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	<title>Storia in Network &#187; Napoleone &#124; Storia in Network</title>
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	<description>Magazine di divulgazione storica</description>
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		<title>RIVOLGIMENTO ECONOMICO-SOCIALE E RISORGIMENTO</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Feb 2026 08:32:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Decadenza]]></category>
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		<description><![CDATA[di Corrado Barbagallo – Un’Italia povera, frammentata e arretrata domina la scena tra Sei e Settecento: un’economia soffocata da guerre, fiscalità oppressiva e dominio straniero, priva di una vera industria e incapace di reggere la concorrenza europea. Ma nella seconda metà del Settecento prende avvio una lenta ripresa, favorita da &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Corrado Barbagallo –</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Un’Italia povera, frammentata e arretrata domina la scena tra Sei e Settecento: un’economia soffocata da guerre, fiscalità oppressiva e dominio straniero, priva di una vera industria e incapace di reggere la concorrenza europea. Ma nella seconda metà del Settecento prende avvio una lenta ripresa, favorita da riforme, afflusso di capitali e dall’esperienza napoleonica, che stimola industria e commerci. Da questo rinnovamento nasce una nuova borghesia e si consolida il legame tra sviluppo economico e Risorgimento politico.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">·</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>L&#8217;Italia impoverita</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Il ricercatore del passato, che guarda con ansia affannosa l&#8217;aspetto dell&#8217;Italia nella prima metà del Settecento e considera lo stato del nostro paese un secolo innanzi l&#8217;anno augurale della nostra esistenza storica &#8211; il 1848 -, è forzato a riceverne una impressione penosa, come di paese povero o terribilmente impoverito. Sparsi qua e là minuscoli esercizi, dove si filava o tesseva la lana, il lino, o si fabbricavano quelle stoffe di cotone, dette indianine, che erano la grande moda del secolo. Non si adoperava carbone minerale, e il legno dei boschi bastava a fucinare un poco di quel ferro, di cui gli artigiani dei villaggi si servivano per fabbricare utensili da cucina o rozzi strumenti di lavoro, mentre dalle sponde di qualche corso d&#8217;acqua giungeva a intervalli, lamentoso, il cigolio dei così detti <i>molini</i>, destinati alla seconda filatura della seta: la fabbricazione dell&#8217;organzino. Si trattava di industrie, praticate o in piccole botteghe artigiane, con o senza l&#8217;aiuto di qualche garzone, o, più specialmente, a domicilio, da uomini, donne, ragazzi, e delle quali poteva dirsi che nessuna, neanche quelle che oggi rientrano nel dominio della grande fabbrica meccanica, si era staccata dalla terra, ossia dall&#8217;agricoltura.<br />
Erano di regola, infatti, le donne della campagna a filare e tessere il cotone e la lana; i contadini, a ricercare ed estrarre qua e là un po&#8217; di carbone e a fucinare un poco di ferro. Gli strumenti per siffatti lavori erano terribilmente grossolani, antiquati di due o tre secoli, rispetto a quelli, che si adoperavano nei maggiori paesi dell&#8217;Occidente europeo &#8211; l&#8217;Inghilterra, la Francia -, nella stessa Germania, allora così arretrata industrialmente. Il meccanismo più evoluto era quello, di cui si serviva la massima industria italiana del tempo &#8211; la seta -, ossia il già ricordato filatoio, messo in moto dalla forza naturale dell&#8217;acqua corrente.<br />
Nell&#8217;Italia del tempo non esistevano fabbriche, in cui qualche ardito imprenditore avesse radunato un certo numero di operai a lavorare in un locale comune, e rare erano quelle imprese manifatturiere, per cui artigiani ed operai lavoravano, in botteghe o nelle loro case, per conto di un commerciante arricchito, e le quali già costituivano il regime di lavoro dei più progrediti paesi europei. Se poi si passa ad esaminare le dimensioni degli sbocchi di ciascuna di quelle industrie, si trova che nessuna disponeva di un mercato, nazionale o internazionale. La loro clientela si limitava al borgo, alla città vicina; al massimo, alla intera regione. Ad eccezione di una sola industria: non quella che fabbricava le aristocratiche stoffe seriche di un tempo, ma quella che praticava la più modesta operazione della torcitura della seta; infatti gli organzini, bolognesi, torinesi, fiorentini, lombardi, costituivano il più redditizio e il più diffuso articolo di commercio della impoverita Italia del Settecento.<br />
Questa scarsità di esportazione dipendeva da parecchie cause. All&#8217;estero i nostri prodotti erano via via respinti dalla crescente concorrenza degli articoli forestieri, o migliori di qualità, o certamente più a buon mercato, e perciò capaci di trovare masse più numerose di clienti. Questi prodotti stranieri irrompevano, anzi, fin nel cuore della Penisola, provocando crisi e sollevando gravi preoccupazioni fra i produttori e presso i governanti. All&#8217;interno, poi, le cause della semi-paralitica industria italiana erano più numerose: gli ostacoli delle dogane e dei pedaggi interregionali e interprovinciali &#8211; assai più fitti e insuperabili delle stesse divisioni politiche; la grave deficienza delle comunicazioni terrestri, così riguardo al trasporto delle merci, come allo scambio delle notizie commerciali, delle domande, delle offerte, delle informazioni sui gusti dei consumatori dei mercati più lontani, condizione indispensabile di ogni attività economica; infine il brigantaggio, che infieriva su una buona metà della Penisola &#8211; gli Stati pontifici, il Napoletano, rendendo quasi impossibili gli scambi. Ma la causa principale era il basso tenore di vita della enorme maggioranza della popolazione.<br />
La più grande parte degli Italiani viveva su di un&#8217;agricoltura, anzi su di una cerealicultura povera, sulla pesca, sui prodotti della pastorizia, su qualche modesta lavorazione artigiana o casalinga. Di aristocrazia non vi era che quella fondiaria, oziosa, ignorante, incapace, proprietaria di grandi estensioni di suolo, in genere mal coltivate, le cui rendite erano giudicate cospicue solo da coloro che le guardavano attraverso le lenti della illusione o della bramosia. E, questa aristocrazia, se aveva delle terre e delle rendite, non disponeva di capitali liquidi di una certa importanza, perché, secondo le regole del diritto civile del tempo, la maggior parte dei suoi possessi fondiari erano inalienabili e indivisibili. Mancava quella ricca e audace borghesia industriale-agricolo-finanziaria-commerciale, che era cominciata a formarsi in Francia fin dalla seconda metà del secolo XVI, e, meglio ancora, in Inghilterra, dove essa aveva trionfato definitivamente, conquistando con la rivoluzione politica del 1688 il predominio nella Camera dei Comuni. Era scomparsa perciò quella categoria sociale di banchieri, genovesi, senesi, fiorentini, che un tempo avevano signoreggiato il mondo, economico e politico, europeo. Era venuta meno, anche, o vi si era come rattrappita, l&#8217;attività dei maggiori porti della Penisola: di Genova, di Pisa, di Napoli, della stessa Venezia. Che cosa le città di quest&#8217;Italia del Settecento hanno più di comune con la Milano della fine del Medio Evo o dei primi del Rinascimento, formicolante, secondo si era espresso uno dei suoi cronisti, di «innumeri tessitori di lana, di lino, di cotone, di seta»; popolata di mercanti, che correvano il mondo, e «tenevano il primo posto in tutte le Fiere»; con Milano, dove gli stranieri si affollavano da ogni parte a visitare i mercati, tenuti ogni giorno in tutte le piazze, i più grandi mercati settimanali, le quattro grandi Fiere annuali, le migliaia di botteghe nelle quali si vendevano al minuto «un numero sterminato di mercanzie»? Che cosa in comune con la Firenze dei primi Medici, sede di industrie, che lavoravano per l&#8217;estero, alimentate dal denaro accumulato dal risparmio e dalla speculazione, dove il tenore della vita era elevatissimo; dove il volume degli affari cresceva ogni anno di 350 e 400.000 fiorini, e le cui entrate cittadine, come scriveva Giovanni Villani, potevano stare a fronte di quelle dei maggiori Stati europei? Nulla più esse avevano di paragonabile alla Venezia del &#8217;400, il cui porto era lo sbocco del lavoro di mezza Italia, e le cui navi andavano in Inghilterra, in Fiandra, in Barberia, in Siria, in Egitto, nelle terre dell&#8217;antico Impero bizantino, in Provenza, in Spagna, in Portogallo. Nulla, infine, che richiamasse l&#8217;aspetto del Napoletano del primo Cinquecento, dalle venti città, sedi di arcivescovadi, dalle centosette cittadine, residenze di vescovi, tra cui eccelleva la capitale &#8211; Napoli &#8211; «vera città regia» e una delle prime d&#8217;Europa per la frequenza dei suoi commerci.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Le cause della decadenza</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Sulle cagioni di tanta misteriosa decadenza si è a lungo discorso, e due sono le ragioni principali, che gli storici ne hanno addotto: lo spostamento dei traffici internazionali, in seguito alla sperimentata possibilità di circumnavigare l&#8217;estrema punta dell&#8217;Africa; la progressiva industrializzazione della restante Europa. Il problema riguarda un argomento di vitale importanza (se la storia ha qualche valore, è principalmente in quanto essa può insegnare a conoscere il segreto del fiorire o del decadere delle nazioni), e mette conto ripigliarlo in esame.<br />
Lo spostamento dei traffici internazionali dal Mediterraneo all&#8217;Atlantico poté riguardare qualche città: forse Venezia; più probabilmente i piccoli porti delle Puglie, che sarebbero rimasti lontani dalle nuove, grandi rotte oceaniche. Ma una siffatta ipotesi va circondata da gravi riserve, perché da tempo i Veneziani commerciavano per via di mare coi porti del tenebroso Atlantico settentrionale, quali Londra e Bruges, e perché i loro rapidi scambi con l&#8217;Oriente asiatico, che tanta ricchezza aveva loro donata, essi li avevano sempre praticati attraverso il vecchio Mediterraneo. Ciò che, d&#8217;altra parte, al momento della scoperta delle nuove vie oceaniche, importava al commercio italiano, era l&#8217;Atlantico del sud, era la rotta, che, girando il Capo di Buona Speranza, andava all&#8217;Oriente, il paese delle spezie, degli aromi, delle sete, delle perle. E i nostri porti tirrenici &#8211; Genova, Livorno, Napoli -, la stessa Venezia non ne erano più lontani di quello che lo fossero Anversa, Amsterdam, Amburgo, Londra, che ora ascendevano alla luce della storia.<br />
Non più valido può apparire il fatto della industrializzazione dell&#8217;Europa: un&#8217;Europa che questa sua nuova attività avesse arricchita, sarebbe stata, per le esportazioni italiane, un mercato assai più dovizioso della squallida e povera Europa medioevale.<br />
E, se l&#8217;Europa s&#8217;industrializzava, perché mai l&#8217;Italia, che era già in vantaggio di parecchie lunghezze, se ne lasciò superare? Altre, dunque, dovettero essere le cause della sciagura dell&#8217;Italia. E al primo posto è da collocare la guerra: la guerra periodica, endemica, micidiale, che non si riesciva mai a scongiurare.<br />
L&#8217;Italia era stata un campo di battaglia in permanenza fin dagli ultimi secoli del Medioevo. Parve trovare un po&#8217; di pace alla metà del Seicento dopo il 1559; ma dopo un lunghissimo intervallo, era tornata ad essere tormentata dall&#8217;avverso destino: tra il 1700 e il 1748, con le tre nuove Guerre di successione, spagnola, polacca, austriaca.<br />
È ben difficile formarsi un&#8217;idea esatta di tutte le devastazioni operate allora &#8211; allora assai più di oggi -, in ciascuna delle regioni italiane, per opera degli eserciti combattenti, che le attraversavano, vi alloggiavano, le saccheggiavano, le incendiavano, sconvolgendo ogni cosa. «Non vi fu», scrive uno storico italiano del Cinquecento, discorrendo delle operazioni degli eserciti imperiali in Toscana, «non vi fu né città, né castello, né borgo o villaggio nessuno, il quale non fosse bene spesso, più volte o saccheggiato o in altri diversi modi crudelissimamente danneggiato». «Tra Vercelli e Pavia», scrivevano, riferendosi allo stesso periodo di tempo, i legati del re d&#8217;Inghilterra, Enrico VIII, «per cinquanta miglia del paese più ubertoso di vigne e di grano che sia al mondo, tutto è deserto&#8230;: la popolazione di questi paesi e di parecchi altri d&#8217;Italia è stata consumata dalla guerra, dalla fame, dalla pestilenza&#8230;». Or bene questo triste ricordo si ripeté in Italia, quasi ogni anno, per ben due secoli, in quasi tutte le sue province! Un breve periodo di respiro avrebbero potuto essere i centoquarantun anni di dominazione spagnola, scorsi dal 1559 al 1700, ma essi furono occupati dal più nefasto dei governi di quel tempo: il governo spagnolo, che ròse l&#8217;Italia fino al midollo delle sue ossa. E una conseguenza di carattere economico di quel dominio, una conseguenza, cui non si è a sufficienza badato, dovette riuscire non meno grave di contraccolpi, politici e fiscali.<br />
La Spagna dei secoli XVI-XVII era un paese in gravissima decadenza materiale, a motivo della perniciosa inflazione monetaria che vi infieriva, recatavi dall&#8217;oro e dall&#8217;argento americano. Il costo di produzione di tutte le cose era salito alle stelle, e le industrie, esistenti o nascenti nella penisola iberica, ne erano rimaste soffocate. Questa lue della inflazione contagiò buona parte dell&#8217;Europa, ma precisamente in ragione diretta dei rapporti commerciali di quest&#8217;ultima con la Spagna. Le conseguenze furono gravissime in tutta la penisola iberica; furono moderate in Francia e in Inghilterra; riuscirono gravi nell&#8217;Italia, súccuba della Spagna, dove fu inevitabile che si propagasse lo stesso male che infieriva sulla nazione dominatrice: lo spegnersi delle industrie nazionali, soffocate dalla concorrenza dei prodotti, che gli altri paesi fabbricavano a costi naturalmente inferiori. Questo disastro materiale si complicava, naturalmente, col feroce salasso fiscale, di cui l&#8217;Italia era vittima, con la pessima politica economica, che viceré e governatori spagnoli vi praticavano: non mercantilismo, non liberismo, non savia mescolanza dell&#8217;uno con l&#8217;altro, ma vincolismo, tirannia, ingordigia, ferocia. Per tutte queste vie la tragedia dell&#8217;Italia si era andata consumando!</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Il primo risorgimento economico (seconda metà del secolo XVIII)</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Nella seconda metà del secolo XVIII la stagnante vita, spirituale ed economica, della Penisola torna ad incresparsi, ossia incomincia ora quella fase della nostra storia, cui si è dato il nome di Risorgimento, che non è, come suole volgarmente immaginarsi, una serie di congiure, di colpi di mano, di guerre, fortunate o no, ma un vero rivolgimento nei rapporti sociali e nello stato morale del nostro paese.<br />
Giunge ora in Italia il soffio dello spirito rivoluzionario &#8211; di quello «spirito diabolico», come più tardi lo dirà il Metternich &#8211; che agitava l&#8217;Europa da circa un secolo e mezzo. Si comincia a credere fermamente, anche al di qua delle Alpi, che il mondo abbia ripreso quella marcia di progresso, in cui era stato arrestato dalla reazione della Controriforma; che tutte le arti, tutte le scienze abbiano iniziato una nuova storia, e non già le arti e le oziose discipline medioevali, come la teologia, la filosofia, ma le scienze naturali, le scienze sperimentali, la matematica, la meccanica, la scienza del commercio, ossia l&#8217;economia, tutte ora ispirate e regolate dalla potenza della ragione. Vivere, si ripete, non è meditare, fantasticare, ma agire, e agire significa applicare all&#8217;attività umana, come già si è fatto per il lavoro manuale, la macchina della ragione, che ne centuplica la forza, la intensità, la rapidità.<br />
Insieme con le nuove idee, giungono dall&#8217;estero il denaro, i capitali, che si sono formati nel resto dell&#8217;Europa, e che vogliono trovare impiego in Italia; e, coi capitali, coi capitalisti, con gli imprenditori, giungono i tecnici e i nuovissimi, semoventi organi dell&#8217;industria, ossia le macchine. La corrente dell&#8217;emigrazione, da e per l&#8217;Italia, si è rovesciata, e noi assistiamo all&#8217;improvviso sorgere, in tutte le regioni della Penisola, di società finanziarie o industriali, di imprese manifatturiere, di fabbriche, animate persino da energia meccanica, fondate da nazionali e, più volenterosamente, da stranieri. In Lombardia, nel 1746, sorge la Fabbrica Clerici per filatura e tessitura di peli di cammello e di capra con 28 telai e 289 lavoranti; nel ventennio successivo, quella dei Fratelli Rho per la sbiancatura e la stampa di tele di cotone, quella Guaita a Como per le stoffe di lana, quella della Società Pensa, Lorda &amp; C. per tessuti di seta e seterie. In Piemonte, nel 1752, si costituisce la Compagnia Reale per le Opere e i negozi di seta con 600.000 lire di capitale azionario, la quale ha, come suo programma, la lavorazione in tutte le sue fasi, dall&#8217;organzino ai manufatti più complicati; nel 1757 si inaugura il Lanificio D&#8217;Ormea con 300 operai. In Toscana si apre la fabbrica Ginori di porcellane dall&#8217;esistenza più che secolare, che ne conta parecchie centinaia; nel Veneto, nel 1763, la fabbrica di scialli e coperte dell&#8217;israelita Gentili con 1000 operai; quella di telerie di Francesco Lischiuto; a Napoli la tessitura serica di San Leucio. E l&#8217;elenco potrebbe facilmente allungarsi. Interessante, in modo particolare, il risveglio industriale del Mezzogiorno d&#8217;Italia, dove una tradizione di questo genere non esisteva più da grandissimo tempo, e dove il dominio spagnolo era stato più rovinoso che altrove. Qui si torna a lavorare il cotone, e a Cava dei Tirreni 1800 telai danno 15.000 pezze di tessuto all&#8217;anno. Si torna a lavorare il lino ad Amalfi, nelle province di Caserta e di Bari, negli Abruzzi, con la produzione di circa 10.000 pezze di tela annue, mentre nel Salernitano e nella Valle del Plena, si fabbricano coperte, berretti, calze di lana.<br />
I nuovi governi, che si sono installati nella Penisola, hanno una parte importantissima in questa resurrezione. L&#8217;era di più o meno assoluto liberismo, che dominò l&#8217;Europa dal 1860 al 1900 circa, ha esercitato una singolare influenza sulle nostre concezioni storiografiche. Suggerì, impose, come criterio universale, l&#8217;opinione che, non soltanto la vita politica, ma anche la vita economica di un popolo si svolga al di fuori dell&#8217;azione dei governi; che, anzi, le forze anonime, impersonate dalle collettività sociali, specie quelle economiche, bastino a dominare e determinare l&#8217;indole e l&#8217;azione dei governi. L&#8217;era più recente delle dittature europee, economiche e politiche, che la prima Guerra mondiale inaugurò, ci ha aiutato a comprendere meglio come vadano le cose, e come andassero nel secolo XVIII e nella prima metà del secolo XIX, allorché per altro, un liberista, uno smithiano &#8211; Giancarlo Sismondi &#8211; era tratto a volere che tutta la sua grande opera su le <em>Repubbliche italiane del Medioevo</em> fosse ispirata dal concetto che «i governi sono la causa più efficiente del carattere dei popoli; che le virtù o i vizi delle nazioni, la loro energia o la rilasciatezza, i loro talenti, la loro cultura e la loro ignoranza non sono quasi mai gli effetti del clima, gli attributi di una razza speciale, ma l&#8217;opera delle leggi; che tutto fu dato a tutti dalla natura, mentre il governo conserva o annienta, negli uomini che vi sono sottomessi, le qualità che formano il retaggio della specie umana».<br />
Or bene nessuna storia più di quella dell&#8217;Italia, nella seconda metà del secolo XVIII e in sui primi del secolo XIX, mette in piena luce questa verità. I governi, animati anch&#8217;essi dalla febbre di cui arde tutto il secolo, lavorano a loro volta a plasmare secondo i nuovi modelli la vita dei loro amministrati. I governi di questo tempo in Italia non sono più gli Spagnoli o gli ultimi, degenerati eredi dei principi del secolo XVII. Sono i governi dei Borboni e poi dei Napoleonidi, i quali recano nel loro scettro più di una favilla della fiamma di rinnovamento che si è accesa nel loro paese di origine; sono la grande, illuminata monarchia austriaca di Maria Teresa e di Giuseppe II; sono i Granduchi di Lorena, che governano la Toscana, e vi compiono il primo, felice esperimento di quel liberismo, commerciale e industriale, per cui andrà gloriosa l&#8217;Inghilterra dei primi due terzi del secolo XIX. I criteri di governo di questi principi riformatori sono interessantissimi, e in materia economica oltrepassano talvolta i segni, cui la Rivoluzione francese si arresterà. Finora si usava stipulare trattati di commercio, armando il proprio paese di tutte le proibizioni immaginabili contro le possibilità di espansione commerciale dell&#8217;altro contraente. Ora si instaura la più larga libertà di reciproci rapporti economici e, consapevolmente ed esplicitamente, si proclama il principio de «la libertà di navigazione e di commercio», così pei giorni lieti della pace, come per quelli tristissimi della guerra. Si allentano o si strappano addirittura (come viene fatto in Toscana e in Lombardia) alcuni dei vincoli più pregiudizievoli alle attività economiche, quali le dogane interne, quale il secolare monopolio delle operazioni artigiane, violatore della libertà di lavoro. Si aboliscono maggioraschi e fidecommessi, carcerieri dell&#8217;agricoltura; si stabilizzano e perequano le imposte fondiarie; si creano porti franchi; si aprono grandi e piccole strade commerciali; si intensifica e diffonde l&#8217;istruzione tecnico-professionale.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>I quindici anni di preponderanza francese e l&#8217;economia italiana</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Dopo il 1796, l&#8217;Italia cambia, nuovamente e radicalmente, regime: i governi precedenti scompaiono, e vengono creati parecchi piccoli Stati repubblicani, sul modello, come si dice, della «grande» Repubblica vicina, uscita dalla Rivoluzione del 1789. La maggior parte hanno vita breve; ma essi, poco dopo, sono sostituiti da due governi, la cui importanza, politica ed economica, sarà assai maggiore: la Repubblica (poi il Regno) d&#8217;Italia e il Regno di Napoli, che insieme abbracciano i quattro quinti della Penisola.<br />
