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	<title>Storia in Network &#187; 1846 &#124; Storia in Network</title>
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	<description>Magazine di divulgazione storica</description>
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		<title>LAMPI SUL RIO GRANDE (2)</title>
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		<pubDate>Fri, 02 May 2025 09:59:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Giuliano Da Frè - Nel maggio 1846 la guerra messico-statunitense iniziò con le battaglie di Palo Alto e Resaca de la Palma, concluse con un grande successo per lo US Army. Due anni dopo, il Texas e la California furono definitivamente annessi agli Stati Uniti. E il Rio Grande &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Giuliano Da Frè -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Nel maggio 1846 la guerra messico-statunitense iniziò con le battaglie di Palo Alto e Resaca de la Palma, concluse con un grande successo per lo US Army. Due anni dopo, il Texas e la California furono definitivamente annessi agli Stati Uniti. E il Rio Grande divenne il nuovo confine tra i due Paesi.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><b> </b></p>
<p style="text-align: justify;"><b> </b></p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Palo Alto e Resaca de la Palma (8-9 maggio 1846)</b></h3>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mentre tanto a Washington quanto a Città del Messico si discuteva,</strong> Taylor e Arista si stavano preparando allo scontro aperto. Organizzata una testa di ponte sulla sponda settentrionale del Rio Grande, il comandante messicano guadò il fiume col grosso dell’<em>Ejercito del Norte</em> il 1° maggio, lasciando a Matamoros una piccola guarnigione, per poi organizzare sue forze in 2 divisioni: la prima, con 1.540 uomini e 14 cannoni al comando del generale Pedro de Ampudia, fu inviata ad assediare Fort Texas (difeso dal maggiore Jacob Brown, con 500 uomini e 8 cannoni), mentre altri 3.702 effettivi e 13 cannoni seguirono Arista lungo la strada che portava da Matamoros a Port Isabel, dove si concentrava il grosso dell’<em>Army of Observation</em> di Taylor. Avvisato dell’attacco contro Fort Texas, il generale statunitense si mosse a propria volta per soccorrere gli assediati con 2.228 uomini, 8 cannoni e un treno logistico di 270 carrette che ne impacciavano i movimenti. La mattina dell’8 maggio la piccola armata americana (in realtà i suoi effettivi erano inferiori a quelli di una mezza brigata europea) trovò la strada che conduceva al forte sbarrata da Arista presso la località di Palo Alto, dove nelle ore successive si combatté la prima battaglia della guerra messicana.<br />
Le truppe di Taylor erano inquadrate nella 1<sup>a</sup> Brigata (col. William Belknap), comprendente l’8° Reggimento di fanteria, un battaglione misto di artiglieri e fucilieri, forte di 6 pezzi da sei libbre, e il treno logistico. La 2<sup>a</sup> Brigata, agli ordini dell’abile colonnello David E. Twiggs <a title="" href="#_ftn1">[1]</a>, invece comprendeva reparti dei reggimenti di fanteria 3°, 4° e 5°, coperti da una sezione d’artiglieria con 2 cannoni da 18 libbre, e da uno squadrone di dragoni.</p>
<div id="attachment_14807" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="https://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2025/04/8-La-battaglia-di-Palo-Alto-8-maggio-1846-primo-scontro-campale-della-guerra-USa-Messico.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-14807" alt="La battaglia di Palo Alto" src="https://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2025/04/8-La-battaglia-di-Palo-Alto-8-maggio-1846-primo-scontro-campale-della-guerra-USa-Messico-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>La battaglia di Palo Alto</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>La 1ª Divisione dell’<em>Ejército del Norte</em> </strong>l’8 maggio comprendeva come accennato 3.702 effettivi, per due terzi formati da fanteria, e 13 cannoni, al comando del generale di divisione Mariano Arista; una 2ª Divisione di 1.540 uomini e 14 cannoni era destinata ad assediare Fort Texas e a coprire Matamoros, ma fu poi richiamata a rafforzare il grosso in vista della battaglia del 9 maggio.<br />
La fanteria comprendeva 3 brigate: la 1<sup>a</sup> (gen. Garcia), col 10° Reggimento di linea; la 2<sup>a</sup> (gen. Diaz de la Vega) col 1° e 6° di linea; una 3<sup>a</sup> Brigata di formazione comprendeva il 4° Reggimento di linea, un gruppo di squadroni di fanteria montata e una compagnia del genio zappatori. Il 2° Reggimento di fanteria leggera, un battaglione di zappatori e uno della difesa costiera di Tampico formavano la riserva, mentre la cavalleria, al comando del generale Anastasio Torrejon, responsabile delle incursioni oltre il Rio Grande delle settimane precedenti, comprendeva una brigata regolare (reggimenti di linea 7° e 8°, più il reggimento di cavalleria leggera <em>Mexico </em>e alcuni squadroni territoriali), e la forza irregolare dei <em>Rancheros</em> (gen. Canales). L’artiglieria, con 160 effettivi e 13 pezzi da 4 e 8 libbre, era al comando del generale Tomas Requena.<br />
Mentre il 7 maggio Ampudia stringeva l’assedio a Fort Texas, e Taylor procedeva lentamente con l’impacciata colonna di soccorso, Arista decise di attenderlo nella piana di Palo Alto, particolarmente adatta a impiegare la sua cavalleria, anche se caratterizzata da molti stagni e da una zona paludosa creata dalle forti piogge dei giorni precedenti. Inoltre il terreno era ricoperto da un’erba fitta, alta e tagliente, e circondato da macchie di alberi di <em>mesquite</em>. La mattina dell’8 maggio Arista schierò i suoi uomini fronte a nord, con da sinistra a destra la brigata di cavalleria di Torrejon, appoggiata alla strada per Matamoros, quindi i reggimenti di fanteria di linea 4°, 10°, 6° e 1°, mentre sulla destra si trovavano il battaglione della difesa costiera di Tanpico, il 2° Reggimento di fanteria, gli zappatori del genio, e a copertura dell’estremo fianco destro (che si appoggiava ad una vasta macchia di sottobosco spinoso) i <em>Rancheros </em>della cavalleria irregolare. L’artiglieria era stata inframezzata ai reparti di fanteria.<br />
