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	<title>Storia in Network &#187; Israele &#124; Storia in Network</title>
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		<title>ISRAELE,  FRONTIERE BIBLICHE E ANTROPOLOGICHE</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Apr 2025 06:16:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi – Nessuno Stato moderno è stato così lungamente pensato. L&#8217;Israele contemporaneo è nato da un’idea, il Sionismo. Lungo tutto il percorso della sua costruzione e fino ad oggi, gli Ebrei hanno cercato di conseguire una corrispondenza dello Stato con le frontiere bibliche. Questa proiezione non poteva che &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Massimo Iacopi –</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Nessuno Stato moderno è stato così lungamente pensato. L&#8217;Israele contemporaneo è nato da un’idea, il Sionismo. Lungo tutto il percorso della sua costruzione e fino ad oggi, gli Ebrei hanno cercato di conseguire una corrispondenza dello Stato con le frontiere bibliche. Questa proiezione non poteva che scontrarsi con il mondo arabo. Ma dopo l&#8217;attacco del 7 ottobre 2023, il concetto di frontiera sembra superato: il massacro perpetrato da Hamas ha messo l’ultimo mattone nel muro antropologico fra Israeliani e Palestinesi.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">·</span></p>
<div id="attachment_14738" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="https://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2025/04/1695_Eretz_Israel_map_in_Amsterdam_Haggada_by_Abraham_Bar-Jacob.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-14738" alt="Mappa di Eretz Israel, 1695" src="https://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2025/04/1695_Eretz_Israel_map_in_Amsterdam_Haggada_by_Abraham_Bar-Jacob-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Mappa di Eretz Israel, 1695</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Quando nell&#8217;anno 70 l&#8217;imperatore romano Tito distrusse il tempio di Gerusalemme, gli Ebrei, privati del loro sommo sacerdote si esiliarono in tutte le regioni vicine e in quelle dell&#8217;Impero romano. Per 1800 anni hanno tramandato l&#8217;imperitura speranza di un ritorno nella Terra Santa e hanno pregato di ritrovarsi “<i>l&#8217;anno prossimo a Gerusalemme!”</i>“ a ogni festa della <i>Pesah</i> (festa dell&#8217;Esodo dall&#8217;Egitto). Le loro suppliche richiedevano di recuperare l&#8217;<em>Eretz</em> <em>Israel</em>, il “grande Israele”, la terra promessa da Dio al suo popolo. Dal punto di vista biblico, essa doveva estendersi dal sud del Libano attuale al sud del deserto del Neghev per raggiungere l&#8217;est del Mar Morto.<br />
Più ampio dell&#8217;attuale, il Grande Israele può anche corrispondere ai limiti del regno di David e alle terre a lui sottoposte. Il suo regno si estendeva su tutto l&#8217;Israele attuale a eccezione del Neghev, la costa a nord di Haifa (appartenente ai Fenici) e la regione di Tel Aviv (regno dei Filistei). Per contro, inglobava terre che non appartengono allo Stato ebraico di oggi: l&#8217;estremità orientale del Sinai, i territori sulla riva sinistra del Giordano, dominio dell&#8217;attuale regno di Giordania, il sud della striscia di Gaza, e la totalità della Cisgiordania, che costituiva il cuore del regno. Le alture del Golan non appartenevano al regno di Davide, ma gli erano sottomesse.<br />
Alla dimensione culturale e politica di ritrovare le terre d&#8217;Israele, si aggiungeva un elemento escatologico fondamentale. Il rabbino Maimonide di Cordova, vissuto nel sultanato ayyubide del XII secolo, aveva annunciato che “<i>i Tempi messianici avranno luogo allorché gli Ebrei recupereranno la loro indipendenza e ritorneranno tutti in terra d&#8217;Israele</i>” (Mishné Torah,<em> Hikkhot Melakhim</em>, capitolo 12).</p>
<h3 style="text-align: justify;">Fondamenti e nascita del Sionismo</h3>
<p style="text-align: justify;">Fino al XIX secolo la speranza di un ritorno nella terra biblica non era scomparsa, ma la prima preoccupazione degli Ebrei era altrove. Il Sionismo guadagnerà la sua popolarità solo con la crescita dei nazionalismi in Europa e l&#8217;intensificazione dei pogrom anti ebraici. È proprio nella Russia zarista del 1881 che nascono le prime organizzazioni sioniste, gli <i>Amanti di Sion</i>. Diffondendo l&#8217;idea del Sionismo nelle comunità ebraiche, l&#8217;organizzazione crea anche un fondo per l&#8217;acquisto di terre in Palestina in vista di stabilirvi gli immigrati ebraici.<br />
Il Sionismo assumerà una forza completamente diversa con l&#8217;azione di Theodor Herzl (1860-1904). Nel 1896 egli pubblica in diverse lingue <em>Lo</em> <em>Stato ebraico</em>, che ottiene subito un’eco profonda. Herzl, nella sua opera, definisce tre pilastri per il Sionismo: l&#8217;esistenza specifica del popolo ebraico, l&#8217;impossibilità della sua assimilazione da parte di altri popoli, da cui la necessità di creare uno Stato che prenda in carico il destino di questo popolo. Egli espone, in tal modo, anche idee concrete per il ristabilimento nella Palestina ottomana degli Ebrei. L&#8217;anno seguente, i Sionisti si ritrovano a Basilea e si mettono d&#8217;accordo sull&#8217;obiettivo e i mezzi per creare uno stato ebraico.<br />
Il nuovo movimento sionista avvia un’infaticabile campagna di influenza nei confronti dei decisori politici.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Organizzare l&#8217;immigrazione massiccia</h3>
<p style="text-align: justify;">La Prima guerra mondiale è stata determinante nella creazione dello Stato d&#8217;Israele. I Francesi e gli Inglesi, occupati a distruggere gli Ottomani nel Levante, nel 1916 si accordano per un piano di spartizione, il famoso Accordo Sykes-Picot, che offriva il Libano e la Siria all&#8217;amministrazione di Parigi, la Palestina e l&#8217;Iraq a quella di Londra. Per il Regno Unito, questa regione era la chiave per la rotta dell&#8217;India. In questo contesto, i Britannici si rendono disponibili a prendere in carico il futuro vespaio della questione israelo-palestinese.<br />
Nel 1917 gli USA esitavano ancora a impegnarsi direttamente nel conflitto. La Gran Bretagna cerca con tutti i mezzi di coinvolgere il potente alleato alla sua causa. I Sionisti, molto influenti in America, attraverso le comunità ebraiche, partecipano attivamente per suscitare il sostegno di Washington. Per potersi assicurare il loro aiuto in America, gli Alleati accettano la creazione di un focolare ebraico in Palestina. In un biglietto aperto, indirizzato a Lord Edmond James de Rothschild, personalità eminente della comunità ebraica a Londra e finanziere del movimento sionista, il Segretario di Stato britannico agli Esteri, Lord Arthur James Balfour può annunciare che “il Governo di Sua Maestà ipotizza favorevolmente l&#8217;insediamento in Palestina di un focolare nazionale per gli Ebrei e farà tutto quello che è in suo potere per facilitare la realizzazione di questo obiettivo…&#8221;<br />
Una volta sconfitte le potenze Centrali, gli Alleati organizzano la conferenza di Pace a Parigi nel gennaio 1919, nel cui ambito si ritrovano anche Arabi ed Ebrei, ciascuno con le rispettive rivendicazioni. Il nuovo presidente dell&#8217;organizzazione sionista, Chaim Weizmann (1854-1952), rivendica l&#8217;Israele di re David. La scelta dei sionisti è ormai sul tavolo, essi vogliono ricostituire le frontiere dell&#8217;Israele biblico e, mossi anche da un sano pragmatismo, la costa marittima, i fiumi e le sorgenti (specialmente nel Golan). Feysal I ibn al Hussein (1885-1933) della tribù araba degli Hashemiti (re di Siria dal 1918 al 1920 e re dell&#8217;Iraq dal 1921 al 1933), veniva invece a reclamare il regno arabo promesso dai Britannici in cambio della rivolta delle tribù arabe contro gli Ottomani. Viene persino concluso un accordo di principio fra Feysal e Weizmann. Esso riconosce la creazione di un focolare nazionale ebraico in Palestina, che sarebbe stato distinto dal regno arabo, a condizione che i Britannici avessero onorato le promesse fatte agli Arabi. Purtroppo, gli Inglesi, non onorando le promesse, determinano la fine dell&#8217;accordo, che rimane lettera morta.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Complicazioni e nascita dello Stato d&#8217;Israele</h3>
<p style="text-align: justify;">Il mandato britannico accentua il sentimento arabo di essere stati spodestati e successivamente di essere stati traditi. Le prime sommosse antiebraiche scoppiano a Jaffa nel 1920 e un massacro a Hebron nel 1929 spaventa Londra. Il Sionismo doveva essere sacrificato per conservare il mandato in Palestina, una regione così importante dal punto di vista strategico. Nel 1936, gli Arabi si sollevano in massa contro la presenza degli Ebrei e dei Britannici. Per contro, gli Ebrei scatenano l&#8217;Operazione <i>Homa Oumigdal</i> (muraglie e torri). In una notte, nasce, a sorpresa, un nuovo insediamento. Dal 1936 al 1939, nascono in tal modo 51 nuove località ebraiche. I Britannici, superati dagli eventi, propongono piani di spartizione, tutti respinti dagli Arabi.<br />
Londra, a quel punto, decide di ritararsi e di affidare la situazione all&#8217;ONU. L&#8217;<i>Haganah (</i>padre dell&#8217;odierno<i> Tsahal)</i>, organizzazione di difesa ebraica, prende il sopravvento durante la guerra civile e numerosi Arabi vengono spinti all&#8217;esilio. L&#8217;ONU propone un piano di spartizione nel 1947, che soddisfa gli Ebrei e il 14 maggio 1948 David Ben Gurion (1886-1973) proclama l&#8217;indipendenza di Israele.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Realizzare l&#8217;Israele biblico</h3>
<p style="text-align: justify;">All&#8217;indomani della proclamazione d&#8217;indipendenza, una coalizione formata da Egitto, Siria, Giordania, Iraq e Libano attacca il nuovo Stato d&#8217;Israele. Gli Arabi, nonostante la superiorità numerica, soffrono una cocente sconfitta. Gli Israeliani hanno dimostrato sul campo di saper pienamente utilizzare, a loro vantaggio, operazioni lampo, combinando blindati e aviazione. Gli armistizi che ne conseguono vengono firmati fra il gennaio e il luglio 1949. Quasi 900 mila Palestinesi si rifugiano all&#8217;interno di campi negli Stati vicini: arrivi massicci di sfollati, che saranno alla base di gravi turbative, in Giordania e, specialmente, nel Libano.<br />
Nel giro di qualche settimana di guerra Israele si era ingrandito, ottenendo la parte occidentale del Neghev, il litorale da Gaza a Jaffa, il nord della Galilea e la parte occidentale e meridionale della Cisgiordania fino a Gerusalemme, mentre l&#8217;Egitto assume il controllo della striscia di Gaza.<br />
Un censimento ottomano del 1880 riportava la cifra di 450 mila Arabi, viventi nel Vilayet (Provincia) della Palestina. Questi, senza avere una coscienza nazionale, condividevano un’identità locale, che l&#8217;immigrazione massiccia degli Ebrei contribuisce a rinforzare. Gli Ebrei l&#8217;avevano capito, l&#8217;affermazione dello Stato d&#8217;Israele avrebbe necessariamente contribuito a fortificare l&#8217;identità palestinese, sino a permettere loro di assumere una connotazione nazionale. In tale contesto, all&#8217;indomani della proclamazione di Israele, si vengono a creare due correnti sioniste opposte. Da un lato, gli eredi di Ahad Adam (1856-1927) che difendevano un piccolo numero di Ebrei che avrebbero illuminato la diaspora da Gerusalemme, sul principio di un Sionismo culturale. Essi risultavano maggioritari nell&#8217;ambito del Partito Laburista, guidato da Ben Gurion. L&#8217;altra corrente, invece, desiderava una Palestina prima di tutto giudea e sosteneva il nazionalista Eri Zabotinsky (1910-1969), figlio dello scrittore russo Vladimir Evgenievic Jabotinsky o Zabotinsky (1880-1940).</p>
<h3 style="text-align: justify;">Estensione dello Stato</h3>
<p style="text-align: justify;">Dopo il 1948 gli Israeliani portano avanti la strategia dei Kibbutz per estendere i limiti del nuovo Stato. Confinati su una striscia costiera, soffrivano militarmente la mancanza di una profondità strategica. In caso di attacco, rischiavano di trovarsi bloccati con le spalle al mare. Il blocco dello stretto di Tiran, nel Golfo di Aqaba, rappresenta l&#8217;occasione sperata per poter attaccare e allargare le frontiere. Nel giugno 1967 Israele lancia le sue truppe da tutti i lati. In sei giorni, il Golan, il Sinai, la Cisgiordania e Gaza vengono conquistate. Israele comincia ad accarezzare il sogno di recuperare le frontiere bibliche.<br />
Ma il dubbio inizia a insinuarsi nelle menti. Nell&#8217;ottobre 1973, durante la celebrazione della festa dello Yom Kipppur, dedicata all&#8217;espiazione dei peccati, la Siria e l&#8217;Egitto attaccano congiuntamente. Israele, totalmente sorpreso, riesce alla fine a respingere le forze arabe nel giro di qualche giorno, dopo il superamento di una delicata fase critica. Questa guerra contribuisce a segnare profondamente gli spiriti e a rivedere sia le carte politiche sia quelle strategiche.<br />
Dopo la guerra del Kippur (ottobre 1973), gli Israeliani avevano capito che il loro Stato non costituiva un fatto acquisito di fronte agli Arabi, che si consideravano sempre in guerra. Questa presa di coscienza determina l&#8217;indebolimento dei Laburisti israeliani e nel 1977 il <i>Likud</i>, guidato da Menahem Begin (1913-1992) vince le elezioni. I Laburisti, cercando di apparire i più pacifisti possibili, avevano limitato la colonizzazione alla vallata del Giordano. I Nazionalisti (<i>Gahal, Beitar</i>), in uno stato d&#8217;animo conquistatore, erano ambiziosi di lavorare per il Grande Israele. Il Likud mette in opera il Piano Drobles<i> </i>(dal politico israeliano, di origine polacca, Matityahu Drobles 1931-2018), che organizza il dispiegamento massiccio di coloni in tutta la Cisgiordania e nella striscia di Gaza.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Riconoscimento delle frontiere d&#8217;Israele da parte dell&#8217;Egitto</h3>
<p style="text-align: justify;">Il 1978 segna l&#8217;inizio di un nuovo periodo. L&#8217;Egitto sceglie la strada di normalizzare le sue relazioni con lo Stato ebraico. Anwar el Sadat (1918-1981) e Menahem Begin si ritrovano a Camp David, luogo di villeggiatura dei presidenti americani. Le discussioni che ne seguono sono movimentate, soprattutto perché Sadat rischia di passare come un traditore agli occhi degli Arabi e perché Begin non è disposto a cedere nulla ai Palestinesi. Viene finalmente firmato un accordo nel 1979, nel quale Israele si impegna a restituire il Sinai all&#8217;Egitto, cosa che farà nel 1981, in cambio della libera circolazione marittima a Suez e negli stretti di Tiran. Questi accordi provocano una grande agitazione nel mondo arabo, tanto che Sadat pagherà con la vita, nel 1981, il coraggio delle sue scelte. Ma il presidente egiziano, con il suo sacrificio, aveva dato il via a un movimento che molti Stati arabi desideravano intraprendere. La causa palestinese contribuiva ad indebolirli e a dissanguarli; le frontiere d&#8217;Israele ormai esistevano di fatto e diventava necessario frenare e prendere tempo.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Proteggere il Nord</h3>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;OLP (Organizzazione di Liberazione della Palestina), fondata nel 1960 e diretta, a partire dal 1969, da Yasser Arafat (1929-2004), si era rifugiata nel Libano, dopo aver fallito nel suo insediamento in Giordania (settembre Nero). Il paese dei cedri era però stato destabilizzato dai rifugiati palestinesi, insediatisi nel sud del suo territorio e la nuova situazione porta, come conseguenza, lo scoppio di una guerra civile. Il confronto sul campo si traduce attraverso scontri alla frontiera nord dello Stato ebraico. Nel giugno 1982 Israele lancia l&#8217;operazione “Pace in Galilea” e l&#8217;esercito ebraico (<i>Tsahal</i>) assedia Beirut. Per reazione, gruppi di sciiti si organizzano, creando una milizia armata, gli <i>Hezbollah</i>. L&#8217;esercito israeliano occupa il paese fino al 2000 e poi lo abbandona, trasformando ufficialmente il Golan in un territorio israeliano. Una decisione respinta dall&#8217;ONU, ma riconosciuta dagli USA di Donald Trump nel 2019.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Intifada (Rivolta)</h3>
<p style="text-align: justify;">Coscienti del fatto di risultare sempre meno sostenuti in campo internazionale, i Palestinesi tentano di indebolire lo Stato ebraico. Essi scatenano un’insurrezione popolare permanente a Gaza, quindi in Cisgiordania, con un movimento che verrà denominato Prima Intifada (1987-1993). La situazione, di fatto, è insostenibile. <i>Hamas</i>, emanazione dei Fratelli Mussulmani, apertamente jihadista, viene fondata nel 1987 e organizza molteplici attentati. Israele viene costretto a venire a patti e a parlamentare con l&#8217;OLP, contatti che sfociano negli Accordi di Oslo del 1993. Alla Casa Bianca, con Barak Obama, il laburista Yitzhak Rabin (1922-1995) e Yasser Arafat si scambiano una storica stretta di mano. I due si erano messi d&#8217;accordo su una dichiarazione di principio, un’autonomia di cinque anni prima di mettere in opera un’autorità palestinese. Dall’accordo sembrano nascere delle vere speranza di pace. Ma nel seno delle due parti non tutti gli animi erano pronti. L&#8217;assassinio di Rabin (1995), da parte di un ebreo estremista, annuncia un nuovo periodo di sangue.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Seconda Intifada (2000-2005)</h3>
<p style="text-align: justify;">Nel 2000 Ariel Sharon (1928-2014), capo dell&#8217;opposizione di destra (Likud), visita la spianata delle Moschee a Gerusalemme. La sera stessa esplodono nuove violenze, anche perché Gerusalemme costituisce anche la frontiera che, sia Israeliani, sia Palestinesi, vorrebbero strappare alla controparte. La visita di Sharon riafferma al mondo, piuttosto, che gli Israeliani non avrebbero smesso di avanzare verso la realizzazione delle frontiere bibliche e che, quindi, gli Arabi avrebbero continuato a essere spossessati dei loro territori. Ha così inizio la Seconda Intifada, mentre l&#8217;esercito israeliano entra in Cisgiordania e lancia una vasta offensiva nel corso del 2002.<br />
Dopo il Libano del 2000, Israele si ritira da Gaza nel corso del 2005, dove vengono organizzate nuove elezioni, che vedono Hamas opporsi al movimento Al Fatah di Arafat. Uno scontro, in definitiva, fra l’anima religiosa (Hamas) e quella politica (Al Fatah). Qualsiasi potere esercitato dai religiosi porta generalmente alla rovina del suo popolo. E la vittoria di Hamas nel 2006 arriva puntualmente a sconvolgere qualsiasi sogno di pace. Al Fatah, espulso da Gaza, ripiega in Cisgiordania, mentre a Gaza si verificano, in successione, tre guerre (2008, 2012 e 2014).<br />
L&#8217;esercito israeliano, impegnato in permanenza a sud, subisce anche i tiri di razzi e le incursioni di commandos da parte di Hezbollah dalla frontiera libanese. Israele pensa, a quel punto, di distruggere questa organizzazione finanziata dall&#8217;Iran, che aveva acquisito potenza e godeva di largo prestigio e di un ruolo politico nelle popolazioni locali. Hezbollah, vero Stato nello Stato, conta nel parlamento libanese di una decina di deputati. Israele decide di agire, con lo Tsahal, che invade il Libano per la seconda volta nel 2006.<br />
Il ritorno del Likud al potere nel 2009 con Benyamin Netanyahu offre nuova forza al nazionalismo israeliano.</p>
<h3 style="text-align: justify;">7 ottobre 2023: un muro antropologico</h3>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;espansione di Israele prosegue sempre sulla scia del sogno di ritrovare le frontiere bibliche e il regno di David. Essa si oppone a una realtà ben concreta, l&#8217;esistenza di un popolo arabo che ha, anche lui, le sue frontiere storiche di riferimento. Si è creduto un tempo, nel momento degli Accordi di Oslo, che la lotta per le frontiere potesse essere risolta tramite accordi fra le due entità politiche. Ma lo Stato d&#8217;Israele riesce a mobilitare forze superiori alle considerazioni politiche. Queste forze sono in primo luogo religiose, perché per gli Ebrei la terra é stata loro donata da Dio e perché i Palestinesi invocano una guerra santa per proteggere le terre dell&#8217;islam. Lo scontro fra due popoli, naturalmente comunitari, provoca anche uno scontro etnico. La politica viene necessariamente spazzata via da queste forze mobilitatrici, in quanto essa risulta sempre soggetta alla natura dell&#8217;uomo.<br />
La questione delle frontiere statali è ormai diventata secondaria. Il massacro del 7 ottobre 2023 ha terminato di costruire il muro antropologico (diversa valutazione filosofica della natura umana nei riguardi del cosmo, ovvero una diversa consapevolezza di sé stessi), iniziato oltre cento anni fa. L&#8217;apertura di Israele ai lavoratori provenienti dalla striscia di Gaza aveva forse aperto la porta a una certa coesistenza. La partecipazione diretta o indiretta di questi stessi lavoratori al massacro del 7 ottobre 2023 ha spazzato tutte queste speranze. Utilizzando la stessa tattica di massacro del FLN (Fronte di Liberazione Nazionale) algerino, Hamas ha voluto dimostrare che la coabitazione dei due popoli su una stessa terra è impossibile. Poiché l&#8217;obiettivo di Hamas rimane sempre in primo luogo la eradicazione degli Ebrei dalla Terra Santa. Nessuna intesa o accordo diventa possibile su queste basi. Israele, ormai in pace con i vicini arabi, affronta oggi uno scontro di civiltà, trappola nella quale lo spingono i movimenti che vogliono soffocare qualsiasi pace e spegnere qualsiasi ipotesi di accordo.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>ḤEIL HAYAM HAYISRAELI: LA SENTINELLA DI ISRAELE SUL MARE</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Nov 2023 16:36:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Giuliano Da Frè - &#160; La Marina israeliana è sempre stato un attento guardiano di Israele: anche quando gli attacchi del nemico hanno saputo cogliere di sorpresa le forze militari (e di intelligence) della terraferma. ♦ In Israele il riuscito attacco a sorpresa lanciato da Egitto e Siria il &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Giuliano Da Frè -</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>La Marina israeliana è sempre stato un attento guardiano di Israele: anche quando gli attacchi del nemico hanno saputo cogliere di sorpresa le forze militari (e di intelligence) della terraferma.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;">In Israele il riuscito attacco a sorpresa lanciato da Egitto e Siria il 6 ottobre 1973, giorno di inizio delle festività di Yom Kippur, viene definito anche come “la sorpresa d’ottobre”. Esattamente 50 anni più tardi, lo scorso 7 ottobre l’offensiva, terroristica e feroce, ma anche molto ben preparata, portata dalle milizie islamiche di Hamas con base a Gaza, si sono trasformate in una “seconda sorpresa di ottobre”. Strane coincidenze ai crocevia della storia e delle sue ricorrenze. In entrambi i casi (il primo analizzato e sviscerato in ogni sua parte, il secondo ancora fresco e in corso), l’intelligence e le Forze Armate di Israele, solitamente attente e reattive, sono state colte con la guardia abbassata. Con un’eccezione: la piccola ma aggressiva Marina israeliana, Cenerentola delle quasi leggendarie Israel Defense Forces (IDF, o <em>Tzahal</em>, in ebraico), già protagonista di diverse azioni spettacolari sin dal 1948, cui accenneremo; ma anche di due drammatiche perdite: quella del cacciatorpediniere <em>Eilat</em>, prima nave da guerra della storia affondata da missili antinave il 21 ottobre 1967, per mano di vedette lanciamissili egiziane di fabbricazione sovietica, e il sottomarino <em>Dakar </em>perduto per incidente con l’intero equipaggio il 25 gennaio 1968.<br />
Il 7 ottobre 2023 la Marina israeliana è stata l’unico reparto militare di <em>Tzahal </em>a reagire con grande prontezza: distruggendo 3 imbarcazioni ad alta velocità e un trattore blindato che cercavano di forzare la barriera difensiva della spiaggia di Zikim, uccidendo decine di miliziani; e quindi nei giorni successivi catturando il vicecomandante delle forze navali di Hamas, per poi bombardarne (in concorso con artiglieria a lunga gittata e aviazione) le installazioni a Khan Yunis e nel porto di Gaza.<br />
Mezzo secolo prima, i marinai israeliani si erano dimostrati altrettanto pronti.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Davide e Golia (in salsa marittima)</b></h3>
<div id="attachment_13105" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2023/10/2-Una-motomissilistica-sovietica-OSA-I-impiegata-da-Siria-ed-Egitto.jpg"><img class=" wp-image-13105 " alt="Una motomissilistica sovietica OSA-I impiegata da Siria ed Egitto." src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2023/10/2-Una-motomissilistica-sovietica-OSA-I-impiegata-da-Siria-ed-Egitto.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Una motomissilistica sovietica OSA-I impiegata da Siria ed Egitto.</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Il 6 ottobre 1973 Siria ed Egitto, pesantemente riarmati dall’Unione Sovietica dopo il disastro subito nel corso della guerra dei Sei Giorni del giugno 1967, e appoggiati (direttamente o indirettamente) da diversi altri Stati arabi, giocarono la carta della rivincita militare per ottenere un vantaggio politico.<br />
In Sinai e lungo le alture del Golan le forze arabe, riorganizzate e ben addestrate e guidate in azioni accuratamente pianificate, misero in serie difficoltà Tel Aviv: le armate egiziane passarono il Canale di Suez, e quindi annientarono un primo contrattacco corazzato israeliano, mentre sul Sinai le divisioni siriane decimavano due brigate nemiche, arrivando a un passo dai ponti strategici sul Giordano.<br />
Ma la flessibilità e la mobilità dell’apparato militare ebraico, subito rifornito dagli Stati Uniti attraverso un massiccio ponte aereo (parallelo a quello avviato da Mosca), ebbero ragione delle audaci ma troppo macchinose offensive avversarie. Sul Canale il controverso e brillante generale Ariel Sharon lanciò un contrattacco anfibio, prendendo alle spalle la 3<sup>a</sup> Armata egiziana, e arrivando a 100 chilometri dal Cairo. Nel Golan, la controffensiva scattò quando le forze siriane si erano esaurite nell’attacco iniziale, condotto con grande determinazione, ma su un terreno difficilissimo e con tattiche mutuate da quelle sovietiche, elaborate per le pianure europee. Le truppe di Tel Aviv respinsero il nemico, arrivando a tiro di cannone da Damasco.<br />
In aria, dopo lo shock iniziale infertole dal fitto schieramento arabo di missili e batterie antiaeree acquistate dall’URSS, l’aviazione israeliana, ancora fresca degli allori conquistati nel 1967, ma che nelle prime giornate del Kippur aveva subito dure perdite, mise in campo nuove contromisure tecnologiche e tattiche, mettendo in difficoltà le difese avversarie.<br />
Ciononostante, la guerra del Kippur (protrattasi sino al 28 ottobre, e brevemente riaccesasi sul fronte siriano nella primavera del 1974) costò a Israele quasi 2.800 morti, 8.000 feriti, alcune centinaia di prigionieri, nonché pesanti perdite materiali: 1.000 tank su 1.700 (600 dei quali recuperati) e 114 aerei su 445, con un costo economico stimato in 4 miliardi di dollari.<br />
Lo Stato ebraico non trasse grande sollievo dall’aver inflitto all’avversario perdite ancora più considerevoli: 35.000 tra morti e feriti, 9.000 prigionieri, 2.400 carri e 400 aerei (rispettivamente i tre quarti e la metà delle disponibilità arabe), erano il prezzo pagato da aggressori che, nonostante tutto, con le vittorie iniziali e una determinazione ben diversa da quella mancata nel 1967, avevano conquistato sul campo un vantaggio politico, incrinando il mito dell’invincibilità delle forze armate ebraiche.<br />
Un mito che era però stato ben difeso sul mare, dove si combatterono, pressoché ignorate dal grande pubblico, alcune battaglie di indubbio valore tattico e operativo, contro avversari non meno potenti.<br />
Soprattutto la Marina egiziana disponeva di notevoli forze navali, avendo ereditato dopo il 1945 materiale inglese, cui si erano aggiunte, a partire dal 1954, ingenti forniture da parte di Mosca.<br />
Alla vigilia dell’operazione “Badr” (l’offensiva araba del 1973) il complesso navale egiziano, al comando del viceammiraglio Fuad Abu Zikry (1923-1983), poteva quindi contare su ben 13 sommergibili: 7 classe “Whiskey”, battelli basati su progetti tedeschi degli anni ‘40, costruiti negli anni ‘50 e ceduti originariamente in 10 esemplari all’Egitto tra il 1957 ed il 1972, e 6 più recenti tipo “Romeo”, in servizio dal 1966-1969. Erano poi operativi 4 cacciatorpediniere classe “Skory”, da 3.100 tonnellate e con buon armamento antisom e artiglieresco, ma dotazioni elettroniche antiquate, cui si aggiungeva l’<em>El Fateh</em>, ex <em>Zenith</em> britannico (classe “Z”) costruito nel 1944 e ammodernato nel 1963-1964. Il gemello <em>El Qaher</em> fu invece affondato dall’aviazione israeliana il 16 maggio 1970, durante la cosiddetta “guerra d’attrito” iniziata poco dopo quella dei Sei Giorni, e proprio con un famoso episodio di guerra navale: ossia il citato affondamento dell’<em>Eilat</em> con missili antinave “Styx” lanciati da unità d’attacco egiziane (21 ottobre 1967).<br />
La forza di superficie egiziana era completata da 3 fregate, 17 unità d’attacco lanciamissili e 36 motosiluranti, oltre a 18 dragamine, una ventina tra pattugliatori e cacciasommergibili e 15 unità anfibie, più il naviglio logistico. Le basi principali, con buone infrastrutture logistiche e manutentive, si trovavano ad Alessandria e a Port Said. La flotta era suddivisa in due squadroni: quello principale in Mediterraneo, l’altro in Mar Rosso.<br />
Dal canto suo, la Marina siriana non disponeva di sommergibili, cacciatorpediniere e fregate, ma soltanto di unità leggere e ausiliarie: per l’esattezza di 9 motomissilistiche, 8 motosiluranti, 4 dragamine, 3 cacciasommergibili e il naviglio logistico, concentrate nelle basi di Tartous, Latakia e Minert el Beira.<br />
Il grosso delle forze navali dei Paesi arabi era basato su unità leggere e veloci d’attacco: le motomissilistiche classi “Osa I” e “Komar”, e le motosiluranti tipo “Shershen”, tutte costruite negli anni ‘60 in Unione Sovietica.<br />
Le “Osa-I” erano presenti in 11 esemplari nella Marina egiziana (che ne aveva perse 2 durante la guerra del 1967), mentre altre 6 prestavano servizio in quella siriana. Realizzate in più serie a partire dal 1959, per un totale di 280 esemplari (e ancora in servizio in tutto il mondo), erano unità d’attacco da 210 tonnellate, spinte da potenti ma non sempre affidabili motori diesel che consentivano di raggiungere i 36 nodi di velocità e una buona autonomia. Piattaforme stabili e con adeguato equipaggiamento elettronico (ma quelle cedute da Mosca ai paesi arabi erano prive di sistemi di contromisure), imbarcavano 4 lanciatori per missili antinave e due impianti binati da 30 mm.<br />
Più piccole e instabili erano le “Komar” (7 egiziane e 3 siriane), che nella Marina sovietica, dove erano entrate in servizio in 110 esemplari iniziarono a essere radiate già nel 1968, dopo pochi anni di servizio. Entrambi i modelli di motomissilistica erano accomunati da un’arma che si era imposta al mondo proprio ai danni della Marina israeliana. A colare a picco il caccia <em>Eilat</em>, in navigazione a 10 miglia al largo di Port Said, era infatti stato il lancio di 3 missili antinave SS-N-2 “Styx-A” (per la terminologia NATO: per i russi P-15 “Termit”), effettuato dall’interno del porto e con assistenza sovietica da 2 “Komar”. Protagonista dell’evento, spartiacque nella tecnica di guerra navale (avviando una corsa tra missili e contromisure simile a quella combattuta tra cannone e corazza tra 1860 e 1940), fu un goffo e ingombrante ordigno pesante oltre 3 tonnellate e lungo 6,3 metri, in servizio dal 1958. Propulso da un turbogetto che garantiva una velocità subsonica, con una testata bellica di mezza tonnellata di esplosivo, lo “Styx” nella versione consegnata agli Stati arabi era equipaggiato con un sistema misto autopilota/guida radar attiva, e restava anche nel 1973 la punta di lancia nella panoplia dei sistemi d’arma navali siro-egiziani.<br />
Israele però non aveva dimenticato la dura lezione subita con la perdita dell’<em>Eilat</em> e di 47 membri del suo equipaggio. Nata nel 1948 dal preesistente servizio navale del <em>Pal’mach</em> (<em>Pal’yam</em>), con una congerie di navi da guerra sui generis, comprendente vecchi mercantili, un rompighiaccio, l’ex yacht del presidente americano Teddy Roosevelt e una corvetta dotata di un cannone da montagna, la Marina israeliana negli anni ‘50 e ‘60 era stata potenziata con diverse navi di seconda mano ammodernate, compresi 2 cacciatorpediniere (<em>Eilat</em> e <em>Yaffa</em>, ex britannici classe “Z” e gemelli delle analoghe unità egiziane) e 2 sommergibili.<br />
Dopo le vicende della Guerra d’attrito del 1967-1970, Israele decise di puntare soprattutto sul naviglio leggero d’attacco: le unità maggiori di superficie furono disarmate, tranne una vecchia corvetta impiegata per l’addestramento. Dei 5 sommergibili entrati in linea (tutti ex inglesi), i 2 in servizio dal 1958 erano già stati disarmati; degli altri 3, acquistati nel 1967-1968, come accennato il <em>Dakar </em>era affondato durante il viaggio di trasferimento dalla Gran Bretagna nel 1968. I superstiti <em>Leviathan</em> e <em>Dolphin </em>nel 1973 erano impiegati solamente per compiti addestrativi o di supporto alle forze speciali. Punta di lancia era così divenuta anche nella Marina israeliana la componente incentrata sulle unità leggere d’attacco. Già nel 1956 erano state acquistate Cantieri Baglietto di Varazze le piccole e velocissime motosiluranti classe “Ophir”, che si aggiungevano a motosiluranti e vedette anche di costruzione bellica ex anglo-americane.<br />
Negli anni ‘60 Israele valutò il modello tedesco <em>Schnellboote</em> <em>Type-55</em>, realizzato per la Bundesmarine dal cantiere Lurssen di Brema, ma riprogettato dalle Constructions Mécaniques de Normandie (CMN), e da cui sarebbe derivato il leggendario tipo “Combattante”, realizzato in decine di esemplari.<br />
Le prime 6 unità furono ordinate ai cantieri francesi nel 1965; con un armamento derivato dalle contemporanee motocannoniere italiane classe “Freccia” e ribattezzate classe “Saar-1”, le unità ebraiche erano armate con 3 complessi Breda-Bofors da 40 mm, in attesa di ricevere sistemi più paganti. Nel 1966 furono poi ordinate le 6 unità del secondo lotto (“Saar-2”), finanziate dal governo tedesco e predisposte a imbarcare il nuovo cannone da 76/62 mm “Compatto” della OTO-Melara, ribattezzato “Hanit”).<br />
L’acquisizione delle unità, che aveva visto l’arrivo a Cherbourg di circa 200 tra marinai e tecnici israeliani, sotto il comando di una delle leggende della Heyl Ha’yam, il contrammiraglio Yochai Ben-Nun <a title="" href="#_ftn1">[1]</a> fu alquanto avventurosa, poiché dopo il trasferimento delle prime 2 “Saar” il governo di Parigi aveva posto l’embargo alla vendita di armi ai Paesi mediorientali coinvolti nella guerra dei Sei Giorni. Altre 5 unità riuscirono più tardi a salpare le ancore alla spicciolata, approfittando di alcune sospensioni dell’embargo.<br />
Le ultime 5, sequestrate dal governo francese nel 1969, furono riacquistate come “traghetti” da un’impresa norvegese (in realtà un paravento dei servizi segreti israeliani), e trafugate con la rocambolesca Operazione “Arca” dal porto di Cherbourg nella notte di Natale di quello stesso anno, arrivando alla base di Kishon il 31 dicembre. Tra il 1969 ed il 1970 tutte le unità furono riequipaggiate con missili “Gabriel” Mk-1 di produzione nazionale, asserviti alla direzione di tiro Argo NA-10, con radar RTN-10X di Selenia, come italiana era l’artiglieria imbarcata.<br />
Alla vigilia della guerra di Yom Kippur la Marina israeliana, dal 1972 al comando del contrammiraglio Binyamin “Bini” Telem (1928-2008) aveva quindi standardizzato la sua linea d’attacco sulle 12 unità costruite in Francia, cui nel 1973 si aggiunsero le prime 2 “Saar-3” (o classe “Reshef”: 13 unità completate entro il 1980), cui si aggiungevano 9 vecchie motosiluranti e le vedette classe “Dabur” equipaggiate con mortai e siluri antisom.<b><br />
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<h3 style="text-align: justify;"><b>La fionda di Davide<br />
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<div id="attachment_13104" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2023/10/1-Unità-lanciamissili-israeliane-in-formazione-nel-1973.jpg"><img class=" wp-image-13104 " alt="Unità lanciamissili israeliane in formazione nel 1973." src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2023/10/1-Unità-lanciamissili-israeliane-in-formazione-nel-1973.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Unità lanciamissili israeliane in formazione nel 1973.</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Sistemi d’arma e sensori acquistati in Italia sarebbero presto tornati utili alla Heyl Ha’yam. Lo scoppio della guerra, il 6 ottobre 1973, come accennato aveva colto di sorpresa anche gli eccellenti servizi di intelligence ebraici, tra l’altro impegnati all’epoca a fronteggiare azioni terroristiche palestinesi in Europa.<br />
Non si farà tuttavia cogliere impreparata proprio la Marina israeliana: mentre a terra e in aria le forze ebraiche passavano alcune giornate da incubo, la piccola flotta di Tel Aviv combatté e vinse le sue battaglie su due fronti, e senza subire alcuna perdita.<br />
Il primo scontro si svolse al largo delle coste siriane, all’altezza del porto di Latakia, nella notte tra 6 ed 7 ottobre, dopo che 5 motomissilistiche israeliane avevano preso il mare per sorprendere eventuali gruppi navali siriane. Al comando di un commodoro di 38 anni, Michael “Yomi” Barkai <a title="" href="#_ftn2">[2]</a> le navi israeliane incrociarono al largo del porto siriano di Latakia, principale base navale avversaria. La squadriglia israeliana era suddivisa in due gruppi: e quando sugli schermi radar israeliani apparve il primo bersaglio, Barkai ordinò di aprire il fuoco con i pezzi da 76 mm, e al gruppo esterno di passare all’attacco. Il fuoco concentrato delle artiglierie mandò rapidamente a picco una motosilurante siriana. Subito dopo fu la volta di un dragamine d’altura da 750 tonnellate di essere avvistato e affondato da un “Gabriel” sparato dalla nuovissima <em>Reshef </em>a una distanza di 18 km (un secondo missile era finito in mare perché sparato troppo da lontano).<br />
Nel frattempo 3 unità leggere missilistiche siriane (una “Osa” e 2 “Komar”) erano uscite da Latakia, partendo all’attacco nonostante l’inferiorità numerica, contando sulla grande gittata dei propri missili antinave “Styx”, che raggiungevano i 46 chilometri contro i 22 del “Gabriel” Mk-1.<b> </b>Ma la prima battaglia navale della storia combattuta tra navi che avevano nei missili la propria arma principale, andò malissimo ai siriani, che spararono in rapida successione 6 “Styx”, tutti però ingannati e deviati in mare dai sistemi lancia-artifizi tipo SLQ/B italiani e apparati <em>jamming </em>di realizzazione nazionale, sino ad allora mai provati in condizioni di combattimento. Allora le unità arabe si divisero: le “Komar”, senza più missili e prive di artiglieria leggera, si ritirarono cercando protezione nelle difese di Latakia. La motomissilistica “Osa”, cui rimanevano 2 ordigni, si fece coraggiosamente sotto, sparando un’ultima salva, anch’essa senza esito. A quel punto furono le unità di Barkai a contrattaccare, lanciando una salva di “Gabriel” che investì in pieno la scompaginata formazione siriana: le 3 unità, centrate dalle testate da 180 chilogrammi di TNT, furono distrutte, con gravi perdite tra gli equipaggi.<br />
Nei giorni seguenti, i resti della Marina siriana (che dal punto di vista del valore dimostrato non aveva nulla di cui rimproverarsi) rimasero imbottigliati nei porti, vigilati dalle unità aeree e navali israeliane.<br />
Il peso della guerra in mare si spostò così a sud, verso l’Egitto, la cui forza navale era ben più consistente, allineando, come accennato, 20 tra sommergibili, fregate e cacciatorpediniere, e una sessantina di unità leggere d’attacco. Forze che il governo cairota aveva pianificato di impiegare lungo tre direttrici. Innanzitutto, appoggiando l’attacco iniziale, che consisteva proprio nel varcare una via d’acqua (il Canale di Suez) la cui sponda orientale era controllata dalle fortificazioni israeliane della “Linea Bar-Lev”.<br />
In secondo luogo, effettuare operazioni di blocco navale, per interdire i porti israeliani ed eventuali rifornimenti via mare, impiegando sommergibili e unità maggiori di superficie, in cooperazione con l’aviazione. Terzo, attaccare e possibilmente distruggere le forze navali israeliane.<br />
Piani che ebbero successo relativamente al passaggio del Canale, mentre le operazioni di blocco si svilupparono efficacemente in Mar Rosso; le operazioni in Mediterraneo Orientale finirono invece in un disastro, aggravato dai risultati ottenuti dagli incursori israeliani del <em>Kommando-Yami</em>.<br />
