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	<title>Storia in Network &#187; Servizi segreti &#124; Storia in Network</title>
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	<description>Magazine di divulgazione storica</description>
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		<title>CONVEGNO DEL POLLIO: MEETING ANTICOMUNISTA O&#8230;?</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jul 2020 09:46:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Anticomunismo]]></category>
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		<description><![CDATA[di Renzo Paternoster – &#160; “La guerra rivoluzionaria”: questo il titolo del convegno nel quale si riunirono esponenti di destra e dello Stato per disegnare possibili strategie anticomuniste. La convinzione era quella che l’URSS stesse manovrando i partiti comunisti d’Occidente sul fronte di una “guerra non ortodossa”. ♦ Nel quadro &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Renzo Paternoster –</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>“La guerra rivoluzionaria”: questo il titolo del convegno nel quale si riunirono esponenti di destra e dello Stato per disegnare possibili strategie anticomuniste. La convinzione era quella che l’URSS stesse manovrando i partiti comunisti d’Occidente sul fronte di una “guerra non ortodossa”.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel quadro della Guerra fredda,</strong> che proprio fredda non è stata, in Italia si è combattuta una “guerra non ortodossa” per mantenere lo Stato saldamente ancorato alle “direttive di Yalta”. L’Italia aveva il più forte partito comunista dell’Occidente, con un grande consenso popolare, per questo occorreva estromettere i comunisti da ogni gioco di potere, rallentando l’avanzata elettorale del PCI.<br />
Nel 1965, gli ambienti di destra furono “chiamati a raccolta” in un convegno organizzato dall’Istituto di studi storici e militari Alberto Pollio, presso l’Hotel Parco dei Principi a Roma.<br />
Già nel novembre del 1961, dal 18 al 22, si tenne a Roma un convegno finanziato dal “fondo di propaganda” della NATO. Argomento del convegno fu “La minaccia comunista sul mondo” e vide la presenza di numerose personalità nazionali e internazionali, tra cui i ministri Guido Gonella e Giuseppe Spataro, diversi sottosegretari e parlamentari, ma anche di due fascisti della Repubblica Sociale Italiana, Giano Accame e Mario Tedeschi, e dell’ufficiale dell’Esercito italiano Adriano Magi-Braschi, il cui nome è apparso in molte ricostruzioni delle vicende che hanno caratterizzarono la &#8220;strategia della tensione&#8221;. Questo incontro seguì altri due importanti convegni internazionali, del 1959 e del 1960, sponsorizzati dalla NATO per discutere sulla “guerra politica contro l’URSS”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’Istituto Luigi Pollio per gli Affari strategici</strong> è fondato da Enrico de Boccard, ex soldato della repubblica di Salò, con l’aiuto del generale Egidio Viggiani, capo del Servizio Informazioni Forze Armate (SIFAR). Nucleo centrale dell’istituto sono tre giornalisti neofascisti: Gianfranco Finaldi ed Enrico De Boccard, i fondatori, ed Eggardo Beltrametti. Mente occulta del Pollio è il generale Giuseppe Aloia, capo di Stato maggiore dell’Esercito.<br />
Ufficialmente l’istituto è un centro studi, in realtà è un organismo di propaganda e, all’occorrenza, di agitazione politica. In un promemoria ricevuto dal generale Viggiani si legge che la struttura vuole essere: «una lancia spezzata delle forze armate, con quelle funzioni di propaganda e &#8211; se del caso &#8211; di agitazione politica che le Ffaa non potrebbero istituzionalmente esercitare in proprio. Tutto ciò, naturalmente, sempre in termini di responsabile cautela, e comunque senza mai permettere di stabilire un nesso formale fra l’attività dell’istituto stesso e gli uffici militari».<br />
Il convegno è probabilmente finanziato per via indiretta dal SIFAR, una circostanza mai smentita. Il colonnello Renzo Rocca, dell’ufficio del SIFAR Ricerche Economiche ed Industriali, trova i fondi riuscendo a far sottoscrivere al futuro presidente dell’ENI, Eugenio Cefis, un pacchetto di abbonamenti all’“Agenzia D”, l’agenzia di stampa dell’istituto Pollio. Il colonnello Rocca morirà due anni dopo in circostanze misteriose, ucciso da un colpo di pistola alla tempia nel suo ufficio poco prima di essere interrogato dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul presunto tentativo di colpo di Stato conosciuto come “Piano Solo” (giugno-luglio 1964). Ufficialmente si trattò di suicidio, anche se la prova del guanto di paraffina non rivelò tracce di polvere da sparo sulle mani di Rocca.<br />
L’Istituto, dunque, ha un legame organico con gli ambienti di destra e una parte degli apparati dello Stato, Forze armate e servizi segreti. Allo stesso convegno sono presenti personaggi che nel corso degli anni successivi sarebbero divenuti ricorrenti nella cosiddetta “strategia della tensione”. Tra questi Pino Rauti, fondatore nel 1953 di “Ordine Nuovo”, inquisito ma assolto per gli attentati ai treni dell’8 e 9 agosto 1969, per la strage di piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969) e di quella di piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974); Guido Giannettini, giornalista reclutato dal Servizio Informazioni Difesa nel 1965, condannato ma poi assolto per insufficienza di prove per la strage di piazza Fontana; Stefano Delle Chiaie e Michele Mario Merlino, entrambi studenti universitari, nomi onnipresenti nelle indagini sullo stragismo neofascista italiano. Delle Chiaie in alcune circostanze ha negato di aver preso parte al convegno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2020/06/la-guerra-rivoluzionaria.jpg"><img class="alignleft  wp-image-9801" alt="la-guerra-rivoluzionaria" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2020/06/la-guerra-rivoluzionaria.jpg" width="150" height="250" /></a>Tema del convegno è “La Guerra rivoluzionaria”,</strong> una risposta sul piano teorico alla convinzione che “La terza guerra mondiale è iniziata”, come recita il sottotitolo dell’incontro. Leitmotiv di tutto il convegno è infatti la convinzione che l’Unione Sovietica, attraverso i partiti comunisti dei Paesi occidentali, stava intraprendendo una vera e propria guerra non ortodossa.<br />
Il congresso, oltre ai nomi già citati, è seguito da un numero ristretto di funzionari dello Stato, uomini politici, dirigenti economici, politici e militanti della Destra nazionale e venti studenti universitari selezionati per merito. Tra questi spiccano il consigliere della Corte d’Appello di Milano, Salvatore Alagna; il generale Alceste Nulli, il generale Osvaldo Roncolini e il colonnello Adriano Magi Braschi; il diplomatico Dorello Ferrari; i docenti universitari Marino Bon Valsassina e Pio Filippani Ronconi; i giornalisti Giorgio Pisanò (all’epoca deputato del Movimento Sociale Italiano e direttore della rivista “Candido”), Gino Ragno (aderente dell’associazione Amici delle Forze Armate), Pio Ronconi (collaboratore dei servizi segreti italiani come esperto di crittografia); Giuseppe Dall’Ongaro, Fausto Gianfranceschi, Vanni Angeli; l’editore Alfredo Cattabiani; Vittorio De Biasi (esponente degli industriali), il politico Ivan Matteo Lombardo.<br />
L’impegno operativo comune contro il comunismo funge da collante tra tutti i convenuti, permeando ogni relazione presentata. Infatti, studiando gli atti del convegno si ha la sensazione che si voleva inquadrare “l’inizio di qualcosa”. Tutti gli interventi, nei fatti, sono caratterizzati da una forte enfasi sull’imminenza del pericolo rappresentato dalla “canea rossa” e, quindi, sulla necessità di passare immediatamente all’azione in un tono di ossessivo anticomunismo.<br />
Così, partendo dalla tesi che una terza guerra mondiale fosse già in atto, non nelle forme tradizionali del conflitto armato dichiarato, ma condotta in maniera sommersa dagli Stati socialisti, anche attraverso i partiti comunisti dei Paesi democratici, si elaborarono programmi pratici per replicare a questa rivoluzione non convenzionale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella presentazione del convegno,</strong> il giornalista Gianfranco Finaldi delineò i motivi della riunione: «L’Istituto Alberto Pollio […] è sorto pochi mesi or sono, per iniziativa di alcuni amici, dediti con passione alle indagini su questi argomenti, con lo scopo di raccogliere, coordinare e convogliare energie nel campo culturale, per l’approfondimento di alcuni temi che a noi sembra sono destinati ad incidere in modo straordinario e diretto sullo sviluppo delle idee e dei problemi del nostro tempo».<br />
Enrico De Boccard, prospettò nella sua introduzione la necessità di organizzarsi urgentemente: «Qualsiasi violazione compiuta dai comunisti, come per esempio riuscire, da parte loro, sfruttando opportunità d’eventi e debolezza di governi, ad inserirsi in una nuova maggioranza o peggio ancora a penetrare, non fosse che con un sottosegretario alle Poste, in un gabinetto ministeriale, costituirebbe un atto di aggressione talmente grave contro lo “spazio politico” vitale dello Stato, da rendere necessaria l’attuazione nei loro confronti di un piano di difesa totale. Vale a dire l’intervento diretto, deciso e decisivo delle Forze armate». De Boccard si spinse fino a concepire una modifica dell’intero apparato militare italiano ai fini di un’adeguata risposta controrivoluzionaria.<br />
Anche la reale distensione tra i due blocchi internazionali (il 25 febbraio 1956 al XX Congresso del Partito Comunista Sovietico, Nikita Sergeevič Kruščëv aveva denunciato l’operato di Stalin, rivelando i numerosi atti di violazione della “legalità socialista” commessi negli anni 1936-1938; negli USA si era insediato il presidente Kennedy, con vedute più diplomatiche del suo predecessore; il pontificato di Giovanni XXIII aveva in qualche modo rivisto l’atteggiamento di condanna totale della Chiesa cattolica verso il comunismo ateo e gli Stati che a esso si rifacevano) è intesa come pericolosa in quanto, come riferisce Giannettini nella sua relazione «non soltanto l’opinione pubblica non avverte chiaramente la presenza della guerra rivoluzionaria», poiché «opportunamente cloroformizzate» in modo tale da far proseguire la penetrazione lenta e sotterranea del comunismo sino «al cuore dello Stato».<br />
Pio Filippani Ronconi, già ufficiale della Legione SS italiana (formazione appartenente alle Waffen SS europee), poi giornalista e infine accademico, è nel convegno il principale teorico della creazione di strutture a cerchi concentrici con livelli via via sempre più segreti e clandestini, con la funzione di difesa e contrattacco dalla pericolosa invadenza comunista. Due di queste strutture dovevano agire nell’ambito della legalità in difesa dello Stato, la terza avrebbe dovuto operare in pieno anonimato con compiti, come si legge nella sua relazione al convegno, di «controterrore e di rotture eventuali dei punti di precario equilibrio, in modo da determinare una diversa costellazione di forze al potere. Questi nuclei, possibilmente l’un l’altro ignoti, ma ben coordinati da un comitato direttivo, potrebbero essere composti in parte da questi giovani che attualmente esauriscono sterilmente le loro energie, il loro tempo e, peggio ancora, il loro anonimato in nobili imprese dimostrative che non riescono a scuotere l’indifferenza della massa di fronte al deteriorarsi della situazione nazionale». Al di sopra di queste strutture, nei proponimenti di Ronconi, dovrebbe impiantarsi un consiglio con il compito di coordinare tutte le attività.<br />
Lo schieramento delle forze controrivoluzionarie proposto da Filippani Ronconi ricalca quello del progetto golpista del generale De Lorenzo (“Piano solo”) dell’anno prima.<br />
Anche il colonnello Adriano Magi Braschi, che partecipò sotto le mentite spoglie di un professore universitario ed esperto di polemologia, pur avendo ottenuto l’esplicito incarico del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito generale Aloja, preannuncia la creazione di una rete clandestina in funzione anticomunista: «il fenomeno della guerra ha mutato volto, […] l’azione psicologica è importante, non è determinante. Determinante è l’azione militare […] Ma non è soltanto dei militari. […]. La guerra non è più soltanto militare. È anche militare, in ultima analisi; ma è economica, è sociale, è religiosa, è ideologica. Se dalla Prima guerra mondiale si ricavò la necessità di avere comandi composti delle tre armi vale a dire Stati Maggiori che ragionassero in funzione tridimensionale; se dalla Seconda guerra mondiale sono usciti gli Stati maggiori integrati, cioè Stati maggiori che comprendono personale di più nazioni; questa guerra vuole gli Stati maggiori allargati, gli Stati maggiori che comprendano, civili e militari contemporaneamente. Vuole ordinamenti nuovi, vuole unità nuove».<br />
