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	<title>Storia in Network &#187; Primavera araba &#124; Storia in Network</title>
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		<title>LA PRIMAVERA ARABA IN TUNISIA: ISLAM, DEMOCRAZIA E POLITICA</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Nov 2019 13:13:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Daniela Franceschi – Nel dicembre 2010 la rivoluzione dei Gelsomini pone fine al regime corrotto di Ben Ali. Ma il quadro è reso complesso dai retaggi di un colonialismo mai completamente superato e dall’uso della religione per ottenere legittimazione politica. La nuova costituzione del 2014 sembra aver dato maggiore &#8230;]]></description>
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<p style="text-align: right;" align="center">di Daniela Franceschi –</p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><em><strong>Nel dicembre 2010 la rivoluzione dei Gelsomini pone fine al regime corrotto di Ben Ali. Ma il quadro è reso complesso dai retaggi di un colonialismo mai completamente superato e dall’uso della religione per ottenere legittimazione politica. La nuova costituzione del 2014 sembra aver dato maggiore stabilità al Paese.</strong></em></p>
<div id="attachment_8914" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2019/10/Gelsomini-2.jpg"><img class=" wp-image-8914 " alt="23 gennaio 2011: contestatori antigovernativi sventolano la bandiera della Tunisia - M. Rais" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2019/10/Gelsomini-2.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>23 gennaio 2011: contestatori antigovernativi sventolano la bandiera tunisina &#8211; M. Rais</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>La primavera araba in Tunisia è iniziata quando le manifestazioni</strong> di massa hanno costretto il Governo, guidato dal Presidente Zine el Abidine Ben Ali, a dimettersi nel gennaio del 2011. Nell’ottobre dello stesso anno, la Tunisia ha tenuto le sue prime elezioni libere e il principale Partito islamista moderato, Ennahda, ha vinto la maggioranza dei seggi dell’Assemblea Costituente Nazionale, che aveva l’incarico di redigere una nuova Costituzione. Tuttavia, Ennahda non ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi, dovendo, quindi, formare una troika con il Congresso per la Repubblica e con il Forum Democratico per il Lavoro e le Libertà (Ettakatol). Dopo tre anni di depressione economica, numerose dimostrazioni e la formazione di svariati Esecutivi, l’Assemblea Nazionale Costituente ha ratificato la nuova Costituzione nel gennaio del 2014.<br />
La Tunisia ha dato vita ad una forma di democrazia che non si allinea perfettamente con la definizione occidentale del termine. Per comprendere la forma statuale e politica della Tunisia dopo la primavera araba dobbiamo analizzare la storia politica del Paese dal periodo del colonialismo francese fino alla recente ratifica della Costituzione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1861, la Tunisia ha affrontato degli eventi</strong> destabilizzanti; infatti, le campagne di modernizzazione portate avanti nei decenni precedenti avevano prosciugato le finanze dello Stato, consentendo agli investitori europei di intervenire in modo più diretto nelle politiche di bilancio del Paese. Per proteggere i propri interessi nell’area, la Gran Bretagna spinse il bey Muhammad al-Sadiq ad adottare una Costituzione.<br />
La Costituzione tunisina del 1861 è stato il primo testo costituzionale scritto emanato in un Paese musulmano. La Costituzione, redatta da funzionari di Governo in un processo chiuso senza intermediazioni, formalmente stabiliva una monarchia costituzionale in cui i ministri erano responsabili di fronte ad un Gran Consiglio composto da sessanta membri scelti da al-Sadiq. A causa dei significativi problemi finanziari del Paese, il documento era finalizzato a semplificare l’amministrazione dello Stato; infatti, 53 articoli dei 114 della Costituzione erano dedicati alla creazione di pratiche fiscali responsabili, di gerarchie amministrative chiaramente definite e di procedure standardizzate.<br />
La Costituzione introduceva alcuni diritti, tra cui la tutela del diritto alla sicurezza della persona, della reputazione e della proprietà. Tali diritti appaiono ancora più rimarchevoli perché erano applicati a tutti i cittadini del regno, qualunque fosse la loro religione. Anche se queste disposizioni non furono pienamente applicate, è possibile affermare che esse introdussero nel sistema politico tunisino il principio che gli abitanti di ogni credo religioso potessero godere di eguali diritti.<br />
Lo scopo primario della Costituzione era funzionale e procedurale, mirando a rendere lo Stato più efficiente in modo da rafforzarne l’autorità.<br />
Dopo soli tre anni, al-Sadiq sospese la Costituzione in seguito alle forti pressioni delle tribù ribelli e dei funzionari francesi, che ne chiedevano la revoca. Tuttavia, la Costituzione aveva introdotto, per la prima volta, il concetto di costituzionalismo, limitando i poteri del sovrano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nei successivi vent’anni, la Francia si è radicata progressivamente</strong> nella sfera politica ed economica della Tunisia, fino a stabilire un protettorato nel 1882. La maggior parte dei tunisini disprezzava il protettorato francese; il primo movimento politico organizzato antifrancese, emerso nel 1920, chiedeva primariamente la ratifica di una Costituzione ed un parlamento elettivo, per questo il gruppo divenne noto semplicemente come Destour, parola araba che significa Costituzione. Un ramo del movimento, il Neo-Destour, guidato da Habib Bourguiba, avrebbe svolto un ruolo centrale nella formulazione della futura Costituzione. Il Neo-Destour aveva soppiantato i movimenti nazionalisti precedenti che originariamente non chiedevano con insistenza l’indipendenza ed in cui era più radicata la religione islamica. Anche se non respingeva l’Islam, il Neo-Destour era un movimento politico laico con meno legami religiosi, dato che i suoi leader erano influenzati dall’illuminismo e dalla cultura francesi. Il Neo-Destour era più occidentalizzato rispetto ai movimenti nazionalisti originari e sosteneva per la Tunisia indipendente una forma statuale repubblicana invece che il ripristino del beilicato o della monarchia, che aveva mantenuto una parvenza di potere sotto l’occupazione francese.<br />
La fine del protettorato francese presentò l’opportunità di stabilire un nuovo sistema politico in Tunisia. Le prime libere elezioni per un’Assemblea Costituente si svolsero nel 1956, nelle quali il Neo-Destour, il Partito che aveva la maggiore legittimazione popolare perché si era opposto alla dominazione francese, ottenne tutti i novantotto seggi dell’Assemblea Costituente. Il protettorato francese ebbe fine poco tempo dopo e la Tunisia divenne uno Stato indipendente. L’anno successivo, l’Assemblea spodestò il bey e promulgò la Repubblica.<br />
La politica post-coloniale fu in gran parte laica e antidemocratica, poiché dominata da una parte politica che scoraggiava la partecipazione delle altre. I leader furono influenzati dalla cultura europea e ne facevano propri i valori mentre respingevano le pratiche musulmane, ritenendo la religione un ostacolo alla modernizzazione della Tunisia. Dopo il ritiro della Francia dal Paese, i leader politici si sono impegnati su temi quali l’industrializzazione e la laicità; “moderno” è divenuto sinonimo di “occidentale” e “laico”. Allo stesso tempo, con l’aumento del secolarismo, è diminuita la democrazia; infatti, la Repubblica post-coloniale e la sua leadership avevano visto la crescita dei Partiti nazionalisti, artefici dell’indipendenza, che si concentravano sull’unità nazionale, sopprimendo ogni forma di opposizione che avrebbe potuto minare la coesione nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La storia post-coloniale della Tunisia</strong> è stata determinata da uomini educati in Occidente, influenzati dal liberalismo e dalla modernizzazione francesi. Nel 1957, Habib Bourguiba fu eletto Presidente (1957-1987). Nel corso dei successivi trent’anni, Bourguiba ha progressivamente imposto uno Stato autoritario a Partito unico in cui molti dei diritti elencati nella Costituzione sono stati ignorati in modo sistematico, inoltre, ha sfruttato gli articoli costituzionali e utilizzato le forze di sicurezza per consolidare il potere.<br />
Nel 1959, l’Assemblea, presieduta da Bourguiba, redasse una nuova Costituzione. La Carta costituzionale creava un forte sistema presidenziale con un Esecutivo senza vincoli che poteva nominare e rimuovere i Ministri, redigere le Leggi, ratificare i trattati, e indire referendum per l’approvazione di qualsiasi disegno di Legge. La conservazione di un Parlamento eletto non permetteva che un controllo molto limitato sull’attività governativa. La Costituzione introduceva nuovi principi democratici, in particolare, la sovranità popolare e l’uguaglianza, la libertà di espressione, di stampa, e di riunione. Infine, la Costituzione formulava la relazione tra religione e Stato nel suo articolo di apertura, affermando che “la Tunisia è uno Stato sovrano, libero e indipendente. La sua religione è l’Islam, la sua lingua è l’arabo e la sua forma di Governo è la Repubblica”. La Costituzione del 1959 era una sapiente unione di Leggi francesi con elementi più tradizionali basati sulla Sharia; un approccio misto che si adattava a Bourguiba, che cercava di modernizzare la Tunisia nel solco dell’Europa e della Francia senza provocare disordini tra i tunisini più conservatori e, in particolare, tra coloro che vivevano all’interno del Paese e avevano sostenuto il suo rivale –Salah Ben Youssef – nella corsa per la Presidenza.<br />
Il Presidente Bourguiba credeva che la religione e la modernità fossero incompatibili e tentò di istituzionalizzare gli elementi di laicità durante la sua presidenza. Bourguiba, un avvocato che aveva studiato alla Sorbona ed estimatore di Kemal Ataturk, attuò delle riforme di tipo secolare in Tunisia, ma fu molto attento a non spingersi troppo oltre e troppo in fretta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Habid Bourguiba è stato un leader carismatico</strong> con lo status di eroe nazionale. Come molti leader post-coloniali, aveva studiato in Francia ed era ispirato dal razionalismo francese e dalla filosofia naturale del diritto. Vinse le elezioni presidenziali in quattro diverse occasioni e divenne Presidente a vita nel marzo del 1975. Bourguiba cercò di mantenere la modernità che i francesi avevano portato in Tunisia; infatti, durante l’epoca coloniale, la Francia aveva stabilizzato e stimolato l’economia, anche se in gran parte a beneficio degli investitori europei. Ciò nonostante, il primo obiettivo della giovane Repubblica fu quello di mantenere la stabilità economica attraverso dei mezzi moderni, anche se questo significava introdurre delle pratiche secolari.<br />
Nel creare una Tunisia moderna, il Governo abolì i tribunali religiosi e integrò molte scuole coraniche nel sistema di istruzione pubblico. Un atto politico di notevole importanza fu l’emanazione nel 1956 del Codice dello Statuto della persona; il Codice vietò la poligamia, rendendo la Tunisia il primo Paese arabo di fede musulmana a farlo, la condizione della donna fu ulteriormente migliorata con la dichiarazione che il matrimonio doveva essere consensuale tra le due parti, inoltre, le mogli potevano iniziare le pratiche per il divorzio e le cause di divorzio furono demandate alla competenza dei tribunali civili e non di quelli religiosi o della famiglia, ma allo stesso tempo stabiliva che la moglie doveva “obbedire” al marito e lasciava inalterati alcuni elementi più consolidati della Sharia, particolarmente nell’ambito dei diritti ereditari.<br />
Complessivamente, la strategia politica di Bourguiba rifletteva una nuova visione dello Stato arabo, poiché il Presidente si riteneva un difensore dell’Islam con mezzi moderni, mezzi moderni che erano paragonabili alla laicità francese con cui aveva molta familiarità; cercò di mantenere la religione fuori dalla politica in una società in cui essa permeava e definiva la vita quotidiana dei cittadini. È interessante notare come il Governo post-coloniale abbia fatto affidamento sulla religione per ottenere legittimazione, rispettando l’attaccamento culturale e emozionale della popolazione all’Islam.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1987, l’allora Primo Ministro Zine al Abidine Ben Ali</strong> divenne il nuovo Presidente dopo aver dichiarato Bourguiba mentalmente e fisicamente non più in grado di governare. La fine del regime di Bourguiba si è caratterizzata per un indebolimento dell’economia e l’emergere di disordini civili, in particolare a causa della linea politica sempre più restrittiva messa in atto dal Governo. Seguendo Bourguiba, Ben Ali mise al bando i Partiti islamisti, mettendo a tacere il dissenso. La Presidenza di Ben Ali si caratterizzò per un controllo molto repressivo della società civile da parte del Governo e la dura oppressione degli oppositori politici.<br />
La corruzione era dilagante, e il Presidente e la sua famiglia erano considerati altrettanto corrotti. La libertà di espressione, la partecipazione politica, e di diritti umani erano limitati. Ennahda, un Partito islamista molto influente di cui parleremo in seguito, era stato dichiarato illegale a causa delle sue radici religiose e alcuni membri furono arrestati o costretti all’esilio. Limitando la partecipazione politica, Ben Ali è riuscito a mantenere il potere e a prevenire una opposizione interna, in effetti, le sue azioni non erano motivate dal timore dell’Islam politico in sé ma dalla paura di avere degli avversari politici credibili. Durante la Presidenza di Bel Ali, nel 1993 il Governo ha cercato di accattivarsi il sostegno dei cittadini modificando il Codice dello Statuto della persona; sebbene in gran parte insignificanti, queste modifiche rompevano nuovamente con gli schemi dei codici legali religiosi.<br />
Ben Ali ha vinto numerose elezioni per mezzo di intimidazioni, tecniche elettorali non trasparenti o legittime, usando la forza della polizia segreta per mantenere la popolazione sotto controllo e spegnere ogni opposizione, governando attraverso la paura come molti altri dittatori. Questi fattori, in combinazione con il bando di alcuni Partiti politici, cozzavano con gli interessi della popolazione tunisina più giovane, lasciata senza una rappresentanza politica. Ciò ha provocato un grande risentimento verso il Presidente e il suo establishment, che, unito alle deludenti prestazioni economiche dovute alla dilagante corruzione, ha creato una miscela esplosiva per un movimento rivoluzionario.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La rivoluzione dei gelsomini è iniziata quando un giovane</strong> di nome Mohamed Bouazizi si è dato fuoco di fronte ad un edificio governativo nella città di Sidi Bouzid per protestare contro gli abusi della polizia; molti tunisini si sono identificati con la sua storia, fatta di mancanza di opportunità e diritti umani sotto il regime di Ben Ali, del suo Partito, e della polizia segreta. Le proteste iniziate a Sidi Bouzid si sono diffuse in tutto il Paese, per poi raggiungere anche la capitale. Con il crescere delle manifestazioni, Ben Ali ha cercato di calmare i manifestanti annunciando che non avrebbe partecipato alle future elezioni, contemporaneamente ha visitato Bouazizi in ospedale; tuttavia, queste azioni non hanno placato la popolazione che le ha ritenute troppo limitate e tardive. Il 14 gennaio 2011, dopo che l’esercito aveva rifiutato di procedere contro i manifestanti, Ben Ali ha lasciato il Paese con la sua famiglia. La partenza di Ben Ali ha rappresentato un successo per la rivoluzione dei gelsomini, una rivoluzione in gran parte non violenta che si è propagata per l’intera regione.<br />
La rivoluzione dei gelsomini o rivoluzione della dignità, pur avendo le sue radici in un piccolo centro, Sidi Bouzid, ha unito importanti settori della società tunisina che chiedevano la fine del regime di Ben Ali, la democrazia, posti di lavoro e diritti umani. Il gruppo sociale che è stato maggiormente coinvolto nella rivoluzione è stato quello dei giovani dai 18 ai 30 anni; questi individui non solo hanno svolto un ruolo importante nelle dimostrazioni, ma hanno ottenuto anche la parola attraverso blog e social media. Progressivamente, la rivoluzione ha raggiunto la capitale Tunisi, in cui altri gruppi sociali si sono uniti per sostenere il movimento, compresi insegnanti, avvocati, sindacati, e disoccupati. Alla fine lo sforzo combinato di questi gruppi è riuscito a deporre Ben Ali, ponendo fine ad un regime che durava da 23 anni, fornendo un esempio per gli altri Stati della regione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mentre l’auto-immolazione di Mohamed Bouazizi</strong> a metà dicembre del 2010 è servita come catalizzatore per il movimento rivoluzionario, le cause della rivoluzione sono sia economiche sia sociali. La Tunisia possedeva un’economia moderna e una estesa classe media godeva di un significativo benessere, tuttavia, un ampio strato della popolazione, soprattutto i giovani, si trovava ad affrontare una forte disoccupazione nonostante il possesso di un buon livello di istruzione. Ciò era dovuto alla massiccia corruzione esistente tra le classi superiori, in particolare tra quelle che erano più vicine alla famiglia Trabelsi, la famiglia della moglie del Presidente Ben Ali. Il risultato di questa corruzione era un grande divario fra ricchi e poveri, dato il monopolio di tutte le opportunità di commercio da parte della famiglia Trabelsi, monopolio ottenuto attraverso le connessioni clientelari con lo Stato. Tale neo-patrimonialismo aveva prodotto una massiccia insoddisfazione tra la popolazione, un malcontento così forte da svolgere un ruolo importante nella rivoluzione che avrebbe posto fine al regime di Ben Ali.<br />
