guerra, i Consigli hanno spesso agito come militari in essere, emettendo documenti di identificazione, stabilendo le procedure interne per mantenere la pace, la sicurezza, controllando gli arsenali, e rafforzando le loro strutture di comando e controllo.<br />
Molti di questi gruppi erano abbastanza ben armati. Sebbene all’inizio della guerra vi sia stata una grave carenza di armi, con il progredire del conflitto i ribelli hanno ottenuto armi da supporter esterni e dalla cattura delle caserme del regime.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A posteriori era chiaro che alcuni di questi gruppi armati</strong> – in particolare gli jihadisti nel Nord – erano già una minaccia per la sicurezza interna, ma la maggior parte dei leader delle brigate non lo erano, infatti sostenevano le buone intenzioni della rivoluzione e avevano espresso la volontà di disarmare. Nonostante le schermaglie tra i vari gruppi, è possibile affermare che nei primi mesi dopo la guerra si fosse stabilita una certa calma nel Paese.<br />
Disarmare e consolidare il controllo di questi gruppi armati è stata una priorità per il Governo «ad interim» di Abdul Raheem di Al-Keeb dal momento in cui ha prestato giuramento, il 24 novembre, ma la sfida si è dimostrata insormontabile. Anche se il disarmo dei gruppi ribelli è stato ampiamente riconosciuto come una priorità dalla Comunità Internazionale, così come dalle Autorità Libiche, l’UNSMIL aveva un ruolo troppo limitato da svolgere, non avendo, inoltre, alcun mandato di intervenire nella politica libica.<br />
Un altro problema era che l’NTC non aveva delle forze militari affidabili, dovendo fare affidamento quasi interamente su incentivi finanziari e di altro tipo per convincere i gruppi armati a disarmare o ad entrare nelle fila dell’esercito e della polizia.<br />
Subito dopo la guerra, è stata istituita la Commissione Interministeriale per i Combattenti (WAC) per la smobilitazione dei ribelli e la loro reintegrazione. La Commissione ricevette, entro il febbraio del 2012, più di 148.000 registrazioni. La capacità tecnica di gestire una simile mole di domande era estremamente bassa.<br />
Il WAC si è lamentato di non aver ricevuto il finanziamento di cui aveva bisogno da Tripoli: questo era in parte dovuto al sospetto di favoritismo verso alcuni gruppi rispetto ad altri.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come il WAC ha lottato per gestire</strong> le numerose domande di lavoro, il Ministero dell’Interno e il Ministero della Difesa hanno avviato programmi separati di registrazione, complicando il processo nazionale complessivo.<br />
Entrambi i Ministeri erano costituiti in parte dai rivoluzionari e in parte da ex funzionari. Naturalmente, i vertici dei Ministeri erano in gran parte nelle mani dei rivoluzionari, ma questi nuovi leader spesso avevano poca o nessuna esperienza amministrativa e nessuna cognizione delle terribili sfide della riforma del settore della sicurezza. Inoltre, essi si preoccupavano soprattutto di garantire potere e benefici alla regione di appartenenza.<br />
Il Ministero della Sicurezza ha continuato ad essere considerato con sospetto dalle brigate, a causa della precedente partecipazione all’apparato repressivo di Gheddafi.<br />
Un tentativo del Ministero dell’Interno è stato quello di istituire il Comitato Supremo per la Sicurezza (SSC), che ha riunito molti gruppi rivoluzionari. Teoricamente, la creazione del SSC avrebbe dovuto integrare i rivoluzionari scettici per rinforzare o sostituire la già esistente polizia, entro i contorni di un nuovo Stato Libico.<br />
Questo ha portato, in pochi mesi, sotto la sua competenza circa 100.000 rivoluzionari.<br />
Poiché questi ribelli sono stati integrati come unità complete, tuttavia, e poiché lo Stato era intrinsecamente debole e incapace di disciplinarli, hanno continuato a operare in gran parte come forze indipendenti, proprio come avevano fatto prima.<br />
Inoltre, l’incorporazione di alcune di queste brigate, come ad esempio il gruppo radicale islamico delle brigate dei martiri di Abu Salim della città orientale di Derna, che è andata sotto l’ombrello del SSC nel mese di giugno 2012, era di per sé già problematica.<br />
Il Ministero della Difesa ha anche tentato un programma di registrazione nazionale, offrendo pagamenti una tantum per i ribelli che avessero partecipato. La registrazione è avvenuta senza la verifica dei requisiti, quindi molti gruppi hanno deciso di registrarsi più di una volta.<br />
Il programma di registrazione è stato sospeso nell’aprile del 2012, a questo punto il Ministero della Difesa ha riconosciuto una organizzazione ribelle, le Forze Libiche di Difesa (LSF), il cui riconoscimento non implicava la garanzia della fedeltà delle truppe al Ministro della Difesa, Shuwayli, o al Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale Mangoush.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mentre il presunto assorbimento di tali gruppi</strong> nello Stato ha dato l’impressione di un progresso e di un crescente ordine, la realtà sottostante evidenziava come le milizie continuassero ad operare in base ai loro interessi. Inoltre portando tali gruppi nel SSC è stata rinforzata la loro legittimità e autorità, senza promuovere l’obiettivo di unificare le forze nazionali. L’SSC è stato considerato sempre più come un alleato delle forze politiche islamiste e, in alcuni casi, anche degli jihadisti.<br />
