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	<title>Storia in Network &#187; Mesopotamia &#124; Storia in Network</title>
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	<description>Magazine di divulgazione storica</description>
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		<title>ASSIRI: UN IMPERO COSTRUITO SUL TERRORE</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Dec 2025 17:50:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Max Trimurti –   Nel IX secolo a.C. gli Assiri ricostituiscono un forza militare conquistatrice. Sottomettono ben presto l’immenso territorio dalla Mesopotamia all’Egitto attraverso un abile impiego di diplomazia e deliberato terrore. Grandi adepti della deportazione, essi sanno mostrarsi anche tolleranti e razionali – senza poter annichilire le resistenze che &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Max Trimurti –</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong><em>Nel IX secolo a.C. gli Assiri ricostituiscono un forza militare conquistatrice. Sottomettono ben presto l’immenso territorio dalla Mesopotamia all’Egitto attraverso un abile impiego di diplomazia e deliberato terrore. Grandi adepti della deportazione, essi sanno mostrarsi anche tolleranti e razionali – senza poter annichilire le resistenze che saranno loro fatali… al primo segno di debolezza. </em></strong></p>
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<p style="text-align: justify;">“I nostri nemici tremano come giunchi nella tempesta”, poiché “non esiste nessuno che non possa essere vinto”. Un avvertimento su un monumento di Ninive &#8211; una delle due capitali assire &#8211; che non poteva essere più chiaro ed esplicito: “Ogni resistenza è vana”. “Guai ai vinti”. Sono parole del temibile Assarhaddon (che regnò dal 680 al 631 a.C.). I nomadi Cimmeriani, gli abitanti di Harrua (Cilicia) e di Sidone ne hanno fatto le spese nei primi anni del suo regno. Poi tocca ai piccoli regni di Fenicia, i cui nobili sono stati costretti a sfilare davanti al loro vincitore, con le teste mozzate dei loro dirigenti appese al collo. Ed ecco che nell’estate del 671, Taharqa, faraone del ricco e potente Egitto, pretende di bloccare la strada al conquistatore. Ma male gliene incolse! Le forze egiziane che attendevano sulla “Via Maris” (la strada che costeggia il Mediterraneo fra la Palestina e il delta del Nilo) si fanno sorprendere a fronti rovesciate: gli invasori passano attraverso il deserto del Sinai, grazie a un sistema di rifornimenti efficiente e con la complicità delle tribù arabe alleate.<br />
In tre battaglie il faraone perde il suo esercito. Spaventato, assediato nel suo palazzo di Memphis, abbandona la moglie, l’harem e il tesoro per fuggire in Alto Egitto. Assarhaddon, per una volta, modera il suo istinto. Si accontenta di qualche centinaio di teste e sostituisce i governatori locali. Poi il re assiro riparte con le mani piene: le sue truppe portano via buona parte delle ricchezze (oro, avorio, animali esotici…) e una cinquantina di statue preziose. La carovana dei soldati assiri, inoltre, spinge davanti a sé migliaia di prigionieri. Fra questi ci sono numerosi artigiani da impiegare per abbellire Ninive, l’immensa città in pieno sviluppo sul fiume Tigri. Fra i prigionieri ci sono anche diversi indovini e maghi, una specialità in cui gli Egiziani vanno per la maggiore e soprattutto contadini, che verranno impiegati per lo scavo dei canali del delta mesopotamico.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Il primo fra i “super imperi”</b></h3>
<div id="attachment_15390" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="https://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2025/12/Assyrie_general.png"><img class=" wp-image-15390 " alt="In rosso, la patria ancestrale degli Assiri; in arancio, la massima estensione dell'Impero." src="https://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2025/12/Assyrie_general.png" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">I<em>n rosso, la patria ancestrale degli Assiri; in arancio, la massima estensione dell&#8217;Impero.</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Con la conquista dell’Egitto, l’impero neo-assiro raggiunge il suo apogeo. Si estende su un territorio che va dal nord-est dell’Africa ai contrafforti dell’Anatolia e dal fondo del Golfo Persico fino al grande altipiano iraniano. Primo dei “super imperi” &#8211; achemenide, macedone e romano &#8211; che si succederanno nella regione, il dominio assiro si è ingrandito attraverso fasi di espansione inframezzate da periodi di ripiegamento. Il penultimo di questi periodi di espansione e di prosperità, chiamato medio assiro (1591-911 a.C.), è stato interrotto da una catastrofe che ha colpito tutto il Medioriente. Cambiamento climatico? Tensioni interne? Migrazioni in massa, come quella dei misteriosi “popoli del mare” o dei nomadi aramei? Gli storici ne discutono ancora. Quello che è certo è che la catastrofe del XII secolo a.C. ha cancellato dalla carta diverse brillanti civiltà &#8211; Micene in Grecia, i regni di Ugarit e di Hatti (gli Hittiti) in Asia Minore &#8211; e ha lasciato gli altri esangui. Egitto e Assiri in testa.<br />
Di fronte a questi colpi, l’Assiria si è ripiegata su Assur e Ninive per qualche decennio. Ma a partire dal 930 a.C. l’Assiria si riprende per un terzo periodo, detto “neo assiro” (dal 934 al 609 a.C.). Si tratta della più interessante e della più importante delle sue fasi, grazie all’energia e la brutalità di un gruppo di re (in particolare 5 su un totale di 20) che imprimeranno il loro sigillo sulla storia per circa tre secoli da Babilonia a Menfi.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Terrorizzare per regnare meglio</b></h3>
<p style="text-align: justify;">A partire dal X secolo a.C., l’Assiria si trova in guerra quasi ogni anno per estendere le sue frontiere. Essa dispone di una temibile arma di cui, per certi aspetti, ne è la triste creatrice: il terrore. Uno storico moderno (Josette Elayi) qualifica il suo primo grande sovrano, Assurbanipal come “re sanguinario e sadico che descrive con piacere le atrocità che commette”. Il racconto delle sue campagne, inciso sui muri del tempio di Ninurta, nel palazzo reale di Nimrud lo conferma: “Ho tagliato le loro mani, le loro dita, il loro nasi, le loro orecchie; gli ho strappato gli occhi; ho tagliato le loro teste e le ho poste una sull’altra per formare una pila”. Si possono leggere chilometri di atrocità sui muri del suo palazzo e occorre dire che il sistema funziona… La sola ipotesi di un intervento militare assiro bastava spesso a far curvare le schiene del nemico. Nel giro di qualche anno Assurbanipal sottomette i ricchi regni dell’ovest: Aramei e piccoli Stati sorti dal crollo dell’impero hittita: Bit Adini, Bir Agusi, Subu, Laqe, Kharkemish, Kummuhu e Gurgum.<br />
Inizialmente, queste campagne miravano solo a recuperare i territori perduti in occasione della grande crisi del XII secolo a.C. Assurbanipal II, quindi suo figlio Salmanazar III (re dall’858 al 824 a.C.) son i primi a uscire dai domini storici, avventurandosi in Cilicia e Cappadocia (attuale Turchia), sulle coste libanesi e israeliane odierne, che gli Assiri non avevano mai dominato. Ma questa espansione raggiunge i suoi limiti e scoppia una guerra civile. I clan dei notabili, arricchiti dalle conquiste di alcune città (27, fra le quali Ninive, secondo gli archivi assiri), aspirando all’indipendenza, cominciano a contestare l’autorità reale. Toccherà a Shamshi Adad V (re dall’824 all’810 a.C.), figlio di Salmanazar III, il compito di reprimere questa rivolta. L’impero ha manifestamente bisogno di una pausa: all’Assiria occorrerà circa un secolo e cinque re più “tranquilli” per digerire tutte le conquiste.<br />
Nel 745 a.C. Tiglat Pileser III o Teglath Phalazar, il nuovo re che giunge al potere, non ha nulla del monarca con le… “ciabatte”. Con lui riprende metodicamente l’espansione. Il nuovo sovrano rafforza la sua autorità, trasformando in province i territori e i regni che avevano ancora un po’ di autonomia. Provvede anche alla riforma dell’esercito, che gli porterà, con le vittorie a Gaza e a Damasco, una grande parte di territorio a sud. Ogni anno il re può mobilitare fino a 100 mila combattenti per le sue campagne (secondo le stime del ricercatore italiano Mario Liverani), un contingente doppio dei quello dei suoi predecessori: Assurbanipal, in una delle iscrizioni riportava che la sua più grande forza armata comprendeva 50 mila uomini. In effetti, risulta molto difficile conoscere l’entità degli effettivi che facevano parte di questa formidabile potenza, ma gli Egiziani, come le coalizioni siriane, neo hittite ed aramee erano in grado di mettere insieme da 30 mila a 45 mila uomini al massimo.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Desiderio di ricchezza e missione divina</h3>
<p style="text-align: justify;">Tiglat Pileser, uomo intelligente, sa adattarsi alle circostanze: conquista militare pura e semplice quando può saccheggiare (<em>hubtu</em>), minaccia diretta quando occorre estorcere un tributo regolare (<em>madattu</em>) oppure semplice dimostrazione di forza quando occorre ottenere la sottomissione di città di minore importanza. Perché questa sete di conquiste? Indubbiamente per il bottino. I documenti attestano i saccheggi realizzati e la lista dei beni conquistati, così come il numero dei prigionieri. Ma il desiderio di guadagno non è tutto. L’Assiria ha una missione divina. Secondo Eckart Frahm, specialista statunitense di storia assira, la missione, affidata dagli dei, consisteva nel dominare la totalità del mondo conosciuto e il dio era Assur, il grande dio del Pantheon assiro, di cui il re è il rappresentante sulla terra, e quindi “re dei re” e “sovrano dei quattro angoli del mondo”. Ecco, dunque, che, in nome di questa religione conquistatrice, emerge il primo impero universale, nel senso di dominare la totalità delle terre conosciute dell’epoca. I sovrani assiri si dedicheranno con zelo a questa missione: Sargon II distrugge Urartu (un principato sull’altipiano armeno) nel 714 a.C., quindi continua la sua azione a nord. Assahaddon, come visto in precedenza, invade l’Egitto e Assurbanipal completa l’opera conquistando Tebe, più in alto sul Nilo e devastando l’Elam, base di appoggio delle rivolte babilonesi e porta d’accesso verso la futura Persia. La sua capitale cade nel 646 a.C.<br />
Se i sovrani assiri hanno una reputazione di brutali conquistatori, la loro volontà di universalità non è comunque sinonimo di dominio schiacciante, in quanto esso li spinge anche a cambiare lo sguardo sulla società e a renderla “più inclusiva, multietnica e multiculturale”. In poche parole, gli Assiri interagiscono con tutti i popoli che li circondano, senza che si possano discernere delle vere e proprie gerarchie etniche. Non è certo che gli Assiri abbiano avuto il sentimento di una cultura assira inteso come sistema chiuso che occorreva difendere. Contrariamente ad altri imperi, essi non effettuano alcun tentativo per promuovere attivamente la loro religione, la loro lingua e la loro letteratura, al di fuori della loro regione d’origine.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Mobilità sociale, effervescenza culturale</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Questo atteggiamento conosce a volte fenomeni di segno contrario. Di fatto, frequentemente si assiste all’adozione di elementi della cultura, delle tecniche e delle lingue delle popolazioni che hanno dominato. Un esempio? L’arameo, lingua parlata dai popoli sottomessi delle province del nord-ovest, diventa in due secoli la lingua dei conquistatori. I funzionari apprezzano questa lingua alfabetica, dalla scrittura corsiva e facile da apprendere &#8211; molto di più dell’accadico utilizzato a palazzo con i suoi caratteri cuneiformi, difficili da utilizzare. Questo multiculturalismo porta anche il re a introdurre una vera rivoluzione politica per diminuire l’influenza dei dignitari delle grandi famiglie feudali. Egli innalza ad alte dignità presso di lui alcuni “uomini nuovi”, funzionari che devono la loro carica solo a lui che non sono necessariamente di origine assira.<br />
Gli Assiri sono stati spesso considerati come militari ottusi, crudeli e superstiziosi. Tuttavia, gli Assiri hanno conosciuto un’effervescenza culturale impressionante. Come il passaggio da un’astrologia superstiziosa a una astronomia scientifica, da una medicina affidata agli dei a una vera scienza dei sintomi, da un’economia basata su scambi a una coscienza premonetaria dei tassi, con prezzi in funzione del tempo e dello spazio. Si sviluppa l’aritmetica, così come l’ingegneria;. Si introduce il minuto di 60 secondi e il cerchio diviso in 360°. È proprio questa effervescenza che affascina ancora oggi gli storici. Un periodo prospero che ha fatto dell’Assiria l’ispiratore di altri imperi universali &#8211; neo babilonese, persiano, seleucide e anche… ottomano.<br />
I primi archeologhi e specialmente Emilio Botta, lo scopritore nel 1842 di Nimrud (Mossul) e del palazzo di Sargon II (re dal 721 al 705 a.C.), figlio di Tiglat Pileser III, sono stati anch’essi affascinati dalla dimensione dei monumenti, dai diversi canali, i bastioni e i palazzi. L’impero è ricco d’oro e di schiavi, frutto di un’altra innovazione assira, di cui il mondo, anche in questo caso, ne avrebbe fatto volentieri a meno: la deportazione di massa. Un paese ribelle viene conquistato? Donne, vecchi, ragazzi e soldati vengono massacrati, ma gli artigiani e gli agricoltori vengono scelti adeguatamente e in sumero sufficiente per contribuire a sviluppare un territorio lontano da loro. Nel 705 a.C., il re di Giuda, Ezechias, smette di versare il suo tributo e, per sua sfortuna, in Assiria prende in mano la situazione Sannacherib, il quarto grande sovrano neo assiro: egli attacca rapidamente il piccolo regno, l’annienta e deporta 200 mila dei suoi sudditi &#8211; cifra di origine assira e quindi, probabilmente, esagerata.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La logica della deportazione</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Il ricercatore israeliano Bustenay Oded ha dimostrato che le deportazioni non si limitano necessariamente agli artigiani e ai contadini. A volte i soldati vengono portati in un’altra provincia per esservi insediati con le rispettive famiglie. Si è calcolato che in 300 anni sono stati probabilmente deportati circa 4,5 milioni di persone, delle quali l’85% rafforzano anche il cuore del territorio storico assiro. Grazie a questi apporti le città imperiali si gonfiano a dismisura. Dur Shurrukin, la capitale di Sargon II, può accogliere 75 mila abitanti e il profeta biblico Giona valuta anche che l’altra capitale, Ninive, ne conta 120 mila; un dato che farebbe di quest’ultima la città più popolata del suo tempo, prima ancora delle grandi metropoli egiziane.<br />