La Tunisia affrontava, dunque, dopo la fuga del Presidente, un delicato passaggio da uno Stato di polizia ad uno Stato democratico. Con il rovesciamento del regime di Ben Ali, l’islamismo (Islam politico) è stato reintrodotto nell’arena politica ed è divenuto popolare nella società tunisina, nonostante sussistesse una forte minoranza laica nel Paese. La divisione tra la laicità e l’islamismo nel contesto tunisino acquisisce un’importanza basilare, poiché l’islamismo e il secolarismo richiedono valori e politiche opposti, soprattutto se pensiamo che secondo alcuni osservatori la democrazia è un valore prettamente occidentale. Inoltre, la religione svolge un ruolo centrale e influente nella vita quotidiana dei tunisini e ne influenza le scelte politiche, proprio come i valori morali condizionano gli elettori occidentali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Governo di Unità Nazionale ha assunto le funzioni</strong> di Esecutivo legittimo dopo la fuga di Ben Ali. Quando Ben Ali è fuggito in Tunisia, Foued Mebazaa, lo speaker della Camera dei Deputati, è divenuto Presidente ad interim, come previsto dall’articolo 57 della Costituzione. Mentre il Primo Ministro Mohamed Ghannouchi ha mantenuto il suo incarico, avendo ricevuto il mandato di formare un Governo che avrebbe portato la Tunisia, attraverso un periodo di transizione, fino alle elezioni di luglio. L’Esecutivo di Ghannouchi si confrontò immediatamente con molti problemi, interrompendo il percorso verso la transizione; infatti, la maggior parte dei suoi membri era costituita dai vecchi sostenitori del regime e soltanto tre componenti facevano parte dei Partiti dell’opposizione. Appena un giorno dopo la formazione, un esponente dell’opposizione si dimise a causa della presenza di vecchie figure del regime che avrebbero monopolizzato il processo di transizione e che potevano essere controllate da Ben Ali. Ciò dimostrava che elementi del regime stavano tentando di mantenere la loro posizione dopo la fuga di Ben Ali; il popolo tunisino mostrò subito di non tollerare un simile scenario e, attraverso massicce dimostrazioni, fece cadere il primo Esecutivo di transizione prima della fine del mese di gennaio. Il 27 gennaio, Ghannouchi formò un secondo Governo di Unità Nazionale in cui non vi erano esponenti del Partito di Ben Ali, il Raggruppamento Costituzionale Democratico, tuttavia ciò non placò le piazze, poiché il Primo Ministro era associato con il precedente regime e di conseguenza ne erano richieste le dimissioni. Nel tentativo di salvare la sua posizione, Ghannouchi fece diversi tentativi di accattivarsi il favore della popolazione: la sospensione del Raggruppamento Costituzionale Democratico, poi successivamente abolito; l’arresto di figure di spicco durante il regime di Ben Ali, come governatori e ufficiali di polizia; il sequestro del patrimonio di Ben Ali e dei suoi più stretti sodali. Tuttavia, queste azioni non ebbero successo, date le dimostrazioni che si svolgevano nelle strade e davanti al palazzo del Ministero dell’Interno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ghannouchi ripeté più volte che si sarebbe dimesso</strong> allorquando la Tunisia avesse tenuto le elezioni, che gli servivano come linea temporale per legittimare la sua permanenza in carica. Tuttavia, il 25 febbraio 2011, Ghannouchi ha infine rassegnato le dimissioni, dopo le pressioni dell’opinione pubblica, mettendo fine al secondo Governo di transizione; ciò ha rappresentato un momento importante e decisivo per la transizione tunisina, poiché con le sue dimissioni vi è stato l’insediamento di un nuovo Esecutivo di transizione che non includeva alcuna figura riconducibile a Ben Ali, costituendo una chiara rottura rispetto al recente passato.<br />
Con le dimissioni di Ghannouchi, Beji Caid Essebsi è stato nominato Primo Ministro e ha formato un Governo di transizione che avrebbe governato il Paese e lo avrebbe portato alle elezioni. Essebsi ha immediatamente dimostrato la sua devozione alla causa della rivoluzione dei gelsomini assumendo tre decisioni: l’Esecutivo non comprendeva nessun membro del passato regime; l’abolizione della disprezzata polizia segreta, che era servita a Ben Ali per tenere sotto controllo il Paese e mettere a tacere gli oppositori; l’indicazione di una data precisa, il 24 luglio, per le elezioni nazionali. Le tre azioni intraprese da Essebsi hanno contribuito alla riduzione delle dimostrazioni di piazza. Fin dall’inizio, il Governo di Unità Nazionale ha sottolineato l’importanza del passaggio elettorale, anche attraverso l’enfasi sull’Assemblea Nazionale Costituente, ottenendone una legittimazione. È importante evidenziare come Ghannouchi abbia utilizzato le elezioni per rimanere in carica, mentre Essebsi le ha usate per legittimare l’Esecutivo, evitando gli errori del predecessore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le forze armate hanno avuto un ruolo importante</strong> sia durante la rivoluzione sia dopo con la conseguente transizione politica. Durante il regime di Ben Ali vi era una netta divisione tra le forze di sicurezza che facevano riferimento al Ministro degli Interni e le forze armate. Ben Ali aveva progettato le forze di sicurezza come contrappeso alle forze armate, inoltre, esse agivano come principali esecutori della sua politica di Governo. L’importanza delle forze di sicurezza era esemplificata dai massicci investimenti e dal numero dei componenti, circa 100.000, mentre le forze armate beneficiavano di minori investimenti e ammontavano a circa 35.000 unità. Tuttavia, le forze di sicurezza di Ben Ali non furono in grado di garantire la sua permanenza al potere. Quando il Capo della Guardia Presidenziale incontrò i capi delle forze armate e delle forze di sicurezza interna per elaborare un piano d’azione contro i manifestanti, il Capo di Stato Maggiore Rachid Ammar rifiutò di agire contro la popolazione, tale rifiuto accelerò la fuga di Ben Ali dal Paese. Inoltre, Ammar rifiutò di governare la Tunisia durante il processo di transizione, affermando che le forze armate non avrebbero interferito e che soltanto un Esecutivo civile avrebbe dovuto condurre la Tunisia nel periodo di transizione. Il Capo di Stato Maggiore depoliticizzò le forze armate e impegnò l’esercito nella stabilizzazione del Paese e nel rendere il processo di transizione il più agevole possibile. Il compito di stabilizzare la Tunisia impegnava l’esercito sia verso le forze di sicurezza ancora fedeli a Ben Ali sia verso i salafiti, che stavano cercando attivamente di destrutturare il Paese e la transizione politica. Il movimento salafita in Tunisia è spesso classificato in scientifico e jihadista. La maggior parte dei salafiti presenti nel Paese non sono jihadisti e non mirano a stabilire un ordine sociale e politico con mezzi violenti. Alcuni di loro rifiutano totalmente la partecipazione politica, denunciandola come una “distrazione empia” in quanto sostituisce la Legge di Dio con la Legge creata dall’uomo. Si afferma spesso che il salafismo in Tunisia sia emerso come un’importazione straniera e non un fenomeno nazionale, per esempio, studiosi come Merone e Cavatorta riconoscono che i salafiti tunisini si sono formati all’estero. Dal punto di vista temporale, le radici del movimento risalgono agli anni Ottanta. Inoltre, i protagonisti odierni del movimento appartengono a quella giovane generazione non di educazione francese degli ultimi anni della dittatura di Ben Ali. È possibile affermare, inoltre, che il salafismo tunisino ha le sue radici nel malcontento di alcuni islamisti nei confronti della politica del Mouvement de la Tendance Islamique. Nel 1986, gli islamisti fondarono il Fronte Islamico tunisino, che ebbe poca influenza a causa della repressione governativa che portò molti esponenti del movimento a lasciare il Paese per combattere in Afghanistan. Ghannouchi affermò, durante un’intervista con Marc Lynch, che il salafismo tunisino si era evoluto durante l’assenza del Partito Ennahda e della libertà politica; tutto sarebbe iniziato in Egitto, nelle buie prigioni e nei luoghi della tortura di Abdel Nasser.<br />
Il perseguire un’agenda che incontrava le aspirazioni del popolo e il governare le destabilizzate forze di sicurezza hanno dato all’esercito una forte legittimazione da parte della popolazione. Inoltre, il sostegno alle imminenti elezioni parlamentari è stato un modo per le forze armate di aumentare tale prestigio e influenza nel futuro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ciò che si può evincere dal periodo del Governo di Unità Nazionale,</strong> che ha tenuto il potere per nove mesi, è che l’enfasi sulle elezioni è stata utilizzata per legittimarlo e che stava per aprirsi uno scontro tra le vecchie e le nuove forze politiche.<br />
L’Assemblea Costituente segnava la fine del periodo di transizione iniziale e un passo importante verso la democrazia liberale. L’Assemblea aveva la duplice responsabilità di governare il Paese e di redigere una nuova Costituzione, che sarebbe stata approvata con un referendum seguito da nuove elezioni nel 2013. Le elezioni per l’Assemblea Costituente si caratterizzarono per l’ascesa degli islamisti e la presenza di una forte polarizzazione.<br />
Le elezioni, indette dal Primo Ministro Essebsi per il 24 luglio del 2011, furono posticipate varie volte fino al 23 ottobre dello stesso anno. Il Primo Ministro posticipò la data per tre ragioni. L’instabilità interna della Tunisia non avrebbe permesso agli elettori di registrarsi e ai Partiti politici di organizzare una campagna elettorale efficace, riferendosi implicitamente ai Partiti laici e liberali. L’elezione di un’Assemblea Costituente sottolinea il ruolo delle elezioni come veicolo per la democrazia e pone meno enfasi sull’importanza della Costituzione, il cui sviluppo nel caso tunisino sarebbe stato ostacolato, come vedremo in seguito, dallo stallo politico in seno all’Assemblea.<br />
Questo periodo ha visto il ritorno anche di due principali Partiti politici messi precedentemente al bando, l’islamista Ennahda e il laico Congresso per la Repubblica. Il Congresso per la Repubblica è una formazione politica di centro sinistra laica che si è concentrata sulle libertà civili ed è stata fondata e diretta da Moncef Marzouki. Dopo essere stato bandito da Ben Ali, il Partito e il suo fondatore si sono stabiliti a Parigi. Il Partito non era in grado, pur essendo il meglio organizzato tra i Partiti laici, di competere con gli avversari islamisti per l’organizzazione e il supporto della base elettorale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Data la sua importanza, è opportuno soffermarsi</strong> sull’evoluzione politica e programmatica del Partito Ennahda. I Fratelli Musulmani hanno svolto un ruolo influente nella creazione di Ennahda. Negli anni Settanta, Rachid Ghannouchi e Abdel Fattah Mouros, i co-fondatori del Partito, furono influenzati dagli scritti di al-Banna e ne trassero ispirazione per dare vita a un movimento islamista simile in Tunisia. Mentre i due movimenti sono spesso confluiti insieme oggi, il loro rapporto può essere descritto come una sorta di “connessione emotiva”, sulla base di un patrimonio comune e una storia di repressione, più che un rapporto coordinato concernente la realizzazione di obiettivi condivisi. Nel corso degli anni Settanta, Ghannouchi creò un movimento che aspirava a stabilire uno Stato che si adeguasse ad un’interpretazione più letterale e esclusiva della Sharia, tuttavia, la repressione del Presidente laico Habib Bourguiba di tutta l’opposizione tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli Ottanta ha portato il movimento a prendere posizione contro l’autoritarismo ed ad adottare un pensiero islamico democratico. Durante questo periodo, Ghannouchi ha iniziato a ripensare la sua concezione della Sharia, concentrandosi su principi più ampi e sulle sue finalità. Ghannouchi e il suo Mouvement de la Tendance Islamique, il nome originario del Partito Ennahda, sono andati al di là della stretta interpretazione della Sharia, iniziando a sottolineare principi quali la democrazia, la libertà, i diritti umani, il pluralismo, e l’uguaglianza di genere come elementi chiave del programma politico. Jameleddine Ben Abdeljelil ha osservato come il Partito Ennahda basi l’interpretazione della Sharia sul principio del <i>maqasid</i>, che considera le finalità superiori della Legge islamica e tiene conto dei cambiamenti storici del contesto socio-politico. A causa della sua identità islamista, il Mouvement de la Tendance Islamique fu messo fuori legge e i suoi membri, tra cui Ghannouchi, furono arrestati e imprigionati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo la presa del potere nel 1987,</strong> Ben Ali iniziò una fase di apertura politica per favorire la legittimazione del suo Governo. Con la rimozione del riferimento religioso dal suo nome, il Partito Ennahda, rinascita in arabo, poté partecipare alle elezioni del 1989, ottenendo più del 30% dei suffragi. Ben Ali percepì tale risultato come una minaccia per il suo potere e attuò rapidamente un giro di vite sul movimento: migliaia di membri furono arrestati; Ghannouchi si rifugiò a Londra; il movimento fu dichiarato fuorilegge fino al 2011.<br />
Durante l’esilio, Ghannouchi ha avuto l’opportunità di precisare il suo pensiero riguardo alla natura della Sharia, che è stata rivelata da Dio allo scopo di servire e custodire gli interessi dell’umanità. Inoltre, ha sottolineato che la libertà di credo e di espressione, la parità di genere e i diritti delle minoranze non sono solo protetti, ma anche resi obbligatori dalla Sharia. Monica Marchi afferma che Ghannouchi si è lungamente espresso a favore di un’interpretazione fluida della Sharia, che non richiedesse l’imposizione di rigidi codici legali, concentrandosi sulle nozioni più espansive dell’etica islamica, tra cui la giustizia sociale, l’uguaglianza tra le persone, e simili.<br />
Nei giorni seguenti la rivoluzione dei gelsomini, Ghannouchi si è affrettato ad affermare che la concezione dell’Islam del suo Partito era compatibile con la democrazia. Alla fine di gennaio, ha insistito affermando che la democrazia era fondamentale per affrontare e conciliare i diversi e persino opposti interessi della società. L’Islam, ha continuato, possiede un forte spirito democratico, in quanto rispetta le differenze religiose, sociali e politiche. Nel corso della loro storia i musulmani si sono opposti all’imposizione di un’unica e onnipotente interpretazione dell’Islam. Inoltre, qualsiasi imposizione di un’unica interpretazione si è sempre dimostrata intrinsecamente instabile e temporanea.<br />
Due mesi dopo la rivoluzione, Ennahda è divenuta una formazione politica legale dopo essere stata messa fuori legge per più di vent’anni. Il movimento ha rapidamente ricostituito la sua ala politica, denominandosi formalmente Partito del Movimento Ennahda. Prima delle elezioni per l’Assemblea Costituente, Ennahda ha pubblicato la sua piattaforma elettorale che rifletteva il nuovo impianto ideologico del Partito riducendo al minimo l’attuazione della Sharia e sostenendo i principi di uguaglianza, giustizia, libertà, e pluralismo. Il termine Sharia non è mai nemmeno stato menzionato in tutto il programma. Vi era, inoltre, un’intera sezione del programma dedicata alla posizione del Partito verso i diritti delle donne; in particolare, il programma si impegnava a dare alle donne pieni diritti di cittadinanza, per combattere ogni forma di discriminazione e di violenza, per proteggerne la libertà e incoraggiarne la partecipazione alla vita politica, sociale, ed economica. Il programma affrontava anche i diritti delle minoranze e la libertà di espressione, garantendo, inoltre, l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla Legge, i diritti umani, le libertà individuali, la libertà di stampa e di associazione, oltre che la libertà di fede e di coscienza e i diritti di tutte le minoranze religiose.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È interessante soffermarsi sul rapporto tra Ennahda e il movimento salafita,</strong> di cui abbiamo parlato in precedenza. Inizialmente, il Partito ha seguito una strategia di accomodamento e di integrazione politica e sociale verso i salafiti. Il Partito incoraggiava i gruppi salafiti a partecipare al processo politico, a formare dei Partiti, chiedendogli di astenersi dall’utilizzare la violenza. Poco dopo l’ascesa al potere, Ennahda legalizzò quattro Partiti salafiti, atto che il Governo provvisorio guidato da Essebsi aveva rifiutato di fare in precedenza a causa delle preoccupazioni sul loro impegno democratico. Il Governo della troika ha legalizzato Jabhat al-Islah il 29 marzo del 2012, seguito da Hizb Al-Tahrir il 17 luglio, Hizb Al-Asala e Hizb Al-Rahma il 31 luglio. Al fine di ottenere lo status legale, tutte e quattro le parti si erano impegnate, almeno in teoria, a rispettare i principi democratici, anche se Hizb Al-Tahrir rifiutava la politica dei Partiti in quanto tale. Tuttavia, promuovevano la Sharia come fonte fondamentale della Legislazione.<br />
Le dichiarazioni pubbliche di Ennahda sono apparse per lo più poco chiare riguardo agli attacchi violenti degli attivisti salafiti; infatti, le risposte agli atti violenti non sono mai state troppo dure. Quando un gruppo di salafiti ha attaccato un cinema nella capitale nel giugno del 2011, Ghannouchi ha condannato gli attacchi, sottolineando che Ennahda rifiutava l’uso della violenza e ogni forma di estremismo intellettuale. Allo stesso tempo, tuttavia, ha fatto riferimento al diritto di difendere i “valori tunisini”, un avvertimento che, come osserva Lynch, immediatamente suscitava i sospetti dei critici sulle vere intenzioni del suo Partito.<br />
Nel novembre del 2011, un gruppo di salafiti ha iniziato a dimostrare presso l’Università Manouba nella Capitale contro la politica che proibiva l’uso del velo nelle classi. All’inizio, Ennahda ha sostenuto le proteste riferendosi alla libertà di religione. Presto le dimostrazioni hanno acquisito un carattere violento e alcuni manifestanti hanno rimosso la bandiera nazionale tunisina dall’ingresso dell’Università sostituendola con una bandiera nera che riportava la <i>Shahada</i>, la dichiarazione di fede musulmana. Seguì una protesta nazionale ed Ennahda assunse un ruolo di maggior mediazione, tuttavia, come ha osservato un professore dell’Università, questa mediazione verteva più sull’impegno dell’ateneo a cedere ad alcune richieste dei manifestanti. Inoltre, il Ministero dell’Istruzione Superiore guidato da un esponente del Partito non ha fornito delle direttive in merito alla questione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Inoltre, secondo Donker, Ennahda ha appoggiato</strong> per la prima volta le proteste informali per includere la Sharia nella Costituzione nell’aprile del 2012, in seguito formalmente bloccate. Infine, Ennahda ha annunciato che la Sharia non avrebbe dovuto essere inclusa nella Costituzione come fonte di tutte le Leggi, ma la Carta costituzionale avrebbe dovuto riferirsi all’Islam come religione di Stato, come il testo in vigore in precedenza. In riferimento alle proteste, Ghannouchi annunciò che Ennahda aveva iniziato un dialogo con i salafiti su argomenti delicati. Una delle sue conversazioni con i salafiti fu registrata e successivamente trapelò all’esterno. Nel controverso video, Ghannouchi sosteneva un approccio più graduale per costruire un progetto islamista di successo. In precedenza, aveva già sottolineato come non fosse opportuno imporre la Sharia, dato che i tunisini avevano bisogno di una migliore istruzione per capire cosa fosse. Una versione della conversazione si trova sulla piattaforma digitale Youtube ed è preceduta da un avvertimento sui potenziali pericoli dell’islamismo. Ennahda non ha contestato l’autenticità del video, tuttavia, il Partito ha riferito a Tunisia Live che alcuni passaggi erano stati presi fuori contesto. Secondo Khilfi e Le Nevez, il video sembra essere stato modificato.<br />
Quando dei manifestanti hanno attaccato una galleria d’arte a La Marsa nel giugno del 2012, rivendicando l’azione come risposta ad una mostra di dipinti blasfemi, Ennahda ha etichettato l’incidente come un attacco terroristico. Allo stesso tempo, tuttavia, i simboli religiosi non potevano essere fonte di derisione, ironia o violazione, annunciando che intendeva proporre una disposizione provvisoria contro la blasfemia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 14 settembre, dopo una clip islamofobica prodotta negli Stati Uniti</strong> e caricata su Youtube, i jihadisti salafiti attaccarono l’ambasciata americana nella capitale. Di conseguenza, Ghannouchi dichiarò pubblicamente che i jihadisti salafiti rappresentavano una minaccia per la sicurezza della Tunisia. Inoltre, annunciò che qualsiasi comportamento illecito da parte dei salafiti non sarebbe stato tollerato e che la non-partigianeria delle moschee avrebbe ricevuto una supervisione più stretta. Mentre le violenze jihadiste sono aumentate costantemente, Human Rights Watch ha accusato il governo guidato da Ennahda di non indagare sugli attacchi condotti dagli estremisti.<br />