La creazione di una rete paramilitare costituita sulla base della cooperazione civile e militare in funzione anticomunista era stata già prospettata dal colonnello Adriano Magi Braschi nel 1964 in due volumetti, intitolati “L’offesa” e “La parata e la risposta”, pubblicati dal SIFAR.<br />
Le proposte di Filippani Ronconi e di Adriano Magi Braschi assomigliano ad alcune disposizioni elencate in un documento interno di Gladio che, anche se non ha mai avuto pratica attuazione, prevedeva una ristrutturazione dell’organizzazione secondo tre livelli o substrutture (verde, gialla, rossa), tutte ovviamente in funzione anticomunista, assieme a un intervento congiunto tra militari e civili (“Stati Maggiori allargati”). Poiché Gladio era giù costituita, entrambi esortarono la creazione di un’altra organizzazione più attiva e segreta, preannunciando direttamente la formazione di un altro “qualcosa”: insomma un passaggio dalla modalità teorica a una operativa.<br />
Il convegno indubbiamente attivò una serie di manovre, non solo politiche e di propaganda, ma anche costituenti.</p>
<div id="attachment_9802" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2020/06/Pio-Filippani-Ronconi.jpg"><img class=" wp-image-9802 " alt="Pio Filippani Ronconi" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2020/06/Pio-Filippani-Ronconi.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Pio Filippani Ronconi</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ecco che tra il 1966 e il 1967</strong> nasce la formazione dei “Nuclei Territoriali di Difesa dello Stato”, conosciuta più brevemente come “Nuclei Difesa dello Stato” (NDS), una struttura concepita come organizzazione segreta, direttamente collegata al servizio segreto militare italiano e inserita pienamente nel dispositivo di sicurezza NATO, con manovalanza proveniente soprattutto dalla Destra estrema.<br />
La struttura di questa entità politico-militare è suddivisa in articolazioni locali con livelli distinti (legioni) organizzati in compartimenti stagni. Sono 36 le “legioni” verificate, la maggior parte operante nel Nord-Est d’Italia, precisamente nel Veneto.<br />
Più che un’organizzazione vera e propria, i Nuclei di Difesa dello Stato potrebbero essere stati un progetto di spinta a un mutamento istituzionale autoritario anticomunista, una struttura operativa a termine e d’appoggio che avrebbe contribuito a svuotare il carattere democratico dell’ordinamento italiano.<br />
Non esistono documenti ufficiali dei NDS, ma sono state ritrovate una serie di lettere e appunti che testimoniano la sua esistenza. Importanti sono anche le dichiarazioni di otto persone, tra cui il colonnello Amos Spiazzi della V Legione di Verona dei NDS ed Enzo Ferro, un giovane di Trento che aveva prestato il servizio militare fra il 1969 e il 1970 presso la Caserma Duca di Montorio e che per primo rivela l’esistenza della struttura.<br />
Proprio Enzo Ferro riferisce nel 1977 al giudice istruttore di Trento quali sono le intenzioni dei NDS: «La finalità della struttura era quella di fare un colpo di Stato all’interno di una situazione che prevedeva attentati dimostrativi, preferibilmente senza vittime, al fine di spingere la popolazione a chiedere o ad accettare un governo forte. Ovviamente in un attentato potevano esserci vittime casuali, ma questo secondo chi dirigeva la struttura era un prezzo che in uno scontro così grosso per il nostro paese si poteva pagare».<br />
Primo atto dei NDS è stato l’invio nel luglio del 1966 di circa duemila lettere a ufficiali dell’Esercito Italiano (invio poi ripetuto nell’ottobre dello stesso anno ad altri duemila militari), in cui si chiedeva di aderire al progetto politico per “stroncare l’infezione comunista”. Nessuno degli ufficiali fece rapporto e l’invio delle lettere è scoperto anni dopo.<br />
La notte dell’Immacolata del 1970 è attuato un tentativo di colpo di Stato organizzato da Junio Valerio Borghese, ex comandante della Xª Flottiglia MAS (corpo militare della Repubblica Sociale Italiana), a cui partecipa il colonnello Amos Spiazzi, uomo dei NDS di Verona. Il “golpe Borghese” è fermato durante la fase di avanzata esecuzione, ma ottiene i suoi risultati: congelamento della politica del &#8220;compromesso storico&#8221; di Aldo Moro, allontanamento del Partito Comunista Italiano dall&#8217;area di governo, garanzie di una totale fedeltà filo-atlantica e filo-americana.<br />
I Nuclei Territoriali di Difesa dello Stato sono anche coinvolti nel tentativo di colpo di Stato che avrebbe dovuto realizzarsi nell’aprile del 1973 attraverso la “Rosa dei venti”, organizzazione clandestina di stampo neofascista.<br />
Sovrapponibile ai NDS è il movimento neofascista di “Ordine Nuovo”, gruppo extraparlamentare di estrema destra nato nel dicembre 1969 (il gruppo è sciolto ufficialmente per ricostituzione del Partito Nazionale Fascista) i cui dirigenti furono tra i partecipanti del convegno del Pollio. Appartengono prevalentemente a “Ordine Nuovo” i civili inseriti negli NDS e alcuni suoi militanti si rendono protagonisti di fatti eversivi e stragisti. Sembra quasi che Ordine Nuovo sia il braccio civile dei NDS.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Allo stato dei fatti si può dire</strong> che il convegno del Pollio non è stato ufficialmente una vera e propria chiamata alle armi, ma un evento ideologico che è servito per testare il clima nella destra italiana e inquadrare “qualcosa”. Tuttavia, coincidenza, pochi mesi dopo il convegno il “Partito controrivoluzionario della strategia della tensione” scende in campo non più con i discorsi, ma con la cultura dell’esplosivo: l’83 per cento dei 4.584 attentati verificatesi tra il 1969 e il 1975 sono ascrivibili all’estrema destra eversiva, che produce in questi anni ben 113 morti e 351 feriti. Questo è stato possibile anche grazie all’infedeltà democratica di alcuni apparati dello Stato che, assieme al protagonismo di alcuni ufficiali militari, hanno assicurato coperture o comunque garantito una inattività nel contrastare adeguatamente gli operai delle stragi.<br />
Indubbiamente, però, il convegno può essere posto all’origine della strategia del terrore dal punto di vista ideologico: i discorsi pronunciati al Pollio furono subito trasformati in azione e non ci fu bisogno di un secondo convegno.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><br />
E. Beltrametti, <em>La terza Guerra mondiale è già iniziata. Atti del Convegno Istituto Pollio per gli Affari Strategici</em>, G. Volpe, Roma 1965.<br />
<em>Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi</em>, XIII legislatura, Doc. XXIII n. 64, Volume primo, Tomo II, 2001.<br />
U.M. Tassinari, <em>Fascisteria. I protagonisti, i movimenti e i misteri dell&#8217;eversione nera in Italia (1965-2000)</em>, Castelvecchi, Roma 2001.<br />
A. Ventrone (a cura di),<em> I dannati della rivoluzione. Violenza politica e storia d&#8217;Italia negli anni Sessanta e Settanta</em>, EUM, Macerata 2010.<br />
S. Manfredi (a cura di), <em>Golpe Borghese</em>, Narcissus (Arnoldo Mondadori), Milano 2014.<br />
M. Dondi, <em>L’eco del boato: Storia della strategia della tensione 1965-1974</em>, Laterza, Roma-Bari 2015.<br />
R. Paternoster, <em>La politica del Terrore. Il Terrorismo: storia, concetti, metodi</em>, Aracne, Roma 2015.<br />
A. Giannuli, E. Rosati, <em>La storia di Ordine Nuovo</em>, Mimesis, Milano 2017.</p>
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		<title>FOUCHÉ, UOMO DAI MILLE VOLTI E DAI MILLE OCCHI</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Oct 2018 06:34:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Giancarlo Ferraris – Rivoluzionario, terrorista, congiurato, “mitragliatore di Lione”, poliziotto, agente segreto, doppiogiochista&#8230; tante le definizioni per una delle personalità più inafferrabili del tormentato ventennio che va dalla Rivoluzione francese alla Restaurazione. Identikit di un segugio Nome: Joseph. Cognome: Fouché. Luogo e data di nascita: Nantes, 31 maggio 1759. &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="center"><b>di Giancarlo Ferraris</b><b> –</b></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Rivoluzionario, terrorista, congiurato, “mitragliatore di Lione”, poliziotto, agente segreto, doppiogiochista&#8230; tante le definizioni per una delle personalità più inafferrabili del tormentato ventennio che va dalla Rivoluzione francese alla Restaurazione.</strong></em></p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Identikit di un segugio</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Nome: Joseph.<br />
Cognome: Fouché.<br />
Luogo e data di nascita: Nantes, 31 maggio 1759.<br />
Luogo e data di morte: Trieste, 26 dicembre 1820.<br />
Professione: rivoluzionario, poliziotto, agente segreto.<br />
Segni particolari: grande intelligenza, fiuto finissimo, sangue freddo in tutte le circostanze.<br />
La figura di Joseph Fouché non è sicuramente conosciuta a molti, ma proprio in ciò, paradossalmente, risiede la grandezza diabolica di questo personaggio storico dal cui identikit che abbiamo tracciato si può benissimo capire che tipo di uomo, comunque straordinario, sia stato. D’altra parte, si sa, un poliziotto e soprattutto un agente segreto, proprio in virtù della sua professione, non ha bisogno di notorietà. Almeno in vita e, forse, anche dopo. Ma procediamo per gradi.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Il rivoluzionario, il terrorista, il congiurato</b></h3>
<div id="attachment_7860" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2018/09/Fouché_Joseph_Duke_of_Otranto.jpg"><img class=" wp-image-7860" alt="fouche_joseph_duke_of_otranto" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2018/09/Fouché_Joseph_Duke_of_Otranto.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Joseph Fouché, duca di Otranto</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Joseph Fouché nacque da una famiglia piccolo-borghese della regione della Bretagna, nella Francia occidentale, dedita al commercio e alle professioni marinare. I suoi genitori, all’inizio, pensarono di fargli intraprendere la carriera nella marina mercantile, idea che abbandonarono quasi subito poiché il giovane Joseph era, o perlomeno appariva, come un ragazzo debole e svogliato. Nel 1770, undicenne, entrò in un collegio diretto dai padri oratoriani nel quale rivelò, inaspettatamente, una notevole attitudine per lo studio della matematica e della fisica. Divenne a sua volta, nonostante detestasse profondamente il mondo ecclesiastico, membro della congregazione degli oratoriani, senza tuttavia prendere i voti sacerdotali &#8211; sintomatico il fatto che già in questo frangente, oltre ad abbracciare segretamente le nuove idee dell’illuminismo e ad orientarsi sempre più verso l’ateismo, non volesse legarsi in modo definitivo a qualcuno o a qualcosa &#8211; e ricoprendo, in seguito, la carica di prefetto di collegio e di insegnante di scienze nei collegi oratoriani di Niort, Saumur, Vendôme, Parigi ed Arras. Nella cittadina di Arras fu iniziato alla Massoneria nella Loggia Sophie-Madeleine-Reine de Suède ed entrò a far parte del circolo letterario dei Rosati dove, probabilmente, conobbe Maximilien Robespierre della cui caduta, nelle giornate terribili del Termidoro, egli fu uno degli artefici principali. Nel 1789, allo scoppio della Rivoluzione, Fouché gettò la tonaca e non si rase più la tonsura, entrando nel contempo in politica, un mondo nuovo che si apriva ai più e che, lo intuì subito, offriva grandi opportunità. A Nantes, nel biennio 1790-91, divenne il principale animatore del Club dei Giacobini, di cui assunse anche la presidenza, mantenendosi però sempre su posizioni moderate, una linea di condotta che conservò pure nella vita privata, dal momento che sposò una giovane della classe media locale, dalla quale ebbe cinque figli, e visse secondo i canoni della borghesia, il ceto, aveva capito anche questo, destinato a guidare politicamente ed economicamente la Francia emergente dalla Rivoluzione. Esiste un breve ritratto del trentaduenne Joseph Fouché: «Alto e magro, dalla carnagione anemica, il viso lungo e sporgente dominato da occhi vitrei, sopracciglia e capelli rossastri. Nessuno lo ha mai visto arrabbiarsi».<br />
Nel 1792 venne eletto deputato della Loira Inferiore alla Convenzione Nazionale schierandosi inizialmente, anche se non apertamente, dalla parte dei girondini, i rivoluzionari moderati, per poi passare, in modo deciso, nelle fila dei giacobini, i rivoluzionari radicali, tanto che nel gennaio 1793, durante il processo a Luigi XVI, votò per la condanna a morte dell’ex-sovrano di Francia.<br />
