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	<title>Storia in Network &#187; Luigi XVI &#124; Storia in Network</title>
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		<title>POLITICA E STAMPA: IL GIORNALISMO DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Mar 2023 17:41:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Giancarlo Ferraris –   La grande quantità di quotidiani e periodici nati in quegli anni furono strumentalizzati da leader politici, da agitatori di strada e capipopolo ma anche da giornalisti di professione. In breve divennero organi di stampa dei vari club in lotta tra loro per la supremazia politica. &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="center"><b>di Giancarlo Ferraris –</b></p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><b> </b></p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><em><strong>La grande quantità di quotidiani e periodici nati in quegli anni furono strumentalizzati da leader politici, da agitatori di strada e capipopolo ma anche da giornalisti di professione. In breve divennero organi di stampa dei vari club in lotta tra loro per la supremazia politica.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><b> </b></p>
<p style="text-align: justify;"><b> </b></p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Un giornalismo militante</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Una delle attività che maggiormente si diffuse durante la Rivoluzione francese fu di sicuro il giornalismo. E per avere subito un’idea di ciò basta dare una semplice occhiata all’appello comparso nel primo numero del settimanale <em>Révolutions de Paris</em> uscito nel luglio 1789, qualche giorno prima della presa della Bastiglia, per iniziativa del conte di Mirabeau, noto aristocratico che aveva fatto sua la causa rivoluzionaria: «I grandi sembrano grandi perché noi siamo in ginocchio. Solleviamoci!».<br />
Quello della Rivoluzione francese fu, sia pure con diverse intonazioni e sfumature, un giornalismo impegnato direttamente nelle questioni e nelle lotte politiche al punto da diventare, in non pochi casi, fucina o palestra di alcuni dei protagonisti principali della Rivoluzione stessa, dalla convocazione degli Stati Generali al Terrore, seguendo ovviamente le sorti sia degli uomini che degli schieramenti politici di cui era espressione e voce. Nell’ambito di questo giornalismo, dominato da forti passioni, furono veramente poche le pubblicazioni di grande successo, diverse le avventure portate avanti con scarsi mezzi e poi esauritesi, molti i casi in cui quotidiani e periodici cessarono di esistere per “cause naturali” o vennero soppressi con provvedimenti legislativi talvolta accompagnati da atti di violenza. Nonostante ciò il giornalismo maturato con e nella Rivoluzione francese divenne sinonimo di libertà di stampa, principio che si era già affermato in Inghilterra e che nel paese simbolo dell’<i>Ancien Régime</i> assurse al ruolo di difesa della democrazia politica affermatasi proprio con la Rivoluzione benché taluni successivi, drammatici sviluppi di quest’ultima finirono, paradossalmente, per negare i diritti di opinione e di espressione appena conquistati. Significative le parole del solito conte di Mirabeau, che rivolgendosi ai membri dell’Assemblea Nazionale Costituente, formatasi per dare alla Francia una nuova costituzione e quindi un nuovo assetto politico, disse: «Che la prima delle vostre leggi consacri una volta per tutte la libertà di stampa, la più illimitata».<br />
Nella Francia rivoluzionaria lo sviluppo del giornalismo e quindi della stampa politica, ormai liberi dalla censura del regime assolutistico, fu vertiginoso. Tra il 1789 e il 1799, nel decennio appunto rivoluzionario, nacquero più di millecinquecento pubblicazioni tra quotidiani e periodici. Di essi più di trecentocinquanta vennero alla luce nel 1789, l’anno in cui divampò la Rivoluzione e nel corso del quale la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, formulata dall’Assemblea Nazionale Costituente, proclamò, all’articolo 11, la libertà di espressione: «La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo; ogni cittadino può dunque parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo a rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi determinati dalla Legge».<br />
Benché re Luigi XVI avesse chiesto ai deputati dell’Assemblea di conciliare, come egli stesso ebbe modo di dire, «la libertà di stampa con il rispetto dovuto alla monarchia, alla religione e ai costumi», l’intera Francia, a partire da Parigi, fu letteralmente inondata da una marea di fogli stampati.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Un po’ di storia</b></h3>
<p style="text-align: justify;">La grande quantità di quotidiani, periodici e semplici fogli nati negli anni della Rivoluzione furono strumentalizzati dai leader politici, dai vari agitatori di strada e capipopolo e anche dai diversi giornalisti di professione che li dirigevano e spesso vi scrivevano diventando così organi di stampa (l’organo di stampa è il giornale o la rivista portavoce ufficiale delle posizioni di un partito, di un movimento o di un gruppo organizzato N.d.A.) dei vari club rivoluzionari in lotta tra di loro per la supremazia politica tanto nella capitale Parigi quanto nelle città di provincia. Non è quindi agevole distinguere in questi quotidiani, periodici e fogli la propaganda politica dall’informazione vera e propria, come del resto non è altrettanto facile risalire al tipo di organizzazione editoriale che stava dietro a tutta codesta carta stampata anche per conoscerne la reale tiratura e la reale diffusione.<br />
La diffusione di quotidiani, periodici e fogli venne tuttavia sottoposta ben presto ad alcune restrizione come accadde a Parigi pochi mesi dopo la presa della Bastiglia, quando la locale municipalità provvide a far sgomberare dalla Guardia Nazionale le strade dai venditori ambulanti di giornali, i cosiddetti strilloni, la cui presenza e la cui attività furono accusate di turbare l’emotività e la buona fede dell’opinione pubblica. Quando poi le autorità rivoluzionarie compresero che la libertà di stampa era diventata un’arma a doppio taglio maneggiata non solo dalla Rivoluzione ma anche dai suoi più acerrimi nemici, le restrizioni si fecero molto più dure.<br />
Durante il regime del Terrore (1793-94) furono diversi i giornalisti che, diventati politici per scelta professionale o per passione, finirono sulla ghigliottina mentre il governo dittatoriale giacobino guidato da Maximilien Robespierre estese un rigido controllo sulle attività di stampa lasciando spazio solamente ai bollettini cosiddetti ufficiali. La libertà di stampa tornò in auge dopo la caduta di Robespierre (1794) benché in forme sorvegliate dall’alto. Essa venne rivendicata sia dai vincitori che dagli sconfitti: dai primi per conquistare il consenso dell’opinione pubblica e rafforzare così il loro potere; dai secondi per recuperare il terreno perduto e ribaltare in questo modo i rapporti di forza.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Alcune celebri pubblicazioni</b></h3>
<p style="text-align: justify;"><em>L’Ami du peuple</em> (<i>L’Amico del popolo</i>) fu sicuramente il più famoso giornale della Rivoluzione francese. Venne fondato nel settembre 1789 da Jean Paul Marat, appena rientrato in Francia dall’Inghilterra, che ne assunse anche la direzione consacrandosi così interamente alla Rivoluzione. Il giornale, che per alcuni numeri si chiamò <em>Le Publiciste parisien, journal politique et impartial</em>, veniva stampato in un seminterrato nel distretto parigino del club dei cordiglieri. La sua periodicità era irregolare come anche la sua foliazione, che poteva essere compresa tra un minimo di otto e un massimo di sedici pagine. Peculiarità del giornale di Marat era quella di recare in prima pagina, sotto la testata, la breve espressione <em>Vitam impendere vero</em> (Sacrificare la vita per la verità), tratta da una satira del poeta latino Giovenale e diventata altresì motto di Jean-Jacques Rousseau. <em>L’Ami du peuple </em>veniva venduto all’alba per un soldo. Uscì in quasi settecento numeri.<br />
Lo stile dei suoi articoli era molto aggressivo nei confronti non soltanto della monarchia e dell’aristocrazia, i due principali avversari della Rivoluzione, ma anche della borghesia moderata e degli stessi organismi rivoluzionari quali l’Assemblea Nazionale Costituente e l’Assemblea Nazionale Legislativa. In particolare bersagli favoriti de <em>L’Ami du peuple </em>furono il re Luigi XVI, il suo ministro delle finanze Jacques Necker, il sindaco di Parigi Jean Sylvain Bailly, il conte di Mirabeau e il marchese di La Fayette, due nobili che avevano aderito alla causa rivoluzionaria. Con il suo giornale Marat propugnò la dittatura dei sanculotti, gli strati più popolari della società francese dell’epoca e la confisca dei beni della nobiltà, del clero nonché della borghesia, sostenne la necessità di subordinare il rispetto delle leggi alle esigenze superiori della Rivoluzione e invocò misure terroristiche contro tutti i nemici della Rivoluzione stessa. Accanto a tutto ciò redasse anche numerosi articoli in cui esponeva le sue idee e le sue riflessioni sul futuro della Francia rivoluzionaria.<br />
<em>L’Ami du peuple</em> ebbe un forte rilievo in occasione di tre eventi: la marcia delle donne su Versailles, svoltasi nell’ottobre dell’89 quando le donne dei mercati di Parigi costrinsero il re Luigi XVI ad accettare la <em>Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino</em> sulla quale egli aveva manifestato delle riserve; il trasferimento del sovrano a Parigi, dopo il suo fallito tentativo di fuga all’estero nel giugno 1791; i tristemente noti massacri del settembre 1792 maturati in un clima tesissimo di sospetto e di paura fortemente alimentato proprio dal giornale di Marat.<br />
Dopo svariate e turbolente vicissitudini tra cui anche alcune soppressioni per i suoi contenuti estremamente violenti, <em>L’Ami du peuple</em> cessò la pubblicazione il 22 settembre 1792, il giorno dopo la proclamazione della Repubblica.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Le Père Duchesne </em>(<i>Il Papà Duchesne</i>), nato tra le bancarelle francesi del Settecento, era un personaggio simbolico mutuato dal vivace mondo della commedia dell’arte che personificava il popolano sempre pronto a segnalare abusi e ingiustizie. A partire dal settembre 1790 con questo nome si iniziò a indicare un giornale rivoluzionario diretto da Jacques-René Hébert il quale sarebbe poi diventato il leader dei cordiglieri “arrabbiati”, una fazione estremista dello schieramento rivoluzionario sostenitrice del Terrore, della guerra a oltranza contro l’Europa, del controllo statale sull’economia e della scristianizzazione della Francia. Complessivamente de <em>Le Père Duchesne</em> vennero pubblicati 335 numeri, fino al marzo 1794.<br />