Nel febbraio e nel luglio del 2013, due politici laici dell’opposizione, Chokri Belaid ehamed Brahmi were killed in attacks (Casey 2013). Mohamed Brahmi, sono stati uccisi. Lo stesso anno, il rapporto tra il Governo e i salafiti ha raggiunto un punto di svolta; infatti, nel maggio del 2013, Ghannouchi ha annunciato che l’annuale incontro di Ansar al-Shari’a in Tunisia, AST, a Kairouan sarebbe stato vietato perché gli organizzatori non ne avevano chiesto l’autorizzazione, come richiesto dalla Legge. Il 27 agosto 2013, il Primo Ministro Ali Larayedh affermò pubblicamente che Ansar al-Shari’a era responsabile degli assassini di Belaid e Brahmi, annunciando, inoltre, che il Governo intendeva denunciare Ansar al-Shari’a come organizzazione terroristica, riferendosi alla sua affiliazione con Al-Qaeda nel Maghreb islamico (AQIM). Durante il suo incarico come Ministro degli Interni, tuttavia, Larayedh era stato più indulgente nei riguardi del violento attivismo salafita, tendendo a minimizzarne le azioni. A questo riguardo, Brody-Barre sostiene che, sebbene Ennahda abbia sempre risposto alla “provocazione salafita”, spesso ciò è avvenuto dopo le proteste pubbliche e le pressioni della società tunisina; semplicemente troppo poco e troppo tardi per rendere credibile l’azione di Ennahda agli occhi della società tunisina laica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Diversi elementi possono essere utilizzati</strong> per comprendere la risposta di Ennahda al salafismo in Tunisia. La storia del Partito può svolgere un ruolo importante nella interpretazione del suo approccio inclusivo verso i movimenti salafiti. Spesso Ghannouchi ha fatto riferimento ai decenni di repressione che i membri di Ennahda avevano vissuto in passato quando gli è stato chiesto dell’approccio del Partito al salafismo. In carcere o in esilio, molti sembravano essere giunti alla conclusione che il dialogo e l’inclusione politica potevano offrire alternative efficaci all’estremismo e che l’esclusione e la repressione potessero essere pericolose.<br />
È interessante domandarsi, quindi, perché è avvenuto un cambiamento nell’approccio del Partito. In primo luogo, il colpo di Stato in Egitto, che ha deposto il Presidente Morsi, ha rappresentato per Ennahda un avvertimento di non inasprire il confronto con i laici. Questo evento ha probabilmente contribuito a rendere l’approccio con i jihadisti più conflittuale, in particolare con Ansar al-Shari’a, rafforzando le esistenti posizioni pragmatiche e graduali all’interno del Partito, che si sono rivelate cruciali per la sua sopravvivenza dentro la società tunisina. Secondo Torelli, tuttavia, alla base di tale decisione vi è stata la necessità di dare un segnale di moderazione ai laici, piuttosto che una vera e propria consapevolezza della pericolosità del movimento salafita. In secondo luogo, Ennahda ha ricevuto una crescente pressione da parte dei Partiti laici, così come dalla società tunisina, nel momento in cui l’attivismo salafita sembrava in costante crescita nel biennio 2012-2013. Inoltre, la pressione per l’adozione di un approccio più duro verso il salafismo è venuto anche dai Paesi occidentali; dopo l’attacco contro l’ambasciata americana, ad esempio, gli Stati Uniti hanno chiesto un giro di vite sull’attivismo salafita. Ennahda giunse alla conclusione che un certo grado di pragmatismo sarebbe stato necessario, non solo verso gli interessi dei laici, ma anche nei confronti degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È importante analizzare le possibili motivazioni</strong> per cui l’atteggiamento di Ennahda verso il salafismo è rimasto piuttosto ambiguo. In primo luogo, potrebbero essere state in gioco delle considerazioni di carattere elettorale, infatti, il Partito probabilmente non voleva alienarsi i voti secolari, così come non voleva inimicarsi i gruppi salafiti ed islamici in generale. Questo approccio potrebbe aver condotto Ennahda verso un difficile e temporaneo bilanciamento, sfociato in un rapporto non chiaro con il salafismo, al fine di non perdere dei voti. Tuttavia, nelle elezioni del 2014, questa linea portò Ennahda a perdere voti su entrambi i fronti. In secondo luogo, i conflitti interni al Partito possono spiegare la reazione di Ennahda verso il salafismo. Marc Lynch ha evidenziato come i leader del Partito avessero molti dubbi su come affrontare la crescita del salafismo. Secondo alcuni studiosi, ciò deriva in parte dai conflitti interni ad Ennahda, in cui non esiste una chiara dicotomia tra il Partito moderato e i movimenti salafiti violenti. Si stima che l’ala più moderata di Ennahda costituisca solo un terzo della base della formazione politica, mentre gli altri due terzi rappresentano visioni più conservatrici. Marks afferma che i disaccordi interni hanno contribuito allo stallo e all’inazione che hanno caratterizzato la risposta di Ennahda alla violenza jihadista. Alexander sostiene che alcuni dei conservatori di Ennahda abbiano legami con i salafiti, soprattutto attraverso le controverse Leghe per la protezione della rivoluzione, sensibili agli interessi salafiti, e che cerchino di mettere sotto pressione i moderati al fine di proteggere il loro fianco destro. Ad esempio, Abdelfattah Morou, Samir Dilou, Hamadi Jebali e Rachid Ghannouchi rappresentano figure più moderate, che perseguono un approccio pragmatico, disposti a scendere a compromessi a scapito dei principi islamici. In contrasto, Sadok Chorou e Habib Ellouze appartengono all’ala più conservatrice di Ennahda, l’ala dottrinale del Partito che sostiene la supremazia della Legge islamica. Le controversie tra coloro che erano in esilio (per lo più con influenze britanniche) e coloro che sono rimasti nelle carceri tunisine potrebbero aver complicato lo sviluppo di una risposta chiara contro l’ascesa del salafismo. Questa divisione interna è stata anche dimostrata dal fatto che i militanti islamisti hanno scelto Sadok Chourou per il Consiglio della Shura di Ennahda.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per quanto concerne la vita politica del Paese,</strong> è possibile notare come quando finalmente le elezioni per l’Assemblea Costituente si svolsero nell’ottobre del 2011 ebbero una grande partecipazione, con il voto di circa il 90% di coloro che si erano registrati. L’elezione è stata trasparente e legittima, accolta come un clamoroso successo per la primavera araba da tutta la regione e dalla comunità internazionale. La chiarezza e la rapidità delle elezioni tunisine diedero al Paese prestigio internazionale e costituirono un precedente da seguire per le altre nazioni della primavera araba.<br />
I risultati delle elezioni videro Ennahda come vincitore, con la conquista di 89 dei 217 seggi dell’Assemblea, tuttavia, non ottenendo una maggioranza netta fu necessaria la creazione di una coalizione di Governo. I tre maggiori Partiti non islamisti ottennero un totale di 65 seggi su 217: il Congresso per la Repubblica conquistò 29 dei 65 seggi, Ettakatol 20 seggi, e il Partito Democratico Progressista 16.<br />
Questi risultati elettorali possiedono un particolare interesse e gettano una luce sul contesto politico interno tunisino. Si riteneva che, data la laicità e la liberalità della popolazione tunisina, un Partito laico avrebbe ottenuto un grande successo nelle elezioni per la Costituente, tuttavia, dopo aver affrontato le politiche laiciste di Ben Ali per trent’anni, il popolo tunisino era pronto per il cambiamento, nella direzione di un tradizionale Partito islamista. Inoltre, Ennahda era una formazione politica meglio organizzata e più unita rispetto ai suoi avversari; come altri Partiti islamisti, si era mostrato molto efficiente nell’ottenere un supporto di base attraverso canali informali, come la moschea. È opportuno rilevare come i Partiti laici e liberali abbiano commesso degli errori che hanno aiutato Ennahda a vincere le elezioni; la disunione e le gravi lotte intestine gli hanno resi inadatti ad ottenere la stessa quantità di voti delle loro controparti islamiche. Il risultato delle elezioni prefigurava un contesto politico polarizzato, in cui Ennahda avrebbe assunto un ruolo dominante e i Partiti laici e liberali si sarebbero affannati per tenerne il passo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Terminate le elezioni e con un’Assemblea Costituente</strong> <strong>eletta</strong> era giunto il momento di decidere chi avrebbe guidato l’Assemblea, svolto un ruolo di primo piano nel Governo e redatto la nuova Costituzione. Dato che Ennahda non aveva raggiunto la maggioranza assoluta nelle elezioni era necessario formare una coalizione di Governo, in cui il Congresso per la Repubblica era il partner dominante, il cui fondatore, Moncef Marzouki, fu eletto come Presidente, mentre il Segretario Generale di Ennahda, Hamadi Jebali, fu nominato Primo Ministro. Come parte dell’accordo di coalizione entrambe le parti sono entrate nell’Esecutivo. Attraverso una coalizione islamista-secolare Jebali formò un Governo che molti ritenevano stabile, ma che in realtà era soltanto una facciata che mascherava una polarizzazione sempre più acuta.<br />
Ciò fu comprensibile attraverso molteplici eventi, ma due in particolare esemplificarono la tensione causata dalle elezioni nella fase di transizione della Tunisia: l’assassinio di Chokri Belaid e la linea politica tecnocratica di Jebali. Il più chiaro esempio della tensione presente all’interno della Tunisia come risultato della polarizzazione è stato l’assassinio del Segretario Generale del Partito dei Patrioti Democratici Chokri Belaid. Il Partito dei Patrioti Democratici è stato un Partito di sinistra laico e, come il suo fondatore Belaid, rigorosamente anti-islamista. Il 6 febbraio del 2012, Belaid fu assassinato da un uomo armato davanti alla sua abitazione nella capitale a causa dei suoi sentimenti anti-islamici e delle critiche severe che rivolgeva ad Ennahda e agli altri Partiti islamisti. Gli uomini che facevano parte del commando che prese parte all’assassinio di Belaid erano salafiti che, come abbiamo scritto in precedenza, avrebbero continuato a cercare di destabilizzare il processo di transizione e lo Stato. Come risposta all’omicidio di Belaid, un certo numero di Partiti di opposizione si ritirò dal Governo e indisse degli scioperi in tutto il Paese. Molti incolparono Ennahda per non aver fatto abbastanza contro i salafiti, permettendogli di espandersi in tutta la Tunisia. L’assassinio di Belaid scosse il Paese e evidenziò come la polarizzazione fosse un ostacolo al processo di transizione, sorprendendo gli osservatori meno accorti che ritenevano la Tunisia un esempio per la transizione dopo la primavera araba.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo mesi di stallo politico all’interno dell’Assemblea Costituente</strong> e l’assassinio di Chokri Belaid, il Primo Ministro Jebali avviò un progetto per porre fine alla situazione di stasi e continuare la transizione della Tunisia verso la democrazia. Jebali riteneva opportuna la creazione di un Governo di tecnici per aggirare la situazione di stallo e riavviare il processo di transizione. Ma i Partiti laici e di sinistra minacciarono di uscire dall’Esecutivo se Jebali e i suoi supporters di Ennahda non si fossero ritirati dalla loro posizione di potere. Le proteste di massa esplosero a causa dell’omicidio di Belaid e del progetto tecnocratico di Jebali, destabilizzando la Tunisia e rendendo necessario un rimpasto di Governo per il ritorno alla stabilità.<br />
Questo episodio di agitazione politica e di instabilità interna alla Tunisia illustra in modo chiarificante come elezioni cariche di tensioni siano controproducenti in una fase di transizione. Le elezioni possono essere utilizzate come fattore legittimante durante un periodo di transizione, ma questo metodo funziona soltanto per un breve lasso di tempo. L’assenza di un contesto costituzionale nel quale sia specificato come debba operare un Esecutivo porta con sé delle conseguenze negative; alti gradi di polarizzazione e l’adozione di un atteggiamento a somma zero producono uno stallo politico, interrompendo la transizione e creando instabilità. Ciò è visibile soprattutto all’interno di un’Assemblea Costituente che ha il compito di redigere una nuova Costituzione.<br />
Come deciso nell’Accordo di coalizione tra Ennahda e il Congresso per la Repubblica, Moncef Marzouki fu eletto Presidente dell’Assemblea Costituente. Una volta eletto, Marzouki nominò Hamadi Jebali, Segretario Generale di Ennahda, come Primo Ministro e gli diede l’incarico di formare un Governo. All’interno dell’Esecutivo, Marzouki aveva le funzioni di Capo dello Stato, mentre Jebali come Primo Ministro aveva le funzioni di Capo del Governo.<br />
Le politiche interne di Marzouki e Jebali differirono enormemente, rendendo difficile definire quale abbia influenzato il processo di transizione. Era stata compiuta la scelta di un Presidente laico e di un Primo Ministro islamista per consentire un’agevole transizione e garantire un buon equilibrio costituzionale, tuttavia, come vedremo in seguito, questo atteso effetto di bilanciamento sarebbe stato capovolto dalla presenza di alti gradi di polarizzazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La politica interna di Moncef Marzouki</strong> può essere rappresentata come una continua ricerca di mediazione. Durante la sua permanenza in carica, ha costantemente esortato tutte le parti sociali e politiche a dare prova di moderazione per il bene del Paese. Fin dal suo primo discorso come Presidente, ha esortato tutte le componenti della società tunisina, sia islamiste sia laiche, a dare sei mesi di pace al nuovo Governo per raggiungere gli obiettivi della rivoluzione dei gelsomini. Anche durante le molteplici crisi che hanno colpito la Tunisia durante il periodo di transizione, Marzouki ha sempre tentato di mediare e di raggiungere un compromesso. Tuttavia, è interessate notare come Marzouki non sia mai stato timoroso mettere sotto accusa i salafiti, responsabili della instabilità interna della Tunisia. In larga misura Marzouki era nel giusto nel ritenere questo gruppo, che voleva imporre una forma puritana dell’Islam, responsabile della violenza e dell’instabilità presenti all’interno del Paese, attraverso aggressioni, atti vandalici e distruzione degli esercizi che vendevano alcoolici. Purtroppo, Marzouki non ha avuto l’effetto sulla politica interna che ha avuto invece il Primo Ministro Jebali.<br />
Jebali ha intrapreso una strada diversa per percorrere e governare il delicato processo di transizione. A differenza della politica di compromesso di Marzouki, Jebali ha improntato un percorso di confronto, il cui maggior esempio può essere riscontrato nell’incidente sul Governo tecnocratico del 2013. Invece di cercare di appianare le differenze e trovare un compromesso e una cooperazione, Jebali optò per una presa di potere. Il tentativo di eludere il Governo condusse ad un dramma politico che avrebbe potuto portare alla sua caduta e ad una smisurata instabilità nel Paese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’Assemblea Costituente si ritrovò in una fase di stasi,</strong> senza alcun progresso, mentre l’assassinio della più importante figura dell’opposizione gettava la Tunisia nel caos. Per risolvere la crisi, Jebali aveva presentato una mozione che permetteva al Governo di essere gestito da un gruppo di tecnocrati, fino a nuove elezioni e fino a quando non fosse stata redatta la nuova Costituzione. Il suo obiettivo era consentire una transizione più agevole e veloce. Ma se questa mozione fosse passata essa avrebbe cancellato i progressi fatti e sarebbe andata contro le aspirazioni della rivoluzione dei gelsomini. I liberali e i laici rigettarono immediatamente la proposta, ritenendola una mossa deliberata per usurpare il Governo democratico e creare uno Stato dittatoriale che si sarebbero impegnati a rovesciare. Jebali minacciò che, nel caso la sua mozione non avesse ottenuto il nulla osta dall’Assemblea, avrebbe rassegnato le dimissioni in modo tale da portare il processo di transizione ad una battuta d’arresto. Non solo i membri del Parlamento, ma anche la popolazione tunisina, si schierarono contro Jebali, scendendo in piazza per chiedere le dimissioni del Primo Ministro e l’uscita del suo Partito dall’Esecutivo. Ennahda comprese pienamente come il contesto nazionale instabile fosse una minaccia per la sua posizione all’interno dell’Esecutivo allo stato attuale e in future elezioni, per questo abbandonò il suo leader. Da ciò risultarono le dimissioni di Jebali e il fallimento del Primo Governo eletto dopo la primavera araba.<br />
Questo evento ha avuto un enorme impatto sulla Tunisia, cambiando l’immagine internazionale del Paese come esempio per la transizione politica dopo la primavera araba. Ha anche significato una battuta d’arresto nel processo di transizione dal momento che il Parlamento ha dovuto riorganizzarsi e nominare un nuovo Primo Ministro. Risultano chiari gli effetti negativi delle elezioni sui Governi del post primavera araba, infatti, le votazioni offrivano una legittimazione soltanto apparente, rendendo improbabile un cambiamento istituzionale durante il loro svolgimento. Una Costituzione avrebbe fornito un contesto istituzionale e giuridico nel quale il Governo avrebbe potuto operare riducendo la polarizzazione ideologica, evitando così le fasi di stallo, inoltre, avrebbe contenuto il potere di Jebali facendogli perdere ogni legittimità, in modo da evitare che la popolazione scendesse ancora in piazza, minando la stabilità del Paese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non molto tempo dopo le dimissioni di Jebali,</strong> il premier designato Ali Laarayedh presentò al Presidente un nuovo Governo di coalizione guidato dal suo Partito Ennahda. Il nuovo Esecutivo avrebbe condotto la Tunisia alle elezioni fissate per la fine del 2013. Il nuovo Esecutivo era nato molto in fretta attraverso delle brevissime consultazioni per risolvere la crisi politica causata dall’incidente del Governo tecnocratico, dalla stasi politica, e dall’assassinio di Belaid.<br />
È interessate soffermarci anche sulla politica estera della Tunisia dopo la primavera araba, la cui caratteristica saliente fu il passaggio da una politica estera focalizzata sull’Europa ad una di non-allineamento. La politica estera di Ben Ali era finalizzata ad accattivarsi il favore delle potenze europee, specialmente della Francia, per incentivarne gli investimenti e il turismo nel Paese. Dopo la fine del regime di Ben Ali, l’attenzione si è spostata verso gli Stati vicini del Maghreb; infatti, il Presidente Marzouki aveva cercato di rivitalizzare l’Unione Araba del Maghreb per migliorare le performance economiche della Tunisia attraverso una maggiore integrazione con i vicini del Nord Africa.<br />
L’esempio più rivelante della nuova politica estera può essere riscontrato nei rapporti con la Siria. La Tunisia sosteneva i ribelli siriani, ma era contraria all’intervento delle potenze straniere, ritenendo che una loro intromissione avrebbe creato problemi maggiori. Tuttavia, tale linea politica poneva la Tunisia nel campo opposto a quello dei suoi più stretti alleati e alle fonti degli aiuti internazionali. I donatori erano la Francia, la Turchia, gli Emirati Arabi Uniti e il Kuwait che sostenevano i ribelli ma, contemporaneamente, ritenevano necessario l’intervento internazionale per deporre il regime di Assad. Soprattutto la Francia, che è stato il Paese occidentale che più ha fatto pressioni per l’intervento militare degli Stati Uniti, era uno dei principali fornitori di armi ai ribelli.<br />
