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	<title>Storia in Network &#187; ONU &#124; Storia in Network</title>
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	<description>Magazine di divulgazione storica</description>
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		<title>DAG HAMMARSKJÖLD: AL SERVIZIO DELLA PACE</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Mar 2026 11:18:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Michele Strazza -   Nato in una delle famiglie più influenti della Svezia, trasformò le Nazioni Unite in un protagonista attivo della diplomazia mondiale nei primi anni della Guerra fredda. Segretario generale dell’ONU dal 1953, inventò il peacekeeping moderno e difese con fermezza l’indipendenza dell’istituzione dalle grandi potenze. Morì &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="right"><b>di Michele Strazza -</b></p>
<p style="text-align: justify;" align="right"><b> </b></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Nato in una delle famiglie più influenti della Svezia, trasformò le Nazioni Unite in un protagonista attivo della diplomazia mondiale nei primi anni della Guerra fredda. Segretario generale dell’ONU dal 1953, inventò il peacekeeping moderno e difese con fermezza l’indipendenza dell’istituzione dalle grandi potenze. Morì nel 1961 in un misterioso incidente aereo mentre cercava di fermare la crisi in Congo. Premio Nobel per la Pace postumo, resta il simbolo di un potere vissuto come servizio.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><b><i> </i></b></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nato il 29 luglio 1905 a Jönköping,</strong> nella Svezia meridionale, era l’ultimo di quattro fratelli in una ricca famiglia della borghesia nordica. Il padre, Hjalmar Hammarskjöld, discendeva da diverse generazioni di funzionari pubblici e militari, al servizio del re di Svezia fin dal XVI secolo.<br />
Se dal padre ereditò il senso delle istituzioni, dalla madre, Agnes Almquist, apprese il profondo spirito di sacrificio della religione luterana e una intensa fede cristiana.<br />
Nel 1953, in uno dei suoi primi discorsi da segretario generale dell’ONU, così sottolineò la sua origine: «Da generazioni di soldati e funzionari governativi, da parte di mio padre, ho ereditato la convinzione che nessuna vita fosse più soddisfacente di quella del servizio disinteressato al proprio Paese o all&#8217;umanità. Da studiosi ed ecclesiastici, da parte di mia madre, ho tratto la certezza che tutti gli uomini fossero uguali come figli di Dio».<br />
Due anni dopo la sua nascita la famiglia si trasferì a Uppsala &#8211; oggi quarta città della Svezia e sede di un’università molto antica &#8211; a seguito della nomina del padre a governatore della provincia. Il genitore fece una brillante carriera fino a diventare primo ministro svedese negli anni del primo conflitto mondiale, dal 1914 al 1917.<br />
Furono questi, gli anni che lasciarono un indelebile ricordo nel giovane studente di legge ed economia politica presso la locale università. Quel periodo fu richiamato in uno dei suoi ultimi libri, <em>La collina del castello</em>, in cui le vicende della giovinezza a Uppsala, ricostruite molti anni dopo, insieme a una riflessione più matura, vengono arricchite da descrizioni e immagini poetiche catturate dal Castello cittadino, un’imponente struttura risalente al XVI secolo e sede del governatorato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="https://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2026/02/ImmagineDAG.png"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-15557" alt="immaginedag" src="https://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2026/02/ImmagineDAG-150x150.png" width="150" height="150" /></a>Dopo la laurea in Economia e in Giurisprudenza</strong> anche all’Università di Stoccolma intraprese la carriera di funzionario. Nel 1936 entrò nella Banca Nazionale di Svezia, prima come segretario e poi, dal 1941, come presidente. Pur non iscrivendosi ad alcun partito, ebbe anche diversi incarichi politici al ministero delle finanze e agli affari esteri e, nel 1951, fu nominato ministro senza portafoglio nel governo socialdemocratico.<br />