L&#8217;influenza del nuovo regime francese sulla vita civile dell&#8217;Italia di quel tempo è stata variamente giudicata, e a seconda delle prevenzioni politiche dei giudicanti. Ma non si tratta in questo caso, come del resto, a proposito di qualsiasi problema storico, di badare, a ciò che gli uomini volevano fare o dicevano di fare, ma a quello che, essi stessi inconsapevoli, uscì dalla loro azione. La politica del primo Bonaparte intendeva fare dell&#8217;Italia una colonia agricola francese, un arsenale delle materie prime occorrenti all&#8217;attività industriale dell&#8217;Impero napoleonico. Perciò fu dato libero ingresso in Francia alle derrate italiane; per questo, o, meglio, anche per questo, allo scopo di accrescere la produzione, furono aboliti tutti i vincoli feudali che impacciavano la commerciabilità delle terre. L&#8217;Impero francese aveva bisogno di equipaggiare continuamente eserciti numerosi, e per ciò fu dato notevole impulso a parecchie colture industriali, specie a quella del cotone, da gran tempo trascurate. Ma per queste medesime ragioni la domanda, così di derrate agricole, come di materie prime, si fa intensa, e i prezzi non tardano a raddoppiarsi, a triplicarsi, a toccare proporzioni mai conosciute. E allora, nell&#8217;Italia che si voleva condannare ad un regime esclusivo di agricoltura e di pastorizia, tornano a formarsi dei capitali liquidi; lo spirito di speculazione si ridesta; nascono imprese di generi, cui per l&#8217;innanzi non si era pensato, e parecchie fanno ottimi affari perché la clientela è cresciuta, e, con l&#8217;agiatezza, è cresciuta anche l&#8217;intensità delle sue domande.<br />
Non basta. La politica napoleonica tende ad escludere la Gran Bretagna &#8211; il nemico numero uno -, dal complesso dell&#8217;economia europea. Ma da circa un secolo toccava all&#8217;Inghilterra soddisfare le crescenti richieste del continente europeo, divenuto più popoloso e più ricco. Mancato perciò il contributo inglese, occorre trovare dei sostituti, e questi non possono essere che i due maggiori paesi europei, entrati nell&#8217;orbita imperiale napoleonica: la Germania e l&#8217;Italia. Perciò tecnici ed imprenditori francesi vengono in Italia (come vanno in Germania); vi formano i primi nuclei di nuove maestranze industriali; impiantano anch&#8217;essi nuove fabbriche. Non è tutto. La Francia napoleonica non sa pensare che alla guerra; ma la guerra ha bisogno di stoffe, di armi, di munizioni, di navigli, di strade, e perciò, come tante altre volte era avvenuto, essa concorre in prima linea a suscitare presso di noi, dove non esisteva, una febbrile attività industriale.<br />
I nuovi governi francesi in Italia hanno anche bisogno di molto denaro, più ancora che i governi dell&#8217;antico regime. Senonché la loro politica fiscale è alquanto diversa. I governi precedenti dilapidavano il paese per impiegare altrove il denaro che ne ricavavano attraverso i molteplici salassi. I Napoleonidi impiegano questo denaro sul posto, in Italia, distribuendo le ordinazioni e le spese secondo un certo piano. Gli economisti italiani del tempo, anche i più repugnanti a tollerare governi stranieri, notano il fenomeno, e ne illustrano i benefici effetti. Il danaro non resta inoperoso nei forzieri dei privati che non seguono alcun criterio socialmente utile, nell&#8217;adoperarlo; non è neanche carreggiato fuori paese; ma, dopo essere passato dalle mani dei contribuenti alle casse del governo, torna di nuovo ai contribuenti, quali produttori e quali consumatori. E allora l&#8217;aumento della massa circolante accresce il numero dei consumatori; l&#8217;accresciuto numero dei consumatori stimola l&#8217;industria, e ne moltiplica i prodotti; il consumo maggiore, che abbisogna di una maggior quantità di numerario, accresce la massa e la velocità della circolazione, e, al tempo stesso, anche il gettito delle imposte, che segue sempre l&#8217;aumento dei consumi.<br />
La politica napoleonica suscita, senza che si riesca ad averne piena consapevolezza, un altro fenomeno non meno interessante. L&#8217;Italia è per quattro quinti governata dai Francesi; il solo Stato del nord, da essi creato, che porta il medioevale nome di Regno d&#8217;Italia, conta circa 6 milioni e mezzo di abitanti; quello di Napoli ne conta 5 milioni; in tutto, una popolazione di 11-12 milioni di anime. Le loro legislazioni sono parallele; comuni le norme giuridiche, i sistemi di misure e di moneta; essi costituiscono, dunque, il più vasto mercato nazionale, che gl&#8217;Italiani conoscano da secoli, e le benefiche conseguenze di un tal fatto, che era di pura natura economica, inculcano, con l&#8217;eloquenza della prova, la convinzione dell&#8217;utilità, della necessità e della unificazione nazionale.<br />
Quando nel 1814-15 il regime napoleonico precipiterà al suolo, l&#8217;aspetto, il volto dell&#8217;Italia appariranno profondamente mutati. Nella sua gerarchia sociale le vecchie classi terriere sono regredite di parecchi scalini, come ricchezza, come potenza economica, e il loro antico posto è stato occupato da una nuova borghesia, commerciale e speculatrice, in parte indigena, in parte forestiera, tra cui notevole è l&#8217;apporto di elementi israelitici, la quale per giunta ha acquistato coscienza del proprio diritto all&#8217;eguaglianza politica e alla libertà civile. Sono cresciuti di numero e di importanza le botteghe artigiane, i negozi, i caffè, gli alberghi, le vetture, le Società commerciali, i tecnici, gli inventori, i cultori delle scienze positive. Si è elevato lo spirito pubblico; si è destato lo spirito di avventura, di speculazione, si è disfrenata la libertà di iniziativa, e, come appunto si esprime un contemporaneo, «il cambiamento di tante fortune, la metamorfosi di tante persone, hanno generato un&#8217;inquietudine e una voglia, in ciascuno, di lanciarsi fuori della sua classe». Saranno appunto queste nuove condizioni morali, questo rivolgimento effettivo delle cose a costituire il meccanismo animatore della vita sociale italiana nei prossimi quarantacinque anni, attraverso i quali il nostro Risorgimento nazionale raggiungerà il suo coronamento.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La rivoluzione economico-sociale e il risorgimento politico</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Il dramma, economico e politico, di quest&#8217;altro mezzo secolo è precisamente la lotta, or sorda, ora aperta, fra le formazioni sociali, che nell&#8217;ultimo quindicennio del secolo XVIII e nei primi del secolo XIX si sono venute costituendo: lotta fra le vecchie classi conservatrici, rappresentanti la grande proprietà fondiaria, laica od ecclesiastica, di origine feudale, e la piccola e media proprietà di origine borghese, di recente formazione, i piccoli e grossi industriali, i commercianti, il capitale mobile, gli stranieri, da tempo residenti nella Penisola, gli Ebrei, che il regime napoleonico ha affrancati a libertà, gli intellettuali, gli studiosi di problemi economici, i quali tutti insieme reclamano riforme politiche e riforme economiche, e scuotono nervosamente i cancelli dell&#8217;ordinamento politico-sociale, che, dopo gli scoscendimenti degli ultimi venti anni, la reazione dei governi vorrebbe imporre al paese. È un conflitto non esclusivo all&#8217;Italia, una vasta battaglia, che ha per teatro l&#8217;Europa, «fra l&#8217;antico e nuovo ordine sociale», come si esprimeva uno dei più intelligenti funzionari della cancelleria del Metternich, ma di essa l&#8217;Italia è uno dei focolari più ardenti.<br />
L&#8217;Italia è sempre, come in passato, una nazione in prevalenza agricola; ma adesso le voci per la sua industrializzazione, della cui necessità cittadini e governi dovrebbero convincersi, sono divenute insistenti, petulanti. Si richiedono impianti di opifici, di fabbriche, che, in fondo, si dice gioverebbero anche all&#8217;agricoltura; che gioverebbero a destare gli Italiani dal lungo sonno, e li sforzerebbero a diventare di nuovo, come un tempo, un popolo attivo di produttori, di commercianti, di esploratori. La nuova industria italiana dovrà mettersi al passo con quella straniera; dovrà adoperare ordigni meccanici; dovrà smetterla dall&#8217;immaginare che le macchine siano strumenti diabolici, da fare a pezzi per impedire talune spiacevoli conseguenze, di cui esse sarebbero solo in parte responsabili.<br />
Al rinnovamento materiale della nazione le macchine non bastano; occorrono strade, ferrovie, arterie vive della diffusione della ricchezza e del progresso, capaci da sole di «mutare l&#8217;aspetto di una società». Non bastano gli strumenti meccanici di produzione o le vie di comunicazione: occorre libertà di scambi, tra regione e regione, tra Stato e Stato, anzi un sistema di dogane, comune a tutta l&#8217;Italia, sul tipo del nuovo Zollverein tedesco, la cui idea e i cui meravigliosi resultati sono di continuo presenti al pensiero di tutti i discutenti.<br />
Per la trasformazione, che ardentemente si brama e si invoca, sono altresì necessari dei capitali. E perciò si deplora che gl&#8217;Italiani, anche se praticano dei risparmi, alla fine o tesaurizzano sterilmente, o investono il proprio denaro in acquisto di terre e di case. Essi non amano finanziare imprese industriali, e perciò è necessario renderli familiari con siffatte concezioni, con tali pratiche. Onde la fioritura di progetti numerosi di istituti di credito, promossi, in genere, da industriali e capitalisti forestieri. Questi disegni regolarmente falliscono, ma tornano poco dopo ad essere ripigliati, e con un&#8217;insistenza, degna, in verità, della bontà della causa che si propugna. Ma, se non si riesce a creare delle banche nazionali, dei capitali affluiscono egualmente d&#8217;oltre Alpe. Sono degli Svizzeri, sono dei Tedeschi, sono dei Francesi, come nel periodo napoleonico, i quali vengono a stabilirsi in Italia, e mettono insieme i loro mezzi, unendosi in società di vario genere per imprese di trasporti, di assicurazione, di servizi pubblici, di commerci, di produzione industriale. Né la loro importanza si limita a un contributo in danaro, ma si estende alla eccitante influenza, che il loro esempio esercita sugl&#8217;Italiani stessi.<br />
Di tutti questi problemi, di tutte queste esigenze, discorrono non soltanto degli studiosi isolati; non soltanto, in petizioni ai governi, gli interessati banchieri, mercanti, industriali ne discutono le vecchie, sonnolente Accademie culturali, che un tempo si occupavano di filosofia platonica e aristotelica, e ora sembrano come trasfigurate dall&#8217;ardore delle mille preoccupazioni che le investono. Si formano associazioni, le quali si propongono, come loro compito esclusivo, non soltanto lo studio di tali problemi, ma l&#8217;applicazione pratica delle relative soluzioni. Esse sorgono numerose anche in paesi che, come il Napoletano, si solevano giudicare come i più repugnanti ad accogliere idee che avessero sapore di novità. Tale appunto l&#8217;Associazione agraria piemontese, che vantò fra i suoi inscritti Camillo Cavour; tali quelle Società economiche meridionali, che aspettano ancora il loro storico. Ma più significativo è il fatto che la propaganda per la resurrezione economica della nazione si mescola, sin quasi a confondersi, con la propaganda patriottica per il suo Risorgimento politico. Perché mai si dovrebbe instaurare libertà di commercio fra l&#8217;una e l&#8217;altra sponda italiana? Perché gli impedimenti che lo ostacolano sono, in egual misura, un intralcio al traffico delle merci, come alla realizzazione dell&#8217;unità politica! Perché si deve bramare l&#8217;indipendenza nazionale? Perché essa è, oltre tutto, un principio di economia politica. Perché si deve volere che l&#8217;Italia divenga un grande paese industriale? Perché lo spirito industriale è al tempo stesso causa ed effetto di libertà, nemico dell&#8217;ineguaglianza sociale, nemico dell&#8217;oppressione, della servitù, della guerra ! Questa febbre di rinnovamento economico-politico agita tutta l&#8217;Italia, e il coro dei reclamanti diviene più insistente, più rumoroso, più affollato, man mano che ci si avvicina alla metà del secolo.<br />
Così stando le cose, le forze prepotenti della sua evoluzione interiore urgono la nuova Italia a proporsi con insistenza la meta del suo risorgimento politico. Potranno uno o più tentativi andare a vuoto; congiure o insurrezioni falliranno; ma non è possibile impedire il processo finale, determinato, come esso era, da fattori storici prepotenti, che sin da questo momento lo fanno prevedere assolutamente sicuro.</p>
<p style="text-align: justify;">(C. Barbagallo, <em>Il rivolgimento economico-sociale dell&#8217;Italia e il suo risorgimento politico</em>, da “Nuova Rivista Storica”, luglio-dicembre 1948)</p>
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		<title>LA RIVALITÀ NAVALE  FRANCO-INGLESE (1755-1805)</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Jan 2024 09:06:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi -   Alla fine del XVIII secolo la superiorità navale dell’Inghilterra era ancora lontana dall’essere un fatto acquisito. Ma la Rivoluzione francese modificò radicalmente gli equilibri sui mari. ♦ Nel corso della Guerra di Successione d’Austria, conclusasi nel 1748 con il Trattato di Aquisgrana (Aix la Chapelle), &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><b>di Massimo Iacopi -</b></p>
<p><b> </b></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Alla fine del XVIII secolo la superiorità navale dell’Inghilterra era ancora lontana dall’essere un fatto acquisito. Ma la Rivoluzione francese modificò radicalmente gli equilibri sui mari.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;">Nel corso della Guerra di Successione d’Austria, conclusasi nel 1748 con il Trattato di Aquisgrana (Aix la Chapelle), la Francia aveva resistito sul mare, sacrificando le sue forze navali per la difesa dei convogli transatlantici. Gli Inglesi trassero da questo episodio una duplice lezione: in vista di un prossimo conflitto occorreva investire nelle costruzioni navali, in modo da potersi trovare in condizioni di forza all’apertura di nuove ostilità. Cosa che avvenne nel 1755 con le provocazioni contrarie al “diritto delle genti”, rappresentate dal “grande disturbo” degli Acadiani francesi e con la cattura in tempo di pace, da parte dell’ammiraglio Edward Boscawen, di 4 mila pescatori francesi.<br />
In effetti, dal 1748 la Francia non aveva tenuto conto della crescita di potenza della Royal Navy. Lo sforzo finanziario degli Inglesi fu fondamentale per conseguire una superiorità navale. Il sistema di “ricostruzione” dei bastimenti, permise di mantenere una flotta efficace, eliminando i modelli superati e integrando le unità nuove a squadre relativamente omogenee.<br />
I francesi consacrarono minori risorse, di fatto mettendo insieme, anche con gli alleati spagnoli, poco più della metà delle unità inglesi. Per di più, la Francia soffriva di debolezze strutturali: i suoi due fronti marittimi non sono comunicanti, se non al prezzo di 40 giorni di mare fra Tolone e Brest, fatto che complica notevolmente la concentrazione delle forze. I venti d’ovest dominanti ostacolano l’uscita dei vascelli francesi dai porti atlantici, mentre i velieri inglesi ne beneficiano quando prendono il mare verso il sud.<br />
La retata di pescatori di Boscawen mise l’accento sulla questione degli effettivi della marina francese. I bastimenti del re di Francia impiegavano dei marinai di professione, “inquadrati e mobilitati” per servire come militari in tempo di guerra. All’inizio del conflitto, questo sistema costituisce un vantaggio rispetto agli Inglesi, che li recluta attraverso la “stampa”, ma questo svantaggio diminuisce con la durata della guerra, quando i combattimenti hanno già contribuito a formare gli equipaggi inglesi, e col crescere delle perdite. A quel punto i Francesi incontrano difficoltà nei rimpiazzi, tanto più che la Guerra dei Sette Anni vedrà la metà dei marinai francesi prigionieri della Gran Bretagna.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La guerra dei Sette Anni</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Gli inizi del conflitto sembrano promettenti sul teatro mediterraneo. La riconquista di Minorca dà fiducia agli Spagnoli, alleati della Francia, e allontana le squadre inglesi dalle rotte del Levante. Grazie alla squadra di Tolone, il commercio di Marsiglia sarà, per tutto il conflitto, relativamente al riparo dalle incursioni inglesi.<br />
Ben diverso il teatro atlantico. La Francia deve mantenere i collegamenti con le sue colonie, inviare rinforzi e allo stesso tempo far pesare sull’Inghilterra la minaccia di uno sbarco. Ma il disastro di Quiberon, alla fine del 1759, mette a mal partito il programma. Il Canada e l’India vengono ben presto abbandonati alla loro sorte. Difficile anche mantenere i collegamenti con le Antille, ricche di zucchero, dove viene perduta Grenada. Umiliati in occasione della firma, nel 1763, del Trattato di Parigi, i Francesi trarranno da questa sconfitta importanti ammaestramenti in vista della guerra successiva. Gli Inglesi, da parte loro, posti davanti alla rivolta delle colonie nord-americane, sottovaluteranno l’ampiezza del recupero effettuato dal vinto della precedente guerra.<br />
Etienne François duca de Choiseul e Cesar Gabriel de Choiseul duca di Praslin, ministri che si succedono nelle funzioni di Segretario di Stato per la Marina, organizzano gli arsenali, gestiscono gli approvvigionamenti e lanciano un programma di costruzioni di nuovi vascelli. Viene migliorata la formazione degli ufficiali e favorito il ringiovanimento dei quadri. La presenza francese sugli oceani si afferma con le spedizioni di Yves Joseph Christophe de Kerguelen-Tremarec, di Louis Antoine de Bougainville e con le campagne di verifica delle longitudini. L’alleanza con gli Spagnoli viene consolidata, in modo tale che, in caso di conflitto, le due marine possano superare l’Inghilterra in numero di unità, specialmente se la marina della quarta potenza navale, l’Olanda, si alleasse con loro.<br />
La Francia adotta come unità di base delle sue squadre il vascello a 74 cannoni. Allestisce anche numerose fregate e corvette, necessarie per le missioni di ricognizione, di convoglio di scorta o per uno sbarco. Le costruzioni vengono ormai effettuate su disegno di ingegneri, che consentono una relativa standardizzazione fra gli elementi delle navi; in tal modo alberi e attrezzi sono intercambiabili, fatto che facilita le riparazioni, durante e dopo il combattimento. I Francesi in Martinica e a Santo Domingo, gli Spagnoli all’Avana hanno organizzato basi logistiche che gli Inglesi, largamente esclusi dalla costa orientale del Nord America a causa della rivolta, trovano più solamente in Giamaica e alle Barbados. La Francia non ha più il Canada da difendere e può contare sull’aiuto di alleati, mentre l’Inghilterra, isolata, è costretta a disperdere le sue forze fra la difesa delle sue coste e le colonie ribelli.<br />
La Francia può contare su 59 vascelli nel 1775, 70 nel 1780 e 62 nel 1785, due anni dopo la pace e quando non è stata ancora ripianata la perdita di 7 vascelli avvenuta nel 1782 durante la battaglia di Saintes. Nel 1780 si aggiungono 60 vascelli spagnoli ai quali nel 1781 vanno aggiunti 20 olandesi, allorché l’attacco inglese costringe le Province Unite a entrare nella contesa. Le forze teoriche dei tre alleati risultano molto superiori a quelle degli Inglesi e questi ne tirano le conseguenze, accelerando le costruzioni navali alla fine della guerra.<br />
Quanto alle fregate, la Francia ne conta una quarantina agli inizi della guerra, 58 nel 1780 e ancora 57 nel 1785; il programma di costruzioni non si è arrestato, nonostante perdite uguali a quelle inglesi. Questi ultimi posseggono il doppio delle fregate, ma i due belligeranti hanno mantenuto le rispettive posizioni, aumentando il totale di queste unità, sempre più impiegate. Anche in questo caso, le forze della Francia, addizionate a quelle della Spagna e dell’Olanda, superano quelle dell’Inghilterra: 144 fregate contro 131. E’ evidente quanto questa alleanza navale sia vitale per la Francia, che, però, con lo scatenarsi della Rivoluzione, si ritroverà in guerra contri i suoi due alleati della vigilia.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La guerra d’indipendenza americana</b></h3>
