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	<title>Storia in Network &#187; Putin &#124; Storia in Network</title>
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	<description>Magazine di divulgazione storica</description>
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		<title>DALLA GERMANOFILIA ALLA RUSSOFILIA? LA PAROLA A BENEDETTO CROCE</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Sep 2023 09:54:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un’intervista a Benedetto Croce di oltre un secolo fa riporta d’attualità la logica di ogni conflitto, quella che impone lo schieramento acritico con una parte e la condanna inappellabile dell’altra, pena l&#8217;accusa di intelligenza col nemico. Se è vero che in guerra la prima vittima è la verità, le parole &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><strong>Un’intervista a Benedetto Croce di oltre un secolo fa riporta d’attualità la logica di ogni conflitto, quella che impone lo schieramento acritico con una parte e la condanna inappellabile dell’altra, pena l&#8217;accusa di intelligenza col nemico. Se è vero che in guerra la prima vittima è la verità, le parole di Croce – dedicate alla polemica sulla sua presunta “germanofilia” – aprono ancora oggi un salutare squarcio sull’idea di libertà.  </strong></em></p>
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<div id="attachment_12920" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2023/08/Benedetto_Croce_01.jpg"><img class=" wp-image-12920 " alt="Benedetto Croce" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2023/08/Benedetto_Croce_01.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text">Benedetto Croce</p></div>
<p><em><span style="color: #808080;">Pochi mesi dopo il coinvolgimento italiano nel primo conflitto mondiale Benedetto Croce rilasciò al quotidiano </span></em><span style="color: #808080;">Roma</span><em><span style="color: #808080;"> (1° ottobre 1915) questa intervista intitolata “Germanofilia”, per chiarire definitivamente la sua posizione né pacifista né interventista ma da più osservatori ritenuta troppo vicina a Berlino. Al filosofo di Pescasseroli imputavano la mancata condanna della </span></em><span style="color: #808080;">kultur</span><em><span style="color: #808080;"> tedesca, ritenuta all’origine del militarismo diffuso nella società tedesca, e di alcuni crimi di guerra compiuti dagli eserciti degli imperi centrali.<br />
Pur con i dovuti distinguo, sembra di leggere in controluce le accuse di russofilia e putinismo che circolano dallo scoppio dell’attuale conflitto in Ucraina, con il corollario di censure nei confronti della letteratura e delle manifestazioni artistiche russe sul nostro territorio.<br />
In questo breve testo, Benedetto Croce ci fornisce una lezione di pragmatismo e concretezza: pur evidenziando la “pedanteria” e la “grossolanità” teutoniche, non rinuncia a cogliere i limiti delle facili condanne (“i documenti difettano e le passioni sovrabbondano”), spingendosi ad auspicare che il conflitto possa cauterizzare i rischi di dissoluzione latenti nelle democrazie europee.</span></em></p>
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<p style="text-align: justify;"><em><b>Ha letto gli articoli di Guglielmo Ferrero e di altri, nei quali si parla della sua “germanofilia”?</b></em></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, sì, li ho letti; e lascio dire. E mi rassegno a lasciarmi additare come “germanofilo”, mentre continuo da mia parte, sempre che ciò stimo opportuno, a segnare gli errori storici e scientifici che il signor Ferrero e altri scrittori del suo indirizzo vanno ripetendo sulla scienza, la filosofia e la filologia tedesche. Che cosa volete? Non credo che gli articoli del Ferrero facciano parte delle operazioni militari italiane, e che intorno ad essi sia doveroso e patriottico il silenzio. Mi sembra patriottico il contrario: correggere le fallaci asserzioni, che non giovano a nulla e tolgono credito alla nostra serietà.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><b>Pure, parecchi pensano che l’efficacia della cultura tedesca sia stata assai dannosa all’Italia, e che sia giunto il momento di liberarsene per sempre.</b></em></p>
<p style="text-align: justify;">Mi spiego benissimo che parecchi dicano così. E’ naturale che a parecchia gente le vie lunghe e difficili riescano faticose e che perciò preferiscano le più agevoli. Ma io sono un modesto discendente e prosecutore di quella scuola napoletana, che si formò prima del 1848 e che ebbe a suoi capi Francesco de Sanctis e Bertrando Spaventa, la quale procurò di affiatare il pensiero e gli studi italiani con la scienza germanica. Quella scuola ha dato frutti assai importanti, e, per mia parte, non saprei rinunziarvi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><b>Non c’è rischio che, a questo modo, vada smarrita, come dicono, l’originalità dell’ingegno italiano?</b></em></p>
<p style="text-align: justify;">L’originalità consiste nel ben conoscere e stimare il lavoro altrui, e valersene per procedere oltre e far di meglio e di proprio. Sarebbe curioso che, per mantenersi originali, convenisse serbarsi verginalmente ignoranti.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><b>Ma la cultura tedesca non ha avuto come conseguenza questa tremenda guerra, provocata dalla Germania e condotta da essa in modo feroce?</b></em></p>
<p style="text-align: justify;">Nessuna teoria scientifica (se è veramente teoria e scienza) può determinare immediatamente, per logica inferenza, questa o quella azione concreta. La responsabilità della presente politica tedesca è degli uomini politici tedeschi, e del popolo, e anche degli scienziati, ma solo in quanto fanno, non già della scienza, ma della politica; e non è punto della scienza tedesca, che, come ogni vera scienza, è sempre superiore ai partiti politici e alle contese nazionali.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><b>Mettiamo dunque la scienza tedesca fuori questione; e mi permetta un’altra domanda. E’ vero che Lei non era favorevole alla guerra dell’Italia contro gli Imperi centrali?</b></em></p>
<p style="text-align: justify;">Questa è storia che si è svolta in piena luce e alla grande aria. Io era di quei moltissimi italiani (moltissimi, sebbene non tutti abbiano avuto l’occasione o il coraggio di parlare in pubblico), che non vedevano bene l’istigazione, che da molte parti si faceva, a precipitare l’Italia in una gravissima guerra per ragioni non chiaramente nazionali; e che perciò si erano assunti l’ingrato ufficio di avvocati del diavolo, affinché, se la guerra doveva accadere, accadesse solamente per vera e comprovata necessità nazionale. Ma io e i miei amici, nel giornale che pubblicavamo intitolato <em>Italia nostra</em>, non mancammo di protestare ripetutamente che la decisione ultima spettava a chi rappresentava lo Stato, e che, presa la decisione, quale che fosse stata, tutti avremmo ubbidito e collaborato all’impresa nazionale. E così abbiamo fatto, ciascuno secondo che gli è concesso. Il mio amico Cesare de Lollis, che dirigeva quel giornale, si è finanche (nonostante che egli abbia varcato la cinquantina) arrolato come tenente di fanteria. Ora la guerra c’è, e io non ricordo nemmeno più le passate polemiche. E niente mi dà tanto fastidio quanto i piagnoni e i recriminatori e gli allarmisti, perché, per mia parte, ho piena fede che usciremo con onore dall’impresa alla quale ci siamo accinti, e per la quale si è già sparso tanto nobile sangue.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><b>E che cosa ne pensa Lei delle crudeltà, di cui sono stati accusati i tedeschi?</b></em></p>
<p style="text-align: justify;">E che cosa ne so io? So soltanto questo che, nelle ultime guerre, l’accusa di crudeltà, col sussidio documentario di fotografie, spacciate come autentiche, è apparsa successivamente contri tutti i popoli: contro gl’italiani al tempo della guerra libica, contro i bulgari al tempo della guerra balcanica, e contro i tedeschi, al primo loro irrompere nel Belgio. Ricordo anche un vecchio e savio proverbio italiano: “In tempo di guerra, bugie come terra”. Ho visto solennemente confutate alcune delle maggiori atrocità, attribuite ai tedeschi: ecco qui, per esempio, un recente articolo del matematico e filosofo inglese Russel, intitolato <i>Giustizia in tempo di guerra</i>, che smentisce, con attestati di autorità belghe, l’esistenza della fanciulla belga, alla quale i soldati tedeschi avrebbero mozzato il naso e la cui storia pietosa aveva già fatto abbrividire gli inglesi. Un predicatore, che ne aveva discorso dal pulpito, ha dichiarato che farà ammenda, dallo stesso pulpito, per la calunnia da lui involontariamente divulgata e accreditata sul prossimo cristiano. Ho potuto verificare gli errori di lettura e di traduzione nei quali il professor Bédier è incorso nel suo opuscolo sui taccuini dei soldati tedeschi (diffuso a migliaia di copie anche in Italia), confrontando le traduzioni coi facsimili fototipici uniti all’opuscolo. Ma con ciò esprimo una cautela critica o un dubbio metodico, e non affermo fatti pei quali mancano documenti sicuri, proprio ora che i documenti difettano e le passioni sovrabbondano? Se la Germania si è resa rea di colpe contro l’umanità, oh non dubitate che dovrà espiarle, perché la storia è una grande giustiziera! Ma, fosse anche il modello di tutte le virtù umane, ora è nostra avversaria, perché ha sotto la sua protezione l’Austria, che conculcava i nostri interessi nazionali; e a noi spetta combatterla sui campi, non già condannarla in irregolari processi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><b>A ogni modo, i barbari procedimenti di guerra dei tedeschi non sembrano in rispondenza con la loro vantata cultura e civiltà.</b></em></p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno mai si era avveduto, prima della guerra, che i tedeschi fossero barbari e crudeli. Io sarei incline a spiegare in modo alquanto diverso il sentimento di antipatia e di ripugnanza, che suscitano molti loro atti. Ogni popolo ha i suoi particolari difetti nazionali, correlativi alle sue virtù, e quelli dei tedeschi sono, com’è noto, la pedanteria e una certa semplicità grossolana. Tutti i popoli avevano un tempo, e molti hanno ancora, il patibolo e il carnefice; ma solo i tedeschi sarebbero capaci di scrivere la “teoria” e il “manuale” di quell’arte. E, per intanto, hanno elaborato la teoria della guerra, riducendo a formole e precetti cose senza dubbio intrinseche alla guerra e inevitabili, ma che, esposte in quella forma, ripugnano. E, per pedanteria, esagerano ed eccedono; e, se veramente hanno commesso taluni degli atti crudeli che loro si attribuiscono, sarà stato, per l’appunto, per osservanza pedantesca di regole dedotte dal concetto della guerra e dalla teoria, astrattamente vera, che la sola efficace umanità della guerra consiste nell’inumanità, nell’essere terribile e sbrigativa. Mi torna in mente quel che soleva dire Silvio Spaventa: che i regolamenti degli ergastoli borbonici pei prigionieri politici erano altrettanto, e forse più severi, di quelli austriaci; ma che la grande differenza stava in ciò, che i carcerieri austriaci li osservavano rigorosamente, pur talvolta lacrimando sulla sorte dei prigionieri (vedere le <em>Mie prigioni </em>del Pellico), e i carcerieri napoletani, tra corruzione e bonarietà, li allentavano in molti punti li rendevano tollerabili. Del pari, il tedesco, se si accinge a un’azione non giustificabile sotto l’aspetto morale o legale, non sa idealizzarla e rivestirla di abili frasi, come usano altri popoli eleganti e più gentiluomini; e dice chiaro e tondo, come il signor Bethmann Hollweg, che quella è cosa riprovevole, ma che “necessità non ha legge”.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><b>Vorrei anche domandarle quel che Ella pensa dell’ideale politico tedesco, aristocratico, statale, militaristico. Non le sembra inferiore e arretrato rispetto al nostro ideale democratico latino?</b></em></p>
