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	<title>Storia in Network &#187; Tupamaros &#124; Storia in Network</title>
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		<title>LA “LIBERACION TUPAMARA” IN URUGUAY</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Feb 2024 09:10:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Renzo Paternoster - Tra il 1963 e i primi anni Settanta, in un quadro politico autoritario e di forte tensione sociale, l’Uruguay sperimentò la più grande forma di guerriglia urbana dell’America Latina: i Tupamaros del Movimiento de Liberación Nacional. - L’Uruguay è un piccolo Stato dell’America Latina che si &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Renzo Paternoster -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Tra il 1963 e i primi anni Settanta, in un quadro politico autoritario e di forte tensione sociale, l’Uruguay sperimentò la più grande forma di guerriglia urbana dell’America Latina: i Tupamaros del Movimiento de Liberación Nacional.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">-</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’Uruguay è un piccolo Stato dell’America Latina</strong> che si trova tra due giganti, l’Argentina e il Brasile. Prima dell’arrivo degli spagnoli il territorio era abitato da tribù indigene prevalentemente nomadi. Il primo europeo a inoltrarsi all’interno del territorio uruguaiano fu l’esploratore spagnolo Juan Díaz de Solís, che nel 1516 risalì il Rio de la Plata, restando però ucciso in un’imboscata indigena.<br />
La tenace resistenza degli oriundi Charrúas preservò il territorio dalla prima ondata di <em>conquistadores</em> sbarcati nel subcontinente. Infatti solo nel 1624 fu stabilito il primo insediamento permanente spagnolo, a Soriano, sul Rio Negro.<br />
Dal 1680 una contesa sulla proprietà delle terre uruguaiane oppose i portoghesi agli spagnoli. La disputa per il controllo della zona si protrasse fino al 1777, quando il territorio passò sotto il completo dominio spagnolo, che fu incorporato al vicereame del Río de la Plata col nome di Banda Oriental.<br />
Nel 1810 iniziarono i primi moti anticoloniali. L’anno dopo, a febbraio, si registrò il primo tentativo indipendentista spronato da un parroco, dom Silvestro Antonio Martinez, e guidato da quello che oggi è considerato l’eroe nazionale, il generale José Gervasio Artigas. Dopo essersi sottratti alla dominazione spagnola e poi al controllo di Argentina e Brasile, l’Uruguay si costituì come Stato completamente indipendente nel 1828. Due anni dopo, 18 luglio 1830, l’approvazione della Costituzione sancì la nascita della Republica Oriental del Uruguay.<br />
Ben presto sorse una forte ostilità da parte dei due schieramenti politici che avevano condotto la vittoriosa insurrezione nazionale: l’Asociación Nacional Republicana, soprannominato Partido Colorado, e il Partido Nacional de Uruguay, più conosciuto come Partido Blanco. I primi sono liberali, espressione della borghesia impegnata nell’industria conserviera e conciaria; i secondi sono conservatori, espressione del latifondo e appoggiati dal clero. La rivalità portò a una guerra civile (1843–1851) che vide vittoriosi i <em>colorados</em>. Nel 1855 si riaprì il conflitto tra <em>colorados</em> e <em>blancos</em>, ma dopo le elezioni del 1865 la direzione del Paese rimase per novantatré an¬ni nelle mani del Partido Colorado.<br />
Fra il 1911 e il 1915, il presidente José Batlle y Ordóñez, riformò profondamente lo stato sociale, facendo dell’Uruguay il Paese più avanzato dell’America latina. Tale crescita si protrasse fino ai primi anni Cinquanta, seppur con tentativi dittatoriali e con varie riforme costituzionali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Agli inizi del Novecento,</strong> con lo sviluppo dell’immigrazione soprattutto spagnola e italiana, si forma una classe media (artigiani, commercianti e piccoli proprietari) che si stabilisce principalmente a Montevideo, la capitale del Paese, dando vigore all’economia nazionale.<br />
Nel 1954 il calo del prezzo della lana e la diminuzione delle esportazioni di carne, determinano una gravissima crisi economica, che genera un crescente malcontento tra la popolazione. Così, dopo un periodo di stabilità economica e politica, l’Uruguay piomba in una spaventosa crisi che porta l’inflazione al 136%. L’aumento del costo della vita porta il Paese verso un grosso conflitto sociale.<br />
Nelle elezioni del 1958, dopo novantatré anni di governi di tendenza liberale e cautamente riformista del Partido Colorado, il Partido Blanco ottiene una schiacciante maggioranza parlamentare.<br />
Nel 1968, la morte del Presidente in carica, il generale dell’aviazione Oscar Daniel Gestido, comporta l’assunzione della carica presidenziale del suo vice, Jorge Pacheco Areco. Il nuovo presidente, filoamericano e di tendenze conservatrici, avvia una decisa politica antinflazionistica, che fa esplodere la tensione sociale, alimentata dalle organizzazioni d’estrema sinistra.<br />
Nel 1961, in occasione della protesta dei <em>cañeros</em> (i lavoratori della canna da zucchero del nord del Paese) Raúl Sendic, già dirigente del Partito socialista del Paese, riesce a organizzare un sindacato agrario. Il padronato programma quattro grandi manifestazioni a Montevideo, con lo scopo preciso di chiedere al governo l’applicazione delle leggi a loro difesa, proponendo anche l’espropriazione dei latifondi improduttivi.<br />
Per meglio coordinare le attività di solidarietà nei confronti dei <em>cañeros</em>, nasce un movimento politico chiamato Coordinador. Sin dai primi incontri, i militanti di questo movimento mettono in discussione il ruolo ambiguo della sinistra ufficiale uruguayana, spudoratamente assoggettata all’URSS e giudicata inetta nel sviluppare serie linee di guida per i lavoratori e per i settori popolari.<br />