Il giornale si componeva di otto pagine prive di numerazione e usciva normalmente due volte alla settimana. La prima pagina di ogni numero era sormontata da una vignetta che rappresentava <i>Le Père Duchesne</i> con in mano una pipa e una rudimentale tabacchiera, due croci collocate lateralmente e un colorito motto sottostante: “<i>Io sono il vero Papà Duchesne, cazzo!”</i><br />
Alla fine di ogni pagina c’era il disegno di due forni, di cui uno rovesciato, i quali stavano a indicare la professione del <i>Papà Duchesne</i> che, si diceva, fosse un vecchio mercante di forni. Caratteristica era poi la posizione dell’indice che in ogni numero precedeva gli articoli, privi delle firme dei loro autori. Il giornale, dal linguaggio triviale e violento, veniva strillato lungo le strade per cogliere l’attenzione dei passanti. Dei contenuti de <em>Le Père Duchesne</em> abbiamo già parlato nel nostro sito nel settembre 2017 e in questa nuova sede vogliamo riepilogarli brevemente: il giornale di Hébert si scagliò pesantemente contro il re Luigi XVI e la regina Maria Antonietta fino alla loro condanna capitale, favorì il clima che portò ai massacri del settembre 1792, aggredì i girondini, i rivoluzionari moderati sostenitori della monarchia e difensori della proprietà borghese, contribuendo alla loro caduta, promosse la scristianizzazione della Francia che culminò con la nascita del culto della Dea Ragione.<br />
Agli inizi del 1794 si scoprì che Hébert intratteneva rapporti con nobili e banchieri e che <em>Le Père Duchesne</em> aveva ricevuto finanziamenti e numerosissime sottoscrizioni di abbonamenti presso le truppe francesi impegnate nella guerra contro le potenze monarchiche europee. Nonostante le smentite di Hébert, nell’opinione pubblica maturò il sospetto che egli avesse trattenuto del denaro pubblico per sé tanto che moltissimi dei suoi lettori smisero di seguirlo. I successivi, convulsi avvenimenti che agitarono la scena politica misero fuori gioco Hébert che, dopo essere stato accusato dai giacobini di aver attentato al governo rivoluzionario di Maximilien Robespierre, di aver progettato una rivolta popolare, di essere al soldo delle potenze straniere e di aver utilizzato <em>Le Père Duchesne</em> per scopi personali, nel marzo 1794 fu mandato alla ghigliottina insieme ai suoi cordiglieri<i> </i>“arrabbiati”.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Le Vieux Cordelier </em>(<i>Il Vecchio Cordigliere</i>) fu un giornale moderato che apparve nel periodo del Terrore. Fondato e diretto da Camille Desmoulins, uscì in soli sette numeri dal dicembre 1793 al marzo 1794 con una periodicità molto irregolare. La sua apparizione avvenne in seguito alla scissione del club dei cordiglieri in due gruppi contrapposti: quello degli “arrabbiati” e quello degli “indulgenti”. Il primo, come abbiamo già detto, guidato da Jacques-René Hébert, direttore del giornale <em>Le Père Duchesne,</em> era fautore di una politica decisamente estremista: Terrore, guerra a oltranza contro l’Europa, controllo statale dell’economia, scristianizzazione della Francia; il secondo, guidato da Georges Jacques Danton e dallo stesso Desmoulins, era invece sostenitore di una politica moderata: fine del Terrore, conclusione della guerra e pace con l’Europa, libertà in campo economico.<br />
I sette numeri de <em>Le Vieux Cordelier</em>, di cui abbiamo già parlato nel nostro sito nel giugno 2017, furono usati da Camille Desmoulins sia per condurre delle vere e proprie campagne di stampa dapprima contro gli “arrabbiati” di Hébert e successivamente anche contro i giacobini di Maximilien Robespierre, sia per difendersi dai numerosi attacchi che gli avversari politici gli muovevano direttamente. Nel suo giornale Desmoulins denunciò il concetto di guerra intesa come strumento con cui diffondere la libertà; chiese la fine del regime del Terrore; attaccò la legge dei sospetti, con cui era iniziato il Terrore, la quale sopprimeva i diritti civili e le libertà individuali; propose una politica di pacificazione attraverso l’apertura delle prigioni piene di sospetti; lanciò un appello per la creazione di un Comitato di Clemenza per contrastare gli eccessi del Comitato di Salute Pubblica e del Comitato di Sicurezza Generale che governavano la Francia con il Terrore; attaccò i membri del Comitato di Sicurezza Generale, l’organismo che gestiva direttamente il regime del Terrore. La pubblicazione di questi articoli provocò una frattura insanabile con Robespierre il quale considerò Desmoulins insieme a Danton un traditore della Rivoluzione, mandandoli entrambi alla ghigliottina con i loro sostenitori nell’aprile 1794.<i><br />
</i></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Les Actes des Apôtres </em>(<i>Gli Atti degli Apostoli</i>) furono invece una pubblicazione realista e monarchica e quindi controrivoluzionaria, più che un giornale vero e proprio un <i>pamphlet</i> dai toni fortemente polemici e satirici che si esprimeva attraverso un linguaggio cinico e scurrile. Fece la sua comparsa a Parigi nel novembre 1789 finendo per scomparire nell’ottobre 1791, sembra per volontà dello stesso re Luigi XVI che non ne gradiva i contenuti. La sua periodicità era singolare dal momento che usciva mediamente a intervalli di due giorni. Ne furono pubblicati 311 numeri.<br />
<em>Les Actes des Apôtres</em>, benché avversi alla Rivoluzione, non erano affatto concilianti con il re e la nobiltà. Se da un lato mettevano alla berlina i rivoluzionari scrivendo che «il principe assoluto può essere un Nerone, ma talora un Tito o Marco Aurelio, il popolo è sovente Nerone e mai Marco Aurelio», dall’altro lato criticavano il re e l’aristocrazia mettendo nero su bianco che «dal giorno in cui la nobiltà cessò di pulirsi i piedi sui campi di battaglia per pulirsi la parrucca a Versailles, essa smise di esistere».<br />
Colonna portante de <em>Les</em> <em>Actes des Apôtres</em> fu Antoine Rivaroli detto il conte di Rivarol, scrittore e giornalista di origine italiana che si oppose con fermezza alla Rivoluzione fin dall’inizio schierandosi apertamente dalla parte della monarchia e dell’aristocrazia. Il Rivarol, di umili origini ma ben inserito nell’alta società parigina dove si spacciava per conte, tradusse in francese l’<i>Inferno</i> dantesco e nel 1790 pubblicò il <i>Petit dictionnaire des grandes hommes de la Révolution </i>dove espresse palesemente la sua opposizione al moto rivoluzionario di cui sbeffeggiava i suoi esponenti più in vista, primi fra tutti Robespierre, Danton e Marat. Nel 1792 Rivarol lasciò Parigi per Bruxelles, evitando così di assistere alla caduta della monarchia e quasi sicuramente di essere arrestato e mandato alla ghigliottina.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più<br />
</span></em></strong>J.-P. Bertaud, <em>Les Amis du Roi: journaux et journalistes royalistes en France de 1789 à 1792</em>, Paris, 1984<br />
A. Bougeart, <em>L’Ami du peuple</em>, Paris, 1865<br />
F. Furet &#8211; D. Richet, <em>La Rivoluzione francese</em>, trad. it., Bari, 1974<br />
P. Pachet (a cura di), <em>Camille Desmoulins et Le Vieux Cordelier</em>, Paris, 1987<br />
G. Walter, <em>Hébert et Le Père Duchesne</em>, Paris, 1946</p>
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		<title>I GIRONDINI: RIVOLUZIONARI MA NON TROPPO</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Dec 2018 09:11:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Giancarlo Ferraris -   Assertori delle libertà civili e individuali nonché strenui difensori della proprietà privata borghese, i girondini furono dei rivoluzionari moderati, convinti che attraverso le idee dell’illuminismo la società francese e tutta l’umanità avrebbero potuto rinnovarsi profondamente. Tendenzialmente disposti al compromesso, furono sconfitti a anche a causa &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="center"><b>di Giancarlo Ferraris</b><b> -</b></p>
<p style="text-align: justify;"> <b><i><br />
</i></b></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Assertori delle libertà civili e individuali nonché strenui difensori della proprietà privata borghese, i girondini furono dei rivoluzionari moderati, convinti che attraverso le idee dell’illuminismo la società francese e tutta l’umanità avrebbero potuto rinnovarsi profondamente. Tendenzialmente disposti al compromesso, furono sconfitti a anche a causa del loro rapporto ambiguo con la monarchia.</strong></em><b><i></i></b></p>
<h3 style="text-align: justify;"></h3>
<h3 style="text-align: justify;">Gli esordi, le idee, gli esponenti</h3>
<p style="text-align: justify;"><i>             «Una generazione intera è stata inghiottita. E questa generazione giovane, forte, entusiasta e tuttavia chiaroveggente, alimentata dallo studio degli antichi, dai principi della filosofia di Rousseau e di Voltaire, prometteva un complesso di talento, di coraggio e di idee liberali che non ci si può illudere di ritrovare nella generazione che si spegne né in quella che ora sorge: sicché noi oggi siamo divisi tra una vecchiaia ricondotta all’infanzia e un’infanzia senza educazione».</i><br />
Era il 1797, quattro anni dopo la loro scomparsa, quando Benjamin Constant, celebre esponente francese del liberalismo, si esprimeva così ne <em>Gli effetti del Terrore</em>, dolendosi con amarezza, a proposito dell’eliminazione dei girondini, il gruppo politico moderato della Rivoluzione francese. Ma chi erano i girondini? Erano notabili della media e dell’alta borghesia della Francia di fine Settecento, avvocati, notai, medici, giornalisti, imprenditori in gran parte provenienti dal dipartimento della Gironda (da cui il nome) facente parte a sua volta dell’Aquitania-Limosino-Poitou-Charentes, una regione del sud della Francia bagnata dall’Oceano Atlantico. In realtà il nome di girondini è posteriore agli eventi rivoluzionari, essendo stato coniato solo all’inizio dell’Ottocento dallo scrittore e poeta Alphonse De Lamartine autore della <i>Storia dei Girondini</i> mentre nel corso della Rivoluzione essi furono chiamati brissottini dal nome del loro leader, il giornalista Jacques-Pierre Brissot.<br />