Raccolte varie informazioni dai suoi esploratori, Taylor lasciò indietro le salmerie, suddividendo le sue magre forze in due ali. Sulla destra, Twiggs disponeva del 5° Reggimento e della sezione di 3 cannoni da 6 libbre del maggiore Ringgold, col fianco coperto da un vasto stagno e da un’area boscosa, mentre a cavaliere della strada per Matamoros fu schierato il 3° Reggimento appoggiato dai 2 pezzi da 18 libbre e sostenuto da un reparto di dragoni. L’ala sinistra fu posta agli ordini del colonnello Belknap, e comprendeva i reggimenti 4° e 8°, coperti dai dragoni e con il battaglione di artiglieria impiegato come fanteria di riserva, appoggiato da 3 pezzi da 6 libbre.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alle 14.30 l’artiglieria messicana aprì il fuoco</strong> contro le forze di Taylor, distanti ancora più di due chilometri; distanza eccessiva per i vecchi pezzi in bronzo di Arista, che nel frattempo cavalcava lungo i ranghi incitando i suoi uomini e rettificando laddove necessario lo schieramento. Gli ufficiali gridavano “Viva la Repubblica!”, e i soldati &#8211; molti dei quali veterani &#8211; innastavano le baionette e gridavano anch’essi, mescolandosi alle note delle bande reggimentali. Taylor invece, comprese che non poteva affidarsi a un attacco frontale alla baionetta, e ordinò quindi all’artiglieria di avanzare di 200 metri, iniziando un violento e preciso fuoco di controbatteria coi suoi moderni pezzi da 6 libbre a tiro rapido. Il maggiore Ringgold, che nel 1845 aveva pubblicato un manuale dell’artiglieria rimasto in vigore sino al 1860, mise in atto le innovazioni che aveva elaborato, basate sull’impiego di batterie molto mobili (la cosiddetta <em>flying artillery</em>, equipaggiata coi moderni e maneggevoli pezzi Modello-1841), che mise subito sotto pressione lo schieramento avversario. Anche se Ringgold fu mortalmente ferito da una palla di cannone che gli spappolò entrambe le gambe, ma rifiutando di essere portato via dal campo di battaglia (spirerà tre giorni più tardi a Port Isabel), i suoi bene addestrati artiglieri non solo colpirono diversi pezzi nemici, ma iniziarono a infliggere pesantissime perdite alle compatte formazioni avversarie, decimate da <em>shrapnel </em>e palle di cannone piene o esplodenti. Una singola granata massacrò una banda reggimentale, con effetti demoralizzanti sugli uomini di Arista, che non si sentivano sostenuti dalla loro artiglieria.<br />
La sezione di Ringgold, una volta rafforzata dai 2 cannoni pesanti da 18 libbre (meno maneggevoli) concentrò il tiro contro l’ala sinistra messicana, costringendo Arista a lanciare una prematura carica di cavalleria, non adeguatamente sostenuta dall’artiglieria. Giunto a 50 metri dal nemico, Torrejon si trovò di fronte a un solido quadrato formato dal 5° Reggimento e da 3 cannoni, finendo sotto un infernale fuoco ravvicinato di moschetti e cartocci di mitraglia, che prima lo spinsero a tentare un attacco verso il campo nemico, quindi a ripiegare verso le linee messicane con pesanti perdite. Verso le 16 il fuoco continuo dell’artiglieria americana provocò un incendio nella pianura riarsa dal sole, e Arista e Taylor ne approfittarono per far avanzare le proprie fanterie coperte dal fumo, mentre gli artiglieri delle due parti, esausti, si rifocillavano e rassettavano i cannoni arroventati. Dopo circa un’ora, il combattimento riprese con un nuovo assalto della cavalleria messicana contro l’ala destra avversaria, stroncato da un contrattacco lanciato dalle riserve di Taylor; contemporaneamente, una batteria messicana si portava a 400 metri dalle linee nemiche investendo in maniera efficace la posizione di Taylor, che fu costretto a far arretrare i suoi pezzi. Ora Arista poteva giocare la sua ultima carta: con l’attenzione del nemico concentrata altrove e la visuale ancora ostacolata dal fumo provocato dall’incendio, l’ala destra messicana iniziò a ruotare in avanti con l’obbiettivo di aggirare il fianco sinistro americano. Tuttavia quando i messicani stavano per investire l’8° Fanteria, 3 pezzi da 6 libbre aprirono un fuoco infernale decimando i ranghi degli attaccanti, e coprendo i propri fanti, che rettificarono lo schieramento per far fronte alla minaccia, coperti dai dragoni. Giunti a 300 metri di distanza cavalleggeri e cacciatori messicani furono centrati da un fuoco infernale, e cedettero di schianto ritirandosi nel panico. Al centro tuttavia Arista riprese in mano la situazione; i suoi uomini erano quasi tutti veterani &#8211; e chi non lo era, e sopravvisse, lo divenne quel giorno: e se verso le 19 ordinò di ripiegare, lo fece perché era a corto di munizioni, e con gli uomini esausti. La giornata era di Taylor, che aveva perso meno di 60 uomini, e che respinse la proposta di attaccare di notte il campo messicano. Arista d’altra parte aveva sì subito perdite pesanti (circa 700 caduti, soprattutto per mano dell’artiglieria avversaria), ma era deciso a riprendere la battaglia quanto prima.</p>
<div id="attachment_14806" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="https://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2025/04/7-Il-generale-Zachary-Taylor-1784-1850-vincitore-delle-prime-battaglie-contro-i-messicani-nel-maggio-1846.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-14806" alt="Il generale Zachary Taylor" src="https://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2025/04/7-Il-generale-Zachary-Taylor-1784-1850-vincitore-delle-prime-battaglie-contro-i-messicani-nel-maggio-1846-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Il generale Zachary Taylor</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>All’alba del 9 maggio, infatti, Arista ordinò</strong> all’armata di ripiegare di 5 miglia, su un terreno che reputava meno favorevole all’eccellente impiego dell’artiglieria avversaria, presso la località di Resaca de la Palma, caratterizzata da basse collinette boscose, e attraversata da un torrente in secca – appunto detto <em>resaca </em>- molto profondo e le cui rive erano ricoperte da una fitta vegetazione. Arista e il suo staff scelsero con cura la posizione su cui schierare le truppe, che nel frattempo erano state rafforzate dalle unità impegnate ad assediare Fort Texas, portando gli effettivi a circa 4.000 uomini &#8211; Taylor li valutò in 6.000 &#8211; ripianando più che largamente le perdite subite il giorno prima.<br />
