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	<title>Storia in Network &#187; Pubblica istruzione &#124; Storia in Network</title>
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	<description>Magazine di divulgazione storica</description>
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		<title>LA SCUOLA ITALIANA DAGLI ANNI ’80 AI GIORNI NOSTRI</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Dec 2019 13:56:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Raffaele Pisani - Abolizione dell’insegnamento obbligatorio della religione, programmi neocognitivisti nella scuola elementare e una serie di riforme targate Berlinguer, Moratti e Gelmini. Gli ultimi quattro decenni hanno profondamente cambiato la fisionomia della scuola e dell’università. ♦ Alla metà degli anni Ottanta, con Bettino Craxi capo del governo (PSI, &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="center">di Raffaele Pisani -</p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><strong><em>Abolizione dell’insegnamento obbligatorio della religione, programmi neocognitivisti nella scuola elementare e una serie di riforme targate Berlinguer, Moratti e Gelmini. Gli ultimi quattro decenni hanno profondamente cambiato la fisionomia della scuola e dell’università.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alla metà degli anni Ottanta,</strong> con Bettino Craxi capo del governo (PSI, DC, PSDI , PRI e PLI) dall’1983 al 1987 e Franca Falcucci alla pubblica istruzione, vengono emanate le nuove disposizioni sull’insegnamento della religione cattolica nelle scuole statali di ogni ordine e grado.<br />
La revisione delle norme concordatarie sulla base dell’Accordo del 18 febbraio 1984 tra Santa Sede e Repubblica italiana ha avuto ripercussioni significative sull’insegnamento scolastico della religione.<br />
Conseguentemente al Concordato del 1929 l’insegnamento di detta disciplina, che dal 1923 (Riforma Gentile) riguardava solo le scuole elementari, veniva esteso alla secondaria e costituiva, come abbiamo già avuto modo di dire, «Fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica». Le vicende storiche successive che portarono all’accettazione da parte dello Stato italiano dei Patti Lateranensi, di cui il Concordato è parte (art. 7, secondo comma della Costituzione repubblicana) consentirono di mantenere tale concezione dell’insegnamento religioso.<br />
È pur vero che con il passare del tempo i mutamenti culturali della società italiana resero questa disposizione anacronistica. La materia scolastica Religione, obbligatoria, salvo richiesta di esonero, doveva diventare una disciplina che lo Stato s’impegnava a garantire a tutti coloro che ne facessero richiesta. Non una sorta di obbligo da cui si poteva chiedere l’esonero, ma un’offerta di arricchimento culturale per chi lo desiderava. Del resto anche i grandi mutamenti che si erano verificati nell’ambito della Chiesa con Il Concilio Vaticano II (1963-1965) e, per ciò che riguarda nello specifico l’educazione, il documento sul <em>Rinnovamento della catechesi</em> (CEI 1970), manifestavano nuovi orientamenti in materia.<br />
La legge del 25 marzo 1985, n. 121, nel recepire l’Accordo dell’anno precedente, si impegna ad assicurare l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado, garantendo a ciascuno il diritto di avvalersi o meno di detta disciplina. Nel 1987 vennero emanati i nuovi <em>Programmi di insegnamento della Religione Cattolica nella Scuola</em>, con tre distinti decreti del Presidente della Repubblica, rispettivamente per la scuola primaria, media e superiore.<br />
Coloro che non si avvalgono dell’insegnamento di Religione, e nel corso del tempo sono aumentati considerevolmente, di solito svolgono attività alternative o studio in biblioteca.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel medesimo periodo con la stessa compagine governativa,</strong> vennero emanati i nuovi programmi per la scuola elementare, D.P.R. n. 104 del 12 febbraio 1985. A distanza di trent’anni, con un’Italia fortemente cambiata nelle sue strutture materiali, nel suo aspetto paesaggistico e ancor più nel modo di pensare, la scuola elementare sperimentava queste nuove direttive.<br />