Subito dopo si preoccupò di redigere, far stampare e diffondere un piccolo manifesto attraverso il quale, da un lato, proclamò i suoi ideali rivoluzionari e dall’altro volle anticipare e bloccare eventuali contestazioni al suo gesto: «I delitti dei tiranni hanno colpito tutti gli occhi e riempito di sdegno tutti i cuori. Se quel capo non cadrà sotto la mannaia, i masnadieri e gli assassini alzeranno la testa e saremo minacciati dal più terribile del caos… Questa è la nostra stagione ed essa si pone contro tutti i re della terra».<br />
Sempre nel 1793 Fouché svolse alcune missioni nella regione della Loira Inferiore e in quella della Mayenne con l’incarico di controllare il reclutamento delle truppe destinate alla difesa della Francia impegnata nella guerra contro le potenze monarchiche europee. In questi territori ebbe anche modo di constatare il diffondersi delle rivolte federaliste che minacciavano pericolosamente l’integrità della neonata Repubblica francese. Nello stesso anno, dopo essersi schierato con i cordiglieri arrabbiati guidati da Jacques-René Hébert, la fazione estremista della Rivoluzione, fu inviato in missione nella regione della Nièvre, in Borgogna, dove sfogò tutto il suo odio verso il clero, la religione cristiana e manifestò apertamente il suo ateismo dichiarando pubblicamente: «Questo culto superstizioso va sostituto dalla fede nella Repubblica e nella morale. È proibito a tutti gli ecclesiastici comparire nei templi con indosso i loro costumi. È tempo che questa classe altezzosa, ricondotta alla purezza dei principi della Chiesa primitiva rientri nella classe dei cittadini».<br />
Fouché abolì il celibato ecclesiastico, iniziò a celebrare e a sciogliere matrimoni, fece abbattere nelle chiese e negli altri luoghi pubblici e poi bruciare pubblicamente i simboli del cristianesimo, tenne infiammati discorsi sull’ateismo negando l’esistenza di Dio e l’immortalità dell’anima. Nella cittadina di Nevers divenne addirittura un taciturno e lugubre osservatore dei funerali, tanto che faceva arrestare chiunque osasse accompagnare i defunti al cimitero con le croci. Parallelamente a questa politica anticristiana Fouché iniziò anche a reclutare volontari per difendere la Repubblica francese in guerra contro l’Europa e adottò drastici provvedimenti in ambito economico contro la Chiesa, i cui templi furono letteralmente spogliati di tutti i loro averi ed inviati a Parigi, e contro le classi abbienti locali, imponendo una “tassa sulla ricchezza” e procedendo a requisizioni forzate di beni. A tale proposito scrisse: «Il vero repubblicano ha bisogno solo di ferro, pane e quaranta scudi di rendita».<br />
In una successiva missione, quella che lo vide nella regione della Loira insieme a Jean-Marie Collot d’Herbois, un altro rivoluzionario estremista, redasse un vero e proprio manifesto radicale contro i ricchi, il quale venne pubblicamente affisso sui muri della città di Nantes:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Istruzione</em><br />
<em>Tutto è permesso a coloro che agiscono secondo la Rivoluzione.</em><br />
<em>Per il repubblicano non esiste alcun pericolo, fuorché quello di non procedere di pari passo con le leggi della Repubblica.</em><br />
<em>Finché esisterà anche un solo infelice sulla terra, la Rivoluzione dovrà continuare la sua marcia in avanti.</em><br />
<em>La Rivoluzione è fatta per il popolo.</em><br />
<em>Il popolo è l’universalità dei cittadini francesi che fornisce uomini alla patria, difensori alle frontiere, cittadini che nutrono la società con il loro lavoro.</em><br />
<em>La Rivoluzione deve creare un popolo compatto; un popolo di uguali.</em><br />
<em>Non illudetevi! Per essere veramente repubblicano ed appartenere al popolo ogni cittadino deve operare su se stesso una rivoluzione integrale come quella che ha cambiato il volto della Francia.</em><br />
<em>Pertanto chi possiede più del necessario deve abbandonarlo.</em><br />
<em>La patria esige ogni sovrabbondanza per ridistribuirla equanimamente, esige per sé oro e argento, metalli vili e corruttori per accorparli al tesoro nazionale, esige laicità e dedizione alla Repubblica, esige ferro ed acciaio per far trionfare la Repubblica.</em><br />
<em>Applicheremo con severità l’autoritas conferitaci.</em><br />
<em>Libertà o morte!</em><br />
<em>Riflettete e scegliete!</em></p>
<p style="text-align: justify;">Lo zelo rivoluzionario di Joseph Fouché emerse però in tutta la sua durezza e in tutta la sua spietatezza in occasione della repressione della rivolta scoppiata a Lione, che nell’agosto 1793 si era ribellata al governo di Parigi. La Convenzione Nazionale inviò immediatamente truppe, rafforzate da molti cittadini fedeli alla Rivoluzione, che assediarono la città costringendola alla capitolazione. Nell’ottobre, nel clima del Terrore, la Convenzione emanò un terribile editto contro Lione:<br />
«Articolo 1. La Convezione Nazionale eleggerà su proposta del Comitato di Salute Pubblica una Commissione Straordinaria composta di cinque membri, perché siano puniti militarmente e senza ritardo i controrivoluzionari di Lione.<br />
Articolo 2. La città di Lione sarà distrutta. Tutte le case dei ricchi saranno demolite. Rimarranno solo le case dei poveri, le dimore dei patrioti e dei martiri, gli edifici pubblici e quelli industriali.<br />
Articolo 3. Il nome di Lione sarà cancellato dalla lista delle città repubblicane. Il gruppo di case rimasto sarà chiamato Ville Affranchie.<br />
Articolo 4. Nella zona distrutta verrà eretta una lapide che rechi il motto seguente: “Lione fece la guerra alla Libertà. Lione non esiste più”».<br />
Inizialmente ad occuparsi di Lione avrebbe dovuto essere Georges Couthon, giacobino strettissimo collaboratore di Maximilien Robespierre, il quale era però contrario all’ abbattimento della città tanto che la Convenzione Nazionale finì per sostituirlo con un altro rivoluzionario che era invece disposto a sterminare i traditori della Rivoluzione e a distruggere Lione: Joseph Fouché. Il 4 dicembre 1793 ebbero così inizio le stragi di Lione che videro il massacro di circa duemila controrivoluzionari effettuato non più con la ghigliottina, considerata troppo lenta, ma con cannoni caricati a mitraglia, il cui uso fu così giustificato dallo stesso Fouché, soprannominato “Il mitragliatore di Lione”: «I re punivano lentamente, perché erano deboli e crudeli; la giustizia del popolo deve essere rapida come l’espressione della sua volontà». E pubblicamente affermò: «Le condanne di questo tribunale atterriscono i rei, ma consolano il popolo».<br />
Anche in occasione di un evento così terribile Fouché, nonostante ne fosse il principale organizzatore, seppe però muoversi con grande abilità facendo apparire ai lionesi e al governo di Parigi il collega Collot d’Herbois, egocentrico e baldanzoso, come l’unico responsabile delle stragi ed attribuendosi al tempo stesso il merito di aver mitigato la violenza esasperata e fatto cessare le esecuzioni massa. Nell’aprile 1794 il governo rivoluzionario lo richiamò dalla sua missione. Fouché rientrò in una fosca Parigi, dove imperversava la dittatura di Robespierre l’<i>Incorruttibil</i>e, che nel frattempo aveva eliminato i cordiglieri arrabbiati di Hébert e i cordiglieri indulgenti, la fazione moderata della Rivoluzione, guidati da Georges Jacques Danton e Camille Desmoulins. Immediatamente tenne un discorso, tanto audace quanto pericoloso, alla Convenzione Nazionale con cui espose e giustificò, in nome degli ideali rivoluzionari e repubblicani, le ragioni del suo operato. Riuscì così a controbattere efficacemente alle accuse che gli muoveva Robespierre, prima fra tutte quella di aver spinto il Terrore ad un feroce parossismo, e giungendo, paradossalmente, ad essere anche eletto presidente di turno del Club dei Giacobini, dal quale fu però espulso nel giugno dello stesso anno.<br />
Comprendendo subito di essere pericolosamente compromesso davanti a Robespierre, le cui misure terroristiche però, soprattutto dopo l’inizio del periodo del Grande Terrore, stavano disgustando la Convenzione Nazionale e creando al suo interno una vasta opposizione, entrò nel complotto volto ad abbattere lo stesso <i>Incorruttibile</i>, il quale, com’è noto, finì sulla ghigliottina alla fine di luglio insieme ai molti altri giacobini. Tuttavia Fouché, dopo la caduta di Robespierre, si allontanò quasi subito dai cosiddetti termidoriani, i rivoluzionari che erano stati gli artefici della fine dell’<i>Incorruttibile</i> e con i quali si era schierato, poiché li giudicava sostanzialmente privi di intelligenza politica. Rimase un giacobino, o meglio un ex-giacobino, ovviamente nell’ombra, tramando con altri ex-giacobini contro la Convenzione Termidoriana, l’organismo politico subentrato alla Convenzione Nazionale che guidava la Francia ed alla quale egli non riconosceva alcuna capacità di governo.<br />
La sua avversione alla Convenzione Termidoriana lo spinse a diventare, sia pure occultamente, come d’altra parte era nel suo stile, uno dei promotori dell’insurrezione giacobina e popolare del 12 germinale (1° aprile) 1795 contro la Convenzione stessa, insurrezione che tuttavia fallì, allontanandolo temporaneamente dalla vita politica parigina. Solo verso la fine del 1795, con l’avvento del nuovo governo del Direttorio, Joseph Fouché tornò alla ribalta. Ciò fu possibile soprattutto grazie ai buoni uffici di Paul Barras, presidente del Direttorio, uomo profondamente venale e corrotto che, forse, Fouché ricattava, ottenendone così favori e privilegi al punto da venire, alla fine, completamente riabilitato. Nel 1797 venne inviato a Milano come ambasciatore della Repubblica francese e successivamente nei Paesi Bassi, dove svolse alcune missioni.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Il poliziotto, l’agente segreto, il doppiogiochista</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Il 21 luglio 1799, inaspettatamente, Joseph Fouché venne nominato, per la sua grande abilità e versatilità manifestatesi in più occasioni, ministro della Polizia dal Direttorio, il quale temeva rivolte aristocratiche, disordini popolari e colpi di mano da parte dell’esercito oltre ad avere la necessità di controllare il più estesamente ed efficacemente possibile l’intera Francia. Da quel momento per Fouché ebbe inizio un’altra sfolgorante ed altrettanto inquietante carriera. In soli tre mesi di lavoro, da luglio a ottobre, trasformò la Polizia da una specie di banda composta da individui violenti, infedeli, incapaci e corrotti in un’organizzazione non solo efficiente, ma anche e soprattutto potente al punto da preoccupare il governo del Direttorio, il quale tuttavia non riuscì a fare nulla per contenerne il potere e controllarne l’operato. Fouché, resosi perfettamente conto grazie al suo fiuto politico che il Direttorio era quanto mai debole ed incapace di guidare la Francia, appoggiò, impedendo ai membri del governo di rientrare da Saint-Cloud a Parigi, il colpo di stato del 18 brumaio (9 novembre) 1799 messo in atto dal giovane generale Napoleone Bonaparte, il quale rovesciò il Direttorio dando inizio al Consolato. Riconfermato nel ruolo di ministro della Polizia da Napoleone diventato primo console, sventò diversi complotti contro il nuovo padrone della Francia il quale, però, iniziò ben presto a temerlo per la delicatissima posizione che ricopriva ed anche per il notevole peso politico che esercitava occultamente e ambiguamente. Sembra che in più occasioni lo stesso primo console avesse detto: «Le tenebre sono il regno di Fouché».<br />
Proprio per questi motivi nel 1802 Napoleone, con il pretesto che il nuovo assetto politico della Francia non richiedeva più un servizio di pubblica sicurezza, abolì il Ministero della Polizia congedando Fouché, il quale ottenne però la nomina a senatore. Tuttavia due anni dopo, nel 1804, Napoleone, alla vigilia della proclamazione dell’Impero, ripristinò il Ministero della Polizia di cui aveva urgentemente bisogno per il raggiungimento dei suoi obiettivi politici e che affidò di nuovo a Fouché, il quale, a sua volta, lo aiutò a diventare imperatore oltre a reprimere alcune rivolte di stampo realista ed aristocratico. Ben presto Joseph Fouché si convinse che l’Impero napoleonico era una costruzione fragile e si adoperò notevolmente per assicurare all’imperatore una discendenza, cosa che avvenne quando Napoleone, dopo aver divorziato da Giuseppina di Beauharnais che non poteva dargli figli, sposò l’arciduchessa Maria Luisa d&#8217;Austria.<br />