<p style="text-align: justify;">L’aristocratismo e il democratismo, come la gioventù e la maturità, come le varie età e condizioni della vita, hanno ciascuno forze e debolezze, virtù e vizi. Non sarebbe possibile spiegare in poche parole il processo nel quale erano entrati i popoli dell’Europa occidentale, francesi, inglesi, italiani: un processo centrifugo, che minacciava non lontana la dissoluzione dell’idea di Stato e di unità sociale a transitorio vantaggio dei singoli individui e dei singoli gruppi sociali. Un nostro scrittore politico napoletano, il senatore duca di Gualtieri, pubblicò in proposito un importante lavoro, l’anno scorso, qualche mese prima dello scoppio della guerra. E nemmeno si può in poche parole descrivere il processo inverso, processo centripeto, seguito dalla Germania, la quale, pure collaborando grandemente alla civiltà moderna, ha serbato vigorosissimo il senso della patria, dello Stato, della missione storica del popolo tedesco, e allo Stato ha subordinato l’individuo. Io non sono di coloro che credono al fatale avvicendarsi di civiltà aristocratiche, che via via si affinano in democrazie, e di democrazie che via via si dissolvono nella corruttela e cadono preda di nuove formazioni aristocratiche e militari. Ma tengo fermamente che, se i tedeschi dovranno ben apprendere qualcosa dalle democrazie dell’Europa occidentale, noi, a nostra volta, dovremo apprendere qualcosa dal severo concetto che i tedeschi coltivano dello stesso Stato e della patria. E mi pare che ciò stia già accadendo, per effetto stesso della guerra, per difenderci dalla preponderanza tedesca e salvare il sommo bene, che è la libertà nazionale. Se sarà così, non tutto il male sarà venuto per nuocerci. Usciremo dalla guerra con un sentimento più alto, più grave, più tragico della vita e dei suoi doveri; e distruggeremo nelle sue fiamme molte miserie della nostra politica degli ultimi decenni.</p>
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		<title>DALLA FINE DELL’URSS ALL&#8217;UCRAINA: TRENT’ANNI DI ILLUSIONI E ATTRITI</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Sep 2022 06:25:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi - L’ebbrezza dei vincitori statunitensi di fronte ai timori e alle umiliazioni russe. Con in più il peso della geografia e della storia. Confronto fra due logiche imperiali dove tutto sembra concorrere a un confronto in “stile” Guerra fredda. Con un occhio ai tradizionali principi della geopolitica. &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Massimo Iacopi -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>L’ebbrezza dei vincitori statunitensi di fronte ai timori e alle umiliazioni russe. Con in più il peso della geografia e della storia. Confronto fra due logiche imperiali dove tutto sembra concorrere a un confronto in “stile” Guerra fredda. Con un occhio ai tradizionali principi della geopolitica.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;">La storia comincia con la disintegrazione interna dell’URSS nel 1991 che gli Occidentali avrebbero potuto evitare, proprio per timore di vedere sparire la stabilità creata, non senza difficoltà, nell’ambito della guerra fredda. Henry Kissinger con la lucidità fornita dalla padronanza della storia e del realismo, vedeva due conseguenze ineluttabili al crollo degli imperi: “Gli sforzi messi in opera per approfittare della debolezza del centro imperiale e quelli spiegati dall’impero in declino per ristabilire la sua autorità sulla periferia”. Egli, in tal modo, ha profeticamente descritto il meccanismo che, nel giro di una trentina d’anni, ci ha portato all’invasione dell&#8217;Ucraina, da parte della Russia.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Illusioni contro </b><b>u</b><b>miliazioni</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Il decennio degli anni ‘90 si potrebbe definire come quello dell’illusione occidentale e dell’umiliazione russa. In effetti, l’illusione si centrava principalmente nella speranza di una integrazione della Russia nel campo occidentale, che Washington considerava essenziale per far fronte alla crescita della potenza cinese a lungo termine. Era assolutamente da evitare che le due potenze terrestri potessero unirsi di fronte alla potenza talassocratica statunitense, secondo lo schema del geopolitico britannico Halford Mackinder. La Russia di Boris Eltsin fu quindi accolta nel Fondo Monetario Internazionale (FMI), nella Banca Mondiale e fece il suo ingresso nel club ristretto del G7, mentre la sua economia subì un trattamento da cavallo, ispirato dalla scuola neoliberale di Chicago: soppressione del controllo dei prezzi, liberalizzazione del commercio, privatizzazione delle imprese statali, il tutto a vantaggio degli oligarchi e a danno del livello di vita dei Russi, che subì un tracollo. Nel 1993, la NATO inaugurò una istituzione di collaborazione militare con quelli che non potevano o non volevano aderire all’Alleanza, chiamata Partenariato per la Pace (PPP), e alla quale la Russia aderì nel 1994. Fu così messo in opera un meccanismo di collaborazione che aveva il principale compito di sotterrare la guerra fredda.<br />
Eppure, dietro questa apparente facciata occidentalizzata si nascondeva una realtà diversa. In effetti, la Russia continuava a percepirsi come una grande potenza, che, per questo motivo, voleva essere trattata dagli Stati Uniti come tale (in altre parole, da pari a pari), nell’ambito di un partenariato strategico che rispettasse i suoi interessi. La Russia non poteva rinunciare alla sua sfera di influenza &#8211; come dimostrato dalla definizione del concetto geopolitico di “straniero vicino”, nel quale Mosca poneva l’insieme delle repubbliche ex sovietiche &#8211; e che custodiva in sé i germi dell’inevitabile conflitto geopolitico con gli Stati Uniti. Ciò nondimeno, queste ambizioni si scontravano con quattro umiliazioni particolarmente difficili da accettare da parte russa.<br />
La prima era il crollo della sua potenza. Come Stato successore della defunta URSS, la Russia recuperava il seggio permanente all’ONU, con annesso diritto di veto, e gli altri seggi nelle istituzioni internazionali, così come tutto l’arsenale nucleare. In queste condizioni Mosca si dimostrò tuttavia incapace di impedire agli USA &#8211; inebriati dalla propria iperpotenza &#8211; di agire a piacimento negli affari internazionali, di operare come “gendarme” globale, coltivando i propri interessi ed esportando i propri valori nei quattro angoli del pianeta per realizzare il progetto dell’America-Mondo.<br />
La seconda umiliazione giunse dalla frammentazione territoriale, che fece regredire le frontiere russe ai limiti di quelle del XVII secolo, con la perdita dei territori conquistati da Pietro I il Grande e da Caterina II, fra i quali l’indispensabile Crimea, senza la quale Mosca vide svanire il suo accesso privilegiato al Mar Nero e al Mediterraneo.<br />
Terza umiliazione, la società russa andò incontro a una terribile recessione. Iperinflazione e disoccupazione, debito estero abissale, fughe di capitali, crollo del rublo, scomposizione dello stato, alcoolismo, aborti, delinquenza: nulla sembrò risparmiare il nuovo Stato sorto dalle ceneri dell’URSS.<br />
Ultimo, quarto oltraggio, fu la Cecenia, il cui tentativo di secessione armata mise in pericolo le sorti dalla Federazione Russa.<br />
Tuttavia, il peggio doveva arrivare con la guerra del Kosovo. Non si dirà mai abbastanza sulla gravità dell’operazione militare, lanciata dagli USA con le forze della NATO, per strappare questa provincia ai Serbi, culla storica della loro nazione, nel nome del diritto all’autodeterminazione dei popoli, un principio decisamente corretto, ma, purtroppo, applicato a geometria variabile. Illegale &#8211; ma legittimo alla luce dei diritti dell’uomo &#8211; l’attacco contro un popolo storicamente vicino a Mosca, mise in evidenza l’impotenza russa a contrastare l’azione militare americana. Divenne sempre più difficile affermare che la NATO conservava una struttura puramente difensiva e che non rappresentasse, invece, il braccio armato dell’egemonia statunitense.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Realismo contro ideologia</b></h3>
<p style="text-align: justify;">E’ in queste condizioni che nel 1999 arriva al potere Vladimir Putin, patriota russo formato alla scuola del KGB, traumatizzato dalla fine della potenza sovietica. In realtà, una prima svolta aveva avuto luogo nel 1996 con l’arrivo alla direzione della diplomazia russa e quindi alla guida del governo, due anni più tardi, di Evghenji Primakov. Mosca aveva iniziato allora a guardare in direzione della Cina, dell’India, dell’Iran, altre potenze continentali. La guerra del Kosovo non farà altro che contribuire a un ulteriore deterioramento delle relazioni con l’Occidente. Ciò nonostante, i primi segni inviati dal giovane presidente potevano apparire positivi agli occhi di Washington, soprattutto dopo gli attacchi terroristi dell’11 settembre del 2001. Putin, in quel momento alle prese con il terrorismo ceceno, optò per un riavvicinamento con gli Americani, lanciati nell’operazione <i>Enduring Freedom</i> in Afghanistan. In tale contesto, gli venne richiesta la sua cooperazione e gli fu consentito di installare basi nei paesi dell’Asia centrale. A questa prima fase collaborativa seguiranno diversi accordi che tenderanno a configurare meglio il partenariato, fra i quali il Trattato SORT (<i>Strategic Offensive Reductions Treaty</i><i>) </i>di disarmo strategico<i>, </i>sulla riduzione delle testate nucleari, firmato il 24 maggio 2002 e seguito, quattro giorni più tardi, dall’insediamento del Consiglio NATO-Russia.<br />
Tuttavia, nonostante le buone premesse, ben presto vengono alla luce notevoli frizioni. L’uscita degli USA dal Trattato ABM nel giugno 2002 e la forzata invasione (illegale e illegittima) dell’Iraq, nel marzo del 2003, mettono in evidenza le smisurate ambizioni di Washington, come anche l’evidente impunità di cui gode. Nello stesso tempo i Russi si sentono minacciati nei loro interessi immediati. Oltre alla tragedia di Beslan, nel settembre 2004 &#8211; che segna l’apogeo della campagna terroristica dei Ceceni, che Putin aveva schiacciato nelle rovine di Grozny &#8211; gli “stranieri vicini” dei Russi sono preda di rivoluzioni colorate, specialmente in Ucraina, dove scoppia, sempre nel corso del 2004, la Rivoluzione Arancione. Non senza ragione, Mosca ha voluto vedere, nella caduta del potere pro-russo, l’azione sovversiva degli Americani attraverso le loro potenti ONG. E’ pur vero che, dalla Casa Bianca, il presidente George W. Bush aveva condotto una lotta ideologica in favore della democrazia, che descrisse in termini molto chiari nel discorso inaugurale del suo secondo mandato, nel gennaio 2005. La politica americana, secondo Bush junior, consisteva ormai nel “ricercare e sostenere il progresso di movimenti e di istituzioni democratiche in tutte le nazioni e in tutte le culture, con lo scopo ultimo di mettere fine alla tirannide nel mondo”. A Mosca, dove il potere putiniano aveva cominciato a serrare le viti, si resero perfettamente conto del senso del messaggio. Da un lato, come dall’altro, apparve evidente la rimessa in discussione del partenariato strategico.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>E la NATO si allarga</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Nel cuore del processo di uscita dalla Guerra fredda, ma anche nelle premesse che hanno condotto alla guerra in Ucraina, c’è il problema del supposto impegno fatto a Mikhail Gorbacev dagli USA di non estendere la NATO a Est. Nonostante le ripetute confutazioni dello storico americano Mark Kramer, una promessa verbale di non allargamento era stata effettivamente formulata da James Baker, Segretario di Stato di George Bush, nel febbraio 1990, nel momento dei negoziati sulla riunificazione della Germania. Se ne trova traccia nelle note scritte da Baker: “Germania unificata ancorata in una NATO cambiata (politicamente) &#8211; la cui giurisdizione non si estenderebbe verso Est.”, come riportato da Mary Elise Sarotte in <em>1989: the Struggle to Create Post Cold War Europe</em>. Risulta altresì vero che in quello stesso momento la dissoluzione del Patto di Varsavia e dell’URSS era semplicemente inimmaginabile. E’ ancora più vero che questo dubbioso affare è diventato per i Russi una specie di mito fondante nei loro rapporti con l’Occidente. E l’essenza del problema risiede esattamente in questa promessa, secondo i Russi non mantenuta.<br />
