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	<title>Storia in Network &#187; Napoli &#124; Storia in Network</title>
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	<description>Magazine di divulgazione storica</description>
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		<title>GIUSTINO FORTUNATO E LA CAMORRA</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2021 14:59:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Michele Strazza -   In un paio di corrispondenze per la Rassegna settimanale del 1878 e del 1879, Fortunato &#8211; che dopo la laurea in giurisprudenza, e prima di cimentarsi con la politica, stava esplorando il mondo del giornalismo &#8211; ebbe modo di commentare alcuni episodi di sangue avvenuti &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="right"><b>di Michele Strazza -</b></p>
<p style="text-align: justify;" align="right"><b> </b></p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><em><strong>In un paio di corrispondenze per la </strong></em><strong>Rassegna settimanale</strong><em><strong> del 1878 e del 1879, Fortunato &#8211; che dopo la laurea in giurisprudenza, e prima di cimentarsi con la politica, stava esplorando il mondo del giornalismo &#8211; ebbe modo di commentare alcuni episodi di sangue avvenuti a Napoli. Da qui richiesta di un diverso approccio al problema della camorra: attenzione alla dignità della plebe e tutela delle attività economiche, per combattere con successo il “potere arbitrario e licenzioso” della malavita.  </strong></em></p>
<p style="text-align: justify;" align="right"><b> </b></p>
<p style="text-align: justify;" align="right"><b> </b></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella Napoli della seconda metà dell’800</strong> la Camorra spadroneggiava ampiamente nei quartieri popolari. Di essa si occupò anche il noto meridionalista Giustino Fortunato in alcune corrispondenze napoletane apparse sulla <em>Rassegna settimanale</em>, poi confluite nel volume <em>Scritti varii,</em> stampato presso il tipografo-editore Vecchi di Trani nella primavera del 1900.<br />
Gli articoli del Fortunato sono datati 10 gennaio 1878 e 18 giugno 1879. In essi egli si sofferma su un sanguinoso episodio di cronaca che aveva scosso non poco la plebe napoletana. Nell’estate del 1877, in una delle strade della vecchia Napoli, era stato ferito mortalmente “un noto confidente di questura”, tale Vincenzo Borrelli, per mano di Raffaele Esposito, giovane operaio “in fama di camorrista”. Il giorno dopo, mentre l’omicida arrestato veniva scortato da un drappello di soldati, “una turba di popolani” lo acclamava freneticamente, seguendolo fino al carcere di Castel Capuano.<br />
Da altra parte della città il cadavere dell’ucciso, invece, portato al cimitero, presso la cella mortuaria, veniva assalito in pieno giorno “e contaminato nel modo più sconcio e disonesto”.<br />
A fronte di tali gravissimi fatti, le autorità di polizia reagirono prontamente con una retata presso i mercati di frutta e di pesce dove vennero tratti in arresto diversi camorristi, nell’atto di riscuotere dai venditori la loro “tassa quotidiana”.<br />
Fu così che i commercianti stessi presero coraggio, opponendosi, nei giorni successivi, a nuove richieste di tangenti da parte degli amici dei camorristi arrestati, denunziandoli alle guardie di sicurezza. Ben quaranta testimoni si fecero avanti presso le autorità, pronti a deporre contro i detenuti.<br />
