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	<title>Storia in Network &#187; Iran &#124; Storia in Network</title>
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	<description>Magazine di divulgazione storica</description>
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		<title>DRONI E NUOVI SISTEMI DI DIFESA</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Jul 2025 14:37:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi -   Parallelamente all’intensificarsi della guerra dei droni ha luogo un altro scontro, più discreto ma non meno cruciale: quello dei sistemi di difesa contraerei. L’incremento di efficacia della lotta anti-drone (LAD) complica significativamente l’impiego dei velivoli senza pilota e potrebbe rimetterne in discussione l’efficacia sui diversi &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="right">di Massimo Iacopi -</p>
<p style="text-align: justify;"><i> </i></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Parallelamente all’intensificarsi della guerra dei droni ha luogo un altro scontro, più discreto ma non meno cruciale: quello dei sistemi di difesa contraerei. L’incremento di efficacia della lotta anti-drone (LAD) complica significativamente l’impiego dei velivoli senza pilota e potrebbe rimetterne in discussione l’efficacia sui diversi teatri d’operazioni.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><i> </i></p>
<p style="text-align: justify;">I droni da combattimento si sono progressivamente imposti come strumenti capaci di rivoluzionare la tattica sul campo di battaglia. Questa crescita di potenza si è accelerata in occasione della guerra dell’Alto Karabakh, nel 2020, durante la quale il drone turco Bayraktar TB2 si è messo in evidenza nelle missioni di ricognizione e di attacchi di precisione, rivestendo un ruolo determinante nel successo dell’Azerbaigian.<br />
Passando per Siria, Gaza, ma soprattutto Ucraina, questi vettori senza piloti, principalmente aerei, offrono agli eserciti una capacità d’azione impensabile fino a pochi anni fa, ottenendo nel contempo l’allontanamento dei combattenti dal fronte. Essi consentono una miriade di possibili missioni: interventi di precisione a basso costo, reperimento e scelta bersagli/obiettivi, ricognizione avanzata, saturazione delle linee di difesa avversarie… Tuttavia, questo dominio tecnologico non è rimasto incontestato. Se i droni hanno contribuito largamente a diversi successi tattici ucraini di fronte alle forze russe, la controffensiva tecnologica ha segnato una svolta decisiva. Disturbatori elettronici sofisticati, laser ad alta energia, intercettori autonomi e altre contromisure vengono utilizzate per neutralizzare questa minaccia aerea ormai onnipresente.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Strumenti sempre più sofisticati</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Sebbene i droni appaiano come apparecchiature ultra tecnologiche, che dispongono di una autonomia crescente, nondimeno essi rimangono vincolati ai sistemi di comunicazione. Per eseguire le loro missioni questi strumenti senza pilota hanno infatti bisogno di un collegamento costante con gli operatori o con un sistema di guida. Di fatto, tale dipendenza costituisce un tallone d’Achille di fronte allo sviluppo dei sistemi di guerra elettronica, che, a loro volta, hanno per missione quella di disturbare o interrompere le trasmissioni che collegano il drone al suo posto di controllo. La Russia, attaccata frontalmente dai droni ucraini, figura fra gli attori più avanzati tecnologicamente in questo settore. Essa ha schierato sul campo diversi sistemi di disturbo elettronico di nuova generazione, fra i quali risultano più efficaci il Krasukha 4 e il Tirada 2. Il Krasukha 4, un dispositivo montato su veicolo, è stato specificamente concepito per neutralizzare i radar aeroportati e interferire con le comunicazioni satellitari dei droni. Utilizzato in Ucraina, esso ha evidenziato la sua capacità nel disorientare i droni da ricognizione e i droni kamikaze, disturbando i loro segnali GPS e ostacolando la loro telemetria. Questa azione rende più difficile la navigazione dei droni, in particolare il tipo FPV (First Person View), massicciamente utilizzato dagli Ucraini, forzandoli spesso a distruggersi al suolo o a perdere il loro bersaglio; episodi di questo genere si sono registrati specialmente nella regione di Kursk a partire dall’inizio del 2025. L’apparecchiatura Tirada 2 consente ugualmente di disturbare le comunicazioni satellitari, puntando direttamente ai collegamenti che legano i droni agli operatori. Questo tipo di tecnologia rappresenta una reale minaccia e un ostacolo per i droni tipo Bayraktar TB2 impiegati dagli Ucraini.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Le armi a energia diretta: verso una neutralizzazione istantanea?</b></h3>
<p style="text-align: justify;">I disturbatori costituiscono, in effetti, la prima linea di difesa, ma le loro capacità di neutralizzazione rimangono limitate di fronte ai droni autonomi o funzionanti su frequenze difficilmente disturbabili. È proprio in questo contesto che le armi ad energia diretta (AED o DEW, Direct Energy Weapons) e in particolare i laser ad alta potenza sono apparsi una soluzione rivoluzionaria. Sono infatti caratterizzate dall&#8217;emissione di energia concentrata che viene trasferita al bersaglio senza l&#8217;utilizzo di un proiettile. Il processo di trasferimento può assumere forme diverse: microonde, raggi laser, raggi di particelle e persino onde sonore. Capaci di distruggere un drone in una frazione di secondo, senza necessità di munizioni tradizionali, questi sistemi offrono una risposta istantanea ed economica alla proliferazione dei droni da combattimento.<br />
Sono stati gli Israeliani a sviluppare per primi un laser operativo anti droni: l’Iron Beam. Questo apparecchio, concepito dall’impresa Rafael Advanced Defense System, offre un laser ad alta energia capace di bruciare un drone nel giro di qualche secondo a una distanza superiore a 7 chilometri. Uno dei vantaggi principali di questo sistema è rappresentato dal suo costo di utilizzo. Considerando che il sistema funziona semplicemente attraverso l’alimentazione elettrica, ogni tiro costa meno di tre dollari statunitensi, contro le diverse decina di migliaia di dollari necessari per un missile intercettore. In definitiva, oggi risulta ormai possibile rispondere a un attacco massiccio di droni, come quello dell’Iran contro l’Iron Dome israeliano, a costi drasticamente ridotti.<br />
Gli USA, a loro volta, hanno sviluppato un sistema che utilizza lo stesso principio: il DE-M-SHORAD. Quest’ultimo può essere installato su veicoli blindati, come lo Stryker, consentendo una protezione mobile contro i droni e le granate di mortaio.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Sviluppo generalizzato della lotta anti-drone (LAD)</b></h3>
<p style="text-align: justify;">La guerra in Ucraina è il primo conflitto in cui la lotta anti-drone si è imposta come una componente indispensabile nei combattimenti. Questo non è avvenuto in occasione del conflitto nell’Alto Karabakh, durante il quale le batterie contraeree armene si sono rivelate completamente superate e inadeguate.<br />
L’Ucraina si è dotata di una difesa multi strato anti-drone. Con uno spiegamento massiccio di batterie LAD, al fine di proteggere principalmente siti sensibili, equipaggiate di radar specializzati, cannoni contraerei, missili o ancora di disturbatori elettronici. Le basi militari sono spesso protette con sistemi che combinano guerra elettronica e difesa cinetica, specialmente con i sistemi NASAMS e Gepard, estremamente efficaci contro i droni kamikaze iraniani Shahed 136, impiegati dalla Russia.<br />
Le difese ucraine rivendicano nei loro comunicati ufficiali tassi di intercettazione di questi droni molto vicini al 75%. Le grandi città come Kiev, Odessa e Leopoli possiedono tutte sistemi di allarme e di difesa efficaci, che consentono un rilevamento precoce dei bersagli e una migliore reattività a un attacco di droni a sciame. L’Ucraina dispone in tal modo di una vera strategia proattiva di fronte ai droni, in cui ogni settore di territorio e le relative infrastrutture coperte da mezzi adeguati.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Efficacia e redditività sempre più discusse</b></h3>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2025/06/LAD.jpg"><img class="alignleft  wp-image-14991" alt="lad" src="https://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2025/06/LAD.jpg" width="250" height="150" /></a>Se i droni continuano a rivestire un ruolo basilare nei colpi alle infrastrutture strategiche, la loro efficacia diminuisce di fronte ai bersagli mobili e protetti. L’esempio degli attacchi ucraini sui depositi petroliferi russi, specialmente quello di Smolensk nel dicembre 2024, illustra perfettamente il loro potenziale distruttore. Puntando su installazioni fisse e debolmente difese, i droni consentono di colpire il nemico in profondità, minimizzando al massimo i rischi per gli operatori.<br />
Ma quando si tratta di un campo di battaglia dinamico, questa efficacia e ben lungi dall’essere sistematica. In primo luogo, le colonne di blindati, specialmente da parte russa, sono abituate ad applicare sistematicamente manovre di dispersione e di diversione. Queste operazioni rendono molto più difficili l’identificazione e la distruzione di bersagli da parte di droni d’attacco. Tra l’altro, i veicoli risultano sempre di più equipaggiati da disturbatori imbarcati, capaci di interferire sulle traiettorie, come anche nel creare falsi bersagli termici e radar per ingannare i droni, simulando falsi echi e falsi veicoli in movimento, o creando interferenze. Numerose imprese si sono specializzate nella LAD, come l’americana Dedrone e la francese Cerbait.<br />
Di fronte allo sviluppo delle difese anti-drone a basso costo si è accresciuta la necessità di produrre droni più moderni e sofisticati. L’esempio più efficace di ciò che si sta verificando è il disequilibrio fra il costo di un drone Shahed 136 (20 mila dollari) e un disturbatore portatile (5 mila dollari) che ogni soldato può portare nello zaino.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>I droni rimangono un’arma necessaria e imprescindibile</b></h3>
<p style="text-align: justify;">In Ucraina il loro impiego si è intensificato nelle unità di fanteria e nei gruppi specialisti. È stata persino creata una brigada di droni: l’Aerorozvidka. Diversi video mostrano droni FPV ucraini che neutralizzano carri russi T-71 e T-80. colpendo direttamente i loro punti vulnerabili, come i motori e le torrette. Circa il 75% dei carri distrutti lo sono stati per mezzo di droni. Questi ultimi vengono utilizzati anche per effettuare imboscate su convogli logistici russi, rendendo più difficile il rifornimento delle munizioni e dei viveri sulla linea del fronte. Inoltre, l’Ucraina ha saputo sviluppare droni navali che hanno indebolito la flotta russa nel Mar Nero, con la distruzione di navi da sbarco come la <i>Zar Kunikov</i> il 13 febbraio 2024 o ancora una nave da pattugliamento come la <i>Sergei Kotov</i>, al largo della Crimea, solo un mese prima.<br />
L’attacco ucraino nella notte del 10 maggio 2025 illustra perfettamente il ruolo chiave rappresentato dai droni. Questo raid aereo composto da diverse centinaia di apparecchi è stato il più importante contro la Russia dall’inizio del conflitto. Solo i droni consentono incursioni di questo genere sul territorio nemico, giungendo persino nella regione di Mosca, dove 91 apparecchi sono stati danneggiati. Più di 20 mila droni sarebbero stati impiegati dagli Ucraini, con circa 300 apparecchi distrutti quotidianamente, ovvero poco meno di 9 mila al mese per l’insieme delle forze presenti. Come ricordato da soldati ucraini in una intervista accordata a France 24 nel febbraio 2025, “il ricorso ai droni costituisce una necessità per sopravvivere in questo conflitto che coniuga guerra di trincea e guerra high tech”. Numerosi video mostrano le azioni dei droni di sorveglianza della 127a brigata di difesa territoriale ucraina, di fronte all’offensiva russa a Kharkiv.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Modelli e missioni diversificate</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Ogni tipo di drone risponde a specifici bisogni, che vanno dalla ricognizione strategica ad attacchi di precisione, passando attraverso operazioni di disturbo, assillo, imboscata e distruzione logistica. Questa evoluzione testimonia un cambiamento profondo nella condotta dei conflitti, in cui i droni non costituiscono più un semplice appoggio ma piuttosto un vettore operativo basilare.<br />
Ad esempio, da parte ucraina vengono utilizzati numerosi droni kamikaze o d’attacco come gli FPV, Beaver, ASU-1 Valkyrja, i Cajan (drone tattico leggero), Vampire, R18, Punisher oppure lo stesso TB2, polivalente, anch’esso prodotto in territorio ucraino. I Russi impiegano principalmente i Lancet 3, Kronstadt Orion, ma anche i droni iraniani Shahed 136 (valore stimato 20 mila dollari) e Mohajer 16. Oltre ai droni aerei vengono naturalmente impiegati i droni marittimi e terrestri, anche se questi ultimi risultano meno sviluppati.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Costante capacità di adattamento</b></h3>
<p style="text-align: justify;">I droni tradizionali come il TB2 evidenziano i loro limiti di fronte ai disturbatori elettronici e alla difesa contraerea. Per correggere queste vulnerabilità, si stanno sviluppando droni di bassa segnatura radar e bassa osservabilità (<i>Low observable</i>), di difficile rilevamento da parte dei radar e resistenti alle interferenze. Il drone <i>Ghost</i> della impresa Anduril Industries, combina furtività radar e termica e può proseguire la sua missione anche in caso di disturbo elettronico.<br />
Peraltro, al fine di sfuggire ai sistemi di difesa, di ridurre la dipendenza dalle comunicazioni, ma anche per migliorare le capacità, i droni integrano nei circuiti sistemi intelligenza artificiale. Questa misura consente di superare l’eventuale disturbo elettronico, di adattare le traiettorie in tempo reale e soprattutto, di costituire uno sciame intelligente al fine di saturare il campo di battaglia e di effettuare manovre complesse in maniera autonoma. Questa è una delle sfide maggiori sul campo di battaglia: i droni in grande numero possono coordinare i loro attacchi senza supervisione umana. Il programma Cohesion di Thales consente di aggiustare il livello di autonomia degli sciami allo scopo di rispondere alle esigenze delle forze durante le diverse fasi della missione.<br />
Infine, dagli inizi del 2025, le forze ucraine hanno trasformato il drone FVP per equipaggiarlo di fucili d’assalto e non di cariche esplosive. Questo sistema consente dunque di mirare direttamente e a più riprese il combattente avversario. Questo droni diventano in tal modo riutilizzabili e possono assolvere nel tempo diverse missioni, a testimonianza evidente della notevole adattabilità di tali strumenti. A puro titolo di curiosità conviene ricordare che per un certo periodo i combattenti delle trincee ucraine sono stati riforniti di doppiette a pallini, da utilizzare come difesa diretta da attacchi di sciami di droni.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>LA BATTAGLIA PER BASSORA: LO STALLO NELLA GUERRA MODERNA</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Apr 2024 07:18:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Giuliano Da Frè - &#160; Nel 1981, a un anno dall’attacco dell’Iraq di Saddam ai danni dell’Iran, la Repubblica islamica guidata dagli Ayatollah cominciò a rispondere colpo su colpo. E la battaglia per Bassora diventò il simbolo di una sanguinosa impasse bellica. Negli ultimi mesi abbiamo assistito al crearsi &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Giuliano Da Frè -</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Nel 1981, a un anno dall’attacco dell’Iraq di Saddam ai danni dell’Iran, la Repubblica islamica guidata dagli Ayatollah cominciò a rispondere colpo su colpo. E la battaglia per Bassora diventò il simbolo di una sanguinosa impasse bellica.</em></strong></p>
<div id="attachment_13604" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2024/04/1-Mappa-guerra-Iran-Iraq-1980-19881.jpg"><img class=" wp-image-13604" alt="1-mappa-guerra-iran-iraq-1980-1988" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2024/04/1-Mappa-guerra-Iran-Iraq-1980-19881.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Guerra Iran-Iraq 1980-1988</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi mesi abbiamo assistito al crearsi di una situazione di stallo, lungo il fronte terrestre russo-ucraino. Mentre in aria e in mare l’impiego di nuove armi, adattate a tattiche più tradizionali, fornisce spunti di riflessione e movimenta l’andamento del conflitto, a terra si assiste a un sempre più logorante intreccio tra tattiche non così dissimili da quelle impiegate nella Prima guerra mondiale (con un massiccio ricorso a poderosi sistemi trincerati coperti da profondi campi minati, su più linee), e azioni che ricordano la Seconda, caratterizzate dall’impiego di formazioni corazzate e meccanizzate, artiglieria compresa; sebbene le armi impiegate siano quelle della mai combattuta Terza guerra mondiale. Situazioni ben diverse dalle rapide operazioni cui si è assistito dopo il 1945, soprattutto sui fronti arabo-israeliani e tra India e Pakistan, dove l’impiego di reparti meccanizzati e corazzati fu altrettanto massiccio. Ma uno stallo non nuovo, guardando al recente passato: perché se osserviamo una mappa del fronte russo-ucraino dell’ultimo anno, e la confrontiamo con quelle della guerra Iran-Iraq combattuta tra 1980 e 1988, in uno scenario tecnologico e operativo simile, notiamo non pochi punti di contatto.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>L’equilibrio delle incompetenze</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Alla fine del 1986 era appena iniziato il settimo anno di guerra tra Iran e Iraq. Il conflitto, scoppiato con l’attacco lanciato dagli iracheni in Khuzestan il 22 settembre 1980, dopo settimane di crescenti incidenti di frontiera, aveva già provocato quasi un milione di vittime; ma a dispetto di questo bagno di sangue, l’attenzione del mondo, dopo le prime settimane di interesse per la blitzkrieg scatenata da Saddam Hussein contro la neonata Repubblica Islamica iraniana, era ben presto diminuita.<br />
Nel novembre 1980 l’offensiva irachena aveva raggiunto il suo apice, con la presa di Khorramshahr e il blocco di Abadan, i due principali centri politico-economici del Khuzestan, la ricca regione petrolifera del sud dell’Iran su cui il Rais di Bagdad aveva messo gli occhi.<br />
Spalleggiato dalle potenze occidentali (Stati Uniti in testa), ma anche da Mosca, col comune timore per l’esplodere dell’influenza della rivoluzione integralista islamica scatenata dall’Ayatollah Khomeini nel 1979, già costata il trono allo scià Reza Pahlavi, e convinto che gli abitanti arabi del Khuzestan intendessero staccarsi da un paese a maggioranza persiana, Saddam aveva fatto marciare le sue divisioni corazzate, equipaggiate ed addestrate dall’URSS, con la speranza di una facile vittoria.<br />
L’Iran, infatti, un anno e mezzo dopo la rivolta anti monarchica, appariva debole e diviso, sull’orlo della guerra civile. Le sue forze armate, che il detronizzato imperatore aveva potenziato col supporto americano ed europeo per fronteggiare financo un’invasione sovietica, erano state messe in ginocchio dalle purghe rivoluzionarie, che avevano decimato gli esperti quadri e gli specialisti invisi al nuovo regime, perché addestrati dagli americani; e anche dalla mancanza di pezzi di ricambio per i sofisticati mezzi da combattimento acquistati negli anni ’60 e ’70, conseguenti all’embargo posto da Washington dopo la crisi degli ostaggi catturati nella propria ambasciata a Teheran (4 novembre 1979) <a title="" href="#_ftn1">[1]</a>.<br />
Approfittando di queste debolezze, e denunciando gli ultimi incidenti di frontiera provocati dagli iraniani (che in effetti, il 4 settembre 1980 avevano pesantemente bombardato con l’artiglieria alcune cittadine confinarie, e da mesi lavoravano alla sovversione della regione sciita meridionale dell’Iraq), Saddam inviò truppe a protezione dei confini, e il 17 settembre stracciò il trattato di Algeri, col quale nel 1975 era stato risolto a favore dell’Iran un contenzioso (costellato di scontri armati) relativo al controllo dello Shatt el-Arab, la grande via d’acqua in cui confluiscono, poco prima di sfociare nel Golfo Persico, Tigri ed Eufrate, e che segnava il confine tra i due paesi rivali.<br />
L’obiettivo del Rais di Bagdad era quello di riprendere il controllo della sponda orientale dello Shatt el-Arab, assicurandosi un più sicuro sbocco al mare, e di conquistare il Khuzestan ricco di petrolio, convinto che la locale popolazione araba sarebbe stata ben felice di scrollarsi di dosso il doppio giogo persiano e fondamentalista.<br />
La rivolta non ci fu, e sin dall’inizio le truppe irachene, che avevano puntato su una rapida vittoria, segnarono il passo. L’esperienza in operazioni su larga scala era scarsa, e poco entusiasmante: la repressione delle rivolte curde negli anni ’60 e ’70 era stata un successo solo parziale (l’insurrezione stava anzi riprendendo corpo col supporto iraniano dal 1979), e la partecipazione alle guerre arabo-israeliane del 1967 e 1973 frustrante <a title="" href="#_ftn2">[2]</a>. La relativa supremazia dell’Aeronautica iraniana sul campo di battaglia, pur resa precaria dalla citata mancanza di pezzi di ricambio, avrebbe ulteriormente complicato le scelte operative irachene.<br />
Sulla carta, l’Iraq poteva contare su 200.000 effettivi in servizio, 256.000 riservisti in parte mobilitati, e 80.000 paramilitari, che alimentavano 12 divisioni e 6 brigate corazzate, meccanizzate o motorizzate, e un gran numero di moderni equipaggiamenti: carri T-54/55 e T-62, cui nel 1980 si erano aggiunti i primi 100 T-72 ultimo modello (in addestramento e assegnati alla 10ª Brigata carri), BMP-1 da combattimento per i fanti corazzati e BTR-50/60 portatruppe, e gli elicotteri d’attacco Mi-25 “Hind”, veri “carri armati” volanti ceduti da Mosca. L’Aeronautica, dopo aver attinto dagli arsenali sovietici cacciabombardieri MiG-23 e “Fitter” di vari modelli, e intercettori MiG-21 e MiG-25, nel 1977 si era rivolta all’industria francese, acquisendo i sofisticati caccia F-1 “Mirage”.<br />
Una massa di mezzi (2.600 carri, migliaia di blindati e VCC, 1.000 cannoni e 332 aerei) e uomini, che fu inquadrata in tre corpi d’armata. Il più debole I Corpo fu distaccato a Nord, col compito di controllare i curdi, di nuovo in fermento, e difendere la frontiera settentrionale con 4 divisioni, per lo più di fanteria motorizzata.<br />
Al centro, il più robusto II Corpo (con una mezza dozzina di divisioni pesanti) doveva non solo difendere Bagdad, ma anche passare all’attacco con un triplice obiettivo: distrarre le riserve iraniane, conquistare territorio da utilizzare come merce di scambio al tavolo dei negoziati, coprire con le sue due divisioni corazzate il fianco sinistro della linea di avanzata del III Corpo, destinato a invadere il Khuzestan. Questa grande unità era forte di una decina tra divisioni e brigate autonome corazzate e meccanizzate, e della maggior parte dei reparti scelti di commandos dell’Esercito iracheno.<br />
Nei primi giorni di guerra, le punte offensive irachene avanzarono con relativa rapidità; una media di 10 km al giorno in vari settori di un fronte che si estendeva per circa 400 chilometri, nonostante fossero subito sorte difficoltà impreviste. L’apparato militare iraniano era infatti certamente stato indebolito dalla grave crisi interna del paese: ma la brutale invasione rinsaldò ben presto la volontà di resistenza della popolazione, e nemmeno la maggioranza araba del Khuzestan insorse come sperato da Saddam. Il presidente iraniano Abolhassan Banisadr, il leader laico alla testa della Repubblica Islamica dal 1980 al 1981, convinse gli Ayatollah a firmare subito gli ordini di scarcerazione e di reintegro per piloti e quadri intermedi emarginati dal nuovo regime. Inoltre, se la iniziale dispersione delle forze iraniane aveva favorito la rapida penetrazione irachena, le aveva anche salvate dalla distruzione, mettendole in grado di ritirarsi dietro linee difendibili, o di asserragliarsi nelle principali città con unità di fanteria leggera e milizie volontarie. Dopo le vittorie iniziali, gli iracheni, martellati con crescente efficacia dalla scatenata aviazione iraniana (condotta da molti ufficiali e piloti rilasciati dalle carceri in quei giorni, che abbatterono una ventina di velivoli avversari, subendo poche perdite), segnarono il passo proprio attorno alle due città-chiave del Khuzestan: Abadan e Khorramshar.<br />
Abadan, saldamente tenuta dai Pasdaran, non cadrà mai nelle mani dei generali di Saddam, limitatisi a circondarla e a devastarla coi bombardamenti. Khorramshar cadde invece il 3 novembre 1980, segnando il maggior successo iracheno della guerra, almeno sino alle offensive finali del 1988. I difensori erano però riusciti a logorare gli attaccanti: solo a Khorramshar, gli iracheni persero 6.000 uomini scelti e centinaia di mezzi corazzati, anche se i contrattacchi lanciati dalle truppe degli Ayatollah ne decimarono le fila.<br />
Una delle maggiori controffensive iraniane di alleggerimento, nel settore di Dezful, a nord-est dello <i>schwerpunkt</i> iracheno, portò, nei primi giorni del gennaio 1981, alla più grande battaglia di carri armati della guerra, con circa 700 tank e centinaia di cingolati corazzati complessivamente impiegati. Per gli iraniani, equipaggiati con ottimi carri occidentali (M-60 e “Chieftain”, appoggiati da elicotteri d’attacco “Cobra”), ma condotti da comandanti impreparati, promossi dal nuovo regime<a title="" href="#_ftn3">[3]</a>, fu un disastro, intrappolati in una tenaglia dai meglio diretti reparti iracheni. Alla fine della battaglia, non dissimile da quella vinta a Kursk nel 1943 dai sovietici (che da anni indottrinavano gli ufficiali iracheni), oltre 350 tra tank e cingolati iraniani restavano sul campo, in fiamme o danneggiati e catturati.<br />
Nei combattimenti, svoltisi su una scala molto vasta, con pochi precedenti (Corea, guerre arabo-israeliane e indo-pakistane) dopo il 1945, entrambe le parti, per ragioni diverse, dimostrarono i propri limiti operativi: gli iraniani a causa delle purghe tra i comandanti superiori; ma anche tra gli iracheni emerse un inadeguato livello di addestramento, soprattutto nell’affrontare i combattimenti urbani, o nel pianificare l’appoggio aereo alle operazioni terrestri.<br />
Molti osservatori finiranno cosi per parlare di un “equilibrio di incompetenza” tra le due parti in lotta: ma la guerra guerreggiata è una palestra tanto spietata quanto efficace.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Obiettivo: Bassora</b></h3>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2024/04/2-Battaglia-di-Bassora-1987.jpg"><img class="alignleft  wp-image-13605" alt="2-battaglia-di-bassora-1987" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2024/04/2-Battaglia-di-Bassora-1987.jpg" width="250" height="150" /></a>Il 26 settembre 1981, a un anno esatto da quando Saddam aveva lanciato il suo ottimistico attacco all’Iran, gli Ayatollah strapparono definitivamente l&#8217;iniziativa dalle mani dei generali dell’ambizioso e spietato Rais. Con un’offensiva ben pianificata fu lanciata l’operazione “Thamin al-Aimma”, che liberò Abadan dopo 72 ore di furiosi combattimenti, ricacciando gli iracheni sul fiume Karun. Una vittoria pagata però a caro prezzo, poiché le perdite in uomini e materiale si equivalevano. Sul piano tattico infatti il poco adeguato alto comando iraniano iniziava a riproporre uno schema fisso: avanzata sotto il fuoco e tra i campi minati iracheni di migliaia di Pasdaran e Basji pronti al martirio, seguiti dalle puntate delle unità regolari che ne appoggiavano l&#8217;attacco con artiglieria, e un appoggio aereo reso sempre più precario dalla mancanza di parti di ricambio per i sofisticati jet “made in USA” colpiti dall’embargo.<br />
Il disastro di Abadan sembrò tuttavia travolgere Saddam: nonostante la martellante propaganda del regime, le reclute iniziavano a disertare, mentre i generali tramavano (ma solo per finire al muro), e anche i quadri del partito e i dirigenti statali cominciavano a chiedersi dove sarebbe finito il sogno di modernizzare il paese; e gli iraniani non mollavano la presa. Verso la fine di novembre, poco prima dell’inizio della stagione delle piogge che rendono impraticabile l’area acquitrinosa lungo lo Shatt el-Arab, Teheran decise di lanciare una serie di offensive nelle regioni centro-meridionali, in corrispondenza del settore di giunzione tra l’ormai logorato II Corpo, e l’ancora formidabile III Corpo, per eliminare il saliente creato dall’attacco iracheno del 1980.<br />
Tra il novembre 1981 e il gennaio 1982 gli iraniani inflissero al II Corpo una serie di batoste, a Susangerd e Qasr-e-Shirin; ma pur riconquistando la posizione-chiave di Bostan già a fine novembre, le truppe di Khomeini <a title="" href="#_ftn4">[4]</a> erano incappate in una solida difesa a maglie strette, con postazioni d’artiglieria ben posizionate e profondi campi minati. Difesa contro cui le ondate d’assalto dei “martiri” (molti dei quali adolescenti) finirono per essere fatte letteralmente a pezzi.<br />
Tuttavia la pressione iraniana non diminuì, e anche la sua pur malridotta aviazione infliggeva agli iracheni dure perdite, colpendo con raid di F-4 “Phantom” (armati anche con missili aria/terra AGM-65 “Maverick”) obiettivi strategici posti sino a 800 chilometri all’interno del confine.<br />
Col ritorno della buona stagione (febbraio 1982), l’Alto Comando iraniano tornò a puntare i binocoli in direzione sud, con l’obiettivo di ripulire la sponda orientale dello Shatt el-Arab, e di occupare Bassora: un bersaglio ambizioso, ma correttamente individuato come la principale base logistica per le forze irachene, nonché prezioso sbocco al mare per l’Iraq.<br />
Sul piano tattico-operativo, tuttavia, gli iraniani risultavano impreparati a realizzare un’offensiva di così vasta portata in maniera professionale e coordinata. Le purghe del 1979-1980 avevano eliminato decine di generali e di ufficiali superiori, fucilati o costretti all’esilio, e le gravi perdite subite nel primo anno di guerra avevano completato l’opera. Le grandi unità erano così ora sotto il controllo di colonnelli giovani e inesperti, e per quanto valorosi spesso raccomandati solo dalla loro fedeltà assoluta al nuovo regime. La stessa riorganizzazione dello Stato Maggiore era stata affidata nel 1979 a un colonnello di appena 35 anni, Ali Sayad Shirazi, che non aveva esitato a decapitare gli esperti vertici nominati dallo Scià. Sarà il colonnello Shirazi a pianificare l’ininterrotta serie di “spallate” contro le linee di difesa irachene sino al 1986: quando, promosso generale, sarà trasferito al Consiglio Supremo di Difesa, dopo violenti contrasti col comando dei Pasdaran <a title="" href="#_ftn5">[5]</a>.<br />
Le prime offensive nel settore centrale erano andate – relativamente – bene, nonostante le gravi perdite subite; Shirazi decise allora di ripeterne lo schema anche sullo Shatt el-Arab.<br />
Il 22 marzo 1982 scattava così un nuovo attacco nel settore di Bostan, seguito due mesi dopo da un’analoga operazione a Dezful. Queste nuove offensive a nord di Bassora, erano però diversioni destinate a coprire e appoggiare il vero colpo di maglio, che cadde a metà maggio, mentre l’attenzione dei generali iracheni era concentrata su Dezful. L’obiettivo era Khorramshar, la città caduta in mano irachena 18 mesi prima, e che il 24 maggio 1982 fu ripresa dagli iraniani, dopo un mese di cruente battaglie.<br />
Un colpo duro, poiché a Saddam restavano in mano solo le briciole di quanto conquistato con tante difficoltà nel 1980, tanto da costringerlo a tentare la via diplomatica. Il 13 luglio 1982 tuttavia scattava una nuova offensiva iraniana, l’operazione “Ramadan”, con la quale gli Ayatollah puntavano direttamente a Bassora. Con un pesante supporto di artiglieria e aviazione, nuove ondate umane si scagliarono nella più violenta battaglia mai combattuta dopo il 1945. Gli iracheni però, ora al comando di uno dei migliori generali di Saddam, Mahir Abd al-Rashid (posto alla testa del III Corpo, e più tardi dello Stato Maggiore) si erano fortemente trincerati, e accolsero gli attaccanti con campi minati, sbarramenti d’artiglieria e contrattacchi corazzati. Il primo attacco contro Bassora fu sventato, ma era costato quasi 20.000 morti, per due terzi iraniani.<br />
Nel successivo anno e mezzo, Iraq e Iran si organizzarono per combattere una guerra d’attrito: Bagdad potenziò il proprio arsenale e si affidò alle tecniche difensive derivate dal modello sovietico, addestrando inoltre le proprie truppe a operare coi gas, usati con frequenza sempre maggiore. Teheran invece proseguì gli attacchi diretti a eliminare le sacche irachene sul proprio territorio, e a colpire i gangli vitali del nemico.<br />
Il 6 febbraio 1983, 200.000 tra regolari e Pasdaran scattarono all’offensiva su un fronte di 40 km presso Al Amarah, 200 chilometri a sudest di Bagdad. Sei divisioni irachene con pesante supporto aereo (che compì in poche ore 200 sortite aria-terra) e d’artiglieria stroncarono l’attacco sul nascere, e migliaia di iraniani furono falciati in poche ore, mentre l’intera battaglia in una settimana provocò 20.000 tra morti e feriti. In aprile Shirazi mandò allo sbaraglio i suoi uomini nello stesso settore, con esito altrettanto infausto, mentre maggior successo ebbero due attacchi lanciati durante l’estate 1983, occupando a Nord la piazzaforte irachena di Haji Urnran, e sul fronte centrale avanzando su Mehran, presa dagli iracheni nel 1981. A novembre cadeva in mano iraniana anche Panjiwin, sempre nel settore curdo. I costi umani restavano però altissimi, e alla fine del 1983 si contavano oramai 180.000 caduti, per due terzi iraniani.<br />
Nel febbraio 1984 Shirazi tornò a puntare su Bassora, lanciando 2 nuove offensive, durate 5 settimane, con ben mezzo milione di uomini impegnati contro il III e il IV Corpo di Saddam. L’attacco si concluse il 20 marzo con la conquista delle strategiche isole Majnoun (ricche di pozzi petroliferi), ma al terribile prezzo di 25.000 morti, almeno 3.000 dei quali causati dall’iprite impiegata dagli iracheni. Inoltre l’offensiva si impantanò ancora una volta contro le difese di Bassora, nel settore di al-Qurnah, alla confluenza tra Tigri ed Eufrate, dove tra Hawizah e il Lago dei Pesci si forma una palude acquitrinosa: qui i Pasdaran e la fanteria leggera riuscivano a muoversi, ma senza il supporto delle unità regolari, come la poderosa e ormai esperta 92ª Divisione corazzata.<br />
Gli anni 1984 e 1985 videro anche esplodere le cosiddette guerre “delle petroliere” (che riaccese l’attenzione internazionale sul conflitto) e “delle città”, quando Iran e Iraq iniziarono a bombardare le rispettive metropoli con missili balistici a corto raggio, come gli “Scud”.<br />
Nel marzo 1985 il comando iraniano lanciò un nuovo attacco contro Bassora, con 7 divisioni e 100.000 uomini scagliati sempre nel settore di al-Qurnah. Ma l’operazione “Badr” stavolta si chiuse dopo pochi giorni, e con un disastro iraniano. Le prime linee irachene, tenute da reparti di seconda scelta di fatto sacrificati dai generali iracheni come esche, sembrarono essere state facilmente sfondate al centro, dove gli attaccanti giunsero ad aggrapparsi alla strategica autostrada Bassora-Bagdad. Sui fianchi tuttavia passarono al contrattacco le unità scelte dei corpi III e IV, rigettando in frantumi gli attaccanti, che tra morti, feriti e prigionieri persero un terzo della loro forza.<br />
La vittoria irachena avrebbe congelato il fronte di Bassora per quasi un anno, mentre negli altri scacchieri le operazioni erano ormai calamitate da quanto avveniva a sud.<br />
Qui, il 10 febbraio 1986 gli iraniani, impiegando stavolta una forza d’attacco incentrata su 30.000 regolari bene addestrati, poi spalleggiati da altri 100.000 uomini, lanciarono un’improvvisa offensiva anfibia (“Val Fajir-8”) attraverso lo Shatt el-Arab, aggirando da sud Bassora e occupando dopo una battaglia di due giorni Al-Faw, uno dei due porti marittimi dell’Iraq, infliggendo gravi perdite ai sorpresi iracheni, che per sventare una ulteriore avanzata su Urnm Qasr, ultimo sbocco al mare dell’Iraq, per la prima volta furono costretti a impiegare la Guardia Repubblicana. Creata da Saddam come brigata dedicata alla propria protezione, e composta da fedelissimi arruolati nella sua città natale di Tikrit, con l’evolversi della guerra era stata trasformata in corpo combattente d’élite, integrando esperti veterani e giovani studenti volontari sostenitori del regime. Le prime unità, a livello di brigata, erano più potenti di quelle standard, con un maggior numero di armi di squadra e i mezzi più sofisticati disponibili, come i carri T-72, e con un organico di 60 contro i 44 tradizionalmente formanti un reggimento, e potenti VCC tipo BMP-2.<br />
Alla fine della guerra la Guardia sarebbe stata composta da ben 25 brigate, inquadrate in 8 divisioni, due delle quali corazzate: la 5ª divisione, denominata “Al Faw” per essersi distinta nelle operazioni nell’omonima penisola, comprendeva 4 brigate invece delle 3 regolamentari.<br />
Sempre la Guardia Repubblicana, una volta assicurata la difesa di Urnm Qasr, lanciò un attacco contro Meheran (la prima massiccia offensiva irachena da 5 anni a quella parte), rioccupata dal maggio al luglio 1986.<br />
Si trattava solo di una diversione in forze: Saddam stava infatti provvedendo a rendere inaccessibili le difese di Bassora, fortificandole con postazioni blindate di artiglieria, campi minati, terrapieni e, fossati anticarro, e completando un lago artificiale di 30 km di lunghezza e 1.800 metri di larghezza, in vista di una nuova, risolutiva offensiva iraniana contro la città. Il Rais aveva compreso che la prossima offensiva contro Bassora sarebbe stata la “madre di tutte le battaglie”.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong>La … “madre di tutti gli stalli”</strong></h3>
<div id="attachment_13606" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2024/04/3-Offensiva-Kerbala-5-gennaio-febbraio-1987.png"><img class=" wp-image-13606 " alt="Offensiva a Kerbala, gennaio-febbraio 1987" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2024/04/3-Offensiva-Kerbala-5-gennaio-febbraio-1987.png" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Offensiva a Kerbala, gennaio-febbraio 1987</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">I successi ottenuti all&#8217;inizio del 1986 avevano paradossalmente creato nuovi problemi nell’Alto Comando iraniano. Una furiosa diatriba era scoppiata infatti tra il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Mohsen Rezai, e il generale Shirazi, con tanto di “regolamenti di conti” anche armati. Alla fine, come già accennato Shirazi fu trasferito al Consiglio Supremo di Difesa, dove contribuì al potenziamento delle forze armate iraniane, che passava attraverso due canali: il primo vedeva l’acquisto di materiali, scadenti ma economici e di facile gestione, in Cina e Corea del Nord.<br />
Il secondo, segreto sino a quando proprio nel novembre 1986 a Washington non scoppiò lo scandalo “Irangate” (o “Iran-Contras”), che vedeva gli Stati Uniti aggirare il proprio stesso embargo contro Teheran, per fornirle missili e parti di ricambio, anche attraverso Israele, col triplice obbiettivo di favorire la liberazione di ostaggi americani in Libano, ottenere risorse economiche da destinare ai guerriglieri anticomunisti in Nicaragua, e tentare un approccio con l’ala moderata del regime iraniano.<br />
Sul campo, a fine dicembre gli iraniani avevano nel frattempo lanciato un primo attacco (“Kerbala-4”), molto violento ma solo preparatorio a quello decisivo, occupando una testa di ponte a Duayji, pagata però con ingenti perdite.<br />
La vera offensiva, denominata “Kerbala-5” <a title="" href="#_ftn6">[6]</a> scattò all’alba del 9 gennaio 1987. L’obiettivo era superare l’ostacolo rappresentato dal Lago dei Pesci, il bacino artificiale trasformato in un invalicabile scudo a difesa di Bassora dagli abili genieri iracheni, e infrangerne le difese in questo punto cruciale. La sponda settentrionale del lago era tenuta da unità del IV Corpo, imperniate sulla poderosa e veterana 8ª divisione. La sponda sud si raccordava al tratto di Shatt el-Arab ancora in mano irachena con tre linee di difesa. La più esterna, dietro un canale artificiale, era difesa dall’11ª Divisione di frontiera, un’unità leggera trasferita dal Kurdistan, e da 4 brigate di fanteria, più una quinta destinata a coprire l’estremo fianco destro. Dietro la seconda linea era attestata una brigata della Guardia Repubblicana, con una seconda unità schierata sul fiume Jasim, che formava la terza linea, perpendicolare al lago e allo Shatt el-Arab, in cui sfociava.<br />
Obbiettivo della prima ondata d’attacco iraniana, come al solito composta da Pasdaran e Basji spesso giovanissimi, sebbene meglio articolati su piccoli reparti d’assalto, era attraversare il Lago dei Pesci in direzione sud-est, in una zona tenuta da un battaglione di fanteria iracheno di copertura. Gli iraniani impiegarono piccoli mezzi anfibi e imbarcazioni di fortuna, sbarcando sulla sponda occidentale, nel pianoro antistante lo Shatt el-Arab, distante 12 km. Dalle posizioni sul fiume Jasim, che collegava bacino artificiale e Shatt el-Arab, partirono al contrattacco le 2 brigate della Guardia, che chiusero la progressione iraniana in un cul-de-sac di 500 metri di profondità per 5,5 km di larghezza.<br />
I Pasdaran tentarono allora un colpo sul loro fianco sinistro, attaccando le posizioni dell’11ª Divisione nel punto di giunzione tra seconda e terza linea, e sfondandolo prima di esaurire la spinta offensiva. I difensori tennero comunque quanto bastava, affinché le brigate di riserva contrattaccassero ai fianchi gli iraniani. Nelle 48 ore successive arrivarono sul fronte le riserve della Guardia e la 5ª Divisione meccanizzata, una poderosa unità composta dalla 26ª Brigata carri, con quasi 200 T-54/55, e da 2 brigate di fanteria su blindati BTR-60, più una brigata d’artiglieria, al comando diretto dell’esperto generale al-Rashid, che andarono a rinforzare le linee davanti alla sponda dello Shatt elArab e sul fiume Jasim. Mantenendo l’8ª Divisione sul lato nord del lago, i generali di Saddam schierarono la divisione della Guardia davanti alla testa di ponte creata dagli iraniani sulla sponda sud all’inizio dell’attacco, supportandola con solide riserve. Lungo la linea dello Jasim, dalla confluenza del Lago dei Pesci sino alla foce nello Shatt el-Arab si schierarono, frammischiati tra loro, vari reparti delle divisioni 5ª, 8ª e 11ª.<br />
Nel frattempo, attraverso il lago gli Iraniani continuavano ad alimentare la testa di ponte, e soprattutto il settore strappato al nemico tra la seconda e terza linea di difesa, anche se la retroguardia irachena contendeva al nemico metro per metro, in una serie di scontri protrattisi sino al 17 gennaio. Quel giorno i resti dell’11ª attraversarono lo Jasim, coperti dalle unità che vi si erano già attestate, lasciando agli iraniani il controllo della sponda sud del lago, sino allo Shatt el-Arab. Le forze di Teheran, sotto il continuo fuoco dell’artiglieria irachena, si dispiegarono sulla sinistra, nel vuoto, sbarcando anche sulle isolette antistanti, preparandosi a lanciare un ponte di barche per attraversare il corso d’acqua. Contemporaneamente, il fianco destro premeva sulla linea dello Jasim, senza però riuscire a sfondare. A questo punto gli iracheni spostarono una divisione di fanteria della riserva sull’isolotto nord, contrattaccando le unità iraniane che vi erano sbarcate per aggirare la linea dello Jasim, e ripulendo l’area dopo 48 ore di violenti combattimenti, spesso corpo a corpo.<br />
Nella settimana successiva il fronte si stabilizzò, anche se proseguirono violenti i duelli d’artiglieria. Il 27 gennaio, quindi, gli iraniani, che avevano ammassato nuove truppe lungo lo Jasim, attaccarono nel settore tenuto dalla provata 11ª Divisione, presso la foce del fiume.<br />
Avanzarono pochi metri, subendo perdite micidiali, bersagliati incessantemente ai fianchi. Il 28, constato lo stato di esaurimento del nemico, il generale al-Rashid, e il comandante del VII Corpo della Guardia, generale Hisham al-Fakhri, ordinarono un contrattacco generale facendo scendere in campo ingenti riserve ancora intatte: una divisione della Guardia, una di fanteria e la 5ª meccanizzata si scagliarono contro la testa di ponte sul Lago dei Pesci, annientandola, per poi contrattaccare anche sullo Jasim. Il 2 febbraio 1987 la battaglia poteva dirsi esaurita, anche se scaramucce e assestamenti del fronte sarebbero proseguiti per varie settimane.<br />
L’offensiva “Kerbala-5” fu l’ultima grande battaglia per Bassora. Pur infliggendo agli iracheni gravi perdite (stimate in almeno 23.000 caduti e 2.000 prigionieri <a title="" href="#_ftn7">[7]</a>), gli attacchi erano costati agli iraniani forse 140.000 tra morti e feriti, e la distruzione di notevoli quantitativi di materiale, compresi 200 mezzi corazzati. Le forniture cinesi di caccia F-6 e F-7 (copie spartane dei MiG-19 e MiG-21 sovietici) non potevano inoltre colmare le perdite subite in aerei di fabbricazione americana, molto più sofisticati.<br />
All’inizio del 1988, la consueta mobilitazione popolare per arruolare i futuri “martiri” da spedire nel tritacarne di Bassora fu un insuccesso, benché gli Ayatollah avessero affidato al più moderato presidente del Parlamento Rasfanjani, futuro capo dello Stato dal 1989 al 1997, la guida del Comando Supremo. Si intensificò allora la “guerra delle città”, e tra fine febbraio e metà marzo missili “Scud” e raid aerei devastarono le città dei due Paesi in guerra.<br />
L’Iran tentò un attacco più a nord, in Kurdistan, dove la rivolta secessionista stava creando molte difficoltà agli iracheni: il 13 marzo 1988 scattò un’offensiva contro la provincia di Sulaymaniyah, che Saddam stroncò senza pietà impiegando i gas tossici, che nella sola Halabja uccisero almeno 5.000 civili, scatenando l’orrore dei suoi stessi alleati.<br />
Il Rais era soprattutto deciso a utilizzare quell’Esercito che dal 1985 era stato completamente rinnovato, e ora poggiava sulle 25 brigate scelte della Guardia Repubblicana. Queste ultime il 18 aprile si lanciarono all’attacco conquistando Al Faw, cancellando così in 48 ore una delle più spettacolari vittorie iraniane, e dimostrando che le armate di Teheran erano uscite spezzate dalle offensive del 1987.<br />
Per contro, nella difesa di Bassora gli iracheni avevano dimostrato di aver raggiunto un solido livello professionale, confermato sia coi nuovi successi difensivi conseguiti nel respingere ulteriori offensive iraniane nei settori centrale e settentrionale, e poi di nuovo sullo Shatt el-Arab nell’aprile 1988; sia con le grandi vittorie dell’estate 1988, destinate a far accettare il “cessate-il-fuoco” a un riluttante Khomeini, che senza mezzi termini affermerà: “E’ come bere una coppa avvelenata”. A servire al vecchio e malato Ayatollah (che non sarebbe sopravvissuto neanche un anno all’umiliazione) questa pozione, era stata proprio quell’ultima, grande battaglia combattuta per Bassora, nel gennaio del 1987.</p>
<p><em> </em></p>
<div><strong><em><span style="color: #808080;">Note</span></em></strong></div>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> I paesi europei furono più flessibili, e completarono le forniture contemplate dai contratti in corso, comprendenti unità lanciamissili francesi, elicotteri italiani e mezzi corazzati inglesi, sebbene venissero cancellati i programmi non ancora avviati.<br />
<a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> In quest’ultima occasione una divisione corazzata irachena era stata annientata dai pur scossi israeliani, decimati nei primi giorni della guerra del Kippur.<br />
<a title="" href="#_ftnref3">[3]</a> Molti di loro morirono in un mai chiarito disastro aereo, 9 mesi dopo la battaglia.<br />
<a title="" href="#_ftnref4">[4]</a> Banisadr era stato destituito il 22 giugno 1981, e costretto all’esilio: è morto a Parigi nel 2021.<br />
<a title="" href="#_ftnref5">[5]</a> Gli iraniani non dimenticarono che Shirazi aveva mandato a morire decine di migliaia di giovani privi di addestramento e male armati: nel 1999 un commando lo ucciderà davanti a casa sua, e l’opposizione al regime farà riferimento al suo ruolo nelle sanguinose offensive contro Bassora.<br />
<a title="" href="#_ftnref6">[6]</a> Queste “spallate” ricordano molto le “battaglie dell’Isonzo” lanciate, con successo alterno ma perdite sempre pesanti (soprattutto rispetto ai risultati), dal generale Cadorna tra 1915 e 1917.<br />
<a title="" href="#_ftnref7">[7]</a> Tutte le cifre sono però controverse e solo stimabili.</p>
</div>
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		<title>LA POLITICA ESTERA DI TRUMP IN MEDIO ORIENTE</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Dec 2018 09:11:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Daniela Franceschi - Già in campagna elettorale Trump propose di cambiare radicalmente rotta rispetto alla politica di Obama. Oggi la presenza statunitense nello scacchiere sembra più contenuta, ma ci sono forze strutturali &#8211; strategiche ed economiche &#8211; che indicano come un disinteressamento per l&#8217;area non sarà mai molto probabile. &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="center"><b>di Daniela Franceschi -</b></p>
<p align="center"><b><br />
</b></p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><em><strong>Già in campagna elettorale Trump propose di cambiare radicalmente rotta rispetto alla politica di Obama. Oggi la presenza statunitense nello scacchiere sembra più contenuta, ma ci sono forze strutturali &#8211; strategiche ed economiche &#8211; che indicano come un disinteressamento per l&#8217;area non sarà mai molto probabile. </strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong> </strong></em></p>
<p align="center"><b> </b></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il presidente Trump deve affrontare una serie importante di sfide</strong> in Medio Oriente, tra cui la lotta in corso contro lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS), il rapporto difficile con l’Iran, dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare e l’imposizione di nuove sanzioni, le conseguenze dell’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi, che rischia di indebolire la leadership saudita minandone la stabilità a lungo termine, il ruolo in espansione della Russia, la politica della Turchia, la crescente attrazione delle ideologie jihadiste e l’attivismo tra i sunniti. Tutto questo quando la politica estera non era stata uno dei temi centrali della sua campagna presidenziale.<br />
Nelle poche dichiarazioni sulla politica estera durante la campagna elettorale, Trump ha sfidato i paradigmi fondamentali della strategia americana in Medio Oriente. Mentre Hillary Clinton ha condiviso l’imperativo della politica americana di perseguire un primato militare e politico in Medio Oriente, Trump ha abbracciato il paradigma dell’“America First”, chiedendosi se la premiership americana nella regione, come definita dalle amministrazioni succedutesi dalla fine della Guerra Fredda, servisse davvero gli interessi degli Stati Uniti. Non era chiaro come Trump volesse tradurre queste posizioni della campagna in una nuova strategia in Medio Oriente, non rivolta, tuttavia, verso una premiership coercitiva attraverso interventi diretti e cambi di regime, ma che ricercasse un equilibrio ragionevolmente stabile del potere, processo in cui gli Stati Uniti si sarebbero impegnati in modo produttivo con tutti i principali <em>player</em> regionali.<br />