<div id="attachment_13359" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2024/01/Combat_dOuessant_juillet_1778_par_Theodore_Gudin.jpg"><img class=" wp-image-13359 " alt="La battaglia di Ouessant in un quadro di Théodore Gudin del 1848" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2024/01/Combat_dOuessant_juillet_1778_par_Theodore_Gudin.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>La battaglia di Ouessant in un quadro di Théodore Gudin del 1848</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Nel 1778 la Francia interviene nella guerra d’America. Il glorioso combattimento della Belle Poule infiamma l’opinione pubblica e la battaglia di Ouessant apre l’accesso al largo della flotta francese, mentre la squadra di Jean Baptiste Charles Henri Hector, conte d’Estaing raggiunge l’America per sostenere gli insorti. Gli Inglesi, sfidati in prossimità delle loro coste, in America e nell’oceano Indiano, sono costretti a frazionare le forze, senza poterle concentrare in maniera decisiva, anche se rimangono capaci di sventare gli attacchi su Gibilterra o di vincere la battaglia di Saintes nel 1782.<br />
Le operazioni francesi sono state concepite e pianificate da marinai esperti, di cui si sono circondati i successivi ministri francesi, Antoine Raymond de Sartine, conte d’Alby, e Charles Eugène Gabriel de La Croix, marchese de Castries. Il successo di Louis Guillouet, conte d’Orvilliers a Ouessant decide l’ingresso in guerra della Spagna. La flotta franco-spagnola, riunita in ritardo, fa pesare una minaccia di sbarco che costringerà per lungo tempo la Royal Navy sulla difensiva.<br />
Sul teatro americano, i Francesi conquistano e riconquistano numerose isole, Grenada, Saint Vincent, Dominica, Montserrat, Saint Christophe. Ma un combattimento navale raramente può essere decisivo da solo: anche a Trafalgar, occorrerà Waterloo circa 10 anni dopo, in quanto è a terra che si riportano le vittorie decisive.<br />
Si possono pertanto registrare dei bei fatti d’arme sui mari, ma sarà in America che si dovrà vincere la guerra e nell’autunno del 1781, la manovra dell’ammiraglio francese François de Grasse a Chesapeake assume tutta la sua dimensione strategica. In occasione della battaglia navale di Capo Henry, egli forza gli ammiragli inglesi, Samuel Graves e Samuel primo visconte Hood, a ripiegare su New York, mentre la squadra francese di Barras, arrivando da nord con l’artiglieria d’assedio, si infila a Yorktown. Bloccata per mare, assediata da terra, rintuzzata nelle sue sortite, la guarnigione inglese capitola nell’ottobre e l’indipendenza americana viene virtualmente acquisita già alla fine del 1781 grazie a una manovra, felicemente combinata, fra terra e mare. Gli Inglesi firmano la pace, prima con gli Americani, poi con i Francesi e gli Spagnoli, dopo aver resistito a Gibilterra e battuto i francesi a Saintes, mentre la loro compagnia subisce le catture di Jean François Galaup conte de La Perouse.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La Marina e la Rivoluzione</b></h3>
<p style="text-align: justify;">All’indomani della guerra d’indipendenza americana, il programma di costruzioni navali lanciato da Castries viene proseguito dai suoi successori dopo il 1786 e la Rivoluzione continua il lavoro programmato nei cantieri. Lanciato nel 1793, il tre ponti durerà fino a sotto il regno di Luigi Filippo di Borbone Orleans. Il vascello da 74 cannoni diventa la pedina base di una flotta che dovrà allineare 81 vascelli, ovvero tre armate navali da 27 vascelli, su tre squadre ciascuna di 9 vascelli; ogni squadra da 74 dovrà essere diretta da un vascello da 81 cannoni e ciascuna armata da un tre ponti da 110.<br />
Gli Inglesi temono un tale strumento, anche se ancora incompleto, al punto da non impegnarsi fino all’assedio di Tolone, nel 1793. Questa eredità della monarchia verrà distrutta dalla Rivoluzione. Mentre il materiale continua a crescere di potenza, con il completamento delle unità già messe in cantiere, il personale idoneo a servire nella Marina comincia a fare difetto. Il corpo degli ufficiali, composto per tre quarti da nobili, è diviso. Molti aderiscono alle nuove idee, ma l’esercizio della loro professione diventa impossibile, quando, diventati sospetti a causa delle loro origini, si vedono contestare dalle popolazioni di Brest e di Tolone, mentre gli equipaggi vengono lavorati dalla propaganda rivoluzionaria. Nel 1792 i tre quarti degli effettivi del corpo ufficiali risultano emigrati, mentre il nuovo codice di disciplina, più duro di quello dell’Ancien Regime, provoca la rivolta degli equipaggi. La marina francese, sprovvista di quadri esperti e competenti in numero adeguato, viene terribilmente indebolita e l’ardore repubblicano non risulta sufficiente a supplire alla professionalità, all’addestramento e alla necessaria disciplina a bordo. In mare non si possono applicare le regole della mobilitazione di massa. Per quanto riguarda la situazione degli arsenali e delle infrastrutture, la situazione di Tolone costituisce un esempio significativo: nel 1793 non vengono pagati più i salari, gli operai e le loro famiglie muoiono di fame, le riserve di legname per i vascelli vengono saccheggiati.<br />
A questa data, la marina francese, qualche tempo prima ancora potente e ammirata per la sua disciplina, è incapace di impegnarsi in una nuova guerra contro l’Inghilterra. Alcune flotte verranno indubbiamente riorganizzate con ufficiali giacobini che, come Louis-René-Madeleine Le Vassor de La Touche, conte de Tréville, hanno fornito garanzie al regime, tanto che nel periodo a seguire non saranno né epurati né ghigliottinati, come invece avverrà per ufficiali come Joseph de Flotte e Guy-Armand Simon de Coëtnempren, conte de Kersaint. La guerra di corsa, arma dei deboli, ma efficace nei confronti del traffico commerciale avversario, conoscerà giornate di gloria, ma la Francia non può ottenere risultati significativi contro l’Inghilterra. I transalpini sono senza alleati: sono in guerra con la Spagna e la flotta olandese viene presa d’assalto dai cavalieri di Jean Charles Pichegru. Le colonie si sono ribellate o sono state perdute, le coste francesi molto spesso subiscono il blocco inglese e i pescatori francesi sono ridotti al cabotaggio per non essere catturati. Per l’impossibilità di consolidare le basi umane e materiali della potenza marittima, diventa impossibile impostare anche una strategia marittima.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>I marinai di Napoleone</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Eppure, ancora nel 1800, la Francia dispone di numerose unità relativamente recenti e moderne, frutto dei programmi ereditati dall’Ancien Regime e proseguiti sotto la Rivoluzione. La Francia è ancora in condizioni di attaccare Napoli, di prendere Malta e di sbarcare in Egitto. Ma, dopo Abukir, non sarà in grado di rimpatriare le sue truppe, né di minacciare le coste inglesi dopo Trafalgar.<br />
Napoleone Bonaparte riceve dei buoni servigi dai suoi marinai. Indubbiamente gli ufficiali del 1792 sono ormai per la maggior parte emigrati, ma il personale esperto di Luigi XVI, che ha fatto le sue esperienze nella guerra d’America, è in grado di esprimere degli ottimi comandanti come Denis Decres, Laurent Truguet, Honoré Joseph Antoine conte Ganteaume, Latouche-Treville, Pierre César Charles Guillaume marchese de Sercey, Louis Thomas Villaret de Joyeuse. Anche lo sfortunato Pierre Charles Silvestre de Villeneuve, accusato di tutte le colpe possibili, aveva avuto successo nella parte preliminare della manovra transoceanica che gli era stata comandata: attirare verso le Antille la flotta inglese, per rientrare in Europa e proteggere, con l’aiuto degli Spagnoli, ridiventati alleati, l’ipotetico sbarco preparato presso il campo di Boulogne. Troppo spesso, i marinai di Napoleone vengono schiacciati dalla personalità del generale corso che non accetta le limitazioni operative poste dalla situazione francese sul mare. Tutto il contrario di quello che accade per Horatio Nelson, il vincitore di Trafalgar, che, da parte sua, riceve gli ordini da un Ammiragliato composto da veri lupi di mare.<br />
Poiché Napoleone, dopo il 1805, è troppo occupato altrove, egli non conta più sulla sua Marina. Alla fine avrà la meglio il blocco marittimo imposto dagli Inglesi su quello continentale (ma occorreranno, per il successo finale, la Campagna di Francia e la battaglia di Waterloo). Non riusciranno a cambiare nulla, né i successi individuali lontani di un Robert Sourcouf, né la riorganizzazione, troppo tardiva, di Anversa da parte di Pierre Victor Malouet, un intendente della marina di Luigi XVI, che è stato al servizio di Napoleone come Prefetto. L’Inghilterra, surclassando qualsiasi potenza concorrente sui mari, è ormai in condizioni di consolidare, nel corso del XIX secolo, lo sviluppo del suo commercio e del suo impero.<br />
Dallo scontro franco-inglese sui mari possono essere tratte alcune interessanti considerazioni. Il dominio della potenza navale implica preliminarmente l’esistenza, nel tempo, di una volontà politica coerente e costante. Se manca questo aspetto fondamentale, i raggiustamenti, imposti dagli eventi, obbligano a costose reimpostazioni di programmi che non riescono però a far fronte alle urgenze. Questa volontà si traduce in investimenti orientati alle infrastrutture, agli arsenali, alle costruzioni, alla formazione, all’addestramento degli uomini, ecc. Le flotte non si possono organizzare dall’oggi al domani, devono essere programmate e preesistere a un qualsiasi eventuale conflitto.<br />
Per l’Inghilterra, le urgenze vitali, all’epoca, non potevano venire che dal mare, da cui la costanza della loro politica, mentre la Francia ha dovuto sempre premunirsi contro invasioni terrestri o pensare a estendere il suo dominio nell’Europa continentale, fatto che spiega le intermittenze della sua politica marittima.<br />
Occorre, soprattutto, una volta supposti come acquisiti i mezzi essenziali, una strategia pertinente che consenta la concentrazione delle forze e la dispersione o il frazionamento di quelle dell’avversario. E’ in questo contesto che le innovazioni tattiche acquisiscono tutto il loro valore, quelle di Suffren de Saint-Tropez, quelle di Nelson, sempre offensive, come anche le innovazioni tecniche nell’equipaggiamento e nella condotta dei vascelli. Infine, la determinazione e la volontà degli uomini resta certamente essenziale. Nella guerra d’America, la volontà di rivincita dei marinai di Luigi XVI emerge nettamente, come anche il furore di Nelson nei confronti dei rivoluzionari francesi.<br />
A differenza dell’Inghilterra, la Francia è rimasta troppo incentrata sull’Europa, a eccezione forse della guerra d’America, la vera prima guerra mondiale, nel corso della quale essa disponeva di forze navali considerevoli sotto tutti gli aspetti. In tal modo, dopo il 1783, nulla era ancora deciso nella rivalità con l’Inghilterra. Le potenze dell’epoca, compresa la Gran Bretagna, non si sbagliavano nel dare importanza alla marina di Luigi XVI. Il seguito della storia sfugge, evidentemente dalle mani di questo sovrano e alle previsioni dei suoi ministri. L’emorragia di quadri provoca l’implosione della flotta francese, come l’addestramento e la determinazione della Royal Navy condizionano le vittorie britanniche. In ogni caso, la durata nel tempo è la “conditio sine qua non” per gli investimenti umani e materiali nel campo navale. I cambi di politica e le tergiversazioni comportano il fallimento e possono essere ripianate solo nel lungo termine.</p>
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		<title>1812: LA RUSSIA DAVANTI A NAPOLEONE</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Nov 2023 16:36:26 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi -   La Russia si era preparata al confronto con l’esercito napoleonico molto meglio di quanto non sia mai stato detto. E condusse la guerra sul suo territorio in modo esemplare. ♦ Nel giugno 1807, l’imperatore Alessandro I, pochi giorni dopo la catastrofica sconfitta di Friedland, è &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><b><i>di Massimo Iacopi -</i></b></p>
<p style="text-align: justify;"><b><i> </i></b></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>La Russia si era preparata al confronto con l’esercito napoleonico molto meglio di quanto non sia mai stato detto. E condusse la guerra sul suo territorio in modo esemplare.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;">Nel giugno 1807, l’imperatore Alessandro I, pochi giorni dopo la catastrofica sconfitta di Friedland, è costretto a prendere la via di Tilsit per negoziare con Napoleone Bonaparte. Il generale corso, apparentemente generoso, gli propone più di una pace, un’alleanza. Ma lo zar entra in questo progetto napoleonico solo perché costretto.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La Russia si prepara alla guerra</b></h3>
<p style="text-align: justify;">A Tilsit l’impero russo sembra aver salvato la sua posizione, ma per Alessandro I non è certo l’ora dell’euforia. Da un lato giudica onerose le condizioni imposte da Napoleone come prezzo per l’alleanza. Lo zar è stato costretto a riconoscere la preminenza francese in Europa centrale e nei Balcani e ad accettare, con la formazione del Granducato di Varsavia, la costituzione di un embrione di stato polacco sotto influenza francese alle sue frontiere, e soprattutto a impegnarsi a rispettare il blocco continentale, proprio mentre l’Inghilterra risulta il primo partner commerciale della Russia. Inoltre, Alessandro è convinto che l’alleanza, contraria agli interessi dell’impero russo, non resisterà alle ambizioni divergenti dei due sovrani.<br />
Un anno più tardi, nell’agosto 1808, poco prima di mettersi in marcia per incontrare Napoleone a Erfurt, Alessandro scrive a sua madre Maria Fiodorovna una lettera esplicita per quanto concerne le sue posizioni: “I nostri interessi ci hanno costretto negli ultimi tempi a concludere una stretta alleanza con la Francia, faremo di tutto per provare a Napoleone la nostra sincerità e la nobiltà del nostro modo d’agire. Occorre che la Francia creda che il suo interesse politico possa coniugarsi con quello della Russia; nel momento in cui essa non avrà più questa convinzione, la Francia vedrà nella Russia solamente un nemico e che sarà suo interesse quello di cercare di distruggerla. […] Se la Provvidenza ha decretato la caduta di questo stato colossale (quello napoleonico), io nutro dubbi sul fatto che ciò possa avvenire all’improvviso, ma anche in questo caso, sembrerebbe più saggio attendere questa caduta e a quel punto assumere dei provvedimenti idonei”.<br />
Leggendo questa lettera, emerge chiaramente che, per Alessandro, l’alleanza con Bonaparte, puramente circostanziale, non si basa su nulla di solido. Gli anni che seguono sono marcati da tensioni e crisi diplomatiche: non si realizzano progressi su nessuno dei diversi contenziosi e con grande danno di San Pietroburgo il Granducato di Varsavia viene persino ingrandito.<br />
In questo contesto, dal 1810-11, Alessandro prepara il suo esercito e la sua linea d’azione in vista del cataclisma che sembra imminente. Durante questi mesi, l’esercito russo viene riorganizzato sotto la guida del ministro della Guerra, feldmaresciallo Michael Andreas Barclay de Tolly. Gli effettivi vengono aumentati in maniera sostanziale e viene migliorata la qualità dell’addestramento. Parallelamente, in seno allo stato maggiore, dopo aver riflettuto sul modo migliore di fronteggiare il “genio militare”, viene abbozzata sin da questo momento la strategia che verrà applicata di fronte al nemico. Sarà rifiutato per quanto possibile di combattere in campo aperto per impedire a Napoleone di ottenere la ricercata vittoria decisiva e si lascerà alla Grande Armée la possibilità di avanzare sempre più lontano verso est, all’interno del territorio russo, al fine di logorarla e spossarla.<br />
Di fronte all’opinione pubblica interna, Alessandro I non resta inattivo. A partire dal 1811-12 egli ristabilisce la censura, incoraggia la pubblicazione di riviste e di pamphlets nazionalisti e antifrancesi e pone nei posti chiave uomini noti per la loro “gallofobia”. E’ il caso del conte generale Fedor Vasilievic Rostopscin, nominato nel marzo 1812 governatore generale della città di Mosca. Per Alessandro I, che teme la seduzione che Napoleone, uomo dell’Illuminismo e della Rivoluzione, potrebbe esercitare sulle aristocrazie russe, si tratta di agire immediatamente per unire l’opinione pubblica in una posizione patriottica e antinapoleonica.<br />
Grazie a una efficace rete di spionaggio a Parigi, Alessandro dispone fino al febbraio 1812 di informazioni militari di prima mano che lo confermano nell’imminenza di un conflitto. Pur tuttavia, pur sapendo che ormai la guerra è inevitabile, l’invasione del giugno 1812 sorprende Alessandro per la sua ampiezza. Sono infatti non meno di 420 mila combattenti che attraversano il fiume Niemen nel giro di una settimana. La Grande Armée napoleonica, l’esercito delle 20 nazioni, aureolata del suo prestigio e della sua esperienza sembra invincibile. E da quel momento Alessandro I e il suo esercito dovranno lottare su tutti i fronti.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La guerra patriottica</b></h3>
<p style="text-align: justify;">La guerra patriottica, come viene chiamata dai Russi, la campagna del 1812, costituisce per una prova terribilmente traumatica e allo stesso tempo un evento fondamentale in termini di identità nazionale. Se il patriottismo russo è nato durante l’invasione polacca del 1612, la prova del 1812 contribuirà alla nascita e al consolidamento di un vero sentimento nazionale. Esso unirà I russi di tutti gli orizzonti e di tutte le classi sociali in uno stessa volontà di respingere l’invasore.<br />
Sul piano strettamente militare, la scelta di ripiegamento volontario, propugnata da Barclay de Tolly si dimostrerà pagante. Avanzando verso città e villaggi I cui magazzini di viveri e di materiali sono stati sistematicamente distrutti o incendiati, la Grande Armée incontra serie difficoltà a rifornirsi e si indebolisce giorno dopo giorno, vittima più di privazioni, di sfinimenti e di epidemie che di combattimenti.<br />
Il 14 settembre Napoleone entra a Mosca con 130 mila uomini. Se si tiene conto dei 100 mila uomini lasciati lungo il percorso per il controllo delle regioni occupate, si può constatare che, a circa un mese e mezzo dall’arrivo del gran freddo, il “generale inverno”, l’esercito napoleonico ha già perduto quasi la metà degli effettivi.<br />
Tuttavia, a breve termine, la strategia del ripiegamento e della “terra bruciata” non trova pieno consenso nei Russi. Essa si scontra, in effetti, con l’incomprensione e la collera dei generali (come il principe Pyotr Ivanovic Bragation, alla guida della Seconda armata) e persino dei semplici soldati, costernati nel dover cedere, senza difenderlo, gran parte del territorio a un nemico che vi semina desolazione. A partire dagli inizi del mese di agosto l’esercito attraversa una crisi acuta. Cresce una violenta ostilità nei confronti di Barclay, comandante in capo della Prima armata.<br />
La “straniero” Barclay de Tolly, scozzese d’origine, viene accusato di fare il gioco e gli interessi di Napoleone: contro di lui si moltiplicano poemi e canzoni feroci. La presa francese di Smolensk (16-17 agosto 1812), che i Russi non riescono a difendere e abbandonano dopo due giorni di combattimenti, contribuisce a gettare il sospetto su Barclay. Tanto più che, per la prima volta dall’inizio della campagna, alle perdite già pesanti (12 mila morti e feriti da parte russa), si aggiungono perdite elevate anche fra i civili. Allorché, il 18 agosto, Napoleone entra a Smolensk, la città non è più che un cumulo di rovine: delle 2.250 case esistenti prima dell’assedio, ne rimangono ancora in piedi 350.<br />
E’ in questo clima di scoraggiamento e di sospetto che il 17 agosto Alessandro nomina il generale Michail Ilanoriovic Kutuzov comandante in capo dell’esercito. Il generale è russo, carismatico ed esperto. Il vecchio soldato (ha 67 anni) riesce a galvanizzare le truppe, a ridare loro fiducia e, soprattutto, a incarnare la “guerra patriottica” che si svolge ormai nel cuore dell’impero. Tuttavia la sua nomina porterà ben pochi cambiamenti alla strategia russa. Per dimostrare la sua risoluzione di fronte al nemico, Kutuzov, accetta di dare battaglia, il 7 settembre, a Borodino (per i Francesi, la battaglia della Moscova). Ma l’esito indeciso di questa battaglia d’attrito, devastatrice di vite umane (15-18 mila tra morti e feriti tra i Francesi, ovvero un quinto degli effettivi impegnati; 40-42 mila tra morti e feriti da parte russa, ovvero un terzo degli effettivi utilizzati), costringe Kutuzov a continuare il ripiegamento e a rispolverare la strategia di Barclay de Tolly.<br />
Qualche giorno più tardi, il 13 settembre, la decisione di Kutuzov di abbandonare Mosca senza combattere getta nella più totale disperazione il governatore generale Fedor Rostopscin. Questi aveva fatto appello per la formazione di una milizia che sostenesse l’esercito regolare nella difesa della città santa. La decisione costituisce un nuovo colpo per lo zar, come per l’opinione pubblica. “Mosca è stata conquistata e costituisce una cosa inspiegabile”, scrive la granduchessa Caterina Pavlovna Romanova a suo fratello Alessandro, riflettendo lo smarrimento profondo nel quale i Russi sembrano cadere. Tuttavia, Kutuzov, ripiegato a Tarutino, non resta inattivo. Egli sa che l’abbandono di Mosca ha avuto un impatto disastroso sul morale dell’esercito, che le diserzioni, rarissime sino a quel momento, cominciano a moltiplicarsi e che lo spirito generale è nel punto più basso. Comunque sia, il vecchio generale, sostenuto da Barclay, rimasto comandante della Prima armata, si impegna a rinserrare i ranghi.<br />