Se i precedenti programmi erano stati etichettati come attivistici, più precisamente <em>Programmi dell’attivismo cattolico</em>, questi del 1985 vennero invece definiti come <i>neocognitivisti. </i>Prevedevano varie aree disciplinari insegnate da più maestri. Dove prima vi era una sola figura di insegnante educatore, ora vi è un pluralità di docenti, competenti nei rispettivi settori.<br />
Sulla validità dei nuovi programmi i giudizi sono stati diversi. A titolo d’esempio ne riportiamo un paio. Cesare Scurati (<em>La nuova scuola elementare: commento ai programmi 1985</em>) afferma che, se con i precedenti in linea teorica l’unità educativa era garantita, con questi nuovi programmi il discorso diventa più difficile, anche se resta comunque perseguibile. «Anche nella scuola – secondo noi – devono realizzarsi momenti di concentrazione sintetica e di comunicazione impegnativa: la disarticolazione e la frammentazione puramente contenutistica non ci appaiono certo l’ideale da raggiungere. La scuola è comunque sempre luogo ed occasione di umanità e di umanizzazione, i cui esiti terminali vanno sempre, in certo qual modo, al di là della mera dislocazione analitica degli apprendimenti». Poco oltre dice: «In altre parole, l’unità educativa non è garantita a priori rispetto all’attività, ma costituisce un tratto di qualità pedagogica da porre in atto e da testimoniare attraverso lo svolgersi effettivo dell’azione educativa e didattica».<br />
Più decisamente favorevole all’allungamento dell’orario scolastico e alla «creazione di un gruppo docente dalle variegate competenze culturali e didattiche» è invece Enzo Catarsi (<em>Storia dei programmi della scuola elementare 1860-1985</em>), il quale vede caso mai un’azione di contenimento da parte del Ministero della Pubblica Istruzione rispetto alle più ampie prospettive contemplate dalla Commissione di studiosi, in precedenza incaricata di elaborare il testo dei nuovi programmi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel periodo che stiamo trattando,</strong> ma il discorso può anche essere retrodatato, a fronte dei tanti cambiamenti avvenuti per i gradi inferiori della scuola non è avvenuto altrettanto per la secondaria di secondo grado, lasciata un po’ in disparte per ciò che riguarda un discorso generale sul riordino dei percorsi di studio e sui relativi programmi. Ci sono state certo rilevanti novità. Già nel 1969, con la legge n. 910 dell’11 dicembre si apriva la possibilità di accedere a ogni facoltà universitaria per chi aveva conseguito un diploma di scuola secondaria quinquennale; per chi usciva dall’Istituto Magistrale c’era la possibilità di un quinto anno integrativo per poter accedere a tutte le facoltà. Nello stesso anno era entrato in vigore il nuovo esame di maturità, con due materie scritte e due orali, una scelta dalla commissione e l’altra dal candidato. Era certo una semplificazione rispetto i precedenti esami, che veniva incontro alle richieste sessantottine. Doveva essere sperimentale e invece è durato poco meno di trent’anni.<br />
Dalla seconda metà degli anni Settanta la scuola superiore ha vissuto una grande quantità di esperienze di sperimentazione. Sulla base del decreto delegato 419 de 1974 sono stati attuati vari progetti a livello di istituto; dagli anni Ottanta e Novanta, rispettivamente per gli istituti tecnici e per i licei, cominciarono le sperimentazioni assistite dagli organi ministeriali a livello nazionale.</p>
<div id="attachment_9021" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2019/11/Università.jpg"><img class=" wp-image-9021 " alt="Proteste contro la riforma Gelmini a Milano nel 2008 - Paolo" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2019/11/Università-1024x682.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Proteste contro la riforma Gelmini a Milano nel 2008</em> &#8211; Paolo</p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tanti sforzi per dare risposta</strong> alle esigenze degli studenti e per cercare di collegare al meglio scuola e lavoro trovarono risposta nelle riforme avvenute a cavallo tra XX e XXI secolo. L’anno che segna la fine del Ventesimo Secolo vede il tentativo di una riforma per così dire rivoluzionaria, e porta il nome del ministro della pubblica istruzione del primo governo Prodi, Luigi Berlinguer (1996-2000).<br />