L’importazione <em>manu militari</em> di braccia da lavoro consente di costruire, specialmente nelle province di nuova conquista, infrastrutture di dimensioni sconosciute fino a quel momento. Ponti, dighe, canali, fortezze: il paese viene inquadrato, equipaggiato e modernizzato. Vengono creati depositi e appare una certa specializzazione economica (vino nelle montagne Curde, cereali nel Djezireh siriano e olive in Palestina. In Egitto, i porti fino al quel momento chiusi agli stranieri vengono aperti a tutte i mercanti e Sidone, sulla costa libanese, prospera grazie al commercio su lunga distanza. La diffusione della moneta viene facilitata dal conio in argento, metallo abbondante dopo la conquista di Kharkemish (717 a.C.) e delle sue miniere. Per assicurare questa <i>pax Assira</i> e facilitare la circolazione degli eserciti, viene realizzata una rete di strade che collegano le province.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>E l’inevitabile decadenza</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Per mantenere sotto controllo questo smisurato caleidoscopio umano, in cui la rivolta di norma cova spesso sotto le ceneri di una sottomissione di facciata, occorre un pugno di ferro.<br />
A partire dal 652 a.C. Assurbanipal, l’ultimo dei cinque grandi sovrani assiri, deve far fronte alle insurrezioni di Babilonia (la rivale mai veramente domata) e del suo potente vicino Elam nel nord est. Il re distrugge la prima e annienta l’esercito del secondo e nel 640 a.C. può festeggiare la vittoria.<br />
Quando Assurbanipal muore, nel 631 a.C., nessuno può immaginare che con lui scompare anche l’ultimo grande sovrano assiro. Nel periodo successivo la decadenza dell’Assiria è rapida. Suo figlio e successore Assur-etil-iliani (re dal 626 al 623 a.C.) muore affrontando suo fratello Sin-shar-ihskun, che gli contestava il trono. A questo punto un re caldeo, Napobolassar, approfitta dei disordini per impadronirsi di Babilonia nel 626 a.C. Gli Assiri avrebbero potuto raggruppare le loro forze e riprendere la città, ma nello stesso tempo si palesa un&#8217;altra minaccia: i Medi dell’altipiano iraniano.<br />
Assurbanipal, schiacciando l’Elam, ha lasciato un vuoto di potenza nel nord est dell’impero assiro, di cui ne hanno approfittato i turbolenti vicini. In particolare i Medi, numerosi e disciplinati, penetrano nella valle del Tigri per associarsi al probabile festino. L’esercito assiro, attaccato su due fronti, viene aggirato. In particolare, i Babilonesi puntano diritto su Assur nel 615 a.C., ma il loro assalto viene respinto. I Medi assediano nuovamente la città, che alla fine cade e subito dopo cade anche Ninive, l’immensa capitale dalle 14 porte. Gli Assiri scoprono a quel punto, con orrore e disappunto, che queste uscite monumentali, larghe 7 metri sono impossibili da sbarrare. Scavi degli anni ’90 del XX secolo hanno dimostrato che i difensori hanno tentato in tutta fretta di ridurre la larghezza del passaggio a due metri per mezzo di un ostacolo costituito da un argine di mattoni crudi. Una mossa disperata che non impedirà la caduta delle porte e la resa della città nel giro di tre mesi. Tre anni più tardi, toccherà all’ultimo re assiro, Assur-uballit II (re dal 612 al 609 a.C.) di cadere a sua volta. Nessuno o quasi in quello che è stato l’immenso territorio dell’Assiria, piange la scomparsa dell’impero, perché un altro ha già provveduto a rimpiazzarlo. Quello Neobabilonese.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">·</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">·</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più<br />
</span></em></strong>Frederick Mario Fales, <em>L&#8217;impero Assiro</em>, Laterza, 2001.<br />
Chiara Dezzi Bardeschi, <em>Mesopotamia. La culla della civiltà</em>, Giunti, 2006.<br />
Mario Liverani, <em>Antico Oriente: storia, società, economia</em>, nuova ed., Bari-Roma, Laterza, 2009.<br />
Vincenzo Mistrini, <em>Gli assiri: la prima superpotenza dell&#8217;Oriente Antico</em>, Gorizia, LEG, 2022.</p>
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		<title>ENHEDUANNA: LETTERATURA, RELIGIONE E POLITICA NELLA MESOPOTAMIA DI 5000 ANNI FA</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Apr 2023 14:55:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Enheduanna]]></category>
		<category><![CDATA[Mesopotamia]]></category>
		<category><![CDATA[Sargon il Grande]]></category>

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		<description><![CDATA[di Luca Vinotto - &#160; Scrittrice e poetessa, la figlia di Sargon il Grande partecipa attivamente alla costruzione del nuovo ordine sociale creato dal padre, trasformando in uno Stato coeso le rissose città stato che per ottocento anni avevano prosperato indipendenti. ♦ Vorrei farvi conoscere un personaggio femminile tanto straordinario &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Luca Vinotto -</p>
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<p style="text-align: justify;"><em><strong>Scrittrice e poetessa, la figlia di Sargon il Grande partecipa attivamente alla costruzione del nuovo ordine sociale creato dal padre, trasformando in uno Stato coeso le rissose città stato che per ottocento anni avevano prosperato indipendenti.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei farvi conoscere un personaggio femminile tanto straordinario quanto dimenticato. Siamo alla fine del 24mo secolo avanti Cristo, in una regione che ha visto nascere una delle più antiche civiltà della storia, la Mesopotamia. Sargon il Grande, <em>homo novus</em> di umilissime origini (le fonti affermano fosse figlio illegittimo di una sacerdotessa), formidabile stratega e grande innovatore dell’arte bellica, ha concluso il suo primo ciclo di conquiste, riunendo le città sumere della Bassa Mesopotamia e quelle semite dell’Alta Mesopotamia in un unico impero, il primo della storia. Termina così l’età delle città-stato indipendenti, durato circa un millennio, e si apre l’epoca degli Stati regionali. È un momento di radicali cambiamenti sociali, politici ed economici, di enorme prosperità e grande violenza che porta all’allargamento degli orizzonti non solo tecnici e scientifici, ma anche artistici e intellettuali.<br />
Enheduanna (che in sumero significa “La sacerdotessa che è l’ornamento del cielo”) è figlia di Sargon e sorella, zia e prozia di re destinati a diventare leggendari per le popolazioni mesopotamiche dei duemila anni successivi.<br />
Nel tentativo (riuscito solo in parte) di legare tra di loro cinquanta e più città sottomesse, Sargon fa nominare due sue figlie <em>En</em>, (“Alta Sacerdotessa”) del dio Enlil a Nippur e del dio Nanna in Ur. Si tratta di un ruolo non solo religioso ma soprattutto politico, perché Enlil e Nippur sono gli dèi poliadi delle due città e per loro conto i sacerdoti amministrano la quasi totalità delle terre e del bestiame.<br />
Enheduanna è destinata a Ur, la seconda città per dimensioni di Sumer (dopo Uruk) e probabilmente di tutta la Mesopotamia. Si rivela una scelta perfetta. La giovane è una figura eccezionale, al pari del padre.<br />
Orgogliosa, enormemente colta, sorprendentemente originale nel pensiero e nell&#8217;espressione, Enheduanna partecipa attivamente alla costruzione del nuovo ordine sociale creato dal padre, volto a trasformare in uno Stato coeso le rissose città stato che per ottocento anni avevano prosperato indipendenti.<br />
Ella sfrutta le sue notevoli doti di scrittrice e poetessa per comporre 42 inni dedicati alle principali divinità del pantheon sumero &#8211; accadico e alla loro “casa” sulla terra: il tempio eretto nella città a lui consacrata. Alla base della società mesopotamica c’era infatti la profonda convinzione religiosa che ogni città fosse stata donata ai suoi abitanti da una specifica divinità, che ne era allo stesso tempo protettore e padrone. L’intento di Enheduanna è chiaro: sottolineare i legami esistenti tra le divinità e quindi rafforzare la coesione del nuovo impero, fornendo al padre i presupposti religiosi a giustificazione del suo operato.<br />
Sicuramente inattesa è invece la sua riuscita come scrittrice capace di dare alla letteratura del tempo alcuni dei suoi più raffinati capolavori.<br />
Ecco come descriveva la dea Inanna nella sua duplice veste di signora dell’amore e della guerra:<br />
<em>Regina di tutti i poteri cosmici [i Me], che sorgi come luce splendente,</em><br />
<em> Donna risoluta, rivestita di fulgida radianza,</em><br />
<em> Amata dalla terra e da tutte le stelle,</em><br />
<em> Sposa del Cielo, di cui sei gemma più grande,</em><br />
<em>[...]</em><br />
<em>Spargi veleno sulla terra, come un drago.</em><br />
<em> Se alzi la voce, come una tempesta, nessun raccolto rimane in piedi.</em><br />
<em> Tu sei un diluvio che spazza via il paese,</em><br />
<em> Tu sei la signora del cielo e della terra,</em><br />
<em> Tu sei la Dea guerriera!<br />
</em>Enheduanna è anche colei che per prima associa la Dea Inanna dei sumeri con Ishtar, dea delle popolazioni semite della Mesopotamia centro-settentrionale.<br />
Che fosse ben conscia dell’importanza della sua opera lo dimostrano anche le parole con cui la conclude:<br />
<em>Colei che ha redatto queste tavolette è En-hedu-ana. Mio Re, cosa io ho creato nessuno lo aveva mai creato prima.<br />
</em>È la prima volta, almeno per i testi in nostro possesso, che l’autore si attribuisce la propria composizione. Così facendo Enheduanna non solo sottolinea la sua partecipazione al disegno politico del padre ma si afferma come la prima persona nella storia di cui conosciamo opere specifiche e sopravvissute.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Enheduanna, donna di potere</b></h3>
<div id="attachment_12569" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2023/04/Immagine1.jpg"><img class=" wp-image-12569 " alt="Altorilievo rappresentante Enheduanna, particolare tratto dal “Disco di Enheduanna”, 2300 a.C. circa, Penn Museum" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2023/04/Immagine1.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Altorilievo rappresentante Enheduanna, particolare dal “Disco di Enheduanna”, 2300 a.C. circa, Penn Museum</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Il suo ruolo non è però solo religioso e letterario. Nella Mesopotamia dell’epoca l’En, il sacerdote a capo del Tempio, rappresenta il Dio poliade, il padrone della città e dei suoi abitanti. Egli, insieme (e a volte in concorrenza) con l’<em>Ensi</em> o <em>Lugal</em>, il capo militare e “civile”, ne amministra i frutti. In altri termini, al Tempio si possono ricondurre la gran parte delle terre coltivate e degli allevamenti e le grandi attività produttive – tessiture, lavorazione dei metalli, realizzazione delle grandi opere infrastrutturali – venivano gestite dai sacerdoti.<br />
Vi è di più. Nella Mesopotamia di Sargon l’Ensi è un uomo di fiducia del sovrano, per cui è facile immaginare che non avesse interesse a opporsi agli interessi della figlia. In altri termini, Enheduanna è all’apice della gerarchia di una delle più importanti città del regno.<br />
Questa sua partecipazione alla vita politica non è priva di conseguenze. In spregio alla sua carica di sacerdotessa del dio Nanna, Enheduanna sarà oggetto delle violenze di Lugalanne, il capo della ribellione che scoppia nella sua città contro la dominazione sargonica. Nella sua composizione più nota, <em>“L’esaltazione di Inanna”</em> Enheduanna scrive in prima persona, con uno stile sorprendentemente moderno, spesso crudo e diretto, di questo periodo oscuro della sua vita:<br />
<em>Perché nonostante ti abbia portato il cesto delle offerte e abbia cantato gli inni sacri [a te, Nanna]</em><br />
<em> Hai preparato per me un&#8217;offerta di morte, mi hai privato della vita?</em><br />
<em> La luce mi sembra bruciante,</em><br />
<em> E l&#8217;ombra mi avvolge come polvere vorticosa.</em><br />
<em> Una mano bavosa si posa sulla mia bocca di miele,</em><br />
<em> Ciò che è più bello nella mia natura è stato trasformato in sporcizia.</em><br />
<em> O dio della luna, è questo Lugalanne il mio destino?<br />
</em>Sembrano versi scritti ieri, sebbene siano trascorsi 4.300 anni.<br />
Enheduanna riesce a fuggire o forse viene allontanata dalla città, non ci sono fonti attendibili al riguardo. In ogni caso, l’esercito accadico riconquista Ur e la sacerdotessa torna a ricoprire la sua alta carica.<b></b></p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Enheduanna e le altre</b></h3>
<div id="attachment_12570" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2023/04/Immagine2.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-12570" alt="Sigillo rappresentante Ishtar in veste di Dea della guerra, 2234-2150 a.C. circa" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2023/04/Immagine2-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Sigillo raffigurante Ishtar in veste di Dea della guerra, 2234-2150 a.C. circa</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Enheduanna è stata una privilegiata, non c’è dubbio. Si tratta di un caso isolato oppure era frequente trovare donne nelle posizioni apicali della società? In altri termini, qual era il ruolo della donna nella civiltà mesopotamica?<br />
I Codici delle leggi – dal più famoso, quello di Hammurabi (1750 a.C. circa) a quelli più antichi come il codice di Ur-Nammu (2100 a.C.) e di Lipit-Ishtar (1870 a.C.) – ci rimandano una rappresentazione della donna tipica delle culture maschiliste: è vista come figlia, sposa, moglie e vedova, da proteggere affinché fosse messa in grado di perseguire l’unico obiettivo suo proprio, quello di procreare e di badare alla famiglia.<br />
I documenti in nostro possesso evidenziano una realtà sociale molto più complessa. Sono stati rinvenuti molti sigilli cilindrici risalenti al IV e III millennio a.C., quindi precedenti ai Codici sopra menzionati, rappresentanti scene con al centro una figura femminile intenta a diverse attività. Questi sigilli avevano il compito di rappresentare l’identità del proprietario, anche davanti alla legge. Ciò ci spinge a dire che, oltre al caso di donne di stirpe regale nei ruoli di gran sacerdotessa (dopo Enheduanna nella città di Ur diventa una prassi, specie durante il periodo di Ur III, il cosiddetto “rinascimento sumero”), nell’antica Mesopotamia non era inconsueto trovare importanti attività mercantili e commerciali a guida femminile, e che le donne potevano aspirare a ruoli di prestigio nei templi. In altri reperti, rappresentanti scene di banchetti e feste, si nota come le figure femminili sono raffigurate con la medesima importanza di quelle maschili.<br />
Sono esempi di donne con un ruolo socialmente rilevante e accettato dalla comunità, autonome nel loro agire e in taluni casi in grado di raggiungere i massimi livelli nella scala del potere. Vi riporto qualche esempio.<br />