La NATO, dunque, si allarga. Un allargamento sostenuto da un asse Washington-Berlino-Varsavia, richiesto legittimamente dai paesi dell’Europa orientale che, forti della loro precedente drammatica esperienza, conoscono bene il carattere espansionistico di una grande potenza, conoscono il nazionalismo imperiale russo e ricercano pertanto la protezione degli USA. Questi, decisi a respingere la Russia il più a est possibile, non si tireranno indietro, seguendo le schema formulato da Zbigniew Brzezinski ed esplicitato in <em>The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives</em> (1997). Nello stesso anno 1997, la Polonia, l’Ungheria e la Repubblica Ceca vengono, conseguentemente, autorizzate a candidarsi per l’adesione alla NATO secondo i criteri democratici ridefiniti nel 1995; l’adesione diventerà affettiva nel corso del 1999. Da quel momento l’ingrandimento della famiglia NATO continuerà con l’ingresso degli Stati baltici, della Slovacchia, della Romania, della Bulgaria, della Slovenia, della Croazia e dell’Albania, per concludersi nel 2017 con il Montenegro.<br />
La posta in palio per gli USA era di primaria importanza. In effetti, la NATO consente di controllare gli alleati europei e di avere un piede sul Vecchio continente, senza il quale essi si troverebbero nella situazione che la geografia ha dato loro: un’isola continente tagliata dalla massa euroasiatica. Orbene, l’avanzata della NATO ha contribuito a riattivare nella controparte russa l’atavica paura dell’invasione. Vale la pena sottolineare che la Russia ha sì di che rallegrarsi delle ricchezze dell’Heartland, ma soffre di due mali geografici: il suo incapsulamento, che la separa dagli accessi ai mari caldi, da una parte, e la vulnerabilità del suo spazio territoriale, che non dispone di alcuna barriera fisica di protezione. L’Ucraina rappresenta quindi al tempo stesso la via di invasione verso la Moscovia e la porta verso il Mediterraneo: non è necessario essere grandi strateghi per capire l’importanza geopolitica di questa nazione, specie per i Russi. Qualche tempo fa, Jack F. Matlok Jr., vecchio ambasciatore americano a Mosca, ha affermato che “l’espansione della NATO costituisce la più profonda gaffe strategica fatta a partire dalla fine della Guerra fredda”.<br />
L’allargamento del 2004, la Rivoluzione Arancione dello stesso anno, la politica neoconservatrice del “Regime Change” di George W. Bush, l’installazione di uno scudo antimissile in Polonia e in Romania (con il pretesto di contrare i missili iraniani) e la rimessa in discussione da parte degli Americani del Trattato ABM sono stati interpretati da Putin come i segni di un’ostilità crescente. In occasione della Conferenza sulla Sicurezza, tenutasi a Monaco di Baviera nel 2007, il Capo del Cremlino ha indicato la NATO, senza alcuna ambiguità possibile, come il nemico della Russia. Anche il presidente francese Jacques Chirac, verso la fine del suo secondo mandato, espresse la sua inquietudine di fronte a questa evoluzione, invitando a valutare la creazione di una struttura che coinvolgesse la Russia e l’Ucraina per garantirne la reciproca sicurezza. Ma Bush, a questo invito e ad altri provenienti da Paesi europei, rispose con un gentile ma fermo diniego.<br />
Putin, a quel punto, decise di approfittare della determinazione degli Americani e della corta visione delle dirigenze europee. Il vertice della NATO tenutosi a Bucarest nell’aprile 2008 rifiuterà all’Ucraina e alla Georgia lo statuto ufficiale di candidate, che Washington voleva loro attribuire, proprio per il veto incrociato di Francia e Germania. Tuttavia, gli USA continueranno a lasciare la porta aperta a questi due Paesi, compresi nello spazio dello “straniero vicino” russo, nella speranza di poterne approfittare. A questo punto, a Putin è bastato attendere l’errore fatale del presidente georgiano Mikhail Saakashvili per ottenere nell’agosto 2008 il pretesto per un’invasione che spezzò la dinamica pro NATO di Tbilisi, strappandogli ben due province (Abkhazia e Ossezia del Sud). Il messaggio era chiaro: Mosca userà la forza per bloccare future adesioni. Ma in Occidente non si è dato il giusto peso al netto avvertimento. Bruxelles, almeno visibilmente, ha continuato a far finta di non capire. Lanciata nella sua politica di allargamento a tutti i costi e di esportazione della <em>pax</em><i> democratica</i>, che si potrebbe definire anche come “imperialismo dolce”, l’UE non rinuncia all’ipotesi di far aderire nel suo seno l’Ucraina, con sovrano disprezzo dei più elementari interessi di sicurezza russi. L’Ucraina si trasforma, a quel punto, in una minaccia per Mosca, tanto più che l’adesione all’UE coincide, quasi temporalmente, con quella alla NATO. Prosperità, democrazia, protezione americana ai margini della sua frontiera: altrettanti pericoli che la Russia vede avanzare minacciosi contro di sé. Putin, in questo caso, ha la colpa di aver pensato che non ci sarebbe stata altra via d’uscita; da parte su ci aggiunse quel cinismo necessario a infrangere le regole della convivenza internazionale.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Le guerre per procura</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Insediato alla guida di un governo forte, seduto sopra immense riserve di gas, arricchito dall’aumento dei prezzi del petrolio, consolidato da una restaurazione interna del suo Paese sul piano sociale, religioso e culturale, e capace di toccare le corde del patriottismo russo &#8211; condizione indispensabile per un ritorno in forza sulla scena mondiale -, Putin, spalleggiato dalla Cina, lancia il suo Paese in uno scontro con l’Occidente. Un combattimento che assume progressivamente un carattere ideologico sempre più marcato. In un discorso pronunciato nel 2013 al Forum di Valdai, il presidente russo denunciò i Paesi occidentali che a suo avviso, “adottano delle politiche che mettono sullo stesso piano le famiglie numerose e le coppie dello stesso sesso, la fede in Dio e il culto di Satana”. Da un punto di vista geopolitico, egli riprese per sé l’ideologia slavofona e le tesi euroasiatiche (sostanzialmente anti-occidentali) care al filosofo e politologo russo Alexander Dugin, per il quale l’inevitabile scontro fra civiltà avverrà fra la civiltà tradizionalista, da un lato e l’Occidente decadente, dall’altro.<br />
Con il decennio 2010 la Russia di Putin entra in uno scontro progressivamente più forte e più ampio con l’Occidente, in un crescendo che porterà all’invasione dell’Ucraina. Il contesto appare favorevole, dal momento che gli USA iniziano a rinunciare al loro ruolo di gendarme del mondo con il presidente Barak Obama. In occasione della crisi libica, il Cremlino lascia passare all’ONU la risoluzione n. 1973 del 17 marzo 2011 che autorizza la Francia e il Regno Unito &#8211; saliti sul treno del neoconservatorismo proprio nel momento in cui gli Americani ne sono discesi &#8211; a intervenire a sostegno dei ribelli, ma senza impegno diretto sul terreno, nel rovesciamento del sanguinoso regime dell’autocrate di Tripoli. Il seguito risulta ben noto: Parigi e Londra, come anche i loro alleati Qatarini, non rispetteranno il mandato dell’ONU. La Russia, a quel punto, ha buon gioco nel gridare alla prevaricazione, anche se è lecito dubitare dell’atteggiamento naif dei dirigenti del Cremlino in tutta la questione. Con la guerra civile in Siria, Mosca passa dal “lasciar fare” al blocco delle iniziative occidentali, mettendo il suo alleato Bashar el Assad sotto la sua protezione, come lo dimostra il primo veto posto a partire dall’ottobre 2013 all’ONU e quindi intervenendo militarmente in suo favore a partire dal 2015. Nell’affare, la Russia riesce a vincere su tutta la linea, ad esempio quando Obama rinuncia a una operazione militare nel 2013. Infine, Putin passa all’azione diretta nel 2014, al fine di difendere i suoi interessi immediati nell’area dello “straniero vicino”, con l’annessione della Crimea e la Guerra per procura nel Donbass. Una crisi, conviene ricordarlo, che nasce dall’accordo di associazione proposto a Kiev dall’UE, che, da parte sua, sembrava incapace di rinunciare all’Ucraina, di fatto senza aver tratto alcun ammaestramento dai fatti della Georgia.<br />
Altro punto capitale: l’estensione geografica dell’attivismo russo che ha riproposto quello dell’URSS degli anni 1960-70. Oltre alla Siria, l’influenza della Russia si fa sentire, ormai, in Egitto, in Algeria, nel “puzzle” libico e chiaramente in Africa. Ovunque gli Occidentali mostrano segni di regressione. Le sanzioni economiche del 2014 hanno dato un impulso supplementare al riavvicinamento della Russia con la Cina, mentre Mosca rimane essenziale nella risoluzione della questione siriana ed irakena. In definitiva, la Russia è ritornata a essere un attore fondamentale sullo scacchiere internazionale. Ormai si deve comunque trovare un accordo con Mosca. Donald Trump, per concentrarsi meglio sul pericolo cinese, aveva evidenziato una volontà di riallacciare, senza successo, i contatti con la Russia, e di riproporre quel famoso “reset” che anche Obama a suo tempo aveva tentato invano. In effetti, si trattava ormai di una tardiva resipiscenza. Di fatto, queste aperture sono state sempre interpretate come indizi di debolezza da Putin, che ha sempre rifiutato di accogliere la mano tesa. A tutto questo vanno aggiunti i numerosi “muri” presso il Consiglio Nazionale di Sicurezza, come al Congresso dei Rappresentati, che hanno contribuito a impedire alla Casa Bianca anche un minimo di riavvicinamento con Mosca. I pregiudizi negativi e reciproci rappresentano ostacoli difficilmente superabili in un tempo breve, da una parte e dall’altra.<br />
In fin dei conti, con la sua aggressione all’Ucraina, diventata terreno di scontro degli imperi, Putin ha superato una nuova (ultima?) tappa del ritorno della potenza russa sulla scena mondiale e del suo rifiuto dell’attuale ordine mondiale immaginato da Washington. In effetti, le sue dichiarazioni al venticinquesimo Forum di San Pietroburgo, del 15 giugno 2022, poi quelle al vertice del 23-24 giugno dei BRICS, i nuovi Paesi non allineati, hanno reso flagrante le vere intenzioni del presidente russo: l’invasione dell’Ucraina è, dunque, solo un pretesto in un disegno di più ampio respiro, che persegue l’obbiettivo &#8211; con l’appoggio più o meno palese della Cina &#8211; della distruzione dell’unipolarismo del morente impero americano e della liquefazione della sua area periferica, denominata Unione Europea.</p>
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		<title>PUTIN E I CRIMINI DI GUERRA IN UCRAINA</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Apr 2022 06:14:29 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Michele Strazza -   Aggressione, crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio: la Corte Penale Internazionale può muoversi all’interno degli articoli del proprio statuto per spiccare, in un prossimo futuro, un mandato di cattura nei confronti di Putin e dei suoi generali. ♦ I recenti avvenimenti della guerra in &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="center"><b>di Michele Strazza -</b></p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><b> </b></p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><em><strong>Aggressione, crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio: la Corte Penale Internazionale può muoversi all’interno degli articoli del proprio statuto per spiccare, in un prossimo futuro, un mandato di cattura </strong></em><em><strong>nei confronti di Putin e dei suoi generali</strong></em><em><strong>.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I recenti avvenimenti della guerra in Ucraina,</strong> dai bombardamenti di Kiev, Leopoli e Mariupol su obiettivi civili agli episodi di violenza delle milizie filorusse, hanno indotto il presidente americano Joe Biden a definire Vladimir Putin un &#8220;<i>criminale di guerra&#8221;</i>, sollecitando alcune iniziative a riguardo delle cancellerie europee.<br />
