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	<title>Storia in Network &#187; Nigeria &#124; Storia in Network</title>
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	<description>Magazine di divulgazione storica</description>
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		<title>LA GUERRA DEL BIAFRA: A MEZZO SECOLO DALL&#8217;APOCALISSE NIGERIANA</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Oct 2020 06:32:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Giuliano Da Frè - &#160; La rivoluzione istituzionale della Nigeria operata dal generale Yacubu Gowon portò, nella primavera del 1967, alla creazione di una federazione di dodici piccoli Stati. Il nuovo uomo forte non immaginava, però, che il dinamico Biafra avrebbe chiesto la secessione. Il conseguente conflitto divenne uno &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Giuliano Da Frè -</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>La rivoluzione istituzionale della Nigeria operata dal generale Yacubu Gowon portò, nella primavera del 1967, alla creazione di una federazione di dodici piccoli Stati. Il nuovo uomo forte non immaginava, però, che il dinamico Biafra avrebbe chiesto la secessione. Il conseguente conflitto divenne uno dei teatri caldi della Guerra Fredda.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<h3 style="text-align: justify;">Il quadro strategico</h3>
<div id="attachment_9963" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2020/09/Soldati-del-Biafra.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-9963" alt="Soldati del Biafra" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2020/09/Soldati-del-Biafra-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Soldati del Biafra</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Indipendente dal 1960, fin da subito la Nigeria &#8211; forte delle discrete infrastrutture ereditate dalla Gran Bretagna (di cui il paese era colonia dal 1901), dell’industria petrolifera, e dei suoi cinquanta milioni di abitanti &#8211; si era proposta come il gigante dell’Africa Nera subsahariana. Sul piano militare il Paese si era dotato di un discreto apparato, che tuttavia ben presto iniziò a creare problemi a una struttura politica di marca anglosassone, i cui punti di riferimento risiedevano in un federalismo mutuato dalla realtà etnica e tribale locale, nel parlamentarismo e nell’equilibrio tra i poteri.<br />
Nel 1963 era stato eletto quale primo presidente della Repubblica (dopo che per tre anni la Nigeria aveva riconosciuto il ruolo di capo di Stato alla regina Elisabetta II d’Inghilterra) un intellettuale che aveva guidato la pacifica marcia verso l’indipendenza e che già dal 1960 era governatore generale: Nnamdi Azikiwe. Il 15 gennaio 1966, tuttavia, approfittando di un suo lungo tour all’estero, un gruppo di militari guidati dal generale Aguiyi-Ironsi attuò un golpe che portò alla decapitazione dei vertici politici del paese (tra le vittime anche il primo ministro), ma che finì per innescare un periodo di torbidi.<br />
Nel maggio 1966 un violento pogrom contro la minoranza degli Igbo, nel sud della Nigeria, provocò 30.000 morti, mentre in un secondo colpo di stato Aguiyi-Ironsi fu ucciso, sostituito dal giovane generale Yacubu Gowon, leader dinamico e capace deciso a pacificare il paese riorganizzandone la struttura politica. Convinto che il federalismo adottato indebolisse il ruolo del governo, Gowon sciolse le quattro grandi realtà regionali esistenti, e il 27 maggio 1967 creò per decreto dodici stati più piccoli.<br />
La ricca e influente regione orientale del Biafra, però, non intendeva sottomettersi. Tre giorni più tardi il suo governatore militare, colonnello Odumegwu Ojukwu (1933-2011), proclamava infatti la secessione dalla Nigeria e la creazione della Repubblica del Biafra, di cui si dichiarava presidente. Sulla carta la sfida appariva impari. Benché scosso da un anno di disordini, e dalla fuoriuscita di migliaia di soldati e quadri originari del Biafra, l’apparato militare nigeriano contava una forza regolare di 15.000 effettivi.<br />
Pochi erano, però, i sistemi d’arma sofisticati. Gli inglesi avevano trasferito al neonato Esercito nigeriano una quarantina di autoblindo “Ferret” e vecchia artiglieria della Seconda guerra mondiale, al pari delle armi individuali e di squadra. Più recenti i mezzi acquisti dall’Aeronautica e dalla Marina, che schieravano circa 2.000 effettivi, con 110 i piloti addestrati in Germania, Canada, India e Etiopia. Tra gli aerei in servizio, il grosso era formato da velivoli addestrativi, impiegabili anche per operazioni di appoggio tattico (come gli italiani Piaggio P-149D), trasporto e collegamento. La Marina schierava una modernissima fregata da 2.000 tonnellate, una piccola corvetta ex US Navy del 1942, 7 guardacoste, e alcune unità logistiche.<br />
