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	<title>Storia in Network &#187; Piccioni &#124; Storia in Network</title>
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	<description>Magazine di divulgazione storica</description>
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		<title>IL CASO MONTESI FA TREMARE IL POTERE (parte 3)</title>
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		<pubDate>Mon, 04 May 2026 07:05:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Roberto Poggi – L’inchiesta del giudice Giovanni Sepe, tra lettere anonime, mitomani e pressioni politiche, punta su Piero Piccioni, sul marchese Ugo Montagna e sul questore Saverio Polito. Perizie e riesumazione confermano che Wilma Montesi morì annegata a Torvajanica, ma senza prove di omicidio volontario. Il processo, trasferito a &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Roberto Poggi –</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>L’inchiesta del giudice Giovanni Sepe, tra lettere anonime, mitomani e pressioni politiche, punta su Piero Piccioni, sul marchese Ugo Montagna e sul questore Saverio Polito. Perizie e riesumazione confermano che Wilma Montesi morì annegata a Torvajanica, ma senza prove di omicidio volontario. Il processo, trasferito a Venezia, si chiude nel 1957 con l’assoluzione piena degli imputati. Restano il mistero irrisolto e il segno lasciato da stampa e politica su una tragedia privata trasformata in caso nazionale.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">·</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Giudice Sepe, napoletano,</strong> vedovo con tre figli ed un passato nella Giustizia militare, prese in mano l&#8217;inchiesta con grande energia. In parte per la sua determinazione, in parte per la sua mole (pesava oltre centotrenta chili), i giornalisti lo ribattezzarono “Il mastino”. Prima ancora di poter iniziare ad accertare i fatti dovette escludere molte false piste suggerite da menti suggestionabili. Il 29 marzo 1954 giunse alla Sezione Istruttoria una lettera, firmata da una certa Gianna la Rossa, che affermava di conoscere tutta la verità sulla morte di Wilma Montesi. Inorridita dalla crudeltà di Montagna e di Piccioni, Gianna la Rossa aveva tentato di farli arrestare rivolgendosi alla Questura di Parma, che però non aveva preso sul serio la sua denuncia. Temendo di poter essere uccisa come Wilma, nel maggio del 1953, si era rivolta al Parroco di Traversetolo a cui aveva consegnato una lettera contenente tutte le informazioni sulla banda di narcotrafficanti guidata da Montagna e da Piccioni. Insieme alla lettera aveva consegnato anche un biglietto strappato, l&#8217;altra metà dello stesso biglietto era acclusa alla missiva inviata alla Sezione Istruttoria. La Polizia non ebbe difficoltà a rintracciare il sacerdote, Don Tonino Onnis, che dopo aver consegnato la lettera ed esibito l&#8217;altra metà del biglietto in suo possesso descrisse Gianna la Rossa come una donna sulla trentina dai capelli biondo castani. L&#8217;accusa nei confronti di Piccioni era netta, ma priva di elementi concreti e verificabili. Ad insospettire gli inquirenti era soprattutto il fatto che nel maggio del 1953, quando il sacerdote sosteneva di aver ricevuto la lettera accusatrice dalla misteriosa Gianna, il nome di Piccioni non era ancora apparso sui giornali. Nei mesi successivi il parroco denunciò di essere stato vittima di minacce. Un uomo a bordo di un&#8217;auto con targa francese gli avrebbe consigliato di tenere la bocca chiusa. Ulteriori indagini, condotte con la collaborazione del vescovo di Parma, portarono tre anni più tardi ad accertare che Gianna la Rossa e le sue accuse erano un&#8217;invenzione della fervida immaginazione del parroco di Traversetolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un paio di mesi dopo la lettera di Gianna la Rossa</strong> anche la fantasia di Adriana Bisaccia, sempre alla disperata ricerca di denaro, si risvegliò: testate come “Il Messaggero”, “Oggi”, “L&#8217;Europeo” furono ben liete di offrirle uno spazio. La giovane squilibrata raccontò di essere stata rapita sul lungotevere durante il processo a Muto, dopo aver rifiutato di fare da corriere per una consegna di droga. Prima di essere rilasciata, un uomo somigliante a Giorgio Tupini l&#8217;aveva picchiata selvaggiamente. Nel governo Pella Tupini era stato, insieme ad Andreotti, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.<br />
Al quotidiano del MSI, “Il Secolo d&#8217;Italia”, la Bisaccia confessò di aver avuto una lunga relazione con Piero Piccioni e di essere stata costretta ad abortire ben tre volte, nel 1953 aveva portato invece a termine una quarta gravidanza, anche se il bambino le era stato poi sottratto. Accusò Piccioni di averla più volte frustata e picchiata fino a farle perdere i sensi. La mattina del 9 Aprile 1953 Piccioni le aveva ordinato di partire con lui, ma lei aveva rifiutato. Quel rifiuto le aveva salvato la vita, condannando la povera Wilma Montesi.<br />
Di fronte ad una tale valanga di inverosimili menzogne Sepe volle vederci chiaro, convocò la Bisaccia e la sottopose ad un confronto all&#8217;americana. La Bisaccia non riconobbe Tupini e non le bastò una lettera di scuse indirizzata all&#8217;Onorevole per evitare di essere arrestata.<br />
La schiera di mitomani che si avventarono sul caso Montesi fu davvero molto nutrita. Vincenzo Ceprani dichiarò di aver conosciuto Wilma tramite una certa Arlette, implicata nel traffico di stupefacenti, e di averla vista per l&#8217;ultima volta ad Ostia il 10 aprile 1953 poco prima della sua morte. Michele Simola affermò di aver conosciuto Wilma grazie ad un trafficante di droga, tale Armando Avari. Pierino Pierotti si inventò addirittura di aver ricevuto dalla famiglia Montesi l&#8217;incarico di trovare all&#8217;estero stupefacenti da spacciare poi in Italia. Rosa Varvaluka si presentò come un&#8217;intima amica di Wilma, con cui condivideva la frequentazione di case di appuntamenti. Maddalena Caramello asserì di aver visto Wilma in un albergo di Roma in compagnia di Piccioni e di Montagna. Osiride Ganzaroli, indovina ferrarese, nota con il nome di Thea, giurò di essere stata presente sulla spiaggia di Torvajanica nel momento esatto in cui gli assassini abbandonavano il corpo senza vita di Wilma. Pasquale Venuti raccontò di aver incontrato Wilma e di ricordare che dalla sua borsa era caduta una bustina piena di cocaina. Queste sono soltanto alcune delle deposizioni di cui gli inquirenti dovettero dimostrare l&#8217;infondatezza, sacrificando tempo, uomini e mezzi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Giudice Sepe non si lasciò distrarre dai mitomani,</strong> né tanto meno intimidire dalle indebite attenzioni del Viminale, che fin dall&#8217;avvio delle indagini tentò di spiare le sue mosse, incaricando Enrico Gatti, Commissario presso il Palazzo di Giustizia, di raccogliere informazioni riservate. Uscieri, cancellieri, segretari, telefonisti ed autisti furono convinti a violare il riserbo a cui erano tenuti, costringendo Sepe a correre ai ripari, adottando alcuni <i>escamotage</i>, come non avvalersi dell&#8217;auto di servizio, impiegare pseudonimi per indicare gli ufficiali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza con cui collaborava e soprattutto cifrare i telegrammi che scambiava con loro.<br />
Come dimostrano le oltre sedicimila pagine dell&#8217;istruttoria, l&#8217;approccio di Sepe alle indagini fu pragmatico e scrupoloso, si orientò alla ricerca di elementi oggettivi che autorizzassero a solide conclusioni. Iniziò dalla ricostruzione dei possibili spostamenti di Wilma nel pomeriggio del 9 aprile 1953. Una testimone, Rosa Passarelli, sosteneva di aver viaggiato con Wilma nello stesso scompartimento del treno diretto ad Ostia delle 17,30. Adalgisa Roscini, portinaia dello stabile di Via Tagliamento in cui abitava la famiglia Montesi, era certa di aver salutato Wilma intorno alle 17 mentre usciva di casa. La madre e la sorella di Wilma erano uscite mezz&#8217;ora prima per recarsi al cinema. Il film che avevano scelto era “La carrozza d&#8217;oro” con Anna Magnani, Wilma non si era unita a loro dicendo di aver voglia di fare una passeggiata. Attraverso alcune accurate misurazioni, condotte all&#8217;inizio di Aprile del 1954, il Giudice Sepe accertò che difficilmente Wilma avrebbe potuto raggiungere la Stazione Ostiense in tempo per prendere il treno su cui aveva viaggiato la Passarelli. Il tempo necessario per raggiungere la stazione da Via Tagliamento era di un&#8217;ora e venti minuti a piedi, mezz&#8217;ora in autobus e circa venti minuti in auto. Se Wilma non aveva potuto prendere il treno per Ostia, come, e con chi, aveva raggiunto la costa? La domanda rimase senza risposta.<br />
Ad escludere Ostia come meta dell&#8217;ultima passeggiata di Wilma contribuì anche la perizia oceanografica condotta dal Professor Riccardo Riccardi, ordinario di Oceanografia presso l&#8217;Università di Roma, e dal Capitano di Corvetta Antonio Metallo, con la collaborazione di altri esperti, Mario Bini e Mario Schiaffino, dell&#8217;Istituto Idrografico della Marina Militare di Genova. Analizzando le condizioni meteorologiche e le correnti in quel tratto di costa i periti ritennero impossibile che il corpo di Wilma potesse aver raggiunto la spiaggia di Torvajanica provenendo via mare da Ostia. La massima distanza che il corpo poteva aver percorso trasportato dal mare era di qualche centinaio di metri dal luogo in cui fu rinvenuto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 27 Aprile 1954 il Giudice Sepe inoltrò alla Direzione Servizi Funebri</strong> del Verano la richiesta di esumazione della salma di Wilma, nella speranza di mettere finalmente alcuni punti fermi: la data e la causa della morte della giovane. Per aggirare la morbosa curiosità della stampa l&#8217;esumazione venne eseguita di notte, la salma fu poi affidata ad un <i>pool</i> di periti, composto dai Professori di Medicina Legale Attilio Ascarelli, Domenico Macaggi e Giorgio Canuto, dal Ginecologo Luigi Caravani e dall&#8217;esperto di Mineralogia Ettore Onorato. Ciò che restava di Wilma fu esaminato, fotografato e sottoposto ad esami radiologici, alcuni organi come il cuore, il cervello e parti dei polmoni furono estratti e dissezionati.<br />
Il Dottor Agostino Di Giorgio che per primo aveva esaminato il corpo di Wilma, la mattina dell&#8217;11 Aprile 1953 sulla spiaggia di Torvajanica, osservando il grado di rigidità delle membra aveva ipotizzato che il decesso fosse avvenuto circa dodici-diciotto ore prima, cioè tra le 16 e le 22 del 10 Aprile. Sulla causa di morte nessun dubbio: annegamento. Il Professori Rinaldo Frache ed Antonio Carella che avevano condotto l&#8217;autopsia qualche giorno più tardi, il 14 Aprile 1953, avevano confermato tutte le conclusioni del Dottor Di Giorgio, tranne una, la data della morte, indicata nel 9 Aprile, giorno dell&#8217;allontanamento di Wilma da casa. Avevano inoltre specificato che il malore che aveva causato la caduta in mare e successivamente la morte per annegamento della giovane non poteva essere dovuto a quanto aveva ingerito, il suo stomaco conservava soltanto uno scarso liquame acquoso contenente caseina, ingerita quattro-sei ore prima della morte, con ogni probabilità si trattava di un gelato. Anche l&#8217;ipotesi di un malore dovuto al periodo mestruale era stata scartata. Nessuna traccia di violenza sessuale era stata riscontrata. Wilma era apparsa vergine.<br />
Secondo i periti incaricati da Sepe, la mancanza di una descrizione dei movimenti compiuti sul cadavere dopo il rinvenimento, l&#8217;assenza di macchie addominali, l&#8217;assenza della cute anserina e soprattutto il fatto che il cadavere era stato lasciato a lungo, fino alla mattina del 12 Aprile, senza refrigerazione avevano tratto in inganno i Professori Frache e Carella nella determinazione della data di morte. Seppur con sfumature diverse, i Professori Ascarelli, Macaggi e Canuto furono concordi nell&#8217;indicare il 10 Aprile come data della morte di Wilma, confermando quanto ipotizzato dal Dottor Di Giorgio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lo spostamento della data di morte dal 9 al 10 Aprile</strong> pose nuovi interrogativi, che purtroppo rimasero senza risposta. Dove aveva trascorso Wilma la sera e la notte del 9 Aprile? Perché nel suo stomaco c&#8217;erano soltanto le tracce di un gelato mangiato poche ore prima di morire?<br />
In base all&#8217;analisi istologica del polmone ed alla presenza di acqua marina nello stomaco e nell&#8217;intestino, i periti nominati da Sepe confermarono che Wilma era morta per annegamento, con una agonia di una ventina di minuti al massimo. Forse Wilma era stata deposta sulla spiaggia priva di coscienza, in una posizione che aveva favorito l&#8217;annegamento. Altre ipotesi come l&#8217;abbandono del corpo in mare, il malore improvviso e letale e pure il suicidio furono definitivamente escluse.<br />