Agli inizi di marzo il procuratore capo della Corte penale internazionale, l’inglese Karim Khan, ha annunciato l’immediata apertura di una indagine sui presunti crimini di guerra commessi in Ucraina dalle truppe russe, dopo aver ricevuto il via libera di trentanove Stati membri del tribunale dell’Aja, tra cui l’Italia.<br />
Alla Corte Penale Internazionale, con sede all’Aja, è affidata la competenza su crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio e aggressione. Il 17 luglio 1998 venne, infatti, approvato dalla Conferenza diplomatica di Roma lo Statuto della nuova Corte Penale Internazionale che entrò in vigore soltanto nel 2002. Si ricorda che lo Statuto di Roma ad oggi è stato ratificato da centoventitrè (123) Stati, ma non risultano ancora firmatari gli Stati Uniti, la Russia e la Cina, membri permanenti del Consiglio di sicurezza ONU. La Corte non giudica gli Stati bensì gli individui, anche se titolari di organi statali, i quali rispondono a titolo personale dei crimini commessi. In nessun caso possono invocare l’immunità per evitare il giudizio e l’eventuale condanna.<br />
Il procuratore Karim Khan ha annunziato la raccolta delle prove per tutti gli atti commessi in Ucraina qualificabili come crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. Lo stesso ha, però, sottolineato il difetto di giurisdizione della Corte con riferimento al crimine di “aggressione” di cui all’art. 8 bis dello Statuto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tale crimine è anch’esso considerato</strong> come crimine internazionale anche se, per lungo tempo, non si è addivenuti ad una definizione condivisa. Tuttavia, tale fattispecie nel 1998 risultò inserita nell’art. 5 dello Statuto della Corte Penale Internazionale, pur in mancanza di un accordo a riguardo.<br />
Soltanto nel 2010 alla Conferenza di Revisione dello Statuto della Corte, tenutasi a Kampala, in Uganda, è stato approvato l’art. 8 Bis che definisce finalmente l’aggressione come «pianificazione, la preparazione, l’inizio o l’esecuzione, da parte di una persona in grado di esercitare effettivamente il controllo o di dirigere l’azione politica o militare di uno Stato, di un atto di aggressione che per carattere, gravità e portata costituisce una manifesta violazione della Carta delle Nazioni Unite». Dal luglio del 2018 la Corte Penale Internazionale può, quindi, esercitare la giurisdizione anche su tale crimine. Purtroppo, però, la Russia non è Stato parte della Corte Penale Internazionale, mentre l’Ucraina ha firmato ma non ratificato il Trattato di Roma.<br />
Pertanto, nonostante l’invasione russa configuri la fattispecie di “aggressione” di cui all’art. 8 bis dello Statuto della Corte, la giurisdizione si infrange di fronte alla posizione della Russia, oltre che alla mancata ratifica ucraina.<br />
A onor del vero dobbiamo dire che quest’ultima situazione aveva subito una modifica a seguito dell’attivazione, nel 2014, da parte dell’Ucraina, della giurisdizione della Corte Penale attraverso la “procedura speciale” prevista dall’art. 12 dello Statuto e dall’art. 44 delle “Rules of procedure and evidence” secondo cui uno Stato non membro può, tramite formale dichiarazione depositata presso la cancelleria della Corte, accettare la competenza del tribunale internazionale relativamente ai crimini previsti dall’art. 5 dello Statuto.<br />
La dichiarazione, depositata il 9 aprile 2014 e riferita ai crimini commessi prima dell’attuale attacco russo, aveva portato all’apertura di una “preliminary examination” precedente alla “investigation” vera e propria. La questione riguardava i fatti commessi in tre zone diverse: Maidan, Crimea e Donbass.<br />
Successivamente, precisamente l’8 settembre 2015, l’Ucraina depositava una ulteriore dichiarazione nella quale riconosceva la giurisdizione della Corte senza alcun termine temporale. Pertanto dobbiamo ritenere ancora valida la “preliminary examination” prima attivata, qualora la procura, pur dopo la sua conclusione del dicembre del 2020, ritenesse di mantenerla aperta per i crimini attualmente commessi.<br />
Ma l’attuale procuratore Karim Khan il 28 febbraio di quest’anno, a seguito dell’attacco russo, ha aggirato tale possibilità, scegliendo l’apertura di una nuova “preliminary examination” e della conseguente “investigation”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tale scelta, tuttavia, se sicuramente ammette la giurisdizione</strong> della Corte per i crimini di guerra, per quelli contro l’umanità e per un eventuale genocidio, non allarga tale giurisdizione alla fattispecie di aggressione, non avendo la Russia accettato la competenza del tribunale internazionale ed essendo la dichiarazione ucraina precedente al luglio del 2018.<br />
In definitiva, a mio modesto parere, la giurisdizione della Corte sarebbe operante per i crimini prima citati, commessi dai russi, sulla base del precedente riconoscimento ucraino della competenza del tribunale ex art. 12, ma non sarebbe valida per la fattispecie di aggressione ex art. 8 bis, radicalmente differente. Quest’ultima fattispecie, infatti, deve riguardare un atto commesso da uno Stato parte e la Russia non lo è. Del resto l’art. 15 bis, tutelando gli Stati che non hanno aderito allo Statuto, richiede, ai fini dell’avvio del procedimento per la fattispecie di aggressione, il consenso dello Stato aggressore stesso.<br />
In conclusione, per la sola fattispecie di aggressione, la disciplina è più rigida, essendoci la giurisdizione del tribunale soltanto in presenza di ambedue Stati parte, l’aggressore e quello aggredito, e soltanto per gli eventi successivi al 17 luglio 2018, data di entrata in vigore della modifica statutaria approvata a Kampala.<br />
Peraltro, pur invocando altri meccanismi internazionali come quelli della Carta ONU, anche i tentativi di un intervento delle Nazioni Unite si infrangono contro il diritto di veto della Russia nel Consiglio di Sicurezza.<br />
Pur con i limiti indicati per il reato di aggressione, la Corte Penale Internazionale conserva intatta la sua competenza sui crimini di guerra e sui crimini contro l’umanità, oltre che sul genocidio. Ed è indubbio che per le prime due fattispecie sono numerosi gli episodi riportati dalla stampa internazionale.<br />
Non è improbabile, dunque, che in futuro, nei confronti di Putin e dei suoi generali, vengano spiccati dei mandati di cattura i quali, pur se difficilmente attuabili, costringeranno il presidente della federazione russa a non uscire dai suoi confini, aumentandone l’isolamento internazionale.</p>
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		<title>LA RUSSIA NEL MEDITERRANEO, UNA STRATEGIA DIFENSIVA</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Apr 2021 09:52:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi -   L’intervento russo in Siria a difesa di Bashar el Assad, nell’autunno 2015, sorprese il mondo occidentale. In realtà, è dal XVIII secolo che il Cremlino cerca di far valere i propri interessi nell’area del Mediterraneo orientale. ♦ Gli zar hanno da sempre ritenuto che lo &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><b>di Massimo Iacopi -</b></p>
<p style="text-align: justify;"><b> </b></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>L’intervento russo in Siria a difesa di Bashar el Assad, nell’autunno 2015, sorprese il mondo occidentale. In realtà, è dal XVIII secolo che il Cremlino cerca di far valere i propri interessi nell’area del Mediterraneo orientale.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;">Gli zar<b> </b>hanno da sempre ritenuto che lo spazio del Ponto e del Mediterraneo formassero un solo insieme, al cui interno la Russia aveva legittimamente il suo ruolo. Sin dai suoi inizi, la Rus di Kiev si organizza sul controllo della ”rotta dai Variaghi ai Bizantini”, vale a dire sul controllo delle vie fluviali e marittime che portano dal Baltico a Costantinopoli. Per lungo tempo, il Mar Nero é stato denominato mare russo, perché solo i russi vi navigavano. E’ proprio attraverso il Mar Nero che la Russia riceve il suo battesimo cristiano nel 988, a Chersoneso, l’attuale Sebastopoli, concretizzando, in tal modo, l’alleanza con l’Impero bizantino. Eredi del mondo greco ortodosso, i russi si sono da sempre recati in pellegrinaggio al Monte Athos, uno dei loro principali luoghi santi. Considerandosi i protettori dei cristiani d’Oriente, nei Balcani ieri, in tutto il medio Oriente oggi, essi hanno condotto &#8211; fra il XVI e il XX secolo &#8211; più di dodici guerre contro l’Impero Ottomano e i suoi vassalli, come i tatari di Crimea.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Sognare Costantinopoli</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Va comunque sottolineato il fatto che la reale motivazione di queste guerre è stata sempre essenzialmente geopolitica. Nel Mediterraneo come nel Baltico la Russia si é sempre augurata di poter disporre di un libero accesso ai mari caldi, liberi dai ghiacci e al grande commercio internazionale. In questo contesto, il “sogno greco” della zarina <b>Caterina II</b>, che strappa agli ottomani e guadagna alla Russia la Crimea ed il sud dell’attuale Ucraina, corrisponde specularmente alla guerra del Nord di <b>Pietro il Grande</b>, per acquisire uno sbocco russo nel Baltico. Shesmé, località turca di fronte all’isola di Chio (5 luglio 1770), Patrasso (6-8 novembre 1872), Navarino (20 ottobre 1827) costituiscono episodi in cui la flotta russa ha riportato le sue più belle vittorie contro i turchi nel Mediterraneo. Successi che, però, suscitano immediatamente inquietudini fra le potenze occidentali. Associato ai britannici, nelle operazioni contro la Repubblica francese, l’ammiraglio <b>Fedor Fedorovic Ushakov</b> si impadronisce di Corfù nel 1799, caccia i francesi dalle isole Ionie, assalta con successo Napoli e propone il suo aiuto all’ammiraglio <b>Orazio Nelson</b>, in occasione di un loro incontro per l’attacco a Malta. L’ammiraglio inglese però, in segreto, mette in guardia Londra nei confronti della Russia, in quanto egli teme che San Pietroburgo possa insediarsi durevolmente nel Mediterraneo, sulla rotta delle Indie. I suoi timori non sono infondati: dal 1770 al 1900 la flotta russa dispone di un punto di appoggio nell’isola di Poros nel Peloponneso. Una base preziosa contro l’Impero ottomano, che la Russia pianifica di abbattere per arrivare a Costantinopoli, la città santa dell’ortodossia e, soprattutto, la chiave degli stretti turchi e dell’accesso diretto al mare Egeo. Costantinopoli costituisce l’obiettivo della guerra di Crimea, scatenata ufficialmente per il primato ortodosso sui luoghi santi di Gerusalemme. La stessa città è ancora l’obiettivo della campagna del 1878, nel corso della quale l’esercito russo è costretto ad interrompere la sua offensiva sotto la pressione dell’Inghilterra, proprio quando l’esercito ottomano è ormai in rotta e la strada per gli stretti ormai aperta. L’obbiettivo dell’Accordo di Racconigi (1909) vede San Pietroburgo impegnarsi a sostenere le pretese italiane su Tripoli, a patto che Roma sostenga quelle russe sugli stretti. Il sogno di Costantinopoli durerà fino alla Prima guerra mondiale, concretizzato da un accordo fra Parigi e Londra nel quale viene promessa la città degli stretti alla Russia, se questa non concluderà una pace separata con la Germania. Questo accordo rimarrà lettera morta con la Rivoluzione russa del 1917 e la conseguente capitolazione russa sul fronte orientale.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Il timore di un contenimento della Nato</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Questo scontro russo-turco, multisecolare, deve essere ben presente nella memoria proprio oggi nel momento in cui Mosca e Ankara oscillano fra cooperazione di circostanza e forti tensioni, anche se gli obiettivi russi nel Mediterraneo sembrano oggi cambiati. La rotta degli Stretti non costituisce più, per la Russia, una rotta commerciale di importanza strategica. Se Novorossisk rappresenta il primo porto russo per il traffico dei containers, la maggior parte degli scambi russi transita oggi per il Baltico. Quanto agli altri porti russi nel Mar Nero, la loro attività risulta di bassa intensità e le loro capacità di stoccaggio e di approdo appaiono limitate. Per quanto precede, non sono oggi i fattori economici quelli che determinano la strategia russa nel Mediterraneo orientale, bensì piuttosto la problematica del terrorismo da un lato, e quello del contenimento della NATO dall’altro.<br />