Il governo nigeriano aveva tuttavia inizialmente pensato che, per reprimere la secessione, bastasse una “operazione di polizia”: un primo tentativo, però, fallì miseramente di fronte alla resistenza biafrana.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Guerra totale</h3>
<div id="attachment_9962" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2020/09/Mappa-del-conflitto.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-9962" alt="Mappa del conflitto" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2020/09/Mappa-del-conflitto-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Mappa del conflitto</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Entrambe le parti in effetti si stavano già preparando a una guerra totale che, complici gli interessi petroliferi delle grandi potenze, avrebbe visto un curioso schieramento a favore dei contendenti; col governo nigeriano appoggiato tra gli altri dalle due superpotenze rivali, Stati Uniti e URSS, ma anche più o meno apertamente da Gran Bretagna, Italia e paesi arabi, mentre il Biafra otteneva aiuti, armi e mercenari da Francia, Israele, Sudafrica, e dai regimi filo-fascisti di Spagna e Portogallo.<br />
La guerra divenne anche un ingente mercato per gli armamenti, nuovi e vecchi. Entro il 1970, la Nigeria avrebbe mobilitato ben 250.000 effettivi, e un primo invio sovietico di 20.000 AK-47 Kalashnikov (con 750.000 colpi) si rivelò provvidenziale. Sin dalla crisi del 1966 erano d’altra parte stati stipulati diversi contratti per nuove armi: da Gran Bretagna e Francia giunsero decine di autoblindo AML-60/90 e “Saracen”, mentre Italia, Yugoslavia e URSS fornivano centinaia di moderni pezzi d’artiglieria da 105 mm (compresi 200 obici Mod-56/14 della OTO Melara) e da 122 mm. L’Aeronautica si rafforzò altrettanto rapidamente, con decine di jet per lo più sovietici tra bombardieri Il-28, caccia MiG-15 e -17, velivoli da attacco al suolo L-29, oltre ad aerei da trasporto ed elicotteri, e nel 1970 inquadrava 3.000 effettivi e 33 aviogetti da combattimento. Più sacrificata la Marina, che ottenne solo 3 cannoniere ex sovietiche (mentre 2 corvette ordinate alla Vosper nel 1968 furono consegnate nel 1971, a guerra finita), contro la perdita della piccola e vecchia corvetta <em>Ogoja</em>, affondata nell’ottobre 1969 durante le operazioni di blocco, e di un guardacoste classe “Benin”, lo <em>Ibadan</em>, catturato dai secessionisti al momento dell’indipendenza nella base di Port Harcourt. Qui si concentrò la capacità navale biafrana, che però perse quasi subito l’<em>Ibadan</em> (ribattezzato <em>Vigilance</em>), affondato il 25 luglio 1967 dai Nigeriani durante la riconquista di Bonny Island, sito strategico per il controllo di Port Harcourt. Gli insorti riuscirono comunque nel 1967-1968 ad armare con cannoni e mitragliatrici, e blindandoli artigianalmente, 4 rimorchiatori d’altura; una chiatta fluviale fu trasformata in batteria galleggiante per la difesa di Port Harcourt, mentre anche pescherecci e motoscafi venivano equipaggiati con mitragliere e lanciagranate, e impiegati come trasporti truppe e vedette. La caduta di Port Harcourt, il 19 maggio 1968, comportò la perdita di 3 cannoniere, e nel piccolo porto rimasto ai secessionisti a Isiokpo giunsero soltanto alcuni motoscafi e uno dei rimorchiatori armati, il <em>PC-203</em>, poi affondato durante l’attacco nigeriano alla nuova base di Oguta, nel settembre 1968. Nel 1969 tuttavia fu costruita una nuova cannoniera, la <em>PC-204</em>.<br />
Le operazioni di terra, tuttavia, furono più difficili. Man mano che l’Esercito nigeriano veniva potenziato, dalle 2 vecchie brigate attive furono ricavati 3 comandi divisionali che in realtà erano veri corpi d’armata. La 1ª Divisione, destinata a chiudere gli accessi al Biafra sigillando il confine col Camerun, comprendeva 3 brigate per 40.000 uomini, mentre la 2ª con 20.000 effettivi doveva difendere la capitale Lagos, sempre con tre brigate. Infine fu attivata la 3ª Divisione, con capacità anfibie (detta infatti <em>Marine Commando Division</em>), su 8 brigate e 35.000 effettivi, che divenne la punta di lancia nelle operazioni di riconquista, con truppe solide cui furono destinati i migliori equipaggiamenti, e due dei comandanti più brillanti della guerra, i colonnelli Benjamin Adenkule (1936-2014) e Olusegun Obasanjo, quest’ultimo nato nel 1937 e più volte presidente tra 1976 e 2007.<br />