Prevedeva un riordino dei cicli che avrebbe modificato profondamente la tradizionale scansione a cui si era abituati. Tralasciando la scuola dell’infanzia che non è obbligatoria, si prevedeva un primo ciclo dai 6 ai 13 anni, costituito di tre bienni e di un anno di orientamento, a seguire, un ciclo secondario quinquennale con un biennio iniziale caratterizzato da molte materie comuni, per poi passare ai vari indirizzi: umanistico, scientifico, tecnico, artistico, musicale. Il ciclo si doveva concludere con un esame di stato. L’obbligo scolastico doveva coincidere con il biennio, mentre quello formativo, che prevedeva un’alternanza scuola-lavoro, si sarebbe concluso al diciottesimo anno. Anche l’università fu coinvolta dalla riforma, l’aspetto più evidente riguardò l’istituzione della laurea triennale seguita da quella specialistica biennale.<br />
La successiva riforma Moratti, ministro dell’istruzione e della ricerca scientifica nel secondo governo Berlusconi (2001-2006), ripropose un quadro più tradizionale che escludeva i cicli. Introdusse qualche novità, ad esempio lo studio della lingua straniera fin dalla primaria e di una seconda dagli 11 anni.<br />
La riforma Gelmini, dal nome del ministro dell’istruzione, università e ricerca nel terzo governo Berlusconi (2008-2011), a parte qualche variazione sull’orario scolastico è nota per la reintroduzione dell’insegnante unico, o comunque prevalente, alla primaria, ma soprattutto per l’istituzione definitiva degli indirizzi nelle scuole secondarie liceali, tecniche e professionali. Finiva il lungo periodo delle sperimentazioni e si entrava nella normalità. Nel 2014 uscivano le ultime quinte sperimentali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><br />
CAPALDO N., <em>Lineamenti di storia della scuola dell’infanzia</em>, Fabbri Editori, Milano 1998<br />
CATARSI E., <em>Storia dei programmi della scuola elementare (1860-1985)</em><i>, </i>La Nuova Italia Editrice, Firenze 1990<br />
CHIOSSO G., <em>Scuola e partiti tra contestazione e Decreti delegati</em>, Editrice La Scuola, Brescia 1977<br />
DE VIVO F., <em>Linee di storia della scuola italiana</em>, Editrice La Scuola, Brescia 1983<br />
GENOVESI G., <em>Storia della scuola in Italia dal Settecento a oggi</em>, Editori Laterza, Roma-Bari 1998<br />
SANTAMAITA S., <em>Storia della scuola. Dalla scuola al sistema formativo</em>, Edizioni Bruno Mondadori, Milano 1999<br />
SCURATI C., <em>La nuova scuola elementare. Commento ai programmi 1985</em>, Editrice La Scuola, Brescia 1986.</p>
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		<title>LA SCUOLA ITALIANA DAL 1945 AGLI ANNI ’80</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Nov 2019 13:12:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Raffaele Pisani - Attivismo pedagogico, sviluppo della personalità dell’alunno, istituzione della Scuola Media Unica e organi elettivi a vari livelli: attraverso una serie di passaggi cruciali la scuola italiana cerca di ampliare il diritto allo studio nel rispetto del dettato costituzionale. Con la completa liberazione dell’Italia dal regime nazifascista &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="center">di Raffaele Pisani -</p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><em><strong>Attivismo pedagogico, sviluppo della personalità dell’alunno, istituzione della Scuola Media Unica e organi elettivi a vari livelli: attraverso una serie di passaggi cruciali la scuola italiana cerca di ampliare il diritto allo studio nel rispetto del dettato costituzionale.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Con la completa liberazione dell’Italia</strong> dal regime nazifascista arrivarono anche importanti novità per il mondo della scuola. Per ciò che riguarda l’educazione infantile il nuovo Stato non dimostrò alcuna intenzione di prendere in mano la situazione, delegando agli enti ecclesiastici questo settore. All’attivismo comprensibile dei cattolici, che ora potevano agire con maggiore libertà, si accompagnò un diffuso disinteresse dei partiti laici per un problema che probabilmente ritenevano secondario. Del resto la situazione economica e questioni più impellenti consigliavano di differire ogni iniziativa in merito. Così nelle scuole materne, comunemente chiamate asili infantili, fino agli anni Settanta del Novecento la figura caratteristica della suora sarà l’elemento dominante e caratterizzerà i ricordi di tante generazioni di bambini. Era un luogo nel quale gli alunni venivano in primo luogo accuditi, accompagnati nelle attività ludiche ed educati religiosamente.<br />