La perizia talassografica, condotta dal Professor Riccardo Riccardi e dalla Professoressa Emilia Stella, giunse alla conclusione che il corpo di Wilma non era rimasto sulla spiaggia per tutta la notte, ma soltanto per poche ore. Se il corpo fosse rimasto più a lungo avrebbe dovuto riportare i segni dell&#8217;attività delle “pulci di mare”, voracissimi crostacei anfipodi, simili a gamberetti, che si nascondono nella sabbia e si nutrono di materia organica. Tali segni erano invece pressoché assenti.<br />
Sul corpo di Wilma non furono rinvenute tracce di violenza sessuale o di sadismo, la sabbia presente nel vestibolo vaginale non aveva oltrepassato la membrana imeneale, che si presentava intatta. Anche gli esami mineralogici condotti sulla sabbia rinvenuta confermarono Torvajanica e non Ostia come luogo del decesso. Le ecchimosi presenti sul corpo, di difficile collocazione temporale, furono riconosciute di origine non traumatica, ma dovute ad un maldestro afferramento del cadavere nelle fasi successive al ritrovamento.<br />
Gli esami tossicologici effettuati diedero un esito negativo, sebbene non del tutto attendibile a più di un anno di distanza dal decesso. Nel 1953 i Professori Frache e Carella si erano limitati ad escludere con certezza l&#8217;assunzione di morfina e di stricnina.<br />
Uno dei risultati più interessanti dell&#8217;esame autoptico condotto nel 1954 fu la scoperta, grazie all&#8217;asportazione del cuore, che Wilma soffriva di una ipoplasia di modico grado del sistema cardiocircolatorio, cioè aveva l&#8217;aorta di una misura lievemente inferiore al normale. Tale malformazione cardiaca congenita può provocare difficoltà respiratorie e svenimenti.<br />
Il Giudice Sepe affidò inoltre ai Professori Giordano Giacomello, Arnaldo Foschini e Pietro Di Mattei il compito di effettuare una perizia chimica e merceologica degli indumenti indossati da Wilma al momento della morte. La giacca a rombi gialli, verde e nera, che secondo le dichiarazioni del Dottor Di Giorgio Wilma portava sulle spalle, fermata da un grosso bottone, non presentava segni di violente trazioni. Il mancato cedimento del bottone sotto l&#8217;impeto delle onde deponeva a favore dell&#8217;ipotesi che il corpo di Wilma non fosse rimasto a lungo sulla battigia. Gli indumenti intimi, mutandine, reggiseno, maglia e sottoveste, si presentavano con evidenti segni di usura, dovuta all&#8217;uso prolungato ed ai frequenti lavaggi e non alla permanenza in acqua di mare. Tale dettaglio sembrava suggerire che Wilma il 9 aprile prima di uscire di casa non si fosse preparata per un incontro galante.<br />
L&#8217;indagine di Sepe non si limitò all&#8217;acquisizione di elementi scientifici, si sviluppò anche in altre direzioni, a cominciare dal contesto familiare di Wilma. Ogni aspetto della famiglia Montesi, condizioni economiche, parentele, relazioni, vennero esaminate con attenzione. Le ingenti somme incassate dalla famiglia per la concessione alla stampa di interviste non passarono inosservate, senza tuttavia contribuire a fare chiarezza sulle circostanze della morte di Wilma.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>All&#8217;inizio di Settembre del 1954 avvenne una improvvisa svolta</strong> nelle indagini di Sepe. Tra le numerose e confuse suggestioni fornite dalla Moneta Caglio c&#8217;era anche quella della presunta omertà dei guardiani delle tenuta di Capocotta, Venanzio De Felice, Natalino Del Duca, Orlando Trifelli ed Anastasio Lilli, complici dei loschi traffici del Marchese Montagna. Tale suggestione sembrò trovare una inaspettata conferma nella deposizione di un cacciatore della zona di Torvajanica, Tullio Zingarini, che sosteneva di aver riconosciuto nei pressi della tenuta di Capocotta Wilma Montesi a bordo di un&#8217;auto, in compagnia di un uomo. Ai giornalisti che lo assediavano all&#8217;uscita del Palazzo di Giustizia Zingarini disse senza esitazioni che l&#8217;uomo che aveva visto insieme a Wilma era Piero Piccioni.<br />
L&#8217;interrogatorio di Venanzio De Felice si concluse con il suo arresto per reticenza, qualche giorno più tardi anche gli altri guardiani subirono la stessa sorte. Il Giudice Sepe era convinto di aver trovato finalmente gli esecutori materiali dell&#8217;abbandono del corpo di Wilma sulla spiaggia di Torvajanica. Sul responsabile dell&#8217;omicidio colposo, aggravato dalla somministrazione di stupefacenti, di Wilma Montesi da tempo non aveva più dubbi: Piero Piccioni, con il favoreggiamento del Marchese Montagna e del Questore Polito. Prima di formalizzare tale azzardata conclusione Sepe, al fine di scongiurare una eventuale fuga, ordinò il ritiro dei passaporti di Piccioni, Montagna e Polito. Tale misura che avrebbe dovuto rimanere rigorosamente segreta trapelò con grande clamore sui giornali, soprattutto perché tra i passaporti ritirati compariva anche quello di un personaggio illustre, ben noto alle cronache mondane: il Principe Maurizio d&#8217;Assia, figlio di Mafalda di Savoia, morta nel lager nazista di Buchenwald, e nipote dell&#8217;ultimo Re d&#8217;Italia Umberto II. Giovane, bello, con una consolidata fama di playboy internazionale, Maurizio d&#8217;Assia era entrato nelle indagini sul caso Montesi per la prima volta nella primavera del 1953, era stato indicato come uno dei frequentatori della tenuta di Capocotta, alcuni testimoni sostenevano di averlo visto sul litorale di Torvajanica nei giorni di Pasqua del 1953 a bordo di una Fiat 1900 di colore chiaro in compagnia femminile. La Polizia dopo aver accertato che la sua accompagnatrice non era stata la Montesi non si era più occupata del Principe. Nel corso degli interrogatori dei guardiani di Capocotta il nome del Principe emerse nuovamente e Sepe, sempre scrupoloso, non volle ignorarlo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 9 Settembre 1954 Piero Piccioni fu convocato dal Giudice Sepe</strong> per essere messo a confronto con persone che vivevano e lavoravano a Torvajanica ed a Capocotta. L&#8217;esito del confronto non fece che rafforzare la convinzione già maturata da Sepe circa le responsabilità di Piccioni, tanto che qualche giorno più tardi, violando il suo abituale riserbo, annunciò in una intervista rilasciata alla stampa l&#8217;imminente arresto del musicista.<br />
Una così palese violazione del segreto istruttorio fece infuriare il Presidente Scelba che ottenne all&#8217;unanimità dal Consiglio dei Ministri l&#8217;approvazione della sua proposta di denunciare il Giudice Sepe. Al Ministro Guardasigilli, Michele De Pietro, un anziano giurista leccese di ispirazione laica e liberale, bastarono tuttavia alcune ore di riflessione per ricredersi e presentare le proprie dimissioni. Temendo le reazioni della stampa e dell&#8217;opinione pubblica di fronte ad una spaccatura così profonda nel governo, Scelba pregò Fanfani di convincere il Ministro, con la promessa di non procedere contro Sepe, a ritirare le dimissioni. Dopo una concitata trattativa le dimissioni di De Pietro rientrarono, evitando al governo di mettere in atto una ritorsione contro Sepe che l&#8217;opinione pubblica non avrebbe né compreso, né perdonato.<br />
Evitate per un soffio le dimissioni del Ministro della Giustizia, il 19 Settembre 1954, il giorno dopo il rientro in patria del Segretario di Stato americano Dulles in visita in Europa, divennero inevitabili quelle del Ministro degli Esteri, Attilio Piccioni, che con grande dignità scrisse: «&#8230;di fronte al perdurare di una calunniosa e malvagia campagna, sento che il mio posto è accanto a mio figlio&#8230;»<br />
Due giorni più tardi, il 21 Settembre 1954, con grande esultanza della stampa di sinistra e non solo, furono spiccati i mandati di cattura nei confronti di Piccioni e di Montagna, a cui per varcare il portone di Regina Coeli bastò soltanto esibire la prima pagina del giornale che aveva in tasca. Il Questore Polito fu raggiunto da un semplice mandato di comparizione per aver aiutato Piccioni ad eludere le investigazioni dell&#8217;autorità giudiziaria, «&#8230;indirizzando le indagini di Polizia verso l&#8217;ipotesi di un fatto accidentale (disgrazia a seguito di pediluvio) e commettendo il fatto con abuso dei poteri e con violazione dei doveri inerenti alla sua qualità di Questore&#8230;» Il Principe d&#8217;Assia sparì ancora una volta dalla vicenda Montesi con la stessa rapidità con cui vi era entrato, poiché il guardiano Anastasio Lilli al cospetto del Principe non lo riconobbe come l&#8217;uomo che riteneva di aver visto in compagnia femminile nei pressi della tenuta di Capocotta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In qualità di Ministro degli Interni Scelba invitò le forze dell&#8217;ordine</strong> a prepararsi ad una repentina mobilitazione nel caso in cui l&#8217;opposizione social-comunista fosse scesa in piazza per inscenare manifestazioni sediziose. Tale apprensione si rivelò eccessiva, con l&#8217;arresto di Piccioni e di Montagna l&#8217;interesse dell&#8217;opinione pubblica per il caso Montesi dopo mesi di incessante crescita incominciò lentamente a scemare. L&#8217;opposizione di sinistra non mobilitò le piazze, neppure nella sua roccaforte di Bologna, tuttavia non rinunciò a mettere sotto pressione il governo. Il 22 Settembre l&#8217;ex Presidente comunista dell&#8217;Assemblea Costituente, Umberto Terracini, prese la parola in Senato per denunciare ancora una volta come il caso Montesi fosse una conseguenza della corruzione morale generata dal regime democratico cristiano. Nella stessa aula Scelba si difese abilmente, ponendo una domanda che l&#8217;opposizione si ostinava a non considerare: «E se gli imputati in questione fossero innocenti?»<br />
Alla domanda posta provocatoriamente da Scelba in Senato non rimase insensibile la Questura di Roma che, a fine Settembre, avviò una indagine focalizzata sullo zio di Wilma, Giuseppe Montesi. Fin dalle prime indagini nella primavera del 1953 l&#8217;atteggiamento dello zio Giuseppe aveva destato negli inquirenti alcuni sospetti, era bastata però qualche superficiale verifica per dissiparli. A riportare l&#8217;attenzione su di lui fu la segnalazione di quattro colleghi della tipografia in cui lavorava, secondo i quali il giorno della scomparsa di Wilma si era assentato intorno alle 17, prima del normale orario di uscita, per un imprecisato impegno urgente. Prima di lasciare il posto di lavoro lo zio Giuseppe aveva ricevuto una telefonata di una ragazza, i colleghi sostenevano di aver sentito pronunciare, in occasione di altre telefonate ricevute sul lavoro, il nome Wilma, tuttavia non potevano affermare che il cognome fosse Montesi. Messo a confronto con i colleghi lo zio Giuseppe chiarì che il 9 Aprile all&#8217;uscita dal lavoro all&#8217;orario regolare si era incontrato con la sua fidanzata Mariella Spissu, il suo alibi venne ritenuto credibile. Dal momento che all&#8217;epoca della morte della nipote il Montesi possedeva una Fiat Giardinetta, con cui era solito recarsi sul litorale romano, gli inquirenti rintracciarono il veicolo, che nel frattempo era stato venduto, e ne analizzarono gli interni, senza rinvenire alcuna traccia significativa. Anche la sua abitazione di Via Alessandria 143 fu perquisita inutilmente. Il sequestro, insieme ad altri oggetti, di un paio di mutandine rosa accese la solita morbosa curiosità della stampa. Lo zio Giuseppe, che secondo la testimonianza dei colleghi si vantava di essere un seduttore e di avere una vita sessuale spregiudicata, spiegò che quell&#8217;indumento intimo era il trofeo di una conquista femminile di qualche anno prima. L&#8217;ipotesi alternativa alla colpevolezza di Piccioni svanì rapidamente in assenza di riscontri. Il primo a non ritenerla credibile era proprio il Giudice Sepe, a cui non era sfuggito il legame di amicizia esistente tra Franco Biagetti, direttore della tipografia Casciani dove era impiegato il Montesi, e la famiglia Piccioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La credibilità dell&#8217;intransigenza morale ostentata dai comunisti</strong> subì un duro colpo nel novembre del 1954, quando l&#8217;avocato di Silvano Muto, Giuseppe Sotgiu, fu sorpreso, insieme alla moglie, da una irruzione della Polizia in una casa di appuntamenti di Via Corridoni, nel quartiere Prati. A condurre la Polizia fino all&#8217;appartamento di Via Corridoni erano state le indagini sulla morte sospetta di una giovane prostituta, Maria Adelaide Montorzi, detta Pupa. Per alcune settimane gli agenti della Buoncostume avevano meticolosamente fotografato i frequentatori della casa, tra di essi non avevano faticato a riconoscere un volto noto come quello dell&#8217;avvocato Sotgiu, in compagnia della sua giovane moglie, la pittrice neorealista Liliana Grimaldi. Quelle foto compromettenti con ogni probabilità non impiegarono molto ad arrivare fino a Scelba che non si fece scrupolo di sfruttarle per colpire l&#8217;opposizione comunista che da mesi strepitava contro il degrado morale della Democrazia Cristiana. La Polizia attese pazientemente che Sotgiu e la moglie fossero in Via Corridoni per fare l&#8217;irruzione, nel frattempo le foto compromettenti furono recapitate al quotidiano filogovernativo “Momento Sera”, affinché le pubblicasse quando richiesto. Il 15 Novembre 1954 finalmente scattò la trappola, i coniugi Sotgiu furono colti in compagnia di un giovane, Sergio Rossi, che risultò minorenne, gli mancavano tre mesi per compiere ventun anni. Immancabile partì la denuncia per atti contro la morale ed istigazione alla prostituzione. Sulla prima pagina di “Momento Sera” apparvero le fotografie dei Sotgiu all&#8217;ingresso e all&#8217;uscita della casa di Via Corridoni, un velenoso articolo si incaricava di fornire ai lettori tutti i dettagli sulla loro passione per il <em>ménage à trois.<br />