In seguito alla svolta ancor più autoritaria del governo, un acceso dibattito interno al movimento Coordinador porta drasticamente a due schieramenti che appoggiano due distinte forme di lotta: quella lotta legale, attraverso la fondazione di un partito autonomo dalla sinistra ufficiale, affiancato da un apparato militare difensivo; quella armata con un’alleanza di tutte le forze popolari indipendenti e la creazione di una vera e propria organizzazione politico-militare.<br />
È in questo infelice quadro, di forte tensione sociale, che nascono e si radicano nella società uruguayana i Tupamaros del Movimiento de Liberación Nacional.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fondato nel 1962</strong> dall’avvocato socialista Raúl Sendic Antonaccio (Chamangá, 1925 – Parigi, 1989), il movimento prende il nome da Tupac Amaru, leggendario ultimo capo indio ribellatosi nel XVIII secolo agli spagnoli e da questi ucciso. La scelta del nome, Movimento di Liberazione Nazionale – Tupamaros, ha voluto evidenziare la volontà dei dirigenti del movimento di rompere le antiche catene che legavano il Paese alla soggezione straniera, attraverso la lotta ai governi fantoccio considerati imperialisti e filostatunitensi.<br />
Il movimento non va confuso con il quasi omonimo Movimiento Revolucionario Túpac Amaru (MRTA) del Perù, nato tra i militanti del Movimiento de Izquierda Revolucionaria (Movimento della Sinistra Rivoluzionaria–Mir) e da una decina di dirigenti del Partido Socialista Revolucionario Marxista-Leninista (PSR–ML).<br />
A metà anni Sessanta un segno indecifrabile comincia ad apparire su diversi muri della città di Montevideo: è una stella pitagorica obliqua con una T collocata al centro. Il pentacolo assume nelle intenzioni dei guerriglieri tupamaros il simbolo dell&#8217;unione delle lotte dei popoli dei cinque continenti.<br />
Inizialmente il movimento decide di organizzarsi senza compiere alcuna azione, ma, quando il 13 giugno 1968 il presidente Pacheco Areco decreta la limitazione delle libertà civili, i Tupamaros abbandonano la legalità scegliendo la guerriglia urbana, come mezzo per la lotta politica, e la clandestinità, per la tutela dei suoi militanti.<br />
Il movimento, composto per lo più da giovani appartenenti alla media borghesia di Montevideo, è un’organizzazione che fin dall’inizio appoggia la creazione del Frente Amplio, concependolo come un fronte politico, dove si devono concentrare tutte le esperienze di lotta del popolo e in cui doveva crescere la coscienza politica rivoluzionaria. Il Frente Amplio è stato un’alleanza di gruppi politici legali ed espressione della volontà di cambiamento da parte del popolo. Esso nasce come prodotto delle lotte del popolo nelle rivolte accadute all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso nel Paese.<br />
Il Movimento di Liberazione Nazionale Tupamaros, non potendo collaborare pubblicamente perché clandestino, partecipa a questa grande organizzazione politica di massa attraverso il Movimiento de Independientes 26 de marzo, pur senza mai presentare propri candidati alle competizioni elettorali e lasciando comunque libera scelta elettorale o astensionista ai propri militanti.<br />
Nei <em>Lineamientos estratégico-tácticos</em> del programma del Movimiento de Liberación Nacional – Tupamaros, si ritrova il carattere politico-sociale della lotta del gruppo: lotta per la liberazione nazionale, per il socialismo e per la creazione di una società “senza sfruttati e senza sfruttatori”.<br />
Tra gli obiettivi del gruppo: il diritto dei lavoratori a essere artefici del destino del Paese; la pianificazione e la gestione da parte dei lavoratori delle attività economiche del Paese; il diritto alla casa, alla salute, al lavoro e all’educazione per tutti; la distribuzione equa dei beni, delle ricchezze del lavoro e dei rischi; uguaglianza sociale tra i sessi; abolizione delle differenze fra lavoro manuale e lavoro intellettuale; il riconoscimento come categoria privilegiata dei bambini, degli anziani e dei più deboli; lotta alla schiavitù politica e sociale; costruzione di un mondo dove gli esseri umani possano vivere senza armi, senza esercito, senza violenza; la fiducia in un mondo in cui gli uomini possano autogestire la propria convivenza senza necessità dello Stato.<br />
Per realizzare questi propositi, i Tupamaros decidono per una rottura netta con il sistema politico del tempo, propendendo per la rivoluzione. Questo, come si legge nella <em>Declaración Constitutiva &#8211; Compromiso Político</em>, «per costruire una Patria Grande».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2024/01/Stella-sghimbescia-del-Movimiento-de-Liberación-Nacional-tupamaros-de-Uruguay.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-13405" alt="stella-sghimbescia-del-movimiento-de-liberacion-nacional-tupamaros-de-uruguay" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2024/01/Stella-sghimbescia-del-Movimiento-de-Liberación-Nacional-tupamaros-de-Uruguay-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a>Nel documento <em>30 preguntas a un tupamaro</em></strong> (30 domande a un Tupamaro), dichiarazione pubblicata senza firma sulla rivista cilena «Punto final» il 2 giugno 1968, i tupamaros esprimono sotto forma di autointervista, la piattaforma di lotta del loro movimento.<br />
A sfavore del «principio della necessità dell’azione politica di massa come mezzo imprescindibile per rafforzare e ampliare il potere militare della guerriglia, i Tupamaros ritenevano che fosse l’azione armata a indurre una presa di coscienza politica dei guerriglieri e, in generale, della popolazione», dunque la teoria politico-militare tupamara è tutta nella «convinzione che le rivoluzioni possono essere provocate o indotte senza il concorso iniziale delle masse», ma attraverso l’azione, la guerriglia, che «deve prevalere sul discorso politico» [Medero (2017), <em>La guerra de guerrillas</em>, p. 52]. Dunque, i Tupamaros adattano la teoria guevariana della rivoluzione al loro contesto storico, politico e geografico, adottando la tecnica della guerriglia urbana che diventa mezzo essenzialmente politico e non un semplice strumento tattico.<br />