Ma la lentezza della giustizia fece trascorrere molti mesi, per cui, arrivato il momento della conferma delle deposizioni avanti la magistratura, i testimoni, nel frattempo minacciati, ritrattarono le precedenti versioni. Fu così che la maggior parte degli arrestati venne prosciolta per insufficienza di prove.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Di qui le riflessioni del Fortunato concentrate sulla richiesta</strong> di un diverso approccio al problema, non solo di ordine pubblico, pur esso necessario, ma di vera e propria politica sociale, di protezione dei deboli, di tutela delle attività economiche, per combattere con successo il “potere arbitrario e licenzioso” della camorra, capace di vivere “alle spalle de’ timidi” solo con le minacce e con la forza. Necessario, inoltre, agire presto, con ogni mezzo, prima che la camorra possa organizzarsi meglio e penetrare nella politica e negli uffici. Così il grande meridionalista:<br />
«Più che la camorra è vergogna nostra quell’impermalirci per quanti ne facciano motto e ardiscano chiedere un provvedimento. E’ vergogna nascondere, non già mettere a nudo, tutto quel male, tutta la piaga, che rode le misere classi popolari. Vera colpa è la noncuranza e l’oblio, poiché è sacro dovere invocare, in difesa di quelle, il braccio della pubblica autorità. Non c’è, non ci può essere che neghi qui la esistenza della camorra: la esistenza, cioè, di chi si arroga un potere arbitrario e licenzioso, vivendo, con le minacce o con la forza, alle spalle de’ timidi; non può quindi esser questione se non de’ mezzi per domarla, ora che siamo in tempo, anzi che destarci quando sarà stretta in associazione e salita più su e penetrata ne’ comizii e negli ufficii. Per ottenere vie meglio lo scopo, non basta che l’autorità si accontenti, per alcune settimane, di qualche messa in iscena o d’insoliti apparati: bisogna, innanzitutto, che l’amministrazione di sicurezza non sia a ciò spinta dal desiderio di mettersi in comparsa, né sedotta dalla speranza di ricoli; e poi importa, che in cotesta guerra non entri (ché sarebbe l’ultima sciagura) il più piccolo interesse di fazione politica, la benché menoma relazione di clientele partigiane. Bisogna curare il male per se stesso, e curarlo con amore continuo e con pieno disinteresse, con la serena coscienza di un obbligo imposto dalla socievolezza, col sentimento della tutela dei deboli assunta dai forti. Il problema è molto più difficile che non sembri a prima vista. Sollevare il concetto della dignità in una plebe a mezzo avvilita, spensierata, facile ad essere soggiogata, e perseguire i prepotenti senza chiasso ma senza tregua, mese per mese, anno per anno, senza illegalità ma senza debolezze: rendere meno disagiata la esistenza degli uni, e combattere gli altri nell’intimo della vita sociale, sui mercati non solo, ma nei pubblici incanti, nelle agenzie di pegno, alle barriere, nelle confraternite, ne’ chiassuoli, nell’esercizio de’ mestieri, da per tutto: ecco la guerra che bisogna muovere alla camorra. Sapranno, vorranno le autorità e le classi dirigenti dichiararla e proseguirla con animo deliberato?»</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giustino Fortunato ritorna, nel giugno del 1879,</strong> su tale episodio di cronaca, in occasione del processo apertosi in Corte di Assise. L’articolo si apre con una breve, ma efficace, raffigurazione del Borgo Loreto, “antico suburbio” di Porta Nolana, uno dei quartieri più caratteristici della vecchia Napoli. Qui spadroneggiava la “bassa camorra”, con le sue prepotenze sui mercati, con le tangenti su artigiani e negozianti, con il lotto clandestino, con la rivendita di oggetti rubati, con le rapine e gli scippi. Era questa la camorra che operava in mezzo alle classi povere, diversa da quella definita “alta camorra”, prosperante, per opera della borghesia, nei commerci e negli appalti, nella politica e nella pubblica amministrazione.<br />
Fortunato ripercorre le diverse vicende che avevano portato Raffaele Esposito a covare profondo odio nei confronti di Vincenzo Borrelli. Il primo, nel dicembre del 1876, era uscito dal carcere dove aveva scontato una condanna per “furto qualificato” e dove era stato iniziato “nei segreti della camorra”.<br />