In assenza di una forte e legittimata autorità centrale, con una popolazione pesantemente armata, un processo di smobilitazione e reintegrazione in fase di stallo, i conflitti interni hanno cominciato a proliferare in tutta la Nazione pochi mesi dopo la fine della guerra. La violenza ha assunto svariate forme, che sono andate dalle dispute tribali, come i violenti scontri tra i Tebu e le tribù arabe a Sebha, alle dispute territoriali e ai conflitti con presunti sostenitori del vecchio regime, infliggendo un duro colpo alla stabilizzazione politica del Paese. Altri scontri tribali si sono verificati a Zuwara nella parte occidentale, a Ghadamis lungo il confine con la Tunisia e a Zintan, lasciando molti morti e feriti. Le fiammate di violenza in Libia Occidentale e soprattutto del Sud nel corso del 2012 hanno provocato molte vittime, oltre alla paura e all’insicurezza causate da gruppi armati in lotta per la spartizione delle risorse.<br />
È interessante osservare come questi conflitti abbiano aumentato il potere delle milizie alleate con le Forze Libiche di Difesa (LSF), e specialmente con quelle di Bengasi, che erano intervenute per sedare la rivolta a Sebha. Queste Forze avevano ottenuto prestigio, esperienza e risarcimenti per la loro cooperazione – il tutto a spese di Tripoli. Ciò che è emerso era una disposizione ad hoc, per la quale l’LSF avrebbe fornito al Governo una base provvisoria e con diversi gradi di efficacia. Le milizie dell’LSF hanno dimostrato di essere al servizio del Governo nell’affrontare i conflitti nel Sud del Paese, ma hanno anche preso parte a saccheggi di edifici governativi e ad attività criminali, come il contrabbando. Come il SSC, la loro autonomia era una fonte di insicurezza intrinseca e di violenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È opportuno soffermarsi anche sugli sviluppi</strong> prettamente politici della nuova Libia. È stato nell’Est che le forze di opposizione hanno costituito un corpo di coordinamento, il Consiglio Nazionale di Transizione (NTC). Il timone del NTC era in mano a tecnocrati e membri del regime che avevano disertato, la maggior parte di loro dall’apparato militare. Molti di loro avevano tentato, non riuscendovi, di introdurre delle riforme durante il regime di Gheddafi.<br />
L’NTC ha rapidamente dichiarato la sua adesione all’idea di una Libia libera, democratica e unita, e sposato i principi della democrazia politica. Tuttavia, i veri <em>power-broker</em> durante la rivoluzione erano le brigate armate, molte delle quali erano legate ad una città o ad una regione.<br />
Non molto tempo dopo la morte di Gheddafi, l’enorme varietà di gruppi e interessi nella società libica, a lungo repressi, hanno cominciato a trovare nuove forme di espressione. Il crollo dello Stato personalizzato e carismatico ha esacerbato la storica frammentazione del Paese.<br />
Degna di nota in questo senso è stata l’ostilità tra le forze rivoluzionarie, in particolare le brigate armate, verso nulla e nessuno che potesse essere associato con il regime di Gheddafi.<br />
Un secondo risultato immediato della rivoluzione è stato la tensione all’interno del NTC tra la leadership politica e la base rivoluzionaria. Erano definibili come politici i funzionari di alto rango del regime che avevano disertato, così come i membri dell’opposizione in esilio.<br />
Molti leader delle brigate, che a loro parere avevano fatto il «lavoro sporco», si sono risentiti del carattere elitario del NTC. In terzo luogo, subito dopo la cacciata di Gheddafi, le forze liberal-nazionaliste hanno espresso preoccupazione per la presenza di gruppi islamici armati in Libia, e i loro possibili collegamenti transnazionali con altri Paesi in crisi (soprattutto Siria e Mali). Infine, il dopo-rivoluzione è stato caratterizzato dal continuo disaccordo riguardo a coloro che avevano partecipato attivamente e combattuto nella rivoluzione, e coloro che si erano uniti dopo la morte del dittatore.<br />
La cacciata del nemico comune e l’implosione della Jamahiriyya, il Governo delle masse, ha radicalmente modificato la natura dell’Autorità Politica in tutto il Paese. La Jamahiriyya era così schiacciante e centralizzata che, quando è crollata, l’intero Stato è crollato con essa.<br />
Sotto Gheddafi, non vi era una società civile. I partiti politici, i club civici, il commercio, i sindacati, tutte le innocue iniziative civili, quali le associazioni genitori-insegnanti, erano proibite. Data la mancanza di queste basilari organizzazioni della società civile, i Libici hanno trovato necessariamente nella famiglia e nella tribù di appartenenza l’interazione e il sostegno sociale.<br />