<b>Vladimir Putin</b> si è deciso ad intervenire in Siria perché la Russia non poteva tollerare l’insediamento di uno stato islamico nell’area e soprattutto non poteva perdere le facilitazioni navali, da sempre godute in Siria. In effetti, da un punto di vista della sicurezza, ci sono solamente 800 km fra la frontiera settentrionale della Siria e le creste del Caucaso. Mosca, cosciente del sostegno turco agli islamisti, aveva ipotizzato con una certa accuratezza e temuto, che la prossima tappa di questi fanatici, contrariamente alle loro dichiarazioni ufficiali, sarebbe stata Grozny in Cecenia, e non Gerusalemme. Nel 2015 nei ranghi dello Stato islamico e fra quelli dei guerriglieri del Fronte di Al Nosra risultavano dai 4 ai 7mila cittadini russi e degli ex Stati sovietici. In particolare, i <em>foreign fighters</em> russi hanno frequentemente fornito un largo contribuito al Fronte di Al Nosra, con la loro esperienza di combattimento, acquisita proprio contro i russi in Cecenia. Questi combattenti non avrebbero poi mancato di prendere la strada della Cecenia, con la benedizione dell’ambiguo capo di stato turco <b>Tayiip Recep Erdogan</b> utilizzando questa carne da cannone per consolidare la sua influenza in Trancaucasia oggi, in Ciscaucasia, forse, domani, con qualche deviazione in… Tripolitania. Secondo tale logica, in effetti, i colpi assestati dai russi nell’autunno del 2015 in Siria, hanno interessato prioritariamente e in grande rilevanza le forze di Al Nosra, la formazione con la maggiore presenza di islamisti originari dello spazio post sovietico. L’intervento discende da una strategia classica di difesa sul fronte esterno, tendente a distruggere l’avversario a distanza dal territorio nazionale.</p>
<h3 style="text-align: justify;">L&#8217;annessione della Crimea</h3>
<p style="text-align: justify;">Seguendo lo stesso principio l’annessione della Crimea consente oggi al Cremlino di tenere le forze della Nato a debita distanza dal suo litorale sud. La Russia, con il ritorno della penisola nel suo ambito territoriale, dispone di una portaerei inaffondabile nel Mar Nero che consente il controllo di tutto il bacino del Ponto Eusino. Oltre alle infrastrutture navali di Sebastopoli la flotta del Mar Nero può ormai contare sulle basi e i cantieri navali di Eupatoria, Feodosia e di Kerch, associati alla base portuale di Novorossisk. Disponendo oggi della squadra più potente della regione &#8211; con un incrociatore, cinque fregate, quattro corvette, sette sottomarini Kilo, di cui sei di ultima generazione, navi che verranno progressivamente a disporre di missili <i>3M54/ 3M14-Kalibr</i> e <i>3M55 Oniks</i> &#8211; la Russia è in condizioni di dominare e distruggere tutte le forze navali a nord del Bosforo. Al potenziale di questa flotta, tuttavia, occorre aggiungere il sistema mobile costiero <i>KP-300 Bastion-P antinavale</i> (in funzione antiportaerei), basato a terra, con una portata di 300 km e gli aerei da combattimento, schierati principalmente in Crimea, dotati anch’essi dei missili analoghi ai predetti.<br />
Il Mar Nero risulta, di fatto, vietato alle navi avversarie. Esso è bordato di basi missilistiche di difesa aerea con un raggio d’azione dai 300 ai 400 km in funzione di sistemi installati, che hanno trasformato lo spazio pontico, grazie a questi dispositivi complementari e ridondanti, in una zona di esclusione per gli aerei nemici in caso di crisi importanti. in Crimea Mosca ha schierato sistemi di difesa antiaerea allargata che iniziano a essere equipaggiati con missili (missili intercettori di ultima generazione del sistema S-400) <i>40N6</i> con portata di 400 km, corrispondente alla distanza che separa Sebastopoli dallo stretto del Bosforo. A questi sistemi vanno aggiunti gli S-300 delle basi di Gaoudauta in Abkhazia, di Gyumri in Armenia e gli S-400 Triumph della base di Hmeimim in Siria che coprono il Mar Nero e la maggior parte dello spazio aereo turco. Complessivamente, si tratta di un bastione difficilmente superabile o attraversabile.<br />
Per i russi, tuttavia, al di là degli Stretti turchi il rapporto di forze si inverte. Bloccati dai turchi &#8211; che provvederebbero a chiudere il passaggio degli Stretti in caso di ostilità &#8211; la flotta russa dispone nel Mediterraneo del solo punto di appoggio di Tartous/Latakia: questo, sebbene rinforzato e in corso di potenziamento, non può essere paragonabile a una Gibilterra. La base russa in Siria non può sfidare a lungo la superiorità aeronavale della Nato nella zona. E’ pur vero però che Mosca, negli ultimi tempi, risulta sempre più presente nell’Africa del Nord. Ciò nonostante né l’Egitto né l’Algeria &#8211; fedeli clienti dell’ industria di difesa russa &#8211; sono da considerare come alleati sicuri, in grado di consentire al Cremlino di disporre della massima libertà d’azione nel caso di un conflitto importante. In definitiva, se la Russia nel Mediterraneo orientale non può comunque essere sottovalutata in ragione della sua potenza e per la sue capacità di proiezione, la sua strategia nell’area rimane peraltro essenzialmente difensiva.</p>
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		<title>L’EUROPA DI FRONTE AL GIGANTE RUSSO: 28 DIVERSE RAPPRESENTAZIONI</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Mar 2017 07:19:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi - L&#8217;Unione Europea sviluppa una sua politica nei riguardi di Mosca. Ma, di fatto, questa politica è un caleidoscopio nel quale ogni Paese conserva una propria visione della Russia, con interessi e strategie specifiche. Europa, Russia: due grammatiche di potenza Durante l’ultimo quarto di secolo la Russia, &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Massimo Iacopi -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>L&#8217;Unione Europea sviluppa una sua politica nei riguardi di Mosca. Ma, di fatto, questa politica è un caleidoscopio nel quale ogni Paese conserva una propria visione della Russia, con interessi e strategie specifiche.</strong></em></p>
<h3 style="text-align: justify;">Europa, Russia: due grammatiche di potenza</h3>
<p style="text-align: justify;">Durante l’ultimo quarto di secolo la Russia, come l’UE, ha conosciuto importanti evoluzioni. La Russia del 2017 non è più quella del 1991: oggi non è più temuta solo per la potenza nucleare, la capacità di blocco nelle assise internazionali (ONU, OSCE) o il rischio di un’implosione su sé stessa. La Russia è capace di iniziative strategiche come in Siria o in Europa, dove cerca di ottenere sostegni politici tra gli euroscettici di destra o di sinistra. La stessa cosa è avvenuta per l’UE: la Comunità economica europea era composta nel 1991 da 12 Stati membri; oggi disporre di frontiere con la Russia, con l’allargamento del 1995 alla Finlandia, quindi nel 2004 all’Estonia, la Lettonia, la Lituania e la Polonia (confine con l’enclave di Kaliningrad, ex Konigsberg). Il centro di gravità geopolitico dell’EU è, di fatto, migrato verso est.<br />
Le grammatiche di potenza russa ed europea differiscono largamente. La Russia è una immensa massa continentale il cui controllo passa attraverso un potere forte e accentrato e una speciale attenzione alla geografia, mentre l’UE è una costruzione che cerca di superare la sua stessa storia al fine di assemblare un insieme integrato. La Russia afferma la sua concezione della ”democrazia sovrana”, mentre l’UE cerca di promuovere i suoi valori in mezzo ai suoi vicini. In altri termini la Russia si ispira a Gaia, dea greca della Terra, mentre la visione dell’UE appare ispirata da Cronos, il dio del Tempo. I dirigenti europei vedono nella Russia un regime politico e una potenza del XIX secolo, mentre i dirigenti russi considerano l’UE come una esperienza politica artificiale, fuori dalla realtà del territorio, destinata a sfaldarsi come l’URSS.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Francia e Germania: una soluzione alternativa all’atlantismo</h3>
<p style="text-align: justify;">Per Francia e Germania, dietro la relazione con la Russia si profila uno spettro. Quello formulato dal Mackinder nel 1904, e cioè la prospettiva di un’alleanza continentale fra la tecnica tedesca e le risorse russe, capace di generare la sola forza in condizioni di mettere in discussione la supremazia di quella che era la “potenza del mare” del tempo, il Regno Unito. Impedire questa eventualità è stato il fondamento dell’azione politica di Londra.<br />
Per gli strateghi della nuova “potenza del mare” emersa alla fine del secondo conflitto mondiale, gli Stati Uniti, questo rischio è sempre attuale e sarebbe “esiziale per la permanenza degli USA sul continente europeo” (Brzezinski, 1996). Secondo PhilipBobbit (2004), “Le intenzioni finali della Germania sono fonte di preoccupazione” per Washington. Brzezinski evoca anche una possibile intesa franco-russa, che però giudica decisamente meno pericolosa e che qualifica come possibile “flirt tattico” (1996). Comunque sia, in entrambi i casi esiste un’opzione continentale a fianco dei quella atlantica.<br />
Le due nazioni risultano importanti partner commerciali per la Russia. Nel 2013 (prima della recente crisi con la Russia), la Germania era il suo secondo fornitore dopo la Cina (38 miliardi di dollari) e la Francia era il settimo, con 13 miliardi di dollari. Tuttavia, per il commercio estero dei due Paesi questi volumi di scambio non contano molto. Nel 2015 essi si sono ridotti rispettivamente a 20 e 6 miliardi di dollari. Per la Germania si tratta di una diminuzione del 46%, equivalente al calo del volume delle importazioni russe a causa delle recessione. Per la Francia, la riduzione è stata del 55%.<br />
Occorre, in ogni caso, considerare anche gli investimenti delle imprese in Russia. I dati forniti dalla Russia per il periodo 2008-2013 evidenziano che l’essenziale degli investimenti nel Paese provengono da piazze a partire dalle quali oligarchi e imprese russe reinvestono i capitali dopo la loro domiciliazione all’estero. Questo tipo di investimenti è un indicatore della cooperazione economica fra Paesi. I volumi sono nettamente al di sotto del potenziale del partenariato fra il “saper fare” tedesco e francese e le esigenze dell’economia russa.<br />
Gli idrocarburi costituiscono la maggior parte delle importazioni della Francia e della Germania dalla Russia. Ma nessuna delle due nazioni è dipendente dal petrolio russo, in quanto il mercato di questo prodotto è mondiale: risulta abbastanza facile cambiare fornitore. Il mercato del gas è organizzato per continenti e gran parte del commercio mondiale circola attraverso gasdotti continentali, ma l’aumentata distribuzione via mare del gas liquefatto (GNL) rivedrà la distribuzione dei flussi. La Germania importa gas russo in quantitativi crescenti: 47 miliardi di m3 nel 2015, ovvero il 36% delle sue importazioni. La Francia dipende appena del 16% dal gas russo (10 miliardi di m3 nel 2015).<br />