L’attacco attraverso il Canale riuscì grazie a una accurata preparazione iniziata nel 1971, conseguendo la sorpresa tattica e strategica. Nelle prime ore del conflitto una brigata d’assalto anfibio egiziana, ed equipaggiata con materiale da ponte sovietico e cingolati anfibi K-61GPT e PTS-M, capaci di trasportare rispettivamente 32 e 70 uomini, obici da 122 e cannoni controcarro da 100 mm, ruppe le difese israeliane, scarsamente presidiate, forzando il Piccolo Lago Amaro e costituendo una testa di ponte sulla riva orientale del Canale.<br />
Quindi una seconda ondata di 8.000 uomini armati con numerosi missili portatili antiaerei SA-7 e controcarro RPG-7 passavano la via d’acqua a bordo di 1.000 gommoni d’assalto. I reparti anfibi erano stati preceduti dai genieri, che con pompe d’acqua ad alta pressione facevano saltare gli argini e i terrapieni difensivi. Unità di incursori, bene addestrati in URSS e distintisi già durante la Guerra d’attrito, dal 1972 avevano effettuato diverse ricognizioni lungo la sponda est del Canale, e alla vigilia dell’operazione “Badr” sminarono le aree d’attacco e distrussero le tubazioni dalle quali gli Israeliani pensavano di immettere benzina nella via d’acqua, creandovi una barriera di fuoco.<br />
Questa parte del piano egiziano fu un indubbio successo: in meno di 24 ore si erano attestati al di là del Canale 27.000 uomini e 240 carri, in posizioni solide e alimentate da due ponti di barche ciascuna, pagando l’attacco con soli 208 morti.<br />
Un altro successo degli strateghi egiziani fu l’azione di blocco in Mar Rosso. Qui già in agosto il Cairo aveva distaccato uno squadrone composto da 2 cacciatorpediniere ex sovietici classe “Skory”, con l’ordine di restare al di fuori del raggio d’azione degli israeliani, la cui aviazione aveva già sorpreso e affondato nel maggio 1970 due unità dello squadrone egiziano del Mar Rosso, ossia il caccia <em>El Qaher</em> e una motomissilistica tipo “Komar”. Le navi dovevano tagliare le linee di traffico per Israele tra gli stretti di Bab El Mandel ed il porto israeliano di Eilat. La piccola task force (operante a 1.000 miglia dal più vicino porto nazionale) si sarebbe appoggiata ai cantieri pachistani per eventuali lavori d’arsenale, e al porto yemenita di Aden per il sostegno logistico, nonché ai porti di Hodeidah, Berbera, Port Sudan.<br />
Alle 14.00 del 6 ottobre 1973 (l’ora “H” dell’operazione “Badr”) fu attivato il blocco navale. Le operazioni dello squadrone sarebbero durate 7 mesi, osservate da unità americane, inglesi e francesi; il blocco infatti sarebbe stato utilizzato da Sadat anche dopo il “cessate il fuoco” come arma di pressione su Israele. Lo Stato Maggiore egiziano ha stimato in 18 milioni di tonnellate di petrolio il flusso diretto a Eilat bloccato dalla sua flotta, e in 48.000 tonnellate il naviglio mercantile affondato dalle mine posate dagli egiziani lungo gli accessi al porto israeliano.<b><br />
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<h3 style="text-align: justify;"><b>Battaglia sul Nilo<br />
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<div id="attachment_13106" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2023/10/3-Le-unità-israeliene-di-Barkai-reduci-dalla-vittoria-di-Latakia-del-7-ottobre-1973.jpg"><img class=" wp-image-13106 " alt="Le unità israeliene di Barkai reduci dalla vittoria di Latakia del 7 ottobre 1973." src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2023/10/3-Le-unità-israeliene-di-Barkai-reduci-dalla-vittoria-di-Latakia-del-7-ottobre-1973.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Le unità israeliene di Barkai reduci dalla vittoria di Latakia del 7 ottobre 1973.</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">La Marina israeliana ovviamente non rimase a guardare.<br />
Nel Mar Rosso, al comando del capitano di vascello Ze’ev Almog dal 1972, le forze ebraiche condussero una serie di azioni che, se non riusciranno a impedire il blocco navale, porteranno comunque alla cattura o alla distruzione di 28 unità militari e mercantili egiziane. Almog <a title="" href="#_ftn3">[3]</a> guiderà poi un raid contro il porto di Hurgada, nel Nord del Mar Rosso, conclusosi con la distruzione di una motomissilistica egiziana, e architetterà un attacco contro Marta Tlamat, piccolo sorgitore nel Golfo di Suez, compiuto con pesanti mortai imbarcati su un’unità anfibia.<br />
Nel frattempo, in Mediterraneo le motomissilistiche del commodoro Barkai presero ad effettuare repentine puntate lungo la costa egiziana.<br />
Nella notte tra l’8 ed il 9 ottobre 6 unità con la Stella di David incocciarono in 4 unità nemiche al largo delle foci del Nilo, all’altezza di Damietta. La battaglia che ne seguì fu altrettanto rapida (e per gli egiziani – letale) di quella di Latakia. In inferiorità numerica, le 4 navi di Sadat approfittarono della maggiore gittata dei 16 “Styx” imbarcati lanciandone subito 13 in quattro salve. Ma ancora una volta le contromisure elettroniche e d’inganno di marca italo-israeliana ebbero la meglio: solo un missile ne superò la barriera invisibile, per essere abbattuto dal 76/62 OTO-Melara “Compatto” di un’unità ebraica.<br />
Il contrattacco israeliano fu invece devastante: accorciate le distanze (mentre altri missili egiziani venivano lanciati senza successo) le unità della Heyl Ha’yam spararono una salva di “Gabriel” che provocò l’esplosione di 2 “Osa” nemiche, immobilizzandone una terza, che verrà poi finita a colpi di cannone, mentre la quarta riusciva a prendere il largo. Il rifiuto russo nel fornire moderni sistemi elettronici aveva di nuovo fatto pendere l’ago della bilancia a favore di Israele.<br />
La Heyl Ha’yam contrasse invece un grosso debito di riconoscenza con l’industria italiana per l’ottimo comportamento di artiglierie, radar di tiro e contromisure imbarcati sulle sue motomissilistiche, in piccole ma letali battaglie navali che hanno segnato una svolta nella guerra sul mare <a title="" href="#_ftn4">[4]</a>.<br />
Poco dopo la Marina israeliana fece il bis, affondando al largo di Port Said un’altra “Osa” egiziana che aveva attaccato una motomissilistica israeliana. Nella stessa notte (10-11 ottobre) le unità ebraiche tornavano all’offensiva lungo la costa siriana, attaccando con missili e cannoni il terminale petrolifero di Banyas, la base navale di Minet el Beira, il porto di Latakia e quello di Tartous, affondandovi una motosilurante araba e un mercantile sovietico.<br />
Azioni minori si registrarono poi a De Castro e Ras Arib, con nuove perdite per la Marina egiziana, inferte anche dagli incursori del <em>Kommando-Yami</em>. Di questo reparto, che affonda le sue radici nelle <em>Plugot Yam</em> (le compagnie di incursori navali del <em>Pal’Mach</em> addestrate dagli inglesi durante la Seconda guerra mondiale), si sanno con certezza soltanto pochi dati, per lo più “storici”; il riserbo è infatti ancora maggiore di quello riservato all’altrettanto leggendario reparto speciale dell’Esercito, lo <em>Sayeret Mat’kal</em>.<br />
Nel 1948, forte anche dell’addestramento impartito da un ex sottufficiale della Decima Mas, Fiorenzo Caprotti, gli incursori del <em>Kommando Yami</em> affondarono nel porto di Bari un mercantile italiano carico di armi cecoslovacche dirette a Beirut. Carico poi recuperato e “dirottato” verso Israele con un’altra operazione da manuale, concepita dal mago dell’intelligence ebraica Isser Harel. Nell’ottobre 1948 un commando di incursori, guidato da Yochai Bin-Nun, attaccava con 3 MTM (barchini esplosivi ex italiani) il porto di Gaza, affondandovi l’ammiraglia egiziana, la corvetta <em>Emir Farouk,</em> e un dragamine.<br />
Nel 1956 gli incursori combatterono assieme ai paracadutisti al Passo Mitla, mentre durante la guerra dei Sei Giorni e il successivo conflitto “d’attrito” (1967-1970), dopo alcuni insuccessi iniziali portarono a termine la distruzione delle postazioni radar egiziane di Ras el Adabia (21 giugno 1969) e dell’Isola Verde (19 luglio), e di 2 motosiluranti.<br />
Durante la guerra del Kippur gli incursori israeliani si scatenarono, soprattutto contro la base navale egiziana di Hurgada, visitata una prima volta (senza esito) già nella notte del 9 ottobre. Due giorni dopo gli uomini-rana israeliani riuscirono però ad affondarvi una motomissilistica classe “Komar”, mentre una seconda veniva sabotata (assieme alle infrastrutture portuali) il 20 ottobre. Nelle 48 ore successive, nuove incursioni portarono alla distruzione di altre 2 “Komar”, compresa quella che esattamente sei anni prima aveva affondato l’<em>Eilat</em>.<br />
Più movimentata l’incursione effettuata il 16 ottobre nella base egiziana di Port Said, che portò all’affondamento di una “Komar” e di 2 motosiluranti, contro però la perdita di due dei 6 incursori impiegati.<br />
Il bilancio complessivo delle operazioni navali dell’ottobre 1973 è comunque chiaro nell’indicare vinti e vincitori.<br />
Le forze affondarono o misero fuori combattimento una ventina di unità avversarie, comprese 6 motomissilistiche tipo “Osa I”, 7 “Komar” (la metà delle unità lanciamissili d’attacco in linea con le Marine siriana ed egiziana), 4 motosiluranti e un dragamine d’altura. Nessuna perdita invece per la Marina israeliana, che subì uno scacco solamente dove non era presente se non con un pugno di vedette, ossia in Mar Rosso. Qui la flotta egiziana operò con accortezza, impiegando unità maggiori e guerriglia di mine per bloccare Eilat, anche se l’intera missione fu marginale rispetto al nocciolo del conflitto, e troppo breve perché il blocco potesse avere un reale successo strategico.<br />
Negli scontri di superficie combattuti tra unità missilistiche (i primi della storia, tecnicamente paragonabili alla prima battaglia combattuta tra corazzate ad Hampton Roads nel 1862, o quella di Coral Sea tra portaerei, nel 1942), la palma della vittoria spettò alla Heyl Ha’yam, con una decina di affondamenti all’attivo, mentre dei 52 missili complessivamente sparati dalle unità arabe, comportatesi comunque con grande aggressività e determinazione, o dalle batterie costiere, non uno raggiunse le navi con la Stella di David.</p>
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<div style="text-align: justify;">
<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> Nato nel 1924, Yochai Ben-Nun fu il fondatore degli incursori navali ebraici dello <i>Shayetet 13</i>, che nel 1948 guidò nel porto di Gaza affondandovi l’ammiraglia della Marina egiziana; nel 1956 catturò un caccia egiziano. A soli 36 anni fu posto alla testa della Heyl Hayam, dal 1960 al 1966, per poi dirigerne il reparto acquisizioni. Padre dell’istituto oceanografico israeliano, è morto nel 1994.<br />
<a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> Poi comandante dalla Marina dal 1976 al 1979, morto suicida nel 1999.<br />
<a title="" href="#_ftnref3">[3]</a> Come il coetaneo Barkai, anche Almog fu comandante della Heyl Ha’yam dal 1979 al 1985.<br />
<a title="" href="#_ftnref4">[4]</a> Test sul campo che hanno aperto all’enorme successo ottenuto negli ultimi 50 anni da artiglieria e sensoristica “made in Italy”, esportati in decine di paesi, comprese potenze navali come Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud, Germania, Francia.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
</div>
<div>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più<br />
</span></em></strong>AA.VV. (a cura di John Keegan), <em>Guerre in tempo di pace dal 1945</em>, Istituto Geografico De Agostini, 1983<br />
E. Cecchini, <em>Guerra e politica nel Medio Oriente</em>, Mursia 1987<br />
G. Da Frè, <em>I grandi condottieri del mare</em>, Newton Compton 2016<br />
G. Da Frè, <em>Almanacco navale del XXI secolo</em>, Odoya 2022<br />
S. Dunstan, <em>La guerra dello Yom Kippur</em>, LEG 2018<br />
M. Van Creveld, <em>La spada e l’ulivo</em>, Carocci 2004</p>
</div>
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		<title>GIORDANIA, UN&#8217;APPARENTE STABILITÀ</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2021 09:32:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi - La Giordania appare come un’isola di stabilità in un’area senza pace. Con una modesta superficie e senza risorse, gode di una rendita geopolitica che le conferisce un ruolo diplomatico fondamentale grazie alla firma di un accordo di pace con Israele. Ma i nuovi scenari daranno ancora &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Massimo Iacopi -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>La Giordania appare come un’isola di stabilità in un’area senza pace. Con una modesta superficie e senza risorse, gode di una rendita geopolitica che le conferisce un ruolo diplomatico fondamentale grazie alla firma di un accordo di pace con Israele. Ma i nuovi scenari daranno ancora al regno hashemita la possibilità di evitare il coinvolgimento nei drammi mediorientali?</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;">La Giordania è uno stato cuscinetto di 89.342 km<sup>2</sup> artificialmente creato dai Britannici nel 1921. Oggi il regno di Giordania rappresenta una destinazione turistica di prestigio, i cui paesaggi sono stati magnificati dal film di David Lean, <i>Lawrence d’Arabia</i>, del 1962. Nonostante la sua apertura sull’Occidente, la Giordania rimane comunque un Paese poco conosciuto. Indipendente dal 1946, il vecchio Regno di Transgiordania rappresenta una specie di dono di compenso assegnato, così come l’Iraq, agli Hashemiti in cambio della loro rinuncia al sogno di formare un regno arabo unito.<br />
Isolato sulla scena regionale ma esperto nell’arte della sopravvivenza, il re Hussein bin Talal (1935-1999) è riuscito, per tutti i suoi 46 anni di regno, a portare il Paese al rango di piazza diplomatica e commerciale di primo piano in un Medio Oriente impigliato in interminabili crisi. Fino al 1967, il regno godeva della sovranità sul territorio della Cisgiordania, perduto poi a vantaggio d’Israele dopo l’umiliante sconfitta della Guerra dei Sei Giorni, evento che determinò un secondo esilio palestinese verso la riva orientale del fiume Giordano.<br />
Conseguenza di questi due esodi,la proporzione di Giordani di origine palestinese oggi è stimata a più del 65% della popolazione. Ciò spiega l’ostilità dell’opinione pubblica alla conclusione del trattato di pace con Israele &#8211; il secondo dopo l’Egitto &#8211; nell’ottobre 1994, frutto delle pressioni americane e per farsi perdonare “dell’errore” di aver sostenuto Saddam Hussein in occasione del golfo del 1990-1991.<br />
La diplomazia giordana si caratterizza per la ricerca di un consenso teso a innalzare il Paese al di sopra delle tensioni regionali. Il trattato di pace con Israele assicura il sostegno finanziario degli Stati Uniti. Dal 1951 al 1997, la totalità degli aiuti americani è stata stimata in 3,9 miliardi di dollari, a cui è seguito nel 2000 un accordo di libero scambio con il Paese a stelle e strisce. Ma se in fatto di sicurezza la cooperazione non è mai cessata, la pace rimane fredda. Mentre il governo di Benyamin Netanyahu rimetteva in discussione la gestione giordana dei Luoghi Santi, mussulmani e cristiani, di Gerusalemme, re Abdallah rifiutò nell’ottobre 2018 di rispettare due annessi del trattato di pace, che prevedeva che alcune terre agricole di frontiera (Baqura e Gumar) sotto sovranità giordana fossero messe nuovamente a disposizione dei contadini israeliani per un periodo di 25 anni.<br />
Indubbiamente, la questione palestinese ha perduto la sua centralità. Salito al trono nel 1999, il re giordano innamorato della cultura occidentale (è britannico per parte di madre), sposato a una palestinese, propugna la “giordanità” come mezzo per superare la dicotomia fra Palestinesi e Giordani e Giordania di origine beduina. In questo senso rompe con la formula confederale giordano-palestinese proposta a più riprese da suo padre (piano di federazione del 1972, accordo giordano-palestinese di Amman del 1985). Lo slogan <em>Al Urdun Awalan</em> (“Prima la Giordania”) è diventato col passar del tempo il segno di un’identità nazionale che dissocia chiaramente la riva occidentale del Giordano, una volta parte integrante del regno.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Relazioni difficili con Israele e le petromonarchie arabe</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Se re Abdallah può vantarsi di essere un ponte fra Israele e il mondo arabo, Amman appare sempre più abbandonata mano a mano che il riavvicinamento israelo-saudita, motivato dal comune rifiuto dell’Iran, conferisce alla Giordania un nuovo paradigma geostrategico. Questo raffreddamento si traduce da qualche anno nella crescita di tensioni in merito alla suddivisione delle risorse idriche, al gelo sul progetto del “canale della pace” per salvare il Mar Morto, o ancora al contratto di fornitura di gas, poco vantaggioso, concluso con Israele nel settembre 2019, che nascondeva le velleità annessionistiche di Benyamin Netanyahu della parte della valle del Giordano che costeggia la frontiera della Giordania. Più inquietante ancora per la monarchia hashemita è il “piano di pace” previsto dal genero di Donald Trump, Jared Kushner. La Giordania è stata l’unico paese arabo a essersi opposto alla “sfida del secolo” che affoga qualsiasi speranza di una soluzione a due Stati, con Gerusalemme capitale di un ipotetico Stato palestinese. Di fatto, Gerusalemme occupa un posto considerevole nell’immaginario politico nazionale. La monarchia trae la sua legittimità storica dal fatto che la dinastia hashemita assicura la protezione dei luoghi santi, fra cui Gerusalemme. In altre parole, cedendo su questa argomento, il re perde la sua legittimità e tradisce la memoria nazionale. Abdallah, dipendente dall’aiuto finanziario americano (secondo la televisione pro governativa Al Mamlaka, l’amministrazione Trump aveva allocato 1,3 miliardi di dollari di aiuti alla Giordania nel suo progetto di bilancio per il 2021). Egli paga anche lo scotto del suo approccio alla questione israelo-palestinese, considerata, sin dai tempi di suo padre, come un affare interno. Tutto questo non impedisce che Gerusalemme rimanga una linea rossa per Amman e per il regno hashemita, che non ci tiene a giocare il ruolo di “sparring partner” sul problema palestinese, favorendo così il disegno israeliano di farlo diventare una patria di sostituzione per i Palestinesi. L’incubo della dirigenza transgiordana è alimentato dalla sovrapposizione di un milione di rifugiati palestinesi, che praticamente riduce a meno del 20% la popolazione giordana di base.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Al centro delle crisi del Medio Oriente</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Le frontiere della Giordano sono problematiche: 181 km con l’Iraq, 786 con l’Arabia saudita e 375 con la Siria. Dagli inizi del conflitto siriano, il nord del suo territorio ha ospitato i posti comandi operativi congiunti delle forze atlantiche e dei loro collegamenti con l’opposizione siriana per il fronte sud della Siria (Dera’a), mettendo a disposizione della Francia la base “Principe Hassan” per i raid aerei contro l’Isis nel nord dell’Iraq. Per questo motivo il regno è stato bersaglio dei colpi dell’Isis. Il supplizio del pilota giordano caduto nelle mani dei fondamentalisti islamici nel 2014, e non meno di cinque attentati registrati nel 2016, sono la prova evidente di questa onda d’urto. Lo scontro a nord ha assunto l’aspetto di una bomba demografica. Le guerre in Iraq hanno mosso quasi 450 mila rifugiati, ai quali vanno aggiunti circa 750 mila siriani. Amman, che ha riaperto la frontiera il 15 ottobre 2018, ha operato una scelta pragmatica, tenuto conto dell’importanza strategica del posto di frontiera di Jabeer, zona attraverso la quale transitava il 17% delle esportazioni giordane, prima del 2011. Posta di fronte al problema di un ritorno sempre più improbabile dei Siriani, i Giordani moltiplicano i gruppi di contatto con i Paesi di accoglienza nel contesto di un team di lavoro ad Amman e cooperante con i Russi, nella speranza di captare una parte dei dividendi della ricostruzione in Siria.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Relazioni con il Golfo: dall’indifferenza al rapporto di forza</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Nel dicembre 2004 re Abdallah spiegò alla stampa internazionale il suo timore per la crescita delle tendenze sciite, suscettibili di destabilizzare il Medio Oriente. Testa di ponte sunnita nella regione, il regno hashemita intrattiene, nondimeno, relazioni complesse con le petromonarchie arabe. A cominciare dai Sauditi che avevano cacciato gli Hashemiti dalla Mecca e dall’Hegiaz nel 1924, prima di firmare, con l’emirato di Transgiordania, il Trattato di Gedda del 1927. Privato di continuità territoriale con la Siria a causa del tracciato della frontiera, il sovrano Abd al-Aziz dell&#8217;Arabia Saudita manterrà un forte rancore con Amman, che tenderà ad attenuarsi nelle generazioni successive fino allo scambio di territori nel 1965 che consentirà alla Giordania di estendere il suo litorale nel golfo di Aqaba per circa 18 km. Tuttavia, i motivi di attrito permangono. A cominciare da rifiuto giordano di prendere parte alla coalizione saudita nello Yemen o ancora di dissolvere la branca locale dei Fratelli Mussulmani. Le cose si sono complicate nell’autunno del 2017 con l’arresto, per ordine del principe ereditario Mohamed bin Salman, del miliardario saudo-giordano Mari Sabih. Decisione che provocò l’assenza del re Abdallah al vertice dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica del dicembre dello stesso anno. Importante investitore e Paese d’accoglienza per circa 450 mila immigrati giordani, il regno saudita utilizza a piene mani il ricatto dell’espulsione, incoraggiando, nello stesso tempo, movimenti di opposizione nel sud della Giordania. E tuttavia, Riyad si disinteressa sempre di più del suo vicino, al quale intende sostituirsi nella tutela dei luoghi santi a Gerusalemme. Il sostegno saudita alla decisione di trasferire l’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme, annunciata nel dicembre del 2017, ha rafforzato l’isolamento di Abdallah, che ormai non viene più considerato l’interlocutore regionale privilegiato dell’amministrazione americana.<br />
Di fronte alle petromonarchie, di cui ha bisogno, la Giordania ha tentato di giocare su una concorrenza di influenze in seno al Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), avvicinandosi soprattutto al Qatar. In occasione del vertice della Mecca, nel giugno 2018, la CCG ha concesso un aiuto di 2,5 miliardi di dollari per sostenere la lira giordana e investimenti. Comunque sia, la Giordania vede allontanarsi l’ingresso in un CCG allargato. Tutto ciò non impedisce che il regno possa ancora disporre di mezzi adeguati per rilanciare l’integrazione regionale, a cominciare dall’alto livello della sua diplomazia e delle sue forze armate, tra le più efficienti del mondo arabo.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Fragilità strutturali</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Amman è la vetrina di un Paese tollerante e aperto al flusso di capitali. Avendo superato la prova delle primavere arabe, il regime giordano può vantare una base di legittimità politica sul credito della famiglia hashemita, nota per il governo tradizionalmente moderato e le scelte pragmatiche. Questa situazione, tuttavia, trova molte difficoltà a dissimulare la gravità delle sfide cui deve fare fronte un regno sempre più vulnerabile. La Giordania è uno dei Paesi più poveri d’acqua al mondo. Il suo consumo raggiunge appena i 145 m<sup>3</sup> per persona (contro i 1000 m<sup>3</sup> a livello mondiale). Ricava più del 60% dell’apporto idrico da falde acquifere sotterranee non rinnovabili. Il resto proviene da fiumi e da ruscelli, lo Yarmuk a nord e il Giordano a ovest, controllati da Israele. Lo stress idrico, la forte pressione esercitata da Israele e una significativa crescita demografica, effetto delle crisi regionali, costituiscono ulteriori sfide. Per ridurre la dipendenza energetica, il re cerca di accrescere la parte di energia prodotta localmente. Egli si augura di portare dal 4 al 39% la produzione di energia grazie all’eolico, alle biomasse, all’energia solare e all’estrazione dagli scisti bituminosi. Nell’attesa, il sovrano è riuscito a negoziare vantaggiosamente un contratto per il gas con il Qatar. Tale accordo consente di far fronte all’arresto dei rifornimenti decisi dall’Egitto nel 2012 e che aveva costretto i Giordani a rivolgersi a una società israeliana.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Combattere la corruzione e ridurre la dipendenza energetica</b></h3>
<p style="text-align: justify;">In un discorso pronunciato il 15 ottobre 2016 all’indomani delle elezioni legislative, re Abdallah ha precisato la rotta del nuovo governo. Il suo progetto di modernizzazione dell’amministrazione &#8211; in preda ad una corruzione endemica &#8211; è stato vissuto come una rivoluzione “soft” dei principali meccanismi dello Stato e dei servizi di sicurezza. Tutto ciò in un momento in cui la richiesta di giustizia sociale era diventata sempre più pressante. Tuttavia, al di là delle apparenze, in seno all’apparato dello Stato esiste un braccio di ferro fra una corrente riformatrice liberale e una corrente conservatrice che blocca il processo di riforme. Sul piano economico, la situazione rimane preoccupante, la crescita è passata dall’8% del 2007, al’1,8% del 2019. A tutto questo va aggiunto l’indebitamento esterno, nel quale l’importazione di energia (97%) costituisce la voce principale. Al fine di ridurre questa dipendenza, la Giordania ha cominciato a sviluppare le infrastrutture necessarie per la costruzione della sua prima centrale nucleare. Nel 2017 il parlamento giordano ha introdotto una legge che consente l’impiego di energia nucleare per produrre elettricità e per dissalare l’acqua marina. La società francese Areva ha firmato un contratto di sfruttamento congiunto per l’estrazione dell’uranio nel centro della Giordania nel quadro di una concessione di 25 anni. Amman ipotizza di estrarre circa 130 mila tonnellate di uranio dalle riserve di fosfato e costruire un reattore nucleare con l’aiuto di un partner internazionale che pone i Francesi nelle condizioni di favoriti.<br />
Nel novembre 2012, per far fronte ai debiti, lo Stato ha abbassato le sovvenzioni destinate a calmierare i prezzi di mercato dell’energia. Come conseguenza, i prezzi sono saliti del 10% per la benzina, dell’11% per i trasporti pubblici e del 53% per il gas, suscitando così il rancore di una popolazione che per un quarto vive sotto la soglia della povertà. Una situazione che favorisce il ritorno in forza del Fronte islamico d’azione, braccio politico dei Fratelli Mussulmani giordani. Questa opposizione approfitta della decentralizzazione dello Stato, con possibilità di influenzare gli eletti locali.<br />
Nel giugno 2018 si sono registrati scioperi e movimenti di protesta a seguito dell’annuncio di riforme fiscali, poi rientrati e conclusi con la sostituzione del primo ministro. Le difficoltà a gestire le contraddizione fra domanda di giustizia sociale e spinte liberali, è stata enfatizzata dalla pandemia di coronavirus, che ha provocato una generale recessione e il crollo del turismo, settore che da solo rappresenta il 17% del PIL. Re Abdallah II è seduto sulla bocca di un vulcano.</p>
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		<title>1956: “LA STAMPA” E LA CRISI DI SUEZ</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Sep 2019 06:56:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Daniela Franceschi - Il quotidiano torinese calò le sue corrispondenze nel contesto geopolitico mediorientale, allineandole alla politica “dell’equidistanza” italiana. In seguito indirizzò le sue attenzioni verso l’azione diplomatica degli Stati Uniti.       Il contesto geopolitico mediorientale prima della crisi Il contesto internazionale che fa da sfondo ai &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Daniela Franceschi -</p>
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<p style="text-align: justify;" align="center"><em><strong>Il quotidiano torinese calò le sue corrispondenze nel contesto geopolitico mediorientale, allineandole alla politica “dell’equidistanza” italiana. In seguito indirizzò le sue attenzioni verso l’azione diplomatica degli Stati Uniti.</strong></em></p>
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<h3 style="text-align: justify;"><b>Il contesto geopolitico mediorientale prima della crisi</b></h3>
<p style="text-align: justify;" align="center">Il contesto internazionale che fa da sfondo ai primi anni di vita di Israele vede la decolonizzazione, che ha preso avvio subito dopo la fine del Secondo Conflitto, procedere speditamente; è interessante osservare come le ideologie adottate dai movimenti indipendentisti si richiamino a concetti occidentali come il nazionalismo, il comunismo o la democrazia rappresentativa, riadattati alle culture e alle tradizioni dei nuovi Stati postcoloniali. Anche il mondo islamico postcoloniale aderisce a questo paradigma, infatti, tra gli anni Cinquanta e Settanta si costituiscono Stati laici dominati da élite militari che instaurano dei regimi autoritari, di natura vagamente socialista. Come dimostra la storia dell’Egitto, che da subito si intreccia con quella dello Stato ebraico.<br />
Nel 1952 la monarchia egiziana di re Faruq fu rovesciata da un colpo di stato militare organizzato da un gruppo di ufficiali dell’esercito, il Comitato degli ufficiali liberi, guidati da Gamal Abdel Nasser, successivamente Primo Ministro e poi Presidente della Repubblica. In precedenza il gruppo era stato guidato dal generale Muhammad Naguib; subito dopo la proclamazione della repubblica, Naguib assunse le cariche di comandante supremo delle forze armate, Primo Ministro, e Presidente della Repubblica. L’ambizioso Nasser, giudicandolo un avversario politico, lo accusò di simpatizzare per la Fratellanza musulmana, obbligandolo a dimettersi nel novembre del 1954 e imponendogli gli arresti domiciliari in una villa nella periferia del Cairo.<br />
Il Comitato istaurò una dittatura militare di carattere laico e genericamente socialista, che intendeva modernizzare l’Egitto e rilanciarne il ruolo egemone nell’area mediorientale. La rivoluzione dei colonnelli in Egitto portò all’instaurarsi di un quadro politico precario, con un nazionalismo arabo in rapida ascesa che aveva come principio basilare l’ostilità verso Israele.<br />
Nasser si faceva promotore di una ideologia che riusciva a fondere socialismo di Stato, nazionalismo e panarabismo. In politica estera, questo avrebbe dovuto tradursi nella creazione di una “nazione araba” comprendente la maggior parte del territorio del Medioriente, capace di imporre la sua leadership in tutta la regione. In politica interna, il modello di riferimento era l’Unione Sovietica, che si estrinsecava con il massiccio intervento statale nell’economia al fine di industrializzare l’Egitto.<br />
Nel 1956, la ripresa del nazionalismo arabo e la conflittualità nella regione mediorientale aprivano per l’Unione Sovietica degli spazi di manovra ritenuti precedentemente impossibili. L’interesse, e la pressione, della Russia per un accordo con l’Egitto, che nelle intenzioni sovietiche doveva portare infine il Paese arabo nel blocco comunista, scelta che l’Egitto non fece mantenendosi nell’area dei Paesi non allineati, era causa di forti preoccupazioni in Occidente. Molti Paesi occidentali ritenevano che la condizione degli Stati non allineati fosse molto precaria e potesse rendere il rapporto con il blocco atlantico più debole. Infatti, è importante notare come l’atteggiamento degli Stati Uniti e dell’Inghilterra fosse differente rispetto alla politica mediorientale.<br />
La costruzione della diga di Assuan rappresentava per l’Egitto un elemento chiave della sua azione modernizzatrice. Dopo un iniziale approccio favorevole della Banca mondiale e del Governo americano, erano poi emerse delle forti ostilità occidentali ai finanziamenti destinati al Paese non allineato più influente, che aveva, oltre a ciò, una visione politica estranea alla polarizzazione dei due blocchi. La situazione geopolitica internazionale dava maggior forza a quegli orientamenti, presenti nell’Esecutivo egiziano, propensi alla nazionalizzazione del Canale. Inoltre sussistevano delle posizioni disponibili all’apertura di rapporti commerciali con l’Unione Sovietica, i Paesi del blocco comunista, e la Cina.<br />
Dal punto di vista economico, il canale di Suez aveva una importanza rilevante poiché rappresentava la via principale di transito dei rifornimenti di petrolio per i Paesi occidentali, a cui corrispondeva un altrettanto vitale transito di beni per i Paesi mediorientali<a title="" href="#_ftn1"><sup><sup>[1]</sup></sup></a>. La stabilità economica occidentale avrebbe potuto essere messa duramente alla prova se il Governo egiziano avesse aumentato le tasse di circolazione.<br />
Rispetto ai nuovi equilibri internazionali che si stavano creando, è importante rilevare che Israele, guidato da Ben Gurion, era in questo momento in una posizione molto delicata, soprattutto riguardo alle relazioni non eccelse con gli Stati Uniti durante la presidenza Eisenhower<a title="" href="#_ftn2"><sup><sup>[2]</sup></sup></a>.<br />
“L’amministrazione americana, a partire dal 1952 sotto il Presidente Dwight Eisenhower, considerò Israele un impedimento per i futuri interessi americani nel Medio Oriente: contenere l’Unione Sovietica e assicurarsi un continuo flusso di petrolio a buon mercato”<a title="" href="#_ftn3"><sup><sup>[3]</sup></sup></a>. Queste frasi descrivono sinteticamente i nuovi rapporti tra Israele e gli Stati Uniti dopo l’elezione di Dwight Eisenhower alla Presidenza; Truman era stato un paladino della causa sionista, anche se il Dipartimento di Stato, sotto la guida di Dean Acheson durante il secondo mandato di Truman, non aveva avuto un atteggiamento favorevole verso lo Stato ebraico. La nuova politica mediorientale degli Stati Uniti destava una profonda preoccupazione in Israele, come si può dedurre dalle parole di Abba Eban, ambasciatore d’Israele a Washington e capo della delegazione israeliana alle Nazioni Unite, che osservava come “gli anni che vanno dal 1953 al 1956 rappresentano un periodo tetro nella nostra storia nazionale. Gli israeliani che sono colpiti dall’intensità dei nostri problemi odierni dovrebbero ben ricordare la straordinaria gravità della nostra situazione a quel tempo”<a title="" href="#_ftn4"><sup><sup>[4]</sup></sup></a>. Eban coglieva pienamente la differenza tra la politica di Truman e quella di Eisenhower verso Israele, infatti, notava come la politica del <i>New Look </i>fosse stata annunciata “mettendo sullo stesso piano il Medio Oriente e le gonne più lunghe lanciate dall’industria della moda”. Praticamente, “nel suo tentativo di conquistarsi i sorrisi arabi, l’amministrazione mise da parte i tradizionali accenti di amicizia verso Israele”<a title="" href="#_ftn5"><sup><sup>[5]</sup></sup></a>. In sostanza, “Eisenhower e Dulles, essenzialmente erano d’accordo con il punto di vista del Segretario di Stato, George C. Marshall, che il riconoscimento di Israele fosse stato fondamentalmente un atto politico dettato da ragioni politiche e sentimentali durante la campagna presidenziale del 1948 […] Ora il problema era neutralizzare Israele in quanto ostacolo per le relazioni arabo-americane”<a title="" href="#_ftn6"><sup><sup>[6]</sup></sup></a>.<br />
Gli Stati Uniti, sotto la presidenza Eisenhower, si impegnarono nella costruzione della Middle East Defence Organization, finalizzata a limitare l’influenza sovietica in Medioriente, e ad instaurare dei buoni rapporti con il mondo arabo, specialmente con l’Egitto di Nasser.<br />
La politica mediorientale dell’Amministrazione Eisenhower si incentrava sulla necessità di innalzare uno sbarramento alla penetrazione comunista in Medioriente, orientandosi di conseguenza verso la costruzione di un asse Stati Uniti- Paesi arabi che comportava un raffreddamento dei rapporti tra Gerusalemme e Washington.<br />
Allo stesso tempo, nel febbraio del 1953 l’Unione Sovietica aveva rotto le relazioni diplomatiche con Israele, per poi riprenderle nel luglio dello stesso anno, ma ancora gravate dai rapporti non ottimali che intercorrevano tra i due Paesi.<br />
Contemporaneamente, le relazioni tra Israele e Egitto si erano drammaticamente inasprite, così come tra lo Stato ebraico e altri Paesi arabi, infatti, Nasser aveva deciso di chiudere il Golfo di Aqaba alle navi israeliane, causando l’isolamento del porto israeliano di Eilat. Dopo la fine del conflitto del 1949, gruppi di combattenti palestinesi avevano intrapreso una serie di attacchi verso lo Stato ebraico dalla Striscia di Gaza, in territorio egiziano, dalla Siria e dalla Giordania, nell’illusorio tentativo di recuperare qualcosa di ciò che avevano perso<a title="" href="#_ftn7"><sup><sup>[7]</sup></sup></a>. Gaza divenne il centro delle agitazioni e le incursioni proseguirono finché Israele non reagì nel febbraio del 1955. Gli scontri ebbero fine soltanto con la risoluzione della crisi di Suez, ma la risposta dello Stato ebraico determinò la reazione del Presidente egiziano Nasser che creò gruppi di combattenti addestrati per rispondere alle aggressioni israeliane. La stessa iniziativa fu intrapresa dalla Siria in risposta ad un attacco israeliano sulla linea di frontiera siriana. Anche la Siria non faceva che provocare e minacciare. Israele reagiva ad una morsa che si stringeva da nord e da sud.<br />
L’Italia che affrontava la crisi di Suez era da poco stata riaccettata nella comunità internazionale, l’ammissione alle Nazioni Unite era avvenuta il 14 dicembre 1955, e proprio grazie alle clausole impostole dal Trattato di Parigi del 1947, che avevano comportato la perdita di tutte le colonie, era riuscita a presentarsi di fronte al mondo arabo non gravata da un peso coloniale come quello inglese e francese, instaurando degli importanti rapporti commerciali<a title="" href="#_ftn8"><sup><sup>[8]</sup></sup></a>. Particolarmente, le relazioni con l’Egitto si erano rivelate molto positive, rafforzandosi anche dopo il colpo di Stato di Nasser. I rapporti favorevoli tra l’Italia e i Paesi che si stavano affrancando dal dominio coloniale franco-inglese destavano preoccupazione negli alleati occidentali; per esempio, suscitava diffidenza l’attività di Enrico Mattei, che era riuscito a far assegnare all’ENI l’appalto per la realizzazione della pipeline Suez- Cairo.<br />
La posizione italiana di fronte alla nazionalizzazione del Canale si mostrò meno drastica di quella degli altri Paesi occidentali, soprattutto rispetto alla Francia e alla Gran Bretagna; infatti, il Governo Segni distinse tra il problema della nazionalizzazione e il diritto di libera navigazione, condividendo esclusivamente proposte di risoluzione ispirate al diritto internazionale e non all’uso delle armi, opzione che non era respinta, invece, dalla Francia e dall’Inghilterra. Sostanzialmente, l’Italia sceglieva una posizione moderatrice, “sempre nel quadro della solidarietà occidentale”<a title="" href="#_ftn9"><sup><sup>[9]</sup></sup></a>. La linea politica adottata non si discostò mai dalla posizione degli Stati Uniti<a title="" href="#_ftn10"><sup><sup>[10]</sup></sup></a>.<br />
Le relazioni con Israele non furono al centro dell’interesse dell’Esecutivo italiano fino all’inizio delle ostilità, fine di ottobre, anche se un possibile allargamento del conflitto poteva nuocere agli interessi dell’Italia “naturalmente portata a preoccuparsi in modo speciale di tutto ciò che in questa zona poteva costituire anche solo un ipotetico pericolo”<a title="" href="#_ftn11"><sup><sup>[11]</sup></sup></a>.<br />
Il mantenimento di buone relazioni con il mondo arabo rimase una costante della politica estera italiana, anche quando ciò risultava alternativo allo sviluppo delle relazioni con lo Stato ebraico. Si deve tuttavia anche notare che nella diplomazia italiana stavano emergendo degli interrogativi su quanto fosse utile appoggiare movimenti rivoluzionari arabi, come quello di Nasser, che avevano al loro interno un forte sentimento antioccidentale.<br />
L’intervento anglo-francese spinse l’Esecutivo italiano ad allinearsi alla posizione degli Stati Uniti, contrari allo Stato d’Israele. Conseguentemente, il Ministro degli Esteri Martino decise di sostenere in sede ONU le posizioni espresse dagli Stati Uniti<a title="" href="#_ftn12"><sup><sup>[12]</sup></sup></a>, raccomandando alla rappresentanza italiana alle Nazioni Unite di tenersi in stretto contatto con il Dipartimento di Stato americano in modo da non danneggiare l’unità e la collaborazione tra i Paesi membri dell’Alleanza Atlantica.<br />
Questa linea politica si rifletté anche sulla posizione nei confronti dello Stato ebraico, infatti, l’azione militare, “in quanto atto teso a turbare la pace in Medio Oriente”, era a parere del Governo italiano da disapprovare, tuttavia, si cercava di comprendere le motivazioni che avevano spinto a tale scelta, poiché “recentissimi eventi avevano evidentemente potuto dare l’impressione allo Stato d’Israele che si organizzasse un vero e proprio accerchiamento offensivo nei suoi riguardi”<a title="" href="#_ftn13"><sup><sup>[13]</sup></sup></a>.<br />