Non sorprende, quindi, che nel vuoto di potere scaturito dalla morte di Gheddafi, figure locali – come capi tribù, capi delle milizie o membri di Comitati locali – abbiano ripristinato un senso di organizzazione e di autorità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Libia è il prodotto di una notevole serie di trasformazioni.</strong> In meno di un secolo, è passata da essere una provincia ottomana ad una colonia italiana, per poi divenire una Monarchia Costituzionale, e trasformarsi in uno Stato Socialista <em>sui generis</em>. Tuttavia, queste rotture nel sistema politico formale della Libia contengono al loro interno delle continuità che costituiscono un nucleo stabile e di lunga data per quanto concerne le relazioni Stato-società civile.<br />
In primo luogo, il clientelismo e il favoritismo sono stati utilizzati da tutte le leadership, con l’eccezione del regime coloniale repressivo fascista, come un mezzo per neutralizzare il dissenso e mantenere il processo decisionale nelle mani della classe dirigente. La stabilizzazione dei regimi attraverso tali pratiche di cooptazione è stata notevolmente migliorata dai ricavi del petrolio, anche se il colpo di stato del 1969 e la rivoluzione del 2011 suggeriscono, inoltre, che la corruzione e le pratiche di sfruttamento promosse dalla disponibilità di queste risorse può essere letale per la sopravvivenza a lungo termine di un Governo.<br />
In secondo luogo, il contesto sociale libico rimane segnato da relazioni e affinità basate su legami primordiali, soprattutto quelli della famiglia e della tribù. Questi legami hanno reso vani gli sforzi per costituire una Nazione integrata e forme più centralizzate di comunità politica – soprattutto una moderna struttura statale basata sulla concorrenza tra forze politiche programmatiche. D’altra parte, essi hanno fornito ai governati strumenti pratici necessari per costruire coalizioni di Governo durevoli. La tutela dei leader tribali o regionali ha effettivamente costituito una sorta di maggioranza popolare per i regimi non democratici che hanno governato la Libia fino al 2011.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/04/Map.png"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4830" alt="Map" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/04/Map-150x150.png" width="150" height="150" /></a>Alla luce della frammentazione politica estrema</strong> che ha seguito il crollo del regime, era naturale aspettarsi che il Governo di transizione avrebbe cercato di ottenere una legittimità nazionale, cooptando gli svariati gruppi di interessi.<br />
I rivoluzionari che avevano rovesciato la dittatura di Gheddafi nel 2011 sembravano determinati a superare decenni di repressione, di cooptazione e di distribuzione selettiva della ricchezza petrolifera. Di conseguenza, la transizione della Libia ha rapidamente generato un grande sconvolgimento nell’<em>hardware</em> politico, istituendo un sistema di rappresentanza, indicendo elezioni libere e riformando le Istituzioni dello Stato. Cambiare il <em>software </em>istituzionale, d’altra parte, era un’operazione destinata a durare molti anni.<br />
Le pratiche politiche di esclusione del passato sono, tuttavia, riemerse. La concorrenza sempre più brutale, così come la lotta per il potere e per le risorse, hanno plasmato la transizione della Libia, condizionata da un contesto regionale in cui le tensioni con gli islamisti e la violenta repressione dell’opposizione politica si sono intensificate.<br />
Allo stesso tempo, il panorama politico della Libia è indubbiamente più diversificato rispetto a qualsiasi altro Paese. Il nascere e il crollare delle coalizioni rivelano la profonda impronta delle controversie politiche emergenti – in cui estremisti rivoluzionari, islamici, élite moderate e gruppi tribali dominanti sono i principali protagonisti. L’essenza della Libia post-rivoluzionaria è quindi contemporaneamente sia un restringimento sia una diversificazione del campo di battaglia politico. Il punto cruciale della stabilità futura del Paese è rappresentato proprio dal modo in cui si formano e si consolidano le coalizioni di Governo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando il regime di Gheddafi è caduto,</strong> gli osservatori si sono affrettati a sottolineare che lo Stato Libico avrebbe dovuto essere ricostruito da zero. Per decenni, la Libia è stata privata di vere Istituzioni Pubbliche Nazionali, e le poche strutture esistenti – in particolare le reti politiche che formavano la spina dorsale del regime di Gheddafi – si erano sbriciolate con la caduta della dittatura.<br />
I rivoluzionari hanno ereditato i resti di una burocrazia meramente di facciata. Ciò che restava era un gruppo di burocrati senza Stato, in particolare nel settore giudiziario e della sicurezza; un’immensa sfida per la leadership del Governo di Transizione che desiderava ricostruire la legittimità e l’efficacia delle Istituzioni.<br />
Durante la rivoluzione e nei dieci mesi che seguirono, l’NTC ha agito come il Governo <i>de facto</i> della Libia. L’NTC è stato guidato da Mahmoud Jibril, consigliere economico di Gheddafi fino alla diserzione nel 2011.<br />
L’NTC si era posto l’obiettivo di fornire alla rivoluzione un volto politico, guidando il Paese nella transizione verso uno Stato libero e democratico.<br />