I girondini nacquero a Parigi tra la fine del 1790 e l’inizio del 1791 come club rivoluzionario. Suoi membri di spicco, oltre a Brissot, erano Pierre Vergniaud, avvocato di Bordeaux e brillante oratore, il generale Charles François Dumouriez, il marchese Nicolas De Condorcet, grande pensatore dell’illuminismo, l’economista Jean-Marie Roland e sua moglie Manon Roland, più nota come Madame Roland, animatrice a Parigi del salotto dove si incontravano gli appartenenti al club. Assertori delle libertà civili e individuali nonché strenui difensori della proprietà privata borghese, i girondini furono sostanzialmente dei rivoluzionari moderati – li si potrebbe definire “rivoluzionari ma non troppo” – convinti che attraverso la diffusione delle idee dell’illuminismo la società francese e in genere tutta l’umanità avrebbero potuto rinnovarsi profondamente. Estranei e al tempo stesso inclini a decisioni radicali che potessero o comprometterne o salvaguardarne la posizione economica e sociale nonché tendenzialmente disposti al compromesso, nel corso della Rivoluzione essi assunsero atteggiamenti ambigui e misero in atto meccanismi politici che determinarono alla fine la loro rovina. Prima della Rivoluzione i futuri girondini si erano battuti per l’abolizione della schiavitù nelle colonie francesi ed avevano fondato la Confederazione Universale degli Amici della Verità, un misto di associazione politica rivoluzionaria, loggia massonica e salotto letterario aperto anche alle donne presso cui si tenevano conferenze e dibattiti su temi come l’unità del genere umano, il cosmopolitismo, la felicità umana, l’utilità del sapere. Della Confederazione faceva parte anche una piccola casa editrice che pubblicava libri di filosofia, politica, letteratura oltre a vari periodici.<br />
Ecco i profili biografici dei principali esponenti del gruppo politico dei girondini.</p>
<p style="text-align: justify;"><b><i>          </i></b><strong><i>Jacques-Pierre Brissot</i></strong> (Chartres 1754 &#8211; Parigi 1793) fu il leader dei girondini. Di estrazione popolare, proveniva da una famiglia povera di osti. Autodidatta, prima di diventare giornalista e di dedicarsi alla politica, soggiornò in Inghilterra, dove scrisse un <i>pamphlet </i>contro la regina Maria Antonietta, cosa che, una volta ritornato in Francia, gli costò un periodo di reclusione alla Bastiglia. Successivamente emigrò negli Stati Uniti, dove lavorò per conto di un banchiere. Rientrato nuovamente in Francia, alla vigilia della Rivoluzione tentò invano di farsi eleggere deputato del Terzo Stato all’assemblea degli Stati Generali. Ciononostante ebbe la buona intuizione di fondare a Parigi, nel 1789, il giornale democratico <em>Le Patriote Français</em> grazie al quale ottenne rispettabile notorietà e nel 1791 l’elezione a deputato nelle file dei girondini all’Assemblea Nazionale Legislativa. Un anonimo del tempo descrisse Jacques-Pierre<b><i> </i></b>Brissot come un uomo sedentario, di ottimo carattere, dedito agli studi, ma privo dell’audacia necessaria per essere un capo. Paradossalmente quest’uomo tranquillo, gioviale, amante della cultura, nei primi mesi del 1792 chiese a gran voce che la Francia rivoluzionaria facesse la guerra contro l’Europa monarchica non soltanto per consolidare la Rivoluzione, ma anche e soprattutto per portare la libertà in tutto il vecchio continente. La guerra ebbe effettivamente inizio in aprile, ma si rivelò un disastro per la Francia. Per Brissot, diventato nel frattempo membro della Convenzione Nazionale che era subentrata all’Assemblea Nazionale Legislativa, ebbe inizio una lenta fine: egli non era un rivoluzionario autentico, ma solo un mediocre ambizioso che intratteneva rapporti segreti con la corona per impedire la deposizione del re Luigi XVI e che, in fondo, considerava la guerra come lo strumento migliore per sconfiggere la Rivoluzione, pure così tanto esaltata nei suoi discorsi, e dar vita ad una monarchia costituzionale molto legata agli interessi della classe borghese di cui i girondini erano i rappresentanti politici. Maximilien Robespierre, il leader dei giacobini, fu il suo implacabile accusatore: per aver voluto una guerra sciagurata e per aver tergiversato nella lotta contro la monarchia. Nelle drammatiche giornate del 31 maggio e del 2 giugno 1793 che videro la fine dei girondini, Jacques-Pierre<b><i> </i></b>Brissot fu accusato dai giacobini di essere un traditore ed un nemico della libertà. Avrebbe potuto comunque salvarsi politicamente, ma condannò se stesso scrivendo nel settembre successivo un <i>pamphlet </i>contro i giacobini medesimi. Imputato di aver organizzato una cospirazione contro la Repubblica fuggì, ma venne arrestato e ricondotto a Parigi. Il 30 ottobre fu processato con l’accusa di essere un realista e di essersi arricchito alle spalle della Repubblica. Condannato a morte, fu ghigliottinato insieme agli altri girondini il giorno dopo. Lasciò queste parole: «La vanità è stato il mio primo movente, la fortuna il mio secondo».</p>
<p style="text-align: justify;"><b><i>          </i></b><strong><i>Pierre Vergniaud</i></strong> (Limoges 1753 &#8211; Parigi 1793). Laureatosi in legge all’Università di Bordeaux, divenne avvocato presso il Parlamento di Parigi. Brillante oratore, fu un convinto sostenitore della Rivoluzione, militando nelle file dei girondini ed ottenendo dalla città di Bordeaux la nomina di amministratore della Gironda. Nel 1791 fu eletto deputato all’Assemblea Nazionale Legislativa della quale divenne a più riprese presidente, appoggiando le rivendicazioni del Terzo Stato, borghesia e classi popolari, ed auspicando la nascita in Francia di una monarchia costituzionale. Nel 1792 Vergniaud intrattenne rapporti segreti con re Luigi XVI, rifiutandosi in un primo tempo di adottare provvedimenti contro la monarchia, ma dinanzi al progressivo radicalizzarsi della Rivoluzione si vide costretto, essendo in quel momento presidente dell’Assemblea Nazionale Legislativa, a dichiararla ufficialmente decaduta. Cercò di contenere l’influenza del movimento rivoluzionario popolare parigino e venne eletto, sempre tra i girondini, deputato alla Convenzione Nazionale di cui ricoprì la carica di presidente nell’inverno 1792-93 in occasione del processo a Luigi XVI, durante il quale, rendendosi conto di non poter fare più nulla per salvarlo, si pronunciò a favore della pena capitale e come presidente ne dovette leggere anche la sentenza. Arrestato con gli altri girondini nelle giornate del 31 maggio e del 2 giugno 1793, fu rilasciato in attesa del processo, ma invece di fuggire, come avrebbe potuto fare, preferì restare. Processato e condannato a morte il 30 ottobre, venne ghigliottinato insieme agli altri girondini il giorno dopo.</p>
<p style="text-align: justify;"><b><i>          </i></b><strong><i>Charles François Dumouriez</i></strong> (Cambrai 1739 &#8211; Londra 1823). Entrò giovanissimo nell’Esercito francese, diventando presto ufficiale e partecipando alla guerra dei Sette Anni durante la quale fu ripetutamente ferito. In seguito svolse una missione segreta a Madrid. Promosso generale, combatté in Corsica che venne annessa al Regno di Francia. Dopo altre missioni segrete in Polonia e in Svezia, Luigi XVI lo inviò dapprima in Prussia ad addestrarne le truppe, poi lo nominò governatore di Cherbourg, in Normandia, dove fece eseguire diverse ed importanti opere portuali. Membro della Massoneria, dopo essere ritornato a Parigi aderì cautamente alla Rivoluzione riuscendo a farsi eleggere deputato del Terzo Stato all’assemblea degli Stati Generali. Schieratosi con i girondini, nell’aprile 1792 Dumouriez divenne ministro degli esteri nel governo costituito dagli stessi girondini, dimostrandosi un deciso sostenitore della guerra contro l’Europa monarchica. Il 20 settembre, al comando di una parte dell’Esercito rivoluzionario e in stretto collegamento con altre truppe francesi guidate dai generali François Kellermann e Pierre Beurnouville, riuscì a fermare i prussiani nella celebre battaglia di Valmy. Il 6 novembre successivo Dumouriez ottenne un altro notevole successo battendo le truppe austriache a Jemappes ed iniziando ad occupare il Belgio. I rapporti di Dumouriez con la Convenzione Nazionale iniziarono però a deteriorarsi, dal momento che il generale accarezzava l’idea di fare del Belgio una nazione indipendente e non un possedimento francese. Nel marzo 1793 al comando di un piccolo esercito male armato ed equipaggiato invase i Paesi Bassi, ma venne duramente battuto dagli austriaci a Neerwinden. Giunta la notizia della sconfitta a Parigi, i giacobini chiesero alla Convenzione Nazionale di metterlo sotto accusa. Dumouriez, comprendendo di essere in grave pericolo anche per la situazione sempre più difficile in cui si trovavano i girondini, fuggì in territorio austriaco dopo aver fatto arrestare la delegazione francese che era stata inviata dalla Convenzione per fare luce sulla sua posizione e dopo essere stato abbandonato dalle sue truppe. Negli anni successivi Dumouriez vagò per diversi paesi europei, soggiornando anche in Spagna dove organizzò efficacemente la guerriglia contro l’occupazione napoleonica, e stabilendosi alla fine in Inghilterra dove morì.</p>