</em>Di fronte a prove così schiaccianti il PCI, nel tentativo di salvare la sua immagine di difensore della morale, abbandonò a sé stesso il suo dirigente, che fu espulso dal partito e costretto a dimettersi dalla carica di Presidente della Provincia di Roma. Al processo che seguì Sotgiu si difese abilmente, invocando l&#8217;orchestrazione ai suoi danni di un vero e proprio complotto politico e riuscendo a dimostrare che il giovane Sergio Rossi, di cui i coniugi ignoravano la vera età, era perfettamente consenziente. Il proscioglimento che ottenne non gli restituì né il prestigio professionale di cui godeva, né la carriera politica.<br />
Dall&#8217;imbarazzo del partito comunista, che aveva cavalcato con tanta ostinazione la questione morale, il governo Scelba non trasse grandi benefici, nei mesi successivi allo scandalo Sotgiu ripresero le fibrillazioni all&#8217;interno della Democrazia Cristiana che culminarono nell&#8217;elezione di Giovanni Gronchi alla Presidenza della Repubblica, con la sconfitta di un altro candidato democristiano, Cesare Merzagora, sostenuto dal governo. Su qualche scheda comparve provocatoriamente il nome di Sepe. Il 26 Giugno 1955 Scelba rassegnò le dimissioni ed il Presidente Gronchi incaricò Antonio Segni di formare il nuovo esecutivo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In questo nuovo clima politico, il 20 Luglio 1955, il Giudice Sepe</strong> depositò presso la Cancelleria del Tribunale di Roma le oltre quattrocento pagine della sentenza di rinvio a giudizio per Piccioni, responsabile dell&#8217;omicidio colposo della Montesi, per i suoi favoreggiatori, Montagna e Polito, e per una decina di altri soggetti, tra cui i guardiacaccia di Capocotta, accusati del reato di falsa testimonianza.<br />
Contrariamente alle aspettative dell&#8217;opinione pubblica l&#8217;avvio del processo ebbe un slittamento di circa un anno e mezzo, che contribuì ad affievolire l&#8217;interesse sul caso. Il primo nodo da sciogliere fu quello della sede del processo, il Procuratore Generale Giocoli, adducendo ragioni di ordine pubblico, formulò alla Corte di Cassazione la richiesta di trasferimento. Nel marzo del 1956 la Cassazione si espresse designando il Tribunale di Venezia. Scortati dai Carabinieri i novantadue faldoni dell&#8217;istruttoria Sepe furono trasferiti sul Canal Grande nell&#8217;edificio delle Fabbriche Nuove di Rialto e custoditi in una camera blindata. Al Procuratore veneziano Cesare Palminteri occorsero nove mesi per studiare le carte. Il 23 Gennaio 1957, presieduto dal Giudice Mario Tiberi, coadiuvato dai Giudici a latere Mario Alborghetti ed Amerigo Villafranca, il processo Montesi ebbe finalmente inizio.<br />
La famiglia Montesi, assistita da Bruno Cassinelli, un costoso avvocato con un passato da confidente dell&#8217;OVRA ai danni dei suoi clienti antifascisti, si costituì parte civile poi ritirò la querela, alleggerendo così la posizione degli imputati. Della copertura delle spese legali si fece carico “Il Messaggero”, in cambio dell&#8217;esclusiva sulle dichiarazioni e sulle interviste della famiglia. Da tempo i Montesi in gravi difficoltà economiche, a causa delle condizioni di salute del padre di Wilma, avevano trasformato il loro rapporto con la stampa in una consistente fonte di reddito. Come dimostrano le trascrizioni di alcune intercettazioni telefoniche, ad occuparsi con cinico piglio imprenditoriale delle trattative con i giornalisti era la signora Montesi. Persino il referto di una visita ginecologica effettuata da Wanda Montesi alla vigilia delle sue nozze finì sulle pagine del “Messaggero”.<br />
Nonostante la mole documentale prodotta, l&#8217;impianto accusatorio apparve debole fin dalle prime battute del processo, anche ai più strenui sostenitori di Sepe. La lacuna più grave era la mancanza di una prova che Piccioni conoscesse Wilma. Come avrebbe potuto ucciderla se neanche l&#8217;aveva mai vista?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;alibi di Piccioni per il 9 ed il 10 Aprile 1953 era solido,</strong> confermato da una ricetta medica e da alcune testimonianze, tra cui quella di Alida Valli. Tre lettere anonime recapitate a Sepe nel Marzo del 1955 avevano richiamato l&#8217;attenzione del Giudice su un dettaglio che gli era sfuggito: la data della ricetta appariva senza ombra di dubbio ritoccata a penna. Una meticolosa indagine accertò che l&#8217;autrice di quelle missive era la moglie del difensore di Piccioni, Primo Augenti, alla ricerca di una vendetta nei confronti del marito che l&#8217;aveva lasciata. Il medico che aveva firmato quella ricetta spiegò quella data incerta come un errore di distrazione, prontamente corretto al momento stesso della compilazione.<br />
L&#8217;interrogatorio di Giuseppe Montesi, che si preannunciava come una semplice formalità, sembrò rilanciare un&#8217;ipotesi alternativa al coinvolgimento di Piccioni. Incalzato sui suoi spostamenti il giorno della scomparsa della nipote, lo zio Giuseppe dichiarò di essere uscito dalla casa di Via Alessandria, in cui viveva con i genitori e la sorella Ida, alla sera del 9 aprile e di esservi rientrato tra le nove e le dieci, dopo aver incontrato la sua fidanzata, Mariella Spissu. Tale dichiarazione risultò contraddittoria con quanto affermato da sua sorella e dai suoi genitori. Invitato a riflettere sulle conseguenze penali delle dichiarazioni mendaci, lo zio Giuseppe ammise di aver mentito. Sgombrata l&#8217;aula dal pubblico, confessò di aver passato la serata del 9 Aprile non con la fidanzata, ma con sua sorella Rossana, con cui intratteneva da tempo una relazione clandestina. Nel 1955 da Rossana Spissu aveva avuto anche un figlio. Il fascicolo sul Montesi fu stralciato dagli atti del processo di Venezia ed inviato alla Procura di Roma. Nel giugno del 1957 lo zio Giuseppe fu arrestato e poi rilasciato in libertà provvisoria in novembre. Tutti gli sforzi investigativi per dimostrare che il 9 Aprile del 1953 avesse incontrato la nipote si rivelarono vani. Tre anni più tardi, dopo aver finalmente ammesso di aver lasciato il lavoro il 9 aprile prima dell&#8217;orario regolare, fu condannato, insieme a Rossana Spissu, per calunnia e falsa testimonianza.<br />
La tanto attesa deposizione della Moneta Caglio si rivelò ancora più disastrosa per i sostenitori della colpevolezza degli imputati e della corruzione morale generata dalla Democrazia Cristiana. Tutte le sue suggestive affermazioni che per anni avevano ammaliato l&#8217;opinione pubblica si mostrarono finalmente per quello che erano: fantasie, così infondate da suscitare persino l&#8217;ilarità dei cronisti in aula. Già da tempo la sua popolarità aveva incominciato a sgretolarsi, insieme alle sue ambizioni artistiche, il film “La ragazza di Via Veneto” di cui era stata protagonista non aveva riempito le sale, né la sua autobiografia “Una figlia del secolo”, né i due dischi che aveva inciso erano andati a ruba.<br />
La demolizione del torbido scenario del traffico di droga e delle orge di Capocotta dipinto dalla Moneta Caglio coincise con il crollo dell&#8217;intero impianto accusatorio ed il processo si avviò rapidamente alla conclusione. Tanto rapidamente che fu chiesto ai difensori degli imputati di rinunciare persino alle loro arringhe finali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 28 maggio 1957, dopo sette ore di camera di consiglio,</strong> fu pronunciato il verdetto. «Non sussistendo a suo carico alcun elemento anche indiziario e avendo egli anzi pienamente dimostrato la sua estraneità alla vicenda», Piero Piccioni fu assolto con formula piena. Assolti di conseguenza furono anche i suoi presunti complici Montagna e Polito, così come i guardiani di Capocotta imputati del reato di falsa testimonianza. Adriana Concetta Bisaccia, colpevole di simulazione di reato, fu invece condannata a sei mesi di reclusione ed al pagamento delle spese processuali. La pena fu sospesa con la condizionale. Muto e la Moneta Caglio furono rinviati a giudizio per il reato di calunnia. La loro condanna, rispettivamente a due anni ed a due anni e quattro mesi, venne confermata dalla Corte di Cassazione nel 1967.<br />
La sentenza di Venezia, pur senza individuare alcun colpevole, fornì una interpretazione delle circostanze della morte di Wilma, si trattò di un omicidio colposo. Collocò a Torvajanica e non ad Ostia il luogo della sua morte, respinse sia l&#8217;ipotesi del suicidio, sia del malore improvviso causato da un pediluvio. Wilma morì per annegamento, ma non fu provocato da una azione violenta, come dimostrato dall&#8217;assenza di tracce sul suo corpo. Il suo annegamento avvenne in stato di incoscienza, indotto dall&#8217;assunzione di qualche sostanza non identificata e forse aggravato dalla sua malformazione cardiaca. Escluse infine che chi depose Wilma priva di sensi sulla spiaggia di Torvajanica appartenesse alla sua cerchia familiare.<b> </b>Come abbiamo già detto, le indagini successive alla sentenza di Venezia scagionarono completamente l&#8217;unico indiziato, lo zio Giuseppe.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Oggi per svelare il mistero di Wilma Montesi ci rimangono tre ipotesi,</strong> tutte molto deboli. La prima è quella del malore, causato non dal pediluvio, ma da una crisi respiratoria, indotta dalla malformazione cardiaca di cui Wilma soffriva. Per dare credibilità a questa ipotesi occorrerebbe, del tutto arbitrariamente, collocare la morte di Wilma nel tardo pomeriggio del 9 Aprile 1953 e lasciare senza risposta tutte le domande circa la modalità con cui raggiunse il litorale. Anche operando una tale forzatura, rimarrebbe comunque senza una spiegazione accettabile la decisione di Wilma di passeggiare sulla battigia, da sola, al tramonto, in un tratto deserto del litorale di Torvajanica, dopo essersi liberata, irragionevolmente, del reggicalze che aveva in vita.<br />
La seconda ipotesi è quella dell&#8217;allontanamento volontario di Wilma in compagnia di un misterioso spasimante, corteggiatore oppure amante. Il trasferimento sul litorale troverebbe una facile spiegazione, tutto il resto no. Dopo una notte e gran parte del giorno successivo trascorsi in qualche rifugio nei pressi di Torvajanica, senza consumare alcun rapporto sessuale completo, senza ingerire nulla se non qualche alimento contenente caseina poche ore prima di morire, Wilma avrebbe accusato un improvviso malore ed il suo accompagnatore, in preda al panico, l&#8217;avrebbe abbandonata sulla spiaggia e poi si sarebbe volatilizzato. Ogni aspetto della vita di Wilma fu esaminato dagli inquirenti senza che emergesse la benché minima traccia di una relazione clandestina oppure del proposito di abbandonare la propria famiglia.<br />
La terza ipotesi è quella del rapimento, avvenuto magari nei pressi della sua abitazione in Via Tagliamento. Il rapitore senza torcerle neppure un capello, senza abusare di lei sessualmente, l&#8217;avrebbe segregata in qualche luogo sul litorale di Torvajanica fino al tardo pomeriggio del 10 Aprile, quando dopo un giorno intero di digiuno le avrebbe somministrato qualche alimento a base di caseina, poi il malore, l&#8217;abbandono in tutta fretta sulla spiaggia, l&#8217;agonia e la morte per annegamento. Ciò che risulta impossibile da dimostrare è proprio l&#8217;esistenza di un rapitore, nessuna traccia, nessun indizio. Una delle prime verifiche compiute dagli inquirenti riguardò proprio i soggetti, residenti nel tratto di costa tra Ostia e Torvajanica, con precedenti penali per aggressione oppure violenza sessuale. Nessuno di coloro che furono interrogati risultò anche soltanto vagamente sospetto.<br />
