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	<title>Storia in Network &#187; Papato &#124; Storia in Network</title>
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	<description>Magazine di divulgazione storica</description>
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		<title>LA RESTAURAZIONE CATTOLICA</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 14:04:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Concilio di Trento]]></category>
		<category><![CDATA[Controriforma]]></category>
		<category><![CDATA[Papato]]></category>
		<category><![CDATA[Riforma]]></category>

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		<description><![CDATA[di Giancarlo Ferraris – Dalla centralizzazione amministrativa alla politica europea: come il Papato ridisegnò Roma, lo Stato Pontificio e le relazioni con i sovrani nel secolo della Controriforma.     Definizione di Restaurazione cattolica     Nell’ambito degli studi storici e politici il termine restaurazione indica il ritorno o la creazione &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="center"><b>di Giancarlo Ferraris –</b></p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><em><strong>Dalla centralizzazione amministrativa alla politica europea: come il Papato ridisegnò Roma, lo Stato Pontificio e le relazioni con i sovrani nel secolo della Controriforma.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><b> </b></p>
<p style="text-align: justify;"><b> </b></p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Definizione di Restaurazione cattolica</b></h3>
<p style="text-align: justify;">    Nell’ambito degli studi storici e politici il termine restaurazione indica il ritorno o la creazione di un’autorità forte, di un complesso di valori etici e culturali ben definiti e di una realtà sociale rigida e gerarchica. Questo termine, riferito alle vicende della Chiesa di Roma comprese tra la seconda metà del Cinquecento e la prima metà del Seicento e detto perciò Restaurazione cattolica, indica il processo di riorganizzazione del governo della Chiesa di Roma stessa, processo che venne messo in atto dal Papato e che si affiancò alla Riforma e alla Controriforma cattolica intese com’è noto la prima al rinnovamento morale e religioso della Chiesa di Roma, la seconda alla lotta contro il protestantesimo e contro ogni forma di dissenso all’interno del mondo cattolico.<br />
Durante la Restaurazione cattolica il Papato divenne, dal punto di vista politico-amministrativo, una monarchia assoluta a tutti gli effetti, come del resto lo era già dal punto di vista religioso in virtù del processo di strutturazione dogmatica della Chiesa cattolica facente capo alla figura del pontefice messo in atto da Paolo III, Giulio III, Paolo IV e Pio IV ovvero dai papi che si erano succeduti negli anni del Concilio di Trento (1545-1563). Quest’ultimo aveva poi affermato il carattere divino della Curia romana, conferendole una posizione di netta superiorità rispetto all’episcopato e sancendo così la fine del cosiddetto conciliarismo ovvero la preminenza dell’autorità dei vescovi su quella del papa, il quale iniziò poi a essere celebrato come Vicario di Dio e cuore della Chiesa cattolica:<i> «L’esaltazione dei pontefici, della loro azione e delle loro realizzazioni divenne una costante; i panegirici si modellavano su quelli scritti in onore degli imperatori: ma l’esaltazione della persona in realtà rimandava all’esaltazione della chiesa stessa» </i>(da <em>Storia del Cristianesimo &#8211; L’età moderna, </em>a cura di G. Filoramo e D. Menozzi)<br />
All’interno della Restaurazione cattolica si possono individuare due linee operative distinte: quella interna, relativa appunto alla riorganizzazione del governo della Chiesa di Roma insieme al rilancio edilizio e artistico della Città Eterna, alla riduzione dei privilegi nobiliari e alla lotta al nepotismo e al fenomeno del brigantaggio; quella esterna, relativa invece alla politica estera e a diverse questioni politico-religiose. La Restaurazione cattolica si attuò principalmente sotto nove pontificati: quello di Pio V (1566-1572), Gregorio XIII (1572-1585), Sisto V (1585-1590), Clemente VIII (1592-1605), Paolo V (1605-1621), Gregorio XV (1621-1623), Urbano VIII (1623-1644), Innocenzo X (1644-1655), Alessandro VII (1655-1667).</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La nascita delle Congregazioni</b></h3>
<p style="text-align: justify;">    La riorganizzazione del governo della Chiesa romana promossa dal Papato avvenne attraverso la creazione delle Congregazioni &#8211; ne esistevano già due ovvero il Sant’Uffizio e l’Indice dei Libri Proibiti &#8211; e si caratterizzò per la messa in atto di un forte processo di centralizzazione. Le Congregazioni, organismi simili ai ministeri o dicasteri degli stati laici, nacquero come commissioni temporanee interne al Collegio cardinalizio per l’esame di questioni pertinenti sia il governo temporale dello Stato Pontificio che il governo spirituale della Chiesa cattolica, diventando poco alla volta permanenti e direttamente soggette all’autorità del pontefice, il quale ne selezionava i membri e ne nominava i prefetti scelti tra i cardinali. Progressivamente le Congregazioni raggiunsero il numero di quindici e risultarono composte da ecclesiastici ed esperti laici. Strutturate in dicasteri principali con sede a Roma e in sezioni provinciali e locali, sei di esse si occupavano di questioni temporali relative al diritto canonico, alle cause civili e criminali, alla difesa marittima dello Stato Pontificio, alle vie di comunicazione e alle acque, alla gestione delle risorse economiche, alla politica fiscale mentre le altre nove si occupavano di questioni spirituali ovvero l’inquisizione, l’indice dei libri proibiti, l’episcopato, il clero, i provvedimenti concistoriali, la firma della grazia, la costruzione di chiese, i riti e le cerimonie, la stampa. Successivamente ne venne creata un’altra, la quale si occupava dell’attività missionaria svolta sia nei paesi europei che in quelli extraeuropei. Oltre alla creazione delle Congregazioni il Papato si preoccupò del consolidamento delle frontiere dello Stato Pontificio, dell’istituzione di un sistema tributario moderno e funzionante, di un sistema di trasporti e di corrispondenza postale nonché dell’ammodernamento delle milizie territoriali, dell’esercito e della marina.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Roma, capitale del cattolicesimo rinnovato</b></h3>
<p style="text-align: justify;">    Nei decenni successivi alla conclusione del Concilio tridentino Roma andò incontro a una notevole trasformazione, cessando di essere la città licenziosa e pagana su cui Girolamo Savonarola e Martin Lutero avevano lanciato folgori di scomunica e acquistando un volto dignitoso. La Città Eterna per iniziativa del Papato conobbe un forte sviluppo edilizio e artistico, il quale vide la costruzione o la ristrutturazione di chiese, palazzi, giardini pubblici, strade, fontane e acquedotti. Nel 1593 venne ultimata l’edificazione della cupola della Basilica di San Pietro, che assunse il valore simbolico di rilancio del cattolicesimo e rilevante, sempre alla fine del XVI secolo, fu l’incremento demografico della città la cui popolazione raggiunse i centomila abitanti. Roma si presentò ai numerosissimi pellegrini che la visitavano ogni anno come una realtà che alla notevole componente urbanistica e artistica univa una forte componente morale e religiosa, quest’ultima testimoniata anche dal contenimento, perlomeno territoriale, del fenomeno della prostituzione. La città continuò comunque a conservare un duplice aspetto, dal momento che la sua crescita edilizia e artistica avvenne in un contesto di generale e diffusa povertà se non di vera e propria miseria.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La riduzione dei privilegi nobiliari e la lotta al nepotismo e al brigantaggio</b></h3>
<p style="text-align: justify;">    Il processo di centralizzazione del governo della Chiesa cattolica messo in atto dal Papato con la nascita delle Congregazioni procedette parallelamente alla riduzione dei privilegi nobiliari e alla lotta al nepotismo e al brigantaggio.<br />
I papi nell’età della Restaurazione cattolica assimilarono al territorio dello Stato Pontificio il Ducato di Ferrara (1598), il Ducato di Urbino (1631) e il Ducato di Castro e Ronciglione (1641), quest’ultimo diventato un vero e proprio stato nello stato, oltre a procedere in maniera sistematica alla riduzione delle autonomie locali, dei privilegi comunali e soprattutto di quelli nobiliari: ciò avvenne sia attraverso l’emanazione di provvedimenti legislativi che sostituivano il vecchio diritto feudale con il nuovo diritto statale, sia tramite l’esecuzione capitale di molti signorotti irriducibilmente ostili al nuovo corso storico.<br />
Incisiva fu l’azione del Papato nella lotta al nepotismo ovvero la tendenza da parte degli stessi papi, ma soprattutto degli alti ecclesiastici, a favorire i propri parenti in virtù delle relazioni familiari esistenti e indipendentemente dalle loro capacità e competenze. Questa tendenza si concretizzava sia nella creazione di domini spesso autonomi dalla giurisdizione dello Stato Pontificio e ciò anche in palese opposizione al diritto statale che nell’assegnazione di alte cariche statali.<br />
Particolarmente energica fu poi la lotta che il Papato condusse contro il brigantaggio che infestava le campagne dello Stato Pontificio. I briganti, nell’ordine di migliaia, agivano aggredendo i viaggiatori e i corrieri, che derubavano e spesso uccidevano oppure catturando persone facoltose per estorcerne poi un riscatto. La repressione del brigantaggio avvenne in vari modi: con il divieto di portare armi di media e grossa taglia; con l’impiego di piccoli reparti di milizie che andavano alla caccia dei briganti nascosti nei boschi o sui monti; con il pagamento di taglie a delatori e spie in cambio delle informazioni su dove si trovassero i capibanda; con la possibilità, alternativa alla pena capitale, offerta ai briganti che si erano macchiati di reati minori di arruolarsi nelle truppe pontificie. Moltissimi briganti furono condotti davanti ai tribunali dello Stato Pontificio e parecchi di loro vennero giustiziati. Ci fu poi un caso clamoroso, quello di Montefortino, un piccolo paese vicino a Roma i cui abitanti nel 1557 furono accusati di essere tutti briganti e quindi fuorilegge anche perché la località era molto legata a una potente famiglia della nobiltà romana in dissidio con i papi. Il paese venne distrutto e sulle sue rovine fu compiuto il rito dell’aratura e della semina del sale mentre i suoi abitanti vennero confinati in altre località.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Il progetto dell’egemonia cattolica in Italia e in Europa</b></h3>
<p style="text-align: justify;">    Tra la seconda metà del Cinquecento e la prima metà del Seicento il Papato si propose di imporre la sua supremazia sulle organizzazioni statali laiche dell’epoca. Forti di un apparato statale efficiente, i pontefici cercarono di realizzare il sogno medievale di papa Gregorio VII e di papa Innocenzo III, la cosiddetta <em>Pienezza del potere</em>, una dottrina politica in base alla quale il pontefice, a differenza di un re o di un imperatore, deteneva sia il potere spirituale come successore di Pietro, il primo papa della storia, che il potere temporale poiché il suo prestigio come Vicario di Cristo gli permetteva di agire con l’autorità di un sovrano per guidare il popolo cristiano sulla via della salvezza. In sostanza, secondo questa dottrina, il potere del pontefice era superiore a quello di un qualunque sovrano e conferiva al pontefice stesso anche il diritto di intervenire nelle questioni politiche interne agli stati considerati in tale prospettiva come braccio armato della Chiesa di Roma.<br />
Questo progetto politico-religioso, non più solo religioso, del Papato che intendeva sostanzialmente asservire alla Chiesa cattolica gli stati laici fossero essi cattolici o protestanti &#8211; in quest’ultimo caso sarebbe stata necessaria prima anche un’azione di riconquista e di rievangelizzazione &#8211; andò incontro al fallimento tanto in Italia quanto in Europa.<br />
In Italia è nota la vicenda che tra il 1605 e il 1607 contrappose il Papato alla Repubblica di Venezia, la quale venne colpita dall’interdetto pontificio perché aveva varato delle leggi che vietavano la costruzione di edifici sacri sul suo territorio senza l’autorizzazione del Senato cittadino e perché si era rifiutata di consegnare a Roma due ecclesiastici rei di aver commesso dei delitti comuni. L’attrito tra il Papato e Venezia rischiò di scatenare una guerra, che venne tuttavia evitata e la vicenda alla fine vide la Repubblica vincitrice e con essa l’indipendenza del potere politico-civile da quello politico-religioso.<br />
In Europa invece il progetto del Papato fu spazzato via da tre conflitti armati: le lotte tra cattolici e protestanti in Inghilterra (1553-1558), le guerre di religione in Francia (1562-1598), la Guerra dei Trent’anni (1618-1648).<br />
Le lotte tra cattolici e protestanti in Inghilterra, dove si era imposto l’anglicanesimo, furono provocate dalla regina Maria Tudor di confessione cattolica, che nel corso del suo breve regno tentò di restaurare nell’isola il cattolicesimo, dando inizio a violente persecuzioni contro i protestanti la cui reazione armata non si fece attendere. Maria Tudor, passata alla storia con l’appellativo di <em>Maria la Sanguinaria</em> per la sua politica repressiva, dette anche vita a un’alleanza tra l’Inghilterra e la Spagna che risultò profondamente invisa al suo popolo. Le succedette Elisabetta I Tudor sostenitrice dell’anglicanesimo, la quale iniziò a sua volta a perseguitare i cattolici, finendo così per essere scomunicata dal Papato.<br />