<p style="text-align: justify;"><b><i>         </i></b><strong><i> Nicolas De Condorcet</i><i> </i></strong>(Ribemont 1743 &#8211; Bourg-La-Reine 1794) oltre ad occuparsi di politica e a militare nelle file dei girondini fu anche e soprattutto un matematico, un economista ed un filosofo dell’illuminismo nonché collaboratore de <em>L’Encyclopédie</em>. Marchese, apparteneva ad una famiglia della nobiltà, venne educato dapprima a Reims e successivamente a Parigi. A ventidue anni pubblicò il saggio <em>Sul calcolo integrale</em> e a venticinque i <em>Saggi di analisi matematica</em>, entrando poco dopo a far parte dell’Académie Royale des Sciences. Diventato notissimo per i suoi studi di matematica, ebbe modo di lavorare a fianco di scienziati famosi come Eulero e Benjamin Franklin. Verso la metà degli anni Settanta Condorcet iniziò ad interessarsi di politica, propugnando la difesa dei diritti dell’uomo in generale, delle donne e dei neri, divulgando i principi della costituzione degli Stati Uniti d’America e progettando riforme politiche, amministrative ed economiche per rinnovare la Francia. Nel 1785, pochi anni prima dello scoppio della Rivoluzione, Condorcet scrisse il <em>Trattato sull’applicazione dell’analisi delle probabilità e delle decisioni a maggioranza</em> contenente, tra l’altro, un generico metodo di voto ideato per simulare votazioni a due opzioni anche quando in una elezione c’erano più candidati. Nicolas De Condorcet, che desiderava una rinascita razionalista della Francia e sostenne per questo diverse istanze di ispirazione liberale, svolse un ruolo molto importante nelle prime fasi della Rivoluzione francese. Nel 1791 fu rappresentante di Parigi all’Assemblea Nazionale Legislativa, propose un progetto per dare vita ad un nuovo sistema educativo, elaborò una bozza di costituzione per trasformare la monarchia di Francia da assoluta a costituzionale e si espresse a favore del voto alle donne. Pur non appartenendo formalmente a nessun gruppo politico, Condorcet venne considerato un girondino, sia per motivi contingenti &#8211; era amico di diversi girondini e fu presidente dell’Assemblea Nazionale Legislativa nei primi mesi del 1792 quando era in carica il governo girondino &#8211; sia per essersi pronunciato nel gennaio 1793, in qualità di membro della Convenzione Nazionale, contro la pena capitale del re, pur appoggiandone il processo, nel momento in cui il gruppo giacobino stava sopraffacendo i girondini. La posizione di Condorcet precipitò poi quando la sua bozza di costituzione venne rielaborata pesantemente dai giacobini, fatto quest’ultimo che lo irritò moltissimo e lo spinse a criticare, sembra, lo stesso Robespierre, il quale nell’ottobre del 1793 fece emettere un mandato di cattura nei suoi confronti. Per diversi mesi Condorcet si nascose a Parigi, dove scrisse l’<em>Abbozzo di un ritratto storico dei progressi dello spirito umano</em>: si tratta di una delle maggiori opere del pensiero illuministico in cui il suo autore traccia una storia della civilizzazione mostrando la stretta connessione tra il progresso scientifico e lo sviluppo dei diritti umani e della giustizia oltre a ipotizzare la creazione di una società razionalista modellata dalla conoscenza scientifica. Il 25 marzo 1794 Condorcet, non sentendosi più al sicuro, lasciò il suo nascondiglio e cercò di allontanarsi da Parigi. Due giorni dopo fu arrestato e incarcerato nella cittadina di Bourg-La-Reine, non distante dalla capitale. Il 29 fu ritrovato morto nella sua cella, forse suicida, essendo rimasto deluso dalla piega violenta e sanguinaria presa dalla Rivoluzione, forse assassinato, dal momento che i giacobini ritenevano impopolare la sua esecuzione capitale in pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;"><b><i>        </i></b><i><strong> </strong> </i><strong><i>Jean-Marie Roland</i></strong> (Thizi 1734 &#8211; Bourg-Beaudouin 1793). Visconte, apparteneva ad una famiglia aristocratica, studioso di questioni economiche, collaboratore de <em>L’Encyclopédie</em>, fece parte del corpo degli ispettori delle manifatture e in questo suo ruolo si prodigò per la meccanizzazione di molti stabilimenti tessili in diverse regioni della Francia. Nel 1780 sposò la giovane Marie- Jeanne Philipon, detta poi Manon o Madame Roland, grazie alla quale ottenne la nomina di ispettore delle manifatture di Lione. Scoppiata la Rivoluzione divenne membro della municipalità lionese, che lo inviò a Parigi per informare l’Assemblea Nazionale Costituente, il primo parlamento della Rivoluzione francese, sulle deplorevoli condizioni economiche della città e del suo territorio. Nella capitale Roland strinse amicizia con diversi rivoluzionari, tra cui Robespierre e Brissot, e verso la fine del 1790 vi si trasferì con la moglie. Quest’ultima si appassionò fortemente alla politica ed iniziò a ricevere nel suo salotto i membri del club dei girondini. Nel marzo 1792 Jean-Marie Roland, sempre grazie alle relazioni della moglie, entrò a far parte del governo girondino ricoprendo l’incarico di ministro degli interni ed inviando una lettera, per la verità scritta dalla consorte, al re Luigi XVI con la quale lo invitava a non ostacolare le decisioni dell’Assemblea Nazionale Legislativa. Questa lettera fu scoperta e resa pubblica e Roland venne destituito dal suo incarico di ministro degli interni. Nei mesi successivi la sua posizione politica si andò indebolendo: i giacobini di Robespierre lo accusarono di aver rimosso taluni documenti compromettenti per i girondini e nel gennaio 1793 durante il processo a Luigi XVI cercò di salvare il sovrano proponendo che la condanna di quest’ultimo fosse sottoposta all’approvazione popolare mediante appello. Subito dopo l’esecuzione del re Roland, attaccato duramente dai giacobini e colpito anche dal tradimento della moglie, si ritirò dalla scena politica. Arrestato con gli altri girondini nelle giornate del 31 maggio e del 2 giugno 1793, riuscì a fuggire da Parigi rifugiandosi in Normandia dove il 10 novembre, dopo aver appreso la notizia dell’esecuzione capitale della moglie, si uccise con due colpi di spada.</p>
<p style="text-align: justify;"><b><i>         </i></b><strong><i> Marie-Jeanne Roland</i><i> </i></strong>nata <b><i>Philipon</i></b> più nota come <strong><i>Madame Roland </i></strong>o <strong><i>Manon Roland</i></strong> (Parigi 1754 &#8211; ivi 1793) fu la consorte di Jean-Marie Roland nonché, come abbiamo già detto, animatrice del salotto girondino di Parigi, tanto da essere chiamata anche <em>La Musa dei Girondini</em>. Nata in una famiglia della piccola borghesia, fin da bambina dimostrò grande attitudine per lo studio. A otto anni si appassionò alla lettura delle <em>Vite parallele</em> di Plutarco, che divenne uno dei suoi autori preferiti e che restò alla base dei suoi ideali filosofici e politici in virtù dei quali lo Stato doveva esistere solo per il benessere dei suoi cittadini, non per quello del sovrano, mentre ogni cittadino doveva condividere la responsabilità del governo dello Stato stesso. Negli anni successivi lesse anche le opere di Montesquieu, Voltaire e Jean-Jacques Rousseau. Dopo una crisi mistica, nel 1774 ebbe modo di trascorrere alcuni giorni a Versailles, nell’appartamento di una cameriera della regina Maria Antonietta dove maturò il suo risentimento verso la monarchia, la quale disprezzava apertamente e profondamente il mondo borghese. Nel 1780 convolò a nozze con il visconte Jean-Marie Roland, che proprio grazie alla moglie ottenne la nomina di ispettore delle manifatture di Lione. Scoppiata la Rivoluzione, alla fine del 1790 la coppia si trasferì a Parigi, dove Madame Roland si appassionò alla politica e, come abbiamo detto, iniziò a ricevere nel suo salotto gli appartenenti al club dei girondini. Successivamente, di fronte all’inasprirsi degli eventi &#8211; dalla nascita del movimento rivoluzionario popolare parigino ai massacri del settembre 1792 all’esecuzione capitale di Luigi XVI &#8211; Madame Roland, pur continuando a professare gli ideali rivoluzionari, cominciò ad assumere un atteggiamento cauto e distaccato verso la Rivoluzione e molto critico nei confronti dei giacobini anche in concomitanza con l’uscita del marito, che fra l’altro aveva tradito, dalla scena politica. Arrestata con gli altri girondini nelle giornate del 31 maggio e del 2 giugno 1793, restò in carcere per diversi mesi, durante i quali cercò, invano, dapprima di attuare uno sciopero della fame fino alla morte, poi di suicidarsi. Processata subito dopo l’esecuzione dei girondini, venne ghigliottinata l’8 novembre. Sembra che passando davanti alla statua della Libertà, mentre veniva condotta al patibolo, abbia detto: «O Libertà, quanti delitti si commettono in tuo nome!»</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La guerra contro l’Europa</b></h3>
<p style="text-align: justify;">           Il 1° ottobre 1791 si riunì a Parigi l’Assemblea Nazionale Legislativa, creata dalla costituzione monarchica che la Rivoluzione aveva promulgato nello stesso anno. Composta da ben 745 deputati si suddivideva in tre grandi schieramenti: a destra i sostenitori della nuova monarchia costituzionale, i membri del club dei foglianti fermamente decisi a chiudere la Rivoluzione; a sinistra i sostenitori, sia pure in modo diverso, della continuazione del processo rivoluzionario, i membri del club dei giacobini, del club dei cordiglieri e del club dei girondini; al centro un considerevole numero di deputati fedeli alla causa rivoluzionaria, ma di orientamento incerto.<br />
Nell’inverno 1791-92 la situazione sociale ed economica della Francia rivoluzionaria divenne critica: le province erano in agitazione contro Parigi, nelle campagne le popolazioni saccheggiavano i possedimenti dei nobili che allo scoppio della Rivoluzione erano fuggiti all’estero, la produzione agricola ristagnava mentre il prezzo del grano e dei generi di prima necessità aumentava di continuo. Tuttavia fu proprio in questo contesto che l’Assemblea Nazionale Legislativa andò maturando l’idea della guerra contro l’Europa, idea di cui si fecero portavoce i foglianti e soprattutto i girondini; quest’ultimi nel marzo 1792 avevano formato un governo ed assunta la direzione politica della Francia rivoluzionaria. Diversi furono i motivi che indussero i girondini a volere la guerra contro l’Europa: in primo luogo un conflitto armato contro le potenze europee apparve loro come il mezzo più idoneo per stornare l’attenzione dell’opinione pubblica dalle difficoltà interne e per rilanciare, almeno in parte, l’economia dal momento che una guerra avrebbe incrementato la produzione bellica a tutto vantaggio di quei ceti imprenditoriali che politicamente aderivano allo schieramento girondino; attraverso la guerra i girondini intendevano anche consolidare il potere dell’Assemblea Nazionale Legislativa chiamando a raccolta tutti i francesi contro un nemico comune ed impedire nello stesso tempo che la Rivoluzione si allontanasse dalle sue linee istituzionali e ponesse in primo piano la questione della ridistribuzione delle ricchezze; inoltre i girondini pensavano che con la guerra il re Luigi XVI avrebbe abbracciato totalmente la causa della Rivoluzione &#8211; in realtà il sovrano sperava che il conflitto stroncasse la Rivoluzione e gli restituisse il potere assoluto &#8211; mentre le monarchie europee, pur combattendola, avrebbero riconosciuto la nuova Francia fondata sul patto tra l’Assemblea Nazionale Legislativa e la monarchia; infine i girondini sognavano di esportare la Rivoluzione e con essa la libertà in tutto in vecchio continente combattendo una crociata contro l’assolutismo al punto che parlavano di una vera e propria marcia trionfale dell’esercito francese attraverso l’Europa. Agli occhi dei girondini, quindi, la Rivoluzione francese si presentava come un “modello” per gli altri popoli: la libertà degli uomini si identificava perfettamente nella libertà dei popoli mentre i due fondamenti dell’Europa monarchico-feudale, il trono e l’altare, venivano messi in discussione.<br />