Grazie all’affiliazione camorristica, si dedicò al “gioco piccolo”, cioè al lotto clandestino. Fu così che si imbatté nel Borrelli, il quale, dopo essere stato anche lui camorrista, era diventato “il confidente maggiore” della polizia, usufruendo dei cospicui sussidi della questura. Su tale confidente, naturalmente, il Fortunato esprime un giudizio poco lusinghiero:<br />
«Io non so immaginare niente di più corrotto, nella società popolare napoletana, di un uomo come il Borrelli; di un camorrista, cui l’autorità, mentre da un lato lo assolve e gli condona il passato, gli offre dall’altro e gli concede il brevetto di camorrista legale: di una spia pubblica, di un palese poliziotto, cui la denunzia è professione e potere e onore: di un ozioso perditempo, cui gli esecutori della legge danno mezzi e sostentamento e amicizia: di un padre di famiglia dalla canizie vituperosa, che fa debiti con le pubbliche meretrici e si permette il lusso di una giovane mantenuta…Che esempi e che ammaestramenti per tutta quella gente già mezzo corrotta dalla miseria, tutta gente senza azzurro di cieli e senza verde di campi!»</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Borrelli e l’Esposito, dunque, si conoscevano benissimo.</strong> Anzi il secondo era stato arrestato proprio su segnalazione del Borrelli. Ora, una nuova occasione li ravvicinò.<br />
La “ganza” del confidente, infatti, aveva perduto al lotto clandestino trentotto soldi ma si rifiutava di pagare per cui una sera venne malmenata da Raffaele Esposito. Su indicazione del Borrelli, la giovane donna denunziò l’aggressione al pretore e l’Esposito venne ammonito, rischiando il domicilio coatto. A questo punto egli pensò bene di fare rabbonire il Borrelli da altre persone, cosa che gli riuscì, perché il confidente intervenne presso le autorità di polizia garantendo per l’Esposito.<br />
Successivamente, però, nel mese di luglio, durante un banchetto di camorristi perseguitati dal Borrelli si decise di dare a quest’ultimo il benservito, scegliendo come esecutore proprio Raffaele Esposito il quale “accettò senza opposizione”. Così, all’imbrunire del 10 agosto, questi esplose un colpo d’arma da fuoco alle spalle del Borrelli, ferendolo mortalmente.<br />
La corrispondenza napoletana di Fortunato si chiude con l’amarezza delle prime udienze del processo alle Assise a carico di Raffaele Esposito e di altri cinque camorristi, accusati di essere i mandanti dell’omicidio. «Gli imputati – scrive Fortunato – si fecero innanzi al banco dell’accusa, tutti ben vestiti e a nuovo, con piglio sicuro e sprezzante. Apparvero ad un pubblico composto in gran parte di gente del loro stampo, che forse sperava, con la presenza, d’impedire il corso della giustizia».<br />
Nonostante la loro origine miserabile, tutti e sei gli accusati avevano, a loro difesa, ben otto avvocati, tra cui il primo dei giovani penalisti del foro napoletano e, addirittura, un deputato al parlamento.<br />
Nelle udienze successive alcuni testimoni ritrattarono paurosi le loro prime deposizioni, a dimostrazione della forza intimidatrice della camorra, quella camorra che si sarebbe dovuta combattere con un’azione efficace della forza pubblica e con l’intervento rigoroso delle classi dirigenti. Ma su questo impegno anche Giustino Fortunato nutriva seri dubbi.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><br />
Gaetano Cingari, <em>Giustino Fortunato</em>, Roma-Bari, Laterza, 1984.<br />
Gaetano Cingari, <em>Il Mezzogiorno e Giustino Fortunato</em>, Firenze, Parenti, 1954.<br />
Maurizio Griffo,<em> Profilo di Giustino Fortunato: la vita e il pensiero politico</em>, Firenze, Centro editoriale toscano, 2000.</p>
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		<title>STORIA E MISTERI DI PALAZZO SANSEVERO A NAPOLI</title>