<em>La “Casa della Donna” di Lagash (Periodo predinastico 2900 – 2334 a.C.)<br />
</em>Contrariamente a quanto si può pensare, il termine “casa della donna” non fa riferimento a locali destinati al sesso femminile. Nell’antica Mesopotamia, le “Case” erano organizzazioni sociali costituite da centinaia o migliaia di gruppi famigliari che svolgevano determinate attività produttive. Nella città di Lagash una delle più importanti era la “Casa della Donna”, così chiamata perché a capo vi era la consorte del sovrano della città. Questo le dava un notevole potere economico oltre che politico.<br />
<em>Puabi di Ur (tra il 2550 e il 2340 a.C.)<br />
</em>E’ stata la regina (in sumero: <i>Nin</i>) di Ur, una delle più antiche città mesopotamiche. Nella sua tomba abbiamo scoperto il suo sigillo cilindrico &#8211; che essenzialmente serviva come identificazione personale in Mesopotamia – dal quale risulta evidente che ha governato la città a pieno titolo, quindi senza consorte. Da notare che nella sua tomba sono stati trovati numerosi scheletri di servitori e guardie: il Cimitero Reale di Ur è l’unico sito in Mesopotamia in cui si sono trovate evidenze di sacrifici umani che accompagnavano la morte del sovrano (non si sa se volontari o meno, sui corpi non ci sono segni di violenza). Oltre che dal numero dei servi sacrificati, la sua potenza è attestata dai ricchi ornamenti trovati nella tomba, tra cui un copricapo di foglie d&#8217;oro, nastri e fili di perle di corniola e lapislazzuli.<br />
Kubaba, secondo la Lista dei Re sumeri (nella versione più antica, del 2100 a.C.) era una taverniera che diventa Regina di Kish, la più importante città della Mesopotamia centrale, e ne estende l’influenza fino a esercitare una sorta di predominio (chiamato “regalità”, <em>nam-lugal</em> in sumero) sull’intera regione. Non c&#8217;è traccia di come sia riuscita in una simile impresa, ma è l&#8217;unica donna ad apparire nella Lista dei Re. Diventa una figura leggendaria e secondo alcuni studiosi, ha ispirato la figura di Cibele, una successiva dea anatolica.<br />
<em>Ama-e (2330 a.C. circa)<br />
</em>Ama-e era una mercante di successo operante nella città sumera di Umma. È interessante il fatto che, sebbene sposata con un certo Ur-Sara, gestisse l’attività con il proprio nome. Dai registri dell&#8217;azienda di famiglia risulta che reinvestisse parte dei profitti in proprietà immobiliari e che sia riuscita a creare una vasta rete di rapporti commerciali, aprendo “filiali” in numerose città della regione. Non è l’unico caso di donne al vertice di attività mercantili, che spesso si occupavano di gestire gli affari in sede mentre il marito e i figli erano impegnati lungo le vie carovaniere. È un personaggio talmente affascinante che l’ho inserito nel mio romanzo, “L’Hurrita”, primo volume della saga “Cronache di Akkad” in cui racconto l’ascesa di Sargon il Grande.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più<br />
</span></em></strong><i>William J. Hamblin, </i><em>Warfare in the Ancient Near East to 1600 BC: Holy Warriors at the Dawn of History</em>, Ed. Warfare and History<br />
Marc Van De Mieroop, <em>A History of the Ancient Near East ca. 3000-323 b.C</em>., Wiley 2016<br />
<i>Lorenzo Verderame, </i><em>Introduzione alle culture dell’antica Mesopotamia, </em>Mondadori 2017<br />
<i>Davide Nadali e Andrea Polcaro, </i><em>Archeologia della Mesopotamia antica, </em>Carrocci editore 2018<br />
<i>Lucio Milano (a cura di), </i><em>Il vicino oriente antico, </em>EncycloMedia Publishers<br />
<i>Franco D’agostino, </i><em>I Sumeri, </em>Hoepli 2020<br />
<i>Paolo Gentili, </i><em>Sargon, re senza rivali, </em>SEU Servizio Editoriale Universitario di Pisa<br />
<i>Benjamin R. Foster, </i><em>The first Author, </em>Guild of Book Workers Journal, 2010-2011</p>
]]></content:encoded>
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		<title>MESOPOTAMIA: SARGON E L’IMPERO DI AKKAD</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jan 2023 18:04:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Luca Vinotto – &#160; Nella secolo seconda metà del III millennio a.C. la Mesopotamia è la regione più popolata del mondo. Per quasi un secolo e mezzo il regno di Akkad, fondato dal mitico Sargon, si imporrà in tutta l’area sconfiggendo le città-stato vicine, creando un potente impero e &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Luca Vinotto –</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Nella secolo seconda metà del III millennio a.C. la Mesopotamia è la regione più popolata del mondo. Per quasi un secolo e mezzo il regno di Akkad, fondato dal mitico Sargon, si imporrà in tutta l’area sconfiggendo le città-stato vicine, creando un potente impero e introducendo una delle prime strutture centralizzate di governo.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<h3 style="text-align: justify;">La Mesopotamia al tempo dell’ascesa di Sargon: il contesto storico</h3>
<div id="attachment_12283" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2022/12/Immagine1.jpg"><img class=" wp-image-12283" alt="immagine1" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2022/12/Immagine1.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Mesopotamia, 2300 circa &#8211; In evidenza la massima estensione dell’impero accadico sotto Sargon</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">La Mesopotamia, soprattutto nella sua zona più meridionale (l’attuale Iraq), è sempre stata un territorio desolato. Potrebbe essere definita una monotona distesa di nulla: pochi alberi, in particolare palme da dattero, qualche arbusto secco e bruciato, un’infinità di fango e sassi. Solo in prossimità dei due grandi fiumi che l’attraversano, il Tigri e l’Eufrate, sembra prendere vita, ricoprendosi di vegetazione rigogliosa e di una ricca fauna. E’ questa la terra che il popolo dei Sumeri, antichissimi abitanti di queste lande, chiamava EDIN o EDEN, parola che suscita in noi occidentali sensazioni antiche.<br />
Ciononostante, alla fine del IV millennio la Mesopotamia è la regione del mondo più densamente popolata e, insieme all’Egitto e alla valle dell’Indo, quella in cui lo sviluppo sociale e tecnologico ha fatto più strada.<br />
La troviamo abitata da due etnie principali, distribuite su piccoli villaggi situati lungo i corsi d’acqua. L’area settentrionale, quella compresa tra le pendici dei Monti Taurus a nord e approssimativamente il punto in cui oggi si trova Bagdad a sud, è occupata da popolazioni di lingua semita. La parte meridionale della regione è invece a prevalenza sumera.<br />
I Sumeri fanno la loro comparsa già intorno al 4500 a.C., affiancandosi (senza sostituirle) alle popolazioni di lingua semita preesistenti. Ho usato il termine “comparsa” non a caso, perché le circostanze che hanno determinato la loro presenza in quella regione sono ancora avvolte dal mistero. L’unica cosa che sappiamo sulla base dei primi testi scritti è che la loro lingua era profondamente diversa da quella parlata dalle popolazioni semite, per cui si ritiene che non fossero autoctoni, ma migranti provenienti da regioni ancora non ben individuate. Gli studiosi propendono per considerarli originari o della valle dell’Indo o delle coste di Dilmun (attuale Bahrein). Secondo alcuni autori sarebbero fuggiti dalle regioni costiere dell’India, sommerse dal progressivo innalzamento delle acque dell’oceano conseguente alla fine dell’ultima glaciazione. È una tesi affascinante (ma tutta da confermare) che spiegherebbe il racconto del Diluvio Universale, elaborato dai Sumeri e poi ripreso dalla civiltà ebraica. In ogni caso, si stabiliscono nella Mesopotamia meridionale dove ben presto diventarono l’etnia dominante (a quanto ne sappiamo senza ricorrere a metodi cruenti, ma anzi convivendo pacificamente con i semiti) e danno un impulso fondamentale allo sviluppo della civiltà umana, favorendo gli scambi commerciali, la nascita delle prime città e della scrittura cuneiforme (che verrà utilizzata anche per i dialetti semiti).<br />
Uruk è il primo insediamento umano a guadagnarsi l’appellativo di “città”, inteso come luogo in cui si svolgono una quantità di funzioni specializzate e con un ruolo di centro politico ed economico di un territorio più vasto. Nel IV millennio (tra il 3800 e il 3100 circa) esercita una egemonia “culturale” su tutta la piana mesopotamica e su parte dell’altopiano iraniano, non attraverso una dominazione politica ma creando, spesso all’interno di insediamenti semiti preesistenti, vere e proprie colonie urukite che diffondono i nuovi modelli sociali. E’ la cosiddetta cultura Uruk.<br />
Nella città si forma una organizzazione sociale molto sofisticata. Alla sommità troviamo l’<em>Ensi</em>, capo civile e religioso al tempo stesso. E’ coadiuvato da numerosi funzionari, veri e propri burocrati che sovraintendono i complessi meccanismi di una società fortemente centralizzata e che svolgono la loro attività in “agenzie” pubbliche chiamate “Case” (<em>E’</em> in sumero) nelle quali si volge l’attività produttiva. I prestatori d’opera (le famiglie di contadini, allevatori e artigiani, a cui si aggiungeranno anche gli operai addetti alle tessiture, fonderie e opifici per la produzione di mattoni) lavorano per queste “Case” dedicandogli o la totalità del loro lavoro (“<em>Unga</em>”) o parte dello stesso (“<em>Eren</em>”). Vengono retribuiti tramite l’usufrutto su piccoli lotti di terra di cui possono conservare il raccolto e con razioni di tutto ciò che non producono direttamente. Il lavoro schiavile è presente ma poco diffuso, così come è presente la proprietà privata ma con un impatto marginale sulla economia complessiva della società.<br />
Una simile organizzazione è resa possibile dal “collante” religioso, e si basa sulla profonda convinzione che la città e il territorio circostante siano donati agli abitanti dalla divinità protettrice. Questo dio poliade è l’unico vero padrone della terra e dispone dei suoi frutti attraverso il Sommo Sacerdote, che quindi è capo civile e religioso al tempo stesso (<em>Ensi</em>).<br />
Il sistema si rivela particolarmente efficiente perché mette a disposizione della comunità, quando necessario, gruppi di lavoratori molto numerosi che possono essere impiegati per opere di irrigazione di terreni altrimenti non coltivi. Al culmine del suo sviluppo, la cultura tardo-Uruk comprende un centro di riferimento di indiscussa preminenza (la stessa Uruk, coi suoi 100 ettari) col centro direzionale e sacrale dell’Eanna, più ampio dell’Acropoli ateniese di tanti secoli successiva; un territorio interno che abbraccia tutta la bassa Mesopotamia e il Khuzistan (Susa); una zona che possiamo definire di semi-periferia (l’alta Mesopotamia) a cultura mista; degli avamposti commerciali distribuiti sulle alte terre anatoliche e iraniche.<br />
Per motivi ancora sconosciuti, la supremazia di Uruk cessa bruscamente intorno al 3100 a.C.. La rete di colonie esistente da 700 anni si sfalda: alcune vengono abbandonate, altre distrutte, altre ancora assimilate all’interno degli insediamenti autoctoni; la stessa città di Uruk ne esce ridimensionata.<br />
Nella bassa Mesopotamia e in misura minore in quella settentrionale il ruolo “politico” di Uruk viene assunto da una pluralità di centri autonomi, che crescono per importanza e dimensioni fino a diventare vere e proprie città stato: Per citare le principali, Ur, Nippur, Lagash, Eridu, Umma, Adab, Shuruppak a sud e Kish, Akhshak, Sippar, Eshunna, Tutub, Nagar, Ebla, Mari più a nord. Si tratta di insediamenti molto grandi per l’epoca, alcuni con decine di migliaia di abitanti, che mantengono le tradizioni culturali e amministrative di Uruk e ne assumono, certamente adattandola alle situazioni locali, la medesima organizzazione sociale. Da loro dipendono insediamenti minori e non autonomi, in forma di villaggi di agricoltori o pastori. Lagash costituisce una eccezione, perché sotto il suo controllo vi sono anche le città minori di Ninna e Girsu. Siamo nel “periodo Protodinastico”, detto anche pre-imperiale, che va dal 3100 al 2330 a.C.<br />
Questo periodo è caratterizzato da una accentuata crescita demografica su tutta la piana mesopotamica, specie al sud. Questo fenomeno, unito all’affinamento delle tecniche di irrigazione, scatena tensioni e conflitti. Ogni città deve mettere a coltivazione terre sempre più lontane, fino a invadere quelle dei vicini. Per farlo, le città più a monte aumentano i canali e i bacini di raccolta artificiali a danno delle città più a valle.<br />
La crescente competizione tra città sfocia in scontri armati. Cresce quindi l’importanza di chi è in grado di condurre in battaglia la propria gente, cui viene attribuito il titolo di <em>Lugal</em>, “Grande Uomo”. È fatale che tra la guida religiosa e quella militare si apra una contesa per la supremazia all’interno della città: con l’inasprirsi dei conflitti la seconda prevarrà sulla prima.<br />
I conflitti hanno come obiettivo solo la soluzione dei contrasti locali e non portano a stati più vasti. Forse proprio a causa del legame tra dio poliade, città e abitanti, le città sconfitte mantengono la propria indipendenza. Il vincitore acquista prestigio e, in taluni casi, arriva a esercitare una “influenza dominante” a livello regionale, diventando un “<em>primus inter pares</em>” rispetto alle altre città. È il concetto di “regalità” (<em>nam-lugal </em>in sumero), che prevede il riconoscimento divino della supremazia della dinastia di una città su tutte le altre, ma non presuppone l’esistenza di uno stato sovra cittadino.<br />
Ma dalla seconda metà del XXIII secolo a.C. le cose sono destinate a cambiare.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Il grande rivale: Lugal Zaggesi</b></h3>
<div id="attachment_12284" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2022/12/Immagine2.jpg"><img class=" wp-image-12284" alt="immagine2" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2022/12/Immagine2.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>La “Stele degli Avvoltoi”: immortala Eannatum re di Lagash durante una battaglia vittoriosa contro le truppe di Umma.</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">L’ascesa della dinastia di Sargon di Akkad è anche la storia della sua lotta con il suo grande nemico, Lugal-Zaggesi.<br />
Quest’ultimo è figlio del re U’u di Umma, una delle città più importanti della bassa Mesopotamia e da secoli rivale della vicina Lagash.<br />
Inizia la sua carriera come alto sacerdote di Nisaba, dea poliade della città, quindi succede al padre sul trono. Sappiamo che non tarderà a diventare anche una delle personalità più influenti dii Uruk, città ben più importante della prima, probabilmente tramite matrimonio.<br />
In ogni caso, unisce le forze delle due città e si scaglia contro l’eterna nemica di Umma, Lagash. Vuole approfittare della difficile situazione della rivale, dove dopo un periodo di disordini una rivolta ha portato il debole Urukagina al potere.<br />