A più di settant&#8217;anni dai fatti il caso Montesi si presenta come un enigma irrisolto e probabilmente irrisolvibile, in cui le uniche certezze sono il completo fallimento della Giustizia e lo sconcertante cinismo della stampa e della politica che per i loro scopi sfruttarono senza alcuna remora la tragica morte di una giovane donna.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><b> </b></p>
<p style="text-align: justify;">FRANCESCO GRIGNETTI, <i>Il caso Montesi. Sesso, potere e morte dell&#8217;Italia degli anni &#8217;50</i>, Venezia, Marsilio, 2006.<br />
PASQUALE RAGONE, <em>La verginità e i potere. Il caso Montesi e le nuove indagini</em>, Roma, Sovera Edizioni, 2015.<br />
CHIARA RICCI, <em>Wilma Montesi. Una storia sbagliata</em>, Reggiolo (RE), Golem Edizioni, 2022.<br />
MARIA ROMANA DE GASPERI, <em>De Gasperi. Ritratto di uno statista</em>, Milano, Mondadori, 2004.<br />
MARIO PACELLI, <em>Non mi piacciono i film di Anna Magnani. Il caso Wilma Montesi</em>, Roma, Graphofeel Editore, 2019.<br />
LEONE PICCIONI, <em>Lungara 29. Il “caso Montesi” nelle lettere a Piero</em>, Polistampa, 2018.<br />
GIUSEPPE MAMMARELLA, <em>L&#8217;Italia contemporanea 1943-2011</em>, Bologna, Il Mulino, 2012.<br />
INDRO MONTANELLI, MARIO CERVI, <em>L&#8217;Italia del miracolo (14 Luglio 1948- 19 Agosto 1954)</em>, Milano, Rizzoli, 1987.</p>
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		<title>IL CASO MONTESI FA TREMARE IL POTERE (parte 2)</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 06:00:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Roberto Poggi – · Tra memoriali, indagini riservate, manovre politiche e campagne stampa, il caso diventa una “questione morale” che travolge il governo guidato da Mario Scelba e mette in difficoltà figure come Amintore Fanfani e Attilio Piccioni. Nonostante l’archiviazione iniziale, le accuse, i colpi di scena processuali e &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Roberto Poggi –</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">·</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Tra memoriali, indagini riservate, manovre politiche e campagne stampa, il caso diventa una “questione morale” che travolge il governo guidato da Mario Scelba e mette in difficoltà figure come Amintore Fanfani e Attilio Piccioni. Nonostante l’archiviazione iniziale, le accuse, i colpi di scena processuali e la pressione dell’opinione pubblica conducono alla riapertura dell’inchiesta, trasformando la vicenda Montesi in uno dei più clamorosi scandali politico-mediatici della Prima Repubblica.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">·</span></p>
<div id="attachment_15619" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="https://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2026/03/Wilma_Montesi.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-15619" alt="Wilma Montesi" src="https://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2026/03/Wilma_Montesi-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Wilma Montesi</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chi era veramente Wilma Montesi?</strong> Una ragazza come tante, sospesa tra i sogni ispirati dal mondo del cinema e la realtà di un casto fidanzamento con una agente di Polizia, Angelo Giuliani, di estrazione altrettanto modesta della sua. I conoscenti ed i familiari, il padre Rodolfo, titolare di una bottega di falegnameria, la madre Maria Petti, casalinga, la sorella Wanda, di ventiquattro anni, il fratello Sergio, di diciassette anni, la descrissero come riservata, timida ed estremamente pudica. Raramente usciva da sola, per questa ragione i vicini di casa in via Tagliamento avevano soprannominato le sorelle Montesi le sorelle siamesi. Abbandonati gli studi dopo diversi cambi di istituto, Wilma passava le sue giornate aiutando la madre in casa, sfogliando riviste di moda, andando al cinema, scrivendo e ricopiando lettere d&#8217;amore indirizzate al suo promesso sposo che prestava servizio in Polizia a Potenza. Wilma, una bellezza mediterranea dalle forme generose, curata nel vestire, distinta nel portamento, non passava certo inosservata, non aveva però nessuna doppia vita. Agli inquirenti il padre Rodolfo dichiarò: «&#8230;la sua onestà e la rettitudine della sua vita escludono nella maniera più assoluta e radicale che ella potesse avere delle relazioni sentimentali con altro uomo; che potesse accettare la sua compagnia e che di tale fatto potesse mantenere il segreto con la madre e la sorella verso le quali la sua condotta è stata sempre caratterizzata da una sincerità e lealtà veramente ammirevoli».<br />
In pochi giorni le copie di “Attualità” andarono a ruba, una di queste non tardò ad arrivare sulla scrivania del Procuratore Capo Sigurani che, il 24 ottobre 1953, volle interrogare Silvano Muto, giornalista e direttore di quella rivista, che aveva proposto la stravagante ricostruzione di un festino finito male. Dal momento che il comando dei Carabinieri di Ostia aveva già chiarito che quanto affermato nell&#8217;articolo apparso su “Attualità” era destituito di qualsiasi fondamento, Sigurani ed il Sostituto Procuratore Murante non ebbero difficoltà a mettere Muto con le spalle al muro, costringendolo ad ammettere candidamente che la sua ricostruzione della morte della Montesi era un&#8217;opera di fantasia, a scopo puramente pubblicitario. Tale pronta ammissione non gli evitò comunque un rinvio a giudizio, con l&#8217;accusa di aver diffuso notizie atte a turbare l&#8217;ordine pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In quel mese di ottobre un&#8217;altra copia di “Attualità” finì per caso</strong> nelle mani di Anna Maria Moneta Caglio, una giovane donna milanese di ottima famiglia, con l&#8217;aspirazione di costruirsi una carriera nel mondo dello spettacolo, che riconobbe nel misterioso Mister X il proprio fidanzato, Ugo Montagna, su cui da tempo nutriva dei sospetti, alimentati dalla gelosia.<br />
Ugo ed Anna Maria si erano conosciuti nell&#8217;anticamera del Ministro delle Poste Giuseppe Spataro. Ad indirizzarla a quella anticamera, munita di una lettera di raccomandazione che avrebbe dovuto spalancarle le porte della Rai e di Cinecittà, era stato suo padre, un notaio con ottime aderenze nella Democrazia Cristiana. La ventennale differenza di età non aveva impedito ad Anna Maria di subire il fascino del Marchese Montagna, che sembrava poterle garantire, addirittura meglio di un Ministro, quella scorciatoia verso la celebrità che stava cercando.<br />
Per i frequentatori del bel mondo romano, appassionati di caccia e di ricevimenti esclusivi, la tenuta di Capocotta evocava il nome di Ugo Montagna, Marchese di San Bartolomeo, amministratore della società venatoria Sant&#8217;Uberto, immobiliarista di successo, con una fama di donnaiolo impenitente. Benché la sua nobiltà fosse dubbia, quanto quella di tanti altri gentiluomini nobilitati da Umberto II nei suoi ultimi giorni di regno, poteva vantare ottime relazioni sia con la vecchia nobiltà romana sia con i nuovi detentori del potere politico e soprattutto con i loro figli: frequentava, infatti, abitualmente Piero Piccioni ed Alfonso Spataro, figlio del Ministro delle Poste in carica.<br />
Nell&#8217;ottobre del 1953 Ugo ed Anna Maria erano fidanzati da circa un anno. La loro relazione dopo un inizio idilliaco era diventata negli ultimi mesi burrascosa, turbata dalle frequenti scenate di gelosia di Anna Maria e forse anche dal suo risentimento verso Ugo per una carriera artistica che stentava a decollare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nello scenario fantasioso tracciato da Muto</strong> la Moneta Caglio trovò finalmente una risposta ai dubbi che da tempo la angosciavano. La grande disponibilità di denaro ostentata dal Marchese si spiegava con il traffico di stupefacenti e le sue assenze, tanto numerose quanto misteriose, con i festini di Castel Porziano, frequentati da fanciulle disponibili a tutto.<br />
Alla ricerca di ulteriori conferme, la Moneta Caglio non esitò a contattare la redazione di “Attualità”. Muto, che dopo l&#8217;interrogatorio in Procura era alla disperata ricerca di un testimone più credibile di Adriana Bisaccia, fu ben contento di incontrarla.<br />
Alla fine di ottobre, di propria iniziativa, o forse su sollecitazione di Muto, la Moneta Caglio si presentò al Procuratore Sigurani, a cui dipinse un quadro a fosche tinte delle attività del Marchese Montagna, senza tuttavia fornire alcun riscontro più concreto delle sue sensazioni. Il Procuratore la ascoltò perplesso, prese qualche appunto e poi la congedò con il consiglio paterno di prendere le distanze dal Montagna.<br />
Tale assennato consiglio venne ignorato, nelle settimane successive Anna Maria ed Ugo si riappacificarono, ma i sospetti instillati da Muto, divenuto nel frattempo amico e confidente della Moneta Caglio, non svanirono, anzi si rafforzarono sino a trasformarsi in un angoscioso stato d&#8217;animo. Ogni gesto del Montagna, un invito a cena così come la proposta di trascorrere una serata romantica nella tenuta di Capocotta, assumeva nella mente di Anna Maria i contorni di una velata minaccia alla propria vita.<br />
Sempre più inquieta e tormentata Anna Maria decise, a metà novembre, di confidarsi con la sua guida spirituale, il sacerdote milanese Pietro Filipetto, che la indirizzò ad un confratello romano, il Padre gesuita Alessandro Dall&#8217;Olio, responsabile del seminario di Via degli Astalli. Il gesuita romano ascoltò sgomento un confuso racconto in cui la morte misteriosa della Montesi si intrecciava con condotte immorali e tanti nomi illustri, sullo sfondo del traffico di stupefacenti e della tratta delle bianche. Disorientato da un tale scenario padre Dall&#8217;Olio invocò in suo soccorso un autorevole confratello, Padre Virgilio Rotondi, intimo collaboratore di Papa Pio XII, che esortò la giovane a sporgere quanto prima una denuncia.<br />
Anna Maria respinse il consiglio, affermando che qualunque denuncia sarebbe stata rapidamente insabbiata, dal momento che il Montagna teneva in pugno persino il Capo della Polizia. Di fronte a tale obiezione Padre Rotondi suggerì di scavalcare il Capo della Polizia, rivolgendosi direttamente al Ministro dell&#8217;Interno, Amintore Fanfani.<br />
In attesa di combinare un incontro al Viminale i due gesuiti prudentemente fecero alcune verifiche che diedero tutte esito positivo. Effettivamente il Montagna risultava ben introdotto nei salotti romani e poteva vantare un lungo elenco di amicizie in cui accanto al Capo della Polizia comparivano il Presidente dell&#8217;Azione Cattolica, Luigi Gedda, il responsabile della sanità pontificia, Monsignor Angelini, il medico del Papa, Riccardo Galeazzi Lisi e tanti altri nomi di peso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Al fine di mettere ordine nel fiume in piena delle sue rivelazioni</strong> i due gesuiti chiesero alla Moneta Caglio di scrivere un dettagliato memoriale. Proprio con tale documento in busta chiusa Padre Dall&#8217;Olio si presentò nell&#8217;ufficio di Fanfani che, incuriosito dai nomi anticipati dal gesuita, tra cui comparivano alcuni dei suoi antagonisti all&#8217;interno della DC, si impegnò a leggerlo con attenzione per poi accertare quanto di vero contenesse. Neppure le perplessità di Mino Cingolani, ex assistente di De Gasperi aggregato alla segreteria del Ministro dell&#8217;Interno, sulla credibilità di quanto riferito da Padre Dall&#8217;Olio riuscirono a frenare la volontà di Fanfani di trovare dei riscontri. Informato da Cingolani sulle farneticazioni della Moneta Caglio, De Gasperi preferì astenersi da ogni commento, chiudendosi in uno sdegnato silenzio.<br />
Al seguito di Padre Dall&#8217;Olio una copia dello stesso memoriale giunse anche sulla scrivania di Giulio Andreotti, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, che, dopo averne letto l&#8217;<i>incipit,</i> in cui si affermava di una tresca tra il Montagna e la Petacci, tollerata da Mussolini per timore del Montagna, lo fece scivolare senza esitazioni direttamente nel cestino.<br />
Mentre De Gasperi taceva ed Andreotti saggiamente cestinava, Fanfani invece convocò il Generale Alberto Mannerini, Comandante dell&#8217;Arma dei Carabinieri, e lo incaricò di approfondire le mirabolanti affermazioni sul conto di Montagna contenute nel memoriale della Moneta Caglio. Per una indagine così delicata e costellata di nomi tanto illustri il Comandante dell&#8217;Arma scelse il Colonnello Umberto Pompei, un ufficiale con una grande esperienza nei servizi segreti, che dichiarò di essere già stato sollecitato ad indagare su quella vicenda da una misteriosa lettera anonima.<br />