Dal canto suo, Taylor era deciso ad inseguire il nemico, e dopo un breve consiglio di guerra fece erigere un terrapieno a difesa dell’accampamento e dei carri logistici, per poi mettersi in marcia lungo la strada per Matamoros, preceduto da uno squadrone di dragoni e dal battaglione dei cacciatori del 4° Reggimento di fanteria, sostenuti da una sezione di artiglieria. Dietro seguiva il grosso; in effetti Taylor stava avanzando contro una solida posizione difensiva nemica con una forza inferiore di oltre la metà rispetto a quella di Arista, poiché escludendo i circa 60 caduti del giorno precedente e le truppe lasciate a difesa dei carri (in tutto 400 uomini, ossia uno squadrone di dragoni, il battaglione misto e ben 5 pezzi, compresi i due da 18 libbre) la piccola armata del generale statunitense contava appena 1.800 effettivi, sempre suddivisi in due brigate: la 1<sup>a</sup> di Belknap (reggimenti 4° e 8°) e la 2<sup>a</sup> di Twiggs (reggimenti 3° e 5°, più i dragoni). L’azzardo era notevole, ma Taylor confidava nella solidità dei propri soldati, col morale alle stelle dopo il successo del giorno precedente, e nella superiorità di armi ed equipaggiamenti, anche se la perdita di Ringgold e l’aver lasciato a Palo Alto parte del suo già magro parco d’artiglieria, indebolivano la potenza di fuoco del piccolo contingente a stelle e strisce.<br />
Avvicinatosi a Resaca e con un quadro della situazione chiaritogli dagli esploratori, Taylor assunse quindi una formazione molto prudente: in testa alla colonna schierò gli schermagliatori, che avrebbero dovuto attirare il fuoco messicano scoprendo le posizioni nemiche. Subito dietro avanzavano su due colonne affiancate i fanti del 3° e del 5° Reggimento, con l’artiglieria al centro e il 4° Fanteria a sostegno. Poi lo squadrone di dragoni, e infine l’8° Reggimento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dal canto suo, Arista aveva schierato</strong> il grosso della fanteria lungo la riva settentrionale del fiume in secca: il 2° Reggimento (fanteria leggera) in avanti, lungo la strada per Matamoros, sostenuto da una batteria e con l’ordine, una volta entrato in contatto col nemico, di ripiegare sulla linea principale tenuta &#8211; da sinistra a destra &#8211; dai reggimenti di linea 6°, 10°, 2° e 1°, e con al centro il battaglione zappatori. Lungo la riva sud della <em>resaca </em>si trovava invece una seconda linea formata dal 4° Reggimento di linea, dal battaglione della milizia costiera di Tampico, e dal grosso dell’artiglieria, mentre tutta la cavalleria presidiava una terza linea di riserva, più arretrata.<br />
I reparti di Taylor avanzarono con prudenza, coprendosi a vicenda: la sezione d’artiglieria aveva l’ordine di aprire subito il fuoco contro i punti deboli della linea avversaria che, una volta individuati e battuti dal fuoco dei cannoni, sarebbero stati attaccati dalla cavalleria e dalla fanteria leggera. Ma Arista aveva scelto bene il terreno, le cui asperità portarono la formazione americana &#8211; già ridotta all’osso &#8211; a sfilacciarsi: verso le 15 l’avanguardia degli schermagliatori perse il contatto con la propria artiglieria, mentre la fanteria leggera messicana ne approfittò per infiltrarsi e aprire un fuoco efficace contro gli attaccanti, sostenuta da un paio di cannoni. La battaglia di Resaca de la Palma era iniziata, e questa volta la bilancia sembrava pendere a favore dei messicani anche se, nonostante le forti perdite, la fanteria leggera americana riuscì a respingere il nemico, andando però a urtare contro la principale linea nemica. A questo punto entrambi i comandanti lanciarono un attacco di cavalleria con l’obbiettivo di neutralizzare l’artiglieria avversaria: gli squadroni messicani tentarono di catturare i 3 pezzi da 6 libbre del tenente Ridgely (che aveva sostituito il morente Ringgold), allontanatosi dalla protezione della fanteria di linea. Gli artiglieri statunitensi aprirono però un infernale fuoco a mitraglia, che respinse la carica nemica, anche se finirono per cadere sotto il tiro dei pezzi messicani della prima linea. Taylor allora ordinò ai dragoni di caricare a loro volta la batteria nemica, ma anche quest’attacco fallì.</p>
<div id="attachment_14808" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="https://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2025/04/Resaca.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-14808" alt="La battaglia di Resaca" src="https://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2025/04/Resaca-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>La battaglia di Resaca</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Toccava alla fanteria americana decidere la giornata.</strong> I soldati del 4° e dell’8° avanzarono sul terreno rotto dalla boscaglia contro il fianco destro nemico, e dopo averlo bersagliato con alcune raffiche di moschetteria lo urtarono con una carica alla baionetta, frantumando la linea messicana dopo una mischia selvaggia. Contemporaneamente, sulla propria destra, mentre i fanti del 3° Reggimento e l’artiglieria di Ridgely esercitavano una forte pressione frontale sulla sinistra messicana, il <em>4<sup>th</sup> Infantry</em> trovò un sentiero nella zona paludosa, iniziando ad aggirare il fianco sinistro nemico. Arista venne avvisato di quanto stava accadendo e si portò verso il lato minacciato con il 4° Reggimento di linea; ma la compagnia di testa americana aveva già respinto i miliziani di Tampico e catturato un cannone, che fu usato per respingere due contrattacchi messicani. <em>“Siamo presi di fianco” </em>è uno di quegli allarmi che un esercito non vuol mai sentir gridare sul campo di battaglia: la formazione messicana, già in difficoltà sulla propria destra, cedette di schianto, e questa volta Arista non riuscì a mantenerne il controllo. Il crollo della linea messicana fu tanto rapido, e la fuga dei soldati così repentina, che non solo Taylor catturò l’accampamento avversario, ma risultò altresì inefficace l’inseguimento del nemico lanciato dai dragoni e dalla fanteria leggera.<br />