Durante la campagna presidenziale, Trump ha messo in dubbio che la leadership in Medio Oriente fosse veramente nell’interesse degli Stati Uniti &#8211; con ‘interesse’ qui strettamente inteso come l’insieme di benefici materiali, economici e politici. Ha rifiutato il cambio di regime istigato dagli USA, presentandosi come un avversario dell’invasione dell’Iraq e dell’intervento in Libia (anche se aveva fatto delle affermazioni che sostenevano entrambe le azioni nel momento in cui avevano avuto luogo). È apparso scettico sugli alleati a lungo termine, come l’Arabia Saudita, in quanto partner dell’influenza degli Stati Uniti, mettendo in discussione i legami di sicurezza apparentemente incondizionati. Inoltre, formalmente professava il supporto per la sicurezza di Israele con molto ardore, come qualsiasi altro candidato, ma le componenti politiche filo israeliane temevano che la sua avversione per le alleanze avrebbe potuto estendersi anche allo stato ebraico.<br />
Trump sembrava anche più a suo agio, rispetto alla maggior parte dei membri dell’élite politica degli Stati Uniti, con gli elementi classici del bilanciamento dei poteri (ad esempio le sfere di influenza), essendo meno preoccupato per il coinvolgimento di altre potenze nella regione.<br />
Come candidato presidenziale, Donald Trump ha duramente criticato le politiche del Medio Oriente dei suoi predecessori. La sua critica è stata incentrata su due temi principali: gli enormi costi e i fallimenti dell’America in progetti di <em>Nation Building</em> da un lato, e la debolezza dimostrata nei confronti degli avversari dall’altro. Nella sua percezione, una strategia costruita sul concetto dell’“America First”, gli Stati Uniti dovrebbero ridimensionare gli impegni nella regione, ma dovrebbero rispondere anche con una forza schiacciante a qualsiasi minaccia percepita come vitale per gli interessi nazionali. Anche se Donald Trump ha abbozzato una presenza più contenuta nel Medio Oriente, ci sono forze strutturali strategiche ed economiche che indicano come un disinteressamento del contesto Medio Orientale non è mai stato molto probabile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sono tre i capisaldi dell’impegno degli Stati Uniti verso la regione:</strong> la vendita di armi in particolare ai partner nel Golfo, un rapporto speciale con Israele, sostenuto da forti forze politiche nazionali negli Stati Uniti, e il continuo interesse americano nella sicurezza del flusso ininterrotto di fonti energetiche dalla regione.<br />
Le vendite di armi verso il Medio Oriente hanno raggiunto il valore di 54,6 miliardi di dollari tra il 2012 e il 2015, con un previsto notevole aumento nel prossimo futuro. Donald Trump ha sottolineato l’importanza di mantenere una forte base manifatturiera negli Stati Uniti, quindi, è probabile che l’industria della difesa sia chiamata a svolgere un importante ruolo in questo senso, il che implica la necessità di garantire ampi mercati di esportazione. L’incerto contesto regionale mediorientale crea anche incentivi per ulteriori esportazioni di armi. I legami tra Stati Uniti e Israele rimarranno forti anche nei prossimi anni, come la forte influenza politica dei gruppi filo-israeliani in un Congresso in gran parte pro-Israele.<br />
Nonostante la crescente indipendenza energetica degli Stati Uniti dal Medio Oriente grazie all’aumentata produzione del petrolio e del gas, l’America hanno ancora un’enorme necessità di un mercato internazionale dell’energia stabile. Gravi interruzioni nel rifornimento danneggerebbero in modo significativo non solo l’economia degli Stati Uniti, ma anche le economie degli alleati in Europa e in Asia. Analizzando le dichiarazioni e le percezioni degli attori chiave della nuova amministrazione Trump sulla regione, l’influenza di queste forze strutturali è visibile nello sviluppo di una nuova strategia americana in Medio Oriente.<br />
La priorità dell’impegno americano è stata fin da subito l’offensiva contro il terrorismo. In un primo tempo, l’amministrazione Trump avrebbe avuto come obiettivo la sconfitta dell’ISIS in Siria, Iraq e altrove nella regione, non appena fosse stato possibile. L’amministrazione Trump ha inoltre indicato che non aderiva incondizionatamente alla deposizione di Assad. Questa politica è stata supportata dalla promessa di Trump che non ci sarebbero stati progetti di <em>Nation Building</em> e militari su larga scala. In questo contesto non ci sarebbero più state controversie con alleati come Israele, Egitto o le monarchie arabe del Golfo riguardo alle loro politiche sui diritti umani o sul terrorismo.<br />
La retorica della campagna presidenziale di Trump è stata incoerente. Ha rifiutato l’intervento in Siria, ma ha approvato la no-fly-zone per proteggere i civili. Trump si è scagliato contro gli interventi degli Stati Uniti; ha, inoltre, aspramente criticato l’accordo sul nucleare iraniano, da cui gli Stati Uniti si sono ritirati nel maggio di quest’anno, che riduceva senza dubbio le possibilità di un’altra guerra regionale promossa dagli USA.<br />
Come candidato, Trump ha detto regolarmente (senza dare precisazioni) che avrebbe aumentato le azioni militari per ‘distruggere’ l’ISIS e altri gruppi jihadisti. Dal momento dell’elezione, i suoi consiglieri hanno affermato che la sua amministrazione avrebbe aumentato gli attacchi aerei contro gli obiettivi jihadisti in Iraq e Siria, nonché allentato le norme di Obama sull’ingaggio per tali operazioni. Inoltre, hanno escluso la presenza di truppe di terra in entrambi i paesi. Alcuni hanno suggerito che Trump sarebbe stato aperto a cooperare con il governo siriano, che ha il più grande contingente di forze di terra in Siria. Altri consiglieri neoconservatori avevano sostenuto che la sua amministrazione avrebbe fatto pressioni sugli stati sunniti, come l’Arabia Saudita, affinché inviassero delle truppe per ‘liberare’ le aree a maggioranza sunnita in Iraq e in Siria.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Procedendo nell’analisi, a due anni dall’inizio della presidenza di Donald Trump,</strong> è possibile affermare che pochi cambiamenti concreti sono stati fatti rispetto alle politiche dell’ex presidente Barack Obama. I cambiamenti che sono stati fatti, tuttavia, stanno minando la cooperazione e la stabilità regionale. La strategia antiterrorismo aggressiva di Trump non è riuscita a includere gli strumenti critici di soft power che aiuterebbero a contrastare l’estremismo; l’Iran continua a espandere la sua influenza attraverso le guerre civili in Siria, Yemen e Libano; e le politiche americane in Israele e Palestina hanno solo intensificato il rifiuto palestinese di qualsiasi accordo di pace mediato dagli Stati Uniti. Con così pochi successi a due anni dall’entrata in carica del presidente, le promesse fatte durante la campagna presidenziale di Trump, tra cui l’eliminazione dell’estremismo islamico, il contenimento l’Iran e la fine della conflitto israelo-palestinese, difficilmente saranno mantenute.<br />
Mentre la politica estera non è stato un elemento centrale della campagna elettorale del presidente Donald Trump nel 2016, sono, tuttavia, stati enunciati tre punti chiave della sua piattaforma politica per il Medio Oriente, abitualmente inclusi nei suoi discorsi pubblici: 1) eliminare l’ISIS e l’estremismo “islamico”; 2) strappare il Piano congiunto d’azione globale (l’accordo sul nucleare iraniano) e affrontare le minacce regionali iraniane; 3) intermediazione e risoluzione globale del conflitto israelo-palestinese. A due anni dall’inizio della sua amministrazione, i tre elementi evidenziati nella sua campagna restano al centro della sua politica in Medio Oriente. Ma in realtà, ci sono stati pochi cambiamenti tangibili rispetto alle politiche dell’amministrazione di Barack Obama, e i risultati dei pochi cambiamenti che Trump ha fatto non hanno prodotto risultati veramente positivi.<br />
Forse nessuna linea di politica estera durante la campagna elettorale ha suscitato una risposta più fragorosa dell’impegno di Trump “a bombardare l’ISIS”. Nonostante la priorità che il presidente ha posto sulla lotta contro l’estremismo islamico, nella sua amministrazione non c’è ancora una articolata strategia per raggiungere questo obiettivo. La strategia antiterrorismo dell’amministrazione Trump ha presumibilmente passato una fase di sviluppo per quasi un anno, ma la strategia promessa rimane finora incompiuta.<br />
In assenza di un quadro globale, l’amministrazione ha focalizzato la sua risposta sulla minaccia estremista quasi esclusivamente in termini di azione muscolare. Il presidente ha dichiarato vittoria nella lotta contro l’ISIS dopo la caduta di Raqqa nell’ottobre del 2017, asserendo che la sua amministrazione aveva fatto “più progressi contro questi terroristi negli ultimi mesi che negli ultimi anni.”. I successi contro l’ISIS, a suo parere, erano il risultato delle decisioni delle persone che aveva incluso nel suo staff e delle nuove regole di ingaggio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tuttavia, un’analisi più cauta da parte del Dipartimento della Difesa,</strong> che ha notato la continuità della strategia di controterrorismo tra l’amministrazione Obama e quella Trump, ha chiarito che la sconfitta dell’ISIS non era definitiva. In effetti, molti mesi dopo la dichiarazione di vittoria di Trump, appare chiaro che, anche nei suoi più stretti aspetti militari, la lotta contro l’estremismo islamico nel teatro Siria-Iraq sia tutt’altro che terminata. La National Security Strategy riconosce che la capacità degli<br />
Stati Uniti di prevalere nel conflitto contro i gruppi estremisti richiede comunque l’integrazione di tutti gli elementi del potere nazionale. Ma l’amministrazione ha generalmente destituito o minimizzato elementi non prettamente militari e coercitivi della politica estera. Così, non si fa menzione nella strategia di sicurezza nazionale della promozione dei diritti umani, dell’assistenza allo sviluppo, del rafforzamento delle istituzioni politiche, della buona <em>governance</em>, o di altri strumenti di soft power che le amministrazioni precedenti avevano abitualmente definito come elementi chiave fondamentali della loro strategia antiterrorismo.<br />
Le osservazioni dell’amministrazione Trump al bilancio al Congresso, che propongono profondi tagli nei programmi che affrontano le questioni che alimentano l’estremismo violento nella regione, chiariscono come il <em>Nation Building</em> non faccia parte dell’approccio dell’amministrazione alla lotta al terrorismo. Infatti, come Steve Tankel, un analista di controterrorismo presso l’American University, ha scritto sulla rivista <em>Foreign Policy</em>, “la preferenza di Trump per l’azione militare sugli altri strumenti del potere nazionale si estende anche al supporto che è pronto a offrire agli altri paesi. La sua proposta di bilancio avrebbe investito pesantemente nella costruzione di eserciti delle nazioni partner, più che migliorare i settori della sicurezza civile o assistere nello sviluppo economico.”<br />
Seguendo l’analisi di Tankel, gli Stati Uniti hanno intensificato la sola risposta “muscolare” alle minacce estremiste in Yemen, Libia e Somalia. Sotto l’amministrazione Trump, il numero di attacchi di droni è aumentato significativamente in Yemen e in Somalia. Utilizzando la classificazione di Obama dei “campi di battaglia temporanei” o “aree di ostilità attive,” l’amministrazione ha adottato un approccio più muscolare; questo include standard più “morbidi” per le operazioni militari rispetto alle norme dell’amministrazione precedente, soprattutto riguardo al non coinvolgimento dei civili.<br />
In Libia, Trump ha continuato la linea dell’amministrazione Obama verso una maggiore attenzione alla lotta contro l’estremismo islamico a scapito del sostegno continuo agli sforzi dell’ONU per risolvere i conflitti politici interni del paese.<br />
Le conseguenze del cambiamento dell’amministrazione verso un maggiore uso della forza nelle sue politiche antiterrorismo sono chiare come l’aumento notevole del numero di vittime civili nelle operazioni degli Stati Uniti. Il fallito raid delle forze speciali degli Stati Uniti nel gennaio del 2017, nel villaggio di al-Ghayil a Bayda, nello Yemen, ha provocato almeno 30 vittime tra la popolazione, tra cui sei donne e dieci bambini di età inferiore ai 13 anni. In Siria, un presunto attacco degli Stati Uniti sulla Moschea al-Khattab Omar Ibn nel villaggio in mano ai ribelli di Jeeneh nella provincia di Aleppo, affollata di oltre 300 fedeli, ha ucciso più di 40 persone.<br />
L’attuazione di una linea politica contro il terrorismo più aggressiva da parte dell’amministrazione Trump ha portato, a breve termine, a un vantaggio tattico degli Stati Uniti sui gruppi estremisti. Gli sforzi in Siria e in Iraq, che rientrano nelle iniziative attuate dall’amministrazione Obama, sono riusciti ad eliminare il controllo dell’ISIS su buona parte del territorio. Nello Yemen, vi è qualche evidenza che al-Qaeda è stata indebolita dalla intensa campagna antiterrorismo condotta dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita, e appoggiata dagli Stati Uniti, ma le conseguenze a lungo termine non sono così promettenti. L’assenza di un chiaro impegno a fornire aiuti per la ricostruzione di società devastate dalla guerra e nell’assistenza allo sviluppo delle istituzioni politiche ed economiche significa la creazione di spazi non governati, in cui i gruppi estremisti esistenti o nuovi possono mettere radici. Inoltre, intensificando le operazioni militari in paesi come lo Yemen, dove la presenza dell’intelligence americana è limitata e la comprensione della situazione sul terreno non chiara, esiste il rischio che qualsiasi azione bellica generi un numero elevato di vittime tra i civili. A sua volta, la morte di civili innocenti allontanerà le popolazioni locali, il cui favore è essenziale per ottenere risultati nella lotta degli Stati Uniti contro i gruppi estremisti. Sulla base dei primi due anni in carica, le prospettive dell’amministrazione Trump per sconfiggere ed eliminare l’estremismo islamico sono poco promettenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alla pari con i suoi impegni per eliminare l’estremismo islamico,</strong> e spesso fondendo i due temi, durante la campagna elettorale Trump ha espresso la sua determinazione nel voler smantellare il piano globale d’azione comune (JCPOA), noto anche come accordo sul nucleare iraniano, oppure ritirarsi completamente da esso, come in effetti ha poi fatto. In un discorso a Youngstown, Ohio, Trump ha dichiarato che “l’accordo nucleare mette l’Iran, lo stato numero uno come sponsor del terrorismo islamico radicale, su un percorso per le armi nucleari. In breve, la politica estera di Obama-Clinton &#8230; ha messo l’Iran in una posizione dominante di potenza regionale che, di fatto, aspira ad essere una potenza mondiale dominante.”<br />
Come presidente, Trump ha continuato i suoi attacchi contro il JCPOA. Nel settembre del 2017, nel suo primo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti “non possono rispettare un accordo se prevede la copertura per l’eventuale costruzione di un programma nucleare. L’accordo sull’Iran è stato uno dei peggiori che gli Stati Uniti abbiano mai stipulato. Francamente, è una vergogna per gli Stati Uniti &#8230; “. Solo poche settimane dopo, Trump ha presentato la sua strategia sull’Iran, che ancora una volta ha puntato molto sui gravi errori del trattato.<br />
L’accordo di Camp David è stato firmato dall’Iran e da cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e dalla Germania (P5+1). L’accordo è stato una svolta per Teheran che ha accettato di sospendere il suo programma nucleare in cambio della fine delle limitazioni al petrolio iraniano, delle sanzioni economiche e dell’embargo sulle armi. L’accordo avrebbe aperto la strada per investimenti esteri diretti e avrebbe permesso all’Iran di partecipare all’economia globale. Allo stesso modo, l’accordo poteva aumentare il commercio del Paese e il PIL, reintegrando l’Iran nei mercati globali, e aprendo alla cooperazione con altri Stati nel sistema internazionale. L’Iran ha utilizzato questa nuova forza economica e l’accesso alle armi per sostenere i suoi alleati ed estendere la sua influenza regionale. Nell’ultimo periodo, dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo e la conseguente imposizioni di nuove sanzioni, l’economia iraniana ha subito una battuta d’arresto e vive adesso una grave crisi finanziaria.<br />
Nonostante la sua intensa attenzione per i termini del accordo nucleare iraniano, la maggior parte delle affermazioni del presidente erano estranee al programma nucleare. In effetti, i problemi su cui gli alleati regionali degli Stati Uniti (con l’eccezione di Israele) hanno posto l’attenzione, in genere, non riguardavano il comportamento dell’Iran riguardo alle sue armi nucleari. Al contrario, chiedevano un appoggio per contrastare la minaccia dei missili balistici, il sostegno al terrorismo, e l’interferenza nelle politiche interne dei vicini, in particolare in Yemen e in Bahrain da parte del regime degli ayatollah.<br />
Trump ha risposto a queste preoccupazioni. A Riad, parlando a una platea di leader degli stati arabi e islamici, il presidente ha affermato che “dal Libano all’Iraq allo Yemen, l’Iran fornisce fondi e armi alle milizie terroristiche”. Allo stesso modo, alle Nazioni Unite, Trump ha dichiarato: “è tempo per tutto il mondo di unirsi a noi nel chiedere che il governo iraniano metta fine alla sua ricerca della morte e della distruzione&#8230;Soprattutto, il governo iraniano deve smettere di sostenere i terroristi&#8230; e rispettare i diritti sovrani dei suoi vicini “.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma le azioni politiche di Trump non hanno rispecchiato la sua robusta retorica contro l’Iran.</strong> Ha elaborato quattro punti cardine, nella strategia annunciata nell’ottobre del 2017, per contrastare l’Iran: lavorare con gli alleati per contrastare l’attività di destabilizzazione del regime e il supporto ai gruppi terroristici nella regione; mettere ulteriori sanzioni contro il regime per bloccare il finanziamento del terrore; affrontare la <span style="color: #000000;">proliferazione dei missili e delle armi del regime iraniano che minacciano i suoi vicini, il commercio globale, e la libertà di navigazione; impedire al regime tutti i percorsi per dotarsi di un’arma nucleare.<br />
Quasi sei mesi dopo, l’amministrazione ha intrapreso alcuni passi concreti per raggiungere gli obiettivi di questa strategia sull’Iran. Come Dennis Ross ha osservato in un articolo su <i>Foreign Policy</i>, “fino ad oggi, il sostegno di Trump agli israeliani e ai sauditi è in primo luogo simbolico. Mentre il simbolismo conta chiaramente qualcosa, ha bisogno di essere sostenuto dalla sostanza per non perdere il suo significato.” Al contrario, mentre l’amministrazione Trump si concentra sui gesti simbolici e le dichiarazioni retoriche, l’Iran continua a rafforzare la sua presa in Siria e Iraq; espande la propria assistenza agli Houthi nello Yemen, compresa la fornitura di tecnologia missilistica consentendo loro di minacciare grandi centri abitati sauditi e degli Emirati; e valorizza il ruolo di Hezbollah, suo alleato forte nel mondo arabo, profondamente impegnato in Siria e nello Yemen e minaccia costante per la sicurezza di Israele.<br />
Ironia della sorte, le minacce del presidente al JCPOA, che gli altri firmatari dell’accordo vedono ancora come l’unico elemento della politica verso l’Iran che sta funzionando, impedisce la cooperazione internazionale per affrontare gli altri elementi problematici del comportamento iraniano. A seguito di un incontro nel gennaio del 2018 con il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, i ministri degli Esteri del Regno Unito, della Francia, della Germania e dell’Unione europea hanno insistito con la stampa che l’accordo nucleare “ha reso il mondo più sicuro e ha impedito una possibile corsa agli armamenti nucleari nella regione.” L’Alto Rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea, Federica Mogherini, aveva sottolineato che qualunque tentativo di affrontare altre questioni controverse con l’Iran, compreso il suo programma missilistico e il comportamento aggressivo nella regione, dovevano essere separati dall’accordo sul nucleare.<br />
Nel maggio del 2018, gli Stati Uniti si sono effettivamente ritirati dall’accordo sul nucleare.<br />
Trump non ha presentato alcuna prova che l’Iran non si stesse conformando agli obblighi imposti. Né il presidente né i paesi stranieri che sostengono la sua decisione, soprattutto Israele e l&#8217;Arabia Saudita, hanno presentato alcuna prova che l&#8217;Iran è tecnicamente in violazione del trattato.<br />
Invece, la decisione del presidente sembra ruotare intorno ai difetti del trattato stesso. Il primo è che l’accordo non è del tutto permanente; le restrizioni sul programma nucleare iraniano iniziano a diminuire circa 10 anni dopo la firma dell’accordo (anche se la clausola di non costruire un&#8217;arma nucleare è permanente). Il secondo è che l’accordo non ha risolto le altre questioni problematiche del comportamento dell’Iran, incluso lo sviluppo di missili balistici e il suo sostegno alle milizie estremiste in tutto il Medio Oriente (come Hezbollah in Libano).<br />
Durante la campagna presidenziale del 2016, Trump ha più volte definito l’accordo con l’Iran “il peggior accordo mai fatto”. Inoltre, sembra essere una priorità per questa amministrazione abbattere le realizzazioni della presidenza precedente, come la riforma sanitaria o l’accordo sul clima di Parigi o, appunto, l’accordo sul nucleare iraniano.<br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Nel frattempo, gli amici e partner in Medio Oriente degli Stati Uniti</strong> sono sempre più scettici sulla capacità dell’America di raggiungere un reale progresso nella riduzione della minaccia iraniana per la sicurezza e la stabilità regionale, e stanno cercando altre potenze mondiali, tra cui Russia e Cina, per il supporto necessario.<br />
A differenza delle questioni scottanti dell’Iran e dell’estremismo islamico, l’approccio di Trump al conflitto israelo-palestinese durante la campagna presidenziale rifletteva il suo interesse in quanto rappresentava una sfida per le sue qualità di negoziatore.<br />
Nel marzo del 2016, Trump ha confermato al <em>New York Times</em> che “avrebbe avuto una migliore possibilità di chiunque altro di fare un accordo” tra israeliani e palestinesi. Anche se ha suggerito in quel momento che avrebbe negoziato l’accordo personalmente, ha chiarito, alla vigilia del suo insediamento, che avrebbe incaricato il genero, Jared Kushner, di assumersene la responsabilità. Trump ha detto al pubblico durante un evento del 19 gennaio che “in tutta la mia vita ho sentito che è l’accordo più difficile da fare, ma ho la sensazione che Jared stia facendo un ottimo lavoro.”<br />
A poche settimane dal suo insediamento, Trump ha continuato sulla stessa linea durante un incontro alla Casa Bianca con Netanyahu. Nel corso di una conferenza stampa congiunta, Trump ha dichiarato: “stiamo andando a fare un accordo. Potrebbe essere un accordo più grande e migliore di quanto la gente in questa stanza possa capire”. Ha utilizzato la stessa nota positiva in una riunione del settembre del 2017, incontrando il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas a New York. Trump ha detto ad Abbas, “abbiamo una vera, ma molto vera possibilità [per la pace tra israeliani e palestinesi], e certamente dedicherò tutto il mio cuore e la mia anima per ottenere che l’accordo sia fatto. Il nostro team è esperto; la tua squadra è esperta. Israele sta lavorando molto per lo stesso obiettivo, e devo dire che l’Arabia Saudita e molte altre nazioni stanno lavorando molto duramente.”<br />
Nonostante la sua determinazione per risolvere il conflitto, l’approccio dell’amministrazione è estremamente vago. Nella conferenza stampa con Netanyahu, Trump ha lasciato gli ascoltatori perplessi quando ha rifiutato di confermare che gli Stati Uniti avrebbero continuato il tradizionale impegno per una soluzione a due stati; “sto guardando a due stati e ad uno stato”, ha suggerito Trump, aggiungendo “mi piace quello che entrambe le parti vogliono.” Il riferimento di Trump ai sauditi nella sua conferenza stampa congiunta con Netanyahu riflette ulteriormente l’interesse dell’amministrazione per un approccio “outside-in” che fa affidamento su partner regionali, in particolare i sauditi, per guidare al posto degli Stati Uniti una normalizzazione politica con Israele e fare pressione sui palestinesi affinché accettino una proposta di mediazione e facilitare in questo modo una risoluzione del conflitto israelo-palestinese.<br />
Il rendere noto al grande pubblico il concetto di “outside-in” ha messo i sauditi in una posizione scomoda. Pur esprimendo il supporto per l’impegno dell’amministrazione a perseguire un’iniziativa di pace israelo-palestinese, i sauditi si sono uniti agli altri leader della Lega Araba, almeno in pubblico, per sottolineare che la loro posizione era rimasta in linea con quella dell’iniziativa di pace araba redatta la prima volta nel 2002 dal re saudita Abdullah bin Abdul-Aziz Al Saud. Tale iniziativa comprendeva la normalizzazione dei rapporti arabo-israeliani e la creazione di normali relazioni diplomatiche a seguito di un accordo israelo-palestinese. L’amministrazione Trump ha visto la crescente confluenza di interessi tra Israele e Arabia Saudita, in particolare sulla condivisa preoccupazione per l’attivismo iraniano, come un’opportunità per fare pressione al fine di una normalizzazione delle relazioni con Israele.<br />
La decisione nel dicembre del 2017 di “riconoscere” Gerusalemme capitale di Israele e spostarvi l’ambasciata americana ha gravemente complicato, anche se non ha del tutto distrutto, la possibilità che l’amministrazione riuscisse veramente a promuovere un accordo di pace definitivo israeliano-palestinese. L’amministrazione continua a insistere sul fatto che andrà avanti nei suoi sforzi per un accordo di pace, i cui termini rimangono, tuttavia, estremamente vaghi.<br />
Lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme ha intensificato il rifiuto palestinese della politica dell’amministrazione Trump. Oltre all’opposizione ad incontrare i rappresentanti degli Stati Uniti di alto livello, tra cui il vice presidente Mike Pence, Abbas ha rifiutato il ruolo degli Stati Uniti come mediatore nelle trattative di pace. In un discorso al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel febbraio del 2018, il leader palestinese ha invitato il Consiglio ad organizzare una conferenza internazionale entro la fine dell’anno; ammettere lo Stato palestinese come membro a pieno titolo delle Nazioni Unite; e riconoscere le linee di armistizio del 1967 come il confine internazionale tra Israele e Palestina. Nelle circostanze attuali, anche se la proposta degli Stati Uniti è significativamente più favorevole alla posizione palestinese, è improbabile che i palestinesi saranno disposti a impegnarsi nelle trattative.<br />
La risposta saudita all’annuncio americano sull’ambasciata è stata estremamente negativa, ma i funzionari palestinesi hanno riferito che il principe ereditario Mohammed aveva incoraggiato Abbas a rimanere aperto verso un accordo di pace degli Stati Uniti. La reazione negativa palestinese e internazionale verso la posizione dell’amministrazione Trump su Gerusalemme ha portato i sauditi e gli altri Stati del Golfo a ritirarsi ulteriormente dal loro supporto per lo sforzo di mediazione statunitense.<br />
La loro riluttanza ad abbracciare l’iniziativa dell’amministrazione Trump si è approfondita con l’irrigidirsi della Casa Bianca. Affermazioni ripetute che la questione di Gerusalemme era ormai “fuori dal tavolo”, così come l’annuncio che lo spostamento dell’ambasciata si sarebbe tenuto nel maggio del 2018, hanno approfondito e intensificato le preoccupazioni di Riad riguardo alla cooperazione con l’amministrazione americana, che poteva comprometterne seriamente lo standing nazionale e regionale. Sono stati particolarmente sensibili alle critiche sul loro coinvolgimento provenienti dai rivali Turchia e Iran. A questo punto, gli stati del Golfo non saranno certamente disposti a fare pressioni sui palestinesi, anche se il principe ereditario saudita Mohammed ha fatto ogni sforzo in questo senso durante la sua visita a Washington nel marzo del 2018.<br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Dopo due anni dall’inizio dell’amministrazione Trump,</strong> la fiducia inizia a sgretolarsi; l’elezione di Trump era stata accolta calorosamente dai governi in Israele e in molte altre parti del mondo arabo. Da Tel Aviv al Cairo a Riad, le opinioni politiche di Trump erano viste come antidoto ai fallimenti dell’amministrazione Obama.<br />
Ma i partner regionali degli Stati Uniti stanno cominciando a riconoscere che la linea politica di questa amministrazione è molto retorica e a corto di realizzazione pratica. In realtà, l’amministrazione Trump è semplicemente troppo caotica e imprevedibile per implementare nuove politiche.<br />
Come risultato, i partner regionali esprimono ancora fiducia nell’amministrazione e senza dubbio sarebbero pronti ad abbracciare un eventuale successo dell’amministrazione, ma sono anche pragmaticamente alla ricerca, in un senso più ampio, di un supporto internazionale e stanno diventando sempre più assertivi nel difendere i loro interessi.<br />
Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti hanno resistito alle richieste degli Stati Uniti di risolvere il loro conflitto con il Qatar, che l’America considerava un pericolo per la sicurezza e la stabilità del Golfo. La promessa di un vertice del Consiglio di Cooperazione del Golfo a Camp David, se ci fossero stati passi positivi verso la normalizzazione delle relazioni all’interno dell’organizzazione, non ha modificato la loro posizione che non prevede compromessi.<br />
La decisione di spostare l’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme ha messo fine alla disponibilità dell’Arabia Saudita di fare pressione sui palestinesi affinché accettassero un piano di pace israelo-palestinese, ancora da definire, mediato dagli Stati Uniti.<br />
Nonostante il suo entusiasmo per le politiche dell’amministrazione Trump nel contesto israelo-palestinese, Netanyahu ha guardato a Vladimir Putin, e non al presidente americano, per cercare di limitare il potere dell’Iran e ridurre le tensioni in Siria.<br />
Infatti, i paesi leader della regione continuano a ribadire che fanno affidamento sull’amministrazione Trump per affrontare la minaccia iraniana e l’estremismo islamico, ma stanno anche rafforzando le relazioni con le altre potenze mondiali, in particolare la Russia e la Cina. Alti dirigenti sauditi e degli Emirati hanno viaggiato a Mosca e Pechino al fine di bilanciare i rapporti di Teheran con i due paesi e ottenere un’accoglienza più amichevole per i loro interessi. I sauditi hanno annunciato un importante acquisto di armi dalla Russia, senza dubbio un segnale che indica come l’Arabia Saudita abbia più opzioni per proteggere i propri interessi nell’area. Anche l’Egitto, il pilastro fondamentale della presenza degli Stati Uniti in Medio Oriente per quasi 40 anni, ha rafforzato i suoi legami con i russi e persegue potenziali trattati sulle armi con Mosca come salvaguardia contro l’incoerenza degli Stati Uniti.<br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Retorica a parte, non è chiaro quale direzione l’amministrazione Trump intenda adottare</strong> nella sua politica in Medio Oriente nei prossimi anni. Progressi significativi nello sfidare l’Iran o nel processo di pace israelo-palestinese appaiono improbabili data l’attuale traiettoria delle politiche dell’amministrazione. Mentre ci sarà probabilmente un successo nel tentativo di sconfiggere l’ISIS attraverso i mezzi militari, l’eliminazione dell’estremismo islamico rimarrà una sfida duratura per gli Stati Uniti.<br />
Né è chiaro se gli Stati Uniti siano pronti a dedicare risorse significative alla regione. Amici e alleati, insoddisfatti della linea dell’amministrazione Trump, non sono certamente rassicurati dalla strategia di difesa nazionale americana, secondo la quale: “la competizione tra Stati è strategica, non il terrorismo, ed è ora la principale preoccupazione per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti “. Se, infatti, l’attenzione e gli sforzi degli Stati Uniti verso la sicurezza nazionale riguarderanno la competizione strategica con la Cina e la Russia, è improbabile che ci sarà un impegno costante verso il Medio Oriente.<br />
Agli inizi del mese scorso, il 3 novembre, il Presidente Trump ha annunciato, attraverso un video su twitter, il ripristino delle sanzioni contro l’Iran, sanzioni che riguardano il settore delle banche e del petrolio, assi cardini dell’economia iraniana.<br />
Saranno otto i Paesi che potranno continuare a importare petrolio iraniano senza incorrere nelle sanzioni degli Stati Uniti, tra cui Italia, Giappone, Corea del Sud, Cina e Turchia. La decisione di Trump non desta stupore, inoltre, le divergenze con l’Europa riguardo al dossier Iran sono sempre state molto forti; infatti, l’Europa ha costantemente espresso dure critiche verso l’intransigente posizione statunitense. Indubbiamente, il ripristino delle sanzioni spazza via il lavoro diplomatico e politico svolto negli ultimi anni per fermare le ambizioni atomiche iraniane.<br />
Per l’amministrazione americana, l’Iran è uno “stato canaglia”, quindi, la linea della “tolleranza zero” andrà avanti fino a quando il regime degli ayatollah non cesserà di sostenere il terrorismo islamico, di destabilizzare il Medio Oriente (Siria, Libano e Yemen), e di sviluppare i programmi nucleari e missilistici.<br />
La leadership americana in Medio Oriente ha iniziato a indebolirsi dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003. Il deterioramento del predominio strategico degli Stati Uniti è continuato durante la presidenza Obama. In assenza di nuovi sviluppi, l’era Trump vedrà un progressivo sgretolarsi della premiership posseduta dagli Stati Uniti nell’area mediorientale fin dagli anni Settanta e la crescita, al contempo, di una grande competizione multipolare per il potere e l’influenza nel Medio Oriente.<br />
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<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><span style="color: #000000;"><b><br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Aleem, Z. (2016) “<a href="http://www.vox.com/world/2016/12/7/13867366/iran-shell-total-oil-donald-trump"><span style="color: #000000;">Iran’s big new oil deal with Shell will help keep its nuclear agreement safe from Trump</span></a>,” <i>Vox</i>, December 7.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Baker, P. (2015) “<a href="http://www.nytimes.com/2015/03/10/world/asia/white-house-faults-gop-senators-letter-to-irans-leaders.html"><span style="color: #000000;">G.O.P. Senators’ Letter to Iran About Nuclear Deal Angers White House</span></a>,”<i> The New York Times</i>, March 9.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bergen, P. (2016) “<a href="http://edition.cnn.com/2016/11/11/opinions/trumps-national-security-guru-general-flynn-bergen/"><span style="color: #000000;">Inside the mind of Trump’s national security guru</span></a>,” <i>CNN</i>, November 13.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Boot, M. (2016) “<a href="http://foreignpolicy.com/2016/11/22/trumps-america-first-is-the-twilight-of-american-exceptionalism-obama/"><span style="color: #000000;">Trump’s ‘America First’ Is the Twilight of American Exceptionalism</span></a>,” <i>Foreign Policy</i>, November 22.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bradner, E. (2015) “<a href="http://edition.cnn.com/2015/10/11/politics/donald-trump-vladimir-putin-2016/"><span style="color: #000000;">Donald Trump: I’d ‘get along well with’ Vladimir Putin</span></a>,” in <i>CNN</i>, October 11.</span></p>
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">The New York Times (2016c) “<a href="http://www.nytimes.com/2016/11/23/us/politics/trump-new-york-times-interview-transcript.html"><span style="color: #000000;">Donald Trump’s New York Times Interview: Full Transcript</span></a>,” <i>The New York Times</i>, November 23.</span></p>
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Todd, C., Murray, M., and Dann, C. (2016) “<a href="http://www.nbcnews.com/politics/first-read/five-things-we-ve-learned-trump-s-cabinet-picks-so-n693951"><span style="color: #000000;">Five Things We’we Learned From Trump’s Cabinet Picks So Far</span></a>,” <i>NBC News</i>, December 9.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Trump, D. (2016a) “<a href="https://www.donaldjtrump.com/press-releases/donald-j.-trump-foreign-policy-speech"><span style="color: #000000;">Donald J. Trump Foreign Policy Speech</span></a>,” April 27.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Trump, D. (2016b) “<a href="https://www.donaldjtrump.com/press-releases/donald-j.-trump-military-readiness-remarks"><span style="color: #000000;">Donald J. Trump Military Readiness Remarks</span></a>,” September 7.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">“<a href="http://www.bbc.com/news/world-us-canada-37300701"><span style="color: #000000;">US election: Trump pledges big US military expansion</span></a>,” <i>BBC News</i>, September 7.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Trump D. and Benjamin Netanyahu, (2017) “<a href="https://www.whitehouse.gov/briefings-statements/remarks-president-trump-prime-minister-netanyahu-israel-joint-press-conference/"><span style="color: #000000;">Remarks by President Trump and Prime Minister Netanyahu of Israel in Joint Press Conference</span></a>,” White House, February 15.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Trump D. and Mahmoud Abbas, (2017) “<a href="https://www.whitehouse.gov/briefings-statements/remarks-president-trump-president-abbas-palestinian-authority-bilateral-meeting/"><span style="color: #000000;">Remarks by President Trump and President Abbas of the Palestinian Authority Before Bilateral Meeting</span></a>,” White House, September20.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Trump and Netanyahu, “<a href="https://www.whitehouse.gov/briefings-statements/remarks-president-trump-prime-minister-netanyahu-israel-joint-press-conference/"><span style="color: #000000;">Remarks by President Trump and Prime Minister Netanyahu of Israel in Joint Press Conference</span></a>.”</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Wasserman, D. (2016) “<a href="http://cookpolitical.com/story/10174"><span style="color: #000000;">2016 National Popular Vote Tracker</span></a>,” <i>The Cook Political Report</i>, December 15.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Weaver, M. (2016) “<a href="https://www.theguardian.com/us-news/2016/nov/30/john-brennan-tearing-up-us-deal-with-iran-would-be-disastrous-says-cia-chief"><span style="color: #000000;">Tearing up US deal with Iran would be disastrous, says CIA chief</span></a>,” <i>The Guardian</i>, November 30.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Weinstein, J. (2015) “<a href="http://dailycaller.com/2015/09/07/donald-trump-on-his-nuclear-doctrine-democracy-promotion-and-why-he-refuses-to-use-term-supreme-leader/"><span style="color: #000000;">Donald Trump on His Nuclear Doctrine, Democracy Promotion And Why He Refuses To Use Term ‘Supreme Leader’</span></a>,” <i>The Daily Caller</i>, September 7.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Wintour, P. (2016) “<a href="https://www.theguardian.com/world/2016/nov/28/syrian-rebel-forces-aleppo-biggest-defeat-since-2012"><span style="color: #000000;">Syrian rebel forces in Aleppo suffer ‘biggest defeat since 2012</span></a>,” <i>The Guardian</i>, November 28.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Wintour, P. (2018) “UK, Germany and France Urge US Not To Tear Up Iran Nuclear Deal,” <i>The Guardian</i>, January 11.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Wolff, M. (2016) “<a href="http://www.hollywoodreporter.com/news/steve-bannon-trump-tower-interview-trumps-strategist-plots-new-political-movement-948747"><span style="color: #000000;">Ringside With Steve Bannon at Trump Tower as the President-Elect’s Strategist Plots “An Entirely New Political Movement” (Exclusive)</span></a>,” <i>Hollywood Reporter</i>, November 18.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Wright, T. (2016) “<a href="http://www.politico.com/magazine/story/2016/01/donald-trump-foreign-policy-213546"><span style="color: #000000;">Trump’s 19th Century Foreign Policy</span></a>,” <i>Politico</i>, January 20.</span></p>
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		<title>LA MORSA DI ARABIA SAUDITA E IRAN SULLO YEMEN</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Dec 2018 09:10:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Daniela Franceschi - Le due potenze regionali si contendono storicamente l’influenza sul paese yemenita, dal 2015 in preda a una sanguinosa guerra civile. Il processo di disgregazione è reso ancor più evidente dalla presenza di al-Qaeda e Isis, che sperano di sfruttare a proprio vantaggio il vuoto di potere. &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><span style="color: #000000;"><b>di Daniela Franceschi -</b></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong><span style="color: #000000;">Le due potenze regionali si contendono storicamente l’influenza sul paese yemenita, dal 2015 in preda a una sanguinosa guerra civile. Il processo di disgregazione è reso ancor più evidente dalla presenza di al-Qaeda e Isis, che sperano di sfruttare a proprio vantaggio il vuoto di potere.</span></strong></em></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<div id="attachment_8090" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2018/11/Aerial_bombardments_on_Sanaa_Yemen_from_Saudi_Arabia_without_the_right_aircraft._injustice.jpg"><img class=" wp-image-8090" alt="aerial_bombardments_on_sanaa_yemen_from_saudi_arabia_without_the_right_aircraft-_injustice" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2018/11/Aerial_bombardments_on_Sanaa_Yemen_from_Saudi_Arabia_without_the_right_aircraft._injustice.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Bombardamento aereo saudita a Sana&#8217;a</em> (by Fahd Sadi)</p></div>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>La separazione tra Nord e Sud è stata inizialmente il risultato del dominio coloniale</strong>, infatti, i turchi dominavano il Nord e gli inglesi il Sud. La frontiera fu poi formalizzata attraverso il Trattato di Sana’a del 1934 tra il governante post ottomano del Nord, Imam Yahya, e l’Inghilterra. Successivamente, dopo le rivoluzioni degli anni Sessanta che stabilirono sia nello Yemen del Nord sia nello Yemen del Sud delle repubbliche indipendenti, la divisione fu mantenuta, sebbene, soprattutto nella zona meridionale del Paese, uno Yemen unito fosse visto come un primo passo verso una maggiore unità araba. Durante la guerra fredda, tuttavia, la separazione geografica fu rafforzata, poiché la Repubblica Popolare Democratica dello Yemen era un solido alleato sovietico nel mondo arabo, e riceveva, per questo, ingenti risorse economiche tramite il Patto di Varsavia. Quando divenne chiara l’imminente fine del blocco sovietico, lo Yemen del Sud non esitò nel chiedere e ottenere l’unificazione con il Nord.<br />
L’unificazione si sarebbe dimostrata un grave errore politico da parte del leader del Sud, Ali Salem al-Beidh; l’Accordo non prevedeva alcuna forma di autodeterminazione, inoltre, il Presidente Saleh procedette ad emarginare politicamente il rivale, aizzandogli contro i rivali tribali e scontrandosi militarmente con Beidh nel 1994, quando questi cercò, invano, di invalidare il Trattato di unificazione. La breve guerra civile comportò delle conseguenze molto pesanti per la parte meridionale del Paese, poiché l’antica capitale Aden fu devastata dalle forze aeree di Saleh, le istituzioni locali furono sciolte, i terreni socializzati furono distribuiti alla rete clientelare facente capo al Presidente, le infrastrutture industriali furono in parte smantellate, e migliaia di ufficiali dell’esercito e impiegati statali furono licenziati e rimpiazzati con personale del Nord.<br />
L’analisi storico-politica dello Yemen post-unificazione non può prescindere da uno studio approfondito della sua caratteristica più rilevante, la <i>multipolarità</i>,<i> </i>che ha generato almeno quattro <i>centri di gravità</i>, oltre a specificità tribali e regionali. Questi <i>centri di gravità </i>si distinguono dai movimenti e dai Partiti politici, costituendo, invece, dei vettori per la localizzazione delle forze politiche, soprattutto in momenti di estrema polarizzazione politica, come ad esempio una guerra civile, che possono far passare in secondo piano divisioni o alleanze esistenti in tempi di maggiore stabilità, nonostante abbiano una minore capacità di cambiamento rispetto alle organizzazione politiche.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Il primo <i>centro di gravità </i>è identificabile nell’Islam politico sunnita,</strong> che si manifesta attraverso il movimento dei Fratelli Musulmani e il Salafismo. È opportuno soffermarsi brevemente sul movimento salafita; il significato del termine salafita è utilizzato per indicare coloro che vogliono implementare la<i> </i><em>sharia</em>, la legge islamica, ritenendo corretta una lettura integrale e letterale del Corano e della <em>sunna</em>, l’insieme del comportamento e degli insegnamenti del Profeta Maometto. Per questo i salafiti dicono di essere i veri seguaci dell’Islam: perché emulano i primi pii musulmani, i <i>salaf</i>, professando la versione a loro avviso più autentica dell’Islam.<br />
Rifiutando l’adesione a ciascuna delle quattro tradizionali scuole giuridiche – hanafita, hanbalita, malikita, shafiita – i salafiti sono stati influenzati dalla lettura di Muhammad Ibn Abd al-Wahhab, il severo sapiente islamico a cui si legò Muhammed Ibn Saud per dar vita al Regno dell’Arabia Saudita, a metà del XVIII secolo. Abd al-Wahhab è anche l’uomo attorno al quale è nato il wahabismo, un movimento islamista dogmatico prevalentemente saudita. Il movimento salafita si ispira, infatti, a sapienti radicali come Ibn Taymiyya, importante teologo siriano del XIII secolo e fervente sostenitore del <em>jihad </em>che divenne un simbolo per Abd al-Wahhab.<br />
Generalmente sospettosi verso qualsiasi concetto importato dall’Occidente, i salafiti paragonano i cristiani ai crociati e gli ebrei ai sionisti. Usando un linguaggio particolarmente violento, i salafiti alimentano spesso l’idea di un complotto tra queste forze mirato alla distruzione dell’Islam. In questa ottica ogni menzione ai diritti umani viene considerata anti-islamica e la libertà assoluta una fonte di disordine e di barbarie. La libertà di espressione può quindi essere concessa solo a coloro che vogliono propagandare l’Islam.<br />
Nella regione, i sunniti, le cui origini risalgono al crollo dell’impero Ottomano, hanno atteso per molti decenni il loro turno per governare; il vuoto lasciato dalla fine ufficiale del califfato islamico nel 1924 fu una fonte di frustrazione per molti musulmani e una chiaro segno che l’Islam, non solo come religione ma anche come ideologia politica, doveva essere ridefinito.<br />
Successivamente, i sunniti nello Yemen hanno acquisito un potere politico più che decennale. Il Partito Islah (Riforma), un bacino di raccolta per moderati e salafiti, è stato la prima formazione politica fondata dopo l’introduzione del sistema pluralistico a seguito dell’unificazione nel 1990. Il suo fondatore, il potente leader tribale Abdullah al-Ahmar, che ha guidato la confederazione Hashid fino alla sua morte nel 2007, fu uno stretto alleato del Presidente Saleh, di conseguenza, il Partito Islah è stato considerato, per più di un decennio, un pilastro del regime.<br />
La leadership del Partito ha cercato di perseguire un corso particolarmente moderato, avallando in modo inequivocabile l’idea di uno Stato civile, enunciando, altresì, i principi del buon governo e della democrazia. Tuttavia, è possibile notare come l’Islah non abbia saputo separarsi dalle personalità più radicali al suo interno, ad esempio dal religioso salafita Abdul-Majid al-Zindani, il cui nome figura nella lista ONU delle persone associate ad al-Qaeda.<br />
Sul lato più estremo dello spettro politico sunnita, si situano Ansar al-Sharia (Sostenitori della Legge Islamica), legato alla formazione di al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP), soprattutto nel sud del Paese, e un altro gruppo militante islamico, Jabhat al Nosrah (Fronte dei sostenitori di Allah), emerso nella provincia settentrionale di Saada, i cui legami con l’AQAP non sono bene definiti.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Il secondo <i>centro di gravità </i>è rappresentato da un movimento non islamista,</strong> sviluppatosi soprattutto nel Nord del Paese, che spazia dai liberali ai conservatori, includendo anche sunniti e zaiditi, oltre ai sostenitori dei Presidente Saleh. Il movimento ha trovato espressione formale nell’Assemblea Generale del Popolo, il Partito del Presidente che ha detenuto il potere politico per oltre un trentennio.<br />
Questo movimento è più definibile attraverso ciò a cui si oppone, infatti, è contrario ai principi dei sunniti e degli sciiti. A parte il rifiuto degli altri <i>centri di gravità</i>, il suo fattore di mobilitazione principale è stato il clientelismo, più che qualsiasi dottrina politica. Data la sua storia quasi trentennale di Partito unico di Governo, la sua maggiore risorsa è stata la capacità di fornire l’accesso a posizioni di potere e ricchezza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Il terzo <i>centro di gravità</i> è il risultato dell’amarezza e della disillusione</strong> per le conseguenze dell’unificazione; tale movimento venne alla ribalta nel 2007, chiedendo eguali diritti civili e eguale cittadinanza per tutti gli abitanti del Sud. Le richieste sono state quasi sempre ignorate e spesso messe a tacere con la violenza, nonostante gli abitanti del Sud premessero per un ripristino dello Stato antecedente l’unificazione.<br />
È interessante notare come proprio un Partito che era stato l’alfiere dell’unità yemenita, il Partito Socialista dello Yemen del Sud, abbia poi rappresentato la spina dorsale del movimento per l’indipendenza, costituendo il Movimento Meridionale (al Hiraak al-Ganoubi). Dal punto di vista politico, tale formazione non ha una base omogenea, infatti, il fattore unificante principale è l’esperienza della privazione dei diritti civili da parte del Nord. Inoltre, esso è frammentato, poiché, storicamente, nel Sud dello Yemen si riscontrano almeno altre quattro divisioni territoriali che hanno conosciuto periodi di discordia e di conflitti armati. Come risultato, al-Hiraak non ha una leadership unitaria, tuttavia, i suoi membri appaiono concordi nella richiesta dell’autodeterminazione e, di conseguenza, per la ricostituzione dello Stato indipendente dello Yemen del Sud.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il quarto <i>centro di gravità</i> nasce da un movimento politico zaidita hascemita,</strong> meglio conosciuto come gli Houthi o Ansar Allah, che ha dato vita ad una ribellione armata nel Nord del Paese, scatenando l’attuale guerra civile. È un fenomeno prettamente endogeno, che affonda le radici nella storia antica dello Yemen ed ha importanti implicazioni geopolitiche regionali.<br />
La parola <em>hashemita </em>indica un discendente diretto del profeta dell’Islam. Lo Zaidismo è una delle principali sette islamiche, o <em>madhhabs </em>(scuole di Legge islamica), che dominano il Nord dello Yemen. Lo Zaidismo, che risale al secolo VIII, ed è seguito da circa la metà della popolazione degli altopiani dello Yemen del Nord, è generalmente considerato sciita, anche se la giurisprudenza religiosa è molto simile ad alcuni filoni del sunnismo.<br />