Era, intanto, cominciato il suo impegno in diversi organismi internazionali come quando partecipò alla conferenza in cui fu stabilito il piano Marshall. Nel 1949 fu inviato presso l’Onu come delegato svedese. Nel 1952 presiedeva la delegazione svedese all’Assemblea generale dell’ONU e, quando il norvegese Trygve Lie, si dimise dalla carica di segretario generale delle Nazioni Unite, il Consiglio di Sicurezza indicò proprio Hammarskjöld per sostituirlo.<br />
Il suo profilo mise d’accordo tutti, anche gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, grazie alle sue posizioni di neutralità rispetto ai due blocchi e all’appartenenza a un Paese che non aveva aderito alla Nato. La candidatura venne inoltre caldeggiata proprio dagli Stati cosiddetti “non allineati”.<br />
Assunto l’incarico di secondo segretario generale delle Nazioni Unite il 10 aprile 1953, tutta la sua azione fu improntata a sgonfiare le diverse crisi internazionali nate nell’atmosfera della Guerra fredda.<br />
Il periodo in cui iniziò il mandato era particolarmente difficile: la guerra di Corea era agli sgoccioli, mentre la fine del colonialismo era imminente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per prima cosa Hammarskjöld cercò di rafforzare</strong> le strutture amministrative e diplomatiche delle Nazioni Unite. A tale proposito redasse diversi regolamenti per definire meglio funzioni e responsabilità dei membri del Segretariato Generale al fine di garantirne l’indipendenza dalle pressioni delle varie Nazioni.<br />
Insisté, poi, perché si creasse un gruppo di funzionari stabile, ponendo fine alla prassi del “trasferimento” di personale, per un tempo limitato, da parte di singoli Stati. Era necessario che l’organizzazione delle Nazioni Unite avesse una propria autonoma burocrazia, senza vincoli di dipendenza dai diversi Paesi.<br />
In campo internazionale inaugurò la pratica di una “azione diplomatica preventiva” con l’intento di evitare possibili escalation delle crisi in corso.<br />
Tutta la sua opera fu sempre improntata a una forte equidistanza dagli interessi in gioco e a un fattivo interventismo. Così, tra il 1954 e il 1955, negoziò personalmente il rilascio dei soldati americani catturati dai cinesi nella guerra di Corea.<br />
Nel 1956, durante la crisi del Canale di Suez, si adoperò per convincere le Nazioni Unite a bloccare l&#8217;uso della forza da parte di Israele, Francia e Gran Bretagna, puntando alla creazione della “Forza di emergenza delle Nazioni Unite” (UNEF), la prima mobilitata da un&#8217;organizzazione internazionale per scongiurare le conseguenze di un conflitto armato, cioè con funzioni di “peacekeeping”.<br />
Sotto il suo mandato il Segretariato Generale divenne un organismo esecutivo per promuovere operazioni di pace su tutto lo scacchiere internazionale.</p>
<p><strong>Il suo lavoro venne particolarmente apprezzato</strong> e, nel 1957, gli venne rinnovato il mandato, anche perché le superpotenze non furono in grado di contrapporgli un candidato che fornisse uguali condizioni di terzietà.<br />
La sua azione proseguì, riscuotendo diversi successi. Nel 1958 diresse la costituzione del Gruppo di osservazione delle Nazioni Unite in Libano e dell&#8217;Ufficio delle Nazioni Unite in Giordania, portando al ritiro delle truppe inviate dagli USA e dalla Gran Bretagna.<br />
Mostrò sempre grande attenzione alle problematiche dei Paesi in via di sviluppo che si erano resi indipendenti dalla colonizzazione. L’ultimo suo impegno fu indirizzato alla difficile situazione della Repubblica Democratica del Congo, divenuta indipendente dal Belgio che, nel 1960, fu teatro di disordini e violenze.<br />
Qui, infatti, il nuovo governo si trovò a fronteggiare contemporaneamente la rivolta dell’esercito, la secessione della provincia del Katanga ad opera di Moise Tshombe e l&#8217;intervento delle truppe belghe. Ai disordini sicuramente non erano estranee importanti compagnie minerarie europee.<br />
Dopo la richiesta di aiuto rivolta all’ONU, Hammarskjöld si adoperò per l’invio di una forza di pace sotto l’egida dell’Onu, scatenando la reazione dell’Unione Sovietica, sostenitrice del governo del Congo del primo ministro Lumumba, la quale chiese la rimozione del segretario generale e la sua sostituzione con una troika. L’iniziativa sovietica non ebbe successo ma la situazione peggiorò nel settembre del 1961 quando i “caschi blu” vennero attaccati dai soldati del Katanga e dovettero difendersi. Furono decine i morti lasciati sul campo da ambedue gli schieramenti.<br />