Nella scuola elementare i programmi, già in parte applicati nel Regno del Sud, vennero estesi a tutta l’Italia. La Sottocommissione alleata per l’educazione si era assunta il compito di defascistizzare la scuola, per questo si fece aiutare da valenti pedagogisti italiani, Gino Ferretti è forse la figura in questo senso più significativa. Questa iniziativa trovò una certa opposizione da parte della gerarchia ecclesiastica e anche di molti cattolici impegnati nella vita politica, soprattutto riguardo l’insegnamento della religione. Questa, a parer loro, non avrebbe dovuto essere una generica educazione religiosa ma un insegnamento basato sui principi del cattolicesimo.<br />
Carleton Washburne, direttore della Sottocommissione, era discepolo del grande filosofo e pedagogista americano John Dewey, di cui aveva colto, specie nell’opera <em>Una fede comune</em>, del 1934, queste idee riguardo l’educazione religiosa, in Italia accettate con una certa riluttanza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dall’America arrivava anche l’<em>attivismo pedagogico</em><i>, </i></strong>che faceva del libero sviluppo delle forze interiori del bambino l’elemento basilare del proprio metodo. L’alunno veniva ad assumere un ruolo centrale e la sua attività ludica ampiamente valorizzata. La classe elementare doveva diventare nell’idea del legislatore una comunità, che avrebbe trovato al suo interno quelle regole democratiche che avrebbero permesso una sorta di autogestione. Ci si proponeva di educare alla socialità operando concretamente nella continuità dell’azione.<br />
Le vicende della guerra avevano provocato un significativo ritorno dell’analfabetismo, da quello totale a quello di chi, avendo frequentato parzialmente la scuola, non era comunque in grado di leggere e scrivere. Per venire incontro a questo grave problema venne istituita nel 1947 ( D.L. 17 – 12) dal Ministero della Pubblica Istruzione la Scuola Popolare per adulti. Essa prevedeva corsi per analfabeti totali, per semianalfabeti ed anche per l’aggiornamento della conoscenze elementari già acquisite. Questi ultimi avevano un carattere vagamente professionale e prevedevano il disegno applicato, la contabilità, le tecniche agricole ed artigianali ed anche una lingua straniera. La disposizione precisava comunque che si trattava di insegnamenti facoltativi, da attuarsi nelle località in cui la popolazione scolastica li chiedesse e ove non mancassero insegnanti e istruttori pratici.<br />
Con Giuseppe Ermini alla Pubblica Istruzione e Mario Schelba capo del governo (DC, PSDI, PLI) vennero emanati (D.P.R. 14 giugno 1955, n. 503) i <em>Programmi didattici per la Scuola Elementare</em>, comunemente definiti dagli storici come <em>Programmi dell’attivismo cattolico</em>.<br />
Erano passati dieci anni dalla fine del conflitto e l’Italia era entrata in una fase di normalità istituzionale. La Costituzione repubblicana in parecchi articoli tratta il tema dell’istruzione e le forze politiche che governavano il Paese pensavano fosse giunta l’ora di dare una svolta ai programmi della scuola elementare. Quelli in atto, che pure godevano di un notevole apprezzamento, non si ritenevano abbastanza in linea con la nostra tradizione culturale. L’insegnamento della religione, ma ancor più la visione educativa generale, saranno la base di questi nuovi programmi che, pur con qualche piccola variazione, resteranno in vigore per trent’anni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si diceva degli elementi di novità,</strong> notiamo in primo luogo il cosiddetto “globalismo”, da intendesi come azione didattica intesa allo sviluppo della personalità dell’alunno, prima ancora che come trattazione sistematica delle materie. Ciò si nota con maggiore evidenza in prima e in seconda, che insieme costituiscono il primo ciclo; qui si parla di lettura, scrittura e altre attività espressive, accompagnate dall’aritmetica e dalla geometria. Nel secondo ciclo, accanto a queste ultime due discipline troviamo la lingua italiana, la storia, la geografia, le scienze ed anche il disegno la recitazione, il canto e l’educazione fisica. La religione è indicata al primo posto e costituisce fondamento e coronamento di tutto il sapere, è seguita dal comportamento ed educazione morale e civile. Per ultimo sono indicate le attività manuali e pratiche.<br />