Storicamente, il gas russo destinato alla Germania arrivava attraverso l’Ucraina. Il gasdotto che passa per la Bielorussia e la Polonia, entrato in servizio nel 2001, non ha ridotto la sua possibile esposizione a un conflitto fra Mosca e Kiev che tagli la rotta ucraina. Per questo motivo la Germania ha sostenuto la costruzione del North Stream di Gazprom. Dal 2011 questo gasdotto posato sul fondo del mar Baltico può portare direttamente 55 miliardi di m3 dalla Russia alla Germania.<br />
Ma per Mosca, esso non regola il problema del transito attraverso l’Ucraina del gas che la Russia vende all’Europa occidentale. Nella primavera del 2015, a seguito del blocco del progetto South Stream, quindi della sua variante Turkish Stream (che potrà riprendere grazie al recente ristabilimento delle relazioni fra Mosca e Ankara), Gazprom ha proposto il raddoppio del North Stream. Gli investitori si sono precipitati. Nel settembre 2016 Gazprom aveva già reperito partners per il 49% del gasdotto (Royal Dutch Shell, i tedeschi di EoN e BASF-Wintershall, l’austriaca di OMV, i francesi di Engie).<br />
North Stream 2, che porterebbe la capacità della rotta baltica a 110 milioni di m3, coprirebbe quasi tutto il volume delle vendite russe in Europa occidentale e sconvolgerebbe i dati relativi al commercio del gas nel continente. Esso copre le necessità della Germania e trasforma questo Paese in un hub del gas russo per tutta l’Europa occidentale e centrale (suscitando nel contempo l’irritazione dell’Italia).<br />
Nonostante le assicurazioni fornita da Merkel e da Hollande, i geopolitici americani temono sempre un riavvicinamento fra Mosca e Parigi e/o Berlino. I due Paesi hanno anche cercato di trovare soluzioni di compromesso in Ucraina, ma senza risultati significativi. Essi intendono mantenere relazioni economiche vantaggiose per l’agricoltura francese e per l’industria tedesca. Le tendenze della geopolitica e dell’economia finiranno per avere la meglio?</p>
<h3 style="text-align: justify;">L’Italia, una pioniera oggi messa da parte</h3>
<p style="text-align: justify;">Se non è mai stata in discussione la questione di un’alleanza continentale fra la Russia e l’Italia, le loro relazioni economiche sono importanti come lo sono state le relazioni personali fra Putin e Berlusconi. L’Italia era il quinto fornitore della Russia, con 14,5 miliardi di dollari nel 2013. Questo flusso è diminuito parallelamente alla diminuzione delle importazioni russe (8,3 milioni di dollari nel 2015) con una riduzione complessiva del 42%. L’industria italiana era stata una pioniera in Russia, poiché FIAT era stata scelta da Mosca nel 1966 per costruire il primo grande stabilimento di automobili, oggi sotto il controllo della Renault. Successivamente l’Italia ha poco investito in Russia: dal 2008 al 2013 gli investimenti esteri italiani in Russia sono stati di appena 1,3 miliardi di dollari (dieci volte meno della Francia).<br />
Per Roma, che ha rinunciato al nucleare, il gas russo è un prodotto strategico: la Russia fornisce circa un quarto del suo gas. Roma teneva molto al progetto South Stream attraverso il Mar Nero, che aveva lo scopo di portare il gas verso l’Europa meridionale. Di fatto la commissione Barroso ha fatto di tutto per far fallire il progetto, impedendo a Gazprom di aggirare l’Ucraina. La commissione ha elaborato una regola generale, spesso designata come “terzo pacchetto”, che vieta a un produttore di gas di costruire e sfruttare un gasdotto nello spazio UE. Con questo provvedimento la commissione affermava di voler difendere il consumatore europeo salvaguardando la concorrenza. Gazprom, di contro, ha replicato che se finanziava un gasdotto era al solo scopo di trasportare il suo prodotto. Di fatto la commissione Barroso non ha mai accettato di derogare al “terzo pacchetto” per Gazprom, che alla fine ha dovuto rinunciare al progetto. Tuttavia, nel 2014, la stessa Commissione ha esentato il progetto TANAP-TAP (transanatolica-transadriatica). Il turco Botas (30%) e il produttore di gas azero SOCAR (58%) potranno costruire un gasdotto che collega la Turchia all’Italia, sfruttandolo senza essere sottoposti alle restrizioni del “terzo pacchetto”.<br />
Roma ha mal digerito l’azione della commissione. Di fatto l’ENI risultava azionario del 30% di South Stream e non è presente in TAP, che fornirà un volume di gas molto inferiore. Inoltre, l’impresa italiana SAIPEM, una dei leader mondiali del settore, che aveva ottenuto il contratto di costruzione della parte sottomarina di South Stream, ha perso un contratto di 2,2 miliardi di dollari e ha sofferto gravi difficoltà finanziarie. In questa situazione, l’Italia riceverà il suo gas attraverso North Stream, attraverso cioè, il Baltico e la Germania, a spese dei consumatori italiani. Per rappresaglia, l’Italia, alla fine del 2015 ha bloccato per diversi mesi la liberazione di fondi per l’accordo Turchia-EU.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Il denaro russo non ha odore…</h3>
<p style="text-align: justify;">Il Regno Unito e i Paesi Bassi sono considerati fra i Paesi più ostili a Mosca, ma le cose risultano ben più ambigue di quanto non appaiano. Londra è la città prediletta da numerosi oligarchi russi. Vi hanno domiciliato le loro fortune, in holding che finanziano progetti in Russia a partire da una base fuori dalla portata del Cremlino. Un ruolo che fuori dall’UE risulta essere giocato anche dalla Svizzera. Ginevra è il principale centro di commercio del petrolio russo in Europa e Rotterdam il suo principale hub fisico. Il denaro, contabilizzato da strutture locali, ufficialmente straniere, viene reinvestito in Russia. Più della metà degli investimenti effettuati in Russia fra il 2008 e il 2013, proviene da questi tre Paesi. Tuttavia, negli idrocarburi, la britannica BP e l’anglo-olandese Royal Dutch Shell sono grandi investitori in Russia.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Solidarietà ortodossa a geometria variabile</h3>
<p style="text-align: justify;">Grecia e Cipro sono importanti mete turistiche per i Russi. Nel 2013 vi si sono recati più di 2 milioni di turisti russi (rispettivamente 1,4 milioni e 0,7). Con la recessione in Russia questa cifra è scesa drasticamente a 1,1 milioni nel 2015, di cui la metà in Grecia. Cipro risulta, peraltro, un’importante piattaforma off-shore per i capitali russi: è il quarto investitore straniero in Russia. Questi Paesi ortodossi, vicini al gigante turco, hanno buone ragioni politiche per mantenere salde relazioni con Mosca.<br />
La Bulgaria, alleato tradizionale di Mosca dal XIX secolo, è nondimeno entrata nella NATO nel 2007. Per questo Paese, il progetto South Stream sarebbe stato di grande importanza. Il gasdotto avrebbe dovuto trasportare 63 milioni di m3 di gas russo attraverso il suo territorio, verso l’Austria e l’Italia, con notevoli ricadute economiche in termini di royalties. Sotto la pressione di Bruxelles, la Bulgaria ha dovuto rinunciare al progetto. Dal 2016 Sofia ha continuato a richiedere la realizzazione di un gasdotto russo sotto il Mar Nero di dimensioni ridotte; alla fine di giugno dello scorso anno Gazprom ha dichiarato come prioritaria la posa di un gasdotto capace di 16 miliardi di m3 sul fondo del Mar Nero entro il 2019, ma secondo il tracciato del Turkish Stream, ovvero dalla Russia ad Istanbul. Si tratta, in tal modo, di deviare il gas destinato alla Turchia, attualmente circolante attraverso l’Ucraina: la strada per un secondo gasdotto sarebbe, a quel punto, aperta.<br />
La Russia assicura il 100% delle importazioni bulgare di gas (3 miliardi di m3). La sua dipendenza è tuttavia relativa, in quanto il gas conta poco nel suo mix energetico. La questione risulta tuttavia politicamente sensibile, in quanto tale gas serve per il consumo delle abitazioni.<br />
Le relazioni fra la Romania e la Russia, economicamente limitate, sono politicamente molto deteriorate. Bucarest non dimentica i territori sottratti da Stalin nel 1945 e che oggi fanno parte dell’Ucraina e della Moldavia. La Romania sta ricevendo elementi del sistema antimissili americano, tanto temuto e deplorato da Mosca, ma voluto, secondo la versione ufficiale, da Washington per proteggere l’Europa contro i missili iraniani. La Romania non importa più gas russo praticamente dal 2014.</p>
<h3 style="text-align: justify;">L’Europa centrale sotto influenza</h3>
<p style="text-align: justify;">La Repubblica ceca, la Slovacchia, l’Austria e l’Ungheria sono poco favorevoli, se non ostili, alle sanzioni contro la Russia, anche se i ricordi della Cortina di Ferro e dell’occupazione sovietica sono ancora molto forti. Le loro esportazioni verso la Russia sono modeste come volume (dai 3 miliardi di dollari dell’Ungheria ai 5,3 miliardi della Cechia) e nel corso del 2014 e 2015 hanno subito una diminuzione media del 40-50%. Queste esportazioni rappresentano appena una minima parte delle loro esportazioni (ed eccezione della Slovacchia, per cui valgono il 10%). Tuttavia questi Paesi sarebbero ben piazzati nel caso il commercio fra Russia e l’Occidente riprendesse vigore.<br />
Essi sono, comunque, tutti dipendenti dal gas russo (dal 100% della Slovacchia al 70% dell’Austria al 50% dell’Ungheria) e la questione del transito verso l’Europa occidentale è di grande rilevanza. Il gasdotto che viene dall’Ucraina ha una capacità annuale superiore a 100 miliardi di m3, ma Gazprom vuole evitare totalmente l’Ucraina a partire dal 2019. Di fatto, per la Slovacchia i diritti di transito producono 800 milioni di dollari l’anno. Il contratto, che termina nel 2028, è di tipo prendi o paghi (take or pay), vale a dire che Gazprom deve pagare i diritti per la quantità prevista, che questa passi o meno. A tal fine sono stati avviati negoziati complessi. Dal 2015 la Slovacchia rappresenta l’asse principale attraverso il quale l’UE finanzia l’invio di gas in Europa attraverso l’Ucraina per consentire a questa di non comprarne più dalla Russia. Di fatto, si tratta di gas russo arrivato attraverso il Baltico e la Germania, che può arrivare fino a Kiev e Kharkov. La Slovacchia percepisce già le entrate in senso inverso. Riprendendo questo schema, Gazprom propone di fare della Slovacchia il suo hub di North Stream 2 per il gas destinato all’Europa centrale (Ungheria, Austria e Serbia), fatto che consentirebbe di compensarla.<br />
L’Ungheria sviluppa con la Russia relazioni economiche e politiche più importanti: ha ottenuto dalla Russia buoni prezzi per il gas e vi ha acquistato una centrale nucleare.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Le paure dei Baltici</h3>
<p style="text-align: justify;">I Paesi Baltici si considerano come la linea del fronte con la Russia. Per loro, l’economia è un fatto secondario. Integrati alla Russia dal 1721 e, in precedenza, sotto dominio tedesco e quindi svedese, Estonia (1,3 milioni di abitanti) e Lettonia (2,2 milioni) hanno ottenuto l’indipendenza nel 1919. Riannessi all’URSS nel 1944 da Stalin, hanno dovuto assistere a un’importante immigrazione che ha portato la popolazione russofona rispettivamente al 35% e al 42% nel 1991, al momento del crollo dell’URSS. L’attribuzione della nazionalità ha costituito un problema molto sensibile e una parte della popolazione ha ancora oggi uno statuto di “non cittadino”, senza diritti di voto. Il ritorno in patria di numerosi baltico-americani, figli dei Baltici fuggiti all’arrivo dell’Armata Rossa nel 1944, per occupare ruoli chiave nell’amministrazione, e il contemporaneo rientro in Russia di una parte della popolazione, non ha contribuito a sanare le relazioni con Mosca (l’attuale presidente dell’Estonia é stato il vecchio ambasciatore degli Stati Uniti nel Paese).<br />
