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	<title>Storia in Network &#187; Zar &#124; Storia in Network</title>
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	<description>Magazine di divulgazione storica</description>
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		<title>1812: LA RUSSIA DAVANTI A NAPOLEONE</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Nov 2023 16:36:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi -   La Russia si era preparata al confronto con l’esercito napoleonico molto meglio di quanto non sia mai stato detto. E condusse la guerra sul suo territorio in modo esemplare. ♦ Nel giugno 1807, l’imperatore Alessandro I, pochi giorni dopo la catastrofica sconfitta di Friedland, è &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><b><i>di Massimo Iacopi -</i></b></p>
<p style="text-align: justify;"><b><i> </i></b></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>La Russia si era preparata al confronto con l’esercito napoleonico molto meglio di quanto non sia mai stato detto. E condusse la guerra sul suo territorio in modo esemplare.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;">Nel giugno 1807, l’imperatore Alessandro I, pochi giorni dopo la catastrofica sconfitta di Friedland, è costretto a prendere la via di Tilsit per negoziare con Napoleone Bonaparte. Il generale corso, apparentemente generoso, gli propone più di una pace, un’alleanza. Ma lo zar entra in questo progetto napoleonico solo perché costretto.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La Russia si prepara alla guerra</b></h3>
<p style="text-align: justify;">A Tilsit l’impero russo sembra aver salvato la sua posizione, ma per Alessandro I non è certo l’ora dell’euforia. Da un lato giudica onerose le condizioni imposte da Napoleone come prezzo per l’alleanza. Lo zar è stato costretto a riconoscere la preminenza francese in Europa centrale e nei Balcani e ad accettare, con la formazione del Granducato di Varsavia, la costituzione di un embrione di stato polacco sotto influenza francese alle sue frontiere, e soprattutto a impegnarsi a rispettare il blocco continentale, proprio mentre l’Inghilterra risulta il primo partner commerciale della Russia. Inoltre, Alessandro è convinto che l’alleanza, contraria agli interessi dell’impero russo, non resisterà alle ambizioni divergenti dei due sovrani.<br />
Un anno più tardi, nell’agosto 1808, poco prima di mettersi in marcia per incontrare Napoleone a Erfurt, Alessandro scrive a sua madre Maria Fiodorovna una lettera esplicita per quanto concerne le sue posizioni: “I nostri interessi ci hanno costretto negli ultimi tempi a concludere una stretta alleanza con la Francia, faremo di tutto per provare a Napoleone la nostra sincerità e la nobiltà del nostro modo d’agire. Occorre che la Francia creda che il suo interesse politico possa coniugarsi con quello della Russia; nel momento in cui essa non avrà più questa convinzione, la Francia vedrà nella Russia solamente un nemico e che sarà suo interesse quello di cercare di distruggerla. […] Se la Provvidenza ha decretato la caduta di questo stato colossale (quello napoleonico), io nutro dubbi sul fatto che ciò possa avvenire all’improvviso, ma anche in questo caso, sembrerebbe più saggio attendere questa caduta e a quel punto assumere dei provvedimenti idonei”.<br />
Leggendo questa lettera, emerge chiaramente che, per Alessandro, l’alleanza con Bonaparte, puramente circostanziale, non si basa su nulla di solido. Gli anni che seguono sono marcati da tensioni e crisi diplomatiche: non si realizzano progressi su nessuno dei diversi contenziosi e con grande danno di San Pietroburgo il Granducato di Varsavia viene persino ingrandito.<br />
In questo contesto, dal 1810-11, Alessandro prepara il suo esercito e la sua linea d’azione in vista del cataclisma che sembra imminente. Durante questi mesi, l’esercito russo viene riorganizzato sotto la guida del ministro della Guerra, feldmaresciallo Michael Andreas Barclay de Tolly. Gli effettivi vengono aumentati in maniera sostanziale e viene migliorata la qualità dell’addestramento. Parallelamente, in seno allo stato maggiore, dopo aver riflettuto sul modo migliore di fronteggiare il “genio militare”, viene abbozzata sin da questo momento la strategia che verrà applicata di fronte al nemico. Sarà rifiutato per quanto possibile di combattere in campo aperto per impedire a Napoleone di ottenere la ricercata vittoria decisiva e si lascerà alla Grande Armée la possibilità di avanzare sempre più lontano verso est, all’interno del territorio russo, al fine di logorarla e spossarla.<br />
Di fronte all’opinione pubblica interna, Alessandro I non resta inattivo. A partire dal 1811-12 egli ristabilisce la censura, incoraggia la pubblicazione di riviste e di pamphlets nazionalisti e antifrancesi e pone nei posti chiave uomini noti per la loro “gallofobia”. E’ il caso del conte generale Fedor Vasilievic Rostopscin, nominato nel marzo 1812 governatore generale della città di Mosca. Per Alessandro I, che teme la seduzione che Napoleone, uomo dell’Illuminismo e della Rivoluzione, potrebbe esercitare sulle aristocrazie russe, si tratta di agire immediatamente per unire l’opinione pubblica in una posizione patriottica e antinapoleonica.<br />
Grazie a una efficace rete di spionaggio a Parigi, Alessandro dispone fino al febbraio 1812 di informazioni militari di prima mano che lo confermano nell’imminenza di un conflitto. Pur tuttavia, pur sapendo che ormai la guerra è inevitabile, l’invasione del giugno 1812 sorprende Alessandro per la sua ampiezza. Sono infatti non meno di 420 mila combattenti che attraversano il fiume Niemen nel giro di una settimana. La Grande Armée napoleonica, l’esercito delle 20 nazioni, aureolata del suo prestigio e della sua esperienza sembra invincibile. E da quel momento Alessandro I e il suo esercito dovranno lottare su tutti i fronti.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La guerra patriottica</b></h3>
<p style="text-align: justify;">La guerra patriottica, come viene chiamata dai Russi, la campagna del 1812, costituisce per una prova terribilmente traumatica e allo stesso tempo un evento fondamentale in termini di identità nazionale. Se il patriottismo russo è nato durante l’invasione polacca del 1612, la prova del 1812 contribuirà alla nascita e al consolidamento di un vero sentimento nazionale. Esso unirà I russi di tutti gli orizzonti e di tutte le classi sociali in uno stessa volontà di respingere l’invasore.<br />
Sul piano strettamente militare, la scelta di ripiegamento volontario, propugnata da Barclay de Tolly si dimostrerà pagante. Avanzando verso città e villaggi I cui magazzini di viveri e di materiali sono stati sistematicamente distrutti o incendiati, la Grande Armée incontra serie difficoltà a rifornirsi e si indebolisce giorno dopo giorno, vittima più di privazioni, di sfinimenti e di epidemie che di combattimenti.<br />
Il 14 settembre Napoleone entra a Mosca con 130 mila uomini. Se si tiene conto dei 100 mila uomini lasciati lungo il percorso per il controllo delle regioni occupate, si può constatare che, a circa un mese e mezzo dall’arrivo del gran freddo, il “generale inverno”, l’esercito napoleonico ha già perduto quasi la metà degli effettivi.<br />
Tuttavia, a breve termine, la strategia del ripiegamento e della “terra bruciata” non trova pieno consenso nei Russi. Essa si scontra, in effetti, con l’incomprensione e la collera dei generali (come il principe Pyotr Ivanovic Bragation, alla guida della Seconda armata) e persino dei semplici soldati, costernati nel dover cedere, senza difenderlo, gran parte del territorio a un nemico che vi semina desolazione. A partire dagli inizi del mese di agosto l’esercito attraversa una crisi acuta. Cresce una violenta ostilità nei confronti di Barclay, comandante in capo della Prima armata.<br />
La “straniero” Barclay de Tolly, scozzese d’origine, viene accusato di fare il gioco e gli interessi di Napoleone: contro di lui si moltiplicano poemi e canzoni feroci. La presa francese di Smolensk (16-17 agosto 1812), che i Russi non riescono a difendere e abbandonano dopo due giorni di combattimenti, contribuisce a gettare il sospetto su Barclay. Tanto più che, per la prima volta dall’inizio della campagna, alle perdite già pesanti (12 mila morti e feriti da parte russa), si aggiungono perdite elevate anche fra i civili. Allorché, il 18 agosto, Napoleone entra a Smolensk, la città non è più che un cumulo di rovine: delle 2.250 case esistenti prima dell’assedio, ne rimangono ancora in piedi 350.<br />
E’ in questo clima di scoraggiamento e di sospetto che il 17 agosto Alessandro nomina il generale Michail Ilanoriovic Kutuzov comandante in capo dell’esercito. Il generale è russo, carismatico ed esperto. Il vecchio soldato (ha 67 anni) riesce a galvanizzare le truppe, a ridare loro fiducia e, soprattutto, a incarnare la “guerra patriottica” che si svolge ormai nel cuore dell’impero. Tuttavia la sua nomina porterà ben pochi cambiamenti alla strategia russa. Per dimostrare la sua risoluzione di fronte al nemico, Kutuzov, accetta di dare battaglia, il 7 settembre, a Borodino (per i Francesi, la battaglia della Moscova). Ma l’esito indeciso di questa battaglia d’attrito, devastatrice di vite umane (15-18 mila tra morti e feriti tra i Francesi, ovvero un quinto degli effettivi impegnati; 40-42 mila tra morti e feriti da parte russa, ovvero un terzo degli effettivi utilizzati), costringe Kutuzov a continuare il ripiegamento e a rispolverare la strategia di Barclay de Tolly.<br />
Qualche giorno più tardi, il 13 settembre, la decisione di Kutuzov di abbandonare Mosca senza combattere getta nella più totale disperazione il governatore generale Fedor Rostopscin. Questi aveva fatto appello per la formazione di una milizia che sostenesse l’esercito regolare nella difesa della città santa. La decisione costituisce un nuovo colpo per lo zar, come per l’opinione pubblica. “Mosca è stata conquistata e costituisce una cosa inspiegabile”, scrive la granduchessa Caterina Pavlovna Romanova a suo fratello Alessandro, riflettendo lo smarrimento profondo nel quale i Russi sembrano cadere. Tuttavia, Kutuzov, ripiegato a Tarutino, non resta inattivo. Egli sa che l’abbandono di Mosca ha avuto un impatto disastroso sul morale dell’esercito, che le diserzioni, rarissime sino a quel momento, cominciano a moltiplicarsi e che lo spirito generale è nel punto più basso. Comunque sia, il vecchio generale, sostenuto da Barclay, rimasto comandante della Prima armata, si impegna a rinserrare i ranghi.<br />