La progressiva attuazione dei dettati costituzionali in materia scolastica si realizzò man mano nel tempo. L’articolo 38, comma 3: «Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale», trovò applicazione nelle Scuole speciali e nelle Classi differenziali. Già con la circolare ministeriale del 1/03/1953 n. 771/12 si parla di queste scuole nelle quali vengono «accolti gli alunni tardivi, nervosi e instabili i quali rivelano inadattabilità alla disciplina comune, ai normali metodi e ritmi d’insegnamento e possono raggiungere un livello normale solo se l’insegnamento viene ad essi impartito con metodi e forme particolari». Con una successiva legge del 24/07/1962, n. 1073 si provvide ad estendere questo tipo di scuole in maniera più capillare, toccando anche i piccoli comuni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un passo fondamentale nel cammino della scuola italiana</strong> fu l’elevazione dell’obbligo scolastico fino ai quattordici anni, con l’istituzione della Scuola Media Unica. Essa andava a sostituire la vecchia scuola media tradizionale, che dava accesso a tutti gli ordini di studi, e le scuole di avviamento professionale, che inserivano direttamente nel mondo del lavoro.<br />
Preceduta da una serie di proposte, disegni di legge e richieste di emendamenti da parte di vari gruppi parlamentari, fu finalmente varata la legge n. 1859 del 31-12-1962, che istituiva la scuola media unica. Ministro della pubblica istruzione era Luigi Gui, capo del governo Amintore Fanfani. Si trattava di un governo che si apriva a sinistra, era composto di democristiani, social-democratici e repubblicani, ottenne l’astensione dei socialistici, che in tale occasione ebbero modo di far sentire le loro istanze riguardo la politica scolastica.<br />
La scuola media unica doveva attuare l’articolo 34 della Costituzione, che afferma l’obbligatorietà, per almeno otto anni dell’istruzione pubblica. Essa doveva rispondere alle istanze di elevazione culturale della società, finalizzate ad una più ampia e consapevole partecipazione alla vita democratica del paese.<br />
D’altra parte, se la scuola media si poneva come un diritto-dovere per la società democratica, si rendeva necessaria anche per motivi di carattere più pragmatico. La Confindustria, in un convegno su Istruzione e Industria tenuto nel 1959, rilevava «la necessità di una funzione formativa, più che informativa, della scuola dell’obbligo» e considerava inadeguata e non rispondente al sistema produttivo la divisione esistente tra scuola media e scuole di avviamento.<br />
Nella premessa ai programmi si puntualizza come il compito educativo della scuola sia un ampliamento e un approfondimento di quello della famiglia. Si afferma il carattere essenzialmente formativo e la conseguente necessaria attenzione alle caratteristiche psicologiche dell’età preadolescenziale. Altri punti rilevanti riguardano il richiamo alla individualizzazione dell’insegnamento, da attuarsi per gruppi e per squadre, e la concezione globale della scuola, definita come: «Vera comunità, per tutti egualmente stimolante». Da notare infine la funzione orientativa della scuola media che, in virtù delle materie facoltative, chiarisce e sviluppa le attitudini personali in vista delle future scelte scolastiche e professionali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quanto ai mezzi e ai metodi,</strong> si fa affidamento alla «responsabile libertà degli insegnanti e alla loro inventiva didattica», formula che, se da un lato pare esprimere un’alta considerazione per il corpo docente, d’altro canto rivela che non è previsto nel presente alcun impegno finanziario ed organizzativo da parte del ministero.<br />
Il settore dell’educazione dell’infanzia fino a buona parte degli anni Sessanta del Novecento era gestito in gran parte da istituti religiosi cattolici, anche la modesta porzione in mano ad enti pubblici era di fatto appaltata a questi. Le mutate condizioni culturali e sociali dell’Italia rendevano anacronistica questa situazione e la necessità di una scuola materna laica statale era un’esigenza sentita da molti. Con la legge n. 444 del 18.03.1968 lo Stato si prese cura direttamente dell’educazione dell’infanzia.<br />