Inizialmente le cose non sembrano mettersi bene per lui: Urukagina attacca il suo esercito mentre è alle prese con l’assedio di Girsu, alleata di Lagash, e lo sconfigge. Lugal Zaggesi non si dà per vinto e per altre tre volte attacca il rivale arrivando a mettere sotto assedio Lagash; per tre volte viene respinto. La guerra continua sanguinosa, finché nel 2335 Lugal-Zaggesi infligge a Urukagina una devastante sconfitta. Ha vinto e questa volta non si limita a ridefinire i confini territoriali a proprio favore, come da sempre era usanza, ma saccheggia i templi e le ricchezze della sconfitta (come riporta poeticamente un testo dall’esplicito titolo “Il lamento di Lagash”) e ne annette la maggior parte del territorio.<br />
Forte delle ricchezze ottenute con la conquista di Lagash e Girsu, Lugal-Zaggesi ottiene il trono della stessa Uruk. E’ ormai l’uomo più potente della Bassa Mesopotamia, e dinanzi a lui si inchinano, con le buone o (più spesso) con le cattive tutte le ricche città sumere: Larsa, Nippur, Zabala e altre città minori.<br />
Il nord, per la bassa Mesopotamia, ha un nome: Kish.<br />
Quattromila e trecento anni fa il Tigri e l’Eufrate seguivano un corso molto diverso da quello attuale. Più o meno a metà del loro tragitto, il ramo principale del secondo confluiva nel primo e solo alcuni rami minori continuavano un percorso solitario per sfociare nel Golfo Persico. Le antiche città della bassa Mesopotamia sono tutte situate lungo questi due corsi d’acqua; la maggior parte, Uruk compresa, si affaccia sui rami minori dell’Eufrate.<br />
La città di Kish è ubicata anch’essa su uno di questi rami, ma più a nord, in prossimità del punto da dove essi si separano dal corso principale; in una posizione, quindi, che le consente di influire sulla quantità d’acqua che giunge alle città meridionali. Ne abbiamo testimonianza letteraria dall’epopea di Gilgamesh, mitologico re di Uruk, la cui epopea racconta di come affronta l’esercito di Kish per una questione attinente i lavori di manutenzione della rete di canali comuni ai due insediamenti.<br />
All’epoca di Gilgamesh (il mito colloca il suo regno nella prima parte del Protodinastico, qualche secolo prima dell’avvento di Lugal-Zaggesi) Kish era una grande potenza regionale, tant’è vero che nei documenti successivi il titolo di “Re di Kish” – in sumero – acquista il significato di “Re della totalità” della terra conosciuta. Intorno al 2500 a.C. però la città attraversa un periodo di decadenza, forse dovuto a lotte intestine, che la portano a subire il predominio di Akhshak, di poco più a nord. Riacquista la propria indipendenza intorno al 2400 a.C. sotto la guida della regina Kubaba, l’unica donna menzionata nella “Lista dei Re”, un antico documento che elenca i sovrani succedutisi nelle più importanti città della regione.<br />
Con lei Kish ritorna potente, ma la gloria del passato è solo un ricordo. Non deve sorprendere, quindi, che la città cada sotto il controllo di Lugal-Zaggesi. Secondo alcuni studiosi senza neppure combattere: Ur-Zababa, nipote di Kubaba, di fronte alla sproporzione tra le forze di Lugal-Zaggesi e le sue decide di sottomettersi.<br />
Dopo 25 anni di dure battaglie Lugal-Zaggesi controlla tutta la Mesopotamia meridionale e centrale, un territorio vasto poco meno della nostra Italia, e attraverso una serie di vittoriose campagne militari estende la sua influenza anche ai regni settentrionali di Mari, Ebla e Nagar e forse oltre. Le iscrizioni sugli oggetti votivi donati da Lugal-Zaggesi a Enlil, signore di tutti gli Dei, affermano che il dio stesso ha posto ai suoi piedi tutte le terre comprese tra il Mare Inferiore (il Golfo Persico) e il Mare Superiore (il Mediterraneo).<br />
Se prendiamo per buone queste affermazioni dovremmo concludere che Lugal-Zaggesi ha riunito sotto il suo dominio i Sumeri, i Semiti della Mesopotamia del Nord e le popolazioni proto-cananee dell’attuale Libano: un vero e proprio impero, il primo conosciuto.<br />
Le cose però stanno diversamente, per due motivi. Il primo è che, a parte le sue parole, non vi sono evidenze di una chiara supremazia di Uruk a nord di Kish; anzi dai documenti amministrativi in nostro possesso sembra che il suo potere su quella regione si limiti a poco più di una influenza commerciale. In secondo luogo, manca il requisito principale di uno stato, e cioè l’apparato di controllo centrale del territorio. Nel solco della tradizione sumerica, infatti, le città asservite mantengono la propria indipendenza. In altri termini, Lugal-Zaggesi comanda ma non governa e in effetti il suo potere viene continuamente messo in discussione da chiunque ritenga di avere i mezzi (militari) per poterlo fare. Come accade a Kish.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Sargon, nascita di un mito</b></h3>
<div id="attachment_12285" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2022/12/Immagine3.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-12285" alt="La cosiddetta “Maschera di Sargon”. Di incerta attribuzione, forse rappresenta il nipote Naram-Sin" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2022/12/Immagine3-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>La cosiddetta “Maschera di Sargon”. Di incerta attribuzione, forse rappresenta il nipote Naram-Sin</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Nella città centro mesopotamica, che ha una popolazione prevalentemente semita e non sumera, emerge un nuovo personaggio, che più tardi assumerà il titolo di Sharru-kin.<br />
Il nome è di origine semita, traducibile in “il Re legittimo” o “Il Re che porta la stabilità”. Lo stesso titolo verrà ripreso da alcuni sovrani assiri posteriori, indicati nella Bibbia come Sargon. Da qui il nome con cui è conosciuto: Sargon di Akkad o Sargon il Grande.<br />
Questo re, vissuto alla fine del terzo millennio avanti Cristo, è rimasto vivo e presente nella tradizione letteraria mesopotamica per lunghissimo tempo, diventando protagonista di tutta una serie di racconti più o meno fedeli alla realtà effettiva della sua vita. Una letteratura che comprende testi non solo in sumerico e in semita (lingue più strettamente mesopotamiche e “in uso” ai tempi di Sargon), ma anche in hittita e hurrita (lingue più nordiche e recenti, ma influenzate enormemente dalla cultura della “terra tra i fiumi”) e copre un arco di tempo che va dal terzo millennio fino alla metà del primo.<br />
Si spazia dall’epica pura e semplice, in cui Sargon compie imprese mirabolanti e impersona il modello del re perfetto, a testi letterari di carattere storico in cui si danno informazioni sulle origini umili del re di Akkad e sulle circostanze della sua ascesa al trono, fino alle pure e semplici “Liste dei Re” di cui quella Sumerica, sopra citata, non è che il primo esempio in ordine di tempo.<br />
Per citare solo alcune di queste fonti, oltre alla Lista reale Sumerica risalente al XXI secolo a.C., ricordo il <em>Shar Tamjrim</em> o “Il re della Battaglia”, conosciuto anche come “Sargon e il Signore di Purushanda”, di origine paleo-babilonese (1950-1530 a.C.), probabilmente risultato finale di un’evoluzione (sia orale che scritta) molto più antica e coeva al grande sovrano; i testi “Sargon il Leone”, “Sargon nella Terra oltre la Foresta dei Cedri”, “Sargon il Conquistatore”, tutti di epoca paleo babilonese. Più recenti sono la “Leggenda di Sargon”, relativa al periodo neo assiro (900 – 600 a.C.) e la “Cronaca degli Antichi Re”, che tratta del regno di Sargon e di suo nipote Naram-Sin risalente al Periodo neo-babilonese (626-539 a.C.).<br />
Ecco la sua storia. Secondo quanto riportato da tutte le fonti, le sue origini sono umilissime. Sargon viene presentato come figlio illegittimo di una alta sacerdotessa, una <em>Entu</em>, votata alla castità. Lei lo abbandona alle acque dell’Eufrate dalle quali viene salvato grazie all’intervento di un <em>nukarribun</em>, un giardiniere, di Azupiranu, un piccolo villaggio la cui esatta posizione è ignota ma dal nome curioso: in semitico indica lo zafferano, anticamente utilizzato come medicinale.<br />
Figlio di nessuno e adottato da un giardiniere, Sargon riesce comunque a salire sul trono di Kish. Secondo un componimento epico di età paleo babilonese, Sargon diventa un alto funzionario di Ur-Zababa, sovrano di Kish, a cui la dea Inanna (Ishtar) rivela in sogno la sconfitta del suo signore. Lui si affretta ad avvertirlo, ma il re la prende male e decide di farlo assassinare: lo manda come ambasciatore da Lugal-Zaggesi, latore di una missiva in cui c’è la richiesta di uccidere il messaggero. Ma la dea veglia su di lui e lo aiuta a uscire dai guai… purtroppo il poema ci è arrivato in frammenti e non è chiaro come.<br />
Forse l’unico elemento di verità di questa leggenda è che un “<em>commoner</em>” può diventare re solo con l’aiuto degli dei, allora come oggi. Siamo agli albori della Storia, ma la società mesopotamica è già stratificata: l’<em>Ensi</em> è coadiuvato da un prefetto (<em>sabra</em>) e dal capo dell’amministrazione templare (<em>sagga</em>) da cui dipendono uno stuolo di funzionari: il capo contabile (<em>sadubba</em>), quello del “catasto” (<em>sadu</em>), il “capo del granaio” (<em>kaguru</em>), il “capo delle acque” (<em>gugallu</em>) e tanti altri di minore importanza. A questa “classe” di burocrati viene garantita una retribuzione, sotto forma di razioni di cibo e altri prodotti, decine o centinaia di volte superiore a quella del lavoratore comune; hanno la supervisione di “Case” di produzione che impiegano centinaia di lavoratori; spesso ricevono in dono la gestione di estesi possedimenti terrieri che, pur rimanendo di proprietà del Tempio, possono essere trasmessi ai propri figli. La lotta per raggiungere, mantenere e rendere ereditari questi incarichi era senz’altro feroce e probabilmente impossibile da affrontare per una persona di umili natali. Vi era poi una formidabile “barriera all’entrata” della carriera di funzionario, superabile solo per chi fosse dotato di mezzi: fino all’inizio del II millennio (III Dinastia di Ur) non vi era un sistema scolastico pubblico e l’insegnamento veniva fornito privatamente dagli scriba. Chi voleva imparare a leggere, scrivere e contare doveva pagare profumatamente.<br />
Nonostante queste difficoltà, Sargon depone Ur-Zababa e sale sul trono ci Kish, all’epoca già sottomessa a Lugal-Zaggesi. Probabilmente è in questo momento che assume il nome di <em>Sharru-kin</em>, “Re Legittimo”… e il fatto che abbia ritenuto necessario sottolineare questo concetto depone a favore di una sua presa del potere con la forza e non per via dinastica.<br />
Sul seguito le fonti si contraddicono: secondo alcuni componimenti Sargon, evidentemente non contento di essere diventato il sovrano di una delle più antiche e importanti città della Mesopotamia, decide di muovere guerra contro lo stesso re di Uruk e signore di Sumer. Altri lasciano intendere che sia stato Lugal-Zaggesi a muoversi per primo, magari per vendicare il deposto Ur-Zababa che in fondo gli aveva giurato fedeltà. In ogni caso, il potente Lugal-Zaggesi, a capo dell’esercito congiunto delle città della Mesopotamia meridionale, e Sargon con l’esercito della sola Kish, si scontrano sul campo di battaglia in una guerra che segnerà il destino dell’intera regione e avrà ripercussioni per i secoli a venire.<br />
Ma prima procedere nel racconto di quegli avvenimenti, concentriamoci sullo stato del <em>warfare</em> dell’epoca.<br />
Le informazioni sono piuttosto scarse perché gli scriba amano descrivere il trionfo dei re vincitori ma dedicano scarsa attenzione alle strategie belliche e all’armamento utilizzato. Possiamo però rifarci a due magnifici reperti dell’arte sumera: la Stele degli Avvoltoi e lo Stendardo di Ur. Della prima, un monumento altro 1,80 metri che ritrae il re di Lagash vittorioso sui guerrieri di Umma, ci sono giunti solo alcuni frammenti, già raffigurati in questo articolo; il secondo è una rappresentazione lignea tridimensionale costituita da quattro pannelli, due facciate principali rettangolari e due più piccole trapezoidali, ricoperti di bitume e intarsiati con inserti in lapislazzuli, pietra calcarea bluastra e madreperla. Uno dei lati più grandi detto “della guerra” raffigura carri da guerra nell’atto di travolgere i nemici (scena in basso) e guerrieri mentre inseguono i nemici in fuga o li catturano (scena centrale).<br />
In entrambe le rappresentazioni vediamo guerrieri armati di lance e, nella “stele”, protetti da scudi rettangolari alti quasi quanto un uomo. Sembrano marciare contro il nemico in una sorta di falange. I carri invece sono trainati da equidi: probabilmente si tratta di <em>kunga</em>, ibridi nati da onagri selvatici e asini domestici – il cavallo verrà addomesticato solo intorno alla fine del III millennio. Sui carri, oltre l’auriga, è presente un guerriero raffigurato mentre lancia un giavellotto sui nemici; una faretra nella parte anteriore del carro ne contiene altri pronti all’uso.<br />
Lancia e scudo dovevano essere le armi principali del fante mesopotamico, quindi. Altri reperti rivelano che venivano utilizzate anche mazze di legno con la testa in pietra e i primi esempi di “spada-falce”, con la lama ricurva montata su una impugnatura di legno o bronzo, progenitrice della più famosa <em>kopesh</em> egizia. Quest’ultima arma doveva essere prerogativa di re e comandanti militari.<br />
Da notare invece la quasi assoluta mancanza di raffigurazioni di armi da tiro per le truppe appiedate. Gli archi erano conosciuti (sono presenti in numerose raffigurazioni di scene di caccia) ma sembra non venissero utilizzati in guerra – o, se lo erano, non erano considerati degni di rappresentazione nei monumenti.<br />
Sull’uso dei carri da guerra i pareri degli storici sono discordi. C’è chi li vede come uno strumento di sfondamento delle linee nemiche, similmente ai cocchi egiziani del millennio successivo, e chi invece ritiene che fossero solo i mezzi di trasporto del re e dei dignitari fino al campo di battaglia, e venissero utilizzati per inseguire il nemico in fuga. Certamente un qualche uso in battaglia ne veniva fatto, a giudicare dalle faretre piene di dardi che portavano, ma è probabile che fosse marginale rispetto all’impiego della fanteria.<br />
Ma chi combatteva le battaglie? Fino all’epoca sargonica i documenti amministrativi in nostro possesso, le famose tavolette di argilla simbolo della civiltà mesopotamica, ci dicono che il numero di guerrieri “professionisti” a disposizione di ogni città era esiguo, lo stretto necessario per assicurare una protezione al re e garantire l’ordine pubblico (per il quale venivano utilizzati anche i <em>gulla</em>, una sorta di poliziotti dotati di lunghi bastoni). Gli eserciti mesopotamici erano formati principalmente da migliaia (per le città più grandi da decine di migliaia) di coscritti, <i>unga</i> sottratti al lavoro coatto e mandati in guerra. Erano questi guerrieri a costituire le falangi armate di lance e pesanti scudi riprodotte sulla Stele degli Avvolti e in altri reperti.<br />