Pur emanando disposizioni implacabili per lottare contro le diserzioni, Kutuzov vigila affinché le sue truppe siano ben nutrite, ben equipaggiate per il freddo e che si possano riposare nell’attesa dell’arrivo di nuovi contingenti in rinforzo, provenienti dalla regione di Mosca. Parallelamente, vengono costituite delle unità di partigiani. Inquadrati da ufficiali provenienti dall’esercito regolare, sono composte soprattutto da distaccamenti di cavalleria, ai quali vengono aggregati contadini volontari, i “partigiani” o “franchi tiratori”, che saranno protagonisti di temibili colpi di mano. Attraverso la distruzione di ponti e di strade, attaccando le linee di comunicazione nemiche e i villaggi occupati, liberando e riarmando prigionieri di guerra, moltiplicando imboscate e colpi di mano contro razziatori, disertori e uomini isolati in cerca di viveri e di foraggio, essi costituiranno, da quel momento e fino al mese di dicembre, un prezioso ausilio all’esercito regolare. Il loro ruolo sarà importante anche in materia di informazioni e di spionaggio sulle linee nemiche, ottenendo informazioni spesso preziose per mezzo dei contadini delle zone occupate.<br />
Ma a breve termine questa riorganizzazione non migliora di molto la situazione: ciò perché se Napoleone non ha ancora ottenuto la sua vittoria decisiva, l’esercito russo, da parte sua, non è ancora riuscito a sbarazzarsi dell’occupante.<br />
Tuttavia, la determinazione dello zar nel rifiutare qualsiasi negoziato rimane incrollabile e questo punto sarà fondamentale. Egli declina, in effetti, tre offerte successive abbozzate da Napoleone. Al colonnello nizzardo Alexandre Michaud conte de Beauretour, emissario di Kutuzov, venuto a portagli le novità della battaglia di Borodino, dirà nel momento di maggiore difficoltà,: “Colonnello Michaud, non dimenticate quello che vi dico qui; forse un giorno noi ce lo ricorderemo con piacere. Napoleone e io non possiamo più regnare insieme”.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>L’incendio di Mosca e la disfatta francese</b></h3>
<p style="text-align: justify;">L’incendio di Mosca, ordinato e concepito da Rostopscin, scoppia nella notte del 14 settembre 1812 in diversi punti della città ed attizzato dal vento, si propaga con grande facilità, in quanto le pompe antincendio per l’acqua sono state evacuate per ordine del governatore generale. Esso devasta in maniera terrificante la quasi totalità della città per quasi cinque giorni, fino al ritorno della pioggia. In un primo momento, la catastrofe mette l’opinione pubblica russa nella costernazione, ma, a partire dalla fine del mese di ottobre, abilmente strumentalizzato dal potere zarista, che l’attribuisce senza mezzi termini al nemico, l’incendio cementa la popolazione intorno al suo zar e determina una vera e propria unione sacra. Poemi e canzoni salutano l’eroismo dell’esercito e la determinazione di Kutuzov. Numerosi disegni e incisioni mettono in scena il popolino che tiene testa all’invasore. Alcuni manifesti di Rostopscin denunciano il “mostro” e la “sua barbara soldatesca”. I sermoni dei preti pregano per la salvezza della Russia. Tutto concorre a forgiare l’unione sacra, in nome della difesa della Santa Madre Russia e della fede ortodossa. Ebbene, nello stesso momento, l’incendio precipita la Grande Armée nel fallimento. Mosca incendiata diviene la preda di saccheggiatori e razziatori. L’anarchia si insinua nell’esercito napoleonico, come sottolineato Eugenio Labaume nella sua relazione della campagna del 1812.<br />
Paradossalmente, nel momento in cui gli invasori rubano e saccheggiano, il mese in cui la Grand Armée staziona a Mosca non viene messo a profitto per proteggersi dal freddo. E, allorché il 19 ottobre Napoleone ordina la ritirata, le truppe francesi si rimettono in marcia senza prevedere la prossima catastrofe che si abbatterà su di loro. Da quel momento, il peggio non tarderà ad arrivare: attaccati sui fianchi e sulla retroguardia, sia dall’esercito regolare che dalle unità cosacche e partigiane, tormentati dalle temperature che non smettono di scendere (arriveranno a -37° durante la prima settimana di dicembre), solamente il dieci per cento dei combattenti riusciranno a riattraversare il Niemen il 13 dicembre, data nella quale risuona l’ora della liberazione per l’impero russo.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Conseguenze nazionali e internazionali</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Con circa 200 mila morti e feriti, con migliaia di villaggi e città devastate, Mosca ridotta a un cumulo di cenere e una economia in rovina, l’impero di Alessandro I ha pagato cara la vittoria contro l’invasore. Dovrà impiegare anni per curare le ferite e ricostruire le città. Da questa terribile prova l’imperatore esce profondamente trasformato. Nel giro di pochi mesi si produce nell’uomo una vera rivoluzione spirituale. Posto di fronte a scelte drammatiche, spesso lasciato solo nelle decisioni, lo zar “ha riscoperto Dio”, come affermerà lui stesso in seguito. L’incendio di Mosca ha costituito un momento di svolta nella sua esistenza e da allora egli medita, prega e si raccoglie sui libri di pietà e sulla Bibbia, che è diventata la sua opera preferita. Alla fine del 1812 lo zar è profondamente trasformato, un credente, se non un mistico, che sorge dalle macerie e dalle ceneri lasciate dalla Grande Armée. Da quel momento, questa fede sincera, ma ancora dai contorni sfumati, non l’abbandonerà più. Essa gli serve da schema di lettura del mondo, da guida per il suo cammino spirituale e morale. Ma andrà ad estendersi anche al campo politico e geopolitico, che egli vuole ormai modellare secondo le sue convinzioni religiose.<br />
Nello stesso momento, aureolata della sua vittoria, la Russia si impone come un attore principale nei negoziati dei due Trattati di Parigi (1814 e 1815) e quindi del Trattato di Vienna, che definirà, fino al 1914, la carta dell’Europa e le sue frontiere.<br />
Alessandro I ha la preoccupazione di preservare gli interessi dell’impero russo e come prezzo della sua vittoria ottiene la costituzione del Regno di Polonia, dinasticamente legato alla Russia. Ma, convinto dell’idea di essere strumento responsabile della volontà divina, egli sogna anche di instaurare una nuova era, fondata sull’intesa fraterna e cristiana dei sovrani d’Europa. Ed è proprio in questo approccio ecumenico che, nel giugno 1815, Alessandro propone ai sovrani prussiani e austriaco la Santa Alleanza. Adottata il 14 settembre seguente, il testo sottolinea la necessità di promuovere fra i tre monarchi, cattolico, protestante ed ortodosso, appartenenti tutti e tre alla “nazione cristiana”, di promuovere fra loro relazioni fraterne, in conformità con il principio della carità. Un anno più tardi, egli propone al primo ministro britannico Lord Castelreagh, il negoziato di un accordo di disarmo generale, un‘offerta che si scontra con un <em>fin de non-recevoir</em>. In seguito, l’evoluzione del contesto internazionale, marcato dalla crescita delle correnti liberali e nazionali, così come dall’evoluzione personale dello zar, sempre più conservatore, rimettono in discussione i progetti generali del 1815-1816, dai quali non uscirà niente di concreto. Nonostante il loro fallimento, questi progetti evidenziano tuttavia una nuova realtà: la guerra del 1812 ha trasformato la Russia in una grande potenza europea.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“MERDE!” LA GUARDIA MUORE MA NON SI ARRENDE</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Nov 2020 07:52:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi - Waterloo, 18 giugno 1815. L’ufficiale alla testa dell’ultimo battaglione imperiale, nonostante la ritirata generale, continua a combattere. Lasciando ai posteri l’immagine dell’eroica resistenza agli Inglesi. ♦ Preambolo: Hugo sdogana Cambronne Victor Hugo, ne I miserabili, è il primo che si azzarda a usare per iscritto questa &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Massimo Iacopi -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Waterloo, 18 giugno 1815. L’ufficiale alla testa dell’ultimo battaglione imperiale, nonostante la ritirata generale, continua a combattere. Lasciando ai posteri l’immagine dell’eroica resistenza agli Inglesi.</strong></em></p>
<h3 style="text-align: justify;"></h3>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></h3>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Preambolo: Hugo sdogana Cambronne</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Victor Hugo, ne <em>I miserabili</em>, è il primo che si azzarda a usare per iscritto questa espressione che tutti ripetevano, anche se con discrezione, nel periodo dopo la battaglia di Waterloo, attribuendola al generale che comandava l’ultimo quadrato della Guardia Napoleonica di fronte agli Inglesi la sera dello scontro. «Un generale inglese, Colville secondo alcuni, Maitland secondo altri, gridò loro: “Arrendetevi, valorosi francesi!” Cambronne rispose: “Merda!”». L’attribuzione di questa esclamazione è stata sempre contestata. Quando viene pubblicato il romanzo <em>I miserabili</em>, nel 1862, la questione provoca uno scandalo e suscita vive polemiche. Cambronne ha effettivamente pronunciato la parola e, poco prima di questa, la frase che gli viene attribuita: «La Guardia muore ma non si arrende»? Una cosa è certa, il mistero che aleggia intorno a questa frase risale alle prime ore che seguono la battaglia di Waterloo.<br />
Pierre Jacques Etienne Cambronne è della stessa generazione di Napoleone Bonaparte. È nato a Nantes nel dicembre 1770 da un padre bottegaio. Arruolato nell’esercito nel 1792, scala rapidamente i gradi della carriera militare e partecipa alle principali campagne militari della Rivoluzione e dell’Impero. Esce dall’ombra quando viene scelto da Bonaparte per comandare i 400 uomini della Vecchia guardia che l’imperatore ha avuto l’autorizzazione di portare con sé nell’isola d’Elba, di cui Cambronne diventa governatore militare. Non stupisce quindi che nel marzo 1815 sia stato uno dei principali attori del “Volo dell’Aquila” dall’Elba fino a Parigi. Qui, Cambronne ritrova il suo posto nell’ambito della Guardia imperiale, come comandante del 1° Reggimento cacciatori. È proprio in questo ruolo che prende parte alla campagna del Belgio e combatte a Waterloo. La Guardia rimane in riserva per quasi tutta la giornata del 18 giugno 1815, mentre la cavalleria dà l’assalto sul pianoro dietro il quale si nascondono le truppe inglesi comandate da Wellington.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Nell&#8217;inferno di Waterloo<br />
</b></h3>
<div id="attachment_10086" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2020/10/Cambronne-Dennis-Jarvis-Copia.jpg"><img class=" wp-image-10086 " alt="Cambronne a Waterloo - Dennis Jarvis" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2020/10/Cambronne-Dennis-Jarvis-Copia-1024x682.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Cambronne a Waterloo</em> &#8211; Dennis Jarvis</p></div>
<p style="text-align: justify;">Verso le ore 19, mentre i Prussiani arrivano da est, Napoleone dà ordine a una parte della Guardia di passare all’assalto delle linee nemiche. La vista dei suoi cinque battaglioni che marciano in buon ordine con le armi in pugno, rianima, per un momento, gli altri combattenti disseminati sulle pendici del pianoro. Ma le linee inglesi non flettono e respingono con vigore i nuovi attacchi francesi a colpi di mitraglia. L’annuncio del ripiegamento della Guardia si diffonde, a quel punto, nell’esercito, provocando una ritirata generale. Napoleone ha ormai a sua disposizione appena tre battaglioni, che fa disporre in quadrato. Uno di essi è comandato dal generale Cambronne, che si trova, a cavallo, nel mezzo dei suoi uomini. I suoi uomini, baionetta innestata, tentano di respingere le cariche della cavalleria inglese e subiscono il fuoco dell’artiglieria avversaria. Napoleone abbandona le sue truppe e il battaglione guidato da Cambronne viene a costituire l’ultimo “quadrato” che cerca di resistere alla valanga nemica. Dopo che un generale inglese ha chiesto due volte ai Francesi di arrendersi, ottenendo la doppia risposta negativa di Cambronne, il fuoco riprende con maggiore vigore. I ranghi francesi vengono decimati e Cambronne, che ormai combatte disteso a terra, viene colpito alla fronte da un proiettile, una ferita che lo metterà fuori combattimento fino alla cattura da parte degli Inglesi.<br />
Il generale ha effettivamente pronunciato la frase e la parolaccia che gli vengono attribuite? Ferito seriamente, Cambronne non può riferire il racconto degli ultimi assalti inglesi. Eppure, sei giorni dopo la battaglia, il <em>Journal General</em> riferisce dell’eroica resistenza che hanno opposto gli ultimi “quadrati” e indica nel generale Cambronne l’autore di questa espressione, destinata a diventare famosa: «La Guardia imperiale muore ma non si arrende!» In quel momento nessun soldato imperiale è ancora arrivato a Parigi e, la sera stessa, la medesima informazione viene ripresa da un’altra testata. Nel giro di poco tempo la notizia fa il giro della capitale francese. La frase sarebbe stata pertanto inventata di sana pianta, probabilmente da un giornalista in cerca di sensazionalismo, un certo Michel-Nicolas Balison de Rougemont (1781-1840).</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>E se fosse stato il generale Michel?</b></h3>
<p style="text-align: justify;">La frase si basa comunque su un sentimento condiviso, che tende a rendere omaggio al ruolo tenuto dalla Guardia nel corso della battaglia, e, più in generale, durante tutto il periodo dell’Impero. Due giorni più tardi, i Comitati della Federazione parigina decidono di erigere un monumento dedicato “ai valorosi della Guardia imperiale morti il 18 giugno”, sul quale viene riportata la frase, già diventata celebre. Essa viene ulteriormente citata alla Camera dei Rappresentanti il 28 giugno seguente; il deputato della Correze, Penieres, l’attribuisce in quella sede a Cambronne. Va comunque sottolineato che, a quella data, tutti ignoravano la sorte toccata al generale, considerato morto sul campo di battaglia.<br />
Questa citazione contribuisce in gran parte a formare la leggenda della Guardia. Essa va incontro a un grande successo, tanto da essere ripresa in poemi e viene anche utilizzata per illustrare diverse rappresentazioni degli ultimi istanti della battaglia, disegnate dall’incisore Hippolyte Bellangé e da Horace Vernet. Cambronne, rientrato in Francia, qualche mese dopo i fatti, negherà sempre di aver pronunciato queste parole. Nonostante ciò, le stesse parole vengono incise alla base della statua che la città di Nantes gli dedica dopo la morte. Non senza sollevare polemiche. In effetti, gli eredi del generale Claude Etienne Michel, morto a Waterloo, avevano rivendicato per il loro genitore la paternità delle parole. Venti anni più tardi, nel giugno 1862, quando Victor Hugo riporta d’attualità la <em>querelle</em>, un certo Antoine Deleau, veterano di Waterloo (venticinquenne all’epoca dei fatti), fornisce una testimonianza nella quale attribuisce a Cambronne, sia la frase, sia la parolaccia. La sua testimonianza viene garantita da alte autorità civili e militari. La dichiarazione, rimbalzata su numerosi giornali, procurerà a Deleau la croce della Legion d’Onore nel luglio 1862. Nessuno sembra però accorgersi che Deleau non apparteneva al battaglione comandato dal generale Cambronne. Ma il veterano aveva ascoltato così tante volte il racconto di questa storia da averla fatta sua come se fosse stato presente.<br />
E Cambronne cosa aveva detto? Nel 1815, mentre era ancora prigioniero in Inghilterra, dichiarò: «Io non ho detto quello che mi viene attribuito, ho risposto un’altra cosa…» Qualche anno più tardi preciserà di «aver pronunciato delle parole, forse meno brillanti, ma di una energia decisamente più soldatesca». L’imprecazione «Merde!» non doveva sembrargli un titolo di gloria, dal momento che era entrato a far parte della nobiltà borbonica e che si era sposato con una inglese. Quanto a Victor Hugo, lo scrittore non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione di utilizzare l’imprecazione di Cambronne per scatenarsi in uno dei paragoni favoriti fra il primo e il secondo impero: «Cambronne a Waterloo ha sotterrato il Primo Impero con una parola nella quale è nato il Secondo!».</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><br />
Stéphane Calvet, <em>Cambronne, la légende de Waterloo</em>, Paris, Vendémiaire, 2016<br />
Alfredo Accatino, <em>Gli insulti hanno fatto la storia</em>, Milano, Piemme, 2005</p>
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		<title>WILLIAM SIDNEY SMITH, AMMIRAGLIO ALL’OMBRA DI NELSON</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Feb 2020 08:03:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi &#8211; Personaggio eccentrico e assetato di gloria, fu ingiustamente posto nell’oblio dal vincitore di Trafalgar. Ma Smith fu il vero incubo di Napoleone, che di lui disse: “Quest’uomo mi ha fatto mancare la mia fortuna”. ♦ A Thirst for Glory, “Una sete di gloria”. Così si intitola &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><i>di Massimo Iacopi &#8211; </i></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><i>Personaggio eccentrico e assetato di gloria, fu ingiustamente posto nell’oblio dal vincitore di Trafalgar. Ma Smith fu il vero incubo di Napoleone, che di lui disse: “Quest’uomo mi ha fatto mancare la mia fortuna”.</i></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;"><em>A Thirst for Glory</em>, “Una sete di gloria”. Così si intitola la bella biografia di William Sidney Smith, scritta da Tom Pocock e pubblicata nel 1996. Sir Sidney Smith (1674-1840) non è stato semplicemente un marinaio pieno di ambizione, conosciuto per le sue rocambolesche azioni, è stato anche, dopo la Campagna d’Egitto (1798-1801), il principale avversario di Napoleone Bonaparte, che ha tenuto in scacco a San Giovanni d’Acri, in Siria, e il grande rivale di Horatio Nelson, proprio nel momento in cui la popolarità del vincitore di Abukir (1° agosto 1798) iniziava a svilupparsi. Cosa rimane oggi del ricordo di questo marinaio? In Inghilterra, una statua in marmo all’entrata del Museo Marittimo di Greenwich e nulla più. Per mettere meglio in luce la sua figura, occorre evocare l’omaggio ufficiale reso dai marinai inglesi e francesi il 21 maggio 1999… nel cimitero monumentale Père-Lachaise di Parigi. In effetti, è proprio nella capitale francese che l’ammiraglio ha trascorso gli ultimi anni della sua vita e dove è morto, il 26 maggio 1840. I suoi eredi gli hanno dedicato un monumento importante con un bassorilievo in marmo tratto da un ritratto di David d’Angers.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Strano destino!</h3>
<p style="text-align: justify;">Questo singolare marinaio, che conosceva bene la Francia e dominava perfettamente la lingua francese, non godeva di una buona reputazione presso i Transalpini. Essa era legata all’occupazione di Tolone, nel 1793 e all’incendio della flotta francese rimasta nel porto. Smith all’epoca aveva diretto le operazioni. Questa immagine, per certi aspetti in penombra, l’accompagnerà lungo tutto il percorso della sua carriera. Ma proprio per questo motivo sorprende il fatto di vederlo stabilirsi in Francia dopo la Restaurazione. L’ammiraglio condusse a Parigi una vita sociale molto attiva, interessandosi di attività umanitarie, fondando, ad esempio, con l’approvazione del re Luigi Filippo, una Società Generale dei Naufragi.Tre fatti della sua vita meritano, comunque, le nostre attenzioni. Il primo è l’assedio di Tolone. Smith, ufficiale ventinovenne della Royal Navy, lascia la marina turca dove aveva servito come volontario, per raggiungere, su una nave acquistata a Smirne, la squadra dell’ammiraglio Sir Samuel Hood, che nel frattempo si era impadronito del porto di guerra francese su sollecitazione dei monarchici francesi. L’occupazione inglese avviene senza opposizione, ma scatena una forte reazione della Convenzione contro la “città infame”. La riconquista di Tolone sarà lunga e sanguinosa. Nel dicembre 1793 l’ammiraglio Hood, bombardato dall’artiglieria agli ordini di Napoleone Bonaparte, viene costretto a evacuare d’urgenza il porto e a distruggere numerosi magazzini. Più grave risulterà l’ordine di mettere a fuoco l’arsenale e le navi francesi alla fonda nella rada. Smith avrebbe avuto da Hood l’ordine di attivare l’incendio; un lavoro che porterà a termine con coscienza e meticolosità. Il bilancio è spaventoso e si conclude con la distruzione di 10 vascelli di linea, 2 fregate e 2 corvette. Smith si sarebbe poi lamentato di non aver avuto tempo a sufficienza per fare meglio!Divenuto celebre, verrà salutato a Londra come l’autore “del più glorioso avvenimento di questa campagna”. Ma il sinistro compito al quale Sidney Smith si era dedicato con zelo nella notte dal 17 al 18 dicembre 1793 gli verrà sempre rimproverato dai francesi.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Prigioniero a Parigi</h3>