Le guerre di religione in Francia opposero i cattolici ai protestanti calvinisti detti ugonotti. Esse dopo tanto sangue versato &#8211; si ricordi il massacro di San Bartolomeo nel 1572 durante il quale i cattolici uccisero migliaia di ugonotti &#8211; si conclusero con l’emanazione dell’Editto di Nantes del 1598 con cui il re Enrico IV, convertitosi dal protestantesimo al cattolicesimo, riconobbe libertà di coscienza, libertà di culto e pari diritti come l’accesso alle scuole e agli uffici pubblici tanto ai cattolici quanto agli ugonotti; a quest’ultimi concesse anche un centinaio di piazzeforti.<br />
La Guerra dei Trent’anni vide contrapposti molti Stati europei principalmente il Sacro Romano Impero e la Spagna da un lato, i principi protestanti, la Francia, la Svezia e la Danimarca dall’altro lato. Il conflitto si concluse con la pace di Westfalia del 1648, la quale sancì la vittoria della Francia, potenza cattolica alleata però con nazioni protestanti, sulla Spagna e sul Sacro Romano Impero anch’essi potenze cattoliche le cui armate, strumento politico-militare del progetto papale, erano state pesantemente sconfitte. Dal punto di vista religioso poi la pace di Westfalia riconosceva ai sovrani e ai principi la libertà di scegliere la loro confessione i cui sudditi erano tenuti ad accettare e a professare.<br />
Maggior successo ebbe invece la politica messa in atto dai pontefici per contenere l’espansionismo ottomano o turco nella quale confluivano motivi sia strettamente politici che motivi specificatamente religiosi. Nel 1571 papa Pio V, temendo che i turchi mussulmani dilagassero nel Mediterraneo Occidentale e minacciassero Roma, si fece promotore della Lega Santa composta da Spagna, Stato Pontificio e altri Stati italiani la cui flotta sconfisse quella turca nella battaglia di Lepanto. Nel 1594 papa Clemente VIII, temendo invece che i turchi mussulmani invadessero l’Europa da est, creò la Santa Impresa costituita da alcuni Stati dell’Europa Orientale, dallo Stato Pontificio e da altri Stati italiani, la quale tuttavia non divenne mai del tutto operativa anche perché i turchi progressivamente si ritirarono.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La fine della Restaurazione cattolica e le questioni politiche e religiose del XVII secolo</b></h3>
<p style="text-align: justify;">    Intorno al 1655 la Restaurazione cattolica era giunta al capolinea. Il Papato, pur avendo conferito allo Stato Pontificio una fisionomia politico-amministrativa più moderna ed efficiente rispetto al passato, dovette infatti prendere atto che il progetto volto a estendere l’egemonia della Chiesa cattolica in Italia e soprattutto in Europa era sostanzialmente fallito. Nella seconda metà del Seicento i pontefici si posero soprattutto come guide morali sia per i sovrani che per la gente comune, continuarono l’opera di riforma disciplinare della Chiesa di Roma, sostennero l’arte barocca come strumento di propagazione e di difesa della fede cattolica e dovettero fronteggiare la questione del gallicanesimo insieme a due nuove dottrine teologiche, il giansenismo e il quietismo.<br />
Il gallicanesimo era un’antica dottrina politico-religiosa secondo cui la Chiesa cattolica francese si considerava in gran parte autonoma dal Papato e riteneva che l’autorità dei vescovi, peraltro ben sorvegliati dai sovrani, e dei concili episcopali fosse superiore a quella della Curia romana. Questa dottrina presente da secoli in Francia divenne nella seconda metà del Seicento sempre più forte, creando ulteriori grossi problemi al Papato.<br />
Il giansenismo, formulato dal vescovo olandese Cornelio Giansenio da cui prese il nome, sosteneva che l’uomo nasce corrotto e capace di compiere solo il male perché avulso dalla grazia divina, quindi destinato a non salvarsi anche se poi alcuni uomini sono predestinati alla salvezza mentre altri non lo sono. Nato come dottrina teologica il giansenismo fu un fenomeno complesso, che finì per riguardare anche la morale, la vita della Chiesa, la sensibilità religiosa e la politica. Venne ripetutamente condannato dal Papato come eresia.<br />
Il quietismo, formulato dal mistico spagnolo Miguel de Molinos, sosteneva che l’unione con Dio consiste in uno stato di serenità e di quiete passiva dell’anima, negando così l’importanza della pratica liturgica e sacramentale della Chiesa. Al pari del giansenismo anche il molinismo venne condannato dal Papato come eresia.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">·</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più<br />
</span></em></strong>J. Delumeau, <em>Il cattolicesimo dal XVI al XVIII secolo</em>, trad. it., Milano, 1976<br />
G. Filoramo &#8211; D. Menozzi (a cura di),<em> Storia del Cristianesimo &#8211; L’età moderna</em>, Bari,<i> </i>2002, vol. 4<br />
A. Hauser,<em> Storia sociale dell’arte</em>, Torino, 1956<br />
G. Martina, <em>Storia della Chiesa da Lutero ai nostri giorni. 2. L’età dell’assolutismo</em>, Brescia, 1993<br />
L. Mezzadri, &#8220;<i>La Chiesa nell’età dell’assolutismo confessionale (1563-1648). Dal Concilio di Trento alla pace di Westfalia&#8221;</i> in <em>Storia della Chiesa dalle origini ai giorni nostri </em>a cura di A. Fliche e V. Martin, trad. it., Torino, 1977, vol. XVIII/1<br />
L. Willaert, &#8220;<i>La restaurazione cattolica dopo il Concilio di Trento (1563-1648)&#8221;</i> in <em>Storia della Chiesa dalle origini ai giorni nostri</em> a cura di A. Fliche e V. Martin, trad. it., Torino, 1977, vol. XVIII/2</p>
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		<title>I MIDDLETON</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Apr 2024 07:17:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Andrea Cotticelli -   Ascesa e successi &#8211; soprattutto settecenteschi &#8211; di una grande famiglia americana: dalle piantagioni della Carolina del Sud alla Corte Papale. Nell’immaginario collettivo della storia degli Stati Uniti d’America le grandi famiglie, spesso vere e proprie dinastie, che nel corso dei secoli hanno segnato la &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="center"><b>di Andrea Cotticelli -</b></p>
<p align="center"><b> </b></p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><em><strong>Ascesa e successi &#8211; soprattutto settecenteschi &#8211; di una grande famiglia americana: dalle piantagioni della Carolina del Sud alla Corte Papale.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nell’immaginario collettivo della storia degli Stati Uniti d’America</strong> le grandi famiglie, spesso vere e proprie dinastie, che nel corso dei secoli hanno segnato la crescita economica, politica e sociale del Paese, a partire dalla sua nascita fino ad arrivare al Novecento, sono state sia quelle appartenenti all’<em>american gentry </em>- quella classe essenzialmente legata al possesso della terra che ha prodotto tra il XVIII e il XIX secolo storiche famiglie aristocratiche nei primi insediamenti nel Sud degli Stati Uniti, come le famiglie Washington, Jefferson, Mason, Carroll e Lee &#8211; sia quelle dei magnati dell’industria e della finanza del Nord degli Stati Uniti, che hanno fatto la loro fortuna nel XIX secolo durante la <em>gilded age,</em> l’industrializzazione del Paese, come le famiglie Morgan, Vanderbilt, Astor, Cornegie, Lehman e Rockefeller, senza dimenticare forse la più nota di tutte, la famiglia Kennedy, che ha caratterizzato buona parte della vita politica americana del XX secolo.<br />
Tra queste grandi dinastie ce n’è una, forse meno conosciuta ma comunque degna di nota, che ha preso parte alle fondamentali tappe storiche degli Stati Uniti d’America, ovvero la famiglia Middleton appartenente all’aristocrazia terriera dei <em>planters</em>, che per lungo tempo influenzò la politica della Carolina del Sud e per strana sorte vide diventare un suo esponente addirittura nipote di un Papa.</p>
<div id="attachment_13629" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2024/04/La-piantagione-di-Middleton-Place-nel-1865-distrutta-dallesercito-nordista.jpg"><img class=" wp-image-13629 " alt="La piantagione di Middleton Place, distrutta dall'esercito nordista nel 1865" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2024/04/La-piantagione-di-Middleton-Place-nel-1865-distrutta-dallesercito-nordista.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>La piantagione di Middleton Place, distrutta dall&#8217;esercito nordista nel 1865</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella seconda metà del Seicento l’Inghilterra retta dagli Stuart</strong> incoraggiò gli insediamenti di coloni inglesi nella Carolina del Sud, una delle Tredici Colonie che Londra possedeva sulla costa atlantica del Nord America e che prendeva il nome da Re Carlo I. A scopo economico-commerciale fu favorito sui suoi fertili terreni lo sviluppo su larga scala di floride piantagioni di cereali, tabacco e cotone, avvalendosi soprattutto dello sfruttamento incondizionato degli schiavi africani e furono attrezzati sulla costa strategici porti che avrebbero consentito in breve tempo un fiorente scambio delle merci tra la madrepatria e la colonia.<br />
Fu proprio in questo periodo, precisamente nel 1678, che l’avventuroso Edward Middleton (1640-1685), figlio di un militare inglese, emigrò dalla natia Inghilterra e si stabilì nella Carolina del Sud, nei pressi di Charleston, il porto più importante della colonia. Qui, grazie alla sua intraprendenza e sicuramente aiutato anche da un pizzico di fortuna, riuscì in pochi anni a diventare un ricco <em>planter</em>, proprietario di una invidiabile piantagione e di conseguenza membro della classe aristocratica della colonia, dando così inizio all’ascesa della famiglia Middleton sul suolo americano.<br />
Poco dopo il suo arrivo, Edward riuscì ad acquistare nei dintorni di Charleston una vasta piantagione di 1600 acri sul fiume Cooper nella contea di Berkeley a cui diede il nome <em>The Oaks</em>, prendendo ispirazione dalle due file di magnifiche querce che delineavano il lungo viale che conduceva alla lussuosa residenza padronale. Alla piantagione <em>The Oaks</em> lavoravano circa 60 schiavi di origine africana che venivano impiegati nella coltivazione della pregiata qualità di riso denominata Carolina Gold, un riso a grano lungo molto apprezzato sia a quell’epoca che oggi.<br />
Grazie al costante aumento della richiesta di riso, sia da parte della madrepatria che del resto del mondo, il Carolina Gold divenne dalla fine del XVII secolo uno dei cereali che costituivano la base dell’economia coloniale della Carolina del Sud. Il successo nelle esportazioni fece prosperare tutti coloro che lo producevano, compreso Edward Middleton, che aveva avuto buon fiuto nella scelta del prodotto da coltivare e che ora gli stava procurando ingenti guadagni. Il benessere che ne derivò permise a Edward di acquistare altre piantagioni, sempre nei dintorni di Charleston, fino a possedere ben 4000 acri di terreni che gli consentirono di emergere all’interno dell’<em>american gentry </em>e di assumere infine un ruolo politico-amministrativo nella colonia inglese, ricoprendo l’incarico di membro del Gran Consiglio della Carolina del Sud, l’organo che affiancava la figura del Governatore nella gestione degli affari interni in nome del Re.</p>
<div id="attachment_13630" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2024/04/La-famiglia-Middleton-nel-1771-Arthur-con-la-moglie-Mary-Izard-e-il-figlio-Henry-in-un-ritratto-di-Benjamin-West.jpg"><img class=" wp-image-13630 " alt="La famiglia Middleton nel 1771 Arthur con la moglie Mary Izard e il figlio Henry in un ritratto di Benjamin West" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2024/04/La-famiglia-Middleton-nel-1771-Arthur-con-la-moglie-Mary-Izard-e-il-figlio-Henry-in-un-ritratto-di-Benjamin-West.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>La famiglia Middleton nel 1771: Arthur con la moglie Mary Izard e il figlio Henry in un ritratto di Benjamin West</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Durante il Settecento la famiglia Middleton toccò l’apice</strong> delle sue fortune grazie alla figura di Henry (1717-1784), nipote di Edward. Da abile imprenditore, egli riuscì a diventare uno dei più ricchi proprietari terrieri della Carolina del Sud, arrivando a possedere nel corso della sua vita, sempre grazie ai proventi derivanti dalla produzione e dal commercio del pregiato riso Carolina Gold, più di 50.000 acri di terra con una forza lavoro di oltre 800 schiavi, il tutto ripartito su 20 floride piantagioni. Tra queste spiccava su tutte <em>Middleton Place</em>, una piantagione di riso di 500 acri sul fiume Ashley, nella contea di Dorchester vicino Charleston, che però non aveva acquistato lui, ma l’aveva ricevuta in dote nel 1741 dalla moglie, la ricca ereditiera Mary Williams.<br />
Egli, per consolidare il proprio status sociale, ingrandì la piantagione di <em>Middleton Place</em>, fino a portarla a 6.000 acri, e la consacrò residenza ufficiale della famiglia Middleton. Al suo interno fece realizzare una grande e sfarzosa dimora gentilizia in stile giacobino, circondata da magnifici giardini terrazzati all’inglese, dove si potevano ammirare verdi prati e alberi ad alto fusto adornati da statue classiche e ingentiliti da giochi d’acqua, ruscelli e laghetti artificiali, che degradavano da un lato verso i boschi e dall’altro verso le risaie e le paludi del fiume Ashley. Il risultato raggiunto da Henry fu tale che <em>Middleton Place</em> ancora oggi viene considerata una delle residenze storiche del periodo coloniale più belle e importanti di tutto il Sud degli USA.<br />