La guerriglia tupamara si struttura quindi con caratteristiche proprie, diverse da altre latinoamericane: il territorio di intervento è soprattutto la metropoli Montevideo, in tutti i casi le città. Questo per il particolare aspetto demografico del Paese, con una popolazione prevalentemente urbana.<br />
Compiendo azioni militari di logoramento permanenti contro tutti i settori che sostengono il governo i Tupamaros fissano il loro obiettivo nella creazione di un potere rivoluzionario reale contrapposto a quello del regime, costruendo — come loro stessi intendevano — «il concetto e la struttura di un dualismo di potere» [Gilio (1972, <em>Guerriglia tupamara</em>, p. 225].<br />
Gli attacchi, dunque, si concentrano soprattutto nei confronti della borghesia oligarchica, dell’esercito, dell’apparato giudiziario, della stampa e della proprietà straniera, attraverso azioni di sabotaggio, ra-pimenti di funzionari e collaboratori di governo (la cui liberazione è vincolata a contropartite politiche), omicidi politici di personalità politiche ritenute “soci” e cooperatori del regime (l’azione più eclatante fu il rapimento e l’esecuzione di Dan Mitrione, funzionario americano e consulente militare presso la questura di Montevideo). Le grandi e spettacolari rapine organizzate dai Tupamaros nei primi anni di lotta per autofinan¬ziarsi, per lo più incruente, si contrappongono nell’ottica propagandistica del movimento alle tradizionali ruberie di cui era accusato il governo uruguaiano; mentre gli assalti a depositi d’armi servono all’approvvigionamento militare.<br />
Il gruppo diventa un mito per ideologi e militanti dei movimenti rivoluzionari europei. Nel famoso saggio <em>La lezione dei Tupamaros del Movimento di liberazione nazionale uruguaiano</em>, l’intellettuale francese Régis Debray si preoccupò di propagandare in Europa l’azione del gruppo. In Italia le Brigate Rosse decidono di adottare la stella sghimbescia degli uruguayani Tupamaros (eliminando la T e producendo sotto le inziali BR) per ammirazione verso questo movimento armato.</p>
<div id="attachment_13406" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2024/01/Jose-Mujica-a-sinistra-con-i-compagni-prigionieri-politici-il-giorno-della-loro-liberazione-il-14-marzo-1985.jpg"><img class=" wp-image-13406 " alt="Mujica (a sinistra) con gli altri prigionieri il giorno della liberazione, il 14 marzo 1985." src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2024/01/Jose-Mujica-a-sinistra-con-i-compagni-prigionieri-politici-il-giorno-della-loro-liberazione-il-14-marzo-1985.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Mujica (a sinistra) con gli altri prigionieri il giorno della liberazione, il 14 marzo 1985.</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>I governi che si avvicendano negli anni fra il 1968 e il 1973</strong> contrastano aspramente il movimento di liberazione tupamaro, attraverso la proclamazione dello stato d’assedio e una serie di leggi speciali, tra cui l’utilizzo della tortura come mezzo per ottenere informazioni.<br />
Nel 1972, il nuovo presidente uruguayano, il conservatore Juan María Bordaberry Arocena, intensifica la lotta antiguerrigliera attraverso operazioni coperte di settori della polizia e dell’esercito. Nel febbraio 1973 Bordaberry, con un auto-golpe, Bordaberry cede parte del potere esecutivo alle Forze armate, diventate sem¬pre più influenti dopo le azioni contro i Tupamaros. Lo stes¬so Bordaberry, nel giugno dello stesso anno, scioglie il Parlamento e lo sostituisce con un Consiglio di Stato di venticinque membri, in prevalenza militari.<br />
I dodici anni di governo militare autoritario sono contrassegnati, oltre che dalla repressione politica, dall’incarcerazione dei dirigenti sindacali, dalla proibizione delle attività sindacali, compresi gli scioperi.<br />
Inizia così una repressione senza precedenti che, pur non raggiungendo la spietatezza argentina e cilena, è egualmente spietata e criminale, con migliaia di desaparecidos (non a caso il 15 novembre del 2002 Bordaberry è denunciato da 1.500 uruguayani per il suo ruolo chiave nella feroce dittatura che insanguinò il Paese; sottoposto a processo dal 2006, con l’accusa di aver commesso gravi crimini durante la sua dittatura, per complicità nel colpo di Stato, per violazione della Costituzione e come mandante di sequestri e sparizioni di oppositori politici, è condannato a trenta anni di reclusione).<br />
Così la maggior parte dei leader del movimento è incarcerata: Raúl Sendic, Eleuterio Fernández Huidobro , Mauricio Rosencof , Adolfo Wasem , Julio Marenales , Henry Engler, Jorge Manera, Jorge Zabalza e José Mujica, hanno trascorso oltre dieci anni in prigioni militari e considerati dal regime come ostaggi, ossia come detenuti che, in caso di ulteriori azioni militari dei Tupamaros, sarebbero stati immediatamente giustiziati. Altri fuggono all’estero, ricevendo anche appoggio in esilio, ma senza riuscire a riorganizzare il movimento, ormai allo stremo.<br />
Schiacciato dalle contraddizioni di una politica economica basata sulle ricette neoliberiste importate dagli Stati Uniti d’America, il potere militare si trova a scontrarsi con imponenti manifestazioni popolari, tra cui quella che rifiuta la nuova Costituzione (presentata nel 1980) considerata apertamente antidemocratica.<br />
Nel gennaio 1984 i sindacati proclamano uno sciopero generale che, dopo quindici giorni, ha un successo trascinante, costringendo i militari ad abbandonare il potere.<br />
Dal 1982 inizia il processo di restituzione del potere alla società civile, che culmina nel novembre 1984, quando si tengono le prime elezioni presidenziali libere. Junio María Sanguinetti, un moderato del Partido Colorado, sale al potere democraticamente, formando un governo di unità nazionale. È il ritorno di un civile al potere dopo tanti anni di dittatura militare.<br />