Nelle battaglie campali combattute da eserciti non professionisti disposti in lente falangi e con armamento equivalente, è chiaro che la vittoria vada al contingente più numeroso, poiché l’abilità del singolo, le tattiche e la tecnologia passano in secondo piano. Tra Lugal-Zaggesi, che può contare sulle forze riunite di una cinquantina tra i più popolosi insediamenti della regione, e Sargon alla testa dell’esercito della sola Kish, la logica ci dice che avrebbe dovuto essere il primo a prevalere sul secondo. Ma nella realtà accade il contrario.<br />
Quali sono i motivi di questo sorprendente risultato? Tralasciando ipotesi di improvvisi cambiamenti di fronte da parte degli alleati di Lugal-Zaggesi, peraltro non riportati dalle fonti, gli storici sono concordi nell’attribuire la vittoria di Sargon alla introduzione su larga scala dei primi guerrieri di professione (forse mercenari di etnie “barbare”), in modo da contrapporre l’abilità e l’esperienza alla superiorità numerica dell’avversario.<br />
In tal senso sembra potersi interpretare una iscrizione commemorativa, che parlando della corte di Sargon, afferma “5400 uomini mangiano ogni giorno […] di fronte a lui”. Un tale esercito di guerrieri esperti, specie se ben guidato, può certamente giocarsela contro armate anche molto più numerose.<br />
Ritengo però che questa non sia stata l’unica innovazione di Sargon in campo militare. A partire dal suo regno, infatti, compaiono su numerosi monumenti rappresentazioni di guerrieri armati di arco.<br />
Non si tratta però di un arco normale, ma, come si può notare dai flessi e ai <em>tips </em>su cui viene fissata la corda, di un arco composito. Si tratta di un particolare di non secondaria importanza, in quanto l’arco composito, delle sue diverse varianti, diventerà l’arma d’eccellenza degli Assiri e di tutti gli eserciti del medio e lontano oriente e tale rimarrà fino all’invenzione delle armi da fuoco. La sua origine viene fatta risalire proprio alla fine del III millennio, ad opera di popolazioni nomadi asiatiche, per cui non è impossibile che fosse conosciuto anche in Mesopotamia. Certo lo è all’epoca di Naram-Sin, nipote e successore di Sargon: anzi, l’arco composito è diventato un’arma così importante da essere rappresentata nelle mani del sovrano stesso nel suo più famoso e significativo monumento (la “Stele della Vittoria”).<br />
L’utilizzo massiccio di armi da tiro, unito alla presenza di reparti di guerrieri professionisti, rappresenta una valida spiegazione delle vittorie riportate da Sargon. Al termine delle citate 34 battaglie, egli ha conquistato tutto il territorio a sud di Kish, fino al Mare Inferiore (Golfo Persico), dove simbolicamente “lava la lama della sua spada” dal sangue nemico, per significare che la sua vittoria è completa. Conduce in catene Lugal-Zaggesi a Nippur, all’epoca “città sacra” per le popolazioni mesopotamiche. Qui si fa incoronare “<em>Ensi</em> (governatore) della terra per conto del dio Enlil”, il signore del pantheon sumero.</p>
<div id="attachment_12287" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2022/12/Immagine5.jpg"><img class=" wp-image-12287 " alt="Stele di Rimush, figlio e successore di Sargon di Akkad, circa 2270 a.C. " src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2022/12/Immagine5.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Stele di Rimush, figlio e successore di Sargon di Akkad, circa 2270 a.C.</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">In pochi anni, Sargon ha già emulato Lugal-Zagggesi. Ma il suo dominio è del tutto diverso: il nuovo sovrano si dimostra un grande innovatore anche nell’organizzazione del regno. Egli sostituisce i capi delle città-stato con propri uomini di fiducia, che mantengono il nome di <em>Ensi </em>(solo lui può fregiarsi del titolo di <em>Lugal)</em> ma sono solo governatori. Non è solo una rottura della tradizione preesistente, è una rivoluzione epocale: Sargon non è più un “primus inter pares” com’era stato Lugal-Zaggesi, ma si pone a un livello superiore rispetto ai capi delle città. Non solo: i governatori, insieme ai funzionari e alle guarnigioni fedeli a Sargon costituiscono il nucleo della struttura centralizzata di governo sovra cittadino che mancava sotto Lugal-Zaggesi. È la nascita dello stato regionale e non si tornerà più indietro, salvo che per brevi periodi.<br />
La nuova struttura di governo deve essere mantenuta, in qualche modo. Inizia così un processo di trasferimento al sovrano (e ai suoi seguaci, funzionari e guerrieri) delle terre e delle risorse fino ad allora amministrate dal Tempio cittadino che crea un forte malcontento nelle città assoggettate. Ovviamente i vecchi proprietari non ne sono felici e piccole o grandi rivolte scoppiano molte città, sia a nord che nel meridione. Tutte vengono riconquistate e punite con la simbolica “distruzione delle mura”, da non intendersi in senso letterale: si limitavano a aprire dei varchi con l’obbligo di non richiuderli. In un mondo in cui le armi d’assedio sono limitate a scale e rudimentali arieti, distruggere le mura significava eliminare un formidabile ostacolo all’assalitore e – soprattutto – far dipendere la sua difesa dall’esercito del re anziché da quello cittadino.<br />
Anche a Kish scoppia una rivolta, probabilmente fomentata dai seguaci di Ur-Zababa che non hanno mai accettato il “Re Legittimo”. La reazione di Sargon porta, ancora una volta, alla rottura di tradizioni millenarie.<br />
Oltre a infliggere la solita punizione alla città, distruggendone le mura, il sovrano decide di spostare la sua capitale e fa costruire un nuovo insediamento: Agadè in sumero o Akkad in semitico. Il nome è traducibile in “Corona di fuoco”, sembra in onore della dea Inanna/Ishtar. Ma la decisione in sé è una azione rivoluzionaria, perché uno degli elementi centrali della religione e della società sumero-semita era che le città fossero un dono degli dèi agli uomini. Sargon quindi ne usurpa uno degli attributi e il tirare in ballo Ishtar, che ne avrebbe ordinato la costruzione, è solo un tentativo di nascondere il sacrilegio.<br />
Purtroppo, non conosciamo l’esatta ubicazione della nuova capitale, ma sappiamo che si trovava a nord di Kish. Lontana, quindi, dal sud a predominanza sumera. Sarà forse per questo che il dialetto semitico diventa la lingua ufficiale del nuovo regno, subentrando al sumero. Questo forse è il lascito più importante di Sargon: la nuova lingua verrà utilizzata per i duemila anni successivi, darà origine al babilonese e all’assiro e influenzerà non solo le lingue semitiche occidentali (tra le altre, l’aramaico, l’ugaritico, il fenicio e l’ebraico), ma anche le lingue indoeuropee.<br />
L’utilizzo della nuova lingua ha una espansione immediata: il sumero viene soppiantato in pochi lustri anche nella Mesopotamia meridionale, dove si era originato, e limitato alle sole funzioni religiose.<br />
Gli storici chiamano “accadico” questa lingua e “Akkadi” i seguaci di Sargon; ricordiamoci però che non si tratta di un nuovo popolo, ma della rete di funzionari e guerrieri di diversa etnia ma a prevalenza semita o sumera che si diffonde dalla città di Akkad su tutto il territorio dell’impero. Va da sé che il concetto di “invasione” degli Accadi a scapito dei Sumeri, di cui spesso si legge sui libri di scuola, è totalmente fuorviante.<br />
Le innovazioni del nuovo sovrano in campo civile non si fermano qui. La propaganda reale compie un improvviso balzo in avanti, costruendo gli strumenti ideologici a giustificazione del nuovo stato sovra-cittadino. Sargon si proclama “re della totalità” (in accadico <em>Shar kisshatim</em>), reinterpretando il vecchio titolo, <em>Lugal Kish</em>, appartenente alla tradizione sumera durante il periodo protodinastico. Un altro suo titolo, “sacerdote-unto di An” (dio del Cielo), patrono di Uruk, consente un controllo diretto sugli affari interni della principale città meridionale (non dimentichiamoci che intorno al Tempio ruotava buona parte dell’economia cittadina), oltre a costituire un ponte tra il nuovo sovrano semita e la popolazione sumera. Per gli stessi motivi, Sargon fa nominare due sue figlie alte sacerdotesse del dio Enlil a Nippur e del dio Nanna in Ur.<br />
Quest’ultima, che assume il nome di Enkheduanna, “La sacerdotessa che è l’ornamento del cielo”, è una figura eccezionale al pari del padre. Raffinata e colta, non solo riveste un ruolo di primo piano nella gestione di Ur ma diventa un punto di riferimento della vita religiosa e politica dell’intero regno. Compone numerosi inni religiosi, di cui una quarantina sono giunti fino a noi attraverso le copie trascritte dagli scribi dei secoli successivi, che fanno di lei il primo autore chiaramente identificabile della letteratura mondiale. Sono dedicati non solo al dio Nanna, ma anche alla dea sumera Inanna, che per la prima volta è formalmente identificata con la semita Ishtar, e agli altri dèi del pantheon sumero-accadico. L’intento è chiaro: rafforzare i legami tra gli dèi significa rafforzare i legami tra le città loro dedicate e di conseguenza aumentare la coesione del nuovo stato. Sicuramente inattesa è invece la sua riuscita come scrittrice capace di dare alla letteratura del tempo alcuni dei suoi più raffinati capolavori. Di lei tratteremo più a lungo in un prossimo articolo.<br />
L’intenzione di Sargon di creare uno stato coeso che sostituisse la struttura tradizionale delle città-stato, indipendenti e concorrenti tra di loro per lo sfruttamento del territorio, è evidente anche nella vera e propria macchina promozionale di sé stesso che pone in essere attraverso la diffusione su tutto il territorio della sua immagine. In ogni città vengono poste stele a ricordo delle sue vittorie e della sua grandezza: la fattura molto simile di tutti questi manufatti fa pensare a una vera e propria squadra di maestranze con il compito di proporre la stessa immagine del sovrano, quella di un vincitore che ha al suo fianco non solo i propri dei ma anche quelli della popolazione conquistata.<br />
In campo economico, viene attribuito a Sargon quello che oggi potremmo chiamare il rilancio del commercio. Le iscrizioni sulle stele e sulle statue che Sargon dona ll’Ekur, il tempio del dio Enlil a Nippur, raccontano di come egli abbia favorito il commercio, anche su lunghe distanze. Così egli farà attraccare al porto fluviale di Akkad navi provenienti da regioni lontane: Dilmun (Bahrain), Magan (Oman), Meluhha (la valle dell’Indo), tutte regioni legate alla Mesopotamia da antica tradizione commerciale, adesso rinnovata.<br />
Gli sforzi necessari per creare il nuovo stato e garantirne la coesione interna non ne interrompono l’allargamento <em>manu militari</em>. Anzi, i primi si rendono tanto più necessari quanto più la macchina bellica creata da Sargon procede verso la conquista di nuovi territori.<br />
Gli storici hanno individuato tre direzioni di questa espansione, pur non avendone ancora identificato la precisa sequenza temporale: una a nord risalendo l’Eufrate fino al Libano e il Tigri fino ai Monti Taurus; la seconda a sud-est, verso l’altopiano iraniano; la terza ancora a nord, verso l’Anatolia centrale.<br />
È probabile che le campagne verso la Mesopotamia settentrionale siano state le prime: conquistato il meridione, cioè Sumer, l’obiettivo più immediato è il nord della Mesopotamia, abitato da popolazioni semite con lingua e costumi molto vicini a quelli dell’area centrale dominata da Kish.<br />
Sappiamo che Sargon conquista la città di Tuttul. Una delle iscrizioni rinvenute attesta che il re “si inchina davanti a Dagan [dio poliade della città] che gli concede le Terre Alte e le città di Mari, Yarmuti ed Ebla, fino alla Foresta dei Cedri [Libano] e ai Monti dell’Argento [Monti Taurus]”. In effetti abbiamo riscontri archeologici della presenza di funzionari di Akkad a Assur e Ninive, allora centri secondari che diverranno un millennio dopo il cuore dell’impero Assiro, e a Nagar, importante centro commerciale sul fiume Kabur (un affluente dell’Eufrate). Sappiamo inoltre che Mari, principale potenza commerciale e militare della regione, venne distrutta in questo periodo, ed è presumibile che a farlo sia stata l’unica forza in grado di sconfiggerne facilmente l’esercito. Durante questa campagna viene anche a contatto con le popolazioni semistanziali degli Amorrei, le cui greggi pascolavano nelle valli fluviali della Mesopotamia del nord ovest, favorendone una prima parziale integrazione nella società accadica.<br />
Che Sargon abbia raggiunto le sponde del Mediterraneo sembra meno probabile. Dagli archivi di Ebla (situata a ridosso della catena montuosa libanese) sappiamo che il suo esercito ne occupò almeno parte del territorio, ma non abbiamo notizie su una conquista duratura della città o di una avanzata dell’esercito di Akkad fino alla costa. È più probabile che il grande sovrano si sia limitato a una serie di raid per saccheggiare i ricchi territori della Terra dei Cedri e abbia imposto ai signori locali una qualche forma di alleanza.</p>
<div id="attachment_12286" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2022/12/Immagine4.jpg"><img class=" wp-image-12286 " alt="Stendardo di Ur, circa 2500 a.C., pannello della guerra." src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2022/12/Immagine4.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Stendardo di Ur, circa 2500 a.C., pannello della guerra.</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Sappiamo invece per certo che rivolse la sua attenzione ai territori allora occupati dagli elamiti. La regione dell’Elam &#8211; Haltamti in lingua locale – occupa la parte più occidentale dell’altopiano iraniano ed è separata dalla piana mesopotamica dalla catena dei Monti Zagros a nord ovest e da una estesa zona paludosa a sud ovest; questi ostacoli naturali hanno favorito l’emergere di una cultura a sé stante, con una lingua orale e scritta diversa da quella sumera e da quella accadica. Non per questo sono mancati intensi rapporti con la Mesopotamia, fatti di commerci ma anche di incursioni da ambo le parti. E’ contro questo avversario che muove guerra Sargon. Le sue iscrizioni descrivono la conquista di tredici diverse città, oltre alla cattura un certo numero di governatori e generali, inclusi sia &#8220;Khishibrasini, re di Elam&#8221; che suo figlio Lukh&#8217;ish&#8217;an. Una stele della vittoria eretta a Susa mostra Sargon, con una folta barba e lunghi capelli legati in una crocchia intrecciata al collo, che guida prigionieri e bottino in trionfo dopo la sua cattura della città.<br />