In ogni modo, gli esperti burocrati e gli ex esiliati politici, che riempivano i ranghi del NTC, non erano in sintonia con la base rivoluzionaria, in particolare con le potenti brigate che accusavano l’NTC di elitarismo e mancanza di trasparenza.<br />
La road-map politica di 20 mesi presentata dal NTC, tra cui le elezioni parlamentari e la stesura di una nuova Costituzione, ha costituito un ulteriore elemento nella lotta di potere tra le diverse fazioni che hanno dominato la classe politica post-rivoluzione. In sostanza, l’assetto politico che seguì il rovesciamento di Gheddafi fu progettato per prevenire una prematura acquisizione dello Stato nascente da parte delle diverse fazioni, ma allo stesso tempo introduceva delle divisioni nel suo stesso nucleo fondante, una chiara indicazione che la lotta per il potere doveva ancora iniziare. Il Congresso Nazionale Generale (GNC), eletto nel luglio 2012 con una affluenza alle urne del 62%, ha rappresentato per le élite un utile mezzo per stabilire una leadership politica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dei 200 seggi del GNC, solo 80 sono stati assegnati</strong> a liste di partito – il più grande era il NFA (National Forces Alliance) di Mahmoud Jibril con 39 seggi, mentre 17 seggi sono stati assegnati al JPC (Justice and Construction Party) schierato con i Fratelli Musulmani dopo le elezioni.<br />
Altri partiti politici hanno ricevuto da uno a tre seggi. I restanti 120 seggi sono stati riservati a candidati indipendenti, per evitare il predominio della maggioranza nel Parlamento e promuovere l’inclusione politica. A causa della loro diversificata appartenenza e delle continue mutevoli alleanze, è impossibile valutare interamente gli interessi degli indipendenti.<br />
Il Presidente del GNC fu scelto dai suoi membri ed era, di fatto, Capo dello Stato: egli aveva il controllo sulle spese statali e, a partire dal 5 agosto 2013, il mandato di prendere tutte le misure necessarie per stabilire la sicurezza e lo Stato di diritto.<br />
È interessante notare come questo modello di inclusione democratica non abbia cambiato il modo in cui la politica era condotta in Libia. Il successo elettorale del NFA e del JCP derivava dall’ospitare il maggior numero di gruppi di interesse che potevano, attirando in tal modo il maggior numero di elettori possibile. Per entrambe le parti, le connessioni personali dei candidati dei partiti, le caratteristiche individuali e il carisma, le lealtà locali, tribali ed etniche hanno dimostrato di essere cruciali per attrarre voti.<br />
Il NFA nasceva dal NTC. Era un conglomerato di 58 partiti politici, tutti con interessi acquisiti nello Stato Libico e determinati a respingere la minaccia dei progressi elettorali dei Fratelli Musulmani.<br />
Con una prospettiva islamica liberale e moderata, e con molti politici esperti e figure rivoluzionarie tra le sue fila, il NFA riuscì ad attirare la maggioranza dei voti nel GNC, inizialmente a spese del JCP, il cui profilo era marcatamente più ideologico e meno pragmatico. Tuttavia, le affiliazioni all’interno di questa coalizione erano estremamente fluide, e solo le forti relazioni personali la tenevano unita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Rispetto al NFA, il JCP, affiliato ai Fratelli Musulmani,</strong> aveva una eccezionale unità interna, il risultato degli anni che i Fratelli, alcuni dei quali Deputati e Ministri nel nuovo Governo, avevano trascorso insieme in carcere sotto il regime di Gheddafi o in esilio. Oltre a questo, il JCP aveva forgiato con successo alleanze con gli indipendenti islamisti all’interno del GNC. Molti di loro erano anziani Fratelli Musulmani che deliberatamente erano entrati nel GNC come indipendenti per rafforzare l’influenza dei Fratelli Musulmani nel Parlamento. Inoltre, il JCP aveva dimostrato la sua capacità di attrarre altri islamisti indipendenti e rivoluzionari intransigenti singolarmente, ottenendo un grande vantaggio nei confronti del NFA dominante.<br />
Successivamente, il JCP ottenne uno dei suoi più grandi successi quando riuscì a introdurre la Legge di Isolamento Politico, che vietava la vita pubblica e politica agli ex funzionari di Governo, nel maggio 2013. I Fratelli Musulmani furono sostenuti in questa campagna dal CNP (Central Nation Party), salafita e federalista, dai rappresentanti delle roccaforti rivoluzionarie come Misurata, e dalle brigate armate rivoluzionarie.<br />
Il sostegno trasversale a questa legge dovrebbe essere considerato parte integrante della strategia per rimuovere un rivale comune, il NFA, dal Governo – molti membri di questo partito svolgevano attività politica sotto Gheddafi – e ottenere un dominio su tutta la Libia.<br />