Pur emanando disposizioni implacabili per lottare contro le diserzioni, Kutuzov vigila affinché le sue truppe siano ben nutrite, ben equipaggiate per il freddo e che si possano riposare nell’attesa dell’arrivo di nuovi contingenti in rinforzo, provenienti dalla regione di Mosca. Parallelamente, vengono costituite delle unità di partigiani. Inquadrati da ufficiali provenienti dall’esercito regolare, sono composte soprattutto da distaccamenti di cavalleria, ai quali vengono aggregati contadini volontari, i “partigiani” o “franchi tiratori”, che saranno protagonisti di temibili colpi di mano. Attraverso la distruzione di ponti e di strade, attaccando le linee di comunicazione nemiche e i villaggi occupati, liberando e riarmando prigionieri di guerra, moltiplicando imboscate e colpi di mano contro razziatori, disertori e uomini isolati in cerca di viveri e di foraggio, essi costituiranno, da quel momento e fino al mese di dicembre, un prezioso ausilio all’esercito regolare. Il loro ruolo sarà importante anche in materia di informazioni e di spionaggio sulle linee nemiche, ottenendo informazioni spesso preziose per mezzo dei contadini delle zone occupate.<br />
Ma a breve termine questa riorganizzazione non migliora di molto la situazione: ciò perché se Napoleone non ha ancora ottenuto la sua vittoria decisiva, l’esercito russo, da parte sua, non è ancora riuscito a sbarazzarsi dell’occupante.<br />
Tuttavia, la determinazione dello zar nel rifiutare qualsiasi negoziato rimane incrollabile e questo punto sarà fondamentale. Egli declina, in effetti, tre offerte successive abbozzate da Napoleone. Al colonnello nizzardo Alexandre Michaud conte de Beauretour, emissario di Kutuzov, venuto a portagli le novità della battaglia di Borodino, dirà nel momento di maggiore difficoltà,: “Colonnello Michaud, non dimenticate quello che vi dico qui; forse un giorno noi ce lo ricorderemo con piacere. Napoleone e io non possiamo più regnare insieme”.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>L’incendio di Mosca e la disfatta francese</b></h3>
<p style="text-align: justify;">L’incendio di Mosca, ordinato e concepito da Rostopscin, scoppia nella notte del 14 settembre 1812 in diversi punti della città ed attizzato dal vento, si propaga con grande facilità, in quanto le pompe antincendio per l’acqua sono state evacuate per ordine del governatore generale. Esso devasta in maniera terrificante la quasi totalità della città per quasi cinque giorni, fino al ritorno della pioggia. In un primo momento, la catastrofe mette l’opinione pubblica russa nella costernazione, ma, a partire dalla fine del mese di ottobre, abilmente strumentalizzato dal potere zarista, che l’attribuisce senza mezzi termini al nemico, l’incendio cementa la popolazione intorno al suo zar e determina una vera e propria unione sacra. Poemi e canzoni salutano l’eroismo dell’esercito e la determinazione di Kutuzov. Numerosi disegni e incisioni mettono in scena il popolino che tiene testa all’invasore. Alcuni manifesti di Rostopscin denunciano il “mostro” e la “sua barbara soldatesca”. I sermoni dei preti pregano per la salvezza della Russia. Tutto concorre a forgiare l’unione sacra, in nome della difesa della Santa Madre Russia e della fede ortodossa. Ebbene, nello stesso momento, l’incendio precipita la Grande Armée nel fallimento. Mosca incendiata diviene la preda di saccheggiatori e razziatori. L’anarchia si insinua nell’esercito napoleonico, come sottolineato Eugenio Labaume nella sua relazione della campagna del 1812.<br />
Paradossalmente, nel momento in cui gli invasori rubano e saccheggiano, il mese in cui la Grand Armée staziona a Mosca non viene messo a profitto per proteggersi dal freddo. E, allorché il 19 ottobre Napoleone ordina la ritirata, le truppe francesi si rimettono in marcia senza prevedere la prossima catastrofe che si abbatterà su di loro. Da quel momento, il peggio non tarderà ad arrivare: attaccati sui fianchi e sulla retroguardia, sia dall’esercito regolare che dalle unità cosacche e partigiane, tormentati dalle temperature che non smettono di scendere (arriveranno a -37° durante la prima settimana di dicembre), solamente il dieci per cento dei combattenti riusciranno a riattraversare il Niemen il 13 dicembre, data nella quale risuona l’ora della liberazione per l’impero russo.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Conseguenze nazionali e internazionali</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Con circa 200 mila morti e feriti, con migliaia di villaggi e città devastate, Mosca ridotta a un cumulo di cenere e una economia in rovina, l’impero di Alessandro I ha pagato cara la vittoria contro l’invasore. Dovrà impiegare anni per curare le ferite e ricostruire le città. Da questa terribile prova l’imperatore esce profondamente trasformato. Nel giro di pochi mesi si produce nell’uomo una vera rivoluzione spirituale. Posto di fronte a scelte drammatiche, spesso lasciato solo nelle decisioni, lo zar “ha riscoperto Dio”, come affermerà lui stesso in seguito. L’incendio di Mosca ha costituito un momento di svolta nella sua esistenza e da allora egli medita, prega e si raccoglie sui libri di pietà e sulla Bibbia, che è diventata la sua opera preferita. Alla fine del 1812 lo zar è profondamente trasformato, un credente, se non un mistico, che sorge dalle macerie e dalle ceneri lasciate dalla Grande Armée. Da quel momento, questa fede sincera, ma ancora dai contorni sfumati, non l’abbandonerà più. Essa gli serve da schema di lettura del mondo, da guida per il suo cammino spirituale e morale. Ma andrà ad estendersi anche al campo politico e geopolitico, che egli vuole ormai modellare secondo le sue convinzioni religiose.<br />
Nello stesso momento, aureolata della sua vittoria, la Russia si impone come un attore principale nei negoziati dei due Trattati di Parigi (1814 e 1815) e quindi del Trattato di Vienna, che definirà, fino al 1914, la carta dell’Europa e le sue frontiere.<br />
Alessandro I ha la preoccupazione di preservare gli interessi dell’impero russo e come prezzo della sua vittoria ottiene la costituzione del Regno di Polonia, dinasticamente legato alla Russia. Ma, convinto dell’idea di essere strumento responsabile della volontà divina, egli sogna anche di instaurare una nuova era, fondata sull’intesa fraterna e cristiana dei sovrani d’Europa. Ed è proprio in questo approccio ecumenico che, nel giugno 1815, Alessandro propone ai sovrani prussiani e austriaco la Santa Alleanza. Adottata il 14 settembre seguente, il testo sottolinea la necessità di promuovere fra i tre monarchi, cattolico, protestante ed ortodosso, appartenenti tutti e tre alla “nazione cristiana”, di promuovere fra loro relazioni fraterne, in conformità con il principio della carità. Un anno più tardi, egli propone al primo ministro britannico Lord Castelreagh, il negoziato di un accordo di disarmo generale, un‘offerta che si scontra con un <em>fin de non-recevoir</em>. In seguito, l’evoluzione del contesto internazionale, marcato dalla crescita delle correnti liberali e nazionali, così come dall’evoluzione personale dello zar, sempre più conservatore, rimettono in discussione i progetti generali del 1815-1816, dai quali non uscirà niente di concreto. Nonostante il loro fallimento, questi progetti evidenziano tuttavia una nuova realtà: la guerra del 1812 ha trasformato la Russia in una grande potenza europea.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>LA MARINA DA GUERRA DEGLI ZAR</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Jan 2015 08:22:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Mario Veronesi - Divisa in tre comandi separati &#8211; Baltico, Mar Nero ed Estremo Oriente -, con ufficiali scelti su base ereditaria e composta da marinai-contadini, la flotta da guerra zarista non raggiunse mai la potenza di altre più blasonate armate navali europee.   La Marina imperiale russa rispecchiava &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Mario Veronesi -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Divisa in tre comandi separati &#8211; Baltico, Mar Nero ed Estremo Oriente -, con ufficiali scelti su base ereditaria e composta da marinai-contadini, la flotta da guerra zarista non raggiunse mai la potenza di altre più blasonate armate navali europee.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><i> </i></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Marina imperiale russa</strong> rispecchiava la società russa nel suo insieme. C’era una classe d’ufficiali ereditaria che spesso falliva le prove d’iniziativa e coraggio. I figli dei nobili venivano educati per il servizio navale presso la Scuola di Scienze Matematiche e di Navigazione fondata a Mosca nel 1701. Gli studenti erano inviati all’estero per la formazione in flotte straniere. Fondamentale per la Scuola di Navigazione fu l’assunzione di stranieri con una significativa esperienza navale, come il norvegese Cornelius Cruys (1655-1727), o il greco Ivan Botsis (?-1714) uno dei fondatori della Marina Imperiale russa sotto Pietro il Grande (1672-1725).<br />
Come l’impero russo, la Marina russa era enorme, sgraziata, mal organizzata, corrotta e vittima di favoritismi. Un altro motivo della sua inefficacia, rispetto alle altre Marine del tempo, fu la sua suddivisione in tre comandi di grandi dimensioni regionali. La prima, nata per proteggere la capitale Pietroburgo fu la flotta del Baltico, con base principale a Kronstadt e Libau (Liepaja) sulla costa occidentale del dominio dello zar nell’attuale Lettonia. Poi venne la flotta del Mar Nero, una guardia contro i Turchi, nemici storici della Russia, con la base principale a Sebastopoli in Crimea. E nel XIX secolo, quando gli zar raggiunsero la Cina, la flotta del Pacifico con sede nel porto militare di Vladivostòk. Quest’ultimo porto, in realtà, non era che una stazione terminale della Transiberiana: costruito nel 1860, all’inizio del XX secolo era dotato di un pessimo arsenale e di un solo bacino per navi da guerra; il porto gelava in dicembre e rimaneva bloccato per quattro mesi.<br />
Dopo il 1897 si aggiunse anche Port Arthur, che garantì il libero accesso della Russia alle ricchezze minerarie della Manciuria. Di fatto, fino alla Russia sovietica, la flotta non venne mai anteposta all’esercito, e non fu utilizzata come strumento di controllo e dominio dei mari, ma solo come arma sussidiaria, il cui uso fu spesso viziato da scelte politiche e l’efficienza minata da un insufficiente addestramento degli equipaggi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fu lo zar Michele III di Russia</strong> (1596-1545) a dare un primo impulso all’ammodernamento della Marina russa, con la costruzione del primo veliero a tre alberi, completato nel 1636. Varato con il nome di <em>Frederick</em> era stato costruito presso il cantiere di Balakhna lungo il Volga da progettisti danesi originari dell’Holstein.<br />
La creazione di una Marina militare regolare avvenne durante il regno di Pietro il Grande (1672-1725), infatti, durante la guerra contro l’Impero Ottomano del 1696 &#8211; dove i russi impiegarono per la prima volta due vascelli, 4 brulotti, e 23 galere -, dopo l’occupazione della fortezza di Azov e in seguito al rapporto dello zar sull’esito della campagna militare, la Duma dei Boiardi approvò un decreto per la costituzione di una Marina. Il 20 ottobre 1696 è la data da che possiamo considerare come l’inizio della Marina Imperiale Russa.</p>