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		<pubDate>Sun, 01 May 2016 09:30:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Alberto Ferrero - Un edificio cinquecentesco nel cuore della città partenopea, tra fantasmi, leggende e storie paranormali   Delitto d’onore La notte del 18 ottobre del 1590 Palazzo Sansevero fu oggetto di uno dei più efferati delitti d’onore che la tradizione napoletana ricordi. La morte di Maria D’Avalos e &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><b>di Alberto Ferrero -<br />
</b></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Un edificio cinquecentesco nel cuore della città partenopea, tra fantasmi, leggende e storie paranormali</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><b> </b></p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Delitto d’onore</b></h3>
<div id="attachment_4776" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/04/Cattura5.jpg"><img class=" wp-image-4776" alt="Cattura5" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/04/Cattura5.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>L&#8217;uccisione di Maria D&#8217;Avalos in un&#8217;illustrazione di Leon Lebegue (1902)</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">La notte del 18 ottobre del 1590 Palazzo Sansevero fu oggetto di uno dei più efferati delitti d’onore che la tradizione napoletana ricordi. La morte di Maria D’Avalos e del suo amante, il duca d’Andria Fabrizio Carafa, per mano del marito di lei, il madrigalista Carlo Gesualdo, principe di Venosa e grande amico del poeta Torquato Tasso, di cui musicò infatti diversi testi.<br />
L’onta del sangue per lavare il disonore: Carlo Gesualdo non esitò nemmeno a far esporre i due cadaveri, nudi e sanguinanti, all’ingresso del palazzo. A tale efferatezza si aggiunse anche l’oltraggio di un monaco domenicano, un gobbo, una sorta di sagrestano, il quale, infilatosi verso tarda notte nel palazzo, diradatasi ormai la folla di curiosi e ritiratisi i servi, violò il corpo esanime della D’Avalos.<br />
Temendo la vendetta dei Carafa, il principe di Venosa fuggì da Napoli, trovando rifugio nel castello di Gesualdo, di origine longobarda e suo feudo. Qui visse per diciassette anni, privo di serenità e con un profondo senso di colpa che invase permanentemente la sua coscienza. Si suppone che in quel castello abbia fatto addirittura uccidere il figlioletto concepito da Maria, credendo, nella sua paranoia, che somigliasse di più al duca d’Andria.<br />
Acquistato dalla famiglia Sangro di Sansevero, fu volontà soprattutto del famoso principe Raimondo de Sangro operare una restaurazione del palazzo che cancellasse il tragico episodio che lo aveva brutalmente segnato. Nel 1889 un’ala dell’infausto edificio crollò e l’incidente fu subito messo in relazione con il delitto in questione, in seguito al quale infatti il palazzo e chi vi abitava erano stati maledetti fino alla settima generazione.<br />
Condannato al dolore eterno, il fantasma della bellissima Maria si dice vaghi da allora ogni notte per le buie strade di piazza San Domenico Maggiore e dintorni. In vesti succinte, i capelli mossi dalla brezza, si aggira afflitta alla ricerca del suo amante, emettendo un lungo grido agghiacciante che tuttora lascia i brividi a chi ha la sventura di ascoltarlo. In altri casi emette invece un sibilo somigliante a un soffocato lamento.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Un nuovo proprietario</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Nel XVIII secolo il palazzo passò a Raimondo de Sangro, che ne fece il teatro dei suoi studi e dei suoi esperimenti. Oltre ad arricchire la cappella di famiglia con opere di inestimabile valore e bellezza, fece costruire un collegamento tra la cappella stessa e il palazzo, mentre fece decorare gli interni dell’edificio con affreschi di Belisario Corenzio, che rappresentano la magnificenza della famiglia, e di Francesco Celebrano, raffiguranti le Quattro Stagioni. Inoltre, nell’atrio del palazzo, vennero aggiunti dei bassorilievi con scene di Baccanali, battaglie e Mascheroni, attribuite a Giuseppe Sanmartino e allo stesso Celebrano, mentre altri sono sicuramente opera di Gerardo Solifrano. I lavori di abbellimento andarono avanti anche dopo la morte del Principe, avvenuta nel 1771, visto che il figlio Vincenzo si preoccupò di proseguire l’opera avviata dal padre, soprattutto per quanto riguarda la cappella. Purtroppo, il 28 settembre del 1889, il collegamento tra palazzo e cappella crollò, probabilmente a causa di infiltrazioni d’acqua, determinando anche la perdita degli affreschi del Corenzio.