La scelta di concentrarsi meno sull’Europa e l’assunzione di una posizione contraria a quella degli alleati occidentali sulla crisi siriana potevano concorrere ad una maggiore instabilità del Paese, soprattutto dal punto di vista economico; infatti, l’economia nazionale era ulteriormente rallentata a causa dell’instabilità, producendo conseguenze negative per molte aziende, in particolare quelle turistiche.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il nuovo Governo guidato da Ennahda</strong> non ha condotto alla fine della polarizzazione e della fase di stallo che aveva caratterizzato l’Assemblea Costituente prima dell’assassinio di Belaid e l’incidente dell’Esecutivo tecnocratico. Il contesto interno si è esacerbato ed è arrivato ad un punto di rottura nel luglio del 2013, quando Mohamed Brahmi, figura di spicco dell’opposizione, è stato ucciso davanti alla sua abitazione in modalità simili a quelle del collega Belaid. Brahmi era un socialista e un nazionalista, leader della coalizione del Fronte Popolare. Le autorità tunisine rilasciarono una dichiarazione in cui affermavano che per l’omicidio era stata utilizzata la stessa arma del delitto Belaid, indicando esplicitamente la responsabilità dei militanti salafiti.<br />
La reazione della popolazione all’assassinio è stata la stessa dell’omicidio Belaid. Ma questa volta un cambio di leadership non era sufficiente; infatti, circa 60 membri dell’Assemblea Costituente hanno lasciato il Governo costringendo la Costituente a sospendere i lavori a tempo indeterminato. I manifestanti chiedevano ad Ennahda di lasciare l’Esecutivo e lo incolpavano dell’assassinio. Questo periodo vide le più grandi proteste in Tunisia dalla primavera araba e divise la società civile tunisina in due campi contrapposti: anti-governativo e filo-governativo.<br />
I manifestanti anti-governativi volevano che il Governo fosse sciolto, ritenendolo incapace di sviluppare l’economia, redigere una Costituzione, e trattenere i gruppi militanti in Tunisia, specialmente i salafiti. Questo gruppo aveva dalla sua parte anche il potente sindacato dell’Unione Generale dei lavoratori Tunisini che rilasciò una dichiarazione in cui chiedeva le dimissioni del Governo per consentire la formazione di un Esecutivo tecnico. Dall’altra parte, i manifestanti filo-governativi sostenevano la legittimità dell’Esecutivo eletto dal popolo e etichettavano gli anti-governativi come seguaci delle vecchie figure del regime che volevano far fallire la democrazia. Questi gruppi rivali si sono scontrati diverse volte e la polizia è dovuta intervenire con gas lacrimogeni e altre tecniche anti- sommossa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le massicce proteste e gli scioperi organizzati dal Fronte di Salvezza Nazionale,</strong> una nuova coalizione di Partiti di opposizione e di organizzazioni della società civile, si sono progressivamente espansi in tutto il Paese e nella capitale. I manifestanti sostenevano che il Governo della troika- ed Ennahda in particolare- doveva essere ritenuto responsabile delle violenze perpetrate in Tunisia. Inoltre, l’Assemblea Costituente aveva perso ogni legittimità poiché il tempo concesso per redigere la Costituzione era scaduto. Il risultato di queste proteste fu l’interruzione del processo costituzionale.<br />
La risposta del Governo della troika è essenziale per comprendere l’esito della transizione in Tunisia, in quanto permise la ricostruzione del consenso necessario per l’approvazione della Costituzione. Il 7 agosto, il Presidente della Costituente Mustapha Ben Jaafar, fondatore di Ettakatol, sospese i lavori fino a quando tutti i Partiti non avessero partecipato al dialogo nazionale. Anche se questa decisione è stata estremamente controversa e impopolare tra i manifestanti, il Fronte di Salvezza Nazionale, gli altri Partiti, compreso Ennahda, Ben Jaafar e Ettakatol, dimostrarono il loro impegno per la democrazia e la conservazione dei progressi fatti durante la fragile transizione della Tunisia.<br />
La sospensione della Costituente ha allentato parzialmente la pressione ed ha permesso la formazione di uno spazio per il dialogo. Tuttavia, la crisi continuava a persistere tanto che l’opposizione chiedeva ancora la decadenza del Governo e lo scioglimento della Assemblea Nazionale Costituente, trovando il parere contrario di Ennahda, che era anche riluttante a consegnare il potere ad un Esecutivo non eletto di tecnocrati che potevano reintrodurre le politiche repressive del passato regime. Il punto di svolta si verificò il 6 ottobre, quando Ennahda e altri venti Partiti, aiutati dalla mediazione dall’Unione Generale dei Lavoratori Tunisini, stilarono un accordo che delineava una tabella di marcia per risolvere la situazione e riprendere il lavoro sulla Costituzione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La disposizione fondamentale della tabella di marcia</strong> era il ritiro di Ennahda dal Governo per la ratifica della Costituzione, rompendo la situazione di stasi e permettendo di andare avanti con il processo di transizione. Accettando di dimettersi, Ennahda ha anteposto l’interesse della Nazione a quelli propri. In un’intervista concessa dopo la ratifica della Costituzione, Ghannouchi spiegò che, pur essendo Ennahda consapevole di avere il diritto di mantenere il potere a causa della vittoria elettorale, il popolo tunisino non avrebbe ottenuto una Costituzione senza le dimissioni del Partito. Inoltre, l’opposizione si era ritirata dall’Assemblea Costituente e si rifiutava di continuare i lavori; Ennahda avrebbe potuto continuare i lavori da solo, ma avrebbe creato una Costituzione per il Partito, non per il popolo tunisino. Queste erano le ragioni alla base del difficile percorso iniziato.<br />
Nonostante le sue preoccupazioni, Ennahda si poté dire soddisfatto del fatto che l’adozione della Costituzione avresse impedito ad un Governo ad interim di annullare le elezioni e attuare un giro di vite sull’organizzazione politica.<br />
Il dialogo nazionale tra Ennahda e l’opposizione, con la mediazione del sindacato, riprese a fine ottobre e durò fino a dicembre. Le trattative proseguirono al di là delle scadenze prefissate originariamente nella tabella di marcia, le parti hanno continuato a negoziare e a metà dicembre si accordarono su Mehdi Jomaa, un uomo d’affari, per l’incarico di Primo Ministro fino alle prossime elezioni, fornendo all’Assemblea Costituente la stabilità necessaria per riprendere la stesura della Costituzione e avviarsi verso il voto. Di conseguenza, la Tunisia risolse con successo la crisi di consenso. Il 3 gennaio del 2014, l’Assemblea Nazionale Costituente ha iniziato il voto sul testo costituzionale. Dopo tre settimane, molti dibattiti e la revisione di alcuni articoli, l’Assemblea Costituente adottò la Costituzione con il 92% di voti a favore. La nuova Costituzione è entrata in vigore il 26 gennaio del 2014.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nell’analizzare la Costituzione tunisina</strong> si concentrerà l’attenzione su tre temi: lo status della Sharia; i diritti delle donne; la libertà di credo. Sono state scelte queste tre aree perché solitamente in queste gli islamisti ricevono le critiche più aspre da parte dei gruppi laici nazionali e internazionali. Inoltre, le tre aree sono ritenute essenziali per la formazione di uno Stato civile democratico.<br />
Nella Costituzione tunisina del 2014, lo status della Sharia brilla per la sua assenza. L’articolo 1 è l’unico che si occupa in modo esplicito del ruolo dell’Islam nei confronti dello Stato. Esso afferma che la Tunisia è uno Stato libero, indipendente e sovrano, l’Islam è la sua religione, l’arabo la sua lingua, e la sua forma di Governo è la Repubblica. Ciò nonostante, l’omissione della Sharia dalla Costituzione è un messaggio molto chiaro per tutti i movimenti islamici. Il consenso per la conservazione della formulazione precedente della Costituzione è stato raggiunto piuttosto in fretta in una modalità che serviva gli interessi di tutti i Partiti. Subito dopo le elezioni del 2011, i leader dei Partiti politici hanno deciso di mantenere il primo articolo della Costituzione precedente e l’esclusione del termine Sharia. Ghannouchi ha affermato che la Sharia era da considerare come un insieme di valori morali per gli individui e la società, non un rigoroso codice da applicare al sistema legislativo di un Paese.<br />
Nella primavera del 2012, Ennahda ha cominciato a dibattere la questione se la Sharia dovesse essere inclusa nella Costituzione. Anche se in precedenza Ghannouchi e gli altri dirigenti avevano espresso il loro sostegno all’idea che la Sharia non fosse inclusa, non si trattava di una dichiarazione ufficiale, rappresentativa a livello nazionale. Il Partito ha poi dibattuto il problema nel proprio Consiglio della Shura. Come osserva Marks, la questione se omettere il riferimento alla Sharia si è rivelata essere un non-problema; le élite del Partito, di cui faceva parte Ghannouchi, che avevano a lungo sostenuto una concezione più ampia della Sharia sottolineandone i principi astratti invece che le norme specifiche, sono state in grado di creare un vasto consenso all’interno del Partito per non includere il termine.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il desiderio di mantenere l’unità nazionale</strong> è stato sovente citato come la ragione principale per conservare invariato l’articolo 1. Ennahda ha deciso di evitare qualsiasi menzione della Sharia nella Costituzione al fine di non alienarsi i gruppi liberali e laici. Con questa articolazione dell’articolo 1, la Costituzione tunisina stabilisce un valido precedente per coloro che cercano di conciliare l’Islam e la democrazia nel mondo arabo.<br />
La Costituzione tunisina esplicita e garantisce ripetutamente l’uguaglianza di genere. La questione dei diritti è un tema particolarmente rilevante per le donne tunisine, poiché con l’emanazione del Codice dello Statuto della Persona nel 1956 hanno avuto il diritto di divorziare, di avere la custodia dei figli, il diritto di percepire pensioni come mogli e divorziate, ed hanno usufruito di diritti di successione impensabili in altri Paesi arabi. Il Codice introduceva anche il divieto della poligamia e stabiliva un’età minima per il matrimonio. Il possesso di diritti così progressisti per un Paese arabo ha fatto in modo che le donne tunisine sostenessero con forza, durante la transizione, la protezione dei loro diritti all’interno della Costituzione.<br />
In seguito alla pubblicazione di una prima bozza della Costituzione, esplose una polemica sulla formulazione dell’articolo 46 che recitava: “(…) le garanzie statali per la protezione delle donne, la promozione dei loro diritti e dei loro interessi, come veri e propri partner degli uomini nella missione di costruzione della Patria, il cui ruolo dovrebbe essere complementare all’interno della famiglia”. Furono organizzate delle marce di protesta in tutto il Paese per la formulazione di questo articolo che definiva il ruolo della donna come complementare a quello dell’uomo. Tuttavia, è possibile che vi sia stato un fraintendimento dovuto all’errata traduzione inglese della bozza. Marks rileva che la parola araba tradotta in inglese e francese come “complementari” potrebbe anche significare “adempiere” o “si completano a vicenda”, non avendo nessuna connotazione umiliante. Durante il periodo dei disordini, Ennahda rilasciò anche una dichiarazione affermando che la bozza descriveva semplicemente i ruoli complementari dell’uomo e della donna nel contesto familiare e che l’uguaglianza dei coniugi era sottolineata nella stessa bozza. Ennahda ha poi deciso di eliminare questa parte dell’articolo, rimuovendo alla radice il problema.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella versione finale, la Costituzione contiene quattro articoli</strong> che garantiscono esplicitamente l’uguaglianza di genere e stabiliscono la responsabilità dello Stato per l’empowerment delle donne. L’articolo 21 afferma: “tutti i cittadini, maschi e femmine allo stesso modo, hanno uguali diritti e doveri, e sono eguali davanti alla Legge senza alcuna discriminazione”. L’articolo 40 afferma inequivocabilmente l’uguaglianza di genere sul posto di lavoro, il diritto ad adeguate condizioni di lavoro, e ad un salario equo sia per gli uomini sia per le donne.<br />
Gli articoli 34 e 46 incaricano lo Stato di garantire la parità di genere nella sfera politica. Quest’ultimo articolo prescrive come prioritaria per lo Stato la pari rappresentanza di donne e uomini. L’articolo 46 conserva lo status progressista ottenuto dalle donne tunisine nel mondo arabo, affermando che “lo Stato deve impegnarsi a tutelare i diritti raggiunti dalle donne cercando di sostenerli e svilupparli”.<br />
Nel loro insieme, questi articoli dimostrano l’impegno della Tunisia per garantire un ruolo sostanziale delle donne nella società e nella politica, fattore importante per stabilire la dimensione partecipativa di una democrazia sana.<br />
Per quanto concerne la libertà di culto, la Costituzione riequilibra la libertà di credo con le sensibilità culturali di una società in maggioranza musulmana. L’articolo 6 garantisce la libertà di credo e le pratiche religiose. In particolare, però, si chiede anche allo Stato di diffondere i valori della moderazione e della tolleranza. Si suppone che anche lo Stato debba adempiere a tale dovere proteggendo la religiosità e prevenendo gli attacchi verso di essa, evitando di definire qualcuno come apostata e impegnandosi contro l’incitamento all’odio e alla violenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La struttura dell’articolo è il frutto</strong> di un compromesso tra Ennahda e i Partiti laici. Da un lato, la blasfemia costituisce un tema molto sensibile per l’identità del Partito, che aveva introdotto un articolo nella prima bozza che criminalizzava la bestemmia. Alcuni membri del Partito hanno sostenuto l’articolo in quanto avrebbe protetto l’odine pubblico e la sicurezza, dissuadendo i tunisini dal peccare contro Dio insultando la religione, e preservato da future restrizioni alla pratica dell’Islam, come durante il precedente regime.<br />
In ultima analisi, questi esponenti del Partito cedettero alla maggioranza dopo lunghi colloqui con esperti locali e internazionali,204 che li convinsero che la Costituzione non era il luogo migliore in cui criminalizzare la Legislazione, come ricorda Marks. Dovendo scendere a compromessi, hanno tuttavia fatto pressioni affinché vi fosse un riferimento al dovere dello Stato di proteggere la religione.<br />
Nell’autunno del 2014, si sono tenute le elezioni parlamentari e presidenziali per sostituire l’Assemblea Nazionale Costituente. La natura libera e trasparente di queste elezioni e il trasferimento pacifico del potere che seguirono sono indicativi dell’influenza stabilizzante della Costituzione. Inoltre, il desiderio di inclusione che ha caratterizzato il periodo di redazione della Carta costituzionale sembra che sia stato trasposto nella formazione del successivo Governo. Tuttavia, il consolidamento della democrazia in Tunisia non è ancora assicurato e richiede un ulteriore importante lavoro.<br />
L’arresto per le critiche verso i militari della blogger Yassine Ayari dimostra quanto siano ancora necessari dei progressi in tema di libertà di espressione. La costante minaccia dei gruppi militanti e i recenti attacchi terroristici al museo del Bardo hanno testato anche le capacità del Governo di bilanciare l’esigenza della sicurezza con la protezione delle libertà civili.<br />
Il successo nella formulazione della nuova Costituzione ha notevolmente aumentato la possibilità che la democrazia metta salde radici nel Paese. Il ruolo fondamentale di Ennahda in questo sviluppo suggerisce che i movimenti islamici possano contribuire positivamente al sistema istituzionale e politico, offrendo, inoltre, un esempio agli altri gruppi islamici moderati della regione.<br />
Il modello tunisino non può essere replicato puntualmente altrove, tuttavia, rappresenta una fonte di ispirazione per coloro che credono possibile la compatibilità tra Islam e democrazia.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><b><br />
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<p style="text-align: justify;">(A Short) History of Tunisia <a href="http://www.localhistories.org/tunisia.html">http://www.localhistories.org/tunisia.html</a></p>
<p style="text-align: justify;">History of Tunisia <a href="http://worldstatesmen.org/Tunisia">http://worldstatesmen.org/Tunisia</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/peace/laureates/2015/press.html">http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/peace/laureates/2015/press.html</a> <i>Nobelprize.org </i>“The Nobel Peace Prize 2015 &#8211; Press Release” Nobel Media AB 2014.</p>
<p style="text-align: justify;">World Socialist Web Site, “Tunisian Political Parties Organize ‘National Dialogue’” <a href="https://www.wsws.org/en/articles/2013/10/15/tuni-o15.html">https://www.wsws.org/en/articles/2013/10/15/tuni-o15.html</a></p>
<p style="text-align: justify;">World Economic Forum. Global Gender Gap Report 2015, “The Global Gender Gap Report 2015.” <a href="http://reports.weforum.org/global-gender-gap-report-2015/">http://reports.weforum.org/global-gender-gap-report-2015/</a></p>
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		<title>LA PRIMAVERA ARABA IN EGITTO, LUCI E OMBRE</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2017 14:07:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Daniela Franceschi - Le dinamiche sviluppatesi dopo le dimissioni di Mubarak offrono l’opportunità di analizzare nel concreto l’impatto di un movimento rivoluzionario in un Paese in cui sono assenti istituzioni basilari per uno Stato democratico. Nel dicembre del 2010 uno venditore ambulante di nome Mohamed Bouzazi si diede fuoco &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="center"><span style="color: #000000;">di Daniela Franceschi -</span></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong><span style="color: #000000;">Le dinamiche sviluppatesi dopo le dimissioni di Mubarak offrono l’opportunità di analizzare nel concreto l’impatto di un movimento rivoluzionario in un Paese in cui sono assenti istituzioni basilari per uno Stato democratico.</span></strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Nel dicembre del 2010 uno venditore ambulante di nome Mohamed Bouzazi</strong> si diede fuoco in un disperato atto di immolazione contro il potere autoritario e dispotico delle forze di polizia tunisine. Nessuno avrebbe potuto prevedere che un tale gesto isolato avrebbe così rapidamente varcato i confini nazionali tunisini per poi innescare una serie di eventi destinati a sconvolgere l’intero Medio Oriente. Un’onda travolgente di proteste e movimenti rivoluzionari sviluppatasi in Tunisia prima, e progressivamente in tutta la regione, ha modificato le caratteristiche di Paesi che solo alcuni anni prima sembravano destinati a mantenere uno stagnante e passivo status quo. Per comprendere l’impatto di tali movimenti anche al di fuori della regione si potrebbe semplicemente pensare al fatto che, sette anni dopo, il Medio Oriente è ancora al centro di dibattiti politici, economici e sociologici, e che la cause e gli esiti delle proteste sono oggetto di discussione all’interno della comunità internazionale.<br />