Hammarskjöld partì allora dalla capitale del Congo, Leopoldville (oggi Kinshasa) su un quadrimotore Douglas DC-6 della compagnia charter svedese Transair, diretto a Ndola, una delle città più grandi della Rhodesia del Nord (oggi Zambia), per incontrare il presidente secessionista Tshombe al fine di negoziare un cessate il fuoco ma, nella notte tra il 17 e il 18 settembre, il velivolo si schiantò proprio vicino a Ndola, provocando la morte del segretario generale e di altre quindici persone e suscitando forti dubbi sulla natura dell’incidente.<br />
Le diverse inchieste condotte non fugarono i dubbi su una possibile impronta dolosa dell’evento. La stessa lentezza nei soccorsi venne giudicata sospetta. Il relitto dell’aereo fu trovato solo 15 ore dopo l’incidente a soli pochi chilometri di distanza dall’aeroporto di Ndola.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dag Hammarskjöld ricevette postumo il Premio Nobel per la Pace</strong> con la seguente motivazione: «per aver costruito un Segretariato ONU efficiente e indipendente e portato avanti una linea non subordinata nei confronti delle grandi potenze. Per aver organizzato una forza di mantenimento della pace in Medio Oriente dopo la crisi di Suez e per il suo impegno per la pace durante la guerra civile in Congo».<br />
Nel 1963 venne pubblicato postumo anche il suo diario con il titolo <em>Tracce di Cammino</em><i>, </i>rivelando la figura di un uomo dalla grande fede, amante della letteratura, della musica, della pittura e della botanica, attento lettore di Pascal e dei mistici, di Eckhart e di Kierkegaard. Il testo, composto di fogli sparsi dattiloscritti, ritrovati nella sua abitazione di New York, contiene numerose brevi annotazioni scritte dal suo autore. Il titolo venne suggerito proprio dallo stesso Hammarskjöldn in quanto il dattiloscritto riportava la titolazione <em>Vägmärken</em>, appunto “segni”, “tracce”.<br />
Il diario, pubblicato in Svezia nel 1963, venne in breve tempo tradotto in diverse lingue. La prima edizione italiana è del 1966, per Rizzoli, con il titolo <em>Linea della vita</em>; una nuova edizione e traduzione, con il titolo <em>Tracce di cammino</em>, è stata pubblicata nel 1992 dalle Edizioni Qiqajon della Comunità monastica di Bose, poi ristampata più volte.<br />
Nel suo diario, da lui stesso definito «&#8230;una sorta di libro bianco che narra i miei negoziati con me stesso e con Dio», scrisse «Merita il potere solo chi ogni giorno lo rende giusto». Chissà cosa avrebbe detto oggi di squilibrati capi di stato dediti solo a compiacere il proprio ego?<br />
Dag Hammarskjöld, invece, non concedeva nulla all’effimera vanità, concentrandosi soltanto, con grande umiltà e profonda dedizione, sul servizio degli altri. Sempre tra quei fogli dattiloscritti si legge: «La mia vita senza valore per altri è peggio della morte. Quindi, in questa grande solitudine, servire tutti. Quindi: quanto grande è ciò che mi è stato donato e quale nullità ciò che io sacrifico».<br />
Aveva chiesto «qualcosa per cui vivere e abbastanza grande per cui morire» e il destino volle accontentarlo.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">·</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più<br />
</span></em></strong>Alonzo F.S., <em>Una vita per l&#8217;ONU</em>, in “Historia”, n. 406, dicembre 1991, pp. 94-103.<br />
Giampiccoli F., <em>Dag Hammarskjold 1905-1961: un credente alla guida dell&#8217;ONU</em>, Torino, Claudiana,2005.<br />
Lipsey R., <em>Dag Hammarskjöld: etica e politica</em>, Magnano (BI), Edizioni Qiqajon, 2021.<br />
Veronese P., <em>Dag Hammarskjöld: c&#8217;è un Cold Case alle Nazioni Unite</em><i>, </i>in “la Repubblica”, 16 settembre 2022.<br />
Zagni G., <em>Chi era Dag Hammarskjöld. La storia del segretario delle Nazioni Unite che cambiò per sempre l&#8217;organizzazione, morto cinquant&#8217;anni fa in un incidente che continua a essere giudicato sospetto</em><i>, </i>in<i> </i>“il Post”, 18 settembre 2011.</p>
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		<title>VENTI ANNI FA IL GENOCIDIO IN RWANDA</title>