Nella scuola elementare in virtù della legge n. 820 del 24.09.1971 si istituiva la sperimentazione del tempo pieno. Detta legge ebbe l’effetto di immettere in ruolo un numero rilevante di insegnanti elementari e c’è chi afferma che questo fosse il suo scopo principale. Un altro giudizio limitante che veniva espresso a livello popolare su questo nuovo modello di scuola era che sarebbe dovuta servire da “parcheggio” per il figli dei genitori impegnati nel lavoro. Per fortuna c’erano anche altre e più nobili motivazioni che giustificavano questo tipo di orario scolastico, che faceva tutt’uno con una diversa prassi didattica.<br />
Genitori, insegnanti e direttori didattici seppero realizzare nelle varie realtà locali degli interessanti progetti che presero corpo e si irrobustirono nel corso del tempo, divenendo degli stabili punti di riferimento per una certa parte dell’utenza scolastica.<br />
L’articolo 1 così recita: «Le attività integrative della scuola elementare, nonché gli insegnamenti speciali, con lo scopo di contribuire all’arricchimento della formazione dell’alunno e all’avvio della realizzazione della scuola a tempo pieno, saranno svolti in ore aggiuntive a quelle costituenti il normale orario scolastico, con specifico compito, da insegnanti elementari di ruolo».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella prima metà degli anni Settanta del Novecento</strong> la scuola italiana di ogni ordine e grado fu interessata da una serie di disposizioni ministeriali che rivoluzioneranno certi aspetti del suo funzionamento.<br />
Preceduti dalla legge delega del 30 luglio 1973, n. 477, i Decreti delegati nn. 416, 417, 418, 419, 420, del 31 maggio 1974, hanno costituito una tappa fondamentale per la partecipazione democratica alla gestione della scuola. Da questo momento in avanti le varie componenti scolastiche avranno la sede istituzionale per poter far valere le loro istanze. Il D.d. 416 prevede infatti organi elettivi a vari livelli: dai consigli di classe e di interclasse a quelli di circolo, di istituto, di distretto e di provincia, per arrivare fino al Consiglio nazionale della pubblica istruzione. Il 419 riguarda invece la sperimentazione e la ricerca educativa, esso dà la possibilità anche ai singoli docenti di presentare dei progetti di innovazione didattica, che comunque avrebbero dovuto essere vagliati a vari livelli prima di essere messi in atto. Gli altri decreti riguardano lo stato giuridico del personale della scuola e questioni di ordine economico retributivo.<br />
Non mancò chi vide nei decreti un’azione di contenimento da parte del governo che, sull’onda della contestazione studentesca del Sessantotto e delle lotte sindacali degli anni seguenti, si sarebbe visto costretto a concedere una serie di organismi democratici, peraltro poco efficaci concretamente. “Decreti Malfatti”, dicevano gli oppositori, giocando sul cognome del ministro della pubblica istruzione: Franco Maria Malfatti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’attuazione del diritto all’istruzione trovò compimento</strong> anche nei corsi di scuola media per adulti. I lavoratori , in primis i metalmeccanici, ottennero il diritto di fruire di 150 ore retribuite per la propria formazione culturale. La circolare ministeriale del 9 gennaio 1974 dettava le norme sui corsi sperimentali di scuola media per lavoratori. Il curricolo prevedeva quattro ore settimanali per ognuna delle seguenti discipline: matematica ed osservazioni scientifiche, geografia, educazione civica e storia, italiano, lingua straniera. Dal punto di vista metodologico si privilegiava il lavoro di gruppo, sia a livello di docenti sia per gli allievi. Trattandosi di studenti adulti con esperienze lavorative più o meno lunghe, l’approccio doveva essere necessariamente diverso da quello dei corsi ordinari.<br />
Con l’andare del tempo cambiò l’utenza e l’offerta formativa si arricchì differenziandosi in vari campi. Con l’ordinanza ministeriale n. 455 del 29 luglio 1997 vennero istituiti i Centri territoriali permanenti nei quali, oltre alla preparazione per assolvimento dell’obbligo scolastico, si insegnano l’italiano per stranieri, le lingue e varie attività culturali.<br />