L’altolocata posizione raggiunta ormai dalla famiglia Middleton consentì a Henry di affermarsi anche come un influente leader politico della Carolina del Sud negli anni a ridosso della Guerra d’Indipendenza Americana. Egli servì la sua colonia prima in veste di giudice di pace, poi come membro del Consiglio della Carolina del Sud ed infine come Presidente dell’Assemblea della Carolina del Sud.<br />
Al fine di allargare la sua influenza politica nel territorio della Carolina del Sud, s’ingegnò per stringere solidi legami con altre grandi famiglie <i>dell’</i><em>american gentry</em> attraverso una scaltra politica matrimoniale per le sue figlie. Hester sposò Charles Drayton, proprietario della piantagione <em>Drayton Hall</em>. Susannah sposò John Parker IV, proprietario della piantagione <i>Hayes</i>. Altre due furono destinate ad unirsi a due degli uomini politici più illustri di Charleston, annoverati tra i padri fondatori degli Stati Uniti d’ America: Henrietta sposò Edward Rutledge, che divenne Governatore della Carolina del Sud e Sarah sposò Charles Cotesworth Pinckney, che fu Ministro degli Stati Uniti in Francia e candidato per due volte alla Presidenza degli USA, purtroppo senza successo.<br />
Tale fu la posizione politica raggiunta da Henry che fu naturale per lui alla vigilia della Guerra d’Indipendenza Americana essere designato come uno dei cinque delegati della Carolina del Sud al Primo Congresso Continentale che si riunì dal 5 settembre al 26 ottobre 1774 a Filadelfia presso la <em>Carpenters’ Hall</em>, per discutere sull’azione comune dei coloni americani da intraprendere dopo le leggi inglesi degli <em>Intolerable Acts</em> emanate in risposta alla protesta americana del <em>Boston Tea Party</em> del 16 dicembre 1773. Al termine dei lavori del Congresso, che negli ultimi giorni fu presieduto proprio da Henry Middleton, i 56 delegati delle Tredici Colonie firmarono il 20 ottobre 1774 l’Associazione Continentale, documento nel quale rivendicarono con forza l’autonomia amministrativa da Londra e stabilirono il boicottaggio sistematico delle merci inglesi, da imporre anche con la forza, con la speranza che ciò avrebbe spinto il Parlamento inglese ad accogliere le lamentele contro il governo di Londra. Ma questa iniziativa inasprì ulteriormente i rapporti con la madrepatria e si rivelò uno dei presupposti che portò poi allo scoppio della guerra.<br />
Concluso il Congresso Continentale, Henry, ormai giunto ad una certa età, tornò nella quiete della sua <em>Middleton Place</em> e decise di ritirarsi dalla vita politica, lasciando sia le proprietà che il testimone politico a suo figlio Arthur (1742-1787), che si mostrò molto attivo durante il turbolento periodo della Guerra d’Indipendenza Americana.</p>
<div id="attachment_13632" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2024/04/Il-Gran-Sigillo-della-Carolina-del-Sud-realizzato-da-Arthur-Middleton-nel-1776.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-13632" alt="Il Gran Sigillo della Carolina del Sud" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2024/04/Il-Gran-Sigillo-della-Carolina-del-Sud-realizzato-da-Arthur-Middleton-nel-1776-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Il Gran Sigillo della Carolina del Sud</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Arthur era il tipico gentiluomo del Sud,</strong> idealista, laureato in legge e appassionato di arte, musica e letteratura. Era un convinto sostenitore della causa d’indipendenza americana e per questo aderì al partito dei patrioti, diventandone presto uno dei leader più influenti nella Carolina del Sud e un intransigente oppositore di quei lealisti che per motivi opportunistici ancora sostenevano la corona inglese.<br />
Allo scoppio della Guerra d’Indipendenza Americana, dopo la battaglia di Lexington, tra il 1775 e il 1781, si riunì a Filadelfia presso l’<em>Independence Hall </em>il Secondo Congresso Continentale dei 56 rappresentanti delle Tredici Colonie, che era diventato di fatto il governo nazionale dei coloni americani, e nel 1776 Arthur fu designato a parteciparvi come delegato della Carolina del Sud.<br />
In tale veste, il 4 luglio 1776 Arthur appose la sua firma sulla Dichiarazione d’Indipendenza, atto con il quale il Congresso sancì l’indipendenza dall’Inghilterra, diventando così uno dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America. Successivamente, Arthur contribuì anche alla stesura del documento degli Articoli della Confederazione e dell’Unione Perpetua, che venne approvato dal Congresso il 15 novembre 1777 e che fu la prima Costituzione degli Stati Uniti d’America.<br />
Mentre assolveva ai suoi impegni a livello nazionale, Arthur non dimenticava la sua Carolina del Sud, che ormai da colonia era diventato uno Stato dell’Unione. Per prima cosa collaborò a stilarne la Costituzione e poi, insieme al parente William Henry Drayton, disegnò il Gran Sigillo della Carolina del Sud, cioè lo Stemma dello Stato, adottato nel 1776, caratterizzato da due aree ellittiche, collegate dai rami di una palma, dove nell’immagine a sinistra sono raffigurati un albero di palma nana e una quercia, caduta e rotta, che stanno a simboleggiare la vittoria americana della battaglia dell’Isola di Sullivan avvenuta in Carolina del Sud il 28 giugno 1776, con la scritta<em> South Carolina </em>e il motto <em>Animis Opibusque Parati</em>, mentre nell’immagine a destra è raffigurata la dea della Speranza con in mano un ramo di alloro e con il sole che s’erge dietro di lei e il motto <em>Dum Spiro Spero</em>. Il Gran Sigillo della Carolina del Sud, tuttora in vigore, rende ancora oggi omaggio alla vegetazione e al paesaggio dello Stato, nonché al ruolo che ha avuto nella storia americana.<br />
Per quest’ultimo aspetto dobbiamo ricordare che durante la Guerra d’Indipendenza Americana la Carolina del Sud fu teatro di violenti scontri e sanguinose battaglie tra l’esercito continentale e quello inglese, raggiungendo il suo apice nel lungo assedio di Charleston iniziato il 29 marzo 1780, dove Arthur, ufficiale dell’esercito continentale, difese strenuamente la sua città natale contro le truppe inglesi, che volevano strappare agli americani uno dei porti più strategici di tutto il fronte meridionale della guerra. L’eroica resistenza di Charleston durò quasi due mesi, fino a quando il 12 maggio 1780 l’esercito continentale dovette arrendersi alle superiori forze inglesi. Fu una delle peggiori sconfitte americane di tutta la Guerra d’Indipendenza. Dopo la caduta di Charleston, Arthur, come avvenne anche per altri ufficiali americani che avevano difeso la città, fu fatto prigioniero e venne tradotto nella guarnigione inglese di St. Augustine in Florida, dove rimase per più di un anno, fino a quando nel luglio 1781, grazie a uno scambio di prigionieri, fu liberato e andò a Filadelfia per seguire le ultime fasi della guerra come membro del Secondo Congresso Continentale.<br />
Appena tre mesi dopo, il 19 ottobre 1781, avvenne la schiacciante vittoria americana nella battaglia di Yorktown che indusse il governo inglese ad intraprendere le trattative di pace con le sue ex Tredici Colonie, che si conclusero il 3 settembre 1783 con la firma del Trattato di Parigi, nel quale l’Inghilterra riconosceva l’indipendenza degli Stati Uniti d’America.<br />
Dopo le dure vicissitudini sopportate durante la Guerra d’indipendenza, Arthur giudicò che era giunto il momento di prendersi il meritato riposo e così si ritirò definitivamente nella sua piantagione di <em>Middleton Place</em>, dedicandosi all’amministrazione delle sue proprietà e lasciando l’eredità politica al figlio primogenito Henry (1770-1846), che nella prima metà dell’Ottocento fece una brillante carriera, diventando prima membro del Congresso degli Stati Uniti d’America e poi Governatore della Carolina del Sud.</p>
<div id="attachment_13635" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2024/04/Conte-Henry-Bentivoglio-Van-Ness-Middleton-Ufficiale-Confederato-e-Zuavo-Pontificio.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-13635" alt="Conte Henry Bentivoglio Van Ness Middleton Ufficiale Confederato e Zuavo Pontificio" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2024/04/Conte-Henry-Bentivoglio-Van-Ness-Middleton-Ufficiale-Confederato-e-Zuavo-Pontificio-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Conte Henry Bentivoglio Van Ness Middleton Ufficiale Confederato e Zuavo Pontificio</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella seconda metà dell’Ottocento,</strong> l’omonimo nipote di Henry riuscì addirittura a far diventare i Middleton parenti del Papa.<br />
Nato a Charleston nel 1843, Henry era figlio del diplomatico Arthur Middleton (1795-1853), rappresentante degli Stati Uniti prima a Madrid e poi a Napoli e a Roma, e della romana contessa Paolina Bentivoglio, la cui famiglia discendeva dai Signori di Bologna ed era legata al Papato in quanto suo padre era il generale conte Domenico Bentivoglio, comandante del Reggimento dei Carabinieri Pontifici e del Forte di Castel Sant’Angelo.<br />
Rimasto orfano di padre, Henry crebbe con sua madre a Roma, insieme alla sorella Angelina, in un ambiente familiare colto e raffinato e nel rispetto della fede cattolica e dell’autorità papale, mantenendo però insieme alle peculiarità dell’aristocratico romano anche le caratteristiche del tipico gentiluomo delle piantagioni degli Stati del Sud.<br />
Quest’ultimo aspetto della sua indole presto lo richiamò con prepotenza alle sue origini di ricco <em>planter</em> e risvegliò il suo amore per la Carolina del Sud.<br />
Il 12 aprile 1861 il primo colpo di cannone sparato nella battaglia di Fort Sumter diede inizio alla lunga e sanguinosa Guerra Civile Americana, che vedeva contrapposti per motivi economici, politici, culturali e morali gli Stati del Nord, industrializzati e favorevoli all’abolizionismo della schiavitù, contro gli Stati del Sud, agricoli e schiavisti, i quali, in seguito all’elezione a Presidente nel novembre 1860 del repubblicano e abolizionista Abraham Lincoln, avevano decretato la secessione degli Stati del Sud e avevano costituito gli Stati Confederati d’America sotto la presidenza del democratico Jefferson Davis.<br />
Visto il precipitare degli eventi, il diciottenne Henry senza pensarci due volte lasciò Roma e tornò nella sua natia Carolina del Sud per militare tra le fila dell’esercito confederato.<br />
Henry prestò servizio con il grado di luogotenente nelle truppe della Carolina del Sud, prima nella Marion Artillery and Signal Corps e poi nel 1° Battaglione di Fanteria comandato dell’eroe sudista generale Johnson Hagood. Al fianco di Hagood, Henry nella sua uniforme grigia combatté valorosamente contro l’esercito nordista in diversi scenari di guerra. Nel 1862 in Virginia nella battaglia di Drewry’s Bluff e nella seconda battaglia di Bull Run, entrambe vinte da sudisti. Quindi nel 1863 prese parte nella Carolina del Sud alla seconda battaglia di Fort Wagner e poi di nuovo in Virginia nel 1864 alla battaglia di Cold Harbor, di nuovo vinte dai confederati. Poi purtroppo dovette subire la vittoria dei nordisti nell’assedio di Petersburg. Nel corso dell’ultimo anno di guerra, nel 1865, Henry si spostò nella Carolina del Nord, dove partecipò alla battaglia di Wilmington, anch’essa vinta dall’Unione, e infine si trovò nell’aprile di quello stesso anno alla Stazione di Durham, dove il 1° Battaglione di Fanteria di Hagood si arrese ai nordisti ormai vittoriosi.<br />
Dopo la sconfitta degli Stati Confederati d’America e la conseguente occupazione che gli unionisti imposero agli Stati del Sud, dopo aver inflitto loro incontrollabili e abominevoli saccheggi e aver dato alle fiamme le vaste piantagioni che costituivano la base della loro economia, compresa la piantagione di <em>Middleton Place</em>, il luogotenente Henry Middleton lasciò la sua Charleston e rientrò definitivamente a Roma.<br />
Qui, convinto sostenitore del Papa, Henry nel 1866 entrò con il grado di capitano a far parte del Reggimento degli Zuavi Pontifici, costituito da migliaia di giovani cattolici provenienti dall’aristocrazia e dalla borghesia europea e d’oltreoceano che con lo spirito di nuovi “crociati” del XIX secolo, erano giunti tra il 1860 e il 1870 a Roma per arruolarsi volontariamente tra le fila dell’esercito pontificio, così da offrire i loro servigi e la vita stessa per la difesa di Pio IX e del Papato dalle pressanti minacce del Regno d’Italia, che ambiva Roma come sua capitale. Sotto la bandiera del Papato, Henry prese parte con l’esercito pontificio alla vittoriosa battaglia di Mentana del 1867 contro i garibaldini e si distinse nella Difesa di Roma del 20 settembre 1870 contro l’esercito italiano. Dopo la proclamazione di Roma a capitale del Regno d’Italia, Henry decise però di seguire il nuovo corso degli eventi e terminò la sua carriera militare come ufficiale nel Regio Esercito Italiano.<br />
Mentre si prodigava in favore del Papato, Henry riuscì ad ottenere un titolo nobiliare aggiungendo al proprio cognome Middleton anche quelli di sua madre Bentivoglio e della prima moglie del padre Van Ness, con la conseguenza di potersi fregiare d’ora in poi del titolo di conte Henry Bentivoglio Van Ness Middleton.<br />