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Cappella Sansevero e il mito del Principe</b></h3>
<div id="attachment_4775" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/04/Raimondo_di_Sangro.jpg"><img class=" wp-image-4775" alt="Raimondo_di_Sangro" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/04/Raimondo_di_Sangro.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Raimondo de Sangro</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Ma chi era Raimondo de Sangro? Uno dei più grandi e illustri personaggi della Napoli del ’700, chimico, filosofo e alchimista, principe di Sansevero e duca di Torremaggiore, la cui scoperte suscitarono vasta eco presso i più insigni luminari dell’epoca e la cui fama risuona ancora oggi. Scienziato dalle mille risorse e dalle innumerevoli conoscenze, inventore di macchine idrauliche e pirotecniche e di tanti altri marchingegni incredibili e attraverso i quali aveva saputo anticipare il progresso, era un uomo di immensa cultura e dall’ingegno impareggiabile. I rumorosi laboratori sotterranei di Palazzo Sansevero non tacevano neanche di notte e gettavano luminosi bagliori, le sensazionali invenzioni che ne sortivano, meravigliando chi le osservava, dovevano accendere la fervida fantasia popolare dei napoletani e in particolare di coloro che abitavano negli angusti vicoli del centro antico.<br />
Fu il Principe a voler restaurare Palazzo Sansevero, acquistato dalla sua famiglia nonostante l’indelebile macchia del grave delitto di Maria D’Avalos e dell’amante Fabrizio Carafa per mano di Carlo Gesualdo. Un po’ più avanti, in via Francesco De Sanctis, è situata Cappella Sansevero, costruita nel 1590 nel giardino del palazzo per ospitare le tombe di famiglia, abbellita coi capolavori realizzati dai migliori artisti dell’epoca. Statue, bassorilievi, affreschi, sculture raffiguranti i personaggi della famiglia ognuna contraddistinta da un elogio, ogni singolo elemento è un simbolo riconducibile al linguaggio tipico della loggia massonica, del quale il principe faceva parte. Di vasto splendore il <em>Cristo velato</em>, opera dello scultore Giuseppe Sammartino, marmorizzato grazie a un procedimento d’invenzione del principe.<br />
Sia il palazzo che la cappella erano tra loro collegati da un ponte, andato distrutto nel 1889, sul quale il principe pose un orologio animato, a forma di drago, che indicava ore, minuti, giorni della settimana, nomi dei mesi e fasi lunari.<br />
Terrificante, inoltre, la presenza dei “mostri” nei vecchi armadi della cappella, due cadaveri, un uomo e una donna, quest’ultima incinta, probabilmente due schiavi di colore, frutto dell’abilità scientifica del principe, che eliminò l’involucro dei corpi e metallizzò fino all’ultimo capillare l’intero sistema delle vene e delle arterie. Si dice che il procedimento sia stato attuato sui corpi ancora vivi, tuttavia fonti più attendibili smentiscono la macabra ipotesi.<br />