Nel dicembre 1986, le leggi di amnistia emanate durante la fase di transizione ridanno la libertà ai detenuti politici del Tupamaros così come l’impunità a tutti i membri del governo militare accusati di violazione dei diritti umani durante la dittatura. In quest’ultimo caso i partiti di sinistra protestano, ma un referendum nel 1989 conferma l’amnistia anche per gli ex membri del regime.<br />
Nel 2009, l’ex tupamaro José Alberto <em>Pepe</em> Mujica Cordano è eletto democraticamente Presidente della Repubblica, carica che ricopre dal 2010 al 2015, rinunciando a vivere nel palazzo presidenziale e donando circa il 90% del suo stipendio a organizzazioni non governative e a persone bisognose.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
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<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #808080;"><em>Per saperne di più<br />
</em></span></strong><em>Acta Tupamaras</em>, in «Sitios de Memoria Uruguay», https://sitiosdememoria.uy/sites/default/files/2020-02/Actas%20Tupamaras_text.pdf.<br />
Movimiento de Liberación Nacional &#8211; Tupamaros, <em>Declaración Constitutiva &#8211; Compromiso Político &#8211; Reglamento de Organización &#8211; Bases Programáticas</em>, in «Radio36 &#8211; Montevideo», http://www.radio36.com.uy/en trevistas/2004/02/documento2.htm.<br />
Movimiento de Liberación Nacional &#8211; Tupamaros, <em>30 preguntas a un tupamaro</em>, in «CEDEMA – Centro de Documentación De Los Movimientos Armados», https://cedema.org/digital_items/1735.<br />
Movimiento de Liberación Nacional &#8211; Tupamaros, Dichiarazioni, atti, comunicati, risoluzioni e documenti, in «CEDEMA – Centro de Documentación De Los Movimientos Armados», http://www.cedema.org/index.php?ver=verlista&amp;grupo=67&amp;nombrepais=Uruguay&amp;nombregrupo=MovimientodeLiberaciónNacional–Tupamaros.<br />
M. E. Gilio, <em>La guerrilla tupamara</em>, Casa de las Américas, La Habana (Cuba) 1970, trad. it. Guerriglia tupamara, a cura di V. Parlato, Bertani, Verona 1972.<br />
R. Debray, <em>La lezione dei Tupamaros del Movimento di liberazione nazionale uruguaiano</em>, Feltrinelli, Milano 1972.<br />
AA. VV., <em>Historia del Uruguay del siglo XX. 1890-2005</em>, https://historiavivianasencion.files.wordpress.com/2015/10/historia-del-uruguay-capitulos-1-y-2.pdf.<br />
R. Paternoster, <em>La politica del terrore. Il terrorismo. Storia, concetti, metodi</em>, Aracne, Roma 2015.<br />
G.S. Medero, &#8220;La guerra de guerrillas&#8221;, in G.S. Medero, F. Aznar Fernández-Montesinos, Á. Gómez de Ágreda, F. Díaz Alpuente, E. Sánchez de Rojas Díaz, <em>Amenazas Pasadas Presentes y Futuras: las Guerras Asimétricas</em>, Ediciones USTA Universidad de Santo Tomás), Bogotá 2017, pp. 45-107, https://repository.usta.edu.co/bitstream/handle/11634/22430/9789588477589.pdf?sequence=1&amp;isAllowed=y.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>GUERRIGLIA, LA “PICCOLA GUERRA” TRA DAVIDE E GOLIA</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Dec 2014 07:45:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Renzo Paternoster - In risposta alla dissimmetria bellica, da secoli l’arte della guerriglia si avvale dell’invisibilità, dell’elusività, della flessibilità, della rapidità e della pazienza. La sua carta vincente è il tempo, non la potenza di fuoco.   La guerriglia è una forma di strategia militare che si inserisce integralmente &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Renzo Paternoster -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>In risposta alla dissimmetria bellica, da secoli l’arte della guerriglia si avvale dell’invisibilità, dell’elusività, della flessibilità, della rapidità e della pazienza. La sua carta vincente è il tempo, non la potenza di fuoco.</strong></em></p>
<p><b> </b></p>
<div id="attachment_2317" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Vietcong-guerriglieri-del-Vietnam.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-2317" alt="Guierriglieri Vietcong" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Vietcong-guerriglieri-del-Vietnam-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Guerriglieri Vietcong</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>La guerriglia è una forma di strategia militare</strong> che si inserisce integralmente nel concetto moderno di “guerra asimmetrica”. Essa è un conflitto nel quale vi è un evidente divario tra le forze militari e le risorse economiche degli avversari, che non consente alla parte più debole un confronto diretto, ma solo uno scontro indiretto che, utilizzando strategie e tattiche non convenzionali, sfrutti le debolezze dell’avversario.<br />
La guerriglia, quindi, si basa su incursioni rapide e improvvise contro basi e convogli nemici, linee di comunicazione, trasporto e rifornimento, esponenti militari e politici. Il fine è quello di ostacolare l’azione del nemico e distruggerne il potenziale bellico, per logorarlo e costringerlo a utilizzare continue risorse. Insomma, come diceva Mao Zedong, la guerriglia può essere considerata «l’arte di fiaccare i nemici con tante punture di spillo».<br />
La mobilità estrema delle formazioni guerrigliere rende assai difficile sconfiggerle. Infatti, mancando della forza numerica e bellica necessaria a contrastare un esercito regolare in campo aperto, le formazioni guerrigliere operano da luoghi di difficile accesso, da cui partono per missioni di disturbo e sabotaggio, oppure sfruttano luoghi particolari per tendere imboscate. La guerriglia, oggi come un tempo, non ha eserciti regolari, spesso ha armi obsolete, ma ha la grande capacità di “dominare” il tempo e lo spazio. I guerriglieri, infatti, non hanno fretta di colpire il nemico, sanno aspettarlo per combatterlo in piccole incursioni dove meno se l’aspetta. Essi hanno anche il controllo dello spazio, poiché i piccoli gruppi di guerriglieri possono muoversi e colpire ovunque e di sorpresa, senza articolati schemi tattici. Per questo la guerriglia dipende in massima parte dall’eccellente conoscenza dei luoghi in cui opera, dal radicamento dei guerriglieri nel territorio e dall’aiuto dei civili per asilo e informazioni.</p>