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		<pubDate>Thu, 01 May 2014 09:59:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Michele Strazza - Tra la primavera e l&#8217;estate del 1994 il pluridecennale odio etnico tra la popolazione Hutu, alla guida del Paese, e i Tutsi, una minoranza nomade dedita alla pastorizia, sfociò nell&#8217;ultimo  genocidio del XX secolo. Le grandi potenze e l&#8217;ONU nulla fecero per fermare un massacro che &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Michele Strazza -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Tra la primavera e l&#8217;estate del 1994 il pluridecennale odio etnico tra la popolazione Hutu, alla guida del Paese, e i Tutsi, una minoranza nomade dedita alla pastorizia, sfociò nell&#8217;ultimo  genocidio del XX secolo. Le grandi potenze e l&#8217;ONU nulla fecero per fermare un massacro che costò la vita a oltre un milione di persone.</strong> </em></p>
<p style="text-align: justify;">Venti anni fa, nel 1994, in Rwanda si consumò uno dei peggiori genocidi del XX secolo con il massacro di oltre un milione di persone.<br />
Già dai tempi dell’indipendenza del 1962 lo Stato africano aveva vissuto episodi di violenza dovuta agli scontri etnici. I due principali gruppi etnici erano i Tutsi, prevalentemente pastori e allevatori, conosciuti con il nome di Watussi, e gli Hutu, dediti all’agricoltura e conosciuti con il nome di Wahutu. Minoritari erano, invece, i Twa, i pigmei originari, cacciatori e artigiani, conosciuti come Watwa.<br />
Raggiunta l’indipendenza, abolita la monarchia ed instaurata la repubblica, il nuovo governo, monopolizzato dagli Hutu promosse una politica razzista nei confronti dei Tutsi che generò decine di migliaia di morti e centinaia di migliaia di profughi.<br />
La situazione non cambiò, dopo il 1973, con il colpo di Stato del generale Juvenal Habyarinama. Nel 1987 i Tutsi si riorganizzarono nel Fronte Patriottico Ruandese (FPR), con l’obiettivo di favorire il rientro dei profughi e di prendere il potere. La successiva crisi economica, gli scontri interni e le pressioni internazionali, soprattutto francesi, portarono il presidente Habyarimana ad annunciare nel 1990 l’abolizione del sistema a partito unico e a promulgare l’anno dopo una nuova Costituzione. Ma le violenze, messe in atto da entrambe le parti, non cessarono. Solo il 4 agosto 1993 vennero firmati gli “Accordi di Arusha” che prevedevano il rientro dei profughi Tutsi e la divisione del potere tra le due etnie.</p>
<div id="attachment_1399" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/04/Juvénal_Habyarimana_Andrews_Air_Force_Base_Maryland_USA_-_1980.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-1399" alt="Il presidente Juvénal Habyarimana" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/04/Juvénal_Habyarimana_Andrews_Air_Force_Base_Maryland_USA_-_1980-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Il presidente Juvénal Habyarimana</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>A garantire l’adempimento degli impegni,</strong> ad ottobre l’ONU inviò la “United Nations Assistance Mission for Ruanda” (UNAMIR). I 2.500 Caschi Blu che ne facevano parte operarono inutilmente per la pacificazione: gli scontri aumentarono e dieci soldati belgi vennero uccisi.<br />
Il 6 aprile 1994 l’aereo presidenziale di Juvénal Habyarimana venne abbattuto da un missile. Numerose le ipotesi sulla responsabilità dell’attentato: tra queste, una rimanda a gruppi estremisti dello stesso partito presidenziale che non accettavano gli accordi di Arusha.<br />
Il giorno successivo, nella capitale Kigali e nelle zone sottoposte al controllo dell’esercito ruandese, con il pretesto della vendetta si scatenarono una serie di massacri contro la popolazione tutsi e gli oppositori interni hutu. L’inizio delle stragi venne dato dalla radio estremista RTLM il cui speaker Kantano esortò a “uccidere gli scarafaggi Tutsi”.<br />