Negli anni 1808-1810 Fouché, dopo essere stato nominato dall’imperatore duca d’Otranto per i servigi resi, condusse, era nella sua natura, due doppi giochi sui quali, tuttavia, non si hanno testimonianze storiche certe: sembra, infatti, che fosse implicato in un complotto volto a mettere sul trono di Francia Gioacchino Murat, cognato dell’imperatore nonché re di Napoli, e che intrattenesse una relazione epistolare con il duca di Wellington, il futuro vincitore di Napoleone a Waterloo. Destituito dall’incarico di ministro della Polizia e nominato in seguito governatore delle Provincie Illiriche, nel 1813, dopo la sconfitta subita da Napoleone a Lipsia, rientrò a Parigi dove restò, tuttavia, poco tempo poiché l’imperatore, temendo che potesse tramare contro di lui, lo inviò a Napoli per convincere Murat a restare fedele all’Impero. La precauzione adottata da Napoleone fu, però, del tutto inutile, dal momento che Fouché divenne dapprima sostenitore, poi artefice dell’alleanza tra il Regno di Napoli e l’Impero austriaco. Nel 1814, dopo l’abdicazione di Napoleone, rientrò a Parigi appoggiando il ritorno in Francia dei Borboni nella persona del re Luigi XVIII mentre nel 1815 sostenne Napoleone nel suo fallito tentativo di ritornare sul trono francese costringendolo però poi all’abdicazione definitiva dopo la sconfitta di Waterloo. Riconfermato ministro della Polizia dal governo di Luigi XVIII ricoprì, tuttavia, solo per breve tempo la sua carica poiché venne condannato all’esilio perpetuo da una legge del 1816 che bandiva dalla Francia tutti coloro i quali durante la Rivoluzione avevano votato la pena di morte del re Luigi XVI. Respinto dalle corti europee presso cui aveva chiesto asilo politico a causa della fama alquanto sinistra che lo accompagnava, morì a Trieste all’età di sessantuno anni solo, povero e perdente, dal momento che in tutta la sua vita, nonostante gli sfolgoranti ed insieme foschi successi mietuti, non si era mai schierato stabilmente e palesemente da nessuna parte.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Un grande inventore</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Joseph Fouché fu l’inventore della moderna Polizia e del moderno Stato di Polizia (il termine va inteso dal punto di vista organizzativo-difensivo, non da quello politico-giuridico) articolato in molti e complessi uffici, spesso nascosti sotto sigle anonime e dimesse e funzionante grazie a diversi fattori: l’abilità e la competenza dei suoi membri; il turpe, ma indispensabile commercio delle informazioni tra Stato e malavita; l’amministrazione cinica, ma anch’essa necessaria delle impunità; l’uso di risorse economiche e finanziarie segrete; la capacità di rendere manipolabile ogni prova ed annullare, all’occorrenza, anche il valore della verità: da allora nessun innocente non avrebbe mai più potuto contestare documenti che lo dichiaravano colpevole.<br />
Fouché, in sostanza, inventò i moderni servizi segreti, le cui radici risiedevano non solo nel sistema di potere e di controllo da lui stesso creati, ma anche in una certa tradizione culturale e in un certo stile di vita tipicamente settecentesco, veneziano in particolare, testimoniato, tra le alte cose, dall’<i>Histoire</i> <i>de ma vie</i> di Giacomo Casanova. Fouché inserì una fittissima rete di agenti segreti in tutti gli ambienti della società francese dell’epoca: i suoi uomini e le sue donne, tutti comunque ricattatati o ricattabili, erano presenti in ogni giardino, in ogni caffè, in ogni locanda, in ogni salotto, in ogni alcova, in ogni battaglione, su ogni nave e tutto ciò che riuscivano a sapere veniva raccolto, catalogato e conservato in sterminati archivi dalla grande macchina dei verbali, delle relazioni, delle confidenze e anche delle delazioni. Oltre ad espletare efficacemente le sue funzioni di poliziotto e di agente segreto al servizio di padroni diversi, Fouché fece della raccolta e del possesso di migliaia di informazioni riservate il fulcro del suo potere personale: ciò lo rese desiderato e al tempo stesso temuto dai potenti e gli permise di conservare, pur nel mutare dei tempi, posizioni e ricchezze e di muoversi con disinvoltura in situazioni difficilissime, nondimeno accompagnato in tutto questo dalla sua grande intelligenza, dal suo fiuto finissimo e dal suo sangue freddo che, come abbiamo detto all’inizio, riusciva a mantenere in ogni circostanza.<br />
Il sistema poliziesco creato da Joseph Fouché, una volta scomparso il suo inventore, venne adottato con successo da ogni Stato europeo, che poté così dotarsi di una sua forza di polizia per prevenire e reprimere reati di natura politica, tutelare l’ordine pubblico e, in tempi più vicini ai nostri, combattere il terrorismo politico e religioso nazionale e internazionale nonché contrastare l’eversione dell’ordine costituito ad opera di gruppi estremistici. Anche oggi, quindi, chi opera nell’ambito della sicurezza del proprio paese, ha, forse o sicuramente, l’obbligo di ringraziare monsieur Joseph Fouché.</p>
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<p><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><br />
F. Furet &#8211; D. Richet, <em>La Rivoluzione francese</em>, trad. it., Bari, 1974<br />
A. Necci, <cite></cite><cite>Il diavolo zoppo e il suo compare. Talleyrand e Fouché o la politica del tradimento</cite><cite></cite>, Venezia, 2015<br />
S. J. Woolf, <em>Napoleone e la conquista dell’Europa</em>, Roma, 1990<br />
S. Zweig, <em>Fouché.</em> Ritratto di un uomo politico, Roma, 2013</p>
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		<title>LE VERITÀ INCONFESSATE DELLA STRAGE DI BOLOGNA</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Jul 2017 07:11:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Servizi segreti]]></category>
		<category><![CDATA[Strage di Bologna]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>

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		<description><![CDATA[di Renzo Paternoster - &#160; Neofascisti, servizi segreti, massoni, un corpo in eccesso tra le vittime, presenze inquietanti sul luogo della strage, la mancanza del movente e della rivendicazione, sono gli “ingredienti” di un attentato anomalo, in cui le vittime non hanno ricevuto ancora definitiva giustizia. È il 2 agosto &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Renzo Paternoster -</p>
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<p style="text-align: justify;"><em><strong>Neofascisti, servizi segreti, massoni, un corpo in eccesso tra le vittime, presenze inquietanti sul luogo della strage, la mancanza del movente e della rivendicazione, sono gli “ingredienti” di un attentato anomalo, in cui le vittime non hanno ricevuto ancora definitiva giustizia.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/06/Quotidiani.jpg"><img class="alignleft  wp-image-6285" alt="quotidiani" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/06/Quotidiani.jpg" width="250" height="150" /></a>È il 2 agosto 1980,</strong> nella sala d’attesa di seconda classe della stazione di Bologna un ordigno esplode causando il crollo dell’ala Ovest, distruggendo una trentina di metri di pensilina e il parcheggio dei taxi antistante lo scalo ferroviario, investendo anche il treno Ancona-Chiasso fermo sul primo binario. Il grande orologio esterno della stazione si ferma alle 10.25, segnando anche l’ora in cui la democrazia italiana è sospesa.<br />
Circa ventitré chilogrammi di esplosivo (approssimativamente cinque chili di una miscela di tritolo e T4 e diciotto chili di nitroglicerina a uso civile) provocano la morte di ottantacinque persone e il ferimento di oltre duecento. La miscela esplosiva era stata posta in una valigia, poi sistemata su di un tavolino portabagagli sotto il muro portante dell’ala Ovest nella sala d’attesa di seconda classe dello scalo ferroviario.<br />
A distanza di 48 ore, con una tempistica più che sospetta, il presidente del Consiglio Francesco Cossiga asserisce al Parlamento che gli autori della carneficina appartengono all’area neofascista. Il 13 gennaio 1981, il provvidenziale ritrovamento sull’espresso Taranto-Milano di una valigia contenente esplosivo identico a quello utilizzato a Bologna, assieme ad alcuni documenti di due neonazisti (un francese e un tedesco legati al gruppo eversivo neofascista Avanguardia Nazionale) conferma sostanzialmente la validità che ascrive a menti e mani di Estrema Destra l’attentato. Tuttavia la valigia, come scoprirà il giudice romano Domenico Sica, era stata messa sul treno da uomini del SISMI, il Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare.</p>
<div id="attachment_6286" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/06/La-sala-dattesa-sventrata-bis.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-6286" alt="La sala d'attesa sventrata" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/06/La-sala-dattesa-sventrata-bis-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>La sala d&#8217;attesa sventrata</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’attentato di Bologna del 2 agosto 1980</strong> è stato indubbiamente un atto terroristico anomalo, se confrontato con i precedenti. Eliminato Aldo Moro, e con lui ogni possibilità di apertura al Partito Comunista Italiano a un governo di “alternativa democratica”, la situazione politica interna era grosso modo stabilizzata, per questo a primo acchito la strage sembra non rientrare nella cosiddetta “strategia della tensione” che ha caratterizzato gli anni precedenti. Partendo dal presupposto che il terrorismo deve sempre darsi un fine ideologico, vagheggiare e programmare un risultato politico, altrimenti è solo criminalità, questa strage non sembra avere ricadute politiche per nessuno. Già la forte e insistente attività di depistaggio prova che chi era intervenuto per sviare le indagini conosceva verità inconfessabili, che potevano minare quella stabilità politica sopraggiunta a fatica dopo altre stragi, omicidi politici e ricatti.<br />
Allo stato dei fatti c’è innanzitutto la verità giudiziaria, con due condanne all’ergastolo (Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro) e una a trent’anni di carcere (Luigi Ciavardini). Dinanzi ai giudici sono portati anche due uomini dei servizi segreti, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte, e due faccendieri della loggia massonica P2, Licio Gelli e Francesco Pazienza, considerati tutti depistatori per quanto riguarda le indagini e per questo processati per calunnia (il depistaggio non era ancora un reato).</p>
<div id="attachment_6279" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/06/Gilberto-Cavallini-Francesca-Mambro-e-Giusva-Fioravanti.jpg"><img class=" wp-image-6279 " alt="Gilberto Cavallini, Francesca Mambro e Giusva Fioravanti" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/06/Gilberto-Cavallini-Francesca-Mambro-e-Giusva-Fioravanti.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Gilberto Cavallini, Francesca Mambro e Giusva Fioravanti</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il curriculum dei tre personaggi condannati</strong> è di tutto rispetto. Giuseppe Valerio Fioravanti, detto Giusva, ha accumulato 134 anni e 8 mesi di carcere, oltre ad altre sei condanne per 8 omicidi tra il febbraio del 1978 e quello del 1981. Il suo curriculum parte dalla sottrazione di due casse di bombe a mano durante una guardia notturna mentre faceva il servizio militare, per proseguire con una condanna per “abbandono di posto”, sempre durante il servizio di leva; seguono la detenzione illegale di armi, l’infrazione della legge sugli stupefacenti, le rapine, la ricettazione, l’associazione per delinquere, la tentata evasione, le lesioni personali, l’associazione sovversiva, il danneggiamento e altro ancora.<br />
Francesca Mambro ha accumulato 84 anni e 8 mesi di reclusione: dalla banale affissione abusiva alle rapine, ai sequestri di persona, alla violazione di domicilio, alla ricettazione, alla violazione delle disposizioni sul controllo delle armi, alle lesioni personali, all’associazione sovversiva, alla violenza privata, al falso, alla resistenza a pubblico ufficiale, al danneggiamento, alla contraffazione di impronte.<br />
Luigi Ciavardini, all’epoca della strage minorenne, ha accumulato condanne per rapine e per gli omicidi dell’appuntato di polizia Francesco Evangelista e del giudice Mario Amato.<br />
Nessuno dei tre ha mai mostrato segni di pentimento, continuando a rivendicare l’appartenenza politica alla Destra estrema e rivoluzionaria e dichiarando sempre la propria innocenza per la strage di Bologna. Fioravanti e Mambro, che non hanno avuto remore nel rivendicare e riconoscere altri omicidi, nulla avevano da perdere, viste le condanne a loro carico, nel rivendicare anche l’attentato di Bologna.<br />