In quel mese di novembre la condizione ormai paranoica di Anna Maria non accennò a migliorare. Nella notte tra il 22 ed il 23 novembre, dopo una cena dall&#8217;Amatriciano in compagnia di Montagna, Anna Maria accusò dei forti dolori allo stomaco che non esitò ad interpretare come i sintomi di un tentativo di avvelenamento. In realtà quella sera aveva mangiato una sogliola probabilmente non proprio appena pescata. La mattina seguente su consiglio di una suora della Basilica di San Clemente, con cui da qualche tempo era entrata in confidenza, si fece visitare da un neuropsichiatra che la giudicò affetta da un grave esaurimento nervoso e le prescrisse un lungo periodo di riposo. Quella sera stessa, senza neanche rivolgere una parola di commiato al Montagna, Anna Maria partì in treno per Milano.<br />
La quiete di Anna Maria non durò a lungo, già nel mese di dicembre il Colonnello Pompei, grazie alla collaborazione dell&#8217;infaticabile Padre Dall&#8217;Olio, la rintracciò per raccogliere dalla sua viva voce ulteriori dettagli sul conto del Montagna, su cui gli archivi in cui aveva rovistato avevano fatto emergere una sequela di precedenti penali, diffide e sospetti. Ciò che gli mancava erano notizie di reati contro cui si potesse immediatamente procedere. Dopo un paio di incontri, avvenuti tra le mura di silenziosi conventi ad Orte ed a Roma, nel corso dei quali la Moneta Caglio arricchì il suo memoriale di altri fantasiosi particolari, senza tuttavia fornire prove concrete alle sue affermazioni, il Colonnello Pompei ritenne conclusa la sua riservatissima inchiesta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 28 dicembre 1953 il Generale Mannerini ed il Colonnello Pompei</strong> si presentarono a rapporto al Viminale. I due alti ufficiali illustrando il <i>dossier</i> che avevano messo insieme consigliarono di avvertire le molte personalità con cui il sedicente Marchese era in relazione affinché prendessero le distanze da lui, soltanto dopo aver creato il vuoto attorno al Montagna sarebbe stato opportuno far scoppiare lo scandalo, per il quale oltre tutto mancavano ancora prove spendibili in tribunale.<br />
Il Ministro Fanfani respinse tale strategia giudicandola troppo accomodante, l&#8217;indagine doveva continuare nell&#8217;ombra come era iniziata senza fornire facili vie di fuga a tutti coloro che vi erano coinvolti, occorreva purificare la classe dirigente. Sotto i panni del moralizzatore della vita pubblica frettolosamente indossati da Fanfani si celava un politico cinico e spregiudicato che intendeva scalzare la destra democristiana di Attilio Piccioni dalla guida del partito e liberarsi al tempo stesso del Capo della Polizia Pavone a lui sgradito, in quanto strettamente legato a Scelba.<br />
Ad alimentare le ambizioni di Fanfani contribuì anche la crisi del governo Pella che, esaurito il suo slancio patriottico con in ricongiungimento di Trieste all&#8217;Italia, cadde il 5 gennaio 1954, aprendo all&#8217;interno della DC una lotta senza esclusione di colpi per la successione. Il Presidente della Repubblica Einaudi incaricò Fanfani di formare un nuovo esecutivo. Dopo tre settimane di serrati colloqui tra i maggiorenti democristiani Fanfani si presentò alla Camera con un governo monocolore, che tuttavia non riuscì a tenere insieme tutte le anime del partito. Le prestigiose poltrone assegnate alla destra democristiana, con Andreotti agli Interni e Piccioni agli Esteri, non furono sufficienti a farle accettare l&#8217;innovativo programma economico di Fanfani che dichiarava di voler abbandonare il liberismo degasperiano per inaugurare una nuova fase di interventismo statale. Il 30 Gennaio 1954 con 260 voti favorevoli, 303 contrari e 12 astenuti su 563 presenti, la Camera negò la fiducia. La sera stessa Fanfani si dimise.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Due giorni prima del voto alla Camera</strong> ebbe inizio il processo a Silvano Muto, escluso per un soffio dal beneficio di una provvidenziale amnistia, estesa anche ai reati di stampa. Il difensore di Muto, Giuseppe Bucciante, optò per una strategia temeraria, inviando alla magistratura un esposto in cui il suo cliente si dichiarava pronto a dimostrare la veridicità di quanto aveva pubblicato sulla sua rivista. Il documento non sortì l&#8217;effetto sperato di evitare il processo e fu archiviato. Bucciante ritenne allora di dover rafforzare la difesa del suo cliente, coinvolgendo un principe del foro come l&#8217;avvocato Giuseppe Sotgiu, Presidente della Provincia di Roma, appartenente al partito comunista.<br />
In tribunale, Muto, sostenuto da una difesa combattiva e fortemente connotata politicamente, affermò di essersi interessato al caso Montesi per umanità, poi, senza averle consultate preventivamente, citò Adriana Bisaccia ed Anna Maria Moneta Caglio come le sue fonti sui festini a base di droga e di sesso che si tenevano a Capocotta. In particolare attribuì alle rivelazioni della Bisaccia la ricostruzione della morte della Montesi a seguito di un malore causato dall&#8217;assunzione di stupefacenti. La Bisaccia non era però una testimone oculare degli eventi di quella notte, ne era stata informata da altre persone, di cui Muto non era in grado di fare i nomi.<br />
Il Procuratore Sigurani ordinò immediatamente la convocazione della Bisaccia, che nel corso di un lungo interrogatorio negò tutto quanto Muto aveva affermato. Nei giorni seguenti la Bisaccia, emotivamente scossa &#8211; era sopravvissuta ad un tentativo di suicidio il 10 Gennaio &#8211; ed in condizioni di indigenza, fu assediata dai giornalisti a cui rilasciò, a pagamento, diverse interviste tra loro contraddittorie, in cui ora confermava, ora smentiva i torbidi scenari evocati da Muto. Anche il suo amante, il pittore Francimei, ebbe un momento di notorietà, raccontando alla stampa, sempre a pagamento, dei frequenti incubi di Adriana, da cui si svegliava gridando di non voler annegare.<br />
Il Marchese Montagna non tardò a reagire, querelò Muto per diffamazione, poi, assistito dal suo legale, si presentò ai giornalisti denunciando di essere vittima del risentimento della Moneta Caglio per la rottura della loro relazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I giornalisti non riuscirono invece a scovare la Moneta Caglio</strong> che, su insistenza della sua famiglia, si era ritirata tra le mura di un convento. In sua vece accettò di rilasciare un intervista il padre che ci tenne a negare qualsiasi legame di sua figlia con Wilma Montesi. Confermò invece l&#8217;esistenza di un memoriale scritto da sua figlia in cui erano contenute affermazioni circa il sospetto arricchimento di una persona a lei vicina. Il padre si spinse sino a dichiarare che tali affermazioni erano state verificate alla fine di dicembre dal Ministro degli Interni Fanfani. Pronta giunse la smentita del Ministro, a cui seguì una precisazione dei legali della Moneta Caglio che, pur di togliere Fanfani dall&#8217;imbarazzo, si inventarono che al Viminale era pervenuto soltanto un estratto del memoriale che, senza fare nomi, descriveva alcuni ambienti corrotti della Capitale.<br />
Ci volle una convocazione del Procuratore Sigurani per strappare Anna Maria dalla quiete conventuale. Giunta a Roma da Firenze scortata dai suoi legali, da due agenti di Polizia e pure da una suora, in sei ore di interrogatorio illustrò a Sigurani il contenuto del suo memoriale, che durante il ritiro conventuale aveva riscritto e completato di ulteriori dettagli. Dopo l&#8217;interrogatorio Anna Maria improvvisò una conferenza stampa all&#8217;hotel Plaza. A prima vista giornalisti e fotografi se ne innamorarono, giovane, bella, elegante e bene educata sembrava incarnare quell&#8217;ideale di purezza che un testimone disinteressato dovrebbe avere. Prendendo spunto dai maglioni neri da esistenzialista che spesso indossava, Camilla Cederna la battezzò il “Cigno Nero”, altri cronisti, senza riuscire a trattenere l&#8217;enfasi, la definirono addirittura la “Ragazza del Secolo”. In breve, per gran parte dell&#8217;opinione pubblica divenne una specie di Giovanna d&#8217;Arco capace di ispirare una moralizzazione della società italiana.</p>
<div id="attachment_15620" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="https://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2026/03/6a8aceee-5ba7-4384-9001-48f9fb8e6b32.png"><img class="size-thumbnail wp-image-15620" alt="Piccioni, Polito e Montagna durante il processo" src="https://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2026/03/6a8aceee-5ba7-4384-9001-48f9fb8e6b32-150x150.png" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Piccioni, Polito e Montagna durante il processo</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>A questo fervore moralizzatore tentò di reagire il Questore Polito,</strong> ormai in congedo, ribadendo, in un articolo pubblicato su “Il giornale d&#8217;Italia” il 3 Febbraio, la fondatezza dell&#8217;ipotesi della disgrazia per spiegare la morte della Montesi. Ancora una volta i suoi argomenti non apparvero affatto convincenti, l&#8217;opinione pubblica sentiva il bisogno di ben altre spiegazioni.<br />
Il 7 Febbraio 1954, il direttore de “L&#8217;Unità”, Pietro Ingrao, pubblicò un editoriale dal titolo “Questione morale”, in cui si faceva interprete dello sdegno di milioni di italiani di fronte all&#8217;esistenza nella vita pubblica di un gruppo privilegiato al quale sembrava essere consentito eludere impunemente la legge. Le indagini sciatte e superficiali sulla morte della Montesi ne erano la prova più evidente, una prova che «&#8230; ha duramente colpito l&#8217;opinione pubblica, che non comprende come la Polizia abbia potuto appagarsi, e addirittura ostinarsi a una grottesca difesa, di tesi che ripugnano al senso comune, all&#8217;osservazione più elementare». Le rivelazioni di un «&#8230; torbido settore di affari equivoci, di traffici di droga, di corruzione che sconfinava nel mondo pubblico ufficiale&#8230;» avevano mutato un caso giudiziario in una seria questione morale. Ingrao concludeva il suo infuocato articolo con una invocazione al magistrato romano a soddisfare la sete di giustizia del popolo italiano, non si trattava soltanto di far luce sulla morte di una giovane, ma di provare che nella Repubblica tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. I dirigenti del Partito Comunista abbracciarono con entusiasmo la linea moraleggiante inaugurata da Ingrao. Giancarlo Pajetta, responsabile della propaganda del partito, inventò il termine “capocottari”, molto più efficace nei comizi di gruppo privilegiato, per indicare gli esecrabili esponenti della classe dirigente democristiana.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 13 Febbraio il Procuratore Sigurani interrogò Ugo Montagna e Piero Piccioni,</strong> entrambi dichiararono di non aver mai né visto né conosciuto Wilma Montesi, negarono che a Capocotta si svolgessero festini e si consumassero stupefacenti. Montagna spiegò i racconti della Moneta Caglio come la ripicca di una donna gelosa e risentita. Piccioni confermò di aver incontrato il Capo della Polizia, ma al solo scopo di sollecitarne l&#8217;intervento contro la campagna diffamatoria intentata dalla stampa nei suoi confronti. Su consiglio del suo avvocato, il Professor Carnelutti, Piccioni esibì anche un solido alibi, nei giorni della scomparsa e della morte della Montesi si trovava ad Amalfi in compagnia della sua fidanzata, l&#8217;attrice Alida Valli, ospiti presso la villa del produttore Carlo Ponti. Il suo rientro a Roma era avvenuto prima del previsto a causa di un fastidioso mal di gola, comprovato da una visita medica e da una prescrizione.<br />
La totale estraneità ad ogni accusa rivendicata da Montagna e da Piccioni non scalfì l&#8217;atteggiamento colpevolista di buona parte della stampa, in quanto era funzionale alla lotta politica. Il quotidiano “Paese sera”, vicino al Partito Comunista, pubblicò il 18 febbraio una foto di Scelba in compagnia di Montagna al matrimonio del figlio del ministro Spataro. La piccola somma &#8211; appena diecimila Lire, circa duecento Euro odierni &#8211; richiesta dal fotografo per cedere uno scatto che poteva far tremare il governo che si apprestava a presentarsi alla Camera, autorizza a sospettare l&#8217;esistenza di una regia occulta dell&#8217;operazione. Fanfani, tradito dalla destra DC dieci giorni prima avrebbe avuto delle ottime ragioni per prendersi una rivincita senza doversi esporre in prima persona.<br />