Lo Yemen settentrionale è stato governato dagli Zaiditi Hashemiti per circa un migliaio di anni, fino al 1962, quando il nazionalismo arabo ispirò una rivoluzione repubblicana, ideologicamente e militarmente sostenuta dall’Egitto di Nasser. È importante ricordare che alla famiglia reale, così come ai suoi sostenitori, fu consentito di rimanere nel Paese, costituendo parte integrante dell’identità socio-politica dello Yemen, e continuando a essere venerata a causa della sua diretta discendenza dal profeta.<br />
Fino alla metà degli anni Novanta, gli zaidi hanno mantenuto un profilo relativamente basso, tuttavia, la diffusione di un salafismo radicale nel Paese ha portato alla rinascita di un movimento politico basato sull’identità zaidita-hashemita. Sotto la presidenza di Saleh, i gruppi salafiti sono sorti grazie al sostegno economico dell’Arabia Saudita; questo sviluppo, in aggiunta alla crescente corruzione presente nel regime, ha concorso alla realizzazione di un movimento zaidita che si opponeva apertamente alla diffusione del salafismo e ad una ipotizzata alleanza segreta tra Saleh, l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti. Il movimento trae la sua origine da una fazione all’interno dei settori giovanili di Al-Haq, un partito zaidita formatosi nel 1990 per contestare le prime elezioni legislative, tenutesi nel 1993, dello Yemen unito.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>La ribellione armata degli Houthi è iniziata nel 2004,</strong> quando avvennero degli scontri con il Governo yemenita per impedire l’arresto di HusseinBadreddin al-Houthi, a local religious and political leader Badreddin al-Houthi, un leader religioso e politico locale, nonché ex membro del Parlamento. Al -Houthi fu ucciso durante i combattimenti e i suoi seguaci assunsero il suo nome come denominazione del gruppo. Dal punto di vista prettamente politico, gli Houthi hanno sostenuto che il loro impegno era volto a mettere fine alla discriminazione religiosa da parte del Governo, che gli accusava, viceversa, di voler instaurare una versione zaidita del califfato sunnita.<br />
Nel 2009, il conflitto tra gli Houthi e il Governo si è intensificato, allorquando il regime ha lanciato una grande offensiva militare. Le parti hanno raggiunto un cessate il fuoco nel 2010. Tuttavia, nel 2011, la <i>primavera araba</i> ha costituito per il movimento la possibilità di espandere la sua influenza e ottenere un maggior controllo territoriale.<br />
È importante rilevare come, durante il conflitto con gli Houthi, il governo yemenita abbia sperimentato significative turbolenze politiche, soprattutto durante la <i>primavera araba</i>, che ha condotto alla fine della Presidenza di Saleh, sostituito dal suo vice, Abd Rabbu Mansour Hadi.<br />
Nel 2013, quale atto fondamentale della transizione politica che lo aveva portato al potere, Hadi ha creato la Conferenza Nazionale per il dialogo, che avrebbe dovuto formare un Governo di unità nazionale. Questi tentativi di pacificazione nazionale sono naufragati a causa dell’ex Presidente Saleh, che ha mantenuto una forte influenza politica, oltre al controllo della maggior parte delle forze di sicurezza, e che si è unito al Movimento Houthi nella guerra civile contro Hadi, il cui Governo è riconosciuto a livello internazionale, e contro la coalizione guidata dall’Arabia Saudita.<br />
Tra il 2013 e il 2014, gli Houthi hanno continuato a scontrarsi con il Governo yemenita, nonostante la partecipazione a colloqui internazionali, volti a integrare il movimento nel Governo e nella stesura di una nuova Costituzione. Gli Houthi hanno conquistato la capitale Sana’a nel settembre del 2014, ma si sono ritirati in seguito ad un Accordo mediato dall’ONU che ha costretto Hadi a nominare un Governo più inclusivo, che non è riuscito, tuttavia, a stabilizzare il Paese, poiché nel gennaio del 2015 gli Houthi hanno ripreso la capitale, costringendo alla fuga il Presidente e controllando buona parte dello Yemen Occidentale.<br />
Il 26 marzo del 2015, il principale alleato dello Yemen, l’Arabia Saudita, che fa parte di una coalizione che include il Bahrain, il Qatar, il Kuwait, gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto, la Giordania, il Marocco, il Sudan e il Senegal, ha iniziato una campagna aerea contro i ribelli Houthi. Contemporaneamente, l’Arabia Saudita ha accusato l’Iran di sostenere, dal punto di vista finanziario e militare, gli Houthi, data l’appartenenza di entrambi allo Sciismo.<br />
Secondo molto osservatori, la guerra civile nello Yemen si è trasformata in una guerra per procura tra Arabia Saudita e Iran per l’egemonia nella Regione.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Il rapporto di Riyadh con lo Yemen ha radici lontane</strong> e complesse allo stesso tempo; infatti, molti yemeniti giudicano l’Arabia Saudita come uno Stato del Nord con una eccessiva influenza nella Regione, contemporaneamente, i sauditi ritengono lo Yemen un Paese problematico e popoloso, situato proprio nel “loro cortile di casa”, che richiede, per ciò, attenzione e cautela.<br />
Per questa ragione, i leader sauditi hanno attuato una politica di contenimento e assistenza, fornendo a qualsiasi regime fosse al potere a Sana’a un sostegno sufficiente per evitare il collasso dello Stato, anche se un certo livello di disfunzionalità è stata giudicata indispensabile. Infatti, uno Yemen forte è sempre stato visto come una minaccia per la sicurezza interna saudita, tuttavia, negli ultimi anni, una preoccupazione costante dell’Arabia Saudita è stata il possibile crollo economico dello Yemen, il paese più povero e popoloso della Penisola Arabica, con il conseguente afflusso incontrollato di migranti economici.<br />
Nell’aprile del 2013, il regno Saudita annunciò un giro di vite sull’afflusso di operai illegali, a seguito del quale centinaia di migliaia di yemeniti furono espulsi, e la costruzione di una recinzione di 1.500 km lungo il confine saudita-yemenita, progetto finalizzato ad arginare il flusso Sud-Nord di migranti economici, di contrabbandieri e militanti islamisti.<br />
Negli ultimi decenni, è emersa una forte contrapposizione ideologica tra la wahabita Arabia Saudita e gli zaidi, gruppo che non è presente soltanto nello Yemen del Nord, ma anche nel Sud del regno saudita.<br />
In precedenza, il regno saudita aveva sostenuto l’imamato zaidita, una monarchia religiosa, nella sua lotta contro i nazionalisti arabi e le forze tribali anti-establishment durante gli anni Sessanta, in un momento storico durante il quale i gruppi islamisti erano considerati un contrappeso ai movimenti laici nel Golfo.<br />
Un simile pragmatismo ha prevalso su entrambi i lati, poiché alla vittoria dei repubblicani nel Nord del Paese fece seguito la conversione all’islam sunnita di ufficiali militari e leader tribali zaiditi, al fine di incoraggiare il patrocinio del regno saudita. Religiosi salafiti sauditi furono posti nelle tradizionali moschee zaidite nel Nord dello Yemen, tale avvicendamento faceva parte degli sforzi intrapresi per minare l’influenza dei leader zaiditi, che avevano governato l’imamato per un millennio fino agli anni Sessanta.<br />
La decisione di Saleh, appena eletto presidente dell’unificato Yemen, di sostenere l’Iraq di Saddam Hussein nell’invasione del Kuwait, spinse il regno saudita a tagliare gli aiuti al nuovo Stato ed a deportare circa un milione di operai yemeniti immigrati, una mossa che privò lo Yemen delle rimesse dei lavoratori, una preziosa fonte di reddito per un Paese privo di ricchezze naturali e di un moderno apparato industriale.<br />
Data l’incrinatura dei rapporti tra i due Stati, non stupisce che nel 1994 l’Arabia Saudita abbia sostenuto i movimenti indipendentisti meridionali nel tentativo di secessione. Negli anni successivi, tuttavia, Riyadh si è lentamente riconciliata con lo Yemen, tanto che i due Paesi conclusero nel 2000 un Accordo concernente la complessa questione dei confini territoriali.<br />
Durante il primo decennio del nuovo millennio, l’Arabia Saudita si è concentrata sulla lotta contro l’estremismo islamico e lo Yemen, una importante base operativa per i militanti di Al-Qaeda, è divenuto un campo di battaglia strategico per i funzionari antiterrorismo sauditi. È interessante notare come i rami sauditi e yemeniti di Al-Qaeda abbiano cooperato tra loro nei primi anni Duemila, prima di fondersi nella formazione Al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP) nel 2009.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Per quanto concerne l’altro protagonista del contesto geopolitico, l’Iran,</strong> è possibile affermare che, sebbene il suo coinvolgimento in Yemen sia meno documentato, certamente non è meno complesso di quello dell’Arabia Saudita. Prima della rivoluzione islamica del 1979, il regime dello Scià aveva cooperato a stretto contatto con Riyadh nel sostenere l’imamato, e aveva buone relazioni con l’amministrazione coloniale inglese, che dominò gran parte dello Yemen meridionale fino al 1967. Dopo le rivoluzioni nel Nord e nel Sud dello Yemen e in Iran, la Repubblica Araba dello Yemen mantenne buoni rapporti con l’Arabia Saudita e con l’Iraq di Saddam Hussein, e conseguentemente assunse una posizione di opposizione verso l’Iran. Al contrario, lo Stato socialista formatosi nel Sud dello Yemen diventò un alleato di Teheran, essendo entrambi forti oppositori del colonialismo occidentale e delle monarchie del Golfo.<br />
Le relazioni tra l’Iran e lo Yemen sono rimaste cordiali durante gli anni Novanta, in un momento storico in cui il Presidente Saleh era generalmente aperto verso tutti quei legami che potevano rilevarsi utili per il mantenimento del potere, ottenendo, in questo modo, un ruolo chiave nello scacchiere geopolitico regionale, così da consolidare la sua posizione durante e dopo la guerra fredda. La politica estera di Saleh, secondo lo studioso di politica mediorientale Fred Halliday, si concretizzava nel mobilitare il sostegno esterno contro le forze a lui contrarie all’interno del Paese.<br />
Per quanto riguarda il rapporto tra l’Iran e gli Houthi, alcuni osservatori, a cui è stato concesso il raro accesso al Comitato Esecutivo che supervisiona le attività dell’autoproclamato Governo Houthi a Sa’da, affermano che, a partire dal 2011, il gruppo è stato attento a non massimizzare la sua retorica, cercando di trasmettere, invece, un messaggio di tolleranza religiosa, nella speranza di ottenere una più ampia base di appoggio. In realtà, la leadership è impegnata a rispettare rigidamente i principi rivoluzionari islamici stabiliti da Hussein Badr al-Din al-Houthi, che li trasse a sua volta dai principi rivoluzionari iraniani. La comunicazione politica di al-Houthi si contraddistingueva per una netta posizione anti-establishment e anti-occidentale, caratteristica che provocò attriti con i leader più moderati e liberali; al-Houthi coniò il canto <i>Sarkha</i>, tratto dal “Morte all’America” della rivoluzione islamica in Iran: “Morte all’America, Morte ad Israele, siano dannati gli ebrei, la vittoria all’Islam”. Inoltre, importanti esponenti del gruppo hanno aderito allo sciismo e visitato l’Iran per l’istruzione religiosa, confermando, in questo modo, l’esistenza di una fazione che fa diretto riferimento a Teheran all’interno del movimento.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Nel complesso contesto geopolitico dello Yemen si sono inseriti due ulteriori elementi:</strong> i gruppi terroristici, in particolare al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP) e lo Stato islamico (ISIS). Il conflitto in corso ha creato un vuoto di potere e di sicurezza interna che possono essere sfruttati da questi gruppi terroristici per espandere la loro influenza. L’AQAP e l’ISIS hanno portato a termine sanguinosi attentati, tra cui quello contro due moschee nel marzo del 2015 che ha ucciso 142 persone. Entrambe le formazioni terroristiche hanno attaccato il Governo yemenita e gli alleati della coalizione guidata dall’Arabia Saudita; nondimeno, le linee di demarcazione che dividono gli schieramenti appaiono estremamente variabili, come dimostrano gli scontri in cui milizie di al-Qaeda e truppe filogovernative hanno combattuto congiuntamente contro gli Houthi.<br />
La guerra civile in Yemen possiede delle caratteristiche che preannunciano la disgregazione statuale e politica del Paese, tra le quali l’assenza di un Governo centrale che abbia un pieno controllo del territorio e delle forze armate, la presenza di movimenti separatisti che hanno acquisito progressivamente sempre più influenza, la forte contrapposizione religiosa e il coinvolgimento di due potenze regionali, l’Arabia Saudita e l’Iran, che si contendono l’egemonia nell’area.<br />
È difficile prevedere le dinamiche, gli effetti e la durata, che sarà sicuramente molto lunga, del conflitto interno allo Yemen, tuttavia, esso costituisce un ulteriore elemento di destabilizzazione nel contesto geopolitico mediorientale, reso oltremodo instabile dal perdurare della guerra civile in Siria.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><b> </b></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;"><i>Fonti monografiche<br />
</i></span></strong><br />
<span style="color: #000000;">N. Banulescu-Bogdan, S. Fratzke, “Europe’s Migration Crisis in Context: Why Now and What Next?” Migration Policy Institute, September 24 2015, <a href="http://www.migrationpolicy.org/article/europe-migrationcrisis-context-why-now-and-what-next"><span style="color: #000000;">www.migrationpolicy.org/article/europe-migrationcrisis-context-why-now-and-what-next</span></a>.</span></p>
<p>R. Barrett, <i>Saudi Arabia’s Return to Traditional Yemen Policy</i>, “Middle East Institute”, Washington D.C, May 2015.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">P. Barrett Holzapfel, <i>Yemen’s Transition Process: Between Fragmentation and Transformation</i>, “United States Institute of Peace”, Peaceworks No. 95, 2014</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">L. Bonnefoy, <i>Salafism in Yemen: Transnationalism and Religious Identity</i>, London, C. Hurst &amp; Co. Publishers Ltd. 2012.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ch. Boucek, M. Ottaway, <i>Yemen on the Brink</i>, Washington D.C., Carnagie Endowment for International Peace 2016.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ch. Boucek, <i>War in Saada. From Local Insurrection to National Challenge</i>, Washington D.C., Carnagie Endowment for International Peace 2010.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">V. Clark, <i>Yemen: Dancing on the Heads of Snakes</i>, New Haven, CT, Yale University Press 2010.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">S. Day, <i>Regionalims and Rebellion in Yemen. A Troubled National Union</i>, New York, Cambridge University Press 2012.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">P. Dresch, <i>A History of Modern Yemen</i>, Cambridge, Cambridge University Press 2000.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">-, <i>Tribes, Government, and History in Yemen</i>, Clarendon Press 1989.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">I. Fraihat, <i>Unfinished Revolution. Yemen, Libya, and Tunisia after the Arab Spring</i>, New Haven-London, Yale University Press 2016.<i> </i></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">D. Franceschi, <i>La guerra civile siriana. Contesto storico e geopolitico della crisi</i>, “Storico.org”, 2017, <a href="http://www.storico.org/africa_islamici_israele/guerracivile_siria.html"><span style="color: #000000;">http://www.storico.org/africa_islamici_israele/guerracivile_siria.html</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">D. Franceschi, <i>L’Iran e la crisi siriana: caratteristiche e finalità del coinvolgimento iraniano nella guerra civile in Siria</i>, “Storico.org”, 2018, <a href="http://www.storico.org/africa_islamici_israele/iran_crisisiriana.html"><span style="color: #000000;">http://www.storico.org/africa_islamici_israele/iran_crisisiriana.html</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">J. Freeman, <i>The al-Houthi Insurgency in the North of Yemen: An Analysis of the Shabab al Moumineen</i>, Studies in Conflict &amp; Terrorism,<i> </i>vol. 32, no. 11, November 11, 2009.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">G. Hill, G. Nonneman, <i>Yemen, Saudi Arabia and the Gulf States: Elite Politics, Street Protests and Regional Diplomacy</i>, Chatham House, May 2011, <a href="http://www.chathamhouse.org/publications/papers/view/177061"><span style="color: #000000;">http://www.chathamhouse.org/publications/papers/view/177061</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">J. Hilterman, <i>Disorder on the Border: Saudi Arabia’s War Inside Yemen</i>, Foreign Affairs, December 16, 2009.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">R. Hinnebusch, A. Ehteshami (a cura di), <i>The Foreign Policies of Middle East States</i>, Boulder, Lynne Rienner 2001.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">M. Katz, <i>Breaking the Yemen-Al Qaeda Connection</i>, “Current History”, Jan. 2003.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">G. Koehler-Derrick, <i>A False Foundation? AQAP, Tribes and Ungoverned Spaces in Yemen</i>, “The Combating Terrorism Center At West Point”, September 2011, <a href="http://www.ctc.usma.edu/v2/wp-content/uploads/2012/10/CTC_False_Foundation3.pdf"><span style="color: #000000;">www.ctc.usma.edu/v2/wp-content/uploads/2012/10/CTC_False_Foundation3.pdf</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">H. Lackner, <i>Why Yemen Matters. A Society in Transition</i>, London, Saqi Books 2014.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">M. Lynch, <i>The New Arabs Wars. Uprisings and Anarchy in the Middle East</i>, New York, PublicAffairs 2015.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">A. Noman, K. Almadhagi, <i>Yemen and the United States: A Study of a Small Power and Super-State Relationship, 1962–1994</i>, New York, Taurus 1996.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">J. E. Peterson, <i>The al-Huthi Conflict in Yemen</i>, Arabian Peninsula Background Note, no. APBN-006, www.jepeterson.net, August 2008.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">S. Phillips, <i>What Comes Next in Yemen? Al-Qaeda, the Tribes, and State-Building</i>, Carnegie Endowment for International Peace, Middle East Program, March 2010.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">J. M. Sharp, <i>Yemen: Background and U.S. Relations</i>, CRS Report for Congress, Washington, D.C.: Congressional Research Service, January 13, 2010.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">W. A. Terrill, <i>The Conflicts In Yemen and U.S. National Security</i>, “Strategic Studies Institute”, January 2011.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">World Bank, <i>Facing the Hard Facts in Yemen</i>, September 26, 2012, <a href="http://www.worldbank.org/en/news/feature/2012/09/26/yemen-talking-points"><span style="color: #000000;">http://www.worldbank.org/en/news/feature/2012/09/26/yemen-talking-points</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><b> </b></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;"><i>Fonti giornalistiche</i></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">S. Aboudi, <i>UAE says sees systematic Iranian meddling in Yemen, region,</i> Reuters, April 2015, <a href="http://www.reuters.com/article/2015/04/08/us-yemen-crisis-uae-iran-idUSKBN0MZ1P520150408"><span style="color: #000000;">http://www.reuters.com/article/2015/04/08/us-yemen-crisis-uae-iran-idUSKBN0MZ1P520150408</span></a><span style="text-decoration: underline;">.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Agence France-Presse. 2016. “World Muslim Body Condemns Attacks on Saudi Missions In Iran.” Agence France-Presse, January 21. <a href="http://english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2016/01/21/World-Muslim-body-condemns-attacks-on-Saudi-missionsin-Iran.html"><span style="color: #000000;">http://english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2016/01/21/World-Muslim-body-condemns-attacks-on-Saudi-missionsin-Iran.html</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">AlAhmad, Safa. 2016. “A Young Girl and a City Struggling for Life.” BBC News, January 7.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.bbc.com/news/magazine-35253681"><span style="color: #000000;">www.bbc.com/news/magazine-35253681</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ali Khan, Ghazanfar. 2016. “GCC Hits Out at Iran for Meddling in Saudi Affairs.” Arab News, February 5.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.arabnews.com/saudi-arabia/news/863011"><span style="color: #000000;">www.arabnews.com/saudi-arabia/news/863011</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Al Jazeera. 2015. “Yemen Peace Deal Elusive But Rivals Vow to Meet Again<i>.” </i>Al Jazeera, December 21.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.aljazeera.com/news/2015/12/yemen-peace-talkscalled-clashes-151220141116705.html"><span style="color: #000000;">www.aljazeera.com/news/2015/12/yemen-peace-talkscalled-clashes-151220141116705.html</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">-, 2016. “Doctors Without Borders Hospital Hit by Rocket in Yemen.” Al Jazeera, January 11.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.aljazeera.com/news/2016/01/doctors-bordershospital-hit-rocket-yemen-160110125006083.html"><span style="color: #000000;">www.aljazeera.com/news/2016/01/doctors-bordershospital-hit-rocket-yemen-160110125006083.html</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bayoumy, Yara and Mohammed Ghobari. 2016. “Saudi-Iran Dispute Jeopardizes Yemen Peace Talks.” Reuters, January 21. <a href="http://www.reuters.com/article/us-iran-nuclearsaudi-yemen-idUSKCN0UZ22I"><span style="color: #000000;">www.reuters.com/article/us-iran-nuclearsaudi-yemen-idUSKCN0UZ22I</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">BBC News. 2015. “Yemen Crisis: How Bad is the Humanitarian Situation?” BBC News<i>, </i>15 December. <a href="http://www.bbc.com/news/world-middle-east-34011187"><span style="color: #000000;">www.bbc.com/news/world-middle-east-34011187</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">-, 2016a. “Migrant crisis: EU at grave risk, warns France PM Valls.” BBC News, January 22. <a href="http://www.bbc.com/news/world-europe-35375303"><span style="color: #000000;">www.bbc.com/news/world-europe-35375303</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">-, 2016b. “Yemen Crisis: MSF-backed Hospital Hit by Missile.” BBC News, January 10. <a href="http://www.bbc.com/news/world-middle-east-35276253"><span style="color: #000000;">www.bbc.com/news/world-middle-east-35276253</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">-, 2016c. “Yemen conflict: Al-Qaeda Joins Coalition Battle for Taiz.” BBC News, February 22. <a href="http://www.bbc.com/news/world-middle-east-35630194"><span style="color: #000000;">www.bbc.com/news/world-middle-east-35630194</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Black, Ian. 2016. “Saudi Inquiry into War Crime Claims in Yemen Inadequate, Say Rights Groups.” <i>The Guardian</i>, February 1.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bonomolo, Alessandra and Stephanie Kirchgaessner. 2015. “UN Says 800 Migrants Dead in Boat Disaster as Italy Launches Rescue of Two More Vessels.” <i>The Guardian</i>, April 20. <a href="http://www.theguardian.com/world/2015/apr/20/italy-pm-matteo-renzi-migrant-shipwreckcrisis-srebrenica-massacre"><span style="color: #000000;">www.theguardian.com/world/2015/apr/20/italy-pm-matteo-renzi-migrant-shipwreckcrisis-srebrenica-massacre</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Day, Stephen. 2015. “Why Yemen’s Peace Talks Failed.” <i>The Washington Post</i>, July 7. <a href="https://www.washingtonpost.com/blogs/monkey-cage/wp/2015/07/07/whyyemens-peace-talks-failed/"><span style="color: #000000;">https://www.washingtonpost.com/blogs/monkey-cage/wp/2015/07/07/whyyemens-peace-talks-failed/</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Epatko, Larisa. 2015. “Kerry Warns Iran Over Involvement in Yemen.” PBS NewsHour, April 8. <a href="http://www.pbs.org/newshour/rundown/kerry-warns-iran/"><span style="color: #000000;">www.pbs.org/newshour/rundown/kerry-warns-iran/</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Fergusson, James. 2015. “Yemen is Tearing Itself Apart Over Water.” <i>Newsweek</i>, January 20. <a href="http://www.newsweek.com/2015/01/30/al-qaida-plans-its-next-moveyemen-300782.html"><span style="color: #000000;">www.newsweek.com/2015/01/30/al-qaida-plans-its-next-moveyemen-300782.html</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Fraser, Suzan. 2016. “36 Migrants, Including Children, Killed in Two Separate Boat Disasters Off Turkey.” <i>The Star</i>, January 5. <a href="http://www.thestar.com/news/world/2016/01/05/bodies-of-21-migrants-including-3-children-wash-up-on-turkey-coast.html"><span style="color: #000000;">www.thestar.com/news/world/2016/01/05/bodies-of-21-migrants-including-3-children-wash-up-on-turkey-coast.html</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Gardner, Frank. 2015. “Torn in Two: Yemen Divided.” BBC News, December 24. <a href="http://www.bbc.com/news/worldmiddle-east-35160532"><span style="color: #000000;">www.bbc.com/news/worldmiddle-east-35160532</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Gatehouse, Gabriel. 2015. “Inside Yemen’s Forgotten War.” BBC News, 11 September. <a href="http://www.bbc.com/news/world-middle-east-34211979"><span style="color: #000000;">www.bbc.com/news/world-middle-east-34211979</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Hafezi, Parisa and Rania El Gamal, Mehrdad Balali, Peter Salisbury and Yara Bayoumy. 2014. “Iranian Support Seen Crucial for Yemen’s Houthis.” Reuters, December 15. <a href="http://www.reuters.com/article/us-yemen-houthis-iraninsight-idUSKBN0JT17A20141215"><span style="color: #000000;">www.reuters.com/article/us-yemen-houthis-iraninsight-idUSKBN0JT17A20141215</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nichols, Michelle. 2015. “No Fuel Delivered to Yemen Despite President’s Pledge – UN.” Reuters, October 12. <a href="http://www.reuters.com/article/us-yemen-security-unidUSKCN0S621Z20151012"><span style="color: #000000;">www.reuters.com/article/us-yemen-security-unidUSKCN0S621Z20151012</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Oakford, Samuel. 2016. “The Saudi Coalition Bombed A Rehabilitation Center for Blind People in Yemen.” <i>Vice News</i>, January 5. <a href="https://news.vice.com/article/saudi-arabia-bombed-a-rehabilitation-center-for-blindpeople-in-yemen"><span style="color: #000000;">https://news.vice.com/article/saudi-arabia-bombed-a-rehabilitation-center-for-blindpeople-in-yemen</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Porter, Lizzie. 2015. “Yemen: The Unesco Heritage Slowly Being Destroyed.” <i>The Telegraph</i>, June 16. <a href="http://www.telegraph.co.uk/travel/destinations/middleeast/yemen/11678151/Yemen-the-Unesco-heritage-slowlybeing-destroyed.html"><span style="color: #000000;">www.telegraph.co.uk/travel/destinations/middleeast/yemen/11678151/Yemen-the-Unesco-heritage-slowlybeing-destroyed.html</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Reuters. 2015. “Turkey Spent $7.6 billion hosting 2.2 million Syrian Refugees.” <i>Reuters, </i>September 18. <a href="http://www.reuters.com/article/us-mideast-migrants-turkeyidUSKCN0RI0N720150918"><span style="color: #000000;">www.reuters.com/article/us-mideast-migrants-turkeyidUSKCN0RI0N720150918</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Salisbury, Peter and Simeon Kerr. 2015. “Saudi Blockade Threatens ‘Humanitarian Catastrophe in</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Yemen.” <i>Financial Times</i>, May 10. <a href="http://www.ft.com/cms/s/0/b8d2fddc-f3f1-11e4-99de-00144feab7de.html#axzz3wOyjnY75"><span style="color: #000000;">www.ft.com/cms/s/0/b8d2fddc-f3f1-11e4-99de-00144feab7de.html#axzz3wOyjnY75</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Tharoor, Ishaan. 2015. “Forget What You’re hearing. The Civil War in Yemen is Not a Sectarian Conflict.” <i>The Washington Post</i>, April 7. <a href="https://www.washingtonpost.com/news/worldviews/wp/2015/04/07/forgetwhat-youre-hearing-the-civil-war-in-yemen-is-not-asectarian-conflict/"><span style="color: #000000;">https://www.washingtonpost.com/news/worldviews/wp/2015/04/07/forgetwhat-youre-hearing-the-civil-war-in-yemen-is-not-asectarian-conflict/</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Thomas, Andrea. 2015. “Germany Expects Small Budget Deficit On Migration Crisis.” <i>The Wall Street Journal</i>, October 21. <a href="http://www.wsj.com/articles/germany-expectssmall-budget-deficit-over-migration-crisis-1445464802"><span style="color: #000000;">www.wsj.com/articles/germany-expectssmall-budget-deficit-over-migration-crisis-1445464802</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Whitehead, Frederika. 2015. “Water Scarcity in Yemen: The Country’s Forgotten Conflict.” <i>The Guardian</i>, April 2. <a href="http://www.theguardian.com/global-developmentprofessionals-network/2015/apr/02/water-scarcityyemen-conflict"><span style="color: #000000;">www.theguardian.com/global-developmentprofessionals-network/2015/apr/02/water-scarcityyemen-conflict</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Wood, Josh. 2015. “Yemenis Struggle in Impoverished Djibouti After Fleeing War.” <i>The National</i>, May 23. <a href="http://www.thenational.ae/world/middle-east/yemenisstruggle-in-impoverished-djibouti-after-fleeing-war"><span style="color: #000000;">www.thenational.ae/world/middle-east/yemenisstruggle-in-impoverished-djibouti-after-fleeing-war</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Zarif, Mohammad Javad. 2016. “Mohammad Javad Sharif: Saudi Arabia’s Reckless Extremism.” <i>The New York Times </i>Opinion Pages, January 10. <a href="http://www.nytimes.com/2016/01/11/opinion/mohammad-javad-zarifsaudi-arabias-reckless-extremism.html?_r=0"><span style="color: #000000;">www.nytimes.com/2016/01/11/opinion/mohammad-javad-zarifsaudi-arabias-reckless-extremism.html?_r=0</span></a>.</span></p>
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		<title>IL RUOLO DELL&#8217;IRAN NELLA CRISI SIRIANA</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Jun 2018 07:02:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Daniela Franceschi - &#160;   L&#8217;Iran è una potenza tradizionalmente aggressiva, dalla quale non si può prescindere nel teatro geo-strategico mediorientale: quali sono le finalità del suo coinvolgimento nella guerra civile in Siria?   Dopo sette anni di guerra civile in Siria, l’Iran continua a giocare un ruolo chiave &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Daniela Franceschi -</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><strong><em> </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><strong><em>L&#8217;Iran è una potenza tradizionalmente aggressiva, dalla quale non si può prescindere nel teatro geo-strategico mediorientale: quali sono le finalità del suo coinvolgimento nella guerra civile in Siria?</em> </strong></p>
<p align="center"><b> </b></p>
<div id="attachment_7583" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2018/05/IranSiria.jpg"><img class=" wp-image-7583 " alt="Su un poster propagandistico, i volti dei “vincitori” della guerra siriana: Hassan Nasrallah, Hassan Rouhani, Bashar Assad e Vladimir Putin" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2018/05/IranSiria.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Un poster propagandistico con i volti dei “vincitori” della guerra siriana: Nasrallah, Rouhani, Assad e Putin</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo sette anni di guerra civile in Siria,</strong> l’Iran continua a giocare un ruolo chiave nel mantenimento di Bashar Al Assad al potere. Insieme con la Russia, l’Iran si è posto come <i>supporter</i> del regime siriano, unendo la coalizione anti-ribelli. La posta in gioco in Siria per l’Iran è elevata e il suo coinvolgimento ha fornito al regime delle grandi risorse per combattere l’insurrezione.<br />
La strategia iraniana è passata attraverso diversi gradi di intensità, spostando la sua narrazione per trovare un ampio consenso nel suo ambiente politico interno. In effetti, il processo decisionale per quanto riguarda la sicurezza in Iran è un meccanismo complesso; il sistema della Repubblica Islamica, sfaccettato e gerarchico, potrebbe essere meglio descritto come un processo consensuale tra leader politici e militari. La strategia politica dell’Iran in Siria è, quindi, influenzata da diversi attori. La politica interna svolge un ruolo importante nella definizione della politica di sicurezza nazionale e soprattutto nell’attuale strategia in Siria. Gli interessi dell’Iran nel conflitto sono stati affrontati da molti esperti di politica internazionale e storici, tuttavia, a causa della mancanza di una posizione trasparente del Governo iraniano, la valutazione della sua strategia risulta difficile ed ha spesso condotto ad un approccio frammentario. Pertanto, questo articolo si propone di tracciare un quadro storico e politico più omogeneo e chiaro dell’impegno della Repubblica Islamica dell’Iran in Siria.<br />
Nel 2011 l’Iran ha accolto con entusiasmo l’ondata di proteste che avrebbe poi preso il nome di <i>primavera araba</i>. La <i>primavera araba</i> rappresentava per l’Iran la possibilità di migliorare il suo potere strategico in tutta la regione. In ogni modo, la narrazione adottata per inquadrare le rivolte arabe mancava di una comprensione coerente. Quando l’insurrezione è esplosa in Egitto e in Tunisia, il leader supremo dell’Iran, Al Khamenei, è stato molto veloce nel qualificare le rivolte come un “<i>risveglio islamico</i>”, creando un affinità tra la rivoluzione islamica del 1979 e le lotte dei Paesi arabi contemporanei. Inoltre, in una rara apparizione pubblica a Teheran durante la preghiera del venerdì, Khamenei dichiarò che si trattava di una guerra tra due forze di volontà: la forza di volontà del popolo e la forza di volontà dei suoi nemici. Israele e gli Stati Uniti erano i più interessati a ciò che sarebbe accaduto ai loro interessi in un regime post-Mubarak. Secondo Khamenei, la rinascita della rivoluzione islamica come paradigma interessante per la definizione delle rivolte arabe sarebbe stata rinforzata dalla “empatia divina” che avrebbe messo fine al dominio dei suoi principali nemici: i sionisti e gli americani.</p>
<p><strong>Nel caso del Bahrain, l’Iran ha colto la possibilità</strong> di espandere la sua retorica islamica nella regione del Golfo. Mentre i funzionari iraniani erano stati molto cauti nel trattare le rivolte nel mondo arabo, evitando qualsiasi interpretazione settaria, la protesta nel Bahrain ha costretto l’Iran a mostrare apertamente la sua simpatia per le manifestazioni di piazza. Khamenei, nel corso di un sermone del venerdì, ha espressamente dimostrato il sostegno della Repubblica ai manifestanti, affermando che la rivoluzione nel Bahrain sarebbe stata vittoriosa con l’aiuto di Dio, inoltre, che l’accusa di interferenza dell’Iran era una menzogna.<br />
I media iraniani hanno evidenziato come le proteste nel Bahrain rappresentassero una grave minaccia per l’Arabia Saudita, e le altre monarchie del Golfo, che avevano immediatamente schierato le Forze armate nella capitale del Bahrain per fermare i disordini. Al Saud e altri governanti del Golfo, tuttavia, temevano non soltanto l’effetto di una rivolta popolare, ma anche un’imminente vittoria iraniana. La presenza di una maggioranza sciita nel Bahrain ha dato luogo al sospetto che una vittoria degli insorti avrebbe costituito un successo anche per Teheran.<br />
Il caso della Libia ha posto un altro problema importante per una narrazione unitaria della <i>primavera araba</i>. Dall’inizio delle proteste, la Repubblica Islamica aveva optato con decisione per una narrazione del <i>risveglio islamico</i> che conducesse al rovesciamento dei regimi autoritari. Tuttavia, dopo l’intervento della NATO contro il regime di Gheddafi, l’Iran ha sposato una retorica anti-occidentale, condannando l’operazione come facente parte di una serie di eventi in cui l’Occidente, guidato dal suo malcelato interesse di ottenere il controllo del petrolio libico, ignorava il diritto internazionale.<br />
Nel marzo del 2011 l’ondata di proteste che aveva plasmato la <i>primavera araba</i> raggiungeva il suo culmine in Siria. Le manifestazioni pacifiche nella città di Daraa, nella Siria meridionale, in seguito denominata culla della rivoluzione, sono state colpite da una violenta repressione da parte delle Forze di Assad. Il 6 marzo 2012, la detenzione e la tortura di 15 adolescenti, accusati di aver dipinto un graffito anti-Assad che chiedeva la caduta del regime, hanno suscitato numerose proteste in tutta la Siria. Pochi giorni dopo, il 18 marzo ha segnato l’inizio della rivoluzione siriana, quando il Governo ha deciso per sopprimere i disordini, dopo aver inizialmente utilizzato cannoni e gas lacrimogeni contro i manifestanti, di aprire il fuoco, uccidendo almeno quattro dimostranti.<br />
L’Iran è stato colto di sorpresa quando i disordini hanno raggiunto la Siria. Bashar Al Assad era un leader popolare (soprattutto in confronto con i suoi omologhi di altri Paesi arabi) e il suo Governo ed esercito includevano tutte le fedi e le classi sociali. Alla leadership iraniana si è presentato quindi un enorme dilemma. Dovendo inquadrare la rivolta siriana nel <i>risveglio islamico</i> avrebbe dovuto sostenere il rovesciamento del regime di Assad, come era stato per le altre rivolte arabe, ma ciò sarebbe costato all’Iran la perdita del supporto di altri Paesi arabi così come la sua popolarità nel Medio Oriente; d’altra parte, l’ipotetico rovesciamento del regime di Assad, l’unico vero alleato arabo nella regione, avrebbe privato l’Iran dell’elemento più strategico del suo sforzo di proiettare la sua influenza sul Levante attraverso il sostegno a Hezbollah. Infine, l’Iran ha convenuto che la seconda opzione superava i benefici di appoggiare la fine del regime alauita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pertanto, con l’inizio della guerra civile siriana</strong> la narrazione che l’Iran aveva cercato di promuovere durante la <i>primavera araba</i> presentandosi come campione degli oppressi, lontano da qualsiasi derivazione settaria, ha mostrato la sua incoerenza e tutti i suoi difetti. Il regime iraniano era consapevole del gioco d’azzardo che stava conducendo riguardo alla sua strategia di politica estera nella regione.<br />
La componente religiosa del contesto siriano avrebbe avuto ripercussioni importanti nei Paesi vicini all’Iran, e in quelli in cui la Repubblica Islamica aveva interessi diretti. Mentre la guerra civile siriana è divenuta sempre più settaria, il Libano, a lungo sotto l’influenza siriana, già gravato da profonde spaccature confessionali, si è mostrato direttamente interessato al destino del regime alauita (una diramazione dello sciismo) e alle caratteristiche di un suo eventuale sostituto. Allo stesso modo, l’Iraq, che dall’invasione del 2003 guidata dagli Stati Uniti ha sofferto per la continua lotta tra gruppi sunniti e sciiti, poteva diventare ancora più settario in caso di vittoria dei gruppi di opposizione siriani sunniti che avrebbero potuto in seguito minare l’influenza iraniana nel Paese.<br />
Di conseguenza, l’Iran doveva reagire alle minacce esterne con un atteggiamento difensivo piuttosto che plasmare l’equilibrio regionale con modalità offensiva. In effetti, la rivolta siriana ha costituito fin dall’inizio una grande minaccia allo <i>status quo</i> ideale per l’Iran, costringendo così la Repubblica Islamica ad impegnarsi in modo proattivo per ripristinare la situazione precedente. Non sorprende che la narrazione delle rivolte siriane in Iran per tutto il 2011 sia stata confusa e incoerente.<br />
All’inizio della rivolta siriana, è emersa una contrapposizione all’interno dell’élite politica iraniana su come interpretare la crisi siriana. Il Governo conservatore guidato dal presidente Mahmoud Ahmadinejad ha immediatamente abbracciato la narrazione del leader supremo, narrazione che enfatizzava il carattere “straniero” della guerra siriana. In particolare, la narrazione della rivolta siriana è stata permeata da una retorica anti-sionista che sottolineava la posizione storica della Siria nei confronti di Israele, così come dalla denuncia dell’attivismo degli Stati Uniti per minare il fronte della resistenza. Nel tentativo di mostrare una coerenza narrativa, i media conservatori hanno giocato un ruolo cruciale nel promuovere la linea dura, per esempio, trovando delle similitudini con le proteste post-elezioni del 2009 in Iran.<br />
Tuttavia, l’opposizione riformista ha fortemente criticato l’interpretazione corrente accusando il Governo di due pesi e due misure. Mentre all’inizio della <i>primavera araba</i> l’Iran ha immediatamente abbracciato il carattere rivoluzionario delle rivolte invocando la caduta di dittatori di lunga data, nel caso della Siria, il Governo iraniano supportava il regime baathista. Inoltre, più diveniva evidente il supporto per Assad, più aumentavano gli oppositori del regime dentro e fuori l’Iran che chiedevano ironicamente quando l’Iran avrebbe supportato la volontà del popolo in Paesi i cui governi avevano alleanze con l’Occidente, e non in quelli alleati con l’Iran.<br />
Chiaramente, l’intera narrazione della rivoluzione islamica costruita dalla Repubblica islamica è stata minata dalla sua posizione in Siria. Nel 2009 le proteste post-elettorali in Iran, lo slogan “né per Gaza né per il Libano io darò la mia vita per l’Iran” era stato condannato dal Governo che lo aveva etichettato come anti-islamico e blasfemo. In Siria, l’Iran non è riuscito ad affrontare il secolarismo e il carattere non religioso dello slogan “Dio, Siria, Bashar”, sollevando le critiche più dure all’interno del Paese. In particolare, le agenzie di stampa riformiste hanno significativamente contribuito nel mostrare l’incoerenza dell’Iran nel corso della rivolta siriana. Una delle critiche proveniva dall’ex Vice Ministro degli Esteri Mohammed Sayyed Sadr che aveva rilevato come l’Iran avrebbe dovuto sforzarsi di consigliare il Presidente siriano Bashar Al Assad, nel tentativo di convincerlo ad ascoltare il suo popolo e ad attuare vere riforme. Per affrontare le obiezioni provenienti dall’interno da parte dell’opposizione iraniana e dalla società civile, le élite politiche dell’Iran, la cui principale voce era in ultima analisi il leader supremo l’ayatollah Khamenei, hanno forzato la narrazione cercando di identificare la rivolta siriana come una guerra per procura e una sedizione di ispirazione straniera.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alla fine del 2011, l’Iran ha ospitato una conferenza</strong> sul <i>risveglio islamico</i> nel tentativo di avallare la sua posizione di protettore dei diritti dei musulmani e dei governi “democratici”.<br />
Durante la conferenza, l’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha ribadito il carattere “straniero” della guerra siriana, esortando ad essere vigili, poiché l’Occidente stava cercando di fomentare conflitti settari come parte del suo obiettivo di mantenere in vita Israele.<br />
In un discorso pronunciato alla conferenza del <i>risveglio islamico</i>, Khamenei ha ulteriormente rafforzato il discorso di una presunta “penetrazione straniera”, sostenendo che la guerra siriana era stata erroneamente interpretata come un conflitto tra sciiti e sunniti dalla propaganda occidentale al fine di minare il vero carattere della lotta: le due parti del conflitto in Siria non erano sciiti e sunniti, bensì i sostenitori e gli oppositori della resistenza anti-sionista. Né il Governo siriano era un Governo sciita, né erano gruppi sunniti la resistenza laica e anti-Islam. Quest’ultima dichiarazione di Khamenei ha chiaramente sottolineato ancora una volta il carattere realista della politica estera iraniana. Anche se il leader supremo è un osservatore nel processo decisionale della politica estera iraniana, e anche se non è possibile ignorare la distinzione tra gli elementi religiosi della società iraniana, il leader supremo ha spesso dimostrato un grado di realismo compatibile con molte teorie di realpolitik, evidenziando l’inclinazione dell’Iran ad applicare, anche in Siria, un approccio prettamente pragmatico.<br />
La raffigurazione occidentale di Bashar al Assad come un dittatore sanguinario, è stata utilizzata dalla Repubblica Islamica, con l’aggiunta di un lotta geopolitica e strutturale, per l’intervento in Siria. La guerra è stata trasformata dalle élite iraniane in una guerra per procura che comprendeva attori regionale e internazionali come affermato dal rappresentante di Khamenei in Siria, Mojtaba Hosseini, che ha definito la crisi in corso una guerra per procura da parte dell’America e del regime che occupa Gerusalemme (Israele) e di alcuni Paesi arabi come vendetta per la resistenza della Siria. É quindi chiaro che i media conservatori hanno svolto un ruolo fondamentale per aiutare il Governo iraniano a raggiungere un notevole grado di consenso tra i responsabili di politica interna unificando la narrazione sulla Siria. Inoltre, dopo aver aperto la strada per affrontare la crisi in conseguenza dell’interventismo straniero, la lotta per la Siria è stata trasformata in una lotta geopolitica regionale accusando l’Arabia Saudita e altri paesi del Golfo coinvolti nel conflitto di sponsorizzare il terrorismo e favorire il sorgere di gruppi estremisti islamici.<br />
L’evento più importante che ha aiutato sia Bashar al Assad sia l’Iran a giustificare per il primo una campagna militare dura e il coinvolgimento in Siria per il secondo, è stato il sorgere dell’ISIS. Il vuoto di potere lasciato dalla sanguinosa guerra civile ha spianato la strada per la comparsa sulla scena di un nuovo gruppo sunnita estremista che ha destabilizzato la Siria.<br />
Lo Stato Islamico era già operativo in Iraq prima di attraversare il confine a metà del 2011 per stabilire una presenza in Siria. Abu Bakr Baghdadi, dopo essere diventato il leader dello Stato Islamico nell’aprile del 2010 in Iraq, ha ricevuto una grande opportunità dall’inizio del conflitto siriano: espandere lo Stato Islamico nella vicina Siria. Pertanto, come la rivolta si è diffusa ed è divenuta più violenta, Baghdadi ha permesso a nove membri siriani del gruppo, guidati da Abu Mohammed Al Golani, di stabilirsi nel Nord della Siria a metà del 2011. Molto rapidamente Al Golani si è affermato come leader di un gruppo conosciuto come Jabhat al Nusra.<br />
Mentre da un lato l’ascesa dello Stato Islamico in Iraq ha minacciato in modo significativo la sicurezza dell’Iran e la sicurezza di un Paese in cui l’Iran aveva lavorato con cura per portarlo sotto la sua sfera di influenza, la Siria, la comparsa sia dell’ISIS sia di Jabhat al Nusra, classificati come gruppi terroristici, ha costituita la scusa perfetta per giustificare la presenza della Repubblica Islamica al fianco di Bashar Al Assad.<br />
Javad Zarif, Ministro degli Esteri iraniano, ha colto l’occasione per rafforzare l’affermazione secondo la quale la guerra in Siria non era altro che una guerra per procura tra le potenze occidentali, accusando altresì l’Occidente di essere il responsabile della nascita dello Stato Islamico. Tuttavia, mentre l’Iran era pienamente consapevole della minaccia rappresentata dallo Stato Islamico in Siria e in Iraq, due paesi in cui la Repubblica Islamica aveva un’alta posta in gioco, al fine di controllare la preoccupazione dell’opinione pubblica per la minaccia estremista derivante dalla situazione sui confini del Paese, i media nazionali iraniani hanno giocato un gioco molto calcolato nello sminuire il successo dello Stato Islamico. Infatti, nel luglio del 2014, quando l’ISIS ha fatto importanti conquiste territoriali sia in Siria sia in Iraq, i media hanno minimizzato il suo successo affermando che l’esercito iracheno aveva respinto l’ISIS, e che i combattenti del gruppo erano stati confinati in una piccola area in Iraq.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A questo proposito, come era stato per le narrazioni precedenti,</strong> anche quella sull’ISIS ha presentato molte carenze e contraddizioni. In primo luogo, il discorso sull’ISIS ha escluso i due anni in cui non era presente sulla scena siriana, così come i sei mesi di proteste pacifiche, minando, di conseguenza, le ragioni ufficiali dell’intervento dell’Iran in Siria. In secondo luogo, la narrazione sul terrorismo ha semplificato la guerra trasformandola in una disputa tra due blocchi, tra il regime di Assad e i suoi alleati, Iran e Russia da un lato, e il resto dei ribelli siriani dall’altro. Quest’ultimo approccio ha chiaramente evitato di ricordare che ISIS ha avuto molti scontri con i cosiddetti ribelli siriani e che, di conseguenza, la sua espansione è avvenuta a spese di questi gruppi di opposizione. Tuttavia, lo sviluppo della situazione in Iraq e l’ascesa dell’ISIS hanno offerto all’Iran l’opportunità di dimostrare di essere una forza importante in Medio Oriente, che dovrebbe essere riconosciuta come un elemento chiave per risolvere le crisi regionali.<br />
Oltre a puntellare la narrazione sullo Stato islamico, l’Iran ha avuto anche la possibilità di inquadrare la rivolta come un terreno fertile per la diffusione dell’estremismo sunnita. In particolare, la Repubblica Islamica, nel tentativo di trovare un approccio globale e coerente al suo discorso pubblico sulla Siria, ha accusato l’Occidente di sostenere l’Islamismo radicale per innescare una reazione settaria nella regione tra sunniti e sciiti e destabilizzare il Medio Oriente. Per esempio, l’Iran ha ricordato il supporto ai talebani in Afghanistan per contrastare il potenziamento della ex Unione Sovietica nella regione. Di conseguenza, in un’intervista del 30 agosto 2012, il Primo Ministro siriano Wader Nader al Halghi ha affrontato la crisi siriana sottolineando la componente del terrorismo ed evidenziando la presenza di gruppi terroristici stranieri.<br />
Anche se le Guardie della Rivoluzione iraniana hanno cercato di minimizzare qualsiasi connotazione settaria del ruolo dell’Iran in Siria, la Repubblica islamica ha comunque rivolto dure critiche all’Arabia Saudita per il suo sostegno ai terroristi e ai gruppi jihadisti, come il Fronte al Nusra e l’autoproclamato Stato Islamico. La guerra civile in Siria si è quindi trasformata in una nuova fase della lunga disputa tra l’Iran e l’Arabia Saudita, polarizzando il conflitto tra i sostenitori dell’Iran e dell’Arabia e sottolineando la frattura sciita-sunnita.<br />
Anche se accusata di promuovere il settarismo, l’ideologia non sembra rappresentare la forza primaria dietro le azioni dell’Iran in Siria, piuttosto il settarismo è diventato un modo per l’Iran e i suo rivali sunniti di difendere i loro interessi nella regione con un coerente grado di pragmatismo.<br />
Tuttavia, è innegabile che, per quanto la politica estera iraniana rimanga pragmatica e realista, il coinvolgimento di Hezbollah, un gruppo sciita con sostegno iraniano, abbia aumentato la sensazione che la guerra siriana sia una disputa tra gli attori sciiti e sunniti per l’egemonia regionale. Allo stesso modo, la narrazione dell’Iran riguardo alla protezione dei luoghi sacri sciiti in Siria ha rafforzato la percezione generale che vede la presenza dell’Iran in Siria guidata dalla sua identità sciita, invece che da ragioni strategiche e razionali.<br />