In guerra, però, i numeri non sono tutto. Anche il Biafra aveva rapidamente portato a 40.000 gli effettivi delle sue forze, supplendo alla mancanza di quadri (carenza che si fece sentire anche tra le fila governative, a causa della troppo rapida espansione) con l’arruolamento di mercenari, come il tedesco Rolf Steiner (classe 1933) e l’inglese Taffy Williams (1933-1996), veterani del Congo cui furono affidate alcune brigate, mentre lo svedese Gustav von Rosen – attivo sin dall’epoca della guerra abissina del 1935, e caduto in quella dell’Ogaden nel 1977, quasi settantenne – si occupava della piccola aeronautica, affidata a piloti europei e sudafricani.<br />
Della “flotta” ribelle abbiamo detto. L’Esercito fu invece strutturato in quattro divisioni, ognuna delle quali su tre brigate ternarie, con tre battaglioni di 600 uomini e i supporti. L’equipaggiamento comprendeva un po’ di tutto: ai reparti di élite (come la “S-Division”) furono affidate moderne armi di squadra e individuali automatiche, artiglieria, blindati e veicoli, compresi veicoli civili requisiti. Le milizie erano armate con vecchi fucili Lee-Enfield, e qualche mezzo blindato artigianalmente: in effetti, gli insorti producevano localmente armi leggere, lanciarazzi, mortai e munizioni. Per gli aerei, ci si affidò al contrabbando: Rosen riuscì ad acquistare in Svezia 5 piccoli monomotori MFI-9, trasformati in velivoli detti “Biafra Babies”, coi quali il 22 maggio 1969 compì un’incredibile serie di raid contro alcuni aeroporti nemici, distruggendo al suolo una mezza dozzina tra MiG e Il-28. Ma tra il 1967 e il 1969 entrarono in linea anche 2 jet “Vampire” ex portoghesi, 5 bombardieri B-26 “Invaders” e un B-25 “Mitchell” residuati di guerra, e 4 addestratori armati T-6 “Texan”, per lo più frutto di triangolazioni con Francia e Portogallo, ma anche di traffici illegali con società americane.<br />
Il presidente biafrano Ojukwu, uno dei migliori ufficiali provenienti dall’Esercito nigeriano, puntò però soprattutto su una strategia ibrida, che alle operazioni difensive basate su tattiche convenzionali, affiancava metodologie mutuate dalla guerriglia vietcong, soprattutto per lanciare attacchi non convenzionali. La scarsa esperienza però non sempre lo consigliò bene, soprattutto quando si faceva guidare da considerazioni politiche o di prestigio.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Le operazioni sul campo</h3>
<div id="attachment_9964" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2020/09/Truppe-nigeriane.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-9964" alt="Truppe nigeriane" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2020/09/Truppe-nigeriane-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Truppe nigeriane</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Sin dal 9 agosto 1967 il Biafra tentò il tutto per tutto: 7.000 uomini invasero il territorio federale del Mid-Western oltrepassando il fiume Niger, penetrando per centinaia di km, e creandovi una effimera “Repubblica di Benin”. Ma si trattava di un’operazione prematura e destinata a scontrarsi con le crescenti capacità nemiche; e a fine settembre i Biafrani si erano ritirati lasciando dietro di sé 2.000 caduti, mentre il colonnello Victor Banjo (1930-1967), che aveva guidato il raid, finiva fucilato come capro espiatorio assieme al suo capo di stato maggiore. Il disastro sembrò infliggere un colpo mortale ai secessionisti, e il 4 ottobre cadeva la loro capitale, Enugu. Tuttavia, una settimana dopo anche il tentativo della 2ª Divisione di attraversare il Niger a Onitsha finì in un disastro, con metà degli effettivi uccisi o catturati.<br />
Il 19 ottobre, tuttavia, la poderosa 3ª Divisione catturava il porto di Calabar lanciando un’operazione anfibia (“Tiger Claw”) supportata dalle navi federali. Dopo una pausa, la riorganizzata 2ª Divisione riprendeva una più metodica offensiva nel settore di Onitsha, catturando la piazzaforte creata al confine tra Biafra e Nigeria il 20 marzo 1968, dopo quasi 3 mesi di violenti combattimenti. Tuttavia, per la 2ª Divisione i festeggiamenti durarono poco: il 31 marzo una sua colonna di oltre 100 veicoli con blindati, materiali e 6.000 soldati di rinforzo diretta verso Enugu cadde in un’imboscata e fu annientata anche grazie a mine improvvisate e lanciarazzi artigianali, mentre l’esplosione di alcune cisterne di gasolio sventravano le autoblindo.<br />
Se l’impiego di tattiche di guerriglia teneva in scacco i nigeriani sul fronte centrale, dalla costa meridionale la loro avanzata riprese. Sconfitti nel settore di Cross River, a fine marzo i biafrani erano in ritirata su Port Harcourt, che fu investita da 4 brigate ben equipaggiate: sottoposta a continui bombardamenti aerei, navali e d’artiglieria, la città si arrese il 24 maggio, anche se al comando del maggiore (poi colonnello) Joseph Achuzie (1929-2018), detto “Hannibal” per la sua abilità tattica, i difensori riuscirono ad aprirsi una via combattendo con ferocia.<br />