Nonostante lo scoop di “Paese sera”, il 26 Febbraio 1954, il governo Scelba ottenne la fiducia al Senato. Il Presidente del Consiglio assegnò ad Attilio Piccioni la guida del Ministero degli Esteri e riservò per sé il Ministero degli Interni. Tali scelte non contribuirono a rasserenare il clima politico, turbato non solo dal caso Montesi, ma anche dall&#8217;avvelenamento nel carcere dell&#8217;Ucciardone, a Palermo, del bandito Gaspare Pisciotta, che nel processo di Viterbo aveva accusato proprio Scelba di essere il mandante della strage di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947. Con Scelba al Viminale tornarono anche gli scontri violenti tra forze dell&#8217;ordine e manifestanti. A Mussomeli, in provincia di Caltanissetta, i Carabinieri intervennero con i candelotti lacrimogeni per disperdere una folla che protestava contro la mancanza d&#8217;acqua, provocando quattro morti e numerosi feriti.<br />
Alla Camera Togliatti espresse lo sdegno dei comunisti nei confronti di un governo assurdamente repressivo, mentre nelle piazze Pajetta non smetteva di sbraitare contro i capocottari.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 3 Marzo 1954 il Procuratore Sigurani archiviò il caso Montesi,</strong> in assenza di nuovi elementi. L&#8217;ipotesi del pediluvio fatale, benché assai poco credibile, rimase l&#8217;unica spiegazione della morte di Wilma Montesi. Il processo a Silvano Muto invece continuò il suo corso. Il 4 Marzo fu chiamata a testimoniare in aula Anna Maria Moneta Caglio.<br />
I fotogrammi dell&#8217;Istituto Luce mostrano una folla di giornalisti, fotografi e curiosi che ingombra la scalinata di accesso al Palazzo di Giustizia e le vie circostanti. In aula la “Ragazza del secolo” non deluse le aspettative né dei giornalisti né dei curiosi. Tramutò tutto l&#8217;amore che aveva provato per Montagna in un odio velenoso e lo espresse con la compostezza che si addiceva ad una figlia della buona borghesia milanese. Non tralasciò nessun particolare che potesse infamare il suo ex fidanzato ed i potenti con cui era solito accompagnarsi. In tre diverse udienze evocò i festini di Castel Porziano, il traffico di droga, la tratta delle bianche, il presunto tentativo di avvelenamento subito, le regalie milionarie elargite ai politici per averne la protezione e concludere lucrosi affari immobiliari, addirittura citò tra i beneficiari della generosità del sedicente Marchese il Ministro degli Esteri Piccioni ed il Vicepresidente del Consiglio Saragat. Tra una accusa ignominiosa e l&#8217;altra ritenne doveroso anche condividere con l&#8217;opinione pubblica italiana i propri fondati sospetti circa l&#8217;omosessualità del Montagna. Incalzata sul caso Montesi, riconfermò l&#8217;incontro di Piccioni e Montagna con il Capo della Polizia Pavone, ostentando sicurezza lo collocò il 29 Aprile 1953, quando il nome di Piccioni non era ancora apparso sui giornali. Tale precisa indicazione demoliva la difesa di Piccioni che aveva descritto l&#8217;incontro avuto con Pavone come un suo tentativo di reagire alla diffamazione messa in atto dalla stampa.<br />
La Moneta Caglio non rinunciò nemmeno alla soddisfazione di sputare qualche goccia di veleno contro il Procuratore Capo Sigurani che non aveva preso sul serio i suoi sospetti quando nell&#8217;ottobre del 1953 si era recata di sua iniziativa in Procura per informarlo. Riconobbe invece a Fanfani il merito di averle creduto e di essersi attivato per favorire la ricerca della verità sulla morte della Montesi.<br />
Venne poi il turno di deporre in aula della Bisaccia, che apparve a tutti i commentatori assai meno credibile della “Ragazza del secolo”. Ammise di essere stata oggetto da parte del Muto di una «pressante e suggestionante insistenza» a proposito di fatti su cui non aveva una conoscenza diretta. Esasperata, si era limitata a riportare al Muto voci che aveva raccolto qua e là in giro per Roma, come quella secondo cui Piero Piccioni aveva consegnato alla Polizia gli indumenti intimi della Montesi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 10 Marzo il Colonnello Pompei lesse in aula il rapporto</strong> che in gran segreto aveva stilato per ordine di Fanfani. Pur non potendo affermare l&#8217;esistenza di un legame certo con la Montesi, usò la biografia del Montagna, mescolando dati giudiziari, dicerie e sospetti, per insinuare che l&#8217;esistenza di una tale legame era verosimile. Iniziò dai trascorsi con la Giustizia del Marchese Montagna, la cui nobiltà era con ogni probabilità fasulla. Ben undici erano i procedimenti penali a suo carico, le condanne accumulate andavano dall&#8217;insolvenza fraudolenta al falso in cambiali, sino all&#8217;appropriazione indebita. Il Colonnello non si fermò al Certificato del Casellario Giudiziale, andò oltre, descrivendo un arrampicatore sociale senza scrupoli che durante il Fascismo era stato confidente dell&#8217;OVRA ed aveva stretto rapporti con il Prefetto La Pera, Direttore del Dipartimento per la Difesa della Razza. Senza esibire prove accusò il Montagna di aver sfruttato le sue relazioni per estorcere denaro ai cittadini ebrei che tentavano di sottrarsi ai rigori delle leggi razziali. Oltre all&#8217;estorsione, un&#8217;altra attività ricorrente nella vita del Montagna era il lenocinio, durante la guerra aveva organizzato feste frequentate da donne di dubbia moralità, ed aveva continuato a farlo anche durante l&#8217;occupazione tedesca di Roma, tanto da meritarsi l&#8217;amicizia e la protezione di alti ufficiali nazisti. Probabilmente dietro pagamento aveva aiutato alcune personalità incarcerate dal comando tedesco, tra cui il Procuratore Generale della Cassazione Cipolla ed il Prefetto Pavone. Il sottinteso era che con il caso Montesi Pavone avesse trovato l&#8217;occasione finalmente di sdebitarsi. Con la liberazione di Roma il Montagna aveva messo al servizio degli Alleati le sue doti di procacciatore di donne e di svaghi, conquistando nuove protezioni che gli avevano garantito nuove opportunità di fare affari. Nell&#8217;ottobre del 1946 il Montagna, ben introdotto nell&#8217;UNRRA, l&#8217;organizzazione incaricata dagli Alleati di distribuire aiuti umanitari, aveva tentato di mettere sul mercato una partita di zucchero destinato alla distribuzione gratuita ai sinistrati. Per evitare l&#8217;arresto era stato costretto a riparare in Svizzera. Rientrato in Italia qualche tempo dopo aveva ripreso a fare ottimi affari, aveva venduto all&#8217;INAIL, forse con l&#8217;aiuto di qualche bustarella, per novanta milioni un fabbricato a Roma che ne valeva non più di un paio.<br />
Del Questore Polito, uno dei poliziotti più stimati da Scelba, il Colonnello tracciò un profilo altrettanto malevolo, descrivendolo come un funzionario che aveva fatto carriera grazie ad una certa elasticità di coscienza che gli aveva consentito di compiacere sempre i suoi superiori, anche capovolgendo ed addomesticando i fatti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Colonnello Pompei aveva appena terminato di leggere il suo rapporto</strong> in tribunale quando alla Camera entrò nel vivo il dibattito sulla fiducia al governo Scelba. Pietro Nenni definì la seduta un «tumulto infernale», istigato dalla feroce invettiva pronunciata da Pajetta contro gli amici democristiani del lenone Montagna. Scelba riuscì comunque a strappare otto voti di maggioranza, ma non poté dissipare il sospetto che il suo esecutivo fosse invischiato con il malaffare.<br />
Anche i rapporti tra i vertici della Polizia e dei Carabinieri andarono in fibrillazione. Il Capo della Polizia Pavone si mise subito in contatto con il Comandante Generale dell&#8217;Arma che, mentendo, dichiarò di essere del tutto allo scuro sulle indagini di Pompei. Pavone cercò allora di fare chiarezza convocando direttamente il Colonnello Pompei al Viminale. Il colloquio si tramutò in uno scambio di accuse dai toni piuttosto accesi. Pavone mise in dubbio la veridicità del rapporto sostenendo che negli archivi non esistevano documenti che attestassero l&#8217;appartenenza del Montagna all&#8217;OVRA, il Colonnello ribatté avanzando il sospetto che qualcuno avesse provveduto per tempo a cancellare ogni traccia compromettente. Questa schermaglia non fu sufficiente a salvare la poltrona di Pavone. Nel tentativo di risollevare l&#8217;onorabilità del suo esecutivo Scelba impose le dimissioni a Pavone, che non poteva negare né il suo legame d&#8217;amicizia con il Montagna né dimostrare completamente la falsità del rapporto Pompei.<br />
Le dimissioni di Pavone non allentarono le pressioni della stampa e delle opposizioni sul governo e soprattutto sulla famiglia Piccioni. Attilio Piccioni, già prostrato dalla recente scomparsa della moglie, tentò di reagire a questo opprimente assedio mediatico annunciando le proprie dimissioni. Soltanto le insistenze di Scelba lo convinsero a fare marcia indietro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il caso Montesi incombeva sul governo paralizzandone l&#8217;azione,</strong> tanto che il 16 marzo il Consiglio dei Ministri dedicò una intera seduta ad analizzare i risultati delle indagini. Il comunicato che ne seguì fu un tentativo di ribadire l&#8217;inconsistenza sul piano penale del caso Montesi, dal momento che gli inquirenti avevano escluso ogni ipotesi di reato e la Procura di Roma aveva disposto l&#8217;archiviazione. Non restava che un processo a carico di Muto per propalazione di notizie false. Niente di più, ma abbastanza per alimentare in larga parte dell&#8217;opinione pubblica la sfiducia verso la classe dirigente democristiana.<br />
Il 20 Marzo, la lettura in aula del testamento della Moneta Caglio gettò ulteriore benzina sul fuoco dell&#8217;indignazione popolare. Nella sua infervorata deposizione Anna Maria aveva fatto riferimento al proprio testamento, redatto nel timore di una improvvisa morte violenta ed affidato alla sua padrona di casa. Il Tribunale, sempre alla ricerca di riscontri, ne aveva ordinato l&#8217;acquisizione. Senza mezzi termini il documento affermava che Montagna era il capo di una banda di spacciatori di stupefacenti e che Piero Piccioni era l&#8217;assassino di Wilma Montesi.<br />
Anche se sul piano legale il testamento letto in aula non costituiva una testimonianza, e pertanto la Moneta Caglio non era chiamata a risponderne, l&#8217;effetto immediato fu di far vacillare ancora una volta il governo Scelba che, il 22 Marzo, reagì invocando con un comunicato irrituale la riapertura delle indagini sul caso Montesi. Dopo la conferma della Moneta Caglio che quello letto in aula era realmente il suo testamento il processo a Silvano Muto fu sospeso, il Tribunale incaricò il Giudice Istruttore Raffaello Sepe di avviare una nuova indagine sulla morte di Wilma Montesi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>[continua</em>]</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><b> </b></p>
<p style="text-align: justify;">FRANCESCO GRIGNETTI, <em>Il caso Montesi. Sesso, potere e morte dell&#8217;Italia degli anni &#8217;50</em>, Venezia, Marsilio, 2006.<br />
PASQUALE RAGONE, <em>La verginità e i potere. Il caso Montesi e le nuove indagini</em>, Roma, Sovera Edizioni, 2015.<br />
CHIARA RICCI, <em>Wilma Montesi. Una storia sbagliata</em>, Reggiolo (RE), Golem Edizioni, 2022.<br />
MARIA ROMANA DE GASPERI, <em>De Gasperi. Ritratto di uno statista</em>, Milano, Mondadori, 2004.<br />
MARIO PACELLI, <em>Non mi piacciono i film di Anna Magnani. Il caso Wilma Montesi</em>, Roma, Graphofeel Editore, 2019.<br />
LEONE PICCIONI, <em>Lungara 29. Il “caso Montesi” nelle lettere a Piero</em>, Polistampa, 2018.<br />
GIUSEPPE MAMMARELLA, <em>L&#8217;Italia contemporanea 1943-2011</em>, Bologna, Il Mulino, 2012.<br />
INDRO MONTANELLI, MARIO CERVI, <em>L&#8217;Italia del miracolo (14 Luglio 1948- 19 Agosto 1954)</em>, Milano, Rizzoli, 1987.</p>
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		<title>IL CASO MONTESI FA TREMARE IL POTERE (parte 1)</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Mar 2026 11:19:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Roberto Poggi – Nel pieno della campagna elettorale del 1953, la morte della giovane Wilma Montesi si trasformò da presunto incidente in un caso politico e mediatico destinato a scuotere i vertici dello Stato. Dalla “tesi del pediluvio” sostenuta dal questore Saverio Polito alle accuse diffamatorie contro Piero Piccioni, &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Roberto Poggi –</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Nel pieno della campagna elettorale del 1953, la morte della giovane Wilma Montesi si trasformò da presunto incidente in un caso politico e mediatico destinato a scuotere i vertici dello Stato. Dalla “tesi del pediluvio” sostenuta dal questore Saverio Polito alle accuse diffamatorie contro Piero Piccioni, figlio del vicepresidente del Consiglio, tra fughe di notizie, vignette satiriche e inchieste sensazionalistiche il caso Montesi divenne il simbolo di un’Italia attraversata da tensioni politiche, sospetti di insabbiamento e scontri tra magistratura, polizia e stampa.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">·</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 16 Aprile 1953 il Questore di Roma Saverio Polito</strong>, un funzionario di lunghissimo corso che aveva attraversato indenne ben tre cambi di regime, presentò ai giornalisti i risultati del lavoro dei suoi investigatori. Né il suo senso del ridicolo, né la sua lunga esperienza gli suggerirono alcuna cautela nel riferire l&#8217;ipotesi del pediluvio fatale come spiegazione definitiva della morte misteriosa di Wilma Montesi avvenuta qualche giorno prima. Escluse il delitto, in quanto l&#8217;esame necroscopico non aveva rilevato alcun segno di violenza, escluse anche il suicidio, sulla base delle testimonianze dei familiari della ragazza, del fidanzato e dei conoscenti, che l&#8217;avevano descritta come serena e felice di convolare a nozze nel mese di dicembre. Affermò invece che la giovane era stata vittima di un banale quanto assurdo incidente. Wilma si sarebbe recata ad Ostia in treno, come confermato da una testimone oculare, Rosa Passarelli, con il preciso scopo di fare un pediluvio in acqua di mare per lenire la tallonite che la affliggeva da qualche tempo. A fornire questa curiosa spiegazione della gita ad Ostia era stata la sorella di Wilma, Wanda, nell&#8217;interrogatorio del 14 aprile. In precedenza Wanda non aveva fatto cenno della tallonite della sorella, aveva ricordato soltanto la volontà della sorella di inviare una cartolina al fidanzato da Ostia e di fare una “merendina” in riva al mare.<br />