In occasione della discussione parlamentare sulla duplice crisi in atto, quella di Suez e quella ungherese, il Ministro Martino ribadì il sostegno italiano all’esistenza dello Stato ebraico<a title="" href="#_ftn14"><sup><sup>[14]</sup></sup></a>.<br />
Il 19 luglio del 1956, il Governo degli Stati Uniti comunicava l’intenzione di revocare l’offerta di finanziamento per la costruzione della diga di Assuan; il giorno dopo, il Governo egiziano ufficializzò la nazionalizzazione, mettendo in grave difficoltà il ruolo geopolitico dell’Inghilterra, non solo in Medioriente, ma anche in Africa, Golfo Persico e Oceano Indiano.<br />
La nazionalizzazione portò ad un duro scontro internazionale, che culminò nel breve conflitto che contrappose l’Egitto a Inghilterra, Francia e Israele.<br />
Dal punto di vista prettamente militare, la guerra ebbe una durata molto breve, a causa delle pressioni congiunte di Stati Uniti e Unione Sovietica, permanendo invece a lungo le conseguenze a carattere geopolitico, infatti, Israele, pur uscendone vincitore, vide la sua immagine associata a quella di due Paesi coloniali, Inghilterra e Francia, portando all’interpretazione del conflitto arabo-israeliano come di una guerra di indipendenza, in cui lo Stato ebraico diveniva una potenza coloniale che opprimeva una popolazione, gli arabi, che volevano emanciparsi. A partire dalla crisi di Suez, l’annientamento di Israele divenne un obiettivo primario della strategia dei Paesi arabi.<br />
Il vuoto lasciato in Medioriente dalle ex potenze coloniali, Francia e Inghilterra offriva all’Unione Sovietica un inaspettato spazio in cui inserirsi. Fu proprio per colmare questo vuoto che il Presidente statunitense annunciò ufficialmente davanti al Congresso la Dottrina Eisenhower<a title="" href="#_ftn15"><sup><sup>[15]</sup></sup></a> per il Medioriente il 5 gennaio del 1957. Con questa dichiarazione, il Presidente si assumeva la responsabilità di intervenire direttamente in Medio Oriente per evitare una penetrazione comunista, ma anche nell’eventualità di una richiesta esplicita di uno dei Paesi dell’area che si sentisse minacciato dalla sovversione interna o esterna.<br />
L’equilibrio geopolitico e strategico della regione cambiò: il ruolo di Francia e Gran Bretagna fu molto indebolito dal blocco delle ostilità, imposto dagli USA e dall’ONU, mentre gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica divennero gli arbitri più importanti del contesto mediorientale.<b><br />
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<h3 style="text-align: justify;"><b>La crisi di Suez</b></h3>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2019/07/1956_Suez_war_-_conquest_of_Sinai.jpg"><img class="alignleft  wp-image-8785" alt="1956_suez_war_-_conquest_of_sinai" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2019/07/1956_Suez_war_-_conquest_of_Sinai.jpg" width="150" height="250" /></a>Già nel corso del 1955, il quotidiano torinese aveva costantemente informato i lettori della fortissima tensione esistente tra Egitto e Israele, pubblicando dei resoconti<a title="" href="#_ftn16"><sup><sup>[16]</sup></sup></a> nelle pagine interne sugli scontri al confine non solo tra i due Paesi, ma anche tra lo Stato ebraico e la Siria<a title="" href="#_ftn17"><sup><sup>[17]</sup></sup></a>.<br />
Un primo commento significativo sulla crescente tensione tra Israele ed Egitto fu redatto dal corrispondente a Gerusalemme Nicola Adelfi<a title="" href="#_ftn18">[18]</a>. Nell’articolo, pubblicato in terza pagina, il giornalista scriveva che, nonostante si sparasse ancora nella striscia di deserto che divideva Egitto e Israele, “il tenue filo dell’armistizio neppure questa volta sarà spezzato<a title="" href="#_ftn19"><sup><sup>[19]</sup></sup></a>. Per lo meno, non saranno i Paesi arabi a spezzarlo”. La spiegazione fornita al giornalista da ministri e capi dell’opposizione, da diplomatici e direttori di giornale giordani era che gli Stati arabi erano scarsamente armati, tutti compreso l’Egitto, invece Israele era, esagerando, armatissimo. L’unica eccezione era la Giordania che disponeva della Legione araba; Adelfi notava come questo Paese fosse largamente controllato da Londra, che non sembrava disposta ad intraprendere una guerra in Medio Oriente, e per giunta contro Israele. Le popolazioni arabe erano fortemente avverse allo Stato Ebraico, convinte di “poter gettare nel Mediterraneo gli israeliani”, ma, notava argutamente il giornalista, in tutto il Medio Oriente l’opinione del popolo minuto non aveva alcuna importanza, poiché qualunque fosse l’ordinamento statuale del Paese, dittatura o regime parlamentare, il potere politico rimaneva nelle mani di pochi, divisi tra loro, consapevoli delle debolezze militari ed economiche dei rispettivi Paesi, che non “hanno niente di buono da sperare da una guerra immediata contro Israele”. Il giornalista riusciva a cogliere perfettamente la situazione esistente nei Paesi arabi, in cui élite dominanti, favorite dalle ex potenze coloniali, mantenevano uno stretto controllo sulla vita politica, impedendo ogni partecipazione effettiva delle masse popolari. Generalmente, la forma statuale di questi Paesi non era una democrazia parlamentare, nonostante le apparenze, ma un regime dittatoriale, in prevalenza di natura militare, come l’Egitto o la Siria. I leader politici dei Paesi arabi spesso incitavano alla guerra contro Israele davanti alle masse, ma soltanto per “essere applauditi nelle strade, o per non mostrare le carte che hanno in mano o per esigenze particolari, legate a quel complicatissimo rompicapo che si chiama Medioriente”. Il giornalista continuava osservando come anche Nasser, “il dittatore dell’Egitto”, non volesse la nascita di un conflitto, sebbene nei mesi passati vi fossero stati gravi incidenti alla frontiera.<br />
Tuttavia, ogni nuovo scontro era un passo ulteriore verso la guerra, infatti, “l’aria che qui si respira è quella calda della guerra, delle furiose, irragionevoli passioni. Se i grovigli di filo spinato, le sentinelle in assetto di guerra, le piazzuole d’artiglieria e gli sbarramenti anticarro segnano i confini fra arabi ed ebrei, è l’odio la vera linea di separazione: un odio assoluto, totale, un furore che divampa alla minima occasione”. Il giornalista paragonava questo sentimento all’odio che divideva, durante il Secondo Conflitto mondiale, italiani e tedeschi, “al tempo dei rastrellamenti e delle fucilazioni”.<br />
Adelfi notava come Israele fosse una piccola isola nel mare arabo, un‘isola in cui vivevano un milione e 800 mila persone in un mare di quasi 50 milioni di individui.<br />
Il boicottaggio delle merci israeliane aveva provocato molti problemi alla vita quotidiana degli israeliani, tuttavia, il giornalista rilevava come ciò contrastasse con il fervore di vita dell’intera popolazione. Israele appariva, infatti, “come il Paese delle tubature, dei tralicci, degli scavi e del cemento. Sorgono dappertutto, si direbbe dall’oggi al domani, edifici, industrie, strade, condutture, canali, sonde. Per gli israeliani l’importante è bonificare, costruire, produrre, e non si danno pensiero del domani”. Aumentava anche la produzione agricola. Il giornalista non ne fa menzione, tuttavia gli sviluppi dell’economia israeliana furono aiutati anche dalle riparazioni pagate dalla Repubblica Federale Tedesca, in ottemperanza all’Accordo raggiunto dai due Stati nel settembre del 1952 ed entrato in vigore l’anno successivo per l’ammontare di ottocento milioni di dollari che consistette in materie prime e prodotti manifatturieri. L’Accordo fu oggetto di molte discussioni non solo all’interno e tra le forze politiche israeliane, ma anche nella società civile<a title="" href="#_ftn20"><sup><sup>[20]</sup></sup></a>.<br />
Nella conclusione, scriveva che un giorno, “con le buone o con le cattive”, Israele sarebbe “esploso” dal suo esiguo spazio. Adelfi notava la profonda differenza tra la società israeliana e quella araba; la prima era composta da uomini moderni, tecnici, metodici, resi concordi dalla paura di perdere quel lembo di patria che erano riusciti a conquistare dopo duemila anni di peregrinazioni e persecuzioni. Dall’altra, c’era la società araba, ferma agli schemi sociali del Medioevo, discorde al suo interno, composta da individui in continuo conflitto con il mondo circostante.<br />
Adelfi scrisse un altro articolo su Israele<a title="" href="#_ftn21"><sup><sup>[21]</sup></sup></a>, concentrandosi sulla figura di David Ben Gurion, rientrato in politica dopo essersi ritirato nel 1953.<br />
La prima parte dell’articolo si presentava molto letteraria, con una descrizione della Gerusalemme più antica, così contrastante con quella moderna che gli israeliani stavano costruendo. Il giornalista notava come la parte più nuova della città fosse in continua espansione, poiché gli israeliani volevano “ribadire con ogni nuova pietra il diritto al possesso della città, che sin dai primi giorni dell’indipendenza elessero a capitale d’Israele”. Data la contrarietà degli arabi ad ogni riconoscimento <i>de facto </i>di Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico, il giornalista osservava come anche la diplomazia avesse dovuto usare qualche ingegnosità diplomatica per superare tale difficoltà senza inimicarsi l’uno o altro dei contendenti. Adelfi faceva l’esempio del nuovo ambasciatore italiano in Israele, di cui non citava il nome, che aveva presentato le sue lettere credenziali al Presidente israeliano Yitzhak Ben-Zvi mentre questi si trovava nella sua casa di campagna, e non a Gerusalemme, proprio per mantenere una posizione di equilibrio tra le due parti.<br />
Nella seconda parte dell’articolo, il giornalista si soffermava sul nuovo Governo presieduto da Ben Gurion, che conservava anche il portafoglio della difesa, e su Moshe Sharett, Ministro degli Esteri, sottolineando come i due uomini lavorassero insieme da più di quarant’anni ed evidenziandone la complementarietà nell’azione politica, infatti, “se Sharett è la mente politica, l’astuto diplomatico, Ben Gurion è il cuore della giovane nazione; il paragone più immediato è dire Sharett la volpe d’Israele, Ben Gurion il leone”. Rispetto alle considerazioni di Adelfi, è opportuno rilevare che soltanto pochi mesi dopo, nel giugno del 1956, Ben Gurion sostituì Sharett con la fedelissima Golda Meir nel ruolo di Ministro degli Esteri, emarginando in questo modo dal Governo un esponente la cui linea politica moderata era completamente estranea al suo attivismo<a title="" href="#_ftn22"><sup><sup>[22]</sup></sup></a>.<br />
Adelfi inseriva nell’articolo una breve descrizione della vita del Primo Ministro, dalla sua nascita in Polonia 68 anni prima, passando poi al periodo trascorso in Palestina prima della guerra facendo il contadino, all’esilio in Egitto con lo scoppio della Prima Guerra mondiale, fino ad arrivare alla proclamazione dello Stato d’Israele nel 1948. Il giornalista tratteggiava la figura dell’anziano Primo Ministro in modo molto letterario, con riferimenti biblici, affermando che egli assistette “lo Stato neonato con il suo ingegno, con la sua voce che sembra scendere dall’alto del Sinai”. Poi il ritiro nel kibbutz di Sde Boker, nel Negev, “là si recavano i Ministri, gli scrittori, la gente del popolo a raccogliere le sue parole, i suoi oracoli”. Rispetto all’immagine bucolica descritta da Adelfi, Ben Gurion continuò ad avere una forte influenza sul suo Partito, il Mapai, e sulle sue vicende interne, con il fine di favorire giovani esponenti politici a lui vicini, come Moshe Dayan e Shimon Peres.<br />
La situazione che Israele doveva affrontare era molto difficile, poiché un Paese così giovane aveva bisogno di un periodo di tranquillità per potersi sviluppare e crescere economicamente. Una guerra, anche se vittoriosa, notava Adelfi, avrebbe potuto spezzare lo slancio vitale di Israele. Inoltre molti israeliani pensavano che entro pochi anni lo Stato ebraico avrebbe avuto una popolazione due volte superiore a quella allora posseduta, il Paese sarebbe stato dotato di industrie, agricoltura e commercio; nessuno, quindi, avrebbe più potuto immaginare di cancellarlo dal novero delle nazioni.<br />
Gli scontri armati nella parte meridionale dello Stato ebraico erano divenuti sempre più frequenti; “squadre del suicidio”, organizzate e addestrate dagli ufficiali egiziani, compievano incursioni in territorio israeliano, lasciandosi dietro quando ritornavano alle basi “famiglie colte nel sonno e uccise, incendi in installazioni industriali, pozzi distrutti, campi minati”. Adelfi notava come la stampa egiziana stesse esaltando questi atti degli “squadristi della morte”.<br />
Nella conclusione dell’articolo, si soffermava sulla linea politica di Nasser. Il Governo rivoluzionario egiziano, se voleva rimanere fedele a se stesso, non poteva adagiarsi sulla sconfitta militare subita nel conflitto 1948-49. Inoltre se Nasser voleva mantenere la leadership del mondo arabo, doveva sopravanzare tutti nella lotta contro Israele, per questo aveva interesse a mantenere alla frontiera una situazione di guerra, a formare squadre del suicidio, ad annunciare nel modo più clamoroso che avrebbe avuto armi modernissime dal blocco sovietico, ad organizzare le settimane del riarmo fin nell’ultimo villaggio egiziano.<br />
Per Nasser, secondo il giornalista, non era una questione di vita o di morte, mirava soltanto a far “crescere la febbre tra egiziani e arabi, a montare il suo prestigio, a giustificare le spese militari”. Al contrario Ben Gurion non aveva scelta: “ogni notte la vita e i beni dei suoi cittadini sono in pericolo, di giorno in giorno cresce la baldanza degli incursori”. Ad un certo punto, concludeva, prima che Nasser avesse avuto armi a sufficienza, “la prudenza e l’amor di patria potranno consigliare Ben Gurion di fare piazza pulita delle guarnigione egiziane che tengono Israele assediata”.<br />
Nel corso del 1956, e fino allo scoppio della guerra il 29 ottobre, gli articoli del giornale relativi alla crisi in Medioriente, pubblicati nelle pagine interne, si focalizzarono prevalentemente sugli scontri militari<a title="" href="#_ftn23"><sup><sup>[23]</sup></sup></a>. Tuttavia, è interessante notare come crescesse nel quotidiano una forte attenzione per il contesto geopolitico internazionale, specialmente verso gli Stati Uniti. È ipotizzabile che tale orientamento derivasse dall’atteggiamento del Governo italiano, che si allineò, a parte alcuni scostamenti, alla posizione statunitense.<br />
Nell’aprile del 1956, “La Stampa” pubblicava in prima pagina un articolo sull’intervento statunitense per l’instaurazione di una tregua tra Egitto e Israele<a title="" href="#_ftn24"><sup><sup>[24]</sup></sup></a>. La situazione di grave crisi era giunta ad un punto di rottura tale che aveva imposto agli Stati Uniti di intervenire per persuadere l’Egitto a sospendere gli attacchi, e poi ad unirsi ad Israele nell’accettare l’armistizio a cui stava lavorando il Segretario generale dell’ONU. Dopo una prima reazione contraria del Paese arabo, Nasser aveva accettato di far sospendere gli attacchi, anche se non aveva ancora dato una formale adesione alla proposta di armistizio dell’ONU. Il Governo americano continuava ad essere preoccupato per le ambizioni del dittatore egiziano, dubitando che la tregua potesse essere l’inizio di una fase meno critica. A parere del giornalista, che non firmava l’articolo, non vi erano indicazioni che l’atteggiamento degli Stati Uniti verso i Paesi arabi stesse cambiando, tuttavia, gli eccessi del nazionalismo arabo, le fortissime pressioni anche elettorali delle correnti “pro israeliane” facevano pensare che l’atteggiamento di neutralità favorevole agli arabi potesse essere modificato.<br />
La notizia dell’accettazione della tregua di entrambe le controparti fu pubblicata in prima pagina<a title="" href="#_ftn25"><sup><sup>[25]</sup></sup></a>.<br />
Pochi giorni prima dell’inizio del conflitto, l’inviato Stefano Terra<a title="" href="#_ftn26">[26]</a> scrisse un interessante articolo<a title="" href="#_ftn27"><sup><sup>[27]</sup></sup></a> sulla crisi. Il giornalista focalizzava la sua attenzione sulla figura di Golda Meir, Ministro degli Esteri dello Stato d’Israele, che si era incontrata con gli ambasciatori di Inghilterra, Francia e Unione Sovietica. Al centro dei colloqui vi era stata ancora una volta la vendita di armi da parte dell’Unione Sovietica all’Egitto, mentre la Cecoslovacchia continuava ad equipaggiare di armamenti le truppe siriane. Il giornalista si soffermava brevemente anche sui rapporti tra la Russia comunista e Israele; rispetto al periodo della nascita dello Stato ebraico quando vi era stato un deciso appoggio da parte dell’Unione Sovietica, le relazioni tra i due Paesi si erano deteriorate. A questo proposito, Terra faceva menzione del processo contro i medici ebrei e dell’ondata di antisemitismo che aveva attraversato la Russia. È interessante osservare come il giornale avesse mostrato una certa attenzione verso i difficili rapporti tra Israele e l’Unione Sovietica, anche se non vi era stata una trattazione estesa della condizione degli ebrei in Russia e soprattutto di quegli ebrei che intendevano lasciare il Paese comunista per trasferirsi in Israele, infatti, gli articoli, molto brevi, erano focalizzati prevalentemente sulla rottura delle relazioni diplomatiche<a title="" href="#_ftn28"><sup><sup>[28]</sup></sup></a> avvenuta nel 1953.<br />
Nella conclusione dell’articolo, il corrispondente riferiva delle dichiarazioni del Primo Ministro Ben Gurion di fronte al Parlamento, nelle quali affermava che il vero grande pericolo per il Paese era l’aggressività del “dittatore fascista egiziano”, mentre la minacciata entrata delle truppe irachene in Giordania era una questione secondaria. Terra notava come, attraverso queste dichiarazioni, sostanzialmente il Governo israeliano si stesse allineando alle posizioni francesi e inglesi riguardo all’Egitto, ritenuto uno strumento nelle mani della diplomazia sovietica. Secondo il giornalista, era in corso un grande lavoro diplomatico per il rinvio delle elezioni in Giordania.<br />
La notizia dell’inizio del conflitto fu pubblicata in prima pagina<a title="" href="#_ftn29"><sup><sup>[29]</sup></sup></a>. Nella prima parte dell’articolo si focalizzava l’attenzione sulle manovre militari israeliane; le truppe dello Stato ebraico avevano varcato il confine egiziano arrivando a circa 60 chilometri dalla città di Aqaba. Il bollettino emanato da Tel Aviv annunciava che le colonne israeliane stavano avanzando attraverso il deserto lasciandosi alle spalle importanti basi dell’esercito egiziano.<br />
Un comunicato del Governo israeliano affermava che l’azione era stata resa necessaria in seguito agli attacchi egiziani contro i cittadini israeliani e contro le comunicazioni terrestri e marittime. In seguito, era stato precisato che l’obiettivo della “manovra” era quello di eliminare le basi dei volontari della morte egiziani nella penisola del Sinai. Il giornalista, che non firmava l’articolo, riteneva che nella riunione d’urgenza del Governo israeliano si fosse discusso anche l’appello che il Presidente americano Eisenhower aveva rivolto a Ben Gurion, appello rivolto anche ai Paesi arabi, di non prendere iniziative atte a turbare la pace in Medio Oriente. Durante una pausa della riunione governativa, Ben Gurion riceveva l’ambasciatore statunitense per comunicargli che Israele era obbligato a procedere ad una parziale mobilitazione a causa delle attività ostili dei Paesi arabi, assicurando inoltre che Tel Aviv riteneva suo interesse vitale il mantenimento della pace.<br />
A Gerusalemme, come negli altri centri cittadini, notava il giornalista, vi era una certa animazione, ma non sorpresa. In quei giorni, come in quelli dell’armistizio con i Paesi arabi del 1948, la popolazione aveva vissuto ore di grave tensione. L’atteggiamento arrogante di Nasser, il fermento nei Paesi arabi vicini e lo stillicidio degli attacchi facevano ritenere imminente un’azione militare.<br />
Nei mesi successivi l’attenzione del quotidiano si rivolse soprattutto verso l’azione diplomatica degli Stati Uniti. L’Amministrazione Eisenhower era fortemente irritata con Israele per l’attacco al Sinai, infatti, riteneva che l’azione anglo-francese-israeliana fosse interpretata dai Paesi arabi come l’ennesimo tentativo del colonialismo occidentale di impadronirsi del mondo arabo e che tale azione fosse stata sollecitata dagli Stati Uniti per punire un leader refrattario alle lusinghe americane e, perciò, pericoloso.<br />
Il giornale seguì molto puntigliosamente l’attività di pressione statunitense<a title="" href="#_ftn30"><sup><sup>[30]</sup></sup></a>, che portò Israele a ritirarsi dal Sinai e poi da Gaza<a title="" href="#_ftn31"><sup><sup>[31]</sup></sup></a>, sottolineando la fermezza dell’Amministrazione Eisenhower. In questi articoli non si riscontrano accenti critici verso la linea politica del Governo di Ben Gurion, giudicata da alcuni ambienti americani e finanche israeliani eccessivamente rigida.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Note</span></em></strong></p>
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<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> L. Johnman, “Defending the Pound: the Economics of the Suez crisis, 1956”, in <i>Post-War Britain 1945-64: Themes and perspectives</i>, a cura di A. Gorst, L. Johnman, W. Scott Lucas, Pinter Publishers, London-New York 1989; D. B. Kunz, <i>The economic diplomacy of the Suez crisis</i>, University of North Carolina Press, Chapell Hill 1991.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> Sui rapporti tra Israele e Stati Uniti negli anni 1953-1956, Cfr. I. Alteras, <i>Dwight Eisenhower and the State of Israel: supporter or Distant Sympathizer?,</i> in <i>Dwight D. Eisenhower: Soldier, President, Statesman</i>, a cura di J.P. Krieg, Greenwood Press, New York and Westport 1987; Id., <i>Eisenhower and Israel: U.S- Israeli Relations, 1953-1960, </i>University Press of Florida, Gainsville, FL, 1993.<i> </i></p>
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<p><a title="" href="#_ftnref3">[3]</a> E. Karsh, <i>Israel</i>, in Y. Sayigh, A. Shlaim (a dura di), <i>The Cold War and the Middle East</i>, Clarendon Press, Oxford 1997, p. 161.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref4">[4]</a> A. Eban, <i>An Autobiography</i>, Random House, New York 1977, p. 172.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref5">[5]</a> A. Eban, <i>Personal Witness: Israel through My Eyes</i>, G. P. Putnam’s Sons, London 1993, p. 233.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref6">[6]</a> R. C. Barrett, <i>The Greater Middle East and the Cold War: U.S Foreign Policy under Eisenhower and Kennedy</i>, I. B. Tauris, London and New York 2007, pp. 19-20.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref7">[7]</a> “Piccoli gruppi di palestinesi, male organizzati, senza addestramento, intraprendono dal 1949 incursioni contro Israele (…). Non si parla ancora di “fedayin” ma di “infiltrati”. Il maggior numero di incidenti si verifica nel corso dei primi anni sulla linea di armistizio giordano-israeliana. Benché il Governo giordano cerchi di impedire l’attraversamento delle linee, gli è impossibile controllare quasi mezzo milione di rifugiati e 650 chilometri di frontiere. (…) Tali incidenti sono assai spesso, in quest’epoca, causati da rifugiati che tentano di recuperare una parte, magari infima, di ciò che hanno perso abbandonando ogni loro avere”, X. Baron, <i>I Palestinesi. Genesi di una nazione</i>, Baldini &amp; Castoldi, Milano 2002, p. 82.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref8">[8]</a> Cfr. M. De Leonardis, “L’Italia e il Mediterraneo: tradizione storica e realtà attuale”, in Id. (a cura di), <i>Il Mediterraneo nella politica estera italiana del secondo dopoguerra</i>, Il Mulino, Bologna 2003; L. Riccardi, <i>Tra Stati Uniti ed Egitto. Fanfani e la crisi di Suez</i>, “Storia Contemporanea”, nov.-dic. 2009, n. 6, p. 82.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref9">[9]</a> Fornari a Ministero degli Affari Esteri, telegr. 16563/239 del 3 agosto e Folchi a Fornari, telegramma 8778 dell’8 agosto 1956, Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri, Direzione Generale Affari Politici, Egitto, rispett. b. 1062 e b. 1050.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref10">[10]</a> Cfr. A. Brogi, <i>L’Italia e l’egemonia americana nel Mediterraneo</i>, La Nuova Italia, Firenze 1996, p. 226; G. Calchi Novati, <i>Il canale della discordia. Suez e la politica estera italiana</i>, Quattro Venti, Urbino 1998.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref11">[11]</a> Martino a Foster Dulles, 25 luglio 1956, Ministero degli Affari Esteri, Direzione Generale Affari Politici 50-57, b. 1050, f. <i>Corrispondenza diretta agli americani</i>.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref12">[12]</a> Martino a Vitetti, 1 novembre 1956, tel. n. 12757, Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri, Direzione Generale Affari Politici 50-57, b. f. <i>Israele-Stati Arabi. Conflitto Israele-Egitto 1-10 novembre. </i></p>
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<p><a title="" href="#_ftnref13">[13]</a> Cfr. Bozza di comunicato stampa, Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri, Direzione Generale Affari Politici 50-57, b. 1054, f. <i>Comunicati stampa. Dichiarazioni ed interviste articoli ispirati ritagli stampa</i>, s.f. <i>Comunicato 1 o 2 novembre 1956. </i></p>
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<p><a title="" href="#_ftnref14">[14]</a> <i>Atti Parlamentari</i>, Camera dei Deputati, Discussioni, Seduta del 6 novembre 1956.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref15">[15]</a> Sulla Dottrina Eisenhower, Cfr. D. De Luca, <i>Gli stati Uniti e la crisi di Suez (1955-1957)</i>, in <i>Gli Stati Uniti, la Shoah e i primi anni di Israele (1938-1957)</i>, a cura di A. Donno, Giuntina, Firenze 1995, pp. 171-253; A. Donno (a cura di), <i>Ombre di guerra fredda. Gli Stati Uniti nel Medio Oriente durante gli anni di Eisenhower (1953-1961)</i>, ESI, Napoli 1998, pp. 625-650; A. Tonini, <i>Un’equazione a troppe incognite. I Paesi occidentali e il conflitto arabo-israeliano 1950-1967</i>, Franco Angeli Milano 1999, pp. 131-140.</p>
</div>
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<p><a title="" href="#_ftnref16">[16]</a> <i>Ripresi gravi incidenti al confine tra Egitto e Israele</i>, “La Stampa”, 31 agosto 1955.<br />
<i>Scontri alla frontiera tra Egitto e Israele</i>, “La Stampa”, 1 settembre 1955.<br />
<i>Tregua d’armi dopo duri scontri alla frontiera tra Egitto ed Israele</i>, “La Stampa”, 2 settembre 1955.<br />
<i>Sono ripresi i combattimenti tra Egitto e Israele</i>, “La Stampa”, 4 settembre 1955.<br />
<i>Grossi concentramenti di truppe al confine tra Egitto e Israele</i>, “La Stampa”, 30 ottobre 1955.<br />
<i>Giornata di cruenta battaglia al confine tra Egitto e Israele</i>, “La Stampa”, 4 novembre 1955.<br />
<i>L’Egitto minaccia la guerra in caso d’incidenti con Israele</i>, “La Stampa”, 16 dicembre 1955.<i>  </i></p>
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<p><a title="" href="#_ftnref17">[17]</a> <i>Un incidente tra Siria e Israele aggrava la crisi nel Medio Oriente</i>, “La Stampa”, 13 dicembre 1955.<i> </i></p>
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<p><a title="" href="#_ftnref18">[18]</a> Giornalista e inviato speciale, nacque nel 1909. Durante la sua attività giornalistica utilizzò sempre lo pseudonimo Adelfi, il vero cognome era De Fèo. Lavorò per molte testate giornalistiche, tra cui “L’Europeo”, “L’Espresso” e “Epoca”. Fu redattore a “La Stampa” per molti anni, occupandosi di tematiche politiche e della società contemporanea. Morì a Roma nel 1987. Cfr. Voce in <i>Enciclopedia Treccani</i> (online).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref19">[19]</a> Nicola Adelfi, <i>Un’atmosfera di furiose passioni alimenta l’odio tra arabi ed ebrei</i>, “La Stampa”, 1 novembre 1955.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref20">[20]</a> Sulle riparazioni della Repubblica Federale Tedesca allo Stato ebraico, Cfr. N. Balabkins, <i>West German Reparations to Israel,</i> Rutgers University Press, New Jersey 1971; L. Feldman Gardner, <i>The Special Relationship Between West Germany and Israel,</i> HarperCollins Publishers Ltd, New York 1984.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref21">[21]</a> Nicola Adelfi, <i>Ben Gurion vincitore degli arabi è ritornato al Governo</i>, “La Stampa”, 3 novembre 1955.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref22">[22]</a> Su questo avvenimento, Cfr. L. Cremonesi, <i>Dal rispetto del boicottaggio arabo alle ambizioni di mediazione. L’Italia e Israele verso la crisi di Suez</i>, in<i> L’Italia e la politica di potenza in Europa (1950-1960)</i>, a cura di E. Di Nolfo, R. H Rainero, B. Vigezzi, Marzorati, Milano 1992, p. 119.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref23">[23]</a> <i>Gravissimo scontro tra Egitto e Israele</i>, “La Stampa”, 6 aprile 1956.<i>  </i><br />
<i>Grave incidente di confine tra Israele e Giordania</i>, “La Stampa”, 13 settembre 1956.<br />
<i>Quattro civili di Israele uccisi da soldati giordani</i>, “La Stampa”, 25 settembre 1956.<br />
<i>Sette ore di battaglia e 150 morti a Gerusalemme tra Giordania e Israele</i>, “La Stampa”, 27 settembre 1956.<br />
<i>Israele minaccia la guerra se si uniscono Iraq e Giordania</i>, “La Stampa”, 16 ottobre 1956.<br />
<i>Otto ore di sanguinosi scontri al confine tra Giordania ed Israele</i>, “La Stampa”, 12 ottobre 1956.</p>
</div>
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<p><a title="" href="#_ftnref24">[24]</a> <i>Come il deciso intervento americano ha salvato la pace tra Egitto e Israele</i>, “La Stampa”, 12 aprile 1956.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref25">[25]</a> <i>Egitto e Israele accettano la totale cessazione del fuoco</i>, “La Stampa”, 20 aprile 1956.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref26">[26]</a> Giornalista e scrittore, il cui vero nome era Giulio Traversari, nacque nel 1917. Attivo nella Resistenza, fu membro di “Giustizia e libertà”. Costretto ad abbandonare l’Italia, proseguì l’attività clandestina in Egitto. Nel dopoguerra, collaborò a “Il Politecnico”, diresse “Il ‘45”. Inviato speciale per “La Stampa” e la RAI, si dedicò principalmente alla situazione dei Paesi dei Balcani e al Medio Oriente. Esordì nella narrativa con <i>Morte di italiani </i>(1942), seguito da <i>Il ritorno del prigioniero </i>(1945), i racconti di <i>Sul ponte di Dragoti bandiera nera </i>(1952), <i>La fortezza del Kalimegdan</i> (1956 e 1970), proseguendo con <i>Calda come la colomba </i>(1971), <i>Alessandra</i> (1974; premio Campiello), <i>Le porte di ferro </i>(1979), <i>Albergo Minerva </i>(1982), <i>Un viaggio una vita </i>(1984). Le poesie del periodo 1937-1968 sono state raccolte in <i>L&#8217;avventuriero timido </i>(1969) e nel volume postumo di <i>Poesie inedite</i> (prefazione di G. Pampaloni, 1991). Seguirono <i>Tre anni con Tito </i>(1953) e <i>Il sorriso dell&#8217;imperatrice. Viaggio in Grecia e in Medio Oriente </i>(1958). Morì a Roma nel 1986. Cfr. Voce, curata da Emanuele Trevi, in <i>Enciclopedia Italiana, </i>V appendice, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1995.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref27">[27]</a> Stefano Terra, <i>Per Israele il grande pericolo è l’aggressività egiziana</i>, “La Stampa”, 18 ottobre 1956.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref28">[28]</a> <i>Probabile rottura tra Mosca e Israele</i>, “La Stampa”, 22 gennaio 1953.<br />
<i>Rottura diplomatica tra Russia e Israele</i>, La Stampa”, 12 febbraio 1953.<br />
<i>Attacchi della “Pravda” ai dirigenti dello Stato d’Israele</i>, “La Stampa”, 15 febbraio 1953.<br />
<i>Il rimpatrio dei diplomatici tra U.R.S.S e Israele, </i>“La Stampa”, 22 febbraio 1953.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref29">[29]</a> <i>Le truppe d’Israele hanno varcato il confine con l’Egitto e avanzano verso Suez</i>, “La Stampa”, 30 ottobre 1956.</p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref30">[30]</a> Gino Tomajuoli, <i>Eisenhower chiederà a Nasser garanzie di pace per Israele</i>, “La Stampa”, 10 febbraio 1957.<br />
<i>Eisenhower cerca una soluzione per il complesso problema d’Israele</i>, “La Stampa”, 17 febbraio 1957.<br />
<i>Eisenhower afferma che l’ONU dovrà fare pressioni su Israele</i>, “La Stampa”, 21 febbraio 1957.<br />
<i>Eisenhower spera in un accordo con ancora Israele</i>, “La Stampa”, 23 febbraio 1957.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref31">[31]</a> <i>Israele annuncerà oggi all’ONU il ritiro delle truppe da Gaza e Aqaba</i>, “La Stampa”, 1 marzo 1957.<br />
<i>Israele accetta di ritirare le truppe da Aqaba e Gaza</i>, “La Stampa”, 2 marzo 1957.<br />
<i>Israele conferma all’ONU lo sgombero mentre a Gerusalemme il popolo protesta</i>, “La Stampa”, 5 marzo 1957.</p>
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
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<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I. Alteras, <i>Dwight Eisenhower and the State of Israel: supporter or Distant Sympathizer?,</i> in J.P. Krieg (a dura di), <i>Dwight D. Eisenhower: Soldier, President, Statesman</i>, Greenwood Press, New York and Westport 1987.</p>
<p style="text-align: justify;">-, <i>Eisenhower and Israel: U.S- Israeli Relations, 1953-1960, </i>University Press of Florida, Gainsville, FL, 1993.</p>
<p style="text-align: justify;">B. Bagnato, <i>La politica “araba” dell’Italia vista da Parigi (1949-1955)</i>, in “Storia delle Relazioni Internazionali”, 1 (1989), pp. 115-155.</p>
<p style="text-align: justify;">X. Baron, <i>I Palestinesi. Genesi di una nazione</i>, Baldini &amp; Castoldi, Milano 2002.</p>
<p style="text-align: justify;">R. C. Barrett, <i>The Greater Middle East and the Cold War: U.S Foreign Policy under Eisenhower and Kennedy</i>, I. B. Tauris, London and New York 2007.</p>
<p style="text-align: justify;">S. Beretta, M. Mugnaini (a cura di), <i>Politica estera dell’Italia e dimensione mediterranea: storia, diplomazia, diritti, </i>Rubbettino, Soveria Mannelli 2009.</p>
<p style="text-align: justify;">M. Bonanni (a cura di), <i>La politica estera della Repubblica italiana</i>, vol. II, Edizioni di Comunità, Milano 1967.</p>
<p style="text-align: justify;">A. Brogi, <i>L’Italia e l’egemonia americana nel Mediterraneo</i>, La Nuova Italia, Firenze 1996.</p>
<p style="text-align: justify;">H. J. Burgwyn, <i>L’impero sull’Adriatico. Mussolini e la conquista della Jugoslavia 1941-1943</i>, LEG, Gorizia 2006.</p>
<p style="text-align: justify;">G. P. Calchi Novati, <i>Il canale della discordia. Suez e la politica estera italiana</i>, Quattro Venti, Urbino 1998.</p>
<p style="text-align: justify;">D. Caviglia, M. Cricco, <i>La diplomazia italiana e gli equilibri mediterranei. La politica mediorientale dell’Italia dalla Guerra dei Sei Giorni al conflitto dello Yom Kippur (1967-1973)</i>, Rubettino, Soveria Mannelli 2006.</p>
<p style="text-align: justify;">L. Cremonesi, <i>Dal rispetto del boicottaggio arabo alle ambizioni di mediazione. L’Italia e Israele verso la crisi di Suez</i>, in<i> L’Italia e la politica di potenza in Europa (1950-1960)</i>, a cura di E. Di Nolfo, R. H Rainero, B. Vigezzi, Marzorati, Milano 1992.</p>
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<p style="text-align: justify;">A. Donno, <i>Gli Stati Uniti, il sionismo e Israele (1938-1956)</i>, Bonacci, Roma 1992.</p>
<p style="text-align: justify;">-, <i>Gli Stati Uniti, la Shoah e i primi anni di Israele (1938-1957)</i>, Giuntina, Firenze 1995.</p>
<p style="text-align: justify;">-, <i>Ombre di guerra fredda. Gli Stati Uniti nel Medio Oriente durante gli anni di Eisenhower (1953-1961)</i>, ESI, Napoli 1998.</p>
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<p style="text-align: justify;">A. Toniolo, <i>Il sogno proibito. Mattei, il petrolio arabo e le sette sorelle, </i>Polistampa, Firenze 2003.<i> </i></p>
<p style="text-align: justify;">I. Tremolada, <i>All’ombra degli arabi. Le relazioni italo-israeliane 1948-1956: dalla fondazione dello Stato d’Israele alla crisi di Suez, </i>M&amp;B Publishing, Milano 2003.</p>
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<p style="text-align: justify;">A. Varsori, <i>L’Italia nelle relazioni internazionali dal 1943 al 1992, </i>Laterza, Roma-Bari 1998.</p>
<p style="text-align: justify;">B. Vigezzi, <i>La dimensione atlantica e le relazioni internazionali nel dopoguerra (1947-1949)</i>, Jaca Book, Milano 1987.</p>
<p style="text-align: justify;">-, <i>L’Italia unita e le sfide della politica estera. Dal risorgimento alla Repubblica</i>, Unicopli, Milano 1997.</p>
<p style="text-align: justify;">S. Vivacqua, <i>Aspetti della politica estera di Israele verso l’URSS e i Paesi del blocco comunista negli anni formativi dello stato ebraico: 1948-1953</i>, “Materia Giudaica”, 1-2/2004, pp. 295-316.</p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
</div>
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		<title>LE RADICI STORICHE DELL’ANTISEMITISMO ISLAMICO</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Feb 2019 14:44:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Daniela Franceschi -   Un luogo comune storico sostiene che l&#8217;antisemitismo arabo e musulmano non abbiano radici antiche, ma sia invece sorto solo con la nascita del sionismo. Le cose stanno diversamente e sono il frutto di una miscela di fanatismo religioso, anti-occidentalismo e irrazionalità.   Uno degli argomenti &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><b>di Daniela Franceschi -</b></p>
<p style="text-align: justify;"><b> </b></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Un luogo comune storico sostiene che l&#8217;antisemitismo arabo e musulmano non abbiano radici antiche, ma sia invece sorto solo con la nascita del sionismo. Le cose stanno diversamente e sono il frutto di una miscela di fanatismo religioso, anti-occidentalismo e irrazionalità.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><b> </b></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Uno degli argomenti principali della propaganda anti-israeliana</strong> è che, per quanto concerne la Palestina, arabi e musulmani non sono mai stati ostili agli ebrei e all’ebraismo, ma solo al sionismo e ai sionisti. Dopo tutto, i musulmani non hanno trattato le loro minoranze ebraiche in modo di gran lunga migliore dei loro omologhi europei? Gli arabi e gli ebrei non hanno convissuto armoniosamente per secoli prima dell’avvento del movimento sionista? Come affermò Fayez A Savegh, rappresentante del Kuwait durante il dibattito all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulla risoluzione che equiparava il sionismo al razzismo nel novembre del 1975: “noi nel mondo arabo abbiamo sempre offerto ospitalità agli ebrei che fuggivano dalle persecuzioni in Europa quando l’antisemitismo europeo li spingeva nelle nostre braccia… è stato soltanto quando è arrivato il sionismo che, nonostante la nostra ospitalità verso gli ebrei, siamo diventanti ostili al sionismo”.<br />
Questa rappresentazione idilliaca è in contrasto con la documentazione storica. È vero, la persecuzione degli ebrei nel mondo arabo non ha mai raggiunto lo stesso livello dell’Europa cristiana. Ma questo non ha protetto le comunità ebraiche del mondo arabo da secoli di inferiorità legalmente istituzionalizzata, da restrizioni sociali umilianti e dalla rapacità dei funzionari locali e della popolazione musulmana in generale. Nella stessa Palestina pre-sionista, i contadini arabi, durante la rivolta del 1830 contro la coscrizione obbligatoria imposta dalle autorità egiziane, colsero l’occasione per devastare le comunità ebraiche di Gerusalemme e Safed, e, a loro volta, i militari intervenuti per sedare l’insurrezione uccisero gli ebrei di Hebron. Un secolo più tardi, nel dicembre del 1941, a seguito di un fallito colpo di stato filo-nazista in Iraq, gli ebrei di Baghdad furono sottoposti ad un orrendo massacro in cui morirono a centinaia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È possibile dunque affermare, nonostante le osservazioni contrarie,</strong> che arabi e musulmani non hanno mai realmente fatto una distinzione tra sionisti, israeliani ed ebrei, e spesso usano questi termini in modo interscambiabile. Per esempio, Anis Mansur, uno dei più importanti giornalisti egiziani e consigliere del presidente Sadat, ammetteva: “Non c’è niente di simile in tutto il mondo come l’ebreo e Israele. Ogni ebreo è un israeliano. Nessun dubbio a riguardo”. In effetti, l’antisionismo arabo e musulmano riflette un odio che va ben oltre il livello “normale” di ostilità che ci si aspetterebbe in seguito a uno scontro prolungato e aspro, appare, più che una risposta all’attività sionista, come una manifestazione di pregiudizi radicati che sono stati portati allo scoperto dal conflitto in atto.<br />