La cosiddetta “primavera araba”, un termine coniato in riferimento ai movimenti di rivolta accaduti a Praga nel 1968 o anche prima in Europa durante il XIX secolo, esplose in tutta la regione rovesciando i Governi di Egitto, Yemen, Libia e Tunisia, scuotendone molti altri, dimostrando che Mohamed Bouzazi non era solo nella sua indignazione, come recitava lo slogan “siamo tutti Bouzazi”.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>La primavera araba ha mostrato come le popolazioni del Medio Oriente</strong> abbiano iniziato a condividere qualcosa che andava oltre la loro lingua e religione; infatti, hanno iniziato a condividere un sentimento comune di frustrazione verso il loro sistema politico, socio-economico e verso la propria esistenza. Ha avuto così inizio un viaggio che avrebbe dovuto condurre tali popolazioni verso la libertà, la parità dei diritti, la partecipazione politica e la giustizia economica; nella realtà, la primavera araba non ha condotto verso tali obiettivi. Sette anni dopo l’inizio delle rivolte, è opinione diffusa che la primavera araba non sia stata un fenomeno omogeneo; infatti, a differenza di altre rivolte storicamente rilevanti, quali ad esempio quelle dell’ex blocco sovietico da cui la primavera araba ha romanticamente preso in prestito il suo nome, i Paesi arabi non appartengono ad un impero consolidato e istituzionalizzato, essendo delle entità autonome che condividono al più alcune caratteristiche comuni transnazionali.<br />
Questa proprietà chiave emerge con chiarezza dall’analisi della primavera araba stessa, dalla diffusione delle rivolte e dai differenti effetti ottenuti nei vari Paesi arabi. Sarebbe del tutto errato, quindi, esaminare gli effetti di questi movimenti rivoluzionari attraverso una “grande lente regionale”, dato che il risultato difficilmente rifletterebbe una rappresentazione veritiera delle dinamiche specifiche che hanno avuto luogo in ogni Stato arabo. Sebbene il Medio Oriente sia spesso tratto come una singola realtà, soprattutto nell’ambito dell’analisi geo-politica globale, le specificità delle società e delle istituzioni locali differiscono da Paese a Paese, richiedendo, quindi, un approccio molto più contestualizzato, almeno per quanto concerne l’analisi delle conseguenze del fenomeno. È interessante notare come, mentre gli effetti dei movimenti siano stati multi-direzionali, le cause originarie siano apparse dall’inizio transnazionali. Si potrebbe affermare che la natura di questi movimenti rivoluzionari sia stata forgiata attraverso l’attrito tra un forte impulso transnazionale verso una democrazia idealizzata e la presenza di forze condizionanti le cui caratteristiche principali erano identiche in ogni Paese.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>L’idea di democrazia nel mondo arabo</strong> non era molto diversa da quella Occidentale, in quanto si fondava su principi che tutti noi possiamo riconoscere essere le basi per qualsiasi sistema democratico: garanzia di libertà, diritti civili e politici, giustizia e uguaglianza, un sistema democratico di Governo legittimato dalla popolazione, divisione dei poteri, pluralismo politico, un miglioramento della situazione economica, stabilità e sicurezza sociale. Rammentando, come scritto in precedenza, che ogni Paese arabo è diverso per storia, tradizioni, sistemi politici ed economici, un tale impulso condiviso verso la democrazia è stato originato da un altro elemento in comune tra i diversi Paesi arabi, un malcontento accresciuto e di lunga durata verso i sistemi di potere esistenti. Infatti, se analizziamo i sistemi di <i>governance</i> adottati negli Stati arabi, possiamo notare come le loro caratteristiche salienti si scontrino con l’idea di democrazia descritta sopra: uno Stato fortemente centralizzato, assenza di pluralismo politico, mancanza di legittimità, forti barriere alla partecipazione alla vita politica, repressione sociale e corruzione. La tensione tra le ambizioni democratiche non mantenute e questi regimi autoritari emerge chiaramente attraverso l’analisi di alcuni dei principali Paesi in cui la primavera araba è esplosa. Tunisia, Egitto, Yemen e Libia, per citarne alcuni, avevano formalmente la forma statuale di Repubbliche, ma nella pratica si configuravano come <i>repubbliche monarchiche</i>, poiché il potere detenuto da leader come Ben Ali, Mubarak e Gheddafi era assoluto e totalitario.<br />
Al di là delle ambizioni democratiche del Mondo arabo, vi furono almeno due fattori che innescarono la primavera araba e condussero la regione ad una rapida e contagiosa diffusione delle rivolte: le difficoltà economiche e i problemi sociali.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>La condizione economica di questi Paesi</strong> si rileva fondamentale per capire l’origine della primavera araba. Nonostante la posizione rilevante nel commercio internazionale, risorse di base senza eguali e un vasto mercato del lavoro giovanile, la performance economica di questi Paesi è stata molto deludente: corruzione, diseguale distribuzione della ricchezza, sovvenzioni a settori non petroliferi improduttivi e un’impressionante disoccupazione, furono alcune della cause di fortissima preoccupazione e malcontento tra la popolazione. Nonostante le promesse di una vita migliore da parte della propaganda, le assicurazioni di riforme, di liberalizzazione e di una crescita generale dell’economia, la maggior parte della popolazione viveva in povertà. La crisi economica globale ha ulteriormente aggravato le condizioni di queste popolazioni, infatti, sebbene questi Paesi siano stati in qualche modo protetti a causa del loro sistema finanziario chiuso, riuscendo a sopravvivere all’impatto diretto della crisi, non sono riusciti a sopravvivere alle conseguenze della recessione economica in altri Stati, come in Europa, a cui erano fortemente legati per l’esportazione di prodotti agricoli e manifatturieri. Ciò ha peggiorato in modo esponenziale lo standard di vita della maggior parte della popolazione araba, innescando le rivolte, anche se la crisi economica non è stata la causa diretta della primavera araba. La povertà e il malcontento hanno caratterizzato il mondo arabo anche prima della recessione globale, che, pertanto, ha avuto il ruolo di aggravare una situazione già piuttosto instabile e precaria.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Un altro fattore, che si è intrecciato con la crisi economica,</strong> riguarda l’aspetto demografico. Dal 1950 ad oggi, i Paesi del Medio Oriente hanno registrato un’impressionante crescita della popolazione, dal 2% al 3% all’anno, in contrasto con l’1.2% del restante pianeta. Il declino della mortalità infantile e l’aumento del tasso di fertilità hanno condotto questi Paesi a sperimentare prima un aumento della percentuale di bambini, e poi, con un conseguente lento declino della fertilità, un aumento significativo dei giovani con un’età compresa tra i 15 e i 24 anni, che costituiscono circa i due terzi della popolazione della regione. Questi dati si rilevano particolarmente allarmanti se incrociati con quelli sulla disoccupazione, che ha raggiunto percentuali molto alte.<br />
La rabbia dei giovani disoccupati si è rivolta verso l’ambito politico e economico: il sistema politico era statico, autoritario e corrotto; il sistema economico appariva diseguale, stagnante e generalmente incapace di offrire una prospettiva per il futuro.<br />
Come accennato in precedenza, l’onda della primavera araba ha infine portato con sé il rovesciamento di alcuni regimi arabi ma non ha dato inizio ad un processo di vera democratizzazione, bensì ad un confuso e instabile processo di trasformazione capace di innescare delle guerre civili dalla difficile soluzione, come in Siria, Yemen e Libia.<br />
Rispetto alle rosee aspettative di molti intellettuali e politici occidentali sulla progressiva democratizzazione del Medio Oriente, nel corso degli anni abbiamo potuto osservare aprirsi per molti di quei Paesi in cui è avvenuta la primavera araba un periodo storico ancora più drammatico, come ci mostra il caso dell’Egitto, oggetto di questo studio data la sua preminenza storica e il suo ruolo centrale nel Medio Oriente.<br />
</span></p>
<div id="attachment_5802" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/01/Sadat_-_Mubarak.jpg"><img class=" wp-image-5802" alt="Sadat_-_Mubarak" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/01/Sadat_-_Mubarak.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Mubarak e Sadat</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>È opportuno soffermarsi brevemente sulla Fratellanza Musulmana.</strong> Mentre l’Egitto è sempre stato un Paese profondamente religioso, il moderno Islam politico è apparso sulla scena nazionale soltanto nel 1928, con la creazione della Fratellanza Musulmana da parte di Hassan al-Banna.<br />
La Fratellanza è stata creata come movimento sociale e politico pan-islamico, in parte come risposta alla caduta dell’impero ottomano e all’abolizione del califfato in Turchia da parte di Moustafà Kemal Ataturk. Questa soppressione fu considerata da molti devoti musulmani, incluso al-Banna, come una battuta d’arresto, in quanto riteneva il califfato una necessità per l’Islam.<br />
I Fratelli Musulmani si basano su due importanti principi. Il primo è l’adozione della Sharia come piattaforma legislativa per la gestione dello Stato e della società; infatti, essi affermano che l’Islam è uno Stato così come la religione. Ciò implica che le idee laiche siano intrinsecamente non islamiche e quindi i musulmani che chiedono uno Stato laico potrebbero essere considerati non credenti. La Fratellanza ha opinioni molto conservatrici sulla parità di genere e sul ruolo delle donne nella società, che devono indossare dei capi di abbigliamento castigati. Inoltre, sostengono la separazione dei sessi nelle scuole e nei luoghi di lavoro. Ritengono anche che le espressioni culturali dovrebbero riflettere la natura islamica della società, quindi hanno spesso invocato la censura per i libri e i film considerati contrari all’islam; data questa posizione i Fratelli Musulmani sono sempre stati in disaccordo con l’élite culturale e artistica dell’Egitto.<br />
Il secondo principio della Fratellanza è quello di unificare gli Stati islamici e di liberarli dall’imperialismo straniero.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>La storia dei Fratelli Musulmani è segnata dalla violenza.</strong> Durante la seconda guerra mondiale sono stati accusati di collaborare con le Potenze dell’Asse con l’obiettivo di contribuire a liberare l’Egitto dall’imperialismo britannico. Essi sono stati coinvolti in diversi attentati e omicidi. Di conseguenza, il Governo egiziano vietò la Fratellanza e arrestò molti dei suoi leader nel 1948. La Fratellanza rispose uccidendo il Primo Ministro, dimostrando che essi erano potenti quanto lo Stato egiziano e che potevano uccidere anche il Capo dell’Esecutivo. Al- Banna stesso fu poi assassinato, molto probabilmente per rappresaglia. I Fratelli Musulmani sono stati anche accusati di aver preso parte al grande incendio che devastò il Cairo nel 1952, quando circa 750 edifici, soprattutto locali notturni, ristoranti, bar e alberghi nel centro della città, bruciarono.<br />
Successivamente, dopo un altro tentativo di assassinio nei confronti di Nasser a metà degli anni Sessanta, lo Stato ha dato inizio a una dura repressione nei confronti della Fratellanza, proibendola nuovamente, arrestando e condannando a morte molti dei suoi leader.<br />
Nasser è sempre stato considerato la nemesi della Fratellanza Musulmana. Ancora oggi, gli oppositori dei Fratelli Musulmani spesso portano le immagini di Nasser, le cui dichiarazioni contro la Fratellanza sono ampiamente pubblicizzate sui social media.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Quando il Presidente Anwar al-Sadat è salito al potere</strong> a seguito della morte di Nasser nel 1970, la sua preoccupazione principale era recuperare la Penisola del Sinai occupata da Israele dopo la guerra dei Sei Giorni del 1967. Ciò richiedeva che egli spostasse l’Egitto dal campo sovietico, avvicinandosi all’Occidente in particolare agli Stati Uniti, affrontando, nel contempo, una dura resistenza da parte dei Partiti di sinistra, che cercò di neutralizzare mediante l’apertura ai Fratelli Musulmani, consentendogli di uscire dal carcere e di svolgere alcune attività, pur rimanendo ufficialmente vietati.<br />
Sadat era un musulmano devoto, ma anche un militare e un nazionalista, quindi, era quasi inevitabile che si sarebbe scontrato con la Fratellanza. Ciò è accaduto dopo la firma dell’Accordo di Camp David nel 1978 e il Trattato di pace con Israele nel 1979. Sadat fu assassinato da un islamista, membro di una diramazione della Fratellanza. I nazionalisti e molti membri delle Forze Armate che ammirano Sadat continuano a ritenere la Fratellanza responsabile della sua morte.<br />
La Fratellanza ha ufficialmente annunciato di sostenere la democrazia e di respingere la violenza, tuttavia i suoi detrattori pensano che è difficile avere un sistema davvero democratico nel contesto di uno Stato religioso disciplinato dalla Sharia, così come ottenere un dibattito politico ragionevole quando la controparte insiste sull’uso di citazioni del Corano per affermare la sua posizione. Si sottolinea, inoltre, che molti membri della Fratellanza continuano ad usare mezzi violenti contro i loro avversari ed inoltre sono spesso armati.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Il contesto politico interno dell’Egitto</strong> è stato reso instabile non solo a causa della presenza di una formazione politica islamista come i Fratelli Musulmani, ma anche dall’atteggiamento del regime; infatti, nel 2010 il Partito Nazionale Democratico annunciò che Mubarak sarebbe stato ancora una volta il candidato per le elezioni presidenziali del 2011, inoltre, era chiaro che il Presidente stava preparando il figlio Gamal per succedergli, dando così piena attuazione al concetto di <i>repubblica monarchica</i>, di cui abbiamo trattato in precedenza. È importante evidenziare che Gamal ricopriva già la carica di vice-segretario generale del Partito Nazionale Democratico, oltre ad essere a capo del potentissimo Comitato dell’Ordine Pubblico. Il figlio di Mubarak e un gruppo di uomini d’affari a lui vicini svolgevano da tempo un ruolo chiave nel determinare gli orientamenti politici del Paese, così come nell’approvazione dei Ministri e di altre alte cariche dello Stato.<br />
Il 2010 si è concluso con delle elezioni parlamentari controverse, infatti, sono state molte le accuse di frodi elettorali che hanno causato al regime una grave crisi di legittimità.<br />
Una miscela di ingiustizie politiche ed economiche, false promesse e realtà deludenti hanno portato la popolazione egiziana a ribellarsi al potere autoritario del Presidente, costretto a dimettersi nel febbraio del 2011. La crisi del regime è stata affrettata dal mancato appoggio dell’establishment militare, infatti, nel 2010 il Consiglio Supremo della Forze Armate aveva discusso delle azioni da intraprendere se il figlio di Mubarak fosse stato candidato alle elezioni e la popolazione fosse scesa in piazza; secondo molti osservatori, i militari si erano trovati d’accordo che in un simile scenario non avrebbero obbedito agli ordini e si sarebbero rifiutati di attaccare i dimostranti. Il regime di Mubarak non poteva sopravvivere senza l’appoggio dell’apparato militare.<br />
Le dinamiche sviluppatesi dopo le dimissioni di Mubarak offrono l’opportunità di analizzare nel concreto l’impatto di un movimento come la primavera araba in un Paese in cui erano assenti Istituzioni basilari per uno Stato democratico.<br />
</span></p>
<div id="attachment_5803" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/01/Protester_opposing_President_Mohamed_Morsi_sits_next_to_graffiti_depicting_Morsi_on_a_wall_in_Cairo_1-Jul-2013VOA.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-5803" alt="Mohammed Morsi in un graffito al Cairo-VOA" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/01/Protester_opposing_President_Mohamed_Morsi_sits_next_to_graffiti_depicting_Morsi_on_a_wall_in_Cairo_1-Jul-2013VOA-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Mohammed Morsi in un graffito al Cairo-</em>VOA</p></div>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Quando Mubarak si è dimesso l&#8217;11 febbraio 2011,</strong> ha trasferito i suoi poteri al Consiglio Supremo delle Forze Armate. Secondo la Costituzione egiziana vigente al momento, avrebbe dovuto essere il Presidente del Parlamento ad assumere tale carica ad interim. Il trasferimento del potere al Consiglio non aveva alcun fondamento giuridico, ma aveva una chiara motivazione politica; infatti, l’Istituzione militare è quella più rispettata nel Paese, mentre il Parlamento era considerato corrotto e illegittimo. Per questa ragione, gli egiziani erano soddisfatti nel vedere il Consiglio assumere la guida della transizione. Tuttavia è importante osservare come il Consiglio Supremo, composto da 18 membri e guidato dal feldmaresciallo Mohamed Hussein Tantawi, non aveva alcuna esperienza nella gestione di un Paese e ancora meno nella conduzione di una transizione politica. Sotto il Governo del Consiglio la crisi economica dell’Egitto si è ulteriormente aggravata e sono continuati i disordini.<br />
Con l’affidamento della transizione al Consiglio, Tantawi è divenuto de facto il capo di Stato. Il primo disaccordo politico che il feldmaresciallo ha dovuto affrontare concerneva il calendario per le elezioni e la stesura di una nuova Costituzione. È importante ricordare che anche durante le successive elezioni il Paese non aveva ancora una Costituzione e la Corte Suprema aveva disciolto la Camera bassa del Parlamento.<br />
Il quadro politico dell’Egitto si presentava molto instabile, infatti, dopo la dissoluzione del Partito Nazionale Democratico di Mubarak, la Fratellanza Musulmana era l’unico gruppo organizzato e quindi avrebbero vinto in qualsiasi tornata elettorale, per questo premeva affinché si votasse prima della stesura di una nuova Costituzione. I nazionalisti, i Partiti nasseriani e di sinistra chiedevano invece tempo per prepararsi e organizzare le loro basi, pressando per un accordo su una nuova Costituzione prima delle elezioni.<br />
A questo punto, la Fratellanza ha promesso di non mettere in campo un numero di candidati superiore al 50% dei seggi disponibili in Parlamento, in modo che essa avrebbe potuto governare soltanto con una coalizione, e di non presentare un candidato alla Presidenza.<br />
Il Consiglio Supremo si schierò a favore della proposta della Fratellanza, iniziando i preparativi per le elezioni prima della stesura della Costituzione.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Mentre i politici stavano discutendo sulla Costituzione e sulle elezioni,</strong> la gioventù rivoluzionaria era ancora in strada che manifestava contro il regime militare, chiedendo il raggiungimento degli obiettivi delle proteste. Il primo scontro importante si verificò in Maspiro Street, di fronte all’edificio della televisione nazionale il 9 e il 10 ottobre del 2011; un gruppo di giovani copti cristiani stava dimostrando pacificamente contro la distruzione di una chiesa da parte degli estremisti quando fu attaccato dalle forze di sicurezza. Il risultato fu l’uccisione di 24 persone e il ferimento di oltre 300, quasi tutti copti cristiani.<br />