Sulle sue campagne nell’Anatolia centrale parla un documento di età paleo-babilonese, “Il re della Battaglia”, conosciuto anche come “Sargon e il Signore di Purushanda”. Sembra trattarsi, più che di una guerra di conquista, di una lunga campagne militare in difesa dei mercanti mesopotamici che subivano abusi da parte dei governanti di Purushanda, un antico centro probabilmente ubicato nei presso del lago Tuz (a sud di Ankara). Non vi sono conferme da parte di altre fonti ma l’interesse di Sargon per quell’area è perfettamente plausibile, poiché l&#8217;Anatolia costituisce una importante fonte di argento per la Mesopotamia.<br />
In ogni caso, il documento babilonese è prezioso perché offre una ulteriore prova dell’importanza che il sovrano di Akkad attribuisce ai commerci (nel solco della tradizione sumera: nel III millennio quasi sempre le guerre scoppiavano per contrasti di carattere economico, come ampiamente documentato dalla letteratura del periodo) e perché descrive l’attenta preparazione di queste campagne militari, compresa una sorprendente pianificazione di intelligence affidata proprio ai mercanti accadici.<br />
Dopo 56 anni al potere (dal 2335 al 2279 a.C.) il grande re scompare. Si lascia alle spalle uno stato di nuova concezione, fortemente centralizzato, dotato di una capillare struttura organizzativa e capace quindi di amministrare un ambito territoriale la cui vastità (circa 300.000 kmq) è assolutamente inedita nella storia della Mesopotamia. Ne fanno parte popolazioni differenti per costumi e lingua, stanziali come i semiti, i sumeri e gli elamiti delle città o semistanziali come gli amorrei. Una compagine statale per la quale può essere tranquillamente usata la parola “impero”, così come imperialistico è il progetto che scientemente Sargon, primo nella storia dell’umanità, ha perseguito. Una impresa epica, specie se si considera che a realizzarla è una persona di umilissime origini. Sarà per questo che uno dei documenti in nostro possesso, fa dire a Sargon, che ha appena finito di enumerare alle sue truppe le conquiste di tutta una vita: “Ora, ogni re che vuole chiamarsi mio eguale, dovunque io andai, che ci vada.”<br />
Egli esce dalla storia per entrare nella leggenda. Ho già detto che le sue imprese saranno esaltate in decine di opere letterarie, ma non è tutto. Nell’immaginario dei popoli che abitano la Mesopotamia Sargon diventa il mito del re invincibile, secondo solo agli Dei. al punto che mille e cinquecento anni dopo grandi re assiri assumeranno il suo nome per reclamarne l’eredità. Non deve sorprendere quindi che alcune delle situazioni presentate in questi racconti (ad esempio il salvataggio del piccolo Sargon dalle acque del fiume) siano diventati addirittura dei topoi letterari, presenti anche in altri testi appartenenti a culture vicine, nello spazio, a quella mesopotamica ma lontane nel tempo (la tradizione ebraica con Mosè) e si riflettono persino nei racconti mitici della fondazione di Roma, anche se certamente non esiste una correlazione diretta tra i due miti, quello latino e quello accadico (che comunque rimane il più antico non solo fra quelle citati ma fra tutti quelli con le medesime caratteristiche).<br />
Con la sua morte il testimone passa ai suoi figli e nipoti, alcuni dei quali rivaleggeranno con lui per ingegno e per fama. Ci occuperemo di loro in un prossimo articolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><br />
William J. Hamblin, <em>Warfare in the Ancient Near East to 1600 BC: Holy Warriors at the Dawn of History</em><i>, Routledge 2006.<br />
Marc Van De Mieroop, </i><em>A History of the Ancient Near East ca. 3000-323 b.C., </em>Wiley 2016.<br />
<i>Lorenzo Verderame, </i><em>Introduzione alle culture dell’antica Mesopotamia, </em>Mondadori 2017.<br />
<i>Davide Nadali e Andrea Polcaro, </i><em>Archeologia della Mesopotamia antica, </em>Carrocci editore 2018.<br />
<i>Lucio Milano (a cura di), </i><em>Il vicino oriente antico, </em>EncycloMedia Publishers 2022<br />
<i>Franco D’agostino, </i><em>I Sumeri,</em> Hoepli 2020.<br />
<i>Paolo Gentili, </i><em>Sargon, re senza rivali, </em>SEU Servizio Editoriale Universitario di Pisa 1998.<br />
<i>L. Romano, </i><em>La Stele degli Avvoltoi: una rilettura critica, </em>VICINO ORIENTE, Annuario del Dipartimento di Scienze Storiche Archeologiche e Antropologiche dell’Antichità – Università di Roma La Sapienza &#8211; anno 2007.</p>
<p style="text-align: justify;"><i> </i></p>
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		<title>LA NASCITA DELLA SCRITTURA, TRA STORIA E LEGGENDA</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jun 2022 10:39:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Luca Vinotto -   E’ in Mesopotamia che ha origine, circa 5000 anni fa. Ma non per merito di un sapiente alle prese col problema di conservare e diffondere la conoscenza. Bensì grazie a funzionari e mercanti che, più prosaicamente, devono rendere conto delle merci di cui sono responsabili. &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><b>di Luca Vinotto -</b></p>
<p style="text-align: justify;"><b> </b></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>E’ in Mesopotamia che ha origine, circa 5000 anni fa. Ma non per merito di un sapiente alle prese col problema di conservare e diffondere la conoscenza. Bensì grazie a funzionari e mercanti che, più prosaicamente, devono rendere conto delle merci di cui sono responsabili.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><b> </b></p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Il contesto storico</b></h3>
<div id="attachment_11693" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2022/05/Immagine1.png"><img class="size-thumbnail wp-image-11693" alt="Tavoletta cuneiforme babilonese" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2022/05/Immagine1-150x150.png" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Tavoletta cuneiforme babilonese</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Nel IV millennio a.C. la Mesopotamia è una delle regioni più avanzate del mondo, insieme all’Egitto predinastico e alla nascente civiltà di Harappa nella valle del fiume Indo.<br />
È un processo che parte da lontano. La presenza umana nella regione è provata fin dal XII millennio a.C., durante il quale si sviluppano numerosi villaggi lungo il corso dell’Eufrate. Si tratta di piccoli nuclei dediti alla caccia e alla raccolta, spesso nomadi o seminomadi; nel X millennio a essi si affiancano i primi villaggi di agricoltori, dapprima lungo la fascia pedemontana dei Monti Zagros, una catena che si estende parallela al corso del Tigri dall’Anatolia al Golfo Persico, e quindi in tutto l’alluvio. Nei villaggi la vita è organizzata intorno ai nuclei famigliari, che in assenza di rapporti gerarchici conservano la massima autonomia; la differenziazione sociale sembra basata solo sull’età. L’architettura, prevalentemente di tipo domestico, è costituita da case circolari o ovali, di dimensioni standardizzate, in pietra o mattoni crudi. Alcune presentano piccole suddivisioni interne destinate allo stoccaggio dei cibi. La religione è basata sul culto degli antenati (sono frequenti i casi di asportazione del cranio che veniva conservato separatamente).<br />
Fa eccezione il sito di Göbekli Tepe, una collina dominante la estesa pianura di Urfa nella Turchia sud-orientale. Gli scavi hanno messo in luce ambienti circolari costruiti in pietra e dotati internamente di enormi pilastri monolitici a forma di T che raggiungono in alcuni casi i 5 metri di altezza, che riportano scolpiti a bassorilievo lineamenti umani e un ampio spettro di animali selvatici come cinghiali, volpi, onagri, gazzelle, leoni, serpenti e uccelli acquatici, specchio di una società ancora fondamentalmente di cacciatori. Le strutture circolari di Göbekli Tepe, datate intorno al 9000 a.C, non sembrano aver avuto funzioni abitative, ma dovevano essere destinate a scopi cerimoniali e rituali per eventi quali la nascita, l’iniziazione, il matrimonio, la morte. Il sito rappresenta anche un importante centro di produzione per l’industria della selce.<br />
Nei due millenni successivi i villaggi si moltiplicano, spesso per gemmazione, e si ingrandiscono dando origine alla cultura Hassuna dove l’agricoltura e l’allevamento sono ormai le fonti principali di sostentamento della comunità, e poi alla Samarra, che per prima sviluppa forme arcaiche di irrigazione artificiale. Con la cultura Halaf la produzione di ceramica diventa più ricca e i prodotti più sofisticati.<br />
Questa rete di piccoli villaggi dalle caratteristiche case di forma circolare o rettangolare, dalle pareti intonacate e dotate di nicchie e con ambienti dedicati alla conservazione del cibo si estende velocemente per tutto i Levante: dalle sponde del Mediterraneo all’Anatolia centrale e all’altopiano iraniano, dando origine a un fitto commercio su brevi distanze.<br />
Tra il VII e VI millennio (cultura di Ubaid), complice il progressivo ritiro delle acque del Golfo Persico, inizia l’occupazione da parte dell’uomo della Mesopotamia meridionale e con essa assistiamo a un cruciale cambiamento nel rapporto con la natura.<br />
Mentre nella parte settentrionale della Mesopotamia le precipitazioni sono sufficienti a garantire un buon raccolto senza necessità di grandi opere, in quella meridionale la situazione è molto differente. La regione è pianeggiante, il terreno fertile e grazie al Tigri e all’Eufrate l’acqua vi abbonda; il clima però è secco e lontano dai fiumi le coltivazioni sono impossibili. Inoltre, le periodiche inondazioni dei fiumi sono un costante pericolo per gli insediamenti e i coltivi. Non basta più coltivare i campi per garantire la sopravvivenza della propria famiglia; è necessario realizzare imponenti opere idriche, quali i canali di irrigazione e i bacini di raccolta e contenimento delle acque, che non sono alla portata dei singoli nuclei famigliari.<br />
Gradualmente l’organizzazione sociale si adegua alle nuove necessità: singoli individue e gruppi emergono come leader della comunità, migliorando il loro status (come si vede da una progressiva differenziazione nelle unità abitative) e si assiste allo sviluppo di forme di gestione comunitaria delle risorse. Inoltre, all’interno dei villaggi compaiono edifici di grandi dimensioni: i templi. Nascono con una duplice funzione, da un lato sono la “Casa del Dio”, in cui la divinità si manifesta “fisicamente”, dall’altro diventano il centro di raccolta e di conservazione delle risorse agricole – del resto, quale luogo più sicuro della dimora stessa della divinità?<br />
Il surplus di produzione a disposizione del villaggio viene impiegato anche per nutrire la parte di popolazione impegnata nella realizzazione di opere di interesse comune – canali e bacini di irrigazione – che a loro volta creano le condizioni per aumentare i raccolti, determinando una spirale virtuosa di sviluppo. Inutile dire che col tempo colui che sovraintende al Tempio assume la guida non solo religiosa ma anche civile della comunità: nasce la figura dell’<em>En</em>, il “sacerdote-re”.<br />
L’aumento della produzione permette il rapido sviluppo un commercio che coinvolge regioni anche lontane grazie al quale affluiscono in Mesopotamia materie prime di cui la regione è priva, soprattutto legname, rame e stagno. La lavorazione del metallo si intensifica e assume un ruolo sempre più importante. Questa nuova organizzazione sociale si estende progressivamente nel nord della Mesopotamia sostituendosi alle preesistenti.<br />
Intorno al 4500 a.C., fa la sua comparsa un’altra etnia, che si affianca e amalgama con quella semitica: i Sumeri. Ho usato il termine “comparsa” non a caso, perché le circostanze che hanno determinato la loro presenza in quella regione sono ancora avvolte dal mistero. L’unica cosa che sappiamo sulla base dei primi testi scritti è che la loro lingua era profondamente diversa da quella parlata dalle popolazioni semite, per cui si ritiene che non fossero autoctoni, ma siano arrivati attraverso un processo di migrazione. Anche sulla loro provenienza il dibattito è ancora aperto. Gli studiosi propendono per considerarli originari o della valle dell’Indo o delle coste africane di Dilmun (attuale Bahrein). Secondo alcuni autori sarebbero fuggiti dalle regioni costiere dell’India, sommerse dal progressivo innalzamento delle acque dell’oceano conseguente alla fine dell’ultima glaciazione. È una tesi affascinante (ma tutta da confermare) che spiegherebbe il racconto del Diluvio Universale, elaborato dai Sumeri e poi ripreso dalla civiltà ebraica. In ogni caso, si stabiliscono nella Mesopotamia meridionale dove ben presto diventarono l’etnia dominante (a quanto ne sappiamo senza ricorrere a metodi cruenti, ma anzi convivendo pacificamente con i semiti).<br />
Gli insediamenti semitici e sumerici crescono in numero ma soprattutto in dimensioni e complessità, fino a dare origine alla prima città.<br />
L’urbe mesopotamica differisce dal villaggio non tanto per le dimensioni, quanto per le funzioni. Vi si svolgono una quantità di attività altamente specializzate, legate al suo ruolo di centro politico ed economico di un territorio più vasto. Coordinate dal potere centrale, masse di lavoratori sono sottratte permanentemente al lavoro nei campi e impiegate nella realizzazione di opere di interesse comune (canali di irrigazione, edifici pubblici, opere di difesa). L’amministrazione centralizzata di buona parte dei beni prodotti dalla comunità è il fulcro dello sviluppo: la loro redistribuzione a chi, svolgendo mansioni diverse, non può contribuire direttamente alla loro realizzazione, permette non solo la realizzazione di nuove infrastrutture, ma anche lo studio e lo sviluppo di nuove conoscenze e nuove tecniche.<br />
Il primo centro abitato con queste caratteristiche è Uruk, sviluppatosi intorno al 3800 a.C. e che viene definitivamente abbandonata solo nel 200 d.C., diventando quindi una delle città più longeve della storia. Situata su uno dei rami con cui l’Eufrate all’epoca si gettava nel Golfo Persico, nel suo periodo di massima espansione (2900 anni prima di Cristo) è circondata da imponenti mura lunghe 9,5 chilometri che racchiudono un’area abitata di 5,5 kmq.: dimensioni più che doppie rispetto a quelle raggiunte nel 500 a.C. dall’Atene di Temistocle e pari alla metà di quelle che la stessa Roma imperiale raggiungerà ben 3.000 anni dopo.</p>
<div id="attachment_11694" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2022/05/Immagine2.png"><img class="size-thumbnail wp-image-11694" alt="Uruk, Atene, Gerusalemme e Roma: dimensioni a confronto" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2022/05/Immagine2-150x150.png" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Uruk, Atene, Gerusalemme e Roma: dimensioni a confronto</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Accoglie, oltre a edifici pubblici imponenti (alcuni più ampi del Partenone ateniese), diversi opifici, tra cui una fonderia che occupava un gran numero di lavoranti, segno di elevata specializzazione e organizzazione del lavoro. Sappiamo che i suoi abitanti svolgevano diversi mestieri: oltre al contadino, al pastore e al pescatore troviamo muratori, vasai, fabbri, birrai, tagliapietre, e anche barbieri, fabbricanti di feltro, argentieri, medici, aruspici e oracoli. L’amministrazione occupa funzionari e scribi con diversi gradi di responsabilità e le attività religiose sono gestite da sacerdoti di rango e con compiti ben differenziati. Alla loro testa c’erano i <em>sanga</em>, capi delle amministrazioni templari, gli <em>shabra</em>, cioè “prefetti” e a capo della città l’<i>En</i>, massima autorità religiosa.<br />