Con questo non si intende negare lo scontro tra i due gruppi nazionali. Ma è proprio perché il movimento sionista è stato interpretato come incarnazione delle peggiori caratteristiche tradizionalmente associate agli ebrei nella mente degli arabi musulmani che l’impresa sionista è descritta in una luce così nefasta da politici e intellettuali musulmani. Come Lutfi Abdel Azim, il direttore di un prestigioso settimanale egiziano, che nel 1982, tre anni dopo la conclusione di un trattato di pace tra Egitto e Israele, scrisse: “un ebreo è un ebreo, e non è cambiato per migliaia di anni. È vile, spregevole, disprezza tutti i valori morali, rosicchia la carne viva e succhia il sangue per una miseria. Il mercante ebreo di Venezia non è diverso dagli acerrimi carnefici di Deir Yasin e da quelli dei campi profughi. Entrambi sono modelli simili di depravazione disumana”.<br />
Da dove provengono tali pregiudizi? È stato giustamente osservato che la moderna ideologia antisemita è un’invenzione dell’Europa del XIX secolo, e che tradizionalmente il mondo islamico ne era in gran parte libero. Ma la facilità e la rapidità con cui i precetti dell’antisemitismo europeo sono stati assimilati da parte del mondo arabo-musulmano testimoniano la pre-esistenza di un profondo fanatismo antiebraico. Questo fanatismo risale al primo periodo dell’Islam, e in effetti al profeta Maometto stesso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Al momento della sua migrazione dalla sua città natale, La Mecca,</strong> a Medina nel 622, Maometto lusingò la popolazione ebraica locale, sottolineando la somiglianza tra la sua nuova religione e il giudaismo, adottando una serie di pratiche e rituali religiosi ebraici. Dal momento che questi gesti non riuscirono a impressionare gli ebrei di Medina, che divennero critici verso Maometto mettendo in evidenza le lacune e le incongruenze presenti nel Corano e il suo travisamento dell’Antico Testamento, il profeta si scagliò contro le tre tribù ebree di Medina. Usando alcuni incidenti come banali pretesti, espulse la tribù Qaynuqa, la più debole delle tre, dalla città e ne divise le proprietà tra i musulmani. Tre anni dopo, nel marzo del 625, dopo che una sconfitta militare aveva intaccato il prestigio di Maometto agli occhi delle vicine tribù beduine, fu il turno della tribù Nadir di pagare il prezzo della battuta d’arresto del profeta: dopo un assedio di poche settimane, gli ebrei della tribù Nadir furono cacciati dalla città e le loro terre assegnate ai musulmani. L’ultima e più potente tribù ebraica &#8211; Quraiza &#8211; soffrì in maggior misura in seguito al fallito assedio di Medina, nella primavera del 627. Con la collaborazione del nemico, 600-800 uomini della tribù furono portati in piccoli gruppi davanti a fosse scavate il giorno precedente, fatti sedere sul bordo, poi decapitati uno ad uno e gettati dentro. Le donne e i bambini furono ridotti in schiavitù e venduti, il ricavato della loro vendita, così come i beni posseduti dalla tribù, furono divisi tra i musulmani. Questo processo è stato completato dall’ingiunzione, formulata sul letto di morte da Maometto, che ordinava l’espulsione degli ebrei (e dei cristiani) dalla penisola araba: “due fedi non vivranno insieme nella terra degli arabi”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questa eliminazione fisica è stata accompagnata da una crescente</strong> rottura dell’Islam con le sue origini ebraiche. La direzione della preghiera è stata cambiata da Gerusalemme alla Mecca, il sabato sostituito dal venerdì come giorno sacro del riposo, il minareto ha sostituito le trombe ebraiche (e le campane cristiane) come richiamo per la preghiera, e il Ramadan è stato designato come mese del digiuno. Inoltre, riflettendo l’indignazione di Maometto per il rifiuto del suo messaggio religioso da parte della comunità ebraica contemporanea, sia il Corano sia le successive biografie del profeta abbondano di raffigurazioni negative degli ebrei. In queste opere vengono rappresentati come un popolo ingannevole, traditori che nel suo desiderio insaziabile di dominio potrebbe facilmente raggirare un alleato e truffare un non-ebreo. Gli ebrei hanno manomesso le Sacre Scritture, disprezzato il messaggio divino di Allah, e perseguitato il suo messaggero Maometto proprio come avevano fatto con i profeti precedenti, tra cui Gesù di Nazareth. Per questa malvagità, essi saranno soggetti a una serie di punizioni, sia nella vita dopo la morte, quando bruceranno all’inferno, e qui sulla terra dove sono stati giustamente condannati ad un’esistenza di miseria e umiliazione.<br />
Come suggerisce questa sintesi, i tratti associati agli ebrei producono una miscela paradossale: sono prepotenti e deboli, arroganti e vili. “Non ho mai visto la maledizione pronunciata contro i figli di Israele più pienamente esercitata che in Oriente”, scriveva un viaggiatore occidentale dell’Impero Ottomano all’inizio del XIX secolo, “dove sono considerati come a metà tra uomini e animali”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La convergenza tra l’antisionismo arabo-musulmano</strong> <strong>e l’antisemitismo</strong> classico europeo conosce un nuovo sviluppo durante gli anni Trenta con l’ascesa dei Fratelli Musulmani in Egitto, così come nell’alleanza <i>de facto</i> tra il nazismo tedesco e Haj Amin el-Husseini, leader indiscusso del nazionalismo arabo palestinese. L’antisemitismo è stato un importante, addirittura un vitale, cemento di tali alleanze ideologiche e politiche. Non è stato un caso che nel corso degli anni Cinquanta, nell’Egitto di Nasser, un certo numero di consiglieri nazisti sulla “questione ebraica” trovasse non soltanto un rifugio dalla giustizia, ma contribuisse a organizzare una grande campagna di propaganda “antisionista” che raggiunse l’Europa, l’Africa, l’Asia, l’America Latina e il Medio Oriente. L’ipotesi antisemita comune dietro questo massiccio programma di indottrinamento condotto dall’ Egitto era che Israele, il sionismo e gli ebrei rappresentassero un’unica radice velenosa e mortale all’interno di un piano ebraico di dominio del mondo. I rami di questa “mafia mondiale” presumibilmente si estendevano da Gerusalemme e New York agli angoli più remoti della terra.<br />
La guerra dei Sei Giorni del 1967 e la caduta di Gerusalemme Est nelle mani di Israele hanno esacerbato ulteriormente la militanza islamista del vecchio-nuovo antisemitismo anti- sionismo.<br />
I biasimi coranici contro i “traditori e perfidi giudei” erano ormai ampiamente citati, trattati polemici medievali contro l’ebraismo e gli ebrei erano portati nuovamente alla luce; mentre gli scritti antisemiti di autori come Sayyid Qutb (giustiziato dal regime di Nasser nel 1966), l’ideologo dei Fratelli musulmani egiziani, erano ampiamente diffusi. La débâcle del 1967 degli Stati arabi con la congiunta umiliazione nazionale, la perdita dell’onore arabo e l’occupazione da parte di Israele di ciò che era ritenuta essere “terra islamica”, hanno affilato e intensificato la demonologia del sionismo preesistente. Sempre più spesso, lo Stato ebraico è stato visto come un reincarnazione del ventesimo secolo dell’astuto e insidioso “spirito del giudaismo”.<br />
Anche il presidente egiziano Sadat, l’uomo che sarebbe andato più lontano di qualsiasi altro leader del Medio Orientale nell’accettazione dell’esistenza di uno Stato ebraico sovrano, ricordava al suo popolo nell’aprile del 1972 perché gli ebrei erano stati schiacciati e perché il loro potere era ancora da temere: “Erano i vicini di casa del Profeta a Medina. Essi erano i suoi vicini di casa, e ha negoziato con loro e hanno raggiunto un accordo. Ma alla fine hanno dimostrato che essi erano uomini di inganno e di tradimento, in quanto hanno concluso un trattato con i suoi nemici, in modo da colpirlo a Medina e attaccarlo dall’interno&#8230; Sono un popolo di traditori e bugiardi, di orditori di trame, un popolo nato per atti di tradimento”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La rivoluzione di Khomeini nell’Iran sciita nel 1979</strong> ha aggiunto un elemento ancora più radicale a questo antisemitismo teologico-politico. Il “Khomeinismo” ha combinato un orrore specificamente sciita degli ebrei come ritualmente “impuri” (najas) con l’ostilità religiosa islamica in quanto antichi nemici dell’Islam. Ciò si sovrapponeva ad una demonizzazione dell’inesistente “cospirazione satanica” tra Stati Uniti e Israele per distruggere l’Iran. Da Khomeini a Ahmadinejad, fino ad Ali Khamenei, l’antisionismo islamico iraniano (in cui gli Stati Uniti sono il “grande satana” e Israele figura come il “piccolo Satana”) continua ad attribuire tutti i mali del mondo ad una sconfinata ambiguità ebraica e ad un desiderio sionista incessante di “dominio globale.”<br />
Questa ideologia antisemita e anti-sionista motiva non solo l’Iran, ma anche la formazione sciita libanese Hezbollah e la musulmana sunnita Hamas (un ramo della Fratellanza Musulmana egiziana) a Gaza. È importante notare che né l’Iran, né Hezbollah né Hamas si sottraggono alla richiesta genocida di una distruzione totale dello Stato di Israele. Non è certo un caso che queste formazioni che negano con insistenza la Shoah siano le stesse che esigono l’eliminazione fisica di Israele.<br />
Per quanto concerne il contesto palestinese, sia Fatah che Hamas hanno pienamente abbracciato tale negazionismo radicale e il suo programma. Nell’accordo originale per la fondazione dell’OLP nel 1964, così come nelle sue edizioni successive, tutto il sionismo è considerato un “movimento illegale”, la Dichiarazione Balfour è considerata “nulla”, e viene categoricamente negato qualsiasi legame storico tra il popolo ebraico e la terra di Israele. Non c’è da stupirsi che il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton sia rimasto profondamente frustrato per la totale intransigenza del leader dell’OLP Yasser Arafat nell’estate del 2000 durante il negoziati con il premier israeliano Ehud Barak. L’errore di Clinton è stato quello di presumere che la “questione palestinese” riguardasse in ultima analisi il territorio e non l’esistenza stessa di Israele, come stato ebraico sovrano in Medio Oriente. Il doppio linguaggio di Arafat ha senza dubbio reso molto più facile tale auto-inganno occidentale circa le intenzioni palestinesi.<br />
Questo livello di dissimulazione in una certa misura è cambiato. Il controllo draconiano di Gaza da parte di Hamas dal 2006, la subordinazione del nazionalismo palestinese alla fede islamica militante, il suo incitamento palesemente antisemita, rendono tali pretesti futili. Come ha detto uno storico israeliano senza mezzi termini, per Hamas, “la distruzione dello Stato ebraico è il comando di Allah”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È certamente significativo che arabi e musulmani giudeofobi</strong> &#8211; malgrado il loro odio per l’Occidente – abbiano scelto di annettere i simboli e le espressioni dell’antisemitismo europeo senza alcuna esitazione, tra cui la negazione della Shoah come parte integrante della loro guerra contro Israele. Si riscontra una disponibilità crescente tra i musulmani a credere, per esempio, che gli ebrei abbiano consapevolmente inventato la “menzogna Auschwitz”, la “bufala” del proprio sterminio, come parte di un piano diabolico per sopraffare l’Islam e dominare il mondo. In questo surreale, scenario machiavellico, l’archetipo del “satanico ebreo” &#8211; autore e destinatario del più grande “mito” del XX secolo &#8211; raggiunge una vera e propria apoteosi.<br />
Uno dei motivi di attrazione della negazione della Shoah per gli arabi antisemiti risiede nel fatto che interpretano la negazione come una sfida radicale ai fondamenti morali dello Stato ebraico. Leader e intellettuali arabi e palestinesi sono stati particolarmente attivi nel promuovere questo sforzo. Così, il leader palestinese Hamas Khalid Mashaal su Al-Jazeera TV (16 luglio 2007) ha voluto “far capire all’Occidente e al popolo tedesco che venivano ricattati” a causa di ciò che il nazismo aveva fatto ai sionisti. Per Mashaal, era evidente che ciò che Israele aveva fatto al popolo palestinese era molto peggio di quello che il nazismo aveva fatto agli ebrei. Questa convinzione era condivisa anche da Mahmoud Abbas (meglio noto come Abu Mazen), l’architetto degli accordi di pace di Oslo, a capo dell’Autorità palestinese, che abbracciò la negazione della Shoah più di trentacinque anni fa. Infatti, scrisse un saggio tratto dalla sua tesi di dottorato, discussa a Mosca nel 1982, sui <em>Rapporti segreti tra il Nazismo e il Movimento Sionista</em>. Facendo riferimento al negazionista Faurisson, affermava che la cifra di sei milioni di morti era falsa, poiché gli ebrei morti nei lager erano meno di un milione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In Iran, la negazione del genocidio ebraico si è diffusa</strong> a partire dai primi anni Ottanta, a fianco delle caricature naziste dell’ebreo “talmudico”, la promozione dei <em>Protocolli dei Savi Anziani di Sion</em>, e gli appelli ripetuti per sradicare il “cancro” sionista dal pianeta. Questa escalation è stata un passo logico per il radicalismo in stile Khomeini che, dal 1979, ha completamente demonizzato il sionismo come nemico del genere umano. Quindi, non sorprende che la Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, abbia potuto annunciare al suo popolo che: “ci sono prove che dimostrano che i sionisti avevano stretti rapporti con i nazisti tedeschi e esageravano le statistiche sugli omicidi degli ebrei. Ci sono anche le prove che un gran numero di teppisti non ebrei e teppisti dell’Europa orientale sono stati costretti a emigrare in Palestina come ebrei (…) installare nel cuore del mondo islamico uno Stato anti-islamico con il pretesto di sostenere le vittime del razzismo”.<br />
Il presidente iraniano Ahmadinejad ha definito nel 2005 la Shoah un mito e “una spregevole propaganda sionista”. Molti giornalisti iraniani, prendendo spunto da queste affermazioni sconsiderate, hanno ripetuto fino alla nausea che la “lobby sionista” usava il genocidio degli ebrei. Nel dicembre del 2006 l’Iran ha ospitato una conferenza molto pubblicizzata accogliendo i più noti negazionisti. Il Ministro degli Esteri, Manouchehr Mottaki, aprì i lavori affermando che, “se la versione ufficiale dell’Olocausto è messa in dubbio, allora l’identità e la natura di Israele saranno messi in dubbio.” I partecipanti hanno in effetti messo in dubbio il fatto storico della Shoah. Il punto su cui convenivano tutti i partecipanti era che lo sterminio degli ebrei era stato grossolanamente manipolato per servire gli interessi finanziari e politici di Israele. La conferenza di Teheran può essere vista come esempio di una politica antisemita.<br />
Nel caso iraniano, la negazione della Shoah è apertamente legata all’estremo antisionismo, ad un letale antisemitismo, e alla sponsorizzazione del terrorismo globale, guidato dal culto della jihad islamica, che cerca senza sosta l’eliminazione del “tumore chiamato Israele”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il collegamento più noto tra negazionisti occidentali</strong> <strong>e mondo arabo</strong> si è creato in risposta al processo contro Roger Garaudy nel 1998 in Francia. È importante ricordare che in Francia vige dal 13 luglio del 1990 la Legge Gassot che con un emendamento, l’articolo 24<i>bis </i>alla legge del 1881 sulla libertà di stampa, rende perseguibile chiunque contesti “l’esistenza di uno o più crimini contro l’umanità”, così come definiti dall’articolo 6 del tribunale di Norimberga.<br />
Garaudy, ex comunista convertitosi al cattolicesimo ed in seguito all’islam, nel novembre del 1995 pubblicò per la casa editrice la Vieille Taupe un pamphlet intitolato <em>Les mythes Fondateurs de la Politique Israélienne</em>, in cui sosteneva che lo Stato d’Israele, con la connivenza delle potenze occidentali e sovietiche interessate a distogliere l’attenzione dai propri crimini di guerra, avrebbe sfruttato il “mito dell’Olocausto” per legittimare la propria politica espansionistica agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. A corredare l’accusa, l’insinuazione che i miti fondativi di cui al titolo fossero delle costruzioni fittizie. Di qui l’accenno alla possibilità che gli ebrei non fossero stati sistematicamente uccisi nei lager, e che le camere a gas fossero un’invenzione della propaganda sionista. Garaudy scriveva che “l’unica soluzione finale consisteva, dunque, nello svuotare l’Europa dagli ebrei, allontanandoli sempre più, fino a che la guerra (supponendone la vittoria) avesse permesso di sistemarli tutti in un ghetto fuori dall’Europa (come suggeriva il progetto Madagascar). Questo <em>Shoah Business</em> non utilizza che “le testimonianze” sulle diverse maniere di “gasare” le vittime, senza che mai ci vengano mostrate le modalità di funzionamento di una sola “camera a gas” (di cui Leuchter ha dimostrato l’impossibilità fisica e chimica)”. Da notare che la frase “camere a gas” nelle pagine del lavoro di Garaudy è sempre virgolettata, in modo da sottolinearne la caratteristica di falsità.<br />
Garaudy fu processato e condannato ad una multa di 120.000 franchi. Nel corso del processo fu venerato come eroe e ricevette una vasta attenzione mediatica in Arabia Saudita, Qatar, Egitto, Iran, Siria, Libano, Giordania, e territori palestinesi.<i><br />
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<p style="text-align: justify;"><strong><i>L’</i><em>affaire</em> Garaudy ha evidenziato la vitalità della negazione antisemita</strong> e antisionista della Shoah in Iran e nel mondo arabo. Le traduzioni delle opere di Garaudy in arabo sono diventate best-seller in molti paesi del Medio Oriente, anche se in Francia è stato condannato per incitamento all’odio razziale. Il cemento ideologico dietro l’effusione di solidarietà verso Garaudy è stato un antisemitismo che ha definitivamente bollato la Shoah come una cospirazione ebraica e una diabolica “invenzione sionista”. Quindi, la reazione favorevole alle tesi di Garaudy da parte di giornali e politici arabi, come lo sceicco Muhammad al-Tantawi, leader politici libanesi, come il defunto presidente Rafiq Hariri, o noti intellettuali come Mohammed Hassanin Haikal, acquisisce una diversa dimensione.<br />
Dal 1990, la negazione della Shoah è diventata un fenomeno molto più ampio e diffuso in tutto il Medio Oriente. Dal 2000 si riscontra un aumento del numero di funzionari palestinesi, di Hamas e Hezbollah, iraniani e siriani, che fanno pubblicamente dichiarazioni negazioniste. Nei media egiziani, giordani e sauditi, dove l’antisemitismo è stato a lungo dilagante, la retorica negazionista relativa allo sterminio degli ebrei europei è diventata un tema molto comune. Ciò è importante per la nostra analisi, perché la negazione è particolarmente insidiosa e rappresenta una forma di incitamento all’odio antiebraico. Questo è il motivo per cui i negazionisti sono stati chiamati “assassini della memoria”, fanatici impegnati in un nuovo tipo di genocidio simbolico del popolo ebraico. Dove le folle una volta gridavano “morte agli ebrei,” ora è come se i negazionisti proclamassero cinicamente che “gli ebrei non sono mai morti”.<br />
Più di recente i palestinesi e i loro sostenitori hanno ampliato la campagna di delegittimazione attraverso una negazione totale della storia ebraica e del legame tra ebrei e terra di Sion. I nemici di Israele cercano sempre più di minare le radici della storia, della religione, della memoria culturale e nazionale, e dell’identità ebraica ponendo un accento particolare sull’univoco carattere arabo di Gerusalemme. Già a Camp David nel 2000, il leader palestinese Yasser Arafat ha insistentemente negato che gli ebrei avessero costruito il primo e il secondo Tempio a Gerusalemme. Allo stesso modo, l’allora muftì di Gerusalemme Ikrama Sabri, nel 2001, ha dichiarato pubblicamente che il Muro del Pianto nella Città Santa non aveva alcun collegamento con il passato ebraico ed era semplicemente una truffa organizzata da ebrei “ingannatori” per imbrogliare i musulmani e l’intero mondo gentile. Da allora, vi è stato uno sforzo sistematico per distruggere eventuali tracce materiali o resti archeologici dell’antica presenza ebraica a Gerusalemme, all’interno di una più ampia strategia di delegittimazione di Israele.<br />
Il fatto che i Templi di Gerusalemme siano menzionati non meno di 534 volte nella Bibbia ebraica e ben 70 volte nel Nuovo Testamento, non scoraggia, naturalmente, coloro che nutrono sentimenti antiebraici e anti-israeliani. Il negazionismo palestinese ha comunque trovato un terreno fertile, che attinge ai miti nazionali arabi, al fanatismo islamico e alle radicate correnti anti-ebraiche presenti nella teologia cristiana. Ancora una volta, l’antisemitismo e l’antisionismo convergono facilmente nel loro obiettivo comune: smantellare lo Stato ebraico e restituire il popolo di Israele a una condizione di esilio e impotenza, quella di “ebrei erranti” in balia dei loro aspiranti persecutori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Data la profondità del sentimento anti-ebraico nel mondo arabo,</strong> non sorprende che alcuni dei temi più bizzarri dell’antisemitismo europeo abbiano toccato delle corde sensibili quando si sono diffusi nel corso dei secoli in Medio Oriente.<br />
Per questa ragione, la concezione biblica del popolo eletto è soggetta a particolare scherno: Anis Mansur la qualifica come “la quintessenza del giudaismo degli ebrei… padroni dell’Universo- dei suoi popoli, delle terre e delle cieli… ai quali tutti gli altri popoli sono servi, immeritevoli della fede nel Dio ebraico”. Secondo questa dottrina, è attribuita agli ebrei la licenza di maltrattare i non ebrei, facendo esplicito riferimento all’accusa del sangue, la calunnia antisemita di età medievale secondo cui gli ebrei userebbero il sangue dei gentili, e in particolare il sangue dei bambini cristiani, a scopo rituale. Importata nell’Impero Ottomano dai cristiani nel Quattrocento, questa menzogna ha acquisito uno status mitico, raggiungendo un picco di popolarità nel XIX secolo. L’accusa del sangue è stata rapidamente interiorizzata dall’immaginario musulmano, dove ha messo salde radici.<br />
Il tema antisemita di maggior successo importato nel mondo arabo è sicuramente quello che fa riferimento alla teoria di un complotto ebraico organizzato per ottenere il dominio del mondo, come viene enunciato nel famigerato libro <em>I Protocolli dei Savi Anziani di Sion</em>. Questo libro di virulento antisemitismo, fabbricato dalla polizia segreta russa a cavallo del ventesimo secolo, fece la sua comparsa in Europa occidentale durante e subito dopo la prima guerra mondiale. Già nel 1918, a Chaim Weizmann, in viaggio in Palestina con la Commissione Sionista, si presentarono alcuni interlocutori arabi con le copie dei <em>Protocolli</em>. Tradotto in arabo a metà degli anni Venti, il libro ha mantenuto il suo fascino popolare fino ad oggi, pubblicato in numerose edizioni e in diverse traduzioni, tra cui una per il fratello del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser (Nasser stesso consigliò l’opuscolo come utile guida per capire la ‘mente ebraica’, come avrebbero fatto il suo successore Anwar Sadat, il re Faisal dell’Arabia Saudita e Muammar Gheddafi, tra i tanti).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come per l’accusa del sangue,</strong> la popolarità stupefacente dei <em>Protocolli</em> è direttamente correlata al disprezzo millenario verso gli ebrei in quanto infidi e traditori. Secondo un filone di pensiero arabo-musulmano in materia, ciò che si cela dietro il concetto della supremazia del popolo eletto è, infatti, un perverso complesso di inferiorità che risale ai tempi biblici. Quando gli antichi regni ebraici furono distrutti, questo complesso di inferiorità fu trasformato in una volontà di occupare le terre confinanti per ottenere un controllo finanziario, economico, e politico dovunque gli ebrei avessero vissuto. Il sionismo è considerato una risposta a questo impulso – la volontà di occupare le terre straniere, assoggettandone le popolazioni, giustificandosi con le promosse bibliche.<br />
Quando, inoltre, i sionisti sono riusciti a sfruttare il sostegno internazionale per la loro impresa – nella forma della Dichiarazione Balfour e con l’approvazione delle sue promesse da parte della Società delle Nazioni – hanno utilizzato (così viene esplicitato l’argomento) gli stessi metodi ripugnanti usati contro il profeta Maometto.<br />
Durante gli anni Venti e Trenta, le percezioni tradizionali islamiche si fusero con i temi articolati nei <em>Protocolli</em> per creare una versione decisamente mediorientale della teoria di un complotto ebraico finalizzato a dominare il mondo.<br />
Le teorie della cospirazione anti-israeliane e antisemite, cresciute nel mondo arabo e musulmano dopo l’11 settembre, non sono dunque nuove. Rivelano una miscela altamente infiammabile di anti-occidentalismo, fanatismo ideologico, odio, e irrazionalità che sta alla base di un filone significativo del pensiero musulmano contemporaneo. L’atteggiamento verso gli ebrei, in particolare, con il suo linguaggio veemente e l’accento sulle “soluzioni radicali” è inquietante dato che ricorda gli anni Trenta e Quaranta della storia europea. Gli stereotipi antisemiti sono frequenti in Giordania e in Egitto, che hanno sottoscritto trattati di pace con Israele, ma anche in Siria, nei territori soggetti all’Autorità Palestinese, in Arabia Saudita, o in altri Stati del Golfo. Gli esempi abbondano e potrebbero essere moltiplicati fino alla nausea.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una caratteristica centrale dell’antisemitismo arabo</strong> è stato e rimane il rifiuto categorico di accettare il diritto di Israele ad esistere e la sua legittimità morale. Questa premessa fondamentale è stata aggravata da un’educazione inesorabilmente diretta verso l’odio per Israele e per gli ebrei. In questa propaganda, Israele è il capro espiatorio per la continua incapacità araba di raggiungere l’unità politica, lo sviluppo economico, o altri obiettivi nazionali. La frustrazione per la mancata modernizzazione ha portato ad uno spostamento di rabbia verso gli ebrei e lo Stato ebraico come “agente dell’imperialismo occidentale, della globalizzazione, e di una cultura modernista invasiva nella regione”.<br />
Gli israeliani sono semplicemente una accozzaglia di senza radici, ebrei nomadi che illegalmente hanno usurpato una terra che non era propria al fine di creare uno Stato “nazificato” sulla base di sogni di dominazione del mondo come stabilito nei <em>Protocolli.</em> Israele è un’entità “artificiale” e uno Stato malvagio, che sfrutta la religione giudaica “imperialista” e il suo concetto di “popolo eletto” per strappare sempre più terra araba; è simile alla diffusione di un cancro che deve essere rimosso chirurgicamente.<br />
L’antisemitismo arabo e musulmano ha sempre avuto un caratteristica politica molto forte che deriva dalla intensità del conflitto arabo-israeliano. Ma la dimensione territoriale del conflitto israelo-palestinese non deve farci dimenticare il fatto che l’antisemitismo ha una dinamica autonoma. Sussiste una distintiva struttura sottostante l’ideologia antisemita arabo-musulmana, al di là delle circostanze politiche immediate, della propaganda dei governi, del conflitto territoriale con Israele e dell’uso strumentale di stereotipi e simboli anti-ebraici importati dall’Occidente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il risentimento storico contro il colonialismo</strong> e l’imperialismo occidentale, così come l’amarezza provocata dalla sconfitte consecutive per mano degli israeliani, hanno notevolmente peggiorato il contesto culturale e politico; le teorie del complotto che postulano un “sionismo internazionale” bloccato in un’eterna inimicizia verso la nazione araba sono sempre più diffuse tra i nazionalisti arabi come nei circoli fondamentalisti. I nazionalisti pan-arabi, già prima del 1967, consideravano l’esistenza e il consolidamento di Israele come una “sfida di civiltà”, un sintomo patologico della debolezza degli arabi e della loro arretratezza. Quello che era particolarmente incomprensibile era che la precedenza impotenza e debolezza ebraica avessero lasciato il posto ad uno Stato ebraico indipendente in grado di sconfiggere diversi eserciti arabi sul campo di battaglia. Si può forse meglio spiegare la peculiare rabbia emotiva dietro l’antisemitismo arabo-musulmano come un tentativo di deviare i traumi irrisolti inflitti sulla psiche araba dal valore militare e tecnologico di Israele.<br />
La guerra dei Sei Giorni ha intensificato notevolmente la demonologia del sionismo e degli ebrei, soprattutto tra i fondamentalisti islamici. Vi era un profondo senso di umiliazione per la perdita di terra islamica nel 1967 e la conquista di Gerusalemme da parte degli israeliani; non a caso, i fondamentalisti ora considerano il conflitto nei termini di una lotta tra l’Islam e gli ebrei-una battaglia di cultura, di civiltà e di religione. Le vittorie israeliane sono diventate per loro un sintomo del malessere dell’Islam e del suo degrado, della sua incapacità di recuperare le fonti religiose della sua gloria passata e superare le sfide poste da una “decadente”, anche se apparentemente potente, modernità occidentale.<br />
Un rifiuto radicale di tutte le caratteristiche occidentali e la convinzione che solo l’Islam sia la soluzione si sono uniti ad una visione di Israele come nemico e minaccia mortale. La paura esistenziale che sta dietro gran parte dell’antisemitismo islamico e arabo ricorda il paradigma nazista dell’odio antiebraico e lo fa sembrare particolarmente dinamico, volatile e persino genocidario nelle sue implicazioni.<br />
Israele e gli ebrei sono percepiti non solo come una minaccia militare, politica, e economica per gli arabi e l’Islam, sono anche un simbolo di tutte le fobie provocate dal secolarismo e dai “veleni” della cultura occidentale, AIDS, prostituzione, musica rock, Hollywood, il consumismo di massa, la criminalità, la droga e l’alcolismo.<br />
Una delle caratteristiche più evidenti del contemporaneo antisemitismo arabo-islamico è la staticità dei suoi stereotipi. Gli ebrei sono costantemente denigrati come irrimediabilmente malvagi, corrotti, immorali, intriganti, ingannevoli, creature avide, vilipesi come razzisti, colonialisti e fascisti, “vampiri” che succhiano sangue arabo.<br />
In conclusione, è possibile affermare che rimangono ancora drammaticamente attuali le parole del compianto Robert Wistrich nel saggio <em>Antisemitism: The Longest Hatred</em>: “un’ideologia araba anti-ebraica si è cristallizzata e ha acquisito un proprio slancio nel corso degli ultimi decenni, uno slancio che ha distorto l’immagine dell’Ebreo in modalità storicamente senza precedenti per il mondo islamico”.</p>
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		<title>LA CRESCITA DI UN NUOVO ANTISEMITISMO IN GERMANIA</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Jan 2019 07:56:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Daniela Franceschi &#8211; Le antiche radici di un pregiudizio, una recessione economica che mina certezze consolidate, l&#8217;antisemitismo islamico spacciato per antisionismo: il Terzo Millennio vede tornare le ombre del passato. E i media? Cavalcando l&#8217;odio contro Israele contribuiscono ad avvelenare il clima.     Negli ultimi anni, è cresciuto &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="center"><span style="color: #333333;"><b><i>di Daniela Franceschi &#8211; </i></b></span></p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><em><span style="color: #333333;"><strong>Le antiche radici di un pregiudizio, una recessione economica che mina certezze consolidate, l&#8217;antisemitismo islamico spacciato per antisionismo: il Terzo Millennio vede tornare le ombre del passato. E i media? Cavalcando l&#8217;odio contro Israele contribuiscono ad avvelenare il clima.</strong></span></em></p>
<p align="center"><span style="color: #333333;"><b> </b></span></p>
<p align="center"><span style="color: #333333;"><b> </b></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Negli ultimi anni, è cresciuto pericolosamente il numero di attacchi</strong> verso le comunità ebraiche europee e verso istituzioni e luoghi ebraici, tra i quali i più drammatici per numero di vittime sono stati gli attentati contro una scuola ebraica di Tolosa in Francia nel 2012, contro il museo ebraico di Bruxelles nel 2014 e contro il supermercato Kosher a Parigi nel 2015, tutti originati dal terrorismo islamista legato all’ISIS.<br />
Nel mondo letterario e dei mass-media europei l’associazione tra Israele, il nazismo e l’apartheid, anche se storicamente e politicamente infondata, sta prevalendo, con la possibilità di influenzare l’opinione pubblica. Insieme con l’aumento dei livelli di sentimenti anti-israeliani, l’Europa sta sperimentando anche la crescita dell’antisemitismo, come evidenziano i rapporti annuali dell’Anti-Defamation League europea.<br />
È possibile identificare tre ragioni per la ricrescita dell’antisemitismo in Europa. La prima e la più importante è che l’antisemitismo non è mai veramente morto, ma ha semplicemente sperimentato una lunga dormienza. Questa dormienza è stata provocata dall’occupazione Alleata in Europa dopo la Seconda Guerra mondiale, che non permise ad un antisemitismo palese di prosperare pubblicamente.<br />
La seconda ragione è da ricercare nella crisi finanziaria dell’ultimo decennio. La recessione economica ha rappresentato la proverbiale “acqua” che ha permesso alle “radici” dell’antisemitismo di rinnovarsi nell’Europa Occidentale. La crisi finanziaria ha distrutto posti di lavoro, un contesto sociale e politico in cui i Partiti di estrema destra hanno preteso di avere risposte semplici. Questi Partiti, come Alba Dorata in Grecia, hanno propagandato una xenofobia che includeva una forte dose di antisemitismo. Il riemergere di Partiti di estrema destra nell’Europa Occidentale ha portato alla ricrescita dell’antisemitismo, poiché cercano capri espiatori per i problemi economici dei loro Paesi. Stanno cercando qualcuno da incolpare, e questo aiuta lo sviluppo di un nuovo antisemitismo. I Partiti di estrema destra accusano gli ebrei di aver provocato la crisi, riprendendo la retorica antisemita secondo la quale gli ebrei avrebbero il monopolio della finanza mondiale.<br />
L’ultima ragione per il riemergere dell’antisemitismo nei tempi contemporanei è il conflitto israelo-palestinese. Alcuni credono che i palestinesi stiano semplicemente difendendo la loro patria contro invasori stranieri; assecondando questa prospettiva, è facile dipingere gli ebrei in una luce sfavorevole. Inoltre, Israele è stato spesso accusato ingiustamente di violazione dei diritti umani contro il popolo palestinese. In tutta Europa, a livelli crescenti di antisionismo è corrisposta la crescita di atti ostili verso gli ebrei.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Ci troviamo di fronte un nuovo antisemitismo, proteiforme,</strong> che, pur mantenendo le caratteristiche tradizionali dell’odio antiebraico, è riuscito a rinnovarsi acquisendo modalità di comunicazione contemporanee, basti pensare all’importanza che oggi assumono per la sua diffusione i social network come Facebook. Inoltre, il nuovo antisemitismo sfrutta subdolamente il conflitto israelo-palestinese per acquisire una accettabilità sociale che l’antisemitismo classico solitamente non ha.<br />
La comprensione di un fenomeno come il nuovo antisemitismo passa attraverso lo studio della sua genesi, del suo sviluppo e delle sue dinamiche. Per questa ragione, si è scelto di esaminarne le caratteristiche attraverso l’analisi della sua diffusione in Germania, dato che il nuovo antisemitismo rappresenta un fattore capace di influenzare, e modificare, in profondità il rapporto ebraico-tedesco.<br />
Dal 2011, il numero di episodi antisemiti in Germania è oscillato in relazione agli eventi in Medio Oriente, soprattutto nell’estate del 2014. In quell’anno e in quello successivo, la polizia e gli organi di controllo tedeschi hanno registrato altresì un crescendo di tali incidenti. Da allora, l’odio antiebraico è stato presente nelle manifestazioni per Gaza e nel dibattito pubblico, sotto forma di molestie, aggressioni e attacchi. Questi sentimenti avevano già raggiunto un livello preoccupante a partire dal 2000, dato l’ampio supporto riscontrato nella società tedesca.<br />
Alcuni ricercatori tedeschi vedono sempre più l’antisemitismo come un fenomeno postmoderno che cresce in risposta a certe caratteristiche della modernità, in particolare all’ambivalenza, all’incertezza, all’insormontabilità, all’invisibilità e al cambiamento. L’antisemitismo rende processi complessi, percepiti come minacce, comprensibili in modo semplice, e serve a costruire un’immagine di sé chiara, unica e stabile- caratteristica che si applica anche all’antisemitismo del XIX secolo.<br />
Anche se l’antisemitismo in Germania si correla all’autoritarismo politico e sciovinista e a una narrazione omogenea della identità nazionale, il nuovo antisemitismo unisce la destra radicale, la sinistra anti-sionista e gli islamisti. Come fenomeno internazionale che unisce un manifesto antisemitismo, l’anti-globalizzazione e le posizioni contro gli Stati Uniti e Israele, esso mira a una difesa sociale strutturale contro i processi di modernizzazione, intesi come norme universali e promosse di libertà. In tale contesto, gli ebrei diventano simboli stigmatizzati della globalizzazione.<br />
Gli atteggiamenti antisemiti in Germania continuano ad essere staccati da una interazione nel mondo reale con gli ebrei: da un sondaggio del 2002, risultava che soltanto il 21% degli intervistati conoscesse personalmente una persona israelita.<br />
</span></p>
<div id="attachment_8142" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2018/12/Openly_antisemitic_Protester_in_Berlin_17.7.2014.jpg"><img class=" wp-image-8142 " alt="Manifestazione antisionista a Berlini (2014) - Boris Niehaus" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2018/12/Openly_antisemitic_Protester_in_Berlin_17.7.2014.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Manifestazione antisionista a Berlino (2014) &#8211; Boris Niehaus</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Le aperte manifestazioni di antisemitismo tradizionale</strong> sono ancora generalmente condannate e stigmatizzate in pubblico, ma gli stereotipi antisemiti persistono, anche tra persone che non si considerano antisemite; a questo proposito, è interessante notare che, a causa delle restrizioni discorsive e delle norme sociali esistenti, un fenomeno noto come desiderabilità sociale, i risultati dei sondaggi effettuati sottostimano il peso degli atteggiamenti antisemiti.<br />
L’antisemitismo tradizionale, misurato nei sondaggi con la domanda se gli ebrei avevano troppo potere in Germania e la persecuzione era stata causata dal loro comportamento, era calato da un 12,7% nel 2002 a un 5,8% nel 2016. Secondo alcuni autori il calo non è dovuto a una riduzione degli atteggiamenti antisemiti, ma ad una strategia comunicativa articolata; infatti, al fine di evitare la restrizione comunicativa che stigmatizza l’antisemitismo tradizionale in pubblico, questi atteggiamenti vengono incanalati in forme più socialmente accettabili di antisemitismo, come l’antisemitismo secondario e l’antisionismo. Un’altra spiegazione possibile per una parte della riduzione, soprattutto nelle giovani generazioni, è l’impatto dei programmi di educazione e prevenzione (Zick et al., 2016: 50).<br />
L’antisemitismo secondario è molto diffuso. Nel sondaggio Allbus del 2006 il 49,9% dei tedeschi intervistati conveniva che “molti ebrei cercano di trarre profitto dagli eventi del Terzo Reich e lasciano che i tedeschi paghino per questo” (Germania Ovest 52,2%, Germania Est 39,9%). Secondo l’indagine “Deutsche Zustände” del gruppo di Bielefeld, l’affermazione “molti ebrei cercano di trarre profitto dagli eventi del Terzo Reich” trovava d’accordo più del 50% degli intervistati nel 2002/03 (2003: 54,5%), ma ha mostrato un calo negli anni successivi, fino a circa un terzo nel 2007, poi una stabilizzazione a poco meno del 40% tra il 2008 e il 2011 (Zick / Küpper, 2011: 22). In un sondaggio dell’American Jewish Committee del 2002 il 52% degli intervistati tedeschi era d’accordo con l’affermazione che “gli ebrei stanno sfruttando la memoria della Shoah per i propri scopi” &#8211; solo il 30% non era d’accordo (AJC, 2002). Dal 2008, una crescente maggioranza era concorde con l’affermazione che Israele stava conducendo una <i>Vernichtungskrieg</i> (guerra di sterminio) contro i palestinesi: 68,4% nel 2004, 41,9% nel 2006, 49,2% nel 2008, 51,1% nel 2009 e 57,3% nel 2010 (Zick / Küpper 2011: 23; Leibold et al, 2012: 186). Nella sua equazione tra nazionalsocialismo e Israele e la sua implicita minimizzazione della Shoah, una tale affermazione costituisce una categoria speciale di antisemitismo secondario.<br />