Le gravi perdite subite dalla 2ª Divisione, tuttavia, permisero ai secessionisti di lanciare alcuni riusciti attacchi contro la 3ª ad Aba, Owerri e Umuhaia, occupate a settembre, nei quali nuovamente si distinse “Hannibal” Achuzie, infliggendo ai reparti di élite nigeriani pesantissime perdite. I Nigeriani furono sloggiati da Umuhaia (1° ottobre) e assediati a Owerri, che fu conquistata dai soldati del Biafra il 25 aprile 1969, dopo che la 16ª Brigata federale si era ridotta a 300 effettivi.<br />
Il disastro nel sud, inaspettato essendo giunto dopo una lunga serie di vittorie, costò al governo 15.000 uomini. Con la guerra che sembrava andar male, Gowon dovette affrontare anche disordini contro le tasse, ma tenne duro. Per sua fortuna, dopo le vittorie nel sud anche il generale Ojukwu fece il passo più lungo della gamba. Convinto dal suo stato maggiore a lanciare un attacco contro Onitsha, affidò l’operazione “Hiroshima” alla sua unità migliore: la 4ª Brigata commando, inquadrata da mercenari belgi e sudafricani, e al comando di Steiner. Il colonnello tedesco inutilmente protestò contro l’assurdo ordine di inviare un reparto esperto nella guerriglia, che nei mesi precedenti aveva decimato la 2ª Divisione e distrutto il campo di aviazione di Enugu con un raid da manuale, ad attaccare in campo aperto posizioni ben difese. Inascoltata Cassandra: il 29 novembre la brigata ripiegava, lasciandosi dietro la metà dei suoi 4.000 effettivi.<br />
A questo punto, il governo di Lagos, che ormai poteva contare su migliaia di nuove reclute e crescenti quantitativi di armi moderne – soprattutto aerei da combattimento ed elicotteri, che davano alla Nigeria il controllo dei cieli, ma anche autoblindo, APC e cannoni -, iniziò una massiccia e più metodica controffensiva, a partire dal settore teatro del disastro autunnale.<br />
Umuhaia fu riconquistata il 22 aprile 1969 dopo un mese di combattimenti (operazione “Leopard”), mentre la 3ª Divisione passava agli ordini dell’abile colonnello Obasanjo. La pressione andò aumentando nei mesi successivi, anche grazie al ridispiegamento della 1ª Divisione a rinforzo delle altre, mentre il supporto inglese a Lagos raggiungeva il picco, e quello francese al Biafra iniziava a sfaldarsi, a causa della caduta di De Gaulle.<br />
Il 23 dicembre 1969 i governativi lanciarono l’offensiva finale, ancora una volta aperta dalla 3ª Divisione, supportata dalle altre due. Ormai la Repubblica secessionista si limitava a una sacca lunga meno di 150 km e larga nel punto in cui si stringeva, in prossimità del corridoio tra Owerri (a sud, nuova capitale del Biafra) e Umuhaia (a nord) circa 40 km. Le forze nigeriane colpirono in questo punto, da ambo i lati, tagliando in due la sacca nel giro di una settimana, e rioccupando Umuhaia.<br />
Il 7 gennaio, infine, il generale Obasanjo sferrava l’operazione “Tail Wind”, frantumando la “S-Division”, l’unità più solida di Ojukwu, e investendo Owerri. Mentre il presidente secessionista partiva precipitosamente verso l’esilio in Costa d’Avorio, ciò che restava delle sue truppe, ora guidate dal tenace “Hannibal” Achuzie imbastivano una difesa mirata a ottenere, a quel punto, migliori condizioni per un “cessate il fuoco”: accordo raggiunto il 12, quando Owerri capitolava, mentre le ultime sacche di resistenza venivano eliminate con la fuga, o la cattura, dei resti delle truppe secessioniste dirette in Camerun.<br />
La guerra era finita: in due anni e mezzo aveva provocato immani devastazioni e un numero di morti compreso tra 500.000 e un milione, dovuti in larga parte a carestie e malattie.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>BOKO HARAM, TERRORE ISLAMISTA IN NIGERIA</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Apr 2019 05:53:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Renzo Paternoster - &#160; Nato come movimento politico, ha imboccato la lotta armata &#8211; radicalizzando i precetti islamici e applicando la logica del terrore &#8211; dopo la repressione dello Stato nigeriano. Con 180 milioni di abitanti, la Nigeria è lo Stato più popoloso dell’Africa. Composto di 36 Stati federali, &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="right">di Renzo Paternoster -</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Nato come movimento politico, ha imboccato la lotta armata &#8211; radicalizzando i precetti islamici e applicando la logica del terrore &#8211; dopo la repressione dello Stato nigeriano.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Con 180 milioni di abitanti,</strong> la Nigeria è lo Stato più popoloso dell’Africa. Composto di 36 Stati federali, ha circa 250 gruppi etnici, tra cui i cristiani Yoruba e Ibo, collocati a sud del Paese, e i musulmani Hausa, Fulani e Kanuri, presenti in tutto il nord lungo il confine con il Niger. Nei fatti la Nigeria è un Paese spaccato in due, con marcate divisioni etniche e religiose e con governi deboli.<br />