<div id="attachment_2324" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Ussr0460.jpg"><img class=" wp-image-2324 " alt="Un manifesto sovietico del 1943 che incita al sabotaggio contro l'esercito tedesco" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Ussr0460.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Un manifesto sovietico che incita al sabotaggio contro l&#8217;esercito tedesco</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il termine “guerriglia” nasce in epoca recente</strong> per definire la resistenza spagnola contro l’esercito napoleonico durante la guerra peninsulare (1808-1813): <em>guerrilla</em>, “piccola guerra”.<br />
Nonostante il termine sia relativamente recente, la guerriglia ha origini antiche. È probabile che la guerriglia sia nata nelle antichissime tradizioni nomadi, ovvero tra quelle popolazioni che non avevano ancora raggiunto un grado di urbanizzazione sufficiente per sviluppare vere e proprie strutture militari.<br />
Nell’antichità la ritroviamo descritta anche nell’Antico Testamento e in altre opere di storici come Tacito, Appio, Frontino, Polibio, Plutarco. Essa fu attuata dagli ebrei guidati da Giuda Maccabeo contro i siriani, che occupavano il loro Paese (166-160 a.C.); dagli Arveni, popolazione della Gallia che insorse contro i Romani sotto la guida di Vercingetorige (52 a.C.); da Lusitani e Celtiberi che nel II secolo a.C. combatterono i Romani nella penisola iberica; dagli Zeloti, la setta giudaica che nel I secolo a.C. si ribellò all’occupazione romana della Palestina; dai Romani contro i Cartaginesi.<br />
Più avanti nella storia, fu praticata nella “Guerra dei cent’anni” (1337-1453) e nella rivolta dei Paesi Bassi contro gli spagnoli (1568-1648). La guerra d’indipendenza americana (1775-1783) vide i coloni del continente praticarla contro gli inglesi; i francesi la subirono nella rivolta della Vandea (1793-1796). Durante le campagne militari napoleoniche, le armate francesi furono continuamente impegnate dalla guerriglia scoppiata nelle zone occupate: in Egitto, nel Regno di Napoli, in Spagna dal 1807 al 1814. Sempre i francesi dovettero affrontarla in Algeria e in Marocco, dal 1832 al 1847, dai combattenti berberi guidati dall’emiro Abd el-Kader. La guerriglia fu condotta dai confederati durante la guerra di secessione americana (1861-1865), dai francesi durante la guerra franco-prussiana (1870-1871), dai Boeri contro gli inglesi a cavallo fra il XIX e il XX secolo. I bolscevichi la praticarono contro i reparti dell’Esercito Bianco durante la rivoluzione russa; i guerriglieri libici l’attuarono contro gli invasori italiani agli inizi del XX secolo; i guerriglieri messicani – i <em>cristeros </em>– la praticarono come difesa armata dai piani di distruzione della Chiesa cattolica in Messico da parte del regime del presidente Plutarco Elías Calles.<br />
In generale, dagli inizi del XX secolo la guerriglia diviene la strategia militare utilizzata per combattere il colonialismo, trasformandosi di fatto in guerra di popolo contro i regimi stranieri occupanti.<br />
Dopo il secondo conflitto mondiale, le esperienze più significative di guerriglia sono quelle della popolazione del Vietnam contro la Francia (1954-1961), prima, e contro gli Stati Uniti d’America (1963-1973), dopo. Anche in Algeria la guerra si trasforma in guerriglia contro gli occupanti francesi (1956-1959). In Asia i guerriglieri <em>mujaheddin </em>afghani infliggono un duro colpo all’imperialismo sovietico tra il 1979 e il 1989. In America Latina è utilizzata dal prete guerrigliero colombiano Camilo Torres Restrepo (1929- 1966), dal messicano Augusto Nicolás Calderón Sandino<b> (</b>1895-1934), dal brasiliano Carlos Marighella (1911- 1969), dall’argentino Ernesto Guevara de la Serna (più noto come Che Guevara, 1928-1967), dal messicano Rafael Sebastián Guillén Vicente (più noto come “subcomandante Marcos”, 1957-) e da molti altri guerriglieri che hanno combattuto per la terra e per l’ideologia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Esiste una vasta letteratura</strong><b> sulle teorie</b> della guerriglia. Analizziamone brevemente qualcuna.<br />
Uno dei primi teorici della guerriglia fu già nel VI-V secolo a.C. Sun Tzu, il generale stratega e filosofo cinese al quale è attribuito il libro <em>Sūnzǐ Bīngfǎ</em> (Arte della guerra), uno dei più importanti trattati di strategia militare di tutti i tempi. Egli codificò quella che chiamò “guerra irregolare”, ossia l’arte di piegare la volontà dell’avversario senza fare ricorso allo scontro aperto, perché ‒ come egli scrive ‒ «Chi eccelle nell’uso a metodi non ortodossi è inesauribile come il Cielo e privo di limiti come lo Yangze, il Fiume Giallo».<br />
Un altro documento antico che descrive la guerriglia come tattica da utilizzare per controllare il territorio e difendersi dalle incursioni nemiche è di epoca bizantina: il <em>Peri Paradromēs</em> (in latino <em>De velitatione bellica</em>), attribuito all’imperatore bizantino Nikēphoros II Phōkas (912 c.a.- 969), un manuale sulla guerriglia da attuare nella contesa che si sviluppò tra l’VIII e X secolo tra Bizantini e Arabi. In esso è posto l’accento sulla duttilità tattica e la necessità di privilegiare la velocità di movimento, come strategie vincenti di un’efficace guerriglia contro il nemico.<br />
Il generale prussiano Karl von Clausewitz, nel trattato <em>Vom Krige </em>(Della guerra), pubblicato postumo in tre volumi (1832-1837), delineò come linee fondamentali di un’efficiente guerriglia, innanzitutto l’appoggio popolare, poi l’esistenza di un territorio impervio utile anche per la ritirata strategica, infine un’azione frammentata in numerosi attacchi condotti su vari fronti: «Secondo il concetto che noi ci formiamo della guerra di popolo, essa, come una sostanza nebulosa, non deve mai infittirsi fino a costituire corpi compatti, altrimenti l’avversario dirigerà contro questi nuclei forze adeguate, li annienterà e farà molti prigionieri; in tal caso l’audacia diminuirà, […], e le armi cadranno dalle mani del popolo».<br />