L’affermazione sulla <i>Vernichtungskrieg </i>può essere interpretata come una forma di antisemitismo legata ad Israele, in quanto demonizza lo stato ebraico instaurando un’equazione storicamente infondata tra il genocidio ebraico durante la seconda guerra mondiale e la politica dello Stato ebraico verso i palestinesi.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Probabilmente la manifestazione più tipica di antisemitismo</strong> relativa a Israele è l&#8217;equazione Israele=ebrei. Tra il 30% e il 40% degli intervistati tedeschi riteneva che “alla gente non piacciono gli ebrei a causa delle politiche israeliane”: 2004: 44,4%, 2006: 29,9%, 2007: 32,8%, 2009: 33,9%, 2010: 38,4% (Zick / Küpper, 2011: 22). Coloro che sottoscrivono l’antisemitismo legato ad Israele, equiparano ebrei e Israele e, direttamente o indirettamente, mettono in discussione l’esistenza dello Stato ebraico in Medio Oriente. La presenza di doppi standard nei confronti di Israele può essere dimostrata dall’esistenza del termine Israelkritik (critica di Israele), una costruzione applicata ad un solo paese al mondo (UEA, 2017: 66). In sintesi, l’antisemitismo legato a Israele può essere definito come l’inimicizia o odio contro gli ebrei in quanto ebrei facendo riferimento allo Stato di Israele e alle sue politiche. Si incolpano tutti gli ebrei in tutto il mondo per le politiche israeliane, si critica Israele utilizzando i tradizionali stereotipi antisemiti e si caratterizzano le politiche israeliane come tipicamente ebraiche. Attraverso l’equazione tra Israele e il nazionalsocialismo, si demonizza lo Stato ebraico come il male supremo dei nostri tempi, un giudizio pieno di doppi standard.<br />
Molti studi documentano anche come i media tradizionali tedeschi abbiano parlato di Israele in modo parziale e antisemita (Jäger / Jäger, 2003, 2004; anche recentemente UEA, 2017: 124-7).<br />
Un recente incidente a Berlino può illustrare il fenomeno dell’antisemitismo relativo ad Israele. In una scuola elementare, un ragazzo ebreo era stato aggredito verbalmente con epiteti antisemiti e malmenato da compagni di scuola con un background familiare turco o arabo. I genitori del ragazzo lo hanno tolto dalla scuola e hanno reso pubblico il caso. Questo episodio è stato seguito da una intensa copertura mediatica a livello nazionale. Successivamente, i genitori di altri bambini della stessa scuola si sono lamentati in una lettera aperta perché si stava distruggendo la reputazione dell&#8217;istituto. Allo stesso tempo, hanno parlato anche del conflitto arabo-israeliano: in Medio Oriente vi è un “conflitto tra arabi ed ebrei” decennale e città diverse come Berlino, “con persone provenienti da “entrambe le religioni e le culture”, non potevano pagare per gli eccessi dei conflitti internazionali. È presente in questa lettera aperta uno degli elementi fondamentali dell’antisemitismo legato ad Israele: i genitori sottovalutano e relativizzano l’attacco antisemita da parte di musulmani tedeschi a un bambino ebreo in quanto parte di un conflitto reciproco e legittimo, come se il ragazzino ebreo fosse un soldato israeliano.<br />
Zick e Küpper hanno osservato un generale declino dell’antisemitismo dopo il 2002, ma dal 2007 vi è stata una stabilizzazione e in alcuni aspetti anche un aumento, senza tornare al livello del 2002 (Zick / Küpper, 2011: 20). In generale, dal momento dell’Intifada Al-Aqsa nel 2000, il peso del risentimento antisemita tra il pubblico tedesco si è sempre più spostato da un antisemitismo secondario, nel senso di odiare gli ebrei per la loro volontà di conservare la memoria della Shoah (come si manifesta nei discorsi circa le riparazioni o per il memoriale dell’Olocausto a Berlino) all’antisemitismo Israele-correlato. Ciò può essere considerato come un nuovo antisemitismo e, nonostante l’odio esplicito contro gli ebrei sia ancora condannato nella cultura pubblica democratica, i codici interpretativi dell’immagine degli ebrei stanno cambiando e la soglia di ciò che è permesso dire si è costantemente abbassata. Questa tendenza è favorita anche da processi decisionali opachi nell’ambito politico che aumentano il disincanto generale (Rensmann, 2004; Pallade, 2008). Un numero crescente di antisemiti sta mettendo da parte l’anonimato: espressioni antisemite pubbliche, lettere di odio e lettere minatorie ora tendono ad essere firmate (Bergmann / Wetzel, 2003: 49).<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Un aspetto che merita una particolare attenzione</strong> è l’antisemitismo presente nella popolazione musulmana in Germania. I musulmani sono autori di atti antisemiti in Germania come in altri paesi. Il numero di reati mostra molto chiaramente che l’autore-tipo di aggressioni antisemite è un non musulmano, di estrema destra, bianco e tedesco. Nel caso di Berlino, tuttavia, i musulmani hanno commesso un numero sproporzionato di atti di violenza antisemita (Kohlstruck / Ullrich, 2015: 89). Alcuni autori ci ricordano che queste cifre devono essere controllate per i tassi generalmente più elevati di reati violenti tra gli adolescenti di sesso maschile con un background migratorio turco (Möller, 2012: 249). In un recente sondaggio tra gli ebrei tedeschi, le persone colpite da attacchi antisemiti erano molto più propense a identificare i colpevoli nei musulmani, di quanto non fossero pronte a individuare autori non identificati, di sinistra o di destra. Tra i giovani, il livello di opinioni e atteggiamenti antisemiti sembra essere più alto tra i musulmani che tra i non-musulmani (Kohlstruck / Ullrich, 2015: 89; per l’antisemitismo Israele-correlato: Frindte et al, 2011: 219.).<br />
Dal 2002, si è assistito a un nuovo fenomeno: l’adesione di giovani con background familiare turco all’antisemitismo Israele-correlato. Mentre i musulmani tedeschi con un background turco si erano in gran parte astenuti dall’antisionismo antisemita fino ad allora, dal 2002 gli adolescenti maschi di questa comunità hanno sempre più espresso solidarietà con i palestinesi, in quanto fratelli musulmani e vittime del conflitto in Medio Oriente (Wetzel, 2014: 3).<br />
Si presume che l’antisemitismo tra i musulmani assolva a un certo numero di funzioni: fornisce un mezzo di costruzione e stabilizzazione dell’identità e un gruppo di appartenenza per i musulmani in un contesto nazionale, etnico o religioso (Freville et al, 2010: 194; Holz, 2005); è una forma di provocazione al fine di marcare la propria differenza; fornisce una compensazione nei confronti degli ebrei; permette la repressione delle proprie esperienze di esclusione per ragioni razziali attraverso l’incolpare gli ebrei (Messerschmidt, 2010: 95). Si tratta di una questione aperta se le versioni odierne di antisemitismo islamico abbiano le stesse funzioni dell’antisemitismo nella Germania imperiale – servano cioè come chiave per comprendere tutti i problemi politici, economici e culturali in corso e come una concessione a coloro che credono che la loro posizione sociale, politica e culturale nella società moderna sia in pericolo (cfr Jochmann, 1976). Klaus Holz estende la sua analisi all’antisemitismo islamista. A suo avviso, l’antisemitismo islamista svolge lo stesso ruolo che aveva l’antisemitismo tradizionale europeo: legittimare ideologicamente il nazionalismo attraverso la costruzione di un nemico universale (Holz, 2005: 13 e segg.; Kiefer, 2007).<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Per una valutazione del contesto tedesco è importante approfondire</strong> anche la prospettiva degli ebrei tedeschi. Non vi è ovviamente una sola “prospettiva ebraica”. Nel rapporto dell’European Agency for Fundamental Rights del 2013, il 29% delle persone che si identificano come ebree in Germania riferivano di aver vissuto una qualche forma di molestia negli ultimi 12 mesi, il 4% aveva subito attacchi antisemiti (FRA, 2013: 45-6), il 34% temeva di diventare una vittima di attacchi violenti, il 47% temeva insulti o minacce (ibid.: 35), il 63% evitava di mostrare segni di appartenenza all’ebraismo in pubblico attraverso i simboli religiosi e il 26% pensava di lasciare la Germania a causa della minaccia antisemita (ibid.: 35, 39- 40).<br />
Secondo un sondaggio condotto tra le comunità ebraiche di Berlino nel 2014 (Steinitz, 2015), gli<b> </b>ebrei berlinesi si astenevano dal mostrare la loro ebraicità in pubblico più di quanto avessero fatto agli inizi degli anni Novanta. A causa dell’ostilità e degli attacchi sui mezzi di trasporto pubblico e a scuola, molti mandavano i figli nelle scuole ebraiche ed evitavano i quartieri con alte percentuali di musulmani. Anche se lo studio ha sottolineato la necessità di prendere atto dell’antisemitismo nella maggioranza tedesca (ad esempio durante il dibattito sulla circoncisione nel 2012), la radicalizzazione tra i giovani musulmani è stata percepita come la principale minaccia. In particolare, “l’estate dell’odio”, (ibid.: 25) durante la campagna di Gaza del 2014, ha visto un picco dell’odio manifesto contro gli ebrei durante le manifestazioni anti-israeliane, nei mas media e nei canali social, con un aumento dell’ostilità e delle aggressioni antisemite. Tutto questo ha portato, secondo Steinitz, ad un grave peggioramento della libertà e della qualità della vita ebraica a Berlino. Un intervistato ha aggiunto che le comunità ebraiche in Germania si sentono lasciate sole nella lotta contro l’antisemitismo Israele-correlato, aiutate solo da rare espressioni di solidarietà da parte della maggioranza tedesca e dalle dichiarazioni, in gran parte soltanto simboliche, dei politici (ibid.: 26). Gli israeliani che vivono a Berlino, tuttavia, sono molto più rilassati e mostrano meno paura del contatto con i musulmani o gli arabi (ibid.: 18).<br />
Secondo una recente indagine quantitativa, il 78% degli ebrei tedeschi percepisce una minaccia crescente &#8211; on-line, nei media e durante le manifestazioni. Essi attribuiscono questo all’aumento dei rifugiati musulmani-arabi, ad un abbassamento della soglia di accettabilità sociale della critica verso Israele e ad un’ostilità crescente nei confronti delle minoranze a causa del gran numero di profughi.<br />
Nel mondo contemporaneo, il processo informativo avviene sempre più attraverso i social media, tuttavia, fino ad oggi, le indagini quantitative sull’antisemitismo nei social media sono rare. In generale, a causa della natura dell’antisemitismo, è difficile isolare il fenomeno a livello nazionale. Ma il ruolo dei social network è ampiamente riconosciuto. I social media servono come strumenti di networking per persone con interessi simili, anche se questo interesse è l&#8217;odio. I riferimenti circolari e le legittimazioni rendono facile stabilizzare anche la teoria del complotto più dubbia. Le attività antisemite di estrema destra e islamiste hanno spostato il loro peso dai siti web ai social network (Bundesministerium des Innern, 2011). Secondo l’Amadeu Antonio Stiftung (AAS), non ha più senso distinguere tra l’antisemitismo on-line e quello nel mondo reale. Contenuti e forme che appaiono online sono presenti anche nelle le strade (AAS, 2015). In generale, se si tratta di antisemitismo, gruppi e individui dell’estrema destra, islamisti, anti-globalizzazione di sinistra e il cosiddetto Mitte sono tutti presenti on-line. L’attivismo islamista ha guadagnato attenzione di recente mentre quello degli estremisti di destra è sempre stato evidente (vedi anche Wetzel, 2003, 2004).<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>È stato il drammatico aumento di contenuti razzisti nei social media</strong> (e le sue violente conseguenze nella vita reale) a spingere i procuratori tedeschi a mettere sotto accusa Facebook. Un sondaggio internazionale sulle cancellazioni effettuate da Facebook, Twitter e YouTube ha scoperto che i contenuti antisemiti (N = 2024) erano costituiti da un 5% di inviti alla violenza contro gli ebrei, da un 12% di negazione della Shoah, da un 49% di antisemitismo tradizionale, da un 34% di antisemitismo Israele-correlato. YouTube e Twitter, tuttavia, sembrano attrarre più contenuti antisemiti di Facebook (Oboler, 2016: 7).<br />
I Ministeri federali della Giustizia (BMJV) e per la Tutela dei consumatori, della famiglia, degli anziani, delle donne e della gioventù (BMFSFJ) hanno finanziano il monitoraggio dei contenuti di odio on-line e promosso un facile accesso alla segnalazione di crimini dell’odio. In base a questo monitoraggio, i propagandisti islamici usano Facebook, Twitter e YouTube per reclutare nuovi membri, in particolare attraverso l’incitamento antisemita nel contesto del conflitto tra Israele e palestinesi: demonizzazione di Israele come unico aggressore, vittimizzazione dei palestinesi e teorie del complotto. I giovani utenti dei social media spesso condividono questi contenuti in modo acritico. Il monitoraggio ha anche rilevato come l’antisemitismo sia una parte importante delle teorie del complotto, che hanno trovato un terreno ideale nei social. 980.000 persone hanno apprezzato la pagina di Facebook del collettivo tedesco Anonymous, che ha ospitato teorie revisioniste, antisemite e di cospirazione. YouTube offre facilmente materiale di negazione della Shoah, anche come auto-completamento della ricerca “Olocausto” &#8211; “Lüge” (Olocausto-bugia). Mentre YouTube ha reagito rapidamente alle richieste di rimozione, Facebook lo ha fatto solo nel 50% dei casi, e Google non ha reagito affatto. La struttura del web, con le sue modalità di quotazione, resta un processo opaco, in particolare per i giovani utenti.<br />
Il BMJV, Bundesministerium für Familie, Senioren, Frauen und Jugend, promise, nel marzo del 2016, di migliorare la rilevazione statistica dei reati a sfondo politico. I primi report sono stati rilasciati nel novembre del 2016. I dati mostrano un forte aumento dei crimini d’odio, soprattutto online. Il numero di casi on-line di istigazione e visualizzazione di violenza è aumentato da 500 a 2.300. In generale, le possibilità di essere condannati per crimini d’odio sui social media è molto bassa. La maggior parte dei casi deve essere chiuso a causa di una mancanza di prove, mentre i politici, le ONG e le autorità sono tutt’altro che preparati per gestire la criminalità su Internet, in quanto mancano di formazione, personale e volontà.<br />
Nel suo progetto per il dottorato di ricerca del 2012, Christian Hardinghaus ha contato 120 gruppi su Facebook che avevano la parola antisionismo nel titolo, criticavano Israele e promuovevano il suo boicottaggio, e la ricerca per la frase “io odio gli ebrei” comprendeva 653 gruppi (Hardinghaus, 2012: 104-8). Hardinghaus ha trovato estremamente facile leggere contenuto antisemita e nazista attraverso Facebook. Una sua ricerca del 2009 sui social network StudiVZ e SchülerVZ (all’epoca ancora più grande di Facebook) lo ha portato a concludere che i pregiudizi antisemiti prevalgono nella generazione dei social media. Dei suoi intervistati, il 31,9% ha affermato che l’influenza ebraica nel mondo era troppo grande; il 27% sosteneva l’esistenza di uno specifico carattere ebraico, che circa la metà di essi descriveva in modo negativo; il 21,4% credeva in differenze biologiche tra ebrei e non ebrei; il 18,6% riteneva che gli ebrei fossero colpevoli per la persecuzione dei nazisti; il 48,8% ha affermato che gli ebrei facevano troppo chiasso per il passato nazionalsocialista; e il 52,6% ha dichiarato che gli ebrei sfruttano la Shoah. In sintesi, il 75,5% dei suoi intervistati era d’accordo con almeno una delle dichiarazioni. StudiVZ è stato spesso criticato per ospitare gruppi e espressioni antisemite.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Quando il gruppo Simon Wiesenthal-Center</strong> su StudiVZ ha riportato i messaggi antisemiti di un gruppo denominato “Israel öffentlich kritisieren dürfen”, la reazione di StudiVZ è stata quella di chiudere il gruppo Simon-Wiesenthal (Bundesministerium des Innern 2011: 92).<br />
Il progetto di ricerca di Monika Schwarz-Friesel si focalizza sull’antisemitismo verbale e comprende i media on-line, in particolare i social media. I commenti e le attività di social network sono il luogo principale per l’antisemitismo di tutti i giorni. La semantica dell’antisemitismo sui social è omogenea indipendentemente dal fatto che le fonti siano di estrema destra, fondamentaliste cristiane o islamiche. Internet si rivela essere uno spazio di identità-stabilizzante per la comunicazione antisemita, fuori da ogni controllo. Online non vi è alcuna latenza di comunicazione riguardante l’antisemitismo &#8211; e la realtà virtuale incide sulla vita reale rendendo l’odio antiebraico parte integrante della comunicazione pubblica. I nuovi media online in tal modo sostengono la normalizzazione dell’odio antisemita: le osservazioni antisemite non sono vietate e il pericolo dell’antisemitismo contemporaneo è negato. Con le loro caratteristiche specifiche di nuovi media, servono come catalizzatori per una radicalizzazione crescente del linguaggio antisemita, in particolare per quanto riguarda Israele e la recessione economica. L’antisemitismo nei commenti delle pagine web di grandi media online come i giornali non viene espresso in forma anonima, non è contraddetto, censurato o altrimenti proscritto. In questo contesto, tali espressioni appaiono come un parere legittimo, non un crimine d’odio (Becker / Gisel, 2016: 118-25; Schwarz-Friesel, 2013).<br />
Judith Rahner ha analizzato 100 profili Facebook di giovani berlinesi che si sono dichiarati musulmani durante la guerra di Gaza nel 2014. Molti profili, che in precedenza non erano politicizzati, lo sono diventati bruscamente, in tanti casi con modalità antisemite. I contenuti pubblicati si riferivano alla tradizionale calunnia antisemita dell’omicidio rituale (sostenendo che Israele ha sistematicamente preso di mira bambini palestinesi), e alle teorie del complotto e all’antisemitismo Israele-correlato (equazione tra il nazionalsocialismo e Israele, negazione del diritto di esistere dello Stato ebraico, colpevolizzazione delle vittime della Shoah) e sono stati in gran parte scaricati da siti web islamisti (UEA 2017: 130-40).<br />
Secondo alcune indagini, più della metà degli intervistati ritiene i social media uno strumento molto importante per la diffusione di stereotipi razzisti o antisemiti, ma non per la loro formazione. Molti hanno sottolineato la loro funzione di amplificatori, catalizzatori e strumenti di mobilitazione, influenza e radicalizzazione virtuale &#8216;sicura&#8217; di persone che pensano isolate da qualsiasi discussione critica. La mancanza di filtri e di controllo (sociale) è stato citato più volte, così come la loro disponibilità a pubblicare commenti di odio in (pseudo) anonimato. In sintesi, viene riconosciuta la funzione di Internet come un “organo centrale per i messaggi di odio, di notizie false e stereotipi”. Allo stesso tempo, la maggior parte ha sottolineato che i social media potrebbero essere utilizzati anche come mezzo per contrastare i pregiudizi.<br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>La relazione degli esperti indipendenti al Ministero Federale</strong> <strong>degli Interni</strong> nel 2011 ha rilevato che difficilmente si trovano stereotipi antisemiti nella televisione tedesca &#8211; a differenza di altri Paesi europei e delle pubblicazioni della destra radicale e degli islamisti. Ma in relazione al conflitto in Medio Oriente e alla crisi finanziaria, gli stereotipi tradizionali antisemiti erano entrati nei media.<br />
La copertura del conflitto israelo-palestinese ignorava la diversità della società israeliana, mostrando spesso pregiudizi a favore dei palestinesi e contro Israele (se non nel testo, nell’immagine e nel contesto), una tendenza riflessa in gran parte nella società tedesca (Bundesministerium des Innern 2011: 98ff). La copertura della crisi finanziaria ha ricorrentemente menzionato il fatto che Bernard Madoff e l’investitore Haim Saban, che aveva acquistato il gruppo Kirch Media, fossero ebrei (ibid.: 102ff.). Altri autori arrivano a una conclusione molto più critica: l’antisemitismo era diffuso tra i giornalisti, che lo hanno espresso nella loro copertura delle notizie riguardanti Israele e il Medio Oriente. I media tedeschi hanno, in modo subliminale, convogliato la narrazione secondo la quale senza Israele ci sarebbe stata la pace in Medio Oriente. Le critiche contro Israele sono state esagerate, storie false e notizie fabbricate ad arte spesso sono state pubblicate senza che nessuno le verificasse e le presunte violazioni dei diritti umani da parte dello Stato ebraico hanno ricevuto molta più attenzione rispetto a qualsiasi altra parte del mondo (Shapira / Hafner, 2010). 102ff.).<br />
La società tedesca come risponde a questo crescente antisemitismo?<br />
Le statistiche della polizia in materia di crimini d’odio sono state riformate nel 2001, dopo le critiche dell’opinione pubblica, dato che il vecchio sistema minimizzava la portata della violenza dell’estrema destra, in particolare il bilancio delle vittime dal 1990. Dal 2001, sono state registrate diverse motivazioni per i reati a sfondo politico, tra cui l&#8217;antisemitismo, ma ancora permangono le problematiche categorie di estremismo di destra, sinistra e straniero.<br />
Per eliminare le carenze nelle statistiche di registrazione della magistratura, nel marzo del 2016, il Ministero Federale di Giustizia e Tutela dei consumatori ha avviato un’iniziativa per fornire un resoconto più dettagliato e uniforme dei reati a sfondo politico &#8211; tra cui differenziazioni tra le indagini, le accuse e le condanne comminate. Questo ha portato, a partire dal 2014, a statistiche relative ai reati antisemiti. Nel 2013, l’Amministrazione della giustizia federale aveva iniziato a raccogliere e pubblicare dati unificati sul crimine a sfondo politico, in cui rientrava la categoria di reati antisemiti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un altro problema nella reazione dello Stato tedesco all’antisemitismo</strong> è il rifiuto ricorrente della magistratura a considerare l’antisemitismo. Un caso che ha destato l’attenzione internazionale è stato l’attacco incendiario alla sinagoga di Wuppertal nel 2014 da parte di tre uomini, di origine palestinese, che avevano vissuto in Germania come rifugiati per 15 anni. Il loro attacco con sei bottiglie molotov è stato considerato da tre Corti consecutive non un atto antisemita, ma piuttosto una “critica della politica di Israele” &#8211; i giudici hanno accettato le scuse dei tre che volevano solo attirare l’attenzione sul conflitto a Gaza.<br />
Un altro caso di rilievo è stato quello della giornalista Jutta Ditfurth a cui è stato vietato, da un tribunale di Monaco di Baviera, di definire il famigerato antisemita e attivista della Nuova Destra Jürgen Elsässer, un “antisemita duro a morire”. Particolarmente preoccupante è la tesi del giudice, secondo il quale la definizione “antisemita duro a morire” potrebbe applicarsi solo a coloro che si rifiutavano di prendere le distanze dal nazionalsocialismo. Lo stesso giudice ha proibito alla Presidente della comunità ebraica di Monaco, sopravvissuta della Shoah, Charlotte Knobloch, di ripetere il suo giudizio estremamente negativo sul pubblicista ebreo Abraham Melzer che aveva equiparato Israele al nazionalsocialismo e notoriamente indicato la Knobloch, un’ebrea tedesca, come un’agente israeliana.<br />
Per quanto riguarda i crimini dell’odio on-line, i Ministeri Federali di Giustizia e di Tutela dei consumatori (BMJV) e della famiglia, degli anziani, della donna e della gioventù (BMFSFJ) hanno finanziato il monitoraggio dei contenuti di odio on-line e promosso un facile accesso per la loro segnalazione. Le due istituzioni di osservazione più rilevanti sono jugendschutz.net con il suo progetto hass-im-netz.info, promosso dal Governo federale e statale, e netz-gegen-nazis.de, un progetto della Fondazione Amadeu Antonio (AAS), un’organizzazione non governativa. Entrambi stanno monitorando attivamente la rete, segnalando i contenuti di odio ai proprietari delle piattaforme, esigendone la cancellazione e ottenendola nell’80% dei casi.<br />
Due progetti di monitoraggio sono stati avviati in modo esplicito per gli episodi antisemiti, nel 2015 a Berlino e nel 2016 a Kassel. Oltre a ciò, molti progetti di monitoraggio coprono diverse forme di ostilità, come il ‘Berliner Register’ per le aggressioni da parte della destra radicale e gli atti discriminatori.<br />
Il Ministero Federale della Giustizia ha tracciato una linea chiara tra il crimine d’odio e la violenza motivata politicamente, dichiarando che le aziende con guadagni significativi provenienti dai social media erano socialmente obbligate a evitare che le loro piattaforme fossero usate impropriamente per i crimini di odio, razzismo, antisemitismo o fantasie terroristiche islamiste (SCA4). È stato il drastico aumento del contenuto razzista nei social (e le sue violente conseguenze sulla vita reale) a spingere i procuratori ad indagare Facebook. In seguito, è stato siglato un accordo tra il Governo tedesco e Facebook, Google (YouTube) e Twitter secondo il quale i contenuti illegali devono essere cancellati entro 24 ore.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Un studio internazionale sulla soppressione</strong> di contenuti illegali sulle tre piattaforme ha scoperto che dieci mesi dopo la segnalazione di contenuti offensivi, gran parte di essa era ancora accessibile: il 25% di messaggi di incitamento alla violenza antisemita su Facebook e il 96% di antisemitismo legato ad Israele su YouTube (Oboler 2016: 7). Se la quota di cancellazione non fosse aumentata, il Ministro Federale della Giustizia ha annunciato che avrebbe preso in considerazione la possibilità di mettere sotto accusa i proprietari delle piattaforme, imponendogli di rendere noto il numero dei casi segnalati e dei contenuti illegali cancellati. Questa iniziativa ora si è materializzata in una proposta di legge.<br />
La comprensione del nuovo antisemitismo è limitata non solo a livello pratico, ma anche a livello concettuale.<br />
La Commissione Europea contro il razzismo e l’intolleranza lamentava nella sua relazione del 2014 che la Germania non riuscisse a riconoscere, registrare e punire i crimini motivati da razzismo e altre ideologie di intolleranza per quello che erano. L’ultimo rapporto (2017) accoglie positivamente alcuni miglioramenti, come l’integrazione della sottocategoria crimini d’odio nelle statistiche della polizia e la modifica del codice penale che rende le motivazioni razziste e xenofobe circostanze aggravanti. Ma deplora, tuttavia, le lacune ancora presenti; in particolare, la mancata rilevanza della motivazione del colpevole e dell’opinione della vittima e il mantenimento della fuorviante meta-categoria di “reato a sfondo politico”.<br />
L’antisemitismo rimane un problema in Germania, come atteggiamento e come minaccia concreta. La diminuzione apparente nelle sue forme tradizionali può essere in parte attribuita alla sua articolazione in un antisemitismo Israele-correlato o in un antisemitismo secondario. Secondo alcune analisi, l’antisemitismo Israele-correlato è sposato da quasi la metà della popolazione, il che rende questo aspetto molto importante per comprendere la nuova forma di antisemitismo presente in Germania. Riferendosi ad un conflitto esistente, è particolarmente pericoloso perché è ampiamente diffuso in tutti i segmenti della società e perché è facile per i suoi sostenitori mascherare il loro antisemitismo sotto la maschera della critica ad Israele.<br />
Esiste un problema di autenticità per la maggior parte degli attori della società tedesca. Finché insegnanti, operatori sociali, funzionari pubblici, agenti di polizia e giudici rifiuteranno di riconoscere i propri stereotipi antisemiti sarà difficile condurre una lotta vittoriosa contro un nuovo antisemitismo complesso e multiforme.</span></p>
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><b> </b></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">AAS (Amadeu Antonio Stiftung), ed. 2015. <i>Lagebild Antisemitismus 2015</i>. <a href="http://www.amadeu-antonio-stiftung.de/w/files/pdfs/aas-lagebild-antisemitismus-2015.pdf"><span style="color: #000000;">www.amadeu-antonio-stiftung.de/w/files/pdfs/aas-lagebild-antisemitismus-2015.pdf</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">ADL (Anti-Defamation League), ed. 2012. <i>Attitudes Toward Jews In Ten European Countries. March 2012</i>. <a href="http://archive.adl.org/anti_semitism/adl_anti-semitism_presentation_february_2012.pdf"><span style="color: #000000;">http://archive.adl.org/anti_semitism/adl_anti-semitism_presentation_february_2012.pdf</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">ADL (Anti-Defamation League), ed. 2015. <i>Executive Summary: ADL Global 100 Poll – 2015 Update in 19 countries</i>. 2015. www.adl.org/assets/pdf/press-center/ ADL-Global-100-Executive-Summary-2015.pdf</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"> AJC (American Jewish Committee), ed. 2002. <i>German Attitudes Toward Jews, The Holocaust and the U.S. </i><a href="http://www.ajc.org/site/apps/nlnet/content3.aspx?c=7oJILSPwFfJSG&amp;b=8449863&amp;ct=12486235"><span style="color: #000000;">www.ajc.org/site/apps/nlnet/content3.aspx?c=7oJILSPwFfJSG&amp;b=8449863&amp;ct=12486235</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Antidiskriminierungsstelle des Bundes, ed. 2016. <i>Akzeptanz religiöser und weltanschaulicher Vielfalt in Deutschland. Ergebnisse einer repräsentativen Umfrage</i>. Berlin. <a href="http://www.antidiskriminierungsstelle.de/SharedDocs/Downloads/DE/publikationen/Umfragen/Bericht_zur_Umfrage_Akzeptanz_religioeser_und_weltanschaulicher_Vielfalt_in_Deutschland.pdf?__blob=publicationFile&amp;v=2"><span style="color: #000000;">www.antidiskriminierungsstelle.de/SharedDocs/Downloads/DE/publikationen/Umfragen/Bericht_zur_Umfrage_Akzeptanz_religioeser_und_weltanschaulicher_Vielfalt_in_Deutschland.pdf?__blob=publicationFile&amp;v=2</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Arnold, Sina, Jana König. 2016. <i>Flucht und Antisemitismus. Erste Hinweise zu Erscheinungsformen von Antisemitismus bei Geflüchteten und mögliche Umgangsstrategien. Qualitative Befragung von Expert_innen und Geflüchteten. Expertise für den Expertenkreis Antisemitismus</i>. Berliner Institut für empirische Integrations – und Migrationsforschung (BIM), Humboldt-Universität zu Berlin.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Attia, Iman. 2013. “Das Konzept der ‘gruppenbezogenen Menschenfeindlichkeit’. Einige kritische Anmerkungen”. In <i>Soziologische Revue </i>36, pp. 3–9.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bade, Klaus J. 1994. <i>Homo Migrans. Wanderungen aus und nach Deutschland. Erfahrungen und Fragen</i>. Stuttgarter Vorträge zur Zeitgeschichte, 2. Essen: Klartext.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bade, Klaus J., Jochen Oltmer. 2004. <i>Normalfall Migration</i>. Bonn: Bundeszentrale für politische Bildung.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Becker, Matthias Jakob, Linda Giesel. 2016. “‘Reich ist ein jüdischer Name…’. Kontinuitäten antisemitischen Sprachgebrauchs in den Neuen Medien”. In <i>Schiefheilungen. Zeitgenössische Betrachtungen über Antisemitismus</i>. A cura di Charlotte Busch, Martin Gehrlein, Tom David Uhlig. Wiesbaden: Springer VS, pp. 111–29.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Benz, Wolfgang. 2008. “Vorwort”. In <i>Jahrbuch für Antisemitismusforschung </i>17, pp. 9–14.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bergmann, Werner. 2008. “Vergleichende Meinungsforschung zum Antisemitismus in Europa und die Frage nach einem ‘neuen europäischen Antisemitismus’”. In <i>Feindbild Judentum. Antisemitismus in Europa</i>. A cura di Lars Rensmann e Julius H. Schoeps. Berlin: Verlag für Berlin-Brandenburg, pp. 473–507.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bergmann, Werner, Rainer Erb. 1986. “Kommunikationslatenz, Moral und öffentliche Meinung: theoretische Überlegungen zum Antisemitismus in der Bundesrepublik Deutschland”. In <i>Kölner Zeitschrift für Soziologie und Sozialpsychologie </i>38.2, pp. 223–46.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bergmann, Werner and Juliane Wetzel. 2003. <i>Manifestations of anti-Semitism in the European Union</i>. Wien: European Monitoring Centre on Racism and Xenophobia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bertelsmann-Stiftung, ed. 2015. <i>Religionsmonitor. Verstehen was verbindet. Sonderauswertung Islam 2015. Die wichtigsten Ergebnisse im Überblick</i>. <a href="http://www.bertelsmann-stiftung.de/fileadmin/files/Projekte/51_Religionsmonitor/Zusammenfassung_der_Sonderauswertung.pdf"><span style="color: #000000;">www.bertelsmann-stiftung.de/fileadmin/files/Projekte/51_Religionsmonitor/Zusammenfassung_der_Sonderauswertung.pdf</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Betzler, Lukas, Manuel Glittenberg. 2015. <i>Antisemitismus im deutschen Mediendiskurs. Eine Analyse des Falls Jakob Augstein</i>. Baden-Baden: Nomos.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Beyer, Heiko. 2015. “Theorien des Antisemitismus: Eine Systematisierung”. In <i>KZfSS Kölner Zeitschrift für Soziologie und Sozialpsychologie </i>67, pp. 573–89. <a href="http://dx.doi.org/10.1007/s11577–015–0332–7"><span style="color: #000000;">http://dx.doi.org/10.1007/s11577–015–0332–7</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bildungsstätte Anne Frank, ed. 2013. <i>Weltbild Antisemitismus, Didaktische und methodische Empfehlungen für die pädagogische Arbeit in der Migrationsgesellschaft</i>. Frankfurt/M.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Brettfeld, Karin, Peter Wetzels. 2007. <i>Muslime in Deutschland. Integration, Integrationsbarrieren, Religion und Einstellungen zu Demokratie, Rechtstaat und politisch-religiös motivierter Gewalt. Ergebnisse von Befragungen im Rahmen einer multizentrischen Studie in städtischen Lebensräumen</i>. Hamburg: Bundesministerium des Innern.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bundesamt für Migration und Flüchtlinge 2011, <i>Migrationsbericht 2011</i>. Bundesministerium des Innern. www.bamf.de/SharedDocs/Anlagen/DE/Publikationen/Migrationsberichte/migrationsbericht-2015.pdf?__ blob=publicationFile.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bundesamt für Migration und Flüchtlinge 2015, <i>Migrationsbericht 2015</i>. Bundesministerium des Innern. www.bamf.de/SharedDocs/Anlagen/DE/Publikationen/Migrationsberichte/migrationsbericht-2015.pdf?__ blob=publicationFile .</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bundesamt für Migration und Flüchtlinge, ed. 2016. <i>Das Bundesamt in Zahlen 2015. Asyl, Migration und Integration</i>. Nürnberg.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bundeskriminalamt, ed. 2015. <i>Kriminalität im Kontext von Zuwanderung. Bundeslagebild 2015</i>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bundesministerium des Innern, ed. 2011. <i>Antisemitismus in Deutschland. Erscheinungsformen, Bedingungen, Präventionsansätze. Bericht des unabhängigen Expertenkreises Antisemitismus</i>. Berlin.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bunzl, John, Alexandra Senfft, eds. 2008. <i>Zwischen Antisemitismus und Islamophobie. Vorurteile und Projektionen in Europa und Nahost</i>. Hamburg: VSA.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Butterwegge, Christoph. 2010. “Extremismus, – Totalitarismus – und Populismustheorien: Ideologien zur Diskreditierung der Linken. Eine Grundsatzkritik an ihren analytischen Defiziten, verborgenen Interessen und politischen Implikationen”. In <i>Jahrbuch für Extremismus – und Terrorismusforschung 2009 / 2010</i>. A cura di Armin Pfahl-Traughber. Schriften zur Extremismus – und Terrorismusforschung, 3. Brühl/Rheinland: Fachhochschule des Bundes für öffentliche Verwaltung, pp. 33–60.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Coors, Heiner. 2016. “Antisemitismus in der Migrationsgesellschaft”. In <i>Antisemitismus in der Migrationsgesellschaft</i>. A cura del MBT Hessen Regionalstelle Nord-/Osthessen des beratungsNetzwerks Hessen. Kassel, pp. 5–15.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Dantschke, Claudia. 2009. ‘Feindbild Juden – zur Funktionalität der antisemitischen Gemeinschaftsideologie in muslimisch geprägten Milieus’. In ‘<i>Die Juden sind schuld’. Antisemitismus in der Einwanderungsgesellschaft am Beispiel muslimisch sozialisierter Milieus</i>. Berlin: Amadeu Antonio Stiftung, pp. 14–19.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Decker, Oliver Elmar Brähler. 2016. ‘Autoritäre Dynamiken: Ergebnisse der bisherigen ’Mitte’-Studien und Fragestellung’. In <i>Die enthemmte Mitte. Autoritäre und rechtsextreme Einstellung in Deutschland</i>. A cura di Oliver Decker, Johannes Kiess, e Elmar Brähler. Gießen: Psychosozial-Verlag, pp. 11–22.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Decker, Oliver, Elmar Brähler, Norman Geißler. 2006. <i>Vom Rand zur Mitte. Rechtsextreme Einstellung und ihre Einflussfaktoren in Deutschland</i>. Berlin: Friedrich-Ebert-Stiftung.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Decker, Oliver, Johannes Kiess, Elmar Brähler, eds. 2014. <i>Die stabilisierte Mitte. Rechtsextreme Einstellung in Deutschland 2014</i>. Die ’Mitte’-Studien der Universität Leipzig. Leipzig: Kompetenzzentrum für Rechtsextremismus – und Demokratieforschung, Universität Leipzig.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Decker, Oliver, Johannes Kiess, Elmar Brähler, eds. 2016. <i>Die enthemmte Mitte. Autoritäre und rechtsextreme Einstellung in Deutschland</i>. Gießen: Psychosozial-Verlag.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Decker, Oliver et al. 2010. <i>Die Mitte in der Krise. Rechtsextreme Einstellung in Deutschland 2010</i>. Berlin: Friedrich-Ebert-Stiftung.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Decker, Oliver et al. 2014. “Die ‘Mitte’-Studie 2016: Methode, Ergebnisse und Zeitverlauf”. In <i>Die enthemmte Mitte. Autoritäre und rechtsextreme Einstellung in Deutschland</i>. A cura di Oliver Decker, Johannes Kiess, e Elmar Brähler. Gießen: Psychosozial-Verlag, pp. 23–66.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Demirel, Aycan. 2011. “Antisemitismus in türkischsprachigen Medien”. In <i>Jahrbuch für Antisemitismusforschung </i>20, pp. 213–39.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Drüeke, Ricarda. 2016. <i>Die TV-Berichterstattung in ARD und ZDF über die Silvesternacht 2015/16 in Köln</i>. A cura di Heinrich-Böll-Stiftung. Berlin: Gunda-Werner-Institut. <a href="http://www.gwi-boell.de/sites/default/files/web_161122_e-paper_%20gwi_medienanalysekoeln_v100.pdf"><span style="color: #000000;">www.gwi-boell.de/sites/default/files/web_161122_e-paper_ gwi_medienanalysekoeln_v100.pdf</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Feustel, Susanne, Jennifer Stange, e Tom Strohschneider, eds. 2012. <i>Verfassungsfeinde? Wie die Hüter von Denk – und Gewaltmonopolen mit dem “Linksextremismus” umgehen</i>. Hamburg: VSA.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Fick, Patrick et al. 2014. <i>Integration gelungen? Die fünf größten Zuwanderergruppen in Baden-Württemberg im Generationenvergleich. Ergebnisse einer Mehrthemenbefragung</i>. Baden-Württemberg, Ministerium für Integration.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Follert, Guido, Wolfram Stender. 2010. “Das kommt jetzt wirklich nur aus der muslimischen Welt. “Antisemitismus bei Schülern in der Wahrnehmung von Lehrern und Schulsozialarbeitern – Zwischenergebnisse aus einem Forschungsprojekt”. In <i>Konstellationen des Antisemitismus. Antisemitismusforschung und sozialpädagogische Praxis</i>. A cura di Wolfram Stender, Guido Follert, and Mihri Özdogan. Perspektiven kritischer Sozialer Arbeit, 8. Wiesbaden: VS Verlag für Sozialwissenschaften, pp. 199–223.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Foroutan, Naika. 2013. “Die entsicherte Gesellschaft im Blick – Heitmeyer und die deutschen Zustände”. In <i>Soziologische Revue </i>36, pp. 14–20.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Foroutan, Naika et al. 2015. <i>Deutschland postmigrantisch II – Einstellungen von Jugendlichen und jungen Erwachsenen zu Gesellschaft, Religion und Identität</i>. 2nd ed. Berlin: Humboldt-Universität zu Berlin.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Forum für kritische Rechtsextremismusforschung, ed. 2011. <i>Ordnung. Macht. Extremismus. Effekte und Alternativen des Extremismus-Modells</i>. Wiesbaden.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">FRA (European Agency for Fundamental Rights) 2013. <i>Discrimination and hate crime against Jews in EU Member States: experiences and perceptions of antisemitism</i>. http://fra.europa.eu/en/publication/2013/discrimination-an d-hate-crime-against-jews-eu-member-states-experiences-and.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Fréville, Gabriel, Susanna Harms, Serhat Karakayali. 2010. “‘Antisemitismus – ein Problem unter vielen’. Ergebnisse einer Befragung in Jugendclubs und Migrant/innen-Organisationen”. In <i>Konstellationen des Antisemitismus. Antisemitismusforschung und sozialpädagogische Praxis</i>. A cura di Wolfram Stender, Guido Follert, and Mihri Özdogan. Perspektiven kritischer Sozialer Arbeit, 8. Wiesbaden: VS Verlag für Sozialwissenschaften, pp. 185–96.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Freytag, Ronald. 2016. <i>Flüchtlinge 2016. Studie der HMKW zu Demokratieverständnis und Integrationsbereitschaft von Flüchtlingen 2016</i>. Hochschule für Medien, Kommunikation und Wirtschaft. www.hmkw.de/fileadmin/media/downloads/pdfs/Publikationen/HMKW_Fl%C3%BCchtlinge_2016_Studie_ Ronald_Freytag_20160815.pdf.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Frindte, Wolfgang, Dorit Wammetsberger. 2008. <i>Antisemitismus in Deutschland: Sozialwissenschaftliche Befunde</i>. A cura di Lars Rensmann and Julius H. Schoeps. Berlin, pp. 261–95.