Le battaglie combattute l’8 e 9 maggio 1846 rappresentarono così un notevole successo per lo US Army: il primo ottenuto contro forze regolari avversarie, dopo la non troppo brillante prova fornita nella guerra del 1812-1815. Lo scontro di Resaca de la Palma completò inoltre con una decisiva vittoria sull’Armata messicana il lavoro rimasto incompiuto il giorno prima a Palo Alto, quando il successo di Taylor era stato soprattutto tattico. La giornata del 9 maggio invece consentì al comandante americano (promosso al grado di maggiore generale) non solo di rompere l’assedio a Fort Texas <a title="" href="#_ftn2">[2]</a> e di portare avanti il suo treno logistico, ma di avanzare verso Matamoros, occupata dopo una breve scaramuccia sul Rio Grande il 18 maggio, sancendo l’invasione del territorio messicano. La vittoria aveva inoltre dimostrato la superiorità del piccolo contingente americano, meglio armato, equipaggiato e addestrato, e i cui reparti di manovra (compagnie, battaglioni e anche reggimenti) erano al comando della prima generazione di ufficiali usciti da West Point, di età compresa tra i 25 e 50 anni e veterani di alcuni importanti conflitti combattuti contro i nativi tra il 1832 e il 1842. Anche le riforme tattiche introdotte nel precedente decennio (e particolarmente quelle studiate per l’artiglieria dallo sfortunato Ringgold) si erano dimostrate efficaci per battere un esercito di forza doppia, e composto da un buon numero di veterani: gli statunitensi avevano inoltre dimostrato di saper meglio coordinare i vari reparti di fanteria, cavalleria e artiglieria, mentre i messicani, coraggiosi e determinati nell’attacco, restavano carenti &#8211; oltre che per il materiale impiegato &#8211; nel coordinamento tattico e nell’azione di comando.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il bilancio dei due giorni di battaglia parlava chiaro.</strong> Anche se le fonti non concordano, i messicani avevano perso più di 1.200 uomini, tra morti, feriti e prigionieri, compreso il generale Diaz de la Vega, comandante la 2<sup>a</sup> Brigata, poi scambiati con Thornton e i suoi uomini: complessivamente, un quinto dell’intero <em>Ejército del Norte</em>, e circa un terzo delle forze impegnate in combattimento. Taylor invece, che si era impadronito anche di 474 moschetti, 8 cannoni, diverse bandiere e del bagaglio personale di Arista, comprendente la sua corrispondenza e un prezioso servizio in argento, lamentava 54 morti e 145 feriti: il 9% della forza impegnata. A Resaca le perdite erano state soprattutto causate dall’iniziale e confusa battaglia tra avanguardie, e poi dalla sanguinosa mischia corpo a corpo sul fianco destro messicano: tra i giovani tenenti di prima nomina usciti da West Point, uno di quelli diplomatisi col corso del 1843 descrisse nelle sue memorie (redatte 30 anni più tardi) che accanto a lui un uomo era stato ucciso da una cannonata, e che <i>“le schegge del suo fucile, il suo cervello e le sue ossa buttarono giù altri due o tre soldati”</i>, mentre un altro proiettile <i>“portò via tutta la mascella inferiore al capitano Page sfondandogli il palato”</i>. Erano le prime, terribili esperienze sotto il fuoco di Ulysses S. Grant, che più tardi avrebbe condotto le sue armate, durante la guerra civile americana, senza badare al costo e alle perdite.<em>(fine)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><b> </b></p>
<div><strong><em><span style="color: #808080;">Note</span></em></strong></div>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> Il 20 giugno 1846 fu promosso brigadier generale per il comportamento dimostrato nelle battaglie di maggio.<br />
<a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> Ribattezzato Fort Brown dopo la morte del comandante della guarnigione, il maggiore Jacob Brown (odierna Brownsville). La guarnigione americana resistette a un assedio protrattosi dal 3 al 9 maggio 1846, perdendo oltre a Brown solo un altro soldato, contro i circa 200 caduti tra messicani.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">·</span></p>
</div>
<div>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em><br />
</strong>J.K. Bauer, <em>The Mexican War, 1846-1848</em>, Macmillan, 1974<br />
R. Chiavarini, <em>Verso un manifesto destino</em>, Odoya 2023<br />
G. Da Frè,<em> Caudillos e corazzate</em>, Magenes Editore, prossima pubblicazione<br />
W. DePalo, <em>The Mexican National Army 1822-1850</em>, Texas A&amp;M University Press, 2004<br />
P.I. Taibo, <em>Alamo</em>, Tropea Editore, 2012</p>
</div>
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		<title>LAMPI SUL RIO GRANDE (1)</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Apr 2025 06:16:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Giuliano Da Frè - &#160; Le tensioni tra Stati Uniti e Messico sulle rive del Rio Grande sono vecchie di almeno due secoli: ma quando il Texas era messicano e si popolava di un numero sempre maggiore di “yankees”, le vicende erano decisamente diverse da quelle cui assistiamo oggi. &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Giuliano Da Frè -</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Le tensioni tra Stati Uniti e Messico sulle rive del Rio Grande sono vecchie di almeno due secoli: ma quando il Texas era messicano e si popolava di un numero sempre maggiore di “yankees”, le vicende erano decisamente diverse da quelle cui assistiamo oggi. </strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><b> </b></p>
<p style="text-align: justify;"><b> </b></p>
<div id="attachment_14702" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="https://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2025/03/3-Una-mappa-della-guerra-tra-Messico-e-Stati-Uniti-del-1846-1848.png"><img class="size-thumbnail wp-image-14702" alt="Mappa della guerra tra Messico e Stati Uniti, 1846-1848" src="https://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2025/03/3-Una-mappa-della-guerra-tra-Messico-e-Stati-Uniti-del-1846-1848-150x150.png" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Guerra tra Messico e Stati Uniti, 1846-1848</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Tra le prime misure prese dal neo Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, va annoverato l’invio di truppe (che potrebbero essere rafforzate con veicoli blindati) al confine col Messico, per impedire l’afflusso incontrollato di migranti.<br />