La sua recente nobiltà gli consentì nel 1869 di sposare la romana contessa Beatrice Cini, giovane molto bella e ricca, appartenente a un’influente famiglia della Nobiltà Romana con stretti legami con la Corte Pontificia. Grazie al suo matrimonio, Henry divenne anche nipote acquisito del Cardinale Vincenzo Gioacchino Pecci, porporato molto influente all’interno della Curia Romana, prozio di sua moglie Beatrice. E quando nel 1878, dopo la morte di Pio IX, il Conclave si riunì per eleggere il nuovo pontefice fu proprio il Cardinale Vincenzo Gioacchino Pecci a salire sul Soglio di Pietro con il nome di Leone XIII, il primo papa a non esercitare direttamente il potere temporale e passato alla storia per il suo lungo pontificato e la famosa enciclica <em>Rerum Novarum</em>.<br />
Henry si ritrovò così ad essere il nipote del Papa con pieno diritto di far parte della Famiglia Papale.<br />
L’aristocratico <i>planter</i> americano, che fu soldato confederato in America e zuavo pontificio a Roma, aveva raggiunto una invidiabile posizione personale, ma soprattutto aveva trasferito la famiglia Middleton dal nostalgico ricordo delle ricche piantagioni di riso della Carolina del Sud a onorifici ruoli di primo piano nella Corte Pontificia, mantenuti fino ai primi del Novecento.</p>
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		<title>LA NASCITA DELLO STATO PONTIFICIO</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Jul 2017 07:10:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Max Trimurti - Nel VII secolo il papato è in difficoltà dopo il tentativo di riconquista dell’Italia da parte di Bisanzio e sotto la pressione delle invasioni longobarde. Ma sarà grazie ai regni dell’Occidente che troverà una nuova spinta.   La rottura con Bisanzio Nell’Italia bizantina il Papato torna &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Max Trimurti -</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel VII secolo il papato è in difficoltà dopo il tentativo di riconquista dell’Italia da parte di Bisanzio e sotto la pressione delle invasioni longobarde. Ma sarà grazie ai regni dell’Occidente che troverà una nuova spinta.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<h3 style="text-align: justify;">La rottura con Bisanzio</h3>
<p style="text-align: justify;">Nell’Italia bizantina il Papato torna a essere fedele all’imperatore di Costantinopoli. È un vescovo dai poteri limitati: la tradizione vuole che la sua nomina debba essere confermata dal <i>basileus</i>. Papa Onorio (625-638) tenta persino di trovare un accordo con i partigiani del monotelismo<i> </i>(dottrina che costituisce una forma attenuata del monofisismo), che però non avrà seguito. Di fatto, i suoi successori Severino, Giovanni IV e Martino I non sottoscriveranno l’accordo, attirando i fulmini dell’imperatore (Martino I viene imprigionato nel 653 e muore in esilio).<br />
La presenza a Ravenna del rappresentante dell’imperatore, l’esarca, costituisce un eccellente mezzo di pressione sul Papato. Ma i tempi sono difficili e Bisanzio, che deve lottare per la sua sopravvivenza contro la folgorante spinta mussulmana, è costretta a trovare un terreno d’intesa. Il basileus Costantino IV convoca il concilio ecumenico che condanna il monotelismo. Papa Benedetto II ottiene che la sua funzione non sia più confermata dall’imperatore ma solo dal suo rappresentante, l’esarca. I successori di Benedetto otterranno inoltre importanti esenzioni fiscali.<br />
Ma la crisi dell’iconoclastia scompagina le carte in tavola. Nel 730 l’imperatore Leone III fa condannare ufficialmente il culto delle icone e ordina all’esarca di fare arrestare papa Gregorio III, che però si ribella alle sua determinazioni. Leone III estende quindi il suo dominio sulle proprietà della chiesa e ne confisca militarmente i territori dell’Italia del sud.</p>
<h3 style="text-align: justify;">La minaccia dei Longobardi</h3>
<p style="text-align: justify;">Gregorio III si ritrova senza protezione di fronte ai Longobardi, che approfittano della situazione confusa per accentuare la loro pressione: Ravenna viene conquistata nel 737. Al papa rimangono poche possibilità per difendersi e sopravvivere: fare ricorso alla forza crescente dell’Occidente, i Franchi. In effetti, Carlo Martello, aureolato dalla vittoria di Poitiers nel 732 contro gli arabi, è l’uomo forte del momento. Tuttavia, Gregorio III riesce a trovare una soluzione temporanea con i Longobardi e a fare a meno dell’aiuto dei Franchi.<br />
I Longobardi, però, minacciano nuovamente Roma nel 751. Una vera fortuna per Pipino il Breve (714-768), figlio di Carlo Martello, a quel tempo in ambasciata a Roma per farsi legittimare il titolo di Rex Francorum, dopo aver deposto l’ultimo merovingio. Sebbene questa richiesta sia del tutto illegale e persino ardita, papa Zaccaria si trova nella condizione di non poterla rifiutare e dichiarando decaduto il re merovingio Childerico III mette Pipino nella posizione di obbligato nei confronti del Papato. Nel momento in cui l’Impero bizantino deve accomodarsi alla perdita definitiva dell’Esarcato di Ravenna, il nuovo papa, Stefano II (715-757), cerca un protettore e si ricorda del re dei Franchi in maniera spettacolare e simbolica, attraversando le alpi in pieno inverno per incontrarlo a Ponthion. Egli porta con sé una promessa: quella del riconoscimento della sua dinastia, a patto che Pipino elimini dall’Italia la minaccia longobarda e restituisca al papa i territori riconquistati.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Formazione dello Stato pontificio</h3>
<div id="attachment_6321" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/07/Carlo-Magno-conferma-a-Papa-Adriano-I-le-donazioni-del-padre-Pipino-il-Breve.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-6321" alt="Carlo Magno conferma a papa Adriano I le donazioni del padre Pipino il Breve" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/07/Carlo-Magno-conferma-a-Papa-Adriano-I-le-donazioni-del-padre-Pipino-il-Breve-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Carlo Magno conferma a papa Adriano I le donazioni del padre Pipino il Breve</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Le campagne di Pipino ottengono un successo e nel 754 viene creato un nuovo stato. Roma, oltre al suo ducato (vecchia provincia bizantina), recupera la provincia di Ravenna e quindi il corridoio di Perugia. I Bizantini sono presi da ben altre preoccupazioni e non possono reagire, riuscendo a conservare in Italia solo la Calabria, Venezia (nominalmente) e le isole (Corsica, Sardegna e Sicilia). In definitiva il Papato è diventato un attore politico, dotato di una solida amministrazione, ereditata dai bizantini, di una cancelleria e di uffici incaricati di assicurare le entrate. Da questa nuova aristocrazia prenderà vita un “corpo senatoriale” potente, proveniente da carriere civili o militari, che in seguito avrà un peso notevole nella nomina dei papi.<br />
Tuttavia i Longobardi rimangono ancora minacciosi. Desiderio manovra abilmente riuscendo a far sposare sua figlia a Carlo Magno, figlio di Pipino. Nel 771 il sovrano longobardo è in condizioni di marciare su Roma. Papa Adriano, a sua volta, fa ricorso ai Carolingi nella persona di Carlo Magno, che riesce a conquistare quasi tutta l’Italia, sconfiggendo definitivamente i Longobardi. Ma Carlo Magno non mantiene le promesse relative alla restituzione dei territori del papa. Al contrario, egli si dichiara re d’Italia e impone ad Adriano la consacrazione dei suoi due figli a Roma. Il papa, pur recuperando qualche città, non ha altra scelta che cedere alle richieste del suo “protettore”. Il bilancio resta comunque favorevole: potendosi comportare come un vero sovrano temporale, il papa inizia a batter moneta con la propria effige, allo stesso modo degli imperatori bizantini.</p>
<h3 style="text-align: justify;">L’impero secondo Carlo Magno</h3>
<p style="text-align: justify;">Carlo Magno inizia quindi a moltiplicare le testimonianze di buona volontà e di fedeltà nei confronti del Papato. Colma di donazioni vescovi e monasteri e li pone sotto la sua protezione, rende obbligatoria la decima in tutto il territorio dell’impero, appoggia energicamente l’evangelizzazione degli Slavi nelle frontiere orientali del regno. In materia dottrinale, i suoi sforzi procedono nello stesso senso: rifiuto dell’iconoclastia, migliore formazione del clero e diffusione dell’insegnamento cristiano. In definitiva, la “rinascita carolingia” vuole continuare la riforma iniziata due secoli prima da Gregorio I.<br />
Roma non tarda ad attribuire a Carlo Magno il titolo di “Nuovo Costantino”. Non stupisce quindi che papa Leone III gli conferisca l’incoronazione imperiale nel natale dell’anno 800. Una fortuna per il papa, proprio nel momento in cui in oriente, una donna, Irene Sarantapechaina d’Atene, è salita al trono di Costantinopoli allontanandone il suo stesso figlio.<br />
Ma il “buon imperatore” si mostra sempre di più intraprendente. Il suo progetto politico trova espressione nella fondazione della capitale ad Aquisgrana, che vuole trasformare in una nuova Roma. Nell’809 approva una modifica del <i>Credo</i> che comporta delle tensioni con Leone III. La sua visione è chiara: l’impero è cristiano e franco, prima di essere romano, mentre per il papa l’imperatore dovrebbe essere al servizio della Cristianità, il cui centro è Roma.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Gli imperatori carolingi e il papato in concorrenza</h3>
<p style="text-align: justify;">Il braccio di ferro per il riconoscimento di un potere universale prosegue sotto il regno dei successori di Carlo Magno. Le tensioni vengono accentuate dalle dispute di che dividono i figli di Luigi I il Pio: Lotario I, Ludovico il Germanico, Pipino e Carlo il Calvo.<br />
In effetti, secondo la tradizione germanica, l’impero dovrebbe essere suddiviso in parti uguali, ma un impero dovrebbe anche essere essenzialmente indissolubile. Cercando di conciliare tali vedute, nell’817 Luigi I associa al potere imperiale Lotario, facendolo re d’Italia. Offre la Baviera a Ludovico il Germanico; l’Aquitania riviene a Pipino e Carlo il Calvo recupera l’Alsazia e la Borgogna. Queste spartizioni daranno origini a delle guerre civili con molteplici rivolgimenti di alleanze.<br />
I papi tentano di trarre il massimo vantaggio da questo gioco politico ad alto rischio. Se papa Pasquale I era riuscito a ottenere da Luigi I la libera elezione del papa da parte dei Romani (<i>Privilegium Lodovivi</i>, 817), il suo successore, Eugenio, rimane sostanzialmente impotente davanti alle rivendicazioni di Lotario I, che approfitta della sua venuta a Roma nell’823 e della morte di Pasquale I per imporre la <i>Constitutio romana</i>, che riduce il margine di manovra del papa obbligandolo nuovamente a prestare giuramento di fedeltà all’imperatore e imponendogli un diritto di sorveglianza sulla nomina della sua amministrazione.<br />
Lo spezzettamento dell’impero fra gli eredi di Luigi I in occasione del Trattato di Verdun (843) consente tuttavia al Papato di affrancarsi da una autorità imperiale che ne conservava ormai solo il nome. I papi orientano inizialmente le loro attenzioni sul figlio di Lotario I, quindi su Carlo il Calvo, facendo così passare il centro di gravità dell’impero a occidente. Una decisione effimera, tuttavia: la corona imperiale passa successivamente al ramo germanico, quindi italiano (con la dinastia dei marchesi d’Ivrea) e i territori si frammentano con procedere delle successive eredità.<br />
Alla fine del IX secolo e malgrado l’autonomia politica che gli viene conferita dalla creazione dello Stato Pontificio, il Papato perde il suo dinamismo politico, preferendo concentrarsi soprattutto sulla sua autorità morale, impegnata a regolare gli affari privati dei principi e le tensioni dogmatiche con il Patriarca di Costantinopoli. Nonostante il brillante pontificato di papa Nicola I (867-872), l’aristocrazia italiana (principi di Spoleto, di Capua, di Napoli…) assume sempre maggiore importanza nell’ambito della curia romana. Ne consegue, nella prima metà del X secolo, un periodo di crisi, durante il quale l’influente dinastia di Teofilatto (860-924) e dei Conti di Tuscolo tirano le redini del potere romano, nominando e dichiarando decaduti i pontefici a loro piacimento. Occorrerà l’intervento di Ottone I (912-973) per restaurare un’autorità imperiale e papale più forte, anche se quest’ultima risulterà durevolmente affrancata dalla corona germanica, nonostante la conferma dei suoi territori. Il braccio di ferro fra i due poteri era destinato a continuare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><br />
Girolamo Arnaldi, <em>Le origini dello Stato della Chiesa</em>, Torino, UTET Libreria, 1987<br />
O. Bertolini, <em>Roma di fronte a Bisanzio ed ai Longobardi</em>, Cappelli, 1941<br />
Thomas Noble, <em>La repubblica di S. Pietro. Nascita dello Stato pontificio (680-825)</em>, ECIG, 1998</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>LA FALSA DONAZIONE DI COSTANTINO</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Apr 2017 09:32:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Max Trimurti - Il celebre atto consentì alla Chiesa di giustificare la propria autorità temporale sull’Italia centrale. Ma se il papa vi trovò le basi giuridiche su cui fondare un’autorità spesso contestata, i re carolingi la utilizzarono per ottenere la legittimazione imperiale.   La Donazione di Costantino I il &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Max Trimurti -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Il celebre atto consentì alla Chiesa di giustificare la propria autorità temporale sull’Italia centrale. Ma se il papa vi trovò le basi giuridiche su cui fondare un’autorità spesso contestata, i re carolingi la utilizzarono per ottenere la legittimazione imperiale.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><i> </i></p>