Storicamente il cristianesimo nella versione cattolica fu introdotto in Nigeria nel corso dell’Ottocento con l’arrivo dei missionari della Società delle Missioni Africane; mentre il protestantesimo iniziò a diffondersi maggiormente quando il Paese divenne protettorato del Regno Unito. Prima dell’arrivo degli europei nella regione si praticava l’animismo e, maggiormente, la religione dell’Islam.<br />
Il sud della Nigeria “galleggia” sul prezioso oro nero, petrolio di qualità molto pregiata, che costituisce il 95 per cento delle esportazioni nazionali. Tuttavia la rapacità delle grandi multinazionali petrolifere è molto forte. La forte instabilità politica, dovuta a una lunga serie di colpi di Stato susseguitesi dal 1960, anno dell’indipendenza del Paese, e la cattiva distribuzione dei proventi della vendita del petrolio, hanno creato di fatto una forte esclusione sociale di larga parte dei nigeriani, favorendo l’insorgere dei radicalismi religiosi.<br />
Uno di questi gruppi radicali, Boko Haram, detiene dal 2002 il monopolio del terrore nel Paese.</p>
<div id="attachment_8440" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2019/03/Aree-in-cui-Boko-Haram-è-molto-attivo.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-8440" alt="Aree in cui Boko Haram è più attivo" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2019/03/Aree-in-cui-Boko-Haram-è-molto-attivo-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Aree in cui Boko Haram è più attivo</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Boko Haram è una locuzione</strong> che identifica la<em> Jamā‘a Ahl as-Sunnah li l-Da‘awa wa l- Jihād</em> (Gente dedita alla diffusione degli insegnamenti del Profeta e nel Jihad), gruppo estremista islamico operativo maggiormente al nord. Il termine “boko” ha origini coloniali. Quando i britannici imposero un sistema scolastico non islamico, la popolazione locale si ribellò considerando le scuole occidentali “ilimin boko”: <em>ilimin</em> vuol dire educazione o istruzione falsa (nel senso di non islamica), <em>boko</em> è probabilmente la corruzione della parola inglese <em>book</em> (libro). <em>Harām</em> è invece un vocabolo che nell’Islam è impiegato per riferirsi a qualsiasi cosa, comportamento o situazione vietata dalla fede, pertanto indica un divieto legale. Quindi Boko Haram significa “l’educazione occidentale è peccato” e, per estensione, anche il vivere secondo uno stile di vita di tipo occidentale è trasgressione. Questo nome non è usato dai membri stessi del gruppo radicale, che preferiscono <em>Jamā‘a Ahl as-Sunnah li l-Da‘awa wa l- Jihād</em>. Tuttavia, scopo del movimento armato è proprio bandire qualsiasi cosa di tipo occidentale, dall’istruzione al comportamento, per favorire il radicamento dei precetti puri dell’Islam.<br />
Boko Haram nasce come movimento locale, sottovalutato dalle autorità centrali, per poi trasformarsi in una organizzazione regionale, avendo basi e campi di addestramento fuori confine, che gli hanno permesso di portare a compimento azioni armate e rapimenti anche in Camerun, Niger e Ciad.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le origini di Boko Haram</strong> si trovano nel gruppo islamista denominato “Yan Tatsine”, attivo negli anni Ottanta del Novecento nella Nigeria settentrionale, nello Stato di Kano.<br />
Intorno al 1945, Mohammed Marwa, un camerunense trasferitosi a Kano capitale dell’omonimo Stato, infatti, inizia un’accanita predicazione contro la cultura occidentale. Marwa ben presto si attira l’inimicizia dell’emiro di Kano, Al-Haji Sanusi, che lo espelle dal suo Stato. È costretto così anche all’esilio dalle autorità coloniali britanniche. Ritorna in Nigeria poco dopo l’indipendenza del Paese, riprendendo la sua furiosa predicazione. Marwa lancia invettive contro i “modi” occidentali, proibendo la lettura di qualsiasi libro eccetto il sacro Corano, bandisce anche radio e orologio, attacca i musulmani moderati. Fonda numerose scuole coraniche fedeli alla sua predicazione, richiamando numerosi giovani, disposti a seguirlo in ogni sorta d’impresa, compreso quelle violente.<br />
Il suo allontanamento dall’ortodossia islamica arriva quando rigetta il profetismo di Maometto, autoproclamandosi <em>nabī</em>, profeta.<br />