<p style="text-align: justify;">Il secondo aspetto della vita di Sidney Smith è degno di un romanzo d’avventura. Dopo Tolone, Smith viene impiegato in missioni di spionaggio, in special modo sulle coste della Manica. A bordo della fregata <em>Diamond </em>tenta di agganciare e di rimorchiare il battello corsaro <em>Vengeur</em>, che rientrava nel porto di Havre. Un marinaio francese però riesce a tagliare il cavo; una all’inseguimento l’altra, le navi vanno alla deriva per effetto della marea. A quel punto, diversi battelli leggeri francesi riescono ad avvicinare la fregata inglese, in difficoltà, che viene presa. La cattura del commodoro inglese suscita una grande eco. Il giornale <em>Moniteur </em>del 4 floreale dell’anno IV (23 aprile 1796) riporta l’avvenimento: “Finalmente abbiano nelle nostre mani Sidney Smith, l’incendiario inglese che ha bruciato i nostri vascelli a Tolone, lo stesso che ha tentato, qualche tempo fa, di mettere a fuoco ai magazzini e le strutture di Le Havre; colui, che, in poche parole, aveva promesso e giurato a William Pitt di trasformare tutti i nostri porti e la nostra marina in un cumulo di ceneri”. Smith, prigioniero, viene messo in prigione a Parigi nella torre del Tempio, dove qualche tempo prima era stata rinchiusa la famiglia reale. Il governo francese rifiuta tutte le proposte britanniche di scambio di prigionieri e Sidney Smith rimane due anni dietro le sbarre prima di evadere in modo rocambolesco. L’agente monarchico Antoine Le Picard de Phelippeaux, rientrato dall’emigrazione e vecchio compagno di studi di Napoleone nella Scuola Militare di Parigi, riesce, con l’aiuto di diversi complici, a far evadere il commodoro dalla sua residenza coatta, proprio qualche giorno prima della partenza della spedizione in Egitto. L’agente utilizza un falso ordine con intestazione e firma di George René Pleville Le Pelley, ministro della Marina, nel quale si comanda il trasporto del prigioniero a Fontainebleau. L’evasione riesce e i due arrivano prima a Rouen e quindi a Le Havre, da dove, con un battello da pesca, riescono a raggiungere la fregata inglese <em>Argo</em>.<br />
A Londra viene riservata un’accoglienza entusiasta a Sidney Smith, che farà attribuire a Phelippeaux il grado di colonnello. Entrambi partono, poi, per San Giovanni d’Acri, piazzaforte turca assediata da Bonaparte dal 20 gennaio al 21 marzo 1799.</p>
<h3 style="text-align: justify;">San Giovanni d’Acri e Sudamerica</h3>
<div id="attachment_9293" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2020/02/Sir_William_Sidney_Smith_by_John_Eckstein.jpg"><img class=" wp-image-9293 " alt="L'Ammiraglio Smith nell'Assedio di San Giovanni d'Acri." src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2020/02/Sir_William_Sidney_Smith_by_John_Eckstein-622x1024.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>L&#8217;ammiraglio Smith nell&#8217;assedio di San Giovanni d&#8217;Acri.</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">La città palestinese possiede solide mura, difese dalle forze turche dell’emiro Ahmed al Djazzar Pasha. Gli Inglesi preferiscono appoggiare la guarnigione di San Giovanni d’Acri: per la parte terrestre il compito è affidato a Philippeaux, mentre la difesa navale viene affidata allo Smith, che dispone di due vascelli, di una fregata e di una decina di avvisi. L’ammiraglio francese Jean Baptiste Perrée, riesce comunque a catturare tutte le navi turche che cercano di entrare in porto, sfuggendo allo stesso tempo alla squadra di Smith. Nonostante questi aspetti positivi per l’esercito francese, le forze inglesi e turche, riunite nella piazzaforte, continuano la loro resistenza.<br />
Dopo 60 giorni di assedio Bonaparte è costretto a ritirarsi e rientra al Cairo con un esercito decimato dalla peste e spossato dall’attraversamento del deserto.<br />
Le considerazioni di Napoleone tratte dal <em>Memoriale di Sant’Elena</em> sul fallimento a San Giovanni d’Acri, senza il quale “la faccia del mondo avrebbe potuto cambiare”, hanno contribuito alla gloria di Sidney Smith. Questi in effetti, si presenta come il vincitore di Napoleone, mentre, nei fatti, pur se pericoloso e tenace, è stato solo uno degli avversari di Napoleone. Da questa resistenza e dalla ritirata dei Francesi Smith trae molta sicurezza e fierezza, ipotizzando persino di condurre un’operazione su Alessandria, ma la sua condotta verrà censurata per aver oltrepassato le decisioni del governo inglese. Egli scopre, soprattutto, che deve condividere l’ammirazione del pubblico con il vero eroe del momento, Horatio Nelson, appena aureolato dalle vittorie di Abukir (1798) e Copenhagen (1801). Tutti e due ricevono un omaggio nazionale in occasione di un grande banchetto il 2 giugno 1802 a Londra, ma Nelson sorpasserà di gran lunga in popolarità Sidney Smith, che appare agli occhi dell’establishment una personalità superficiale ed egocentrica. Nelson, per contro, viene ammirato soprattutto per il suo coraggio e la sua umanità.<br />
Da quel momento Sidney Smith non avrà più l’occasione di esibirsi in azioni spettacolari. Continuerà, tuttavia, a servire il suo paese, prima come rappresentante di Rochester alla Camera dei Comuni e quindi in missioni marittime.<br />
Fra queste vale la pena di ricordarne almeno due: la prima, che si svolge nella primavera del 1807 e che viene denominata “l’affare dei Dardanelli”. La squadra inglese viene inviata in questa zona per minacciare il sultano Selim III, che si è appena alleato alla Francia; la forza navale inglese è agli ordini dell’ammiraglio John Thomas Duckworth, con Sidney Smith come assistente e consigliere. La campagna, in cui, per gelosia di Duckworth, lo Smith avrà un ruolo secondario, si concluderà nell’estate del 1807 con una coraggiosa ritirata della flotta inglese da Costantinopoli attraverso i Dardanelli, sotto il fuoco nemico.<br />
La seconda missione si svolge nel novembre dello stesso anno: essa consentirà al principe reggente e alla famiglia reale portoghese (spodestata da Napoleone) di raggiungere il Brasile. Smith, di fatto, organizzerà anche la fuga della flotta portoghese verso Rio de Janeiro, all’epoca colonia portoghese. Egli, contrariamente agli ordini ricevuti, aveva progettato anche un attacco alle colonie spagnole in Sudamerica con il concorso della flotta portoghese, ma prima di poter attuare il suo piano verrà richiamato in patria. Qui riceve grandi acclamazioni popolari per le sue azioni e verrà trattato come un eroe, ma il governo continuerà a sospettare di lui non riconoscendogli alcuna onorificenza ufficiale. Questa operazione costituisce una delle ultime grandi missioni all’estero di Sidney Smith.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Dal Mediterraneo a Parigi</h3>
<p style="text-align: justify;">Nominato contrammiraglio nel 1805, Smith era stato nuovamente inviato nel Mediterraneo sotto il comando dell&#8217;ammiraglio Cuthbert Collingwood, che aveva assunto la carica di comandante in capo della flotta del Mediterraneo a seguito della morte di Nelson a Trafalgar. Anche in questa occasione i ripetuti dissidi con il comandante in capo gli procureranno l’esonero dal comando della forza navale da sbarco e la sua sostituzione con il generale John Moore. Il 31 luglio del 1810 consegue la promozione a Vice Ammiraglio, ma non riuscirà più a ottenere i grandi comandi nei quali aveva sperato. Ne proverà una grande delusione, perché continuerà, anche tardivamente, a sollecitare l’Ammiragliato con richieste per ottenere un comando in mare e riprendere servizio. Tentativi che, però, non avranno esito.<br />
Infine, nel luglio del 1812 è inviato ancora una volta in missione nel Mediterraneo a bordo della sua nuova nave ammiraglia da 74 cannoni, <em>Tremendous</em>, come comandante in seconda del viceammiraglio, Edward Pellew, visconte di Exmouth. Il suo compito era quello di bloccare il porto di Tolone e per questo egli si trasferisce su una nave più potente, il vascello di prima classe da 110 cannoni <em>Hibernia</em>. Il blocco sarà lungo e noioso, poiché i Francesi non faranno alcun tentativo per affrontare la flotta inglese.<br />
La delusione per non aver ricevuto un comando adeguato alla sua altezza, è forse il motivo che lo induce a stabilirsi definitivamente in Francia dopo il congedo. Al momento della Restaurazione Smith si lancia ancora in azioni umanitarie e interviene per la liberazione degli Europei tenuti in schiavitù negli stati barbareschi. La sua azione troverà un’importante risonanza pubblica, a seguito dei buoni risultati della spedizione condotta contro Algeri dall’ammiraglio Edward Pellew: nel 1816 verranno infatti liberati un migliaio di prigionieri cristiani. Dopo la morte, nel 1826, della moglie Carolina Rumbold (sposata nell’ottobre 1810 e vedova di un diplomatico e agente dello spionaggio, Sir George Rumbold, con il quale aveva collaborato), Sidney Smith continua a condurre una vita sociale attiva, essendosi ben adattato alla vita in Francia e a Parigi. Colpito da una paralisi totale, muore il 26 maggio 1840 all’età di 76 anni. Le sue esequie vengono organizzate con molta pompa da un suo nipote, il capitano William Smith, che sembra essere il solo membro della famiglia con il quale l’ammiraglio era rimasto in contatto.<br />
Sir Sidney Smith può essere ricordato come un personaggio importante, un po’ eccentrico, che ha operato in un periodo storico turbolento, un eroe assetato di gloria e di ambizione, i cui successi in Medio Oriente sembrano, per certi aspetti annunciare quelli futuri di Lawrence d’Arabia.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Pocock Tom, <em>A Thirst for Glory: the Life of Admiral Sir Sidney Smith</em>, London, Aurum, 1996.</p>
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		<title>POZZO DI BORGO, IL CÒRSO NEMICO DI NAPOLEONE</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Jan 2020 07:55:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi - Lontano cugino di Bonaparte, metterà il suo talento diplomatico al servizio dello zar di Russia contro l’imperatore dei Francesi. Sostenitore di Pasquale Paoli assumerà un ruolo decisivo nella caduta di Napoleone nel 1814, quando convincerà lo zar a marciare su Parigi. Carlo Andrea Pozzo di Borgo &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Massimo Iacopi -</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Lontano cugino di Bonaparte, metterà il suo talento diplomatico al servizio dello zar di Russia contro l’imperatore dei Francesi. Sostenitore di Pasquale Paoli assumerà un ruolo decisivo nella caduta di Napoleone nel 1814, quando convincerà lo zar a marciare su Parigi.</em> </strong></p>
<div id="attachment_9181" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2020/01/Pozzo_di_Borgo.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-9181" alt="Pozzo di Borgo" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2020/01/Pozzo_di_Borgo-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Carlo Andrea Pozzo di Borgo</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Carlo Andrea Pozzo di Borgo è stato, secondo molti storici, un personaggio di rilievo nella storia contemporanea. Karl Marx lo ha definito, forse con un po’ di esagerazione, “il più grande diplomatico di tutti i tempi”. Ambasciatore dello zar Alessandro I a Parigi dal 1815 al 1834, quindi a Londra dal 1835 al 1839, Pozzo di Borgo nasce nel 1764 ad Alata, poco lontano da Ajaccio, in Corsica. E’ il figlio di un allevatore di ovini discendente dalla vecchia nobiltà isolana. Cresciuto da uno zio prete, studia inizialmente nel convento di Vico e quindi nel Collegio Reale di Ajaccio, presso i parenti di Napoleone, di cui era un cugino di 5° grado, “nutrito dalla Madame Mere” per usare l’espressione dello stesso Napoleone. Sia i Pozzo di Borgo che i Bonaparte erano eredi di due famiglie fedeli a Pasquale Paoli nel suo tentativo indipendentista e Carlo Andrea conobbe assai bene, oltre a Giuseppe Bonaparte, anche Napoleone. Tra l’altro, Carlo Maria Bonaparte aveva addirittura servito come aiutante di campo del Paoli nella battaglia di Pontenuovo del 9 maggio <a title="1769" href="https://it.wikipedia.org/wiki/1769"><span style="color: #000000;">1769</span></a>, che segnò la sconfitta dei Còrsi e l&#8217;esilio del Paoli, imbarcatosi a <a title="Porto Vecchio" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Porto_Vecchio"><span style="color: #000000;">Porto Vecchio</span></a> il 13 giugno di quell&#8217;anno.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Sebbene carente di grandi risorse finanziarie, Carlo Andrea riuscirà a frequentare, secondo una vecchia tradizione della nobiltà corsa, l’Università di Pisa, dove sarà compagno di studi di Giuseppe Bonaparte e dove conseguirà, nel 1787, il dottorato in Legge sotto la guida del professor Tosi.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Chi è dunque Pozzo di Borgo? Un uomo che, da buon còrso, era animato da forte spirito di clan, aveva una memoria da elefante e soprattutto non dimenticava facilmente i torti subiti. “Un gigante”, dichiara Honoré de Balzac. “Il signor Pozzo di Borgo è un uomo di grande spirito, francese come Bonaparte, contro il quale nutre un odio che è stato l’unica passione della sua vita”. “Un odio da corso”, ha lasciato scritto il ministro degli esteri francese Charles Maurice de Talleyrand Perigord, che lo ha conosciuto così come lo hanno conosciuto il principe Klemens von Metternich e lo zar Alessandro I.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Secondo Adele d’Osmond, contessa de Boigne, che lo ha incontrato a Londra, l’uomo è poco “civilizzato”. La dama lo trova alquanto rustico. Ma nonostante ciò la sua intelligenza ha contribuito a cambiare il destino dell’Impero francese, dell’Europa e del mondo, secondo le stesse affermazioni di Napoleone.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><b>Pozzo e la Rivoluzione</b></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Al momento della Rivoluzione francese Pozzo è un gentiluomo della nobiltà, esattamente il contrario di Pasquale Paoli, che è nipote di un mugnaio. Il giovane còrso, molto legato alla città di Roma, dove i suoi antenati hanno comandato la guardia pontificia, è molto lontano dal sistema di pensiero pre-democratico del vecchio Paoli.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Il suo debutto politico avviene nel 1791 con l’elezione a deputato (delegato) della Corsica all’Assemblea Legislativa di Parigi. Inizialmente gli viene affidata, grazie all’appoggio di Paoli, la redazione di uno speciale documento di lamentele (<i>cahier de doléances</i>): non senza ragione, tenuto conto che nel 1789 l&#8217;Assemblea, su sollecitazione del deputato Antonio Cristoforo Saliceti [1], aveva dichiarato la Corsica parte integrante del regno di Francia e vi aveva esteso i diritti e le leggi francesi; inoltre, era stato autorizzato il ritorno dei fuorusciti còrsi, vietando ogni loro persecuzione. In questo periodo Pozzo, sebbene schierato fra i moderati sui banchi della destra, si dichiara ammiratore del paese dei Diritti dell’Uomo, ma si oppone fermamente a provvedimenti quali quello della <i>Costituzione civile del clero</i>. Di fronte alle sommosse del giugno 1792 e all’arresto del re a Varennes, egli è costretto, nell’agosto dello stesso anno, a fuggire, anche in concomitanza della svolta rivoluzionaria della prima Comune di Parigi e la proclamazione della Repubblica: in fin dei conti Pozzo era rimasto convinto assertore delle sue idee monarchiche: posizione estremamente pericolosa nella Parigi di quel tempo.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><b>Il rientro in Corsica e l’esilio</b></span></h3>
<div id="attachment_9182" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2020/01/Antoine_de_Marcenay_de_Ghuy_-_Le_Général_Paoli.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-9182" alt="Pasquale Paoli" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2020/01/Antoine_de_Marcenay_de_Ghuy_-_Le_Général_Paoli-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Pasquale Paoli</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Di fronte agli sviluppi rivoluzionari e fortunatamente prima dei massacri del settembre 1792, Carlo Andrea decide di rientrare in Corsica, accolto calorosamente da Pasquale Paoli, luogotenente generale delle forze militari dell’isola, che lo nomina Capo del Governo (Procuratore Generale Sindaco) della Corsica.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Durante questo periodo Paoli e Pozzo di Borgo organizzano, per conto del governo francese, una prima fallita invasione della Sardegna, affidata all’ammiraglio Laurent Truguet, con la collaborazione dei Bonaparte ed un reggimento di volontari còrsi, guidati dal nipote dello stesso Paoli [2]. Dopo un secondo fallito tentativo di invadere la Sardegna (obiettivo: conquista dell’arcipelago della Maddalena) con la collaborazione dei Bonaparte, i rapporti fra i due iniziano a deteriorarsi. Nel corso di questa spedizione [3] si mettono in luce Napoleone Bonaparte, che nel frattempo era stato promosso tenente colonnello e posto al comando di un reggimento di volontari corsi, e, da parte piemontese, il nocchiero di 1a classe Domenico Leoni, alias Millelire, che sarà la prima medaglia d’oro delle forze armate italiane.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Proprio in questo periodo si consuma la rottura politica con i Bonaparte, rimasti filofrancesi. Sulla base delle dure critiche contenute nella relazione di Napoleone al Ministero della Guerra di Parigi (nelle quali egli lamentava viltà e tradimento), il giacobino còrso Bartolomeo Arena (già Commissario politico nella fallita spedizione di Cagliari) presenta denuncia formale contro Paoli e Pozzo di Borgo alla Convenzione Nazionale, che, a sua volta, convoca gli accusati per rispondere sui fatti. Saggiamente, Paoli rifiuta di rispondere davanti alla Commissione e la Convenzione ne decreta, nell’aprile 1793, l’arresto. Davanti a questa situazione di fatto, Paoli sceglie di accettare la protezione della flotta inglese che, agli ordini di Orazio Nelson, provvede nel corso dello stesso anno all’occupazione dell’isola.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Pozzo, nel 1794, si schiera con Paoli [4] dalla parte degli Inglesi e proprio nel corso dello stesso anno, dopo la dichiarazione di secessione dell’isola dalla Francia, verrà nominato Presidente del Consiglio di Stato del governo anglo-corso, dal viceré inglese Sir Gilbert Elliot Murray Kynynmound, conte di Minto. L’11 giugno 1794 Napoleone e i suoi familiari sono costretti a lasciare la Corsica [5], da Bastia per Tolone, e Pozzo di Borgo emette un decreto di confisca dei beni dei fuoriusciti, compresi i Bonaparte, in quanto “traditori della Patria”.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Dopo il fallimento del Regno anglo-còrso e la riconquista francese della Corsica nell’ottobre 1796, Pozzo di Borgo vive otto anni in terra d’esilio, mentre, condannato dalla Convenzione, subisce a sua volta la confisca dei beni in quanto “nobile emigrato”. Dopo un breve periodo a Roma, sorvegliato strettamente dai giacobini, si trasferisce in Inghilterra sotto la protezione di Elliot, che lo farà incontrare in Scozia con il futuro re Carlo X Borbone. Recatosi nel 1801 a Vienna al seguito di Elliot, incaricato di una missione speciale, Pozzo conosce il diplomatico russo conte Andrey Razumovsky, il principe di Metternich e il principe polacco Adam Jerzy Czartorysky.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Diplomatico in missione per lo zar e nuovo esilio</span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nel 1804, dopo l’incoronazione di Napoleone, Carlo Andrea offre i suoi servizi allo zar Alessandro I e viene accolto alla corte di San Pietroburgo grazie all’intercessione del principe Czartorysky. Da quel momento inizia a viaggiare un po’ per tutta l’Europa a nome della Russia. Lo si ritrova a San Pietroburgo e a Mosca; a Mittau con il futuro Luigi XVIII Borbone; a Vienna nel 1805, dove ricopre un ruolo importante nella stipula dell&#8217;alleanza austro-russa che porterà alla sconfitta di Austerlitz; a Napoli, nel dopo Austerlitz, come Commissario russo presso gli anglo-napoletani; nel 1806 a Berlino come commissario presso l’esercito prussiano; di nuovo a Vienna presso l’imperatore e l’arciduca Carlo; a Costantinopoli, nel 1807, con una prestigiosa missione presso il sultano Selim III, che sotto la pressione dell’ambasciatore francese di origine còrsa, Orazio Sebastiani, aveva dichiarato guerra l’anno prima alla Russia; a Corfù, dove si imbarca per assistere al combattimento navale del Monte Athos contro la flotta turca (giugno 1807).</span><br />
<span style="color: #000000;"> La pace di Tilsit (7 luglio 1807) cambia le carte in tavola. Napoleone e Alessandro I diventano amici e così Pozzo è di nuovo costretto a fare le valige. Dimesso dal servizio, deve abbandonare l’uniforme di colonnello dell’esercito zarista rifugiandosi nuovamente a Vienna (presso Metternich), dove frequenta assiduamente tutti i salotti antinapoleonici. Nel 1810, dopo il matrimonio, cade sulla testa di Pozzo di Borgo un’altra tegola: a seguito del matrimonio con Maria Luisa d’Asburgo Lorena, Napoleone inoltra una formale richiesta di estradizione per l’esule còrso alla corte di Vienna. Il generale Johann Philip von Stadion lo avverte e, sembra, su indicazione del principe Metternich, gli suggerisce di raggiungere l’Inghilterra, l’unica nazione di una potenza ancora indipendente da Parigi. Eccolo dunque, cacciato da Vienna, raggiungere nuovamente Londra.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Nel periodo trascorso in Inghilterra, Pozzo di Borgo inizia a scrivere le sue Memorie, tracciando un bilancio dell’impero napoleonico. Secondo Pozzo, solo entrando a Parigi gli Alleati potranno battere l’imperatore. L’ambasciatore riuscirà a far comprendere l’importanza di un passo simile allo zar.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Il mancato rispetto del trattato di Tilsit da parte della Russia sarà la scintilla che spingerà Napoleone, il 24 giugno 1812, a varcare il Niemen e a invadere la Russia.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Di nuovo al servizio dello zar<strong> </strong></span></h3>