Questo tragico evento fu seguito da grandi manifestazioni in Piazza Tahrir e nella vicina Mohamed Mahmoud Street, la strada che porta al Ministero degli Interni, in cui gli egiziani protestarono contro la brutalità della polizia. La repressione delle manifestazioni ha raggiunto un alto grado di violenza, in particolare il 19 novembre, quando dei giovani rivoluzionari scandivano degli slogan contro il feldmaresciallo Tantawi e contro il Governo militare, chiedendo, inoltre, l’annullamento delle elezioni parlamentari, che giudicavano inutili date le circostanze. È importante notare che la Fratellanza non ha partecipato a queste dimostrazioni di protesta, mantenendo buoni rapporti con il Consiglio Supremo, e continuando a preparare le elezioni. Tuttavia i Fratelli Musulmani avevano già rotto la loro promessa politica, mettendo in campo un numero di candidati tale da ottenere tutti i seggi della Camera bassa.<br />
Nonostante il boicottaggio da parte dei giovani rivoluzionari e le continue manifestazioni e disordini, le elezioni per la Camera bassa del Parlamento hanno avuto luogo il 28 novembre del 2011 e l’8 gennaio del 2012. Come previsto, i risultati sono stati catastrofici per i Partici laici. La Fratellanza ha ottenuto il 37,5% del voto popolare, che corrispondeva al 45% del seggi in Parlamento. I Salafiti sono stati il secondo partito, ottenendo il 27,8% dei voti e il 25% dei seggi. Così il primo Parlamento post-rivoluzionario in Egitto ha avuto una maggioranza islamista schiacciante, che si attestava sul 70%. Le elezioni per la Camera alta si sono tenute il 29 gennaio e il 22 febbraio, ma hanno sollecitato poco entusiasmo e l’affluenza è stata bassa. Gli islamisti hanno vinto quasi l’80% dei seggi, con la Fratellanza in possesso della maggioranza assoluta con il 58% dei seggi.</span></p>
<p><strong>Le forze laiche, e in particolare la gioventù rivoluzionaria,</strong> si è sentita tradita dal Consiglio Supremo e dagli islamisti. Sono state sollevate delle domande sul finanziamento delle campagne elettorali degli islamisti, affermando che i due più grandi Partiti islamici avessero ricevuto generose donazioni da Paesi stranieri, dal Qatar per la Fratellanza e dall’Arabia Saudita per i salafiti. Questo contesto ha favorito la polarizzazione, infatti, i Partiti laici hanno utilizzato i sentimenti nazionalistici degli egiziani sostenendo che gli islamisti avessero ricevuto finanziamenti da altri Paesi, e quindi stavano agendo nell’interesse di quegli Stati.<br />
La vittoria degli islamisti è stata molto discussa dagli osservatori internazionali, adducendo tra le cause l’intricato meccanismo del sistema elettorale, il presunto sostegno economico dei ricchi Paesi del Golfo e la frammentazione dei Partiti laici. Un elemento che non è stato preso in considerazione è il fatto che la popolazione, o almeno una parte di essa, aveva già rivelato la propensione a cercare rifugio in valori più tradizionali dopo il fallimento di sperimentazioni secolari; per esempio, dopo l’esito disastroso della Guerra dei Sei giorni del 1967, che aveva messo ufficialmente fine all’ideologia nasseriana e alla sua impronta laica, molti hanno trovato conforto nell’<i>Al-Turath</i>, nel patrimonio religioso, cercando una vicinanza più stretta con i valori tradizionali della loro religione.<br />
Fred Halliday, autore del saggio <i>The Cold War: Global Conflict, Regional Upheavals</i>, ha osservato che l’emergere dei movimenti islamici in Egitto dopo la Guerra dei Sei Giorni riflette una rifiuto generale della modernità laica, associata alla politica nazionalista radicale e allo stato modernizzatore. Tuttavia, il fatto che il potere politico sia rimasto nelle mani dei membri dell’apparato militare ha fatto sì che l’organizzazione dei Fratelli Musulmani fosse perseguitata e considerata illegale, confinandola in un ruolo marginale nella vita politica nazionale.<br />
Nonostante ciò, la Fratellanza Musulmana è rimasta operante sul territorio nazionale, fornendo servizi nelle aree più povere, attraverso la combinazione di religione, welfare sociale e attivismo politico, riuscendo a costruire il suo elettorato nella classe medio-bassa della società egiziana. La Fratellanza ha beneficiato dell’opinione ampiamente diffusa che essa fosse un’organizzazione onesta e premurosa verso la parte più svantaggiata della popolazione, in contrasto con il Partito Democratico Nazionale del Presidente Mubarak, considerato autoreferenziale e corrotto.</p>
<div id="attachment_5800" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/01/A_protester_in_Tahrir_Square_holds_up_a_copy_of_the_Koran_and_a_Christian_cross_-_30-Nov-2012_Y.-Weeks-VOA.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-5800" alt="Protaetsa contro Morsi al Cairo, novembre 2012-Y.Weeks VOA" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/01/A_protester_in_Tahrir_Square_holds_up_a_copy_of_the_Koran_and_a_Christian_cross_-_30-Nov-2012_Y.-Weeks-VOA-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Protaetsa contro Morsi al Cairo, novembre 2012-</em>Y.Weeks VOA</p></div>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Se aderiamo al paradigma interpretativo</strong> secondo il quale la primavera araba è stata originata dalle classi sociali medio-basse in opposizione ai regimi autoritari, a causa della loro politica, degli abusi economici e dei problemi sociali, e se consideriamo l’analisi di Halliday, non possiamo sorprenderci che un’organizzazione che ha operato nell’ambito dell’assistenza alla popolazione più povera, sostenendo un ritorno ai valori tradizionali islamici, abbia finito per beneficiare di un ampio consenso.<br />
La Fratellanza dominava il Parlamento che doveva eleggere l’Assemblea Costituente per iniziare la redazione della Costituzione post-rivoluzionaria. L’Assemblea includeva 66 islamisti su 100 membri, con sole sei donne e cinque cristiani copti.<br />
I Partiti laici boicottarono l’Assemblea, dichiarata successivamente incostituzionale dalla Corte Suprema poiché i membri del Parlamento avevano eletto loro stessi nell’Assemblea. Un accordo fu poi raggiunto tra gli islamisti e i partiti laici sulla struttura della seconda Assemblea Costituente, ma i partiti laici sostennero che gli islamisti avevano rotto quell’accordo.<br />
Molti partiti laici seguirono l’appello di figure molto note, come Mohamed el-Baradei, in precedenza Direttore generale dell’United Nation’s International Atomic Energy Agency, e di Hamdeen Sabbahi, nasseriano, di boicottare la seconda Assemblea Costituente. Altri gruppi, tra cui i rappresentanti della Chiesa Copta hanno aderito al boicottaggio.<br />
Lo scisma tra gli islamisti e il resto della società sembrava essere sempre più ampio.<br />
Nel frattempo, si tennero le elezioni presidenziali del 2012 in due turni. Il primo turno si svolse il 23 e il 24 maggio, il secondo turno il 16 e 17 giugno.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>La Fratellanza ruppe la sua seconda promessa politica,</strong> mettendo in campo un candidato presidenziale. In realtà, i candidati erano due, quello preferito dalla Fratellanza era Khayrat al-Shatter, un milionario uomo d’affari e deputato della Fratellanza. Tuttavia Al-Shatter ebbe dei problemi legali che gli impedirono di partecipare alle elezioni presidenziali. Per questo la Fratellanza mise in campo un secondo candidato, Mohamed Morsi, Presidente del Partito Libertà e Giustizia, una formazione politica che faceva diretto riferimento alla Fratellanza.<br />
Il Consiglio Supremo dichiarò di non sostenere alcun candidato o gruppo politico, tuttavia era opinione condivisa che il candidato del Consiglio fosse Ahmed Shafik, in precedenza generale dell’aviazione e ultimo Primo Ministro sotto Mubarak. La scelta di Shafik come simbolo dell’alleanza tra nazionalisti e militari fu sfortunata, poiché era strettamente associata con il regime di Mubarak. Sarebbe stato molto difficile per la gente di Piazza Tahrir votare per lui. Un altro candidato era il nazionalista Amr Moussa, ex Ministro degli Affari Esteri e Segretario Generale della Lega Araba, ma ricevette molto sostegno da parte del Consiglio Supremo.<br />
Morsi vinse il primo turno delle elezioni presidenziali, Shafik arrivò secondo. In questa prima tornata elettorale gli islamisti (Morsi e Abul Foutouh) ottennero il 42, 3% dei voti; I nazionalisti (Shafik e Moussa) il 34,8% e il nasseriano Sabbahi il 20,7% a dimostrazione che il messaggio che si rifaceva a Nasser trovava ancora un sostegno sostanziale in Egitto, in particolare tra la classe operaia. È interessante notare che Sabbahi abbia ottenuto la maggioranza dei voti in due delle più grandi città egiziane, il Cairo e Alessandria.<br />
Morsi vinse il secondo turno con il 51,7%, rispetto al 48,3% di Shafik.<br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Poche settimane dopo la sua elezione, Morsi destituì il feldmaresciallo Tantawi</strong> dal suo incarico di Ministro della Difesa, nominando, inoltre, un nuovo Capo di Stato maggiore delle Forze armate. Questa mossa è stata ampiamente supportata dagli egiziani, poiché sembrava che un Presidente democraticamente eletto prendesse il controllo dell’apparato militare. L’euforia per la sua elezione ha avuto breve durata, infatti, ben presto gli egiziani considerarono Morsi solo come il Presidente della Fratellanza.<br />
Subito dopo il suo insediamento, Morsi iniziò un braccio di ferro con il potere giudiziario. Ai primi di giugno, prima delle elezioni presidenziali, i tribunali avevano ordinato lo scioglimento della Camera bassa del Parlamento a causa della incostituzionalità della legge elettorale. All’atto del suo insediamento, Morsi cercò di ripristinare la Camera bassa, ma ciò è stato interpretato come un attacco all’indipendenza della Magistratura, e fu contrastato dai giudici, dai media e dai Partiti politici. Alla fine, Morsi dovette accettare la decisione dei tribunali. Un altro scontro con la magistratura fu causato dal tentativo del Presidente di cambiare il procuratore generale, tale atto fu giudicato illegale e trovò una forte resistenza.<br />
Lo scontro tra Morsi e il potere giudiziario è stato spesso interpretato come il tentativo della Fratellanza Musulmana di invadere le prerogative del ramo giudiziario del Governo che in una democrazia si presuppone sia indipendente dall’Esecutivo. Ci può essere della verità in questo, tuttavia è anche vero che la magistratura egiziana, così come i militari, la polizia e la Pubblica Amministrazione, ha una lunga tradizione nazionalista. Inoltre, tutti i giudici che Morsi dovette affrontare erano stati incaricati da Mubarak, quindi erano felici di rendere la vita difficile al nuovo Presidente e ai suoi sostenitori islamici.<br />
La società civile si è ulteriormente polarizzata quando i laici si sono uniti per difendere i giudizi assediati dagli attacchi ingiustificati degli islamisti.<br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Il 22 novembre, Morsi redasse sette emendamenti alla Costituzione.</strong> L’art. 2 affermava che tutti i decreti, gli emendamenti costituzionali e le Leggi emesse da Morsi dal momento del suo insediamento non potevano essere appellate o annullate, ponendo fine alla supervisione parlamentare e giudiziaria, inoltre, tutte le cause pendenti contro la sua decisione erano dichiarate nulle. L’art. 6 autorizzava il Presidente ad adottare tutte le misure che riteneva opportune per proteggere la rivoluzione e salvaguardare l’unità nazionale, fornendogli in pratica poteri dittatoriali illimitati.<br />
La reazione contro questi emendamenti fu rapida e veemente, le persone scesero in piazza per protestare contro quella che consideravano una mossa dittatoriale della Fratellanza. La polizia rispose alle proteste con la violenza, causando la morte di molti giovani e aggressioni sessuali contro le giovani dimostranti. Infine, Morsi ritirò gli emendamenti.<br />
Un altro errore politico della Fratellanza è stato spingere per una nuova Costituzione prima che la magistratura potesse sciogliere la seconda Assemblea Costituente, dominata dagli islamisti e boicottata dai Partiti laici.<br />
La nuova Costituzione fu approvata dal referendum, tenutosi il 15 e il 22 dicembre del 2012. Il testo fu approvato dal 63,8%, ma l’affluenza fu solo del 32,9% e la maggioranza degli elettori del Cairo, la capitale e la città più grande dell’Egitto, votarono contro l’approvazione.<br />
La nuova Costituzione rifletteva una visione islamista dell’Egitto piuttosto che un ampio consenso sociale. I copti erano contro questa Costituzione perché non proteggeva sufficientemente i diritti delle minoranze. Le associazioni femminili erano contrarie perché non garantiva l’uguaglianza dei sessi. La stampa e i media si opposero per la mancata tutela della libertà di stampa. Si è instaurato così un aspro confronto tra la Fratellanza e i mezzi di informazione tradizionali dell’Egitto; molte figure di spicco cono state citate in giudizio per oltraggio alla religione e per aver insultato il Presidente, entrambe le accuse contemplavano una pena detentiva. Un’altra contrapposizione inutile è stata quella con il mondo artistico e intellettuale, infatti, Morsi nominò come Ministro della Cultura un esponente islamista che cercò di imporre un codice islamico all’élite culturale egiziana.<br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Dal punto di vista politico, due Partiti storicamente avversari,</strong> i nasseriani di Sabbahi e il nuovo Partito Wadf di Al-Badawi convennero di coordinare e unire le forze nel Fronte della Salvezza di El Baradei, a cui si unì anche l’islamico moderato Abul Foutouh.<br />
Con l’inizio del 2013 la posizione di Morsi divenne sempre più instabile; infatti, stava affrontando un’opposizione unita di laici e islamici moderati, supportata dalla gioventù rivoluzionaria, dalla magistratura, dai media e dall’élite culturale; inoltre, grandi uomini d’affari stavano ingrossando le fila dei suoi avversari per la grave crisi economica del Paese.<br />
Un anno dopo le elezioni del 2012, una nuova e forse inevitabile ondata di proteste prese piede da piazza Tahir, in cui decine di migliaia di egiziani chiesero le dimissioni del Presidente.<br />
Il Consiglio Supremo delle Forze Armate ha colto l’occasione per sbarazzarsi di un leader vessatorio, consegnando un ultimatum in cui si davano al Presidente 48 ore per rispondere alle richieste della popolazione, in caso contrario le Forze armate avrebbero imposto la propria tabella di marcia per il futuro. Mentre nei corridoi del potere Morsi sfidava il Consiglio Supremo delle Forze Armate rigettando l’ultimatum in quanto leader legittimo, nelle strade del Cairo avvenivano gravi scontri tra i sostenitori del Presidente e i suoi oppositori. Alla fine, il 3 luglio del 2013, il Generale Abdel Fattah al-Sisi, Ministro della Difesa, prese il potere rovesciando Morsi e ordinando l’arresto di numerosi esponenti della Fratellanza Musulmana. Successivamente, si instaurava un Governo ad interim, in cui sia il Presidente sia il Primo Ministro erano civili, tuttavia l’apparato militare continuava ad essere la più rispettata e potente Istituzione nel Paese.<br />
Il 2 dicembre del 2013 il Parlamento approvò la bozza della nuova Costituzione, con emendamenti che miravano a: proibire i Partiti che utilizzavano la religione come fondamento dell’attività politica; approvare una nuova legge antiterrorismo che concedeva ampi poteri alla polizia; attribuire al Presidente la prerogativa di sciogliere il Parlamento; eliminare il controllo giudiziario sulle elezioni. Nel gennaio del 2014 gli emendamenti furono approvati da un referendum.<br />
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<div id="attachment_5801" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/01/Sisi_and_Putin_meeting_on_16_August_2014_1.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-5801" alt="Al-Sisi al Cremlino con Putin, agosto 2014" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/01/Sisi_and_Putin_meeting_on_16_August_2014_1-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Al-Sisi al Cremlino con Putin, agosto 2014</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Nonostante nelle sue prime dichiarazioni pubbliche al-Sisi</strong> avesse affermato di non avere ambizioni presidenziali, la sua figura era la più popolare in Egitto. Inoltre, il generale appariva immediatamente diverso dal settantaseienne Tantawi, che aveva governato l’Egitto dopo le dimissioni di Mubarak; infatti, egli aveva condotto i suoi studi negli Stati Uniti, era giovanile e carismatico. La sua comunicazione riprendeva i temi classici del nazionalismo.<br />
In effetti, alle elezioni presidenziali del maggio del 2014 al-Sisi ottenne un voto plebiscitario in suo favore.<br />
Il regime di Al-Sisi si è contraddistinto per una feroce repressione non solo degli islamisti, con numerose condanne a morte degli appartenenti alla Fratellanza Musulmana, dichiarata illegale nel Paese, ma anche di ogni tipo di opposizione, sia laica sia socialista; infatti, molti organismi internazionali hanno denunciato il clima di terrore e intimidazione che vige in Egitto, con ripetute e reiterate violazioni dei diritti civili e politici da parte delle Forze di sicurezza, impegnate in una campagna di repressione di ogni forma di dissenso. La repressione ha coinvolto anche la stampa, la cui libertà è stata duramente compromessa dalle misure contro il terrorismo, che non permettono che i media contraddicano quanto viene affermato dal Governo in tale ambito. Le norme antiterrorismo sono sovente utilizzate anche contro l’opposizione interna al regime.<br />
Dal punto di vista del contesto geopolitico internazionale, el-Sisi ha utilizzato la dura lotta ingaggiata contro i terroristi per accreditarsi come un partner fondamentale per la stabilità dell’Egitto e, di riflesso, del Medio Oriente.<br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>L’analisi della primavera egiziana ha fornito un caso di studio</strong> da cui è possibile individuare pericoli e sfide per un Paese in transizione. Purtroppo, il risultato delle rivolte in Egitto sembra essere un fallimento piuttosto che un trionfo, infatti, il Paese è tornato al punto di partenza, con i militari che tengono saldamente le redini del potere e schiacciano brutalmente l’opposizione.<br />
In conclusione, è possibile affermare che il successo o il fallimento della transizione di un Paese arabo da un regime alla democrazia dipendono in grande misura dalla perseveranza della popolazione. Due sfide, infatti, emergono ogni volta che un popolo inizia il suo viaggio verso un sistema di governo democratico. Il primo rischio è la perdita dell’entusiasmo che aveva accompagnato le prime rivolte. Sono necessari tempo e pazienza per ottenere risultati significativi, di conseguenza l’esaurimento dell’entusiasmo inziale potrebbe portare all’accettazione di una forma di pseudo democrazia. La seconda sfida è che qualunque struttura democratica sia costruita, essa avrà bisogno del sostegno della popolazione al fine di garantire il suo corretto funzionamento. È stato dimostrato come la transizione possa essere dirottata da attori che desiderano prevenire la completa realizzazione democratica, e quindi ogni singolo risultato, per quanto piccolo possa essere, deve essere pienamente sostenuto dal popolo, in caso contrario la fragilità della nuova struttura potrebbe essere facilmente manipolata e sfruttata.<br />
È difficile prevedere cosa accadrà in Egitto, molto dipenderà dalla cultura politica che la popolazione riuscirà ad acquisire, ma indubbiamente sarà un processo molto lungo.</span></p>