La volatilità dei legami di fedeltà nel GNC ha impedito la formazione di una coalizione nell’altra arena: il Gabinetto guidato dal Primo Ministro Ali Zidan, che è stato inaugurato nel novembre del 2012. Come il GNC, la sua composizione rifletteva il nuovo equilibrio politico e geografico del Paese. I Ministeri più importanti – tra cui quello dell’Interno, della Difesa, della Giustizia e degli Affari Esteri – erano stati volutamente assegnati a indipendenti non allineati con i partiti politici, al fine di prevenire controversie.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Consiglio dei Ministri è stato costantemente</strong> debole in confronto al GNC, non avendo autonomia di bilancio, inoltre il Governo era completamente dipendente dalla buona volontà parlamentare e dalle reti di sostegno che poteva instaurare. Un «turnover» ministeriale estremamente elevato e lo spostamento delle coalizioni all’interno del GNC non hanno aiutato il Governo. Il Primo Ministro Zidan ridusse il Gabinetto ad un Comitato di Crisi, ufficialmente in risposta alla escalation di violenza nel Paese. Ciò potrebbe però anche essere spiegato come una tattica per consolidare il NFA di fronte alla crescente influenza dei Fratelli Musulmani nel GNC.<br />
La scelta deliberata dell’inclusione come strategia guidata da interessi elettorali e di partito avrebbe potuto creare un elemento unificante nel contesto libico frammentato e polarizzato.<br />
Entrambi i due maggiori partiti apparivano inclini a usare il clientelismo nei confronti dei gruppi da cui traevano sostegno.<br />
Il sostegno alla rivoluzione è stato il denominatore comune della coalizione che prese il potere in Libia. In effetti, il credo rivoluzionario era abbastanza potente per forgiare alleanze insolite che condividevano l’obiettivo di completare la cacciata delle forze pro-Gheddafi. Il campo rivoluzionario includeva una variegata compagine: brigate che avevano combattuto nella guerra; i politici esperti del NTC; gruppi islamisti; le tribù anti-Gheddafi e le loro milizie; i federalisti della parte Est del Paese. Queste formazioni si contrapposero ai gruppi che erano rimasti a fianco del regime fino alla fine: tribù lealiste come i Warfalla e i Magarha, le élite politiche e commerciali che avevano legato il loro destino al regime.<br />
Tuttavia, era solo questione di tempo prima che la debolezza intrinseca di questa nuova soluzione politica divenisse evidente. La coalizione anti-Gheddafi era troppo ampia per sopravvivere, scossa al suo interno da interessi e liti, soprattutto in un contesto in cui le norme e le procedure istituzionali erano ancora da definire.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fin dall’inizio, il CNT fu accusato</strong> dalle brigate di essere troppo elitario e collegato al regime di Gheddafi. Nel 2012, il Consiglio dovette confrontarsi con una protesta su vasta scala, avente come centro la città di Bengasi, che chiedeva una maggiore trasparenza, il licenziamento dei funzionari dell’era Gheddafi e l’introduzione della Sharia.<br />
Da allora, il periodo del dopoguerra si è caratterizzato per l’incessante lotta di potere per ottenere più influenza politica, più risorse e più ruoli apicali. Verso la fine del suo mandato, il CNT si è trovato sempre più esposto alla realtà frammentata della Libia post-Gheddafi, in cui una pletora di gruppi di interesse ha combattuto per garantirsi i propri punti di appoggio politico ed economico.<br />
Nella corsa alle prime elezioni democratiche, l’estrema frammentazione degli interessi e i protagonisti che ne facevano parte hanno definito il panorama politico libico. I lealisti di Gheddafi sono stati allontanati. È emersa una nuova spaccatura, tra i «rivoluzionari intransigenti» e i «rivoluzionari centristi moderati». La linea dura della coalizione era composta dai nuovi arrivati nell’arena politica, come i Fratelli Musulmani e i salafiti, le brigate di roccaforti rivoluzionarie come Misurata, le brigate islamiche e i federalisti dell’Est.<br />
I moderati erano coloro che avevano interessi politici ed economici nello Stato Libico, come i politici e i burocrati uniti nel NTC e più tardi nel NFA, le brigate tribali favorite sotto il regime di Gheddafi, che cambiarono fronte nella fase iniziale della rivoluzione.<br />
Coloro che si erano uniti nel campo rivoluzionario della linea dura cercavano un rinnovamento della politica e dell’economia a proprio vantaggio. Tuttavia, l’obiettivo finale era minare le forze centriste pro-rivoluzione. Il NFA ha fermamente respinto l’eccessiva influenza rivoluzionaria, riuscendo a vincere la prime elezioni del GNC e nominando Mohamed Magarief Presidente del GNC, sulla base di un approccio più pragmatico e inclusivo rispetto ai rivoluzionari intransigenti rappresentati dal JCP e dai suoi alleati.<br />
Nonostante il dominio numerico del NFA in Parlamento, il campo rivoluzionario ha ottenuto un grande successo spingendo per decisioni volte ad escludere certi gruppi dall’arena politica. In questo è stato aiutato dal rapporto di forza tra il NFA e le liste di partito del JCP e gli indipendenti, oltre alle sempre mutevoli alleanze tattiche.<br />
La spaccatura tra le due coalizioni in competizione ha raggiunto l’apice quando la Legge sull’Isolamento Politico («Qanun al-’azl al-siyasi») è stata approvata nel maggio 2013. Il passaggio del disegno di legge, che prevedeva che gli ex funzionari del regime potessero essere esclusi dalla vita pubblica del Paese, illustra l’importanza della formazione delle coalizioni e della formazione delle alleanze nella politica della Libia post-rivoluzionaria. È importante evidenziare il potenziale della Legge sull’Isolamento, capace di alterare l’equilibrio di potere nel GNC. Le dimissioni del Presidente Magarief furono un preavviso della lotta di potere che avrebbe coinvolto le due coalizioni.</p>