Soltanto Maximilien Robespierre e pochi altri erano contrari alla guerra. In particolare Robespierre sapeva che la Francia non era affatto pronta per affrontare un conflitto armato per diversi motivi: in primo luogo perché il suo esercito era male armato ed equipaggiato e i suoi quadri di comando costituiti da ufficiali di estrazione nobiliare; in secondo luogo perché l’economia francese non avrebbe potuto sostenere il peso di una guerra che si preannunciava lunga e sanguinosa. Inoltre Robespierre era convinto che la Rivoluzione avesse ancora troppi nemici interni da affrontare prima di imbarcarsi in un conflitto armato esterno e che la Rivoluzione stessa dovesse prima di tutto consolidare le sue conquiste interne. Gli ammonimenti di Robespierre però restarono inascoltati ed il 20 aprile 1792 il governo girondino dichiarò guerra alla Prussia e all’Austria. Sembra che Jean-Marie Roland, il ministro degli interni girondino, avesse dichiarato: «Dobbiamo far marciare le migliaia di uomini che abbiamo sotto le armi fin dove le gambe potranno portarli, altrimenti verranno a tagliarci la gola».<br />
Gli eventi immediatamente successivi dimostrarono quanto fosse stata scellerata la decisione di volere la guerra: l’esercito francese infatti, nonostante che la Prussia non fosse ancora pronta, fu incapace di combattere efficacemente a causa della diserzione degli ufficiali, dell’indisciplina che regnava tra le truppe, del sospetto di tradimento che serpeggiava ovunque, subendo numerose e pesanti sconfitte lungo il fronte belga. La posizione politica dei girondini iniziò così ad indebolirsi mentre si andava sempre più rafforzando il movimento rivoluzionario popolare, soprattutto quello parigino costituito dai famosi sanculotti (piccoli commercianti, artigiani, operai), di tendenza molto radicale, movimento che, paradossalmente, era sorto proprio in conseguenza della guerra voluta dai girondini i quali, per meglio sostenere la loro decisione, avevano orchestro anche una campagna propagandistica contro i “complici dello straniero” e i “traditori della patria” innescando così un pericoloso clima di sospetto e di violenza. Al di là delle questioni prettamente politiche, il forte senso di pericolo che incombeva alla frontiera spinse la Francia a mobilitare tutte le sue risorse per fronteggiare i prussiani e gli austriaci: tra il giugno e il luglio 1792 l’Assemblea Nazionale Legislativa fece infatti convergere verso Parigi truppe provenienti dalle province ed approntare opere in difesa della capitale, proclamò la patria in pericolo e dette il via al reclutamento di migliaia e migliaia di uomini. Il 20 settembre l’esercito rivoluzionario, grazie all’abilità dei suoi comandanti (uno di essi, come abbiamo già detto, era il girondino Charles François Dumouriez), alla superiorità e all’utilizzo innovativo delle sue artigliere, fermò i prussiani a Valmy, passando poi nelle settimane successive all’offensiva.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>I girondini e la monarchia</b></h3>
<p style="text-align: justify;">           I girondini ebbero nel corso della Rivoluzione un rapporto molto particolare, molto ambiguo con la monarchia. Abbiamo già detto come Jacques-Pierre Brissot, il loro leader, intrattenesse rapporti segreti con la corona per impedire la deposizione del re Luigi XVI e considerasse la guerra come lo strumento migliore per sconfiggere la Rivoluzione e creare una monarchia costituzionale molto legata alla classe borghese i cui interessi erano politicamente rappresentati proprio dai girondini. Secondo alcuni storici poi i girondini avrebbero organizzato segretamente la manifestazione del 20 giugno 1792, in occasione della quale il movimento rivoluzionario popolare parigino invase il palazzo reale delle Tuileries costringendo Luigi XVI, che aveva bloccato alcune decisioni assembleari, a bere alla salute della nazione (non più regno) di Francia. L’evento, nelle intenzioni dei suoi promotori, avrebbe dovuto avere più obiettivi: da un lato “punire” il re, il quale aveva precedentemente licenziato alcuni ministri girondini e nello stesso tempo “ricordare” al sovrano che c’era la Rivoluzione; dall’altro lato dimostrare al popolo francese, ancora piuttosto legato alla monarchia, come la persona del sovrano potesse essere esposta ad atti di oltraggio da parte dei gruppi rivoluzionari più estremisti, i quali costituivano un pericolo non solo per la monarchia medesima, ma anche per la Rivoluzione (girondinamente intesa) ed in ultimo per la Francia intera.<br />
In ogni caso la posizione politica dei girondini, già compromessa per il cattivo andamento della guerra contro la Prussia e l’Austria, si andò ulteriormente indebolendo proprio per questo rapporto ambiguo, talvolta complice talvolta ostile, in entrambi i casi comunque sempre pericoloso, che i girondini stessi ebbero con la monarchia: rapporto che li spinse nell’estate del 1792, timorosi com’erano di ogni novità radicale sul piano economico e sociale, anche a commettere il grave errore di attaccare i giacobini di Robespierre proprio nel momento in cui la Rivoluzione assumeva in maniera irreversibile un orientamento decisamente estremista sia sul piano politico, che su quello socio-economico. Il 10 agosto il movimento rivoluzionario popolare parigino dette vita alla celebre Comune Insurrezionale, palese testimonianza di questo orientamento estremista, la quale assalì il palazzo delle Tuileries inducendo così l’Assemblea Nazionale Legislativa a proclamare la decadenza di re Luigi XVI e a convocare una nuova assemblea, la Convenzione Nazionale, che avrebbe dovuto trasformare la Francia da monarchia in repubblica. La caduta della monarchia fu un durissimo colpo per i girondini dal momento che spezzò in due tronconi la borghesia francese: quella moderata, girondina, che nell’arco di un anno vide tramontare nel sangue i suoi ideali liberali venendo eliminata dalla scena politica; quella radicale, giacobina, che divenne protagonista assoluta della Rivoluzione e che lanciò la Rivoluzione stessa verso conquiste sempre più democratiche e radicali.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>I girondini e i giacobini</b></h3>
<p style="text-align: justify;">           La Convenzione Nazionale si riunì a Parigi il 20 settembre 1792, lo stesso giorno in cui l’esercito rivoluzionario, come abbiamo già detto, sconfiggeva i prussiani nella battaglia di Valmy. Il 21 la Convenzione ratificò il crollo della monarchia e proclamò, tra l’entusiasmo generale, la repubblica. Immediatamente la nuova assemblea iniziò i lavori per approntare una costituzione repubblicana che sostituisse quella monarchica del 1791 e soprattutto per giudicare Luigi XVI, reo di alto tradimento. La Convenzione Nazionale si componeva di 750 deputati suddivisi in tre grandi schieramenti: a destra vi erano i girondini, a sinistra i giacobini, al centro la cosiddetta Palude, un gruppo considerevole di deputati che con le loro decisioni potevano determinare il trionfo di questa o di quella proposta.<br />
I girondini erano diventati più compatti dopo gli ultimi drammatici avvenimenti e si rendevano ormai perfettamente conto come la lotta politica contro i giacobini fosse diventata alquanto rischiosa: la Rivoluzione, come abbiamo accennato, stava irreversibilmente acquistando un orientamento estremista, radicale che vedeva la partecipazione diretta delle masse popolari e metteva in pericolo l’esistenza stessa della proprietà privata di cui i girondini, per la loro estrazione sociale, erano strenui difensori. Essi, per meglio fronteggiare la nuova fase della Rivoluzione che si stava aprendo, continuarono ad avversare, più di quanto avessero fatto in passato, il primato di Parigi come capitale della Rivoluzione e a rafforzarsi nelle province. Rimasero, comunque, convinti che con la caduta della monarchia ogni forma di tirannia in Francia fosse stata eliminata e continuarono a dimostrarsi fautori di una trasformazione pacifica delle istituzioni.<br />
Al polo opposto i giacobini guidati da Maximilien Robespierre, che avevano l’appoggio del movimento rivoluzionario popolare in particolare di quello parigino. Lo schieramento giacobino, che oltre a Robespierre annoverava altri celebri protagonisti della Rivoluzione francese quali Georges Jacques Danton, Jean-Paul Marat, Louis Antoine Saint-Just e Georges Couthon, era costituito da esponenti della piccola borghesia formatisi culturalmente sulle dottrine di Jean-Jacques Rousseau e dediti soprattutto alle professioni legali. I giacobini si facevano interpreti dei bisogni elementari delle classi popolari sempre più assillate dalle difficoltà economiche, dal carovita e dalla scarsezza di generi di prima necessità, sostenevano il primato di Parigi come capitale della Rivoluzione ed erano fautori di una trasformazione immediata e profonda delle istituzioni e della società.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Il processo al re</b></h3>