<div id="attachment_9183" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2020/01/Alexander_I_of_Russia_by_F.Kruger_1837_Hermitage.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-9183" alt="Lo zar Alessandro I" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2020/01/Alexander_I_of_Russia_by_F.Kruger_1837_Hermitage-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Lo zar Alessandro I</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Richiamato in servizio nel corso dello stesso anno dallo zar Alessandro I, in pieno inverno, Pozzo di Borgo raggiunge Stoccolma, per una missione iniziale in Svezia. L’abile diplomatico riuscirà a staccare Jean Baptiste Bernadotte, re di Svezia, dall’alleanza con Napoleone e allo stesso tempo a riallacciare i contatti con i vecchi amici di un tempo, cominciando a seminare il dubbio tra i diversi membri della famiglia Bonaparte.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Dopo la disastrosa ritirata della Grande Armée e la vittoriosa battaglia di Lipsia dell’ottobre 1813, il feldmaresciallo Karl Schwarzenberg e il generale prussiano Gebhard Leberecht von Blücher, alla guida delle truppe dell’alleanza austro-russo-prussiana, entrano in territorio francese dando inizio alla Campagna di Francia del 1814. Il 31 marzo Pozzo di Borgo entra a Parigi, al seguito dello zar e subito dopo verrà inviato a Londra per accompagnare il rientro in Francia di Luigi XVIII Borbone. Intanto Napoleone abdica a Fontainebleau, a premessa della firma della Pace di Parigi nel maggio seguente. Nominato infine Commissario Generale del Governo Provvisorio, il nostro sosterrà attivamente Luigi XVIII, che lo nominerà conte (1816) e pari di Francia (1818).</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Il congresso di Vienna, i 100 giorni e la Restaurazione</span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">A Pozzo di Borgo l’esilio di Napoleone all’isola d’Elba appare immediatamente una scelta poco appropriata, per il fatto di trovarsi a poca distanza dal continente. Le sue preoccupazioni si avverano con i 100 giorni (20 marzo-22 giugno 1815).</span><br />
<span style="color: #000000;"> Ritornato dal 1815 al servizio dello Zar Alessandro, questi lo invia alle sedute del Congresso di Vienna. Durante i Cento Giorni raggiunge Luigi XVIII in Belgio, in qualità di rappresentante dello zar presso il generale Arthur Wellesley, duca di Wellington, ma con scarsi risultati pratici.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Il 15 giugno 1815 a Waterloo Pozzo vede Napoleone per l’ultima volta, da lontano con il binocolo e durante la battaglia, investito dalla cavalleria del colonnello Crabbé è costretto a fuggire nella boscaglia per salvarsi. E’ proprio a lui che si deve la scelta del luogo definitivo d’esilio per relegarvi l’aquila decaduta.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Nominato ambasciatore di Russia a Parigi con la nuova Restaurazione, Pozzo cerca di ridurre i pesanti obblighi imposti dagli Alleati alla Francia e di accelerare la partenza delle truppe d’occupazione (trattato di Aquisgrana, 1818). Fautore di una politica moderata e cortocircuitato dalla corte francese (Tuileries) dal primo ministro francese Elie Decazes, Pozzo prende parte a tutti i congressi dopo quello di Vienna, fino al congresso di Verona del 1822. Infine, nel 1825, con l’accesso al potere di Carlo X, egli si allontana discretamente, disapprovando gli ultras (ultra realisti) e la politica decisamente reazionaria del sovrano, che porteranno alla rivoluzione del luglio 1830. Nel 1827, Carlo Andrea Pozzo di Borgo diviene conte ereditario dell’Impero Russo, con un <i>ukase</i> dello zar Nicola I.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Di nuovo ambasciatore a Londra e la fine</span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">La rivoluzione del luglio 1830 consente a Pozzo di appoggiare re Luigi Filippo, che, grazie ai suoi buoni uffici sarà riconosciuto anche dallo zar Nicola I. Nel 1832, però, i cattivi rapporti fra Luigi Filippo e lo zar determineranno il richiamo di Pozzo di Borgo a San Pietroburgo, a motivo della sua presunta eccessiva francofilia. Agli inizi del 1835 Pozzo viene nuovamente destinato in Inghilterra quale ambasciatore russo presso la corte di San Giacomo a Londra, in sostituzione del principe russo lituano Christoph Heinrich von Lieven.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Nel 1839, all’età di 75 anni, Pozzo chiede le dimissioni dal servizio diplomatico e si ritira a Parigi dove ha l’occasione, nel 1840 di assistere al ritorno in Francia delle ceneri del suo acerrimo nemico. Installatosi in un magnifico palazzo privato (Hotel de Soyecourt), in Rue de l’Universitè, dove fa costruire una sontuosa galleria delle Feste, muore a Parigi il 15 febbraio 1842, poco più di 20 anni dopo il suo grande nemico: Napoleone. Qualche maldicente farà circolare la seguente frase: “Pozzo è morto. Il diavolo l’ha accolto e gli ha detto: Tu hai superato tutte le mie aspettative”. Verrà sepolto nel cimitero monumentale parigino di Pére Lachaise, sull’altra riva della Senna, sempre di fronte a Napoleone.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Note</span></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">[1] Uomo politico corso originario da famiglia originaria di Piacenza, nasce a Saliceto, in Corsica, si laurea nell’Università di Pisa in Giurisprudenza e viene eletto deputato per il Terzo Stato nella circoscrizione di Bastia. Entrato a far parte della Costituente, propone all’Assemblea l’annessione dell’isola nel 1789. Partecipa successivamente alla cacciata di Pasquale Paoli dalla Corsica e alla conquista di Tolone, insieme a Napoleone. Entrato a far parte del governo di Robespierre, aiuta Napoleone ad ottenere il comando della divisione d’artiglieria e la promozione a divisionario. Salvato da Napoleone alla morte di Robespierre, ne diviene uno dei più fedeli sostenitori, iniziando una efficace attività nei servizi segreti francesi e nelle attività di polizia, specie come agente infiltrato in Italia per suscitare ribellioni filo-francesi. Dopo aver preso parte all’insurrezione di Bologna del 1794, nella quale troveranno la morte i patrioti Giovanni Battista de Rolandis e Luigi Zamboni, viene nominato ambasciatore francese a Lucca e, nel 1806, ministro di polizia a Napoli. Uomo di carattere duro e scostante, secondo Guy de Maupassant “aveva imparato da Robespierre la freddezza assoluta, lo ‘sguardo di ghiaccio’, il mai manifestare alcuna emozione. Era un attore raffinato e staccato. Sapeva essere accondiscendente e poi impietoso, inflessibile ed inesorabile&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">[2] Sbarcati presso Cagliari l&#8217;8 gennaio 1793, i Còrsi vennero accolti a cannonate. Risposero bombardando la città e, alcuni giorni dopo, sbarcarono al forte di Sant&#8217;Elia, dove vennero respinti e costretti a reimbarcarsi in grande disordine. Il 17 febbraio, sorpresi da una tempesta faranno nuovamente vela verso la Corsica.</p>
<p style="text-align: justify;">[3] Affidata, per incarico del Paoli, al nipote Pietro Paolo Colonna de Cesari Rocca. Le truppe, circa 800 uomini (compresi 150 regolari francesi), partono da Bonifacio il 22 febbraio 1793 e conquistano di sorpresa l&#8217;isolotto di Santo Stefano, da dove, il 24 febbraio seguente, l&#8217;artiglieria comandata dal Bonaparte, inizia a bombardare La Maddalena, difesa da 150 soldati e 300 miliziani. Questi riescono a rispondere con una certa efficacia, grazie ad una batteria piazzata sulla punta meridionale di Caprera e comandata da nocchiero di 1a classe Domenico Leoni, alias Millelire, a sua volta sostenuto da due navigli e da una batteria sita dalla parte di Palau. La notte fra il 25 e il 26 l&#8217;equipaggio dell&#8217;unica corvetta francese si ammutina, comunicando agli altri la sua volontà di rientrare a Bonifacio. A questo punto il Colonna de Cesari e Napoleone, sospese le operazioni, sono costretti a reimbarcarsi, abbandonando a terra anche i cannoni.</p>
<p style="text-align: justify;">[4] La politica dell&#8217;isola era gravemente condizionata dai tre partiti principali: ai tradizionali indipendentisti si erano aggiunti (per divisione del partito francese) i monarchici fedeli al Borbone e i giacobini. Nelle sue memorie, il Pozzo ricorda come tali divisioni derivassero “meno da divergenze ideologiche, che dall&#8217;ambizione che portava le diverse famiglie di notabili ad affermarsi nel piccolo quadro (così ristretto) della Corsica”. In particolare, Pozzo era rimasto fedele al partito indipendentista del Paoli. Al contrario, i fratelli Bonaparte, memori della scelta filofrancese operata dal padre Carlo Maria (almeno dal 20 settembre 1769, quando aveva accettato la nomina ad assessore della corte reale – l&#8217;amministrazione borbonica – di Ajaccio e del suo distretto), erano divenuti paladini del partito giacobino. Probabilmente, alla definitiva rottura dei rapporti contribuì anche la morte dei due vecchi alleati: Carlo Maria Bonaparte era morto nel 1785 e Giuseppe Maria Pozzo di Borgo il 7 giugno 1781, nella natia Alata.</p>
<p style="text-align: justify;">[5] Il 17 aprile 1794 Paoli rivolge un appello al popolo còrso, affinché difenda la propria patria e i propri diritti e, il 10 giugno seguente, una Consulta generale nella città di Corte proclama Paoli “Babbu di a Patria” e le famiglie Buonaparte ed Arena verranno additate al pubblico disprezzo. Soprattutto, l&#8217;assemblea giura fedeltà al re d&#8217;Inghilterra e alla costituzione che quel monarca aveva offerto ai Còrsi. Questa prevedeva un parlamento e un viceré. Da segnalare che l&#8217;italiano ne era la lingua ufficiale. Governatore venne nominato il conte Gilbert Elliot e Pozzo Presidente del Consiglio di Stato: la più alta figura politica dell&#8217;isola.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>DUMAS, IL GENERALE “MULATTO” DI NAPOLEONE</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Dec 2019 13:57:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi - Vita e carriera militare di Alexandre Dumas, mulatto nato schiavo e primo generale di colore dell’esercito francese. Durante la Rivoluzione Francese diventerà intimo amico di Napoleone. È stato il padre e il nonno dei due omonimi scrittori. Molti conoscono, in linea di massima, Thomas Alexandre Davy &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Massimo Iacopi -</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Vita e carriera militare di Alexandre Dumas, mulatto nato schiavo e primo generale di colore dell’esercito francese. Durante la Rivoluzione Francese diventerà intimo amico di Napoleone. È stato il padre e il nonno dei due omonimi scrittori.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Molti conoscono, in linea di massima, Thomas Alexandre Davy de la Pailletterie, detto Alexandre Dumas (1762-1806), genitore dello scrittore Alexandre Dumas (padre), a cui avrebbe ispirato il personaggio del Conte di Montecristo. Ma non tutti sanno che il generale Dumas è il figlio illegittimo di un proprietario di piantagione di canna da zucchero di Santo Domingo (Haiti), il marchese di origine normanna Alexandre Antoine Davy de la Pailletterie (1714-1786) e di una delle sue schiave, Maria Cessette Dumas (1714-1786 circa).<br />
Considerato “mulatto”, secondo la classificazione dell’epoca, Thomas Alexandre nasce il 25 marzo 1762 a Jeremie, nella piantagione della Guinaudée di suo padre, nella punta occidentale dell’isola di Santo Domingo.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Colonnello perché “nero” </b></h3>
<div id="attachment_9037" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2019/11/Alexandre_Dumas.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-9037" alt="alexandre_dumas" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2019/11/Alexandre_Dumas-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Alexandre Dumas, dipinto di Olivier Pichat</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Come i suoi tre fratelli e sorelle, egli viene inizialmente venduto come schiavo dal padre, che aveva bisogno di denaro per pagarsi il rientro in Francia. Tuttavia, il marchese riuscirà in un secondo tempo a riacquistarli (riscattarli) e a farli giungere in Francia intorno al 1780. A partire da quel momento Thomas Alexandre vivrà a Parigi come un vero figlio, in mezzo all’elegante gioventù dell’epoca, fra i La Fayette, i Lameth, i Dillon o i Lauzun. Ma, rimasto senza viveri e risorse a seguito di una disputa col padre, Thomas Alexandre decide di partire come semplice soldato. Si arruola il 2 giugno 1786, a 24 anni, nel Reggimento dei Dragoni della Regina, sotto il nome di Alexandre Dumas, optando definitivamente per il cognome di sua madre. Il padre muore qualche giorno dopo la sua partenza. Sulla ragione dell&#8217;abbandono del cognome paterno e del titolo aristocratico esistono due diverse versioni. Secondo la prima, l&#8217;intento era quello di proteggere la reputazione del padre nobile. Secondo l&#8217;altra, suo padre era in procinto di sposare una donna francese e questo non piaceva ad Alexandre (poiché sua madre non era mai stata la legittima moglie del marchese), che, quindi, ne ripudiò il cognome e i privilegi nobiliari.<br />
Il giovane, un colosso di 1 metro e 85 centimetri di altezza, particolarmente dotato per il mestiere delle armi, percorre rapidamente tutti i gradi della gerarchia militare fino a diventare tenente colonnello della Legione franca degli Americani e del Mezzogiorno, il 15 settembre 1792. Questo reparto era stato creato per iniziativa di un certo Julien Raimond, il riferimento e il sobillatore della gente di colore libera di Parigi. Il comando della nuova unità viene affidato a Joseph Bologne Cavaliere di Saint George, un mulatto della Guadalupa, spadaccino, musicista, amico di Luigi Filippo II Duca d’Orleans, mentre Dumas riceve l’incarico di suo aiutante. Oltre alle sue qualità specifiche, sarà anche per il suo colore che Dumas acquisirà rapidamente il grado di tenente colonnello, ma egli non demeriterà mai: le sue vittorie e il suo comportamento repubblicano gli consentiranno di proseguire nella sua ascesa nell’ambiente militare.<br />
Promosso generale di brigata e successivamente generale di divisione, Dumas entra a far parte nell’Armata delle Alpi, di cui diventerà Comandante in capo il 22 dicembre 1793. Assegnato al comando delle guide a cavallo dimostra una grande capacità nelle operazioni di “guerriglia” o nella “guerra di montagna”: ricognizioni, informazioni, colpi di mano, resistenza, capacità nel mantenere a lungo le posizioni e a fare lunghe marce. Si illustra in particolare nella conquista dei colli del Piccolo San Bernardo e del Moncenisio nel 1794.<br />
Nell’ottobre del 1796 viene assegnato all’Armata d’Italia di Napoleone Bonaparte. Dopo un alterco con il generale Louis Berthier, che ha minimizzato il ruolo di Dumas nella sua relazione sulla battaglia della Favorita (1797), la divisione Dumas viene disciolta e integrata in quella di Andrea Massena: una vera disgrazia. Tuttavia, Dumas, assegnato all’Armata del Tirolo, ha la possibilità di mettersi nuovamente in luce: il 23 marzo 1797 riesce a impedire un contrattacco austriaco sul ponte di Bressanone. Uccidendo personalmente diversi cavalieri nemici e arrestando da solo uno squadrone di cavalleria austriaca per diversi minuti, Dumas fornisce il tempo ai suoi di raggiungerlo, al prezzo di due sciabolate. Dopo questo episodio di bravura, Bonaparte gli assegnerà il soprannome di “Orazio Coclite del Tirolo”. Gli Austriaci, sconfitti, lo denomineranno “il Diavolo Nero”.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La rottura con Bonaparte</b></h3>
<div id="attachment_9036" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2019/11/Dumas.jpg"><img class=" wp-image-9036" alt="dumas" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2019/11/Dumas.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Dumas sul campo di battaglia</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Oltre agli onori militari, Dumas sembra legarsi personalmente con Bonaparte; si sarebbero proposti di essere mutualmente padrini dei loro primi figli. La spedizione d’Egitto del 1798 li avvicina ancora di più. Bonaparte gli affida il comando della cavalleria dell’Armata d’Oriente. Dumas è uno dei primi a entrare ad Alessandria, dove la sua figura e il suo colorito bruno fanno una viva impressione sugli abitanti. Bonaparte decide di trarne profitto, utilizzandolo nell’avanguardia dell’esercito. Dumas avrà una parte attiva nella repressione della rivolta del Cairo, il 21-22 ottobre del 1798.<br />
Le relazioni fra i due uomini avevano però iniziato a degradarsi durante la terribile marcia forzata da Alessandria al Cairo, nel luglio 1798, nel corso della quale molti uomini muoiono di sfinimento e di fame. L’evento suscita la censura di diversi generali, fra i quali, Dumas, appunto, Lannes, Murat, Desaix, Kleber, che, tra l’altro, accusano Bonaparte di voler “restaurare una monarchia” al Cairo.<br />
Sebbene infuriato e intenzionato a denunciarlo per diserzione, Bonaparte accetta la richiesta di Dumas di rientrare in Francia. Egli lascia Alessandria il 7 marzo 1799 e sbarca a Taranto, costretto da una tempesta. Qui viene fatto prigioniero dai soldati del Regno delle Due Sicilie, che lo terranno in cattività e in ostaggio fino a 5 aprile 1801. Trattato con poco riguardo durante la prigionia, Dumas viene liberato al ritorno della pace in Europa. Il fisico è debilitato: è storpiato nella gamba destra, sordo nell’orecchio destro, paralizzato nella guancia sinistra e quasi cieco nell’occhio destro, oltre a soffrire di un’ulcera allo stomaco, che finirà per ucciderlo. Va sottolineato anche il fatto che, nei due anni di carcere, la Francia non tentò mai di negoziare il suo rilascio e, al ritorno in patria, non gli verrà neppure assegnata una pensione. Di fatto, Napoleone non gli perdonerà mai il suo orgoglio e Dumas non rientrerà mai più in servizio attivo.<br />
Sotto il Consolato Dumas è, come centinaia di ufficiali, vittima di licenziamento. Viene posto in congedo forzato il 13 settembre 1802. Nonostante le ripetute sollecitazioni, Dumas non otterrà più un comando operativo. Il suo stato di salute ha avuto maggiore rilievo in questo suo congedo, molto di più della sua posizione politica, anche se saranno proprio gli ufficiali ostili al nuovo regime che verranno prioritariamente messi da parte. Il generale Dumas riceve una pensione di congedo di 4 mila franchi, fatto che gli assicura una certa agiatezza. Tuttavia, perseguitato dall’odio di Berthier, Dumas non riceverà mai gli arretrati della paga dovuti per le campagne cui partecipò e per la prigionia in Italia.<br />
In fin dei conti, Dumas è stato più vittima dei suoi sentimenti repubblicani che del colore della sua pelle. Questa avrebbe, comunque, potuto nuocergli. Nel contesto di una politica diventata globalmente ostile alla gente di colore (fra cui la reintroduzione della schiavitù il 16 luglio 1802) sarà solo grazie a una deroga che Dumas potrà sfuggire al bando di Napoleone che impone ai soldati e agli ufficiali di colore di risiedere nella regione militare di Parigi. Egli stesso risiede effettivamente nella zona interessata dal divieto, a Villers Cotterets, insieme alla moglie Maria Luisa Elisabetta Labouret, sposata nel 1792. Dumas muore il 26 febbraio 1806.</p>
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<p><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong></p>
<p>Ernest d&#8217;Hauterive, <em>Le Général Alexandre Dumas, soldat de la Révolution</em> &#8211; Paris, 1897<br />
Tom Reiss, <em>Dumas, le comte noir: Gloire, Révolution, Trahison: l&#8217;histoire du vrai comte de Monte-Cristo</em> &#8211; Paris, Flammarion, 2013<br />
Claude Ribbe, <em>Alexandre Dumas, le dragon de la Reine</em> &#8211; Paris, éditions du Rocher, 2002.</p>
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		<title>SIEYÈS, LA MENTE SOTTILE DELLA RIVOLUZIONE</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Jun 2018 07:01:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Giancarlo Ferraris - &#160; Sacerdote curioso di studi filosofici e scientifici, fu il teorico di uno Stato nuovo basato sull’essere cittadini, sulla rappresentanza parlamentare, sull’uguaglianza davanti alla legge, sul bene comune e sul rifiuto degli interessi di parte. Tuttavia, consentì la conquista del potere di Napoleone e lo stravolgimento &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="center"><b>di Giancarlo Ferraris</b><b> -</b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Sacerdote curioso di studi filosofici e scientifici, fu il teorico di uno Stato nuovo basato sull’essere cittadini, sulla rappresentanza parlamentare, sull’uguaglianza davanti alla legge, sul bene comune e sul rifiuto degli interessi di parte. Tuttavia, consentì la conquista del potere di Napoleone e lo stravolgimento della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino.</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La famiglia e la formazione culturale</b></h3>