Come più grande Paese sciita, nel corso degli anni l’Iran è stato estremamente attento nell’usare la carta dell’identità sciita per perseguire i propri interessi nazionali e regionali. Durante la rivoluzione islamica, le radici sciite iraniane sono state ampiamente evidenziate dal leader delle rivolte, l’ayatollah Khomeini. Tuttavia, negli anni successivi, il pragmatismo iraniano è subentrato all’aspetto ideologico; il contrassegno sciita della rivoluzione è stato sostituito da un più inclusivo discorso islamico, per questa ragione i leader dell’Iran hanno sottolineato il loro impegno per l’unità islamica, minimizzando il carattere sciita della Repubblica Islamica quando si trattavano questioni di politica e continuando ad esprimere una visione pan-islamica, contraria ai principi sciiti-centrici del fondatore della rivoluzione, l’ayatollah Ruhollah Khomeini.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche se l’Iran si comporta in un modo altamente pragmatico</strong> nelle sue relazioni con gli altri Stati, così come nel suo perseguire la sopravvivenza del Paese, i suoi fondamenti religiosi assumono un ruolo significativo nelle relazioni con i gruppi non statuali. In Siria, l’Iran sta perseguendo una politica estera che segue la sua politica di guerra antisimmetrica attraverso l’empowerment di gruppi alleati, piuttosto che un coinvolgimento diretto nei conflitti regionali. Di conseguenza, la presenza dell’Iran in Siria è stata molto legata alla creazione e alla formazione di milizie sciite per la lotta contro l’opposizione. Anche se l’Iran ha cercato di negare qualsiasi posizione settaria nel conflitto, i discorsi pubblici hanno fatto largo uso della retorica sciita, al fine di giustificare la presenza della Repubblica Islamica sul territorio siriano. La Siria è infatti sede di una cinquantina di siti considerati sacri per l’Islam sciita. In particolare, la moschea Sayyidah Zaynab, il santuario dalla cupola dorata, che si trova nei pressi di Damasco, è uno dei luoghi più sacri dell’Islam sciita al di fuori dell’Iraq e dell’Arabia Saudita. Ospita i resti di Zaynab, nipote del profeta Maometto e figlia di Ali, il quarto capo del primo impero islamico e una delle più venerate figure dello sciismo.<br />
La difesa del Santuario di Zaynab nei primi giorni della guerra è diventata una importante caratteristica della narrazione iraniana ed era giustificata dalla posizione che la moschea di Zaynab occupa nel mondo sciita, in particolare in Iran. Infatti Sayyeda Zainab è un punto geografico focale per il tentativo dell’Iran di estendere la sua influenza religiosa e politica tra gli sciiti; si stima che nel 2013 circa 202.000 turisti iraniani abbiano visitato il santuario.<br />
Nel contesto della guerra siriana, l’appello per la difesa della moschea di Zaynab non solo ha reso il conflitto più settario, ma ha anche attirato, di conseguenza, combattenti sciiti volontari da tutta la regione. Molti combattenti sciiti hanno riferito di aver viaggiato in Siria per unirsi ai loro correligionari per proteggere i loro luoghi sacri.<br />
Se da un lato, la narrazione sciita ha contribuito a rafforzare le linee dei combattenti dietro l’Iran e di conseguenza dietro Bashar Al Assad, dall’altro, si sono ulteriormente create delle domande sulle reali implicazioni della politica estera iraniana. Già nel 2003, dopo l’invasione americana dell’Iraq, grazie ad una vasta rete di fazioni sciite, l’Iran era stato in grado di utilizzare il sentimento anti &#8211; americano per forgiare un’alleanza con diverse milizie irachene, migliorando la sua presa politica sull’Iraq. Tuttavia, il basarsi su gruppi a maggioranza sciita, ha fatto aumentare le preoccupazioni delle potenze regionali sulla trasformazione dell’Iran in un attore settario.<br />
Il crescente sostegno dell’Iran ai gruppi sciiti resta strumentale rispetto al fine che la sua politica estera pragmatica si propone: la sicurezza della rivoluzione islamica e la protezione delle frontiere. Di conseguenza, dopo il 2003 la presenza di centinaia di migliaia di truppe statunitensi in Iraq, per non parlare del vicino Afghanistan, era percepita come una minaccia per l’Iran. Come risposta, le Guardie delle Rivoluzione iraniana hanno iniziato segretamente ad organizzare e formare piccole milizie sciite irachene e ad usarle per colpire le Forze degli Stati Uniti. Inoltre, le relazioni dell’Iran con i gruppi sciiti estremi, il gruppo sadrista per esempio, sono state stabilite in un momento particolare di insicurezza e per disinnescare i tentativi degli Stati Uniti di ridurre al minimo il ruolo dell’Iran nella regione. A lungo termine, la strategia principale dell’Iran intende costruire stretti rapporti con le fazioni sciite moderate che credono importante stabilire relazioni strategiche con la Repubblica Islamica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella guerra siriana, l’Iran sembra stia utilizzando</strong> la stessa tattica adottata in Iraq, garantendosi un supporto più ampio e più possibilità di vincere il conflitto e lasciare Assad al potere. Il discorso religioso applicato alla Siria non è solo confinato alla difesa dei santuari sciiti. L’Iran, dal canto suo, ha messo molta enfasi sulla escatologia mahdista. In effetti, la figura del Mahdi è centrale all’interno dello sciismo e dei suoi vari rami. Oggi, la stragrande maggioranza degli sciiti segue lo sciismo dei dodici imam, un riferimento alla dinastia dei dodici imam iniziata agli albori dell’Islam da Ali ibn Abi Talib, cugino e genero del profeta Maometto. Secondo lo sciismo dei dodici imam, il dodicesimo imam, il cui primo nome è Mohammed, è ancora vivo, anche se si afferma che viva nascosto. Inoltre, ritiene che questo Mahdi o Imam nascosto riapparirà alla fine del tempo per ristabilire la giustizia e la pace sulla terra prima del giorno del giudizio. Particolarmente durante il primo mandato del presidente iraniano Ahmadinejad, il mahdismo ha assunto contorni politici, utilizzati da Ahmadinejad nel tentativo di migliorare la sua popolarità tra i religiosi iraniani.<br />
In Siria, il ricorso alla figura del messia sciita è fortemente intrecciata con la necessità di giustificare e elevare lo status delle Guardie della Rivoluzione iraniana sul territorio siriano. Le Guardie della Rivoluzione costituiscono una forza militare primaria nelle mani dell’Iran per la sua lotta accanto a Bashar Al Assad. Nel corso della guerra, i funerali dei suoi membri sono diventati un espediente religioso per elevare la loro morte alla condizione di martirio e glorificare il loro sacrificio. Per fare ciò, le Guardie Rivoluzionarie hanno assunto il ruolo di “preparatori” del Medio Oriente per la venuta del Imam Al Zaman, spianando la strada per il suo ritorno. Inoltre, secondo l’Iran, le brigate Quds hanno la funzione più importante a questo proposito, insieme con il leader supremo Ayatollah Khamenei e il popolo iraniano. Pertanto, la presenza delle Forze militari delle Guardie Rivoluzionarie in Siria rappresenta una condizione indispensabile per spianare la strada per il regno dell’imam nascosto, quindi, santificano i loro sforzi nella lotta contro il terrorismo. Inoltre, anche il comandante delle Brigate Quds, il generale Qassem Soleimani è stata considerato un soldato dell’imam al Mahdi, al fine di far rispettare la sua posizione e libertà d’azione come l’ufficiale che sovrintende ai ranghi più alti delle Forze militari iraniane.<br />
Queste narrazioni sono state interpretate dai rivali regionali dell’Iran in Siria e fuori dalla Siria, come l’Arabia Saudita e l’organizzazione ombrello che rappresenta le migliaia di gruppi che combattono Assad, come un chiaro segno di caratterizzazione confessionale della guerra da parte della Repubblica Islamica. Al contrario, essi si adattano perfettamente allo schema di politica estera iraniana, che abusa dei sentimenti ideologici come strumento per perseguire interessi pratici.<br />
Dall’inizio della guerra siriana, l’élite iraniana ha cercato di trovare una narrazione coesa per inquadrare l’impegno dell’Iran. Nel 2013 l’elezione del candidato riformista Hassan Rouhani dopo gli otto anni di mandato molto più radicale del ex presidente Mahmoud Ahmadinejad ha posto una sfida significativa per un’interpretazione unificante della rivolta siriana. Nel 2009, fu chiaro che le elezioni erano state truccate, e dopo la brutale repressione del Movimento Verde, quando le Forze di opposizione hanno protestato fermamente contro il risultato non democratico, Ahmadinejad ha fatto alcuni errori di calcolo fatali. Pensava che avrebbe potuto sfruttare la sua posizione e nominare i suoi fedelissimi in posti chiave, espellendo, al contempo, i nemici. Dopo la rivoluzione verde, Khamenei riteneva necessario Ahmadinejad per affrontare la crescente popolarità del Movimento Verde. Ahmadinejad pensava di poter diminuire il potere del leader supremo sfidando la teologia sciita e il ruolo dei chierici. I due avevano idee opposte circa il ruolo della Repubblica islamica: la visione del leader supremo, il cui ideale non era altro che il mantenimento dello <i>status</i> <i>quo</i>, e quella di Ahmadinejad, in cui il Governo clericale è emarginato a favore del nazionalismo e del fervore religioso della popolazione. Perciò, le richieste audaci di Ahmadinejad riguardo al ruolo della Repubblica Islamica equivalevano alla blasfemia e hanno costituito un significativa minaccia per la sopravvivenza e la sicurezza del complesso sistema teologico dell’Iran post-rivoluzionario.<br />
Nel 2011, prima della rivolta siriana, questa scissione all’interno della politica nazionale iraniana rischiava di diventare ancora più evidente. All’inizio del 2011, Ahmadinejad sembrava aver adottato la linea del regime, accusando l’Occidente di manovrare gli eventi in Siria per il proprio interesse. Infatti, nel giugno del 2011, la Guida Suprema aveva commentato la situazione in Siria, affermando che l’essenza del <i>risveglio islamico</i> nella regione era anti-sionista e anti-americano, nel caso della Siria, gli Stati Uniti e “le mani israeliane” erano evidentemente al lavoro. Tuttavia, alla fine dello stesso anno, le opinioni del Presidente sulla Siria sono cambiate inaspettatamente. Ahmadinejad ha esortato Assad a porre fine alla violenta repressione della popolazione siriana e a trovare un compromesso con l’opposizione al fine di raggiungere un soluzione pacifica. Lo stesso pensiero è stato espresso qualche mese dopo dall’ayatollah Khamenei, che, anche se non si è astenuto dal sottolineare il ruolo degli Stati Uniti e dell’Occidente, ha adottato un approccio più temperato sul caso Siria: infatti, ha affermato che la posizione della Repubblica Islamica verso la Siria era quella di sostenere qualsiasi tipo di riforma che avesse giovato alla popolazione siriana e contrastato l’interferenza degli Stati Uniti e dei suoi alleati nella politica interna del Paese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Molti osservatori hanno considerato il voltafaccia di Ahmadinejad</strong> come un ulteriore tentativo di ridurre al minimo l’autorità di Khamenei. Tuttavia, pur essendo in disaccordo con il leader supremo, Ahmadinejad aveva altre scelte, invece che adottare la linea imposta da Khamenei. In particolare, questa mossa dimostrava non solo il grande potere del leader supremo, ma il relativo poco spazio di manovra che il presidente deteneva. Inoltre, lo spostamento dell’Iran durante gli ultimi mesi del 2011 e i primi mesi del 2012 ha mostrato come il pragmatismo governi l’ideologia. Quando le rivolte sono divenute sempre più violente, l’Iran ha visto le sue fortune dissolversi su due fronti: la sua immagine di tutore della resistenza araba era messa a dura prova e il suo più importante alleato strategico regionale poteva essere abbattuto. Di conseguenza, il cambiamento della politica iraniana rappresentava un calcolo strategico per proteggere gli interessi della Repubblica Islamica e la sopravvivenza di uno dei suoi più preziosi alleati nella regione.<br />
Nelle elezioni presidenziali del giugno del 2013, gli estremisti iraniani hanno dovuto abdicare in favore dei riformisti guidati da Hassan Rouhani. Pochi mesi prima, nell’ottobre del 2012, molte proteste in Iran condannavano l’impegno del Governo in Siria a fianco della brutale dittatura di Bashar Al Assad. I riformisti e i moderati, appoggiati dall’ex presidente iraniano Mohammad Reza Khatami e da Ali Shakouri &#8211; Rad, hanno alzato la voce contro la politica della linea dura in Siria. Di conseguenza, il cambiamento sembrava aprire un nuovo capitolo per l’Iran e la sua politica estera, in particolare in Siria.<br />
Tuttavia, dal periodo post-elettorale, la politica riformista sulla Siria è cambiata drammaticamente. Mentre fin dall’inizio della crisi siriana, i riformisti hanno abbracciato la lotta in Siria fornendo un sostegno politico per il popolo oppresso, invitando il Governo iraniano a porre fine al suo sostegno a Bashar Al Assad, dopo l’elezione di Rouhani, i moderati si sono allineati con la Guida Suprema e le Guardie della Rivoluzione. Infatti, il leader dei riformisti e Presidente iraniano Hassan Rouhani ha ripetutamente promesso il suo sostegno incondizionato alla Siria e al suo Presidente alauita.<br />
Vi sono molte ragioni alla base di questo cambiamento politico. In primo luogo, Hassan Rouhani divenne Presidente nel 2013 quando il Partito riformista non era più la forza di opposizione, rappresentando invece l’élite dominante. Come élite governante, i riformisti perseguivano la sopravvivenza e la sicurezza del Paese, tenendo contro di obiettivi realistici, piuttosto che seguire obiettivi ideologici. Pertanto, la guerra siriana era considerata un problema geopolitico più ampio alla luce degli interessi nazionali. Da un lato, i riformisti erano molto consapevoli del fatto che la caduta del regime di Assad avrebbe potenziato l’Arabia Saudita, rompendo l’equilibrio regionale tra l’Iran e l’Arabia Saudita a favore di quest’ultima. D’altra parte, la minaccia dell’ISIS incarnava l’argomento perfetto per riconquistare il sostegno internazionale nella lotta contro il molto più minaccioso e brutale Stato Islamico. In questo senso, i riformisti si sono impegnati, a livello internazionale, per la soluzione della questione nucleare in modo da alleviare il peso delle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti. Di conseguenza, la Siria ha rappresentato per l’Iran la possibilità di trovare un accordo di compromesso sul suo programma nucleare, ed allo stesso tempo, un risultato positivo nei colloqui sul nucleare avrebbe dato all’Iran più libertà di azione in Siria dopo aver riacquisito la fiducia della Comunità internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un altro fattore che ha influenzato fortement</strong>e e, infine, dettato la presa di posizione dei riformisti sulla Siria è stata la voce del leader supremo, l’ayatollah Khamenei. Infatti, nessun Partito politico osa mettere in discussione la linea imposta da Khamenei concernente la Siria. Al contrario, le autorità hanno arrestato o minacciato molti cittadini iraniani che avevano messo in dubbio il costoso avventurismo militare del regime all’estero a spese delle priorità nazionali. Eppure, i riformisti e i moderati hanno trovato un modo non-esplicito per esprimere la loro opposizione anche se non supportata dai riformisti al potere. Per esempio, l’ex presidente Rafsanjani, che durante il suo mandato ha rappresentato la perfetta realizzazione del pragmatismo, nel settembre del 2013 aveva inviato segnali chiari al Governo iraniano; infatti, aveva affermato che il popolo siriano aveva sofferto molto durante gli ultimi due anni. Le prigioni traboccavano di persone e il Governo siriano aveva addirittura trasformato gli stadi in prigioni.<br />
Inoltre, nel giugno del 2016 Majid Ansari, Vice Presidente di Rouhani per gli affari parlamentari, ha apertamente ed esplicitamente criticato la linea dura. Dopo aver condannato il comportamento di Rouhani per non essere abbastanza rivoluzionario, Ansari ha invitato i sostenitori della linea dura a dimostrare il proprio zelo rivoluzionario andando a Siria e lottando per il regime di Assad. Infine, a partire dall’inizio del conflitto e specialmente nella sua fase iniziale, l’Iran ha cercato di presentare una visione politica unitaria sul caso siriano. Sebbene due diversi presidenti abbiano affrontato la questione siriana, non sono avvenute delle variazioni significative in Iran.<br />
Ahmadinejad, anche se in contrasto con la Guida Suprema, era inevitabilmente legato alla linea imposta dal precedente premier. Il predecessore di Rouhani dopo aver perso gran parte del sostegno politico e amministrativo nel periodo successivo alla Rivoluzione Verde non poteva fare altro che rimanere fedele alla linea di Khamenei. Rouhani, da parte sua, nel corso dei primi due anni del suo mandato, era stato molto impegnato nella ricerca di una soluzione positiva nei colloqui sul nucleare, per questa ragione il Presidente iraniano non poteva permettersi di scontrarsi con l’ayatollah in una fase così delicata per il futuro del popolo iraniano, che sopportava un pesante onere economico. Tuttavia, anche dopo l’accordo sul nucleare, Rouhani non sembrava aver deviato dalla linea dettata dalla Guida Suprema che mantiene l’ultima parola in materia di politica estera. Nonostante alcune chiare differenze tra i politici iraniani sul ruolo dell’Iran in Siria, la linea del leader supremo insieme con il ruolo delle Guardie della Rivoluzione iraniana spengono tutte le voci dissenzienti.<br />
Le politica interna e quella regionale dell’Iran sono altamente interconnesse. Nelle prime fasi della guerra, il tentativo dell’Iran di trovare una legittimazione popolare per il suo intervento all’estero rischiava di essere minato dalle differenti voci politiche. Infatti, l’analisi di cui sopra ha dimostrato come i Partiti di opposizione e i leader riformisti in Iran avessero minato il discorso dell’Iran sulla Siria. Molti hanno criticato la Repubblica Islamica per aver sostenuto la repressione violenta di Bashar Al Assad, invece di essere promotrice di un vero e proprio processo bottom-up. In particolare, le dinamiche interne tra gli attori della sfera politica, i Partiti e la Guida Suprema hanno dimostrato come i riformisti, la voce principale dell’opposizione, dopo essere diventati il Partito al Governo, si siano allineati alla politica dettata da Khamenei. Nonostante queste sfide interne, la Repubblica Islamica ha sempre mantenuto un alto livello di pragmatismo. Sicuramente, Teheran ha dovuto affrontare molte incoerenze nella sua narrazione pubblica sulla Siria, ma la voce del leader supremo ha avuto la precedenza su ogni altro decisore.<br />
Anche se Ali Khamenei nei suoi discorsi pubblici ha cercato di abbracciare la retorica anti-occidentale, d’altra parte, ha evitato di invocare il carattere sciita dello Stato iraniano in modo da non creare un’area di antagonismo con i musulmani sunniti nel conflitto. Inoltre, nel momento in cui l’ISIS è apparso sulla scena siriana, la lotta contro il terrorismo e la conseguente cooperazione con l’Occidente, vale a dire gli Stati Uniti, l’Iran ha mostrato la volontà di mettere da parte le ragioni ideologiche. Tuttavia, d’altra parte, la narrazione sciita considera la guerra civile siriana una battaglia per proteggere i luoghi santi sciiti a Damasco, rafforzando la percezione dell’Iran come attore offensivo e settario. Quest’ultima narrazione piuttosto che costituire effettivamente uno spostamento verso una politica estera più guidata dall’ideologia, è stata lo strumento perfetto per far avanzare la strategia militare iraniana nel contesto interno. Anche se sostituiti a volte da ragioni ideologiche, i driver principali della politica estera dell’Iran rimangono pragmatici.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Prima di valutare l’impatto degli sviluppi della guerra siriana</strong> sulla politica dell’Iran nel conflitto, è opportuna una rapida panoramica della dottrina militare iraniana, al fine di comprendere appieno la posizione dell’Iran nella guerra e se l’Iran si stia spostando verso un altro realismo offensivo, sebbene la dottrina militare iraniana sia stata in gran parte caratterizzata da una posizione difensiva.<br />
Dopo il conflitto Iran &#8211; Iraq, che ha lasciato il Paese fortemente traumatizzato per il numero di vittime, l’Iran ha iniziato a sviluppare la sua strategia nazionale di sicurezza difensiva. Gli esperti militari hanno cominciato a prestare maggiore attenzione ai principi della moderna conduzione della guerra, come le operazioni combinate e congiunte. La self-reliance e la difesa da minacce esterne sono divenute il nucleo della politica di sicurezza dell’Iran. Dopo la fine del guerra con l’Iraq e durante tutti gli anni Novanta, l’Iran ha iniziato a ricostruire l’apparato del suo esercito nazionale. L’Iran ha avviato il suo programma di missili balistici per scoraggiare l’Iraq dall’attaccare la sua popolazione come negli anni Ottanta, e adesso, le forze missilistiche strategiche iraniane sono elementi chiave per la sua strategia di deterrenza. Inoltre, la dottrina militare iraniana deve essere intesa come reazione alle minacce percepite nella regione.<br />
Il conflitto Iraq-Iran ha dimostrato a Teheran che la Repubblica Islamica di recente formazione non aveva alleati in Medio Oriente, se non la Siria. Le potenze esterne hanno mostrato un grande livello di ostilità verso gli ayatollah, fornendo così un forte sostegno alla causa di Saddam, supportandolo con armi e artiglieria pesante. Gli Stati Uniti e Israele sono diventati le principali minacce per la Repubblica Islamica.<br />
Nel 2001 e nel 2003, in seguito all’operazione guidata dall’America per sconfiggere una volta per tutte il regime dei talebani unita all’operazione militare in Iraq per rovesciare Saddam Hussein, hanno convinto i leader iraniani che erano i prossimi sulla linea del fuoco. Di conseguenza, l’Iran ha prontamente ridefinito la propria strategia di sicurezza; le Guardie della Rivoluzione iraniana hanno sviluppato dei concetti di difesa, come la Dottrina Mosaico, per sopravvivere all’invasione e alla fine espellere l’aggressore attraverso la guerriglia.<br />
Il successo della rivolta sunnita in Iraq e la guerra per procura delle Guardie della Rivoluzione contro gli Stati Uniti ha alleviato le preoccupazioni dell’Iran su un imminente e minaccioso attacco. Pertanto, la strategia militare iraniana ha ampiamente cercato di evitare qualsiasi scontro diretto e prevenire un’escalation di violenza, contraddicendo, di conseguenza, coloro che avevano qualificato l’Iran come uno Stato offensivo. Nel suo piano di visione ventennale, redatto durante la presidenza di Khatami e pubblicato nel 2005, l’Iran ha ribadito i suoi obiettivi difensivi; il documento affermava che: l’Iran sarebbe diventato più sicuro, indipendente e potente con un sistema di difesa basato sulla deterrenza su tutti i fronti e su larga scala, e grazie all’alleanza tra il Governo e la popolazione. Quest’ultimo elemento riflette la paura di interferenze esterne atte a minare la sicurezza interna; quindi, il documento pone l’accento sulla sicurezza per difendersi dalla sovversione straniera e per prevenire i potenziali effetti destabilizzanti degli investimenti economici stranieri.<br />
Nel 2011 la rivolta siriana ha costituito un altro test importante per il processo decisionale di sicurezza nazionale dell’Iran. La perdita della Siria rappresenterebbe una grande minaccia per la sicurezza dell’Iran, in quanto l’eventuale caduta del suo alleato storico potrebbe portare tutti gli avversari dell’Iran ai suoi confini. A questo proposito, dall’inizio dell’insurrezione in Siria, l’Iran ha incanalato molti sforzi militari per mantenere Assad al potere, in modo da reagire a una minaccia esterna e definire i suoi interventi come mezzo per mantenere lo <i>status quo</i> e preservare i suoi interessi. Tuttavia, a seguito degli sviluppi sul terreno, l’approccio difensivo iniziale dell’Iran si è spostato verso una posizione più offensiva.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È opportuno soffermarsi sul ruolo del Corpo delle Guardie della Rivoluzione iraniana.</strong> Fondato dopo un decreto di Khomeini poco dopo la vittoria della rivoluzione islamica del 1978- 1979, l’IRGC si è evoluto ben oltre le sue fondamenta originali come una guardia ideologica per il regime rivoluzionario nascente. L’IRGC è stata storicamente responsabile di proteggere il Paese da minacce esterne e interne. Le Forze Quds fanno parte dell’IRGC, anche se sono un corpo subordinato agiscono come organizzazione indipendente. In effetti, il generale Qassem Soleimani, comandante delle Quds, risponde direttamente al leader supremo, bypassando il suo nominale superiore, il generale Mohammad Ali Jafari. Inoltre, l’IRGC è composto da Forze navali, aeree e di terra. I componenti di tutte queste divisioni sono stati storicamente incaricati della difesa dei confini iraniani. Oggi, l’IRGC costituisce la principale forza militare nelle attività iraniane in Siria.<br />
Comprendere il loro ruolo in Siria, di conseguenza, può aiutare a far luce sulle finalità dell’Iran nel conflitto e sull’evoluzione della sua dottrina militare. L’IRGC, o Pasdaran (Guardie), è stato fin dall’inizio della guerra responsabile di tutte le operazioni condotte dall’Iran sul suolo siriano. L’IRGC opera in Siria attraverso divisioni subordinate: le Forze di terra, le Forze Quds, il Servizio di intelligence, le Forze dell’ordine.<br />
In generale, l’Iran sta operando in Siria su due fronti. In primo luogo, la missione di assistenza ha l’obiettivo principale di mantenere Assad al potere e sostenere le Forze del regime. In secondo luogo, la missione complementare comporta l’assistenza alle milizie filo-governative, vale a dire gli alleati che possono sopravvivere alla eventuale caduta del regime alauita. Questa strategia sembra essere in linea con l’idea di guerra asimmetrica, che si basa sulla formazione di gruppi alleati fuori dai confini dell’Iran per evitare operazioni di combattimento diretto, quindi sottolineando anche il carattere difensivo della politica militare iraniana in Siria. Tuttavia, la strategia dell’Iran in Siria non è rimasta la stessa. Variazioni sul campo di battaglia siriano hanno spinto l’Iran a intensificare le sue attività militari nel Paese e a rimodellare le sue tattiche di combattimento.<br />
Nelle prime fasi della guerra, il ruolo dell’IRGC in Siria è stato limitato ad un ruolo consultivo. TAA (addestrare, consigliare, assistere) era l’acronimo utilizzato per definire i compiti del Guardie Rivoluzionarie in sostegno ad Assad. La missione di consulenza iniziale era caratterizzata dalla presenza di alti ufficiali dell’IRGC che sostenevano le operazioni di Assad. Di particolare importanza durante questa prima fase era il concepimento della Forze di Difesa Nazionale, NDF, che si sono formate con l’aiuto delle Forze Quds dopo l’estate del 2012. Le NDF raccolgono esistenti milizie di quartiere con una gerarchia funzionante e forniscono loro attrezzature e formazione. Inoltre, il ruolo dell’Iran non era relegato solo all’addestramento. La Repubblica Islamica insieme al suo alleato libanese, Hezbollah, sta fornendo formazione ai membri delle NDF. Questo gruppo ha impedito ad Assad di mantenere la sua presa sulla parte centrale e meridionale della Siria.<br />
Il personale dell’IRGC fino al 2014, secondo quanto sostenuto da fonti iraniane, è stato limitato ai volontari. Tuttavia, questa affermazione sembra essere solo un modo per il Governo iraniano di minimizzare il suo ruolo nella guerra, mantenendo un coinvolgimento di basso profilo. Infatti, ciò ha permesso al regime di rendere plausibile la negazione del suo sostegno ad Assad che sarebbe stato impossibile con il dispiegamento regolare delle unità dell’IRGC.<br />
L’Iran, inoltre, per la prima volta nella storia ha deciso di schierare le Forze di terra dell’IRGC. Il loro dispiegamento rappresenta un cambiamento notevole per le operazioni militari convenzionali e potrebbe essere un primo indizio della natura mutevole dei metodi di guerra della Repubblica Islamica.<br />
Quando la posizione di Assad ha cominciato a deteriorarsi, l’Iran è diventato più assertivo nelle sue operazioni militari. Gli sviluppi sul terreno stavano evolvendo in favore dell’opposizione e Assad stava perdendo territori significativi. Inoltre, la cattura di Mosul nel giugno 2014 da parte dell’ISIS ha minacciato ancora di più di vanificare gli sforzi dell’Iran in Siria. Dopo la perdita di Mosul in Iraq, l’Iran ha dovuto inviare un numero consistente di milizie sciite irachene, che combattevano in Siria, per contenere l’ISIS in Iraq. Di conseguenza, al fine di rafforzare le linee iraniane, Hezbollah ha inviato 1000 combattenti in Siria, e gli sciiti afgani hanno iniziato a sostenere le forze pro-regime. Entro la metà del 2015 la posizione di Assad si è ulteriormente indebolita, tuttavia, l’Iran ha continuato a fornire alla missione una caratteristica di consulenza classica. L’Iran non ha perso molto personale, dal momento che il loro compito non era quello di combattere o condurre le truppe direttamente nel conflitto, ma piuttosto era inerente la logistica e la pianificazione delle operazioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel settembre 2015, il regime di Assad</strong> sembrava essere destinato a cadere. Con Aleppo, la seconda città più grande della Siria, e il principale centro economico del Paese, nelle mani dei ribelli, Assad aveva perso un importante centro urbano. Un importante e quasi inatteso evento ha completamente cambiato il destino di Assad e gli esiti futuri della guerra: il 30 Settembre 2015 la Russia è entrata nel conflitto siriano. L’intervento russo nella guerra ha cambiato non solo il corso degli eventi, ma anche la strategia militare delle Forze armate iraniane. L’Iran ha iniziato a distribuire un numero maggiore di ufficiali di terra dell’IRGC, fornendo ufficiali di consulenza di alto livello e elementi di combattimento sul terreno. Questa mossa sottolinea ancora una volta la trasformazione dell’IRGC GF, un’organizzazione che è stata inizialmente strutturata per difendere il regime dall’invasione da terra e dai disordini interni, era ora dispiegata per dirigere operazioni di combattimento convenzionali.<br />
Entro due settimane dall’intervento della Russia, sono iniziate le operazioni ad Aleppo. L’IRGC è stato attivamente coinvolto nelle operazioni militari. Durante questo periodo, le truppe hanno svolto un ruolo fondamentale nelle operazioni per rompere l’assedio delle città di al Zahra e Nubl a febbraio, operazione che ha anche tagliato una importante linea di rifornimenti dalla Turchia all’opposizione ad Aleppo. Inoltre, le truppe iraniane e le forze delegate hanno giocato un ruolo diretto nella fornitura di informazioni di intelligence per gli attacchi degli aerei russi. Durante la battaglia per Aleppo, l’Iran ha adottato un nuovo modello di combattimento mentre le forze pro-regime hanno stretto la presa sul città. Gli esperti militari iraniani sembrano aver utilizzato ufficiali dell’IRGC per rafforzare e fungere da elementi di comando per le forze alleate. Questi ufficiali non erano a capo dei propri soldati arruolati in Siria, ma piuttosto sono serviti come elementi di integrazione tra i diversi gruppi di alleati dell’Iran che operano sul terreno siriano. Questo modello è risultato quello più conveniente, dato che ha minimizzato il numero potenziale di perdite iraniane ma ha anche migliorato l’efficacia di combattimento dei partner locali.<br />
Infine, questa complessa strategia militare mostra la crescente capacità dell’Iran di proiettare la sua potenza militare all’estero, e di impegnarsi in una guerra apparentemente convenzionale. Lo spiegamento delle Forze di terra dell’IRGC consentirà, nel lungo termine, all’Iran di distribuire giovani cadetti all’estero avendo quindi soldati addestrati per le future guerre dello stesso tipo. Tuttavia, nessuna di queste prove indicano che l’Iran sia fiducioso circa il potere militare. Il Paese potrebbe essere semplicemente coinvolto in una guerra civile perché ha l’imperativo strategico di farlo e, a parte le Forze Quds, la sua strategia militare è focalizzata sulla difesa e sulla deterrenza, non sulla proiezione della sua potenza nella regione.<br />
Dal momento che la Russia è intervenuta in Siria a fine settembre 2015, Mosca e Teheran hanno unito le forze per mantenere il regime di Assad al potere. Tuttavia, nonostante l’evidente prova della loro cooperazione, le relazioni tra i due Paesi nel conflitto siriano sono state erroneamente interpretate come la nascita di una nuova solida amicizia nella regione, piuttosto che come un matrimonio di convenienza dettato dalle circostanze.<br />
L’Iran e la Russia sono naturali alleati in Siria. É un’affermazione audace, comunque, parlare di una cooperazione militare pianificata congiunta. Mentre vi è un certo grado di cooperazione strategica, le operazioni iraniane e russe in Siria rappresentano movimenti indipendenti verso un obiettivo comune. I due attori hanno collaborato principalmente sulla condivisione delle informazioni di intelligence e sulla strategia militare. Tuttavia, dal punto di vista militare, sembrano essere fortemente dipendenti, come se stessero perseguendo strategie complementari. La Russia non ha dispiegato Forze di terra in Siria, limitando, pertanto, la misura del suo coinvolgimento nel conflitto alle operazioni aeree. D’altra parte, l’Iran, che ha implementato le Forze dell’IRGC, ha bisogno degli attacchi aerei russi per condurre le proprie operazioni di terra. Inoltre, l’Iran ha permesso alla Russia di utilizzare la sua base di Hamadan per condurre attacchi aerei in Siria. Tuttavia, oltre la condivisione delle informazioni di intelligence, Iran e Russia non sembrano aver pianificato una lunga e congiunta cooperazione, facendo aumentare, di conseguenza, le domande sulla longevità della loro partnership.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Iran e Russia hanno un obiettivo comune in Siria</strong> che è, almeno fino ad ora, mantenere Assad al potere ed evitare il collasso totale delle istituzioni statali. Inoltre, uno dei principali driver della loro cooperazione è la paura condivisa della crescente egemonia degli Stati Uniti nella regione. In particolare, il Cremlino mira ad evitare lo stesso scenario della Libia e dell’Iraq, dove l’interventismo occidentale guidato dagli Stati Uniti ha portato al crollo delle istituzioni statali locali dando vita ad uno scenario geopolitico instabile. Allo stesso modo, dopo il sorgere dello Stato Islamico e degli altri gruppi estremisti sunniti islamici, come Jabhat al Nusra, entrambi i Paesi temono gli effetti e la diffusione del terrorismo islamico nei propri territori.<br />
Per queste ragioni, e tenuto conto del giro di vite dell’Iran sulle proteste della Rivoluzione Verde nel 2009, la Russia vede Teheran come un attore regionale attraente e stabile, uno Stato funzionante in grado di promuovere gli interessi russi nel territorio siriano.<br />
Anche se entrambi i Paesi condividono gli stessi obiettivi finali per il futuro della Siria, la visione e gli interessi a lungo termine dietro le loro azioni in Siria sono leggermente diversi. L’Iran vede la Siria come suo principale hub territoriale per la fornitura di armi a Hezbollah, roccaforte iraniana contro la minaccia israeliana. Di conseguenza, solo la conservazione delle istituzioni statali alauite e di Assad al potere garantirebbero all’Iran la continuazione del suo asse di resistenza e il suo rapporto con Hezbollah. Anche la Russia non vede Hezbollah come un gruppo terroristico e ha spesso ribadito di considerare il gruppo come un attore legittimo della politica libanese. Tuttavia, il triumvirato composto da Iran &#8211; Russia &#8211; Hezbollah come spina dorsale delle operazioni militari siriane potrebbe minare i rapporti di Mosca con Israele. Quest’ultimo teme che l’affare delle armi tra la Russia e l’Iran possa inavvertitamente dare all’Iran la possibilità di fornire al gruppo libanese nuove armi contro Israele. In questo senso, la Russia deve tenere conto delle preoccupazioni per la sicurezza di Israele, e il Cremlino ha rassicurato Tel Aviv che non ha fornito armi ad Hezbollah.<br />
D’altra parte, gli interessi della Russia in Siria non sono direttamente collegati al destino di Bashar Al Assad. La Russia sta usando la Siria per riacquisire il suo status di influente potere globale alla luce della diminuzione della leva americana nella regione e infine per mantenere la sua unica base navale nel Mediterraneo nei pressi delle coste di Tartus. Eppure, finora Assad sembra essere il partner perfetto a causa della sua opposizione agli Stati Uniti e alle influenze occidentali nel Governo della Siria e nel Medio Oriente in generale.<br />
Il futuro di Assad è un altro elemento che ha causato notevoli divergenze fra l’Iran e la Russia e può provocarne altre in futuro. Mentre l’Iran considerava, almeno fino al 2015, la persistenza di Bashar al Assad come una linea rossa, la Russia è stata più flessibile su chi avrebbe potuto sostituire l’attuale leader politico alauita. La Russia è stata più desiderosa di trovare una soluzione politica per la deposizione di Assad a condizione che fossero mantenuti alcuni presupposti e fosse conservato un regime in grado di governare e pronto a rispettare gli interessi della Russia. Tuttavia, anche l’Iran dal 2017 sembra aver abbandonato la sua posizione radicale sul futuro di Assad in favore di una soluzione diplomatica che non danneggi i suoi interessi primari.<br />
Inoltre, le relazioni che la Russia ha instaurato con i paesi del Golfo, e in particolare con l’Arabia Saudita, potrebbero costituire una causa di attrito con l’Iran. Il regno saudita è il rivale politico storico dell’Iran nella regione e nella guerra siriana, nella quale i sauditi stanno sostenendo l’opposizione con la fornitura di armi e attrezzature militari. Pertanto, la Russia è cauta nei riguardi di una troppo stretta collaborazione con l’Iran, con il rischio di essere rappresentata come parte della mezzaluna sciita, inimicandosi i suoi alleati arabi. D’altra parte, l’Iran è consapevole del fatto che la Russia ha bisogno di dare priorità ai propri interessi economici e che la sua partnership con Teheran è contingente agli eventi in Siria, e non può sostituire quella con la Siria di Assad. Infine, nel marzo 2016, la Russia aveva annunciato il suo ritiro dalla Siria, apparentemente senza consultare, ma solo informando, l’Iran. Una decisione che sottolinea come i percorsi dell’Iran e della Russia in Siria non sono così intrecciati e dipendenti gli uni dagli altri come appaiono.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pertanto, ciò che definisce il rapporto tra l’Iran e la Russia</strong> è un alto grado di pragmatismo. Entrambi i Paesi sono consapevoli dei loro interessi divergenti e che la loro partnership non può avere la prospettiva di una lunga durata. Per quanto riguarda gli sviluppi in Siria, l’Iran è ben consapevole del fatto che senza l’aiuto militare fornito dalla Russia non sarebbe in grado di prolungare gli esiti della guerra, mantenendo Assad al potere. D’altra parte, la presenza storica e politica dell’Iran è molto più forte e influente di quella russa. Il Cremlino riconosce che il mantenimento di un rapporto di amicizia con l’Iran, che ha una notevole influenza su gran parte della società civile siriana, garantirebbe uno scenario favorevole anche a Mosca.<br />
La partnership Iran &#8211; Russia non si è limitata alla Siria, ed i risultati finali della guerra non sembrano mettere a repentaglio il futuro della loro relazione. In realtà, l’Iran e la Russia hanno collaborato per lungo tempo soprattutto in campo economico. Già durante i negoziati 5 + 1 sul programma nucleare iraniano, la Russia aveva agito come mediatore tra l’Occidente e l’Iran per convincere la Repubblica Islamica a fare alcune concessioni in cambio della revoca delle sanzioni economiche, facendo leva sulle sue relazioni con l’Europa e gli Stati Uniti. In parte, questo ha portato la Russia ad assumere un ruolo di protettore dell’Iran, ma anche di garante del rispetto iraniano. Dal punto di vista dell’Iran, l’accordo sul nucleare ha aperto nuove opportunità di cooperazione economica, in effetti le priorità economiche hanno messo da parte le considerazione ideologiche. A questo proposito, perché l’Iran dovrebbe allearsi con un Paese si è opposto a lungo ai Partiti e ai gruppi islamici? La risposta risiede nell’elevato pragmatismo che ha mostrato l’Iran nelle sue decisioni di politica estera, nonostante le affermazioni superficiali che spesso hanno raffigurato l’Iran come guidato da considerazioni religiose ideologiche in Siria e nel resto dei suoi affari esteri. In effetti, la cooperazione economica con la Russia, anche prima dell’accordo sul nucleare, è stata di vitale importanza per l’acquisizione di armi e attrezzature per il sistema di difesa.<br />
Inoltre, un altro elemento importante da prendere in considerazione per le relazioni dell’Iran con la Russia è l’unità dei suoi politici. Anche se, come spiegato sopra, Rafsanjani aveva espresso la sua preoccupazione per le operazioni dell’Iran in Siria e di conseguenza con la Russia, tuttavia, l’ultima parola su tutte le questioni sensibili non appartiene al Presidente, ma al leader supremo. In altre parole, Hashemi Rafsanjani potrebbe esprimere un parere che differisce dalla leadership del Paese, ma l’Iran farà come dice Khamenei. La Guida Suprema ha <i>de facto</i> dato via libera alla cooperazione con la Russia e lo ha ribadito durante l’incontro con Putin nel novembre del 2015. Una mossa che sottolinea come il leader supremo abbia messo da parte le ideologie in favore del pragmatismo nella sua politica estera, garantendo l’economia e la sicurezza militare del Paese.<br />
Infine, le dinamiche di cooperazione dell’Iran con la Russia sono state caratterizzate da un bilanciamento tra gli interessi dell’Iran e le richieste occidentali. L’Iran è ben consapevole di aver bisogno della Russia tanto quanto ha bisogno che l’Occidente apra il suo mercato economico e guidi il Paese fuori da una difficile crisi finanziaria.<br />
Un altro attore alleato dell’Iran in Siria è Hezbollah. Nato dalla guerra civile libanese per proteggere la maggioranza sciita della popolazione del sud del Libano, Hezbollah è stata da allora la più potente delle milizie dell’Iran, e il più affidabile ed efficace gruppo alleato della Repubblica Islamica nella regione. Fin dalla sua creazione, Hezbollah ha ricevuto finanziamenti e forniture di armi dall’Iran attraverso la Siria e ha svolto un ruolo importante come parte dell’asse della resistenza contro Israele e, in misura minore, contro gli Stati Uniti. Nel corso degli anni, Hezbollah ha guadagnato molta popolarità in tutto il tutto il Medio Oriente, in particolare durante gli anni Duemila, fino a quando nel 2006 è stato espulso dal Libano da Israele.<br />
Gli obiettivi del gruppo sciita sono direttamente collegati a quelli di Teheran, ossia salvaguardare il condotto siriano per il passaggio di uomini alla sua organizzazione e impedire alle organizzazioni jihadiste sunnite di diffondersi in tutta la Siria. Inoltre, come lo stesso capo di Hezbollah ha dichiarato, la Siria costituisce la spina dorsale della resistenza di Hezbollah contro Israele anche alla luce del fatto che Assad ha più volte fornito un rifugio sicuro a molti suoi combattenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Hezbollah è presente in Siria dal 2012,</strong> e come l’Iran, ha spostato le sue operazioni militari in conformità con gli sviluppi della guerra. Inizialmente, il ruolo del gruppo libanese in Siria ha comportato attività di consulenza e sostegno ad Assad e al suo esercito. Il carattere limitato dell’iniziale coinvolgimento di Hezbollah derivava dalla condizione dell’esercito di Assad, che sembrava ancora efficiente. Quando le forze fedeli al regime hanno iniziato a perdere terreno e a subire battute d’arresto significative, il ruolo di Hezbollah è rapidamente progredito.<br />
Nel 2013 il ruolo di Hezbollah è cambiato, divenendo drammaticamente un ruolo diretto di combattimento, operando a fianco delle Forze militari e paramilitari siriane. Inoltre, ha ampliato i suoi sforzi per formare le riorganizzate milizie filo-Assad. Il completo dispiegamento è arrivato nell’aprile del 2013, quando Hezbollah ha condotto con successo le operazioni di terra per riconquistare la città di Al Qusayr, prevalentemente sunnita, nella provincia di Homs, non lontano dal confine con il Libano. La riconquista della città non era stata solo una priorità militare per il regime di Assad, ma anche per Hezbollah, perché una presenza ribelle, oltre a minacciare la linea di comunicazione di Assad con la costa, era una minaccia anche per i villaggi sciiti libanesi su entrambi i lati del confine e vicino ad Al Qusayr.<br />
Oltre le operazioni di combattimento, la presenza di Hezbollah in Siria è stata fondamentale nella formazione e nel finanziamento di gruppi di miliziani locali. In particolare, Quwat al-Ridha, un gruppo operante sotto comando Hezbollah, sembra essere il nucleo centrale per Hezbollah in Siria. Quwat al-Ridha comprende sciiti e sunniti provenienti dalle zone di campagna intorno a città come Homs, Aleppo, Daraa e Damasco. Tuttavia, la presenza di Hezbollah in Siria non è avvenuta senza costi. Grazie alle sue attività in sostegno di un regime autoritario e contro i fratelli musulmani sunniti, Hezbollah ha perso la reputazione acquisita nella regione nel decennio precedente. Il rapporto con Hamas, la sua controparte palestinese nella lotta contro Israele, è stato gravemente danneggiato dalle operazioni di Hezbollah nella guerra siriana.<br />
Dopo il 2013 Hezbollah ha costantemente ampliato le sue operazioni in Siria, assumendo insieme con l’Iran e la Russia un ruolo di primo piano nel puntellare Assad e il suo apparato militare contro la rivolta dell’opposizione. In realtà, Hezbollah è uno dei più esperti gruppi militari nel conflitto e la più efficace forza di terra in Siria in proporzione alla sua dimensione. Militarmente, oltre alla sua lunga collaborazione con l’Iran, e la sua vicinanza geografica con la Siria, Hezbollah è ben posizionata per operare in Siria perché è un gruppo arabo e le sue operazioni di combattimento contano su una fanteria leggera. L’esercito siriano è in primo luogo una forza meccanizzata pesante che non ha la capacità di una fanteria leggera di sostenere un conflitto contro insorti con armi leggere. Inoltre, la consolidata esperienza in attività contro-insurrezionali maturata nel lungo confronto con Israele ha facilitato i compiti di Hezbollah nella formazione delle milizie irachene sciite e di altri gruppi paramilitari. Pertanto, Hezbollah è più adatta alle operazioni a stretto contatto con le controparti siriane della Guardia Rivoluzionaria iraniana. Hezbollah non agisce in modo indipendente dall’Iran nel conflitto in corso, anzi opera sotto il comando dell’IRGC e comunica costantemente con Teheran su come organizzare le missioni sul terreno. Tuttavia, anche se gli sforzi di Hezbollah sono principalmente diretti a rispettare la posizione di Assad ed a preservare il condotto siriano come una linea di fornitura per le armi, nel corso degli anni Hezbollah è divenuto progressivamente un grande Partito dell’arena politica libanese. Di conseguenza, la sua dipendenza dagli aiuti finanziari iraniani è stata ridotta e il gruppo ha cercato di fare affidamento su altre fonti. Viceversa, il Governo pragmatico del Presidente Hassan Rouhani ha presumibilmente dedicato più risorse per la ripresa economica nazionale, ritardando la fornitura del 10% del finanziamento annuale per Hezbollah.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Molti hanno accusato l’Iran di aver fomentato</strong> una tensione settaria crescente in Siria supportando i gruppi sciiti come Hezbollah. Da un lato, se è vero che l’Iran ha addestrato le milizie sciite per combattere l’opposizione, dall’altro la strategia della Repubblica Islamica, nonché quella di Hezbollah, in Siria comprende la politica settaria. Infatti, Hezbollah ha rimodellato la sua serie storica di alleanze. Dopo che l’ISIS è stato raggiunto dal Fronte di Al Nusra in un’incursione nel nord della cittadina di Arsal nella Valle della Bekaa nell’agosto del 2014, Hezbollah ha cominciato a costruire alleanze con le comunità cristiane vicino al confine, che la sostengono contribuendo alla formazione delle milizie locali per difendere le loro città.<br />
Da questa prospettiva, la dottrina militare difensiva dell’Iran non sembra aver avuto una svolta drammatica. La formazione delle organizzazioni paramilitari rientra nella linea di guerra asimmetrica dell’Iran. Tuttavia, tre anni di intervento di Hezbollah in Siria potrebbero aver facilitato la capacità dell’Iran di spostarsi verso una dottrina offensiva.<br />
La guerra siriana non solo ha costretto gruppi religiosi ed etnici differenti a combattere insieme, ma ha anche migliorato la capacità di ciascun gruppo di operare in tale ambiente di guerriglia. Infatti, Hezbollah, l’IRGC-QF, e l’esercito siriano sono diventati più esperti non solo nella formazione e nella pianificazione comune, ma hanno anche imparato ad operare l’uno accanto all’altro come Forza di combattimento unificato. L’Iran ha appreso anche delle lezioni preziose sulla guerriglia, che possono essere integrate nel proprio addestramento.<br />
La possibilità per l’Iran, per Hezbollah e per i combattenti iracheni di condurre operazioni attraverso le frontiere su vari terreni ha rivelato le nuove capacità dell’Iran di condurre una guerra semi-convenzionale all’estero, spostando così la sua dottrina difensiva verso una semi-offensiva, capace di intervenire su confini iraniani.<br />
Infine, l’impegno di Hezbollah in Siria è estremamente importante per una serie di motivi. In primo luogo, l’Iran può contare su un alleato prezioso, con una efficace capacità militare che gli altri gruppi partner non hanno. In secondo luogo, la convergenza di obiettivi tra Iran e Hezbollah nella guerra ha reso più facile per l’Iran far avanzare la propria posizione. In terzo luogo, e soprattutto, il ruolo di Hezbollah ha notevolmente migliorato le capacità dell’Iran di progettare un’influenza all’estero, quindi, porre le basi per quella che potrebbe essere una significativa trasformazione della forza convenzionale militare iraniana in una forza capace di affrontare gli attori di un conflitto più convenzionale.<br />
La strategia più importante dell’Iran nella guerra siriana è stata sia la creazione sia l’espansione di gruppi sciiti. I gruppi militanti sciiti sono venuti a costituire il nucleo a breve e a lungo termine della strategia iraniana nel conflitto in corso. Tuttavia, la proliferazione di gruppi sciiti appoggiati dall’Iran in Siria non è una tattica nuova, piuttosto un prolungamento della sua lunga strategia di guerra non convenzionale.<br />
In conclusione, è possibile affermare che la strategia militare di Teheran rimane difensiva, perché non ha ancora acquisito la tecnologia e la capacità necessarie per intraprendere guerre convenzionali. Tuttavia, l’intervento di Teheran nel conflitto ha costantemente messo in pericolo il contesto siriano, un cambiamento radicale per una politica estera che fino ad allora aveva evitato dirette operazioni all’estero. La Siria è stata finora un banco di prova importante per la funzionalità delle Forze armate iraniane. La guerra civile siriana ha dato a Teheran più fiducia e assertività nella conduzione di operazioni all’estero. Tuttavia, è difficile prevedere se l’Iran deciderà di aumentare gli sforzi per lo sviluppo di una guerra più convenzionale al fine di proiettare la sua influenza ancora più lontano. Quello che è certo è che la Repubblica Islamica ha acquisito una capacità che nessun altro Stato in Medio Oriente possiede.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong></p>
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		<title>ISRAELE E LA CRISI SIRIANA: LE SFIDE POLITICHE E MILITARI PER LO STATO EBRAICO</title>