Marwa concludeva ogni suo sermone pubblico con la frase «Hausa Wanda bata yarda ba Allah tatsine» (il mio Dio maledice chiunque non sia d&#8217;accordo con me), per questo è soprannominato “Maitatsine”, ossia “colui che maledice”. La sua setta è invece chiamata “Yan Tatsine”, vale a dire “coloro che maledicono”.<br />
Marwa è arrestato nel 1975 per diffamazione nei confronti delle autorità politiche. Rilasciato riprende la sua predicazione istigando i suoi seguaci a compiere azioni violente contro i miscredenti.<br />
Il 26 novembre 1980 il governatore di Kano ordina a Marwa di lasciare lo Stato. In risposta, il 26 dello stesso mese i suoi seguaci attaccano numerose postazioni di polizia, mettendo a ferro e fuoco la città di Kano. Interviene l’esercito che, dopo tredici giorni e con oltre quattromila morti, riprende il controllo della città. Maitatsine è ferito gravemente e muore poco dopo il suo arresto. Il cadavere di Marwa è cremato e ora i resti si trovano in una bottiglia conservata in un laboratorio di polizia a Kano.<br />
L’autorità di Marwa è presa da Musa Makaniki che continua la predicazione violenta sino al 1985, quando fugge in Camerun.</p>
<div id="attachment_8439" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2019/03/Larresto-di-Muhammad-Yusuf.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-8439" alt="L'arresto di Muhammad Yusuf" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2019/03/Larresto-di-Muhammad-Yusuf-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>L&#8217;arresto di Muhammad Yusuf</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 2002, nello Stato di Borno</strong> compare un altro gruppo fondamentalista islamico guidato da Ustaz Mohammed Yusuf.<br />
Ci sono diverse versioni sui trascorsi del giovane Yusuf, quello che è sicuro è che nel 2002 fonda con alcuni suoi seguaci una base politico-religiosa a Maiduguri, nello Stato nigeriano di Borno. Formata da una moschea e da una scuola religiosa, la chiama “Afghanistan”, per la profonda ammirazione verso Osāma bin Lāden, guida politico-religiosa di al-Qāʿida. Per costruire questo complesso religioso, Yusuf riceve finanziamenti dal governatore dello Stato di Kano e da quello dello Stato di Borno. Scopo di questa entità è quello di istituire un territorio indipendente puramente musulmano. Il gruppo sia attraverso l’autofinanziamento dei membri, attraverso il versamento di una tassa giornaliera, sia attraverso le rendite di piccole attività, sia ancora attraverso il ricatto e l’estorsione a politici locali, riesce a sostenersi. Nel 2004 Yusuf sposta la sua sede nel villaggio di Kanamma, vicino al confine col Niger.<br />
Grazie a una capillare opera di proselitismo tra le fasce più povere della popolazione. Yusuf trova moltissimi seguaci tra i <em>talakawa</em> (gente comune), maggiormente fra i giovani e non solo in Nigeria, ma anche nei vicini Stati del Ciad e Niger. Questo massiccio reclutamento diviene possibile grazie a un sistema di welfare nei confronti degli aderenti al movimento. Il gruppo diventa una struttura parastatale, controllando vaste porzioni di territorio, amministrando la giustizia e l’istruzione.<br />
Nei suoi primi anni, Boko Haram è inattivo dal punto di vista militare, limitandosi a una spietata predicazione anti-sistema. Ovviamente, tutto ciò che riguarda l’Occidente, dall’educazione alla cultura, è considerato <em>haram</em>, peccato mortale.<br />
Nel 2009 avviene il salto di ribellione, poiché si decide di rifiutare di obbedire a tutte le leggi vigenti nello Stato ritenute anti-islamiche. L’arresto di Yusuf e la sua esecuzione segna una svolta al movimento che diventa particolarmente violento con l’avvento del successore di Yusuf: Muhammad Abubakar Shekau.<br />
Ancor più determinato di Yusuf, Shekau fa presto parlare di sé. In un video divulgato nel 2010, Shekau si autoproclama imam di Boko Haram, annunciando di volersi anche vendicare per la morte del suo predecessore.<br />
Sino al 2011 Boko Haram colpisce maggiormente posti di polizia, prigioni e politici locali, poi inizia ad ampliare i suoi obiettivi, includendo scuole, negozi, ospedali e, soprattutto, chiese cristiane. Anche l’area d’azione si espande: dagli Stati di Yobe e di Borno, si spinge in quelli di Adamawa, Kaduna, Katsina, Abuja, Plateau e nel Niger.<br />
Ma è la nuova strategia adottata dal gruppo che ufficializza il terrore del gruppo: il 16 giugno di quest’anno un attentatore suicida a bordo di una macchina carica di esplosivi colpisce la sede centrale delle forze di Polizia nigeriane ad Abuja, capitale federale nigeriana. Per la prima volta Boko Haram utilizza un martire per la sua causa, imitando altri gruppi estremisti musulmani.</p>