<div id="attachment_5996" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/03/Limperatore-Costantino-offre-al-papa-Silvestro-I-la-tiara-imperiale-simbolo-del-potere-temporale-affresco-nellOratorio-di-San-Silvestro-Roma.jpg"><img class=" wp-image-5996 " alt="L'imperatore Costantino offre a papa Silvestro I la tiara imperiale, simbolo del potere temporale, affresco nell'oratorio di san Silvestro, Roma" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/03/Limperatore-Costantino-offre-al-papa-Silvestro-I-la-tiara-imperiale-simbolo-del-potere-temporale-affresco-nellOratorio-di-San-Silvestro-Roma.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>L&#8217;imperatore Costantino offre a papa Silvestro I la tiara imperiale, simbolo del potere temporale, affresco nell&#8217;oratorio di san Silvestro, Roma</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Donazione di Costantino I il Grande (272-337)</strong> è uno dei falsi più celebri della storia e quello le cui conseguenze sono state più importanti e durature. Se non è un fatto raro che un documento menzognero, falsificato o “arrangiato”, produca al momento pesanti conseguenze, risulta, al contrario, molto più eccezionale vedere un falso continuare a produrre effetti anche diversi secoli dopo la scoperta della frode.<br />
Frutto di puro opportunismo, nata in un contesto del tutto peculiare e dall’incontro di ambizioni convergenti, la <em>Donatio Costantini</em> si è inscritta nella realtà e si è adattata alle mutazioni dei tempi, al punto da sopravvivere persino alla dimostrazione della sua falsificazione.<br />
Alla vigilia della creazione degli Stati della Chiesa, Roma era provata dalle invasioni barbariche ed era diventata una grossa borgata che non aveva più nulla a che vedere con le sue glorie passate. La città Eterna aveva perduto da tanto tempo, a vantaggio di Ravenna, il suo statuto di capitale politica ed amministrativa. Tuttavia, il suo nome continuava a evocare il ricordo di un impero, d’una civiltà e di un ordine che esercitava sugli uomini un fascino incontestabile. Roma era anche la sede del papato. Ma sarà solo nel corso di qualche secolo che i vescovi di Roma riusciranno a imporsi agli altri metropoliti del mondo cristiano. Praticamente capi della chiesa ecumenica dal IV Concilio, riunito nel 451, essi diventano, per una somma concomitante di eventi favorevoli, i soli detentori del titolo di <em>Vescovo universale</em> nel 607. Una posizione certamente incontestabile, ma che nondimeno rimane precaria.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Insediato nel cuore del ducato bizantino di Roma,</strong> il Papa è il primo personaggio della Città ma si trova allo stesso tempo in una situazione delicata nei confronti dell’imperatore di Costantinopoli e del suo rappresentante in Italia, l’esarca di Ravenna. La dipendenza dei Papi nei riguardi dell’Imperatore d’Oriente non è solamente teorica: in tal modo, essi sono sottoposti, fino al 685, prima di ogni consacrazione, all’umiliante obbligo di vedere la loro elezione “validata” dall’autorità bizantina. Una situazione che i pontefici percepiscono come illegittima. Papa Gregorio Magno (504-604) non esiterà a criticare severamente l’imperatore per la gestione dei suoi territori, o più esattamente delle anime che ci vivono. Successivamente Severino e Martino rifiutarono al Basileus di riconoscere l’eresia monotelista, peraltro difesa a Costantinopoli. Quanto a Costantino, egli arriva fino alla rivolta contro l’imperatore di transizione Philippicos, detto Bardane (imperatore bizantino dal 711 al 713). Sono tutti eventi che dimostrano l’esistenza della volontà dei pontefici di affermare, oltre al primato ecumenico, l’indipendenza politica del vescovo di Roma. Giocando sulla divisione dell’Italia, comincia quindi ad affermarsi una diplomazia pontificia, specialmente nei confronti del regno longobardo di Pavia, che non ha smesso di progredire sotto Agilulfo (591-615), Rotari (636-652), Grimoaldo (662-671) e Liutprando (712-744), al punto da arrivare a minacciare direttamente la stessa Roma.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Papato cerca allora di sbarazzarsi della tutela bizantina,</strong> senza però cadere sotto il dominio diretto di una potenza vicina. Occorre rivolgersi a una potenza esterna alla penisola, una forza capace di sostenere gli interessi della Chiesa. Ma una forza che sia sufficientemente distante da non costituire, a sua volta, una minaccia. Il regno al di là delle Alpi sembra offrire tutti i requisiti necessari. Clodoveo (466-511), in effetti, ha basato la legittimità del suo potere nell’acqua del battesimo cristiano. Nel VI secolo papa Vigilio ha già chiamato in suo aiuto Childeberto I e papa Pelagio II si è rivolto a Childeberto II, perché “la divina provvidenza destinava i re franchi cattolici ad essere i salvatori di Roma e dell’Italia”. In tal modo, quando nel 739 papa Gregorio III si rivolge a Carlo Martello per porre la sua persona e le sorti della Chiesa di Roma sotto la protezione del “salvatore della Cristianità”, egli si inserisce in una tradizione ben consolidata.<br />
Ma Carlo Martello – alleato dei Longobardi in Provenza contro i Mori – non è re, ma solo <em>dux Francorum</em> (duca dei Franchi) e maestro di Palazzo. Sebbene egli diriga di fatto il regno, deve sempre tenere conto della finzione del potere, che formalmente detengono ancora gli ultimi monarchi merovingi. In effetti, se il potere di questi ultimi cosiddetti “re fannulloni” è appena illusorio, un eventuale cambiamento di dinastia non è senza rischi. L’avventura di uno di questi, Grimoaldo I il Vecchio (615-661, antenato della dinastia carolingia), che ha pagato con la vita l’ambizione di imporre suo figlio sul trono dei Franchi, ha ricordato a tutti le difficoltà di una tale impresa. Stabilire una legittimità capace di trasformare una situazione di fatto in realtà durevole e “istituzionalizzata” costituiva all’epoca una vera e rischiosa sfida.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questa ambiguità viene ancora confermata nel 742,</strong> alla morte di Carlo Martello. Se questi, aureolato dalle sue vittorie, ha potuto sentirsi abbastanza forte per mantenere vacante il trono lasciato vuoto alla morte di Thierry (Teodorico) IV, nel 737, questo non sarà il caso dei suoi eredi Carlomanno (707-754) e Pipino il Breve (714-768). Questi ultimi rimetteranno sul trono un re merovingio nella persona di Childerico III, al fine di evitare le abituali critiche della turbolenta nobiltà franca. Dopo il ritiro di Carlomanno, Pipino il Breve riunisce i possedimenti di suo padre e da quel momento ambisce a cingere direttamente la corona. A tal fine, l’uomo sa che dovrà ricercare una nuova fonte di legittimità, almeno altrettanto forte quanto quella di cui era stata investita la stirpe di Clodoveo, una legittimità capace di consacrare la sua autorità e la sua progenie.<br />
In questo contesto, l’avvicinamento con il trono di San Pietro e quella che diventerà la dinastia carolingia avrebbe potuto essere appena un reciproco scambio di servizi o un accordo puramente di circostanza. Tuttavia, conveniva a entrambi che tale avvicinamento potesse durare nel tempo, al di là delle poste in gioco del momento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Papa Zaccaria aprì la strada al rovesciamento di Childerico III</strong> da parte di Pipino il Breve, rispondendo a quest’ultimo “che è meglio che il titolo di re appartenga a colui che possiede il potere reale che a colui che si mantiene senza potere”. A questo punto nulla si oppone più all’ascesa di Pipino il Breve, consacrato nel 752 dal vescovo Bonifacio di Magonza.<br />
L’avvicinamento è molto utile al pontefice, soprattutto nel momento in cui la conquista longobarda di Ravenna contribuisce ad aggravare la minaccia su Roma e mentre l’imperatore d’Oriente si accontenta di invitare il papa a trovare un accordo con Pavia, gratificandolo anche del titolo di “negoziatore”. Non è dunque in una situazione di rottura con Costantinopoli, ma teoricamente come incaricato di una missione diplomatica che il nuovo papa Stefano II attraversa le Alpi nell’inverno del 753 al fine di reclamare il soccorso del re di Franchi.<br />
Nel 754, a Quierzy, viene quindi elaborata un’alleanza fra il papa e i Carolingi: questi ultimi si impegnano a fornire un soccorso militare che garantisca la protezione di Roma, a restituire i possedimenti di San Pietro invasi e ad aggiungervi l’esarcato di Ravenna. Al re dei Franchi, il papa conferma, per mezzo di una nuova consacrazione, la legittimità della Corona di Pipino il Breve. Ma non basta, il papa associa in questa seconda cerimonia di consacrazione i due figli del re franco, Carlomanno e Carlo, fondando di fatto la nuova dinastia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’intervento armato dell’esercito franco in Italia</strong> è la conseguenza diretta del trattato di Quierzy. I Franchi assediano Pavia e ottengono da re Astolfo I la ritirata dal Patrimonio di San Pietro e la promessa della riconsegna di Ravenna al papa. Ma i Longobardi non intendono rispettare le condizioni e Pipino è costretto a intervenire nuovamente nel 756, estendendo la donazione iniziale con l’aggiunta del territorio di Perugia. Ma, fatto più importante, è in questo momento che si assiste a un cambiamento anche di natura dei territori posti sotto le dipendenze del papa. Non si tratta più, in effetti, del Patrimonio di San Pietro, vale a dire non di soli beni privati, ma di un territorio completamente indipendente: gli Stati della Chiesa sono appena nati. Essi vengono nuovamente occupati dai Longobardi di re Desiderio nel 773 e papa Adriano chiamerà di nuovo in aiuto Carlo, il futuro Carlo Magno. Questi ha appena approfittato della morte del fratello per unificare sotto la sua autorità tutto il regno di Pipino. Anche questa volta i Franchi hanno la meglio sui Longobardi e conquistano Pavia. Carlo Magno non si contenta più di sottomettere i vinti, ma riorganizza la penisola sotto la sua autorità diretta e l’incorpora ai suoi domini. Nel 774 egli cinge la corona di ferro e conferma in questa occasione la Donazione di Pipino, estendendola anche all’isola della Corsica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Proprio in quel momento compare sulla scena la Donazione di Costantino.</strong> Secondo lo storico francese Henry Daniel-Rops (1901-1965), è nel 753 che si situa la “scoperta” di questo documento, utilizzato per convincere Pipino in occasione dell’incontro di Quierzy. Altri studiosi propongono invece come datazione gli anni tra il 756 e il 773 o la metà del IX secolo.<br />
Qualunque sia la data accettata, la Donazione di Costantino cade a proposito. Si tratta in effetti di un documento attribuito all’imperatore romano Costantino, composto di due parti distinte: una di carattere narrativo religioso, di natura giuridica e politica.<br />
La prima parte racconta la guarigione miracolosa dell’imperatore dalla lebbra, ottenuta con la promessa della fine delle persecuzione dei Cristiani. La seconda afferma il primato del vescovo di Roma sul resto della Cristianità e fa del sovrano pontefice un vero capo di Stato temporale. In effetti, secondo questo testo, Costantino avrebbe ceduto al successore di San Pietro la sovranità dell’Impero romano d’Occidente. “Noi concediamo e lasciamo sia il nostro palazzo che la città di Roma e tutte le province, località e città d’Italia o delle regioni occidentali, al beato Silvestro, pontefice e papa universale perché attraverso di lui e dei suoi successori ne sia disposto e che tutto il resto sotto l’autorità della Santa Chiesa Romana… E perché noi abbiamo giudicato conveniente di trasferire il nostro Impero e la potenza reale nelle regioni orientali ed in un bellissimo posto della provincia di Bisanzio di edificare una città col nostro nome e di stabilirvi il nostro imperio: in quanto non è giusto che là dove il principe dei preti ed il capo della Religione Cristiana è fissata dall’Imperatore celeste, un imperatore terrestre mantenga il potere”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il testo è un falso creato di sana pianta.</strong> Esso ha l’immenso merito di soddisfare tutti quanti: il papa vi trova le basi giuridiche su cui fondare l’autorità sulla Chiesa e il suo potere temporale, mentre il re dei Franchi rafforza la sua recente legittimazione.<br />
Appare comunque interessante constatare che in un’epoca appena uscita dai “tempi barbari” e in rottura profonda con la romanità, la supposta volontà di un imperatore romano sia ritenuta una fonte essenziale di legittimità. L’intenzione dei redattori della Donazione è stata in primo luogo di giustificare una realtà, di fondare una nuova legittimità. Gli imperatori carolingi cercheranno di trarre profitto dal testo al fine di inserire il loro potere nella continuità della Roma antica.<br />