Numerose a quanto pare, secondo i racconti dei vecchi della zona, le apparizioni riguardanti proprio la cappella, oltre che l’interno del palazzo. Si racconta in particolare che, nelle notti di Natale e Pasqua, la cappella si animi per incanto illuminata da una strana luce, che nei vicoli circostanti si diffonda inconfondibile un forte odore di incenso, mentre note di organo provenienti dall’interno della cappella sembrano udirsi chiaramente.C’è chi afferma di aver sentito passi di stivali, muniti di speroni, muoversi da una scalinata ripida e stretta dietro alla sagrestia della cappella, passi lenti e cadenzati che si avvicinerebbero a poco a poco per poi allontanarsi e disperdersi. Molte anche le persone che affermano di aver sentito il tintinnio della carrozza del principe nelle notti di luna piena. Lo scalpitio dei suoi cavalli si arresterebbe soltanto dinnanzi all’enorme portone del palazzo, sua ultima dimora.<br />
Un altro fantasioso racconto riguarda le circostanze della morte del principe di Sansevero, che per i napoletani è il “Principe” per antonomasia. Lo storico Benedetto Croce riporta tale episodio: «Quando sentì non lontana la morte, provvide a risorgere, e da uno schiavo moro si lasciò tagliare a pezzi e ben adattare in una cassa, donde sarebbe balzato fuori vivo e sano a tempo prefisso; sennonché la famiglia cercò la cassa, la scoperchiò prima del tempo, mentre i pezzi del corpo erano ancora in processo di saldatura, e il principe, come risvegliato nel sonno, fece per sollevarsi, ma ricadde subito, gettando un urlo di dannato».<br />
Queste e tante altre leggende sono ancora vive e continuano a nascerne di nuove. Basta aggirarsi tra i visitatori della Cappella Sansevero per sentire raccontare le più bizzarre storie su Raimondo di Sangro e le opere da lui commissionate. Qualcuno narra perfino di “incontri ravvicinati” con il suo spirito. È anche attraverso questi stravaganti racconti, che a Napoli sopravvive, ben saldo, il ricordo del Principe di Sansevero.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Riabilitazione del Principe</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Non è raro imbattersi in un passante che, davanti a Palazzo Sansevero, si fa il segno della croce come per scacciare i malefizi del temuto e “diabolico” principe. Le ombre del sadismo e della perversione hanno sempre contaminato la figura dell’eminente scienziato, ma bisogna anche aggiungere che la stravagante fantasia del popolo napoletano e l’eccessivo giudizio critico verso invenzioni e comportamenti ritenuti non affini all’epoca, hanno enormemente contributo nel creare, più che il mito di uno scienziato all’avanguardia, quello di una sorta di negromante in cerca degli artifizi più strani e oscuri. In realtà Sansevero non ha mai creato alcuna mostruosità delle tante che ingiustamente gli si additano, né ha mai voluto essere un personaggio malvagio, un matto al di sopra delle righe, una sorta di mago del male o il capo di qualche setta segreta dedita all’adorazione di chissà quale entità. Nulla di tutto questo.<br />
Sansevero è solo stato uno studioso dal grande intelletto, dalla caparbia sete di conoscenza e dall’immensa curiosità, più che un massone. Probabilmente fu una sorta di illuminista che volle, anch’egli, sgretolare il clericalismo e il vecchiume dei secoli passati coi lumi della ragione, attraverso i progressi compiuti dalla sua scienza e gli studi culminati in lavori scritti, realizzati ma soprattutto commissionati seguendo le sue fedeli direttive. Se infatti Cappella Sansevero è ancora oggi meta di turisti provenienti da tutt’Italia e dal mondo, è proprio grazie all’ingegno del Principe, intramontabile leggenda in terra partenopea.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong>Il Munaciello a Palazzo Sansevero</strong></h3>