<div id="attachment_4827" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/04/Christopher-Stevens.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-4827" alt="L'ìambasciatore USA Christopher Stevens" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/04/Christopher-Stevens-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>L&#8217;ambasciatore USA Christopher Stevens</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>I conflitti interni alla Libia non avevano suscitato </strong>l’attenzione internazionale, soprattutto quella statunitense, fino all’uccisione dell’Ambasciatore Americano Chris Stevens nel settembre 2012 a Bengasi. Prima dell’attacco a Bengasi, vi erano già stati i segnali di nuove minacce alla sicurezza, dato che gli attacchi ai simboli dell’Autorità stavano divenendo sempre più frequenti, per esempio, vi era stato l’impiego di autobombe contro edifici governativi sia a Tripoli sia a Bengasi e l’Ambasciatore Britannico era scampato fortunosamente ad un attentato contro la sua auto. Nonostante il Governo Libico sostenesse che i sostenitori del vecchio regime fossero i responsabili, era chiaro a tutti gli osservatori internazionali il coinvolgimento degli jihadisti.<br />
È importante evidenziare che molti islamici radicali avevano visto nella rivoluzione la possibilità di un’apertura verso uno Stato Islamico secondo i dettami della Sharia. I militanti, con diversi gradi di impegno per la jihad, hanno approfittato della completa assenza di forze di sicurezza governative per mettere radici, regolare vecchi conti, e promuovere la loro causa. Hanno resistito all’impegno da parte dello Stato di riaffermare il controllo, e la loro stessa esistenza complica seriamente il problema della ricostruzione e stabilizzazione, anche se non sono l’unica forza fonte di violenza. L’ampia disponibilità di armi e i confini permeabili della Libia rendevano possibile, fin dal 2012, l’espansione dei gruppi islamici radicali. Nel 2013, si segnalava ormai la presenza di gruppi legati ad Al-Qaeda nel Sud della Libia, essendo stati cacciati dal Mali grazie all’intervento militare francese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Verso la fine del 2013, la transizione del dopo-Gheddafi</strong> divenne ancora più caotica e difficile; una serie di omicidi irrisolti si verificò a Bengasi, la seconda città del Paese; il sequestro lampo dell’allora Primo Ministro Ali Zeidan; l’uccisione da parte delle milizie di civili che protestavano sia a Tripoli sia a Bengasi; coalizioni rivali si sono scontrate all’interno del GNC, eletto nel luglio 2012, sul futuro del Governo di Zeidan e sul mandato del GNC. Il Primo Ministro Zeidan era riuscito a mantenere la sua carica nonostante numerosi tentativi di sfiducia (novembre 2012 e marzo 2014) e una serie di crisi derivanti dalle richieste dei gruppi armati per l’isolamento politico dei funzionari dell’era Gheddafi e dal rafforzamento degli islamisti ad Est e a Sud.<br />
Le elezioni, a lungo attese, per un’Assemblea Costituente sono state rimandate fino al febbraio del 2014, contraddistinte da un’affluenza relativamente bassa alle urne a causa della violenza imperante. Nel marzo del 2014, una coalizione di forze islamiste e indipendenti ha ottenuto abbastanza voti nel GNC per cacciare Zeidan, usufruendo anche del boicottaggio crescente di altri membri del GNC, che ha reso difficile per il Governo operare con un quorum politicamente stabile. Sotto una pressione crescente, i membri del GNC hanno votato per sostituire il predetto organismo con una nuova Istituzione, la Camera dei Rappresentanti (HoR), con 200 membri, a cui sarebbe stata trasferita l’autorità legislativa.<br />
Le tensioni all’interno e all’esterno del Congresso Nazionale erano generate dalle divergenti opinioni sul futuro ruolo e responsabilità delle milizie armate, sull’influenza dei poteri locali sulle questioni nazionali e sulle regole che dovevano disciplinare l’esclusione politica di coloro che avevano occupato posizioni ufficiali durante l’era Gheddafi.<br />
I disaccordi tra i politici islamici e le figure relativamente laiche hanno contribuito al progressivo collasso del consenso verso la transizione. Il contesto nazionale è peggiorato sotto la pressione di una serie di violenti scontri tra civili e milizie.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel maggio del 2014, un Generale in pensione</strong> delle forze fedeli a Gheddafi, Khalifah Haftar, ha lanciato una campagna militare, non autorizzata da parte delle Autorità provvisorie, contro i miliziani islamisti nella Libia Orientale. Haftar ha agito partendo dal presupposto della colpevolezza dei militanti jihadisti per l’assassinio di agenti di sicurezza, con la cooperazione di jihadisti stranieri, tra cui Al-Qaeda, affiliati regionali e gruppi aventi la base in Siria. Uno degli obiettivi di Haftar era eliminare gli islamisti, tra cui i sostenitori della Fratellanza Musulmana, dalla Libia.<br />