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		<pubDate>Thu, 03 May 2018 06:07:40 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Daniela Franceschi - Israele è interessato prima di tutto alla pace e alla stabilità del confine settentrionale, a prevenire l’utilizzo di armi di distruzione di massa nelle mani di gruppi armati e a impedire che elementi jihadisti si stabiliscano a nord della Alture del Golan. Ma lo Stato ebraico &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Daniela Franceschi -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Israele è interessato prima di tutto alla pace e alla stabilità del confine settentrionale, a prevenire l’utilizzo di armi di distruzione di massa nelle mani di gruppi armati e a impedire che elementi jihadisti si stabiliscano a nord della Alture del Golan. Ma lo Stato ebraico vuole anche <em><strong>indebolire Hezbollah in Libano</strong></em> ed eliminare l’influenza dell’Iran in Siria, impedendogli di usare il Paese per sviare l’attenzione internazionale dal suo programma nucleare.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La guerra civile in Siria,</strong> che fino ad oggi ha causato la perdita di centinaia di migliaia di vite e reso profuga quasi la metà della popolazione, non è vicina alla fine. La tragedia siriana, che ha coinvolto altri attori del Medio Oriente, milizie mercenarie e eserciti stranieri, non sembra stabilizzarsi. Si è creato un nuovo contesto geopolitico. Allo stesso tempo, tuttavia, nell’agosto del 2017, l’Agenzia per le migrazioni delle Nazioni Unite (IOM) ha annunciato che oltre 600.000 sfollati, circa il 10% del totale dei rifugiati, erano già tornati alle loro case in Siria, molti nella città di Aleppo, che, fino a diversi mesi prima, era stata il simbolo dei violenti combattimenti tra l’indebolito campo ribelle e le forze del regime. Il 2017 si è concluso anche con la conquista, attraverso l’aiuto di Hezbollah, del villaggio di Beit Jann, una delle tasche di resistenza dei gruppi dell’opposizione supportati da Israele. Questi nuovi sviluppi, incluso il radicamento delle forze armate russe e iraniane in Siria, sono importanti anche per Israele e la sua visione strategica, soprattutto per quanto concerne la Siria meridionale. La strategia di Israele potrebbe dover essere modificata significativamente, data la grandezza dei cambiamenti sull’altro lato del confine.<br />
La linea politica israeliana, inizialmente basata sull’idea dello Stato ebraico come “spettatore passivo”, evolvendosi in un intervento molto più attivo vicino al confine siriano, richiede un’analisi particolare. Il suo principio organizzativo combina l’attività umanitaria e militare: costruire ponti da un lato, e massimizzare gli interessi israeliani dall’altro. Inoltre, la “diplomazia umanitaria” &#8211; l’assistenza civile e governativa fornita nell’area delle Alture del Golan siriano &#8211; sarà oggetto di un esame approfondito, così come il suo ruolo negli sforzi per costruire una base di interessi comuni tra Israele e i gruppi dell’opposizione siriana. Infine, dobbiamo comprendere le sfide e le opportunità che Israele deve affrontare, alla luce della rapida evoluzione della situazione oltre confine.<br />
Gli interessi di Israele in Siria e nella crisi siriana sono molteplici: Israele è interessato prima di tutto alla pace e alla stabilità del suo confine settentrionale, alla prevenzione dell’utilizzo delle armi di distruzione di massa consegnate o cadute nelle mani di Hezbollah o di altre organizzazioni e ad impedire che elementi jihadisti si stabiliscano a nord della Alture del Golan in modo paragonabile a quello che è successo nel Sinai. Lo Stato ebraico è anche interessato ad eliminare l’influenza dell’Iran in Siria, impedendogli di usare il Paese per sviare l’attenzione internazionale dal suo programma nucleare, e all’indebolimento di Hezbollah nel Libano. Il presente saggio analizza il punto di vista di Israele sulla crisi siriana, sulle sue relazioni bilaterali, regionali e sul contesto internazionale ed esamina le modalità attraverso le quali gli interessi dello Stato ebraico potrebbero essere influenzati dai risvolti della crisi attuale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Storicamente, dal 1948 al 1991 e sotto i successivi regimi,</strong> la Siria è stata considerata da Israele come il suo nemico arabo più mortale. Mentre l’Egitto era il nemico più formidabile, la posizione della Siria quale “cuore pulsante del nazionalismo arabo”, la sua particolare vicinanza alla Palestina e alla questione palestinese, e il complesso delle problematiche connesse ai confini tra Israele e Siria giustificavano l’intensità del conflitto bilaterale tra i due Paesi.<br />
Nel corso degli anni sono avvenuti diversi cambiamenti nella natura del conflitto e delle sue dinamiche; nel 1967 la conquista da parte di Israele delle Alture del Golan e la determinazione della Siria per la loro riconquista divennero una componente- tra le più importanti- del conflitto. Il tentativo siriano di riconquistare le Alture nella guerra del 1973 fallì, infatti, nel dopoguerra un accordo di disimpegno, mediato da Henry Kissinger, ha determinato le relazioni bilaterali lungo la linea del cessate il fuoco. Il Presidente della Siria, Hafiz al-Assad, ha mantenuto l’accordo e di conseguenza un fronte tranquillo, ma ha continuato a condurre la lotta contro Israele indirettamente attraverso il Libano e sostenendo i gruppi palestinesi, e promuovendo le organizzazioni terroristiche.<br />
La capacità di Assad di condurre questa duplice politica è stata facilitata dal suo successo nella costruzione dello Stato siriano e dalla trasformazione della Siria in un potente attore della politica regionale del Medio Oriente. Assad è rimasto vicino all’alleato sovietico, ma ha aperto numerosi canali verso l’Occidente, impressionando molti Presidenti statunitensi e Segretari di Stato, sembrando di poter essere conquistato dalla linea di Washington.<br />
Quando Anwar Sadat decise di negoziare un accordo di pace con Israele nel 1977, Assad ha guidato una campagna contro di lui, accusandolo di stupidità e tradimento. Quattordici anni dopo, dopo il collasso dell’Unione Sovietica e all’indomani della prima Guerra del Golfo, Assad si unì alla Conferenza di Madrid guidata dagli Stati Uniti, dando inizio ad un sforzo decennale per risolvere il conflitto siro-israeliano.<br />
Durante questo decennio, quattro Primi Ministri israeliani- Yitzhak Rabin, Shimon Peres, Benjamin Netanyahu e Ehud Barak hanno mostrato la loro volontà di ritirarsi dalle Alture del Golan in cambio di un insieme accettabile di proposte di pace e sicurezza. Questa politica rifletteva il pensiero che la Siria fosse un partner migliore rispetto ai palestinesi per il processo di pace. Assad concordava in linea di principio sulla firma di un trattato di pace con Israele e sulla normalizzazione delle relazioni, ma per ragioni che non saranno spiegate in dettaglio in questa sede, l’accordo di pace che era- o almeno appariva essere- vicino alla concretizzazione non fu raggiunto e i negoziati naufragarono nel marzo del 2000. Hafiz al-Assad morì tre mesi dopo, dando inizio ad un nuovo capitolo della storia della Siria e dei suoi rapporti con Israele.<br />
La morte del costruttore dello Stato siriano e la sua sostituzione in stile dinastico da parte del figlio furono soltanto due degli eventi convergenti nel 2000 che cambiarono il corso della storia della Siria (e nel nostro contesto, la sua relazione con Israele). Le elezioni presidenziali negli Stati Uniti determinarono che Bill Clinton, un aperto sostenitore della pace siro-israeliana e del riavvicinamento siro-americano, fosse sostituito da George W. Bush, che entrò in carica in un momento in cui il processo di pace arabo-israeliano non dava segni di progresso, inoltre, fu presto in rotta di collisione con la Siria di Bashar al-Assad. In Israele, la leadership di Ehud Barak collassò a causa del fallimento della conferenza di Camp David e del sorgere della seconda intifada. La fine del Governo di Barak lasciò campo libero al leader del Likud Ariel Sharon. Finì così un decennio di ricerca di un accordo di pace siro-israeliano, e fu segnata la fine anche della prassi politica che considerava tale accordo la migliore soluzione al “problema libanese”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nei successivi sei anni le relazioni israelo-siriane</strong> non hanno subito sostanziali modifiche. La politica di Bashar al-Assad era triplice: ha affermato più volte che voleva rinnovare i negoziati con Israele, ha rinforzato la sua capacità militare nel caso che l’opzione diplomatica fallisse, ha intensificato la collaborazione strategica con l’Iran e gli Hezbollah. Mentre Hafiz al-Assad era un alleato dell’Iran e trattava gli Hezbollah e il loro leader, Hassan Nasrallah, come subordinati, nel tempo Bashar è divenuto un subalterno più che un pari grado del principale partner iraniano e ha considerato Nasrallah come un alleato da ammirare. Durante i primi anni Duemila, l’arsenale missilistico di Hezbollah si è ampliato in modo preponderante come deterrente contro i potenziali attacchi di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran o la Siria.<br />
Ariel Sharon era assolutamente disinteressato ad un’opzione diplomatica o a trattare con la minaccia dell’arsenale di Hezbollah. Sharon era completamente focalizzato sulla questione palestinese- in primo luogo nello sconfiggere la seconda intifada e poi nel ritiro da Gaza- e rifiutò di essere deviato da questi obiettivi dall’opzione siriana. Quando Bashar al-Assad, nel tentativo di alleviare le pressioni di George W. Bush, cercò di stabilire un contatto, questo fu respinto da Sharon, che fu, tuttavia, molto attento a non essere coinvolto in un grave conflitto militare con l’alleato di Assad, Hezbollah.<br />
Quando Hezbollah divenne più audace, gli attacchi militari di Israele si focalizzarono su obiettivi militari minori in Siria. Il messaggio era chiaro: Sharon riteneva la Siria responsabile per le azioni di Hezbollah e aveva promesso che, se fossero continuati o si fossero intensificati, avrebbe valutato delle azioni più risolute contro la Siria (è importante notare che Sharon scelse di non agire contro l’arsenale di missili accumulato da Hezbollah, dall’Iran e dalla Siria).<br />
Significativamente, quando il Presidente statunitense, irritato dalla doppia partita giocata da Assad in Iraq, ha parlato con Sharon circa la possibilità di rimuoverlo, il premier israeliano ha risposto che preferiva il “diavolo che conosceva”. In altre parole, anche Sharon non era un ammiratore di Assad e delle sue politiche, ma preferiva un Presidente siriano che mantenesse la linea del cessate il fuoco, soprattutto in considerazione dell’alternativa al regime del partito Baath, cioè i Fratelli Musulmani.<br />
Ehud Olmert, che successe a Sharon quando questi si ammalò all’inizio del 2006, inizialmente continuò la politica del suo predecessore, o meglio la mancanza di una politica sulla Siria. Il suo stretto rapporto con George W. Bush ne rinforzò la riluttanza a considerare Bashar al-Assad come un potenziale partner per la pace. Ma nel corso del 2006 e del 2007, questa visione politica così semplicistica è stata trasformata da due eventi fondamentali: la guerra in Libano nel 2006 e gli sforzi congiunti della Siria e della Corea del Nord per sviluppare un’arma nucleare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La guerra del Libano del 2006</strong> ha rivelato tutta la portata della minaccia alla sicurezza di Israele rappresentata dalla cooperazione trilaterale tra Iran, Siria e Hezbollah. La guerra ha moderato gli attacchi condotti da Hezbollah, ma il suo arsenale di missili e bombe era aumentato e la minaccia futura era esacerbata. Nel corso della guerra, il Presidente Bush non fece mistero della sua speranza che Olmert si sarebbe occupato anche della Siria, ma il premier israeliano rifiutò. Alla fine del conflitto, Olmert accettò il punto di vista dominante nell’establishment della sicurezza nazionale israeliana secondo il quale l’opzione migliore per scongiurare nuove minacce sarebbe stato un nuovo negoziato e un eventuale accordo con la Siria, il modo più efficace per iniziare a smantellare l’asse guidato dall’Iran e indebolire Hezbollah e la sua presa sul Libano. Il premier israeliano chiarì la questione con il Presidente Bush, che non era soddisfatto dell’idea, ma non pose alcun veto. Olmert scelse di iniziare i negoziati attraverso la Turchia e acconsentì all’insistenza di Assad che fossero condotti, almeno inizialmente, per mezzo della mediazione turca. La mediazione fu svolta ad Ankara e culminò nella sfortunata visita di Olmert nella capitale turca nel dicembre del 2008, alla vigilia dell’operazione piombo fuso a Gaza.<br />
Quando l’intelligence israeliana scoprì il reattore nucleare costruito dalla Nord Corea nella Siria nord-orientale, e lo stesso Olmert capì che il Presidente Bush non era disposto a distruggerlo, si impegnò lui stesso a farlo nel settembre del 2007. Una volta completata l’operazione con successo, la preoccupazione principale di Israele era gestire la ricaduta politica e mediatica in modo da minimizzare la pressione su Assad affinché non rispondesse militarmente. Assad si astenne da qualsiasi ritorsione. L’intero episodio evidenziava per Israele alcuni punti interrogativi relativi alla figura di Bashar al-Assad: era disposto a giocare d’azzardo attraverso una collaborazione nucleare pericolosa e di vasta portata con la Corea del Nord, ma aveva dimostrato responsabilità e controllo una volta scoperto e umiliato. Dopo un certo tempo, la mediazione turca tra Israele e Siria fu ripresa, ma senza successo, come abbiamo visto in precedenza.<br />
La fine del mandato di Ehud Olmert ha segnato la fine anche del quinto inutile sforzo, dal 1991, per risolvere il conflitto israelo-siriano. Il successore, la leader di Kadima Tzipi Livni, non riuscì a formare un nuovo Governo e nelle successive elezioni generali l’elettorato si spostò a destra, conferendo la vittoria elettorale a Benjamin Netanyahu e ad una coalizione di destra. Netanyahu si era espresso pubblicamente, durante la campagna elettorale e in seguito durante il suo mandato, contro il ritiro dalle Alture del Golan. Il nuovo Presidente americano, Barack Obama, sosteneva l’impegno negoziale con la Siria, ma in pratica, durante la maggior parte del suo primo mandato, si impegnò nel rianimare il processo di pace arabo-israeliano, focalizzato sulla questione palestinese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’amministrazione Obama nominò Fred Holf,</strong> un noto esperto di Siria che aveva scritto sul processo di pace israelo-siriano, come vice di George Mitchell con responsabilità speciali per la questione israelo-siriano. Dato l’impegno profuso da Barack Obama e dalla sua amministrazione per riavviare il processo di pace arabo-israeliano, l’opzione siriana fu relegata in secondo piano. Invece, Hof e i suoi superiori provarono ad aprire un dialogo tra gli Stati Uniti e la Siria, concentrandosi sul miglioramento delle relazioni bilaterali. Funzionari del Dipartimento di Stato del New Jersey si recarono a Damasco e il senatore John Kerry ricevette la responsabilità di coltivare una relazione speciale con la Siria e il suo Presidente, trovando l’accoglienza positiva di Netanyahu. Il tentativo di costruire una nuova relazione tra Washington e Damasco non ebbe un esito positivo, tuttavia, nel 2010 l’amministrazione Obama tentò un nuovo sforzo per riavviare i negoziati israelo-siriani. Questo era uno schema familiare: quando le difficoltà si accumulano su un processo di pace, l’enfasi era spostata su un altro. Alla fine del 2011, la stampa israeliana rivelò che la mediazione segreta tra Netanyahu e il regime di Assad era piuttosto seria e sarebbe durata fino all’esplodere della crisi siriana. Non è noto quale fossero le intenzioni del premier israeliano quando impegnò l’amministrazione Obama in questo sforzo di mediazione. Netanyahu avrebbe fatto un accordo con Bashar al-Assad basato sul completo ritiro dal Golan? O era principalmente interessato a creare un’alternativa al processo di pace con i palestinesi? La fuga di notizie della stampa israeliana era probabilmente finalizzata a mettere in imbarazzo il premier mostrando la discrepanza esistente tra la sua retorica e le sue azioni pratiche, ma chiunque si aspettasse che la rivelazione avesse un impatto sull’elettorato israeliano fu deluso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fu in questo contesto che la ribellione contro il regime di Bashar al-Assad</strong> esplose nel marzo del 2011. Settimane più tardi, quando divenne chiaro che questo non era un episodio passeggero ma una radicata ribellione popolare che ha continuato a guadagnare supporto e forza, i politici e gli analisti israeliani elaborarono le prime serie risposte alla crisi siriana. In quel momento, intorno al maggio del 2011, non era ancora certo che il regime sarebbe collassato. L’atteggiamento di Israele in questo periodo può essere delineato attraverso i seguenti punti: 1.) Contrariamente alle voci correnti nel Medio Oriente e altrove, Israele non cercò di aiutare Assad a mantenere il potere e non tentò di persuadere gli Stati Uniti a seguire la stessa politica. La risposta di Ariel Sharon a George W. Bush nel 2005, il preferire “il diavolo che già conosciamo”, non era più rilevante nel 2011. Il cercare un accordo con la Siria, durante il mandato di Ehud Olmert nel 2006, non aveva portato da nessuna parte. Da quel momento, non c’era una sola visione israeliana della Siria e di Bashar al-Assad, ma la percezione di Israele della Siria e del suo Presidente poteva essere definita ambivalente. L’esperienza del 2006 nel Libano e l’affaire del reattore nucleare avevano avuto un effetto negativo, anche se non era svanita l’idea che il modo più efficace per far cadere il “muro iraniano” fosse tirare fuori il “mattone siriano”. Questa ambivalenza fu evidente nella primavera del 2011 quando la politica israeliana dovette decidere se preferiva che Assad restasse o fosse deposto. La leadership politica israeliana considerò che Assad fosse più dannoso che benefico. Era chiaro che un’opzione diplomatica era impraticabile nel breve termine. La leadership israeliana era preoccupata soprattutto dall’identità del successore di Assad, ma considerava anche il danno che sarebbe stato causato all’Iran dalla caduta del regime, e nel complesso preferiva la sua deposizione. 2.) Gli israeliani si sono resi conto che gli eventi in Siria, anche se non avessero coinvolto lo Stato ebraico direttamente, non erano una mera questione accademica. Israele non aveva un’influenza all’interno della Siria, quindi qualsiasi supporto esteso all’opposizione siriana sarebbe stato controproducente. La risposta iniziale del regime di Assad alla ribellione fu che questa non era una rivolta vera e propria, ma un complotto organizzato dall’esterno, in particolare da Stati Uniti e Israele. Se Israele avesse esteso il suo supporto ai ribelli (o eventualmente offerto un aiuto umanitario) avrebbe dato al regime di Assad una formidabile arma di propaganda. Le previsioni di alcuni osservatori secondo le quali Israele avrebbe potuto usare la sua potenza militare per influenzare il corso degli eventi in Siria, come concentrare delle forze sulla frontiera, non è mai stata considerata seriamente dalla leadership israeliana. 3.) Israele ha notato con soddisfazione che non tutti gli eventi della primavera araba erano necessariamente benefici per l’Iran e “l’asse della resistenza”. La caduta di Ben Ali e di Mubarak e la pressione sulle monarchie conservatrici erano considerate un guadagno per l’Iran, ma la ribellione siriana era una significativa battuta d’arresto per Teheran. La Siria era il principale alleato dell’Iran nella regione, terra di ponte per il Libano, e suo partner nel supportare Hamas a Gaza. La prospettiva di un cambio di regime, e l’emergere di un successore filo-americano a Bashar al-Assad, era aberrante per Teheran. Le ripercussioni della crisi siriana furono presto chiare tra i partner dell’Iran: gli Hezbollah acquisirono una modalità difensiva e Hamas spostò il suo quartier generale esterno lontano da Damasco. In una prospettiva di gioco a somma zero, la perdita dell’Iran era un guadagno per lo Stato ebraico. 4.) Le ripercussioni per l’Iran erano chiaramente parte di un contesto regionale e internazionale più ampio. Mentre la ribellione continuava e si intensificava, la Siria divenne l’arena di un conflitto regionale tra l’Iran e i suoi rivali così come tra la Russia (e in misura minore, la Cina) e gli Stati Uniti e i suoi alleati occidentali. Gli eventi in Siria avevano degli effetti particolari su vicini come la Turchia e l’Iraq. 5.) Israele ha fatto una chiara distinzione tra le conseguenze immediate e quelle a lungo termine della crisi siriana. La ribellione, la guerra civile e la prospettiva di un cambio di regime in un Paese vicino nemico richiedono sempre vigilanza e molta attenzione. Le conseguenze a lungo termine della crisi siriana per Israele dipendono naturalmente dal corso degli eventi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alla metà di maggio del 2011,</strong> quasi due mesi dopo l’esplosione della ribellione, Rami Makhlouf, cugino di al-Assad, concesse un’intervista al “New York Times”. Makhlouf è un uomo d’affari, incaricato di costruire e gestire la fortuna illecita della famiglia e membro del cerchio più interno del regime. Non è noto se la sua dichiarazione fosse stata autorizzata o coordinata in anticipo con il cugino, ma era chiaramente significativa e preveggente. La principale importanza dell’intervista consisteva nel messaggio per cui il regime era determinato a detenere il potere ed era disposto a combattere fino alla fine. Ma Makhlouf scelse anche di includere uno specifico avvertimento diretto sia a Gerusalemme che a Washington: “se non c’è stabilità qui, non c’è modo che ci sia stabilità in Israele […] e nessuno può garantire ciò che accadrà dopo, Dio non voglia, qualsiasi cosa succederà a questo regime […] non spingerà la Siria a fare ciò che non è felice di fare”. Dopo breve tempo, nel giorno della Nakba, (parola araba che significa catastrofe, utilizzata fin dal 1948 per descrivere la fondazione dello Stato d’Israele e le sue conseguenze, tra cui la prima guerra arabo-israeliana, la sconfitta degli eserciti arabi e l’esodo massiccio dei palestinesi) migliaia di palestinesi si riunirono lungo il reticolato che separa le Alture del Golan dalla Siria vicino al villaggio druso di Majdal Shams. Rispetto alle recinzioni di sicurezza lungo gli altri confini di Israele, quella recinzione non era una vera e propria barriera e diverse centinaia di palestinesi riuscirono a spezzarlo e ad attraversare il villaggio druso. Quattro di loro furono uccisi e diverse dozzine feriti da una piccola forza militare israeliana.<br />
Gli israeliani si erano abituati allo status quo, in base al quale il regime Baath infliggeva dei danni allo Stato ebraico su altri fronti, tuttavia, attuava scrupolosamente i termini degli accordi di disimpegno del 1974 e manteneva tranquillo il fronte del Golan. L’incidente di maggio a Majdal Shams era solo uno dei tanti in cui i palestinesi celebravano il giorno della Nakba lungo le frontiere israeliane. Tuttavia, l’incidente ha rappresentato un avvertimento per Israele sul fatto che il fronte del Golan non sarebbe rimasto calmo per sempre e che i disordini avrebbero potuto infiammare il fronte siriano, anche in mancanza di una politica deliberata (come minacciato da Makhlouf) e come sottoprodotto della ribellione siriana.<br />
Israele prese le precauzioni necessarie, rinforzando il recinto e aumentando la sua presenza militare nel Golan. Un secondo tentativo palestinese di attraversare la recinzione fu stroncato sul nascere. Il fronte del Golan rimase calmo ma in Israele vi era la sensazione che la guerra civile avrebbe potuto diffondersi nel Paese o coinvolgerlo da un giorno all’altro. Nel novembre del 2012, avvenne un certo numero di incidenti lungo la linea del cessate il fuoco siro-israeliano e sulle Alture del Golan. Probabilmente erano una conseguenza non intenzionale dei combattimenti tra l’esercito siriano e l’opposizione e non riflettevano una decisione di entrambe le parti di estendere i combattimenti sulle Alture del Golan o cercare di attirare Israele nel conflitto. Durante i successivi tredici mesi, all’evolversi della crisi siriana in una vera e propria guerra civile, il fronte siro-israeliano rimase calmo. Vi è stata un’agitazione alla fine dell’estate del 2012 dovuta a due questioni. La prima era l’arsenale di armi di distruzione di massa della Siria. Le previsioni di un crollo repentino del regime rese il tema più rilevante, infatti, venne alla ribalta il possesso da parte del regime di missili balistici con testate chimiche e biologiche. Gli Stati Uniti e gli alleati occidentali erano allarmati da una confluenza di materiale di intelligence e dichiarazioni pubbliche del regime. Assad e i suoi alleati, messi con le spalle al muro, avrebbero usato le armi di distruzione di massa contro la popolazione? Il regime avrebbe trasferito parte delle scorte a organizzazioni terroristiche come Hezbollah? Avrebbe deciso di uscire di scena usando quelle armi contro nemici come Israele e altri vicini? Alle prime due domande oggi possiamo rispondere positivamente, alla terza soltanto il procedere degli eventi potrà dare una risposta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Israele ha risposto minacciando di intercettare</strong> qualsiasi trasferimento di armi di distruzione di massa. Il Ministro della Difesa Barak, il Ministro degli Esteri Avigdor Lieberman e il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Benny Gantz hanno avvertito che questa era in realtà una “linea rossa”, e secondo il Ministro degli Esteri, un “casus belli”. Gli esperti militari e diplomatici ebbero delle posizioni più sfumate rispetto ai politici. Il generale della riserva Amos Gilad, Capo della divisione politico-militare del Ministero della Difesa, spiegò nel luglio del 2012 che fino ad allora il regime aveva mantenuto il controllo del proprio arsenale di armi di distruzione di massa. Il Capo di Stato Maggiore Gantz avvertì che sarebbe stato difficile individuare la più opportuna delle azioni da intraprendere, infatti, “se agisci a grandi linee potresti ritrovarti abbastanza presto in una campagna più ampia di quella che avevi pianificato. Noi dovremmo prendere in considerazione ciò che rimarrebbe dopo l’azione e in quali mani cadrebbe”. È probabile che il Capo di Stato Maggiore intendesse affermare che se Israele avesse intercettato il trasferimento di armi di distruzione di massa del regime di Assad a Hezbollah, o lanciato un raid contro Hezbollah, questo avrebbe potuto facilmente trasformarsi in un conflitto a pieno titolo tra Israele e Hezbollah.<br />
L’amministrazione Obama lanciò un severo monito al regime di Assad se avesse usato le armi chimiche contro la sua popolazione, avvertendo che ci sarebbero state delle conseguenze.<br />
Il secondo problema riguardava la diretta partecipazione dell’Iran alla guerra civile siriana. Nelle precedenti fase della crisi siriana, l’Iran aveva apertamente sostenuto la Siria, cercando, tuttavia, di nascondere la parte attiva giocata dalle truppe iraniane nei combattimenti. Questo è cambiato nell’estate del 2012 come parte di un più ampio sforzo iraniano di fare dell’Iran una forza proattiva, un potente attore regionale, invece che l’obiettivo passivo di un raid americano o israeliano. Per questa ragione, Mohammad Ali Aziz Ja’fari, Comandante dei Guardiani della Rivoluzione, ammise che membri della forza militare Quds erano presenti in Siria. Fu su questo sfondo che Israele annunciò all’inizio del settembre del 2012 che l’esercito israeliano aveva condotto delle esercitazioni militari sulle Alture del Golan, esercitazione notificata al Governo siriano attraverso “canali appropriati”, in anticipo, in modo da evitare un allarme e un travisamento. Potrebbero esserci stati altri motivi per tenere questa esercitazione in un periodo così particolare, ma era evidentemente un messaggio sia per l’Iran sia per la Siria.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È interessante soffermarsi anche sulla percezione dell’opinione pubblica israeliana</strong> della crisi siriana. Per un Paese noto per il vivace dibattito pubblico delle élite politiche, la crisi siriana è passata inizialmente invece in secondo piano. La comunità politica e i media israeliani hanno seguito lo svolgersi della crisi in Siria da vicino e l’hanno coperta ampiamente, ma non nel contesto di un evento così importante da avere profonde ripercussioni in Israele; i politici hanno fatto, nel complesso, poche e non attente dichiarazioni sulla crisi. Il senso comune per cui Israele aveva poca influenza sugli eventi in corso, che il corso degli eventi stesso era incerto, e in ultimo che l’impatto finale su Israele non era chiaro spiegano la reticenza riscontrata nei media e tra i politici israeliani.<br />
Due tematiche significative emergono in modo evidente dal discorso israeliano sulla Siria durante questo periodo. Il primo riguardava il problema dell’accordo di pace e il ritiro dalle Alture del Golan. Chiaramente, i due problemi furono sospesi per il momento; la guerra civile in Siria doveva avere termine e doveva essere formato un nuovo Governo prima che le due questioni fossero messe di nuovo all’ordine del giorno. Ma gli oppositori di questa posizione, e i critici della volontà dei quattro primi ministri di ritirarsi dal Golan come parte di un accordo di pace con la Siria non persero tempo, enfatizzando la giustezza della loro posizione data la guerra civile in Siria.<br />
Non è stato sorprendente leggere e ascoltare l’articolazione di questa posizione nell’ala destra dello spettro politico israeliano, ma la più eloquente denuncia retrospettiva dell’accordo non raggiunto con la Siria è stata scritta da un influente giornalista di centro, Ari Shavit. È interessante leggere un lungo brano del suo articolo : «A nessuno piace ammettere di aver sbagliato. Neanche a me, ma a volte non hai scelta. Di recente sono salito a nord per lo Shabbat. Ho passato ore a guardare le montagne delle Alture del Golan mentre si arrossavano verso la sera. Ma lentamente il puro piacere è stato sostituito da un profondo disagio. Non potevo fare a meno di pensare a cosa sarebbe successo oggi se la posizione ideologica che io ho tenuto per lungo tempo- pace in cambio del Golan- fosse stata accettata. Pensare a cosa sarebbe successo oggi se Ehud Barak non avesse lasciato la carica prima di Hafez Assad nel 2000, o se Ehud Olmert non fosse stato interrotto prima di affrontare Bashar Assad nel 2008. […]<br />
Ho scritto incessantemente sul giornale e parlato in televisione sulla necessità di raggiungere un accordo di pace per il Golan. Ho spinto per la pace con la Siria con tutte le mie forze. La visione opposta sembrava irragionevole e immorale. Gli oppositori sembravano uomini pericolosi. Mi sono arrabbiato con Yitzhak Shamir e Ariel Sharon per aver bloccato il dialogo con la Siria e bloccato Israele. Ero convinto che un giorno la storia gli avrebbe condannati per il loro rifiuto e trattati come tratta Golda Meir, Moshe Dayan e Yisrael Galili.<br />
E ora, tutto è stato capovolto. È stato tutto invertito. Se avessimo avuto la pace negli anni Duemila, allora oggi avremmo già avuto un bagno di sangue. Se fossimo andati a letto con Assad una decina di anni fa, oggi ci saremmo svegliati con la jihad. Se avessimo rinunciato a Katzrin e a Snir, avremmo il terrore a Dan e a Dafna. Una strana sostanza sarebbe corsa negli affluenti del fiume Giordano. Frequenti scontri a fuoco sarebbero esplosi a Tel Katzir e Ha’on.<br />
Il Golan siriano si sarebbe trasformato in un buco nero molto più pericoloso del buco nero del deserto del Sinai. L’idea della pace, che potrebbe essere stata corretta a suo tempo, si sarebbe trasformata in una realtà da incubo difficile da tollerare. Prima o poi, Israele sarà costretto ancora una volta a risalire a Tel Faher e a Nafah e a continuare per Quneitra. Ma questa volta tale operazione porterebbe a sbarramenti di missili su Tel Aviv. La pace in cui io ho creduto e per cui ho combattuto si sarebbe trasformata in un enorme guerra in cui migliaia di persone sarebbero state uccise».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La percezione dell’opinione pubblica israeliana riflessa nell’articolo di Shavit</strong> non era modellata dalla sola crisi siriana. L’impatto della guerra civile siriana sull’atteggiamento del pubblico israeliano riguardo al tema “terra per pace” era amplificata dalla svolta simultanea degli eventi in Egitto. Il nuovo regime in Egitto non aveva abrogato il trattato di pace con Israele, come richiesto da alcuni dei suoi predecessori, ma aveva introdotto una serie di ambiguità che riguardavano il suo futuro. Inoltre, la penisola del Sinai, originariamente una efficace barriera di sicurezza tra Israele e Egitto, ora ospitava una popolazione beduina fuori dal controllo del Cairo e elementi jihadisti che effettuavano attacchi terroristici contro Israele. Nell’ambito delle più grandi tendenze generate dalla primavera araba questi sviluppi rinforzavano la preferenza del Governo e dell’opinione pubblica di Israele per mantenere uno status quo territoriale.<br />
Ai margini del discorso pubblico israeliano, la guerra civile siriana ha ravvivato un interesse tradizionale nella “politica delle minoranze” che risale alla politica sionista pre-statale. Disperando di trovare un accordo con l’establishment arabo-sunnita della regione, i sionisti e i successivi leader politici israeliani hanno cercato di costruire delle partnership con minoranze etniche e religiose come curdi, drusi e maroniti. Questi sforzi avevano prodotto dei risultati insoddisfacenti e il complesso di presupposti che ne erano alla base sembravano essere stati eliminati dal trattato di pace con l’Egitto e dal processo di pace degli anni Novanta. Se Israele stava diventando una realtà accettabile per gli Stati arabi della regione, vi era ancora la necessità di raggiungere i gruppi minoritari?<br />
Tali opinioni erano strettamente correlate all’idea che la Siria fosse solo uno degli Stati della Mezzaluna Fertile che avrebbe potuto disintegrarsi sotto il peso dell’etnia, dei conflitti religiosi e settari. Per questo, un esperto commentatore israeliano aveva descritto, dopo un briefing con un ufficiale delle Forze di difesa di Israele, un contesto nel quale “la Siria sarebbe stata divisa in poche aree sotto differenti controlli”: “Ciò che è significativo è il fatto che la Siria stia diventando l’esempio più estremo del nuovo mondo che circonda Israele. Gli Stati nazionali, alcuni dei quali (il Libano, ad esempio) erano creazioni coloniali artificiali mentre altri avevano una lunga storia, si stanno indebolendo e alcuni si stanno disintegrando. Il pericolo di una guerra su larga scala, che implica la conquista di territorio israeliano, scompare insieme allo smantellamento di questi Paesi. Ma si creano invece nuovi pericoli: pericoli che sono, per natura, oscuri, decentralizzati, molto più difficili da decifrare. Eppure l’intensità di questi nuovi pericoli è tanto grande quanto quella dei pericoli che siamo abituati a considerare come minacce esistenziali da molti decenni” .</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lo stallo del processo di pace e l’impatto della primavera araba</strong> così come l’apparente frammentazione di Stati quali l’Iraq e il Libano hanno suggerito la prospettiva di un nuovo rimpasto del contesto geopolitico della Mezzaluna Fertile. Tuttavia, il tema degli alauiti e del separatismo curdo portava gli analisti israeliani a ponderare la prospettiva di un nuovo ordine regionale.<br />
Con l’evoluzione della guerra civile in Siria nel 2011 e nel 2012, Israele ha dovuto confrontarsi con due pericoli: la vittoria e la sconfitta del regime siriano. Una vittoria, soprattutto con il sostegno dell’Iran, avrebbe ancorato il regime ancora più saldamente nell’orbita di Teheran. Una sconfitta sarebbe stata un duro colpo a quello che è stato definito “l’asse della resistenza” &#8211; ma la vittoria di Israele sarebbe stata una vittoria di Pirro, se i gruppi islamici radicali, inclusi i jihadisti, si fossero impadroniti della Siria. Questa minaccia sembrava particolarmente grande in un momento in cui la Fratellanza Musulmana governava l’Egitto e “la primavera araba” era ancora conosciuta come tale, una sfida a governanti di altri Stati come la Giordania, vicino e partner di Israele.<br />
Senza una sola buona opzione strategica, il comando nord dell’esercito israeliano ha modellato la risposta iniziale del Paese, cercando di prevenire, per quanto possibile, l’erosione della sua posizione. Israele ha annunciato una serie di “linee rosse” progettate per garantirne la sicurezza del fronte interno e rafforzare la stabilità degli Stati adiacenti. Anche se le sue “linee rosse” a volte si sono sovrapposte agli interessi di un altro stakeholder, Israele considerava neutrale la sua posizione; attori esterni, tuttavia, consideravano Israele come già schierato.<br />
All’inizio vi erano tre “linee rosse”, con una quarta aggiunta poco dopo. Le prime due riguardavano Hezbollah. Israele ha chiarito che avrebbe impedito alle milizie sciite di portare in Libano delle armi che avrebbero cambiato lo status quo, la cui definizione è cambiata nel tempo, e la costruzione e l’acquisizione del controllo di infrastrutture offensive attraverso la linea di armistizio nel sud-ovest della Siria, compresi i bunker dell’esercito siriano e le basi direttamente sotto il controllo dell’opposizione. La terza linea riguardava i consiglieri della guardie rivoluzionarie iraniane, le milizie sostenute dall’Iran o da chiunque altro.<br />
Dopo la guerra tra Israele e Libano del 2006, lo Stato ebraico e Hezbollah si prepararono per il prossimo round, raggiungendo un equilibrio relativamente stabile basato sulla reciproca deterrenza. Hezbollah ha introdotto delle armi iraniane in Libano attraverso la Siria; lo Stato ebraico ha interrotto il trasporto a intermittenza per timore di provocare un’escalation. Israele tendeva a colpire quando le armi erano considerate significative (missili a lungo raggio e di alta precisione) e in condizioni strategiche ideali. Quando gli Hezbollah sono divenuti parte attiva nella guerra in Siria, tuttavia, Israele ha iniziato a colpire in modo più aggressivo per impedire alla milizia sciita di utilizzare la guerra per mascherare l’acquisizione di armi capaci di modificare lo status quo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In secondo luogo, Israele aveva dichiarato</strong> la sua intenzione di bloccare la creazione di un’infrastruttura offensiva a est del Golan occupato, da parte sia dei combattenti Hezbollah che degli alleati iraniani o di forze collegate ad al-Qaeda o allo Stato islamico (ISIS). Israele temeva che l’Iran e i suoi partner si trincerassero in adiacenza alla linea di armistizio, consentendo l’apertura di un nuovo fronte- in cui i civili libanesi (in particolare i sodali di Hezbollah) sarebbero stati fuori dalla linea del fuoco; Israele avrebbe avuto giustificazioni insufficienti, dal punto di vista del diritto internazionale, per attaccarli, per questo gli ufficiali dell’esercito temevano di rispondere prontamente in Libano. Un ufficiale israeliano ha indicato negli attacchi del gennaio del 2015 (durante i quali un importante personaggio di Hezbollah, Jihad Mughniyeh insieme a molti altri membri dell’organizzazione e un ufficiale iraniano furono uccisi) e in quelli del dicembre del 2015 (quando fu ucciso Samir Quntar, ex detenuto rilasciato nel 2008, divenuto una figura di spicco nell’organizzazione) i casi più salienti per far rispettare la linea rossa. Questi attacchi erano solamente due delle venti azioni di risposta di Israele agli attacchi di Hezbollah dopo lo spiegamento di questa organizzazione in Siria. Dopo l’intervento militare della Russia nel settembre del 2015, gli ufficiali israeliani credevano importante la creazione di una zona cuscinetto- libera da qualsiasi nemico, compreso l’esercito di Assad, che hanno considerato come un’estensione di Teheran- di circa 20 km: dopo il dispiegamento della Russia, e quando l’Iran e i suoi alleati hanno preso in mano la conduzione del conflitto, gli ufficiali israeliani hanno iniziato a chiedere una zona cuscinetto di 60 km, e anche se a malincuore, venivano a patti con una presenza militare siriana all’interno di quella zona.<br />
La terza linea rossa di Israele era il fuoco nemico verso il territorio nazionale: Israele, se minacciato, avrebbe risposto, indipendentemente dal responsabile o dall’intenzione. Fino al settembre del 2016, la politica di Israele era quella di reagire contro il regime nel caso che vi fossero stati degli attacchi diretti contro la sua sovranità nazionale. Ma quando i ribelli, sotto pressione, hanno iniziato a sparare contro Israele per provocare una risposta, Israele ha iniziato a rispondere con le armi.<br />
La quarta linea rossa non fu mai annunciata come tale. A metà del 2015, quando una coalizione di ribelli siriani si mosse verso Sweida e Jabal Druze sul confine sud-occidentale con la Giordania, e Jabhat al-Nusra, poi affiliata siriana di al-Qaeda, si spostò verso nord da Quneitra, Israele ha messo in guardia i ribelli siriani dall’attaccare la popolazione drusa della zona, in particolare nel villaggio di Hader, vicino alla linea di armistizio. Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu annunciò di aver incaricato l’esercito di prendere tutte le misure necessarie per proteggere i residenti del villaggio. Questa linea rossa di fatto non ha mai raggiunto lo stesso grado di prominenza delle altre perché il rischio di ritorsioni sulla popolazione drusa del villaggio svanì rapidamente, emergendo nuovamente soltanto nel novembre del 2017. La leadership politica di Israele si è sentita costretta ad impegnarsi in questa azione data la forte pressione della propria popolazione drusa, che presta servizio nell’esercito israeliano ed è legata alla popolazione ebraica di Israele da quello che chiamano un “patto di sangue”; per questo, molti drusi israeliani ne rivendicano l’estensione anche alla difesa dei loro parenti in Siria.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Israele ha usato anche il soft power</strong> per proteggere il suo confine. Dal 2013 ha fornito aiuti- cibo, vestiti, coperte, assistenza medica per adulti e bambini- per i residenti della stretta fascia di territorio all’interno della Siria, a est del Golan occupato da Israele. Il territorio siriano che confina con la linea di armistizio è controllata da diversi gruppi e alleanze: Jaysh Khalid bin al-Walid (precedentemente Katibat Shuhada al-Yarmouk, Brigata dei martiri), un’affiliata dell’ISIS, nella parte meridionale del governatorato di Quneitra; Jabhat al-Nusra (ora parte di Hei’at Tahrir al-Sham e precedentemente affiliato siriano di al-Qaeda) e altre forze di opposizione, lungo il tratto centrale della linea di armistizio (compresa la città di Quneitra); il regime e gli Hezbollah.<br />
Israele ha focalizzato la fornitura di aiuti nelle vicinanze di Quneitra per minimizzare i benefici per Jaysh Khalid e Hezbollah. Alcuni nativi rimangono in questa zona centrale, oltre a centinaia di migliaia di sfollati interni, in particolare da Daraa e Damasco, arrivati in numero particolarmente elevato nel 2014 (e più recentemente a fine giugno del 2017) quando i combattimenti si intensificarono a Daraa. Migliaia di sfollati si sono trasferiti nei campi adiacenti alla linea del cessate il fuoco siro-israeliana, per lo più all’interno della zona cuscinetto, ritenendo che l’ONU e la vicinanza di Israele avrebbero garantito un minimo di protezione.<br />
Israele ha inviato aiuti umanitari, compreso un ospedale da campo, ai profughi. Alcuni aiuti (ad esempio farina per i panifici e materiale scolastico) hanno sostenuto delle comunità, dissuadendo i combattenti dallo sparare contro lo Stato ebraico e migliorando l’opinione pubblica locale nei confronti di Israele. Gli ufficiali israeliano hanno sempre negato con veemenza che lo Stato ebraico avesse fornito aiuto a gruppi jihadisti come l’ISIS e al-Qaeda.<br />
Israele ha adottato una posizione più assertiva alla fine del 2012, quando gli Hezbollah si sono schierati in Siria, e in particolare dal maggio del 2013, dopo che il gruppo sciita aveva vinto una battaglia chiave a al-Qusayr, un villaggio vicino al confine libanese che è strategicamente posizionato accanto all’autostrada che unisce Damasco a Homs e alla costa siriana. L’entrata di Hezbollah nel conflitto ha esteso la decennale battaglia di Israele contro il gruppo nel territorio siriano ed ha comportato l’interconnessione di tre conflitti finora separati: tra Israele e Siria, tra Israele e Hezbollah, e tra le varie parti coinvolte nella guerra civile siriana.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In Siria, combattendo per l’esistenza del regime,</strong> <strong>Hezbollah</strong> ha avuto un accesso più facile alle armi, compresi missili di maggior portata, potenza e precisione. Di conseguenza, è migliorato il suo arsenale al punto che il concetto di Israele su ciò che costituisce “un cambio di gioco”, le armi- del tipo che Israele ha tentato di bloccare- è cambiato. Israele ha rinunciato, in gran parte, a interdire i missili a lungo raggio, detenuti in gran numero da Hezbollah, e si è impegnato a impedire l’acquisizione di armi di precisione da parte del gruppo, che consentirebbero a Hezbollah di attaccare i siti più sensibili di Israele, come il centro di Tel Aviv, l’aeroporto Ben Gurion e gli impianti di estrazione e produzione del gas. Gli ufficiali israeliani sono convinti che la prossima guerra con Hezbollah esigerà un pesante tributo sul fronte interno, per questa ragione Israele difende con vigore la sua nuova “linea rossa”. Dall’incursione del 30 gennaio del 2013, la prima volta in cinque anni che l’aviazione israeliana ha effettuato un attacco in Siria, lo Stato ebraico ha lanciato quasi 100 attacchi aerei.<br />
Lo spiegamento di Hezbollah in Siria ha anche creato la possibilità che ad un certo punto le sue forze si spostassero a sud. Quando queste forze hanno fatto proprio questo in coordinamento con il regime nel febbraio-marzo del 2015, sei mesi prima dell’intervento militare della Russia, Israele ha deciso di impedire ad Hezbollah e alle altre milizie filo-siriane di conquistare del territorio nelle vicinanze della linea di armistizio Israele-Siria, per il timore che scavassero dei bunker o erigessero delle batterie missilistiche. Il piano dello Stato ebraico, nel caso che la campagna del regime siriano avesse avuto successo, era quello di creare una no-fly zone o una zona cuscinetto di 20 km all’interno della Siria. Un ufficiale israeliano ha spiegato che il non attuare una simile operazione avrebbe danneggiato gravemente la posizione strategica di Israele, conducendolo in una guerra non voluta. Ma quando i ribelli hanno contrattaccato e spinto verso nord nell’aprile del 2015, i piani che Israele aveva progettato non erano più necessari.<br />
I ribelli siriani hanno conquistato quasi tutto il governatorato di Idlib nella prima metà del 2015 e minacciavano di avanzare verso Lattakia e verso sud attraverso la pianura di Ghab per collegarsi con le aree dei ribelli della campagna di Hama e Homs. Giudicata la situazione critica, il regime siriano e il suo alleato iraniano hanno cercato e ricevuto aiuti militari da Mosca a luglio. Per facilitare il suo dispiegamento, la Russia ha costruito una base aerea a Hmeimin, a sud-est di Lattakia, sul Mediterraneo. Le forze russe includevano carri armati T-90, artiglieria, navi da guerra, consiglieri militari e forze speciali. Il mese successivo, Mosca ha iniziato a spostare le forze verso Lattakia ed ha istituito una sala operativa congiunta con Iran, Iraq e Siria, a cui si sarebbe presto unito Hezbollah, con l’obiettivo apparente di combattere l’ISIS. Il 30 settembre, la Camera Alta della Duma, il parlamento russo, ha autorizzato le operazioni militari in Siria; i primi attacchi aerei si sono verificati poche ore dopo il voto.<br />
Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu è volato a Mosca il 21 settembre, alcuni giorni prima dell’intervento russo, per stabilire un coordinamento israelo-russo e, successivamente, un meccanismo di accordo per prevenire gli incidenti. Questo meccanismo comprendeva una hot line tra il quartiere generale delle Forze di Difesa di Israele a Tel Aviv e la base aerea russa di Hmeimim, una diretta comunicazione tra i vice capi dello staff russo e israeliano e consultazioni regolari ai più alti livelli dei rispettivi apparati di difesa. La hot line ha dimostrato la sua importanza quasi immediatamente, infatti, a fine novembre del 2015, Israele ha evitato di sparare ad un aereo russo che sorvolava il Golan.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’intervento della Russia ha spostato presto la guerra a favore di Assad,</strong> fermando il movimento dei ribelli. Alla fine del 2016, divenne sempre più chiaro che il regime siriano non sarebbe stato sconfitto e che, al contrario, avrebbe continuato a cercare di riprendersi il controllo di tutta la Siria. Il successo dell’intervento russo ha deluso le aspettative degli ufficiali israeliani (aspettative già deboli durante il mandato dell’amministrazione Obama) che gli Stati Uniti avrebbero appoggiato maggiormente i ribelli per controbilanciare il sostegno russo al regime.<br />
Oltre che cambiare il corso della guerra, l’intervento russo ha introdotto quattro dilemmi strategici per Israele e ne ha limitato le opzioni per affrontarli: 1). Ha permesso ad Hezbollah e all’Iran, i nemici più potenti di Israele, di espandere le loro aree di operazione e avanzare fino alla linea di armistizio. Era stata la Russia a permettere la riconquista del sud della Siria da parte del regime di Assad, ma il risultato era il medesimo: Hezbollah e le forze iraniane avrebbero raggiunto le Alture del Golan e vi avrebbero costruito delle infrastrutture offensive. 2). Ha limitato la libertà di manovra militare di Israele. Dopo che la Turchia, nel novembre del 2015, aveva abbattuto un aereo militare russo accusato di aver violato il suo spazio aereo, la Russia ha schierato i sistemi di difesa aerea S-300 e S-400 in Siria. Israele può contrastare il primo; il secondo, gestito solo da personale russo, rappresenta una sfida maggiore. La Russia ha aumentato le sue capacità di operare nel Paese, suggerendo l’esistenza di piani per una presenza più estesa che la farebbe divenire parte dello scenario militare regionale anche nel futuro, non adempiendo alle occasionali professioni di ritiro immediato. 3). Ha sollevato la possibilità che anche la campagna del regime per riconquistare la parte est del Paese sostenuta dalla Russia aprirebbe un ponte terrestre dall’Iran al Mediterraneo. Sebbene non tutti gli analisti siano concordi, Israele ne vede l’importanza strategica; un simile corridoio potrebbe facilitare il trasferimento delle armi e delle milizie sciite e permetterebbe all’Iran di stabilire una presenza attraverso una vasta area, con le potenzialità per minacciare direttamente Israele. Tale corridoio fornirebbe a Teheran un’alternativa economica alla costosa spedizione via aerea, inoltre, renderebbe difficile per Israele rilevare e intercettare i convogli di armi. La Russia non è sembrata particolarmente preoccupata per questo aspetto e non ha offerto ad Israele alcun aiuto per prevenirlo.<br />