I mercanti, anche loro funzionari al servizio della città, svolgono un ruolo fondamentale perché con loro viaggiano non solo i prodotti di Uruk ma anche le tecniche e le conoscenze sviluppate nella città e il suo stesso modello organizzativo. In questo modo, prima lungo il corso dell’Eufrate e poi in tutta la piana mesopotamica si creano, spesso all’interno di insediamenti semiti preesistenti, vere e proprie colonie urukite.<br />
L’epoca durante la quale si verifica questo fenomeno di enorme importanza per la storia umana (dal 3800 al 3100 a.C.) viene giustamente definito periodo di Uruk e a esso viene fatta risalire anche quella che un antico scriba ha poeticamente definito “l’arte di mettere la parola nell’argilla”.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Le origini della scrittura</b></h3>
<div id="attachment_11691" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2022/05/Bulla.png"><img class="size-thumbnail wp-image-11691" alt="Bulla" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2022/05/Bulla-150x150.png" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Bulla</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la parola scritta non è stata partorita dalla mente geniale di un sapiente alle prese col problema di conservare e diffondere le sue conoscenze, ma dalle necessità ben più prosaiche del funzionario e del mercante che devono rendere conto delle merci di cui sono responsabili.<br />
Fin dal IV millennio (periodo <em>halaf</em>) in Mesopotamia la merce viaggia accompagnata da sigilli in argilla che ne garantiscono l’integrità (<em>cretulae</em>). Si tratta di grumi di argilla applicati sul carico in modo da presentare da un lato l’impronta dell’oggetto (ad esempio le corde che chiudevano sacchi e cesti, il tessuto o la pelle con cui venivano coperti i vasi in ceramica e per i magazzini i pioli di chiusura delle porte dei depositi), dall’altra l’impronta di un sigillo del proprietario.<br />
Il sigillo è costituito da un cilindro in osso o pietra sul quale sono riportati, in bassorilievo, disegni identificativi del proprietario.<br />
L’uso di questo tipo di oggetti garantiva il controllo su eventuali effrazioni, perché la rottura della <i>cretula</i> equivale a una manomissione e quindi a un prelievo indebito.<br />
Intorno al 3400 a.C., accanto alla <em>cretula </em>compare la <em>bulla</em>, costituita da un involucro di argilla contenente piccoli simboli rappresentanti la merce detti <em>token </em>(sfere, coni o dadi integri o forati realizzati in pietra osso o argilla) il cui numero rappresenta le unità, decine o centinaia, mentre il tipo individua la natura della merce e, in una transazione commerciale, il tipo di contratto. Sulla <em>bulla </em>viene impresso il sigillo che ne garantisce l’autenticità; in caso di contestazioni, la si rompe per verificare la concordanza tra i simboli contenuti e la merce effettivamente ricevuta.</p>
<div id="attachment_11692" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2022/05/Token.png"><img class="size-thumbnail wp-image-11692" alt="Token" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2022/05/Token-150x150.png" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Token</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">L’idea è ingegnosa, ma a ogni controllo la bulla va rotta e quindi rifatta. Nasce quindi l’idea di sostituire i <em>token </em>con dei simboli incisi sulla superficie esterna, che si appiattisce fino a diventare una tavoletta di argilla grande come il palmo della mano.<br />
Ogni segno, nasce come un disegno (pittogramma) della realtà che vuole descrivere: ad esempio, il segno <em>ka </em>è il disegno di una testa in cui si sottolinea la parte in cui si trova la bocca e significa, appunto, “bocca”. Ma invece di seguire la via di inventare un nuovo disegno per ogni aspetto del reale, sia materiale che immateriale, i Sumeri utilizzano un gruppo relativamente ristretto di pittogrammi, che non supera in nessun periodo storico il numero di qualche centinaio, attribuendo allo stesso segno significati che ritengono simili. Quindi, il segno <em>ka</em>, oltre a indicare come disegno una “bocca”, può esprimere i termini “parola” e “urlo”, ma anche “dente” e “naso”, in quanto realtà che si trovano nella parte anteriore della faccia, e al contempo il verbo “parlare”. Il significato corretto lo si può desumere solo dal contesto della frase.<br />
Compare ben presto lo strumento indispensabile dello scriba: lo stilo. È una canna sottile, smussata in punta che lascia sull’argilla fresca un segno a forma di cuneo. La necessità di ridurre lo spazio occupato sulla tavoletta, di standardizzare i segni e (probabilmente) di accelerare l’atto dello scrivere portano a stilizzare sempre più la loro forma. Ecco come è stato disegnato il pittogramma &#8220;testa&#8221; nel corso di varie fasi storiche (Borger).<br />
Le tavolette sono grandi quanto il palmo di una mano, per cui spesso lo scriba doveva utilizzarne più di una per completare il testo, Per consentire una più facile archiviazione e reperimento delle informazioni, alla fine di una tavoletta si può trovare quello che viene chiamato generalmente «colofone». Si tratta di una sezione in cui sono riassunte le informazioni principali del documento. Nei testi amministrativi il colofone riporta i totali dettagliati e ricapitolativi dei computi delle uscite ed entrate, il genere di operazione (uscita, entrata, rendiconto, etc.), la struttura amministrativa o l’area geografica interessata, i funzionari coinvolti nell’operazione (chi dà, chi riceve, chi è il responsabile, etc.), la data e, in casi specifici, delle informazioni supplementari. Nei testi letterari il colofone ha la stessa funzione informativa e la stessa disposizione, ovvero alla fine della tavoletta, e riporta la prima frase della tavoletta successiva.<br />
Data l’importanza assunta da Uruk nel periodo in cui è nata la scrittura non è certo un caso che sia nel Tempio Rosso di quella città che sono stati trovati gli esempi più antichi della scrittura cuneiforme. Il periodo a cui questi rinvenimenti risalgono è il 3100 a.C. circa.<br />
Fin qui la storia, per come le nostre attuali conoscenze ci hanno permesso di ricostruirla. Ma la ricerca, fortunatamente, è in continua evoluzione e già ci sono studi che ipotizzano l’utilizzo di una scrittura proto cuneiforme su supporti di legno o argilla nella Mesopotamia settentrionale già dal IV millennio a.C. Se ulteriori scavi in queste aree confermassero questa ipotesi, le tavolette di argilla trovate a Uruk costituirebbero solo una fase, per quanto importante, dello sviluppo della scrittura: quello della sua prima diffusione e standardizzazione, resa necessaria dalla rapida diffusione delle città.<br />
Da allora e per oltre tremila anni questo tipo di grafia a forma di «chiodo» è utilizzato non solo in Mesopotamia, ma anche in Iran, l’Anatolia e la Siria-Palestina, venendo assunto come mezzo per esprimere le lingue più svariate.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La scrittura vista da chi l’ha creata</b></h3>
<p style="text-align: justify;">«L’arte della scrittura è la madre degli oratori, il padre dei maestri; l’arte della scrittura è appassionante, non ti sazia mai; l’arte della scrittura è difficile da imparare, ma colui che l’ha appresa avrà il mondo in mano. Cura l’arte della scrittura, ed essa ti arricchirà; sii diligente nell’arte della scrittura, ed essa ti riempirà di ricchezza e abbondanza.»<br />
Così inizia il documento di un antico scriba sumero. Non sorprende che in una società in cui l’economia è fortemente centralizzata ed è vitale il controllo dei flussi e delle giacenze delle merci, l’arte dello scrivere sia tenuta in così gran rilievo. E lo scriba doveva essere ben remunerato, se la considera un mezzo per diventare ricco e vivere nell’abbondanza.<br />
Un poema sumerico offre una spiegazione dei motivi e delle circostanze che portarono l’uomo a utilizzare questo dono, talmente poetica e interessante che vale la pena citarla. Si tratta del brano &#8220;Enmerkar e il Signore di Aratta&#8221;, che descrive il lungo contenzioso tra Enmerkar, un sovrano mitico della prima dinastia di Uruk, nonno, forse, del più celebre Gilgamesh, e la lontana città di Aratta, probabilmente una colonia &#8220;riottosa&#8221; della città sumera. Di quest’ultima il poema non fornisce il nome del sovrano.<br />
Essendo Aratta molto distante da Uruk (probabilmente era situata oltre l&#8217;altopiano iranico, ma non è stata ancora individuata) Enmerkar affida le sue parole a un messaggero. Questi va e torna più volte con le risposte di Aratta, ma un accordo non si trova: Aratta continua a rifiutarsi di obbedire agli ordini di Enmerkar, anzi pretende che questi si sottometta al suo volere!<br />
Il signore sumero – all’epoca Uruk era di gran lunga il centro più importante di tutta la Mesopotamia &#8211; si convince che forse la scarsa abilità o la scarsa memoria del suo inviato sono d&#8217;intralcio alla difficile trattativa. E allora&#8230; «Poiché il messaggero, avendo la bocca pesante, non era capace di ripetere il messaggio, il Signore di Kulaba [principale quartiere dell'antica Uruk] diede forma all&#8217;argilla e mise delle parole in essa [...]. Prima di ciò, le parole non erano mai state messe nell&#8217;argilla.[…] il Signore di Kulaba incise le parole sulla tavoletta e esse furono visibili.»<br />
“Mettere le parole nell’argilla” consente serve quindi a mantenere i rapporti diplomatici tra il potere centrale e le sedi più distanti. È una motivazione che sembrerebbe in contrasto con quelle commerciali ipotizzate dagli studiosi moderni, ma lo è solo in parte. Nel poema, infatti, la richiesta iniziale di Enmerkar riguarda il pagamento di un tributo in pietre preziose, a cui Aratta risponde sulle prime chiedendo in cambio una partita di cereali; il dissidio divampa quando, inviato il carico, Enmerkar non riceve quanto pattuito. Per cui, alla fin fine, il contrasto diventa commerciale.<br />
Il poema contiene una bella descrizione del momento in cui il messaggio viene recapitato al re avversario: «<i>il signore di Aratta scrutò la tavoletta: – la parola detta ha forma di chiodo, la sua struttura trafigge!»</i><br />
È indubbiamente molto poetico l’accostamento tra la forma che assume la parola scritta in caratteri cuneiformi e l’effetto quasi traumatico che essa ha su chi legge, come se fosse una nuova arma di inaudita potenza. Per la cronaca, lette le tavolette il re di Aratta è propenso ad accettare la supremazia (culturale?) di Uruk. Ma un intervento di Inanna lo fa ricredere e lo induce a continuare l’estenuante contesa.<br />
Purtroppo, il poema non ci è giunto nella sua interezza e non ne conosciamo l’esito; possiamo però arguirlo, poiché Uruk è passata alla storia mentre Aratta, incapace di conservare le proprie memorie, è stata destinata all’oblio.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><br />
<i>Giovanni Pettinato,</i><em> I Sumeri</em><i> &#8211; Bompiani 2007<br />
Marc Van De Mieroop, </i><em>A History of the Ancient Near East ca. 3000-323 b.C. – </em>Wiley, 2016<br />
<i>Lorenzo Verderame, </i><em>Introduzione alle culture dell’antica Mesopotamia – </em>Mondadori 2017<br />
<i>Davide Nadali e Andrea Polcaro, </i><em>Archeologia della Mesopotamia antica &#8211; </em>Carrocci editore 2018<br />
<i>Franco D’agostino, </i><em>I Sumeri &#8211; </em>Hoepli 2020<br />
<i>Mario Liverani,</i><em> Oriente e Occidente &#8211; </em>Laterza Editore<br />
<i>Lucio Milano (a cura di),</i><em> Il vicino oriente antico &#8211; </em>EncycloMedia Publishers</p>
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		<title>LA GUERRA INFINITA DI ROMA CONTRO I PARTI</title>
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		<pubDate>Fri, 01 May 2020 09:22:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Max Trimurti - Per circa 300 anni i Romani hanno cercato di imporsi in Mesopotamia a danno dell’impero dei Parti. Tutti i loro tentativi per consolidare una presenza durevole sono però falliti. ♦ Agli inizi dell’anno 116 l’imperatore Traiano discende il fiume Eufrate su uno dei vascelli della flotta &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Max Trimurti -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Per circa 300 anni i Romani hanno cercato di imporsi in Mesopotamia a danno dell’impero dei Parti. Tutti i loro tentativi per consolidare una presenza durevole sono però falliti.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;">Agli inizi dell’anno 116 l’imperatore Traiano discende il fiume Eufrate su uno dei vascelli della flotta romana che trasporta un importante contingente militare. L’obiettivo della spedizione è quello di strappare la Mesopotamia all’impero rivale dei Parti e assumere il pieno controllo delle vie commerciali che collegano il Mediterraneo a India e Cina. Mai, sino a quel momento, un esercito romano si era avventurato così lontano. Ciò nonostante, questo fatto non preoccupa più di tanto le truppe, poiché ogni condizione appare favorevole alla vittoria.<br />
In effetti Roma poteva contare sull’appoggio di diverse comunità alleate, dai principati del Mar Nero ai beduini del deserto. Le casse imperiali erano floride, in quanto la recente conquista della Dacia aveva consentito il controllo sulle miniere d’oro e d’argento dei Carpazi, mentre la dinastia parte degli Arsacidi risultava in preda a una profonda crisi politica: due rivali (Osroe I, sovrano dal 109 al 129 e Vologese III, sovrano dal 105 al 147) si stavano disputando il potere assoluto.<br />
L’inizio della campagna orientale conforta le speranze di Traiano: fra il 114 e il 115, le legioni romane occupano l’Armenia e la Mesopotamia del nord, inglobandole nel sistema provinciale romano. Questi territori erano stati, a lungo, oggetto di disputa fra Roma e i Parti, ma fino a quel momento, allorché i secondi avevano avuto il sopravvento, i primi avevano preferito il controllo indiretto della regione per mezzo di re o potentati più o meno “amici”.<br />
Questa politica, introdotta sotto la repubblica, era stata seguita sino all’epoca dell’imperatore Nerone, ma, in seguito, a partire dai suoi successori della dinastia dei Flavi (69-96 d.C.) si afferma una nuova tendenza: Roma cerca di imporre i propri governatori in tutti i territori conquistati.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Obiettivo Ctesifonte</b></h3>