Il papa, appoggiandosi ai Franchi, ha attirato in Italia una potenza da cui viene protetto, ma dei quali, in una certa misura, è anche ostaggio. Quando nel 799 una parte dell’aristocrazia romana si solleva contro Leone III, questi riuscirà a conservare il potere solo grazie all’aiuto di Carlo Magno. E in questa occasione il pontefice ristabilisce la dignità imperiale a vantaggio del suo protettore. Al di là del simbolo, il papa non fa altro che legittimare una situazione di fatto: Carlo Magno ha conquistato il titolo imperiale grazie alle vittorie militari.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Impero e Papato vedranno in seguito la Donazione di Costantino</strong> come la fonte delle pretese all’universalità della rispettive autorità. Dalla lotta per le Investiture (1075-1122), all’esilio del pontefice ad Avignone (1309-1378), passando per la lotta fra Guelfi e Ghibellini, le relazioni fra papato e l’impero costituiscono una storia a sé, nel corso della quale ciascuno dei due poteri spera di trarre vantaggio dalla Donazione. Sarà l’attenuazione progressiva di questa pretesa all’universalità, manifestata da papi e imperatori, che consentirà di ridurre progressivamente le tensioni. L’Impero si radicherà nello spazio tedesco al punto da diventare nel 1441 il Sacro Impero Romano della nazione Germanica. Parallelamente, dopo l’esilio avignonese e lo scisma d’Occidente, il Papato recupererà i domini assegnatigli dalla famosa donazione.<br />
Ormai legato alla sorte della penisola italiana, il trono di San Pietro sarà in prima linea per raccogliere, incoraggiare e diffondere il Rinascimento. Roma diventa il centro culturale, politico e intellettuale dell’Europa, una città che è parte di un insieme geopolitico in piena trasformazione, frammentato in principati antagonisti, minacciato dalle potenze vicine.<br />
In questo contesto la denuncia della falsità della Donazione di Costantino costituisce una sfida politica di primo piano. La rimessa in discussione della dominazione del papa sull’Italia pervade lo spirito di un’epoca che riscopre l’antichità e denuncia le certezze stabilite dal Medioevo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1433 il tedesco Nicola de Cues denuncia,</strong> nella sua <em>Catholica Concordancia</em>, le incoerenze del testo. Ma la contestazione non risulta priva di pregiudizi: essa si inserisce nel conflitto politico e teologico che anima il concilio di Basilea, aperto nel 1431. I concilio intende proclamare la sua superiorità sul pontefice. In effetti, Nicola de Cues è fra gli avversari di papa Eugenio IV. Ma la critica più celebre alla Donazione viene formulata dall’umanista Lorenzo Valla (1405-1457), protetto del re di Napoli, Alfonso d’Aragona. In un libello intitolato <em>De falso credita et ementita Costantini donatione librui duo</em>, pubblicato nel 1447, egli formula una critica sistematica ed argomentata del testo, mettendone in evidenza gli anacronismi e gli errori. Ma la rimessa in discussione procede anche da parte della stessa Chiesa. L’obbiettivo politico è evidente: proclamare la legittimità del trono di San Pietro facendone non l’espressione del desiderio di un uomo, ma della volontà del Cristo in persona. Per questo, i teologi della corte vaticana si sforzeranno di trovare delle tracce della fondazione del trono di Pietro nelle affermazioni del Cristo, fra cui la celebre “Tu sei Pietro e su questa pietra fonderò la mia Chiesa”.<br />
Questa esegesi, resa popolare da teologi e uomini di Chiesa, si spiega con la necessità di rafforzare la legittimità del potere temporale del papa, nel momento in cui i pontefici prendono l’iniziativa di ingrandire i loro domini trasformandosi in principi-guerrieri. È in questa stagione che il Ducato di Spoleto, Ancona, la Marca, la Romagna, Piacenza, Parma, Modena, Urbino e il Montefeltro, Reggio e Bologna vengono progressivamente annesse nel girone pontificio. È allora che papa Alessandro VI Borgia (1631-1503) sogna di fare di suo figlio Cesare, il Valentino, un sovrano capace di unificare una parte importante dell’Italia. Gli Stati della Chiesa sono così diventati, nel corso dei secoli, uno Stato “quasi come gli altri”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo l’episodio rivoluzionario che vede la proclamazione</strong> di una effimera Repubblica Romana, Napoleone Bonaparte non contesta a papa Pio VI i possedimenti ereditati dalla lontana donazione di Costantino, ma afferma senza tanti giri di parole la propria supremazia. Il 17 maggio 1809 Napoleone annette gli Stati della Chiesa all’Impero e dona a suo figlio il titolo di Re di Roma. Pio VII rifiuta la rimessa in discussione del suo potere e scomunica l’imperatore il 10 giugno 1809. Napoleone, per ritorsione, lo fa catturare nella notte del 6 luglio e il papa dovrà attendere il maggio del 1814 per rientrare a Roma. Il Congresso di Vienna, in seguito, ristabilirà gli Stati della Chiesa, che appariranno ben presto come un ostacolo al risveglio della nazione italiana.<br />
Nel 1870 il crollo del Secondo Impero di Napoleone III priva il papa della protezione sulle ultime vestigia del potere temporale. Vittorio Emanuele II farà scomparire quel che resta degli Stati della Chiesa, nello stesso momento in cui il Concilio Vaticano I proclama il dogma dell’infallibilità del papa in materia di dottrina. Il papa che perde il suo ruolo di sovrano temporale conosce allo stesso tempo un rafforzamento senza precedenti della sua autorità spirituale. Pio IX non ha però rinunciato al suo statuto di capo di Stato e rifiuta le “Guarentigie” che gli propone il governo italiano, in quanto rinuncerebbe in tal modo alle sue pretese temporali. L’11 febbraio 1929, gli Accordi del Laterano, conclusi fra Benito Mussolini e il cardinale Pietro Gasparri restituiranno al papa il ruolo di capo di Stato, sulla Città del Vaticano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><br />
G. M. Vian, <em>La donazione di Costantino</em>, Il Mulino, 2004<br />
G. Pepe, <em>Il Medioevo barbarico d’Italia</em>, Einaudi, 1971<br />
F. Chabod, <em>Lezioni di metodo storico</em>, Laterza, 1969</p>
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		<title>LO SCONTRO TRA NAPOLEONE E PAPA PIO VII</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Apr 2017 09:32:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi - Nonostante la sua indifferenza in materia religiosa Napoleone desidera un accordo con il pontefice per pacificare la Francia. Il Concordato del 1801 è il primo passo, ma non pone fine ai contrasti. Nel 1806, infatti, il conflitto si riaccende&#8230; Il 29 agosto 1799 papa Pio VI &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Massimo Iacopi -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Nonostante la sua indifferenza in materia religiosa Napoleone desidera un accordo con il pontefice per pacificare la Francia. Il Concordato del 1801 è il primo passo, ma non pone fine ai contrasti. Nel 1806, infatti, il conflitto si riaccende&#8230;</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 29 agosto 1799 papa Pio VI muore in prigionia a Valence.</strong> Il potere temporale dei papi è stato abolito ed a Roma, il 15 febbraio 1798, è stata proclamata la Repubblica Romana da parte delle truppe francesi, che hanno invaso lo Stato Pontificio. Le feste civiche soppiantano ormai le cerimonie religiose, gli alberi della libertà sostituiscono le croci e i calvari, e le opere d’arte delle chiese prendono la strada di Parigi. Roma non è più “cristiana” e “l’ultimo papa” è appena morto. La Rivoluzione francese ha spazzato il potere pontificio che aveva resistito a numerose crisi. Ma il vento sembra cambiare direzione: la Repubblica Romana non resiste agli assalti dei Napoletani, anch’essi liberati dalla soggezione ai Francesi, e questi ultimi, dopo il disastro di Novi del 15 agosto 1799, dove viene ucciso il generale Barthelemy Joubert, vengono scacciati dalla maggior parte dell’Italia. Un conclave si riunisce a Venezia, nel convento di San Giorgio, sotto la protezione dell’Austria. Il 14 marzo 1800 i cardinali che si sono potuti riunire eleggono Barnaba Chiaramonti, che assume il nome di Pio VII per affermare la continuità del potere pontificio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Barnaba Chiaramonti, vecchio monaco benedettino,</strong> diventato vescovo di Imola e quindi cardinale, si è opposto alle truppe francesi del generale Pierre François Charles Augerau, duca di Castiglione e quindi all’annessione della sua diocesi alla Repubblica Cisalpina di Milano, creata da Napoleone Bonaparte. In una omelia del Natale del 1797 egli spiega che il regime democratico non è contrario agli insegnamenti del Vangelo, ma non può fare a meno della religione.<br />
Dopo aver fatto il suo ingresso a Roma, ancora occupata dalle truppe napoletane, Pio VII prende coscienza di quanto l’intransigenza del suo predecessore è stata disastrosa per la Chiesa. Egli è pronto a fare delle concessioni ma, per aprire dei negoziati con la Francia, gli occorre una controparte. Fortunatamente, la situazione a Parigi era evoluta alla fine del 1799 e attraverso il colpo di stato del 18 Brumaio Napoleone era diventato Primo Console.<br />
Bonaparte non condivide il fanatismo anti religioso che animava un personaggio come Louis Marie de La Revelliere-Lepeaux nel Direttorio e ha sempre preso le distanze dalla politica di scristianizzazione condotta sotto il Terrore. Un vago deismo, ispirato a Rousseau fa da fondo alle sue convinzioni religiose. Il suo maggior interesse in quel momento è quello di pacificare la Francia. Lo scisma fra preti che hanno giurato e preti refrattari, nato dalla costituzione civile del clero, che voleva dare alla Chiesa di Francia una nuova costituzione senza preoccuparsi dell’accordo del papa, la Guerra della Vandea quindi la separazione fra Stato e Chiesa nel 1795, che completa la rovina di un clero i cui beni erano stati nazionalizzati, non potevano che lasciare tracce profonde.</p>
<div id="attachment_6016" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/03/Allegoria-del-Concordato-del-1801-di-Pierre-Joseph-Célestin-François.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-6016" alt="Allegoria del concordato del 1801, di Pierre Joseph Celestin Francois" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/03/Allegoria-del-Concordato-del-1801-di-Pierre-Joseph-Célestin-François-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Allegoria del concordato del 1801, di Pierre Joseph Celestin Francois</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Appena Pio VII viene eletto papa,</strong> Napoleone si sente abbastanza forte per iniziare dei negoziati con la Santa Sede. Egli ha capito – al contrario dei Costituenti – che nulla di durevole può essere realizzato senza il papa.<br />
Certamente, non si tratta di “rievangelizzare” la Francia, ma di pacificarla, togliendo ai controrivoluzionari l’arma della religione, particolarmente efficace in Vandea. Ben lungi dal separarsi dalla Chiesa, lo Stato deve, al contrario, associarsi ad essa. “Il buon ordine e la sicurezza politica non permettono che si abbandonino le istituzioni della Chiesa a sé stessa”.<br />
Occorre quindi privilegiare il cattolicesimo? Indubbiamente esso ha meglio resistito del protestantesimo, anch’esso colpito dalla politica di scristianizzazione. Ma ci sono gli atei dell’Istituto, i famosi ideologi che prendono le mosse dall’Illuminismo, che sono decisamente ostili a una restaurazione religiosa. Una restaurazione che non desidera né Charles Maurice de Talleyrand Perigord, vescovo spretato, all’epoca Ministro degli Affari esteri, né Joseph Fouché, Ministro della Polizia e vate della scristianizzazione nella regione della Nievre. Coloro che avevano acquisito i beni nazionali – i beni venduti sotto la Rivoluzione – sono preoccupati e inquieti: potrebbero doverli restituire. Infine, l’esercito, i cui quadri provengono dalla Rivoluzione, ringhia in maniera ostile ai fautori della Chiesa.<br />
Bonaparte passa oltre. Contro l’Inghilterra egli ha bisogno di avere dalla sua parte l’opinione dei Belgi e dei Renani, ma anche degli Spagnoli e degli Italiani, rimasti cattolici. L’alleanza con il papa diventa, pertanto, indispensabile.<br />
I negoziati hanno inizio dopo la vittoria di Marengo. La Curia dà il suo accordo all’invio di monsignor Giuseppe Maria Spina a Parigi. Ma essa chiede che il cattolicesimo sia dichiarato religione di Stato e comunque perlomeno religione dominante. Per quanto riguarda i beni della Chiesa venduti come beni nazionali, il papa non reclama la loro restituzione, ma ne esige un indennizzo. Infine il Pio VII non intende abbandonare i vescovi che sono rimasti fedeli a Roma. Come segno di fermezza, il cardinale Ercole Consalvi, Segretario di Stato si reca di persona a Parigi e si trova di fronte l’abate, poi vescovo, Etienne Alexandre Bernier, pacificatore della Vandea, dove era stato commissario generale degli eserciti degli insorti.<br />
L’abate, abile diplomatico, riesce ad ammorbidire la posizione del papa e il risultato sarà il Concordato, che il pontefice accetta di firmare il 15 agosto 1801. Il cattolicesimo viene riconosciuto come la religione della grande maggioranza dei Francesi e una nuova organizzazione viene data alle diocesi, dove il Primo console nomina i vescovi, mentre il papa accorda loro l’investitura canonica. Vescovi e curati prestano giuramento di fedeltà al governo ed in cambio ricevono un sostentamento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A Parigi, le reticenze sono numerose,</strong> all’Institut come tra i militari. Il Senato arriva persino a cooptare l’abate Baptiste Henri Gregoire, il vecchio vescovo costituzionale che aveva criticato il Concordato. Bonaparte, forte di questa opposizione, modifica unilateralmente lo spirito del Concordato aggiungendovi, senza averne preliminarmente discusso col papa, gli articoli organici. Roma non può proclamare alcuna Bolla né inviare in Francia alcun Legato senza l’accordo del governo francese. Il clero sarà dipendente dallo Stato e indipendente dal papa. Parallelamente, viene assegnata una nuova organizzazione ai Protestanti.<br />