Con forti probabilità che il regime e i suoi alleati riprendessero il controllo del territorio a sud, Israele ha cercato di rafforzare le milizie anti-regime e di estendere la sua influenza sulla popolazione oltre la linea di armistizio. Come affermava un importante analista israeliano, lo Stato ebraico desiderava avere un certo sostegno tra i residenti della Siria meridionale per evitare un’aggressione da parte dei ribelli e legittimava, allo stesso tempo, il ruolo dei ribelli siriani come garanti del confine con Israele. Nel maggio del 2016, Israele ha ufficialmente aggiornato i suoi piani e l’esercito ha stabilito un’unità di collegamento con la Siria per migliorare l’erogazione di aiuti umanitari nel quadro più generale della sua politica di “buon vicinato”. Nel 2017, l’esercito ha costruito una nuova clinica, ad ovest della zona cuscinetto delle Nazioni Unite, che ha consentito a migliaia di persone di ricevere cure mediche ogni settimana senza attraversare la barriera israeliana all’estremità occidentale della zona demilitarizzata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nonostante questi investimenti, il soft power</strong> non è stato in grado di compensare l’indebolimento della posizione strategica di Israele. I più grandi nemici di Israele erano meglio armati e addestrati rispetto a prima, e in teoria godevano della protezione degli aerei russi. L’Iran stava operando in prossimità di Israele. Un ufficiale del Ministero degli Esteri israeliano aveva affermato preoccupato che la Siria stava per diventare un protettorato russo-iraniano.<br />
Questi sviluppi hanno costretto Israele ad aggiornare la sua politica delle “linee rosse”. Ha continuato a bloccare il trasferimento di armi tecnologicamente avanzate ad Hezbollah, finora con la tacita approvazione della Russia. Gli ufficiali israeliani credono che nel complesso Israele sia riuscito a frustrare i tentativi di Hezbollah di contrabbandare armi di precisione in Libano, il che potrebbe spiegare perché il movimento ha cercato di creare una propria produzione di armi nel suo Paese d’origine. Secondo i militari israeliani, gli Hezbollah hanno fermato momentaneamente questi tentativi alla luce delle minacce di Israele. Israele non è più disposto a tollerare l’avanzata di Hezbollah e l’installazione di razzi avanzati a lungo raggio sulle montagne di Qalamoun, a circa 50 km da Damasco. Le installazioni su queste montagne consentirebbero a Hezbollah di minacciare Israele, avendo meno preoccupazioni per le rappresaglie dirette dello Stato ebraico.<br />
Gerusalemme ha espresso il suo disappunto per la posizione della Russia nei confronti della presenza dell’Iran in Siria. La vittoria del regime nella zona est di Aleppo ha reso chiaro che Assad sarebbe rimasto al potere, inoltre, i negoziati di Astana nel maggio del 2017 hanno prodotto un memorandum iraniano-russo-turco sulle zone di de-escalation, incluso il sud-ovest. Dal punto di vista di Netanyahu, l’accordo presentava gravi carenze, in particolare per il fatto che legittimava il coinvolgimento militare dell’Iran e della Turchia in Siria (formalmente rendendoli garanti della de-escalation e, potenzialmente, dandogli un ruolo nel conflitto contro i gruppi jihadisti), e restava in silenzio su Hezbollah e le forze collegate all’Iran, consentendogli effettivamente di mantenere una certa presenza nel sud-ovest.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Israele ha quindi aggiornato le sue “linee rosse”,</strong> segnalando che avrebbe agito tempestivamente per impedire all’Iran di stabilire una presenza militare permanente in Siria. Queste “linee rosse” riguardanti l’Iran, che non sono mai cambiate ma sono divenute più dettagliate nel corso del tempo, includono:1). Nessun porto marittimo iraniano &#8211; termine usato in Israele per riferirsi alla necessità che non vi siano basi iraniane per le attività marittime nel Mediterraneo, il che consentirebbe ai sottomarini iraniani di minacciare la costa israeliana e gli impianti di perforazione del gas, considerati di importanza strategica. 2). Nessuna base militare iraniana permanente e nessuna presenza permanente di milizie sciite addestrate e comandate dall’Iran. Guardando oltre la fase attuale del conflitto, Israele non vuole che la Siria diventi una sorta di esercito iraniano stanziale, un “nodo” della strategia di “difesa avanzata” dell’Iran. Le migliaia di miliziani sciiti siriani stanziati stabilmente in Siria sotto il comando dei Guardiani della Rivoluzione iraniani potrebbero emergere come una potente forza combattente simile a Hezbollah. L’establishment militare israeliano riconosce che i combattenti rimasti sotto il controllo e la protezione iraniani potrebbero complicare le operazioni di Israele in caso di conflitto. Israele ha effettuato almeno due attacchi aerei in Siria su una base militare iraniana in costruzione per dimostrare la sua risolutezza. 3). Nessun aeroporto iraniano, per garantire il monitoraggio delle forniture aeree di armi, milizie e truppe in Siria. L’Iran già sbarca aeroplani commerciali nella base aerea di Mezzeh vicino a Damasco; l’intelligence israeliana ha già evidenziato la facilità con cui sarebbe possibile colpire il territorio dello Stato ebraico da quella base. Israele vuole evitare la costruzione di un aeroporto iraniano, o l’accesso dell’Iran a qualsiasi aeroporto da cui avrebbe mano libera, particolarmente nelle zone più lontane della Siria, dove sarebbe più difficile per l’intelligence capire i movimenti del nemico e da cui sarebbero possibili bombardamenti più lunghi. 4). Nessuna fabbrica di missili ad alta precisione. Questa restrizione vale sia per il Libano sia per la Siria. Israele crede che dopo che Hezbollah ha congelato il suo tentativo di costruire tali armamenti in Libano, abbia continuato a perseguire la costruzione di tali armi in Siria.<br />
Mosca ritiene che queste “linee rosse” si estendano oltre le legittime esigenze di sicurezza di Israele, e ha respinto le istanze che coinvolgono l’Iran. La Russia tende a considerare gli Hezbollah in una luce positiva, generalmente ritiene gli interessi politici ed economici iraniani in Siria legittimi, così come rispetta i processi decisionali della Siria in quanto Stato sovrano.<br />
Anche se Mosca fosse maggiormente ben disposta verso le posizioni di Israele, potrebbe non avere la capacità di costringere il partner iraniano ad accondiscendere a tutte le richieste dello Stato ebraico. Anche quando i suoi interessi divergono da quelli di Damasco e Teheran, sembra difficile per Mosca ottenere da loro delle concessioni. In particolare, la Russia potrebbe beneficiare della presenza di alcune milizie supportate dall’Iran; un loro precipitoso ritiro, dato l’indebolimento delle forze siriane, potrebbe rendere il regime ancora più precario, aggiungendo nuovi oneri alla Russia.<br />
Il sud-ovest della Siria presenta una sfida unica, data la vicinanza del territorio al Golan occupato da Israele. Nel luglio del 2017, gli Stati Uniti, la Russia e la Giordania, dopo lunghi colloqui, hanno negoziato il cessate il fuoco nel sud-ovest della Siria tra l’esercito iraniano e le forze di opposizione, che prevede anche la gestione congiunta di un centro di monitoraggio ad Amman. Nel novembre del 2017, gli stessi Paesi hanno deciso di delineare con precisione i territori in questione, stabilendo una zona di de-escalation controllata dall’opposizione e circondata da una striscia di terra di 5 km controllata dall’esercito e con il libero accesso della polizia militare russa, in cui l’ingresso di “forze straniere o combattenti stranieri” fosse proibito. L’accordo tripartitico ha consentito di continuare i combattimenti contro l’ISIS.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mentre il Primo Ministro Netanyahu ha stroncato in pubblico l’accordo,</strong> principalmente perché era stabilita una zona di cuscinetto troppo limitata a sud-ovest ed erano ignorati gli sforzi dell’Iran per stabilire una presenza militare permanente in Siria, gli Stati Uniti e la Russia avevano una posizione diversa: la posizione di Israele era stata considerata nell’accordo, nonché la sua sicurezza, e l’opposizione del Primo Ministro era solo a favore dell’opinione pubblica, probabilmente per richiedere un trattamento ancora migliore e mantenere la libertà d’azione contro una presenza iraniana nel sud-ovest oltre la zona di cessate il fuoco.<br />
Non è sempre chiaro a cosa si riferisce il testo dell’accordo, perché si menzionano genericamente le forze “straniere” invece che specificare l’Iran, Hezbollah o le milizie sciite. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha dichiarato che l’accordo si riferiva a tutte le milizie straniere, quindi includendo anche Hezbollah, ma non l’Iran, Stato che opera legalmente in Siria su richiesta del Governo legittimo siriano secondo la Russia. Lavrov ha anche accusato gli Stati Uniti di sostenere le forze straniere più pericolose- un’allusione ai jihadisti che combattono dalla parte dei ribelli siriani appoggiati dagli Stati uniti- e ha suggerito che la partenza delle forze non siriane dovrebbe avvenire in contemporanea.<br />
Non è chiaro cosa accadrà nella valle di Yarmouk e nell’enclave di Beit Jinn. All’inizio di gennaio del 2018, dopo mesi di intensi combattimenti, l’opposizione nell’enclave di Beit Jinn si è arresa al regime, che adesso controlla una zona triangolare all’intersezione dei confini siriani, libanesi e israeliani. Questa evoluzione significa che combattenti stranieri (incluso l’Iran), secondo i termini dell’accordo di luglio, possono ora essere stanziati a 5 km dalla recinzione di Israele. Lo Stato ebraico teme che Hezbollah capitalizzerà questo passaggio per installare un’infrastruttura offensiva sulle Alture del Golan. Più a sud, secondo alcuni resoconti, gli Stati Uniti e la Giordania hanno concordato di spingere i ribelli ad attaccare i jihadisti nella regione di Yarmouk in cambio dell’accordo con la Russia per escludere Hezbollah dalla zona; non è chiaro se gli Stati Uniti intendano farlo anche nella prospettiva di interrompere il loro supporto ai ribelli. Come per le altre “linee rosse” di Israele, la questione pratica riguarda meno ciò che Israele pensa dell’accordo e più la capacità e la volontà della Russia di attuarlo. L’ambiguità dell’accordo e la fine delle ostilità in altre parti del Paese lasciano libero il regime siriano e i suoi alleati di focalizzarsi nuovamente, prima o poi, sull’area sud-ovest.<br />
I vertici politici di Israele si sono dimostrati soddisfatti da ciò che hanno sentito sull’Iran da parte dell’amministrazione del Presidente Donald Trump. L’aspra retorica dell’amministrazione suggeriva che gli Stati Uniti pianificavano di frenare quella che consideravano l’aggressiva espansione regionale dell’Iran. Israele, che da tempo chiedeva una linea più dura da parte di Washington verso Teheran e i suoi alleati in Medio Oriente, ha applaudito questi toni più duri. Lo Stato ebraico ha incoraggiato già nell’aprile del 2017 un bombardamento aereo americano in Siria dopo l’attacco chimico del regime a Khan Sheikhoun; l’offensiva degli Stati Uniti contro le forze del regime vicino a al-Tanf il 18 maggio del 2017; il rifiuto di avallare l’accordo sul nucleare iraniano; nuove sanzioni contro Hezbollah; la denuncia dei ribelli Huthi nello Yemen; la determinazione, in coordinamento con l’Arabia Saudita, a ripristinare una deterrenza nei confronti dell’Iran. Dalla visita di Trump nel maggio del 2017 a Riyadh, la prospettiva di un’alleanza israeliana, sostenuta dagli Stati Uniti, con gli Stati arabi nemici dell’Iran è apparsa più realistica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Israele, tuttavia, ha rapidamente temperato</strong> le sue grandi aspettative nei confronti dell’intervento della Casa Bianca in Siria. Quando Trump proclamò, nel suo annuncio al popolo iraniano, che la sua amministrazione avrebbe lavorato con gli alleati per contrastare l’azione destabilizzante del regime iraniano e il supporto ai gruppi terroristici nella regione, Israele sperava che la Siria fosse tra i primi posti in cui la nuova amministrazione americana avrebbe agito con forza. Non era così. Durante il primo anno dell’amministrazione Trump, gli Stati Uniti hanno ponderato attentamente i propri interessi prima di affrontare l’Iran in Siria. Washington ha mostrato una scarsa inclinazione a sfidare le forze allineate all’Iran ad ovest dell’Eufrate, deludendo profondamente Israele. Anche i recenti attacchi aerei, dopo i presunti attacchi chimici del regime a Douma, non stravolgono la linea politica statunitense che non presuppone un impegno diretto contro l’Iran, e meno ancora contro la Russia, avvertita in anticipo delle operazioni militari occidentali; è importante notare che Mosca non ha risposto agli attacchi anglo-franco-statunitensi, infatti, la Russia non prevede l’uscita di scena di Bashar al-Assad ma nemmeno la sua centralità, per questo i rapporti tra il Presidente siriano e Vladimir Putin sono meno idilliaci di quanto la propaganda siriana faccia credere.<br />
Israele si trova in una situazione difficile dato che la Russia sembra destinata a rimanere in Siria per un tempo abbastanza lungo, un partner abbastanza fedele, anche se provvisorio, del regime, di Hezbollah e dell’Iran. Mosca ha cercato di bilanciare le sue preoccupazioni con quelle dello Stato ebraico e trovare un modus vivendi tra le due parti. La Russia ha chiuso un occhio praticamente su tutti i 100 attacchi aerei israeliani degli ultimi cinque anni. Ma Israele nutre poche speranze che la Russia possa essere spinta ad andare oltre nei confronti dell’Iran.<br />
Il calcolo politico di Israele si basa sulla corretta calibrazione dei bersagli, sulla deterrenza dei suoi nemici e sull’accurata lettura delle azioni di Hezbollah e dei suoi sostenitori, anche se questo potrebbe rivelarsi rischioso: il conflitto siriano è divenuto così complesso che qualsiasi scontro potrebbe intensificarsi rapidamente, negando ad Israele la possibilità di una guerra limitata.<br />
Ulteriori complicazioni di questi calcoli strategici sono rappresentate dai rapidi sviluppi regionali e globali, che hanno ribaltato le regole convenzionali del gioco che avevano mantenuto più o meno la pace fino al 2006.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Recentemente, lo Stato ebraico ha ammesso il bombardamento</strong> della base T-4 nella Siria centrale, ad est di Homs, aprendo così una nuova fase nel complesso conflitto siriano.<br />
Un alto funzionario militare israeliano ha confermato il raid aereo al quotidiano statunitense “The New York Times”. Secondo quanto riferito da questa fonte al giornalista del “New York Times”, Thomas Friedman, “era la prima volta che attaccavamo obiettivi iraniani, comprese strutture militari e soldati”. Ha anche evidenziato come il raid sulla base aerea T-4 vicino a Palmira, nel centro della Siria, fosse avvenuto dopo che l’Iran aveva lanciato a febbraio un drone carico di esplosivi nello spazio aereo israeliano. L’attacco ha preso di mira l’intero programma di droni iraniano presente nella base. I media di Teheran avevano riferito di almeno 7 vittime tra i soldati iraniani, su un totale di 14 morti provocati dal raid. L’incidente del drone è stato “la prima volta che abbiamo visto l’Iran fare qualcosa contro Israele e non per delega”, ha detto il funzionario, secondo cui quell’attacco ha aperto una nuova fase nell’opposizione tra Israele e Iran.<br />
In via ufficiale il Governo israeliano non ha commentato la rivelazione del quotidiano americano ma fuori dall’ufficialità, e con la garanzia dell’anonimato, fonti di Gerusalemme vicine al primo ministro Benjamin Netanyahu hanno ribadito che «Israele ha fatto più volte presente, sia in vertici istituzionali che nelle relazioni fra servizi di intelligence – che i Guardiani della Rivoluzione iraniani erano stati incorporati nella catena di comando militare siriana ai livelli più alti, e che l’Iran stava rafforzando la propria presenza militare in Siria. Questa è per Israele una minaccia diretta alla propria sicurezza, e quando questa è la posta in gioco, nessuno può impedire di esercitare il nostro diritto di difesa». Amos Yadlin, in precedenza capo dell’intelligence militare e attualmente direttore dell’Institute for National Security Studies all’Università di Tel Aviv, ha sollecitato un intervento “ufficiale”, soprattutto dopo l’attacco chimico a Douma. Yadlin non usa solo argomentazioni militari, ma tocca argomenti molto sensibili per l’opinione pubblica ebraica: «è importante che Israele espliciti la sua posizione morale, a pochi giorni dal momento in cui commemoriamo la Shoah, e colpisca un assassino che non esita a usare armi di distruzione di massa contro la sua gente. In questo caso gli interessi strategici coincidono con un obbligo etico».<br />
La rapida evoluzione degli eventi, che ha provocato una risposta immediata da parte israeliana, potrebbe condurre Israele verso un maggiore coinvolgimento nella crisi siriana e allo stesso tempo ampliare lo scenario di crisi, con conseguenze ad oggi imprevedibili per i futuri assetti geopolitici del Medio Oriente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong></p>
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<p style="text-align: justify;">Torfeh, Massoumeh, “The US Had No Choice but to Involve Iran in Syria Talks,” Aljazeera, October 29, 2015. http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2015/10/choice-involve-iran-syria-talks-isil-russia-151028123305678.html</p>
<p style="text-align: justify;">Uni, Assaf, “Inside Israel’s Secret War in Syria,” Newsweek, June 18, 2015.</p>
<p style="text-align: justify;">http://www.newsweek.com/2015/07/03/israel-secret-war-syria-nusra-druze-344433.html</p>
<p style="text-align: justify;">UN Migration Agency, “Over 600,000 Displaced Syrians Returned Home in First 7 Months of 2017,” August 11, 2017, www.iom.int/news/over-600000-displacedsyrians-returned-home-first-7-months-2017</p>
<p style="text-align: justify;">“UN Personnel Abducted on Israel–Syria Border,” Israel Today, March 7, 2013.</p>
<p style="text-align: justify;">http://www.israeltoday.co.il/NewsItem/tabid/178/nid/23716/Default.aspx</p>
<p style="text-align: justify;">U.S. Senate, Nomination of R. James Woolsey: Hearing Before the Select Committee on Intelligence of the United States Senate, One Hundred Third Congress, First Session, on Nomination of R. James Woolsey to Be Director of Central Intelligence, February 2–3, 1993. http://www.intelligence.senate.gov/sites/default/files/hearings/103296.pdf</p>
<p style="text-align: justify;">Williams, Dan, “Now Israel Says It Wants to Whack Syria’s Assad,” Business Insider, September 17, 2013. http://www.businessinsider.com/israel-wants-to-topple-assad-regime-2013-9</p>
<p style="text-align: justify;">___________, “Israel Signals Free Hand in Syria as US, Russia Expand Truce,” Reuters, November 12, 2017, www.reuters.com/article/us-mideast-crisis-syria-israel/israel-signals-free-hand-in-syria-as-u-s-russia-expand-truce-idUSKBN1DC0HY</p>
<p style="text-align: justify;">Wittes, Tamara, “The Syrian Crisis and Israeli Security Challenges,” oral remarks, Washington, D.C.: Woodrow Wilson International Center for Scholars, December 17, 2015. https://www.wilsoncenter.org/event/the-syrian-crisis-and-israeli-security-challenges</p>
<p style="text-align: justify;">Zisser, Eyal, “The Russian and Iranian Military Intervention in Syria,” Tel Aviv Notes, Vol. 9, No. 16, September 25, 2015. http://dayan.org/content/tel-aviv-notes-russian-and-iranian-military-intervention-syria</p>
<p style="text-align: justify;">____________, Syria – Protest, Revolution and the Civil War, Tel-Aviv: Merkaz Moshe Dayan Lelimudei HaMizrah HaTichon VeAfrica, 2014.</p>
<p style="text-align: justify;">Zitun, Yoav, “IDF Sends Reinforcement to North Amid Tensions with Syria, Hezbollah, Iran,” Ynetnews, January 22, 2015. http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4618184,00.html</p>
<p style="text-align: justify;">Zityun, Yoav, and Ahiyad Raved, “Eisenkot: IDF Will Prevent Massacre of Syrian Refugees,” Ynetnews, June 16, 2015. http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4669352,00.html</p>
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		<title>LA POLITICA ESTERA DELLA TURCHIA IN MEDIO ORIENTE</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Feb 2018 08:15:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Daniela Franceschi - &#160; L’adesione della Turchia, sotto la leadership dell’AKP, ai paradigmi del neo-ottomanesimo complica il contesto geopolitico mediorientale, nel quale Iran e Arabia Saudita competono per la supremazia regionale e da cui è completamente assente l’Unione Europea. Dopo molti decenni di passività e negligenza verso il Medio &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Daniela<span style="color: #000000;"> Franceschi -</span></p>
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<p style="text-align: justify;"><em><strong>L’adesione della Turchia, sotto la leadership dell’AKP, ai paradigmi del neo-ottomanesimo complica il contesto geopolitico mediorientale, nel quale Iran e Arabia Saudita competono per la supremazia regionale e da cui è completamente assente l’Unione Europea.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo molti decenni di passività e negligenza verso il Medio Oriente,</strong> la Turchia è divenuta un attore fondamentale della regione. Per la maggior parte della sua storia nazionale repubblicana, la Turchia non ha considerato il Medio Oriente una priorità della sua politica estera; l’ideologia ufficiale della Repubblica, il Kemalismo, respingeva il mondo islamico perseguendo un percorso esclusivamente occidentale. Questo orientamento unilaterale ha iniziato a modificarsi con la fine della Guerra Fredda, parallelamente al configurarsi dei nuovi contesti geostrategici, con le minacce e le opportunità provenienti dagli Stati che circondavano il Paese. Di conseguenza, prima sotto la leadership di Turgut Özal (Primo Ministro 1983-1989, Presidente 1989-1993), poi sotto la guida del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, AKP <i>Adalet ve Kalkinma Partisi</i>, la Turchia è stata progressivamente sempre più coinvolta nelle vicende mediorientali. Negli anni più recenti, Ankara ha adottato un approccio più attivo verso il conflitto israelo-palestinese; ha partecipato alle missioni NATO e ONU rispettivamente in Afghanistan e in Libano; ha assunto una posizione di leadership all’interno della Conferenza dell’Organizzazione Islamica; ha partecipato a diverse conferenze della Lega Araba; ha stabilito legami sempre più stretti con l’Iran, l’Iraq, la Siria; e ha migliorato le sue performance economiche, politiche e diplomatiche con la maggior parte degli Stati arabi e musulmani.<br />
Tutto questo è avvenuto in un periodo storico in cui il Medio Oriente sta affrontando grandi sfide e trasformazioni significative.<br />
Il presente contributo intende analizzare la nuova politica estera turca partendo dal principio che il posizionamento geopolitico di uno Stato è forgiato internamente dall’ambiente politico e a livello sovranazionale dalle minacce e dalle opportunità presentate dal contesto geostrategico regionale e globale; la quantità di potere conferito ad un Governo e l’opinione pubblica interna influenzano altresì in modo significativo l’approccio internazionale di un Paese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’impulso iniziale per la democratizzazione in Turchia</strong> ebbe luogo subito dopo la Seconda Guerra mondiale. La minaccia sovietica rese l’alleanza occidentale guidata dagli Stati Uniti indispensabile per la sicurezza della Turchia. In questo contesto geopolitico, l’introduzione di un regime parlamentare fu facilitata dalla rivalità tra le élite politiche, le cui differenze ideologiche non fecero diminuire l’impegno condiviso verso l’ideale repubblicano di occidentalizzazione. Il Partito Democratico, formato da un gruppo di politici che si era distaccato dal Partito Popolare Repubblicano che aveva fondato la Repubblica, costituì il primo Governo eletto democraticamente nel 1950 e governò il Paese fino al colpo di Stato militare del 1960. Il brand populista del Partito Democratico glorificò “l’uomo comune” e corresse gli “eccessi” del Governo a Partito unico del Partito Popolare Repubblicano (1922-1950), soprattutto attraverso varie restrizioni alla predicazione pubblica e alle espressioni dell’Islam sunnita.<br />
I Partiti che hanno rivendicato l’eredità del Partito Democratico hanno vinto la maggior parte delle elezioni in Turchia nei decenni successivi, ad eccezione degli anni Settanta. Infatti, i Partiti di destra, di vario tipo, hanno governato la Turchia per la maggior parte del tempo dall’introduzione della democrazia elettorale. Al contrario, i Partiti di sinistra non sono mai riusciti ad ottenere le maggioranze parlamentari necessarie per un Governo a Partito-unico. Gli anni Ottanta vedono l’ascesa del Partito della Madrepatria, ANAP <i>Anavatan Partisi</i>, di Turgut Özal, che rimase al potere dal 1983 al 1991. Il periodo dal 1991 al 2002 è conosciuto come l’era delle coalizioni di Governo. Mentre nessun Partito di centro-destra riuscì ad ottenere l’egemonia elettorale in questo arco temporale, sia l’ANAP sia il Partito della Giustizia, AP <i>Adalet Partisi</i>, successore del Partito della Verità, rimasero al Governo del Paese. La vittoria del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo nelle elezioni del 2002 ha condotto al ritorno della regola del Governo di un singolo Partito, che ricorda gli anni di gloria del DP, dell’AP e dell’ANAP. L’AKP è stato fondato da politici che hanno trascorso i loro anni formativi negli ambienti islamici, acquisendo l’eredità del Partito Democratico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il tradizionale approccio della sociologia politica</strong> è quello di cercare le cause di questo vantaggio dei Partiti di destra turchi nelle configurazioni storiche delle relazioni statali e sociali, che pongono una élite con una stretta base sociale e un’agenda modernizzante in contrapposizione alle grandi masse che risentono di certi aspetti di questo programma. Mentre questa distinzione binaria semplificata non riesce a far luce sulla complessità della democratizzazione in Turchia, la sua attenzione specifica su una delle principali spaccature della Turchia si mostra molto acuta. Finché le forze politiche di destra si uniscono intorno ad un singolo Partito ed evitano la frammentazione non sono soggette a sconfitte elettorali. I Partiti di sinistra associati a questo programma modernizzante non hanno avuto successo nel raggiungere quei segmenti della società che conservavano valori conservatori e restavano credenti. Il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo appare come la più efficace formazione politica di destra.<br />
Il dominio elettorale dei Partiti politici di destra ha implicazioni contradditorie per la democrazia turca, storicamente afflitta in primo luogo da esplicite disuguaglianze nell’accesso e nella rappresentanza del sistema politico e, in secondo luogo, da potentissimi poteri extra parlamentari che limitano i diritti dei parlamentari eletti. Per quanto concerne lo Stato turco esso conserva dei pregiudizi etnici, settari e secolari che ostacolano- a diversi livelli- la rappresentanza politica di un gran numero di cittadini. Riguardo a quest’ultimo aspetto, l’autonomia politica dell’esercito turco è stata una minaccia costante per la stabilità del sistema parlamentare e il rispetto dei diritti umani. Una sfida più recente è rappresentata da networks clandestini che esercitano un’indebita influenza sulla politica e sulla società civile. Un esempio di questi networks è il movimento del magnate Fethullah Gülen, il cui attivismo civile globalizzato è oscurato da schemi e cospirazioni perseguiti dai suoi membri negli apparati chiave della burocrazia, così come nel sistema giudiziario e tra le forze dell’ordine.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come i Partiti di centro-destra dei decenni precedenti,</strong> come il DP di Adnan Menderes negli anni Cinquanta, l’AP di Süleyman Demirel negli anni Sessanta e l’ANAP di Turgut Özal negli anni Ottanta, l’AKP ha perseguito due obiettivi che tendevano alla democratizzazione del Paese. Tuttavia, a differenza dei predecessori, è riuscito ad ottenere un maggiore successo. In primo luogo, l’AKP ha revocato le leggi laiciste che ostacolavano la partecipazione pubblica dei credenti musulmani, un decennio dopo il 1997 quando l’intervento militare cercò di eliminare l’influenza islamica sulla politica nazionale. Strategicamente, l’AKP ha fatto suo il senso di vittimizzazione dei credenti musulmani, ottenendo la loro fedeltà incrollabile e rappresentandoli a tutti i livelli della società e dello Stato. Il breve periodo di detenzione di Erdoğan ha senza dubbio dato più autenticità alla pretesa del suo Partito di rappresentare i musulmani praticanti che erano stati i paria della Repubblica. L’AKP ha anche delimitato il potere dei militari, una forza che ha rappresentato una minaccia costante al pluralismo politico con la sua storia di ripetuti interventi e pratiche extragiudiziali. Nella sua lotta contro i militari, l’AKP ha avuto un sostegno significativo anche dal movimento di Gülen, dall’intellighenzia liberale e dall’opinione pubblica curda,as well as key foreign actors such as the European Union (EU). e da attori stranieri chiave come l’Unione Europea (UE).<br />
Risulta importante soffermarsi sulle caratteristiche salienti del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo. L’analisi della politica dell’AKP può essere divisa in due parti; durante il primo periodo, l’AKP si è rivelata una forza politica durevole adottando degli obiettivi difensivi e redistributivi, obiettivi che comportavano alcuni programmi riformisti per contenere e smantellare il potere dell’establishment secolare e creare spazi per l’identità islamista/conservatrice della Turchia all’interno del tessuto politico della nazione. Nel secondo periodo, l’AKP era preoccupato di mantenere la sua posizione di potere e di espandere i suoi spazi di controllo sfruttando e approfondendo le divisioni della società civile e il costo dell’opposizione.<br />
Durante il primo periodo, l’AKP ha mantenuto una attrattiva di ampio raggio divenendo il patrono politico per la borghesia islamica e i poveri urbani, proteggendo l’identità islamica dalla minaccia di aggressione laicista. Questi strati sociali richiedevano alcune riforme europeizzanti, civilizzanti e neoliberiste volte a smantellare l’establishment kemalista dello status quo che, a quel tempo, non serviva veramente ai settori non secolari della società. Lo smantellamento dell’establishment kemalista è stato usato anche per ridefinire la democrazia e mascherare l’ideologia paternalistica dell’AKP e la sua ricerca di potere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I fondatori e l’elettorato dell’AKP</strong> erano disposti ad abbracciare il paradigma economico neoliberista che, come nel caso del neo populismo latinoamericano, avrebbe costituito la base per la costruzione del potere economico. Un grande impulso alla privatizzazione, un’importante riforma del welfare e una serie di modifiche giuridiche specifiche hanno permesso all’AKP di integrare settori marginalizzati informali e la borghesia conservatrice dell’Anatolia. L’AKP ha anche affrontato gli effetti negativi del suo programma neoliberista mobilitando gli apparati dello Stato, le fondazioni e le Organizzazioni non governative amiche per la distribuzione di alcuni beni di prima necessità come il carbone e il cibo ai bisognosi. In molti casi, i beneficiari di questo tipo di aiuto sociale non avevano alcun diritto legale per l’assistenza che ricevevano e ciò li esponeva alle pressioni di parte e alle ricompense politiche.<br />
L’elemento più critico che ha agevolato la prospettiva paternalistica dell’AKP fu la missione difensiva a cui erano costretti dall’opposizione secolare. L’opposizione laica ha utilizzato con modalità infruttuose la dicotomia Islam/laicità, riproducendo la mentalità militarista del processo del 28 febbraio, che risaliva all’ultima parte degli anni Novanta, definendo l’identità islamica un nemico interno e mirando ad eliminarlo in modo da ripristinare il centro politico lungo le tradizionali direttrici kemaliste. Ciò ha condotto ad un’opposizione ridotta al laicismo, e ad un laicismo che aveva come obiettivo esclusivamente l’allontanamento e l’intimidazione dell’AKP e del suo elettorato conservatore. Da qui, l’associazione del secolarismo con l’autoritarismo e la missione difensiva dell’AKP.<br />
La natura militarista dell’opposizione laica ha facilitato lo sviluppo di un circolo vizioso del potere politico, nel quale l’AKP ha potuto garantirsi il supporto e la fedeltà dell’identità conservatrice semplicemente potenziando se stesso, per prevenire un’aggressione laicista nel confronto con l’establishment kemalista. Ciò ha reso l’AKP meno soggetto alle richieste dell’elettorato conservatore, facilitando lo strutturarsi di un’organizzazione estremamente gerarchica con un esplicito atteggiamento paternalistico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo circolo di potere politico ha anche permesso all’AKP</strong> di presentarsi come campione della democrazia e della democratizzazione con un’identità “conservatrice democratica”, ma senza proporre un’agenda politica di vera democratizzazione. Questo perché né il potere extra politico dell’establishment kemalista né la sua classificazione dell’AKP come illegittimo erano congrui con una politica democratica. In un certo senso, obbligando l’AKP ad una lotta di potere per la propria sopravvivenza, l’opposizione laica ha reso possibile l’equiparazione tra la ricerca egoistica del potere politico da parte di questo Partito di matrice islamista e la democratizzazione.<br />
Durante la seconda fase, dopo la vittoria dell’AKP contro l’establishment kemalista, il futuro della democrazia turca è stato lasciato alla mercé di questo partito, poiché tradizionalmente era l’apparato kemalista che fungeva da surrogato del meccanismo democratico di pesi e contrappesi, controllando l’apparato istituzionale da una posizione extra-politica per mantenere entro parametri predefiniti l’attività governativa. Anche l’opposizione laica, che si basava su questo apparato, ha dovuto attraversare un lungo processo di cambiamento prima di divenire un avversario valido per l’AKP. Inoltre, l’Unione Europea, mancando della volontà politica necessaria per l’adesione della Turchia nel 2004, ha perso la sua influenza politica sull’AKP e si è resa ridondante nell’interesse per la democratizzazione del Paese.<br />
Dopo aver prevalso sull’apparato kemalista, l’AKP non era più in grado di presentare la ricerca personale del potere come democratizzazione. Questo ha reso il Partito ancora più esposto alle critiche, dall’interno e dall’esterno, per i suoi fallimenti, perdendo il sostegno di massa. Per ovviare a tale fragilità, l’AKP voleva che la popolazione affidasse ad esso la democratizzazione del Paese, ma l’elettorato non doveva valutarne la performance politica alla luce delle norme della democrazia. In effetti, il Partito ha elevato se stesso al di sopra delle critiche politiche democratiche, monopolizzando la democrazia e legando la stabilità democratica al mantenimento della propria posizione di potere. Per prolungare il potere politico ottenuto, l’AKP ha impiegato una strategia a tre livelli.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In primo luogo, il Partito ha evidenziato</strong> la performance passata come democratizzazione e modernizzazione del Paese, utilizzando slogan come “Target 2023” e “Nuova Turchia” per catturare l’immaginazione della popolazione. Così facendo, l’AKP ha enfatizzato lo sviluppo economico e l’ammodernamento delle infrastrutture: sono stati realizzati grandi progetti infrastrutturali come un terzo ponte sul Bosforo, gallerie autostradali e ferroviarie, un terzo aeroporto ad Istanbul, massicce iniziative di trasformazione urbana delle grandi città del Paese; frettolosamente si sono sviluppate produzioni di automobili e aeroplani nazionali, che rappresentavano la “Nuova Turchia”.<br />
La tradizione turca di Governi di centro-destra, che datava dal 1950 quando fu introdotto il multipartitismo, ha utilizzato lo sviluppo economico e la modernizzazione come progetti nazionali che, a differenza del progetto culturale modernizzante del regime a partito unico kemalista (1924-1946) alquanto impopolare, erano finalizzati al benessere della popolazione in quanto servizi alla nazione.<br />
L’enfasi dell’AKP sul benessere economico e il miglioramento delle infrastrutture era in linea con la tradizione politica turca di centro-destra e certamente in consonanza con una parte considerevole della società turca.<br />
Il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo ha abusato della sua capacità e volontà di servire la nazione classificando il resto della classe politica come populista e anti-politica, rappresentando l’opposizione come ridondante e ostruttiva. Il principio del “servizio alla nazione” ha fornito all’AKP le basi attraverso le quali giustificare la ricerca di un Esecutivo predominante, essendo necessario, per il raggiungimento di questo grande balzo in avanti dell’economia, la possibilità di prendere decisioni molto velocemente senza vincoli giudiziari o di altro tipo. La ricerca di un Governo dominante ha ostacolato lo sviluppo di un’infrastruttura istituzionale basata su delle regole, nonché la realizzazione di riforme economiche molto necessarie. La gestione dell’economia è divenuta progressivamente più arbitraria, attraverso la distribuzione clientelare dei contratti statali con un conseguente aumento della corruzione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il secondo aspetto della strategia di potere dell’AKP</strong> è stato volto ad oscurare i suoi fallimenti democratici, disciplinare l’elettorato islamico/conservatore, prevenendo le critiche all’interno e all’esterno, e rendendo la critica politica incondizionatamente un comportamento ostile. Il Partito ha utilizzato le categorie sociali assegnate e costituite della società turca come strumenti per la strategia di potere; infatti, l’AKP ha sviluppato un’identità polarizzata e uno stile combattivo strumentalizzando l’Islam. Di conseguenza, sono stati vilipesi e declassati i settori laici filo-occidentali della società, attraverso un linguaggio aggressivo, moralista e populista che ne ha respinto la rappresentatività politica. La nuova narrazione della storia nazionale come una lotta di democrazia tra la società musulmana turca e l’élite laica autoritaria ha aiutato l’AKP a rappresentarsi come intrinsecamente democratico, e ad associarsi alla restaurazione di una presunta e sottomessa con la violenza identità musulmana del Paese. La “prospettiva di civilizzazione” dell’AKP consisteva nella restaurazione islamista che doveva correggere gli errori di centinaia di anni di secolarizzazione. Di conseguenza, la seconda strategia dell’AKP è stata quella di dividere la società tra cittadini /nativi e non cittadini/non indigeni, e squalificare questo secondo gruppo definendolo eurocentrico e islamofobo, aperto alla collaborazione con le “forze del male” al solo scopo di danneggiare il potere dell’AKP. Tale pratica politica ha approfondito non solo le divisioni nella lacerata società turca, ma ha anche mostrato che la costruzione di una società pluralista di individui eguali non è la regola politica dell’AKP.<br />
In terzo luogo, l’AKP ha intrapreso un percorso per ridisegnare le istituzioni politiche della Turchia in conformità con una democrazia maggioritaria, che considera il mandato popolare come una licenza per governare sciolti da vincoli; la conseguenza di questa strategia è stata la concentrazione del potere nelle mani del Partito al Governo e contemporaneamente l’aumento del costo dell’opposizione e della critica politiche. In molte occasioni, i leader dell’AKP hanno chiarito che ritengono l’elezione di un Governo da parte della popolazione un fattore sufficiente per poterlo definire democratico in sé e che la formula del “servizio per la nazione” era la norma per tutti gli apparati dello Stato, compresa la magistratura. Una tale concezione della democrazia ha consentito all’AKP di difendere la soglia elettorale di sbarramento del 10%, la ricerca di una supremazia dell’Esecutivo a spese della divisione dei poteri, la limitazione delle libertà civili, la delegittimazione dell’opposizione, ed ancora la pretesa di essere una forza democratica e di democratizzazione.<br />
La nuova leadership politica e istituzionale apriva una nuova fase anche nella politica estera del Paese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel corso dell’ultimo decennio la Turchia</strong> si è rivelata un attore importante del Medio Oriente, intraprendendo una serie di missioni di mediazione e avendo voce su questioni come il conflitto israelo-palestinese e il programma nucleare iracheno. Questa nuova presenza in Medio Oriente è stata vagamente definita neo-ottomana o un abbandono dell’Occidente in favore dell’Oriente. Altri l’hanno interpretata come il risultato della disillusione dopo il blocco del processo di adesione all’Unione Europea o il desiderio di intraprendere una politica estera indipendente dagli Stati Uniti.<br />
Infatti, il nuovo attivismo della Turchia in Medio Oriente, e nel mondo in generale, è guidato da due fattori importanti. Il primo è il profondo cambiamento strutturale che ha trasformato l’economia turca, prima rivolta al suo interno poi verso una robusta esportazione, impegnata dunque nella continua ricerca di nuovi mercati. Il secondo fattore riguarda il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, AKP <em>Adalet ve Kalkinma Partisi</em>, la cui leadership ambisce a trasformare la Turchia in un attore basilare del contesto geopolitico globale. Altri sviluppi, come l’invasione dell’Iraq nel 2003 e il declino dell’influenza dei militari, hanno aiutato l’AKP a deviare con successo la politica estera turca dalla sue ossessioni precedenti, la questione curda e l’Islam.<br />
Alcune delle modifiche apportate alla politica estera erano in corso prima della vittoria alle elezioni nel 2002 dell’AKP, tuttavia, il Partito del Presidente Erdoğan ha fornito alla politica estera turca una parvenza di coerenza e di fiducia in se stessa. Negli anni successivi, l’AKP ha articolato la politica “zero problemi con i vicini” che annunciava l’apertura di rapporti con Paesi che fino ad allora erano stati considerati come rivali, se non ostili. Le relazioni sono migliorate con la Siria, l’Iran e altri Stati orientali. In Iraq, nel 2008, il Governo turco ha operato un cambiamento di 180° per stabilire delle relazioni con il Governo Regionale Curdo, KRG. La Turchia si è impegnata negli sforzi di mediazione tra israeliani e siriani, nonché tra le fazioni palestinesi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Paradossalmente, la Turchia è emersa dalla trasformazione</strong> della sua politica estera come una potenza di status quo, profondamente radicata nella struttura del Medio Oriente. Questo nonostante le difficoltà sperimentate con Israele. La primavera araba è comunque servita per ricordare che la complessità del Medio Oriente può talvolta sopraffare l’agenda politica dei suoi attori primari. I costi delle rivolte tunisine e egiziane sono state limitate soprattutto a causa delle ridotte dimensioni delle relazioni economiche reciproche. Al contrario, le rivolte libiche e siriane hanno rappresentato uno shock per l’establishment turco; la Libia era un partner economico importante mentre la Siria era propagandata come un “caso” di successo della nuova politica estera. Entrambe hanno dimostrato, non con sorpresa, l’importanza che la nuova politica conferiva ai regimi autoritari della regione.<br />
Quando l’AKP ha vinto le elezioni del 2002 con circa il 34% dei voti, ma con una maggioranza schiacciante in Parlamento, Erdoğan è stato molto attento nell’articolare una politica che dovesse diminuire le paure dell’establishment laico e degli osservatori esteri. Dopo tutto, Erdoğan e l’AKP erano gli eredi della linea dura islamista e il padre del movimento islamico turco, Necmettin Erbakan, era stato a capo della coalizione di Governo che aveva avuto una brusca fine nel 1997, attraverso un rovesciamento che i turchi hanno sempre definito un colpo di Stato post-moderno. Il discorso di insediamento di Erdoğan verteva totalmente sull’indirizzo europeo della Turchia e sulla promessa di accelerare le riforme per ottenere lo status di candidato nell’Unione Europea.<br />
Erdoğan e il Ministro degli Esteri Abdullah Gül erano stati stretti collaboratori di Erbakan, che aveva immaginato la creazione di un mercato islamico comune, una NATO islamica e così via. Mentre evidentemente non ebbe successo in questi tentativi, Erbakan riuscì a creare un’organizzazione chiamata D-8 o Developing 8, un gruppo di otto grandi Paesi musulmani. Il D-8 continua ad esistere ancora sebbene la sua influenza sia molto limitata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Erdoğan e l’AKP, sotto lo sguardo molto vigile dei militari turchi,</strong> hanno intrapreso una politica estera orientata verso l’Europa. Entro due anni dalla vittoria elettorale, l’Unione Europea ha aperto i negoziati per l’adesione della Turchia. Questo è stato un grande risultato che era sfuggito ai Governi precedenti. L’interesse dell’AKP alle riforme dell’Unione Europea era connesso al desiderio di rimuovere la tutela militare sulla politica turca, che era stata usata come impedimento per i Partiti islamisti; infatti, l’establishment militare aveva bandito per due volte i predecessori dell’AKP.<br />
La guerra in Iraq del 2003 è stato il primo test per il nuovo Governo; nuovo al potere, è stato sottoposto ad una tremenda pressione da parte degli Stati Uniti per l’apertura del fronte Nord contro Saddam Hussein, permettendo il passaggio delle truppe americane attraverso il territorio turco. Quando il Parlamento ha votato il 1 marzo 2003 contro lo schieramento delle truppe straniere, a quanto pare per un errore “aritmetico”, la fortuna ha impedito al Governo dell’AKP di commettere un errore che avrebbe potuto essere nefasto per il suo futuro.<br />
L’AKP ha approfittato del vuoto creato dalla guerra promossa dall’amministrazione Bush in Iraq per emergere nella diplomazia mediorientale. La Turchia, avendo da tempo relazioni anche con Israele, poteva vantarsi di essere in rapporti cordiali con tutti i Paesi dell’area; infatti, è interessante notare come sia gli israeliani sia i siriani abbiano utilizzato i buoni uffici della Turchia per avviare una serie di negoziati in un momento in cui la diplomazia regionale sembrava in una fase di stasi. Questi colloqui portarono a dei passi in avanti, nonostante tutti i partecipanti fossero consapevoli che qualsiasi accordo definitivo avrebbe richiesto la partecipazione e l’approvazione degli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I colloqui israelo-siriani non furono l’unico esempio</strong> del nuovo approccio turco. La Turchia fu coinvolta anche nei negoziati durante il conflitto georgiano-russo, nel ritiro delle truppe siriane dal Libano e nei negoziati tra israeliani e palestinesi. L’impegno nella mediazione denotava lo sforzo dell’AKP per aumentare la visibilità e lo status diplomatico della Turchia. Ciò era essenzialmente in contrasto con le pratiche passate della politica estera turca; infatti, raramente si era spinta al di là di quello che era percepito come interesse nazionale. Un altro elemento di distinzione dai Governi precedenti è stata la volontà dell’AKP di detenere dei posti e delle posizioni nelle organizzazioni internazionali, a cominciare dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, da dove non era più presente dal 1960. Il Governo turco ha ottenuto posizioni di leadership nell’Organizzazione della Conferenza Islamica; lo stesso Erdoğan ha lavorato intensamente per acquisire un seggio nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.<br />
La Turchia ha anche iniziato ad aprire nuove ambasciate e consolati in Paesi dove in precedenza non aveva alcuna sede diplomatica. Contemporaneamente, la Turkish Airlines si è impegnata nell’espansione delle destinazioni di volo per inserire l’aeroporto di Istanbul in un hub internazionale.<br />
È stato durante il primo periodo del Governo dell’AKP che la nuova politica “zero problemi con i vicini” è stata articolata. La Turchia ha tentato di migliorare le sue relazioni con tutti i Paesi della regione, in particolare con i vicini più immediati come la Siria, l’Iraq, l’Iran e la Russia. Tuttavia, l’AKP era vincolata dall’establishment turco e soprattutto dall’apparato militare. Questo era maggiormente evidente in Iraq. La presenza permanente del gruppo di insorti turco, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, PKK, nell’Iraq settentrionale, permise all’apparato di sicurezza e al Presidente laico Ahmet Necdet Sezer il miglioramento dei rapporti con il Governo Regionale del Kurdistan.<br />
Con la Siria e l’Iran, Paesi identificati come ostili alla Turchia, l’AKP si è impegnato molto per cambiare i rapporti, ottenendo maggior successo proprio con la Siria. Nel 1998, i turchi avevano minacciato il Presidente siriano Hafez al-Assad con un’azione militare se avesse continuato a sostenere il leader del PKK, Abdullah Öcalan, a lungo protetto in Siria. Anche se il dispiegamento delle truppe al confine era stato un bluff, il regime di Assad non aveva molte possibilità ed espulse Öcalan. Nel 1999 Turchia e Siria hanno firmato l’Accordo di Adana che ha posto le basi per una maggiore cooperazione. Erdoğan ha intessuto dei rapporti molto stretti con Bashar al-Assad, sia personali sia politici. Per la Siria, che si trovava in un crescente isolamento internazionale dopo l’assassinio del Primo Ministro libanese Hariri, il riavvicinamento con la Turchia rappresentava una prospettiva di salvezza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sottostante all’apertura turca verso il Medio Oriente</strong> e il resto del mondo vi era la trasformazione fondamentale dell’economia turca. A partire dagli anni Ottanta sotto la leadership di Turgut Özal, la Turchia ha iniziato una vera metamorfosi del suo modello economico, abbandonando la strategia di sviluppo basata sull’importazione a favore di un’economia indirizzata verso l’esportazione, modificando anche la struttura socioeconomica del Paese. La conseguenza più importante delle riforme di Özal è stato l’emergere di una nuova classe di imprenditori che non basavano più le loro attività sugli appalti statali. Questi imprenditori erano lontani dai centri tradizionali del commercio e dell’industria come Istanbul e Izmir, provenendo soprattutto dall’interno dell’Anatolia. È proprio le nuove élite imprenditoriali, conosciute anche come le tigri dell’Anatolia, hanno rappresentato la spina dorsale dell’AKP, avendo un background culturale conservatore e religioso.<br />
La ricerca di nuovi mercati di esportazione è divenuta dunque vitale per l’industria turca. Pertanto, per l’AKP il compito più importante per mantenere il sostegno di questo nuovo gruppo economico è stato non solo gestire efficacemente l’economia, ma anche aiutare a trovare nuovi mercati di esportazione. Per la Turchia ciò ha significato guardare oltre i mercati tradizionali. Anche se una percentuale importante delle esportazioni turche ha continuato a riguardare l’Unione Europea, questi mercati erano maturi, saturi e la loro crescita in fase di stallo; di conseguenza, la quota dell’esportazioni turche in Unione Europea è scesa dal 56% al 46% tra il 2006 e il 2010, soprattutto in quei mercati che avevano risentito maggiormente della crisi finanziaria del 2008, per esempio, le esportazioni in Germania e in Gran Bretagna sono diminuite rispettivamente del 26% e del 27%. È avvenuto quindi uno spostamento dell’economia turca verso le economie emergenti. Gli imprenditori turchi volevano sviluppare nuovi mercati e naturalmente la quota relativa delle esportazioni nell’Unione Europea è diminuita.<br />