<p style="text-align: justify;">           La lotta politica tra i girondini e i giacobini si acuì in occasione del processo a cui venne sottoposto Luigi XVI. Fin da subito questo processo venne interpretato essenzialmente come una necessità politica, ma in modo diverso dai due schieramenti. I girondini volevano scaricare sulla figura del sovrano le colpe e gli errori del passato condannandone la figura, ma salvandone la persona, porre fine alla Rivoluzione e dare vita ad un governo repubblicano, ma liberale, borghese e moderato. Al polo diametralmente opposto i giacobini, i quali volevano condannare la figura del re ed eliminarne anche la persona, lanciare con l’esecuzione capitale del sovrano un monito a tutti i nemici interni ed esterni della Rivoluzione e dare inizio ad una nuova fase della Rivoluzione stessa proiettandola verso nuove conquiste politico-sociali. Il processo a Luigi XVI da un punto di vista strettamente giuridico fu un atto illegittimo. La Convenzione Nazionale occupò alcune sedute proprio per decidere come essa avrebbe potuto giudicare il re il quale, in virtù della costituzione monarchica del 1791 ancora in vigore, non poteva essere processato. I membri della Convenzione Nazionale, ricorrendo ad alcuni funambolismi formali, decisero di costituirsi in una specie di tribunale speciale, una corte suprema di giustizia abilitata a pronunciarsi sul cittadino Luigi Capeto anche se, in realtà, volevano condannare Luigi XVI. L’accusa, come abbiamo già detto, era quella di alto tradimento: dalle varie manovre controrivoluzionarie messe in atto negli anni 1789-1792 fino al delitto più grave, l’appello al nemico cioè alle potenze europee affinché sconfiggessero l’esercito rivoluzionario e restaurassero la monarchia nella pienezza dei suoi poteri. Il processo ebbe inizio l’11 dicembre 1792. Dopo nemmeno una settimana, il 16 dicembre, i girondini, temendo sia il movimento rivoluzionario popolare parigino che reclamava a gran voce la testa del re considerato un traditore della Francia, sia la rappresaglia degli eserciti europei che avrebbe fatto sicuramente seguito all’esecuzione del sovrano, proposero la messa al bando della dinastia dei Borbone, non solo di Luigi XVI, della regina Maria Antonietta e dei loro quattro figli, ma anche del ramo degli Orléans, in particolare di Luigi Filippo II di Borbone, duca d’Orléans nonché cugino del re. In questo modo Luigi XVI avrebbe potuto avere salva la vita mentre i giacobini avrebbero incassato una sonora sconfitta politica. Tuttavia i giacobini si imposero alla Convenzione sostenendo che esiliare l’Orléans, il quale era stato eletto deputato dal popolo poiché con il nome di Philippe Égalité appoggiava attivamente la Rivoluzione, avrebbe significato violare la sovranità dei cittadini. I girondini escogitarono allora un’altra proposta: l’appello al popolo, in base al quale sarebbe toccato agli elettori l’onere e l’onore di esprimersi sulla colpevolezza del re e sull’eventuale pena da infliggergli. In apparenza, o perlomeno in parte, l’appello al popolo si presentava, in quel particolare contesto storico, come una decisione corretta e democratica; in realtà, nelle intenzioni dei suoi ideatori, aveva il duplice obiettivo di eliminare dalla scena politica i giacobini ed insieme il movimento rivoluzionario popolare soprattutto quello parigino. Inoltre i girondini cercarono di dimostrare che l’eventuale esecuzione capitale del re avrebbe accresciuto l’odio delle monarchie assolute europee contro la Francia rivoluzionaria. La proposta girondina venne messa ai voti il 15 gennaio 1793, ma non passò poiché i giacobini riuscirono a trascinare dalla loro parte gran parte dei deputati della Palude. Se fosse passata, sicuramente Luigi XVI non sarebbe stato condannato alla pena capitale. Per i girondini fu una sconfitta pesante ed inattesa, preludio della sconfitta finale che avrebbero subito quattro mesi e mezzo dopo.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La caduta</b></h3>
<div id="attachment_8072" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2018/11/Banquet_des_Girondins.jpg"><img class=" wp-image-8072" alt="banquet_des_girondins" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2018/11/Banquet_des_Girondins.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">L&#8217;ultimo banchetto dei Girondini, <em>di Henri Félix Emmanuel Philippoteaux.</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">           La decapitazione di Luigi XVI, avvenuta il 21 gennaio del ’93, accentuò tragicamente quella scissione della borghesia francese in moderata e radicale di cui abbiamo già parlato in occasione della caduta della monarchia. Nella fattispecie il contrasto tra girondini e giacobini fu l’origine di tutti i drammi dei mesi immediatamente successivi (Terrore, guerra civile) come l’esecuzione capitale del re fu la causa del vuoto istituzionale e di tutti i vari colpi di Stato (dalla caduta di Robespierre alla presa di potere di Napoleone Bonaparte) che agitarono la società francese negli ultimi anni del XVIII secolo. Nella lotta politica che si svolgeva alla Convenzione Nazionale i girondini si rivelarono una maggioranza fittizia, divisi e appesantiti dai conflitti e dalle rivalità interne. Il centro della Convenzione, la cosiddetta Palude, aveva sposato la posizione dei giacobini forse perché considerava i girondini come un pericolo: per il popolo, per la Rivoluzione, per la Francia intera. D’altra parte girondini e giacobini davano due differenti impressioni: i girondini apparivano come un gruppo elitario che concepiva la politica come una sorta di gioco, spesso sotterraneo, da condurre nei salotti senza neppure cercare il contatto con la gente comune; i giacobini, al contrario, suggerivano l’immagine di un gruppo agguerrito che considerava la politica come un lavoro, una missione da svolgere alla luce del sole e soprattutto a contatto con il popolo. È importante poi ricordare che i girondini disponevano di una capacità decisionale e di azione eccessive rispetto alla loro forza politica insieme ad una capacità intellettuale notevole, ma che forniva loro una visione deformata della realtà oltre al fatto che volevano creare il centro della Rivoluzione francese, aperto però &#8211; un disegno difficilissimo da realizzare &#8211; su entrambe le ali dello schieramento politico, a destra e a sinistra.<br />
Tra l’aprile e il maggio 1793 i giacobini scatenarono l’offensiva politica finale contro i girondini, accusandoli di aver ispirato il tradimento del generale Dumouriez (vedi il relativo profilo biografico) e di affamare il popolo per difendere la proprietà borghese. L’offensiva giacobina si inseriva in un quadro politico-sociale ben preciso nel quale la Rivoluzione aveva ormai acquistato una carica fortemente estremista rappresentata in particolare dal movimento rivoluzionario popolare parigino, il cui programma costituiva un gravissimo pericolo per la posizione politica dei girondini: controllo dell’economia, confische della proprietà privata, requisizioni, calmierazioni, limitazione delle libertà individuali oltre all’affermazione del primato di Parigi, che era ormai nelle mani dei giacobini e del locale movimento rivoluzionario popolare, rispetto alle realtà provinciali, dove invece erano forti i girondini. Quest’ultimi finirono per diventare i capri espiatori di tutti i problemi economici che affliggevano la Francia rivoluzionaria, soprattutto per la grave carestia che affamava Parigi e molte altre città. La situazione da questo punto di vista era in effetti drammatica: il prezzo del grano aumentava vertiginosamente, i contadini si rifiutavano di rifornire i centri urbani, briganti assalivano i convogli di cereali, l’assegnato, la moneta della Rivoluzione, aveva perso metà del suo valore nominale.<br />
A mettere fuori gioco i girondini fu proprio il movimento rivoluzionario popolare parigino nelle giornate del 31 maggio e del 2 giugno 1793. In realtà la fine violenta dei girondini fu un vero e proprio colpo di Stato mascherato da insurrezione popolare e pilotato dai giacobini i quali, comunque, ebbero, sia pure solo momentaneamente, il timore che la situazione potesse sfuggire al loro controllo. Nel pomeriggio del 31 maggio una folla di sanculotti armati si presentò alla Convenzione Nazionale alla quale sottopose un lungo elenco di rivendicazioni: epurazioni dalla pubblica amministrazione e dall’esercito, diritto di voto riservato solo al popolo, provvedimenti di carattere economico a vantaggio dei ceti sociali meno abbienti, arresto di ventidue deputati girondini considerati traditori e colpevoli anche del fatto che durante il processo al re Luigi XVI avevano proposto l’appello al popolo. Durissima fu la requisitoria di Robespierre contro i girondini: «<i>[…] </i>Contro di voi che, dopo la rivoluzione del 10 agosto, volevate condurre al patibolo coloro che l’hanno fatta; contro di voi, che non avete smesso di provocare la distruzione di Parigi; contro di voi, che volevate salvare il tiranno; contro di voi, che avete cospirato con Dumouriez… Ebbene, la mia conclusione è il decreto di accusa contro tutti i complici di Dumouriez».<br />
Nonostante le parole infuocate di Robespierre, la Convenzione Nazionale prese tempo assegnando un piccolo salario ai sanculotti e non cedette minimamente alla pressione dei sanculotti medesimi i quali rifoderarono le armi e si ritirarono. Tuttavia i giacobini si resero subito conto che senza l’appoggio del movimento rivoluzionario popolare parigino non avrebbero mai potuto estromettere i girondini dalla scena politica. Il 2 giugno, una folla di ottantamila sanculotti con centocinquanta cannoni, circondò la Convenzione Nazionale: il loro capo François Henriot, un ex-impiegato del dazio, si presentò in aula con la sciabola sguainata reclamando l’arresto dei ventidue deputati girondini. Alcuni membri della Convenzione cercarono di uscire, ma i sanculotti li fermarono mentre Henriot, al quale era stata chiesta una spiegazione dell’accaduto, ordinò ai cannonieri di prepararsi ad aprire il fuoco. La Convenzione Nazionale era ostaggio del movimento rivoluzionario popolare parigino e non ebbe altra scelta che quella di procedere all’arresto di tutti i deputati girondini, primo fra tutti i loro leader Jacques-Pierre Brissot. Esclusi dalla scena politica e già destinati al patibolo, i girondini ebbero comunque, almeno in parte, la loro vendetta: il 13 luglio 1793, infatti, Marie-Anne-Charlotte Corday D&#8217;Armont, una giovane normanna di sentimenti girondini passata alla Storia semplicemente come Charlotte Corday, colpita dalla proscrizione dei moderati e dagli eccessi sempre più frequenti, pugnalava a morte Jean-Paul Marat, uno dei capi giacobini che ella riteneva il principale responsabile della parabola sanguinaria imboccata dalla Rivoluzione francese. Tre mesi e mezzo dopo, nel clima del Terrore, Brissot e altri ventuno girondini, nel corso di un breve processo durato dal 24 al 30 ottobre, vennero condannati a morte e ghigliottinati a Parigi il 31 dello stesso mese. La scomparsa dei girondini pose fine da un lato al cosiddetto romanticismo rivoluzionario &#8211; per più di un anno essi avevano conferito alla Rivoluzione francese un’affascinante aureola di idealità mista ad un travolgente entusiasmo &#8211; e dall’altro lato all’egemonia borghese sugli eventi della Rivoluzione aprendo la strada all’instabilità e soprattutto generando nei giacobini, rimasti padroni della situazione ma incapaci di comprendere quanto fosse difficile creare nuove istituzioni, il fantasma del complotto, cioè l’idea terribile che la Rivoluzione non potesse esistere senza un nemico da annientare. In questo senso la scomparsa dei girondini non costituì soltanto la fine della partecipazione borghese alla Rivoluzione francese, ma rappresentò una grave sconfitta per la Rivoluzione stessa.</p>