Nei mesi che seguirono la Libia fu teatro di un vasto scontro regionale tra le forze pro e anti islamiche, che vide il coinvolgimento, come supporter di Haftar, dei Governi Egiziano e degli Emirati Arabi Uniti. Le azioni di Haftar e quelle dei suoi avversari hanno contribuito a far emergere alla superficie molte delle tensioni latenti nel Paese, contribuendo alla polarizzazione del contesto nazionale. Questa polarizzazione era chiaramente visibile durante l’estate del 2014 nella lotta politica tra i sostenitori del Primo Ministro Abdullah Al Thinni e la coalizione di leader islamisti e indipendenti all’interno del GNC, che avevano cercato di sostituire Al Thinni prima delle elezioni del giugno 2014 per la nuova Camera dei Rappresentanti.<br />
La campagna militare di Haftar, denominata Operazione Dignità, ha subito diverse battute d’arresto sul campo di battaglia, per mano della formazione terroristica Ansar al Sharia (AAS) e di una coalizione emergente nota come Consiglio della Shura dei rivoluzionari di Bengasi.<br />
Alla metà del 2014, gli scontri sono esplosi anche nella Libia Occidentale, con due coalizioni in lotta per il controllo dell’aeroporto internazionale di Tripoli, delle strutture governative e strategiche e delle aree intorno alla capitale.<br />
Nel corso del tempo, la lotta e la retorica dei due teatri della guerra civile divennero sempre più interconnessi, sovrapponendosi alle rivalità tribali e regionali. In particolare, alcuni gruppi armati della città di Misurata e delle milizie islamiste più piccole formarono una coalizione, nota come Alba della Libia («Fajr Libia»), che lanciò un’offensiva nel luglio del 2014 per prendere il controllo dell’aeroporto di Tripoli.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alcuni osservatori hanno descritto gli sviluppi</strong> della guerra civile libica dopo la metà del 2014 come una «lotta binaria» tra due coalizioni avversarie. L’elemento centrale, tuttavia, appare lo scontro tra due centri di potere, ognuno dei quali controlla città, tribù e milizie armate, che si contendono la legittimità e l’autorità in un Paese privo di istituzioni efficienti. In Libia oggi esistono due Governi. Il primo ha sede nella città orientale di Tobruk ed è sostenuto dalla Camera dei Rappresentanti eletta nel giugno 2014. Esso gode della legittimità internazionale formulata sulla base del solo risultato delle elezioni, pur attualmente controllando meno della metà del territorio e solo una parte di una delle tre grandi città del Paese.<br />
Il secondo, con sede nella capitale, Tripoli, che esercita un controllo de facto sui Ministeri, è stato nominato dal rinato Congresso Nazionale Generale, nuovamente attivo dopo che i membri della Camera dei Rappresentanti hanno abbandonato la capitale. La dicotomia islamisti versus laici si gioca in questo campo. Pur con differenze e sfumature all’interno di entrambi gli schieramenti, il Governo di Tripoli viene normalmente associato a componenti più o meno moderate dell’islamismo locale, mentre quello con sede nella parte orientale del Paese, al confine con l’Egitto, ha fatto della lotta contro l’islamismo – di qualsiasi natura e sotto qualsiasi incarnazione – il proprio obiettivo e la propria ragion d’essere. Questa situazione è ulteriormente complicata dal fatto che una fitta rete di alleanze regionali ha permesso a entrambe le fazioni, pur con notevoli differenze di intensità, di beneficiare di flussi di denaro, armi e sostegno diplomatico. Mentre Qatar, Sudan e Turchia si sono schierati dalla parte di Tripoli, Egitto ed Emirati Arabi Uniti sono legati a Tobruk nella lotta a tutto campo contro gli islamisti, tanto nei rispettivi Paesi quanto nella regione in generale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sullo sfondo di questa contesa,</strong> che ha totalmente paralizzato il Paese, si staglia una situazione socio-economica sempre più disagevole per la popolazione. Sebbene le principali istituzioni economico-finanziarie del Paese, formalmente neutrali, abbiano continuato a funzionare, evitando così il fallimento del Paese, per esempio pagando i salari dell’elevatissimo numero di dipendenti pubblici, esistono segnali sempre più pressanti circa la possibilità che si arrivi a una totale paralisi della Libia e al suo collasso economico. A fine maggio 2015, per esempio, l’inviato speciale delle Nazioni Unite, lo Spagnolo Bernardino León, ha ammonito la comunità internazionale intera, nello strenuo tentativo di evitare un ulteriore fallimento del processo negoziale da lui condotto, sostenendo che il Paese si trova sull’orlo del collasso economico e finanziario e che le finanze pubbliche – in gran parte derivanti dalla vendita di idrocarburi – basteranno a tenerlo in vita per 10-12 mesi soltanto.<br />