Nessuno ha mai dimostrato la loro presenza a Bologna quel giorno. Al contrario, Mambro e Fioravanti hanno sempre ripetuto che il 2 agosto erano a Treviso in compagnia di Gilberto “Gigi” Cavallini, ex terrorista dei NAR. Flavia Sbrojavacca, compagna di Gigi, e sua madre, Maria Teresa Brunelli, confermano che i due hanno dormito a casa di Cavallini e che sono usciti verso le 8,30 del mattino assieme al compagno per andare a Padova, dove avrebbero incontrato Carlo Digilio, terrorista appartenente al gruppo neofascista di Ordine Nuovo, per poi tornare all’ora di pranzo. Successivamente, però, mentre era in carcere, Maria Teresa Brunelli interrogata dai giudici riferisce di non ricordare bene i fatti di quei giorni, tuttavia non smentisce la prima deposizione ma neppure la conferma. L’alibi di Fioravanti e Mambro non è creduto dai giudici, affermando che la madre non conferma l’alibi degli imputati e che la figlia mente. Comunque i giudici non incriminano Flavia Sbrojavacca per falsa testimonianza.</p>
<div id="attachment_6283" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/06/Orologio-stazione-di-Bologna.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-6283" alt="L'orologio della stazione" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/06/Orologio-stazione-di-Bologna-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>L&#8217;orologio della stazione</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’ambigua testimonianza di un certo Massimo Sparti,</strong> malvivente comune gravitante nell’area neofascista, testimone principale dell’accusa nel processo di Bologna, incastra tuttavia Fioravanti e Mambro. Arrestato il 9 aprile del 1981, due giorni dopo si pente e dichiara che Valerio Fioravanti il 4 agosto del 1980 si sarebbe recato da lui a Roma per ottenere un documento falso per Francesca Mambro. In quell’occasione il terrorista dei NAR avrebbe commento l’avvenuta strage con la frase: «Hai visto che botto?», riferendo anche di essersi camuffato da turista tedesco per non essere riconosciuto. Sparti inizialmente dichiara ai giudici che il documento contraffatto è commissionato a un tal Ginesi, detto “Ossigeno”, poi si ricorda di aver consegnato la foto della Mambro a un altro falsario, Fausto De Vecchi. Sparti, pur non conoscendo Francesca Mambro, affermò anche nella sua testimonianza che la donna si era tinta i capelli per non essere riconosciuta, ma a seguito del prelievo di una ciocca di capelli dalla stessa Mambro dopo il suo arresto, non si sono trovate tracce di tintura (che solitamente rimangono in residuo).<br />
Sparti, dopo avere accusato i due terroristi, è scarcerato nel maggio del 1982: i sanitari del penitenziario di Pisa gli diagnosticano un tumore al pancreas in fase terminale. Ricoverato all’ospedale San Camillo di Roma, Sparti è miracolato da qualche buon Dio, poiché il tumore sparisce. Nel maggio del 1997, quando i carabinieri, su ordine del pubblico ministero di Bologna, vanno al San Camillo per acquisire la cartella clinica di Sparti, scoprono che la cartella è andata distrutta a seguito di un incendio scoppiato il 20 settembre 1991 proprio nell’archivio del nosocomio.<br />
Il supertestimone è smentito a più riprese dalla moglie, Maria Teresa Venanzi, dalla suocera, Argene Zucchetti, dalla domestica e, anche se in maniera più confusa, da due conoscenti di famiglia, Luciana Torchia e Vincenzo Tallarico (zio della collaboratrice domestica), i quali riferiscono che Sparti non si trovava a Roma 4 agosto del 1980, ma nella casa di campagna a Cura di Vetralla, vicino Viterbo. La testimonianza di Sparti cade più volte in contraddizione, tuttavia è considerato dai giudici un testimone ancora attendibile. Suo figlio Stefano, riferisce anche di una confessione di suo padre in punto di morte, in cui gli è detto di essere stato costretto a inventare la storia. Nonostante tutto Sparti è sempre creduto dagli inquirenti bolognesi, anche se a sconfessarlo ci si mette pure il secondo falsario, Fausto De Vecchi, il quale arrestato l’8 dicembre 1981, esclude in maniera categorica che le foto consegnatagli dallo Sparti «riproducessero sembianze femminili», salvo poi ritrattare dieci anni dopo la strage e raccontare, in un ambiguo ritorno di memoria, che Sparti, su richiesta di Fioravanti, gli aveva commissionato un documento falso per una donna.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La strage a Bologna è preannunciata già un mese prima</strong> da una soffiata, ma nessuno fa niente per verificare la fondatezza delle confidenze. Il 10 luglio 1980, un detenuto neofascista del carcere di Padova, Luigi Vettore Presilio, riferisce al Giudice di sorveglianza di Padova, il dottor Tamburino, di aver appreso che di lì a poco si realizzerà per mano neofascista un gravissimo attentato «di tali proporzioni per cui ne avrebbe parlato la prima pagina di tutti i giornali del mondo», precisando anche la data dell’attentato, che «si sarebbe verificato nella prima settimana d’agosto». Vettore Presilio riceve la confidenza da Roberto Rinani, un neofascista inserito nella cellula eversiva Ordine Nuovo di Massimiliano Fachini. Rinani al processo negherà di aver conosciuto e parlato con Vettore Presilio in carcere. Di tutto ciò il giudice Tamburino informò immediatamente i funzionari della Digos. Per questa rivelazione, Luigi Vettore Presilio è accoltellato in carcere da quattro uomini incappucciati. Per qualcuno l’attentato della confidenza era quello riferito alla mancata strage a Milano di Palazzo Marino della notte tra il 29 e il 30 luglio 1980 (una Fiat 132 imbottita di esplosivo deflagrò pochi minuti dopo l’uscita dei consiglieri comunali da Palazzo Marino, la strage fu evitata anche grazie al fatto che un altro tubo di piombo e una tanica contenenti altro esplosivo furono proiettati all’esterno della vettura e fortunatamente non esplosero). Tuttavia la confidenza parlava chiaro: l’attentato si sarebbe verificato nella prima settimana d’agosto.<br />
La possibilità di un attentato di “enormi proporzioni” nei primi giorni di agosto è anche riferita il 31 luglio 1980 nel rapporto scritto al SISDE (il Servizio segreto civile) del colonnello Amos Spiazzi, che aveva ricevuto la confidenza pochi giorni prima dal neofascista Francesco Mangiameli, detto Ciccio, durante una passeggiata sul Lungotevere di Roma. A seguito di un’intervista all’Espresso, Spiazzi, pur non rivelando il nome del suo informatore, lo identifica col soprannome di Ciccio, decretando la condanna a morte di Mangiameli, che avviene il 9 settembre del 1980, a Tor dei Cenci presso Roma, per mano di un commando composto da Francesca Mambro, Valerio e Cristiano Fioravanti, Giorgio Vale e Dario Mariani.<br />
Anche il giudice Amato, nelle audizioni del 25 marzo e 13 giugno 1980 davanti al CSM, segnala la pericolosità dinamitarda dei gruppi eversivi di Destra.<br />
Stando a una testimonianza del camerata Mauro Ansaldi, negli ambienti della Destra armata si conosceva l’esistenza di un attentato a Bologna per il 2 agosto 1980. Ansaldi riferì a un giudice di aver saputo da Mara “Jeanne” Cogolli, la redattrice della rivista clandestina <em>Quex</em>, di un incontro avvenuto pochi giorni prima della strage tra lei e Massimiliano Fachini, esponente di spicco di Ordine Nuovo. Quest’ultimo le avrebbe consigliato di lasciare Bologna perché stava per succedere qualcosa di grosso. La Cogolli, in compagnia di Mario Guido Naldi, lasciò effettivamente Bologna all’alba di sabato 2 agosto.</p>
<div id="attachment_6281" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/06/La-lapide-che-nella-sala-dattesa-ricorda-le-85-vittime-della-strage-.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-6281" alt="La lapide nella sala d'attesa" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/06/La-lapide-che-nella-sala-dattesa-ricorda-le-85-vittime-della-strage--150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>La lapide nella sala d&#8217;attesa</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una prima grande stranezza materiale è legata al corpo di una delle vittime</strong> ufficiali della strage, Maria Fresu. Tutti i corpi delle vittime di Bologna sono riconoscibili, seppur segnati dalla deflagrazione, solo quello di Maria non è stato ritrovato integro, ma scomposto in meno di dieci reperti biologici, poi attribuiti alla donna: “un occhio con iride castana; un frammento del volto a cute glabra dal mento al labbro inferiore; un lembo di pelle corrispondente alla parte di una sopracciglia depilata verso l’esterno; un lembo di naso; alcuni denti dell’arcata inferiore; un frammento di un femore; la mano destra incompleta con solo mignolo, anulare e dito medio”. I familiari della povera ragazza riconosco Maria dai frammenti del volto, tutti comunque privi di struttura ossea; la sorella aggiunge anche che Maria si era depilata le sopracciglia il giorno prima di partire. I familiari riconoscono anche una borsa da viaggio, una valigia e una giacchetta appartenenti a Maria. La stranezza, anzi le particolarità legate a Maria Fresu riguardano il lembo facciale ritrovato e la disintegrazione quasi totale del corpo della donna.<br />
Maria Fresu, originaria della Sardegna e trapiantata in Toscana per lavoro, si trova nella stazione di Bologna con sua figlia Angela, di tre anni, e con le amiche Verdiana Bivona e Silvana Ancillotti. Sono insieme perché attendono il treno che le avrebbe portate in ferie sul lago di Garda. A seguito dello scoppio dell’ordigno, la piccola Angela muore per la frattura del rachide cervicale, Verdiana perisce per traumatismo cranio facciale cervicale torace addominale, Silvana è gravemente ferita ma si salva. Sia il corpo di Angela sia quello di Verdiana sono intatti, seppur segnati dallo scoppio e dagli effetti del crollo della sala d’attesa. Di Maria è ritrovato ben poco.<br />
Nel verbale d’interrogatorio del 6 agosto redatto da un anonimo funzionario della Polfer (la firma in calce dello stesso poliziotto è irriconoscibile), Silvana Ancillotti spiega che Maria, sua figlia Angela e Verdiana, al momento del botto sono tutte e tre vicinissime a lei. Le quattro donne sostano nella sala d’attesa lontane dall’area di scoppio ritenuta mortale per gli effetti della detonazione e, secondo la testimonianza di Silvana Ancillotti, Maria non si è mai allontanata dalla figlia, nemmeno per andare in bagno. Allora, perché i corpi di Angela e Verdiana non si sono disintegrati come quello di Maria e, addirittura Silvana si salva? Come mai gli effetti personali di Maria sono rinvenuti intatti (s’è salvata finanche la carta d’identità, oltre la valigia e una giacchetta) a differenza del corpo della povera vittima? È acclarato che quando c’è un’esplosione i corpi si trovano sempre, anche quando l’ordigno si trova a contatto con una persona: se pensiamo ai moderni kamikaze, è dimostrato che il loro corpo non si disintegra del tutto, qualcosa si trova sempre, specialmente le parti “pesanti” come il tronco o il cranio, anche se orribilmente mutilati.<br />
Riguardo al lembo facciale ritrovato, il gruppo sanguigno di questo reperto biologico attribuito alla Fresu non corrisponde a quello della donna, ma nemmeno a quello di nessun’altra tra le 85 vittime che presentano danni al volto. Il lembo facciale fu attributo da un perito alla Fresu ricorrendo alla tesi delle “secrezione paradossa” (ossia la produzione nei liquidi di un individuo di sostanze “gruppo-specifiche” diverse da quelle che ha nel sangue), ma la scienza di oggi esclude questa argomentazione. A questo punto tra le vittime c’è un pezzo di corpo in più, che non appartiene a nessuna delle vittime accertate, e pezzi di corpo in meno, quelli della povera Maria Fresu che si è inspiegabilmente volatilizzata quasi del tutto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Presenze inquietanti e reperti appartenenti a personaggi</strong> legati ad altro terrorismo, diverso dunque da quello neofascista, sono presenti sul luogo della strage.<br />
Tra le macerie generate dall’esplosione è ritrovato un passaporto intestato a un certo Salvatore Muggironi. Era un professore di origine sarda il cui nome risultò legato alla Sinistra extraparlamentare del periodo. Lo smarrimento del documento non venne mai denunciato dal proprietario. Come mai quel passaporto finì nella stazione di Bologna proprio il giorno dell’attentato?<br />
Le schede personali di Salvatore Muggironi indicano la sua affiliazione a un gruppo della Sinistra extraparlamentare operante in Sardegna. All’interno di questo gruppo risultavano militanti anche Giovanni Paba e Franco Secci, due personaggi arrestati nel 1976 poiché ritrovati su un treno per Amsterdam proveniente dalla Repubblica Federale tedesca con armi ed esplosivo, quest’ultimo molto simile a quello utilizzato a Bologna nel 1980. Oltre alla santabarbara itinerante, i due avevano con sé un elenco di nominativi di terroristi italiani e palestinesi detenuti nelle carceri italiane.<br />