Il generale prussiano, tuttavia, immaginava la guerriglia operare sempre in concorso con un esercito regolare e subordinata a un piano operativo diretto dalle autorità militari.</p>
<div id="attachment_2321" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Lawrence-dArabia.jpg"><img class=" wp-image-2321 " alt="Lawrence d'Arabia" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Lawrence-dArabia.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Lawrence d&#8217;Arabia</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il primo grande teorico moderno</strong> della guerriglia è stato Thomas Edward Lawrence, meglio conosciuto come “Lawrence d’Arabia”. Nel suo <em>The Seven Pillars of Wisdom</em> (I Sette pilastri della saggezza, 1926) mise innanzitutto l’accento sull’importanza della scelta volontaria nell’aderire al movimento guerrigliero: la guerriglia è prima di tutto guerra individuale, in cui ciascun combattente è un volontario. Per questo i combattenti vanno motivati, ed è necessario che essi siano partecipi in ogni momento e in qualsiasi attività decisionale.<br />
Per quanto riguarda la strategia, essenziale è la mobilità del gruppo di fuoco e la sorpresa in un’azione di guerriglia: tutta l’idea di guerriglia di Lawrence si fonda sul conflitto a distanza e sull’invisibilità, che consentirà ai guerriglieri di mantenere sempre l’iniziativa e, automaticamente, di toglierla all’avversario. La dislocazione del combattimento su più fronti, può permettere di superare lo scoglio della superiorità numerica del nemico.<br />
Per Lawrence il segreto della guerriglia sta nell’essere “come l’aria”, cioè dovunque, ovunque e da nessuna parte, impedendo ai nemici di avere un bersaglio su cui puntare il fucile. La mobilità conta più della forza. E’ chiaro che se il nemico non ti vede, contro chi spara? «Ogni esercito è simile a una pianta, immobile, con radici salde, nutrito attraverso lunghi canali che salgono sino alla cima. Ma noi avremmo potuto essere come l’aria, un soffio d’aria, dovunque ci piacesse. […] Un soldato regolare, […] capace di sottomettere solo ciò contro cui può puntare il suo fucile, un simile soldato, privato d’un bersaglio, si sarebbe sentito abbandonato. […] Le nostre carte erano la rapidità e il tempo, non la potenza di fuoco».<br />
Di conseguenza, se la guerriglia non si avvale di eserciti inquadrati, ma di piccoli gruppi mobili d’incursori, ognuno di essi è importante ed essenziale e non può essere assolutamente mandato al massacro.<br />
Il sabotaggio, l’ostruzione della produzione e l’intralcio alla comunicazione, piuttosto che l’offensiva bellica in senso stretto, sono una buona strategia per combattere il nemico, poiché è più efficace e meno rischioso colpire i beni materiali dell’avversario piuttosto che i suoi soldati. Per Lawrence la mossa vincente è rendere difficile la vita dell’avversario piuttosto che togliergliela. In più, tutta l’attività bellica dovrebbe essere indirizzata alla distruzione sistematica delle infrastrutture (strade, ponti, condutture, ferrovie) e alla sottrazione o al blocco dei rifornimenti del nemico (viveri, acqua, munizioni). Costringere l’avversario a una manutenzione e ricostruzione costante delle proprie linee e mezzi di collegamento equivale a una costante emorragia d’energie e denaro. Per tutte queste ragioni, la corretta strategia della guerriglia per Lawrence è quella di colpire il nemico in un luogo inaspettato, e non direttamente ai suoi centro nevralgici che sono ben protetti; tagliare i viveri, piuttosto che accettare lo scontro diretto; essere imprevedibili, invece che ripetersi, anche quando una scelta ha portato al successo.</p>
<div id="attachment_2322" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Mao-Zedong.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-2322" alt="Mao Zedong" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Mao-Zedong-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Mao Zedong</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>I grandi teorici della guerriglia rivoluzionaria del XX secolo,</strong> da Lenin a Mao Zedong, da Ho Chi Minh a Che Guevara, ideologi e leader carismatici della guerriglia, intesa come guerra di popolo, hanno praticato questa strategia militare come premessa indispensabile all’insurrezione generalizzata e alla battaglia finale. Le loro teorie si basavano su una guerra distribuita su più fronti, ma soprattutto su una strategia della totale mobilità dei gruppi armati, una specie di continuo mordi-e-fuggi, per fiaccare le forze dell’avversario. Scriveva a riguardo Che Guevara nel suo<em> La guerra de guerrillas</em>: «Mordi e fuggi e aspetta e spia e torna a mordere e a fuggire e così di seguito, senza dar tregua al nemico».<br />
Il leader cinese Mao Zedong è considerato uno dei precettori di questo tipo di guerra. Egli applicò le tecniche della guerriglia con successo fino a quando non fu in grado di affrontare in campo aperto le forze dei cinesi nazionalisti. Il suo più importante scritto sui caratteri specifici della guerriglia partigiana è <em>Problemi strategici della guerra rivoluzionaria in Cina</em>, del 1936. Per Mao la guerriglia fu intesa come movimento insurrezionale iniziale e come fase di preparazione per la guerra del popolo. Per Mao è importante il legame indispensabile che si deve creare fra le unità di combattenti irregolari e la popolazione, ma anche la stretta connessione che deve sussistere fra la lotta armata e la lotta politica. La strategia militare, per essere vincente, deve prevedere l’integrarsi di operazioni tattiche su scala limitata e piani militari ad ampio respiro per la guerra di lunga durata. A completamento della sua teoria, Mao ritiene che la sorte della lotta armata è decisa soprattutto dalla risonanza e dal sostegno che essa trova nelle masse popolari.<br />