Misure che già durante la prima presidenza Trump del 2017-2021, avevano creato tensioni tra i due paesi, che dalla costa atlantica – il famoso Golfo del Messico, che tanto per gettare altra benzina sul fuoco il nuovo presidente ha ribattezzato Golfo d’America – a quella del Pacifico, condividono una frontiera lunga quasi 3.150 km, per circa due terzi segnata dal bacino del Rio Grande (per i messicani, Rio Bravo del Norte).<br />
Proprio sulle sue sponde, tuttavia, 180 anni fa si giocò tra Stati Uniti e Messico una partita ben più sanguinosa.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Lone Star e “Destino manifesto”</b></h3>
<div id="attachment_14703" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="https://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2025/03/5-Allegoria-della-dottrina-del-Destino-manifesto-che-giustificava-lespansione-degli-Stati-Uniti-nel-XIX-secolo.jpg"><img class=" wp-image-14703 " alt="Allegoria della dottrina del &quot;Destino manifesto&quot;." src="https://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2025/03/5-Allegoria-della-dottrina-del-Destino-manifesto-che-giustificava-lespansione-degli-Stati-Uniti-nel-XIX-secolo.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Allegoria della dottrina del &#8220;Destino manifesto&#8221;.</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Ai nostri giorni, è il flusso di migranti dal Messico, a innescare le tensioni con Washington. Eppure esattamente due secoli fa, il “traffico” andava in direzione opposta. Infatti, dopo che nel 1821 il Messico ebbe proclamato l’indipendenza dalla Spagna, oltre trecento famiglie di coloni provenienti da Tennessee, Louisiana e Missouri (aree all’epoca colpite da una grave crisi economica <a title="" href="#_ftn1">[1]</a>) e guidate da Moses e Stephen Austin, proprietari di una miniera fallita, si insediarono in una regione del Texas compresa tra i fiumi Brazos e Colorado, fondandovi alcuni centri urbani come San Felipe e Gonzales. La guerra con gli spagnoli non si era ancora conclusa, e indios e briganti effettuavano sanguinose scorrerie, che il nuovo governo non aveva i mezzi per affrontare: così fu permesso ai circa 2.500 coloni <em>yankee </em>di formare una milizia locale, mentre nel 1825 la loro posizione fu legalizzata. Tuttavia, i crescenti legami economici tra le colonie texane e gli Stati Uniti, e l’aggiramento delle leggi messicane in materia di conversione al cattolicesimo e relative alla schiavitù, abolita in Messico con la Costituzione del 1824 e da una successiva legge del 1829 <a title="" href="#_ftn2">[2]</a>, provocò crescenti tensioni; alimentate dalla proposta statunitense di acquistare quei territori, come già avvenuto nel 1803 e nel 1819, acquistando da Napoleone la Louisiana (già parte dell’Impero spagnolo), e dalla Spagna la Florida – e come ora Trump si propone di fare con la Groenlandia.<br />
Nel decennio successivo, la presenza di coloni nordamericani in Texas crebbe a dismisura, e nel 1834 un censimento stimava, su una popolazione di 36.000 residenti, 15.400 statunitensi e 2.000 schiavi di colore, contro appena 3.600 cittadini messicani. Inoltre, accanto ai coloni guidati dagli Austin, iniziarono a fare la propria comparsa in Texas speculatori desiderosi di fare da (non certo onesti) sensali tra le corrotte autorità locali e una massa di persone in cerca di facili fortune.<br />
L’aggravarsi dell’instabilità interna del Messico, e la crescente forza di un partito estremista desideroso di gestire il potere in Texas in maniera autonoma, sfociarono infine in disordini, come quando nel giugno 1832 contrabbandieri <em>yankee </em>e doganieri si spararono addosso nel porto texano di Anàhuac. Un anno più tardi, Stephen Austin chiese al governo messicano di creare uno stato del Texas con ampia autonomia, nell’ambito della federazione nazionale. Deciso a stroncare instabilità e rivolte, l’ambizioso generale Antonio Lopez de Santa Anna, che nel 1825 aveva scacciato da Veracruz l’ultima guarnigione spagnola, e stroncato un tentativo degli ex padroni di Madrid di riconquistate Tampico, nel 1829, dopo aver per anni manovrato i partiti avversi liberale e conservatore, aveva preso il potere con la forza. Di fronte al crescere delle crisi interne, nell’aprile 1834 il <em>Caudillo </em>fu costretto ad allearsi al partito conservatore, che chiedeva la riduzione dell’autonomia locale a favore di un forte potere centrale. Le trattative con i texani furono subito interrotte, mentre le guarnigioni nella regione venivano rafforzate: la linea moderata di Austin (più tardi arrestato) venne allora a sua volta scalzata dalla fazione decisa a proclamare l’indipendenza, anche con le armi.<br />
La guerra di indipendenza del Texas, iniziata quando il 20 giugno 1835 un gruppo di coloni occupò il porto di Anhuàc, e segnata dall’epopea di Alamo – sorta di Termopili texana, gonfiata a dismisura dalla stampa popolare e, soprattutto, da Hollywood <a title="" href="#_ftn3">[3]</a> &#8211; in realtà non durò molto. Esaltato dalla distruzione delle guarnigioni ribelli di Alamo e Goliad, che costarono ai texani quasi 700 morti, ma preoccupato da un possibile intervento statunitense, Santa Anna abbandonò la sua tradizionale e astuta prudenza. Per eliminare ciò che restava dell’armata ribelle – 750 miliziani armati con 2 soli cannoni, ma ben provvisti di fucili a lunga portata – avanzò rapidamente verso nord, costringendo il condottiero texano Sam Houston (veterano della guerra del 1812 e delle campagne contro i nativi, ex governatore del Tennessee), ad abbandonare la città di Harrisburg, e la stessa “capitale” texana di “Washington sul Brazos”. Con una logistica disastrosa, e la sua piccola armata ridotta da 6.000 soldati a soli 600, da diserzioni, scelte strategiche sbagliate, e dalle perdite subite ad Alamo, Santa Anna giunse rapidamente sul fiume San Jacinto, unendosi a una colonna guidata dal cognato, l’incapace generale Cos. Qui fu assalito di sorpresa da Houston, che travolse i messicani, accampatisi senza predisporre difese e sentinelle, in una battaglia durata nemmeno 20 minuti, e conclusasi con l’annientamento delle forze di Santa Anna, che contarono 630 morti e 730 prigionieri, contro meno di 40 caduti tra i texani. Fu catturato anche lo stesso Santa Anna, in fuga travestito da soldato semplice, e che passò un bruttissimo quarto d’ora, coi miliziani che volevano linciarlo al grido “Ricordati di Alamo”: toccò a Houston, ferito nello scontro, e soldato e politico scaltro, salvarlo da un’impiccagione sommaria, strappandogli una dichiarazione con la quale il <em>Caudillo </em>riconosceva l’indipendenza del Texas.<br />