Dal Medioevo la lega anseatica ha dominato l’economia di queste regioni povere di risorse. I loro porti sono stati il passaggio naturale del commercio fra il Mare del Nord e l’Eurasia. Dopo il 1991 la Russia, indebolita, è stata obbligata a passare attraverso i loro porti. Ma con la crescente degradazione delle relazioni, Mosca ha deciso, a partire dal 2001, di costruire nuovi porti nel suo territorio: il traffico dei porti russi del Golfo di Finlandia è così passato dai 12 milioni di tonnellate del 1990 a 218 milioni nel 2015. Dal 1990 al 2015 il traffico dei porti estoni è passato da 8 milioni a 28 milioni di tonnellate, quello dei porti lettoni da 37 a 68. Nel 2013 il transito euroasiatico rappresentava ancora l’8% del PIL dei due Paesi. La scomparsa di certe tradizioni anseatiche millenarie costruirebbe una significativa rottura storica.<br />
La Lituania, sotto controllo polacco e convertita al cattolicesimo dal XIV secolo, è stata annessa alla Russia solo nel 1795 e la sua minoranza russa è rimasta sempre debole. La sua posizione geografica le consente ancora oggi una funzione di transito. Nel 1999 la Lituania ha costruito un porto petrolifero per voltare le spalle a Mosca. Nel 2014 è stato inaugurato un terminal portuale di rigassificazione del GNL, per approvvigionare l’insieme dei paesi baltici. L’UE finanzia, peraltro, un gasdotto russo proveniente dalla Germania. I Paesi Baltici, che nel 2013 dipendevano al 100% dal gas russo, a prezzi elevati, fra qualche tempo non ne acquisteranno più (almeno direttamente).<br />
L’ingresso dei Paesi Baltici nella NATO nel 2004 ha costituito una rottura. Da quel momento le manovre militari russe mostrano in maniere chiara la volontà di opporsi alle mire occidentali. La NATO, d’altronde vi rinforza a poco a poco la sua presenza. La tensione tende pertanto ad accrescersi con il corollario di una situazione non certo favorevole all’attività economica dei stessi Paesi coinvolti. L’idea di fare dei Paesi Baltici una piattaforma avanzata di esportazione verso la Russia, a suo tempo avanzata, è al momento esclusa. Le deboli esportazioni verso la Russia tendono a diminuire: dal 2013 al 2015 sono passate dai 4,9 miliardi di dollari ai 3,1 per la Lituania, da 2,6 a 1,6 per la Lettonia e l’Estonia riunite.</p>
<h3 style="text-align: justify;">L’Atlantico arriva fino al Baltico</h3>
<p style="text-align: justify;">Le esportazioni dei Paesi scandinavi verso la Russia erano modeste: 5,4 milioni di dollari per la Finlandia e 4 miliardi per la Svezia nel 2013. Nel 2015 si sono ridotte alla metà. In proporzione, l’economia finlandese è la più colpita, tanto più che nello stesso periodo la presenza di turisti russi è calata da 5,5 milioni a 3,1 milioni di persone.<br />
La dimensione militare della relazione sembra al momento prendere il sopravvento. La progressione della NATO nel Baltico rappresenta un’azione periferica per Washington, Londra, Parigi e Berlino, ma minaccia, comunque, il cuore della stessa Russia. L’importanza della minaccia sulla sicurezza della Russia potrebbe portare Mosca a una reazione estrema per interdire una testa di ponte americana in Scandinavia. La Finlandia sarebbe più ai margini, ma la Svezia si sente particolarmente minacciata da un’eventuale offensiva russa verso l’Atlantico del Nord e in caso di conflitto Est-Ovest. Essa ha dunque accentuato l’ostilità nei confronti di Mosca e nel Paese si diffonde l’idea di entrare nella NATO o di ospitare truppe americane.<br />
Varsavia prova le stesse paure. Membro della NATO, reclama la presenza di truppe americane. La Polonia è il paese europeo più ostile alla Russia. Le radici dell’antagonismo fra Varsavia e Mosca sono molto profonde e risalgono al XIV secolo, epoca nella quale il potere cattolico polacco fece dell’espansione sulle terre ortodosse una “missione civilizzatrice” per cristianizzare quelli che venivano designati come “eretici” o “pagani”. Nel XVII secolo la Grande Polonia si estendeva fino a Kiev, ma la “cristianizzazione” risultò molto parziale. In ogni caso, le divisioni oggi esistenti in Ucraina sono anche il frutto dell’azione polacca nel territorio. Dopo un secolo di occupazione russa della Polonia (1815-1919), gli scontri fra Mosca e Varsavia hanno determinato le più grosse modificazioni sulle carte dell’Europa del XX secolo.<br />
Da parte polacca, l’odio per Mosca, cancella qualsiasi visione economica, mentre da parte russa si assiste a un altezzoso disprezzo. E quello che avviene in Ucraina dal 2013 non è altro che un ulteriore lascito di una lotta secolare.<br />
L’ingresso della Polonia nella UE costituisce un evento decisamente più importante e carico di conseguenze di quanto non sia stato effettivamente valutato: la costruzione europea non rappresenta più uno strumento di pacificazione di vecchi rancori, ma, al contrario, può trasformarsi in un mezzo per strumentalizzarne di ben più profondi.<br />
L’UE, strattonata dai suoi Stati membri fra rappresentazioni così diverse della Russia, sarà in grado di individuare una linea direttrice comune? Vladimir Putin ne dubita e tutto questo non può che confortarlo nella scarsa considerazione che prova nei riguardi di Bruxelles, in quanto strumento degli USA e della loro volontà di dividere l’Europa e i continente eurasiatico. La confusione europea costituisce, nel medio termine, una carta favorevole ai disegni della Russia.</p>
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		<title>SERGEJ LAVROV,  PILASTRO GEOPOLITICO DI PUTIN</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2017 14:06:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi - Chiamato “Signor niet”, è uno dei consiglieri più vicini a Vladimir Putin e il principale artefice del successo diplomatico della Russia. Posto alla testa della diplomazia di Mosca dal marzo 2004, Lavrov è, insieme al ministro della Difesa Sergej Shuigu, un pilastro della rinascita russa. In &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Massimo Iacopi -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Chiamato “Signor niet”, è uno dei consiglieri più vicini a Vladimir Putin e il principale artefice del successo diplomatico della Russia. Posto alla testa della diplomazia di Mosca dal marzo 2004, Lavrov è, insieme al ministro della Difesa Sergej Shuigu, un pilastro della rinascita russa.</strong></em></p>
<div id="attachment_5766" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/01/Sergej-Lavrov.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-5766" alt="Sergej Lavrov" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/01/Sergej-Lavrov-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Sergej Lavrov</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">In Piazza Smolenskaia, presso il Ministero russo degli Affari Esteri, nell’impressionate edificio neoclassico staliniano costruito dopo il 1945 con l’impiego di prigionieri di guerra tedeschi, Sergej Viktorovic Lavrov (1950) ha già raggiunto la schiera dei grandi ministri che hanno segnato la politica estera della Russia moderna. Se non ha ancora conquistato, in termini di durata, il record di Andrei Gromiko, in carica per 28 anni e 137 giorni (dal febbraio 1957 al luglio 1985), Lavrov sta per raggiungere quello di Viaceslav Molotov (ministro dal maggio 1939 al marzo 1949 e dal marzo 1953 al giugno 1956, per un totale di 13 anni e 29 giorni), e ha già superato quello di Maksim Litvinov (8 anni e 286 giorni, dal luglio 1930 al maggio 1939) e di Eduard Shevarnadze (5 anni e 197 giorni dal luglio 1985 al gennaio 1991).</p>
<h3 style="text-align: justify;">L’apprendistato sovietico</h3>
<p style="text-align: justify;">Sergej Lavrov si riconosce in un modello: Alexander Gorchakov (1798-1883), il grande ministro degli Esteri dello zar Alessandro II Romanov dal 1856 al 1882. Lavrov passa tutti i giorni davanti al suo ritratto, nella galleria dei ministri posta al settimo piano del Ministero. Con i suoi ospiti, egli si ferma, a volte, davanti al busto di Gorchakov per raccontare il destino di questo grande personaggio che restaurò la posizione della Russia di fronte alle Potenze europee dopo la sconfitta subita in Crimea ad opera della coalizione franco-anglo-turco-piemontese (1853-1856).<br />
Sotto la sua aria di mastino russo malnutrito, Lavrov è un personaggio che sorprende i suoi interlocutori per la notevole cultura così come per l’enorme capacità di lavoro. Queste sono le caratteristiche che hanno sedotto Vladimir Putin, nonostante le profonde differenze fra i due personaggi. Se Lavrov, come Putin, è un talentuoso giocatore di scacchi, egli è anche, a differenza di Putin, una grande amante del whisky di marca e dei sigari o delle sigarette che fuma ovunque, anche quando e dove è vietato (specie negli Stati Uniti, dove si prende un perverso piacere nell’infrangere le leggi anti-tabacco&#8230;).<br />
Sergej Lavrov opera nel suo settore con la più completa fiducia accordatagli dal Presidente e dal Primo Ministro Dimitri Medvedev. Tuttavia, non fa parte della rete dei personaggi provenienti da San Pietroburgo, di cui Putin si è circondato sin dal suo arrivo nella capitale moscovita, e ha raggiunto solo più tardi (nel marzo 2004), il “cerchio ristretto dei consiglieri di fiducia” del Presidente, succedendo a Igor Ivanov.<br />
Discepolo brillante, dotato per le lingue straniere (parla correntemente l’inglese e il francese), Lavrov ha studiato presso il prestigioso Istituto di Stato delle Relazioni Internazionali del Ministero degli Esteri della Russia (conosciuto sotto l’acronimo di MGIMO) nel 1972. Diventato diplomatico, è stato impiegato per quattro anni nello Sri Lanka. Qui apprende il cingalese ma scalpita e alla fine ottiene di rientrare a Mosca per assumere la responsabilità del settore delle organizzazioni internazionali. Dopo cinque anni di attesa (1976-1981) viene inviato in quella che sarà la sua sede preferita: la rappresentanza permanente dell’URSS presso l’ONU. È proprio in questa cornice, nella quale opererà per circa sette anni (1981-1988) che ha inizio la sua piena affermazione personale e professionale. Il diplomatico esce spesso per numerosi viaggi di lavoro, costruisce la sua rete di relazioni e osserva con circospezione l’inizio della <i>perestroika</i> di Mikhail Gorbacev.<br />
Tornato a Mosca e incaricato nuovamente delle organizzazioni internazionali, Lavrov vive la caduta dell’URSS come un shock. Non certo per amore del regime sovietico, bensì per l’umiliazione patita. Il nuovo regime, presieduto da Boris Eltsin, ha bisogno di funzionari competenti. Lavrov si mette al suo servizio, prima come Vice-ministro degli esteri della Federazione della Russia, quindi come rappresentante della Russia all’ONU, dove rimarrà per 10 anni dal 1994 al 2004, imponendosi come il numero due della diplomazia russa.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Personaggio originale, seducente e arrogante: un Kissinger alla russa</h3>
<div id="attachment_5763" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/01/Rice_and_Lavrov.jpg"><img class=" wp-image-5763 " alt="Rice e Lavrov" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/01/Rice_and_Lavrov.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Rice e Lavrov</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Falso bulldozer ma vero gentiluomo, Lavrov pratica abilmente i registri della seduzione e della durezza. Da giovane e seducente studente in relazioni internazionali organizzava serate studentesche molto frequentate, le famose <em>kaputsniki</em>, durante le quali declamava per gli amici (e le donne, che ha sempre apprezzato) proprie composizioni poetiche. A nutrire la sua arroganza, invece, è stata l’umiliazione subita nell’assistere al dominio dell’iperpotenza americana. «Veniamo crocefissi senza vergogna ma nessuno si preoccupa della nostra resurrezione», affermò nel 2006 per giustificare i suoi “no” a ripetizione sulla scena internazionale.<br />