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Frindte, Wolfgang et al. 2011. <i>Lebenswelten junger Muslime in Deutschland</i>. Berlin: Bundesministerium des Innern.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Funck, Marcus. 2016. “Wie antisemitisch ist dieser AfD-Politiker?” In <i>Die Zeit </i>(6 Sept.). <a href="http://www.zeit.de/2016/34/wolfgang-gedeon-antisemitismus-afd"><span style="color: #000000;">www.zeit.de/2016/34/wolfgang-gedeon-antisemitismus-afd</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">GESIS (Leibniz-Institut für Sozialwissenschaften), ed. 2016. <i>Allgemeine Bevölkerungsumfrage der Sozialwissenschaften ALLBUS 2016 – Pre-release</i>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Glaser, Michaela and Sally Hohnstein. 2012. “Ethnozentrismus und Antisemitismus in Migrationskontexten – ein Überblick über den Forschungsstand”. In <i>Ethnozentrismus und Antisemitismus bei Jugendlichen mit Migrationshintergrund. Erscheinungsformen und pädagogische Praxis in der Einwanderungsgesellschaft</i>. A cura di Frank Greuel e Michaela Glaser. Halle: Deutsches Jugendinstitut, pp. 10–25.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Goldenbogen, Anne. 2013. “Zwischen Diversität und Stigmatisierung. Antisemitismus und Bildungsarbeit in der Migrationsgesellschaft”. In <i>Widerspruchstoleranz. Ein Theorie-Praxis-Handbuch zu Antisemitismuskritik und Bildungsarbeit</i>. A cura di Kreuzberger Initiative gegen Antisemitismus (KIgA e.V.) Berlin, pp. 19–22.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Gostomski, Christian Babka von et al. 2016. <i>IAB-BAMF-SOEP-Befragung von Geflüchteten: Überblick und erste Ergebnisse. IAB-Forschungsbericht 14</i>. IAB Institut für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Gryglewski, Elke. 2013. <i>Anerkennung und Erinnerung. Zugänge arabisch-palästinensischer und türkischer Berliner Jugendlicher zum Holocaust</i>. Berlin: Metropol.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Hardinghaus, Christian. 2012. ‘<i>Der ewige Jude’ und die Generation Facebook. Antisemitische NS-Propaganda und Vorurteile in sozialen Netzwerken</i>. Marburg: Tectum.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Haug, Sonja, Stephanie Müssig, Anja Stichs. 2009. <i>Muslimisches Leben in Deutschland, im Auftrag der Deutschen Islam Konferenz</i>. Forschungsbericht, 6. Nürnberg: Bundesamt für Migration und Flüchtlinge.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Haug, Sonja et al. 2017. <i>Asylsuchende in Bayern. Eine quantitative und qualitative Studie. Abschlussbericht</i>. München: Hanns-Seidel-Stiftung.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Häusler, Alexander. 2016. “Die AfD als rechtspopulistischer Profiteur der Flüchtlingsdebatte”. In <i>Die enthemmte Mitte. Autoritäre und rechtsextreme Einstellung in Deutschland</i>. A cura di Oliver Decker, Johannes Kiess, Elmar Brähler. Gießen: Psychosozial-Verlag, pp. 167–78.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Heitmeyer, Wilhelm. 2003. “Gruppenbezogene Menschenfeindlichkeit. Die theoretische Konzeption und empirische Ergebnisse aus 2002 sowie 2003”. In <i>Deutsche Zustände. Folge 2</i>. A cura di Wilhelm Heitmeyer. Berlin: Suhrkamp, pp. 13–32.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Heitmeyer, Wilhelm. 2012. “Gruppenbezogene Menschenfeindlichkeit (GMF) in einem entsicherten Jahrzehnt”. In <i>Deutsche Zustände. Folge 10</i>. A cura di Wilhelm Heitmeyer. Berlin: Suhrkamp, pp. 15–41.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Heitmeyer, Wilhelm, Joachim Müller, Helmut Schröder. 1997. <i>Verlockender Fundamentalismus. Türkische Jugendliche in Deutschland</i>. Kultur und Konflikt. Frankfurt am Main: Suhrkamp.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Hofmann, Gunter. 2012. “Das Soziale und der Zeitgeist. Eine Einlassung auf das letzte Jahrzehnt”. In <i>Deutsche Zustände. Folge 10</i>. A cura di Wilhelm Heitmeyer. Berlin: Suhrkamp, pp. 42–60.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Holz, Klaus. 2005. <i>Die Gegenwart des Antisemitismus. Islamistische, demokratische und antizionistische Judenfeindschaft</i>. Hamburg: Hamburger Edition.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Holz, Klaus. 2001. <i>Nationaler Antisemitismus. Wissenssoziologie einer Weltanschauung</i>. Hamburg: Hamburger Edition.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Holz, Klaus. 2006. “Neuer Antisemitismus? Wandel und Kontinuität der Judenfeindschaft”. In <i>Antisemitismus in Europa und der arabischen Welt. Ursachen und Wechselbeziehungen eines komplexen Phänomens</i>. A cura di Dirk Ansorge. Paderborn/Frankfurt a. M.: Bonfatius/Otto Lembeck, pp. 51–79.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Hövermann, Andreas, Eva Groß. 2016. “Menschenfeindlicher und rechtsextremer – Die Veränderung der Einstellungen unter AfD-Sympathisanten zwischen 2014 und 2016”. In <i>Gespaltene Mitte – Feindselige Zustände. Rechtsextreme Einstellungen in Deutschland 2016</i>. Hgg. für die Friedrich-Ebert- Stiftung von Ralf Melzer. Bonn: J.H.W. Dietz Nachf, pp. 167–83.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Jäger, Siegfried and Margarete Jäger. 2004. “Die Nahost-Berichterstattung zur Zweiten Intifada in deutschen Printmedien”. In <i>Gefühlte Geschichte und Kämpfe um Identität</i>. A cura di Siegfried Jäger and Franz Januschek. Münster: Unrast, pp. 147–68.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Jäger, Siegfried, Margarete Jäger. 2003. <i>Medienbild Israel. Zwischen Solidarität und Antisemitismus</i>. Münster/London/Hamburg: LIT.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Jikeli, Günther. 2012. “Antisemitism among European Muslims”. In <i>Studies in Antisemitism. Resurgent Antisemitism: Global Perspectives</i>. A cura di Alvin H. Rosenfeld. Bloomington, IN: Indiana University Press, 2013, pp. 268–307.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Jochmann, Werner. 1976. “Struktur und Funktion des deutschen Antisemitismus”. In <i>Juden im Wilhelminischen Deutschland 1890–1914. Ein Sammelband</i>. A cura di Werner E. Mosse and Arnold Paucker. Schriftenreihe wissenschaftlicher Abhandlungen des Leo Baeck Instituts, 33. Tübingen: J.C.B. Mohr (Paul Siebeck), pp. 389–477.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Kempf, Wilhelm. 2015. <i>Israelkritik zwischen Antisemitismus und Menschenrechtsidee. Eine Spurensuche</i>. Friedens – und Demokratiepsychologie, 12. Berlin: Irena Regener.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Kiefer, Michael. 2012. <i>Antisemitismus unter muslimischen Jugendlichen – Randphänomen oder Problem? </i>Oct. 24.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">www.bpb.de/politik/extremismus/ antisemitismus/145728/antisemitismus-unter-muslimischen-juge ndlichen-randphaenomen-oder-problem.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Kiefer, Michael. 2007. “Islamistischer oder islamisierter Antisemitismus?” In <i>Antisemitismus und radikaler Islamismus</i>. A cura di Benz Wolfgang e Wetzel Juliane. Antisemitismus: Geschichte und Strukturen, 4. Essen: Klartext, pp. 71–84.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">KIgA (Kreuzberger Initiative gegen Antisemitismus), ed. 2017. <i>Discover Diversity – Politische Bildung mit Geflüchteten</i>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Kohlstruck, Michael, Peter Ullrich. 2015. <i>Antisemitismus als Problem und Symbol. Phänomene und Interventionen in Berlin</i>. A cura del Landeskommission Berlin gegen Gewalt. Berliner Forum Gewaltprävention, 52. Berlin. <a href="https://depositonce.tu-erlin.de/bitstream/11303/4866/1/kohlstruck_et-al.pdf"><span style="color: #000000;">https://depositonce.tu-erlin.de/bitstream/11303/4866/1/kohlstruck_et-al.pdf</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Lantzsch, Malte. 2016. “Man muss lebensweltlich näher bei den Jugendlichen anfangen”. Interview mit Manuel Glittenberg. In <i>Antisemitismus in der Migrationsgesellschaft</i>. A cura di MBT Hessen Regionalstelle Nord-/Osthessen des beratungs Netzwerks Hessen. Kassel, pp. 16–19.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Leggewie, Claus. 2000. “Integration und Segregation”. In <i>Migrationsreport 2000. Fakten – Analysen – Perspektiven. Für den Rat für Migration herausgegeben</i>. A cura di Klaus J. Bade e Rainer Münz. Bonn: Bundeszentrale für politische Bildung, pp. 85–107.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Leibold, Jürgen, Steffen Kühnel, Wilhelm Heitmeyer. 2006. “Abschottung von Muslimen durch generalisierte Islamkritik?” In <i>Aus Politik und Zeitgeschichte </i>1–2 (2 Jan.), pp. 3–10.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Leibold, Jürgen et al. 2012. “Mehr oder weniger erwünscht? Entwicklung und Akzeptanz von Vorurteilen gegenüber Muslimen und Juden”. In <i>Deutsche Zustände. Folge 10</i>. A cura di Wilhelm Heitmeyer. Berlin: Suhrkamp, pp. 177–98.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Lemmen, Thomas. 2001. <i>Muslime in Deutschland. Eine Herausforderung für Kirche und Gesellschaft</i>. Schriften des Zentrums für Europäische Integrationsforschung, 46. Baden-Baden: Nomos.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">El-Mafaalani, Aladin, Ahmet Toprak. 2017. <i>Muslimische Kinder und Jugendliche in Deutschland. Lebenswelten – Denkmuster – Herausforderungen</i>. 3rd ed. Sankt Augustin/Berlin: Konrad-Adenauer-Stiftung.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Mansel, Jürgen, Viktoria Spaiser. 2013. <i>Ausgrenzungsdynamiken. In welchen Lebenslagen Jugendliche Fremdgruppen abwerten</i>. Konflikt – und Gewaltforschung. Weinheim/Basel: Beltz Juventa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Mendel, Meron. 2013. “Islamistischer Antisemitismus”. In <i>Weltbild Antisemitismus, Didaktische und methodische Empfehlungen für die pädagogische Arbeit in der Migrationsgesellschaft</i>. A cura del Bildungsstätte Anne Frank. Frankfurt/M., pp. 56–7.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Messerschmidt, Astrid. 2010. “Flexible Feindbilder – Antisemitismus und der Umgang mit Minderheiten in der deutschen Einwanderungsgesellschaft”. In <i>Konstellationen des Antisemitismus. Antisemitismusforschung und sozialpädagogische Praxis</i>. A cura di Wolfram Stender, Guido Follert, Mihri Özdogan. Perspektiven kritischer Sozialer Arbeit, 8. Wiesbaden: VS Verlag für Sozialwissenschaften, pp. 91–108.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Meuser, Michael, Ulrike Nagel. 2009. “Das Experteninterview – konzeptionelle Grundlagen und methodische Anlage”. In <i>Methoden der vergleichenden Politik – und Sozialwissenschaft. Neue Entwicklungen und Anwendungen</i>. A cura di Susanne Pickel et al. Wiesbaden: VS Verlag für Sozialwissenschaften, pp. 465–80.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Möller, Kurt. 2012. “Gruppenbezogene Menschenfeindlichkeit bei in Deutschland lebenden Jugendlichen mit und ohne Migrationshintergrund”. In <i>Jugend und Differenz. Aktuelle Debatten der Jugendforschung</i>. A cura di Jutta Ecarius and Marcel Eulenbach. Wiesbaden: Springer, pp. 245–64.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Müller, Jochen. 2009. “Islamophobie und Antisemitismus – Kritische Anmerkungen zum einem fragwürdigen Vergleich”. In „<i>Die Juden sind schuld “. Antisemitismus in der Einwanderungsgesellschaft am Beispiel muslimisch sozialisierter Milieus</i>. Berlin: Amadeu Antonio Stiftung, pp. 24–8.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nordbruch, Götz. 2007. “Nahostkonflikt und Antisemitismus in der Einwanderungsgesellschaft”. In <i>Antisemitismus in Geschichte und Gegenwart. Lehrerhandreichung zum Unterrichtsmaterial “Antisemitismus – immer noch?” </i>A cura del Zentrum für Antisemitismusforschung. Berlin, pp. 31–3.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nordbruch, Götz. 2014. “<i>Pro Palestine” – Palästina als Metapher unter Jugendlichen</i>. 1 Sept.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">www.bpb.de/gesellschaft/migration/ neukoelln-unlimited/190667/pro-palestine-palaestina-als-metapher-unter-jugendlichen.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Oboler, Andre. 2016. <i>Measuring the Hate. The State of Antisemitism in Social Media</i>. Online Hate Prevention Institute. https://european-forum-on-antisemitism. org/report/measuring-hate-state-antisemitism-social-media.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Pallade, Yves. 2008. “Antisemitismus in Deutschland: Politikwissenschaftliche Analysen”. In <i>Feindbild Judentum. Antisemitismus in Europa</i>. A cura di Lars Rensmann e Julius H. Schoeps. Berlin: Verlag für Berlin-Brandenburg, pp. 297–344.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Pfahl-Traughber, Armin. 2015. “Antizionistischer Antisemitismus, antiimperialistische Israelfeindlichkeit und menschenrechtliche Israelkritik”. In <i>Jahrbuch für Antisemitismusforschung </i>24, pp. 293–315.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Pfahl-Traughber, Armin. 2013. “Kritik der Kritik der Extremismustheorie. Eine Auseinandersetzung mit einschlägigen Vorwürfen”. In <i>Jahrbuch für Extremismus – und Terrorismusforschung 2013</i>. A cura di Armin Pfahl-Traughber. Schriften zur Extremismus – und Terrorismusforschung, 7. Brühl /Rheinland: Fachhochschule des Bundes für öffentliche Verwaltung, pp. 31–55.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Pollack, Detlef et al. 2016. <i>Integration und Religion aus der Sicht von Türkeistämmigen in Deutschland. Repräsentative Erhebung von TNS Emnid im Auftrag des Exzellenzclusters “Religion und Politik” der Universität Münster</i>. Exzellenzcluster “Religion und Politik”. <a href="http://www.uni-muenster.de/imperia/md/content/religion_und_politik/aktuelles/2016/06_2016/studie_integration_und_%20religion_aus_sicht_t__rkeist__mmiger.pdf"><span style="color: #000000;">www.uni-muenster.de/imperia/md/content/religion_und_politik/aktuelles/2016/06_2016/studie_integration_und_ religion_aus_sicht_t__rkeist__mmiger.pdf</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Rahner, Judith. 2014. “‘Gefällt mir (nicht)’. Facebook-Monitoring zu Postings von Jugendlichen während des Gaza-Krieges”. In <i>Kritik oder Antisemitismus? Eine pädagogische Handreichung zum Umgang mit israelbezogenem Antisemitismus</i>. A cura di Amadeu Antonio Stiftung, pp. 39–45. <span style="text-decoration: underline;">www.amadeu-antonio-stiftung.de/w/ files/pdfs/handreichung_antisemitismus_internet.pdf</span>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ramm, Christoph. 2010. “The Muslim Makers”. In <i>Interventions </i>12.2, pp. 183–97. <a href="http://dx.doi.org/10.1080/1369801X.2010.489692"><span style="color: #000000;">http://dx.doi.org/10.1080/1369801X.2010.489692</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Rensmann, Lars. 2004. <i>Demokratie und Judenbild. Antisemitismus in der politischen Kultur der Bundesrepublik Deutschland</i>. Wiesbaden: VS Verlag für Sozialwissenschaften.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Saleh, Mona. 2008. <i>Zuwanderung und Integration. Rot-grüne deutsche Ausänderpolitik 1998 bis 2005. Die Integration der muslimischen Minderheit im Fokus</i>. Marburg: Tectum.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Scherr, Albert, Barbara Schäuble. 2007. “<i>Ich habe nichts gegen Juden, aber…” Ausgangsbedingungen und Perspektiven gesellschaftspolitischer Bildungsarbeit gegen Antisemitismus</i>. 2nd ed. Berlin: Amadeu Antonio Stiftung. <a href="http://www.amadeu-antonio-stiftung.de/w/files/pdfs/ich_habe_nichts_2.pdf"><span style="color: #000000;">www.amadeu-antonio-stiftung.de/w/files/pdfs/ich_habe_nichts_2.pdf</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Schwarz-Friesel, Monika. 2013. “‘Juden sind zum Töten da’ (studivz.net, 2008). Hass via Internet – Zugänglichkeit und Verbreitung von Antisemitismus im World Wide Web”. In <i>Sprache und Kommunikation im technischen Zeitalter. Wieviel Internet (v)erträgt unsere Gesellschaft? </i>A cura di Konstanze Marx, Monika Schwarz-Friesel. Berlin/Boston: De Gruyter, pp. 213–36.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Shapira, Esther, Georg M. Hafner. 2010. “Die Wahrheit unter Beschuss – der Nahostkonflikt und die Medien”. In <i>Aktueller Antisemitismus – ein Phänomen der Mitte</i>. A cura di Monika Schwarz-Friesel, Evyatar Friesel, Jehuda Reinharz. Berlin/New York: De Gruyter, pp. 115–32.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Statistisches Bundesamt. 2015. <i>Fachserie 1 Reihe 2.2: Bevölkerung und Erwerbstätigkeit. Bevölkerung mit Migrationshintergrund – Ergebnisse des Mikrozensus 2015</i>. <a href="http://www.destatis.de/DE/Publikationen/Thematisch/Bevoelkerung/MigrationIntegration/Migrationshintergrund2010220157004.pdf"><span style="color: #000000;">www.destatis.de/DE/Publikationen/Thematisch/Bevoelkerung/MigrationIntegration/Migrationshintergrund2010220157004.pdf</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Statistisches Bundesamt. 2016. <i>Fachserie 1 Reihe 2: Bevölkerung und Erwerbstätigkeit. Ausländische Bevölkerung. Ergebnisse des Ausländerzentralregisters 2015</i>. 2016. <a href="http://www.destatis.de/GPStatistik/receive/DESerie_serie_00000018"><span style="color: #000000;">www.destatis.de/GPStatistik/receive/DESerie_serie_00000018</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Steinitz, Benjamin. 2015. “Wahrnehmungen und Erfahrungen Berliner Jüdinnen und Juden. Eine Befragung”. In “<i>Wir stehen alleine da”. EveryDayAntisemitism sichtbar machen und Solidarität stärken. Neue Wege der Erfassung antisemitischer Vorfälle – Unterstützungsangebote für die Betroffenen</i>. A cura del Verein für Demokratische Kultur in Berlin (VDK) e.V. and Recherche – und Informationsstelle Antisemitismus Berlin (RIAS). Berlin, pp. 16–29. <a href="http://www.report-antisemitism.de/Wir-stehen-alleine-da.pdf"><span style="color: #000000;">www.report-antisemitism.de/Wir-stehen-alleine-da.pdf</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Stichs, Anja. 2016. <i>Wie viele Muslime leben in Deutschland? Eine Hochrechnung über die Anzahl der Muslime in Deutschland zum Stand 31. Dezember 2015. Im Auftrag der Deutschen Islam Konferenz</i>. Bundesamt für Migration und Flüchtlinge.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Stöss, Richard. 2015. <i>Kritische Anmerkungen zur Verwendung des Extremismuskonzepts in den Sozialwissenschaften</i>. 29 Jan. <span style="text-decoration: underline;">www.bpb.de/politik/extremismus/rechtsextremismus/200099/kritische-anmerkunge n-zur-verwendung-des-extremismuskonzepts-in-den-sozialwissenschaften</span>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Tibi, Bassam. 2016. “Zugewanderter Judenhass. Der gefährlichste Antisemitismus, der heute gedeiht, kommt aus der Welt des Islam. Die Aufklärung darüber ist keine Panikmache”. In <i>Weltwoche </i>36 (Sept.), pp. 60–1.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ullrich, Peter. 2013. “Antisemitismus, ‘Shoah und deutsche Verantwortung’ – die (Nach-) Wirkungen des Nationalsozialismus im medialen Nahostdiskurs”. In <i>Deutsche, Linke und der Nahostkonflikt. Politik im Antisemitismus </i>– <i>und Erinnerungsdiskurs</i>. A cura di Peter Ullrich. Göttingen: Wallstein, pp. 117–28.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Unabhängiger Expertenkreis Antisemitismus. 2017. <i>Bericht des Unabhängigen Expertenkreises Antisemitismus</i>. Deutscher Bundestag, Apr. 7. <a href="http://dip21.bundestag.de/dip21/btd/18/119/1811970.pdf"><span style="color: #000000;">http://dip21.bundestag.de/dip21/btd/18/119/1811970.pdf</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Weidacher, Alois, ed. 2000. <i>In Deutschland zu Hause. Politische Orientierungen griechischer, italienischer, türkischer und deutscher junger Erwachsener im Vergleich. DJI-Ausländersurvey</i>. Opladen: Leske + Budrich.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Wetzel, Juliane. 2004. “Antisemitismus und Holocaustleugnung als Denkmuster radikaler islamistischer Gruppierungen”. In <i>Extremismus in Deutschland. Erscheinungsformen und aktuelle Bestandsaufnahme</i>. A cura del Bundesministerium des Innern. Berlin, pp. 253–72.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Wetzel, Juliane. 2003. “Die internationale Rechte und der arabische Antizionismus im World Wide Web”. In <i>Jahrbuch für Antisemitismusforschung </i>12, pp. 121–44.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Wetzel, Juliane. 2014. <i>Moderner Antisemitismus unter Muslimen in Deutschland</i>. Wiesbaden: Springer VS.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Weyand, Jan. 2010. “Die Semantik des Antisemitismus und die Struktur der Gesellschaft”. German. In <i>Konstellationen des Antisemitismus. Antisemitismusforschung und sozialpädagogische Praxis</i>. A cura di Wolfram Stender, Guido Follert, e Mihri Özdogan. Perspektiven kritischer Sozialer Arbeit, 8. Wiesbaden: VS Verlag für Sozialwissenschaften, pp. 69–89.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Woellert, Franziska et al. 2009. <i>Ungenutzte Potenziale. Zur Lage der Integration in Deutschland</i>. Berlin: Berlin-Institut für Bevölkerung und Entwicklung.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Zick, Andreas, Andreas Hövermann, e Daniela Krause. 2012. “Die Abwertung von Ungleichwertigen. Erklärung und Prüfung eines erweiterten Syndroms der Gruppenbezogenen Menschenfeindlichkeit”. In <i>Deutsche Zustände. Folge 10</i>. A cura di Wilhelm Heitmeyer. Berlin: Suhrkamp, pp. 64–86.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Zick, Andreas, Anna Klein. 2014. <i>Fragile Mitte </i>– <i>Feindselige Zustände. Rechtsextreme Einstellungen in Deutschland 2014</i>. Hgg. für die Friedrich-Ebert- Stiftung von Ralf Melzer. Bonn: J.H.W. Dietz Nachf.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Zick, Andreas, Beate Küpper. 2011. <i>Antisemitische Mentalitäten. Bericht über Ergebnisse des Forschungsprojektes Gruppenbezogene Menschenfeindlichkeit in Deutschland und Europa. Expertise für den Expertenkreis Antisemitismus</i>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Zick, Andreas, Beate Küpper, Andreas Hövermann. 2011. <i>Die Abwertung der Anderen. Eine europäische Zustandsbeschreibung zu Intoleranz, Vorurteilen und Diskriminierung</i>. Berlin: Friedrich-Ebert-Stiftung. Forum Berlin.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Zick, Andreas et al. 2016. “Gruppenbezogene Menschenfeindlichkeit in Deutschland 2002–2016”. In <i>Gespaltene Mitte – Feindselige Zustände. Rechtsextreme Einstellungen in Deutschland 2016</i>. Hgg. für die Friedrich-Ebert- Stiftung von Ralf Melzer. Bonn: J.H.W. Dietz Nachf., pp. 33–81.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"> </span></p>
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		<title>ISRAELE E ARABIA SAUDITA: PROVE DI NORMALIZZAZIONE?</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Nov 2018 08:19:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Daniela Franceschi - Lo strapotere iraniano in Medio Oriente sta costringendo i due nemici naturali a trasformarsi in alleati potenziali. Ma quanto potrà durare la luna di miele? E quali sono le insidie e i vantaggi per entrambi?   Nel corso del XXI secolo il Medio Oriente ha subito &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="center"><span style="color: #000000;"><b>di Daniela Franceschi -</b></span></p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><em><strong><span style="color: #000000;">Lo strapotere iraniano in Medio Oriente sta costringendo i due nemici naturali a trasformarsi in alleati potenziali. Ma quanto potrà durare la luna di miele? E quali sono le insidie e i vantaggi per entrambi?</span></strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nel corso del XXI secolo il Medio Oriente ha subito alcune modifiche geopolitiche sostanziali. Le relazioni di potere nella regione sono sempre state complesse, influenzate da antiche contrapposizioni, differenze religiose e conflitti settari. Inoltre, vi è sempre stata la presenza di forti poteri globali, attori non statuali e influenze religiose e ideologiche. Il Medio Oriente è sempre stata una regione instabile e imprevedibile.<br />
Tuttavia, i recenti sviluppi, dall’invasione irachena alla Primavera araba, alla guerra civile siriana, hanno scosso la polarità della regione e intensificato antiche inimicizie, creando, al contempo, anche nuovi alleati e nuovi partner. Una delle nuove alleanze nate nel silenzio è quella tra Israele e Arabia Saudita. La loro ritrovata amicizia è per lo più solo un matrimonio di convenienza, ma dimostra tuttavia quanto le dinamiche della regione stiano cambiando molto velocemente.<br />
L’Iran è l’unico attore regionale che è riuscito a gestire tutti i cambiamenti e le recenti crisi che hanno colpito il Medio Oriente nel modo più efficace. Il nuovo governo sciita in Iraq, la prossima vittoria di Bashar al-Assad e anche la guerra civile yemenita hanno giocato a favore dell’Iran. L’Iran è stato uno dei principali nemici di Israele per decenni ed è stato impegnato, dopo la rivoluzione islamica, in un aspro confronto con la monarchia saudita per la leadership nel mondo musulmano e nel Golfo. Entrambi i paesi, e in particolare l’Arabia Saudita, si sono resi conto di essere incapaci di contrastare la recente crescente influenza dell’Iran, comprendendo che la loro sicurezza nazionale è in pericolo. Sia per scelta o per caso, la politica degli Stati Uniti nella regione sembra aver perso un’occasione, lasciando vuoti di potere che Iran e Russia stanno cercando di riempire. Tutto ciò ha reso Arabia Saudita e Israele sempre più preoccupati e alla ricerca di nuove strategie di sicurezza e potenziali alleati in luoghi dove normalmente non avrebbero mai pensato.<br />
Dato che condividono un certo numero di interessi comuni, in particolare nel settore della sicurezza, Tel Aviv e Riad sembrano essersi ritrovati. Di conseguenza, entrambi i paesi hanno migliorato di recente, in silenzio, le loro relazioni. Pur essendo stati nemici per decenni, ora sono sempre più vicini, nel tentativo di creare un contrappeso al sempre più forte Iran.<br />
Nella grande tradizione del “il nemico del mio nemico è mio amico”, entrambi i paesi stanno ora cercando di trovare un terreno comune. Tuttavia, le loro differenze e inimicizie hanno una storia antica e sono ormai incastonate nella struttura geopolitica regionale. Possono trovare veramente il modo di collaborare? Quali sono stati i cambiamenti recenti che ora stanno costringendo i due nemici naturali a trasformarsi in alleati potenziali (è la prima volta che ciò accade)? In che modo stanno cercando di cooperare e quanto possono andare avanti? Sono le minacce attuali abbastanza gravi per entrambi per farli continuare in questa direzione? Potranno andare più lontano normalizzando le loro relazioni e quali sarebbero le insidie e i potenziali guadagni di questo sviluppo?<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Il presente contributo</strong> intende rispondere a questi interrogativi analizzando i recenti sviluppi in Medio Oriente e in particolare come essi abbiano influenzato il nuovo riavvicinamento tra Israele e Arabia Saudita.<br />
Nell’articolo si farà riferimento a due conflitti: quello del Golfo e quello del Levante. L’area del Golfo sembra essere stata sempre in uno stato di crisi permanente. Dal momento che gli inglesi lasciarono la regione quando erano in corso tre guerre regionali, una crisi energetica, attacchi terroristici, interventi esterni e altri conflitti minori. Il centro del conflitto è nell’equilibrio di potere tra l’Iran, l’Iraq e gli stati del Golfo, soprattutto l’Arabia Saudita. Ci sono differenze ideologiche, religiose, economiche ed etniche. L’Iran, come stato persiano e sciita, si vede chiaramente come un nemico degli stati sunniti del Golfo e dell’Iraq. Inoltre, vi è una grande minoranza sciita nel sud dell’Iraq, oltre ai problemi che riguardano la minoranza curda. Allo stesso tempo, l’Iran combatte con l’Arabia Saudita per il ruolo di leadership del mondo musulmano. Allo stesso tempo ci sono stati conflitti e tensioni tra l’Iraq e i paesi del Golfo &#8211; in lotta per i prezzi del petrolio e in precedenza per le ambizioni di Saddam Hussein. Tutto ciò ha generato un contesto geopolitico complesso, formando un network di alleanze e contrapposizioni articolato.<br />
Gli eventi dell’11 settembre hanno cambiato tutto, poiché hanno permesso ad una leadership molto attiva di arrivare al potere a Washington, in seguito dare il via alle invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq. Il regime di Saddam è stato rovesciato, e il Paese gettato in una guerra civile e in una lotta settaria. L’Iraq come attore regionale è essenzialmente scomparso. Il nuovo governo sciita a Bagdad, molto fragile, rappresenta comunque un gradito sviluppo per Teheran. Con la sconfitta dei Talebani e di Saddam, l’Iran è stato il beneficiario principale dei rivolgimenti.<br />
Le primavere araba, la guerra civile in Siria e il momentaneo riavvicinamento agli Stati Uniti sotto forma dell’accordo nucleare ha generalmente beneficiato l’Iran, provocando il nervosismo dell’Arabia Saudita. Iran e regno saudita hanno combattuto una <i>guerra per procura</i> in diversi conflitti del Medio Orientale &#8211; in particolare nello Yemen.<br />
I principali attori del conflitto nel Levante sono lo Stato ebraico e i Paesi arabi; il conflitto ha avuto inizio nel novembre del 1947 quando l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò la risoluzione che prevedeva la creazione di due stati indipendenti, uno ebraico e l’altro arabo nel territorio allora conosciuto come Palestina mandataria, risoluzione ferocemente avversata dai paesi arabi e dai palestinesi. Nel maggio del 1948 fu proclamata l’indipendenza di Israele, respinta da tutti gli stati arabi e dai palestinesi che iniziarono i combattimenti contro lo stato ebraico subito dopo la proclamazione dell’indipendenza e la partenza delle truppe inglesi. Anche se il conflitto è tra Israele e il mondo arabo nella sua accezione più ampia, Israele ha dovuto combattere per la sua sopravvivenza principalmente con i suoi immediati vicini, Egitto, Giordania, Siria e Libano. Il punto nodale dello scontro nel Levante è il conflitto israelo-palestinese.<b><i><br />
</i></b></span></p>
<h2>Sviluppi recenti</h2>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Negli ultimi quindici anni le primavera arabe, le guerre regionali e civili hanno cambiato sostanzialmente l’equilibrio di potere nella regione, portando alla nascita di nuovi poteri e favorendo nuove alleanze. Per capire il motivo per cui paesi come Israele e Arabia Saudita stiano contemplando una cooperazione e un riavvicinamento diplomatico, si devono prendere in considerazione alcuni degli sviluppi avvenuti nella regione e come essi abbiano modificato e alterato le dinamiche geopolitiche preesistenti.<b><i><br />
</i></b></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong><i>L’Arabia Saudita e l’11 settembre</i></strong><br />
L’Arabia Saudita è stato un alleato degli Stati Uniti per decenni &#8211; durante la guerra fredda e ancora di più dopo la rivoluzione islamica in Iran. Durante l’operazione Desert Storm, molte delle truppe della coalizione erano di stanza in Arabia Saudita. Ci sono state delle divergenze tra i due alleati, vale a dire le loro relazioni con Israele, che hanno portato a degli attriti (l’embargo petrolifero per citarne il più visibile), ma in generale, il rapporto tra Washington e Riad è stato amichevole, vincolato dalla necessità di sicurezza dell’Arabia Saudita e del petrolio da parte degli Stati Uniti.<br />
Tuttavia, questa partnership nel corso degli anni e ancora di più nell’ultimo periodo è stata oggetto di molte critiche. Molti musulmani si oppongono agli stretti rapporti del governo saudita con l’America. Nell’altra direzione, le severissime regole religiose saudite e il disprezzo per i diritti umani sono stati spesso difficili da ignorare per gli Stati Uniti. Il vero banco di prova è stato il dopo l’11settembre. Osama bin Laden era di origine saudita così come 15 dei 19 dirottatori. Inoltre, la maggior parte degli attacchi suicidi avvenuti in Iraq dopo l’invasione 2003 erano stati eseguiti da uomini provenienti dall’Arabia Saudita. L’Arabia Saudita segue il wahhabismo, una forma integralista, patriarcale e ultraconservatrice dell’Islam sunnita. Utilizzando i proventi del petrolio, l’Arabia Saudita ha diffuso il wahhabismo alle comunità musulmane di tutto il mondo per decenni, attraverso la costruzione di moschee, dalla Svezia al Ciad e alla Corea del Sud. Ci sono pochi dubbi sul fatto che queste azioni abbiano disarticolato le tradizioni locali in molte comunità musulmane, portando alcuni a credere che se ci fosse stata una riforma islamica nel 20° secolo, i sauditi probabilmente l’avrebbero impedita.<br />
Naturalmente è difficile verificare se l’ideologia saudita sia stata uno dei fattori che hanno portato alla diffusione dell’Islam radicale e all’emergere di gruppi terroristici, tuttavia, vi è stata una notevole pressione sul governo saudita dopo l’11 settembre perché invertisse alcune delle sue politiche.<br />
Anche se alcuni progressi sono stati effettivamente fatti &#8211; i sauditi, ad esempio, hanno compiuto un giro di vite sugli imam radicali e sui predicatori &#8211; quando l’ISIS ha iniziato educare i bambini nel suo territorio occupato, ha adoperato manuali scolastici dell’Arabia Saudita prima di pubblicarne dei propri Nonostante le differenze evidenti tra Stati Uniti e Arabia Saudita, essi sono stati e rimangono alleati. L’Arabia Saudita è ancora dipendente dagli Stati Uniti per la sua sicurezza e la difesa, mentre gli Stati Uniti hanno importanti interessi petroliferi.<br />
Tutti e due i paesi sono alleati nella lotta al terrorismo. Tuttavia, durante gli anni dell’amministrazione Obama, sono emersi nuovi punti di attrito. Obama ha rifiutato di assumere un ruolo più importante nella guerra civile siriana, lasciando uno spazio per l’intervento della Russia e dell’Iran. Gli Stati Uniti, inoltre, non hanno incluso Riad nei negoziati sull’accordo nucleare dell’Iran. È difficile prevedere gli sviluppi della politica estera della nuova amministrazione Trump, anche alla luce dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, ucciso a Istanbul nell’ambasciata dell’Arabia Saudita, anche se sembra più aggressiva e quindi più favorevole alle esigenze saudite. È interessante notare che Khashoggi si era opposto alla cooperazione segreta dell&#8217;Arabia Saudita con Israele, sostenendo che Riad non ne avesse bisogno e che ogni legame con lo stato ebraico avrebbe indebolito inutilmente la reputazione del suo paese nel più ampio mondo arabo. In una delle sue ultime apparizioni pubbliche, Khashoggi, che aveva legami con i Fratelli Musulmani, aveva confermato che Riad si era avvicinata a Gerusalemme. Ma aveva aggiunto che il regno aveva “fatto marcia indietro su alcune delle più recenti posizioni filo-israeliane”, come riporta il <i>Middle East Monitor</i> che lo aveva ospitato in occasione di una conferenza tenutasi a Londra meno di una settimana prima del suo assassinio.<b><i><br />
</i></b></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong><i>L’Iran e la guerra in Iraq</i></strong><br />
La ragione ufficiale tristemente nota per l’invasione dell’Iraq è stata il possesso e la disponibilità a utilizzare armi di distruzione di massa, nonché il regime dittatoriale di Saddam Hussein. La prima si è rivelata inesatta ed effettivamente erronea. Ma non ha fermato le truppe degli Stati Uniti, del Regno Unito e dei loro alleati dall’invadere l’Iraq nel marzo del 2003. Nonostante la dichiarazione sulla fine della missione da parte del presidente Bush a malapena un mese dopo, la guerra in Iraq è ufficialmente durata fino al 2011, è costata migliaia di vite dei soldati americani e iracheni, così come migliaia di morti civili. Invece di stabilire un governo democratico e stabile, ha gettato l’Iraq in un vortice di lotte settarie e violenza.<br />
L’Iraq ha tenuto le sue prime elezioni nel 2005 e i partiti sciiti hanno ottenuto la maggioranza in parlamento. Nouri al-Maliki, politico di lungo corso con legami con l’Iran, è stato nominato primo ministro. Ha costruito un governo di unità nazionale con sunniti e curdi, ma le ostilità settarie sono divampate, soprattutto dopo la distruzione del santuario sciita di Samarra.<br />
Il più grande vincitore della guerra in Iraq sembra essere l’Iran. Non solo la guerra ha rimosso uno dei più grandi nemici dell’Iran, Saddam Hussein, ma ha anche portato la maggioranza sciita presente nel paese al potere. Il regime iraniano ha approfittato del vuoto di potere e del caos come basi per rafforzare e allargare la sua influenza regionale. L’Iran ha formato e sostenuto diversi partiti politici e milizie armate, fornendo loro armi e altre risorse, dando soldi e addestramento militare. Gli Stati Uniti d’altra parte hanno speso miliardi di dollari, perso innumerevoli vite e ancora di più la loro reputazione, distrutta nelle strade delle città arabe, ma con piccoli guadagni in cambio. Si potrebbe sostenere che, poiché l’Iraq è ufficialmente una democrazia, può facilmente allontanarsi dall’Iran. Inoltre, la differenza teologica tra il centro religioso di Najaf e tra i Qum e l’eredità di Khomeini provano che ci sono alcuni punti di attrito tra l’establishment religioso di entrambi i paesi. Comunque, della grande potenza dell’Iraq in Medio Oriente rimane adesso soltanto un debole ricordo, lontano dal suo antico splendore.<b><i><br />
</i></b></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong><i>Libano e Hezbollah</i></strong><br />
Il Libano è un paese piccolo ma importante del Medio Oriente. È stato un prospero centro culturale e economico per secoli. È anche il paese più diversificato dal punto di vista religioso della regione, con sciiti, sunniti, cristiani e drusi che vivono insieme. Il Libano ha sofferto una lunga e sanguinosa guerra civile dal 1975 al 1990. In seguito, è diventato una democrazia parlamentare “confessionale”, il che significa che il potere è condiviso tra le varie sette religiose; il presidente è un cristiano, il primo ministro un musulmano sunnita e il portavoce del parlamento è uno sciita. Ci sono 18 gruppi religiosi che vivono in Libano e nel Paese è presente anche un numero rilevante di rifugiati palestinesi.<br />
Il gran numero di rifugiati palestinesi e un’OLP attiva hanno spinto Israele ad invaderlo nel 1982. Hezbollah nasce in questo periodo. Hezbollah, o il Partito di Dio, è una formazione politica sciita, un’organizzazione militare e sociale. È stato fondato con il sostegno dell’Iran come una milizia sciita di lotta contro Israele e le altre potenze straniere. Nel corso degli anni si è evoluto in una formazione politica e in una potenza militare, partecipando con successo alla vita politica del Libano, godendo di un schiacciante sostegno da parte degli sciiti libanesi. Ha continuato la sua guerriglia nel sud del Libano al fine di essere accreditato come forza capace di combattere Israele. Ora detiene posizioni importanti nel parlamento e nel governo libanese.<br />
Nel 2006 Hezbollah ha attaccato i soldati israeliani attraverso i confini scatenando la guerra israelo-Hezbollah. Il conflitto è durato 34 giorni, uccidendo più di un migliaio di libanesi e centinaia di israeliani. La guerra ha dimostrato che Hezbollah non è più solo una milizia ordinaria; infatti, con il sostegno e la formazione militare garantiti dall’Iran e grazie alle forniture di armi sofisticate e di missili attraverso la Siria, Hezbollah è diventato sempre più un esercito vero e proprio.<br />
Il legame Iran-Siria-Hezbollah è stato uno dei motivi principali per l’impegno così attivo di Teheran e Hezbollah nella guerra civile siriana. Migliaia di combattenti di Hezbollah si sono uniti alle forze governative, aiutandole a sconfiggere i ribelli, guadagnando al contempo un’esperienza di combattimento sul campo. Dall’altra parte, il loro impegno ha aumentato le già elevate tensioni settarie in Libano e in tutta la regione, inimicandosi i sauditi che nel 2016, insieme ad altri paesi del Golfo e alla Lega Araba, hanno dichiarato Hezbollah un’organizzazione terroristica.<br />
La situazione politica già precaria in Libano è peggiorata nel novembre 2017, quando il primo ministro Saad al-Hariri si è inaspettatamente dimesso durante un discorso televisivo realizzato in Arabia Saudita. Hariri ha affermato di temere per la sua vita (il padre, primo ministro agli inizi del 2000 fu assassinato nel 2005) e ha protestato contro il crescente potere di Hezbollah nel parlamento libanese e per l’influenza dell’Iran nella regione. Le dimissioni sono tuttavia rientrate in circostanze sospette, tanto che molti analisti credono che Hariri sia stato costretto dall’Arabia Saudita a fare quell’annuncio spingendo in tal modo il Libano nel bel mezzo della lotta di potere regionale tra Teheran e Riad. Hariri ha soggiornato in Arabia Saudita per diciassette giorni; in Libano, molti, tra cui il presidente, hanno accusato l’Arabia Saudita di tenere il primo ministro agli arresti domiciliari. Dopo il suo ritorno a Beirut, Hariri ha ritirato le dimissioni.<br />