<div id="attachment_2527" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/12/Afanasy-Ordin-Nashchokin.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-2527" alt="Afanasy Ordin Nashchokin" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/12/Afanasy-Ordin-Nashchokin-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Afanasy Ordin Nashchokin</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Durante la guerra russo-svedese</strong> combattuta tra il 1656 e il 1658, le forze russe occuparono le fortezze svedesi di Dunaburg e Kokenhausen sulla Dvina occidentale, e in queste città il boiardo Afanasy Ordin Nashchokin fondò un cantiere navale e cominciò la costruzione (nel Mar Baltico) di navi a vela. In seguito lo stesso principe russo rivolse le sue attenzioni al fiume Volga e al Mar Caspio, e con l’approvazione dello zar, nei pressi della confluenza dei fiumi Oka e Volga, iniziò nell’inverno del 1667, sotto la guida di esperti olandesi, la costruzione di navi a vela. Due anni dopo erano state completate quattro navi.<br />
Dal 1703-1723, la base principale della flotta del Baltico si trovava a San Pietroburgo e poi a Kronstadt. Concretamente la Russia si dotò soltanto verso il 1714, in occasione della Grande Guerra del Nord (fu combattuta tra il 1700 e il 1721 e vide impegnati i regni di Danimarca, Polonia, Sassonia e l’Impero russo contro il regno di Svezia), di 22 vascelli e 46 tra galere e navi minori quali fregate e corvette.<br />
Nel 1745 la Marina russa aveva 130 imbarcazioni a vela, di cui 36 navi di linea, 9 fregate, 3 shnyavas (un due-albero utilizzato per la ricognizione e servizi di messaggistica), 5 navi bombardiere e 77 navi ausiliarie. La flotta a remi consisteva di 396 navi, tra cui 253 galee e 143 brigantini. Le navi venivano costruite in 24 cantieri tra cui quelli di Voronezh, Kazan, Pereyaslavl, Arkhangelsk, Olonets, Pietroburgo e Astrakhan.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella seconda metà del XVIII secolo</strong> il ruolo della Marina si fece più forte e divenne parte attiva della politica estera della Russia. Per la prima volta la Russia inviò dal mar Baltico le sue navi verso lontani teatri di operazioni. Dopo aver avanzato sul Danubio, i russi al fine di custodire la foce del fiume costituiscono la Flottiglia del Danubio. La guerra russo-turca del 1768-1774 conclusasi vittoriosamente per la Russia, porta all’Impero degli zar le coste del mar d’Azov e una parte del Mar Nero, tra i fiumi Bug e Dniester. La Crimea diviene protettorato russo, diventando parte integrale della Russia nel 1783. Nel 1778, i russi fondarono il porto di Kherson, dove nel 1783 venne commissionato la prima corazzata.<br />
Nella seconda metà del Settecento e agli inizi del XIX secolo, la Marina russa aveva la terza flotta più grande al mondo dopo Gran Bretagna e Francia. La flotta del Mar Nero possedeva cinque navi da battaglia e 19 fregate, la flotta del Baltico aveva 23 navi di linea e 130 fregate. L’invio della flotta del Baltico in Mediterraneo durante la guerra russo-turca del 1768-1774 stupì i commentatori militari europei e inflisse all’ancora potente flotta ottomana alcune gravi sconfitte, come quella della battaglia di Cesme (1770).</p>
<div id="attachment_2528" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/12/San-Pietroburgo-e-la-fortezza-di-Kronstadt-in-una-mappa-tedesca-del-1888.jpeg"><img class="size-thumbnail wp-image-2528" alt="San Pietroburgo e la fortezza di Kronstadt in una mappa tedesca del 1888" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/12/San-Pietroburgo-e-la-fortezza-di-Kronstadt-in-una-mappa-tedesca-del-1888-150x150.jpeg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>San Pietroburgo e la fortezza di Kronstadt in una mappa tedesca del 1888</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>La guerra russo-turca dal 1768 al 1774</strong> fu solamente un episodio del lungo processo di espansione dell’Impero russo verso sud e verso ovest nel corso dei secoli XVIII e XIX: una delle dodici guerre russo-turche. Ma fu la prima in cui la Marina russa svolse un ruolo importante e notato da tutte le potenze occidentali. La Marina russa era però dilaniata da rivalità e favoritismi. Molti ufficiali, che si erano formati all’interno della Royal Navy, facevano fatica ad accettare una situazione in cui il merito non contava nulla, mentre la nascita aveva un forte peso. Soltanto con lo zar Nicola I (1796-1855) si avrà un primo piano organico di sviluppo per la Marina Imperiale: per il periodo 1825-1849 fu stabilito il varo di 45 navi, poi, tra gli anni 1850-1853, altre cinque. In seguito Alessandro II (1818-1881) riuscirà a stabilire un piano decennale (1853-1863) per la costruzione di ben 36 navi, numero ridotto poi a 22 per l’introduzione delle navi a vapore. Per il periodo 1864-1895 gli zar Alessandro III (1845-1894) e Nicola II (1868-1918) vareranno un numero consistente di navi, ben 79.<br />
Dal 1800 le navi, come in ogni altra Marina europea, vennero prodotte in due classi principali, la <em>Classe Kiryev,</em> che comprendeva le navi di linea più pesanti, e la <em>Classe Ozov</em> che comprendeva le classi minori. Ma è solo dalla fine dell’800 che la Marina Imperiale disporrà di navi moderne prodotte su classi fisse e uniformi. La <em>Classe Admiral</em> <em>Bygov</em> comprendeva, dal 1881, incrociatori con cannoni da 120mm e corazzature leggere, veloci e maneggevoli.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1826 i russi costruirono il loro primo piroscafo armato</strong> chiamato <em>Izhora</em> dotato di otto cannoni, e nel 1836 la prima pirofregata della Marina Imperiale, il <em>Bogatyr</em> 1340 tonnellate e armata con 28 cannoni. Tra il 1803 e il 1855, i marinai russi furono impegnanti in oltre 40 circumnavigazioni e lontani viaggi, la maggior parte dei quali erano a sostegno delle loro colonie del Pacifico in Alaska, e sulla costa orientale della Siberia. Questi viaggi hanno svolto un ruolo importante nell’esplorazione dell’Estremo Oriente, contribuendo alla ricerca scientifica e alle scoperte geografiche del Pacifico, dell’Antartide e dell’Artico. Nel 1869 i russi iniziarono la costruzione di uno dei primi <em>Ironclads</em>, il <em>Pyotr Velikiy</em>. Il 22 agosto 1882 venne autorizzata dallo zar la produzione di incrociatori della <em>Classe General Sasyonev</em> che includeva incrociatori di maggiori dimensioni.<br />
Nel 1885-1886 vennero varati 4 incrociatori <em>Classe Admiral Bygov</em>: <em>Taryev</em>,<em> Sallunyev</em>,<em> Oralsk</em>, <em>Dmitren</em>;<i> </i>e due incrociatori della <em>Classe General Sasyonev</em>: <em>Veregdinsk </em>e <em>Rampfeev</em>. Nel 1887 entrò in servizio la <em>Classe Novgorod</em><i> </i>di cacciatorpediniere e torpediniere d’appoggio. Sempre nel 1885-1887, 13 cacciatorpediniere e 15 torpediniere d’appoggio di questa classe vennero suddivise nelle Divisioni B1 e B2. Nel 1889-1894 vennero varate le corazzate della <em>Classe Zar Pyotr I</em>. Nel 1895-1899 venne ampliata la produzione con l’introduzione della <em>Classe Urlask</em> per le fregate e la <em>Classe Obrodansk</em> per le navi d’appoggio di tonnellaggio minore. In totale tra il 1891 e il 1902 vennero varate: 11 navi della <em>Classe Admiral Bygov</em><i><i>;</i> </i>8 della <em>Classe General Sasyonev</em>; 38 tra la <em>Classe Novgorod</em><i> </i>e la <em>Classe Obrodansk</em>; 24 della <em>Classe Uralsk</em> e 3 della <em>Classe Zar Pyotr I</em>.<br />
L’ammiraglio Dmitri Alexey Yurov, allora capo dello Stato Maggiore della Marina Russa, autorizzò la creazione di 4 corazzate sperimentali <em>Classe Yudenyov</em>, in seguito copiate da inglesi e tedeschi, e 7 incrociatori pesantemente armati <em>Classe Eremeev</em>. Nel 1903 venne creata la serie di incrociatori leggeri <em>Classe</em> <em>Tazov </em><i> (5 unità) </i>seguita da quella dei cacciatorpediniere <em>Murmansk</em> (19 unità) e <em>Arkangelsk</em> (14 unità).</p>
<div id="attachment_2529" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/12/I-sottomarini-della-Classe-Holland.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-2529" alt="I sottomarini della Classe Holland" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/12/I-sottomarini-della-Classe-Holland-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Sottomarini della </em>Classe Holland</p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1903 la Marina imperiale aveva acquistato in gran segreto</strong> il suo primo sottomarino noto come <em>Signora</em>. Questo primo sottomarino russo non giunse in tempo per la guerra russo-giapponese. La ragione di questo ritardo è dovuto in parte a una tardiva spedizione di siluri ordinata alla Germania solo nei primi mesi del 1905. La Russia ordinò altri sottomarini costruiti dalla società Holland, sulla Neva a San Pietroburgo. Nell’aprile del 1904, la Marina zarista acquista altri due sottomarini che vengono trasportati lungo la ferrovia transiberiana. A causa del blocco permanente di Port Arthur nel 1904, la ditta costruttrice inviò i sottomarini rimanenti a Vladivostok, e per la fine del 1904 l’ultimo dei sette ordinati raggiunse la nuova base. Utilizzando le sette imbarcazioni, la Marina Imperiale fu la prima al mondo a creare, nel gennaio 1905, la prima “Flotta Sottomarina”.<br />
La crisi bosniaca del 1908-1909 impose un ripensamento strategico. Il peggioramento delle relazioni con la Turchia fece sì che le nuove navi, tra cui le corazzate <em>Classe Mariya Imperatritsa</em>, furono inglobate nella Flotta del Mar Nero.<br />
Il totale della spesa navale russa dal 1906 al 1913 fu di 519 milioni di dollari, al quinto posto dietro a Gran Bretagna, Germania, USA e Francia. Il riarmo programmato includeva un elemento significativo di partecipazione straniera con navi e macchinari ordinati ad aziende estere. In totale tra il 1899 e il 1914 vennero varate 74 navi, di cui 6 corazzate, 18 incrociatori, 35 cacciatorpediniere, 15 navi d’appoggio, 10 motosiluranti e 10 navi ausiliarie pesanti a cui si aggiungevano 26 sottomarini.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1897 all’accademia navale di Pietroburgo</strong> erano presenti 600 cadetti. L’accademia aveva per scopo d’istruire i futuri ufficiali nei vari corpi della Marina, dando un’istruzione superiore, specialmente nel ramo matematico. I corsi dell’Accademia erano tre: uno per gli ufficiali di vascello con studi di Idrografia; uno per ingegneri navali e un terzo per ufficiali macchinisti. La durata dell’insegnamento era di due anni e nell’estate gli allievi erano invitati, secondo la rispettiva specialità, o presso l’osservatorio, o nei cantieri, oppure nelle officine, per il perfezionamento nella parte pratica.<br />