Come poteva il papa non essere preoccupato, nonostante la restaurazione del culto?<br />
Napoleone, diventato Imperatore, invita Pio VII a recarsi a Parigi per la cerimonia dell’incoronazione. Egli si riallaccia alla tradizione di Carlo Magno e rinforza la sua legittimità di fronte a Luigi XVIII che non è stato incoronato.<br />
Nella speranza di concessioni da parte di Napoleone sugli articoli organici, Pio VII accetta di recarsi nella Capitale dell’Impero, ma rimane fermo sui principi: quando Giuseppina gli spiega che è sposata solo civilmente con Napoleone, egli esige che il matrimonio religioso sia celebrato nella notte precedente l’incoronazione, incoronazione in cui il suo ruolo resta limitato.<br />
Per contro, il papa non ottiene alcun ammorbidimento degli articoli organici. Si tratta del trionfo del gallicanesimo. L’autorità di Napoleone è senza condivisioni su un clero che in ogni caso si dimostra docile.</p>
<div id="attachment_6015" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/03/Pie_VII_Arrestation_par_le_Général_Radet.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-6015" alt="Pio VII arrestato dal generale Radet la notte del 5-6 luglio1809 - Benoit Lhoest" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/03/Pie_VII_Arrestation_par_le_Général_Radet-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Pio VII arrestato dal generale Radet la notte del 5-6 luglio1809 &#8211; Benoit Lhoest</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sarà per un’altra ragione che scoppierà il conflitto fra il papa e l’imperatore.</strong> Napoleone vuole far entrare lo Stato della Chiesa nel suo sistema di blocco continentale al commercio inglese, ma il papa desidera rimanere neutrale, scatenando la collera di Napoleone. Il litigio si incentra sulla sovranità dello Stato della Chiesa. L’Imperatore scrive al Pio VII, il 13 febbraio 1806: “Vostra<i> </i>Santità è sovrano di Roma, ma io sono l’Imperatore, tutti i miei fastidi debbono essere anche i Suoi”. E poi, il re di Inghilterra non è forse uno scismatico?<br />
Il 21 marzo seguente Pio VII replica in questo modo: “Noi rispondiamo con franchezza apostolica che il Santo Padre non riconosce e non ha mai riconosciuto nei suoi stati alcuna potenza superiore alla sua e che nessun imperatore può accampare diritti su Roma”.<br />
Il 21 gennaio 1808, il generale Sextius Alexandre François de Miollis riceve l’ordine di occupare Roma e gli Stati della Chiesa. Il 17 maggio Napoleone proclama la loro riunione alla Francia. La bandiera francese viene issata su Castel Sant’Angelo, come ai tempi della Repubblica Romana.<br />
Pio VII, anche se distaccato da contingenze materiali, non può rinunciare ai territori ereditati, che sono garanti dell’indipendenza politica del Papato. Il 10 giugno 1809 il pontefice scomunica Napoleone, senza designarlo per nome. La reazione di quest’ultimo non si fa attendere e il 20 giugno scrive: “Io ricevo la notizia che il papa mi ha scomunicato, si tratta di un pazzo furioso che occorre rinchiudere”.<br />
La formula viene forse presa alla lettera dal generale Etienne Radet, che comanda la gendarmeria nella Città Eterna. Egli invade il Quirinale nella notte dal 5 al 6 luglio e a Pio VII viene intimato di rinunciare alla sua sovranità temporale. A seguito del suo rifiuto viene condotto fuori di Roma insieme al cardinale Bartolomeo Pacca. Quest’ultimo sarà detenuto nella Fortezza di Fenestrelle dal 1809 al 1813.<br />
Pio VII viene condotto a Firenze, quindi a Grenoble e infine a Savona, dopo una serie di ordini e di contrordini che evidenziano l’imbarazzo di Napoleone.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pio VII resterà a Savona dal 6 luglio 1809 al 9 giugno 1811.</strong> Nonostante alcune attenzioni, egli si comporta come un prigioniero, ma non si piega nell’animo. Utilizza l’arma imprudentemente fornitagli dal Concordato: l’investitura canonica. Egli la rifiuta ai vescovi nominati da Napoleone, fatto che disorganizza, a poco a poco, la vita delle diocesi, specialmente a Parigi. Egli rifiuta altresì di annullare il matrimonio religioso di Napoleone con Giuseppina.<br />
Tuttavia, l’opinione pubblica rimane indifferente e poco emozionata dall’arresto del papa. La scomunica di Napoleone, nonostante gli sforzi di una società segreta, i Cavalieri della Fede, non riesce a essere propagata. Napoleone, per uscire dal vicolo cieco convoca un Concilio Nazionale a Notre-Dame de Paris, che si risolve in un fallimento.<br />
L’imperatore, che avrebbe desiderato insediare il papa nell’Ile de la Cité di Parigi, ordina il suo trasferimento a Fontainebleau. Sotto minacce, egli ottiene da Pio VII, spossato dalle continue prove, un nuovo Concordato, firmato il 25 gennaio 1813, con il quale viene messa fine alla questione delle investiture canoniche. Ma, contrariamente ai suoi impegni, Napoleone lo farà pubblicare sul “Monitore”. Pio VII reagisce ritornando sui suoi passi. A questo punto, stanco delle continue dispute, Napoleone rimanda il papa a Savona il 21 gennaio 1814 e quindi a Roma.<br />
Pio VII ha vinto. Con le decisioni del Congresso di Vienna egli ritroverà i suoi Stati. Ma il Concordato del 1801 continuerà a essere applicato in Francia fino alla separazione fra Stato e Chiesa del 1905.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><br />
E. E. Y. Hales, <em>Napoleon and the Pope, the story of Napoleon and Pius VII</em>, Londra, 1962.<br />
R. Anderson, <em>Papa Pio VII: la vita, il regno e il conflitto con Napoleone nel periodo seguente alla Rivoluzione francese 1742-1823</em>, Roma, 2000.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>VENEZIA E ROMA, LA SERENISSIMA CONTRO IL PAPATO</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jun 2016 14:11:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Max Trimurti - Nel corso dei secoli Venezia è spesso entrata in conflitto con Roma. Gli interessi economici e geopolitici della città dei Dogi non sono stati sempre compatibili con quella del successore di Pietro. L&#8217;Europa cristiana, a seguito dello scisma del 1054, risultava divisa in due: a Occidente &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Max Trimurti -</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Nel corso dei secoli Venezia è spesso entrata in conflitto con Roma. Gli interessi economici e geopolitici della città dei Dogi non sono stati sempre compatibili con quella del successore di Pietro.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/05/Canaletto.jpg"><img class="alignleft  wp-image-4940" alt="Canaletto" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/05/Canaletto.jpg" width="250" height="150" /></a>L&#8217;Europa cristiana, a seguito dello scisma del 1054, risultava divisa in due: a Occidente i cattolici romani e a Oriente i cristiani ortodossi, greci e slavi. Queste due componenti cristiane erano diventate nemiche inconciliabili dal momento in cui i Crociati avevano messo a sacco Costantinopoli e spinto in Asia Minore i resti dell&#8217;Impero bizantino. Nel XIV e XV secolo, l&#8217;espansione ottomana nei Balcani e nel sud della Russia contribuisce a far regredire l&#8217;area d&#8217;influenza dell&#8217;ortodossia a vantaggio dell&#8217;islam.<br />
Alla fine del XV secolo il cattolicesimo sembrava solidamente installato nell&#8217;insieme della cristianità latina, ma anch&#8217;esso ben presto sarebbe stato lacerato dalla comparsa della Riforma luterana o calvinista.<br />
Venezia, diventata baluardo della Cristianità contro i Turchi, costituiva anche la porta d&#8217;ingresso in Italia delle influenze tedesche provenienti da Vienna e dalla Baviera. La città esportava nell&#8217;Europa del nord i prodotti del commercio orientale e manteneva attive relazioni economiche e culturali con le città mercantili tedesche, renane, &#8220;fiamminghe&#8221; e inglesi, specialmente con Londra. Nel suo impero coloniale la repubblica dei Dogi annoverava popolazioni ortodosse e risultava anche in contatto diretto con l&#8217;Impero ottomano in Dalmazia, in Albania e in Grecia.<br />
Nella città mercantile, alla testa di un impero caratterizzato da due religioni, albergava una popolazione numerosa, straniera e no. Alla fine del XV secolo Venezia aveva costruito per i Greci una chiesa dedicata a San Giorgio, il loro patrono, e nel XVI secolo a Venezia sarebbero arrivati molti ebrei sefarditi, cacciati dalla penisola iberica e dallo Stato Pontificio.<br />
La repubblica di Venezia, microcosmo delle divisioni religiose d&#8217;Europa, risultava sospetta a Roma per il suo spirito di tolleranza: essa, di fatto, si sarebbe mantenuta lontana dalle lotte e dalle persecuzioni religiose, nella logica di non voler fare atti che potessero nuocere al commercio. In effetti la Serenissima avrebbe utilizzato per la sua ripresa commerciale proprio le minoranze religiose: i mercanti tedeschi protestanti per le sue relazioni con la Germania e i Paesi del Mare del Nord, gli ebrei e i greci per quelle verso l&#8217;Impero ottomano.<br />
Venezia, città cattolica ma gelosa della propria autonomia nei confronti di Roma, non smise mai di voler regolare autonomamente i propri affari: non esitò infatti a contrastare l&#8217;autorità del Papa. Confinante con i territori pontifici che tagliavano in due la penisola, la città lagunare assunse il ruolo di difensore della libertà della penisola nel corso delle guerre che vedevano opposti il Papa, l&#8217;Imperatore, i re di Francia e di Spagna.<br />
La Spagna cattolica risulterà vincitrice di questo scontro &#8211; nel 1559 con la Pace di Cateau Cambresis &#8211; e in tale contesto provvederà a rinforzare la propria presenza in Italia, in particolare a Milano al nord e a Napoli nel sud della penisola. Il papato aveva scelto l&#8217;alleanza con il re di Spagna e Venezia si trovò così rapidamente circondata dagli Spagnoli e dai suoi alleati, gli Asburgo e il papato. Nella pratica questa triplice alleanza risultava estremamente pericolosa per il commercio veneziano, sul mare così come sulla terraferma. In effetti gli spagnoli facevano risalire nell&#8217;Adriatico (il golfo di Venezia) le loro navi verso i porti di Trieste e di Fiume, porti degli Asburgo imperiali, e cercavano nel contempo di intaccare il monopolio della navigazione di cui godeva la Serenissima nel suo golfo, mentre sulla terraferma Leone X, vietando &#8211; a partire dal 15 giugno 1514 &#8211; al Duca di Ferrara di lasciar passare lungo il fiume Po il sale e le mercanzie dei Veneziani, toglieva alla Repubblica il suo monopolio, ovvero l&#8217;accesso ai mercati lombardi e francesi. Il Pontefice con questa decisione, si impegnava a difendere militarmente il ducato degli Este, nel caso che Venezia avesse cercato di riprendere, &#8220;manu militari<i>&#8220;</i>, il controllo della navigazione sul fiume.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Due patriarchi e una religione civica</b></h3>
<p style="text-align: justify;">La Serenissima aveva saputo ritagliarsi una posizione di privilegio nella Cristianità occidentale. Essa faceva tradizionalmente risalire al V secolo la sua fondazione mentre la regione sarebbe stata anteriormente evangelizzata da San Marco, inviato ad Aquileia dall&#8217;apostolo Pietro. Il vescovo di Aquileia &#8211; che aveva assunto il titolo orientale di Patriarca nel 568 in occasione delle invasioni longobarde &#8211; aveva deciso di rifugiarsi a Grado nella laguna veneta; il dogato dei Veneziani aveva pertanto detenuto una sede patriarcale, per mezzo della quale esso avrebbe creato sei micro-vescovati insulari nella Laguna, fra i quali quello, urbano, di Castello, al fine di rinforzare l&#8217;autorità del suo patriarca (827), quando Aquileia avrebbe riassunto la propria sede originale.<br />
In tal modo Venezia si era posta come rivale di Roma, in quanto di fronte alla città di San Pietro essa rappresentava la città dell&#8217;evangelista Marco. Roma, di fatto, aveva un vescovo mentre Venezia un Patriarca. Nel XII secolo la crescita del livello del mare obbligherà il Patriarca ad abbandonare Grado, troppo esposta, per trasferirsi a Venezia. Da quel momento la città di San Marco sarebbe diventata la sede del Patriarca e del suo vescovo, rivali nel disputarsi le decime delle parrocchie. Nel 1420, conquistando il Friuli, Venezia annesse il patriarcato di Aquileia controllando, a quel punto, i due patriarcati d&#8217;Occidente. Nel 1451, il papa soppresse il Patriarcato di Grado e il vescovo di Castello per creare il Patriarcato di Venezia.<br />