Attraverso le dimissioni di Hariri, l’Arabia Saudita voleva raggiungere diversi obiettivi. In primo luogo, il principe ereditario Salman mostrava ai libanesi e alle élite politiche regionali che stavano mettendo il sostegno politico e finanziario saudita in pericolo se avessero continuato a fornire copertura politica e legittimità internazionale agli Hezbollah. In secondo luogo, l’Arabia Saudita voleva fermare Hezbollah, elemento chiave dell’Iran che ha stabilito la sua roccaforte nella regione. Hezbollah ha il potere di bloccare il processo decisionale politico del governo libanese; la sua milizia è più grande e più forte dello stesso esercito libanese. Geograficamente, Hezbollah è anche riuscito a collaborare con Siria, Iraq e Yemen fornendo loro un’ampia gamma di risorse e supporto. In terzo luogo, il principe ereditario saudita stava cercando di etichettare l’avamposto iraniano come un gruppo terroristico internazionale affinché fossero introdotte maggiori sanzioni contro l&#8217;Iran e Hezbollah.<br />
Alcuni osservatori ritengono che l’Arabia Saudita intendesse anche fornire agli israeliani un pretesto per invadere il Libano, smantellandone la vulnerabile struttura politica in cui i partiti di Hezbollah e sunniti hanno governato insieme per decenni in una difficile alleanza.<br />
Tuttavia, è importante evidenziare come ancora una volta l’instabilità del Libano destrutturerebbe ulteriormente una regione già instabile. I venti di instabilità politica causati dall’alleanza israelo-saudita potrebbero avere delle serie ripercussioni su una regione già devastata<i>.</i> Inoltre, il deflusso di rifugiati eserciterebbe pressioni demografiche sugli stati confinanti come la Siria, l’Iraq, la Libia e l’Egitto che stanno già lottando con una grave crisi socio-economica e umanitaria. Ciò non solo metterebbe a repentaglio la crescita economica dell’area, ma potrebbe anche dare origine a gruppi estremisti islamici.<br />
Le recenti elezioni legislative in Libano hanno segnato la vittoria di Hezbollah, un segnale molto preoccupante per l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti che considerano il “Partito di Dio” un’organizzazione terroristica.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong><i>Primavera araba, guerra civile siriana e ISIS</i></strong><br />
La<b> </b>Primavera araba è iniziata nel dicembre del 2010 in Tunisia. Un giovane si diede fuoco in una protesta pubblica di fronte a un edificio governativo scatenando manifestazioni che presto si diffusero in tutta la Tunisia e poi in Libia, Egitto, Siria, Yemen e altri paesi arabi. Ogni protesta era unica, ma generalmente chiedevano la stessa cosa &#8211; il cambio di regime.<br />
Il successo delle rivoluzioni in Egitto e in Tunisia hanno dato speranza agli attivisti siriani pro-democrazia. Le proteste sono iniziate nel marzo del 2011, innescate dall’arresto e dalla tortura dei ragazzi che avevano disegnato slogan contro il regime sugli edifici del governo. Il regime di Assad ha cercato di reprimere violentemente le manifestazioni, sparando contro la folla in marcia e uccidendo i manifestanti. I ribelli hanno iniziato ad armarsi, con la creazione di milizie come l’Esercito Libero Siriano, trascinando il paese in una guerra civile che dura ancora oggi.<br />
Il caos ha trasformato presto la guerra civile siriana in un’arena in cui le potenze regionali, globali e gruppi non statuali potevano risolvere i loro conflitti e promuovere i loro interessi. La guerra è diventata un groviglio di diversi attori con contraddittori interessi.<br />
L’emergere dell’ISIS nel 2013 e il suo successo improvviso e inaspettato hanno spinto alcuni partiti ad unirsi in un matrimonio di convenienza. Gli Stati Uniti si sono rifiutati di partecipare alla guerra attivamente, a parte gli attacchi aerei per sconfiggere ISIS e un supporto materiale e tattico per i ribelli. L’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo hanno sostenuto i ribelli, ma le loro forze non potevano in alcun modo contrastare l’Iran e Hezbollah che hanno supportato il loro alleato strategico di lungo periodo. La Turchia è entrata nel conflitto con i ribelli ed ha anche tacitamente aiutato i curdi nel nord per combattere l’ISIS ma ultimamente, quando è stato sconfitto lo Stato Islamico, si è rivolta contro i curdi, preoccupata dalla prospettiva di uno stato curdo alle sue frontiere. L’assenza dell’America ha lasciato uno spazio per la Russia che ha sostenuto e sostanzialmente mantenuto Assad al potere (con l’aiuto indispensabile dell’Iran e di Hezbollah). Israele ha in gran parte controllato gli eventi dal confine, sempre più attivamente.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong><i>La guerra civile nello Yemen</i></strong><br />
Lo Yemen è il paese arabo più povero del mondo. Dal 2014 è intrappolato in una sanguinosa guerra civile, che è costata la vita a decine di migliaia di civili, causato migliaia di rifugiati e innescato una crisi umanitaria immensa. Il conflitto è il frutto del fallito tentativo di transizione del potere. Le rivolte della primavera araba hanno costretto l’autoritario presidente Ali Abdullah Saleh a dimettersi e a cedere l’incarico a Abdrabbuh Mansour Hadi nel 2011. Il governo di Hadi era debole e incapace di affrontare alcuni dei problemi principali del paese, come la corruzione, la disoccupazione, gli attacchi di al-Qaeda, dei movimenti separatisti e dei militari fedeli alla vecchia élite politica. Il movimento Houthi ha combattuto il vecchio governo per molti anni. Ha usato l’occasione di un nuovo presidente debole per assumere il controllo di ampie zone nel nord dello Yemen. La popolazione yemenita era insoddisfatta della nuova dirigenza e quindi, pur essendo in gran parte sunnita, ha sostenuto gli sciiti Houthi, che hanno conquistato la capitale Sana’a nel 2014 costringendo alla fuga il presidente. Supportate dalle forze pro-Saleh, i ribelli hanno tentato di controllare l’intero paese.<br />
Essendo gli Houthi un gruppo sciita, gli eventi hanno ben presto suscitato l’interesse saudita. Preoccupata del coinvolgimento dell’Iran, Riad ha creato una coalizione con l’aiuto materiale degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e della Francia e si è unita alle forze filo-governative. Dall’estate del 2015, la coalizione è riuscita a spingere i ribelli fuori dalla maggior parte del territorio del sud, ma gli Houthi mantengono ancora il controllo di Sana’a. Il governo di Hadi ha istituito una base temporanea nel porto di Aden ma il presidente rimane in esilio.<br />
La guerra civile yemenita è un’altra <i>guerra per procura</i> tra Arabia Saudita e Iran. L’Iran nega il supporto agli Houthi, ma gli Stati Uniti hanno affermato di aver intercettato più volte la consegna di armi iraniane. Le preoccupazioni saudite sono comprensibili &#8211; l’Iran ha in un modo, o in un altro, il controllo su Baghdad, Damasco, Beirut e ora Sana’a. Gli attacchi aerei della coalizione sono tuttavia la ragione principale dietro all’alto numero di vittime civili. Inoltre, la lotta degli Houthi contro il governo yemenita è più complessa della semplice spaccatura tra sunniti e sciiti.<br />
Nel frattempo, la situazione umanitaria in Yemen è divenuta insostenibile: il 75% della popolazione &#8211; più di 22 milioni di persone &#8211; ha bisogno di aiuti umanitari; più di 8 milioni di persone sono a rischio di morire di fame. Inoltre, il caos ha portato al rafforzamento di al-Qaeda e dell’ISIS nel paese. La situazione nello Yemen è instabile e pericolosa, inoltre, il coinvolgimento di molti attori stranieri rende più grave la crisi che può minare la precaria stabilità regionale.<br />
</span></p>
<h3 style="text-align: justify;">Israele e Arabia Saudita</h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nei paragrafi precedenti abbiamo spiegato le caratteristiche delle recenti crisi che hanno colpito il Medio Oriente e, in molti casi, spostato l’equilibrio del potere nella regione. È stato proprio questo cambiamento dell’equilibrio di potere che ha fatto sì che sauditi e israeliani abbiano iniziato ad allacciare delle relazioni. Anche se ogni paese è centrale nei conflitti mediorientali in modo diverso &#8211; Israele nel Levante e l’Arabia Saudita nel Golfo &#8211; entrambi hanno spesso avuto un impatto sullo sviluppo dello scontro in cui non erano coinvolti direttamente. I prossimi paragrafi analizzeranno le relazioni tra sauditi e israeliani nel corso del tempo, come hanno contribuito allo sviluppo dei conflitti in corso e come il loro approccio sia cambiato. Inoltre, si focalizzerà l’attenzione sulla politica interna israeliana e saudita, in quanto le particolarità nazionali sono importanti per capirne i futuri sviluppi.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong><i>La politica interna di Arabia Saudita e Israele</i></strong><br />
Al fine di analizzare la possibile normalizzazione dei rapporti tra i sauditi e israeliani, si deve comprendere anche la scena politica e le caratteristiche del processo decisionale in entrambi i paesi. Tutti e due gli Stati hanno un forte legame con la religione &#8211; Israele è l’unico e il tanto atteso stato ebraico e l’Arabia Saudita è leader del mondo musulmano e custode dei luoghi più sacri dell’Islam. Israele e Arabia Saudita hanno tuttavia due differenti regimi politici e, quindi, la religione e l’ideologia giocano un ruolo diverso nei rispettivi sistemi istituzionali e politici.<br />
Israele ha proclamato la propria indipendenza nel maggio del 1948, segnando dunque il suo 70° anniversario. È una democrazia parlamentare laica, ma molte leggi sono ancora influenzate dalla religione, soprattutto per quanto riguarda la famiglia e il matrimonio. La religione è un elemento essenziale della modalità con cui gli israeliani concepiscono la loro nazionalità e la maggior parte di essi si descrive come religioso o molto religioso.<br />
Durante questi 70 anni di esistenza, il motivo principale che ha guidato il processo decisionale è stato la sopravvivenza dello stato, che produce un forte sentimento di nazionalismo nella società e si concentra sulla sicurezza e la difesa. L’attuale governo del primo ministro Benjamin Netanyahu è un esecutivo di destra; alcuni osservatori sostengono che è uno degli esecutivi più radicali e di destra della storia dello stato ebraico, rispecchiando la società israeliana che sta diventando progressivamente più nazionalista.<br />
Questo cambiamento potrebbe essere stato causato dai recenti sviluppi regionali, ma anche dall’azione delle élite dominanti. Netanyahu è stato primo ministro del paese per quasi un decennio; il suo mandato si è caratterizzato per l’intenso focus sull’Iran e sul suo programma nucleare in quanto minacce per la sicurezza di Israele. Il suo approccio è centrato sull’Iran e sostiene la linea dura. Inoltre, ha fatto pressione sulla maggior parte della classe politica per far accettare questa narrazione, spingendo così l’intero sistema politico e i partiti centristi verso destra. Il 30 aprile del 2018 la Knesset ha approvato la riforma di una legge che permetteva al primo ministro e al ministro della difesa di dichiarare guerra in circostanze estreme.<br />
Nonostante il peggioramento della situazione economica e l’aumento delle tensioni a Gaza, Netanyahu e il suo partito, il Likud, sono in crescita nei sondaggi. Con l’aumentare della violenza e dell’insicurezza, l’elettorato israeliano tende a votare per partiti di destra, infatti, dalla seconda intifada non c’è più stato un successo elettorale del partito laburista. Meno di un quarto degli israeliani crede che la pace sia possibile, per questa ragione non votano per partiti che possano portare avanti un processo di pace ma per formazioni politiche che possano proteggerli. Netanyahu padroneggia le crisi per generare supporto ed è attualmente il secondo più longevo primo ministro che Israele abbia mai avuto. Questa modalità di <i>narrazione</i> politica gli permette di costruire il suo culto della personalità e consolidare il suo status di uomo forte, ma potrebbe potenzialmente danneggiare il processo democratico. Accanto alla legge sulla dichiarazione di guerra, il governo sta attualmente cercando di presentare un disegno di legge che limiti le prerogative della Corte Suprema e dia alla Knesset la facoltà di annullarne facilmente le decisioni.<br />
Iran, Hezbollah e l’ISIS sono minacce non realmente tangibili per la popolazione d’Israele, ma sono tuttavia onnipresenti e costantemente ricordate dallo stesso Netanyahu. Il primo ministro ha migliorato il rapporto con l’amministrazione degli Stati Uniti e le decisioni di Trump di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano e di spostare l’ambasciata a Gerusalemme sono state ampiamente attribuite a Netanyahu. Nonostante tutti i problemi interni, il suo status politico sembra essere forte. Inoltre, le statistiche indicano che meno della metà degli israeliani effettivamente supporta la soluzione dei due stati. All’inizio di quest’anno, il governo ha approvato ulteriori insediamenti in Cisgiordania, una tendenza che è in ripresa dal 2014, quando i negoziati di pace furono congelati. Molti dei più recenti progetti di edilizia abitativa sono anche situati molto all’interno della Cisgiordania, un fatto che provoca ancora più critiche e allarme, infatti, nel caso di un accordo di pace, la popolazione di questi insediamenti dovrebbe essere evacuata.<br />
Il regno dell’Arabia Saudita è stato fondato agli inizi del secolo scorso. È stato creato unendo diversi territori precedentemente indipendenti che hanno mantenuto la loro identità regionale. Questo era un elemento inquietante per i leader del nuovo stato; temendone l’instabilità e un possibile intervento occidentale, hanno quindi sollecitato la diffusione di un’ideologia religiosa per unire tutto il regno e legittimarne i governanti. Il wahhabismo è un una dottrina sunnita fondamentalista, che ha le sue origini nel 18°secolo. È stata sviluppata da Muhammad ibn Abd al-Wahhab che predicava il ritorno alle radici della dottrina di Maometto, rifiutando tutti i nuovi elementi introdotti nell’Islam in seguito. È stata la sua alleanza politico-religioso con la famiglia Saud, durata per secoli, che alla fine ha plasmato l’Arabia Saudita, consolidato la sua identità collettiva e legittimato il dominio della famiglia reale.<br />
Dal suo inizio, il wahhabismo è stato correlato al potere politico. L’Arabia Saudita è uno stato, ma non è davvero una nazione. L’ideologia religiosa è stata utilizzata per fornire una identità collettiva e valori nazionali. La costituzione dell’Arabia Saudita è il Corano, segue la sharia. L’istruzione è usata per promuovere i valori islamici. Ciò che minaccia la famiglia reale è spesso interpretato come una minaccia per l’Islam stesso. La famiglia reale ha il monopolio del potere e delle risorse, il che significa che ha bisogno di mantenere una competenza esclusiva. Nessun altro dominio religioso può pertanto legittimamente competere per la lealtà dei cittadini. Il regno saudita limita quindi rigorosamente tutte le minoranze religiose nel paese, in particolare gli sciiti che vivono nella provincia orientale, ricca di petrolio. Il wahabismo contesta la loro legittimità come musulmani e anche come arabi, limitandone il culto e l’espressione politica.<br />
L’enfasi sulla stretta osservanza wahabita e sull’Islam, tuttavia, ha causato problemi alla famiglia reale. Si sono creati gruppi estremisti e fondamentalisti e il paese è vulnerabile alle critiche ogni volta che le sue decisioni non sono in linea con la sua ideologia. In diverse occasioni, nel corso della sua esistenza, vi è stata una lotta religiosa interna, quando i fedeli accusavano la monarchia di allontanarsi dal vero percorso religioso.<br />
Finora, tutti i governanti sono stati figli di Ibn Saud, il primo re e padre fondatore dell’Arabia Saudita. Mohammed bin Salman, l’attuale principe ereditario, è il primo della nuova generazione ad essere entrato nella linea di successione al trono. Negli ultimi anni, sotto l’influenza di Mohammed bin Salman, l’Arabia Saudita ha intrapreso un nuovo corso.<br />
Mohammed bin Salman, figlio del re attuale, ha sostituito il cugino come nuovo principe ereditario nel giugno del 2017. Nominato ministro della Difesa nel 2015, è stata una sua decisione l’intervento nello Yemen a fianco degli alleati. Descritto come ambizioso, attivo, e spesso un po’ avventato nelle decisioni sia in politica interna sia estera, è l’autore di un grande piano d’azione, Vision 2030, che dovrebbe cambiare radicalmente l’economia saudita. Paladino della liberalizzazione culturale e sociale, ha attuato un giro di vite sui religiosi radicali e contro la corruzione nella sfera pubblica, anche se in genere si ritiene che quest’ultimo atto sia stato per lo più una mossa per un’ulteriore consolidamento del suo potere. In politica estera, sta assumendo una posizione molto più radicale verso l’Iran.<br />
La sua leadership è uno dei motivi per cui un riavvicinamento ad Israele sembra fattibile. Allo stesso tempo, tutti i cambiamenti che sta progettando metteranno sotto pressione la società saudita, in particolare le parti conservatrici. Ha bisogno quindi di una regione e di un paese stabili.<b><i><br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong><i>I rapporti tra Arabia Saudita e Israele</i><i><br />
</i></strong>Arabia Saudita e Israele non condividono un confine e non hanno mai combattuto una guerra aperta. Nonostante ciò, anche da lontano, l’Arabia Saudita ha giocato un ruolo importante nel conflitto israelo-palestinese. Piuttosto che fare affidamento sulla sua potenza militare, Riad ha usato modalità finanziarie per sostenere i vicini arabi che erano in prima linea nella lotta contro lo stato ebraico. Qualsiasi ostilità verso lo Israele è rimasta, tuttavia, su un piano completamente retorico. Come custode dei luoghi più sacri dell’Islam e uno dei più ricchi tra i paesi arabi, l’Arabia Saudita doveva assumere una posizione molto duttile, trovando un modo per mantenere la sua relazione con gli Stati Uniti, alleati di Israele. La relazione tra i due paesi si è tuttavia evoluta, fluttuando con l’avanzamento del processo di pace e influenzata dalla situazione geopolitica. Come alleati degli Stati Uniti, Israele e sauditi erano dalla stessa parte durante la Guerra fredda. Tuttavia, i sauditi erano e sono in molti modi vincolati dall’opinione pubblica araba.<br />
Nei primi anni del conflitto israelo-palestinese, la partecipazione dell’Arabia Saudita è stata limitata. La popolazione saudita era indifferente alle lotte tra Israele e i suoi vicini e non vi erano motivi strategici per essere attivamente coinvolti nel conflitto. Le tensioni hanno iniziato a crescere nel corso degli anni Cinquanta, quando i trattati commerciali sulle armi tra Stati Uniti e sauditi sono diventati pubblici e Israele ha iniziato a criticarli. Nonostante i rapporti tesi, i due paesi sono stati in grado di trovare un terreno comune su alcuni problemi. Nel 1960, quando l’Egitto di Nasser ha supportato il nuovo governo ribelle yemenita e quindi ha minacciato i sauditi e gli interessi regionali britannici, entrambi i paesi si sono rivolti a Israele per lanci aerei segreti di rifornimenti e armi. I jet israeliani hanno utilizzato lo spazio aereo saudita al fine di eludere gli aerei egiziani che sorvegliavano il Mar Rosso.<br />
La guerra dei Sei giorni del 1967 ha ridisegnato radicalmente la mappa del Medio Oriente. Pur non partecipando attivamente, è cambiato il ruolo degli Stati del Golfo nella regione. La sconfitta ha pesato molto su Egitto, Siria, Giordania e le loro economie, dando l’opportunità agli stati del Golfo di trasformare le loro nuove ricchezze in influenza geopolitica. I paesi del Golfo hanno iniziato a finanziare le parti che si contrapponevano ad Israele, spostando la leadership del mondo arabo dall’Egitto verso il Golfo e verso l’Arabia Saudita in particolare. Nel periodo successivo alla guerra, La Lega araba ha adottato la Risoluzione di Khartoum che conteneva i cosiddetti tre no &#8211; nessuna pace, nessuna trattativa e nessun riconoscimento di Israele.<br />
Prima della rivoluzione islamica, Iran e Israele erano stretti alleati. Hanno avuto scambi commerciali aperti e hanno collaborato segretamente sulle questioni di sicurezza. Le relazioni di Israele con il Golfo erano molto più complicate, tuttavia, la rivoluzione khomeinista ha cambiato tutto. Con la caduta dello Scià, l’Iran adottò con veemenza una linea politica anti-occidentale e anti-israeliana. L’Iran si proclamava come l’ultimo difensore della Palestina, il leader dell‘asse della resistenza contro Israele e l’unica guida legittima del mondo musulmano.<br />
I rapporti di Riad con gli Stati Uniti e le relazioni tra Washington e Israele avevano già reso l’Arabia Saudita un bersaglio delle critiche da parte dei paesi arabi radicali come la Siria, che la accusavano di tradimento. I sauditi hanno quindi utilizzato le loro finanze per provare di essere un alleato arabo affidabile contro Israele così come hanno usato l’arma del petrolio sugli alleati occidentali. I prezzi alle stelle del petrolio dopo la fine dell’embargo nel 1973 e l’influenza ritrovata è stata poi proiettata su Washington, dove praticamente nessuna decisione sul conflitto arabo-israeliano avrebbe potuto essere presa senza l’input saudita.<br />
Dopo il trattato di pace tra Egitto e Israele, che è stato visto in gran parte del mondo arabo come un tradimento, i sauditi hanno presentato la loro versione di un piano di pace regionale &#8211; il piano Fahd. Il piano chiedeva il ritiro israeliano ai confini precedenti al 1967, compresa Gerusalemme Est, la creazione dello Stato palestinese e il diritto di tutti i profughi palestinesi al ritorno. C’era però un implicito riconoscimento di Israele e del suo diritto di esistere e vivere in pace con i suoi vicini arabi, elemento che provocò ampie polemiche. Il piano è stato finalmente adottato al vertice della Lega Araba, ma sono state apportate alcune modifiche per accogliere le voci più radicali della comunità araba. I sauditi si sono trovati in una posizione precaria, cercando di dimostrare agli Stati Uniti che potevano essere un partner affidabile nel processo di pace e nella crociata anti-comunista, mentre ricercavano il consenso di tutti gli Stati arabi, compresi quelli più radicali come la Siria, l’Iraq e la Libia.<br />
La guerra del 1991 ha creato una frattura tra i sauditi e l’OLP di Arafat che aveva sostenuto l’invasione di Saddam. Tutti gli stati del Golfo hanno sostenuto i negoziati di pace, con la speranza che la risoluzione del conflitto avrebbe condotto alla necessaria stabilità regionale.<br />
Il successo degli accordi di Oslo ha portato al miglioramento delle relazioni tra Israele e alcuni paesi del Golfo &#8211; in particolare l’Oman e il Qatar, paesi che hanno una lunga tradizione di indipendenza nel consiglio, dominato altrimenti dall’Arabia Saudita. Entrambi i paesi nel 1990 hanno visitato Israele e ospitato diplomatici israeliani così come hanno aperto degli uffici commerciali. Tuttavia, il partenariato ha come sempre oscillato in relazione all’evoluzione del processo di pace e, con il fallimento delle trattative, si è interrotto, così come la cooperazione.<br />
Il processo tuttavia ha spinto i paesi del Golfo a considerare di rimuovere il loro divieto di fare affari con le aziende che hanno avuto rapporti commerciali con Israele. Il boicottaggio economico dello Stato ebraico era ed è ancora una pratica politica saudita di lunga data, anche se è spesso bypassata dalle aziende del settore privato.<br />
Sulla scia degli attacchi dell’11 settembre, il re saudita Abdullah ha redatto una nuova proposta di pace &#8211; un’iniziativa araba di pace. Con la reputazione negli Stati Uniti appannata dagli attacchi, dato che un gran numero dei dirottatori provenivano dall’Arabia Saudita, Riad sperava di presentarsi come un promotore della pace agli occhi statunitensi. Tuttavia, ancora una volta, ha dovuto essere in accordo con tutti i suoi partner arabi e con le loro posizioni. Pertanto, accanto alla consueta richiesta ad Israele di tornare ai confini precedenti il 1967 e l’istituzione di uno stato palestinese con capitale Gerusalemme Est, l’iniziativa comprendeva anche il ritorno di tutti i rifugiati e il ritiro israeliano dal Golan e dai territori contestati sui confini libanesi. Anche se il piano è stato pensato per essere solo la base della trattativa, non è stato accettato da Israele, ma ha segnalato comunque un importante cambiamento nell’approccio saudita allo stato ebraico, dato che offriva una pace completa e la normalizzazione dei rapporti nel caso in cui le richieste fossero state soddisfatte.<br />
Nonostante le differenze, i due paesi hanno qualcosa in comune. Specificamente, la loro apprensione e diffidenza verso l’Iran. Uno degli obiettivi principali del regime iraniano è la distruzione di Israele. Esso si definisce come il leader dell’asse di resistenza contro lo stato ebraico, inoltre, è anche un aspro critico del re saudita per le relazioni con gli Stati Uniti.<br />
L’invasione dell’Iraq e la caduta di Saddam hanno dato all’Iran un’apertura strategica per guadagnare influenza e sfidare il primato degli Stati Uniti e dei paesi del Golfo nella regione. L’Iran ha utilizzato i legami politici, economici e culturali per creare e coltivare i rapporti con la maggioranza sciita in Iraq. Il regime iraniano ha sostenuto le milizie sciite nella loro lotta contro i sunniti e gli americani. Ha trovato la sua strada in Afghanistan, Yemen, Libano e Palestina. La guerra del 2006 tra Hezbollah e Israele era in per molti versi una guerra tra Iran e Israele, che hanno combattuto attraverso una <i>guerra per procura</i>. Il crescente potere di Teheran in tutto il Medio Oriente ha allarmato i sauditi, molto attenti ai pericoli di una mezzaluna sciita. La retorica settaria e la diffusione della paura hanno portato alcuni analisti a cominciare a parlare di una “guerra fredda” arabo-iraniana.<br />
Inoltre, l’Iran ha approfittato della politica incerta dell’America in Siria, con la Russia, Hezbollah e con le altre milizie sciite che hanno mantenuto Assad al potere. Il regime degli ayatollah è stato in grado di stabilire una presenza militare sui confini di Israele oltre a mantenere e rafforzare il corridoio sciita. Questo è stato naturalmente uno sviluppo preoccupante sia per i sauditi sia per gli israeliani. Entrambi i paesi sono anche minacciati dagli Houthi yemeniti, un’altra formazione legata all’Iran. Dall’inizio della guerra civile, gli Houthi hanno sparato decine di missili verso il territorio saudita e hanno minacciato che, in caso di una guerra tra Israele e Hezbollah, i loro combattenti si sarebbe uniti alla milizia sciita libanese.<br />
Israele e Arabia Saudita ora condividono un certo numero di interessi nell’ambito della sicurezza, ad un livello che è senza precedenti. Il vuoto di potere lasciato dalla politica di Obama è stato riempito da Iran e Russia e l’amministrazione Trump, anche se forte e apparentemente dura, non ha messo ancora a punto una politica globale per il Medio Oriente o l’Iran stesso. Di conseguenza, non sorprende che Israele e Arabia Saudita siano alla ricerca di nuovi possibili alleati.<br />
Due fattori hanno spinto Israele e Arabia Saudita vicini l’uno all’altro. Il primo, il graduale allontanamento degli Stati Uniti sotto il presidente Trump dai problemi dell’Asia occidentale. Alcuni analisti hanno sostenuto che Arabia Saudita e Israele condividono la delusione verso gli Stati Uniti; considerano il ruolo sempre minore degli Stati Uniti in Medio Oriente come via di sbocco per il dominio russo-iraniano nella regione. Il secondo elemento chiave è l’accordo nucleare iraniano. Israele e Arabia Saudita sono d’accordo e hanno enunciato in vari forum regionali e internazionali che l’Iran non dovrebbe mai essere autorizzato a diventare una potenza nucleare. Entrambi i paesi hanno insistentemente chiesto al presidente Trump di abolire l’accordo sul nucleare, se le condizioni imposte all’Iran non potessero essere rafforzate. In effetti, gli Stati Uniti si sono ritirati dall’accordo. Tuttavia, la crescente incertezza sulle sfaccettature del patto internazionale che avrebbe frenato il progetto nucleare iraniano sta rendendo nervosi Israele e Arabia Saudita. Di fatto, l’Arabia Saudita, che è firmataria del trattato di non proliferazione, ha minacciato di acquisire armi nucleari con il sostegno segreto di Israele.<br />
Il riavvicinamento tra i due paesi non è del tutto alla luce del sole. Non hanno relazioni diplomatiche ufficiali. Gli eventuali legami spesso non sono discussi apertamente, anche se gli israeliani non stanno cercando di nasconderli. I sauditi hanno bisogno di essere più attenti, con gli occhi del mondo islamico su di loro. Ci sono tuttavia piccoli segnali che dimostrano che i due paesi si stanno riavvicinando. Nel settembre del 2017, per esempio, il Capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane Gadi Eizenkot ha rilasciato un’intervista al sito di notizie saudita <i>Elaph</i>, la prima volta per un funzionario israeliano. Eizenkot ha detto che Israele e l’Arabia Saudita condividono le stesse opinioni per quanto riguarda l’Iran e che Israele è pronto a condividere le informazioni con i sauditi se necessario. L’Arabia Saudita ha anche consentito alle compagnie aeree indiane di raggiungere Tel Aviv attraversando il suo spazio aereo, un cambiamento significativo nella vecchia prassi politica.<br />
In una recente intervista concessa a <em>The Atlantic</em>, il principe ereditario Mohammed bin Salman ha dichiarato che credeva che gli Ebrei avessero diritto ad un loro stato. I due paesi hanno sollevato punti quasi identici durante varie trattative diplomatiche, in particolare per quanto riguarda l’accordo nucleare iraniano a cui si sono sempre opposti. Diversi funzionari israeliani hanno dichiarato che in effetti hanno delle relazioni segrete e parlano con i paesi arabi. Il ministro dell’energia israeliano Steinitz ha riferito alla Reuters che è “l’altra parte interessata a mantenere legami segreti. Con noi, di solito, non c’è nessun problema, ma noi rispettiamo il desiderio dell’altro, quando i legami si stanno sviluppando, sia che si tratti con l’Arabia Saudita o con altri paesi arabi o con altri paesi musulmani, e c’è molto di più &#8230; (ma) lo teniamo segreto.”<br />
Se consideriamo i conflitti in atto, entrambi i paesi possono ottenere dei benefici da una normalizzazione dei rapporti.<br />
Israele è nel cuore del conflitto del Levante; avere un forte alleato arabo rappresenterebbe un vantaggio, in quanto la sua sicurezza complessiva aumenterebbe, ribadendo ulteriormente il suo diritto di esistere. In generale, costituirebbe un aiuto per stabilizzare la regione. Tuttavia, è importante evidenziare che anche senza alleati arabi, Israele è stato in grado di sopravvivere per 70 anni e diventare una delle potenze economiche e militari della regione. Il prezzo della normalizzazione sarebbe molto probabilmente un accordo di pace con i palestinesi. I negoziati sono stati congelati per quattro anni, la parte palestinese è divisa e non c’è la volontà politica o un sostegno generalizzato dell’opinione pubblica israeliana ad una riattivazione del processo di pace. I guadagni di una normalizzazione non sono necessariamente sufficienti per giustificare un accordo di pace, non quando Israele ha vissuto all’interno del conflitto per 70 anni e rimane uno stato forte. Potrebbe usare l’Arabia Saudita come alleato, ma non ne ha davvero bisogno.<br />
Per i sauditi, il nucleo del conflitto è contrastare l’Iran e, finora, non sono stati in grado di farlo. Non hanno le capacità per bloccare la sua influenza nella regione. Con l’aiuto di Israele, tuttavia, ciò potrebbe cambiare, dando ai sauditi un vantaggio tattico sbilanciando il potere regionale a loro favore.<br />
I governi di Tel Aviv e di Riad sono concordi sulla minaccia dell’Iran e unendo le loro risorse e capacità potrebbero spostare l’asse del potere geopolitico a vantaggio dei sauditi. La normalizzazione sarebbe molto vantaggiosa per l’Arabia e per il suo ruolo nel Golfo. Ma è l’esistenza del conflitto nel Levante che lo rende impossibile o almeno incredibilmente costoso. L’Arabia Saudita non può essere un attore diretto nel conflitto del Levante, non ha mai combattuto una guerra con Israele, anche se il suo status di paese leader del mondo musulmano e la natura wahhabita del regime dimostrano che è parte di esso. Il costo politico interno di una normalizzazione con Israele senza un accordo di pace per il conflitto israelo-palestinese (e forse anche con esso) è troppo alto. Anche se il conflitto del Golfo ha guadagnato la priorità agli occhi della classe dirigente a Riad, non può essere così per la popolazione saudita e musulmana in tutto il mondo. L’alleanza con Israele potrebbe rafforzare l’Arabia Saudita militarmente ma indebolirla politicamente. A causa dell’esistenza dei conflitti, la normalizzazione sarebbe positiva e utile &#8211; per i sauditi per affrontare il conflitto nel Golfo e per gli israeliani per migliorare la loro situazione nel Levante.<br />
Le recenti crisi in Medio Oriente hanno modificato il contesto geopolitico. In primo luogo, l’invasione degli Stati Uniti ha cancellato l’Iraq come potenza regionale e lo ha trasformato in uno stato debole bloccato in lotta settaria. Questo, insieme con i successivi eventi come la Primavera araba, la guerra civile siriana e yemenita hanno portato l’Iran a guadagnare maggiore influenza spostando l’equilibrio regionale del potere a suo vantaggio. Ciò che preoccupa l’Arabia Saudita e Israele è che l’Iran sia riuscito a stabilire potenti collegamenti vicino ai loro confini, minacciando la loro sicurezza nazionale. Con gli Stati Uniti che lentamente si stanno sfilando dal Medio Oriente, concentrandosi su nuove regioni, i due paesi si sono trovati potenzialmente bisognosi di nuovi alleati e le antiche inimicizie regionali hanno cominciato a modificarsi.<br />
L’area è comunque un complicato groviglio di vari interessi, ideologie e credenze, per cui mettere in atto qualsiasi nuova relazione è difficile e potenzialmente pericoloso.<br />
Dal punto di vista economico, la normalizzazione sarebbe piuttosto positiva per entrambi i paesi. L’Arabia Saudita ha preso parte al boicottaggio di Israele promosso dalla Lega Araba sin dal suo inizio. Perciò ufficialmente, ci potrebbero essere alcuni scambi commerciali tra i due paesi. Le regole sono state comunque spesso eluse da parte del settore privato e i reali calcoli del livello del PIL mancante a causa del boicottaggio sono quindi difficili da quantificare. In generale, si ritiene che entrambi i paesi potrebbero trarre profitto da relazioni commerciali aperte, anche dal punto di vista tecnologico. I sauditi beneficerebbero del know-how tecnologico israeliano e Israele in cambio potrebbe prendere parte ai progetti del nuovo principe ereditario.<br />
La normalizzazione può produrre affettivamente dei vantaggi economici, ma non è certo la ragione principale alla base delle nuove relazioni. Le vere ragioni sono puramente pratiche, riguardando la sicurezza e l’interesse nazionali. I due paesi condividono le stesse opinioni per quanto riguarda l’Iran, il suo programma nucleare e la sua crescente influenza nella regione. I sauditi non hanno le capacità o l’esperienza per contrastare Teheran. Nell’ambito della sicurezza, ora che gli Stati Uniti si stanno ritraendo dalla regione, l’Arabia Saudita ha molto da guadagnare dal miglioramento delle relazioni con Tel Aviv. Israele ha i mezzi, l’intelligence e l’esperienza per condurre una campagna globale contro l’Iran, riducendone l’influenza e il potere nel complesso, conferendo maggiore influenza proprio all’Arabia Saudita.<br />
Anche se la normalizzazione e l’alleanza contro l’Iran avverrebbero dal punto di vista militare e della politica estera, potrebbero essere molto negative a livello interno, soprattutto per i sauditi. L’Arabia Saudita si presenta come leader del mondo musulmano e custode dei suoi luoghi più sacri. La sua ideologia wahhabita unisce e definisce il regime e legittima la famiglia reale, ciò significa che la famiglia reale è strettamente vincolata ad essa. L’alleanza con Israele aiuterebbe Riad dal punto di vista militare, ma la indebolirebbe politicamente, aprendola alle critiche dell’élite conservatrice, dei gruppi radicali e dei regimi di tutto il mondo e dell’Iran stesso che potrebbe rappresentarla come traditrice della fede, qualificandosi come l’unico difensore rimasto della causa palestinese.<br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>L’omicidio Khashoggi</strong><br />
In conclusione, risulta importante soffermarsi sull’omicidio del giornalista saudita Khashoggi, l’ennesimo evento che può cambiare ancora l’equilibrio in un Medio Oriente mai così instabile.<br />
Il crudele omicidio e i tentativi dilettantistici del regime di coprirlo hanno causato danni incommensurabili al prestigio internazionale dell’Arabia Saudita e del suo principe ereditario di fatto, Mohammed bin Salman.<br />
Il fatto che gli Stati Uniti e altri paesi occidentali stiano considerando di punire Riad &#8211; la Germania ha già congelato le consegne di armi al regno &#8211; getta un’ombra profonda non solo sul rapporto segreto di Israele con il regno ma anche sugli sforzi internazionali per tenere sotto controllo l’Iran.<br />
Per prima cosa, i leader americani e israeliani speravano che MBS &#8211; come il principe ereditario è noto &#8211; e la sua apparente disposizione pro-Israele potessero aiutare a costringere i palestinesi a fare le concessioni necessarie per la pace con Israele. Inoltre, l’erosione della posizione internazionale di Riad potrebbe influenzare negativamente il suo ruolo di principale potenza regionale che si oppone all’Iran.<br />
“Israele si trova in una situazione molto difficile”, ha detto Dan Shapiro, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Israele. “Vuole e ha bisogno dell’Arabia Saudita come un&#8217;ancora affidabile di questa coalizione regionale per affrontare l&#8217;aggressione iraniana, ed è di fronte alla realtà che l&#8217;attuale leadership saudita si è dimostrata incapace di svolgere tale ruolo”.<br />
Nessun altro paese arabo potrebbe sostituire l&#8217;Arabia Saudita nella coalizione anti-Iran della regione, ma MBS ha dimostrato di essere “estremamente imprudente, impulsivo e inaffidabile”, ha aggiunto Shapiro, oggi membro dell’Institute for National Security a Tel Aviv.<br />
L’omicidio di Khashoggi e le continue bugie su di esso sono solo l’ultima serie di decisioni sbagliate prese dal principe ereditario, ha detto Shapiro, che menziona il bombardamento dello Yemen senza preoccupazione per le vittime civili, l&#8217;imposizione di un assedio al Qatar e la detenzione del primo ministro libanese Saad Hariri.<br />
MBS “agisce frequentemente su conoscenze limitate e scarso giudizio” e i vari scandali che hanno trascinato il suo paese indeboliscono il regno e minano le relazioni con gli alleati, ha continuato Shapiro.<br />
Secondo l’ex diplomatico, gli Stati Uniti non dovrebbero interrompere i rapporti con il regno saudita, in quanto svolge un ruolo fondamentale negli sforzi americani per frenare l’Iran. Tuttavia, “fino a quando non ci sarà un cambio di leadership saudita, o almeno un cambiamento nello stile della leadership saudita, la capacità del paese di svolgere questo ruolo è significativamente indebolita”.<br />
La prospettiva di un indebolimento della leadership saudita nella regione altera significativamente la strategia geopolitica intrapresa dallo Stato ebraico, ma in base all’analisi effettuata, è possibile affermare che, nonostante l’assenza di un’Arabia Saudita forte come alleata, Israele riuscirà a mantenere una posizione di rilievo nel complicato scacchiere mediorientale, dato che ne è a tutt’oggi una tra le maggiori potenze militari e economiche.</span></p>
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<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;"><em>Per saperne di più </em><br />
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Abadi, J. (1998) &#8220;Israel and Saudi Arabia: Persistence of Hostility and the Prospect of Normalization&#8221;, <i>Mediterranean Quarterly</i>, 9(2), pp. 52–76.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Al Jazeera (2018) &#8220;Key facts about the war in Yemen&#8221; in <i>Al Jazeera</i>. [Online] 25 March. <a href="https://www.aljazeera.com/news/2016/06/key-facts-war-yemen-160607112342462.html"><span style="color: #000000;">https://www.aljazeera.com/news/2016/06/key-facts-war-yemen-160607112342462.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Al Jazeera (2018) &#8220;Syria’s civil war explained from the beginning&#8221; in <i>Al Jazeera</i>. <a href="https://www.aljazeera.com/news/2016/05/syria-civil-war-explained-160505084119966.html"><span style="color: #000000;">https://www.aljazeera.com/news/2016/05/syria-civil-war-explained-160505084119966.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">al-Khoei, H. (2010) &#8220;Did Iran really do so well out of the Iraq war?&#8221; in <i>The Guardian. </i>29 August. <a href="https://www.theguardian.com/commentisfree/2010/aug/29/iraq-war-iran-democracy"><span style="color: #000000;">https://www.theguardian.com/commentisfree/2010/aug/29/iraq-war-iran-democracy</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Al-Tamimi, N. (2017) &#8220;Why China’s influence in the Middle East will grow<i>&#8221; </i>in <i>Arab News. </i>[Online] 9 November. <a href="http://www.arabnews.com/node/1190426"><span style="color: #000000;">http://www.arabnews.com/node/1190426</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bahgat, G., Ehteshami, A. and Quilliam, N. (2017) <i>Security and Bilateral Issues Between Iran and its Arab Neighbours</i>, <i>Security and Bilateral Issues between Iran and Its Arab Neighbours</i>. London: Palgrave Macmillan.</span></p>