Le scuole di artiglieria di Marina, del Genio marittimo e delle Torpedini si trovavano a Kronstadt. La squadra scuola cannonieri si costituiva tutte le estati nella rada di Revel, mentre la scola di tiro si trovava a Oranienbaum. Nello stesso anno risulta che gli equipaggi erano composti da 38.000 marinai, e che la durata del servizio era di 10 anni, sette in servizio attivo e tre nella riserva.<br />
Nella guerra russo-giapponese del 1904-1905 la flotta russa uscirà gravemente danneggiata e umiliata; servirà un decennio prima di poter costruire le navi necessarie a rimpiazzare quelle perdute. Nero presagio di questa guerra fu l’affondamento della nave ammiraglia <em>Petropavlòvsk</em><i>, </i>nell’aprile 1904, che inabissandosi aveva portato con se 600 uomini e 37 ufficiali tra cui il comandante in capo della flotta del Pacifico, ammiraglio Makarov. La guerra, come sappiamo ebbe il suo epicentro nella battaglia di Tsushima in cui morirono 4545 marinai russi.</p>
<div id="attachment_2530" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/12/Lincrociatore-russo-Oleg-dopo-Tsushima.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-2530" alt="I danni riportati dall'incrociatore russo Oleg a Tsushima" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/12/Lincrociatore-russo-Oleg-dopo-Tsushima-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>I danni riportati dall&#8217;incrociatore russo </em>Oleg<em> a Tsushima</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo la disfatta di Tsushima</strong> la flotta russa seppe ricostruirsi, anche se questa rinascita non risultò semplice e facile. La Russia di quel tempo non capì l’importanza di avere una forte Marina. I russi non erano convinti della necessità di divenire una potenza navale; e il disastro nella guerra con il Giappone rafforzava maggiormente questa convinzione. La flotta russa ha sempre mancato di veri marinai, e mi riferisco a uomini cresciuti in paesi marittimi e quindi amanti del mare e incapaci di vivere se non sul ponte di qualche nave. Il marinaio russo non è mai stato il vero marinaio di mare, cioè una persona che ha le caratteristiche speciali di questo mestiere e che si appassiona al mare e alla sua nave. Il marinaio russo è soltanto un contadino o un operaio che è entrato nella flotta per compiere il suo servizio militare obbligatorio. Ogni anno giungevano nella flotta migliaia di reclute destinate lì per caso, e ancora per caso venivano suddivise nelle varie specialità, tenendo conto soltanto delle loro cognizioni nel leggere e scrivere e della loro pratica in qualche mestiere.<br />
Dopo un breve periodo d’istruzione militare e navale iniziava nelle scuole l’insegnamento teorico delle varie materie quali la fisica, l’elettricità, l’elettronica, la radiotelegrafia e altri insegnamenti speciali, e parallelamente la grammatica e l’aritmetica. Dopo qualche mese il giovane marinaio iniziava ad abituarsi, a prendere dimestichezza con la nuova vita e a cavarsela nei suoi studi. Fra le reclute vi erano anche coloro che prima di entrare in servizio avevano ricevuto un’istruzione primaria, e tra questi si sceglievano i candidati per la nomina a sottufficiale che venivano istruiti a parte, ciascuno nella propria specialità, per un periodo di due anni. Tuttavia, sebbene il marinaio diventasse un buon specialista, non si trasformava in un vero marinaio, perché il periodo in cui restava sul mare era troppo breve e la sua conoscenza della vita marinara si limitava a due o tre traversate. Aveva il nome di marinaio, ma continuava a essere uomo di terra. Gli equipaggi erano alloggiati in locali distinti per specialità, questo facilitava il loro affiatamento.<br />
Il superiore più vicino ad ogni marinaio era il sottufficiale della sua stessa specializzazione che viveva e lavorava con lui. I giovani marinai provenienti dalle fabbriche erano in genere destinati al servizio delle macchine e divenivano macchinisti e fuochisti. Il marinaio russo amava la sua specialità, non tanto per l’impiego che ne faceva sul mare, quanto per l’utilizzo che ne poteva trarre nella vita privata, dopo il servizio obbligatorio. Il pensiero del marinaio russo era sempre rivolto alla sua cara terra e non al mare al quale era del tutto estraneo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1914 la Marina imperiale russa</strong> contava 16 corazzate, 40 incrociatori e 108 tra navi ausiliarie, cacciatorpediniere, incrociatori leggeri, motosiluranti e navi ospedale e contava 200.000 marinai e 42.000 soldati di marina. Nella guerra del 1914-1918 la flotta imperiale contribuì solo parzialmente al blocco dell’Intesa e non riuscirà mai ad avere il completo controllo del Baltico poiché i sommergibili tedeschi manterranno sempre una certa autonomia dal controllo antisommergibile russo e affonderanno numerosi convogli svedesi diretti ai porti russi. Dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, le navi e le attrezzature in costruzione in Germania furono confiscati. Così come in Inghilterra le navi in costruzione servirono per lo sforzo bellico alleato.<br />
Nella prima guerra mondiale Germania e Russia sono stati i principali attori nel Mar Baltico. Nel Mare del Nord i russi svolsero un ruolo prevalentemente difensivo. Nel marzo 1918 gli effetti della rivoluzione bolscevica e il Trattato di Brest-Litovsk fecero del Baltico un lago tedesco; navi tedesche trasferirono in tutta tranquillità truppe per sostenere la Finlandia indipendente e per occupare gran parte della Russia. I russi evacuarono nel marzo 1918 la flotta del Baltico da Helsinki e Tallinn a Kronstadt.</p>
<div id="attachment_2533" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/12/1280px-ImperatritsaMariya1914.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-2533" alt="La dreadnought Imperatritsa Mariya nel 1915" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/12/1280px-ImperatritsaMariya1914-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">La dreadnought <em>Imperatritsa Mariya</em> nel 1915</p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>La guerra nel Mar Nero iniziò</strong> quando la flotta ottomana nel mese di ottobre 1914 bombardò diverse città russe. Le navi più moderne della flotta ottomana erano costituite da due navi tedesche: l’incrociatore da battaglia <em>Goeben </em>e l’incrociatore leggero <em>Breslau</em>, posti sotto il comando dell’ammiraglio Wilhelm Souchon (1864-1946)<b> </b>Verso la fine del 1915, la flotta russa aveva quasi completato il controllo del mare. La flotta del Mar Nero fu utilizzata principalmente per supportare l’esercito nella campagna del Caucaso. Nell’agosto del 1916 la flotta russa minò l’uscita dal Bosforo impedendo a quasi tutte le navi ottomane di entrare nel Mar Nero. La più pesante perdita subita da parte della flotta russa del Mar Nero fu la distruzione del moderno dreadnought <em>Imperatritsa Mariya</em>, che esplose in porto il 17 ottobre 1916. L’affondamento non è mai stato pienamente spiegato, potrebbe derivare da un atto di sabotaggio o da un drammatico incidente.<br />
A causa della guerra molti marinai che avevano compiuto i loro cinque anni di ferma, erano stati chiamati nuovamente in servizio attivo. Le classi dal 1909 al 1912 conducevano questa vita da sei, sette e anche otto anni. Erano stanchi di vivere separati dalla famiglia, stanchi delle difficoltà quotidiane, stanchi della guerra. Gli uomini mangiavano, dormivano e languivano nella più completa monotonia e questo contribuì con successo alla propaganda sovietica. Sulle navi con equipaggi composti dagli 800 ai 1200 uomini, un iscritto al partito comunista trovava con facilità dei simpatizzanti e quindi il modo di diffondere le sue teorie. Non dobbiamo quindi stupirci che all’inizio della rivoluzione sovietica si siano trovati sulle grandi navi dei nuclei di marinai rivoluzionari già formati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La rivoluzione russa</strong> che portò alla dissoluzione dell’Impero zarista e la conseguente guerra civile furono devastanti per la Marina. La maggior parte delle navi rimaste della Flotta del Mar Nero erano sotto il controllo del barone Pietro Wrangel, che, sconfitto in Crimea, fu ricacciato verso la Turchia; le navi a lui fedeli fecero rotta per Biserta, in Tunisia, dove vennero internate. Mentre altre unità superstiti entrarono a far parte della Marina del nuovo stato sovietico. Durante la Rivoluzione d’Ottobre i marinai della flotta del Baltico (ribattezzata forze navali del Mar Baltico nel marzo 1918), furono tra i più ardenti sostenitori dei bolscevichi, e formarono un’élite tra le forze militari. Alcune navi della flotta parteciparono alla guerra civile russa, in particolare scontrandosi con la Marina britannica nel Mar Baltico. Nel corso degli anni, tuttavia, i rapporti dei marinai della flotta del Baltico con il regime bolscevico si spense, e nel 1921 sfociò nella cosi detta “ribellione di Kronstadt”. La rivolta venne coordinata principalmente da Stepan Petricenko (1892-1947) già ingegnere appartenente all’equipaggio della nave da guerra <em>Petropavlovsk</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">J. Mordal, <em>Venticinque secoli di guerra sul mare. Da Salamina a Midway</em> &#8211; Mursia 1973<br />
F. Thiess, <em>Tsushima, il romanzo di una guerra navale</em> &#8211; BUR 2002<br />
A. Graf, <em>Sul Novik, la flotta russa nella guerra e nella rivoluzione</em> &#8211; Regia Accademia Navale 1928<br />
R. Greger, <em>The Russian Fleet 1914-1917</em> &#8211; A.J. Watts 1972<br />
M. Gilbert, <em>La grande storia della prima guerra mondiale</em> &#8211; Mondadori 2000<br />
J. J. Marie, <em>Kronstadt 1921, il Soviet dei marinai contro il governo sovietico</em> &#8211; Utet 2007<br />
L. Dadda, <em>Le Marine da guerra del mondo</em> &#8211; Hoepli 1897<br />
H. Stachan, <em>La prima guerra mondiale</em> &#8211; Mondadori 2005<br />
F. T. Jane, <em>Jane’s Fighting Ships 1905-1906</em> &#8211; David &amp; Charles Reprints 1970<br />
F. T. Jane, <em>Jane’s Fighting Ships 1919</em> &#8211; David &amp; Charles Reprints 1969<br />
A.A. V.V., <em>Storia della Marina</em> &#8211; Fabbri Editori, Milano 1978<br />
M. Veronesi, <em>Dagli zar ai soviet: la marina russa dal 1600 al 1939</em> &#8211; 2014</p>
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		<title>IL POPULISMO ARMATO DELLA &#8220;NARODNAJA VOLJA&#8221;, 1879-1887</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Oct 2014 12:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Alessandro II]]></category>
		<category><![CDATA[Narodnaja Volja]]></category>
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		<description><![CDATA[di Renzo Paternoster - La storia russa di fine XIX secolo vede la coesistenza del dispotismo zarista e della intellighenzia rivoluzionaria. In questo contesto nasce il gruppo Narodnaja Volja che, “armando” le idee populiste, riesce ad assassinare lo zar Alessandro II. La Russia della seconda metà dell’Ottocento era caratterizzata da &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Renzo Paternoster -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>La storia russa di fine XIX secolo vede la coesistenza del dispotismo zarista e della intellighenzia rivoluzionaria. In questo contesto nasce il gruppo </strong></em><strong>Narodnaja Volja</strong><em><strong> che, “armando” le idee populiste, riesce ad assassinare lo zar Alessandro II.</strong></em></p>