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<p style="text-align: left;" align="center"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong></p>
<p>G. Chaussinand Nogaret, <em>Una donna nella Rivoluzione. Madame Roland (1754-1793)</em>, Milano, 1989<br />
A. Chuquet, <em>La Première Invasion, Valmy, La Retraite de Brunswick, Jemappes, La Trahison de Dumouriez</em>, Paris, 1886-1891<br />
S. D&#8217; Huart, <em>Brissot: la Gironde au pouvoir</em>, Paris, 1986<br />
C. De Boni, <em>Condorcet: l&#8217;esprit général nella rivoluzione francese</em>, Roma, 1989<br />
A. De Lamartine, <em>Storia dei Girondini,</em> Napoli, 1849<br />
L. De Verdière, <em>Biographie de Vergniaud</em>, Paris, 1866<br />
F. Furet-D. Richet, <em>La Rivoluzione francese</em>, Bari, 1974<br />
F. Furet-M. Ozouf, <em>La Gironde et les Girondins</em>, Paris, 1991</p>
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		<title>MIRABEAU, UN LIBERTINO AL SERVIZIO DELLA FRANCIA</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Dec 2017 08:59:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Luigi XVI]]></category>
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		<category><![CDATA[Rivoluzione francese]]></category>

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		<description><![CDATA[di Giancarlo Ferraris - &#160; Il gioco di Mirabeau fu un gioco aperto, condotto su due fronti: quello dell’Assemblea Nazionale Costituente, come rivoluzionario deciso ma al tempo stesso fautore della monarchia costituzionale, e quello della corte, dove cercò di convincere il re ad abbracciare la tesi della monarchia costituzionale e &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="center"><b>di Giancarlo Ferraris -<br />
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<p style="text-align: justify;"><em><strong>Il gioco di Mirabeau fu un gioco aperto, condotto su due fronti: quello dell’Assemblea Nazionale Costituente, come rivoluzionario deciso ma al tempo stesso fautore della monarchia costituzionale, e quello della corte, dove cercò di convincere il re ad abbracciare la tesi della monarchia costituzionale e a non inimicarsi la Rivoluzione.</strong></em></p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Un corpo deforme, un animo dissoluto, una mente illuminata</b></h3>
<p style="text-align: justify;">La Rivoluzione francese è piena di paradossi. Uno tra i tanti: il primo, grande, autorevole difensore del Terzo Stato cioè della borghesia e del popolo fu un nobile, un aristocratico, insomma un appartenente alla classe sociale più detestata e più odiata nella Francia di fine Settecento. Si chiamava Honoré Gabriel Riqueti conte di Mirabeau ed era un personaggio singolarissimo. Venne alla luce il 9 marzo 1749 a Le Bignon, un piccolo centro della regione della Loiret, nella Francia centrale, dal marchese Victor Riqueti, noto economista sostenitore della fisiocrazia, e da Marie-Geneviève de Vassan. I genitori trasalirono quando videro il loro neonato: aveva un piede storto, due grandi denti e una testa enorme. Come se non bastasse all’età di tre anni il piccolo Mirabeau fu colpito dal vaiolo, cosa molto comune all’epoca, che lo lasciò ampiamente sfigurato. Nonostante queste sventure il giovanissimo Honoré Gabriel Riqueti di Mirabeau nel 1767, anche per volontà del padre che voleva porre fine alla vita già dissoluta del figlio, entrò nell’Esercito francese dal quale fu però espulso a causa della sua passione per le donne. Riuscì tuttavia a rientrare nei ranghi militari e a prendere parte, come volontario, nel 1769, alla spedizione in Corsica. L’anno dopo lasciò la professione militare e sposò la ricca ereditiera Èmilie De Marignane dalla quale ebbe un figlio, che morì ancora piccolo, e da cui successivamente si separò riprendendo a condurre la sua esistenza libertina nel corso della quale contrasse moltissimi debiti tanto che il padre, per salvarlo dalle ire dei creditori, lo fece rinchiudere diverse volte nel castello di Vincennes, vicino a Parigi, e infine esiliare presso il castello di Joux, nella Borgogna. Durante questi soggiorni obbligati Mirabeau scrisse il <em>Saggio sul dispotismo</em>, primo abbozzo della sua concezione dello Stato costituzionale. Nel 1775 fuggì dal castello di Joux insieme a Marie Thérèse Sophie De Ruffey, moglie del marchese De Monnier che era presidente della Camera dei Conti della Borgogna e che aveva quasi cinquant’anni in più rispetto alla consorte. I due amanti, dopo un breve soggiorno in Svizzera, si rifugiarono nei Paesi Bassi. Qui vissero due anni fino a quando, dopo la denuncia del marchese De Monnier, nel 1777 furono arrestati. Marie Thérèse Sophie era incinta e venne ricoverata in una casa di cura a Parigi mentre Mirabeau, che era malato, fu rinchiuso nella torre più alta del castello di Vincennes. Risalgono a questo periodo le lettere d’amore che i due amanti si scambiarono e che furono pubblicate molti anni dopo con il titolo di <em>Lettere a Sophie</em> e il libello <em>Sulle lettere di chachet e le prigioni dello Stato</em>, nel quale Mirabeau si scaglia contro il sistema giudiziario francese dell’epoca, esalta le libertà individuali, condanna l’assolutismo del suo paese e afferma che il diritto di sovranità risiede in maniera unica e inalienabile nel popolo. Mirabeau rimase nel castello di Vinceness per tre anni e mezzo durante i quali venne a conoscenza della nascita e della successiva morte della figlia che Marie Thérèse Sophie aveva avuto da un altro uomo. Con la sua ex-amante non volle più avere nessun contatto, anzi le intentò anche un processo accusandola d’infedeltà, processo che tuttavia si risolse a favore della donna, la quale nel 1783 riuscì a ottenere la separazione legale. Mirabeau reagì violentemente attaccando un’altra volta le leggi francesi, tanto che fu costretto a riparare dapprima nei Paesi Bassi, insieme alla sua nuova amante Henriette-Amélie De Nehra, e poi in Inghilterra, di cui studiò a fondo la costituzione che rappresentò sempre un punto di riferimento nelle sue opere e nei sui progetti di riforma dello Stato francese. Nel 1785 fece ritorno in Francia, dove scrisse contro alcuni istituti bancari, e tra il 1786 e il 1787 svolse una missione segreta a Berlino in seguito alla quale redasse il libello <em>Della monarchia prussiana sotto Federico il Grande</em> e la <em>Storia segreta della corte di Berlino</em>, una raccolta, quest’ultima, di note originali e sconcertanti sui sovrani tedeschi che furono pubblicate anonime poco prima dello scoppio della Rivoluzione.<br />
Nel 1789 Mirabeau, subito dopo la convocazione degli Stati Generali resasi necessaria per far fronte alla grave situazione economica, finanziaria e sociale in cui versava la Francia, cercò di ottenere un mandato come rappresentante della nobiltà in Provenza, ma ne venne impedito dagli stessi appartenenti alla classe nobiliare che non amavano affatto i suoi libelli polemici. Si schierò, allora, con il Terzo Stato che lo elesse deputato in Provenza, a Marsiglia e Aix-en-Provence. Nei mesi precedenti la convocazione degli Stati Generali Mirabeau aveva, invano, presentato al ministro degli esteri Armand Marc de Montmorin Saint-Hérem il piano di una nuova costituzione finalizzata a salvare la Francia dai complotti dell’aristocrazia e da un’eventuale &#8211; l’aveva intuita! &#8211; violenta rivoluzione popolare e aveva anche redatto un opuscolo contenente alcune osservazioni che sarebbero poi state alla base della sua azione politica: porre fine agli abusi della monarchia e delle classi sociali privilegiate; riformare l’istituto monarchico; eliminare le disuguaglianze civili e le ingiustizie sociali.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Il potere dell’immagine e della parola</b></h3>
<div id="attachment_6725" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/11/Portrait_of_Honoré-Gabriel_Riqueti_-_Fiesinger_1798.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-6725" alt="Honoré Mirabeau" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/11/Portrait_of_Honoré-Gabriel_Riqueti_-_Fiesinger_1798-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Honoré Mirabeau</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">La presenza originale e potente di Honoré Gabriel Riqueti conte di Mirabeau non poté passare inosservata all’assemblea degli Stati Generali nel maggio 1789. Così lo ritrasse a parole Madame de Staël, figlia di Jacques Necker, il ministro delle finanze di Luigi XVI, vedendolo sfilare a Versailles insieme agli altri deputati della nobiltà, del clero e del Terzo Stato: «<i>Si notava soprattutto il conte Mirabeau. Nessun nome, eccetto il suo, era ancora celebre tra i seicento deputati del Terzo Stato. L’opinione sul suo valore era rafforzata dalla paura che ispirava la sua immoralità. Era difficile non osservarlo a lungo, una volta che lo si era visto: la sua immensa capigliatura lo distingueva tra tutti; si diceva che da lì dipendeva la sua forza, come quella di Sansone; il suo viso era caratterizzato dalla bruttezza e tutta la sua persona dava l’idea di una forza irregolare, una forza che si immaginava in un tribuno del popolo».</i><br />
Un altro eloquente ritratto di Mirabeau lo tracciò François-René de Chateaubriand nelle sue <em>Memorie d’oltretomba</em>: «<i>La bruttezza di Mirabeau, sovrapposta sul fondo della bellezza tipica della sua razza, produceva una sorta di possente figura da Giudizio Universale di Michelangelo […]. La natura sembrava aver modellato la sua testa o per l’impero o per la forca e scolpito le sue braccia o per stringere una nazione o per rapire una donna. Quando scuoteva la criniera e guardava il popolo ne arrestava lo slancio; quando levava la zampa mostrando le unghie, la plebe correva furiosa. In mezzo allo spaventoso disordine di una seduta l’ho visto alla tribuna cupo, brutto, immobile: faceva venire in mente il caos di John Milton, impassibile e senza forma al centro della sua confusione […]. Traeva la sua energia dai suoi vizi; quei vizi non nascevano da un temperamento frigido, poggiavano su passioni profonde, brucianti, tempestose.</i><br />
Jules Michelet, autore di una poderosa <em>Storia della Rivoluzione francese</em>, così descrisse questo libertino intriso di “spiritualità” tutta illuministica: «<i>Mirabeau attirava tutti gli sguardi, la sua immensa capigliatura, la sua testa leonina segnata da una possente bruttezza, suscitavano stupore, quasi spavento; non si riusciva a staccarne gli occhi. Tutti presentivano in lui la grande voce della Francia».</i><br />