<div id="attachment_8441" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2019/03/Miliziano-con-alcune-delle-276-studentesse-rapite-dal-campus-della-Government.jpeg"><img class="size-thumbnail wp-image-8441" alt="Un miliziano con le studentesse rapite nel 2014" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2019/03/Miliziano-con-alcune-delle-276-studentesse-rapite-dal-campus-della-Government-150x150.jpeg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Un miliziano con le studentesse rapite nel 2014</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ancora più eclatante è l’attentato del 26 agosto</strong> dello stesso anno contro il quartier generale dell’ONU ad Abuja. Il ventisettenne Mohammed Abul Barra, con una station wagon abbatte i cancelli della sede, schiantandosi contro le vetrate nell’area della reception prima di far detonare gli esplosivi. È persino rilasciato un video girato dallo stesso autista a bordo dell’auto usata come bomba. Ventitré sono i morti, decine i feriti. Gli attentati continuano a cadenza settimanale, a questi si aggiungono le decapitazioni pubbliche in gruppo di miscredenti, dissidenti e musulmani considerati peccatori.<br />
Il 25 dicembre, giorno di Natale, molte chiese cristiane nel Niger e a Plateau e Yobe sono prese di mira da diversi attentati con molti fedeli uccisi.<br />
Solo l’ultimo giorno dell’anno il presidente nigeriano Goodluck Jonathan dichiara lo stato di emergenza negli Stati di Borno, Yobe, Plateau e Niger.<br />
Il 2012 si registra un ulteriore salto di qualità strategico. Il 20 gennaio Boko Haram compie un clamoroso attacco in serie a Kano, con diciannove bombe piazzate in posti di polizia, caserme, sedi istituzionali ed edifici pubblici: si registra una carneficina con quasi duecento morti e mille feriti. Con gli attentati a Kano, considerata la capitale della Nigeria del Nord, Boko Haram dimostra non solo che può colpire ovunque, ma anche che tra le sue fila ci sono combattenti esperti.<br />
Le più prese di mira sono le chiese cristiane, specialmente negli stati di Kaduna, Plateau, Bauchi e Adamawa, regolarmente assaltate e bruciate con il loro pieno di fedeli. Seguono le scuole pubbliche, distrutte sistematicamente perché centri di educazione non musulmana.<br />
Nel 2013 Boko Haram continua la sua ascesa non solo in terra nigeriana, ma anche fuori confine: il 19 febbraio è rapita una famiglia francese in Cameroon, tre adulti e quattro bambini. I rapitori chiedo un riscatto e la liberazione di alcuni miliziani detenuti in Nigeria e in Camerun. La famiglia è liberata due mesi dopo, ufficialmente senza il pagamento di un riscatto. A novembre il governo degli Stati Uniti dichiara Boko Haram “Foreign Terrorist Organizations”. In risposta il 24 agosto del 2014, da Gwoza (Borno), Muhammad Abubakar Shekau annuncia la nascita dello Stato Islamico dell’Africa occidentale.<br />
Nonostante la repressione ordinata a maggio di quest’anno dal presidente nigeriano, Boko Haram continua la sua espansione territoriale. Shekau crea nei territori controllati da Boko Haram un sistema di welfare, fornendo servizi alla popolazione, istruzione, lavori in piccole attività.<br />
È un rapimento a rendere più conosciuto Boko Haram in Occidente: il 14 aprile 2014 i miliziani bokisti rapiscono dalla scuola femminile di Chibok (Borno) 276 studentesse cristiane tra i 15 e i 18 anni. Solo 53 di loro riescono a fuggire nei giorni seguenti. Le altre sono addestrate alla lotta armata, costrette a sposarsi con i miliziani, sistematicamente violentate. In un video Shekau annuncia che tutte sono state convertite al vero Islam e chiede, per la loro liberazione, il rilascio dei bokisti detenuti nelle prigioni di Stato.<br />
Boko Haram fa sentire il suo terrore anche in occasione delle elezioni presidenziali del 2015 con una serie di attentati, tra cui quello compiuto a Baga (Borno) il 3 gennaio, che causa la morte di ben duemila persone. Boko Haram utilizza anche diverse strategie non ben viste da altri musulmani radicali: sicuramente il commercio della droga per autofinanziarsi è ritenuto un “peccato”, ma è soprattutto l’utilizzo di bambine tra i sei e i quindici anni come kamikaze ha creare sgomento tra gli stessi musulmani.<br />
Dal 2015 sono 83 i minori obbligati a farsi saltare in aria nel nord-est della Nigeria, di questi 55 erano bambine al di sotto dell’età di 15 anni, una teneva addirittura un neonato in braccio.</p>