L’apertura verso il Medio Oriente deve essere dunque contestualizzata all’interno di questo nuovo scenario economico e politico. La Turchia ha firmato diversi accordi commerciali, tra cui alcuni di libero scambio, con Stati del Medio Oriente. Nel 2010, le esportazioni turche verso i Paesi della regione rappresentavano il 21.5% del totale. La crescita delle esportazioni turche verso l’area mediorientale non è avvenuta a discapito di altri mercati, infatti, questi nuovi mercati sono cresciuti in parallelo con l’espansione dell’economia turca, soprattutto durante gli anni di Governo dell’AKP. L’evoluzione del commercio turco-siriano era indicativa di questa tendenza. Il commercio siriano non era di primaria rilevanza per la Turchia, ma era indicativo quale parte di una strategia più ampia che riguardava l’incremento di tutte le esportazioni nel loro complesso. Nel 2000 la Turchia ha esportato soltanto 184 milioni di dollari in Siria; entro il 2010 era salita a 1,6 miliardi di dollari. L’AKP ha aiutato questo processo non solo con un sostegno attivo sotto forma di diplomazia economica ma anche con il proprio impegno verso il libero mercato. Il rapporto con l’Iraq era ancora più significativo; infatti, le esportazioni turche passarono da 829 milioni di dollari del 2003 agli oltre 6 miliardi di dollari nel 2010.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 2007 è stato un anno spartiacque per la Turchia.</strong> Erdoğan e l’AKP hanno adottato da allora una politica estera ancora più assertiva. In generale, si può affermare che questo era l’acme del consolidamento del Governo dell’AKP in Turchia, con una crescita economica che avrebbe portato il Paese tra i G20.<br />
La politica estera emergente si basava su cinque caratteristiche: 1) la forte volontà dell’AKP e della sua leadership di elevare la Turchia a quello che definivano “uno Stato centrale” nella gerarchia globale, in pratica ad un ruolo geopolitico di primo piano; 2) la posizione strategica della Turchia per esercitare un’influenza sulle regioni adiacenti; 3) lo sviluppo significativo dell’economia turca; 4) l’esistenza di affinità storiche e culturali per costruire legami che finora erano stati ignorati nell’area mediorientale; 5) Supporto dell’opinione pubblica interna.<br />
Due sviluppi, tuttavia, hanno contribuito alla assertività della leadership politica dell’AKP: l’errata strategia dei militari che ha aiutato l’AKP a vincere le elezioni del 2007 e la frattura con Israele, molto condivisa dall’opinione pubblica interna.<br />
Nel 2007, era giunta a scadenza la Presidenza di Sezer e il Ministro degli Esteri Abdullah Gül era il candidato più favorito per sostituirlo. I militari, che avevano sperato che chi avesse assunto questo alto incarico non fosse così strettamente affiliato all’AKP e la cui moglie non indossasse il velo, decisero di bloccarlo. Il Capo di Stato Maggiore rilasciò un memorandum sul sito web della sua istituzione avvertendo delle terribili conseguenze. Gli ufficiali parteciparono alla progettazione di dimostrazioni contro il Governo a livello nazionale. Non solo l’AKP non indietreggiò, ma indisse elezioni generali anticipate, che vinse ottenendo il 47% dei voti rispetto al 34% del 2002. L’opinione pubblica aveva effettivamente rifiutato di appoggiare i militari.<br />
La nuova vittoria e l’umiliazione dei militari e dei loro alleati posero l’AKP nella condizione di poter attuare quelle riforme politiche che prima non aveva osato concretizzare. Il caso più emblematico è stato l’Iraq dove il Governo dell’AKP compì un capovolgimento di 180° nei suoi rapporti con il Governo Regionale del Kurdistan. Le relazioni commerciali tra la Turchia e il Governo Regionale del Kurdistan erano in espansione nonostante la freddezza delle relazioni diplomatiche; i leader curdi avevano deciso che i rapporti con Ankara, malgrado il problema curdo in Turchia, avrebbero offerto anche delle opportunità. La Turchia, tra i vicini dei curdi iracheni, aveva la politica più dinamica e l’economia più prospera. Inoltre, geograficamente, la Turchia, come candidato all’Unione Europea, forniva i collegamenti più diretti con l’Occidente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per l’AKP relazioni migliori con il Governo Regionale del Kurdistan</strong> offrivano la possibilità di migliorare i rapporti con la minoranza curda al suo interno; infatti, il Governo Regionale del Kurdistan era un’istituzione ampiamente rispettata dai curdi turchi ed aveva una notevole influenza su di loro. Il presidente curdo Talabani e la leadership del KRG avevano consigliato ai curdi turchi di abbandonare la lotta armata in favore di un accordo negoziale con l’AKP, argomentando che la leadership attuale offriva le migliori chance per una soluzione pacifica.<br />
L’establishment militare si era trovato intrappolato dall’accusa di aver dato vita ad una grande cospirazione multilivello. I procuratori hanno affermato che questa cospirazione, o cospirazioni, nota come Ergenekon, aveva coinvolto funzionari attivi, in pensione e civili che avevano pianificato un rovesciamento dell’ordine costituzionale. Con molti militari arrestati e messi sotto custodia, l’establishment militare era stato deprivato della sua grande capacità di avere un’influenza sulle questioni politiche nazionali e estere. In effetti, con i militari che avevano perso la posizione posseduta in precedenza, l’AKP ha potuto usare la nuova libertà di azione per ridefinire le priorità della politica estera.<br />
Dopo aver consolidato la propria posizione all’interno, l’AKP ha sfruttato le occasioni offertegli dal contesto geopolitico regionale. La prima di queste circostanze fu l’incursione di Israele a Gaza alla fine del 2008. Erdoğan reagì molto negativamente di fronte all’operazione “Piombo fuso” per due ragioni: in primo luogo, si sentiva personalmente tradito dal Primo Ministro israeliano Ehud Olmert che aveva visitato Ankara due giorni prima dell’inizio delle ostilità. La rabbia che imperversò nella regione per l’operazione israeliana condannò al fallimento anche i negoziati israelo-palestinesi proprio quando la Turchia pensava fossero sul punto di una svolta. Di conseguenza, la posizione ufficiale della Turchia verso lo Stato ebraico divenne negativa e Erdoğan fu considerato un supporter dei palestinesi; il contrasto con Israele, partendo dallo scontro tra Erdoğan e Shimon Peres a Davos, era giudicato molto favorevolmente dall’opinione pubblica turca, inoltre, era attentamente utilizzato con grande effetto nella regione nel suo complesso. È interessante notare come la Turchia abbia sfruttato recentemente anche la dichiarazione del Presidente americano Donald Trump sul riconoscimento di Gerusalemme quale capitale dello Stato ebraico, e il conseguente futuro spostamento da Tel Aviv alla Città Santa dell’ambasciata statunitense, per presentarsi di fronte al mondo arabo come <i>supporter </i>dei diritti del popolo palestinese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La seconda opportunità fu offerta dalle crescenti tensioni</strong> derivanti dal programma nucleare iraniano. La Turchia non solo sostenne retoricamente la tesi iraniana che il programma nucleare era per uso civile e pacifico, ma che il vero problema erano le armi nucleari possedute da Israele.<br />
Nel 2010, Ankara ha fatto un ulteriore passo in avanti collaborando con il Brasile, un altro membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per elaborare un compromesso con l’Iran, denominato Accordo per il reattore di ricerca di Teheran, TRR. Questo accordo annunciato dagli iraniani, i brasiliani e i turchi era in conflitto con gli sforzi occidentali per applicare delle sanzioni ancora più restrittive a Teheran. La Turchia e il Brasile votarono contro le sanzioni in sede di Consiglio di Sicurezza in un momento in cui anche Russia e Cina aveva scelto di seguire gli Stati europei e gli Stati Uniti.<br />
Ankara aveva deciso di firmare l’accordo poiché temeva in primo luogo, come molti altri nella regione, che un’eventuale escalation della crisi avrebbe aperto la strada all’intervento militare, con un effetto destabilizzante maggiore di quello avvenuto con la guerra in Iraq del 2003. Il caos avrebbe compromesso certamente i benefici economici e la prosperità interna del Paese, i risultati più importanti della politica dell’AKP e base del sostegno interno.<br />
In secondo luogo, Ankara credeva- in parte a causa di un fraintendimento con la Casa Bianca- che l’accordo elaborato con il Brasile fosse esattamente ciò che i Paesi occidentali volevano. Tuttavia, al termine dei negoziati finali, la Turchia ignorava le motivazioni americane per non procedere. Gli Stati Uniti avevano lavorato faticosamente per ottenere il parere favorevole di russi e cinesi sulle sanzioni ed erano ansiosi di non mettere in pericolo questa rara collaborazione tra i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ed era proprio per questo che gli iraniani, a loro volta, erano disposti a firmare un accordo per evitare ulteriori sanzioni. Il Ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoğlu credeva che l’accordo avrebbe ottenuto sufficiente approvazione internazionale per allontanare le obiezioni americane. Tuttavia, Ankara aveva sovrastimato la sua influenza e la sua capacità; a margine del vertice dei G20 a Toronto, Erdoğan e Davutoğlu ebbero un incontro con il Presidente americano Barack Obama che chiarì come le ambizioni nucleari iraniane non fossero una questione irrisoria e criticò Ankara per aver perseguito un accordo. La risoluzione delle sanzioni era già passata, con Russia e Cina che avevano votato con i Paesi occidentali e la Turchia, alleata della NATO che votava contro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’accordo TRR costituì il punto più importante di divergenza</strong> tra Ankara e i suoi alleati occidentali e creò gravi ripercussioni soprattutto a Washington. Per molti osservatori in Turchia e in Medio Oriente, tuttavia, il voto sulle sanzioni all’Iran e la rottura con Israele- approfondita dall’incidente della Flottiglia nel maggio del 2010 con la morte di nove cittadini turchi- erano segnali dell’uscita della Turchia dalla sfera di dominio della politica estera americana. È interessante notare che, per tutta la durata del contrasto con l’Occidente, l’AKP è stato molto attento a non perdere il consenso acquisito; infatti, non vi è mai stata l’intenzione, nemmeno solamente ipotizzata, che Ankara lasciasse le istituzioni occidentali, anzi, la Turchia ha insistito per una maggiore e più visibile partecipazione ad esse, specialmente alla NATO. In effetti, la politica estera turca prevedeva un impegno simultaneo su tutti i fronti. Anche la demonizzazione di Israele non comprometteva le relazioni commerciali tra i due Stati.<br />
È importante soffermarsi brevemente sulla figura del Ministro degli Esteri, poiché è stato l’accademico Ahmet Davutoğlu ad introdurre il concetto di “neo-ottomanesimo” nel vocabolario della politica estera turca. Davutoğlu ha svolto un ruolo chiave nella <i>shuttle diplomacy</i> durante il conflitto Israele-Gaza nel 2008, esattamente ciò che aveva sostenuto come studioso di relazioni internazionali: cercare di creare una “profondità strategica” giocando un ruolo di leadership nel Medio Oriente. Il neo-ottomanesimo poggia sulla divisione del mondo tra Paesi centrali e periferici, e lo Stato più centrale di tutti è la Turchia, centrale nel Medio Oriente e nell’Eurasia. Il progetto di Davutoğlu non era quello di condurre la Turchia da un sistema regionale ad un altro, bensì di formare una regione intorno alla Turchia. L’assunto principale è che la Turchia non doveva essere più considerata il ponte tra Occidente e Oriente, ma in base alla influente posizione geopolitica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Turchia, in sintesi, ha cercato di mantenere aperte</strong> tutte le possibilità offerte dal contesto geopolitico della regione, attuando una politica estera bidirezionale; da un lato, con il suo “soft power”, i legami commerciali e l’impegno diplomatico, la politica estera turca si è caratterizzata, dopo la guerra in Iraq, per la ricerca della stabilità e dello status quo, nonostante alcune limitate modifiche come nel caso dei territori palestinesi. D’altra parte, nonostante il desiderio di stabilità, Ankara è parte di un gioco competitivo multi-sfaccettato nella regione mediorientale. La Turchia aveva sostenuto l’Iran sulla questione nucleare e, in cambio, si aspettava che Teheran fosse più accomodante sui suoi interessi economici. Nel passato, le guardie rivoluzionarie avevano allontanato le compagnie turche dal principale aeroporto di Teheran e in generale le aziende turche avevano attraversato un periodo difficile in Iran. Inoltre i due Paesi erano divenuti dei feroci concorrenti in Iraq, sostenendo ognuno diversi candidati alle elezioni del 2010. Se Teheran ha conseguito un successo importante con la vittoria del suo candidato, il Primo Ministro al-Maliki, i turchi, soprattutto per merito delle loro relazioni con il Governo Regionale del Kurdistan, hanno incrementato gli scambi commerciali.<br />
La competizione per l’influenza si è estesa oltre l’Iraq, infatti, sia la Turchia sia l’Iran hanno tentato di assumere una posizione di leadership nel Medio Oriente. Ma, soprattutto dopo l’inizio della primavera araba, con le discussioni sul “modello turco”, Ankara ha eclissato Teheran. Alla base di questa competizione vi sono motivazioni economiche, politiche, religiose e anche pure ambizioni nazionaliste. Tuttavia sarebbe erroneo valutare ciò come una concorrenza duale, perché l’Arabia Saudita ha cercato di contenere l’Iran e ha guardato con molto sospetto il nuovo attivismo turco nella regione. Paradossalmente, la Turchia e l’Arabia Saudita condividevano la convinzione che il Medio Oriente sarebbe stato in migliori condizioni se lasciato libero dagli interessi delle grandi potenze, in particolare dagli Stati Uniti.<br />
Le rivolte iniziate in Tunisia all’inizio del 2011 si sono rivelate le più importanti sfide per la nuova politica turca in Medio Oriente. Da un lato, non c’erano dubbi che l’opinione turca simpatizzasse con le popolazioni arabe che tentavano di liberarsi dalle dittature. D’altra parte, queste rivolte minacciavano i regimi con cui la Turchia aveva stabilito delle eccellenti relazioni. Tradizionalmente la Turchia e la Tunisia avevano forti legami, ma gli eventi politici a Tunisi si erano sviluppati troppo in fretta perché arrivasse una risposta politica da Ankara. Per l’Egitto era diverso; Mubarak e Erdoğan non avevano mai avuto la stessa opinione su molte questioni, a partire da Gaza. Inoltre, il regime egiziano sospettava che Ankara intendesse inserirsi in aree considerate tradizionalmente sfere di influenza dell’Egitto. Ciò che ha reso il caso egiziano diverso da quello tunisino è stata l’importanza dei fattori economici: l’Egitto nel 2010 assorbiva il 2% delle esportazioni turche rispetto allo 0,6% della Tunisia. Tuttavia Ankara poteva permettersi un temporaneo rallentamento delle relazioni economiche con l’Egitto in attesa del cambio di Governo. Si può affermare che quanto più fosse stata velocizzata la caduta del regime di Mubarak, tanto più la Turchia avrebbe evitato ulteriori conseguenze economiche negative.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli effetti più negativi delle primavere arabe per la Turchia</strong> sono derivati dalla Libia e dalla Siria. Entrambi gli Stati rappresentavano solamente l’1.7% e l’1.6% rispettivamente delle esportazioni turche, ma in Libia le imprese turche avevano effettuato enormi investimenti nel settore delle costruzioni e Ankara dovette procedere all’evacuazione di circa 15 mila dei suoi cittadini bloccati dai combattimenti. La Siria rappresentava l’esempio perfetto della realizzazione pratica della politica estera di “zero problemi con i vicini”.<br />
In Libia, Erdoğan ha inizialmente resistito alle richieste del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro Gheddafi, rifiutando altresì di approvare qualsiasi operazione militare della NATO. È stato solo dopo le manifestazioni anti turche nella città di Benghazi che la leadership turca ha deviato rapidamente dalla precedente posizione di politica estera, partecipando alle operazioni della NATO, a condizione che le truppe turche non fossero costrette ad intraprendere delle azioni militari dirette. Dopo la caduta del regime, il Ministro degli Esteri Davutoğlu aveva promesso circa 300 milioni di dollari al Consiglio Nazionale di Transizione libico.<br />
Il dilemma per Erdoğan e l’AKP in Siria e in Libia era emblematico dell’approccio alla base della politica estera di “zero problemi con i vicini”. Per aprire quei mercati alle imprese e agli investimenti turchi, prima visti con molto sospetto, la leadership dell’AKP aveva stabilito stretti legami con regimi che avevano un controllo completo della popolazione e dei territori. Anche se Davutoğlu aveva sottolineato che la democrazia e l’integrazione erano gli obiettivi cardinali della nuova politica estera turca a tutti i livelli, Ankara non aveva mai posto la democrazia come elemento prioritario delle sue relazioni diplomatiche. Per esempio, a seguito delle controverse elezioni in Iran del giugno del 2009, Ankara fu il primo Paese a congratularsi con il Presidente Ahmedinejad per la vittoria.<br />
È stato comunque in Siria che la linea politica di “zero problemi con i vicini” ha riscontrato più difficoltà in seguito alle primavera arabe. Oltre ai rapporti personali intrecciati da Erdoğan con Bashar Assad, i rispettivi Governi avevano tenuto riunioni congiunte mentre lavoravano per integrare le relative economie. La Turchia era naturalmente il partner predominante di questa relazione economico-politica e il riavvicinamento siriano rappresentava l’esempio migliore della nuova politica estera turca.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo l’inizio delle ribellioni in Siria,</strong> Ankara ha fatto notevole pressioni sul regime siriano affinché attuasse rapidamente delle riforme per impedire che la rivolta prendesse ulteriore slancio, ma le aggressioni delle forze di sicurezza siriane nelle regioni confinanti con la Turchia si sono rivelate un errore strategico del regime baatista. L’assenza di significative riforme politiche in combinazione con un flusso di circa 12.000 rifugiati in Turchia ha reso impossibile per Ankara ignorare la crisi, anche se in precedenza Erdoğan aveva affermato che la crisi siriana era un problema interno. L’intensificarsi della violenza contro i manifestanti siriani durante il mese di Ramadan, un periodo di grande importanza religiosa e simbolica per il Primo Ministro turco, ha approfondito la diffidenza di Erdoğan verso Assad.<br />
Le implicazioni degli sviluppi della crisi siriana erano molto preoccupanti per la Turchia; infatti, il flusso di rifugiati ha immediatamente ricordato le immagini dei primi anni Novanta, quando i curdi iracheni convergevano nelle regioni di confine turche e iraniane per sottrarsi agli attacchi del regime di Saddam Hussein.<br />
Il regime di Damasco e il suo leader Assad apparivano molto indeboliti e rivelavano i limiti dell’influenza turca. Erdoğan aveva sollecitato Assad, sia nelle comunicazioni private sia pubbliche, ad introdurre delle significative riforme ed aveva inviato il suo capo dell’intelligence e, soprattutto, per due volte il Ministro degli Esteri Davutoğlu a Damasco per convincere il Governo siriano della necessità di un compromesso, ma senza alcun successo.<br />
I flussi di rifugiati erano comunque soltanto la punta di un iceberg, infatti, Ankara era consapevole che la crisi siriana poteva deteriorarsi ulteriormente provocando una guerra civile ancora più settaria con una fuoriuscita di rifugiati più massiccia, evento che si sarebbe effettivamente realizzato. Inoltre l’imprevedibilità del regime di Damasco poteva scatenare una conflagrazione regionale, con il coinvolgimento dell’Iran, del Libano e di Israele.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il periodo successivo alle elezioni parlamentari del giugno 2011,</strong> che hanno consolidato il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, ha visto il susseguirsi di eventi molto importanti nella storia della Turchia. Il 28 dicembre 2011, jet bombardieri turchi hanno colpito un gruppo di contrabbandieri curdi che attraversavano il confine del Kurdistan iracheno uccidendo 34 persone. Questo evento ha rappresentato il caso più grave dopo l’instaurazione del multipartitismo democratico nel 1950. Nessuno degli ufficiali è stato sottoposto ad un processo per il massacro. Alla fine del maggio 2013, una protesta localizzata contro la demolizione di un piccolo parco, il Gezi Park nel centro di Istanbul, si è trasformata in un movimento di massa nazionale contro il Governo dell’AKP, con una conseguente sproporzionata reazione della polizia. Milioni di persone hanno partecipato alle proteste, in gran parte non violente, e le manifestazioni sono divenute le più grandi dimostrazioni antigovernative nella storia della repubblica turca. Nel dicembre del 2013, le indagini contro la corruzione hanno coinvolto membri eminenti dell’Esecutivo, rivelando diffusi livelli di collusione tra politici e uomini d’affari. Questi tre episodi rappresentavano plasticamente la fine delle alleanze dell’AKP con i tre gruppi che erano stati centrali per la sua ascesa. L’impunità dopo il massacro di jets bombed a group of Kurdish smugglers crossing the border from Iraqi Kurdistan, kill- Roboski del 2011 ha disincantato grandi segmenti della società curda che aveva sostenuto l’AKP. Il brutale trattamento dei manifestanti di Gezi Park per mano della polizia ha compromesso l’intesa con l’intellighenzia socialdemocratica che aveva sostenuto fortemente il Partito durante la sua lotta di potere con i militari e la magistratura. Le indagini anticorruzione del dicembre del 2013 hanno trasformato il movimento di Gülen da alleato chiave dell’AKP nella sua nemesi. Nel 2016 il movimento di Gülen è stato accusato di aver fomentato un colpo di Stato, con il conseguente arresto di centinaia di migliaia di giornalisti, militari, magistrati e insegnanti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le mancanze della democrazia turca</strong> hanno continuato a persistere sfidando la visione ottimistica secondo la quale il consolidamento al potere dell’AKP avrebbe condotto ad un progresso democratico inequivocabile e lineare. Infatti, la “vittimizzazione dei musulmani sunniti”, che era stato il principio trainante interno degli impulsi riformisti dell’AKP, si è trasformato in una posizione di trionfo che ha aggravato i vincoli settari ed etnici del potere politico. Inoltre, gli sviluppi geopolitici e la crisi economica del 2008 hanno avuto effetti dannosi per le lotte democratiche in Turchia. Prima del 2008, l’adesione all’Unione Europea era un tema centrale per la politica estera turca e aveva limitato le tendenze autoritarie del Governo. Mentre l’Unione Europea ha perso gradualmente rilevanza per le élite e l’opinione pubblica turche, l’AKP ha visto nelle primavere arabe del 2011 un’opportunità senza precedenti per ottenere un potere nell’area mediorientale. Le élite dell’AKP ritenevano che le rivolte arabe avrebbero portato al potere forze islamiche popolari similari al Partito al Governo in Turchia; questa aspettativa è divenuta un’amara disillusione, soprattutto dopo la caduta della Fratellanza Musulmana in Egitto e la degenerazione della rivolta siriana in una guerra civile.<br />
Nel contesto regionale mediorientale in cui le affiliazioni politiche tendono a sovrapporsi alle differenze settarie, l’AKP ha adottato un linguaggio sempre più divisivo. Ciò rappresenta un’importate differenza tra l’AKP e i precedenti Partiti di centro-destra con meno evidenti inclinazioni pro-sunnite. È interessante notare come Erdoğan abbia esplicitamente sottolineato l’identità alauita di Kemal Kılıçdaroğlu, leader del Partito Repubblicano Popolare, CHP <i>Cumhuriyet Halk Partisi</i>, durante la campagna elettorale del 2011, nel tentativo di screditarlo agli occhi dell’elettorato sunnita. Nel contempo, l’AKP e l’intelligence turco hanno sviluppato una concezione della guerra civile siriana in cui il regime oppressivo della minoranza alauita massacrava la popolazione sunnita. Mentre l’intensità della violenza aumentava, i gruppi islamici erano cooptati dall’AKP e ottenevano una visibilità pubblica e un accesso alle risorse senza precedenti, divenendo sostenitori entusiasti della lotta armata contro il regime di Assad. In assenza di seri sforzi del Governo per frenarli, un numero rilevante di cittadini turchi si è unito ai gruppi jihadisti in Siria.<br />
Questa politica ha avuto una conseguenza inaspettata e terribile: l’espandersi dell’ISIS con la sua ideologia di jihadismo salafita nel 2013. I gruppi salafiti-jihadisti in Turchia hanno trovato un terreno fertile data l’assenza di una sorveglianza statuale. Questi gruppi erano anche gli unici islamisti che avevano preso le distanze dal Governo dell’AKP, offrendo una versione integralista dell’Islam attraente per coloro che erano rimasti sconcertati dalla mancanza di un vero Governo islamico in Turchia. Il crescente richiamo di questa forma estrema di islamismo, quando un Partito islamico era al Governo, contraddiceva le aspettative degli studiosi secondo le quali la moderazione avrebbe debellato il radicalismo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nell’estate del 2013, l’esercito egiziano</strong> rovesciava il Presidente Mohammad Morsi, esponente della Fratellanza Musulmana. Adottando un linguaggio vittimistico, Erdoğan e i suoi sostenitori hanno definito le proteste di Gezi Park come un tentativo di colpo di Stato che coincideva con l’esautoramento di Morsi. Erdoğan ha incolpato i manifestanti di Gezi di mancanza di rispetto per l’Islam, attraverso accuse infondate, per mobilitare la sua base elettorale.<br />
Mentre l’AKP è diventato più settario rispetto ai precedenti Partiti di centro-destra, si è dimostrato anche più disinvolto per quanto concerneva l’identità etnica in politica. Le riforme sulla “questione curda” erano ispirate da una comune identità musulmana che trascendeva le differenze linguistiche, ed erano coerenti con l’identità musulmana sunnita negli affari pubblici. Inoltre, la sfida diretta dell’AKP al potere politico dei militari contribuiva alla sua attrattiva tra i cittadini curdi, in contrasto con la linea politica fatta propria dal PD, che si era appoggiato principalmente sui notabili curdi e sulle relazioni di patronato per mobilitarne il voto. Tuttavia il crescente dinamismo popolare e l’appello del nazionalismo curdo hanno reso la strategia dell’AKP, sotto il mantello culturale della fratellanza islamica, inadeguato e obsoleto. L’autogoverno curdo in Siria ha incoraggiato l’ala militare del movimento nazionalista curdo, che voleva replicarne il successo attraverso la lotta armata nelle città curde della Turchia. Dopo l‘affermazione nelle elezioni del giugno del 2015, il sostegno curdo sembrava ormai superfluo per l’AKP. Le azioni militari e poliziesche contro i militanti del PKK in aree urbane densamente popolate hanno condotto a diffuse violazioni dei diritti umani ed ad un numero crescente di vittime civili, significando un ritorno alle politiche dei primi anni Novanta. Il nazionalismo curdo, che si era sottratto al Partito della Madrepatria, ANAP <i>Anavatan Partisi</i>, e al Partito della Verità, DYP <i>Doğru Yol Partisi</i>, continuava ad essere la sfida più grande per l’AKP, che sembrava mancare di strategie politiche per gestirlo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nonostante queste sfide, l’AKP ha raggiunto dei notevoli risultati</strong> nelle elezioni locali del 2014. Il peggior disastro industriale nella storia del Paese, con la morte di oltre 301 minatori nell’Anatolia centrale, è avvenuto subito dopo queste votazioni. Ancora Recep Tayyip Erdoğan ha vinto le prime elezioni popolari per la Presidenza pochi mesi dopo. I disordini di Kobanî nell’ottobre del 2014, costati la vita a più di 50 persone, hanno coinvolto inizialmente le città curde, facendo presagire la violenza che avrebbe sconvolto la Turchia nella seconda metà del 2015. A seguito di questi eventi e dopo un indebolimento dell’economia, l’AKP ha perso la maggioranza parlamentare nelle elezioni del giugno 2015. Poco dopo, vi fu un attacco bomba suicida verso attivisti di sinistra che visitavano la città di Suruç, a nord di Kobanî, dove i militanti curdi avevano combattuto con successo contro lo Stato Islamico con l’aiuto di attacchi aerei statunitensi nell’autunno del 2014. Questo attentato sponsorizzato dallo Stato Islamico ha portato alla fine della fragile tregua tra la Turchia e l’insurrezione curda che era in vigore dal 2013. La violenza ha raggiunto rapidamente livelli senza precedenti e il rilancio del conflitto armato ha condotto alla morte di almeno 600 persone in cinque mesi. Un altro attentato suicida dell’ISIS uccideva 102 persone nel centro di Ankara nell’ottobre dello stesso anno.<br />
Dal punto di vista delle elezioni, è importante ricordare i risultati ottenuti dall’AKP. Dopo la vittoria alle elezioni del 2002 con il 35% dei voti, l’AKP ha costantemente dominato la scena politica della Turchia, incrementando la propria quota di voti raggiungendo il 47% nel 2007 e il 49% nel 2011, ottenendo maggioranze parlamentari così ampie da formare dei Governi mono-partitici. Questa tendenza ha subito una battuta d’arresto nelle elezioni del 7 giugno del 2015, quando l’AKP non è riuscito a guadagnare seggi sufficienti per formare un Governo di un solo Partito, nonostante avesse ottenuto il 40% dei suffragi e superato il rivale del 15%. Il leader <i>de facto</i> dell’AKP, il Presidente Erdoğan, ha usato i poteri conferitegli dalla Costituzione e la leva politica della sua formazione politica per impedire la formazione di un Governo di coalizione in modo da tornare alle urne nel novembre dello stesso anno; in queste votazioni, l’AKP ha aumentato i suoi voti del 9% e ripristinato la sua posizione predominante.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tenuto conto del contesto interno,</strong> la spettacolare performance dell’AKP nelle elezioni di novembre, che gli hanno permesso di riconquistare una maggioranza parlamentare, ha stupito molti osservatori. I risultati delle elezioni hanno rivelato che molti elettori in Turchia non ritenevano Erdoğan e il Partito responsabili di questi problemi. È interessante notare come Erdoğan abbia iniziato a personificare sempre più il potere politico ed ad erodere l’autonomia delle istituzioni economiche e politiche, ma nel contempo egli è apparso anche come l’unico politico capace di assicurare la stabilità e la crescita del Paese. Mentre la sua ascesa ha rappresentato l’evoluzione storica dei Partiti di destra turchi e della loro missione di integrare i fedeli musulmani nel sistema politico, essa ha comportato anche delle implicazioni negative per un sistema politico democratico.<br />
Nel contempo, il mutare del contesto geopolitico mediorientale, aggravato dalla guerra civile siriana, riproponeva all’attenzione della politica estera turca questioni che coinvolgevano direttamente il Paese, come il conflitto con i curdi turchi e il massiccio afflusso di profughi siriani.<br />
Nel febbraio del 2015, rappresentanti dell’AKP al Governo e politici curdi si incontravano nel palazzo di Dolmabahçe per un meeting che il Primo Ministro Davutoğlu descrisse come una nuova fase del processo di pace. Dopo la riunione a porte chiuse, le due controparti annunciarono al pubblico un piano in dieci punti redatto da Abdullah Öcalan, leader imprigionato del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Tuttavia, pochi mesi dopo questo incontro storico, nel giugno del 2015, gli scontri tra le forze turche e il PKK sono ripresi, causando il collasso del processo di pace. Centinaia di civili sono morti in seguito a questi scontri, inoltre è stato imposto il coprifuoco e negato ogni accesso al mondo esterno per molti giorni in svariate province del sud-est della Turchia. La questione curda tornava ad essere un problema di sicurezza interna e non di democrazia e di democratizzazione.<br />
Tra la negoziazione e la repressione, come spiegato precedentemente, la Turchia aveva tenuto le elezioni generali; in queste votazioni, il Partito Democratico dei Popoli, HDP <em>Halkın Demokrasi Partisi</em>, una formazione politica pro-curda, ha ottenuto il 13.1% dei voti, emergendo non solo come un interlocutore legittimo e moderato per il processo di pace curdo ma come il maggior impedimento per l’AKP per la formazione di un Esecutivo monopartitico. Mentre in altri contesti caratterizzati da un conflitto interno l’emergere di interlocutori moderati è considerato un pre-requisito per processi di pace coronati da successo, l’esistenza di un Partito politico curdo autonomo quale alternativa credibile al Governo dell’AKP è divenuto il motivo principale per il fallimento dei colloqui di pace.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La comunicazione politica populista dell’AKP considera la società turca</strong> divisa in due campi omogeni e antagonisti: il popolo puro e le élite corrotte. La politica è quindi solo l’espressione di un “popolo puro” in contrapposizione ai privilegi consolidati delle élite corrotte. Durante il Governo dell’AKP, il passaggio tra negoziazione e repressione nei confronti delle richieste curde era un riflesso di questa cultura populista di destra. Le élite dell’AKP accoglievano le richieste curde quando queste non erano rappresentate da altri attori istituzionali- un Partito legale come l’HDP o un’organizzazione armata, come il PKK- e quando tali attori istituzionali non sfidavano l’egemonia dell’AKP nel “risolvere” il problema curdo. Per questa ragione, ogni volta che è emerso uno sfidante forte, le élite dell’AKP hanno immediatamente fatto marcia indietro, reprimendo l’opposizione fino a quando non si sono sentite sicure di aver riguadagnato il controllo del “problema”.<br />
Dopo la cattura di Abdullah Öcalan e la dichiarazione del PKK di un cessate il fuoco unilaterale nel febbraio del 2000, l’intensità del conflitto nel sud-est era diminuita. L’AKP vinse le elezioni del 2002 con un sostegno significativo degli elettori turchi, assicurandosi il 65% dei seggi in Parlamento. I fondatori dell’AKP e i leader del nuovo Governo vedevano se stessi come “vittime” dell’establishment militare del 1990, proprio come i curdi. Fin dall’inizio, era chiaro alle élite dell’AKP che il consolidamento del loro potere politico era direttamente correlato alla resistenza delle élite militari e che il contenimento del potere politico dei militari era connesso alla de-securitizzazione della sfera politica, soprattutto della “questione curda”.<br />
Inoltre, le élite dell’AKP avevano una diversa concezione di ciò che costituiva la nazione turca se confrontata con la rappresentazione delle élite kemaliste dell’epoca precedente. Secondo le nuove élite, l’accento sull’identità turca evidenziava l’elemento etnico e amplificava le differenze tra curdi e turchi. Invece, l’accento sull’identità religiosa dei curdi era ritenuto un elemento unificante tra individui che erano posti in contrapposizione dai principi etnici e secolari. Utilizzando il principio dell’unità religiosa e dando voce agli elettori curdi, le élite dell’AKP credevano di poter convincere il “puro popolo curdo” conservatore a rivoltarsi contro le élite secolari, nazionaliste e corrotte del PKK, minandone l’influenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La de-securitizzazione della “questione curda”</strong> e il dare voce alle richieste curde facevano parte di una strategia win-win, che ha aiutato l’AKP a limitare il potere dei militari in politica e ad estendere l’elettorato popolare nell’area sud-est della Turchia. Allo stesso tempo, diminuendo la percezione della minaccia interna, è scemata la necessità percepita per i militari di sovraintendere alla sfera politica. L’integrazione nell’Unione Europea è stata anch’essa strategicamente importante, non solo per limitare l’autorità militare, ma anche per inserire la “questione curda” nel quadro di una democratizzazione su vasta scala.<br />
Entrambe le linee politiche hanno fatto sì che l’AKP fosse rappresentato come una grande forza politica e un attore importante nelle regioni curde, un fatto rinforzato dalla soglia del 10% che ha bloccato i Partiti politici curdi dal correre in modo indipendente. Nel corso degli anni Duemila, l’AKP ha gradualmente espanso la sua base di potere ottenendo il 50% dei voti curdi e proponendosi come l’unica forza politica capace di risolvere la questione in esame, pur essendo molto riluttante a riconoscere la legittimità delle forze politiche curde.<br />
Entro il 2009, il Governo turco aveva fatto progressi significativi per quanto concerneva la de-militarizzazione ed era finalmente libero di seguire una nuova strategia politica per risolvere il “problema curdo”. Nel 2009, l’AKP annunciò la sua apertura. L’Organizzazione Nazionale di Intelligence turca avviò trattative con il PKK, i colloqui di Oslo. L’ottimismo presto si scontrò con il nazionalismo dilagante, infatti, l’AKP mise in atto una brusca frenata, temendo di perdere i voti dei nazionalisti nelle successive elezioni. La “questione curda” divenne ancora una volta un problema di sicurezza interna. Una causa fu depositata dallo Stato nei confronti delle Comunità curde, e 10.000 attivisti politici curdi furono arrestati, creando così un nuovo regime di oppressione attraverso la via giudiziaria.<br />
Prima delle elezioni del giugno del 2011, la “questione curda” è ridivenuta un problema di terrore, non di democrazia; di violenza, non di diritti. Il Primo Ministro Erdoğan dichiarò che si sarebbe incontrato solo con i rappresentanti legali e legittimi curdi, suggerendo che il Partito pro-curdo della Pace e della Democrazia, <i>Barış ve Demokrasi Partisi</i>, non sarebbe stato un interlocutore idoneo finché non avesse agito in modo indipendente e autonomo. Sfruttando questa posizione più dura nei confronti della “questione curda”, l’AKP aumentò in modo significativo i suoi voti ottenendo il 49.9% nelle elezioni del 2011.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La dura presa di posizione verso la “questione curda”</strong> si sarebbe presto ammorbidita dopo la schiacciante vittoria elettorale dell’AKP nel 2011. È importante ricordare che, rispetto al periodo precedente, erano cambiate anche le dinamiche regionali. Questa fase è stata caratterizzata da manifestazioni e proteste, rivolte e guerre civili in quasi tutti i Paesi della regione. Il Governo turco si è trovato quasi subito in competizione con le altre potenze regionali nel tentativo di influenzare il destino e il futuro dell’area mediorientale, intervenendo direttamente e indirettamente nelle politiche nazionali degli Stati mediorientali.<br />
Mentre la regione è diventata più conflittuale, il Governo dell’AKP ha rilanciato il negoziato con il PKK, all’inizio del 2013, con l’obiettivo di disarmare le regioni curde della Turchia. Il 21 marzo del 2013, una lettera di Abdullah Öcalan fu letta al pubblico sia in turco sia in curdo durante le celebrazioni storiche a Diyarbakir. Nella lettera si chiedeva un cessate il fuoco, ed includeva il disarmo e il ritiro dal suolo turco, nonché la fine della lotta armata. Il 25 aprile del 2013, il PKK annunciò che avrebbe ritirato tutte le sue forze dalla Turchia.<br />
Tuttavia la riluttanza del Governo turco a sostenere la città curda di Kobanê, sotto attacco da parte dello Stato Islamico, creò una protesta su vasta scala dei curdi turchi, in particolare nel sud-est, portando alla morte di 42 persone. Il Governo stabilì un coprifuoco in sei città curde al fine di controllare le crescenti proteste.<br />
Le manifestazioni chiarivano come il movimento politico curdo avesse collegamenti transnazionali che andavano oltre lo Stato turco e si fosse trasformato nella principale alternativa politica ai movimenti salafiti in Medio Oriente. Con grandi potenze come gli Stati Uniti e la Russia alleati dei curdi contro la crescente influenza salafita nella regione, la politica in Medio Oriente si sarebbe rimodellata in un modo che i responsabili politici dell’AKP mai avrebbero immaginato. Inizialmente, l’AKP vide nei negoziati una modalità per fermare la progressiva influenza del movimento politico curdo, sperando di unire i curdi turchi ai fratelli musulmani; le proteste per la città di Kobanê avevano dimostrato alle élite dell’AKP che questa linea politica non era attuabile e che era difficile limitare l’influenza del PKK nella regione e in Turchia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come previsto, nelle elezioni generali del 2015 l’AKP</strong> ha nuovamente conseguito la maggioranza dei voti, ottenendo il 40.9% dei suffragi. Ma tale percentuale- che in circostanze normali sarebbe stata celebrata come un trionfo- divenne per il Partito una sconfitta, perché non era in grado di formare un Governo monopartitico. Questa prima sconfitta dell’AKP fu percepita come un successo del HDP.<br />
È ipotizzabile che uno dei motivi dietro il successo dell’HDP sia stato il fatto che molti curdi, che in precedenza avevano votato per l’AKP, avessero ritirato il loro supporto. Come affermato in precedenza, per quasi un decennio l’AKP e i Partiti pro-curdi avevano condiviso quasi equamente l’elettorato curdo; nelle provincie curde l’HDP aveva ottenuto la maggioranza dei voti, scardinando il precedente equilibrio. Uno dei principali obiettivi del processo di soluzione della “questione curda” era stato marginalizzare le formazioni politiche pro-curde, ma l’AKP aveva compreso di aver ottenuto il risultato opposto, ovvero l’autonomia degli attori politici curdi, un duro colpo per la linea politica populista dell’AKP che intendeva incorporare nel Partito anche i curdi.<br />
Nelle regioni curde, la campagna elettorale dell’HDP si era basata su tre pilastri: l’autonomia della cultura curda; la solidarietà tra i curdi- che includeva anche la solidarietà regionale, e la pace nella regione. L’HDP aveva anche incorporato con successo i conservatori religiosi, i musulmani curdi della regione e le tribù di destra e conservatrici. Poco prima delle elezioni del giugno 2015, il Partito aveva istituito delle commissioni per la riconciliazione sociale e il dialogo-note anche come “commissioni di persuasione”. La politica di negoziazione con le tribù era stata spesso usata dallo Stato come strategia di inclusione dei curdi; infatti, attraverso la collaborazione e l’influenza di queste tribù, i Governi turchi erano stati storicamente in grado di controllare le periferie in conflitto. Questa volta, però, l’HDP si era rivolta alle tribù conservatrici e aveva ricevuto il sostegno dei mullah locali e di influenti conservatori curdi. Conseguentemente, molte tribù favorevoli all’AKP, a livello formale, avevano cambiato le loro alleanze prima delle elezioni. Questa trasformazione era molto allarmante, non solo per l’AKP in quanto Partito, ma anche per la tradizionale presenza dello Stato nell’area.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo le elezioni del 7 giugno,</strong> prima ancora che avessero inizio i colloqui per la coalizione, il Governo annunciò che il processo di pace era finito. Analogamente al periodo dopo le elezioni del 2011, il nuovo Governo dell’AKP aveva dichiarato che non esisteva più una “questione curda” in Turchia e che tutti i diritti possibili erano stati concessi. Mentre il processo di pace era stato dichiarato chiuso, l’intero Paese era travolto da un nuovo conflitto; fu imposto un coprifuoco in centinaia di distretti prevalentemente curdi, il PKK attaccò e uccise soldati e agenti di polizia, e come rivalsa gruppi di nazionalisti turchi attaccarono molti edifici dell’HDP. Due attentati bomba suicidi a Suruç e Ankara uccisero 104 persone.<br />
Dato il fallimento delle trattative per formare un Governo di coalizione furono indette nuove elezioni per il novembre dello stesso anno; gli elettori risposero alla violenza crescente, al conflitto e al caos come nel 2011. Sfruttando la dura presa di posizione verso la “questione curda”, l’AKP riuscì ad ottenere abbastanza seggi in Parlamento per formare un Governo a Partito unico.<br />
Subito dopo questa vittoria, le élite dell’AKP hanno iniziato ad usare la stessa retorica per il processo di pace, che si basava su una posizione conflittuale con il Partito dell’Unione Democratica, PYD <i>Partiya Yekîtiya Demokrat</i>, una lotta costante contro il PKK, e la non accettazione come partner negoziale legittimo dell’HDP. Ciò che rimaneva del processo di pace era la concessione da parte del Governo dei diritti ordinari ai curdi. Un portavoce dell’Esecutivo aveva dichiarato che finalmente l’AKP era rimasto solo nel confronto con i curdi.<br />
Un altro tema cardine della politica interna turca fu la questione dei rifugiati siriani, che avevano iniziato ad arrivare al confine del Paese nel 2011. Per l’allora Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdoğan l’accoglienza dei rifugiati siriani era coerente con la politica estera di contrapposizione ad Assad e con le inclinazioni dell’elettorato sunnita dell’AKP. Dopo sette anni dall’inizio della guerra civile siriana, con un conflitto resosi ancora più complicato, il numero dei profughi è salito ad oltre due milioni, senza alcuna possibilità che possano rientrare in Siria entro breve tempo, superando di gran lunga la capacità dei campi di accoglienza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I primi profughi siriani sono arrivati ai confini della Turchia</strong> il 29 aprile 2011. Il Governo di Erdoğan ha proclamato una politica delle porte aperte per i siriani, promettendo assistenza in termini di servizi e campi di accoglienza vicino al confine, respingendo le offerte di aiuto delle agenzie internazionali. Nell’ottobre del 2011, il Governo ha esteso la “protezione temporanea” ai rifugiati siriani- uno status ufficiale, a differenza della denominazione di ospite usata dalla maggior parte dei Paesi della regione. Tale posizione era coerente con l’opposizione di Erdoğan al regime di Assad e si basava sul calcolo politico che tale regime sarebbe caduto in fretta, un assunto non irragionevole in quel periodo data la velocità di cambiamento dei Governi durante la primavera araba. Parallelamente, sul lato militare, si è avuto un sostegno all’Esercito Libero Siriano. Le generose politiche della Turchia verso i profughi erano in sintonia anche con l’emergere del Paese come leader del mondo umanitario; infatti, nel decennio 2003-2013, la Turchia era diventato il sesto donatore. Il crescente ruolo umanitario derivava anche dall’accento posto dall’AKP sulla <i>ummah</i>- la comunità di tutti i musulmani.<br />
Nel 2012, quando il numero dei profughi è aumentato, il Governo ha annunciato l’istituzione di una linea rossa per quanto concerneva il numero massimo di rifugiati ammissibili; Erdoğan aveva affermato che sarebbe stata necessaria la creazione di una zona cuscinetto se il numero dei rifugiati avesse superato i 100.000 ingressi. L’idea di una zona di sicurezza all’interno della Siria, ripetuta spesso negli anni successivi, aveva trovato rispondenza anche nelle intenzioni del Governo turco di prevenire che i curdi ottenessero il controllo su più territori in Siria e al confine con la Turchia.<br />
Nel 2013, ci sono stati segnali che le politiche di accoglienza erano al limite. Nel febbraio dello stesso anno, un’esplosione in un posto di frontiera e un’altra a Reyhanlı hanno ucciso più di cinquanta persone. Nel momento in cui i campi hanno raggiunto la loro capacità massima e un numero crescente di siriani ha iniziato a viverci con le famiglie, le pressioni economiche sono aumentate- in particolare nelle zone di confine. Il prezzo degli affitti è salito e si segnalavano cambiamenti culturali come la poligamia e i matrimoni precoci. L’impatto dei rifugiati è stato enorme- per esempio, Reyhanlı con una popolazione di 63.000 persone ospitava 100.000 profughi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Turchia ha anche iniziato ad attuare</strong> una massiccia assistenza transfrontaliera all’interno della Siria, attraverso un sistema di “erogazione punto zero”, in cui l’Autorità per l’Emergenza e il Disastro, AFAD <i>Afet ve Acil Durum Yönetimi Başkanlığı</i>, con il sostegno della Mezzaluna Rossa Turca, della Fondazione per i diritti dell’uomo e per la libertà e della Fondazione per gli aiuti umanitari, operava all’interno dei territori siriani. Tale assistenza ha certamente mantenuto in vita molte migliaia di siriani, ma data la sua natura opaca, ha dato origine anche a molte speculazioni sul fatto che le intenzioni della Turchia non fossero prettamente umanitarie.<br />
La politica delle “porte aperte” della Turchia verso i rifugiati non è mai stata veramente “aperta” come raffigurato. La politica di protezione temporanea stabiliva che i siriani entrati attraverso i confini ufficiali, e molti accedevano attraverso quelli non ufficiali, in possesso di un passaporto, che molti non avevano, potevano richiedere un permesso di lavoro; nella pratica questo processo era così farraginoso che raramente si verificava. I profughi erano autorizzati a rimanere nel Paese, ma tranne che nei campi, non ricevevano alcuna assistenza finanziaria da parte del Governo o dalle agenzie internazionali, e non avevano il permesso per lavorare. Esauriti i risparmi personali, hanno trovato impiego nell’economia informale- con tutto lo sfruttamento che ciò comporta.<br />
La Turchia ha adottato la prima legge sull’immigrazione nell’aprile del 2013, entrata in vigore l’anno dopo. Questo cambiamento, parte del processo di adesione all’Unione Europea, è stato un segnale positivo; Ahmet İçduygu ha osservato come la legge avesse introdotto delle riforme che potevano essere un punto di riferimento per un moderno, equo ed efficiente sistema di gestione dei profughi, in linea con gli standard basilari internazionali ed europei.<br />
Entro la fine del 2013, l’accoglienza turca stava cominciando a logorarsi, soprattutto a causa del peso economico. Mentre inizialmente la Turchia sembrava essere orgogliosa di potersi prendere cura dei rifugiati senza il sostegno internazionale, durante il 2015 le lamentele circa la mancanza di aiuti internazionali sono divenute più frequenti. Nel corso del biennio 2013-2015 era cresciuta anche la consapevolezza che il regime di Assad non sarebbe stato rovesciato rapidamente e che i rifugiati non sarebbero stati rimpatriati entro breve tempo. Contemporaneamente, la dinamica del conflitto è divenuta più complessa e il ruolo della Turchia a sostegno delle forze di opposizione ancora meno trasparente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le vittorie militari e la brutalità dello Stato Islamico</strong> si sono intensificate dalla metà del 2014 cambiando la natura dei flussi dei rifugiati. Per la prima volta dal 2011, un gran numero di iracheni è arrivato in fuga da Mosul a metà del 2014. Entro il giugno del 2015, si sono aggiunti altri 240.000-250.000 profughi iracheni. Inoltre, circa 190.000 curdi sono fuggiti in Turchia mentre imperversavano i combattimenti dentro e nei dintorni di Kobanê. Quasi tutti i flussi iniziali erano composti da profughi siriani e musulmani sunniti, la presenza di cristiani dell’Iraq, degli yazidi e dei curdi dal Nord dell’Iraq rendevano il contesto più diversificato. La Turchia stava ricevendo anche un numero importante di richiedenti asilo da altri Paesi, come l’Afghanistan e l’Iran.<br />
Sul fronte interno, vi era una crescente preoccupazione per l’impatto economico, sociale e settario dei profughi. Gli alauiti erano preoccupati per l’afflusso sunnita, mentre i turchi accoglievano favorevolmente l’etnia turcomanna.<br />