Contributi alla teoria della guerriglia, furono dati anche da Nguyen Tat Thanh, conosciuto con lo pseudonimo di Ho Chi Minh, leader della lotta anticolonialista e fondatore del partito comunista indipendentista (<em>Vietminh</em>) e dal generale vietnamita Vô Nguyen, soprannominato Giap, maestro delle tecniche di guerriglia che l’applicò nelle operazioni militari contro gli occupanti francesi. Sia Ho Chi Minh sia il generale Giap, posero l’accento sull’esigenza inderogabile di affiancare all’iniziativa militare vera e propria, un’intensa opera di propaganda e di proselitismo tra le truppe del nemico. Ovviamente anche i due vietnamiti appoggiavano l’idea del mobilità totale delle truppe guerrigliere.<br />
In un famoso saggio, <em>Revolución en la Revolución</em>, dell’intellettuale francese Régis Debray (pubblicato a Cuba nel 1967), è analizzata l’esperienza cubana, la tattica del <em>foco guerrigliero</em> e l’importanza della diffusione della guerriglia nelle campagne. L’autore praticò una drastica scelta tra partito e guerriglia, a favore della guerriglia, individuando la fragilità democratica e borghese dell’America Latina non più come deficienza e ostacolo, bensì come un’opportunità che la lotta armata avrebbe dovuto cogliere. In un altro libro<i>, </i><em>La lezione dei tupamaros</em>, Debray si preoccupò di propagandare l’azione del gruppo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La rivoluzione castrista-guevarista a Cuba</strong> (1956-1959) innescò una serie di processi imitativi in quasi tutta l’America Latina, portati avanti con azioni di guerriglia rurale nei Paesi più poveri (Guatemala, El Salvador, Bolivia, Perù), attentati, sabotaggi e guerriglia urbana nei Paesi avanzati come Uruguay, Argentina, Brasile.<br />
Tanti sono stati i miti, gli ideali, le passioni, i sogni che eccitarono intere generazioni di giovani negli anni Sessanta del secolo scorso: il grande rivoluzionario Ernesto Che Guevara de la Serna fu uno di questi miti, la sua figura si colloca fra i grandi personaggi che hanno animato la storia mondiale del dopoguerra con il fascino dell’eroe.<br />
Sulla base dell’esperienza cubana, Guevara attribuì un’importanza decisiva alla natura contadina della guerriglia e alla creazione di <em>focos </em>(focolai) insurrezionali in aree critiche, capaci di dilatarsi e di propagare la sollevazione alle aree vicine. Il suo contatto con i contadini cubani, trasformarono Che Guevara in un “rivoluzionario agrario”. Decisivo per la lotta rivoluzionaria in America Latina (ma anche in Europa e in Asia) è stato il suo manuale <em>Guerra di guerriglia: un metodo</em>, del 1961. In esso Guevara sottolineava il primato della lotta armata “permanente”, criticando le posizioni legalitarie e immobilistiche dei movimenti operai tradizionali del sub-continente latinoamericano.<br />
Come gli altri teorici della guerriglia, anche Guevara riprendeva sostanzialmente le vecchie teorie da adottare in questo tipo di combattimento. «La parola d’ordine “dinamismo, iniziativa, mobilità, decisione istantanea di fronte alle situazioni nuove”, è la somma sintesi della tattica guerrigliera e in queste poche parole si esprime tutta la difficilissima arte della guerra popolare», scriveva nella<em> </em>“Prefazione” per l’edizione cubana di <em>Guerra del popolo, esercito del popolo</em> di Vo Nguyen Giap (1964). Essa, per essere vittoriosa, deve avere «un certo elemento di perfidia, di sorpresa, di predilezione per la notte, che sono evidentemente elementi essenziali della lotta guerrigliera». Guevara parte da un concetto ben definito: mentre il nemico e le sue forze armate regolari sono obbligate a difendere i loro territori e, dentro di essi, molteplici obiettivi, la guerriglia non ha nulla da difendere: «Questo rende vulnerabile il nemico e invincibile la guerriglia».<br />
Decisiva per l’esito della lotta è per Che Guevara la propaganda armata, perché “catalizza” le masse consentendo ai guerriglieri di acquistare nuovi territori. Scrive Guevara in <em>Guerra di guerriglia</em>: «portare avanti questo tipo di guerra senza il sostegno della popolazione è il preludio del disastro inevitabile».<br />
Tutto comincia con guerriglie di piccola entità ma di straordinaria mobilità, attraverso la propaganda armata poi si accresce il numero dei guerriglieri e il consenso popolare, per arrivare a una maggiore capacità di colpire il nemico. La tappa successiva è quella di occupare più zone possibili, per arrivare alla fase conclusiva della lotta, che è la rivoluzione del popolo. Tutto deve partire però dalle campagne, il luogo dove il nemico è debole. Nella città la guerriglia ha solo due determinate funzioni: quella d’appoggio (attraverso il sabotaggio, il rifornimento, la dispersione delle forze nemiche) e quella di preparare le condizioni idonee per l’offensiva insurrezionale del popolo. In pratica la guerriglia urbana era assunta ad avanguardia del proletariato e della rivoluzione finale.</p>
<div id="attachment_2319" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Che-Guevara-con-i-suoi-guerriglieri.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-2319" alt="Che Guevara con i suoi guerriglieri" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Che-Guevara-con-i-suoi-guerriglieri-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Che Guevara con i suoi guerriglieri</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Guevara ha un’idea precisa della figura del guerrigliero,</strong> egli è innanzitutto “il generale di se stesso”, poi: «è un riformatore sociale, il quale impugna le armi per rispondere all’irata protesta del popolo contro i suoi oppressori e lotta per cambiare il regime sociale che mantiene tutti i suoi fratelli disarmati nell’obbrobrio e nella miseria; si scaglia contro le condizioni particolari dell’istituzione in un momento dato e si dedica a distruggere, con tutto il vigore che le circostanze consentono, le forme di tale istituzione».<br />