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Per saperne di più</em></strong><br />
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		<title>LA DEMOCRAZIA IN MAROCCO, PROGRESSI E ARRETRAMENTI</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Oct 2016 07:20:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Daniela Franceschi - La forma statuale del Marocco, “una monarchia esecutiva con una Costituzione”, non corrisponde ai paradigmi occidentali di monarchia costituzionale e di Stato democratico. Tuttavia, data la preponderanza nella società marocchina di valori tradizionali, autoritari e patriarcali, solo la corona ha avuto la forza di imprimere una &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="center"><b>di Daniela Franceschi -<br />
</b></p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><strong><em>La forma statuale del Marocco, “una monarchia esecutiva con una Costituzione”, non corrisponde ai paradigmi occidentali di monarchia costituzionale e di Stato democratico. Tuttavia, data la preponderanza nella società marocchina di valori tradizionali, autoritari e patriarcali, solo la corona ha avuto la forza di imprimere una svolta moderna alla nazione.</em></strong><b><br />
</b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nei tre decenni successivi all’ottenimento dell’indipendenza dalla Francia nel 1956,</strong> il Marocco è stato caratterizzato da una stabilità tendente alla stagnazione. Nel corso del 1991, questa monarchia nordafricana intraprese un percorso di riforme dall’alto verso il basso. Re Hassan II mosse i primi passi del processo negli ultimi anni del suo lungo regno, seguito in ciò anche dal figlio Mohammed VI, salito al trono nel 1999.<br />
Prima di procedere all’analisi delle riforme politiche e istituzionali, è opportuno delineare brevemente il sistema politico marocchino antecedente, istituito dal re Mohammed V alla fine del protettorato francese e rimasto pressoché invariato fino ai primi anni Novanta. In un momento storico in cui la maggior parte dei Paesi arabi e africani adottava dei sistemi politici a Partito unico, il Marocco rimase un’eccezione, anche se il pluripartitismo fu prettamente formale, essendo fortemente limitato nella pratica politica. Tornato dall’esilio come il campione della sovranità nazionale riconquistata, Mohammed V fu in grado di emarginare i Partiti politici che avrebbero potuto sfidarlo, tra questi il Partito Istiqlal (indipendenza), che aveva guidato la lotta per l’autodeterminazione, e l’ala sinistra dell’Unione Nationale des Forces Populaires (UNFP), vincitrice delle prime elezioni post-indipendenza. Il re destituì il Governo formato dall’UNFP, formandone uno proprio, agendo come un Primo Ministro, e consolidando, allo stesso tempo, il suo potere garantendosi l’appoggio dei notabili rurali e degli apparati di sicurezza. Il monarca trasse un notevole vantaggio anche dal suo carisma personale, dalla popolarità della monarchia e dai potenti patronati. Il sistema politico ereditato dal figlio Hassan II nel 1961 si caratterizzò, quindi, per un controllo diretto della monarchia, una centralizzazione del potere e un quadro politico debole e frammentato.<br />
In trent’anni di regno, Hassan rinsaldò la sua posizione, soffocando la vita politica indipendente attraverso un mix di manipolazioni istituzionali, dipendenza dalle reti clientelari e repressione dell’opposizione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Costituzione del 1962 confermò il modello di dominio da parte del sovrano,</strong> conferendogli la prerogativa di nominare e destituire il Primo Ministro e il Governo a sua discrezione, senza riguardo per l’esito delle elezioni, di sciogliere il Parlamento e di assumere poteri emergenziali illimitati.<br />
È importante evidenziare come il forte potere politico attribuito al sovrano dalla Carta Costituzionale traesse origine anche da altri fattori; dal punto di vista religioso, il re del Marocco è considerato un discendente del profeta e, come<em> Amir al-Mu Minin</em>, Comandante dei Fedeli, la suprema autorità religiosa nel Paese. Inoltre, Hassan poté giovarsi anche del potente establishment legato alla casa reale, il <em>Makhzen</em>, un termine generico che originariamente indicava un élite comprendente amministratori regionali, provinciali e ufficiali dell’esercito, ma che si è evoluto includendo tutti coloro che sono al servizio della monarchia e connessi ad essa da radicate reti clientelari. Dato che la monarchia ha sempre controllato le risorse economiche, oltre al potere politico, essere parte del <em>Makhzen</em> è fondamentale per la mobilità sociale.<br />
Per quanto concerne l’ambito politico, è interessante osservare come i Partiti politici esistenti, in base ad un pluripartitismo prettamente formale, non avessero né libertà operativa né efficacia, poiché il sovrano era riuscito, tramite la cooptazione e la divisione, a mettere le organizzazioni politiche le une contro le altre, anche favorendo la nascita di nuovi Partiti al solo fine di controllare e frammentare quelli che riteneva pericolosi per il suo potere assoluto.<br />
Negli anni Sessanta e Settanta, il re dovette affrontare nuove sfide, come alcuni tentativi di colpo di Stato, a cui rispose con un inasprimento della repressione, che sfociò nel rapimento e nella “scomparsa” di centinaia di oppositori, e nell’imprigionamento e nella tortura di altri migliaia. Le vittime della repressione furono tutti coloro che potevano rappresentare una minaccia; per la maggior parte dei casi, si trattava di politici appartenenti alle fila dei Partiti di sinistra, ma vi furono anche islamici, fautori dell’indipendenza del Sahara Occidentale e militari implicati nei falliti colpi di Stato.<br />
Gli <em>annèes de plomb</em> (gli anni di piombo) portarono anche all’annullamento della libertà di espressione, poiché ogni critica al regime era punita con la carcerazione. È indicativo, del clima di degli anni Settanta, che i Partiti dell’opposizione non pronunciassero mai i nomi delle prigioni segrete e illegali, tra le quali Tazmamart e Agdz, in cui Hassan aveva imprigionato dozzine di militari e numerosi civili .</p>
<div id="attachment_5328" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/09/Re-Hassan-II.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-5328" alt="Re Hassan II" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/09/Re-Hassan-II-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Re Hassan II</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Marocco rimase in una stasi politica fino agli anni Novanta,</strong> allorquando, in risposta al cambiamento del contesto geopolitico regionale e internazionale e alla prossima fine del suo lungo regno, Hassan II cambiò la sua condotta di governo, iniziando un lento processo di apertura del sistema politico.<br />
Sul fronte interno, gravi siccità avevano costretto molti abitanti delle zone rurali a spostarsi verso le città, aumentando la disoccupazione e il malcontento sociale; tali fenomeni furono abilmente sfruttati, a livello propagandistico, dai gruppi islamici. Inoltre, il fatto che il Paese avrebbe affrontato, data l’età avanzata del sovrano, una imminente successione fornì un ulteriore incentivo ad Hassan II per introdurre delle modifiche mentre aveva ancora il pieno controllo del potere, piuttosto che affidare la sfida del cambiamento al suo successore.<br />
Uno dei primi segnali dell’instaurarsi di un clima politico diverso fu il discorso, del 1991, tenuto da Mohammed Bensaid, leader di un piccolo Partito di sinistra, l’Organizzazione per l’Azione Democratica e Popolare (OADP), e combattente contro la Francia durante la guerra di indipendenza, che ruppe il “tabù Tazmamart”, per cui nessuno poteva parlare della carceri segrete del regime. Davanti alla Camera dei Rappresentanti, riunita durante la sessione primaverile, Bensaid rievocò apertamente gli orrori e le sofferenze del carcere di Tazmamart, senza subire ripercussioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È interessante notare come il contesto geopolitico internazionale</strong> abbia concorso al cambiamento del regime. Quando l’Iraq invase il Kuwait nell’agosto del 1990, Hassan supportò la Coalizione guidata dagli Stati Uniti, inviando circa 1300 soldati in Arabia Saudita a sostegno della campagna anti-Saddam. Isolato, Saddam Hussein affermò che la liberazione della Palestina sarebbe stata possibile esclusivamente attraverso il Kuwait, annuncio che cambiò drasticamente il clima politico in Marocco, provocando manifestazioni pro-Iraq in tutto il Paese, nonostante gli sforzi della polizia per reprimerle. Nel gennaio del 1991, poco dopo l’inizio dell’operazioni militari, il re annunciò in televisione che ogni tipo di manifestazione per l’Iraq sarebbe stata vietata. La tensione non fece che aumentare in tutto il Paese, con proteste pubbliche pro-Iraq esplose in molte città, in cui attivisti di sinistra sfilavano insieme agli islamisti, che apparivano in pubblico per la prima volta. La gravità della crisi fu esemplificata dalla reazione del Governo spagnolo, preoccupato dall’eventualità che Hassan decidesse, per evitare un colpo di Stato, di lanciare una nuova “marcia verde” contro le enclave spagnole di Ceuta e Melilla.<br />
Il re non ordinò nessuna operazione contro le due enclave spagnole, ma la pressione pubblica lo obbligò ad autorizzare una grande dimostrazione nazionale pro-Iraq, svoltasi a Rabat e non a Casablanca, città più popolosa e roccaforte dell’opposizione, cui parteciparono, secondo le stime, circa mezzo milione di persone. La manifestazione vide la partecipazione non solo dei Partiti laici, ma anche degli islamisti.<br />
Lo svolgimento pacifico della manifestazione, che non produsse incidenti o rischi per la sicurezza, aumentò la pressione dell’opinione pubblica sul re e sul suo apparato di Governo affinché fosse superata la norma che vietava ogni manifestazione pubblica. Nei mesi successivi, i media ebbero una maggiore libertà e alcuni tabù, come criticare i servizi segreti o la politica del re, furono infranti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dal punto di vista prettamente politico,</strong> il re si rivolse ai leader dei Partiti di opposizione, l’Istiqlal e l’Unione Socialista delle Forze Popolari (USFP), per aumentare la sua statura politica; questo era l’inizio di una fase di disgelo politico che sarebbe continuata fino alla metà degli anni Duemila.<br />
Oltre alle fonti interne di pressione di cui sopra, una fase di apertura politica stava interessando la regione, costringendo, di conseguenza, Hassan ad abbandonare la sua gestione autoritaria del Paese. Per due anni, l’Algeria aveva sperimentato una primavera democratica e la Tunisia sembrava aver optato per relazioni non repressive con i Partiti d’opposizione. Inoltre, nell’area francofona sub-sahariana si stavano svolgendo svariate Assemblee Nazionali, che in molti Paesi avrebbero portato al superamento del modello del Partito unico.<br />
Allo stesso tempo, si stavano facendo sempre più incalzanti le pressioni sul re a livello internazionale per un cambiamento della sua linea politica. In Francia, il Governo socialista del Presidente François Mitterrand fece pressioni sul Marocco affinché migliorasse la situazione dei diritti umani nel Paese . Anche gli Stati Uniti assunsero una posizione similare a quella francese.<br />
Inoltre, dopo la caduta del muro di Berlino, l’esercito ben addestrato marocchino non aveva più la funzione di baluardo anti-comunista dell’Occidente nell’Africa sub-sahariana.<br />
Tutti questi fattori spinsero la monarchia ad integrare l’opposizione nel Governo del Paese.<br />
In un momento così delicato per gli equilibri interni del Marocco, il contesto geopolitico regionale conobbe dei notevoli cambiamenti; infatti, il fallimento degli sforzi di democratizzazione in Algeria (1988-1991) e la fine del periodo relativamente liberale in Tunisia (1987-1991) ridussero la pressione esterna sul regime marocchino, che si trovò in una posizione più forte per negoziare con l’opposizione, a quel tempo riunita nel blocco democratico, <em>Kutla Dimocratiya</em>. Tuttavia, è possibile che l’esempio dell’Algeria, sconvolta da una sanguinosa guerra civile tra le forze di sicurezza e gli islamisti, sia servito alla monarchia marocchina per comprendere la vulnerabilità dei sistemi politici autoritari.<br />
La grave malattia del re Hassan, resa nota pubblicamente alla metà degli anni Novanta, spinse la monarchia e l’opposizione a concessioni reciproche, dato che entrambe le parti preferivano un compromesso all’incertezza derivante dalla morte di un regnante di lunga data in un periodo di turbolenze interne.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le riforme attuate da Hassan II possono essere suddivise in quattro grandi categorie:</strong> maggiore rispetto dei diritti umani, un limitato aumento del potere del Parlamento, maggiori opportunità di partecipazione politica dei Partiti e della società civile, e alcuni tentativi per frenare la corruzione.<br />
La iniziative di Hassan avevano lo scopo di migliorare la situazione dei diritti umani in Marocco, iniziative che hanno condotto: alla formazione di un Consiglio dei diritti umani, il Conseil Consultatif des Droits de l’Homme (CCDH), e più tardi del Ministero per i diritti umani; al rilascio di alcuni prigionieri politici; alla riforma delle leggi sulla detenzione preventiva e sulle manifestazioni pubbliche; alla ratifica di importanti convenzioni internazionali sui diritti umani; alla creazione di una commissione speciale per indagare sulle sparizioni dei membri dell’opposizione.<br />
Le modifiche costituzionali nel 1992 e nel 1996 hanno trasformato il Parlamento in un corpo bicamerale, con una Camera bassa eletta a suffragio universale, la Camera dei Rappresentanti, (mentre solo due terzi del vecchio corpo unicamerale era eletto direttamente), e ampliato l’ambito di competenza del Parlamento, che poteva approvare il bilancio e mettere in discussione i ministri. L’istituzione del bicameralismo, in realtà, ha consolidato il controllo del re sul Parlamento, dal momento che la Camera Alta, la Camera dei Consiglieri, è eletta indirettamente da organizzazioni professionali e Consigli, nella cui composizione, quindi, giocano un ruolo molto importante le influenti élite locali. Di conseguenza, anche se i Partiti riformisti detengono la maggioranza assoluta alla Camera dei Rappresentanti, con un Governo disposto ad esercitare i poteri riconosciutogli dalla Costituzione, l’Esecutivo può essere rovesciato dalla molto più conservatrice Camera dei Consiglieri, sulla quale il <em>Makhzen</em> ha un’influenza ancora più importante.<br />
Inoltre, gli emendamenti costituzionali del 1996 hanno precisato che il sovrano non aveva soltanto la prerogativa di imporre il veto sui progetti di Legge, ma poteva anche modificarli a piacimento senza inviarli nuovamente ai Legislatori ed emanare Leggi senza consultare il Parlamento.<br />
Di grande importanza politica è stata la decisione di re Hassan di dialogare con i Partiti politici in precedenza ostili al Governo. Il monarca coinvolse direttamente tutti i soggetti politici nella discussione per la nuova legge elettorale e in altre decisioni riguardanti lo svolgimento delle elezioni. Inoltre, consentì la partecipazione alle votazioni del 1997, anche se sotto la bandiera di un debole Partito, di un’organizzazione islamista, Al Islah wal Tajdid (riforma e rinnovamento), che successivamente costituì il Parti de la Justice et Développement (PJD), una formazione politica moderata.<br />
Il dialogo e i progressi nella gestione delle elezioni hanno portato a migliori relazioni tra la monarchia e la maggior parte dei Partiti politici, rendendo possibile, da parte del re, la massima realizzazione politica di questo periodo riformista: l’alternanza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A seguito delle elezioni parlamentari del 1997,</strong> il re chiese ad Abdel Rahman Youssoufi, il leader dell’Union Socialiste des Forze Populaires (USFP), di formare il Governo. L’USFP era il successore del Partito di sinistra Union Nationale des Forces Populaires. Youssoufi era un avversario del regime di lunga data, avendo trascorso quindici anni in esilio dopo essere stato imprigionato due volte. La decisione di portare gli ex Partiti di opposizione nel Governo non fu presa improvvisamente; Hassan II aveva cercato di attirare l’USFP e l’Istiqlal per diversi anni, ma entrambe avevano in precedenza rifiutato, dato che consideravano la partecipazione inutile fino a quando la Costituzione non fosse stata rivista per porre un limite al potere assoluto del re e darne maggiormente al Governo e al Parlamento. Nel 1997, di fronte alla crescita dell’Islam politico, i Partiti laici di opposizione accantonarono le loro obiezioni e unirono le forze con la monarchia.<br />
Il Governo Youssoufi incluse molti ministri del Kutla, un blocco di Partiti in precedenza all’opposizione, che comprendeva l’USFP, l’Istiqlal e una serie di Partiti minori della sinistra.<br />
Il re nominò, in accodo con le prerogative conferitegli dalla Carta Costituzionale, direttamente i Ministri della sovranità: interni, affari esteri e giustizia.<br />
L&#8217;alternanza è stata una mossa ambigua. Nel portare i Partiti di opposizione al Governo, la monarchia ha dato il segnale che era disposta ad aprire un processo democratico. Il re scelse il Primo Ministro sulla base dei risultati delle elezioni, ma il cambiamento non limitò in alcun modo il potere reale e non modificò l’equilibrio di forze tra il sovrano e i funzionari eletti.<br />
Al contrario, l&#8217;alternanza fu progettata dal re, che decise autonomamente della necessità di un simile passo, che non gli era stato imposto da una schiacciante vittoria elettorale dei Partiti del blocco Kutla, che avevano ottenuto soltanto 102 seggi su 325. Il Governo Youssoufi era debole, poiché il sovrano rimaneva, ancora una volta, unico arbitro della politica marocchina. La maggioranza parlamentare del Governo alla Camera dei Rappresentanti era esigua e la Camera dei Consiglieri, eletta indirettamente, era nelle mani dei conservatori.<br />
Ideando l’alternanza, il re era riuscito a cooptare i principali Partiti di opposizione, senza essere costretto a rinunciare al potere ed a cambiare linea politica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Teoricamente, gli emendamenti costituzionali del 1992 e del 1996</strong> hanno trasferito più potere al Primo Ministro, ma sono stati solo parzialmente applicati durante il <em>Gouvernment d’Alternance</em>. In realtà, la Costituzione marocchina non rappresenta un testo fondamentale, ma piuttosto un riferimento opzionale a cui la monarchia può attenersi, inoltre, essa non può prevaricare la decisione ultima che spetta solamente al sovrano. Un elemento fondamentale del sistema di Governo è il concetto di tradizione, che svolge il ruolo implicito di Costituzione. Ciò non significa che la Costituzione e le riforme costituzionali siano inutili, infatti, la Costituzione è la base, almeno teoricamente, del contratto sociale che è stato istituito in Marocco negli anni successivi all’indipendenza. Il grado di applicazione e interpretazione dei suoi articoli dipende dall’equilibrio di potere tra la monarchia e le élite politiche e dal contesto regionale e internazionale.<br />