Nel promemoria del 15 Aprile, inviato dalla Squadra Mobile al Questore Polito, si legge: «Si ritiene che ella, recatasi su un tratto solitario del litorale, dopo essersi tolta gli indumenti risultati mancanti, avrà fatto qualche passo in acqua fino a raggiungere l&#8217;altezza delle ginocchia, come era solita fare nel passato; non sapendo nuotare, probabilmente a causa di qualche buca o di un malore avrà perduto l&#8217;equilibrio, cadendo in acqua, annegando». Infine le correnti avrebbero trascinato il suo corpo dal litorale di Ostia a quello di Torvajanica, una ventina di chilometri più a sud, dove era stato rinvenuto la mattina di Sabato 11 Aprile da un giovanissimo manovale, Fortunato Bettini, che si stava recando in cantiere.<br />
Nella ricostruzione presentata ai giornalisti il Questore Polito disse che il malore di Wilma a contatto con l&#8217;acqua fredda sarebbe stato causato dalla condizione particolare in cui si trovava, in quei giorni la giovane attraversava infatti il suo periodo critico, un eufemismo d’altri tempi per indicare il ciclo mestruale.<br />
Il dettaglio che più di ogni altro aveva acceso la maliziosa curiosità dei cronisti e dei lettori era l&#8217;assenza sul corpo della sventurata del reggicalze, descritto da sua madre come un bustino elasticizzato, fatto in casa, alto una ventina di centimetri e chiuso su un lato da cinque gancetti. Quella assenza lasciava intendere che nelle ultime ore di vita di Wilma non c&#8217;era stata soltanto una innocente passeggiata sulla spiaggia, ma anche qualche attività sessuale, consensuale o meno. Senza quel reggicalze addosso Wilma cessava di essere una ingenua ragazza appena maggiorenne per diventare un donna che forse aveva avuto un rapporto sessuale con il suo assassino. D&#8217;altra parte che bisogno avrebbe avuto la giovane di togliersi il reggicalze che aveva in vita se davvero intendeva soltanto bagnarsi i piedi doloranti?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Grazie ai risultati dell&#8217;autopsia, che avevano definito Wilma «sana ed integra»,</strong> cioè vergine, Polito poté respingere sia l&#8217;ipotesi del convegno amoroso finito in tragedia, sia l&#8217;ipotesi dell&#8217;aggressione da parte di qualche bruto in agguato tra le dune di Ostia.<br />
Non restava che il pediluvio fatale come unica ricostruzione, anche se all&#8217;orecchio dei giornalisti non suonava per nulla plausibile. Pur non potendo contare né sull&#8217;Intelligenza Artificiale, né sulla rete Internet, nessuno dei giornalisti era sprovvisto di quel tanto di buon senso che porta a rifiutare che un pediluvio in acqua di mare possa avere effetti letali su una giovane donna, neppure nel pieno del ciclo mestruale. Per quale motivo poi Wilma avrebbe scelto proprio il tardo pomeriggio di un giorno di inizio Aprile, dal tempo incerto, per fare un pediluvio in acqua di mare?<br />
Per quanto fragile e stiracchiata la verità di Polito fu riportata da tutti i giornali ed accolta con sollievo dalla famiglia Montesi che il giorno dopo la conferenza stampa poté celebrare i funerali di Wilma.<br />
L&#8217;esclusione dell&#8217;ipotesi del suicidio ottenne una conferma dalla Curia che concesse senza esitazioni il nullaosta alla celebrazione delle esequie religiose nella Basilica di San Lorenzo fuori le Mura, nei pressi del cimitero del Verano, dove Wilma fu tumulata. Il feretro fu accompagnato da una folla commossa di romani giunti da ogni parte della città. Per volere di sua madre, Maria Petti, Wilma fu sepolta con indosso un costoso abito bianco da sposa, simbolo inequivocabile di purezza.<br />
Lo straziante dolore della famiglia Montesi fu acuito in quei giorni da alcune lettere anonime, inviate da sedicenti amanti gelosi di Wilma che dichiaravano di averla uccisa per vendetta. L&#8217;attenzione mediatica sulla vicenda stava incominciando a produrre effetti collaterali.<br />
Cinque giorni dopo i funerali i coniugi Montesi, Rodolfo e Maria, si presentarono in Questura per sottoporre agli investigatori i dubbi che quelle lettere infami avevano sollevato.<br />
A tormentare la madre di Wilma era in particolare l&#8217;assenza del reggicalze sul cadavere della figlia. Agli inquirenti dichiarò che sua figlia era così pudica da non volersi scoprire neppure d&#8217;estate al mare, perciò era impensabile che si fosse spogliata in spiaggia ed ancor più che si fosse liberata di quel reggicalze, che avevano cucito insieme, per bagnarsi i piedi. Soltanto un aggressore avrebbe potuto costringerla a farlo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Intanto anche in <i>alto loco</i> i dubbi incominciavano a crescere.</strong> Il Ministro degli Interni Mario Scelba si rivolse direttamente al Questore Polito per chiedergli chiarimenti sulla tesi del pediluvio fatale, a cui i giornali mostravano di non aver creduto fino in fondo. A sua volta il Capo della Polizia Tommaso Pavone si fece portavoce delle perplessità del Ministro. In ogni occasione Polito, dall&#8217;alto della sua quarantennale esperienza, difese la credibilità della tesi del pediluvio, ma non riuscì ad impedire alla Magistratura di dissentire. Il 24 aprile il Procuratore Capo Angelo Sigurani, convocati irritualmente nel proprio studio i giornalisti, confessò che le circostanze della morte di Wilma Montesi erano tutt&#8217;altro che chiare. Occorreva pertanto proseguire le indagini in tutte le direzioni.<br />
Lo scontro aperto tra Questura e Procura fornì ai giornalisti la prova definitiva che sul caso Montesi era in atto uno sfacciato tentativo di insabbiamento. La domanda che si sussurrava in tutte le redazioni riguardava il nome del personaggio che quella manovra intendeva proteggere.<br />
Da alcuni mesi il clima politico era caratterizzato da fortissime tensioni. Alla fine di marzo, nonostante l&#8217;ostruzionismo delle opposizioni, era stata approvata una nuova legge elettorale che assegnava un consistente premio, pari al 64,4% dei seggi, alla coalizione che avesse ottenuto almeno il 50% più uno dei voti validi. Le opposizioni erano insorte definendo quella legge una truffa. Nemmeno tra i partiti della maggioranza, a cominciare dalla Democrazia Cristiana, erano mancate le critiche, i distinguo e le perplessità. Il disegno di De Gasperi di dare stabilità al sistema politico attraverso quella legge appariva ad alcuni una forzatura pericolosa. Nella classe politica e nell&#8217;opinione pubblica dell&#8217;epoca era ancora molto vivo il ricordo della legge Acerbo che con meccanismo premiale ben più generoso, appena il 25% dei consensi dava diritto ad ottenere due terzi dei seggi parlamentari, aveva consolidato la presa del potere da parte di Mussolini.<br />
Il rischio di perdere con la cosiddetta legge truffa il proprio peso parlamentare spaventava le opposizioni, soprattutto quelle di destra che cercavano consensi nelle stesse classi sociali a cui si rivolgeva la Democrazia Cristiana.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il primo a cogliere nel caso Montesi</strong> <strong>l&#8217;occasione per attaccare il governo</strong> e la sua maggioranza fu il sindaco monarchico di Napoli, l&#8217;armatore Achille Lauro, che sul “Roma”, un quotidiano di sua proprietà, avallò la pubblicazione, il 4 maggio 1953, di un articolo provocatorio di Riccardo Giannini, dal titolo “Perché la Polizia tace sulla morte di Wilma Montesi?”. Senza esibire la minima prova, Giannini affermò che il «figlio di una nota personalità politica» era implicato nella morte di Wilma. Distillando le tante interpretazioni fantasiose che circolavano in quei giorni nelle redazioni di tutti i giornali, Giannini ipotizzò che Wilma, dopo aver assunto una qualche sostanza stupefacente mentre era in compagnia del figlio della nota personalità politica di cui sopra, si sarebbe sentita male. Anziché prestarle soccorso il suo misterioso accompagnatore per evitare lo scandalo l&#8217;avrebbe abbandonata sulla spiaggia di Torvajanica, dove poi sarebbe annegata in un palmo d&#8217;acqua. Prudentemente Giannini non fece nomi, anche se da giorni nelle redazioni dei giornali si sussurrava sempre soltanto un nome, quello di Piero Piccioni, figlio trentenne di Attilio Piccioni, Vicepresidente del Consiglio dei Ministri, successore <i>in pectore</i> di De Gasperi alla guida della Democrazia Cristiana.<br />
Almeno il giorno prima della pubblicazione dell&#8217;articolo di Giannini la stessa voce calunniosa su Piero Piccioni era giunta sino a Renato Angiolillo, proprietario e fondatore del “Tempo” di Roma, che aveva tentato di fare qualche verifica prima di diffonderla sulle pagine del suo giornale. Una antica amicizia lo legava ad Attilio Piccioni, suo avversario politico nel collegio elettorale di Rieti. Dopo diverse telefonate a vuoto, Angiolillo era riuscito a parlare soltanto con il segretario particolare del Vicepresidente, senza ottenere né conferme né smentite. Si era allora rivolto al Questore Polito, con cui poteva vantare un rapporto confidenziale da molti anni, che aveva escluso categoricamente la presenza del nome di qualunque componente della famiglia Piccioni nel fascicolo sulla morte della Montesi. Angiolillo non aveva tralasciato nemmeno di sondare quali fossero le informazioni di cui disponeva il suo principale concorrente sulla piazza di Roma, Angelo Perrone, direttore e proprietario del “Messaggero”, che gli aveva confessato di apprendere dalle sue labbra quella scottante e non confermata notizia.<br />
E&#8217; impossibile ricostruire esattamente come la diceria sul coinvolgimento di Piero Piccioni nella morte della Montesi abbia potuto prendere corpo. Le prime voci fantasiose sulle circostanze della morte di Wilma comparvero alla fine di aprile in occasione del congresso dell&#8217;Associazione Cronisti Italiani che si teneva a Salsomaggiore. Certamente il sospetto, innescato dalla goffaggine di Polito, che qualcuno volesse nascondere la verità sulla morte di una giovane donna suggerì a molti di volgere lo sguardo verso i vertici del potere. L&#8217;austero ed irreprensibile stile di vita di uomini come De Gasperi, Andreotti e lo stesso Attilio Piccioni non poteva ispirare neppure ai giornalisti più malevoli illazioni maliziose, pertanto l&#8217;ombra del sospetto si era spostata su qualcuno vicino a loro che verosimilmente potesse avere una certa familiarità con i reggicalze di giovani donne.<br />
Piero Piccioni, talentuoso jazzista che frequentava i locali notturni romani in compagnia di attrici, gente dello spettacolo e nottambuli, sembrava possedere i tratti ideali del maliardo adescatore di belle ed ingenue fanciulle.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In assenza di reazioni al suo articolo sul “Roma&#8221;,</strong> Giannini, sostenuto dai suoi sponsor politici, decise di rincarare la dose, sulla prima pagina del “Merlo giallo”, un settimanale satirico da lui diretto, fece pubblicare, il 5 maggio, un perfida vignetta: un piccione viaggiatore, che stringeva nel becco un reggicalze, si andava a posare sulla finestra della Questura. A corredo della vignetta, con lo pseudonimo “Il Nostromo”, Giannini scrisse un trafiletto che si incaricava di sciogliere ogni possibile dubbio interpretativo: «Dopotutto le note personalità cui allude il &#8220;Roma&#8221; non sono poi tante e non possono nemmeno sparire senza lasciare traccia come piccioni viaggiatori».<br />