L’esempio cubano è la prova pratica della possibilità effettiva di come un piccolo gruppo di combattenti, che si è nutrito di modeste vittorie e che, attraverso la propaganda armata, è cresciuto fino a far precipitare il piccolo movimento in un’insurrezione di massa, potesse giungere alla vittoria. Scriveva Che Guevara nel suo <em>La guerra di guerriglia</em>: «Sia ben chiaro che la guerriglia è una fase della guerra che non ha in sé la possibilità di conseguire la vittoria; è una delle prime fasi, per essere esatti, e andrà svolgendosi e ampliandosi finché l’esercito guerrigliero con il suo incremento costante acquisisca le caratteristiche di un esercito regolare. Allora sarà pronto a vibrare al nemico colpi decisivi e a riportare la vittoria. Il trionfo finale sarà sempre il prodotto di un esercito regolare, anche se le sue origini sono state quelle di un esercito guerrigliero».<br />
In America Latina le &#8220;teorie fochiste&#8221; sono state una risposta alle preoccupanti emergenze sociali del sottocontinente. Dopo il fallimento della “guerriglia rurale” nel sottocontinente americano (quella di Che<i> </i>Guevara in Bolivia, di Luis de la Puente in Perù, di Masetti in Argentina, di Yon Sosa in Guatemala), l’orientamento comune fu quello di portare la stessa guerriglia nei centri urbani, poiché in nessuno del Paesi latinoamericani esistevano concrete condizioni per poter prevedere in tempi brevi di innescare vasti movimenti popolari rivoluzionari. Tuttavia, non appena apparve evidente la mancata adesione delle masse popolari all’ipotetica rivoluzione, la guerriglia assunse una deriva terroristica, senza però teorizzare apertamente l’impiego del terrorismo. La via del “terrorismo urbano” risultò così l’unica strategia possibile per preparare il campo a una rivoluzione generale.<br />
La teorizzazione del terrorismo urbano come unico metodo di lotta fu avversata da Che Guevara. Egli diede al suo lavoro dedicato alla guerra di guerriglia rivoluzionaria un alto profilo morale contro condotte ritenute terroristiche, che si dovevano impiegare unicamente se necessarie e, comunque, non dovevano rifarsi alle atrocità perché avrebbero provocato l’inimicizia del popolo.<br />
Posizione diversa fu quella adottata dal rivoluzionario brasiliano Carlos Marighella, fondatore dell’<em>Acao Libertadora Nacional</em>. Egli propose una fusione tra guerriglia rurale, guerriglia urbana e terrorismo. In pratica Marighella teorizzò l’azione di guerriglia rurale esclusivamente in funzione di quella urbana, a sua volta favorita dal terrorismo con i suoi attentati dinamitardi.</p>
<div id="attachment_2323" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Mujaheddin-afghani-durante-la-guerra-contro-lURSS.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-2323" alt="Mujaheddin afghani durante la guerra contro l'URSS" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Mujaheddin-afghani-durante-la-guerra-contro-lURSS-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Mujaheddin afghani durante la guerra contro l&#8217;URSS</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una possibile risposta alla guerriglia </strong>arrivò dagli Stati Uniti d’America nel 1960. Per volere dell’allora presidente Kennedy, nacque il JFKSWCS (John F. Kennedy Special Warfare Center and School), una struttura per studiare e sviluppare dottrine e tecniche e addestrare personale e forze speciali per esigenze di <em>counterinsurgency </em>(controguerriglia). Tra le soluzioni ideate per contrastare la guerriglia vi è l’aumento delle capacità di intelligence e l’utilizzo di <em>Human intelligence</em> (<i>Humint)</i>. Oltre questo, anche la possibilità di disporre di forze “non convenzionali” (Forze speciali) in grado di condurre, con piccole unità mobili, operazioni mirate e l’utilizzo di nuclei OMLT (<i>Operational Mentoring and Liaison Team</i>) che possano efficacemente addestrare il personale e i comandanti militari locali nella condotta delle operazioni di controguerriglia. Poiché si è capito l’importanza del consenso della popolazione civile in una guerra di guerriglia, è stato proposto anche di evitare nelle azioni di controguerriglia misure militari che alimentano il consenso verso i guerriglieri (razionamenti, rappresaglie, deportazioni). Per questo si tende a far assumere alle Forze Armate anche compiti non prettamente militari, fornendo alla popolazione assistenza sociale e sanitaria: «conquistarne il cuore e la mente», come dicevano gli americani in Vietnam. Ma gli americani in Vietnam persero la guerra, perché non riuscirono a conquistare il cuore e la mente di una popolazione troppo amareggiata e risentita per abbandonare l’appoggio ai guerriglieri, considerati amici del popolo. Lo stesso successe in Afghanistan con la guerriglia dei <em>mujaheddin</em> contro l’Unione Sovietica.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">C. von Clausewitz, <em>Della guerra</em><i> &#8211; </i>Einaudi, Torino 2000.<br />
E. Cecchini, <em>La storia della guerriglia. Dall’antichità all’era nucleare</em> &#8211; Mursia, Milano 1990.<br />
E. Guevara, <em>La guerra di guerriglia</em> &#8211; Baldini Castoldi Dalai, Milano 2003.<br />
G. Breccia (a cura di), <em>L’arte della guerra. Da Sun Tzu a Clausewitz</em> &#8211; Einaudi, Torino 2009.<br />
H. Werner, <em>Storia della guerriglia: tattica e strategia della guerra senza fronti </em>- Feltrinelli, Milano 1973.<br />
T. E. Lawrence, <em>I sette pilastri della saggezza </em>- Bompiani, Milano 2000.<br />
R. Paternoster, <em>Guerrocrazia. Storia e cultura della politica armata </em>- Aracne, Roma 2014.<br />
Sun Tzu, <i>Sūnzǐ Bīngfǎ</i>, <em>L’arte della guerra </em>- Newton &amp; Compton, Roma 1994.<br />
T. Argiolas, <em>La guerriglia. Storia e dottrina</em> &#8211; Sansoni, Firenze 1967.</p>
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