Le riforme attuate da Hassan diedero più spazio anche alle organizzazione della società civile. Lo sviluppo delle organizzazione della società civile è stato l’inizio di un processo duraturo che si è esteso ben oltre la denuncia della corruzione, toccando temi come i diritti umani e i diritti delle donne. Le organizzazioni per i diritti umani sarebbero divenuti cruciali nel far sì che gli abusi fossero oggetto di discussione pubblica e le associazioni per i diritti delle donne hanno negoziato e sostenuto la riforma del <em>Mudawwana</em>, il diritto di famiglia.</p>
<div id="attachment_5327" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/09/Re-Mohammed-VI-con-George-Bush-nel-2002.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-5327" alt="Re Mohammed VI con George Bush nel 2002" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/09/Re-Mohammed-VI-con-George-Bush-nel-2002-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Re Mohammed VI con George Bush nel 2002</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’ascesa al trono di Mohammed VI nel 1999</strong> ha prodotto una notevole aspettativa su una nuova e più ampia fase di riforme. Fin dall’inizio, il giovane sovrano ha cercato di dare un’immagine di sé molto diversa da quella paterna, infatti, mentre re Hassan era stato distante e in disparte, fortemente attaccato ai valori tradizionali e conservatori, il figlio si è mostrato come un sovrano moderno, interessato ad incontrare i suoi sudditi. Il giovane re espresse l’intenzione di realizzare un nuovo concetto di autorità, con un Governo basato sulla responsabilità e sul rispetto dei diritti civili, più che sull’autoritarismo.<br />
Per quanto concerne l’ambito politico, il nuovo sovrano si mostrò disposto a favorire il processo democratico, finalizzato all’istituzione di una monarchia costituzionale. In realtà, il suo approccio alle riforme si è rivelato sorprendentemente simile a quello paterno, concretizzandosi in un miglioramento dei diritti umani, nella lotta alla corruzione e nell’inclusione politica, attentamente controllata, di nuove formazioni politiche. Inoltre, il processo di riforma ha continuato ad essere guidato dall’alto, su iniziativa del sovrano.<br />
Mohammed VI ha prestato un’attenzione notevole all’agenda dei diritti umani, andando ben oltre l’operato del padre; per esempio, ha rafforzato il Conseil Consultatif des Droits de l’Homme, prendendo ulteriori misure per adeguare le Leggi marocchine alle Convenzioni internazionali, come la modifica del Codice penale per abolire la tortura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Degno di nota il riconoscimento da parte di Mohammed VI</strong> della responsabilità del Governo per le scomparse e gli abusi dei diritti umani. Meno di un mese dopo la successione, egli ha ammesso che l’Esecutivo era responsabile per i rapimenti, annunciando, altresì, la formazione di un Collegio arbitrale indipendente che avrebbe esaminato i singoli casi e risarcito le vittime e le loro famiglie.<br />
Pochi mesi dopo, il sovrano ha istituito l’Instance Equité et Réconciliation (IER) per far luce sugli abusi commessi tra il 1956 e il 1999, con la finalità di aiutare il Marocco a voltare pagina. È ancora oggetto di discussione se i due Comitati istituiti dal monarca svolgano appieno la loro funzione, infatti, si segnala come il Collegio arbitrale indipendente abbia impostato un termine brevissimo per l’applicazione, estromettendo centinaia di persone, risarcendo le vittime e le loro famiglie senza alcune interesse per la riconciliazione. Inoltre, la dimensione dei pagamenti varia straordinariamente in base a criteri poco chiari.<br />
L’Instance Equité et Réconciliation (IER) aveva un mandato maggiormente avanzato, avendo come obiettivo la riconciliazione più che la compensazione finanziaria. Tuttavia, è possibile notare come anche questa Istituzione abbia avuto delle notevoli carenze, infatti, il suo mandato era limitato al 1999, quindi, si escludevano gli abusi, segnalati da più parti, commessi durante la guerra al terrore, dopo l’11 settembre 2001, inoltre, l’IER ha avuto un rapporto conflittuale con le organizzazioni per i diritti umani, perdendo importanti opportunità di collaborazione. Nonostante queste critiche, e la più ampia discussione se le Commissioni per la riconciliazione siano la soluzione migliore per gestire gli abusi del passato, L’Instance Equité et Réconciliation è stata un’iniziativa senza precedenti nel mondo arabo; questa Istituzione ha intervistato migliaia di vittime, condotto indagini sul campo in tutto il Marocco e audizioni pubbliche organizzate (broadcast in televisione, radio e Internet), e costruito un database di oltre 22.000 testimonianze. Soprattutto, ha reso pubblica la responsabilità del Governo nella violazione dei diritti umani, ancora più degna di nota se si pensa che non si faceva riferimento ad un tiranno decaduto, bensì al padre del re.<br />
Il regno di Mohammed VI è stato segnato da altre riforme di rilievo. In linea con la sua immagine moderna, il re si è fortemente impegnato nella riforma del diritto di famiglia, il <em>Mudawwana</em>. Il nuovo diritto di famiglia ha originariamente incontrato una forte opposizione da parte dei gruppi islamici, che nel 2004 hanno organizzato una manifestazione di massa contro di esso a Casablanca.<br />
Il nuovo Codice ha innalzato l’età del matrimonio dai 15 ai 18 anni, permesso alle donne il divorzio consensuale, fissato un limite al diritto degli uomini di chiedere il divorzio unilateralmente, circoscritta la poligamia, e sostituito il dovere di obbedienza di una moglie con il concetto di responsabilità comune. Nonostante persistano ancora oggi problemi di applicazione pratica, mancanza di giudici formati e di informazioni tra le donne sui loro diritti, la portata della riforma fu notevole, ponendo il Marocco all’avanguardia, rispetto ad altri Paesi dell’area, sui diritti delle donne.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le riforme attuate da Hassan II e da Mohammed VI</strong> non sono state superficiali, poiché il cambiamento che avuto luogo in Marocco è reale e sostanziale; infatti, il Paese è più aperto, i temi un tempo tabù sono oggetto di dibattiti pubblici, la stampa indipendente è più libera, le donne hanno più diritti e gli abusi del passato sono stati riconosciuti, e sono state varate Leggi allineate a quelle che regolano la vita di una democrazia moderna. Inoltre, le riforme adottate hanno il potenziale per generare nuove riforme e creare ulteriore slancio per il cambiamento.<br />
Anche se il mandato dell’IER è stato limitato al periodo 1956-1999, per esempio, è difficile immaginare che violazioni simili dei diritti umani possano verificarsi per periodi prolungati in futuro, senza generare una forte protesta nella società civile.<br />
Tuttavia, è importante evidenziare come, nonostante l’importanza delle riforme attuate da Hassan II e da Mohammed VI per la vita sociale ed economica del Paese, queste non siano riforme politiche capaci di cambiare la distribuzione del potere e la natura stessa del sistema politico.<br />
L’elemento mancante nel progetto riformista del re Mohammed è un nuovo sistema politico. Lontano dalla volontà di espandere l’operato del padre, come ha fatto in altri settori, il re ha condotto ad un battura d’arresto la riforma del sistema politico.<br />
Come osservato in precedenza, i cambiamenti politici operati da Hassan II erano estremamente modesti. Gli emendamenti costituzionali che hanno creato un Parlamento bicamerale, secondo alcuni analisti, sono serviti per indebolire lo stesso Parlamento, aumentando il numero dei membri eletti indirettamente dalla parte conservatrice della società civile, strettamente legata alla monarchia. Secondo l’ordinamento antecedente, solo un terzo del Parlamento era eletto indirettamente, ma adesso, tutta la Camera dei Consiglieri, il 45% del Parlamento bicamerale, è eletto in questo modo.<br />
Estendere la giurisdizione del Parlamento non ha aiutato nel processo di riforma, poiché il re detiene ancora il potere di veto.<br />
Il progetto dell’Alternanza ideato da Hassan II non ha modificato le dinamiche politiche del Marocco, infatti, l’ingresso nella compagine governativa dei due maggiori Partiti di opposizione non è riuscito a innescare un processo di cambiamento autonomo.<br />
Nel 2002, Mohammed VI è ritornato alla pratica di nominare un Primo Ministro senza tenere conto dei risultati delle elezioni, incaricando Driss Jettou, un tecnocrate fedele non allineato con alcun Partito politico.<br />
Mohammed VI non ha cercato di cambiare il sistema clientelare su cui fa affidamento la monarchia, ha semplicemente sostituito persone fedeli al padre con altre fedeli a se stesso.<br />
Durante il regno di Mohammed VI, le prerogative reali sono state utilizzate per potare avanti il cambiamento nell’ambito dei diritti umani, nella condizione delle donne e nel rendere pubblici gli abusi e la corruzione, ma non per aprire la strada ad una vera partecipazione politica, e ancor meno per aumentare la capacità delle Istituzioni di controllare e sanare gli squilibri del Potere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La forma statuale del Marocco è, di conseguenza, una monarchia esecutiva,</strong> non costituzionale, né nel senso più stringente secondo il quale il re regna ma non governa, né in un senso più ampio per cui il re detiene un certo potere esecutivo, ma tale potere è definito e limitato dalla Costituzione.<br />
L’emergere del terrorismo islamista ha avuto un forte impatto sulla vita politica del Marocco, impedendo l’instaurarsi di ulteriori riforme. Nel maggio del 2003, 12 attentatori suicidi, appartenenti alla Salafiya Jihadia e legati al Gruppo Combattente Islamico Marocchino (GICM), attaccarono cinque obiettivi occidentali e ebraici nella città di Casablanca, causando la morte di 33 persone e il ferimento di altre 100. L’attentato ha provocato una riduzione delle libertà civili e dei diritti umani, ma non una completa involuzione rispetto agli anni Novanta.<br />
È interessante prendere in esame la linea politica di tre Primi Ministri. Nel 1998, la nomina di Abderrahmane Youssoufi, membro di un Partito di opposizione di tradizione socialista, creò molte aspettative, in Marocco e nel Maghreb in generale, su un progressivo avanzamento del processo di democraticizzazione, divenendo, altresì, un modello per gli altri Paesi dell’area. Tuttavia, molti fattori hanno concorso all’instaurarsi di un nuova stasi politica: l’indebolimento delle forze di sinistra e liberali, la continua crescita dell’islamismo, la guerra civile in Algeria, gli attentati dell’11 settembre del 2001 negli Stati Uniti, e l’attentato di Casablanca del 2003. Di conseguenza, i primi ministri Driss Jettou e Abbas El Fassi hanno avuto meno potere rispetto a Youssoufi, detenendo uno status politico più debole rispetto ai predecessori. Dopo le elezioni parlamentari del 2007, la maggioranza dei membri dell’Esecutivo di El Fassi non fu raccomandata al re dal Primo Ministro, come prescrive l’art. 24 della Costituzione, bensì dal consigliere del sovrano, Meziane Belfqih.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È indicativo del nuovo contesto politico</strong> che, dopo la sua nomina, il Primo Ministro El Fassi abbia annunciato che il suo unico programma era “il programma del re”, rinunciando pubblicamente alla piattaforma programmatica elaborata dal suo Partito, su cui aveva incentrato la campagna elettorale.<br />
È interessante soffermarsi su un altro protagonista della vita politica marocchina, il Parti Authenticité et Modernité (PAM), fondato nel 2008 da Fouad El Himma, con l’aperto sostegno della monarchia. Lo scopo principale di questa nuova formazione politica era assicurare una maggioranza parlamentare artificiale al regime contro i partiti democratici. Non era la prima volta, nella storia del Paese, che la monarchia creava un Partito per indebolire le tendenze politiche prevalenti; infatti, alla fine degli anni Cinquanta, la Casa reale supportò la nascita del Movimento Popolare, un Partito berbero, per contrastare l’Istqlal, che aveva i suoi maggiori sostenitori nelle aree urbane. Tra il 1960 e il 1980, il <em>Makhzen</em>, la rete clientelare monarchica, creò svariate formazioni e coalizioni politiche per ostacolare l’ascesa di un movimento popolare socialista. Questi esempi dimostrano gli sforzi della monarchia marocchina per mantenere l’autoritarismo, indebolendo ogni movimento popolare, anche quando mostra una fede monarchica.<br />
Il PAM è stato abile nell’usare una retorica basata sulla tradizione autoritaria del Marocco per ottenere supporti. In tal modo, tuttavia, si è spesso contraddetto, proponendo un messaggio anti-islamista che contrasta con il suo elogio della funzione religiosa della monarchia e del re, come Comandante dei fedeli. Vi è, di conseguenza, un mix tra l’ambito politico e quello religioso, che è esattamente quello per cui sono condannati gli islamisti. L’anti-islamismo del PAM non è ideologico, ma politico, poiché l’islamismo rappresenta una delle più forti tendenze esistenti nella società marocchina ed è anche l’unica vera minaccia per l’autoritarismo reale.<br />
Per quanto concerne i Partiti di opposizione, è possibile notare come la forza politica dell’USFP sia declinata progressivamente nel corso degli anni, perdendo la sua tradizionale base elettorale, costituita da sindacati, impiegati pubblici e salariati, essendo sempre più dominata da notabili che assomigliavano più a degli imprenditori politici che a dei cittadini impegnati. Il risultato di una simile dinamica è stato lo spostamento della base elettorale verso le zone rurali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il sistema politico esistente in Marocco ha dimostrato la sua tossicità</strong> per i Partiti democratici, che partecipano alla competizione politica senza una forte influenza, inoltre, con tale partecipazione hanno perso tutti quei benefici intangibili derivanti dall’essere stati considerati difensori della verità, della democrazia e delle classi sociali meno abbienti. Senza ottenere i vantaggi della partecipazione alla vita politica, come l’esercizio del potere, in Marocco i Partiti hanno subito il <em>Gouvernement d’Alternance</em>, rivelatosi un abbraccio mortale.<br />
Il regime ha avuto successo nel fare pressioni e isolare i leader del Partito islamista PJD e del socialista USFP che continuavano a chiedere una riforma costituzionale, più libertà civili e uno Stato di diritto.<br />
I Partiti hanno dovuto, di conseguenza, abbandonare ogni speranza su un progressivo processo di democratizzazione, impegnandosi, invece, in una politica di sopravvivenza, rinunciando all’aspirazione di trasformare “la monarchia con la Costituzione” in una “monarchia costituzionale”.<br />
È opportuno soffermarsi brevemente anche sul Parti de la Justice et Développement (PJD), una formazione politica islamica che ha acquisito delle caratteristiche più moderate; tuttavia, sebbene abbia accettato i meccanismi della democrazia, ne mette in discussione i valori, soprattutto riguardo alla parità tra uomo e donna per quanto riguarda l’eredità, la poligamia e l’accettazione dei diritti individuali.<br />
Nel 2011, con lo sviluppo delle primavere arabe nei Paesi vicini e con il moltiplicarsi delle manifestazioni di dissenso anche in Marocco, organizzate dal movimento giovanile 20 febbraio che criticava il Governo del Paese e chiedeva un cambiamento politico, Mohammed VI decise di riformare la Costituzione. La nuova Costituzione, approvata da un referendum popolare nel luglio del 2011, aveva come fine il consolidamento del ruolo del Primo Ministro, definito Capo del Governo, del Parlamento e del sistema giudiziario. Inoltre, promuoveva i diritti umani, la parità delle donne, i diritti culturali dei berberi, e incoraggiava la decentralizzazione.<br />
Il re continuava a detenere delle prerogative importanti, incluso il potere di sciogliere il Parlamento, e rimaneva comandante in capo delle forze armate e autorità religiosa suprema del Paese.<br />
Oltre alla nuova Costituzione, il re annunciò la formazione di un nuovo Consiglio per i diritti umani (con giurisdizione sul Sahara Occidentale) e nuove istituzioni regolatrici.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le elezioni parlamentari, tenutesi nel novembre del 2011,</strong> furono interpretate da molti osservatori come un test sul favore dell’opinione pubblica verso l’agenda politica del sovrano. Il Parti de la Justice et Développement (PJD) vinse molti seggi, ottenendo il Governo del Paese per la prima volta. Inizialmente, il PJD formò una coalizione con il Partito Istiqlal, con il centrista Movimento Popolare (MP), e con il piccolo Partito del Progresso e del Socialismo (PPS). Tuttavia, alla metà del 2013, Istiqlal lasciò la coalizione per dissidi con il PJD sulla direzione politica del Governo, sostituito da un Partito di centro vicino alla monarchia.<br />
La linea politica del PJD, una formazione politica islamica moderata, non prevedeva cambiamenti politici profondi, ma una deferenza verso la monarchia che ne aveva consentito l’integrazione nel sistema politico, come dimostrano le parole e gli atti del Primo Ministro Abdelilah Benkirane, che ha definito la famiglia regnante arbitro del sistema politico del Marocco e difeso le Leggi che puniscono le critiche al re.<br />
L’influenza del PJD sulla vita politica è molto limitata, dato il ruolo dei consiglieri reali e la sua debole maggioranza parlamentare. Inoltre, il sospetto esistente tra i liberali marocchini verso gli islamisti, sentimento presente in tutta la regione, rende impossibile una cooperazione, nonostante l’interesse comune per una maggiore democratizzazione.<br />
Dato il contesto geopolitico regionale, che attraversa una fase critica derivante dalla presenza dell’ISIS in molte aree della regione, difficilmente vi saranno delle pressioni a livello internazionale affinché la Casa reale marocchina adotti delle misure per divenire una vera monarchia costituzionale, poiché il Marocco, con la stabilità interna e la coesione nazionale garantite dalla corona, rappresenta per l’Occidente un alleato prezioso contro l’islamismo fondamentalista.<br />
Per quanto concerne il contesto interno, è innegabile il successo della monarchia nello svolgere la funzione di suprema autorità per i fedeli, di baluardo contro l’islamismo e di forza modernizzatrice.<br />
La forma statuale del Marocco, “una monarchia esecutiva con una Costituzione”, non corrisponde ai paradigmi occidentali di monarchia costituzionale e di Stato democratico; tuttavia, è opportuno considerare come, data la preponderanza nella società marocchina di valori tradizionali, autoritari e patriarcali, soltanto la corona avesse la forza di imprimere una svolta moderna alla Nazione, mantenendo, allo stesso tempo, la coesione interna, senza incorrere in una guerra civile dagli esiti incerti per il Paese e per il Maghreb nel suo complesso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Note</span></em></strong></p>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> Più della metà dei prigionieri a Tazmamart morì per l’inumano trattamento nel “giardino segreto” del re, come Hassan stesso definì le sue prigioni illegali.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> Gli abusi del regime di Hassan furono resi noto al grande pubblico anche attraverso il libro <i>Notre ami le roi </i>(Paris: Editions Gallimard, 1990) dell’autore francese Gilles Perrault. Il libro rimase per mesi nella lista dei bestseller.</p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong></p>
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