<div id="attachment_1997" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/09/Prima-pagina-dellEditto-di-emancipazione-dei-servi-della-gleba-19-febbraio-1861.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-1997" alt="Prima pagina dell'Editto di emancipazione dei servi della gleba, 19 febbraio 1861" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/09/Prima-pagina-dellEditto-di-emancipazione-dei-servi-della-gleba-19-febbraio-1861-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Prima pagina dell&#8217;Editto di emancipazione dei servi della gleba, 19 febbraio 1861</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Russia della seconda metà dell’Ottocento </strong>era caratterizzata da un notevole sottosviluppo in campo economico, da disparità sociale e dal dominio autocratico dello zar in campo politico.<br />
In campo economico il sottosviluppo era dovuto in larga parte all’esistenza di antichi rapporti sociali e produttivi, incentrati sulla servitù della gleba e su una proprietà terriera aristocratica restia all’innovazione.<br />
Lo zarismo dava segni di debolezza interna ed esterna. Attraverso il capitale europeo, esso non solo si era armato della tecnologia militare occidentale, ma aveva allo stesso tempo diminuito notevolmente la sua dipendenza dalle relazioni economiche interne del Paese. In questo modo tendeva all’autosufficienza per erigersi sopra tutte le classi della società russa, allontanandosi ancor più dal popolo.<br />
Lo zar Alessandro II, salito al trono nel 1855, cercò di mitigare l’arretratezza politico-sociale dando l’avvio a numerose riforme interne, tra cui l’istituzione di assemblee provinciali elettive (<em>Zemstvo</em>), l’avvio della riforma giudiziaria, la riorganizzazione del sistema scolastico e dell’esercito, la soppressione della punizione corporale, l’abolizione della servitù della gleba e l’attenuazione della censura. Proprio queste ultime due riforme crearono una situazione che, di fatto, si rivelò fatale per lo zar Alessandro.<br />
L’abolizione della servitù della gleba nel 1861, che riguardò oltre venti milioni di <em>mugik </em>legati ai proprietari privati, e la redistribuzione della terra ebbero effetti modesti. L’assegnazione delle terre agli ex schiavi non solo avvenne con criteri non uniformi e comunque tali da salvaguardare le grandi proprietà, ma non fu accompagnata da provvedimenti che facilitassero il pagamento del riscatto delle terre da parte degli ex <em>mugik</em>. Inoltre, i terreni ridistribuiti non erano sufficienti per i bisogni degli ex servi della gleba e comunque erano meno fertili rispetto a quelli rimasti nelle mani degli aristocratici.<br />
L’attenuazione della censura, invece, incoraggiò il dibattito politico e sociale, permettendo agli oppositori dello zar di denunciare pubblicamente l’imperialismo dello Stato russo e le condizioni di vita indecenti del popolo.</p>
<div id="attachment_2000" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/09/Alessandro-II-di-Russia.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-2000" alt="Lo zar Alessandro II" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/09/Alessandro-II-di-Russia-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Lo zar Alessandro II</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il dibattito politico si divise sostanzialmente </strong>in due correnti: gli occidentalisti e gli slavofili. I primi ritenevano necessario applicare in Russia il modello occidentale dell’economia capitalistica e della democrazia, i secondi giudicavano il modello occidentale un errore per i danni che la Rivoluzione industriale e il capitalismo avevano arrecato al popolo. Per questi ultimi lo sviluppo della Russia doveva necessariamente partire dalle campagne, alfabetizzando i contadini e favorendo le comunità agricole. Questa corrente di pensiero politico-sociale, che non solo prospettava l’emancipazione delle masse contadine ma anche la fine dell’autocrazia zarista e la creazione di una società socialista, prese il nome di “populismo” (<em>narodničestvo</em>). All’interno di questo movimento si crearono molte correnti di pensiero, tra cui alcune orientate verso la prospettiva di un rovesciamento, anche violento, dello zarismo.<br />
Quando l’insurrezione polacca del 1863 arrestò il programma riformistico di Alessandro, spingendolo su posizioni reazionarie, alcuni <em>narodniki </em>(populisti) si organizzarono in un movimento rivoluzionario con l’intento dichiarato di dare l’avvio a un movimento di massa che avrebbe rovesciato la Stato zarista e istituito il social-liberalismo attraverso la strategia dell’<em>andare al popolo</em>, per ascoltarlo, vivere con esso per istruirlo alla rivoluzione e vedere in esso la più nobile espressione politica.</p>
<div id="attachment_2001" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/09/Andrej-Ivanovič-Željabov.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-2001" alt="Andrej Ivanovič Željabov" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/09/Andrej-Ivanovič-Željabov-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Andrej Ivanovič Željabov</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Negli anni 1873 e 1874 centinaia di idealisti-populisti</strong> “andarono al popolo”, recandosi nelle campagne nel tentativo di creare un movimento di massa tra i contadini. La prima tappa della rivoluzione fallì a causa sia della diffidenza dei contadini per tutto ciò che veniva dalla città sia perché il governo incominciò a ritenere pericolose tali attività dei populisti, arrestando molti di loro e deportandoli in Siberia.<br />
Decimato il gruppo iniziale, i più risoluti riconsiderarono allora la loro strategia e, nel 1876, formarono l’organizzazione rivoluzionaria <em>Zemlja i Volja</em> (Terra e Libertà), che proponeva anche l’uso degli attentati nella lotta politica, sino all’uccisione dello zar. All’interno si crearono subito due fazioni, una detta “campagnola”, poiché rinviava l&#8217;assassinio dello zar a quando i contadini fossero stati pronti a una sollevazione generale, e perciò insistevano nella necessità di continuare il lavoro di propaganda nelle campagne, l’altra detta “dei politici”, più ansiosi di passare ai fatti e propensi alla propaganda nelle città.<br />
<em>Zemlja i Volja</em> era un’associazione clandestina, organizzata in gruppi regionali, che aveva a disposizione una stamperia e una vasta rete di propagandisti. All’interno esisteva anche un “gruppo di disorganizzazione”, con il compito di proteggere i militanti dalla polizia e di favorire, in caso di necessità, la loro fuga.<br />
Il 6 settembre del 1879, a seguito di un congresso tenutosi a Pietroburgo, le componenti delle due fazioni di <em>Zemlja i Volja</em> si accordarono per la scissione: i beni della vecchia organizzazione furono divisi in parti uguali e si stabilì che il nome di <em>Zemlja i Volja</em> non potesse essere utilizzato da nessuna delle due frazioni sorte dalla scissione. Il gruppo dei campagnoli, a sottolineare la volontà di continuare il suo programma sociale a favore dei contadini, guidati dall’intellettuale Georgi Plekhanov prese il nome di <em>Čërnyj peredel</em> (Ripartizione nera), richiamandosi all’uso di appellare i contadini “popolo nero”, mentre la frazione dei politici, guidata da Andrej Ivanovič Željabov, per esprimere la volontà del popolo russo di abbattere lo zarismo chiamò il nuovo partito <em>Narodnaja volja</em> (Volontà del popolo).</p>
<div id="attachment_2003" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/09/Il-periodico-Cernyj_peredel.jpg"><img class=" wp-image-2003 " alt="Il periodico &quot;Cernyj peredel&quot;" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/09/Il-periodico-Cernyj_peredel.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Il periodico &#8220;Čërnyj peredel&#8221;</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Il primo gruppo si avvicinò progressivamente allo studio del marxismo cercando di adattarne i dettami a una società pre-capitalista, rivendicando la distribuzione della terra ai contadini. Il secondo gruppo si orientò all’azione armata, con una gerarchia rivoluzionaria e un programma militare. Mentre il circolo di <em>Čërnyj peredel</em> operò nelle campagne la tradizionale attività di propaganda populista, anche attraverso un periodico chiamato con il nome del gruppo, <em>Narodnaja volja</em> si pose l’obiettivo del passaggio al socialismo, da ottenere con una vasta azione terroristica mirante alla distruzione del regime zarista, da sostituire con una federazione di comunità autogestite basate su regole di tipo comunitario, quindi sul trasferimento delle terre al popolo e delle fabbriche agli operai.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nell’ottobre dello stesso anno il secondo movimento politico</strong> si presentò pubblicamente con il suo organo ufficiale “Narodnaja Volja”, sottotitolato “Rivista social-rivoluzionaria”. Nell’editoriale furono resi pubblici gli obiettivi dell’organizzazione: realizzazione del socialismo in Russia e lotta contro l’autocrazia zarista.<br />
Nel terzo numero del periodico fu reso pubblico il programma politico per raggiungere questi obiettivi:<br />
1. fine dello zarismo ed elezione di una rappresentanza permanente del popolo con pieni poteri su tutte le questioni nazionali;<br />
2. suffragio universale, senza limitazioni di classe e di censo;<br />
3. libertà di coscienza, di parola, di riunione, di associazione, di propaganda elettorale e di stampa;<br />
4. appartenenza della terra al popolo;<br />
5. appartenenza delle fabbriche agli operai;<br />
6. indipendenza economica del popolo;<br />
7. autonomia del “Mir” (l’organo decisionale di origine medievale delle comunità rurali russe, le cosiddette <em>obščina</em>);<br />
8. sostituzione dell’esercito permanente con una milizia territoriale.<br />
Per realizzare questi punti, l’organizzazione si proponeva una propaganda politica, per istruire e sollevare la popolazione, e un’attività terroristica, per eliminare gli elementi ritenuti nocivi al popolo, <em>in primis</em> lo zar.<br />
Il manifesto ideologico-strategico del gruppo prevedeva così, dopo una prima fase d’indottrinamento fatto al popolo, l’insurrezione popolare. Il totale insuccesso della prima fase, assieme alla lunga attesa necessaria per formare una vera coscienza collettiva e creare un movimento di massa, convinse i più impazienti dell’utilità di passare alla “propaganda dei fatti”, attraverso azioni clamorose che in qualche modo avrebbero dovuto affrettare i tempi.</p>