<div id="attachment_9633" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2020/05/Cavaliere-Parto.jpg"><img class=" wp-image-9633 " alt="Cavaliere Parto" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2020/05/Cavaliere-Parto-1024x708.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Cavaliere Parto</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Il cambiamento di politica diviene radicale per impulso del bellicista Traiano. L’imperatore, proveniente da una famiglia provinciale spagnola, prima di diventare <em>princeps </em>aveva percorso i gradini del suo apprendistato privilegiando le cariche militari: giovane ufficiale, comandante di legione, governatore nelle province “agitate<i>”</i>. Egli evidenziava il perfetto profilo del <em>vir militaris</em>. Traiano, quando sale al trono nell’anno 98 sviluppa una politica aggressiva che non si limita più ad assicurare la solidità delle frontiere, ma sceglie di riprendere l’antico progetto dell’invasione della Mesopotamia.<br />
In effetti, già sotto la Repubblica, nel 54-53 a.C., Roma aveva tentato di conquistare la regione impiegando una forza di 50 mila legionari romani, ausiliari e alleati orientali. In occasione di una prima campagna, i romani, guidati da Marco Licinio Crasso, il ricchissimo associato politico di Caio Giulio Cesare e Gneo Pompeo Magno avevano occupato una parte del territorio nemico al di là della frontiera. Ma quando Crasso scatena l’offensiva verso il basso Eufrate, il suo esercito viene bloccato nei pressi della città di Carre (oggi Harran, in Turchia). Il 9 giugno del’anno 53, al termine di una lunga battaglia, ventimila romani vengono massacrati sul campo. Molti altri moriranno a seguito delle ferite e altri ancora verranno catturati e deportati in regioni lontane, all’interno dell’impero partico. Qualche giorno più tardi, nel corso di una scaramuccia, lo stesso Crasso perde la vita in combattimento. Tuttavia, la sconfitta di Carre, una delle più cocenti disfatte nella storia di Roma, non scoraggerà le ambizioni romane. Al contrario: questa disfatta costituirà il punto di partenza di una situazione conflittuale cronica, una vera “guerra senza fine” fra Roma e la Persia.<br />
Nove anni dopo Carre, Giulio Cesare, dopo aver ottenuto il potere assoluto a Roma, era già pronto a lanciare una campagna di grande respiro, con il progetto di vendicare Crasso e di conquistare l’impero partico, ma verrà assassinato tre giorni prima della partenza per l’Oriente, fissata per il 18 marzo dell’anno 44. L’obiettivo di Cesare viene ripreso da Marco Antonio nell’anno 36, ma senza successo. Sotto gli imperatori successori di Ottaviano Augusto, nel I secolo, le operazioni militari si svilupperanno su altri fronti, specialmente in Armenia: il progetto di attaccare il cuore dell’impero partico non sembrava più attuale e i progetti di Crasso e di Cesare apparivano dei sogni gloriosi piuttosto chimerici.<br />
Dal suo arrivo al potere nell’anno 98, Traiano riprende pertanto il vecchio piano di invasione della Mesopotamia. La campagna orientale viene preparata con molta cura. A tal fine era stato mobilitato un contingente senza precedenti: nove legioni quasi al completo, con ingenti rinforzi distaccati da altre legioni, per un totale di ottantamila uomini. Inoltre, Traiano fa spiegare per l’occasione una formidabile organizzazione di propaganda. Nel momento in cui viene lanciata la campagna orientale, Plutarco racconta in dettaglio, nella <em>Vite parallele</em>, le sconfitte di Crasso e di Marco Antonio per mettere meglio in risalto il valore morale dell’impresa di Traiano. D’altronde, l’imperatore non si limita al confronto con i suoi sfortunati predecessori: egli segue anche il modello dei grandi eroi del passato, come Alessandro Magno.<br />
I comandanti romani che partono per l’Oriente fanno sistematicamente riferimento al macedone, che, in pochi anni, aveva distrutto il grande impero dei persiani. La lunga serie dei successi di Alessandro in Oriente era giustamente cominciata nell’anno 331 con l’occupazione della Mesopotamia, quando il macedone, dopo una serie di vittorie in Asia Minore e in Assiria, aveva fatto il suo ingresso trionfale a Babilonia.<br />
Allo stesso modo dei suoi predecessori, Traiano si presenta come un nuovo Alessandro: non solo come conquistatore, ma anche come paladino della libertà. Nelle <em>Vite parallele </em>Plutarco crede, o perlomeno lascia credere, che le comunità greche o ellenizzate che risiedevano nelle città da Nisibis al golfo persico, guardassero ai Romani come a dei liberatori. Traiano, come i suoi predecessori, aveva concepito il suo piano ispirandosi all’itinerario di Alessandro, con la sola variante dell’obbiettivo: non si trattava più di occupare Babilonia – all’epoca città in piena decadenza – ma Ctesifonte.<br />
In origine, Ctesifonte (<em>Tyspun </em>in lingua partica) era un agglomerato urbano nei pressi di Seleucia sul fiume Tigri: si trattava dunque del centro più importante della Mesopotamia ellenistica. Quando i Parti procedettero all’occupazione definitiva della regione, nel corso degli anni Dieci del primo secolo a.C., essi ne faranno la loro residenza d’inverno a causa del clima favorevole e della posizione geografica.</p>
<h3><b>Sulla via della seta</b></h3>
<div id="attachment_9563" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2020/04/Rome-Seleucia-Parthia_200bc.jpg"><img class=" wp-image-9563 " alt="La Partia, in giallo, l'Impero seleucide (blu) e la Repubblica romana (viola) nel 200 a.C." src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2020/04/Rome-Seleucia-Parthia_200bc.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>La Partia (giallo), l&#8217;Impero seleucide (blu) e la Repubblica romana (viola) nel 200 a.C.</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Ctesifonte e Seleucia, sul fiume Tigri, rappresentavano il punto di partenza delle due principali vie del commercio verso l’India e la Cina: la rotta dell’est detta anche della “seta” e l’altra rotta che, da sud, raggiungeva il golfo Persico e l’Oceano Indiano. Per i mercanti mediterranei, Seleucia e Ctesifonte costituivano due tappe obbligatorie. Verso l’anno 39 il sovrano partico Pacorus I favorisce la crescita della città e, a partire dalla prima metà del I secolo, la vecchia borgata diventa una città, cinta da bastioni.<br />
E’ proprio a Ctesifonte che si svolgeranno cerimonie importanti, come l’incoronazione dei re. La presenza di una importante guarnigione militare conferiva alla città una connotazione più “orientale” della metropoli ellenistica di Seleucia.<br />
Per raggiungere la capitale dei Parti, Traiano non si limita a seguire la strategia di Alessandro: rispetto al macedone, i Romani del II secolo potevano disporre di importanti innovazioni tecniche. In primo luogo, i legionari di Traiano sfoggiavano un nuovo equipaggiamento, diverso da quello dei tempi di Crasso: la nuova corazza – la lorica segmentata – consentiva di proteggersi con maggiore efficacia dalle mortifere frecce dei temibili cavalieri parti.<br />
Inoltre, l’imperatore poteva disporre di tecnici d’eccezione e, proprio per questa spedizione, egli aveva richiesto la presenza del suo migliore architetto, Apollodoro da Damasco, autore di grandi opere di ingegneria civile e militare (come il nuovo porto di Ostia). Nel 104, durante la guerra contro i daci, Apollodoro aveva costruito un ponte in pietra di proporzioni inaudite sul Danubio. L’architetto siriano, perciò conoscitore della regione, era parimenti uno specialista di “poliorcetica”, vale a dire l’arte di assediare le città, alla quale aveva dedicato uno specifico trattato in greco.<br />
E’ proprio a tecnici del livello di Apollodoro che Traiano, a un certo momento, chiede di rimettere in funzione un vecchio canale, detto <em>nahr malka </em>(“fiume del re”, in aramaico), che attraversava la media Mesopotamia, collegando il Tigri all’Eufrate. Secondo lo storico romano Dione Cassio: «Traiano sognava di derivare l’Eufrate nel Tigri, attraverso un canale che, dopo il passaggio delle navi, gli consentisse di costruire un ponte; ma venuto a sapere che l’Eufrate risultava molto più elevato di quota del Tigri, egli rinuncia al progetto, nel timore che l’Eufrate non fosse più navigabile dopo la derivazione. Per questo motivo egli farà dunque trasportare le navi, utilizzando dei tiranti nel punto di minore distanza fra i due fiumi…».<br />
La flotta romana discende dunque l’Eufrate fino all’altezza della vecchia città di Sippar, quindi le navi vengono trasportate fino al Tigri all’altezza del vecchio centro di potere dell’impero partico: Ctesifonte. Verso la fine della primavera dell’anno 116, o un anno più tardi in estate, Traiano fa il suo ingresso nella città, dove re Cosroe, costretto alla fuga, abbandona tutte le sue ricchezze. I Romani vi cattureranno diversi personaggi di alto rango, ivi compresa una figlia del re, e anche il trono reale in oro massiccio.<br />
Acclamato <em>Imperator </em>(generale vittorioso) dalle truppe, Traiano si attribuisce il titolo di <em>Parthicus</em> (vincitore dei Parti) e farà circolare un nuovo conio con la dicitura <em>Parhia capta</em> (Partia conquistata). Egli ipotizza anche la possibilità di creare una provincia romana che riunisca tutta le Mesopotamia, e con tale intento decide di prendere possesso della totalità del paese, raggiungendo il regno di Mesene (territorio dell’attuale Bassora) e il Golfo Persico.<br />
«Avendo avanzato da lì sino all’Oceano e informatosi della natura di questo mare, alla vista di un vascello in rotta per l’India, l’imperatore avrebbe esclamato: “Io sarei andato fino agli Indiani, se fossi ancora giovane”. Egli pensava agli Indiani, raccoglieva informazioni sui commerci di questi popoli e vantava la fortuna di Alessandro Magno. Ciò nondimeno, egli era convinto di aver spinto più lontano di lui il suo esercito e ne ha scritto anche al Senato, sebbene non sia stato in grado di mantenere le sue proprie conquiste». Sebbene amara, l’osservazione di Dione Cassio corrisponde a verità. Certamente, Traiano si era ispirato al modello di Alessandro, ma non aveva conseguito gli stessi risultati: egli non era riuscito a deporre Cosroe, che, tra l’altro, non aveva mai battuto in battaglia. Inoltre, la sua conquista della Mesopotamia si è rivelata effimera: già a partire dalla fine del 116, Traiano è costretto a incaricare uno dei suoi migliori generali, il berbero Lusio Quieto, della repressione della rivolta degli Ebrei in Palestina, distaccando in tal modo un certo numero di unità dalla regione, mentre diverse rivolte scoppiavano in tutta la Mesopotamia.<br />
Questi eventi fanno rimandare di un anno il progetto di una occupazione diretta della Mesopotamia e Traiano viene costretto a ricorrere alla tradizionale soluzione romana: far salire sul trono dei Parti un “re amico”, Parthamaspate, un figlio di Osroe, che aveva finito per collaborare con i Romani. In seguito, l’imperatore si dirige verso nord dove sarà occupato per qualche mese dall’assedio della ricca città carovaniera di Hatra, che non riuscirà a conquistare.<br />
Nel frattempo, i Parti avevano ritrovato la loro unità politica e cacciato i Romani dall’Armenia. Secondo fonti arabe tardive, dipendenti dalla tradizione persiana, Traiano sarebbe stato ucciso dal re. Si tratta evidentemente di una leggenda, ma la tradizione orientale non era poi così lontana dalla realtà storica: spossato dopo tanti anni passati sul campo di battaglia, il sessantenne Traiano si ammala e muore nel 117 a Selinunte di Cilicia, un piccolo porto dell’Asia Minore, mentre rientrava a Roma per celebrare il suo trionfo.<br />
Esaminando la campagna di Traiano, al di fuori dei filtri della propaganda romana, si comprende come il bilancio finale non sia stato per nulla positivo. D’altronde, cinquant’anni più tardi, l’autore latino Frontone poteva già scrivere: «Unici fra gli uomini, i parti sono stati considerati dal popolo romano come avversari di tutto rispetto. Questo rispetto è ampiamente dimostrato, non solo dalla sconfitta di Crasso e dalla fuga disonorata di Antonio, ma anche dalla morte di un legato durante la spedizione di Traiano. Quest’ultimo, che era comunque un valoroso generale, quando lascerà il paese per celebrare il suo trionfo, sarà costretto a ripiegare in circostanze di grave pericolo e non senza spargimento di sangue».<br />
Certamente, fra gli anni 115 e 116, l’impero romano aveva raggiunto l’apice della sua espansione ed è innegabile che un avvenimento come la conquista di Ctesifonte e l’arrivo di un imperatore romano sulle rive del Golfo Persico sia stato un fatto di grande rilievo. Nei manuali di storia antica, la carta delle province all’apogeo dell’impero è sempre quella che include la Mesopotamia conquistata da Traiano. Purtroppo, si è trattato di un successo effimero e la vicenda mesopotamica arriva, ancora una volta, a confermare il fatto che l’esercito romano era in condizioni di conquistare facilmente le nazioni straniere ma che faticava a consolidarvi il proprio dominio.<br />
Dopo la morte di Traiano, i Romani si sono avventurati ancora volentieri fino a Ctesifonte. Lucio Celonio Commodo sarà, tuttavia, costretto ancora una volta a fuggire dopo il manifestarsi di una epidemia di vaiolo nella regione. Settimio Severo, da parte sua, riuscirà nuovamente a conquistarla, nell’anno 197, evento che gli consentirà di attribuirsi il titolo di <em>Parthicus maximus,</em> un riferimento chiaro al titolo di <em>Parthicus </em>di Traiano. L’imperatore darà l’ordine di esporre delle pitture, rappresentanti le sue vittorie orientali; suo figlio e suo successore, Caracalla, farà costruire un portico a nome di suo padre, dove verranno queste scene verranno riprodotte.<br />
Le conquiste di Ctesifonte hanno indebolito l’impero dei Parti, favorendo la comparsa di una nuova dinastia, quella dei persiani Sassanidi, che assumerà definitivamente il potere nel 224. La guerra senza fine fra Persia e Roma riprende e i Romani riusciranno a conquistare nuovamente Ctesifonte, nel 283, con la campagna dell’imperatore Marco Aurelio Caro. Dopo quest’ultima invasione, il dispositivo difensivo della città sassanide riuscirà ad assicurare la difesa contro le invasioni romane e bizantine.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><br />
M. Colledge, <em>L’impero dei Parti</em> – Newton Compton, Roma 1979.<br />
J. Wiesehöfer, <em>La Persia antica</em> – il Mulino, Bologna 2003.<br />
D. Kennedy, <em>Parthia and Rome: eastern perspectives,</em> in “The Roman Army in the East”, Ann Arbor, Cushing Malloy Inc., Journal of Roman Archaeology: Supplementary Series Number Eighteen, 1996.<br />
R. M. Sheldon, <em>Rome’s Wars in Parthia: Blood in the Sand</em> &#8211; Vallentine Mitchell, Londra, 2010.</p>
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