Muggironi, confermò la sua presenza a Bologna nell’estate del 1980 per effettuare una visita oculistica (il professore aveva effettivamente seri problemi alla vista), riferendo di aver alloggiato alla Pensione Fusari e all’Hotel Apollo. Lo smarrimento del documento fu giustificato da una involontaria dimenticanza dello stesso presso un suo amico pizzaiolo di origini sarde, tale Franco Fulvio Berardis, che successivamente si rifiutò di restituirlo. Nessun riscontro concreto fu trovato alle dichiarazioni di Salvatore Muggironi circa i luoghi dove aveva alloggiato e neppure alla visita oculistica e all’amico pizzaiolo. Le indagini su Muggironi furono comunque archiviate dalla magistratura bolognese, dopo che un provvidenziale rapporto dei Carabinieri della città emiliana attribuiva le lacune alla volontà del professore di mascherare indicibili frequentazioni sessuali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un’altra presenza inquietante a Bologna nei giorni della strage</strong> è quella di Thomas Kram, un tedesco esperto in esplosivi con un passato nelle <em>Revolutionäre Zellen</em> (Cellule Rivoluzionarie), una organizzazione eversiva della Sinistra estrema attiva nella Germania occidentale, e poi schedato dalla STASI, il servizio segreto della Repubblica Democratica Tedesca, come elemento del gruppo terroristico filo-palestinese del venezuelano Ilich Ramírez Sánchez, meglio conosciuto come Carlos. Kram era a Bologna, forse accompagnato anche una donna, Christa Margot Frohlich, anch’essa esperta in esplosivi e legata al gruppo di Carlos. Quest’ultima nel 1982, sarà arrestata all’aeroporto romano di Fiumicino con del tritolo T4 al plastico, esplosivo molto simile a quello usato per il depistaggio sul treno Taranto-Milano e, quindi, anche a quello utilizzato a Bologna. Di certo il tedesco ha trascorso la notte del 1° agosto 1980 nell’albergo Centrale, stanza n.21, per poi allontanarsi da Bologna nella tarda mattinata del 2 agosto.<br />
Queste presenze a Bologna hanno aperto nuovi scenari, indirizzando verso una “pista palestinese”. Alla base di questa ipotesi, la strage è stata o un atto ritorsivo da parte del “Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina di George Habbash, oppure uno scoppio accidentale legato al trasporto di esplosivo legato ad altri scopi relativi sempre alla pista palestinese.<br />
In pratica tra il governo italiano e i guerriglieri palestinesi esisteva un tacito accordo di non belligeranza, di cui si era fatto garante Aldo Moro con l’intermediazione del colonnello Stefano Giovannone, uomo dei SISMI in medioriente. L’accordo stabiliva grosso modo che ai palestinesi era concesso il trasporto di armi, esplosivi e munizioni sul suolo italiano, astenendosi però da qualsiasi azione terroristica in Italia. Dal 1973 in effetti i palestinesi non attuarono attentati in Italia. Un evento fortuito interruppe questo accordo: il 7 novembre 1979, a bordo di un furgone che trasportava due missili Sam-7 Strela provenienti dal Libano, furono arrestati tre militanti dell’autonomia operaia romana. A Bologna fu arrestato anche Abu Anzeh Saleh, giordano, responsabile in Italia del “Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina”. Nella sua agenda fu rinvenuto un numero di telefono accanto al nome di un certo “Stefano”. Quel numero corrispondeva all’utenza telefonica romana del colonnello Stefano Giovannone.<br />
L’arresto di Saleh a Bologna non piacque al leader palestinese George Habbash, che si sentì tradito dal governo italiano. L’8 marzo 1980 la questura di Bologna segnalò al Viminale un certo nervosismo negli ambienti della resistenza palestinese per la detenzione di Saleh, mentre l’11 luglio il prefetto Gaspare De Francisci, capo dell’UCIGOS, l’Ufficio Centrale per le Investigazioni Generali e per le Operazioni Speciali della Polizia, inviò un’informativa al SISDE, il servizio segreto civile, e al questore di Bari (Saleh era detenuto nel carcere speciale di Trani), lanciando l’allarme di possibili ritorsioni da parte dei palestinesi. Ventidue giorni dopo la bomba esplose nella stazione di Bologna. Nonostante Abu Anzeh Saleh sia stato condannato a sette anni di reclusione, l’8 agosto 1981, dopo aver scontato appena ventuno mesi di reclusione, fu scarcerato su ordine della Cassazione. Più tardi il giordano smentirà le pressioni dell’FPLP per la sua scarcerazione, negando di aver avuto rapporti con Carlos e la sua organizzazione, ma non spiegando come mai il suo indirizzo bolognese, “via S. Pio V 13, secondo piano a sinistra”, fu ritrovato nei documenti di Mourkabal Michel Walid, luogotenente dello stesso Carlos, a seguito di una perquisizione in Francia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una scoperta nel 1982 riapre la pista massonica</strong> collegata alla P2 di Licio Gelli. Al momento del suo arresto a Ginevra è sequestrato al venerabile un documento scritto di suo pugno con l’intestazione “Bologna” seguita da un numero di conto corrente di una banca svizzera. In questo promemoria è probabilmente riportato un finanziamento avvenuto subito prima e dopo la strage di Bologna di 13.970.000 dollari in favore di più persone, tutte indicate da sigle. Questo documento assegnerebbe a Gelli e al suo entourage il ruolo di mandante e di finanziatore della strage. Tuttavia per i giudici non ci sono elementi concreti per fondare l’ipotesi di un finanziamento da parte di Gelli. Quindi, non si può dimostrare sia una sua erogazione economica sia una sua collaborazione all’esecuzione della strage correlata a un progetto di rivolgimento istituzionale violento legato alla strategia della tensione.<br />
Una ultima ipotesi, suffragata anche dal giudice in pensione Rosario Priore e dal giornalista e avvocato Valerio Cutonilli, riguarda sempre la pista palestinese, ma con destinazione finale diversa da quella di Bologna. In pratica lo scoppio nella stazione del capoluogo emiliano fu casuale, mentre doveva essere il carcere di Trani la destinazione finale dell’esplosivo, per far evadere Abu Anzeh Saleh lì detenuto. Questa ipotesi è fortemente rigettata dal presidente dell’“Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 Agosto 1980”, che ha finanche sbandierato il reato di depistaggio per il giudice.<br />
Sospesa la condanna a Saleh, anche le posizioni di Thomas Kram e di Christa Margot Frohlich sono archiviate dai giudici nel febbraio 2015. Abbandonata definitivamente la pista palestinese, quella neofascista si riapre nel marzo 2017, con la notifica, a seguito di un dossier presentato nel luglio 2015 dell’“Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 Agosto 1980”, all’ex NAR Gilberto Cavallini di concorso nella strage di Bologna, nell’ipotesi che abbia partecipato alla preparazione dell’attentato e a aver fornito i covi in Veneto alla latitanza di Fioravanti e Mambro.</p>
<div id="attachment_6280" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/06/Guttuso-per-la-strage.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-6280" alt="Il quadro di Guttuso dedicato alla strage" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/06/Guttuso-per-la-strage-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Il quadro di Guttuso dedicato alla strage</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo trentasette anni gli italiani e i familiari delle vittime</strong> hanno solo una verità giudiziaria alla quale molti faticano a credere, perché monca di mandanti, finanziatori e, soprattutto, movente. Nonostante la magistratura abbia concluso il suo percorso individuando gli esecutori materiali dell’orribile mattanza, la strage di Bologna – come abbiamo visto – resta uno degli episodi più tristi della storia italiana, con molte verità condite da un mix di disinformazione, depistaggi, cadaveri scomparsi, presenze straniere ed eversive inquietanti, mancanza apparente di un risultato politico.<br />
Dopo la bomba alla stazione Renato Guttuso realizzò un quadro dando all’opera lo stesso titolo di un’incisione di Francisco Goya: <em>Il sonno della ragione genera mostri</em>. L’artista aggiunse in calce la data della strage, il 2 agosto 1980 appunto, e la sua firma. La tavola, ora esposta nel Museo Guttuso, raffigura un uccello-mostro con il corpo umano con denti aguzzi e occhi di fuoco, che tiene una bomba a mano nella sinistra e un pugnale nella mano destra e colpisce alcuni corpi sopra i quali sta a cavalcioni. L’immagine suggerisce perfettamente l’idea che “il sonno della ragione politica” rende vulnerabili e diviene la causa dell’origine di mostri che uccidono e di mostri che, nel “sonno della loro ragione politica”, allontanano le verità nascondendo un substrato di inconfessabili verità che, sicuramente, delegittimerebbero i Palazzi del potere. Questi ultimi non sono meno mostri dei primi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Chiocci G.M., Passa C., <em>Ustica e Bologna, prima delle stragi gli arabi lanciarono un ultimatum</em>, &#8220;il Giornale&#8221;, 21 settembre 2005.<br />
Bocca R.,<em> Tutta un’altra strage</em>, BUR, Milano 2007.<br />
Colombo A., <em>Storia nera. Bologna, la verità di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti</em>, Cairo, Milano 2007.<br />
Provvisionato S., <em>Strage di Bologna, il controdossier di Sandro Provvisionato</em>, «Miccia corta», 2007, http://www.micciacorta.it/archivio/articolo.php?id_news=648<br />
Cutonilli V., Priore R., <em>I segreti di Bologna. La storia mai raccontata della diplomazia parallela italiana</em>, Chiarelettere, Milano 2016.<br />
Bolognesi P., <em>Alto tradimento. La guerra segreta agli italiani da Piazza Fontana alla strage della stazione di Bologna</em>, Castelvecchi, Roma 2016.<br />
«Segreti di Stato», http://www.segretidistato.it.<br />
«Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 Agosto 1980», http://www.stragi.it/.</p>
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		<title>LA BRIGATA DELL’ANELLO DELLA REPUBBLICA:  “IMPRESA” PER LAVORI SPORCHI</title>
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		<pubDate>Sun, 01 May 2016 09:30:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Renzo Paternoster - &#160; Un servizio parallelo e atipico inizia la sua vita nell’immediato dopoguerra e attraversa tutta la storia dell’Italia Repubblicana, una struttura segreta in funzione anticomunista con cui si potevano ottenere “certi” risultati, senza che nessun politico si sporcasse le mani. La chiave di lettura di quello &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Renzo Paternoster -</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Un servizio parallelo e atipico inizia la sua vita nell’immediato dopoguerra e attraversa tutta la storia dell’Italia Repubblicana, una struttura segreta in funzione anticomunista con cui si potevano ottenere “certi” risultati, senza che nessun politico si sporcasse le mani.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La chiave di lettura di quello che si sta per raccontare</strong> è nella doppia politica praticata dallo Stato italiano a partire dal secondo dopoguerra. Infatti, la necessità di domare lo spettro del comunismo durante la cosiddetta “Guerra fredda”, ha abbassato a tal punto la soglia di legalità democratica e civile, da permettere a diversi centri di potere di adottare politiche antidemocratiche. Gladio, loggia P2, servizi segreti deviati, politici corrotti e collusi con Mafia, Camorra e ‘Ndràngheta, sono tutti attori che hanno contribuito a scrivere pagine di storia italiana vergognose, decidendo le scelte di politica interna e internazionale, ma anche di politica economica, industriale e sociale di tutto il Paese. A questi si aggiunge un altro centro di potere illegale e antidemocratico, scoperto solo recentemente, oggi noto come Anello o Noto Servizio.<br />
Quel che lascia interdetti, sfogliando la scarna e incompleta lista degli aderenti di questa struttura, è che i nomi degli affiliati, almeno quelli rivelati, riportano a molte tragiche vicende accadute in Italia dal dopoguerra e almeno fino agli anni Ottanta del Novecento: dal furto della salma di Mussolini agli scandali del SIFAR, dalla strage di piazza Fontana ai sequestri Moro e Cirillo, dalla fuga di Kappler al contrabbando di petrolio dalla Libia.<br />
Il sempre ben informato giornalista Mino Pecorelli, poi misteriosamente assassinato, fa alcuni accenni a questa struttura parallela, ancora prima della sua scoperta, avvenuta nel 1998. Questo significa che negli ambienti politici, quelli che frequentava Pecorelli, questa entità era già conosciuta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tutto quello che accade in Italia</strong> durante il periodo della Guerra fredda, ricade nella logica politica decisa da Stati Uniti d’America, Unione Sovietica e Inghilterra a Mosca nel gennaio del 1944 e a Yalta nel febbraio del 1945. In questo periodo l’Italia assume un ruolo delicatissimo sullo scacchiere mondiale, rappresentando il confine geografico tra l’Ovest e l’Est del mondo, ma anche fra il Nord e il Sud, essendo posizionata lungo la “cortina di ferro” decisa a Mosca e Yalta e avendo ai piedi dello stivale il mar Mediterraneo (quest’ultimo dato di fatto è stato spesso sottovalutato da chi si è occupato di spiegare la strategia della tensione).<br />