<div id="attachment_8438" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2019/03/Abubakar-Shekau.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-8438" alt="Abubakar Shekau" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2019/03/Abubakar-Shekau-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Abubakar Shekau</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 2015 arriva il grande salto di qualità</strong> per il gruppo: il 7 marzo Shekau proclama l’adesione allo Stato Islamico del califfo Abu Bakr al Baghdadi, il quale, tramite il portavoce Abu Muhammad al-Adnani, lo riconosce ufficialmente come “ampliamento del suo Califfato”. Shekau cambia così il nome del suo gruppo, che diventa <em>Wilāyat ad-Dawla al-Islāmiyya fī Gharb Ifrīqiyya</em>, ossia Governatorato dello Stato Islamico in Africa Occidentale.<br />
Il 2 agosto 2016 lo Stato islamico indica in Abu Musab al-Baawi, già portavoce di Boko Haram, il nuovo governatore dello Stato islamico in Africa Occidentale. Ma già il giorno dopo arriva la smentita di Shekau. In un video del 7 agosto Shekau si autoproclama imam del gruppo Boko Haram in Nigeria.<br />
La personalità troppo volubile di Shekau non gli ha permesso un riconoscimento da parte dello Stato Islamico. Così, a quanto pare, ci sono due gruppi che agiscono a nome e per conto di Boko Haram. È proprio la frammentazione a rendere Boko Haram difficile da indagare e sconfiggere. Già tra il 2011 e il 2012 da Boko Haram fuoriesce l’ala meno estremista del gruppo più vicino all’ideologia di al-Qāʿida, che prende il nome di Ansaru, o meglio <em>Jamatu Ansaril Muslimana fi Biladis Sudan</em> (Avanguardia per la Protezione dei Musulmani nelle Terre Nere). La presenza, poi, di numerose cellule indipendenti, che operano nei diversi Stati federali nigeriani e nei Paesi vicini, rende molto difficile stabilire quali e quanti attacchi siano realmente ordinate dai vertici.<br />
Ad oggi, quindi, esistono due fazioni, una legata allo Stato Islamico, con a capo Abu Musab al-Barnawi, che controlla la zona settentrionale dello Stato del Borno e le rive del lago Ciad, l’altra legata a Shekau, ritiratosi nella foresta di Sambisa, nel nordest della Nigeria. La prima ha obiettivi nazionali e internazionali, la seconda porta avanti un conflitto locale contro i cristiani presenti nella zona, contro l’esercito nigeriano e contro l’economia del Paese nel tentativo di erodere la coesione nazionale.<br />
Probabilmente oggi Boko Haram ha un nuovo leader, o almeno si registra una nuova ulteriore scissione del gruppo. Infatti, in un video pubblicato già da diverso tempo, una persona identificata in Mahamat Daoud, dice abbia sostituito Abubakar Shekau e che vuole negoziare con il governo nigeriano. Su Shekau non si hanno notizie certe, qualcuno dice sia stato ferito gravemente o forse è stato ucciso durante qualche incursione delle truppe nigeriane, oppure sia stato definitivamente destituito.<br />
L’ascesa di Boko Haram non dipende solo dalla religione. Sicuramente il conflitto tra musulmani e cristiani ha il suo peso, ma anche l’instabilità politica, gli interessi tribali e una diseguale distribuzione della ricchezza, che crea una povertà diffusa, ha permesso a Boko Haram di moltiplicare i suoi miliziani e di spargere il terrore in questa umiliata fetta d’Africa.</p>
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<p><strong><span style="color: #808080;"><em>Per saperne di più</em></span></strong></p>
<p>Burke R.A., <em>Counter-Terrorism for Emergency Responders</em>, CRC Press, Boca Raton (Florida) 2017.<br />
Cecere A., <em>Boko Haram: nascita, storia e scopi</em>, «AgrPress», 2 Aprile 2015 http://www.agrpress.it/attualita/boko-haram-nascita-storia-e-scopi-3658<br />
Gow J., Olonisakin F., Dijxhoorn E.,<em> Militancy and Violence in West Africa. Religion, Politics and Radicalisation</em>, Routledge, London 2013.<br />
Lawan Danjuma A., <em>Maitatsine. 30 Years After Kano’s Most Deadly Violence</em>, «Daily Trust», 26 december 2010, https://www.dailytrust.com.ng/maitatsine-30-years-after-kanos-most-deadly-violence.html<br />
Mazza V., Nwaubani A.T., <em>Ragazze rubate. Storia delle ragazze rapite da Boko Haram</em>, Mondadori, Milano 2016.<br />
Paternoster R., <em>La politica del terrore. Il Terrorismo: storia, concetti, metodi</em>, Aracne, Roma 2015.<br />
Smith M., <em>Boko Haram. Inside Nigeria&#8217;s Unholy War</em>, I.B. Tauris, London 2016<br />
Varin C., <em>Boko Haram and the War on Terror</em>, Praeger, Santa Barbara 2016.<br />
<em>Isis: messaggio audio, al-baghdadi accetta alleanza con Boko-Haram</em>, 12 marzo 2015, «Agenzia Giornalistica Italia», http://www.agi.it/estero/notizie/isis_messaggio_audio_al_baghdadi_accetta_alleanza_con_boko_haram-201503122208-est-rt10243</p>
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