Tuttavia, il governo succeduto a Santa Anna non riconobbe il Trattato di Velasco, né la nascita del Texas; e nei mesi successivi si riaccese la guerriglia lungo le mal tracciate frontiere, e anche in mare, sino a quando la piccola flottiglia texana non fu quasi annientata, e quella messicana andò perduta durante la cosiddetta “guerra dei pasticcini” del 1838-1839 con la Francia. Nel 1840, il Texas, sia attraverso iniziative ufficiali, sia per mano di bande di irregolari, tentò di approfittare dell’instabilità messicana, per strappare al vicino nuovi territori. Ma grazie alle sue imprese contro i francesi installatisi a Veracruz, il generale Santa Anna era tornato al potere, con una gamba in meno – strappatagli da una cannonata – ma con l’ambizione di ribaltare l’esito di San Jacinto: si accese quindi, tra 1841 e 1844, una vera e propria guerra di frontiera, segnata dalle incursioni lanciate attraverso il Rio Grande dalle forze rivali, mentre il Messico acquistava in Inghilterra 2 moderne pirocorvette a ruote, una delle quali con scafo in ferro, armate entrambe con artiglierie di nuovo modello, e considerate tra le più sofisticate unità militari dell’epoca. I messicani arrivarono a rioccupare Alamo e Goliad, ma solo simbolicamente, essendo stati ben presto costretti a ripiegare, mentre nel 1842 furono i texani a occupare, altrettanto brevemente, Laredo e Guerrero. Anche in mare, gli scontri avvenuti presso Campeche nella primavera del 1843 furono inconcludenti, nonostante la superiorità delle navi messicane, poi vendute alla Spagna, essendo troppo costoso il mantenerle.<br />
La guerra stessa andava spegnendosi, e un armistizio fu siglato il 15 febbraio 1844 tra il <em>Caudillo </em>e Sam Houston, nel frattempo eletto presidente del Texas, la cui legittimità non veniva tuttavia riconosciuta. D’altra parte, nel novembre 1844 Santa Anna fu rovesciato dall’ennesima sollevazione, e costretto a fuggire all’Avana.<br />
Sino a quel momento, il governo di Washington non si era intromesso apertamente nella questione texana, pur appoggiando prima gli insorti, e poi la giovane <em>Lone Star Republic</em>, di cui nel 1837 riconobbe l’indipendenza. Tuttavia le tensioni col Messico erano andate crescendo, soprattutto con l’inizio della presidenza di <a href="https://www.storiain.net/storia/tutto-e-niente-i-vice-presidenti-degli-stati-uniti-1/">John Tyler, succeduto nell’aprile 1841 al leader <em>whigh </em>William Harrison</a>, morto ad appena un mese dall’insediamento alla Casa Bianca. Per rafforzare la propria posizione, Tyler cavalcò alcuni temi popolari, come l’espansione territoriale e l’annessione del Texas, e durante il secondo conflitto tra texani e messicani, l’appoggio nordamericano divenne palese, tanto da provocare diversi incidenti, mentre nell’ottobre 1842 unità della US Navy occupavano Monterey in California. Nonostante si fosse trattato di un malinteso, l’azione dimostrava chiaramente quali fossero le reali mire degli Stati Uniti, anche in altre regioni dominate dal Messico. Mire in effetti sancite da una crescente propaganda, alimentata dal diffondersi dopo il 1840 della stampa popolare, che con un penny a copia (da qui la definizione di <em>penny press</em>), se da un lato contribuiva al diffondersi della democrazia partecipativa e dell’alfabetizzazione, dall’altra veicolava populismo, demagogia e pregiudizi, spesso superando il confine che divide informazione e disinformazione.<br />
Virulente campagne di stampa in quegli anni appoggiarono proprio l’espansione degli Stati Uniti, intesa come missione affidata dalla Provvidenza alla giovane e vigorosa Repubblica. Fu il giornalista John O’Sullivan, a dare sin dal 1839 una forma coerente a questa dottrina, detta del “Destino manifesto” (<em>Manifest Destiny</em>), che indicava quali obbiettivi dell’inevitabile espansione americana l’Oregon, i territori del nord-ovest messicano (Nuovo Messico e California), e il Texas e il Golfo del Messico a sud <a title="" href="#_ftn4">[4]</a>.<br />
“Destino manifesto” e “febbre dell’Oregon” divennero presto i temi caldi delle contese elettorali: e nel 1844, dopo che il Congresso aveva bocciato una prima proposta di annettere Oregon e Texas, vinse le elezioni presidenziali James K. Polk, energico leader dell’élite sudista e schiavista degli “Stati del cotone”, che volevano l’annessione del Texas. Appena eletto, Polk chiarì subito ai suoi ministri quali fossero gli obbiettivi in politica estera: accogliere nell’Unione l’Oregon (risolvendo la disputa di confine con il Canada inglese <a title="" href="#_ftn5">[5]</a>) e il Texas, e trattare col Messico l’acquisto dei territori nord-occidentali. Nei confronti della potente Gran Bretagna, Polk agì per via diplomatica, e il 15 giugno 1846 siglò il Trattato dell’Oregon; ma col Messico il nuovo presidente non avrebbe avuto scrupoli.</p>
<h3 style="text-align: justify;">“<b>Sangue americano su suolo americano”</b></h3>
<div id="attachment_14704" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="https://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2025/03/6-James-K.-Polk-1795-1849-eletto-presidente-degli-USA-nel-1844-nel-1846-dichiarava-guerra-al-Messico.jpg"><img class=" wp-image-14704 " alt="James K. Polk, presidente USA che nel 1846 dichiarò guerra al Messico." src="https://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2025/03/6-James-K.-Polk-1795-1849-eletto-presidente-degli-USA-nel-1844-nel-1846-dichiarava-guerra-al-Messico.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>James K. Polk, presidente USA che nel 1846 dichiarò guerra al Messico.</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Già il 28 febbraio 1845, una settimana prima dell’insediamento di Polk, il Congresso aveva mutato idea sull’annessione del Texas: che, dopo il voto anche del parlamento texano (4 luglio) e un referendum (13 ottobre), aggiunse la sua “stella solitaria” a quelle già presenti sulla bandiera americana (29 dicembre 1845). Il Messico non si limitò a protestare, e ruppe i rapporti diplomatici con gli Stati Uniti, che il 15 giugno 1845 reagirono inviando a “proteggere” il nuovo confine texano 4.000 soldati, agli ordini del generale Zachary Taylor, inquadrati nel cosiddetto <em>Army of Observation</em> <a title="" href="#_ftn6"><b>[6]</b></a>.<br />