In questo periodo l’Italia ha il più forte Partito Comunista dell’Europa, una forza politica legittima e rappresentata in Parlamento con buona parte dei voti del Paese (nel 1946, ad esempio, il risultato delle elezioni politiche per l’Assemblea Costituente assegnò al PCI il 18,9% dei voti, mentre alle elezioni politiche del 18 aprile 1948, il Fronte Popolare e Democratico ‒ PCI e PSI ‒ ottenne il 31% dei voti). Quindi, a parte le frontiere decise a Yalta e Mosca, in Italia esiste anche una “frontiera interna”: da una parte le forze di centro (Democrazia Cristiana in primis), anticomuniste, filoatlantiche e a volte filoarabe; dall’altra il Partito Comunista Italiano, che ha mantenuto un fortissimo legame non solo ideologico, ma anche politico e finanziario con la “casa madre sovietica”; dall’altra ancora gli ex-fascisti e i neofascisti, i primi riciclati in funzione anticomunista, i secondi con un’ideologia di Destra più annacquata rispetto ai primi ma fortemente anticomunisti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sin da quando il regime fascista</strong> sembrava al suo epilogo, negli Stati Uniti molti si preoccuparono di tenere l’Italia nel porto atlantico. Per fare questo fu approntata una crociata che impedisse al Paese, con ogni mezzo, di decidere autonomamente da che forza politica farsi governare. L’obiettivo fu dunque quello di impedire, perfino a costo di una guerra civile, che le Sinistre prendessero – anche legittimamente e attraverso libere e democratiche elezioni – le redini del governo del Paese. Tutto questo rappresentò una palese violazione dei diritti e delle prerogative sancite dalla nostra Costituzione. Non solo. In questi anni di “sovranità limitata”, l’Italia è stata continuamente sul crinale di un continuo colpo di Stato o su quello di una involuzione della crisi interna verso la guerra civile.<br />
Partendo dal presupposto secondo cui il Partito Comunista Italiano non aveva legittimità alcuna a governare, anche quando questo fosse accaduto per il tramite di una regolare vittoria elettorale, in Italia e fuori dal Paese furono approntati piani per scongiurare ogni ipotesi di presa da parte dei comunisti in Italia (la cosiddetta “strategia della tensione”).<br />
Se all’inizio, a far sortire effetti “positivi” per la politica dello status quo, è bastato un “pronunciamento” (è uno dei modi con cui si indica un colpo di Stato tentato) ‒ quello del 1964 attuato dal generale dei carabinieri Giovanni De Lorenzo ‒ e una grande “intentona” (un altro modo con cui si indica un colpo di Stato tentato) ‒ quella accaduta la notte dell’Immacolata del 1970, organizzata da Junio Valerio Borghese sotto la sigla Fronte Nazionale ‒ dopo si è fatto ricorso alle bombe, alle stragi indiscriminate e all’omicidio politico per ottenere lo stesso risultato.<br />
Le operazioni condotte dagli affiliati all’Anello, assieme a quelle degli altri attori palesemente incostituzionali, rientrano a pieno titolo nella cosiddetta “strategia della tensione”.</p>
<div id="attachment_4798" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/04/Mario-Roatta.jpg"><img class=" wp-image-4798 " alt="Mario Roatta" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/04/Mario-Roatta.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Mario Roatta</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’esistenza di questo apparato segreto</strong> della politica è venuta alla luce casualmente nel 1998, quando il professor Aldo Giannuli, incaricato dal giudice Salvini di reperire documenti riguardanti la strage di piazza Fontana, in un polveroso archivio del Ministero dell’Interno della circonvallazione Appia a Roma, si imbatté in una dimenticata velina del 4 aprile 1972, denominata “Fonte Dario”. Qui, in sette cartelle si raccontava di un’entità segreta di cui nessuno fino a quel momento aveva avuto conoscenza, l’Anello o Noto Servizio appunto. Questo documento non avrebbe dovuto esistere, poiché sarebbe stato senza dubbio distrutto se non fosse stato riposto nel posto sbagliato.<br />
Successivamente, in qualità di perito giudiziario, questa volta della procura di Brescia che stava indagando sulla strage di piazza della Loggia, il professor Giannuli approfondì le conoscenze su questa entità. Così ben presto realizzò che la “Fonte Dario”, nome di copertura di Luciano Menegatti, confidente dell’Ufficio Affari riservati, non era l’estensore del documento. Il vero redattore era, invece, il giornalista Alberto Grisolia, la “Fonte Giornalista” della Squadra 54 dell’ufficio milanese degli Affari riservati. Per la mole delle informazioni contenute, Grisolia o disponeva di una buona rete di fonti o riferiva su episodi di cui aveva conoscenza diretta, quindi egli stesso aveva fatto parte, anche per un breve periodo, dell’Anello.<br />
La velina comincia così: «Questa è la storia di un servizio di informazioni che opera in Italia dalla fine della guerra e che è stato creato per volontà dell’ex capo del SIM [Servizio Informazioni Militari] Generale Roatta […]».<br />
Un approfondimento sul Noto Servizio si è avuto nelle udienze del processo in corte di Assise per la strage di Brescia, quando il medico Rodolfo Pedroni ha raccontato quanto ha saputo sull’Anello da parte di Adalberto Titta [le trascrizioni dei verbali di udienza dei processi sulla strage di Brescia in «Casa della Memoria. 28 maggio 1974. Brescia», http://www.28maggio74.brescia.it/].</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In Italia, dopo il proclama di armistizio</strong> del generale Badoglio dell’8 settembre 1943, si formano due Stati: la Repubblica Sociale Italiana di Salò, voluta dalla Germania di Hitler al fine di governare parte dei territori italiani controllati militarmente dai fascisti e dai nazisti, e il Regno del Sud, territorialmente controllato dalle truppe alleate. In questo contesto il generale Mario Giuseppe Leon Roatta, ex capo del SIM e capo di stato maggiore dell’esercito (carica che conserva con l’insediamento del nuovo governo retto da Badoglio), costituisce nel 1944 un organismo segreto, sottoposto alle “informali” dipendenze del capo del Governo e in funzione dei nuovi interessi anticomunisti dello Stato liberato. Formato da militari, imprenditori, ex repubblichini e giornalisti, non era un’organizzazione militare, ma civile, e non aveva progetti golpisti, ma si sarebbe occupata di “lavori sporchi” e compromettenti per i servizi segreti ufficiali, tra cui quello di condizionare il sistema politico. La sua caratteristica è quella di essere un’organizzazione dormiente, che è attivata all’occasione, e questo gli ha permesso di restare segreta per tanto tempo. È, dunque, una struttura di fatto informale, con coperture e finanziamenti istituzionali e senza neppure un nome. Nei pochissimi documenti ritrovati è indicato genericamente come “Noto Servizio” e il nome “Anello” è probabilmente una auto-attribuzione degli stessi appartenenti alla struttura.<br />
Roatta è arrestato il 16 novembre 1944. È accusato di crimini di guerra, partecipazione a reati fascisti, inadempienze militari (per non aver difeso Roma dopo l’armistizio) e di concorso nell’assassinio dei fratelli Carlo e Nello Rosselli. Il generale si dichiara subito disponibile a cedere il “suo” servizio segreto civile in cambio della fuga. L’esfiltrazione di Roatta si realizza tra il 4 e il 5 marzo 1945, a processo ancora in corso. Il generale è fatto rifugiare dapprima in Vaticano e poi trasferito con sua moglie nella Spagna franchista. Riguardo la fuga di Roatta, il 6 marzo 1945 Giuseppe Saragat scrisse sul&#8217;“Avanti!” (quotidiano storico del Partito Socialista Italiano): «il suo silenzio era d’oro per molte persone».<br />
L’Anello, dunque, passa probabilmente nelle mani degli americani. A dirigerlo è un ufficiale di origine polacca Solomon Hotimsky, dell’armata del generale Anders. Nella velina del 4 aprile 1972 si accenna a trasformazioni nel corso del tempo e, quindi, in quell’anno in cui Alberto Grisolia scrive, il gruppo iniziale di questa entità è radicalmente cambiato. In quest’anno a dirigere operativamente l’Anello è probabilmente Adalberto Titta, ex pilota dell’Aeronautica della Repubblica di Salò e imprenditore. L’entità ha due gruppi, uno più numeroso nel nord dell’Italia e uno più piccolo nella zona di Roma. I due gruppi avrebbero avuto una certa autonomia l’uno dall’altro, pur essendo entrambi coordinati da Adalberto Titta.</p>
<div id="attachment_4802" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/04/Giulio-Andreotti-e-Licio-Gelli.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-4802" alt="Licio Gelli e Giulio Andreotti" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/04/Giulio-Andreotti-e-Licio-Gelli-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Licio Gelli e Giulio Andreotti</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>La sede principale dell’Anello</strong> è in un palazzone situato nel centro di Milano, tra via Statuto e via Lovanio, a meno di centocinquanta metri dalla caserma dei Carabinieri di via Moscova, sede territoriale dell’Arma e deposito di armi dell’entità. A pochi passi da queste due sedi si trova anche la chiesa di Santa Maria degli Angeli, più conosciuta come chiesa di Sant’Angelo, tenuta dai frati francescani dell’attiguo convento, punto di riferimento dell’alta borghesia milanese. In questa chiesa il frate Enrico Zucca, che poi ritroveremo in molte vicende oscure, esercita una notevole autorità.<br />
Nei documenti ritrovati sono indicate delle persone che Grisolia ritiene vicine al Noto Servizio o personalmente prossime a Titta. Tra queste il faccendiere Felice Fulchignoni, capo della sezione romana dell’Anello; l’imprenditore Sigfrido Battaini, capo della sede milanese dell’Anello; Massimo De Carolis, politico e tesserato nella P2; Giorgio Pisanò, giornalista; Giuseppe Cabassi, costruttore e finanziere; Luigi Fortunati, inserito nella fondazione Ludwig Keimer (ente che si occupava di studi geologici e ricerche nel campo dei combustibili); Luciana Piras, cognata di Titta e dipendente della STIPEL (Società Telefonica Interregionale Piemontese e Lombarda, società telefonica poi fusa e incorporata nella SIP); il già citato Enrico Zucca, potente frate francescano minore milanese, entrato nelle cronache per aver trafugato la salma di Benito Mussolini; Tom Ponzi, investigatore privato; Giovanni Maria Pedroni, illustre chirurgo e medico dell’Anello; gli estremisti di Destra Gianni Nardi e Carlo Fumagalli. Nessuna di queste persone ha mai confessato di aver fatto parte dell’Anello, pur ammettendo di conoscere o di aver avuto rapporti con Titta.<br />
Dai documenti ritrovati nell’archivio del Ministero dell’Interno della circonvallazione Appia, il sette volte Presidente del Consiglio Giulio Andreotti risulta il principale beneficiario politico della struttura. In un’intervista rilasciata nel febbraio 2011, a Raffaella Fanelli e pubblicata dal settimanale “Oggi”, anche l’ex venerabile della loggia massonica P2 Licio Gelli dichiara che: «io [Gelli] avevo la P2, Cossiga la Gladio e Andreotti l’Anello».<br />
Su alcune operazioni dell’Anello e dei suoi affiliati si hanno certezze, su altre meno. Tra le prime la partecipazione a importanti incontri in funzione anticomunista, la fuga del nazista Herbert Kappler dall’Italia, l’intrusione durante il rapimento del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, la trattativa durante il rapimento del politico campano Ciro Cirillo, l’acquisto di petrolio dalla Libia. Non è mai stato dimostrato che il Noto Servizio abbia partecipato alle stragi che hanno insanguinato l’Italia negli anni Settanta, anche se il sospetto è molto alto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un importante convegno che anticipa</strong> il disegno politico-eversivo dell’estrema destra italiana si svolge a Roma, dal 3 al 5 maggio del 1965, presso l’hotel Parco dei Principi. Il titolo del convegno è poco rassicurante: “La guerra rivoluzionaria non convenzionale”.<br />
Il congresso è seguito, oltre da uomini politici, dirigenti economici, militanti della Destra nazionale e futuri estremisti, anche da un magistrato (il consigliere della Corte d’Appello di Milano, Salvatore Alagna), due alti ufficiali (il generale dei paracadutisti Alceste Nulli e il colonnello di artiglieria Adriano Magi Braschi), un funzionario dei Servizi segreti (Guido Giannettini, alias “Agente Zeta”), un collaboratore dei servizi segreti italiani (Pio Filippani Ronconi, esperto di crittografia) e un esponente dell’Anello (il giornalista Giorgio Pisanò). Tutti gli interventi sono caratterizzati da una forte enfasi sull’imminenza del pericolo rappresentato dalla “canea rossa” e, quindi, sulla necessità di passare immediatamente all’azione in un tono di ossessivo anticomunismo.<br />