Questa situazione di caos e di incertezza, da alcuni autori definita come sintomo dell’esistenza di un «semi-failed State», ha favorito la proliferazione di gruppi militanti islamisti di natura estremista. Si tratta di una galassia jihadista molto variegata. Un numero non ben identificato di formazioni – tra le quali spicca Ansar al-Sharia, la milizia più cospicua nell’Est del Paese, già inserita dalle Nazioni Unite nella lista delle organizzazioni terroristiche e ritenuta responsabile dell’assassinio dell’Ambasciatore Americano Chris Stevens a Bengasi nel settembre 2012 – sono eredi dei gruppi rivoluzionari che hanno combattuto nel 2011, hanno avuto accesso a una grande quantità di armi e al sostegno diretto o indiretto della NATO e si sono ulteriormente radicalizzate e rafforzate con lo sgretolarsi dello Stato Libico. Altre, come le tre branche dello Stato Islamico in Libia, rappresentano un fenomeno relativamente nuovo. La crescita e il radicamento di tali gruppi, che hanno comunque potuto contare su un terreno estremamente fertile data la presenza in città come Sirte e Nawfiliya di gruppi pre-esistenti, sono stati profondamente influenzati dalla significativa presenza di combattenti («foreign fighters») libici in Siria (circa 5.000 persone) che hanno fatto ritorno in patria e hanno iniziato a condurre campagne di reclutamento e azioni violente a partire dalla città di Derna.<br />
Tali azioni violente hanno incluso il bombardamento di alcune strutture e uffici amministrativi a Bengasi e Sirte, oltre alla decapitazione di 21 copti.<br />
Sebbene secondo alcuni studiosi la minaccia dello Stato Islamico in Libia non vada eccessivamente enfatizzata, esistono fattori concreti che spiegano la rapida crescita di gruppi che si ispirano a una retorica jihadista nella primavera-estate del 2015.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo mesi e mesi di <em>shuttle diplomacy</em>,</strong> che hanno prodotto tre bozze del testo dell’accordo che sono state rigettate da una o dall’altra parte o da entrambe, una quarta – molto probabilmente l’ultima a disposizione del mediatore ONU Bernardino Léon – sembra aver raggiunto un primo parziale risultato con la firma di un accordo quadro preliminare a metà luglio 2015.<br />
L’Accordo Preliminare di Pace di Skhirat, firmato in Marocco da un notevole numero di rappresentanti dei due Parlamenti, l’11 luglio del 2015, avrebbe dovuto portare anche alla formazione di un Governo di Unità Nazionale; il 23 dicembre, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha riconosciuto all’unanimità il futuro Governo di Unità Nazionale come solo Governo legittimo della Libia, invitando gli Stati membri a rispondere a eventuali richieste di assistenza del nuovo Governo per stabilizzare il Paese.<br />
Tale accordo è stato, tuttavia, accolto dal rifiuto della fazione che fa capo al Governo di Tripoli in assenza di sostanziali modifiche allo stesso. In particolare, uno dei punti contesi del testo riguarda il mandato e i poteri del Consiglio di Stato che, in base all’accordo, dovrebbe assorbire i membri del Congresso Nazionale Generale. L’accordo prevede, inoltre, la creazione di un Governo di Unità Nazionale («Government of National Accord») dotato di ampi poteri anche in campo economico-finanziario e di politica estera e di sicurezza; il prolungamento dell’attività della Camera dei Rappresentanti, che diverrebbe l’unica istituzione con poteri legislativi, per almeno un altro anno; e la creazione del già citato contestato Consiglio di Stato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dato che le prospettive per la pacificazione</strong> del Paese dipendono in larga misura dall’implementazione dell’accordo raggiunto, sicuramente perfezionabile attraverso la piena inclusione di tutti gli attori libici, alcune azioni andrebbero intraprese, anche con il sostegno dell’Unione Europea. Da una parte, particolare importanza dovrebbe essere attribuita a garantire le minime condizioni di sicurezza per permettere al dialogo politico di portare frutto. In questo senso il debole accordo politico dovrebbe essere sostenuto da una missione di pace delle Nazioni Unite, e con l’ampio sostegno europeo. Dall’altra, il successo a lungo termine della pacificazione del Paese dipenderà in larga misura dalla possibilità di evitare la radicalizzazione delle forze islamiste moderate che, come conseguenza del trend di marginalizzazione nei loro confronti avvenuto in tutta la regione dal 2013 in poi, hanno in alcuni casi abbandonato le vie legali della politica e abbracciato forme violente di lotta contro i rappresentanti dello Stato e la popolazione nel suo complesso.<br />
La firma dell’Accordo non ha ancora condotto alla nascita di un Governo di Unità Nazionale.<br />
Da questa panoramica appare chiaro come le sfide che interessano la Libia nel breve periodo sono essenzialmente due: contrastare il terrorismo di matrice islamista in corso di radicamento nel Paese e gestire l’afflusso di migranti e richiedenti asilo che cercano di raggiungere l’Europa. Entrambe queste sfide rappresentano altrettanti problemi irrisolti per l’Unione Europea e i suoi Stati membri, oltre a condizionare pesantemente l’andamento delle relazioni tra questi ultimi e la Libia. In realtà le due sfide sopra menzionate sono strettamente connesse con il futuro del Paese in quanto Stato-Nazione e al risultato del processo negoziale in corso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong></p>
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