<div id="attachment_2004" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/09/Jergei-Michajlovič-Kravčinskij-Stepnjak.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-2004" alt="Sergei Michajlovič Kravčinskij, detto Stepnjak" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/09/Jergei-Michajlovič-Kravčinskij-Stepnjak-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Sergei Michajlovič Kravčinskij, detto Stepnjak</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella loro campagna politico-militare, </strong>i militanti di <em>Narodnaja Volja</em> si dichiararono fieramente terroristi, perché, come riferì il <em>narodovolec</em> Andrej Ivanovič Željabov: «La storia è terribilmente lenta. Bisogna darle una spinta, altrimenti l’intera nazione marcirà e andrà in malora».<br />
La formula del terrorismo è tutta racchiusa nelle parole di Lev Trotsky, che nell’articolo <em>Il collasso del terrore e del suo partito (Sul caso Azef)</em>, apparso originariamente nel 1909 su giornale polacco “Przeglad Socyal-demokratyczny”, scriveva a proposito dei populisti di <em>Narodnaja Volja</em>: «Le rivoltelle di eroi individuali al posto di forconi e randelli del popolo. Bombe invece di barricate».<br />
L’attivismo della <em>Narodnaja Volja</em> diede corpo a un movimento sotterraneo che influì molto sulla popolazione, almeno in linea teorica, contribuendo a far maturare l’idea che in Russia una rivoluzione era insieme necessaria e inevitabile. Questo, tuttavia, non indebolì in misura rilevante il carattere autocratico-repressivo dello zarismo che, anzi, si acutizzò. L’idea degli attentati ai rappresentanti di questo potere, <i>in primis</i> all’esponente principale, allo zar, divenne una priorità per il movimento, da perseguire a tutti i costi.<br />
Gli atti terroristici si fecero sempre più audaci. In pieno giorno a San Pietroburgo, Sergej Michajlovič Kravčinskij, conosciuto come Stepnjak, uccise il generale Mezencov, eroe della campagna militare in Crimea e capo della Terza sezione dell’esercito. A Charkov, il terrorista Gol’denberg uccise il principe Kropotkin, cugino dell’anarchico omonimo e governatore generale della città.<br />
L’obiettivo di assassinare lo zar, già condannato a morte nel 1879 dal gruppo, restava comunque una tappa fondamentale per iniziare a raccogliere successi politici. Furono organizzati almeno sette attentati alla vita dello zar, prima di riuscire nell’intento.<br />
Il 14 aprile 1879, ancor prima della nascita di <em>Narodnaja Volja</em>, il rivoluzionario Aleksandr Solov’ëv tentò di uccidere lo zar al termine della sua passeggiata nel <i>Letnij sad</i> (Giardino d’estate a San Pietroburgo), sparandogli vari colpi di pistola. Lo zar riuscì a mettersi in salvo e l’attentatore, catturato, fu impiccato il 28 maggio dello stesso anno.</p>
<div id="attachment_1999" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/09/Vera-Figner.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-1999" alt="Vera Figner" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/09/Vera-Figner-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Vera Figner</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il primo tentativo di <em>Narodnaja Volja </em></strong>fu preparato da Vera Figner, Aleksandr Kviatkovskij e Nikolaj Kibal’čič nel settembre del 1879. L’intenzione era colpire lo zar durante il suo viaggio verso Livadia, in Crimea. Nikolaj Frolenko e sua moglie Tatiana Lebedeva avrebbero dovuto piazzare gli esplosivi sulla ferrovia Odessa-Mosca, gli altri avrebbero fatto esplodere l’ordigno. Il piano fu sospeso perché il treno imperiale non sarebbe più passato dal luogo in cui erano stati piazzati gli esplosivi.<br />
Il secondo tentativo fu organizzato dal <em>narodovolec</em> Andrej Želiabov che intendeva colpire lo zar il 18 novembre mentre transitava in treno sulla linea ferroviaria che collegava la Crimea con Charkov. L’attentato fallì per il cattivo funzionamento del detonatore elettrico.<br />
Il terzo tentativo avvenne il giorno successivo, il 19, con una procedura identica alle prime: una bomba sulla ferrovia a una quindicina di chilometri dalla stazione ferroviaria di Mosca. Un ritardo nella deflagrazione salvò la vita allo zar. A seguito del fallito attentato la repressione contro i populisti si acutizzò. In una delle retate fu arrestato Aleksandr Kviatkovskij (poi impiccato il 4 novembre 1880), che stava preparando un altro attentato ad Alessandro II, questa volta da realizzare nel Palazzo d’Inverno, la residenza dello zar. Il comando del nuovo attentato passò a Andrej Ivanovič Željabov.<br />
Anche l’attentato nel Palazzo d’Inverno, il quarto tentativo, si rivelò un fiasco. Il 5 febbraio 1880, nella sala da pranzo del palazzo fu fatto scoppiare dell’esplosivo con un meccanismo a orologeria, precedentemente piazzato da Stepan Chalturin, che nel settembre 1879 era riuscito a farsi assumere come ebanista sotto la falsa identità di Batičkov. La quantità insufficiente di esplosivo e il ritardo dello zar fecero fallire il progetto. L’attentato, che aveva dimostrato la capacità della <em>Narodnaja Volja</em> di colpire fin dentro le stanze del potere, provocò una crisi politica che portò alla nomina a ministro degli Interni, con poteri eccezionali, del risoluto generale Mikhail Tarielovich Loris-Melikov.<br />
Il quinto attentato prevedeva ancora un atto dinamitardo, questa volta a Odessa, al passaggio del corteo imperiale sull’<i>Ital’janskaja ulica</i> (il viale d’Italia). Nikolaj Sablin e Sof’ja Perovskaja, sotto falsa identità, affittarono un negozio che si affacciava su quella via e, insieme ad altri tre compagni, iniziarono a scavare una galleria che, arrivando al centro del vialone, avrebbe dovuto custodire l’esplosivo. Alessandro II arrivò però a Odessa prima del previsto, quando lo scavo era ancora in corso, e il progetto fu abbandonato.<br />
Un sesto tentativo fu organizzato ancora da Andrej Ivanovič Želiabov per il 16 agosto 1880 a San Pietroburgo, sul ponte Kamenny, lungo il tragitto che dalla residenza dello zar conduceva alla stazione ferroviaria di Tsarskoe Selo. L’attentato fallì per mancata sincronizzazione tra i militanti e perché parte dell’esplosivo cadde nelle acque del fiume.</p>
<div id="attachment_2002" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/09/Esecuzione-di-S.-Perovskaja-A.-Zeljabov-N.-Kibalcic-T.-Michajlov-e-N.-rjsakov-il-3-aprile-1881-a-Pietroburgo.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-2002" alt="Pietroburgo, 3 aprile 1881: l'impiccagione dei responsabili dell'attentato fatale allo zar Alessandro III" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/09/Esecuzione-di-S.-Perovskaja-A.-Zeljabov-N.-Kibalcic-T.-Michajlov-e-N.-rjsakov-il-3-aprile-1881-a-Pietroburgo-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Pietroburgo, 3 aprile 1881: l&#8217;impiccagione dei responsabili dell&#8217;attentato fatale allo zar Alessandro III</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Il primo marzo del 1881 arrivò finalmente per i terroristi la fine dello zar, ma non dello zarismo. L’attentato fu programmato con un’azione congiunta di due terroristi, Nikolai Rysakov e Ignatij Ioachimovič Grinevickij, il primo avrebbe dovuto lanciare una bomba verso la carrozza dello zar, mentre il secondo sarebbe intervenuto, come accadde, lanciando una seconda bomba se la prima avesse fallito l’obiettivo. Lo zar Alessandro fu ferito a morte dal secondo ordigno e morì dopo tre ore dall’attentato.<br />
Rysakov, interrogato a lungo e sperando di aver salva la vita, finì per rivelare quanto sapeva della congiura, permettendo l’arresto di alcuni complici: Andrej Ivanovič Želiabov, Gesja Gel’fman, Timofej Mchajlov, Sof’ja Perovskaja e Nikolaj Kibal&#8217;cič (l’artificiere del gruppo).<br />
Il 12 aprile Željabov, Perovskaja, Kibal’cič, Michajlov e Rysakov furono condannati a morte per impiccagione e la sentenza fu eseguita la mattina del 15 aprile 1881. Il nuovo zar Alessandro III si rifiutò di commutare la pena del “pentito” Rysakov, mentre la Gel’fman, in quanto incinta, fu condannata all’ergastolo.</p>
<div id="attachment_1998" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/09/Simbolo-del-movimento-Zemlja-i-Volja.jpg"><img class=" wp-image-1998 " alt="Simbolo del movimento Zemlja i Volja" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/09/Simbolo-del-movimento-Zemlja-i-Volja.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Simbolo del movimento Zemlja i Volja</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo l’assassinio, i terroristi scrissero una lettera </strong>al figlio del defunto zar e suo successore, Alessandro III, per invitarlo a considerare alcune richieste al fine di evitare «un disperato sussulto rivoluzionario in tutta la Russia». La prima richiesta riguardava un’amnistia generale dei prigionieri politici; la seconda, chiedeva la convocazione dei rappresentanti del popolo per una reale revisione delle strutture della vita sociale, assieme a una sua riorganizzazione secondo le aspirazioni del popolo. Il gruppo si dichiarò disponibile ad abbandonare la lotta armata e di sottomettersi a un&#8217;assemblea eletta dal popolo nella più perfetta libertà. Ecco alcuni passaggi della lettera:<br />
«Pur comprendendo perfettamente lo stato d’animo di Vostra Maestà, il Comitato esecutivo non si crede autorizzato a cedere a sentimenti di naturale delicatezza, che avrebbero senz’altro richiesto un rinvio della dichiarazione che segue&#8230;<br />
[…] il governo può continuare a imprigionare e a impiccare a suo piacimento, così come può anche annientare questa o quella organizzazione rivoluzionaria. Ammettiamo pure che riesca a distruggere le più importanti: non per questo l’idea di rivoluzione cesserà di diffondersi. Una terribile eruzione, una lotta sanguinosa, un disperato sussulto rivoluzionario di tutta la Russia porterà a compimento la distruzione del vecchio ordine.<br />
[…] Maestà, nel nostro paese non esiste attualmente un governo nel vero senso della parola. Un governo deve essere, secondo il principio della sua natura, l’espressione di quel che desidera il popolo&#8230; Da noi invece il governo &#8211; scusateci l’espressione &#8211; è degenerato in una totale camarilla e merita molto più di noi di essere definito una banda di usurpatori&#8230; Per venir fuori da questa situazione ci sono solo due vie d’uscita: o una rivoluzione o sennò un volontario appello al popolo da parte della più alta autorità. Nell’interesse della patria&#8230; il Comitato esecutivo si rivolge a Vostra Maestà col consiglio di prendere la seconda strada. Siate sicuro che non appena il potere avrà cessato di essere arbitrario, non appena avrà mostrato la ferma volontà di prestare orecchio alle esigenze della coscienza popolare e della sua coscienza morale, e di conseguenza voi avrete licenziato le spie che compromettono il governo e mandato il loro convoglio nelle caserme, potrete allora bruciare i patiboli che demoralizzano il popolo. In tal caso il Comitato esecutivo cesserà spontaneamente la propria attività&#8230; Vogliamo sperare che il sentimento del rancore personale non soffocherà in voi né il sentimento del dovere né la volontà di prestare orecchio alla verità. Anche noi abbiamo motivo di provare risentimento. Voi avete perduto il padre: noi non abbiamo perduto soltanto i nostri padri, ma anche i fratelli, le mogli, i figli e i migliori amici. Ma siamo pronti a far tacere i nostri sentimenti personali poiché il bene della Russia lo esige, e ci aspettiamo altrettanto da voi.<br />