Nella sua relazione, “Guerra rivoluzionaria in Italia 1943-1945”, Giorgio Pisanò dice: «non vi parlo a titolo personale: vi parlo a nome di un gruppo che a Milano si è dedicato da tempo allo studio della tecnica della guerriglia comunista, perché ci siamo resi conto perfettamente che non è possibile parlare e non è possibile condurre una efficace azione anticomunista, se noi non impariamo bene come il comunismo agisce, in base a quale tecnica si muove, in base a quali piani procede contro di noi. Noi siamo scesi su un campo pratico, immediatamente». Voleva forse riferirsi all’Anello?</p>
<div id="attachment_4801" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/04/Herbert-Kappler.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-4801" alt="Herbert Kappler" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/04/Herbert-Kappler-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Herbert Kappler</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Almeno due sono le missioni</strong> in cui gli agenti del Noto Servizio collaborano alla fuga dall’Italia di personaggi compromettenti: quella dell’ex comandante Borghese e quella del nazista mai pentito Herbert Kappler.<br />
La prima, del 1971, è l’esfiltrazione di Julio Valerio Borghese, colpito da mandato di cattura per il tentato golpe attuato nella notte tra il 7 e l’8 dicembre dell’anno prima: l’ex comandante della Xª Flottiglia MAS del Regno d’Italia, è dapprima ospitato nella sua villa dall’ingegnere Sigfrido Battaini, poi accompagnato in Spagna.<br />
Nel 1977 l’Anello sbriga, per conto della Presidenza del Consiglio, un altro compito imbarazzante: fa fuggire in Germania il nazista Herbert Kappler, condannato all’ergastolo per l’uccisione delle quindici persone da lui aggiunte in più alle trecentoventi previste come rappresaglia all’attentato partigiano di via Rasella (eccidio delle Fosse Ardeatine). La fuga di Kappler, ricoverato all’ospedale militare Celio di Roma, è barattata con la Germania, al fine di ottenere un prestito di denaro di cui l’Italia ha un disperato bisogno. La notte tra il 14 e il 15 agosto 1977 il nazista fugge dall’ospedale, ufficialmente aiutato dalla moglie Annelise, che lo nasconde in una grande valigia. In realtà, più che un’evasione rocambolesca, è un’uscita tranquilla dall’ospedale militare. Preso in custodia da Titta, il nazista è dapprima portato a Ponte San Pietro, nella bergamasca, poi a Desenzano sul Garda, in provincia di Brescia, dove è preso in consegna dagli uomini del BFV, il servizio segreto tedesco. Nel tragitto, il medico dell’Anello Giovanni Pedroni gli presta le cure mediche. L’operazione segreta è un successo e, almeno all’inizio, nessuno dubita delle istituzioni. Gli “agnelli sacrificali” sono il ministro Lattanzio, che si dimette dal suo incarico governativo, e i tre piantoni di guardia al nazista.</p>
<div id="attachment_4800" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/04/Il-falso-comunicato-BR-del-lago-della-Duchessa.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-4800" alt="Il falso comunicato BR del lago della Duchessa" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/04/Il-falso-comunicato-BR-del-lago-della-Duchessa-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Il falso comunicato BR del lago della Duchessa</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Negli anni Sessanta, il Noto Servizio</strong> si è già attivato anche per portare il Partito Socialista Italiano su posizioni di netto anticomunismo, “staccandolo” dal Partito Comunista. In pratica si è trattato di annacquare il socialismo di questo partito e di far nascere un centrosinistra filo atlantico. Per fare questo, è messa a punto una robusta campagna di intimidazione contro esponenti socialisti delle aree politiche più aperte verso il PCI, con dossieraggio, campagne scandalistiche, ricatti, progetti di sequestri di persona e, forse, omicidi camuffati da incidenti stradali.<br />
Così Giorgio Pisanò, col suo settimanale “il Candido”, conduce una dura campagna contro Giacomo Mancini, della sinistra interna del PSI; si finanziano le “correnti” politiche disposte a un allontamento dal PCI; si progettano i sequestri (mai attuati) del sindaco di Milano Aldo Aniasi, del leader del movimento studentesco milanese Mario Capanna, dell’editore Giangiacomo Feltrinelli, del deputato democristiano Luigi Granelli, del segretario della federazione socialista di Milano Demetrio Costantino.<br />
Dai documenti presentati al processo di Brescia, emerge dalle note di Grisolia che l’Anello si attiva per eliminare fisicamente alcuni oppositori del centrosinistra dell’area socialista, attraverso simulati incidenti stradali. Tra questi il sindaco di Mantova Eugenio Dugoni e il segretario della Camera del Lavoro di Milano Bruno Di Pol, entrambi morti in distinti sinistri automobilistici negli anni Sessanta. Anche il sindaco di Milano Aniasi è probabilmente il destinatario di un simulato incidente stradale, al quale fortunatamente il politico riesce a sfuggire. Tuttavia non è comprovato che questi incidenti siano stati volutamente provocati. Però (c’è un però!), non è un caso che Titta, nella sua agenda, dichiari di essere un esperto di infortunistica stradale.</p>
<div id="attachment_4799" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/04/Interno-del-covo-di-via-gradoli.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-4799" alt="Il covo di via Gradoli" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/04/Interno-del-covo-di-via-gradoli-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Il covo di via Gradoli</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>A parte il coinvolgimento del Noto Servizio</strong> in uno scambio armi-petrolio con la Libia, avvenuto negli anni Settanta, questa entità entra oscuramente anche nella “Operazione fritz”, come fu chiamato dalla Brigate Rosse il sequestro del Presidente della DC Aldo Moro (“fritz” si riferiva alla frezza bianca presente nella capigliatura di Moro). L’intervento dell’Anello riguarda non solo informazioni riguardo il covo in cui è detenuto Moro, ma soprattutto il memoriale del prezioso ostaggio delle Brigate Rosse.<br />
Titta conosce il covo brigatista di via Gradoli, si ricorda che il nome Gradoli emerse il 3 aprile 1978, dunque durante la prigionia di Moro, nel corso di una seduta spiritica in cui partecipò il futuro presidente dell’IRI e del Consiglio dei Ministri Romano Prodi. Titta è il “misterioso intermediario” che le Brigate Rosse citano nel documento numero 4 del 4 aprile 1978. Titta riferisce a Michele Ristuccia in tempo reale che il comunicato del 18 aprile 1978 delle BR, in cui si annunciava che il corpo di Moro giaceva nei fondali del lago Della Duchessa, è falso, questo ancor prima che gli inquirenti smentissero l’occultamento del cadavere in questa luogo.<br />
Titta e i suoi uomini sono in grado di contribuire alla liberazione di Moro, ma un “ordine superiore” decide di lasciare le cose al loro destino, scrivendo la sentenza di condanna del prezioso prigioniero.<br />
Nonostante la volontà di lasciare a se stesso il prigioniero, il cappellano dell’Anello, padre Enrico Zucca, entra in contatto con alcuni brigatisti, avviando una trattativa per la liberazione di Moro in cambio di un consistente riscatto. Anche in questo caso la trattativa è interrotta.<br />
Una mia ipotesi, seppur non suffragata da nessun riscontro (per questo la indico come ipotesi!). Alla “politica” non interessava riportare a casa vivo Moro, anzi la sua morte sarebbe stato un beneficio per lo status quo, ma si adoperò affinchè i brigatisti non divulgassero le rivelazioni dello statista. Quindi un riscatto fu sicuramente pagato, ma per ottenere il memoriale di Moro, che poi fu accuratamente “bonificato” e fatto ritrovare, nella sua seconda parte nel covo di via Montenevoso nel 1990. Volendo essere ancor più maliziosi, il riscatto è pagato sia per la liberazione di Moro sia per i memoriali, poi una “manina” uccide lo statista liberato e depura i memoriali. Se si intrecciano i referti dell’autopsia sul cadavere di Moro e sulla Renault in cui fu ritrovato, la misteriosa storia dei memoriali con le su morti annesse e connesse e la storia dell’Anello, compreso ‒ come riferisce Stefania Limiti nel suo <em>L’Anello della Repubblica</em> ‒ una riunione svoltasi pochi mesi prima del rapimento di Moro a Bari tra Titta e importanti funzionari dell’amministrazione statunitense e italiana per discutere di Aldo Moro, considerato non affidabile e pericoloso per la stabilità degli interessi atlantici, non è difficile azzardare questa seconda congettura.</p>
<div id="attachment_4804" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/04/Ciro-Cirillo.jpg"><img class=" wp-image-4804" alt="Ciro Cirillo" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/04/Ciro-Cirillo.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Ciro Cirillo prigioniero delle BR</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se a Moro non è concessa alcuna trattativa,</strong> scegliendo la “linea dura”, per un altro politico democristiano rapito sempre dalla Brigate Rosse, è permesso un mercanteggiamento, optando questa volta per una “linea morbida”. Il prezioso politico è Ciro Cirillo, assessore democristiano alla Regione Campania, sequestrato il 27 aprile 1981 dalle BR di Giovanni Senzani (Senzani è un altro personaggio ambiguo nella storia d’Italia: capo sanguinario delle BR e anche consulente del ministero di Grazia e Giustizia, nonché frequentatore della enigmatica scuola di lingue Hyperion, probabile centro di spionaggio e controspionaggio internazionale e possibile strumento per operazioni comuni contro i nemici di Yalta). La trattativa è condotta dall’Anello, nella persona di Adalberto Titta, che tratta direttamente l’affare nel carcere di Ascoli Piceno nientemeno che con Raffaele Cutolo, boss della Nuova Camorra Organizzata. A differenza di Aldo Moro, Ciro Cirillo non deve morire, ma una volta liberato dalla “prigione del popolo” il suo partito gli chiede di farsi da parte e di ritirarsi dalla politica, cosa che egli fa. Nel frattempo le cassette degli interrogatori di Cirillo su alcune malefatte della Democrazia Cristiana in Campania spariscono.<br />
A oggi, questa è la storia conosciuta dell’entità Anello, l’impresa per i lavori sporchi della Repubblica, la struttura segreta in grado di orientare per cinquant’anni la storia d’Italia, intervenendo negli intrichi della vita politica ed economica del Paese. Purtroppo non si dispone di ulteriori informazioni per ricostruire le reali attività di questa entità. Peccato, perché capire cosa realmente ha fatto, oltre ai fatti noti, consentirebbe di trovare l’“anello”mancante per ricostruire autenticamente le vicende italiane durante la Guerra fredda… sempre che il Noto Servizio sia davvero l’ultimo misterioso “anello” della Prima Repubblica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Bellu G.M., <em>Sid parallelo, contro il Pci anche mafia e contrabbando</em>, in «Corriere della Sera», 16 novembre 2000.<br />
Beltrametti E., <em>La terza Guerra mondiale è già iniziata</em>. Atti del Convegno Istituto Pollio per gli Affari Strategici, G. Volpe, Roma, 1965.<br />
Colonna Vilasi A., <em>Storia dei Servizi segreti italiani. Dall’Unità d’Italia alle sfide del XXI secolo</em>, Città del Sole, Reggio Calabria 2013.<br />
Di Giovacchino Rita,<em> Il libro nero della Prima Repubblica</em>, Fazi, 2005.<br />
Fanelli R., “Io avevo la P2, Andreotti l’Anello”, in «Oggi», febbraio 2011, http://www.grandeoriente-democratico.com/Io_avevo_la_P2_Andreotti_l_Anello_Intervista_a_Licio_Gelli_su_OGGi_del_23_febbraio_2011_by_Raffaella_Fanelli.pdf<br />
Forlani A., <em>La zona franca: Così è fallita la trattativa segreta che doveva salvare Aldo Mor</em>o, Castelvecchi, Roma 2014.<br />
Giannuli A., <em>Il Noto Servizio. Le spie di Giulio Andreotti</em>, Castelvecchi, Roma 2013.<br />
Limiti S., <em>L’Anello della Repubblica. La scoperta di un nuovo servizio segreto. Dal fascismo alle Brigate Rosse</em>, Chiarelettere, Milano 2009, ora 2014.<br />
Manfredi S. (a cura di), <em>Depistaggi. La storia delle strategie eversive e delle coperture compiute dai servizi segreti</em>, Narcissus, Catania 2014.<br />
Pacini G., <em>Il cuore occulto del potere. Storia dell’Ufficio affari riservati del Viminale, 1919-1984</em>, Nutrimenti, Roma 2010.<br />
Satta V.,<em> I nemici della Repubblica: Storia degli anni di piombo</em>, Rizzoli, Milano 2016.<br />
Zedda D., <em>Il caso Moro. La teoria cospirativa e i suoi fondamenti</em>, La Riflessione, Cagliari 2005.<br />
Trascrizioni dei verbali di udienza dei processi sulla strage di Brescia, in «Casa della Memoria. 28 maggio 1974. Brescia», http://www.28maggio74.brescia.it/.</p>
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