Sia a livello nazionale che internazionale il fattore curdo era fondamentale nella politica governativa verso i profughi. I curdi si erano allarmati dopo aver visto la riluttanza del Governo turco a sostenerli durante i combattimenti a Kobanê contro l’ISIS nel giugno del 2015, mentre l’Esecutivo dell’AKP paventava un influsso su larga scala dei profughi curdi nel Paese. I voti ottenuti dall’HDP nelle elezioni del giugno 2015 erano stati interpretati da alcuni osservatori come l’espressione del malcontento dell’elettorato curdo verso la linea di politica estera del Governo. Nel contempo, la polarizzazione derivante dalle politiche di Erdoğan, le segnalazioni delle violazioni dei diritti umani, la sfida di un’insurrezione curda di ampio raggio e la violenza tra le fazioni pro e anti AKP creavano un contesto interno altamente instabile.<br />
Le elezioni del novembre 2015 in cui l’AKP ha ottenuto la maggioranza dei voti sono state un evento abbastanza positivo per i rifugiati, poiché l’AKP, con la sua forte base tra i conservatori religiosi, è più favorevole ad una politica di accoglienza rispetto ai Partiti laici turchi, alauiti e curdi, che temono una alterazione demografica della società locale e della sfera politica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per quanto concerne le politiche verso gli oltre due milioni di profughi,</strong> la Turchia ha adottato una serie di decisioni nel biennio 2014-2015, tra cui il coinvolgimento di attori internazionali e il permesso per le ONG di registrarsi e iniziare programmi di aiuto per i rifugiati. Il Ministero della Pubblica Istruzione ha chiuso le scuole siriane informali per introdurre i profughi nel sistema educativo turco, anche se due terzi dei bambini siriani sono rimasti fuori dalle istituzioni scolastiche. Inoltre, prima delle elezioni, è stata introdotta una legislazione che permetteva ai siriani di entrare nel mercato del lavoro turco. Vi è stato un riconoscimento del fatto che i rifugiati non stavano tornando in patria e che erano necessari dei provvedimenti per garantire la loro integrazione nella società turca.<br />
Nell’agosto del 2015, la crisi dei profughi ha assunto una nuova dimensione con la migrazione di centinaia di migliaia di rifugiati attraverso la Turchia verso la Germania e i Paesi del Nord Europa. La Turchia si è trovata dunque in una posizione negoziale molto forte rispetto alle controparti europee, i cui Governi dovevano fronteggiare opinioni pubbliche sempre più attratte dai movimenti populisti e xenofobi contrari all’immigrazione; l’Unione Europea aveva bisogno della Turchia e Erdoğan è stato molto abile nel cogliere questa opportunità. Il 15 ottobre del 2015, il vertice dell’Unione Europea non verteva sulle modalità di ricollocazione dei profughi tra i diversi Stati europei, ma sulle trattative con la Turchia. È interessante ricordare che Merkel, cancelliere tedesco in carica che in precedenza aveva bloccato i negoziati di adesione all’UE della Turchia a causa delle preoccupazioni per i diritti umani, si è recata in quei giorni ad Ankara per parlare con le autorità turche, aprendo un dialogo sulla possibilità per i cittadini turchi di viaggiare in Europa senza passaporto, inoltre, l’UE era pronta ad aumentare gli aiuti economici per sostenere i profughi. La Turchia era ormai in una posizione di forza ed è stato raggiunto un accordo che comprendeva anche un contributo finanziario molto rilevante.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Turchia può controllare il flusso dei rifugiati verso l’Europa</strong> attraverso il suo territorio; se la Turchia utilizza le risorse aggiuntive per migliorare le condizioni di vita dei rifugiati siriani all’interno dei suoi confini e permette loro l’accesso al mercato del lavoro turco ciò potrebbe portare alcuni siriani a decidere di rimanere in Turchia. Ma se l’aspettativa è che il Governo turco attui dei deterrenti coercitivi per impedire ai siriani di passare in Grecia, allora questo pone un serio problema di diritti umani. I Governi europei sono ansiosi di avere un Paese in cui far tornare i siriani, in particolare coloro la cui richiesta di asilo è stata respinta, senza doverli inviare direttamente in Siria. Ma, come Amnesty International ha sottolineato, la Turchia non è un “paese sicuro” per tutti e in effetti soltanto a un richiedente su quattro è stato concesso asilo in Europa.<br />
Le decisioni che la Turchia, l’Unione Europea e gli Stati membri dovranno prendere nei prossimi anni avranno conseguenze a lungo termine per i rifugiati, le relazioni Turchia-UE e anche per la stessa Unione Europea.<br />
L’adesione della Turchia, sotto la leadership dell’AKP, ai paradigmi del neo-ottomanesimo complica il contesto geopolitico mediorientale, nel quale Iran e Arabia Saudita competono già da tempo per la supremazia regionale e da cui è totalmente mancante l’Unione Europea, incapace di sviluppare una politica estera unitaria e rilevante.</p>
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<p><strong><span style="color: #000000;"><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em><br />
</span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;">Altunışık, Meliha Benli (2006) “Turkey’s Iraq Policy: The War and Beyond”, Journal of European Studies 14(2): 183-196.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Aras, Bülent (2001) “The Turks and Jerusalem” in Contemporary Review 279 (1629):201-207.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Bahadır Dinçer Osman, Vittoria Federici, Elizabeth Ferris, Sema Karaca, Kemal Kirişci, and Elif Özmenek Çarmıklı, ‘Turkey and Syrian Refugees: The Limits of Hospitality’, <i>Brook­ings Institution</i>, November 2013.</span></p>
<p><span style="text-decoration: underline; color: #000000;">http://www.brookings.edu/~/media/research/files/ reports/2013/11/18-syria-turkey-refugees/turkey- and-syrian-refugees_the-limits-of-hospital­ity-(2014).pdf       </span></p>
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<p>&nbsp;</p>
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		<title>IRAN, TRA SUPERIORITÀ E SINDROME DA ACCERCHIAMENTO</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Feb 2018 08:15:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Max Trimurti - L’Iran è uno dei pochi paesi del medio Oriente sfuggito al colonialismo occidentale. Da ciò un sentimento di fierezza che talvolta sfocia in un complesso di superiorità rispetto ai paesi arabi. Ma anche in una sindrome da accerchiamento: da parte britannica e russa ieri, americana, israeliana &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Max Trimurti -</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>L’Iran è uno dei pochi paesi del medio Oriente sfuggito al colonialismo occidentale. Da ciò un sentimento di fierezza che talvolta sfocia in un complesso di superiorità rispetto ai paesi arabi. Ma anche in una sindrome da accerchiamento: da parte britannica e russa ieri, americana, israeliana e saudita oggi.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le relazioni dell’Iran con i paesi vicini, ben lungi dal riassumersi &#8211; come lascerebbe pensare il discorso geopolitico dominante &#8211; in un antagonismo irano-arabo o sciito-sunnita, affondano le radici in un lungo periodo della storia fatto di contrapposizioni ma anche di cooperazione. Elementi questi che spiegano il carattere complesso e spesso ambiguo di questi rapporti.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Gli Arabi sono il nemico ereditario?</b></h3>
<p style="text-align: justify;">A differenza dell’Arabia Saudita, presentata oggi come un grande rivale &#8211; ma che in effetti è un paese giovane, con meno di un secolo di esistenza, e soli 30 milioni di abitanti, la cui fedeltà alla famiglia regnante pone qualche interrogativo -, l’Iran possiede una storia millenaria, condivisa da una popolazione di più di 80 milioni di cittadini. Cittadini la cui grande diversità etnica (il 90% degli Iraniani capisce la lingua persiana, che tuttavia rappresenta la lingua madre di appena la metà della popolazione) non impedisce la coesione, così come dimostrato dalla mobilitazione nazionale senza defezioni per la guerra Iran-Iraq.<br />
Questo è il motivo per cui l’atteggiamento prevalente degli Iraniani nei confronti dei Sauditi, e degli Arabi in generale, mostra più frequentemente altera indulgenza che ostilità. Le radici storiche di cui si vantano gli Iraniani, che amano presentarsi come discendenti del “più vecchio stato del mondo”, li autorizza in effetti a guardare dall’alto in basso i nuovi arrivati. A tale riguardo è sintomatica l’ostinazione degli Iraniani a considerare il Golfo come “Persico”, un modo per affermare che oggi come ieri sulla sua riva occidentale di quel mare non c’è quasi nulla di significativo.<br />
L’opposizione arabo-persiana, lungi dall’essere uno scontro secolare fra “eguali”, è in primo luogo uno scontro fra <i>ego</i>, che oppone due insiemi di civiltà imbevute di grande autostima, ma con un vissuto storico completamente diverso.<br />
Gli Arabi musulmani hanno invaso l’impero sassanide nel VII secolo, ma tutte le fonti indicano che essi sono stati ben accolti dalle popolazioni locali, stanche di guerre fra cristiani e zoroastriani. Questo fatto spiega perché gli Iraniani abbiano massicciamente e precocemente adottato la religione musulmana portata dai conquistatori arabi. Per contro, forti di un’eredità già antica, essi hanno opposto un ferma resistenza a tutti i tentativi di arabizzazione.<br />
Per il resto, l’Iran non è stato mai in conflitto con una potenza araba fino al XX secolo, per la semplice ragione che non ne sono mai esistite ai suoi confini. È piuttosto con i Turchi, i Mongoli, i Russi e i Britannici che gli Iraniani hanno avuto problemi, cioè con le stesse potenze che hanno dovuto affrontare anche i popoli arabi. In ogni caso, Arabi e Persiani, lungi dall’aver rappresentato due campi nettamente opposti, hanno dovuto far fronte nel corso della storia a minacce similari, che hanno determinato spesso una solidarietà di fatto. Ancora nel periodo più acuto della guerra fredda, nel XX secolo, Teheran e Riyad hanno rappresentato due fra i più saldi alleati di Washington nella regione. La loro unica rivalità consisteva nel stabilire chi fosse il migliore “gendarme del Golfo” agli occhi dello zio Sam.<br />
Sui tempi lunghi l’identità iraniana non si è fondata sull’opposizione agli Arabi, che nella pratica non hanno mai costituito una vera minaccia, ma piuttosto nel rapporto con i Turchi e i Mongoli, decisamente più pericolosi. In definitiva, più che nell’antagonismo, l’identità iraniana sembra derivare da una forma di solipsismo<i> </i>di fronte alla propria storia e alla propria memoria, cosciente della sua eccezionalità. Se proprio vogliamo individuare un momento preciso in cui nasce l’antagonismo fra Iraniani ed Arabi, questo risale al califfato di Bagdad, quando l’amministrazione del califfato e l’intellighenzia erano quasi completamente nelle mani dei persiani. Tale rivalità si concretizza con l’impero Safavide, quando proprio per distinguersi dagli Arabi (da loro sprezzantemente definiti “mangiatori di lucertole”) gli Iraniani sceglieranno l’islam sciita per differenziarsi da quello sunnita degli Arabi e dei Turchi.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La svolta del 1979</b></h3>
<div id="attachment_7161" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2018/01/Larrivo-di-Khomeini-in-Iran-1979.jpg"><img class=" wp-image-7161 " alt="L'arrivo di Khomeini in Iran, 1979" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2018/01/Larrivo-di-Khomeini-in-Iran-1979.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>L&#8217;arrivo di Khomeini in Iran, 1979</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Questo substrato si è evoluto a partire dagli anni ’80 dello scorso secolo, quando la rivoluzione islamica [1] ha profondamente rimodellato in senso ideologico-teologico l’identità politica dell’Iran. La rivoluzione khomeinista, condotta in nome della lotta al dispotismo dello Shah, ha suscitato timori in numerosi paesi vicini, sia laici (l’Iraq di Saddam Hussein) sia islamisti (l’Arabia Saudita dei Saud). Del resto l’ayatollah Khomeyni non aveva mai fatto mistero della sua volontà di esportare la rivoluzione in tutta l’area.<br />
In definitiva, la ragione per cui la Repubblica islamica, a partire dal 1979, ha suscitato e continua a suscitare l’inquietudine di molte potenze arabe e occidentali, non è tanto per il suo orientamento “islamico” (questo aspetto non spaventa i Sauditi e gli altri Arabi) ma per il carattere “repubblicano” e “rivoluzionario”, percepiti come un pericolosa fonte di ispirazione per gli oppositori interni. A tale riguardo, appare interessante sottolineare che “l’arco sciita” è anche e soprattutto un “arco repubblicano” e “progressista”, costituito da Iran, Iraq, Siria e Libano, alle prese con l’ostilità di un “crescente sunnita” che è sostanzialmente un “crescente monarchico” e “tradizionalista”, fatta eccezione per la Turchia e l’Egitto, paesi in ogni caso interessati da una ripresa autocratica che tende a trasformarle in “monarchie repubblicane”.<br />
Già negli anni ’80 le petromonarchie del Golfo avevano finanziato la guerra di Saddam contro l’Iran non tanto per contenere un ipotetico espansionismo sciita &#8211; per il quale ci si domanda su quali masse popolari avrebbe potuto appoggiarsi, in un’area come il Medio Oriente dove i Sunniti sono ultra maggioritari &#8211; ma per azzerare sul nascere una possibile ondata rivoluzionaria terzomondista, la cui minaccia era considerevolmente molto più concreta. I due blocchi che si affrontano ancora nel Medio Oriente non sono tanto caratterizzati da divergenze confessionali (che pure esistono e costituiscono per i Sunniti una lotta contro l’eresia), quanto da disaccordi di natura politica (rivoluzionari islamici contro conservatori).<br />
Questo fatto spiega la recente messa al bando del Qatar da parte delle potenze sunnite [1], col pretesto del mantenimento di relazioni troppo cordiali con il suo vicino iraniano. La divisione è dunque <em>in primis</em> politica, più che religiosa. Teheran fa ufficialmente attenzione a non vilipendere il sunnismo e gli Arabi, ma critica, genericamente, il dispotismo e l’imperialismo. Se le potenze sunnite, per contro, non si stancano di ribattere e criticare “l’espansionismo sciita” è proprio perché esse hanno tutto l’interesse, a differenza degli Iraniani, di spostare il dibattito sul terreno religioso, a loro decisamente più favorevole.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La sindrome del “deserto dei Tartari” o da “cittadella assediata”</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Se l’Iran guarda con disdegno le petromonarchie del Golfo per la loro inconsistenza storica, queste ultime guardano il loro avversario con disprezzo per il fatto di seguire una concezione dell’islam considerata deviata ed eretica. Da qui, il sentimento di accerchiamento che caratterizza la psicologia iraniana. Doppiamente minoritari per lingua e religione in un Medio Oriente in larga maggioranza arabo e sunnita, gli Iraniani hanno sviluppato una diffidenza istintiva nei confronti dei loro vicini, che, a volte, rasenta la paranoia.<br />
Per premunirsi da aggressioni provenienti da questo ambiente regionale percepito come ostile, la repubblica islamica ha sviluppato una strategia che consiste nel proiettare la sua influenza fuori dalle frontiere. Tale strategia è passata inizialmente, in ossequio alla logica dell’esportazione della rivoluzione cara a Khomeyni, attraverso un lavoro di seduzione sulle masse arabe “derelitte” o meno fortunate, allo scopo di tagliare le dirigenze arabe dalla loro base. In tale contesto, Khomeyni ha acconto in gran pompa a Teheran, nel 1979, Yasser Arafat, in occasione della trasformazione dell’ambasciata americana in quella palestinese. Tre anni più tardi, l’Iran concorre alla fondazione degli Hezbollah libanesi che diventeranno ben presto, la punta di lancia della resistenza araba a Israele, facendo guadagnare ai suoi capi una popolarità senza pari nel mondo arabo nonostante la loro obbedienza sciita.<br />
In questi ultimi anni le rivalità fra sciiti e sunniti sono state ravvivate dalla crisi irachena e siriana. Teheran ha dovuto rinunciare alle sue ambizioni egemoniche sulla popolazione araba e ha adottato una strategia di ripiegamento consistente a federare intorno all’Iran tutto quello che è minoranza nella regione e che risulta sotto la minaccia, reale o ipotetica, dell’egemonia sunnita. Sciiti del sud Libano, Hazaras afghani, Zayditi dello Yemen, Ibaditi dell’Oman, Alawiti e Drusi della Siria costituiscono oggi questa eterogenea costellazione. Ciò che unisce realmente queste entità è una comunanza di destini piuttosto che una comunione di fedi. L’Iran adotta in tal modo, su scala regionale, la stessa strategia già applicata su scala nazionale, in Siria, dal suo protetto Bashar el Assad: coalizzare tutti i gruppi minoritari, ponendosi come garante della loro sicurezza e della loro sopravvivenza.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Un antisionismo compulsivo</b></h3>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2018/01/Flag.png"><img class="alignleft  wp-image-7164" alt="flag" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2018/01/Flag.png" width="250" height="150" /></a>In questo contesto, l’ostilità dell’Iran nei confronti di Israele, di cui offre periodicamente testimonianza, potrebbe apparire sorprendente. Questo perché lo stato sionista non costituisce in alcun modo una minaccia per l’Iran, con il quale condivide numerosi tratti comune che dovrebbero spingere a un avvicinamento. Come l’Iran, Israele si rifà a una vecchia civiltà e considera il mondo arabo con una certa sufficienza. Come l’Iran, Israele ha tutto l’interesse a cercare alleati fra le popolazioni non arabe della regione. Questo stato di cose non riesce a spiegare la freddezza delle relazioni che intercorrono oggi fra i due paesi. Fino alla rivoluzione islamica Tel Aviv e Teheran hanno mantenuto buone relazioni, sulla base di una strategia comune consistente nell’annodare legami fra le tre grandi potenze non arabe della regione (Israele, Iran, Turchia) per opporsi al nazionalismo arabo.<br />
Le relazioni Iran-Israele pagano ancora oggi il prezzo della rivoluzione del 1979. Poiché l’odiato Shah era stato amico degli Stati Uniti e di Israele, i rivoluzionari, per meglio marcare le loro differenze, hanno preso le distanze da Washington e da Tel Aviv. Più in generale, l’antisionismo iraniano ha rappresentato un utile strumento nella strategia di sovversione delle popolazioni arabe intrapreso da Teheran. Esso costituisce anche uno strumento di mobilitazione a uso interno, una sorta di surrogato della lotta anticolonialista utilizzato per galvanizzare, cementare e ottenere il consenso della popolazione.<br />
Infine e più in concreto, l’opposizione compulsiva e “a priori” nei confronti di Israele evidenzia anche la difficoltà dell’Iran a stabilire relazioni di cooperazione e di alleanza a causa dell’immanente timore di un dominio straniero. Dal punto di vista di Teheran, meglio essere soli che assumere il rischio di cadere sotto la guida di un alleato ingombrante.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Note</span></em></strong><br />
[1] La rivoluzione islamica iraniana fu una serie di sconvolgimenti politici e sociali, avvenuti nel periodo 1978-1979, che trasformò la monarchia del paese in una repubblica islamica sciita, la cui costituzione si ispira alla legge coranica (<em>shari&#8217;a</em>).<br />
[2] Il 5 giugno 2017 l’Arabia saudita rompe brutalmente le relazioni con il Qatar, trascinando con sé diversi altri paesi (Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Egitto…) e sottopone il paese a un rigido blocco. Il Qatar viene accusato di finanziare e di sostenere il terrorismo. Esso è inoltre sospettato di mantenere relazioni discrete con l’Iran, anche se tali relazioni non sono la sola causa della reazione saudita. La cosa viene da molto lontano, in quanto già dagli anni 1920 i Sauditi hanno cercato di annettersi la piccola penisola, messa fortemente sotto pressione a partire dal 2014. L’oggetto del contendere è anche l’appoggio che i Qatarini forniscono ai Fratelli Mussulmani e alla loro portavoce, l’emittente Al Jazeera, e l’atteggiamento nettamente anti saudita del sultano Hamad al Thani, che ha massicciamente appoggiato il Presidente Morsi in Egitto. L’America è intervenuta nella questione e nel luglio 2017 il Qatar ha firmato un accordo sulla lotta al terrorismo con gli Stati Uniti, impegnandosi a esercitare una stretta sorveglianza sui circuiti dei finanziamenti. In questo modo il Qatar, pur costretto a cedere su diversi punti, ha effettuato un nuovo passo in avanti, garantendosi, per il momento, dalla concupiscenza saudita.</p>
<p style="text-align: justify;"><b> </b></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><br />
Abrahamian Ervand, <em>Storia dell’Iran dal primo Novecento ad oggi</em>, Feltrinelli Editore, 2013.<br />
Al Uthaymin, Pellitteri A., <em>Storia dell’Arabia Saudita</em>, Sellerio Editore, 2001.<br />
Al Rashid Madawi, <em>Storia dell’Arabia Saudita</em>, Bompiani Editore, 2004.<br />
Axworthy Michael, <em>Breve storia dell’Iran. Dalle origini ai nostri giorni</em>, Einaudi Editore, 2010.<br />
Colosimo Jean François, <em>Il paradosso persiano. Dove va l’Iran?</em>, Jaca Book Editore, 2010.<br />
Menoret Pascal, <em>Sull’orlo del Vulcano. Il caso Arabia Saudita, </em>Feltrinelli Editore, 2004.<br />
Sabahi S. Farian, <em>Storia dell’Iran</em>, Bruno Mondadori Editore, 2009.<br />
Zanconato Alberto,<em> L’Iran oltre l’Iran</em>, Castelvecchi Editore, 2016.</p>
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		<title>RIYAD E TEHERAN,  DUE VICINI IN DISACCORDO PRATICAMENTE SU TUTTO</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Jun 2017 15:03:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi - Arabia Saudita e Iran combattono una guerra per procura nello Yemen. I sauditi sono sempre più esasperati per l’influenza crescente dell’Iran nella penisola arabica, mentre l’ayatollah Khamenei ha paragonato i bombardamenti di Riyad nello Yemen ai quelli israeliani su Gaza. La tensione sembra al suo massimo. &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Massimo Iacopi -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Arabia Saudita e Iran combattono una guerra per procura nello Yemen. I sauditi sono sempre più esasperati per l’influenza crescente dell’Iran nella penisola arabica, mentre l’ayatollah Khamenei ha paragonato i bombardamenti di Riyad nello Yemen ai quelli israeliani su Gaza. La tensione sembra al suo massimo.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Ci troviamo di fronte a due grandi produttori di petrolio e di gas naturale, membri dell’OPEC, due teocrazie antagoniste, che si oppongono violentemente nel Bahrein, in Siria e in Yemen; due rivali che si spartiscono la comunità dei credenti (Umma) nel Medio Oriente e in Africa. Uno, maggioritariamente sciita e persiano, che rivendica il governo del dogma (<em>velayat al faqih</em>), l’altro, fondato nel 1932 e che porta il nome di una famiglia regnante dalla fragile legittimazione, costituisce, invece, il centro nevralgico di un <em>wahabismo</em> puritano e dedito al proselitismo.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Le radici di una rivalità</b></h3>
<div id="attachment_6237" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/06/Iqra.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-6237" alt="Una pagina del Corano." src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/06/Iqra-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Una pagina del Corano.</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">In assenza di statistiche, la popolazione saudita di confessione sciita viene valutata intorno al 15%. Emarginata e percepita da Riyad come una quinta colonna che agisce per conto del grande vicino iraniano, la sua presenza si concentra nella strategica provincia orientale di Hasa, che conserva l’essenziale delle riserve petrolifere del regno. Va sottolineato che la maggior parte dei sauditi sciiti è di origine irachena e porta le stigmate delle persecuzioni causate dall’islam wahabita della famiglia dei Saud. Questi ultimi, soprattutto dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003, temono che questa minoranza sciita, desiderosa di essere riconosciuta, possa seguire l’esempio dei suoi correligionari del Bahrein e rivoltarsi. Questa ostilità, appena velata, divenne evidente quando nel novembre del 2010 le rivelazioni di Wikileaks svelarono un violento sfogo del re saudita Abd Allah bin Abd Aziz al Saud (1924-2015) contro l’Iran, esortando gli Stati Uniti a “tagliare la testa del serpente”.<br />
Alleati entrambi degli USA, l’Iran dello Shah e l’Arabia Saudita già a quel tempo si sopportavano con difficoltà. In effetti, nel periodo del regno della dinastia Palhavi, i due vicini hanno vissuto una grave crisi diplomatica quando nel 1943 Abu Taleb Yazdi, un pellegrino iraniano, venne incarcerato per diversi anni per sacrilegio. Tuttavia nel 1968, nel momento in cui la potenza britannica si avviava a lasciare le piazzeforti lungo gli Emirati del Golfo, Teheran e Riyad firmarono un accordo sulla delimitazione delle loro frontiere marittime. Per entrambi era venuto il momento di rendere sicuro lo Stretto di Ormuz. Poi, nonostante una convergenza di vedute sulla questione comunista, l’Arabia Saudita iniziò a preoccuparsi per i programmi di ammodernamento dell’esercito iraniano e per l’occupazione da parte di Teheran degli isolotti di Tumb e di Abu Musa, sotto sovranità formale degli Emirati. Washington, che aveva grande fiducia nello Shah, lasciò passare la cosa.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La rivoluzione islamica</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Le cose si aggravarono quando il nuovo regime dei mullah di Teheran si mise in testa di esportare la rivoluzione islamica. Le monarchie arabe del Golfo, con i sauditi in testa, si affrettarono a sostenere lo sforzo di guerra iracheno al fine di contenere le velleità egemoniche iraniane. In tale contesto, per tutto il periodo del conflitto irano-iracheno (1980-1988), Riyad sborserà più di 25 milioni di dollari per finanziare l’esercito iracheno.<br />
Sarà nel 1987 che si consumerà la rottura fra i due vicini. Nel corso di un discorso, l’ayatollah Ruhollah Khomeiny (1902-1989) insorse contro il carattere “eretico” del wahabismo, qualificando come “vili ed empi” i sauditi che avevano assunto unilateralmente la guardia dei Luoghi Santi (<em>Haram al Sharif</em>). Il 31 luglio 1987, un sanguinoso scontro fra pellegrini iraniani e forze saudite provocò 402 morti. A Teheran, i diplomatici sauditi furono aggrediti, causando la morte di un impiegato dell’ambasciata. Gli Iraniani da quel momento non otterranno più il visto dei sauditi.<br />
Occorrerà aspettare il 1991 e l’invasione del Kuwait perché Riyad e Teheran ristabiliscano le relazioni diplomatiche. Questa normalizzazione consentì a 115mila pellegrini iraniani di recarsi alla Mecca (nel 1988, la quota dei pellegrini iraniani era di 45 mila unità). L’arrivo al potere a Teheran del riformatore Mohamed Khatami diede nuovo slancio alle relazioni bilaterali.<br />
Nel 1997 si tenne a Teheran l’ottavo Vertice dell’Organizzazione della Conferenza Islamica (OCI). L’evento si tradusse in un successo mediatico e diplomatico per l’Iran, che rinforzò le relazioni con l’Egitto e l’Arabia Saudita. Nel maggio del 1999 il presidente Khatami effettuò una visita storica in Arabia Saudita, la prima dalla rivoluzione islamica. Nell’euforia dell’evento, nel luglio 1999, il re Fahd bin ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saūd invitò i Paesi del Consiglio della Cooperazione del Golfo (CCG) a migliorare le loro relazioni con l’Iran, con grande disappunto degli Emirati Arabi Uniti (EUA), che vedevano in questo gesto l’abbandono delle loro rivendicazioni territoriali sugli isolotti contestati.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La svolta dell’11 settembre</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Paradossalmente, gli attentati dell’11 settembre 2001, portarono Washington a relegare Teheran nei “Paesi dell’Asse del Male”. Ciò è dovuto al fatto che l’amministrazione neoconservatrice americana intratteneva dei legami privilegiati con il capo dei servizi informativi sauditi e ambasciatore a Washington, principe Bandar bin Sultan al Saud.<br />
L’Iran, che rappresenta uno dei principali prestatori di fondi di Hamas e degli Hezbollah libanesi, utilizza la retorica anti israeliana, ovvero antisemita, come un arma al servizio della delegittimazione della leadership regionale saudita. Ne sono prova le affermazioni del presidente Mahmud Ahmadinejad nel 2009, durante gli scontri di Gaza, dirette contro l’Arabia Saudita “complice di un genocidio perpetrato contro i palestinesi”. Parallelamente, il programma nucleare iraniano ha contribuito ad acuire le preoccupazioni dell’Arabia Saudita.<br />
In questo contesto, i sauditi hanno visto nelle sanzioni occidentali per il nucleare iraniano un’opportunità per fare pressione sul suo alleato americano, arrivando persino ad offrire, nel 2012, compensazioni ai clienti dell’Iran per il petrolio che non sono più in grado di acquistare legalmente. Nel 2014 l’Arabia Saudita provocò deliberatamente un calo dei prezzi del petrolio, che nelle speranze di Riyad avrebbe dovuto contribuire a soffocare l’Iran.<br />
Dopo l’intervento saudita nel Bahrein per sostenere la famiglia reale sunnita degli Al Khalifa contro la rivolta sciita (2011), la questione yemenita contribuisce attualmente a creare un nuovo fronte a sud del regno saudita. Si tratta, in questo caso, della più vasta operazione militare condotta dall’esercito saudita dall’invasione del Kuwait del 1990. Se il ruolo dell’Iran a sostegno della milizia zaydyta degli Huthi non può essere negato, sembrerebbe abbastanza esagerato considerare l’importanza strategica dello Yemen equivalente a quella dell’asse Iraq-Siria-Hezbollah libanesi.<br />
Lo Yemen, l’antica “Arabia Felix”, rimane, al massimo, un efficace strumento di pressione contro i sauditi, le cui relazioni con lo stato islamico dell’ISIS per un certo periodo sono state contrassegnate da un marchio di ambiguità.</p>
<p><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><br />
<em>Arabia Saudita vs Iran</em>, in &#8220;Limes&#8221;, <a href="http://www.limesonline.com/arabia-saudita-vs-iran/98297?refresh_ce">http://www.limesonline.com/arabia-saudita-vs-iran/98297?refresh_ce</a><br />
<em>Il problema non è l’Iran ma le petrolmonarchie sunnite</em>, in &#8220;Limes&#8221;, 5 marzo 2013 <a href="http://www.limesonline.com/cartaceo/il-problema-non-e-liran-ma-le-petromonarchie-sunnite?prv=true">http://www.limesonline.com/cartaceo/il-problema-non-e-liran-ma-le-petromonarchie-sunnite?prv=true</a><br />
E. Abrahamian, <em>Storia dell&#8217;Iran. Dai primi del Novecento a oggi</em> – Feltrinelli, 2013<br />
Madawi Al-Rasheed, <em>Storia dell&#8217;Arabia Saudita</em> – Bompiani, 2004</p>
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		<title>IL VICINO ORIENTE O LA GEOPOLITICA DEL CAOS</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Oct 2016 07:21:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi - Ancora una volta il Vicino Oriente è in fiamme. Le frontiere degli Stati sembrano meno forti delle differenze/divergenze sunnito-sciite. La posta in gioco è molto alta: l’egemonia su tutta l’area. l Vicino Oriente è a ferro e fuoco. Si tratta, a ben vedere, di una delle &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="right">di Massimo Iacopi -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Ancora una volta il Vicino Oriente è in fiamme. Le frontiere degli Stati sembrano meno forti delle differenze/divergenze sunnito-sciite. La posta in gioco è molto alta: l’egemonia su tutta l’area.</strong></em></p>
<div style="text-align: justify;">
<table width="700" cellspacing="0" cellpadding="0" align="left">
<tbody>
<tr>
<td align="left" valign="top"></td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
<p style="text-align: justify;"><strong>l Vicino Oriente è a ferro e fuoco.</strong> Si tratta, a ben vedere, di una delle conseguenze della scomparsa dell’Impero ottomano alla fine della Prima guerra mondiale. L’arco di crisi, in effetti, ingloba la Palestina, il Libano, la Siria e l’Iraq, vale a dire i <em>Vilayet </em>(suddivisione amministrativa equivalente alla provincia) meridionali dell’Impero ottomano. Indubbiamente problemi esistono anche altrove, in Iran, in Libia, in Egitto, nello Yemen, ma nelle antiche province arabo-ottomane, l’espansione dell’ISIS rimette in discussione le frontiere e gli Stati nazione, elemento che costituisce di fatto un fenomeno nuovo.<br />
Paradossalmente, le costruzioni artificiali del periodo coloniale (dopo il 1920) sembravano aver attecchito dopo l’indipendenza. Il Libano è sopravvissuto alla partenza dei francesi nel 1943; i palestinesi, senza acquisire un vero Stato, si sono visti riconoscere come popolo dagli accordi di Oslo del 1993. In Siria e in Iraq la rivalità mortale fra i due partiti Baath, dal 1967 al 2003, ha dimostrato soprattutto il radicamento di una nuova identità nazionale a danno del panarabismo, mentre la Giordania, il più artificiale di tutti gli Stati arabi, ha saputo resistere ai tentativi di destabilizzazione. Infine i movimenti islamisti che hanno occupato lo spazio della contestazione, a partire dagli anni 1970, si sono a loro volta inseriti nella dimensione nazionale, come si è visto con la breve vittoria dei Fratelli musulmani egiziani alle elezioni presidenziali del 2012.<br />
Le primavere arabe (2011), dando la sensazione di completare e preservare la perennità del modello nazionale, si sono concentrate sulla democratizzazione dello stato-nazione e non su un possibile rimodellamento del Medio Oriente. In Siria, invece, la primavera araba si è trasformata in una guerra civile evolutasi rapidamente in guerra regionale, il cui perno è nella rivalità fra Arabia Saudita e l’Iran.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Il fallimento del nazionalismo</b></h3>
<div id="attachment_5302" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/09/150416-A-BX700-254_18192625738.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-5302" alt="Soldati iracheini addestrati dalle forze statunitensi, Iraq" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/09/150416-A-BX700-254_18192625738-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Soldati iracheini addestrati dalle forze statunitensi, Iraq</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Fino alle primavere arabe, i grandi movimenti di mobilitazione popolare si sono riferiti a ideologie sovrannazionali: il panarabismo e l’islamismo. L’alternativa all’Impero ottomano è stato, in effetti, il nazionalismo arabo, non i patriottismi locali &#8211; anche se i francesi e gli inglesi hanno fatto di tutto per contrastarli, dopo averli incoraggiati durante la Prima guerra mondiale. Questo nazionalismo non era islamico poiché desiderava unificare tutti gli arabi (compresi anche gli Arabi cristiani, spesso attivi all’interno di questi movimenti) e si poneva in una posizione sovranazionale (o piuttosto sovrastatale), rifiutando le frontiere ereditate dalla colonizzazione. Negli anni ’50, in tutto il mondo arabo, dal Marocco, allo Yemen, all’Oman, al Qatar, i movimenti di liberazione nazionale si sono tutti riferiti al nazionalismo arabo.<br />
In effetti questo movimento ha fallito i suoi obiettivi: esso ha alcune volte preso il potere (l’FLN in Algeria, Nasser in Egitto, i partiti baathisti in Iraq e Siria) ma chiudendosi nel contesto delle frontiere statali ereditate dal colonialismo. Questa fragilità è stata accentuata dal fatto che il nazionalismo arabo è servito di copertura alla presa del potere in Siria da parte della minoranza alawita cripto-sciita, di cui fa parte la famiglia El Assad, a danno degli arabi sunniti (colpi di stato del 1963, 1968, 1970). In Iraq, in una simmetria negativa, il partito Baath è servito da strumento per gli arabi sunniti, minoritari demograficamente e rappresentati da Saddam Hussein e il suo clan.<br />
Fino al 1979, la questione dell’opposizione fra sciiti e sunniti non si era ancora posta. Nei paesi arabi, gli sciiti, in minoranza dal punto di vista demografico, (ad eccezione dell’Iraq e del Bahrein, dove erano tuttavia dominati politicamente dai sunniti), preferivano identificarsi nelle grandi cause: nazionalismo arabo e comunismo, quindi, a partire dal 1979, con l’islamismo.<br />
La rivoluzione del 1979 contribuisce in qualche modo a “iranizzare” gli sciiti arabi agli occhi dei sunniti, anche se il sostegno all’Iran era ben lungi dall’essere unanime.<br />
L’Iran islamico riformula in termini ideologici la volontà, già manifesta sotto lo Shah, di diventare la potenza egemonica del Medio Oriente. Gli Hezbollah sciiti libanesi sono stati la pedina fondamentale di questa politica che è culminata nel 2006, in occasione della sua resistenza all’intervento militare israeliano nel Libano del sud. Ma questa strategia non ha funzionato: i soli arabi che si sono avvicinati all’Iran sono stati quelli su base sciita e la crisi siriana del 2011 ha fatto saltare qualsiasi possibilità di coalizione fra sciiti e sunniti.<br />
La prima manifestazione aperta della nuova divisione confessionale sciiti-sunniti avviene nel settembre 1980 con la guerra Iran-Iraq. Nonostante i tentativi iraniani di mobilitare la popolazione araba contro Saddam, il conflitto assume molto rapidamente una connotazione confessionale. I Fratelli musulmani e le Monarchie del Golfo, senza dimenticare l’OLP di Yasser Arafat, sostengono l’Iraq, visto come bastione del mondo arabo sunnita con i “persiani” sciiti.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Sunniti emarginati</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Questo grande riallineamento geostrategico viene esacerbato dalla sua riformulazione in termini religiosi da una parte degli aventi causa: gli sceicchi wahabiti dell’Arabia Saudita lanciano un anatema contro gli “eretici” sciiti, siano essi persiani o arabi, mentre gli iraniani, da parte loro, mobilitano tutta l’escatologia sciita per legittimare la loro causa. Tutto questo sistema crolla con l’intervento americano del 2003 e la caduta di Saddam Hussein. Gli sciiti hanno preso il potere in Iraq. I curdi, repressi fino a quel momento, hanno ottenuto un’autonomia dalla quale sarà molto difficile tornare indietro e gli arabi sunniti si ritrovano, all’improvviso, esclusi da un potere che essi consideravano come loro appannaggio.<br />
Mentre la popolazione araba sunnita risultava maggioritaria nell’insieme dei <em>Vilayet </em>arabi dell’Impero ottomano, il solo Stato dove i sunniti siano ancora oggi al potere è la Giordania, lo stato più piccolo della regione. In Palestina, la speranza di instaurare uno stato si allontana ogni giorno di più; il Libano è governato, di fatto da cristiani maroniti e sciiti; in Siria, il potere si è ridotto al bastione alawita; in Iraq il governo è sciita.<br />
Gli arabi sunniti sono quasi ovunque emarginati, rilanciando il vecchio fantasma coloniale di un Medio Oriente dominato dalle minoranze. Si tratta di un cambiamento rilevante nella regione e che si è trasformato in un formidabile atout per l’ISIS. Secondo alcuni osservatori l’ISIS ha due padri, Osama bin Laden e Saddam Hussein. Dal primo, l’ISIS avrebbe preso la retorica e la pratica del terrorismo: islamismo, soprannazionalità, califfato mondiale, antisemitismo, anticristianesimo e manipolazione dei media. Dal secondo avrebbe ereditato la sua base territoriale (triangolo sunnita in Iraq) e buona parte dello sconfitto apparato militare iracheno.<br />
Esistono, tuttavia, due diversità basilari con Al Qaeda. Per l’ISIS, la priorità è quella di combattere gli “eretici”, vale a dire gli sciiti, più che l’Occidente. Si tratta, pertanto, più di un attore regionale che globale. D’altra parte, l’ISIS critica apertamente la strategia de-territorializzata di Al Qaeda e vuole creare un califfato territoriale da una base permanente, che comunque definisce come in progressiva espansione. In questo senso parlare di Stato islamico sembrerebbe inappropriato: l’ISIS non vuole stabilire un nuovo Stato-nazione guidato dalla <em>sharia</em>, ma piuttosto, conquistare il mondo musulmano.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Fine dell’espansione?</b></h3>
<div id="attachment_5301" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/09/Graffiti_in_Fallujah_Mahmood-Hosseini.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-5301" alt="Graffiti a Fallujah - Mahmood Hosseini" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/09/Graffiti_in_Fallujah_Mahmood-Hosseini-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Graffiti a Fallujah &#8211; Mahmood Hosseini</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, l’ISIS è arrivata oggi al limite della sua espansione a nord e a est. La sua identificazione con gli arabi sunniti è allo stesso tempo la sua forza e la sua debolezza: i fatti hanno dimostrato che nel momento in cui esso ha raggiunto i limiti dello spazio sunnita, i suoi sforzi sono stati bloccati, come a Kobane da parte dei Curdi, agli inizi del 2015. Allo stesso modo, esso non è riuscito a conquistare le città sciite in Iraq, né a penetrare nel ridotto alawita in Siria (Latakia). L’esecuzione del pilota giordano da parte di ISIS nel febbraio 2015 ha suscitato in Giordania una forte reazione e un vivo sentimento nazionale.<br />
In Palestina, l’Hamas sunnita non ha intenzione di lasciarsi detronizzare. Il massacro dei suoi quadri a Yarmuk da parte di ISIS, nella periferia di Damasco, nell’aprile 2015, ha ravvivato la rivalità esistente. Nel Libano si nota un’ambivalenza nei confronti dei rifugiati siriani, percepiti non come fratelli venuti a rinforzare demograficamente il peso dei sunniti locali, ma come un peso e una minaccia. È forse in Arabia Saudita, nonostante l’ostilità del potere verso l’ISIS, che quest’ultimo può trovare degli appoggi, per il fatto di aderire a un salafismo violentemente anti sciita.<br />
Nei territori conquistati, l’organizzazione jihadista si riserva diritti regali (giustizia e sicurezza) e i settori chiave (elettricità, strade), ma lascia di fatto autonomia agli abitanti. Secondo testimonianze raccolte, i volontari stranieri sono privilegiati (meglio alimentati, alloggiati nei migliori alberghi), fatto che provoca delle rivalità con le popolazioni locali. Infine, l’ISIS regna per effetto del terrore: per mezzo della messa in scena di una violenza estrema.<br />
Ma occorre ben comprendere che, strutturalmente, l’ISIS è instabile in quanto fondata da un lato sulle popolazioni locali, che sono essenzialmente dei clan tribali (per i quali l’ideologia conta molto poco) e sui quadri dell’ex esercito di Saddam, e dall’altro su una legione straniera di giovani volontari venuti da altrove, che, per contro, hanno una visione ideologica della loro guerra. Da qui l’importanza dei matrimoni destinati a territorializzare i volontari stranieri, facendo sposare loro giovani della regione. Sono ampiamente noti rapimenti di giovani yazidi o sciite, gli stupri, i matrimoni forzati, le vendite di schiave sessuali. Ma esistono anche delle unioni, senza violenza, in nome dell’ideologia.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>ISIS e Fratelli musulmani</b></h3>
<p style="text-align: justify;">L’esercito di ISIS conta fra 30 mila e 50 mila combattenti (numero da rivedere in ribasso dopo il recente intervento russo nella regione). Esso è composto per metà da volontari stranieri e per l’altra metà da personale locale. Tutti non si trovano al fronte in permanenza e sono anche incaricati di far regnare l’ordine. Non esistono, a quanto risulta, dei capi carismatici e non esiste neanche un culto della personalità. Il sedicente “califfo” Al Baghdadi rimane per lo più nell’ombra. L’ISIS, pertanto, non ha nulla a che vedere con l’islamismo “classico”, e forse ne è persino una sua escrescenza. I combattenti dell’ISIS sono partiti, come Al Qaeda, dal principio che non è possibile costruire l’islamismo in un solo Paese e che il nemico principale è costituito dagli “eretici”.<br />
Al contrario, il primo obiettivo dei Fratelli musulmani è stato fin dall’inizio quello di creare uno Stato islamico nelle frontiere dello Stato-nazione esistente. Per essi ogni musulmano di cultura fa parte della società e i cristiani vengono accettati secondo quando stabilito dal Corano, ovvero con uno statuto di “minoranza”.<br />
Per di più, i Fratelli musulmani egiziani hanno sempre sognato di trovare un compromesso con gli Stati Uniti, come si è, in parte, evidenziato durante il breve periodo della presidenza Morsi (2012-2013).<br />
Gli islamisti, dal Marocco, alla Turchia, passando per la Giordania, l’Egitto e l’Iraq, avevano, d’altronde, dei punti in comune con l’Occidente: l’anticomunismo e l’economia di mercato, mentre la loro base sociale era costituita da una borghesia urbana molto conservatrice, desiderosa di ordine e di buona creanza e non certo di jihadismo. Ovunque i Fratelli musulmani hanno potuto partecipare al gioco politico, essi si sono integrati “imborghesendosi” e hanno, in genere, accettato il gioco democratico, come potrebbe essere il caso del Partito Ennahda in Tunisia e del PJD (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) in Marocco (mutuato dall’analogo AKP turco).<br />
Ma, all’improvviso, la banalizzazione dei Fratelli musulmani e il fallimento dell’islam politico hanno aperto uno spazio per tutti quelli che non potevano inscriversi in un contesto politico nazionale: sono i cosiddetti soggetti “globalizzati”, giovani convertiti che si radicalizzano a Parigi, a Londra, a Bruxelles o altrove e che sognano la jihad di un islam mondiale.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>ISIS, Boko Haram e talebani</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Si può, al contrario, operare un accostamento fra ISIS e Boko Haram, il movimento jihadista del nord-est della Nigeria. Va sottolineato che i movimenti jihadisti si insediano soprattutto nelle zone tribali (Yemen, Iraq del nord, Afghanistan del sud, Mali e, probabilmente, Libia). Esiste, di fatto, un collegamento fra il tribalismo e il jihadismo. In effetti, i sistemi tribali attraversano una seria crisi: emarginate negli Stati-nazione, le tribù dispongono oggi dei mezzi per globalizzarsi, senza preoccupazione per le frontiere, praticando il contrabbando e il commercio dell’emigrazione. È una curiosa traslazione del sistema, indebolito dalla crisi delle aristocrazie tradizionali tribali e dalla comparsa di una nuova generazione di “tribali globalizzati”, sensibile all’ideologia, al richiamo del jihadismo, che si sente giustificata religiosamente e rinforzata come alternativa locale. Tuttavia, questa strada non spiega tutto. L’ISIS non rappresenta un’alternativa politica credibile, a differenza dei talebani, che sono afghani e vogliono restaurare un emirato islamico sul loro territorio, come negli anni ’90. Il mullah Omar, che era il loro capo, ha commesso l’errore di fornire ospitalità a Bin Laden fino al 2001, fatto che ha determinato l’intervento occidentale. Ma i talebani non sono comunque dei terroristi internazionali.<br />
Che cosa è dunque successo da allora? Non si può né vincere, né negoziare con l’ISIS. Per vincere, occorrerebbe una operazione militare di grande ampiezza, cosa che al momento non sembra possibile, specie a causa del fallimento americano in Afghanistan e in Iraq, anche se l’intervento di Putin &#8211; oltre a stabilire che il futuro del medio Oriente non si costruirà senza la Russia &#8211; ha contribuito a un notevole ridimensionamento dell’ISIS e dei suoi obiettivi. Per quanto concerne i bombardamenti, essi consentono indubbiamente di aiutare i combattenti locali (a Kobane, l’aviazione americana ha sostenuto efficacemente i Curdi, ma non ha avuto successo nella sua fase di espansione) e di ridurre le potenzialità operative e logistiche dell’ISIS. In tale contesto, solo gli abitanti del territorio controllato dall’ISIS potrebbero rovesciarlo, ma, al momento, non ne hanno né la volontà (a causa del clima di terrore generato dall’ISIS), né i mezzi.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Una nuova guerra dei Trent’anni</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Soprattutto, nessuno degli attori principali regionali considera l’ISIS (a parte Bashar el Assad) come il nemico principale. Per i turchi, combattere gli indipendentisti curdi rappresenta il compito principale. Gli sciiti iracheni sono, per quanto li riguarda, in una logica più separatista che nazionalista. Il confessionalismo politico è molto forte in Iraq e pochi leader sciiti hanno la saggezza politica di voler reintegrare i sunniti, lasciando inevitabilmente loro, come unica scelta, quella di aderire all’ISIS. Per l’Arabia Saudita il nemico principale è rappresentato dall’Iran e il crollo rapido dell’ISIS finirebbe per favorire gli sciiti. Per questo motivo i sauditi non vogliono veramente questa soluzione. Per gli Israeliani, l’ISIS è una vera manna poiché indebolisce il regime di Damasco, il suo nemico strategico, e indebolisce anche Hezbollah. Per Bashar el Assad, l’ISIS si sconfigge attraverso la sconfitta dei suoi nemici interni, che gli consentirebbe di presentarsi come avversario del terrorismo internazionale.<br />
Si assiste, in tal modo, a una ricomposizione regionale secondo una linea di sunnismo contro sciismo, con una guerra, per procura, per stabilire chi eserciterà l’egemonia nella regione: o l’Arabia Saudita o l’Iran – poiché l’Egitto, altra potenza regionale tradizionale, in questo momento, anche per il problema della Libia, appare fuori causa. Il paragone con la Guerra dei Trent’anni che ha devastato l’Europa nella metà del XVII secolo può essere illuminante. Essa cominciò nel 1618 come un conflitto tra protestanti e cattolici. Fu presentata come una guerra di religione ma in effetti era solo una maschera o un paravento che coprire ben altri obiettivi. La vera questione di fondo era, di fatto, “quale potenza avrebbe dominato il continente?”. Ciò spiega anche perché la Francia di Luigi XIII non abbia esitato ad aiutare i principi protestanti tedeschi. Si trattava, anche in quel caso, di una guerra per procura.<br />
Oggi, l’Arabia Saudita tenta di imporre la sua egemonia ma è priva di mezzi: il suo esercito, inviato a riconquistare Sanaa nello Yemen, si è arenato per mancanza di mezzi tecnici e di combattività. I sauditi hanno anche finanziato (e forse finanziano ancora) i talebani afghani e le tribù yemenite. Questa strategia indiretta ha raggiunto i suoi limiti, in quanto il nemico gioca in casa e non si combatte più solo alle frontiere.<br />
Il concorrente meglio piazzato per imporsi sembrerebbe l’Iran. Il suoi rivali potenziali (Iraq, Siria, Libano e Turchia) sono in precarie condizioni. I suoi alleati (Hezbollah, le milizie sciite irachene e quasi certamente i volontari iraniani) si battono già sul terreno. Il Paese oggi, dopo l’intervento russo, sembra aver ottenuto la vittoria. Resta comunque il fatto che la sua vittoria appare più dovuta all’instabilità, al caos, che alle sue stesse forze. E gli stessi iraniani non hanno forse necessariamente nessun interesse a stabilizzare la regione. D’altronde, localmente, nessun attore considera la stabilità come la sua priorità e, poiché gli europei non sono voluti intervenire, si può affermare che noi ci troviamo di fronte a una nuova guerra dei 30 anni&#8230; nella sua fase iniziale.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"> M. Campanini, <em>Storia del Medio Oriente contemporaneo</em> – il Mulino, 2014<br />
J. Caravelli e J. Foresi, <em>Il califfato nero. Le origini dell&#8217;ISIS, il nuovo Medio Oriente, i rischi per l&#8217;Occidente</em> – Nutrimenti, 2015<br />
D. Quirico, <em>Il grande califfato</em> – Neri Pozza, 2015</p>
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