E dopo la presenza, la voce: una voce potente, che emerse in tutto il suo splendore il 23 giugno 1789 presso la sede della nuova Assemblea Nazionale, la quale era stata creata dai deputati del Terzo Stato e dai deputati del basso clero per dare alla Francia un nuovo ordinamento costituzionale dal momento che la monarchia, la nobiltà e l’alto clero avevano manifestato, più o meno palesemente, la volontà di non attuare nessuna riforma dello Stato francese. Quel giorno a Henri-Édvard de Dreux-Brézé, gran maestro di cerimonie di Luigi XVI, che era stato inviato proprio dal sovrano a consegnare ai deputati del Terzo Stato e del basso clero l’ordine di scioglimento dell’Assemblea Nazionale, il conte Mirabeau rispose, quasi aggredendolo: «<i>Sì, signore, noi abbiamo sentito i propositi che sono stati suggeriti al re; e voi che sareste in grado di essere il suo emissario presso gli Stati Generali, voi che non avete qui né posto né voce, né diritto di parlare, voi non siete adatto a riportarci le sue parole. Tuttavia, per evitare ogni equivoco e ogni ritardo, io vi dichiaro che se siete stato incaricato di farci uscire di qui, voi dovete chiedere degli ordini per usare la forza; perché noi lasceremo i nostri posti soltanto con la forza delle baionette».</i><br />
Da quel momento il re non fu più il sovrano che aveva nelle sue mani il potere divino e assoluto, ma soltanto un padrone, un estraneo, un avversario del popolo francese il quale iniziò ad onorare, amare e difendere Mirabeau. Il dado della Rivoluzione era stato tratto.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Il giocatore</b></h3>
<div id="attachment_6727" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/11/LouisXVI-France1.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-6727" alt="Luigi XVI" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/11/LouisXVI-France1-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Luigi XVI</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Fin qui abbiamo detto molte cose pittoresche &#8211; se così possiamo esprimerci &#8211; su Honoré Gabriel Riqueti conte di Mirabeau: che era nato con un corpo deforme, che aveva un animo dissoluto, che era dotato di una mente illuminata, che era una presenza potente, che aveva una voce stentorea. A ciò dobbiamo aggiungere un altro aspetto, molto meno pittoresco ma molto più realistico: che in politica era un grande giocatore, un giocatore che nulla improvvisava o affidava alla sorte, ma che aveva invece ben chiaro qual era il gioco in corso e come si doveva giocare. Mirabeau pensava a un programma politico ben preciso, cosa apparsa già evidente, come abbiamo visto, nel piano costituzionale proposto invano al ministro Montmorin Saint-Hérem e nel successivo opuscolo redatto prima della convocazione degli Stati Generali. In sostanza il programma politico di Mirabeau prevedeva l’abbattimento del sistema feudale e la creazione di una monarchia costituzionale capace di garantire la libertà e l’uguaglianza civile attraverso la suddivisione dei poteri: all’Assemblea Nazionale sarebbe spettato il potere legislativo, al sovrano quello esecutivo, a una magistratura autonoma dalla politica quello giudiziario. In questo modo la monarchia si sarebbe messa alla testa della Rivoluzione, che Mirabeau intuiva essere un processo irreversibile, e l’avrebbe, almeno in parte, gestita e non subita, cosa che invece non accadde a causa sia di alcuni gravi errori commessi dalla monarchia medesima, sia per l’escalation terribilmente violenta a cui andò incontro la Rivoluzione stessa.<br />
Nell’ottobre del 1789, dopo la presa della Bastiglia, l’abolizione dell’assolutismo e dei diritti feudali, la promulgazione della celeberrima Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino e il trasferimento forzato della corte reale dalla reggia di Versailles a Parigi, Mirabeau iniziò a diventare il “referente rivoluzionario” del re Luigi XVI. Il nobile, che aveva aderito alla causa del Terzo Stato per il bene della Francia e della monarchia, suggerì al sovrano, ormai non più libero a Parigi, di riconoscere apertamente i provvedimenti adottati dall’Assemblea Nazionale Costituente (il nuovo nome assunto dall’Assemblea Nazionale), vale a dire l’abolizione dell’assolutismo e dei diritti feudali, al fine di generare un nuovo rapporto tra la monarchia e il popolo francese. Mirabeau era convinto che questa fosse l’unica via di salvezza per la monarchia e l’unico modo per la Francia di non piombare in un caos profondo: la Francia, infatti, era fermamente decisa a difendere le sue conquiste, ma al tempo stesso era ancora fedele al sovrano al quale spettava ora il delicato compito di non incrinare questo nuovo e delicato rapporto. Il progetto politico di Mirabeau si configurava, lo abbiamo già detto, come una vera e propria lezione di monarchia costituzionale. Nonostante le sue posizioni moderate, Mirabeau all’Assemblea Nazionale Costituente si dimostrò sempre un fervido sostenitore di principi rivoluzionari soprattutto per quanto concerne la riforma dell’amministrazione, il riconoscimento della libertà di stampa, la creazione degli assegnati, la nuova moneta della Francia rivoluzionaria, oltre a caldeggiare la decisione di procedere alla nazionalizzazione dei beni della Chiesa avvenuta effettivamente nel novembre 1789.<br />
A partire dalla primavera del 1790 i rapporti di Mirabeau con la monarchia divennero molto più stretti. Risale al maggio di quell’anno una sua nota inviata a Luigi XVI nella quale, confermando, ancora una volta, il suo progetto politico, si legge: «<i>M’impegno a servire con tutta la mia influenza i veri interessi del re: e perché questa affermazione non sembri troppo vaga, dichiaro di ritenere una controrivoluzione tanto pericolosa quanto criminale; trovo anche chimerica, in Francia, la speranza di un progetto di governo senza un capo rivestito dei poteri necessari per applicare la forza pubblica all’esecuzione della legge».</i><br />
Quello di Mirabeau non fu un doppio gioco come si potrebbe facilmente pensare, da un lato deputato del Terzo Stato dall’altro lato politico al servizio “segreto” della monarchia. Il gioco di Mirabeau fu un gioco aperto, condotto per il bene della Francia su due fronti: quello dell’Assemblea Nazionale Costituente, dove fu un rivoluzionario deciso ma al tempo stesso fautore della monarchia costituzionale e quello della corte, dove cercò in tutti i modi di convincere il re ad abbracciare la tesi della monarchia costituzionale e a non inimicarsi la Rivoluzione. Il rafforzarsi del rapporto con Luigi XVI, che gli pagò tutti i grossissimi debiti che aveva contratto e stava ancora contraendo nella sua vita di libertino e gli permise anche di avere uno stipendio dignitoso, lo pose ancora di più nelle condizioni di professare le sue idee rivoluzionarie e al tempo stesso di lavorare per abbattere il vecchio mondo e costruirne uno nuovo capace però di ospitare al suo interno la monarchia, ovviamente non più assoluta, ma, come egli desiderava, costituzionale. Se il rapporto con Luigi XVI nel complesso funzionò, più difficile fu quello con la regina Maria Antonietta che rimproverava a Mirabeau di aver difeso all’Assemblea Nazionale Costituente soltanto il re e non gli altri membri della famiglia reale e di averla esclusa nell’eventualità di una reggenza.<br />
Le grandi doti di Mirabeau &#8211; la sua intelligenza, la sua aggressività, la sua oratoria, la sua popolarità &#8211; suscitarono alla fine l’invidia dei compagni di lotta del Terzo Stato: furono proprio costoro a volere una legge che impediva ad un membro dell’Assemblea Nazionale Costituente di diventare ministro del re, carica che Mirabeau desiderava invece fortemente. I suoi rapporti con gli altri deputati del Terzo Stato iniziarono allora a incrinarsi anche perché, nonostante la sua elezione nel febbraio 1791 a presidente della stessa Assemblea Nazionale Costituente, egli si oppose invano a una legge tesa a colpire i nobili che erano fuggiti all’estero, i cosiddetti emigranti, e difese il diritto di veto assoluto del re mentre l’Assemblea votò e approvò solo il diritto di veto sospensivo.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La scomparsa</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Il 2 aprile 1791 Honoré Gabriel Riqueti conte di Mirabeau moriva a Parigi, dopo aver impedito per quasi due anni che la Rivoluzione piombasse nel precipizio dove poi, effettivamente, sarebbe piombata. Lo storico François Furet lo definisce forse l’uomo più grande della Rivoluzione francese, perché ha saputo incarnarla senza perdersi in essa. In piena attività politica, durante la quale aveva espresso al meglio le sue doti di trascinatore di folle e la sua fede per un mondo migliore, aveva ripreso a vivere da libertino, da dissoluto. La sua agonia durò alcuni giorni, mentre la folla trepidava nell’attesa dei bollettini medici. Mirabeau fu cosciente fino all’ultimo, dando disposizioni e facendo testamento; soprattutto provvide affinché i documenti relativi al suo rapporto con la monarchia venissero conservati e non distrutti. Il suo funerale fu seguito da alcune centinaia di migliaia di persone. Venne sepolto al Pantheon, tra la tomba di Voltaire e il cenotafio di Rousseau. Madame de Staël scrisse: «Era la prima volta che un uomo celebre per i suoi scritti e per la sua eloquenza riceveva onori accordati sino allora ai grandi signori e ai guerrieri».<br />
Il rispetto e l’amore del popolo per Mirabeau finirono improvvisamente più di due anni e mezzo dopo, quando nel novembre 1792 tra i documenti segreti di Luigi XVI, ormai destituito, furono rinvenute le carte di questo libertino che si era messo al servizio del suo paese. Le spoglie di Mirabeau furono allora ritenute indegne di restare nel Pantheon e vennero traslate in un piccolo cimitero. Successivamente furono riesumate di nuovo e, sembra, gettate con odio e disprezzo nelle fogne di Parigi.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><br />
L. Barthou, <em>Mirabeau</em>, Milano, 1964<br />
J. Bénétruy, <em>L’Atelier de Mirabeau</em>, Paris, 1962<br />
F.-R. de Chateaubriand, <em>Memorie d’oltretomba</em>, Torino, 1995, vol. I<br />
P. Dominque, <em>Mirabeau</em>, Paris, 1947<br />
F. Furet &#8211; D. Richet, <em>La Rivoluzione francese</em>, trad. it., Bari, 1974<br />
J. Michelet, <em>Storia della Rivoluzione francese</em>, trad. it., Milano, 1989, vol. I<br />
A. Vallentin, <em>Mirabeau dans la Révolution</em>, Paris, 1947</p>
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