Non vi poniamo nessuna condizione: vi ricordiamo semplicemente le attuali possibilità, che a nostro avviso sono due: 1) amnistia generale per tutti i criminali politici degli ultimi tempi, in quanto essi non hanno perpetrato dei crimini ma si sono soltanto limitati a compiere il loro dovere di cittadini; 2) convocazione dei rappresentanti del popolo per una revisione delle attuali strutture della vita pubblica e sociale e sua riorganizzazione secondo i desideri del popolo. Consideriamo tuttavia necessario farvi notare che una legalizzazione del potere mediante una rappresentanza popolare potrà essere ottenuta solo se le elezioni avranno luogo nella più perfetta libertà&#8230; È questo il solo mezzo per ricondurre la Russia nella via di un pacifico e regolare sviluppo. Dichiariamo solennemente e davanti al mondo intero che il nostro partito si sottometterà da parte sua senza riserve a una assemblea nazionale eletta sulla base delle condizioni suddette e non si permetterà più in avvenire di esercitare un’attività violenta di qualsiasi genere contro il governo sanzionato dall’assemblea nazionale. E ora, Altezza, prendete una decisione! Vi sono offerte due strade. Siete voi che dovete decidere!».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il nuovo zar non solo non risposte, </strong>ma reagì fermamente, intensificando la repressione e stabilendo misure speciali per i reati di matrice politica, tra cui processi dinanzi a corti marziali e adozione dell’esilio anche per i soli sospettati. Nel contempo, il movimento terroristico perse l’appoggio (in ogni caso passivo) del popolo.<br />
A seguito dell’attentato e della dura repressione, il primo nucleo di <em>Narodnaja Volja</em> fu irrimediabilmente distrutto e solo otto rivoluzionari rimasero in libertà. Nei due anni seguenti quello che restava dell’organizzazione continuò la lotta armata, ma senza azioni militari clamorose. Quello che rimaneva del gruppo iniziale fu raggiunto da una nuova repressione ordinata da Alessandro III e la storia del gruppo giunse al suo epilogo. Nel 1883 fu arrestata Vera Figner nel suo rifugio di Charkov. Con lei cadeva l’ultimo esponente del Comitato esecutivo di <em>Narodnaja Volja</em>.<br />
Lo zar Alessandro III dovette però fare i conti con gli epigoni della <em>Narodnaja Volja</em>, che prepararono un attentato da mettere a segno il 1° marzo 1887, sesto anniversario della morte di suo padre. La polizia riuscì a sventare il piano e cinque degli organizzatori furono arrestati e condannati a morte. Questo segnò il declino definitivo dell’organizzazione populista armata.<br />
Durante il processo, uno degli ultimi arrestati, Aleksandr Ul’janov, figlio di un ispettore scolastico distrettuale di Simbirsk, riuscì a sintetizzare le posizioni del gruppo: «La nostra intelligencija è così debole fisicamente e così disorganizzata che, attualmente, non può schierarsi in campo aperto, ed è solo per mezzo del terrore che può difendere il suo diritto al pensiero e alla partecipazione intellettuale alla vita della società. Il terrore è la forma di lotta creata dal XIX secolo, ed è la sola forma di difesa consentita alla minoranza che è forte solo spiritualmente e convinta della bontà della propria causa contro il potere materiale della maggioranza. […] Nella Nazione russa troverete sempre dieci persone che sono fedeli alle loro idee e pienamente consapevoli della infelicità del loro Paese, a tal punto che, per loro, non sarà un sacrificio in favore della causa in cui credono. Non c’è nulla che possa intimorire gente del genere».<br />
La condanna a morte di Aleksandr impressionò notevolmente il fratello diciassettenne Vladimir, che giurò vendetta. Vladimir Il’ič Ul’janov influenzato dagli scritti di Chernyshevsky, aderì anch’esso al pensiero della <em>Narodnaja Volja</em>, per poi iniziare lo studio del marxismo influenzato dalle idee di Plekanov. Poco dopo iniziò l’attività clandestina usando lo pseudonimo di Lenin.<br />
Trent’anni dopo, nel 1917, il giuramento fu mantenuto.</p>
<p><em><strong><span style="color: #808080;">Per saperne di più:</span></strong></em><br />
F. Venturi, <em>Il populismo russo. Dall’Andata nel popolo al terrorismo</em> &#8211; Einaudi, Torino 1972.<br />
V. A. Tvardovskaja,<em> Il populismo russo da Zemlja i volja a Narodnaja</em> &#8211; Editori Riuniti, Roma 1975.<br />
F. Battistrada,<em> Marxismo e Populismo</em> &#8211; Jaca Book, Milano 1982.<br />
D. Saunders, <em>La Russia nell&#8217;età della reazione e delle riforme 1801-1881</em> &#8211; il Mulino, Bologna 1997.<br />
R. Sinigaglia, <em>L’intelligencija russa nel secolo XIX tra ribellismo ed emigrazione</em><i>, </i>in «Clio», vol. 34, n. 1, 1998.<br />
R. Risaliti, <em>Storia della Russia. Dalle origini all’Ottocento</em> &#8211; Bruno Mondadori, Milano 2005.<br />
R. Paternoster, <em>Terrore e Terrorismi. La storia a mano armata</em> &#8211; Edizioni Associate, Roma 2010.</p>
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		<title>JOMINI, UNO SVIZZERO TRA NAPOLEONE E LO ZAR</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Jan 2014 23:06:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi - Meno conosciuto di Clausewitz, lo svizzero Antoine de Jomini fu un pensatore militare di primo piano. Fece parte dello stato maggiore di Ney e Napoleone, ma il suo pessimo carattere e la rivalità con il maresciallo Berthier lo misero in cattiva luce. Nel 1813 decise di &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Massimo Iacopi -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Meno conosciuto di Clausewitz, lo svizzero Antoine de Jomini fu un pensatore militare di primo piano. Fece parte dello stato maggiore di Ney e Napoleone, ma il suo pessimo carattere e la rivalità con il maresciallo Berthier lo misero in cattiva luce. Nel 1813 decise di porsi al servizio dello zar.</strong></em></p>
<div id="attachment_970" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/01/Antoine-Henri-Jomini.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-970" alt="Antoine de Jomini" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/01/Antoine-Henri-Jomini-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Antoine de Jomini</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Il 14 agosto 1813 “con una orribile pioggia che era cominciata all’inizio del giorno” un cavaliere seguito dal suo domestico, anch’egli a cavallo, si imbatte, presso la località di Jauer, in Slesia, negli avamposti del corpo russo dell’emigrato francese Langeron, che presta servizio con i Prussiani del maresciallo Blücher. Dal 4 giugno, a seguito dell’armistizio concluso a Pleiswitz, Francesi da un lato e Prussiani e Russi dall’altro, si fronteggiano. Il cavaliere fa consegnare a Langeron una lettera firmata Antoine Henri de Jomini, nella quale gli spiega che ha deciso di lasciare l’esercito francese, nell’ambito del quale serve come generale di brigata e capo di stato maggiore del maresciallo Michel Ney, per passare nel campo russo. L’emigrato, che non apprezza questo transfuga, non dovrà ospitarlo a lungo, in quanto un aiutante di campo dello zar Alessandro I, verrà a cercarlo per condurlo a Praga, dal suo sovrano. Langeron sottolinea che si tratta di un illustre teorico militare, ma soggiunge anche che “tutti questi grandi geni, con la penna in mano… hanno sempre fallito tutte le volte che hanno dovuto lasciare la penna per la spada”.<br />
Napoleone Bonaparte informato del fatto a partire dal 16 mattino, scrive all’arcicancelliere Cambacerés: “Jomini, capo di stato maggiore del Principe della Moskowa ha disertato. E’ lui che ha pubblicato qualche volume sulle campagne e che da molto tempo era sollecitato dai Russi. Certamente ha ceduto alla corruzione. Si tratta di un militare di scarso valore; si tratta, tuttavia, di uno scrittore che ha centrato qualche sana idea sulla guerra. E’ uno Svizzero”. Lo stesso giorno Jomini viene presentato allo Zar, che lo nomina generale di divisione con una rendita annuale di 20mila rubli. Il sovrano gli annuncia ugualmente che il generale Moreau, rientrato dall’America, si è schierato con i Russi.</p>
<div id="attachment_965" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/01/437px-Napoleon_in_1806.png"><img class="size-thumbnail wp-image-965" alt="Napoleone nel 1806" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/01/437px-Napoleon_in_1806-150x150.png" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Napoleone nel 1806</em></p></div>
<p><strong>Napoleone non si è sbagliato nell’affermare</strong> che “i russi erano da lungo tempo sulle sue tracce”. Dal 1804, Jomini aveva presentato senza successo, in varie occasioni, all’incaricato di affari russo a Parigi la sua disponibilità a servire per lo zar. All’epoca, questo autodidatta militare, originario del Vallese, era appena un comandante di battaglione nelle truppe dell’effimera Repubblica Elvetica, prima di lanciarsi in una carriera commerciale e di legarsi al maresciallo Ney, di cui diventerà aiutante di campo. Prestato inizialmente servizio presso il campo di Boulogne, in previsione dell’invasione dell’Inghilterra, egli partecipa, successivamente, alla conquista di Ulm nel 1806. Nella stessa epoca Jomini aveva pubblicato a Parigi i due primi volumi del suo <em>Trattato della Grande Tattica</em>. Assiste quindi alle battaglie di Jena e di Eylau e si incontra diverse volte con Napoleone. Egli segue poi Ney in Spagna, ma, di fronte alle noie procurategli dalla sua bestia nera, Louis Alexandre Berthier, Principe di Neuchâtel e maggior generale della Grande Armée, comincia ad accarezzare l’idea di entrare al servizio dei Russi. Alessandro I accetta di accoglierlo come generale di divisione.<br />
Avendo ottenuti i passaporti, Jomini invia alla fine dell’ottobre 1810 le sue dimissioni a Berthier, ma, a Berna, dove si trova provvisoriamente, una lettera di Clarke, ministro della Guerra napoleonico, gli intima di presentarsi immediatamente a Parigi. L’ufficiale ottempera ed apprende che Napoleone l’ha nominato generale di brigata, presso lo stato maggiore di Berthier, con l’incarico di lavori storici. Poco dopo, lo zar gli farà pervenire la nomina a maggior generale, addetto alla sua persona. Eccolo pertanto, a quel punto, con un diploma di generale francese in una tasca e con quello di generale russo nell’altra.<br />