Questa volta le reazioni non si fecero attendere. Il Vicepresidente Piccioni contattò subito il Ministro degli Interni Scelba che, non potendo, come richiesto, procedere al sequestro del settimanale, gli consigliò di inviare suo figlio Piero presso il Capo della Polizia Pavone per capire come agire in punta di diritto contro una tale manovra diffamatoria. Intanto, lo stesso 5 maggio, una nota dell&#8217;Agenzia Kronos sembrava confermare le insinuazioni del “Merlo giallo”, diffondendo la notizia, del tutto falsa, secondo cui il figlio della nota personalità in seguito ad un intervento del padre «&#8230;si sarebbe spontaneamente presentato al Procuratore Generale della Repubblica recando gli indumenti della Montesi e rendendo la propria testimonianza». La nota non si azzardava a fare nomi, si prendeva però la libertà di descrivere il misterioso giovane come un biondino. Evidentemente nessuno si era preso la briga di verificare che Piero Piccioni aveva i capelli nerissimi.<br />
Pronta giunse la smentita del Questore Polito che con un comunicato chiarì che «&#8230;tutte le informazioni pubblicate da alcuni giornali secondo cui la Polizia sarebbe venuta in possesso degli indumenti del cadavere di Wilma Montesi non hanno alcun fondamento di verità. Nessun giovane si è mai presentato per consegnare gli indumenti in parola, né per dare notizie intorno alla giovane. Ogni ricerca esperita dopo il rinvenimento del cadavere non è valsa a modificare le risultanze delle prime indagini e delle constatazioni di giustizia».<br />
Le testate più autorevoli come il “Corriere della Sera” ed il “Messaggero” non esitarono a sposare la linea tracciata da Polito, altre invece, sia a destra che a sinistra dello schieramento politico, si ostinarono a propalare menzogne, incuranti delle denunce.<br />
Quello stesso 5 maggio, Piero Piccioni incontrò per la prima volta il Capo della Polizia Pavone che gli dispensò il consiglio di querelare il “Merlo giallo”, al fine di lanciare un chiaro monito a tutta la stampa. Dopo un consulto con il proprio legale di fiducia, l&#8217;illustre Professor Carnelutti, la famiglia Piccioni si convinse a non seguire il consiglio di Pavone, preferì adottare un basso profilo con la speranza che la manovra diffamatoria, fondata su elementi così inconsistenti, si esaurisse da sé.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;intensificarsi della campagna elettorale provocò invece l&#8217;effetto esattamente contrario.</strong> Sfruttare i sospetti sulla morte della giovane Montesi per gettare discredito, seppur indirettamente, sul principale partito di governo rappresentava, sia per la destra che per la sinistra, un&#8217;occasione troppo ghiotta per essere ignorata.<br />
Dopo qualche giorno di tregua mediatica, improvvisamente il 13 maggio l&#8217;agenzia di stampa Kronos tornò alla carica, rivelando il nome del misterioso biondino di cui tutti sussurravano da settimane: Piero Piccioni, in arte Piero Morgan, direttore dell&#8217;orchestra Jazz 013, legato sentimentalmente alla notissima attrice Alida Valli.<br />
E&#8217; difficile credere che una tale <i>escalation</i> diffamatoria non abbia avuto un suggeritore. La piccola agenzia Kronos era diretta da Felice Fulchignoni, un personaggio ambiguo con un passato da repubblichino ed un presente legato tanto al Partito Socialista quanto ai servizi segreti militari.<br />
Una decina di giorni più tardi anche il Partito Comunista, che fino ad allora, su iniziativa del suo Segretario, non aveva dato risalto alle dicerie in circolazione, sembrò unirsi al coro degli accusatori di Piero Piccioni. Sul periodico “Vie nuove”, che ospitava le firme degli intellettuali più autorevoli della sinistra italiana, da Pasolini a Calamandrei, Marco Cesarini Sforza pubblicò un lungo <i>reportage</i> sul caso Montesi in cui Piero Piccioni veniva indicato come principale sospettato.<br />
Alla presunta mobilitazione del partito di Togliatti, che rischiava di compromettere il risultato elettorale, la famiglia Piccioni reagì querelando Cesarini Sforza e la direttrice di “Vie nuove”, Fidia Gambetti. Contrariamente alle aspettative democristiane, i vertici del partito comunista dimostrarono di non aver affatto apprezzato il sensazionalismo diffamatorio di Cesarini Sforza, a cui negarono ogni sostegno materiale e politico, costringendolo a concludere un accordo con l&#8217;avvocato di Piero Piccioni affinché fosse ritirata la querela. Sul numero del 31 maggio di “Vie nuove” Cesarini Sforza ammise l&#8217;assoluta infondatezza delle accuse a Piccioni, si impegnò inoltre a devolvere 50.000 Lire alla Casa di amicizia fraterna per i liberati dal carcere.</p>
<p><strong>Nelle elezioni del 7-8 giugno 1953 i partiti di destra, monarchico e missino,</strong> quasi raddoppiarono i loro voti, le sinistre mantennero i loro consensi, la coalizione di centro, guidata dalla Democrazia Cristiana, ottenne invece appena il 49,85% dei voti, per un soffio non raggiunse il premio di maggioranza previsto dalla cosiddetta legge truffa. L&#8217;instabilità tanto temuta da De Gasperi divenne realtà. Il primo a farne le spese fu lo stesso De Gasperi che dopo inutili consultazioni con i suoi alleati si presentò in Parlamento con un governo monocolore democristiano, senza riuscire ad ottenere la maggioranza.<br />
La bocciatura di De Gasperi impose al Presidente della Repubblica Einaudi di ripiegare su Attilio Piccioni che, non riuscendo a trovare un accordo con la sinistra democristiana guidata da Amintore Fanfani, fu costretto dopo pochi giorni a rimettere il mandato. Eliminati i leader più carismatici della Democrazia Cristiana il sistema politico trovò un precario equilibrio con Giuseppe Pella, un politico biellese, gradito sia dal Vaticano sia da Washington, che si incaricò di risolvere con fermezza la questione di Trieste, ancora occupata dalle truppe alleate e minacciata dalle mire espansionistiche di Tito. Nel nuovo governo, Fanfani ottenne l&#8217;ambita poltrona di Ministro degli Interni e si affrettò a sbarazzarsi dei funzionari legati a Scelba ed alla destra democristiana, primo fra tutti il settantenne Questore di Roma Saverio Polito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In questi mesi di profonda instabilità politica</strong> e di minacce all&#8217;unità nazionale, il caso Montesi dopo essere stato sfruttato a fondo durante la campagna elettorale quasi sparì dalle pagine dei quotidiani. In realtà l&#8217;interesse dell&#8217;opinione pubblica covava sotto la cenere. Silvano Muto, un giovane e spregiudicato giornalista, lo intuì prima di chiunque altro. Dopo una sommaria inchiesta imperniata su testimonianze indotte e manipolate, nell&#8217;ottobre del 1953 pubblicò su “Attualità”, la rivista da lui fondata e diretta, uno stravagante articolo in cui tutti i sospetti che aleggiavano da mesi attorno al caso Montesi trovarono una apparente conferma.<br />
Il titolo che campeggiava sulla prima pagina, “La verità sulla morte di Wilma Montesi”, non lasciava dubbi e funzionò a meraviglia rispetto all&#8217;obiettivo di conquistare nuovi lettori alla neonata rivista che, giunta al suo sesto numero, necessitava di un lancio pubblicitario in grande stile per poter sperare di rimanere ancora a lungo in edicola. Il principale finanziatore di Silvano Muto, un ragazzo di ventitré anni appena laureato in Giurisprudenza, era suo padre Ugo, Vicedirettore della Tirrenia, maggiorente democristiano, eliminato dalle liste del partito nelle elezioni del giugno 1953 pare per l&#8217;intervento di Attilio Piccioni. Probabilmente nelle scelte editoriali di Silvano pesò più dell&#8217;eventuale acredine di suo padre verso Attilio Piccioni la sua ambizione di bruciare le tappe della carriera giornalistica, anche a costo di calpestare ogni principio deontologico.<br />
Ignorando del tutto lo sviluppo delle indagini in corso da parte dei Carabinieri di Ostia, che in quei mesi di silenzio stampa erano impegnati a verificare gli alibi di alcuni balordi che frequentavano il litorale romano e si erano resi responsabili di furti e molestie, Muto spostò l&#8217;attenzione sulla tenuta di Capocotta, il cui cancello di ingresso si trovava a poche centinaia di metri dal luogo in cui era stato rinvenuto il cadavere di Wilma Montesi. Giocando abilmente con l&#8217;interesse morboso del grande pubblico che, cedendo ai propri pregiudizi, aveva già intravisto nella vicenda Montesi l&#8217;ombra del sesso, del potere, del vizio e della corruzione morale, Muto fornì un&#8217;interpretazione fantasiosa ed infondata, ma coerente e credibile.<br />
Per i protagonisti della sua favola, travestita da inchiesta, Muto scelse non a caso nomi misteriosi: Mister X e Mister Y. Gli anni sui banchi della Facoltà di Giurisprudenza non erano trascorsi invano. In più conosceva bene Cesarini Sforza e non voleva certo rischiare di trovarsi nella stessa spiacevole condizione di dover risarcire Piero Piccioni o di dover sovvenzionare qualche ente benefico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mister X era il gestore della tenuta di Capocotta,</strong> che offriva ai suoi ricchi ospiti oltre ai banali piaceri della caccia anche quelli del sesso e degli stupefacenti con cui raggiungere sublimi “momenti di felicità”. Quel lucroso traffico era reso possibile dalla collaborazione, spesso inconsapevole, di ingenue ragazze incaricate di trasportare la preziosa merce senza destare sospetti. Una di queste ragazze era Wilma Montesi, che la sera in cui morì volle provare, forse per la prima volta, la merce che da tempo trasportava per conto di Mister X. Quella sfortunata sera insieme a Wilma, a Mister X ed altri gaudenti si trovava anche un personaggio molto in vista, <i>habitué</i> dei festini di Capocotta, Mister Y. L&#8217;improvviso malore di Wilma gettò tutti gli ospiti nel panico, poi Mister X e Mister Y presero la situazione in pugno, decisero, dopo averlo sommariamente rivestito, di sbarazzarsi del corpo della ragazza, che credevano morta, abbandonandolo sulla spiaggia, a pochi passi dal cancello della tenuta.<br />
A sostegno della sua ricostruzione Muto non poteva vantare alcun elemento concreto, ad eccezione della notizia di qualche sequestro di stupefacenti operato negli ultimi mesi dai Carabinieri tra Anzio ed Ostia. La sua unica fonte di ispirazione era rappresentata dalle sconclusionate rivelazioni, in parte spontanee in parte indotte, di Adriana Concetta Bisaccia, una aspirante attrice, squattrinata, dalla mente fragile, legata sentimentalmente a Duilio Francimei, un pittore tossicomane, affetto da disturbi psichici. La frequentazione da parte della Bisaccia di ambienti equivoci, in cui la droga circolava abitualmente e la prostituzione era un modo come un altro per guadagnarsi da vivere, la rendeva agli occhi di Muto credibile o quanto meno spendibile per ottenere una conferma alle sue ipotesi.<br />
Tra tutte le menzogne inventate da Muto quella eticamente più deplorevole fu la trasformazione di Wilma in una donna di malaffare, complice, seppure a sua insaputa, di una fantomatica banda di narcotrafficanti. Persino ad un giornalista alle prime armi come Muto sarebbero bastate poche semplici verifiche per accertare che Wilma era tutt&#8217;altro. Forse se fosse morta vestita di tutto punto nessuno avrebbe osato diffamarla così arbitrariamente, invece quel reggicalze mancate rendeva verosimile agli occhi del grande pubblico qualunque torbido scenario.<em><br />
[continua]</em></p>
<p style="text-align: justify;" align="right"><b> </b></p>
<p style="text-align: justify;" align="right"><b>ROBERTO POGGI</b></p>
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<p style="text-align: justify;"><b>Per saperne di più</b></p>
<p style="text-align: justify;">FRANCESCO GRIGNETTI, <i>Il caso Montesi. Sesso, potere e morte dell&#8217;Italia degli anni &#8217;50</i>, Venezia, Marsilio, 2006.</p>
<p style="text-align: justify;">PASQUALE RAGONE, <i>La verginità e i potere. Il caso Montesi e le nuove indagini</i>, Roma, Sovera Edizioni, 2015.</p>
<p style="text-align: justify;">CHIARA RICCI, <i>Wilma Montesi. Una storia sbagliata</i>, Reggiolo (RE), Golem Edizioni, 2022.</p>
<p style="text-align: justify;">MARIA ROMANA DE GASPERI, <i>De Gasperi. Ritratto di uno statista</i>, Milano, Mondadori, 2004.</p>
<p style="text-align: justify;">MARIO PACELLI, <i>Non mi piacciono i film di Anna Magnani. Il caso Wilma Montesi</i>, Roma, Graphofeel Editore, 2019.</p>
<p style="text-align: justify;">LEONE PICCIONI, <i>Lungara 29. Il “caso Montesi” nelle lettere a Piero</i>, Polistampa, 2018.</p>
<p style="text-align: justify;">GIUSEPPE MAMMARELLA, <i>L&#8217;Italia contemporanea 1943-2011</i>, Bologna, Il Mulino, 2012.</p>
<p style="text-align: justify;">INDRO MONTANELLI, MARIO CERVI, <i>L&#8217;Italia del miracolo (14 Luglio 1948- 19 Agosto 1954)</i>, Milano, Rizzoli, 1987.</p>
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