L’opzione militare si trovava sin dall’inizio nei piani di Polk, soprattutto perché, con l’annessione del Texas, gli Stati Uniti ereditavano la grana delle frontiere, mai fissate dopo il 1836: il governo texano infatti rivendicava – in base al contestato trattato strappato a Santa Anna &#8211; il Rio Grande quale confine, mentre in Messico, pur non riconoscendo la secessione, si riteneva che la linea di demarcazione corresse più a nord, lungo il fiume Nueces.<br />
Polk tuttavia guardava anche ad Ovest, ai già citati territori del Nuovo Messico e della California, la cui annessione &#8211; in aggiunta a quella dell’Oregon &#8211; avrebbe sancito la corsa al Pacifico, che a metà Ottocento stava ormai coinvolgendo diverse potenze europee, con nel mirino anche Cina e Giappone. Per evitare il rischio che fossero Londra o Parigi a occupare la poco difesa California, sin dal 24 giugno 1845 (nove giorni dopo aver ordinato al generale Taylor di entrare in Texas) Polk chiese alla US Navy di prepararsi a prendere il controllo di San Francisco, non appena fosse scoppiata un’eventuale guerra col Messico. Nell’interno del paese, sfruttando una situazione simile a quella creatasi in Texas 10 anni prima, fu appoggiata la volontà di staccarsi dal Messico dei circa 7.000 coloni <i>yankee</i> già insediatisi in California, inviando una spedizione guidata dal capitano John Charles Frémont, un ufficiale del genio topografico, esploratore e naturalista, che già negli anni precedenti aveva contribuito a tracciare la via verso l’Oregon. Con una sessantina di uomini scelti e il noto <i>scout</i> Christopher “Kit” Carson quale guida, giunto a Monterey Frémont aizzò i sentimenti di rivolta che covavano in California, sfociati un anno più tardi nella cosiddetta <em>Black Flag Revolt.<br />
</em>Il vero terreno di confronto era tuttavia il Texas, con le sue frontiere sempre più “calde”. Polk tentò di alternare bastone e carota, carcando di far leva sul fatto che il Messico era indebitato fino al collo: anche Washington vantava crediti per oltre 3 milioni di dollari, il cui rimborso era da tempo sospeso. Ma una piattaforma diplomatico-economica, incentrata sulla cancellazione dei debiti contratti, in cambio del riconoscimento del Rio Grande quale nuova frontiera tra i due paesi, e della cessione del Nuovo Messico per 5 milioni di dollari, cui aggiungere una eventuale cessione della California, arrivando ad offrire fino a 40 milioni di dollari, cozzò con l’orgoglioso patriottismo (oggi si direbbe sovranismo…) della litigiosa leadership messicana, che non voleva passare per “debole” verso gli <em>yankee</em>, davanti a un’opinione pubblica ancora limitata, ma decisamente nazionalista ed eccitabile, che scese più volte in piazza per manifestare. Tensioni che, in pochi mesi, portarono al potere, con le buone o le cattive, ben quattro presidenti, sino alla rivolta militare del generale Mariano Paredes, il 30 dicembre 1845, che subito interruppe le trattative con gli Stati Uniti.<br />
A questo punto, il 13 gennaio 1846 Polk ordinò al generale Taylor di oltrepassare il fiume Nueces, occupando la contestata riva settentrionale del Rio Grande. L’<em>Army of Observation</em> di Taylor comprendeva 3.922 effettivi, cui si aggiungevano i <em>Texas Ranger</em> e alcune unità della milizia texana, e rappresentava all’epoca circa la metà dell’intero Esercito americano, sparpagliato in decine di guarnigioni. Taylor, un generale di 62 anni veterano della guerra del 1812, e che alla testa dei reparti impegnati in Florida aveva contribuito alla sconfitta dei Seminole, aveva ben addestrato la sua piccola “armata”. Poco attento alle apparenze e bestemmiatore inveterato (era conosciuto col soprannome di <em>Old Rough and Ready</em> &#8211; “Il vecchio rude e pronto”), avrebbe rapidamente eseguito gli ordini, che per arrivare da Washington dovevano viaggiare almeno per 15-20 giorni. Tempi già accorciati, rispetto alla guerra del 1812, grazie all’introduzione di naviglio a vapore, ferrovie, e delle prime reti telegrafiche, attivate dal maggio 1844. Eppure, come era accaduto durante il conflitto con l’Inghilterra, quando la notizia della firma di un trattato di pace, avvenuta il 24 dicembre 1814, giunse a New Orleans dopo che le truppe americane vi avevano ottenuto una sanguinosa e decisiva vittoria (8 gennaio 1815), anche lo scoppio della guerra col Messico sarebbe stato vissuto su due piani, politico e militare, sfalsati.<br />
Completati i preparativi logistici, l’8 marzo 1846 Taylor aveva infatti iniziato il trasferimento delle sue forze sul Rio Grande. L’avanzata era rallentata dalla presenza di 307 carrette logistiche, ma non incontrò opposizione, nonostante la presenza di pattuglie di cavalleria messicane, che si ritirarono all’avvicinarsi degli invasori. Il grosso dei materiali e i rifornimenti furono sbarcati a Port Isabel, alla foce del Rio Grande, difesi dalle navi da guerra della US Navy, e da un contingente di marines, presto raggiunti da reparti di cavalleria e dal convoglio logistico di Taylor.<br />
Entro il 23 marzo l’<em>Army</em> <em>of</em> <em>Observation</em> era pertanto schierato davanti alla città messicana di Matamoros, sita sulla sponda meridionale del fiume. Per far capire che non intendeva accettare provocazioni, Taylor diede immediatamente avvio alla costruzione di una solida piazzaforte capace di accogliere sino a 2.000 uomini, protetta da bastioni e terrapieni, circondati da un fossato. La fortezza, eloquentemente ribattezzata Fort Texas, puntava 4 cannoni da 18 libbre contro Matamoros.<br />