<p style="text-align: justify;">La Rivoluzione francese, lo abbiamo già detto nell’articolo dedicato a Mirabeau, è piena di paradossi: nobili che sposano la causa rivoluzionaria, strenui sostenitori della libertà che si trasformano in dittatori sanguinari, eserciti che da difensori della patria diventano invasori e conquistatori di altri popoli. A questa categoria, anche piuttosto vasta, di personaggi e di eventi appartiene sicuramente Emmanuel Joseph Sieyès, abate, politico, costituzionalista nonché teorico di quella rivoluzione che alla fine del Settecento sconvolse la Francia e l’Europa intera. Emmanuel Joseph Sieyès nacque in una famiglia della piccola borghesia a Fréjus, una località della regione della Provenza nella Francia meridionale, il 3 maggio 1748. Il padre Honorè, esattore delle tasse, e la madre Anne erano convinti che il piccolo Emmanuel Joseph sarebbe diventato un ottimo prete mentre lui, al contrario, desiderava intraprendere la carriera militare per diventare artigliere. Naturalmente i genitori ebbero la meglio e così Emmanuel Joseph, nel 1762, a quattordici anni, entrò nel Seminario di Saint-Sulpice a Parigi dove, lo scrisse più tardi in una sorta di autobiografia, visse costantemente afflitto da una profonda malinconia, che appare ben evidente in un ritratto di quel periodo, accompagnata però da una indomabile energia stoica destinata, quest’ultima, a diventare quella tenacissima flemma che negli anni della Rivoluzione contraddistinse tutti i suoi interventi in materia politica e giuridica. Dopo aver conseguito la laurea in teologia alla Sorbona ed essere stato ordinato sacerdote nel 1772, divenne canonico a Tréguier, in Bretagna e successivamente cancelliere presso la cattedrale di Chartres. Sia negli anni del seminario che in quelli successivi Sieyès coltivò gli studi filosofici e scientifici, leggendo avidamente, tra le altre, le opere di John Locke, Condillac, Charles Bonnet e Voltaire, senza comunque mai trascurare la musica, un’altra sua grande passione. Ebbe anche modo di frequentare gli enciclopedisti durante i numerosi viaggi che, dopo essere diventato consigliere della Camera Sovrana del Clero, compì in lungo e in largo per la Francia. L’adesione di Emmanuel Joseph Sieyès alle idee rivoluzionarie fu immediata. Nel 1788, l’anno precedente lo scoppio della Rivoluzione, si stabilì a Parigi ed iniziò a dedicarsi completamente alla politica.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Il teorico della Rivoluzione</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Tra il dicembre 1788 e il gennaio 1789 Sieyès pubblicò tre <em>pamphlet </em>anonimi che contenevano alcune delle idee chiave della imminente Rivoluzione francese e che divennero subito molto noti. Il primo di essi, il <em>Saggio sui privilegi</em>, è sostanzialmente un attacco ai privilegi della nobiltà. Il secondo, <em>Sugli Stati Generali</em>, contiene un invito rivolto a tutti i rappresentanti delle classi sociali della Francia dell’epoca, nobiltà, clero e Terzo Stato cioè la borghesia e il popolo, a trasformare gli Stati Generali in una Assemblea Nazionale. Il terzo, <em>Che cos’è il Terzo Stato?</em>, mette in discussione l’intero ordinamento politico, economico e sociale della Francia settecentesca e si scaglia palesemente contro la classe nobiliare, affermando nello stesso tempo che i rappresentanti della borghesia e del popolo devono porre le basi per creare un nuovo regime. L’<em>incipit</em> del <em>pamphlet</em>, fulminante, è uno dei più noti di tutta la storia: «Che cos’è il Terzo Stato? Tutto. Che cosa è stato finora nell’ordinamento politico? Nulla. Che cosa chiede? Di diventare qualcosa».<br />
Sieyés, in sostanza, nel suo scritto dà le indicazioni per costruire uno Stato nuovo basato sull’essere cittadini, sulla rappresentanza parlamentare, sull’uguaglianza davanti alla legge, sul bene comune e sul rifiuto degli interessi di parte. Nell’ambito del <i>pamphlet </i>possiamo individuare alcuni punti chiave, che ispirarono di lì a poco i rivoluzionari nella loro opera di demolizione del vecchio regime:<i><br />
</i></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il Terzo Stato comprende la maggior parte della popolazione e svolge tutte le attività produttive.<br />
Il Terzo Stato basta a sé stesso, può fare a meno della Nobiltà e senza di essa starebbe meglio.<br />
La Nobiltà è un Ordine privilegiato che vive sulle spalle del Terzo Stato senza produrre nulla.<br />
Finora il Terzo Stato non ha avuto alcun peso politico, ma ora rivendica il peso che gli spetta.<br />
I principi che dovrebbero guidare una Nazione sono l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e il bene comune.<br />
Essi devono essere tradotti in una Costituzione, scritta da un corpo di delegati che rappresenti la Nazione intera.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, di seguito, alcuni passi salienti del <i>pamphlet</i>.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La Nobiltà è solo un peso per il Terzo Stato&#8221;<br />
<em>Chi dunque oserebbe dire che il Terzo Stato non ha in sé tutto ciò che occorre per formare una Nazione completa? Esso è l’uomo forte e robusto con un braccio ancora in catene. Se si eliminasse l’Ordine privilegiato, la Nazione non sarebbe qualcosa di meno, ma qualcosa di più. Di conseguenza, cosa è il Terzo [Stato]? Tutto, ma un tutto ostacolato e oppresso. Cosa sarebbe [il Terzo] senza l’Ordine privilegiato? Tutto, ma un tutto libero e fiorente. Nulla può procedere senza di lui, tutto andrebbe molto meglio senza gli altri.</em><i> </i></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Il Terzo Stato è l’insieme dei cittadini senza privilegi&#8221;<br />
<em>Per Terzo Stato si deve intendere l’insieme dei Cittadini appartenenti all’Ordine comune. Tutto ciò che, in qualsiasi modo, è privilegiato per Legge esce dall’ordine comune e, di conseguenza, non fa parte del Terzo Stato. L’hanno detto una legge comune e una rappresentanza comune, ecco ciò che fa una nazione. </em></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Le richieste del popolo&#8221;<br />
<em>Il Popolo vuole essere qualcosa e in verità il minimo che sia possibile. Esso vuole avere 1° veri Rappresentanti agli Stati Generali, cioè Deputati provenienti dal suo Ordine, che siano abili interpreti della sua speranza e difensori dei suoi interessi. Ma cosa gli servirebbe assistere agli Stati Generali se vi predominasse l’interesse contrario al suo? Con la sua presenza non farebbe che consacrare l’oppressione di cui sarebbe un’eterna vittima. Così è sicuro che non può andare a votare agli Stati Generali se non vi può avere un’influenza almeno eguale a quella dei Privilegiati; a tal fine chiede 2° un numero di Rappresentanti uguale a quello degli altri due Ordini messi insieme. Infine, questa uguaglianza di rappresentanza diventerebbe perfettamente illusoria se ogni Camera votasse separatamente. Quindi, il Terzo Stato chiede 3° che i voti vi siano calcolati per testa e non per ordine.</em></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Tutti i cittadini hanno uguali diritti politici&#8221;<br />
<em>[..] Il diritto a farsi rappresentare appartiene ai Cittadini a causa delle comuni qualità, non a causa di quelle che li differenziano. I vantaggi che differenziano i Cittadini sono al di là del carattere di Cittadino. Le disuguaglianze di proprietà e di attività sono come le disuguaglianze di età, sesso, statura, colore, etc. Esse non snaturano per niente l’eguaglianza del civismo; i diritti del civismo non possono collegarsi a delle differenze. I vantaggi particolari sono indubbiamente sotto la salvaguardia della Legge, ma non spetta al legislatore crearne di questo tipo, attribuendo privilegi ad alcuni e rifiutandoli ad altri. La legge non accorda nulla, ma protegge ciò che già esiste fino al momento in cui l’esistente comincia a nuocere all’interesse comune.</em></p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La carriera politica e giuridica</b></h3>
<div id="attachment_7574" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2018/05/Jacques-Louis_David_-_Portrait_of_Emmanuel-Joseph_Sieyès_-_WGA06098.jpg"><img class=" wp-image-7574 " alt="Emmanuel-Joseph Sieyès, di Jacques-Louis David" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2018/05/Jacques-Louis_David_-_Portrait_of_Emmanuel-Joseph_Sieyès_-_WGA06098.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text">Emmanuel-Joseph Sieyès, <em>di Jacques-Louis David</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Il successo del <em>pamphlet</em> di Sieyés presso la borghesia fu enorme e gli valse l’elezione a deputato del Terzo Stato all’assemblea degli Stati Generali. Fu l’inizio di una lunga, intelligente e raffinata carriera politica e giuridica. Il 20 giugno 1789, dopo il sostanziale fallimento degli Stati Generali che erano stati convocati dal re Luigi XVI agli inizi di maggio per risolvere la drammatica situazione sociale ed economica in cui versava la Francia, Emmanuel Joseph Sieyés, insieme a pochi altri deputati del Terzo Stato, scrisse il celebre <em>Giuramento della Pallacorda</em>: in base ad esso i rappresentanti della borghesia e del popolo di Francia, che tre giorni prima si erano costituiti in Assemblea Nazionale Costituente e si erano attribuiti il diritto di legiferare in materia fiscale, giurarono solennemente «di non separarsi mai e di riunirsi ovunque le circostanze l&#8217;avrebbero richiesto, fino a che non fosse stata stabilita e affermata su solide fondamenta una Costituzione per il Regno di Francia».<br />
Grande fu il contributo di Sieyés alla stesura della Costituzione del 3 settembre 1791 la quale prevedeva un regime monarchico non più assoluto, dal momento che la sovranità apparteneva alla nazione francese. Secondo la nuova Costituzione il sovrano deteneva soltanto il potere esecutivo mentre quello legislativo veniva esercitato da un parlamento denominato Assemblea Nazionale Legislativa eletto ogni due anni da un corpo limitato di elettori che provvedeva anche ad eleggere le magistrature. Fu proprio Sieyés a scindere il concetto di diritti naturali dell’uomo in diritti civili (o passivi), riconosciuti a tutti i cittadini, e in diritti politici (o attivi), riconosciuti solo ai cittadini titolari di un certo reddito. I diritti politici erano riservati ai «veri azionisti della grande impresa sociale», vale a dire a coloro i quali erano in grado di versare nelle casse statali un contributo diretto non inferiore al valore di tre giornate di lavoro. Per diventare membri dell’Assemblea Nazionale Legislativa era poi necessario essere proprietari terrieri.<br />
Oltre a partecipare alla stesura della Costituzione del 1791 Sieyés si batté contro il diritto di veto del re, in virtù del quale il sovrano poteva bloccare le decisioni parlamentari, e contribuì alla suddivisione della Francia in dipartimenti. Restò invece deluso e amareggiato quando l’Assemblea respinse le sue proposte di suddividere l’Assemblea stessa in due camere sul modello del parlamento inglese e di mantenere le decime ecclesiastiche dopo aver nazionalizzato i beni del clero. Precedentemente Sieyés aveva aderito alla Costituzione civile del clero (1790), l’atto con cui l’Assemblea Nazionale Costituente aveva modificato in senso gallicano (autonomia dal sommo pontefice e rafforzamento della Chiesa nazionale) i rapporti tra la Francia e la Chiesa di Roma, incorrendo così nella sospensione <em>a divinis</em> con la conseguente riduzione allo stato laicale. A questa condizione Sieyés sarebbe comunque incorso, essendo membro della loggia massonica Les Neuf Soeurs di Parigi e all’obbedienza del Grande Oriente di Francia.<br />
Verso la fine del 1791, improvvisamente, Emmanuel Joseph Sieyès si allontanò dalla scena politica ritirandosi in campagna. Vi ritornò nel settembre 1792, quando venne eletto deputato del Terzo Stato in rappresentanza della Sarthe, un territorio della regione Paesi della Loira. Nonostante fosse favorevole alla creazione di una monarchia costituzionale, durante il processo a Luigi XVI si schierò contro il sovrano tanto che nel gennaio 1793 votò la sua condanna a morte. Nei drammatici mesi successivi all’esecuzione di Luigi XVI che videro un profondo radicalizzarsi della Rivoluzione francese &#8211; dall’ampliarsi della guerra contro l’Europa monarchica all’esplosione della rivolta in Vandea all’inizio del Terrore &#8211; Sieyès scomparve nuovamente dalla scena politica. Ruppe il silenzio solo in un’occasione, il 10 novembre 1793, quando nel clima della campagna di scristianizzazione condotta dai cordiglieri arrabbiati di Jacques-René Hébert, abiurò al cattolicesimo o meglio, come disse lui stesso, dichiarò, approfittando della festa della Dea Ragione, che non riconosceva nessun altro culto se non quello della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità e nessuna altra religione se non l’amore dell’umanità e della patria. Nel periodo del Terrore rimase totalmente nell’ombra, preoccupandosi soltanto di salvare la propria vita. Celebre una frase che avrebbe detto ad un servitore in quei mesi cupi: «Se dovesse venire monsieur Robespierre ditegli che non ci sono».<br />
Dopo il 9 termidoro 1794, che vide la caduta di Maximilien Robespierre, Sieyès non tornò subito alla ribalta anzi non volle minimamente collaborare con i termidoriani alla stesura della nuova Costituzione del 1795, la quale prevedeva l’esistenza di un corpo legislativo bicamerale (il Consiglio dei Cinquecento e il Consiglio degli Anziani), di un organo esecutivo (il Direttorio) e di magistrature elettive. Le sue parole furono ben chiare: «Ho studiato profondamente la materia, ma voi non mi capireste, perciò non ho nulla da dirvi».<br />
Nonostante questo rifiuto, alla fine Sieyés riprese ad occuparsi di politica, entrando a far parte del Consiglio dei Cinquecento, ma non del Direttorio. Nel 1797 subì un attentato, fallito, messo in atto da un monarchico che non gli perdonava il fatto di aver votato a favore della condanna a morte del re Luigi XVI. L’episodio produsse una grande emozione popolare che permise a Sieyès di presentarsi agli occhi dei francesi come uno dei fondatori della Repubblica. Nel 1798 fu inviato in qualità di ambasciatore di Francia in Prussia, a Berlino, dove allacciò fecondi rapporti con il mondo culturale germanico che lo stimava notevolmente per le sue doti politiche e intellettuali. Nella primavera del 1799 fece ritorno a Parigi. Il 16 maggio entrò a far parte del Direttorio sostituendo il deputato Jean-François Reubell, che era stato estromesso dal governo con l’accusa di essere responsabile delle sconfitte subite dall’esercito francese nella guerra contro l’Europa monarchica. Sieyés si illuse di poter dare alla Francia il modello di Costituzione che aveva in mente: un esecutivo stabile e forte, sorretto da deputati che non sarebbero stati eletti, ma cooptati in liste di notabili costituite dal popolo mediante il suffragio universale. Sieyés sapeva perfettamente che per rivedere la Costituzione del 1795 attraverso la procedura legale sarebbero stati necessari almeno dieci anni e proprio per questo motivo pensò ad una via molto più breve: il colpo di Stato militare. Il 18 brumaio (9 novembre) 1799 il giovane generale Napoleone Bonaparte attuò il colpo di stato che Sieyés desiderava, ponendo fine al Direttorio e dando vita al Consolato guidato dallo stesso Bonaparte, Pierre-Roger Ducos e Sieyés, il quale venne nominato supervisore di due commissioni costituzionali. Paradossalmente Emmanuel Joseph Sieyès, che da ragazzo sognava di diventare artigliere, vide, una volta diventato console, svanire il sogno della sua Costituzione ad opera di Napoleone Bonaparte, che era stato realmente ufficiale di artiglieria. La successiva Costituzione del 1799, modellata su un potere esecutivo fortissimo esercitato da tre consoli, manteneva una parvenza di democrazia rivoluzionaria, ma affidava tutto il potere effettivo al primo console Napoleone Bonaparte, violando così palesemente la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789. Da parte sua Bonaparte si dimostrò riconoscente nei confronti di Sieyès al quale, oltre a conferire la Legion d’Onore e il titolo di conte, regalò la tranquillità di chi è stato messo in disparte. Nel 1815, dopo la caduta di Napoleone e il ritorno della dinastia dei Borboni, Emmanuel Joseph Sieyès fu bandito dalla Francia dal momento che aveva votato per la condanna a morte di Luigi XVI durante la Rivoluzione. Stabilitosi in Belgio, ritornò in patria soltanto dopo la rivoluzione del 1830. Morì a Parigi il 20 giugno 1836.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em><br />
A. Bigeon, <i>Sieyès</i><em>, l&#8217;homme et le constituant</em>, Parigi, 1893<br />
F. Furet &#8211; D. Richet,<em> La Rivoluzione francese</em>, trad. it., Bari, 1974<br />
A. Mathiez, <em>La Révolution et la théorie de la dictature</em> in <em>Revue Historique</em>, Parigi, 1929<br />
E. J. Sieyès, <em>Che cos’è il Terzo Stato?</em> a cura di Umberto Cerroni, Roma, 1992<br />
G. Van Deusen,<em> Sieyès. His life and his nationalism</em>, New York, 1932</p>
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		<title>MADAME DE STAËL, &#8220;PASIONARIA&#8221; DELLA LIBERTÀ</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Apr 2018 08:07:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Max Trimurti - Scrittrice e animatrice di salotti, la figlia del finanziere Jacques Necker fu anche donna di grandi passioni politiche e sentimentali. &#160; Iniziatrice, con l’amico Chateaubriand, del Romanticismo in Francia, Madame de Staël Holstein ha raggiunto la celebrità grazie alle sue opere letterarie e all’opposizione a Napoleone &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Max Trimurti -</p>
<p><em><strong>Scrittrice e animatrice di salotti, la figlia del finanziere Jacques Necker fu anche donna di grandi passioni politiche e sentimentali.</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Iniziatrice, con l’amico Chateaubriand, del Romanticismo in Francia, Madame de Staël Holstein ha raggiunto la celebrità grazie alle sue opere letterarie e all’opposizione a Napoleone Bonaparte. La scrittrice non amava “le donne che vogliono fare gli uomini” e non sopportava la “metafisica dei sentimenti e il disordine dello spirito”. La sua inesauribile attività, il suo esilio forzato attraverso l’Europa delle nazioni che amava, i suoi amori tormentati ne fanno un personaggio fuori dal comune nel panorama culturale europeo a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo.<br />
Nel corso degli anni ’60 del XVIII secolo la figlia di un pastore del cantone del Vaud, Suzanne Curchod si era insedia a Parigi come dama di compagnia presso una vedova, dove aveva incontrato Jacques Necker, il figlio di un avvocato di origine prussiana con attività nel settore bancario. Affascinata da quello che allora era solo un incaricato d’affari delle Repubblica di Ginevra presso la corte di Francia, la donna lo sposò e gli diede una figlia, Germaine, nata nel 1766. Attenta alla sua educazione, Suzanne si impegnò a dispensare alla figlia “<i>amabile ma non bella”</i>, ma molto precoce, un’istruzione enciclopedica. La giovane, vero prodigio di erudizione, si mise subito in evidenza come persona brillante, riuscendo a suscitare la curiosità degli ospiti del salone dei genitori, dove si incontravano enciclopedisti e scienziati desiderosi di farsi vedere in casa del Direttore Generale delle Finanze di Luigi XVI.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Sposata con l’ambasciatore di Svezia</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Nel 1786, al termine di laboriose trattative, Germaine viene fatta sposare al barone de Staël Holstein, di 17 anni più vecchio, ambasciatore di Gustavo III di Svezia a Versailles. Si tratta di un uomo freddo e indebitato, che conta sulla fortuna dei Necker per pagare i propri creditori. Egli ha comunque il merito di essere protestante e di poter offrire un titolo di nobiltà a una famiglia la cui ricchezza non esclude la ricerca di un certo prestigio sociale. L’animo romantico della giovane donna ventenne viene rapidamente deluso dal suo sposo, dal quale Germaine si attendeva una esaltazione permanente, rinnovata senza sosta dalla passione. Un passione che cercherà invano per tutta la vita presso i suoi numerosi amanti, che tormenterà con il suo comportamento da dominatrice: “Mai sono stata amata come io amo”, ebbe a dire a proposito dello slancio passionale che metteva nelle questioni di cuore. Da quel momento Madame de Staël consacra le sue debordanti energie alla vita di società. Ma non presso la Corte, dove ha perso l’autorizzazione all’ingresso e ha subito le prime umiliazioni mondane: viene criticata per la scarsa avvenenza e per le sue arie di grande dama. E’ proprio a Parigi che Germaine si mette in luce, gestendo un Salone come i suoi genitori e cimentandosi con successo nella scrittura, che per lei rappresenta un vera valvola di sfogo (Le <i>Lettere sulle opere e il carattere di Jean Jacques Rousseau </i>sono del 1788).<br />
Germaine gioisce quando il padre viene chiamato al potere nel 1788, a spese di Lomenie de Brienne, e si entusiasma per gli Stati Generali che, convocati a Versailles nel maggio 1789, determineranno, tuttavia, il fallimento di Necker. Interessandosi di politica, Germaine diventa l’Egeria dei “costituzionali”, un cenacolo informale di intellettuali liberali affascinati dal modello inglese. Ma le posizioni all’Assemblea nazionale costituente si irrigidiscono e Necker, giudicato troppo prudente, finisce per dare le dimissioni nell’agosto del 1790, rimettendoci due milioni di lire prestate di tasca propria al Tesoro Reale… e che la figlia reclamerà invano per tutta la vita. Necker, quindi, si stabilisce nella proprietà Coppet, acquistata qualche anno prima sulle rive del Lago Lemano, dove la figlia si reca spesso pur continuando a seguire attivamente gli avvenimenti della capitale. Germaine si inquieta per il peso politico crescente dei Giacobini, critica la costituzione adottata nel settembre 1791 perché prevede una sola assemblea e denuncia la prospettiva di una possibile guerra. Le ultime settimane della monarchia la vedono dispiegare una incredibile energia: sembra che Germaine abbia impostato un piano rocambolesco per far fuggire la famiglia reale dalle Tuileries. Quando il palazzo viene attaccato nella notte del 10 agosto 1792, percorre con coraggio le strade per salvare conoscenti e amici dal furore popolare.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Dalla Rivoluzione a Bonaparte</b></h3>