Diverse volte i Russi torneranno alla carica, ma invano, in quanto Jomini, che è ormai in preda ad un vero e proprio terrore nei riguardi del governo francese, oppone un rifiuto a tutte le proposte russe. Egli partecipa alla Campagna del 1812, ma nella retroguardia, nella funzione di Governatore di Vilnius e quindi di Smolensk e si troverà anche coinvolto negli avvenimenti della Beresina, dove probabilmente non ha potuto giocare il ruolo che ha successivamente deciso di attribuirsi.</p>
<div id="attachment_966" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/01/Jena_1806.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-966" alt="Napoleone a Jena nel 1806" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/01/Jena_1806-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Napoleone a Jena nel 1806</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il personaggio pone effettivamente dei problemi agli storici</strong> per la sua innata tendenza alla dissimulazione. Alcuni documenti recenti hanno rivelato che egli aveva lasciato la Svizzera nel 1801, anche a causa di un affare poco onorevole di tangenti. Egli aveva affermato, inoltre, di aver firmato nel 1797, insieme ad altri patrioti del Vallese, una petizione per reclamare alla Francia la conservazione dei loro diritti. In tal modo si era posto agli occhi dell’opinione pubblica come uno dei padri della indipendenza vallese. Tuttavia, era poi stato dimostrato che egli non solo non aveva mai firmato nulla di simile, ma, peggio ancora, nel 1804, aveva indirizzato a Murat, a quel tempo Governatore di Parigi, una petizione da far pervenire al Primo Console, nella quale richiedeva la “riunione della Svizzera alla Francia”. Il nostro personaggio cercherà, in seguito, di celare questo passo, per tentare di riaccreditare nuovamente la sua immagine di patriota svizzero. Nel 1862, l’affare viene tuttavia a galla e Jomini – all’età di 83 anni – è obbligato a riconoscere: “Io ho commesso, 60 anni fa, degli errori di cui ho avuto occasione di dispiacermi”.<br />
Nel 1813, mentre sta preparando il suo passaggio ai Russi, Jomini ottiene un congedo di 6 mesi per motivi di salute, con l’obbligo di trascorrerlo in Svizzera. In realtà, egli si reca a Monaco di Baviera sotto falso nome, per ricevere il passaporto russo. Le lettere che indirizza a Berthier ed a Clarke sembrano inviate da Baden, nel cantone svizzero dell’Argovia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche il suo percorso “politico” è piuttosto discutibile.</strong> Inizialmente giacobino, l’uomo diventa un “adoratore” di Napoleone, ma una volta entrato al servizio dello zar si trasformerà in fautore della monarchia di diritto divino. Da quel momento le sue posizioni saranno ispirate a una visione “reazionaria” del mondo. La rivoluzione del 1848 suscita in lui un senso di repulsione ed in occasione della Guerra di Secessione Americana, Jomini si schiera per gli Stati del Sud. Per tutta la vita disprezzerà l’Inghilterra e le sue istituzioni.<br />
Infine il carattere, che definirlo difficile sarebbe un eufemismo. Diffidente verso tutti, l’uomo vede ovunque nemici e complotti. Convinto della sua superiorità intellettuale, egli schiaccia con il suo disprezzo quelli che non condividono le sue idee. Bilioso ed ipocondriaco, si sente tormentato da un’infinità di mali, reali ed immaginari. A partire dal suo 50° anno di età egli firma le sue lettere con la pseudonimo di <em>Moribondus</em>, ma gli resteranno ancora 40 anni da vivere.</p>
<div id="attachment_967" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/01/458px-Louis-Alexandre_Berthier.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-967" alt="Il maresciallo Berthier" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/01/458px-Louis-Alexandre_Berthier-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Il maresciallo Berthier</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il “processo di defezione” del 1813 è ben documentato.</strong> Da Leignitz, nella Slesia, Jomini scrive il 17 giugno 1813 al suo confidente Monnier, addetto al Duca di Bassano: “Occorre che vi dica che il Principe di Neuchâtel rinnova le sue seccature nei miei confronti per mezzo di miserabili minuzie; la sua corrispondenza, sempre piena di rimproveri, annuncia un temporale”. Effettivamente, il giorno dopo, da Dresda, Berthier gli indirizza il seguente messaggio: “A nome dell’Imperatore, vi spedisco un corriere straordinario, le cui spese verranno trattenute sulle vostre prebende, per raccogliere un rapporto sullo stato della situazione del 3° Corpo d’Armata, che ha avuto specifico ordine di attendere da Voi. L’Imperatore mi ordina di mettere queste disposizioni nell’ordine dell’esercito e di testimoniarvi tutta la sua insoddisfazione ed il suo malcontento per la negligenza con cui voi esercitate le vostre funzioni”. Questo schiaffo fa titubare moralmente Jomini che scrive a Monnier: “Ah, mio caro, questo ne è capace; mai io non sopporterei un affronto così crudele… Io mi considererei il più miserabile degli uomini se fossi capace di servire un quarto d’ora di più”.<br />
Il 13 agosto, egli invia una lettera a Napoleone per spiegargli la sua decisione di passare al servizio dello zar: “Allontanato dal grand’uomo che mi aveva una volta onorato, perseguitato dai suoi ministri, non avendo nulla da sperare dagli sforzi che ho fatto per servire al meglio, nonostante il cattivo stato della mia salute, non mi resta altra soluzione che quella di ritirarmi. Non dimenticherò mai gli istanti che ho trascorso accanto al più grande dei capitani. Nessuna sua parola, nessun suo sguardo verranno mai cancellati dalla mia memoria”. Jomini indirizza altresì a Ney una lunga missiva che contiene queste righe: “In rotta con il principe di Neuchâtel, ignorato da Vostra Eccellenza e trovandomi sotto il peso di un sistema che non lascia nulla da sperare, io non posso più continuare a sacrificare per molto tempo quello che resta della mia debole salute correndo dietro alle umiliazioni”. Ma la replica non si fa attendere: il 7 settembre un tribunale militare francese, riunito a Görlitz, lo condanna a morte in contumacia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Jomini, accolto a braccia aperte dallo zar</strong> e dai giovani ufficiali del suo stato maggiore che ammirano la sua opera teorica, sarà colpito a freddo dall’imperatore d’Austria che vede in lui un disertore. Inoltre, i suoi modi scoccianti e perentori non tarderanno ad attirargli solide inimicizie, fra cui quella di Radetsky, capo di stato maggiore del Principe di Schwarzemberg.<br />
Riguardo al suo schieramento dalla parte dei Russi le opinioni divergono. Per alcuni, Jomini non è altro che un volgare transfuga, ovvero un traditore, mentre per altri il suo modo di agire è stato maldestro, ma tuttavia legittimo. Le accuse di aver portato ai Russi i piani di operazioni francesi non hanno alcun fondamento. Non solo Jomini non ha trafugato alcun documento militare, ma rifiuterà anche di rispondere alle domande riguardanti le disposizioni tattiche e gli effettivi dei Francesi. Tuttavia, durante la sua lunga vita si addenseranno su di lui numerosi sospetti e con un certo sollievo accoglierà le dichiarazioni di Napoleone da Sant’Elena che confermavano il fatto di non aver portato alcun piano ai nemici: “Egli non ha tradito le sue bandiere come Pichegru, Augereau, Moreau, Bernadotte: egli doveva lamentarsi di una grande ingiustizia: è stato accecato da un sentimento onorevole: non era un Francese; l’amor di patria non l’ha trattenuto”.</p>
<div id="attachment_969" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/01/Ritratto-equestre-di-Alessandro-I.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-969" alt="Ritratto equestre di Alessandro I" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/01/Ritratto-equestre-di-Alessandro-I-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Ritratto equestre di Alessandro I</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Durante la Campagna di Germania e quindi al Congresso di Vienna,</strong> Jomini sarà un consigliere ascoltato dallo zar, per il quale compilerà numerose memorie. Ma con il tempo la sua influenza diminuirà. Nonostante il grado di Generale in capo (dal 1826), l’uomo non giocherà più alcun ruolo, anche se rimarrà ancora precettore militare dello zarevich. Dovrà accontentarsi di fare la comparsa durante la campagna del 1828 contro i Turchi e vivrà in seguito più frequentemente a Parigi, a Bruxelles ed in Svizzera, recandosi raramente in Russia.<br />
Ma l’immensa influenza esercitata nel mondo intero dalla sua opera, tradotta in una miriade di lingue, compenserà questo offuscamento militare. Sul piano teorico, egli riduce la guerra ad alcuni principi semplici ed immutabili, enunciati a partire dal 1806 nella sua <em>Esposizione dei principi generali dell’Arte della guerra</em>, ripresi ed approfonditi nel <em>Compendio dell’Arte della guerra</em>, del 1839, ai quali rimarrà fedele per tutta la sua vita: iniziativa strategica, movimento sulla parte più debole del nemico, attacco sul fianco, concentrazione delle forze… Durante la sua lunga esistenza, Jomini ha assistito, sullo sfondo della rivoluzione industriale, a trasformazioni importanti nei mezzi destinati alla condotta delle operazioni. Ma la comparsa della ferrovia, del telegrafo, delle armi a retrocarica o dei battelli a vapore, non gli impediranno di considerare come intangibili i suoi principi teorici. Nello stesso tempo egli critica i lati oscuri del prussiano Clausewitz, che a sua volta lo definisce un “amico militare dei ragazzi”, vale a dire un semplificatore, che ignorando l’opacità di fondo dell’arte della guerra, ne rende gli arcani intellegibili ai bambini.<br />
In ultima analisi, saranno i 15 volumi della <em>Storia delle guerre della Rivoluzione</em>, pubblicati fra il 1820 ed il 1824, a costituire la parte principale dell’opera dello Svizzero. Un lavoro pazzesco nel quale Jomini ha riunito un’enorme quantità di documenti che gli hanno permesso di presentare gli avvenimenti con una rimarchevole obiettività, senza cercare di imporre al lettore la sua visione teorica della guerra. Nella <em>Vita di Napoleone, raccontata da lui stesso</em>, pubblicata anonimamente nel 1827, egli rivela quello che è stato il fantasma della sua esistenza: essere non solo il commentatore più esperto delle guerre napoleoniche ma anche, nel senso forte del termine, un doppione dello stesso Imperatore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></strong><br />
Ami-Jacques Rapin, <em>Jomini et la stratégie. Une approche historique de l&#8217;œuvre</em> &#8211; Payot, Lausanne 2002<br />
Baqué Jean-François, <em>L&#8217;homme qui devinait Napoléon&#8230; Jomini</em><i> -</i> Perrin, Paris 1994<br />
Antoine de Jomini, <em>Ristretto dell&#8217;arte della guerra, ossia Nuovo quadro analitico delle principali combinazioni della strategia, della gran tattica, e della politica militare</em> &#8211; Fabbreschi, Livorno 1855</p>
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