Il 21 aprile, con la risoluzione 912, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per evitare l’uccisioni di altri Caschi Blu, ridusse il contingente ONU a soli 270 militari canadesi, al comando del generale Romeo Dallaire. Il 17 maggio (risoluzione 918) si ampliò il mandato dell’UNAMIR con l’aumento del contingente e la protezione dei rifugiati, ma il dispiegamento delle forze non sarebbe avvenuto prima di luglio. Il 22 giugno (risoluzione 929) si autorizzarono gli Stati membri a condurre le operazioni militari necessarie.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo i rifiuti di vari Stati, la Francia</strong> <strong>decise</strong> <strong>di intervenire</strong> da sola avviando l’operazione “Turquoise” (23 giugno-21 agosto 1994) per portare in salvo i propri cittadini e per creare un corridoio umanitario nel Rwanda sudoccidentale (come suggerito dalla Santa Sede), al fine di costituire una zona protetta per i profughi. Sulla missione francese si addensarono però forti dubbi. Il governo di Parigi era infatti uno dei maggiori alleati del governo di Habyarimana e dal corridoio riuscirono a fuggire numerosi responsabili del genocidio.<br />
Il risultato fu che il Rwanda, in pratica, fu abbandonato al proprio destino dalla comunità internazionale. Per 100 giorni il Paese africano divenne un lago di sangue. Prima fu compilata una lista di 1.500 oppositori da eliminare. Poi, i miliziani hutu irregolari, i famigerati “Interahamwe” armati di machete, istituirono dei blocchi stradali in tutto il Paese per identificare i Tutsi, che una volta individuati venivano uccisi con ogni tipo di arma. A sostenere il massacro contribuì Radio “Mille Colline” che esultava alle notizie delle carneficine.<br />
Le stragi furono innumerevoli. Nella chiesa di Nyamata vennero stipate 2.500 persone, per lo più donne e bambini, e poi uccise con il lancio di bombe a mano. Nella scuola di Murami si calcola che vennero massacrate oltre 27.000 persone.</p>
<div id="attachment_1397" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/04/Nyamata_Memorial_Site_13.jpg"><img class=" wp-image-1397 " alt="Resti delle vittime nel Nyamata Genocide Memorial - Fanny Schertzer" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/04/Nyamata_Memorial_Site_13.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Resti delle vittime nel Nyamata Genocide Memorial &#8211; Fanny Schertzer</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Riorganizzatisi, i Tutsi e l’FPR passarono al contrattacco</strong> e a luglio presero il potere costringendo due milioni di Hutu a fuggire per paura della vendetta. Tra di loro anche gli autori delle stragi.<br />
Quando entrò in funzione l’International Criminal Tribunal for Rwanda (ICTR), istituito dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU (risoluzione 955 dell’8 novembre 1994) ad Arusha, in Tanzania, apparve subito evidente che le violenze non si erano limitate ai massacri: anche centinaia di migliaia di donne, dalle 250.000 alle 500.000, erano state stuprate. Si trattava di donne tutsi dell’etnia nemica o anche di donne hutu che avevano sposato uomini tutsi ed erano incinte di bambini ritenuti anch’essi tutsi. Le vittime venivano spesso uccise dopo le violenze ripetutamente commesse da più aggressori. La violenza in genere era eseguita in pubblico per terrorizzare maggiormente ed umiliare le vittime. Il resto l’avrebbe fatto l’AIDS di cui si ammalò il 70% delle donne.<br />
Le cifre del genocidio furono drammatiche. Il governo ruandese riferì di 1.174.000 persone uccise su una popolazione di 7.300.000 abitanti, di cui l’84% Hutu, il 15% Tutsi e l’1% Twa. I Tutsi sopravvissuti furono solo 300.000. Secondo le stime dell’UNICEF il genocidio e gli effetti dell’AIDS hanno provocato circa un milione di orfani.<br />
Nonostante l’impegno dell’International Criminal Tribunal for Rwanda, non furono molti i responsabili dei massacri ad essere stati condannati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><br />
P. Costa e L. Scalettari, <em>La lista del console. Ruanda: cento giorni un milione di morti -</em> Milano, Edizioni Paoline, 2004<br />
M. Fusaschi, <em>Hutu-Tutsi: alle radici del genocidio rwandese</em><i> &#8211; </i>Torino, Bollati Boringhieri, 2000<br />
M. Fusaschi (a cura di), <em>Rwanda: etnografie del post-genocidio -</em> Roma, Meltemi, 2009<br />
G. Prunier, <em>The Rwanda Crisis. History of a Genocide -</em> London, Hurst &amp; Company, 1997<br />
I. Soi, <em>Il genocidio in Rwanda. Da guerra civile a guerra regionale -</em> “Storicamente”, n. 6, 2010<br />
Umwantisi (Mainardo Benardelli), <em>La Guerra Civile in Rwanda -</em> Milano, Franco Angeli, 1997</p>
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