Il generale messicano Pedro de Ampudia, comandante dell’<em>Ejercito</em> <em>del Norte</em>, non rimase a guardare: mentre concentrava i reparti ai suoi ordini, fortificando Matamoros, intimò a Taylor di ripassare il Nueces, ma senza spingersi oltre, conscio delle carenze dell’Esercito messicano, più numeroso di quello avversario, ma scarsamente equipaggiato, e con fucili e cannoni per lo più obsoleti. La situazione stava però per precipitare: il 23 aprile Taylor chiuse alla navigazione il Rio Grande, tagliando così la linea dei rifornimenti per Matamoros e alzando il livello della tensione. Due giorni più tardi, mentre seduto alla sua scrivania, Polk stava scrivendo un messaggio straordinario indirizzato al Congresso, al quale chiedeva di dichiarare guerra alla Repubblica Messicana, argomentando che il mancato pagamento dei debiti verso gli Stati Uniti, e la rottura delle trattative, erano già da considerarsi un <em>casus belli</em>, lungo il confine sempre più caldo la parola passò per la prima volta alle armi. Era infatti arrivato a Matamoros il generale Mariano Arista, nominato nuovo comandante dell’<em>Ejercito del Norte</em>, e latore di ordini mirati a creare qualche incidente, che giustificasse la dichiarazione di guerra agli Stati Uniti: proprio quanto occorreva a Polk per superare le opposizioni interne <a title="" href="#_ftn7">[7]</a>.<br />
Taylor aveva affidato agli esperti <em>Texas Ranger</em> l’attività di pattugliamento, ma i 76 uomini disponibili non bastavano: l’unità fu rafforzata con squadroni regolari di cavalleria, e fu uno di questi, con 63 dragoni e un distaccamento di ranger agli ordini del capitano Seth Thornton, a essere attaccato da 600 cavalleggeri messicani, mentre la mattina del 25 aprile 1846 pattugliava la sponda nord del Rio Grande, 16 miglia a monte di Fort Texas. L’imboscata costò a Thornton 16 morti, e il capitano fu costretto alla resa da forze 10 volte superiori <a title="" href="#_ftn8">[8]</a>. Il giorno successivo furono attaccati anche i <em>Texas Rangers</em>, con altre perdite. Queste scaramucce dovevano avere tuttavia una vasta eco: la mattina del 9 maggio Polk aveva infatti riunito i suoi ministri, per discutere della dichiarazione di guerra; ma le opinioni sul da farsi non erano state unanimi, tanto che alle 14 la seduta fu sospesa, senza aver sciolto i dubbi di chi avrebbe preferito che fossero i messicani a sparare il primo colpo. Alle 18 giunsero però alla Casa Bianca i dispacci coi quali Taylor informava il governo di quanto accaduto il 25 aprile: alle 19.30 i ministri erano di nuovo riuniti, e questa volta anche le “colombe” si unirono a chi chiedeva la guerra. L’11 maggio, il messaggio di Polk fu letto al Congresso: <i>“La coppa della tolleranza si è esaurita, e dopo reiterate minacce il Messico ha varcato i confini degli Stati Uniti, ha invaso il nostro territorio e ha versato sangue americano sul suolo americano”.</i> Con un capolavoro di retorica, e una sfacciata alterazione della realtà (era sì stato versato sangue americano, ma non certo entro i confini legittimi degli Stati Uniti) iniziava una guerra di aggressione che, a un certo punto, avrebbe ventilato addirittura l’ipotesi “imperiale” di conquistare l’intero Messico, per poi puntare all’America Centrale e ai Caraibi, già nel mirino di alcuni movimenti legati alla teoria del “Destino manifesto”. Poche d’altronde le voci levatesi contro la guerra, percepita e propagandata come “difensiva”, dopo l’incidente del 25 aprile: a opporsi apertamente a un conflitto bollato come incostituzionale furono in pochi, compreso il giovane deputato dell’Illinois Abraham Lincoln, che (secondo i più) poco patriotticamente attaccò frontalmente Polk, definendo la sua guerra come “malvagia”, ma giocandosi la rielezione, e finendo emarginato dalla politica nazionale per un decennio. Nel frattempo, per citare liberamente lo stesso Lincoln, la “guerra era venuta”, e in quei giorni sul Rio Grande si combatteva duramente…<br />
<em>(continua)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">·</span></p>
<div><strong><em>Note</em></strong></div>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> Il cosiddetto “panico del 1819&#8243;, una crisi creditizia che fece sentire i suoi effetti sino al 1824.<br />
<a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> I coloni trasformarono infatti gli schiavi in lavoranti ingaggiati con contratti della durata di …99 anni.<br />
[<a title="" href="#_ftnref3">3]</a> Dal 1911, quando a portare la vicenda sullo schermo fu il fratello del registra francese Georges Méliès, si contano decine di pellicole cinematografiche e televisive: come la popolarissima serie Disney su Davy Crockett (1955), lo spettacolare kolossal del 1960 firmato da John Wayne, il divertente “Riprendiamoci Forte Alamo!” con Peter Ustinov del 1969, accomunati dal fatto di essere tutti ben poco “storici”, mentre più accurati e onesti risultano “Alamo: 13 giorni alla gloria”, serie tv del 1987, e “Alamo &#8211; Gli ultimi eroi”, del 2004.<br />
<a title="" href="#_ftnref4">[4]</a> Metodi di impiego delle <i>fake-news</i> ancora oggi attuali, seppur con nuovi strumenti di diffusione, e applicati a una situazione opposta; all’epoca era il Messico a doversi difendersi dagli <i>yankee</i>. Da sottolineare che nel suo secondo discorso di inaugurazione, Trump ha evocato anche il “Destino manifesto”.<br />
<a title="" href="#_ftnref5">[5]</a> Che all’epoca includevano anche i territori di Washington e Idaho, elevati a rango di Stati a fine ‘800.<br />
<a title="" href="#_ftnref6">[6]</a> Anche se definirlo “armata” è una palese esagerazione: all’epoca i manuali tattici sottolineavano come, per formare una singola divisione, occorressero 10/14.000 effettivi.<br />
<a title="" href="#_ftnref7">[7]</a> Alcuni incidenti in realtà si erano già verificati, ad opera però di irregolari messicani la cui attività il governo poteva sempre attribuire ai banditi già attivi nella zona di frontiera; in uno di questi scontri, il 10 aprile era caduto il vice-quartiermastro generale dello US Army, colonnello Trueman Cross.<br />
<a title="" href="#_ftnref8">[8]</a> Più tardi liberato grazie a uno scambio di prigionieri, Thornton fu ucciso da una cannonata nella campagna per la conquista di Città del Messico, il 18 agosto 1847.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Per saperne di più<br />
</em></strong>J.K. Bauer, <em>The Mexican War, 1846-1848</em>, Macmillan, 1974<br />
R. Chiavarini,<em> Verso un manifesto destino</em>, Odoya 2023<br />
G. Da Frè,<em> Caudillos e corazzate</em>, Magenes Editore, prossima pubblicazione<br />
W. DePalo, <em>The Mexican National Army 1822-1850</em>, Texas A&amp;M University Press, 2004<br />
P.I. Taibo, <em>Alamo</em>, Tropea Editore, 2012</p>
</div>
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