<div id="attachment_7370" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2018/03/Marie_Louise_Elisabeth_Vigée-Lebrun_001.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-7370" alt="Ritratto di Madame de Staël come Corinna, di Élisabeth Vigée Le Brun" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2018/03/Marie_Louise_Elisabeth_Vigée-Lebrun_001-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Ritratto di Madame de Staël come Corinna,<em> di Élisabeth Vigée Le Brun</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Mentre il Terrore si abbatte sulla Francia, iniziano per Madame de Staël mesi difficili. In Inghilterra come in Svizzera, dove trova rifugio, la donna viene considerata un’agitatrice la cui presenza crea problemi alle autorità. In esilio continua a mostrarsi terribilmente eccessiva con i suoi amanti passati così come con le avventure del momento, scrivendo loro quotidianamente lettere tanto imploranti quanto vendicative, dove si alternano dichiarazioni infiammate con ricatti e minacce di suicidio. Mentre la donna si annoia a Coppet, nonostante la produzione letteraria (<i>Riflessioni sulla pace interiore</i>, 1795;<i> Dell’influenza delle passioni sulla felicità degli individui e delle nazioni</i>, 1796), ha l’occasione di incontrare Benjamin Constant. Affascinata dal suo spirito, la donna resta comunque per lungo tempo indifferente alle sue attenzioni, prima di finire per costituire una coppia straordinaria. La loro relazione, nel senso stretto del termine, durerà solo qualche mese, prima di scivolare in un rapporto tempestoso. Intolleranti l’uno verso l’altro, essi saranno tuttavia incapaci di rompere definitivamente. I due spiriti sono infatti solidali e legati da una stessa ambizione: imporsi nella capitale francese nei circoli letterari e nel mondo politico.<br />
Ma la presenza della donna a Parigi non è tollerata dall’instabile regime del Direttorio, che deve la sua sopravvivenza solo all’annullamento delle elezioni che erano risultate a lui sfavorevoli. Nell’impossibilità di introdurre una monarchia costituzionale, Germaine propugna una Repubblica equilibrata – senza suffragio universale dunque – che dovrebbe essere guidata da persone autorevoli e mantenere le acquisizioni della Rivoluzione senza i suoi eccessi. Fautrice dell’alleanza dei moderati di tutte le tendenze, della libertà politica, della garanzia delle proprietà, acquisite nel 1789 (un campo nel quale Constant specula senza vergogna), finisce per infastidire sia i monarchici sia i giacobini, che denunciano l’aiuto fornito da Germaine agli emigrati. Nel momento in cui il Direttorio ipotizza la possibilità di invadere i Cantoni svizzeri, Madame de Staël interviene per dissuadere Bonaparte, il nuovo braccio armato del regime, da un’azione così avventata. Azione che oltretutto rischierebbe di abrogare i diritti feudali di cui gode il padre nel feudo di Coppet. In quel momento Germaine è letteralmente affascinata dal giovane generale.<br />
L’instaurazione del Consolato dopo il colpo di mano del 18 Brumaio non migliora la situazione. Constant, pronto a sacrificare tutto pur di avere successo, viene nominato al Tribunato, ma utilizza l’Assemblea per pronunciare vere e proprie filippiche contro Bonaparte e l’evoluzione dispotica del suo potere, tanto da esserne allontanato. Germaine continua i suoi lavori di scrittura, ottenendo grande successo con il romanzo epistolare <i>Delfina</i>, ma non nasconde la sua ostilità al regime. La pubblicazione dell’ultima opera di suo padre, <i>Ultime visione della politica e della finanza</i>, molto critica sulla Costituzione dell’anno VIII, arriva l’ingiunzione del regime a lasciare Parigi con il divieto di non avvicinarsi a meno di 160 km.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Sulle strade d’Europa</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Nel 1803 inizia così il suo esilio, con un lungo viaggio oltre Reno per scoprire gli autori del momento e le motivazioni del loro pensiero. Germaine apprende la lingua tedesca presso i precettori dei suoi figli e si interessa ai lavori di Immanuel Kant, una curiosità inusuale in un’epoca in cui la Germania sembrava vivere ancora nel Medioevo e la lingua delle corti era il francese. Preceduta dal successo di <i>Delfina</i>, la donna si ferma a lungo a Weimar, dove incontra Schiller e poi Goethe.<br />
“Lei parla a meraviglia, ma troppo, esageratamente troppo”, dirà della donna l’autore dei <i>Dolori del giovane Werther</i>. Il soggiorno a Berlino, dove scopre Fichte e August Schlegel, è interrotto dalla morte del padre, che l’affligge profondamente e in memoria del quale scriverà una vera e propria agiografia, <i>Del carattere del signor Necker e della sua vita privata</i>. Mentre Napoleone viene incoronato a Notre-Dame, Germaine effettua un breve soggiorno a Coppet prima di attraversare le Alpi per scoprire l’Italia. Mentre la buona società si disputa “questo grand’uomo che si chiama Madame de Staël”, essa rimane meravigliata dalle rovine e dai paesaggi che forniranno il quadro al suo <i>Corinna o l’Italia</i>, dove mette in scena una eroina che muore letteralmente d’amore. Un personaggio che rappresenta l’essenza dei tormenti dell’animo cari al movimento romantico.<br />
Autorizzata a stabilirsi in Francia ad Auxerre, dove la raggiunge il suo giovane amante Prosper de Barante, Madame de Staël subisce le ire imperiali quando si arrischia di raggiungere Parigi. Condannata di nuovo all’esilio sulle rive del lago Lemano, la donna chiede ad amici e amanti di raggiungerla nella bella stagione. Crea un cenacolo letterario, un luogo privilegiato del pensiero europeo dove brilla per la sua conversazione. Stendhal dirà di lei: “è stata la donna più straordinaria, colei che ha condotto la conversazione in francese ed ha portato al più alto grado di perfezione l’arte brillante dell’improvvisazione su qualsiasi argomento scelto”. Un nuovo viaggio, in Austria questa volta, le consente di completare il suo lavoro <i>Della Germania</i>. Nel 1810 Napoleone decreta la confisca e la distruzione di tutti gli esemplari stampati di quest’opera: nel momento del Grande Impero e del dominio francese su tutta l’Europa, non può sopportare di vedere sublimate le qualità dell’animo tedesco, tanto più che Madame de Staël vi propugna esplicitamente l’unità politica della nazione.<br />
Nel frattempo, dopo aver sposato in segreto Albert de Rocca, di 20 anni più giovane di lei (era rimasta vedova nel 1802), Germaine riparte nel 1812 sul cammino dell’esilio per incontrare tutti i nemici di Napoleone: a Mosca, che abbandona prima dell’arrivo della Grande Armée, quindi a San Pietroburgo. Successivamente incontra in Svezia Jean-Baptiste Bernadotte, che vorrebbe vedere sul trono di Francia, quindi si reca in Inghilterra, dove riscuote grandi consensi.<br />
La caduta dell’Impero, che ha desiderato con tutte le sue forze, consente a Germaine di rientrare a Parigi nel maggio 1814, aureolata da uno straordinario prestigio e da una grande autorevolezza morale. Apre di nuovo un Salone che è molto frequentato e si dedica a scrivere le <i>Considerazioni sui principali avvenimenti della Rivoluzione francese</i>. Incapace di serbare rancore, Germaine fa avvisare Napoleone, esiliato nell’isola d’Elba, di un complotto per assassinarlo. Bonaparte gliene sarà riconoscente e dirà davanti a suo fratello Luciano: “Ho avuto torto, Madame de Staël mi ha procurato più nemici nel suo esilio di quanti me ne avrebbe procurati in Francia”.<br />
Il vitalismo di Madame de Staël si interrompe prematuramente a 50 anni, nel 1817, dopo un attacco di paresi indotta probabilmente dall’abuso di oppio. Verrà sinceramente rimpianta dagli spiriti del tempo, che riconosceranno in lei la cultura e il talento di una <em>pasionaria</em> della libertà</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><br />
Ghislain de Diesbach, <em>Madame de Staël</em>, Paris, Perrin, 2017.<br />
Simone Balayé, <em>Madame de Staël, lumières et liberté</em>, Paris, Klincksieck, 1979.<br />
Laurence de Cambronne, <em>Madame de Staël, la femme qui faisait trembler Napoléon</em>, Paris, Allary, 2015.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>LO SCONTRO TRA NAPOLEONE E PAPA PIO VII</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Apr 2017 09:32:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Pio VII]]></category>

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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi - Nonostante la sua indifferenza in materia religiosa Napoleone desidera un accordo con il pontefice per pacificare la Francia. Il Concordato del 1801 è il primo passo, ma non pone fine ai contrasti. Nel 1806, infatti, il conflitto si riaccende&#8230; Il 29 agosto 1799 papa Pio VI &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Massimo Iacopi -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Nonostante la sua indifferenza in materia religiosa Napoleone desidera un accordo con il pontefice per pacificare la Francia. Il Concordato del 1801 è il primo passo, ma non pone fine ai contrasti. Nel 1806, infatti, il conflitto si riaccende&#8230;</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 29 agosto 1799 papa Pio VI muore in prigionia a Valence.</strong> Il potere temporale dei papi è stato abolito ed a Roma, il 15 febbraio 1798, è stata proclamata la Repubblica Romana da parte delle truppe francesi, che hanno invaso lo Stato Pontificio. Le feste civiche soppiantano ormai le cerimonie religiose, gli alberi della libertà sostituiscono le croci e i calvari, e le opere d’arte delle chiese prendono la strada di Parigi. Roma non è più “cristiana” e “l’ultimo papa” è appena morto. La Rivoluzione francese ha spazzato il potere pontificio che aveva resistito a numerose crisi. Ma il vento sembra cambiare direzione: la Repubblica Romana non resiste agli assalti dei Napoletani, anch’essi liberati dalla soggezione ai Francesi, e questi ultimi, dopo il disastro di Novi del 15 agosto 1799, dove viene ucciso il generale Barthelemy Joubert, vengono scacciati dalla maggior parte dell’Italia. Un conclave si riunisce a Venezia, nel convento di San Giorgio, sotto la protezione dell’Austria. Il 14 marzo 1800 i cardinali che si sono potuti riunire eleggono Barnaba Chiaramonti, che assume il nome di Pio VII per affermare la continuità del potere pontificio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Barnaba Chiaramonti, vecchio monaco benedettino,</strong> diventato vescovo di Imola e quindi cardinale, si è opposto alle truppe francesi del generale Pierre François Charles Augerau, duca di Castiglione e quindi all’annessione della sua diocesi alla Repubblica Cisalpina di Milano, creata da Napoleone Bonaparte. In una omelia del Natale del 1797 egli spiega che il regime democratico non è contrario agli insegnamenti del Vangelo, ma non può fare a meno della religione.<br />
Dopo aver fatto il suo ingresso a Roma, ancora occupata dalle truppe napoletane, Pio VII prende coscienza di quanto l’intransigenza del suo predecessore è stata disastrosa per la Chiesa. Egli è pronto a fare delle concessioni ma, per aprire dei negoziati con la Francia, gli occorre una controparte. Fortunatamente, la situazione a Parigi era evoluta alla fine del 1799 e attraverso il colpo di stato del 18 Brumaio Napoleone era diventato Primo Console.<br />
Bonaparte non condivide il fanatismo anti religioso che animava un personaggio come Louis Marie de La Revelliere-Lepeaux nel Direttorio e ha sempre preso le distanze dalla politica di scristianizzazione condotta sotto il Terrore. Un vago deismo, ispirato a Rousseau fa da fondo alle sue convinzioni religiose. Il suo maggior interesse in quel momento è quello di pacificare la Francia. Lo scisma fra preti che hanno giurato e preti refrattari, nato dalla costituzione civile del clero, che voleva dare alla Chiesa di Francia una nuova costituzione senza preoccuparsi dell’accordo del papa, la Guerra della Vandea quindi la separazione fra Stato e Chiesa nel 1795, che completa la rovina di un clero i cui beni erano stati nazionalizzati, non potevano che lasciare tracce profonde.</p>
<div id="attachment_6016" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/03/Allegoria-del-Concordato-del-1801-di-Pierre-Joseph-Célestin-François.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-6016" alt="Allegoria del concordato del 1801, di Pierre Joseph Celestin Francois" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/03/Allegoria-del-Concordato-del-1801-di-Pierre-Joseph-Célestin-François-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Allegoria del concordato del 1801, di Pierre Joseph Celestin Francois</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Appena Pio VII viene eletto papa,</strong> Napoleone si sente abbastanza forte per iniziare dei negoziati con la Santa Sede. Egli ha capito – al contrario dei Costituenti – che nulla di durevole può essere realizzato senza il papa.<br />
Certamente, non si tratta di “rievangelizzare” la Francia, ma di pacificarla, togliendo ai controrivoluzionari l’arma della religione, particolarmente efficace in Vandea. Ben lungi dal separarsi dalla Chiesa, lo Stato deve, al contrario, associarsi ad essa. “Il buon ordine e la sicurezza politica non permettono che si abbandonino le istituzioni della Chiesa a sé stessa”.<br />
Occorre quindi privilegiare il cattolicesimo? Indubbiamente esso ha meglio resistito del protestantesimo, anch’esso colpito dalla politica di scristianizzazione. Ma ci sono gli atei dell’Istituto, i famosi ideologi che prendono le mosse dall’Illuminismo, che sono decisamente ostili a una restaurazione religiosa. Una restaurazione che non desidera né Charles Maurice de Talleyrand Perigord, vescovo spretato, all’epoca Ministro degli Affari esteri, né Joseph Fouché, Ministro della Polizia e vate della scristianizzazione nella regione della Nievre. Coloro che avevano acquisito i beni nazionali – i beni venduti sotto la Rivoluzione – sono preoccupati e inquieti: potrebbero doverli restituire. Infine, l’esercito, i cui quadri provengono dalla Rivoluzione, ringhia in maniera ostile ai fautori della Chiesa.<br />
Bonaparte passa oltre. Contro l’Inghilterra egli ha bisogno di avere dalla sua parte l’opinione dei Belgi e dei Renani, ma anche degli Spagnoli e degli Italiani, rimasti cattolici. L’alleanza con il papa diventa, pertanto, indispensabile.<br />
I negoziati hanno inizio dopo la vittoria di Marengo. La Curia dà il suo accordo all’invio di monsignor Giuseppe Maria Spina a Parigi. Ma essa chiede che il cattolicesimo sia dichiarato religione di Stato e comunque perlomeno religione dominante. Per quanto riguarda i beni della Chiesa venduti come beni nazionali, il papa non reclama la loro restituzione, ma ne esige un indennizzo. Infine il Pio VII non intende abbandonare i vescovi che sono rimasti fedeli a Roma. Come segno di fermezza, il cardinale Ercole Consalvi, Segretario di Stato si reca di persona a Parigi e si trova di fronte l’abate, poi vescovo, Etienne Alexandre Bernier, pacificatore della Vandea, dove era stato commissario generale degli eserciti degli insorti.<br />
L’abate, abile diplomatico, riesce ad ammorbidire la posizione del papa e il risultato sarà il Concordato, che il pontefice accetta di firmare il 15 agosto 1801. Il cattolicesimo viene riconosciuto come la religione della grande maggioranza dei Francesi e una nuova organizzazione viene data alle diocesi, dove il Primo console nomina i vescovi, mentre il papa accorda loro l’investitura canonica. Vescovi e curati prestano giuramento di fedeltà al governo ed in cambio ricevono un sostentamento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A Parigi, le reticenze sono numerose,</strong> all’Institut come tra i militari. Il Senato arriva persino a cooptare l’abate Baptiste Henri Gregoire, il vecchio vescovo costituzionale che aveva criticato il Concordato. Bonaparte, forte di questa opposizione, modifica unilateralmente lo spirito del Concordato aggiungendovi, senza averne preliminarmente discusso col papa, gli articoli organici. Roma non può proclamare alcuna Bolla né inviare in Francia alcun Legato senza l’accordo del governo francese. Il clero sarà dipendente dallo Stato e indipendente dal papa. Parallelamente, viene assegnata una nuova organizzazione ai Protestanti.<br />
Come poteva il papa non essere preoccupato, nonostante la restaurazione del culto?<br />
Napoleone, diventato Imperatore, invita Pio VII a recarsi a Parigi per la cerimonia dell’incoronazione. Egli si riallaccia alla tradizione di Carlo Magno e rinforza la sua legittimità di fronte a Luigi XVIII che non è stato incoronato.<br />
Nella speranza di concessioni da parte di Napoleone sugli articoli organici, Pio VII accetta di recarsi nella Capitale dell’Impero, ma rimane fermo sui principi: quando Giuseppina gli spiega che è sposata solo civilmente con Napoleone, egli esige che il matrimonio religioso sia celebrato nella notte precedente l’incoronazione, incoronazione in cui il suo ruolo resta limitato.<br />
Per contro, il papa non ottiene alcun ammorbidimento degli articoli organici. Si tratta del trionfo del gallicanesimo. L’autorità di Napoleone è senza condivisioni su un clero che in ogni caso si dimostra docile.</p>
<div id="attachment_6015" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/03/Pie_VII_Arrestation_par_le_Général_Radet.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-6015" alt="Pio VII arrestato dal generale Radet la notte del 5-6 luglio1809 - Benoit Lhoest" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/03/Pie_VII_Arrestation_par_le_Général_Radet-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Pio VII arrestato dal generale Radet la notte del 5-6 luglio1809 &#8211; Benoit Lhoest</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sarà per un’altra ragione che scoppierà il conflitto fra il papa e l’imperatore.</strong> Napoleone vuole far entrare lo Stato della Chiesa nel suo sistema di blocco continentale al commercio inglese, ma il papa desidera rimanere neutrale, scatenando la collera di Napoleone. Il litigio si incentra sulla sovranità dello Stato della Chiesa. L’Imperatore scrive al Pio VII, il 13 febbraio 1806: “Vostra<i> </i>Santità è sovrano di Roma, ma io sono l’Imperatore, tutti i miei fastidi debbono essere anche i Suoi”. E poi, il re di Inghilterra non è forse uno scismatico?<br />
Il 21 marzo seguente Pio VII replica in questo modo: “Noi rispondiamo con franchezza apostolica che il Santo Padre non riconosce e non ha mai riconosciuto nei suoi stati alcuna potenza superiore alla sua e che nessun imperatore può accampare diritti su Roma”.<br />
Il 21 gennaio 1808, il generale Sextius Alexandre François de Miollis riceve l’ordine di occupare Roma e gli Stati della Chiesa. Il 17 maggio Napoleone proclama la loro riunione alla Francia. La bandiera francese viene issata su Castel Sant’Angelo, come ai tempi della Repubblica Romana.<br />
Pio VII, anche se distaccato da contingenze materiali, non può rinunciare ai territori ereditati, che sono garanti dell’indipendenza politica del Papato. Il 10 giugno 1809 il pontefice scomunica Napoleone, senza designarlo per nome. La reazione di quest’ultimo non si fa attendere e il 20 giugno scrive: “Io ricevo la notizia che il papa mi ha scomunicato, si tratta di un pazzo furioso che occorre rinchiudere”.<br />
La formula viene forse presa alla lettera dal generale Etienne Radet, che comanda la gendarmeria nella Città Eterna. Egli invade il Quirinale nella notte dal 5 al 6 luglio e a Pio VII viene intimato di rinunciare alla sua sovranità temporale. A seguito del suo rifiuto viene condotto fuori di Roma insieme al cardinale Bartolomeo Pacca. Quest’ultimo sarà detenuto nella Fortezza di Fenestrelle dal 1809 al 1813.<br />
Pio VII viene condotto a Firenze, quindi a Grenoble e infine a Savona, dopo una serie di ordini e di contrordini che evidenziano l’imbarazzo di Napoleone.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pio VII resterà a Savona dal 6 luglio 1809 al 9 giugno 1811.</strong> Nonostante alcune attenzioni, egli si comporta come un prigioniero, ma non si piega nell’animo. Utilizza l’arma imprudentemente fornitagli dal Concordato: l’investitura canonica. Egli la rifiuta ai vescovi nominati da Napoleone, fatto che disorganizza, a poco a poco, la vita delle diocesi, specialmente a Parigi. Egli rifiuta altresì di annullare il matrimonio religioso di Napoleone con Giuseppina.<br />
Tuttavia, l’opinione pubblica rimane indifferente e poco emozionata dall’arresto del papa. La scomunica di Napoleone, nonostante gli sforzi di una società segreta, i Cavalieri della Fede, non riesce a essere propagata. Napoleone, per uscire dal vicolo cieco convoca un Concilio Nazionale a Notre-Dame de Paris, che si risolve in un fallimento.<br />
L’imperatore, che avrebbe desiderato insediare il papa nell’Ile de la Cité di Parigi, ordina il suo trasferimento a Fontainebleau. Sotto minacce, egli ottiene da Pio VII, spossato dalle continue prove, un nuovo Concordato, firmato il 25 gennaio 1813, con il quale viene messa fine alla questione delle investiture canoniche. Ma, contrariamente ai suoi impegni, Napoleone lo farà pubblicare sul “Monitore”. Pio VII reagisce ritornando sui suoi passi. A questo punto, stanco delle continue dispute, Napoleone rimanda il papa a Savona il 21 gennaio 1814 e quindi a Roma.<br />
Pio VII ha vinto. Con le decisioni del Congresso di Vienna egli ritroverà i suoi Stati. Ma il Concordato del 1801 continuerà a essere applicato in Francia fino alla separazione fra Stato e Chiesa del 1905.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><br />
E. E. Y. Hales, <em>Napoleon and the Pope, the story of Napoleon and Pius VII</em>, Londra, 1962.<br />
R. Anderson, <em>Papa Pio VII: la vita, il regno e il conflitto con Napoleone nel periodo seguente alla Rivoluzione francese 1742-1823</em>, Roma, 2000.</p>
<p>&nbsp;</p>
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