Le istituzioni ecclesiastiche erano molto presenti, con ben sei sedi episcopali nella laguna, il patriarca, una rete di settanta parrocchie, altrettanti conventi di regolari e mendicanti nella stessa città e una rete di confraternite che, di fatto, inquadravano strettamente la popolazione. Su circa 150.000 abitanti, ovvero circa 44.000 adulti maschi, il clero maschile contava 2.000 membri (4,5% del totale) e le monache risultavano ancora più numerose. Tuttavia il vero centro della vita religiosa veneziana era la basilica dedicata a San Marco, di fatto cappella ducale e chiesa del comune nonché centro di una vera e propria religione civica. All&#8217;interno della basilica si svolgevano le più importanti cerimonie civili e religiose: investitura del doge, cerimonia che consacrava la più alta dignità dello Stato e il capo della chiesa urbana, rappresentante del santo patrono, da cui dipendevano il clero della basilica e il suo più alto dignitario, il cappellano denominato &#8220;primicerio&#8221; di San Marco, principale autorità religiosa, che esercitava una supremazia su tutte le dignità del ducato. Questo religioso era investito di un potere temporale dal doge, dopo che si erano presentati a lui patriarca, vescovi, abati e abbadesse, che in tal modo riconoscevano la loro subordinazione al santo patrono, alla città e al doge.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Potere e debolezza della chiesa di Venezia</b></h3>
<p style="text-align: justify;">I membri del clero non potevano sedere nel Gran Consiglio, l&#8217;organo sovrano del Comune. Venezia praticava la separazione dei poteri, situazione che divenne più evidente il 31 luglio 1411 quando il Consiglio dei Dieci, dotato di pieni poteri in materia di sicurezza interna ed esterna, decise di escludere dalle riunioni del Senato tutti i nobili, i titolari di prelature o di benefici ecclesiastici e i loro familiari, padre, fratelli, zii, nipoti, specie quando venivano trattati argomenti che riguardavano &#8220;gli affari del papa, l&#8217;obbedienza dovuta al papa o la disobbedienza, ed ogni cosa che possa concernere lo stesso papa&#8221;. Tutti quelli che &#8220;non sono attaccati a tali benefici&#8221; possono garantire che &#8220;il loro giudizio avrà sempre in vista la giustizia, il bene e l&#8217;onore della nostra Signoria e del nostro Stato&#8221;. Il fatto di detenere un ufficio ecclesiastico o di godere di una rendita proveniente da beni della Chiesa (beneficio) rischiava di nuocere all&#8217;imparzialità di giudizio, &#8220;allo scrupolo della coscienza e dell&#8217;intelligenza&#8221;, qualità necessarie alla classe dirigente nel momento in cui deve interessarsi dei rapporti con il Papato.<br />
In effetti, la conquista della regione nord-orientale della penisola italiana che avrebbe costituito la base dello Stato di terraferma, aveva posto nelle mani dei Veneziani ben dodici diocesi, che godevano di grandi risorse: i vescovi di Padova (70.000 ducati d&#8217;oro), Brescia (2.500), Verona (3.000), Treviso (1.400), Bergamo (1.200), le rendite dei capitoli, delle parrocchie, di una sessantina di monasteri, importanti priorati, conventi di ordini mendicanti, conventi femminili, con le rendite di giurisdizioni territoriali, le rendite fondiarie, censi, affitti, prodotti di ammende. Questi benefici erano particolarmente concupiti dai nobili veneziani come fonte di nuove entrate così come dallo Stato che, a partire dal 1463, avrebbe messo in essere l&#8217;imposta diretta su tutte le entrate.<br />
Nel frattempo il papa non rinunciava a imporre la propria autorità: nel febbraio 1510 papa Giulio II della Rovere, approfittando della vittoria militare della coalizione europea che aveva contribuito a creare (Lega di Cambrai), privò la Signoria del &#8220;diritto di nomina dei vescovi&#8221;, vale a dire del diritto di raccomandare al papa i nomi graditi. Le proteste di Venezia non ebbero successo ma nel 1552 papa Giulio III avrebbe concesso alla Serenissima la designazione di quattro candidati al patriarcato di Aquileia, fra i quali il papa avrebbe compiuto la sua scelta. Le grandi famiglie nobili Grimani, Corner, Pisani e Barbaro &#8211; che consideravano le sedi episcopali e patriarcali, i cappelli cardinalizi e le abbazie come parte del loro patrimonio &#8211; beneficiavano di importanti appoggi presso la corte di Roma. Queste famiglie cardinalizie si sarebbero allineate così sulle posizioni pontificie. Ma la volontà di indipendenza nei confronti di Roma e della Chiesa avrebbe continuato a dominare all&#8217;interno dei Consigli di governo, che &#8211; ad esempio in occasione della introduzione dei Tribunali dell&#8217;Inquisizione, creati a Roma nel 1542 sotto il nome di &#8220;Congregazione del Santo Uffizio per la Repressione delle Eresie&#8221; &#8211; avrebbero deciso la salvaguardia della sovranità della Repubblica attraverso gli atti dell&#8217;Inquisizione validi solo se adottati in presenza di magistrati laici, appositamente creati a tal fine (&#8220;i tre Saggi all&#8217;eresia&#8221;) con il compito di controllare la procedura e gli atti dei monaci.<br />
Allo stesso modo, al Concilio di Trento (1545-1563), riunito per restaurare l&#8217;unità dei Cristiani d&#8217;Occidente e definire le vie della Riforma cattolica, i prelati veneziani sarebbero stati invitati dal Consiglio dei Dieci &#8220;a votare unanimemente contro i decreti che avrebbero potuto ledere la sovranità di Venezia&#8221;: in tal modo la Repubblica lagunare avrebbe adottato la stessa linea di condotta delle grandi monarchie (Francia e Spagna), gelose di preservare la loro autorità davanti alle pretese pontificie.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La ricchezza della chiesa, una questione politica</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Meno dell&#8217;1% della popolazione (il clero) possedeva ormai poco meno di un quarto delle proprietà dello Stato, ovvero una fortuna superiore ai trenta milioni di ducati in beni immobiliari ed entrate, che ammontavano a circa un milione e mezzo di ducati. Lo Stato, che voleva prelevare l&#8217;imposta diretta (decima) su queste ricchezze, vi sottometteva senza troppe difficoltà il basso clero, ma per i cardinali, prelati, monasteri, ordini mendicanti si trattava di un problema diverso, in quanto gli assoggettati a tale regime denunciavano una violenza che attentava alle libertà ecclesiastiche.<br />
La ricchezza della Chiesa presentava un altro inconveniente in una città mercantile simultaneamente caratterizzata da una forte mobilità sociale e da un mercato fondiario e immobiliare particolarmente ridotto. In effetti durante tutto il Medioevo gli uffici notarili della città erano stati gestiti da preti-notai abili a orientare le ultime volontà dei testatori verso donazioni pie in favore di chiese e di monasteri che accumulavano beni in &#8220;mano morta&#8221;, in perpetuo. Venezia cercava, in ogni caso, di mobilitare per fini produttivi queste eredità che, nella pratica, &#8220;congelavano&#8221; terreni e immobili. Dal 1333 il Gran Consiglio aveva limitato a dieci anni qualsiasi trasmissione di beni a fini religiosi (pie cause), al di là dei quali essi sarebbero dovuti essere rimessi sul mercato per essere venduti. Nel 1536 una legge del Senato veneto riprende questo principio per impedire che &#8220;tutti i beni immobili di questa città non siano, attraverso legati e donazioni, accaparrati dai religiosi&#8221; e ordina la loro messa in vendita all&#8217;asta pubblica nel tempo massimo di due anni. Nel 1605 tale legge venne estesa a tutto lo Stato. I monasteri aggirarono tali disposizioni orientando i testatori verso donazioni in denaro, accumulando, in tal modo, un patrimonio finanziario considerevole, che acconsentiranno a prestare al tasso d&#8217;interesse del 4-5% annuo al patriziato urbano.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>L&#8217;interdetto (1606-1607)</b></h3>
<div id="attachment_4939" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/05/Papa-Paolo-V.jpg"><img class=" wp-image-4939 " alt="Papa Paolo V" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/05/Papa-Paolo-V.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Papa Paolo V</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;autunno del 1605 il Consiglio dei Dieci aveva fatto arrestare un canonico, e successivamente un abate, accusati di crimini di diritto comune (l&#8217;abate per rapimento a mano armata della sposa di un mercante), mentre la Chiesa richiedeva il rispetto dell&#8217;immunità e il papa Paolo V Borghese esigeva la consegna dei due sospetti, che sarebbero stati deferiti presso i tribunali ecclesiastici. Il pontefice accompagnava le sue richieste con minacce non tanto velate: scomunica del Senato della Repubblica e &#8220;interdetto&#8221; (divieto di qualsiasi attività liturgica) in tutto lo Stato in caso di mancata ottemperanza. Con questa minaccia il sovrano pontefice metteva in causa la sovranità della Repubblica, affermando il suo diritto a giudicare sul territorio veneto. In tale contesto il Consiglio dei Dieci condannò comunque a morte l&#8217;abate, mentre il Gran Consiglio, come replica al papa, elesse nel dicembre 1605 il doge Leonardo Donà e istituì l&#8217;ufficio del &#8220;Consulente religioso del governo&#8221; in teologia e diritto canonico, carica affidata a un &#8220;servita&#8221; (Ordine dei Servi di Maria ovvero i Serviti), frà Paolo Sarpi, brillante intellettuale e scienziato in matematica, fisica e medicina. Nell&#8217;aprile 1606 Paolo V scaglia le sue censure ma la Repubblica protesta solennemente contro questo &#8220;breve&#8221; ingiusto, senza valore e illegittimo. Il conflitto diventava ormai aperto e la Sede Apostolica vi avrebbe gettato tutta le sua autorità politica e spirituale, mentre Venezia, per mezzo dei suoi uomini di governo avrebbe resistito.<br />
Frà Paolo Sarpi si limitò alla denuncia etico-politica: il papa si sbagliava ed era un dovere di ogni cristiano non prestargli obbedienza nel caso specifico. In conseguenza il governo veneziano aveva il dovere di costringere i religiosi dello Stato a proseguire nella loro attività liturgica; quelli che erano di opinione contraria (Cappuccini e Gesuiti) dovevano lasciare lo Stato e quelli che rimanevano sul territorio della Serenissima per predicare l&#8217;obbedienza al papa sarebbe stati perseguiti in giustizia. Il governo veneziano avrebbe scelto di celebrare con uno sfarzo particolare la festa del <i>Corpus Domini</i>, dove le confraternite, mobilitate in processione avrebbero assecondato la propaganda governativa, esibendo carri che mostravano &#8220;una chiesa decadente sostenuta dal Doge circondato dai santi Francesco e Domenico&#8221; o illustrando il tema &#8220;<i>reddite quae sunt Caesaris Cesari et quae sunt Dei Deo&#8221;</i> e, ancora più suggestivo, un giovane vestito da doge, in ginocchio davanti a San Marco benedicente. La Repubblica si sarebbe appoggiata anche sui vescovi della Terraferma, tutti derivati dal patriziato veneziano, e sul patriarca d&#8217;Aquileia, il cui capitolo aveva affermato “tenere in maggiore considerazione il Doge rispetto al Papa.&#8221;<br />
Il re di Francia, Enrico IV di Borbone aveva proposto la sua mediazione per negoziare un compromesso, concluso il 21 aprile 1607: i decreti del Senato e del Gran Consiglio erano stati confermati, Venezia avrebbe mantenuto le sue leggi sulla proprietà ecclesiastica, la Compagnia di Gesù non sarebbe stata richiamata, ma Sarpi e il Doge Donà non avrebbero più ottenuto la restituzione del diritto di nominare i vescovi. Nel 1621, tirando le conclusioni del conflitto, il Segretario di Stato (ministro degli Esteri del papa) deplorava: &#8220;La giurisdizione ecclesiastica e il rispetto verso il papa e la sede apostolica, non senza pericoli per tutta la religione cattolica, hanno ricevuto delle gravi ferite, che, invece di un guadagno e di restaurazione, sono state il risultato di mediocri perdite&#8221;.<br />
Il contenzioso non risultava completamente risolto, ma Venezia per il futuro si sarebbe astenuta di dare corso a nuovi conflitti poiché, come osservava uno dei suoi, &#8220;c&#8217;erano ormai troppi patrizi, che sotto la pressione di esigenze economiche, avevano dei legami troppo stretti con la Curia, troppi ‘papalini’, che raggiungono ormai la metà del Senato; per diminuire il loro numero occorrerebbe che lo Stato potesse offrire loro una alternativa alle possibilità offerte dalla Chiesa&#8221;.<br />
La politica dei benefici non mancava di attrattiva per una nobiltà che doveva sistemare i suoi numerosi figli.<br />
In occasione dell&#8217;interminabile Guerra di Candia (Creta; durata 25 anni) nel 1656, la Repubblica avrebbe soppresso qualche piccolo convento, mettendo in vendita i suoi beni per procurarsi un milione di ducati, inghiottiti dalla guerra turca. Venezia avrebbe poi chiesto a papa Alessandro VII la libera disponibilità di questi beni: questi acconsentirà a condizione del richiamo dei gesuiti nella Repubblica (il Senato avrebbe accettato tale condizione, assegnando alla Compagnia un vasto convento rimasto vacante). Agli inizi del XVIII secolo i Gesuiti, ormai consolidati nella Serenissima, inizieranno a rinnovare la loro sede: essi fanno abbattere la vecchia chiesa dei Crociferi e affidano, nel 1715, all&#8217;architetto svizzero Domenico Rossi il compito di ricostruirne una secondo le direttive aderenti alle disposizioni del Concilio di Trento. La chiesa dei Gesuiti verrà dedicata all&#8217;Assunzione della Vergine (Santa Maria Assunta), protettrice di Venezia già troneggiante in cima alla cupola della Salute insieme alle insegne del grande ammiraglio della flotta veneta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lane, Frederic,<em> Storia di</em> <em>Venezia</em>, Einaudi, Torino, 2015;<br />
Del Torre, Giuseppe, <em>Patrizi e Cardinali: Venezia e le istituzioni ecclesiastiche nella prima età moderna</em>, Franco Angeli, Milano, 2010;<br />
Frajese, Vittorio, <em>Sarpi scettico. Stato e Chiesa a Venezia tra Cinque e Seicento</em>, Il Mulino, Bologna, 2007;<br />
Zorzi, Alvise,   <em>La Repubblica del Leone. Storia di Venezia</em>, Bompiani, 2001.</p>
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