Naturali le scintille con il segretario di Stato americano Condoleeza Rice che, da specialista del mondo sovietico, riteneva di dover parlare forte e chiaro nei confronti dei vinti. Condoleeza Rice si esprimeva in russo, che parla correntemente, e la sua incomprensione con Lavrov fu subito istintiva. Durante una cena a San Pietroburgo nel 2006 &#8211; nel cuore di una discussione sulla situazione irachena &#8211; il segretario americano rimproverò i russi di essere troppo negativi. L’affermazione della Rice indusse in Lavrov una replica a voce bassa: «Ma Voi non sapete nulla della Russia …». Un microfono rimasto aperto sul tavolo consentì alla sala di ascoltare questa conversazione “ristretta”.<br />
Gli Occidentali cominciaronono a temere questo diplomatico dal carattere temprato. David Miliband, ministro degli esteri britannico dal giugno 2007 al maggio 2010, lo imparò a sue spese nel settembre 2008, qualche settimana dopo il conflitto russo-georgiano in Ossezia del Sud. Miliband, 43 anni, al telefono con Lavrov, volle alzare i toni ma Lavrov, sferzante, gli rispose: «Ma chi sei tu per darmi lezioni?». Anche con Nikolas Sarkozy, emissario dell’Europa per questo conflitto, le cose non andarono meglio. Un giorno, in preda all’ira, Sarkozy prese Lavrov per la giacca accusandolo di essere un “mentitore” e il russo, che lo superava in altezza di una spanna, si accontentò di rispondere con un sorriso ironico.</p>
<h3 style="text-align: justify;"> A New York come a casa</h3>
<p style="text-align: justify;">Le battute e gli scherzi che lo vedono protagonista al <i>Delegate Lounge</i>, il bar del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, sono rimaste negli annali. Nel corso della sua carriera e per circa diciotto anni, Lavrov non ha perso i contatti con gli Stati Uniti, dove ha costruito una perfetta conoscenza della lingua inglese e della società americana. A New York Lavrov si sente a casa: arrivatovi all&#8217;età di trentuno anni come consigliere della rappresentanza sovietica presso le Nazioni Unite, vi tornò dal 1994 al 2004 come ambasciatore permanente della Russia all’ONU. La sua unica figlia, Ekaterina, è nata a New York, dove è ritornata come studentessa presso la prestigiosa Columbia University.<br />
Proprio a Manhattan si trovava Lavrov nel momento degli attentati del 2001 contro il World Trade Center, in occasione dell’intervento internazionale in Afghanistan (2001) e dell’invasione militare americana in Iraq (2003). Sarà Lavrov a spingere Putin a chiamare George W. Bush qualche ora dopo l’attacco dell’11 settembre 2001. Il Presidente russo è stato il primo capo di stato straniero a portare sostegno all’America in quelle ore tragiche.<br />
Meglio di ogni altro russo, Lavrov conosce le forze e le debolezze degli Stati Uniti e della società americana, i segreti dell’ONU e della diplomazia internazionale, le trappole e le vanità dei suoi pari, i difetti dell’organizzazione, l’arte del parlare per non dire nulla – ma in maniera decisa – e di produrre risoluzioni senza sostanza. Lavrov sa anche sfruttare la minima debolezza del suo avversario: di origine armena per parte di padre, è infatti un abile negoziatore. Uomo dal sangue freddo in ogni situazione, capace di fare ostruzionismo in maniera testarda e ottusa, è in grado di mostrarsi un attimo dopo più conciliante di un pacifista scandinavo. Sa recitare con i media allo stesso modo dei politici occidentali più cinici. Tant’è che i giornalisti accreditati sperano sempre di essere invitati ai suoi incontri. Apparentemente inattesi essi sono, in effetti, perfettamente calcolati.</p>
<h3 style="text-align: justify;">In simbiosi con Putin</h3>
<p style="text-align: justify;">Da dodici anni la politica estera russa è rappresentata da Lavrov e Putin. Nel Caucaso o alle Nazioni Unite, sui problemi siriani o iracheni, Lavrov svolge un ruolo essenziale nella difesa degli interessi della Russia. Come ministro, egli ha conosciuto quattro segretari di Stato americani – Colin Powell, Condoleeza Rice, Hillary Clinton e John Kerry – e almeno otto capi della diplomazia francese. La sua azione e la sua cultura si iscrivono nella durata e nella continuità strategica, laddove gli altri ministri degli esteri sono soggetti a un turnover più marcato.<br />
Durante la crisi del Kosovo (1999), gestita da Europa e America, Lavrov lamentò l’impotenza del suo paese. Il raid dei paracadutisti russi sull’aeroporto di Pristina fu un’inutile parata d’onore. Mosca non aveva più una sua opinione in politica estera.<br />
Lavrov spiegò in seguito il sostegno quasi plebiscitario dei russi a Putin con l’adesione alla politica di potenza praticata dal nuovo inquilino del Cremlino: la guerra in Cecenia (2000-2004), quindi in Georgia (2008) e l’attivismo su tutti gli altri problemi scottanti sul tappeto, come Iran e Siria. Il precedente del Kosovo servirà, in seguito, per giustificare l’annessione della Crimea, strappata all’Ucraina. Quando Putin chiama Lavrov agli Affari Esteri, nel 2004, sa che con lui ci sarà perfetta sintonia.<br />
Lavrov mette la difesa e la grandezza dello Stato russo al centro della sua azione. Nel 2011 esprime la sua sfiducia nei confronti delle “primavere arabe” che entusiasmano le capitali occidentali. Ben presto Putin e Lavrov mettono in guardia l’Occidente sulle sue illusioni: ai loro occhi il fenomeno “islamista moderato” è una trappola pericolosa. La ribellione siriana, la spinta dei Fratelli Musulmani in Egitto, le minacce fondamentaliste in Iraq, in Libia, in Giordania e in Tunisia danno loro ragione. A proposito dell’atteggiamento delle potenze occidentali spiega: «In Oriente agiscono come delle scimmie con le bombe a mano». L’algerino Lakhdar Brahini, mediatore dell’ONU in Siria gliene darà atto: «I russi e soprattutto Lavrov sono, fra tutti i non Siriani che ho incontrato, quelli che conoscono meglio le complessità locali».<br />
Lavrov tuttavia si sbaglia profondamente in Libia, nella primavera del 2011, quando in Russia Dimitri Medvedev è presidente e Putin Primo ministro. Medvedev crede alle parole dell’ONU e rinuncia al veto russo sulla risoluzione 1973, che prevede il ricorso alla forza in Libia per proteggere – così si afferma – le popolazioni locali. In occasione del voto di questo testo, il 17 marzo 2011, Lavrov si astiene per ordine di Medvedev. L’interpretazione estensiva della risoluzione – «assumere tutte le misure necessarie [...] per proteggere le popolazioni e le zone civili minacciate di attacco nella Jamahiriya araba libica» – consentirà l’operazione franco-anglo-americana, con la partecipazione (<i>obtorto collo</i>) italiana. Il tutto con le conseguenze funeste che si conoscono, per il paese e per la stessa Europa.<br />
Presa alle spalle, la diplomazia russa fu in quell&#8217;occasione messa sotto scacco e umiliata. Tre anni più tardi, Mosca esibirà una reazione apparentemente sproporzionata con l’Ucraina e la Crimea. Essa potrebbe spiegarsi con lo schiaffo ricevuto in Libia, come anche con il precedente del Kosovo. «Voi ci avete bidonati in Libia e non ci bidonerete più in Siria»”, dirà Lavrov a Laurent Fabius. Dopo l’indipendenza del Kosovo nel 2008, Putin si era già rivolto negli stessi termini agli occidentali: «Il Kosovo vi andrà di traverso nella gola».</p>
<h3 style="text-align: justify;">Successo in Siria</h3>
<div id="attachment_5764" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/01/Bashar_al-Assad_in_Russia_2015-10-21_06.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-5764" alt="Assad ricevuto da Putin nel 2015" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/01/Bashar_al-Assad_in_Russia_2015-10-21_06-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Assad ricevuto da Putin nel 2015</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Con l’Iran, riportato nel gioco internazionale con il minimo delle concessioni da parte di Teheran, la Siria rimane il grande successo internazionale della squadra Putin-Lavrov: il comportamento tenuto nel settembre 2013 costituisce un colpo da maestro. Dopo l’impiego di armi chimiche da parte dell’esercito di Bashar el Assad contro i ribelli, la situazione era diventata molto complicata per il regime siriano, appoggiato dalla Russia insieme all’Iran.<br />
Il Cremlino voleva evitare a ogni costo attacchi occidentali che avrebbero potuto abbattere il suo alleato storico. Lavrov trovò la soluzione. La messa sotto tutela internazionale dell’arsenale chimico siriano in cambio dell&#8217;interruzione dei bombardamenti e di un alleggerimento della pressione occidentale. Tutto il mondo tirò un sospiro di sollievo: gli occidentali non desideravano un nuovo intervento militare, come l’atteggiamento del Congresso americano e quello della Camera dei Comuni britannica dimostrarono. Barack Obama, impigliato nel suo ultimatum sulle “linee rosse”, imprudentemente fissate a Bashar, fu indubbiamente il più soddisfatto. Il regime siriano riuscì a sfuggire al peggio.<br />
Mosca ne ha quindi approfittato per preparare la seconda fase del piano di salvataggio di Assad: un intervento militare diretto, effettivo nel settembre del 2015, al termine di una spettacolare crescita di potenza militare. Si parlò di una “rottura strategica”, condotta non sulla base dell’amicizia per Bashar – «Non siamo mica sposati con lui», avrebbe detto Lavrov a John Kerry – ma in nome degli interessi russi: conservare per la Russia una profondità strategica in Mediterraneo e nel Medio Oriente, allontanare e neutralizzare, per quanto possibile, la minaccia jihadista sul territorio russo.<br />
A parole Lavrov non si professa fautore di un abbassamento della potenza statunitense («La Russia non si batte contro nessuno»). La sua priorità sembra risiedere altrove: «Lo ripeto, noi non cerchiamo lo scontro con gli USA, l’Unione Europea o la NATO. Al contrario, la Russia è aperta alla più larga cooperazione possibile con i suoi partner occidentali». Come ha affermato Henry Kissinger durante una sua visita a Mosca nel 2016, Lavrov spinge per «il rispetto dei valori e degli interessi vitali di ciascuno».<br />
Come il filosofo russo Nikolai Berdjaev, Lavrov è convinto che la storia abbia dato alla Russia la missione di essere un ponte fra l’Est e l’Ovest. Tutto questo è spiegato in un memorandum pubblicato il 3 marzo 2016 dal suo Ministero. «Da almeno due secoli, ogni tentativo di unificare l’Europa senza la Russia, e contro di essa, ha condotto a terribili tragedie. E per superarne le conseguenze è stata sempre necessaria la partecipazione decisiva del nostro paese”. Ai suoi occhi, l’estensione della NATO verso est «sempre più vicina alle frontiere russe» è «la fonte di tutti i problemi sistemici che sono sorti nelle relazioni che la Russia mantiene con gli USA e l’Unione Europea».<br />
La strategia russa rappresenta da più di dieci anni un insieme continuo e coerente, che nella pratica si è rivelato, per la Russia, decisamente pagante. Ponendo nuovamente la Russia alla pari con gli USA in Siria e in Iran, il presidente e il suo inamovibile ministro hanno realizzato un vero successo diplomatico, degno dello zar Alessandro e del suo grande ministro Gorchakov.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></strong></em><br />
G. Sangiuliano, <em>Putin. Vita di uno zar</em>, Mondadori, 2015<br />
S. Romano, <em>Putin e la ricostruzione della grande Russia</em>, Longanesi, 2016<br />
A. de Benoist, A. Dugin, <em>Eurasia, Vladimir Putin e la grande politica</em>, Controcorrente, 2014<br />
<span style="color: #000000;">Isabelle Lasserre, « <a href="http://www.lefigaro.fr/mon-figaro/2014/04/16/10001-20140416ARTFIG00307-serguei-lavrov-le-talleyrand-de-la-diplomatie-russe.php" rel="nofollow"><span style="color: #000000;">Sergeï Lavrov, le Tayllerand de la diplomatie russe</span></a>», in <em><a title="Le Figaro" href="https://fr.wikipedia.org/wiki/Le_Figaro"><span style="color: #000000;">Le Figaro</span></a></em>, jeudi 17 avril 2014<br />
Frédéric Pons, «Sergueï Lavrov, pilier géopolitique de Poutine », <em>Conflits</em>, n<sup>o</sup>10, juillet-août-septembre 2016<br />
</span></p>
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