<div id="attachment_4777" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/04/Ingresso-palazzo.jpg"><img class=" wp-image-4777" alt="Ingresso palazzo" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/04/Ingresso-palazzo.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>L&#8217;ingresso di Palazzo Sansevero</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">‘O Munaciello è il personaggio esoterico più noto, più temuto, ma anche più amato dal popolo napoletano, uno spiritello simpatico, bizzarro e piuttosto imprevedibile. Ma qual è la sua storia? Chi era davvero <em>lu munaciello</em>? Com’è nata la sua leggenda? Un’ipotesi attribuisce al <em>munaciello</em> il ruolo di gestore degli antichi pozzi d’acqua. Riusciva ad avere facile accesso nelle case passando attraverso i cunicoli che servivano a calare il secchio. I dispetti probabilmente li faceva dato che i proprietari del pozzo non provvedevano a pagarlo per i suoi servizi.<br />
Molti coloro che hanno trasportato la figura del simpatico e bizzoso spiritello nell’ambito teatrale. Lo ha fatto persino il grande Eduardo De Filippo in una delle sue commedie più famose, <em>Questi fantasmi!</em>, da lui scritta e interpretata intorno agli anni ’40. La versione televisiva di tale lavoro, per chi non lo sapesse, è ambientata proprio a Palazzo Sansevero. La storia tratta di un tale Pasquale Lojacono, interpretato da Eduardo, che decide un giorno di prendere in affitto un appartamento a Napoli. Una casa di ben 18 stanze, sulla quale girano voci di presunti fantasmi. Fantasmi che sembrano prenderlo in simpatia.<br />
Non passa giorno infatti senza che Pasquale non trovi qualcosa di nuovo in casa, un mobile, un oggetto, persino soldi, nei cassetti e in particolare nella giacca del pigiama. Ma sua moglie, Maria, non pare affatto contenta di tutto questo. La vera fonte dei loro guadagni è infatti Alfredo, l’amante di Maria, il quale non sopportando la situazione in cui la lascia vivere Pasquale, provvede sia a lei che, di conseguenza, anche a lui. Una sorta di “munaciello” sotto altre sembianze. Abile e geniale Eduardo nel far rimanere impresso nel pubblico il dubbio se Pasquale ignori o finga di ignorare, approfittandone, la realtà dei fatti.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong>Palazzo Sansevero oggi</strong></h3>
<p style="text-align: justify;">Palazzo Sansevero ospita attualmente iniziative artistiche e culturali nel segno della indomabile razionalità e del vivo entusiasmo emanati dal Principe. Il 30 gennaio del 2010, in occasione del tricentenario della nascita di Raimondo Di Sangro, il Comune di Napoli ha posto sulla facciata un’epigrafe in ricordo dello scienziato: «In questo palazzo visse, operò, morì Raimondo De Sangro VII Principe di San Severo (1710-1771), letterato, mecenate, inventore nella Napoli dei primi lumi, ingegno straordinario, celebre indagatore dei più reconditi misteri della natura».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span> </em><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Alberto Ferrero, <em>Manuale dei fantasmi napoletani</em>. Boopen Led/Photocity, 2011.<br />
Alberto Ferrero, <em>L’uomo che vedeva i morti</em>. Spazio Gamma Editrice, 2012.<br />
Lorenzo Bartolini Salimbeni, <em>Il Palazzo D&#8217;Avalos in Vasto e i suoi musei</em>. Carsa, 2002.<br />
Flavia Luise, <em>I D&#8217;Avalos</em>, Liguori, 2006.<br />
Giuliano Capecelatro, <em>Un sole nel labirinto, storia e leggenda di Raimondo di Sangro, Principe di Sansevero</em>, Il Saggiatore, 2000.<br />
Antonio Emanuele Piedimonte, <em>Raimondo di Sangro Principe di Sansevero, La vita, le opere, i libri, la Cappella, le leggende, i misteri.</em> Intra Moenia, 2012.<br />
<span style="color: #000000;"><a title="Mario Buonoconto" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Buonoconto"><span style="color: #000000;">Mario Buonoconto</span></a>, </span><em><span style="color: #000000;">V</span>iaggio fantastico.</em> Alos, 2001.<br />
Clara Miccinelli, <em>Il Principe di Sansevero. Verità e Riabilitazione.</em> Società Editrice Napoletana, 1984.<br />
Aurelio De Rose, <em>I Palazzi di Napoli. Storia, curiosità e aneddoti che si tramandano da secoli su questi straordinari testimoni della vita partenopea</em>. Newton &amp; Compton, 2004.</p>
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