Se l’istruzione è un diritto di tutti , anche coloro che presentano delle menomazioni fisiche o psichiche devono poter partecipare a pieno titolo nella scuola pubblica, senza essere marginalizzati. È con questo spirito che vennero attuate le norme per l’inserimento degli handicappati nelle classi normali, legge n. 517 del 1977. Furono eliminate le scuole speciali e le classi differenziali e la scuola ordinaria si fece carico del problema . Il sostegno alle classi con alunni disabili nei primi tempi era attuato da un insegnante di qualsiasi materia, che con le conoscenze e i mezzi che c’erano cercava di fare del suo meglio. Solo in seguito si provvederà con insegnanti appositamente formati per tale compito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sul finire degli anni Settanta</strong> la scuola media di primo grado è ancora interessata da qualche ritocco riguardante la programmazione in generale, gli specifici programmi nonché il quadro orario delle materie d’insegnamento. Riguardo i primi due punti le leggi di riferimento sono la n. 348 del 16 giungo 1977 e la n. 517 del 4 agosto dello stesso anno.<br />
Per ciò che riguarda i programmi, si afferma l’esigenza di un rafforzamento dell’educazione linguistica, da attuarsi attraverso un più adeguato sviluppo dell’insegnamento della lingua italiana, con riferimenti alla sua origine latina; di un potenziamento dell’insegnamento delle scienze matematiche, chimiche, fisiche e naturali, queste ultime finalizzate anche all’educazione sanitaria; di una valorizzazione, nei programmi di educazione tecnica, del lavoro, inteso come esercizio di operatività unitamente all’acquisizione di conoscenze tecniche e tecnologiche.<br />
La prima delle leggi sopraccitate afferma che tutte le discipline costituiscono argomento di valutazione all’esame di licenza; con la successiva legge del 4 agosto vengono eliminati gli esami di riparazione e le classi differenziali. La stessa legge interviene con altre disposizioni aventi lo scopo di sanare in itinere le carenze individuali che si dovessero manifestare e di provvedere al’integrazione degli alunni portatori di handicap.<br />
Il tradizionale recupero estivo, la cui efficacia doveva essere verificata dall’esame di riparazione, viene ora sostituito da un recupero da attuarsi durante l’anno scolastico, esso prevede interventi fino ad un massimo di 160 ore, da effettuarsi nei tempi e nei modi che il collegio dei docenti ritiene opportuno. È pure previsto l’intervento del servizio socio-psico-pedagogico e dell’assistente personale per gli alunni con problemi fisici e psichici.<br />
Altra importante novità è costituita dall’abolizione dei voti numerici e dall’introduzione della scheda di valutazione; il documento intende rappresentare una dettagliata e sistematica descrizione della situazione dell’alunno. In detta scheda vanno indicati i diversi elementi della valutazione e le loro variazioni nel tempo: partecipazione alla vita della classe, situazione di partenza, interesse, capacità di acquisizione di procedimenti metodologici, progressi compiuti.<br />
Con il D.M. 9 febbraio 1979 l’orario curricolare diventa di trenta ore per tutti gli alunni della stessa classe, non essendoci più le materie facoltative, e viene ad essere uguale per tutte le tre classi. Il latino come materia è sparito, le applicazione tecniche maschili e femminili, con due insegnanti diversi, sono sostituite dalla educazione tecnica; anche nell’educazione musicale ci sono notevoli cambiamenti, prima era obbligatoria solo per un’ora nel primo anno ora è di due ore per tutte le tre classi. Matematica e scienze e lingua straniera assumono qualche ora in più.</p>
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<p><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong></p>
<p>Hervé A. Cavallera, <em>Storia della scuola italiana</em> – Le Lettere, 2013<br />
Giuseppe Ricuperati, <em>Storia della scuola in Italia: dall&#8217;Unità a oggi</em> – Laterza, 2015<br />
Fabrizio Dal Passo, Alessandra Laurenti, <em>La scuola italiana. Le riforme del sistema scolastico dal 1848 ad oggi</em> – Novalogos, 2017</p>
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