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">BBC News (2016) &#8220;Profile: Lebanon’s Hezbollah movement&#8221; in <i>BBC News</i>. 15 March. <a href="http://www.bbc.com/news/world-middle-east-10814698"><span style="color: #000000;">http://www.bbc.com/news/world-middle-east-10814698</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">BBC News (2016) &#8220;Timeline: Iraq War&#8221; in <i>BBC News</i>. [Online] 5 July. <a href="http://www.bbc.com/news/magazine-36702957"><span style="color: #000000;">http://www.bbc.com/news/magazine-36702957</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">BBC News (2017) &#8220;Saudi Arabia driving ban on women to be lifted&#8221; in <i>BBC News</i>. [Online] 27 September. <a href="http://www.bbc.com/news/world-middle-east-41408195"><span style="color: #000000;">http://www.bbc.com/news/world-middle-east-41408195</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">BBC News (2018) &#8220;Saudi Crown Prince Mohammed bin Salman, power behind the throne&#8221; in <i>BBC News</i>. [Online] 7 March. <a href="http://www.bbc.com/news/world-middle-east-40354415"><span style="color: #000000;">http://www.bbc.com/news/world-middle-east-40354415</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">BBC News (2018) &#8220;Yemen crisis: Who is fighting whom?&#8221; in <i>BBC News</i>. [Online] 30 January. <a href="http://www.bbc.com/news/world-middle-east-29319423"><span style="color: #000000;">http://www.bbc.com/news/world-middle-east-29319423</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ben-Porat, G. (2013) <i>Between State and Synagogue: The Secularization of Contemporary Israel</i>. New York: Cambridge University Press.</span></p>
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Brimelow, B. (2017) &#8220;Saudi Arabia has the best military equipment money can buy — but it’s still not a threat to Iran&#8221; in <i>Business Insider Nordic. </i>[Online] 16 December. <a href="http://nordic.businessinsider.com/saudi-arabia-iran-yemen-military-proxy-war-2017-12?r=US&amp;IR=T"><span style="color: #000000;">http://nordic.businessinsider.com/saudi-arabia-iran-yemen-military-proxy-war-2017-12?r=US&amp;IR=T</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Buzan, B. and Waever, O. (2003) <i>Regions and Powers: The Structure of International Security</i>. Cambridge: Cambridge University Press.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Caspit, B. (2018) &#8220;At 70, Israel sits atop a volcano&#8221; in <i>Al-Monitor. </i>[Online] 18 April. <a href="https://www.al-monitor.com/pulse/originals/2018/04/israel-independence-security-IDF-Syria-Iran-Conflicts-War.html"><span style="color: #000000;">https://www.al-monitor.com/pulse/originals/2018/04/israel-independence-security-IDF-Syria-Iran-Conflicts-War.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Council on Foreign Relations (2011) &#8220;The Iraq War&#8221; in the <i>Council on Foreign Relations</i>. [Online]. <a href="https://www.cfr.org/timeline/iraq-war"><span style="color: #000000;">https://www.cfr.org/timeline/iraq-war</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Council on Foreign Relations (2017) &#8220;U.S.-Saudi Relations&#8221; in <i>Council on Foreign Relations</i>. [Online] 12 May. <a href="https://www.cfr.org/backgrounder/us-saudi-relations"><span style="color: #000000;">https://www.cfr.org/backgrounder/us-saudi-relations</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">DeYoung, K. and Harries, S. (2018) &#8220;Trump instructs military to begin planning for withdrawal from Syria&#8221; in <i>The Washington Post. </i>[Online] 4 April. <a href="https://www.washingtonpost.com/world/national-security/trump-instructs-military-to-begin-planning-for-withdrawal-from-syria/2018/04/04/1039f420-3811-11e8-8fd2-49fe3c675a89_story.html?noredirect=on&amp;utm_term=.89cf1d114167"><span style="color: #000000;">https://www.washingtonpost.com/world/national-security/trump-instructs-military-to-begin-planning-for-withdrawal-from-syria/2018/04/04/1039f420-3811-11e8-8fd2-49fe3c675a89_story.html?noredirect=on&amp;utm_term=.89cf1d114167</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Erlanger, S. and Oppel Jr., R. A. (2006) &#8220;A Disciplined Hezbollah Surprises Israel With Its Training, Tactics and Weapons&#8221; in <i>The New York Times. </i>[Online] 7 August. <a href="https://www.nytimes.com/2006/08/07/world/middleeast/07hezbollah.html"><span style="color: #000000;">https://www.nytimes.com/2006/08/07/world/middleeast/07hezbollah.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Franceschi, D. (2016a) “La guerra civile nello Yemen: il ruolo dell’Arabia Saudita e dell’Iran” in <i>Storico.org.</i> [Online]. <a href="http://www.storico.org/africa_islamici_israele/yemen.html"><span style="color: #000000;">http://www.storico.org/africa_islamici_israele/yemen.html</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Franceschi, D. (2017b) “La guerra civile siriana. Contesto storico e geopolitico della crisi” in <i>Storico.org. </i>[Online] <a href="http://www.storico.org/africa_islamici_israele/guerracivile_siria.html"><span style="color: #000000;">http://www.storico.org/africa_islamici_israele/guerracivile_siria.html</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Franceschi, D. (2017c) “Divisioni etniche, settarie e religiose nella storia dell’Iraq” in <i>Storico.org. </i>[Online] <a href="http://www.storico.org/africa_islamici_israele/divisioni_iraq.html"><span style="color: #000000;">http://www.storico.org/africa_islamici_israele/divisioni_iraq.html</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Franceschi, D. (2018d) “Israele e la crisi siriana: le sfide politiche e militari per lo Stato ebraico” in <i>Storico.org.</i> [Online] <a href="http://www.storico.org/africa_islamici_israele/israele_crisisiriana.html"><span style="color: #000000;">http://www.storico.org/africa_islamici_israele/israele_crisisiriana.html</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Franceschi, D. (2018f) “L’Iran e la crisi siriana: caratteristiche e finalità del coinvolgimento iraniano nella guerra civile in Siria” in <i>Storico.org.</i> [Online] <a href="http://www.storico.org/africa_islamici_israele/iran_crisisiriana.html"><span style="color: #000000;">http://www.storico.org/africa_islamici_israele/iran_crisisiriana.html</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Frantzman, S. J. (2017) &#8220;European politics is following in Israeli footsteps&#8221; in <i>The Spectator. </i>[Online] 1 April. <a href="https://blogs.spectator.co.uk/2017/04/will-european-politics-look-like-israels-future/"><span style="color: #000000;">https://blogs.spectator.co.uk/2017/04/will-european-politics-look-like-israels-future/</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Frantzman, S. J. (2018) &#8220;Houthis, Hezbollah and Hamas: Israel and Saudi Arabia face similar threat&#8221; in <i>The Jerusalem Post. </i>[Online] 26 March. <a href="https://www.jpost.com/Arab-Israeli-Conflict/Houthis-Hezbollah-and-Hamas-Israel-and-Saudi-Arabia-face-similar-threats-547169"><span style="color: #000000;">https://www.jpost.com/Arab-Israeli-Conflict/Houthis-Hezbollah-and-Hamas-Israel-and-Saudi-Arabia-face-similar-threats-547169</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Fraser, T. G. (2008) <i>The Arab-Israeli Conflict</i>. China: Palgrave Macmillan.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Freedman, R. O. (2010) &#8220;Russia, Israel and the Arab-Israeli conflict: the Putin Years&#8221;, <i>Middle East Policy</i>, 17(3), pp. 51–63.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Gadalla, P. (2018) &#8220;Seven years of Syria’s civil war: What Brookings experts are saying&#8221; in <i>Brookings</i>. [Online] 29 March. <a href="https://www.brookings.edu/blog/brookings-now/2018/03/29/seven-years-of-syrias-civil-war-what-brookings-experts-are-saying/"><span style="color: #000000;">https://www.brookings.edu/blog/brookings-now/2018/03/29/seven-years-of-syrias-civil-war-what-brookings-experts-are-saying/</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Guzansky, Y. (2015a) &#8220;Israel and the Arab Gulf States: From Tacit Cooperation to Reconciliation?&#8221;, <i>Israel Affairs</i>, 21(1), pp. 131–147.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Guzansky, Y. (2015b) <i>The Arab Gulf State and Reform in the Middle East: Between Iran and the ‘Arab Spring’. Hampshire: Palgrave Macmillan.</i></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Hallam, J. (2018) &#8220;Lebanon’s Saad Hariri accepts invitation to go to Saudi Arabia&#8221; in <i>CNN</i>. [Online] 27 February. <a href="https://edition.cnn.com/2018/02/27/middleeast/hariri-invitation-saudi-intl/index.html"><span style="color: #000000;">https://edition.cnn.com/2018/02/27/middleeast/hariri-invitation-saudi-intl/index.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Heistein, A. (2018) &#8220;The prospects for Israel-Saudi relations&#8221; in <i>The Jerusalem Post</i>. [Online] 20 January. <a href="https://www.jpost.com/Opinion/The-prospects-for-Israel-Saudi-relations-539285"><span style="color: #000000;">https://www.jpost.com/Opinion/The-prospects-for-Israel-Saudi-relations-539285</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Heller, J. (2018) &#8220;Israel approves hundreds of new settlement homes: NGO&#8221; in <i>Reuters</i>. [Online] 11 January. <a href="https://www.reuters.com/article/us-israel-palestinians-settlements/israel-approves-hundreds-of-new-settlement-homes-ngo-idUSKBN1F01MQ"><span style="color: #000000;">https://www.reuters.com/article/us-israel-palestinians-settlements/israel-approves-hundreds-of-new-settlement-homes-ngo-idUSKBN1F01MQ</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Heller, J. and Kalin, S. (2017) &#8220;Israeli minister reveals covert contacts with Saudi Arabia&#8221; in <i>Reuters</i>. [Online] 19 November. <a href="https://www.reuters.com/article/us-israel-saudi/israeli-minister-reveals-covert-contacts-with-saudi-arabia-idUSKBN1DJ0S1"><span style="color: #000000;">https://www.reuters.com/article/us-israel-saudi/israeli-minister-reveals-covert-contacts-with-saudi-arabia-idUSKBN1DJ0S1</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Kontorovich, E. (2003) &#8220;The Arab League Boycott and WTO Accession: Can Foreign Policy Excuse Discriminatory Sanctions ?&#8221;, <i>Chicago Journal of International Law</i>, 4(2), pp. 283–304.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Liebermann, O. (2017) &#8220;Israel-Saudi relations are being changed by a mutual enemy&#8221; in <i>CNN</i>. [Online] 26 November. <a href="https://edition.cnn.com/2017/11/25/middleeast/israel-saudi-relations/index.html"><span style="color: #000000;">https://edition.cnn.com/2017/11/25/middleeast/israel-saudi-relations/index.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Liptak, K. and Gaouette, N. (2018) &#8220;Iran deal: Trump announces withdrawal, will re-institute sanctions&#8221; in <i>CNN. </i>[Online] 9 May. <a href="https://edition.cnn.com/2018/05/08/politics/donald-trump-iran-deal-announcement-decision/index.html"><span style="color: #000000;">https://edition.cnn.com/2018/05/08/politics/donald-trump-iran-deal-announcement-decision/index.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Marcus, J. (2017) &#8220;Israel and Saudi Arabia: What’s shaping the covert ‘alliance’&#8221; in <i>BBC News</i>. [Online] 24 November. <a href="http://www.bbc.com/news/world-middle-east-42094105"><span style="color: #000000;">http://www.bbc.com/news/world-middle-east-42094105</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Marcus, J. (2018) &#8220;Israel and Saudi Arabia: The relationship emerging into the open&#8221; in <i>BBC News</i>. [Online] 3 April. <a href="http://www.bbc.com/news/world-middle-east-43632905"><span style="color: #000000;">http://www.bbc.com/news/world-middle-east-43632905</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Matthews, K. (1993) <i>The Gulf Conflict and International Relations</i>. London: Routledge.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Mualem, M. (2018a) &#8220;Netanyahu’s expansion of war powers raises concerns in Israel&#8221; in <i>Al-Monitor</i>. [Online] 2 May. <a href="https://www.al-monitor.com/pulse/originals/2018/05/israel-prime-minister-defense-minister-new-law-war-cabinet.html"><span style="color: #000000;">https://www.al-monitor.com/pulse/originals/2018/05/israel-prime-minister-defense-minister-new-law-war-cabinet.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Mualem, M. (2018b) &#8220;Netanyahu’s ‘Iran doctrine’ sidelines everything else&#8221; in <i>Al-Monitor</i>. [Online] 9 May. <a href="https://www.al-monitor.com/pulse/originals/2018/05/israel-netanyahu-iran-security-agenda-palestine-diplomacy.html"><span style="color: #000000;">https://www.al-monitor.com/pulse/originals/2018/05/israel-netanyahu-iran-security-agenda-palestine-diplomacy.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nevo, J. (1998) “Religion and National Identity in Saudi Arabia”, <i>Middle Eastern Studies</i>, 34(3), pp. 34–53.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">NPR (2011) &#8220;The Arab Spring: A Year Of Revolution&#8221; in <i>NPR</i>. [Online] 17 December. <a href="https://www.npr.org/2011/12/17/143897126/the-arab-spring-a-year-of-revolution"><span style="color: #000000;">https://www.npr.org/2011/12/17/143897126/the-arab-spring-a-year-of-revolution</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Orkaby, A. (2015) &#8220;Rivals With Benefits&#8221;, in <i>Foreign Affairs</i>. [Online] 13 March. <a href="https://www.foreignaffairs.com/articles/middle-east/2015-03-13/rivals-benefits"><span style="color: #000000;">https://www.foreignaffairs.com/articles/middle-east/2015-03-13/rivals-benefits</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Rabi, U. and Mueller, C. (2017) &#8220;The Gulf Arab states and Israel since 1967: From “no negotiation” to tacit cooperation&#8221;, <i>British Journal of Middle Eastern Studies</i>, 44(4), pp. 576–592.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Rosenberg, S. (2017) &#8220;Syria war: Putin’s Russian mission accomplished in <i>BBC News</i>. [Online] 13 December. <a href="http://www.bbc.com/news/world-europe-42330551"><span style="color: #000000;">http://www.bbc.com/news/world-europe-42330551</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Rotunno, L. and Vézina, P. L. (2017) &#8220;Israel’s open-secret trade&#8221;, <i>Review of World Economics</i>, 153(2), pp. 233–248.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Sadeh, S. (2012) &#8220;The badly kept secret of Israel’s trade throughout the Muslim world&#8221; in <i>Haaretz.com</i>. [Online] 19 January. <a href="https://www.haaretz.com/israel-news/business/1.5167882"><span style="color: #000000;">https://www.haaretz.com/israel-news/business/1.5167882</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Salama, V. (2017) &#8220;‘An open secret’: Saudi Arabia and Israel get cozy&#8221; in <i>NBC News. </i>[Online] 15 November. <a href="https://www.nbcnews.com/news/mideast/open-secret-saudi-arabia-israel-get-cozy-n821136"><span style="color: #000000;">https://www.nbcnews.com/news/mideast/open-secret-saudi-arabia-israel-get-cozy-n821136</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Santini, R. H. (2017) ‘A New Regional Cold War in the Middle East and North Africa: Regional Security Complex Theory Revisited A New Regional Cold War in the Middle East and North Africa’:, <i>The International Spectator</i>, 52(4), pp. 93–111.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Shadbolt, P. and Macguire, E. (2012) &#8220;Lebanon: Country profile&#8221; in <i>CNN</i>. [Online] 10 August. <a href="https://edition.cnn.com/2012/08/10/world/meast/lebanon-country-profile/index.html"><span style="color: #000000;">https://edition.cnn.com/2012/08/10/world/meast/lebanon-country-profile/index.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Shane, S. (2016) &#8220;Saudis and Extremism: ‘Both the Arsonists and the Firefighters’&#8221; in <i>The New York Times</i>. [Online] 25 August. <a href="https://www.nytimes.com/2016/08/26/world/middleeast/saudi-arabia-islam.html"><span style="color: #000000;">https://www.nytimes.com/2016/08/26/world/middleeast/saudi-arabia-islam.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Scheindlin, D. (2018) &#8220;Netanyahu Needs Conflict to Survive&#8221; in <i>Foreign Policy</i>. [Online] 16 May. <a href="http://foreignpolicy.com/2018/05/16/netanyahu-needs-conflict-to-survive/"><span style="color: #000000;">http://foreignpolicy.com/2018/05/16/netanyahu-needs-conflict-to-survive/</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Schindler, M. (2017) &#8220;Israeli companies working with Saudi Arabia?&#8221; in <i>The Jerusalem Post</i>. [Online] 25 October. <a href="https://www.jpost.com/Business-and-Innovation/Israeli-companies-likely-talking-to-Saudi-Arabia-about-500-bil-smart-city-508429"><span style="color: #000000;">https://www.jpost.com/Business-and-Innovation/Israeli-companies-likely-talking-to-Saudi-Arabia-about-500-bil-smart-city-508429</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Suchkov, M. A. (2018) &#8220;As tensions flare with Iran, Israel embraces Russia&#8221; in <i>Al-Monitor</i>. [Online] 10 May. <a href="https://www.al-monitor.com/pulse/originals/2018/05/tensions-flare-israel-iran-russia-netanyahu-putin.html"><span style="color: #000000;">https://www.al-monitor.com/pulse/originals/2018/05/tensions-flare-israel-iran-russia-netanyahu-putin.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">The Jerusalem Post (2017) &#8220;How Saudi Arabia turned on Lebanon’s Hariri&#8221; in <i>The Jerusalem Post</i>. [Online] 12 November. <a href="https://www.jpost.com/Middle-East/How-Saudi-Arabia-turned-on-Lebanons-Hariri-514023"><span style="color: #000000;">https://www.jpost.com/Middle-East/How-Saudi-Arabia-turned-on-Lebanons-Hariri-514023</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">The Jerusalem Post (2018) &#8220;No free lunch: Israeli-Palestinian talks&#8221; in <i>The Jerusalem Post</i>. [Online] 6 May. <a href="https://www.jpost.com/Opinion/No-free-lunch-Israeli-Palestinian-talks-553590"><span style="color: #000000;">https://www.jpost.com/Opinion/No-free-lunch-Israeli-Palestinian-talks-553590</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Traub, J. (2016) &#8220;The Mess Obama Left Behind in Iraq&#8221; in <i>Foreign Policy</i>. [Online] 7 October. <a href="http://foreignpolicy.com/2016/10/07/the-mess-obama-left-behind-in-iraq-surge-debate/"><span style="color: #000000;">http://foreignpolicy.com/2016/10/07/the-mess-obama-left-behind-in-iraq-surge-debate/</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Tzemprin, A., Jozic, J. and Lambaré, H. (2015) &#8220;The Middle East Cold War: Iran-Saudi Arabia and the Way Ahead&#8221;, <i>Croatian Political Science Review</i>, 52(4–5), pp. 187–202.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Weiss, M. A. (2013) &#8220;Arab League Boycott of Israel&#8221;, <i>Current Politics and Economics of the Middle East</i>, 4(1), pp. 109–118.</span></p>
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		<title>&#8220;LA STAMPA&#8221; E LA NASCITA DELLO STATO DI ISRAELE</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Sep 2018 07:39:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Daniela Franceschi - Nel 1948 il quotidiano torinese dedicò ampio spazio all&#8217;evento, mettendo in evidenza le ambivalenze degli Stati Uniti, esaltando oltremisura l&#8217;atteggiamento della Santa Sede e dimenticandosi di citare le leggi razziali di Mussolini&#8230; La nascita dello Stato d’Israele, il 14 maggio del 1948 [1], è uno degli &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Daniela Franceschi -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Nel 1948 il quotidiano torinese dedicò ampio spazio all&#8217;evento, mettendo in evidenza le ambivalenze degli Stati Uniti, esaltando oltremisura l&#8217;atteggiamento della Santa Sede e dimenticandosi di citare le leggi razziali di Mussolini&#8230;</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">La nascita dello Stato d’Israele, il 14 maggio del 1948 <a title="" href="#_ftn1"><span style="color: #000000;">[1]</span></a>, è uno degli eventi più importanti del secondo dopoguerra, quindi sono di grande interesse le modalità con cui giornalisti ed inviati de “La Stampa” affrontarono quest’imprevista, e per molti insperata, novità nella Storia del novecento.</span><br />
<span style="color: #000000;">Il presente contributo tralascerà volutamente di stilare una banale cronistoria, concentrandosi soltanto sui commenti e le analisi dei pubblicisti<a title="" href="#_ftn2"><span style="color: #000000;"> [2]</span></a>.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Il giornalista Italo Zingarelli</strong> <a title="" href="#_ftn3"><span style="color: #000000;">[3]</span></a> ci offre in due articoli <a title="" href="#_ftn4"><span style="color: #000000;">[4]</span></a>, pubblicati in prima pagina, un quadro dettagliato della situazione internazionale in cui avvenne la nascita d’Israele. Zingarelli constatava come gli avvenimenti in Palestina fossero il frutto della fine dell’impero inglese <a title="" href="#_ftn5"><span style="color: #000000;">[5]</span></a>, che aveva ceduto “lo scettro mondiale agli Stati Uniti” <a title="" href="#_ftn6"><span style="color: #000000;">[6]</span></a>. Lo scenario mediorientale si presentava molto complesso, essendo costituito da “una rete di intrighi, di gelosie, di interessi che ostacola terribilmente la situazione” <a title="" href="#_ftn7"><span style="color: #000000;">[7]</span></a>. Il presidente degli Stati Uniti Harry Truman, riconosciuto il nuovo Stato subito dopo la proclamazione, assumeva poi una posizione ambivalente, non volendo schierarsi né contro gli ebrei né contro gli arabi, ben consapevole della difficoltà di subentrare alla Gran Bretagna nello scenario medio orientale <a title="" href="#_ftn8"><span style="color: #000000;">[8]</span></a>, “in un’area considerata strategica per il futuro degli equilibri internazionali”<a title="" href="#_ftn9"><span style="color: #000000;"> [9]</span></a>. La politica estera del presidente americano era giudicata molto negativamente dal giornalista, anche se a malincuore essendo conscio di come la popolazione italiana avesse beneficiato degli aiuti dell’amministrazione americana. Il presidente aveva compromesso “la faccenda della Palestina non ancora sanata (…) prima mandò a monte l’accordo raggiunto a Londra con l’Inghilterra dai suoi plenipotenziari, favorì quindi il piano di spartizione della Palestina approvato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, salvo a dichiararlo subito dopo pericoloso e inattuabile, e, scoppiata la guerra in Terra Santa, riconobbe in fretta lo Stato d’Israele, dunque la spartizione, sebbene Marshall e il sottosegretario di Stato Lovett lo pregassero di attendere (…).” <a title="" href="#_ftn10"><span style="color: #000000;">[10]</span></a>.<br />
Le elezioni presidenziali negli Stati Uniti avrebbero visto perdente Truman, non tanto per il valore dell’avversario, bensì per il suo comportamento “esitante, instabile e aggressivo oggi, domani remissivo” <a title="" href="#_ftn11"><span style="color: #000000;">[11]</span></a>.<br />
È interessante notare come gli Stati Uniti avessero battuto sul tempo la Russia, riconoscendo per primi Israele. Il riconoscimento da parte del Governo sovietico avvenne il giorno dopo quello americano, ma come giustamente rilevava il giornalista Pat Anderson tale gesto era più contro gli americani che a favore degli ebrei <a title="" href="#_ftn12"><span style="color: #000000;">[12]</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>“La Stampa” delineò anche l’atteggiamento della Santa Sede</strong> nei confronti del nuovo Stato <a title="" href="#_ftn13"><span style="color: #000000;">[13]</span></a>, dandone una visione di imparzialità non corrispondente alla realtà <a title="" href="#_ftn14"><span style="color: #000000;">[14]</span></a>, basti ricordare che il Vaticano avrebbe riconosciuto ufficialmente Israele soltanto nel 1994 <a title="" href="#_ftn15"><span style="color: #000000;">[15]</span></a>.<br />
Giovanni Artieri <a title="" href="#_ftn16"><span style="color: #000000;">[16]</span></a>, inviato speciale del giornale, dedicò un lungo articolo, pubblicato in prima pagina, allo Stato d’Israele <a title="" href="#_ftn17"><span style="color: #000000;">[17]</span></a>. Nella parte iniziale, Artieri focalizzava le tre diverse posizioni, che a suo giudizio, si erano delineate nell’ebraismo contemporaneo; la prima riteneva assurdo che tutti gli ebrei del mondo lasciassero i loro Paesi “per ripiantare le tende in Palestina”; la seconda, facente capo agli esponenti di maggior spicco della società, elargiva fondi ma non sarebbe mai emigrata. Desta perplessità la terza posizione che, a parere di Artieri, propendeva per una conversione al cristianesimo dato il ruolo avuto dal Papa nella lotta antinazista e antirazzista. È da rilevare che i casi di conversione furono minoritari; per esempio, destò molto scalpore la conversione al cattolicesimo del rabbino di Roma Italo Zolli, che con il battesimo assunse il nome di Eugenio in onore di Papa Pio XII.<br />
Non è possibile, da un punto di vista prettamente storico, sottoscrivere le affermazioni di Artieri sulla “cospicua parte avuta dal Papa nella lotta antinazista e antirazzista” <a title="" href="#_ftn18"><span style="color: #000000;">[18]</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Il rapporto con la Gran Bretagna era complesso;</strong> durante la seconda guerra mondiale gli ebrei aderirono al fronte Alleato, ma con la fine del conflitto i rapporti erano naturalmente mutati, date le divergenti ed inconciliabili aspirazioni. Tuttavia, il giornalista registrava con acutezza quanto ampia fosse l’impronta della Common Law sul sistema giuridico israeliano <a title="" href="#_ftn19"><span style="color: #000000;">[19]</span></a>, un patrimonio che consentiva al nuovo Stato di affrontare minori difficoltà in quegli aspetti della vita quotidiana così decisivi, come il sistema tributario, l’organizzazione della sanità, le comunicazioni, le ferrovie ecc.<br />
Non si può non notare la simpatia del pubblicista per la generazione nata in Israele, detta dei <i>fichi d’India</i>, in ebraico Tsabar o sabra <a title="" href="#_ftn20"><span style="color: #000000;">[20]</span></a>, “composta d’individui quasi sempre più alti della media, robusti, castani, bruni ma spessissimo biondi, che ha già sostituito quella proveniente dai ghetti europei. Questi uomini e queste donne hanno fatto la seconda guerra mondiale con gli inglesi ed adesso combattono gli arabi con un fresco e disinvolto valore che è la sorpresa di tutti”.<br />
Nella parte conclusiva dell’articolo, possiamo osservare come la nascita d’Israele sia considerata dal giornalista un risarcimento per i dolori subiti durante l’Olocausto e un rimedio all’antisemitismo. Storicamente, Israele non è un risarcimento dei Paesi occidentali agli ebrei per le atrocità della Shoah né una panacea contro l’antisemitismo, esso è il punto di arrivo di un cammino di emancipazione “che porta una parte degli ebrei a pensarsi in termini di collettività a sé, quindi sovraordinata rispetto alle società nazionali d’origine” <a title="" href="#_ftn21"><span style="color: #000000;">[21]</span></a>. È importante sottolineare questa realtà storica, poiché soltanto la conoscenza della storia di Israele può sottrarre ogni giustificazione a chi ancora ne disconosce il diritto all’esistenza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Da citare integralmente, per l’alto valore civile,</strong> le ultime righe del contributo di Giovanni Artieri in cui si afferma che “il fatto compiuto della Repubblica d’Israele non si può che accettare e, se possibile, guardare senza ostilità. È bene che unità nazionali coerenti e pacifiche si formino anche a prezzo di sacrifici e di dolori. È dalla somma di queste unità e non dalla loro dissoluzione che potranno formarsi le vagheggiate confederazioni continentali. Lo Stato d’Israele non potrà dunque che aggiungere e non togliere alla futura Patria europea e mondiale”.<br />
Nel Kibbutz di Ghivat Brenner, Giovanni Artieri aveva incontrato un gruppo di ebrei italiani emigrati in Palestina <a title="" href="#_ftn22"><span style="color: #000000;">[22]</span></a>. L’edificio principale, dedicato alla figura di Enzo Sereni, un pioniere del sionismo morto fucilato a Dachau, era stato trasformato dalla forte ed intelligente moglie Ada Sereni Ascarelli in Casa della Cultura, con una biblioteca di trentamila volumi in sei lingue e una rara collezione di giornali ebraici italiani editi fra il 1848 e il 1934.<br />
Gli ebrei italiani emigrati apparivano agli occhi del giornalista come divisi a metà fra la nuova vita in Israele e il ricordo malinconico dell’Italia. La mancata citazione delle leggi razziali del 1938 <a title="" href="#_ftn23"><span style="color: #000000;">[23]</span></a> non è soltanto una semplice dimenticanza, rientra piuttosto nella costruzione del mito del bravo italiano.</span></p>
<div></div>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Note</span></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a title="" href="#_ftnref1"><span style="color: #000000;">[1]</span></a> Per la storia d’Israele Cfr. Eli Barnavi, <em>Storia d’Israele: dalla nascita dello Stato all’assassinio di Rabin</em>, Milano Bompiani, 2001. Fausto Cohen, <em>Israele: cinquant’anni di speranza</em>, Genova, Marietti, 1998. Claudio Vercelli, <em>Israele. Storia dello Stato. Dal sogno alla realtà (1881-2007)</em>, Firenze, Giuntina, 2007.<br />
<a title="" href="#_ftnref2"><span style="color: #000000;">[2]</span></a> Nell’anno preso in esame, “La Stampa” dedicò quasi giornalmente articoli dettagliati sulla guerra in Terra Santa. Cfr. Anonimo, <em>Sempre più torbide le acque mediterranee</em>, “La Stampa”, 11 gennaio 1948. Anonimo, <em>Un ponte fatto saltare dagli ebrei in Palestina</em>, “La Stampa”, 13 gennaio 1948. Paolo Monelli, <em>Allucinante atmosfera a Gerusalemme</em>, “La Stampa”, 26 febbraio 1948.<i> </i>Paolo Monelli, <em>Angoscia di gente braccata</em>, “La Stampa”, 28 febbraio 1948. Anonimo, <em>Due attentati in Palestina contro il comandante inglese</em>, “La Stampa”, 2 marzo 1948. Paolo Monelli, <em>Il naso del cammello</em><i>, </i>“La Stampa”, 18 marzo 1948. Paolo Monelli, <em>Aria diversa a Tel Aviv</em>, “La Stampa”, 6 aprile 1948. Paolo Monelli, <em>I gusti della Palestina</em>, “La Stampa”, 11 aprile 1948. Anonimo, <em>Forze corazzate siriane in marcia verso La Palestina</em>, “La Stampa”, 22 aprile 1948. Anonimo, <em>La battaglia infuria a Salad</em>, “La Stampa”, 23 aprile 1948. Paolo Monelli, <em>Re Abdallah di Transgiordania vuole la corona della Palestina</em>, “La Stampa”, 27 aprile 1948. Anonimo, <em>L’attacco su tre fronti sta per essere sferrato</em>, “La Stampa”, 27 aprile 1948. Anonimo, <em>Truppe della Lega Araba cominciano ad affluire in Palestina</em>, “La Stampa”, 28 aprile 1948. Anonimo, <em>Medici ed infermieri mobilitati in Palestina</em>, “La Stampa”, 28 aprile 1948. Anonimo, <em>La grave situazione in Palestina esposta da Bevin ai Comuni</em>, “La Stampa”, 29 aprile 1948. Anonimo, <em>Nell’agitato prossimo oriente</em>, “La Stampa”, 3 maggio 1948. Anonimo, <em>Le misure di Londra per proteggere i civili</em>, “La Stampa”, 4 maggio 1948. Anonimo, <em>Abdallah rivendica l’intera Palestina</em>, “La Stampa”, 5 maggio 1948. Paolo Monelli, <em>I “sette grandi” del mondo arabo</em>, “La Stampa”, 5 maggio 1948. Anonimo, <em>Arabi ed ebrei pronti ad occupare la Palestina</em>, “La Stampa”, 14 maggio 1948. Anonimo, <em>Il Governo egiziano non accetta la tregua in Palestina</em>, “La Stampa”, 15 maggio 1948. Anonimo, <em>Tel Aviv bombardata all’alba da Spitfire</em>, “La Stampa”, 15 maggio 1948. Anonimo, <em>Primo giorno di guerra in Palestina</em>, “La Stampa”, 16 maggio 1948. Anonimo, <em>Sulla piana di Tel Aviv la grande battaglia</em>, “La Stampa”, 19 maggio 1948. Anonimo, <em>Calano i beduini per la strage e lo sterminio</em>, “La Stampa”, 25 maggio 1948.<i> </i>Anonimo, <em>La proposta di tregua respinta dall’Arabia Saudita</em>, “La Stampa”, 26 maggio 1948. Anonimo, <em>L’assedio della fame fino all’ultimo fortilizio</em>, “La Stampa”, 27 maggio 1948. Anonimo, <em>Sui volontari della morte il fuoco delle artiglierie arabe</em>, “La Stampa”, 28 maggio 1948.<i> </i>Anonimo, <em>La tregua in Palestina dovrebbe iniziare venerdì</em>, “La Stampa”, 9 giugno 1948. Anonimo, <em>Sogno di un re</em>, “La Stampa”, 10 giugno 1948. Anonimo, <em>Bernadotte assassinato nel quartiere ebraico di Gerusalemme</em>, “La Stampa”, 18 settembre 1948.<br />
<a title="" href="#_ftnref3"><span style="color: #000000;">[3]</span></a> Italo Zingarelli, figlio del filologo Nicola, nacque a Napoli nel 1891 e morì a Roma nel 1979. Nel 1910 divenne redattore de “L’ora” di Palermo e tra i primi collaboratori di Vincenzo Florio nell’organizzazione dell’omonima targa automobilistica. Passato al “Corriere della Sera”, diede le dimissioni nel 1918 per entrare a “L’epoca”. Tornò al “Corriere” dal 1921 al 1926, mandando corrispondenze da Berlino. Fu poi, sempre dal 1926, direttore per breve tempo de “Il secolo”, poi corrispondente da Vienna per lo stesso giornale e dalla metà del 1927 per “La stampa”. Dal 1952 diresse “Il globo”. Fu autore di numerosi studi storico- politici. Cfr.Glauco Licata, <em>Storia del Corriere della Sera</em><i>, </i>Milano, Rizzoli, 1976, op. cit., p. 644.<br />
<a title="" href="#_ftnref4"><span style="color: #000000;">[4]</span></a> Cfr. Italo Zingarelli, <em>Primo giorno di guerra in Palestina</em>, “La Stampa”, 16 maggio 1948. Italo Zingarelli, <em>Tramonto di Truman</em>, “La Stampa”, 17 ottobre 1948.<br />
<a title="" href="#_ftnref5"><span style="color: #000000;">[5]</span></a> Sull’atteggiamento inglese Cfr. Anonimo, <em>Apprensione a Londra per l’atteggiamento americano,</em> “La Stampa”, 24 febbraio 1948. Anonimo, <em>Le tre condizioni di Londra per riconoscere lo Stato d’Israele</em>, “La Stampa”, 20 maggio 1948.<br />
<a title="" href="#_ftnref6"><span style="color: #000000;">[6]</span></a> Ibidem.<br />
<a title="" href="#_ftnref7"><span style="color: #000000;">[7]</span></a> Ibidem.<br />
<a title="" href="#_ftnref8"><span style="color: #000000;">[8]</span></a> Per la politica degli Stati Uniti in Medio Oriente Cfr. Antonio Donno, <em>Gli Stati Uniti, il sionismo e Israele (1938-1956)</em>, Roma, Bonacci, 1992.<br />
<a title="" href="#_ftnref9"><span style="color: #000000;">[9]</span></a> Cfr. Claudio Vercelli, op.cit., p. 164.<br />
<a title="" href="#_ftnref10"><span style="color: #000000;">[10]</span></a> Italo Zingarelli, <em>Tramonto di Truman</em>, “La Stampa”, 17 ottobre 1948.<br />
<a title="" href="#_ftnref11"><span style="color: #000000;">[11]</span></a> Ibidem.<br />
<a title="" href="#_ftnref12"><span style="color: #000000;">[12]</span></a> Cfr. Pat Anderson, <em>Mosca riconosce lo Stato d’Israele</em>, “La Stampa”, 18 maggio 1948.<br />
<a title="" href="#_ftnref13"><span style="color: #000000;">[13]</span></a> Anonimo, <em>Il Vaticano e la Terra Santa</em>, “La Stampa”, 17 maggio 1948.<br />
<a title="" href="#_ftnref14"><span style="color: #000000;">[14]</span></a> Sergio I. Minerbi, <em>Il Vaticano, La Terra Santa e il sionismo</em><i>, </i>Milano, Bompiani, 1988.<br />
<a title="" href="#_ftnref15"><span style="color: #000000;">[15]</span></a> <a title="" href="#_ftnref16"><span style="color: #000000;">http://www.mfa.gov.il/PopeinIsrael/Italian/Relazioni_diplomatiche_Israele-Vaticano.htm<br />
[16] </span></a><a title="" href="#_ftnref17"><span style="color: #000000;">http://www.archiviostorico.corriere.it/1995/febbraio/12/Morto_Giovanni_Artieri_inviato_guerra_co_0_9502124627. htm<br />
[17]</span></a> Giovanni Artieri,<em> Lo Stato d’Israele</em>, “La Stampa,” 17 agosto 1948.<br />
<a title="" href="#_ftnref18"><span style="color: #000000;">[18]</span></a> Sull’atteggiamento del Vaticano Cfr. Daniel J. Goldhagen, <em>Una questione morale. La Chiesa cattolica e l’Olocausto</em>, Milano, Mondadori, 2003. Gunther Lewy, <em>The Catholic Church and Nazy Germany</em>, New York-Toronto, McGraw-Hill, 1964. <i>  </i>Giovanni Miccoli, &#8220;<i>L’atteggiamento delle Chiese durante l’Olocausto&#8221;</i>, in Marina Cattaruzza, Marcello Flores, Simon Levis Sullam, Enzo Traverso (a cura di), <em>Storia della Shoah,</em> Vol. I, <em>La crisi dell’Europa, lo sterminio degli ebrei e la memoria del XX secolo</em>, Torino, UTET, 2005, pp. 1121-1150.<i><br />
</i><a title="" href="#_ftnref19"><span style="color: #000000;">[19]</span></a> Cfr. Tania Groppi, Emanuele Ottolenghi, Alfredo Mordechai Rabello, <em>Il sistema costituzionale dello Stato d’Israele</em>, Torino, Giappichelli, 2006.<br />
<a title="" href="#_ftnref20"><span style="color: #000000;">[20]</span></a> Cfr. Claude Klein, <em>Israele. Lo Stato degli ebrei</em>, Firenze, Giunti Castermann, 2000, pp. 109-111. <i><br />
</i><a title="" href="#_ftnref21"><span style="color: #000000;">[21]</span></a> Cfr. Claudio Vercelli, <em>op. cit</em>., p. 18.<br />
<a title="" href="#_ftnref22"><span style="color: #000000;">[22]</span></a> Giovanni Artieri, <em>Felici e un po’ nostalgici gli ebrei italiani in Palestina</em>, “La Stampa”, 11 luglio 1948. Sugli Ebrei italiani emigrati in Palestina Cfr. Arturo Marzano, <em>Una terra per rinascere. Gli ebrei italiani e l’emigrazione in Palestina prima della guerra,</em> Genova, Marietti, 2003. Ada Sereni, <em>I clandestini del mare</em><i>, </i>Milano, Mursia, 2006.<br />
<a title="" href="#_ftnref23"><span style="color: #000000;">[23]</span></a> Sulle Leggi razziali Cfr. Enzo Collotti, <em>Il fascismo e gli ebrei. Le Leggi razziali in Italia</em>, Roma-Bari, Laterza, 2003. Michele Sarfatti, <em>Gli ebrei nell’Italia fascista</em>, Torino, Einaudi, 2000.</span></p>
</div>
<div>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i> </i></span></p>
</div>
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		<title>LA POLITICA ESTERA DELLA TURCHIA IN MEDIO ORIENTE</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Feb 2018 08:15:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Daniela Franceschi - &#160; L’adesione della Turchia, sotto la leadership dell’AKP, ai paradigmi del neo-ottomanesimo complica il contesto geopolitico mediorientale, nel quale Iran e Arabia Saudita competono per la supremazia regionale e da cui è completamente assente l’Unione Europea. Dopo molti decenni di passività e negligenza verso il Medio &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Daniela<span style="color: #000000;"> Franceschi -</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>L’adesione della Turchia, sotto la leadership dell’AKP, ai paradigmi del neo-ottomanesimo complica il contesto geopolitico mediorientale, nel quale Iran e Arabia Saudita competono per la supremazia regionale e da cui è completamente assente l’Unione Europea.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo molti decenni di passività e negligenza verso il Medio Oriente,</strong> la Turchia è divenuta un attore fondamentale della regione. Per la maggior parte della sua storia nazionale repubblicana, la Turchia non ha considerato il Medio Oriente una priorità della sua politica estera; l’ideologia ufficiale della Repubblica, il Kemalismo, respingeva il mondo islamico perseguendo un percorso esclusivamente occidentale. Questo orientamento unilaterale ha iniziato a modificarsi con la fine della Guerra Fredda, parallelamente al configurarsi dei nuovi contesti geostrategici, con le minacce e le opportunità provenienti dagli Stati che circondavano il Paese. Di conseguenza, prima sotto la leadership di Turgut Özal (Primo Ministro 1983-1989, Presidente 1989-1993), poi sotto la guida del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, AKP <i>Adalet ve Kalkinma Partisi</i>, la Turchia è stata progressivamente sempre più coinvolta nelle vicende mediorientali. Negli anni più recenti, Ankara ha adottato un approccio più attivo verso il conflitto israelo-palestinese; ha partecipato alle missioni NATO e ONU rispettivamente in Afghanistan e in Libano; ha assunto una posizione di leadership all’interno della Conferenza dell’Organizzazione Islamica; ha partecipato a diverse conferenze della Lega Araba; ha stabilito legami sempre più stretti con l’Iran, l’Iraq, la Siria; e ha migliorato le sue performance economiche, politiche e diplomatiche con la maggior parte degli Stati arabi e musulmani.<br />
Tutto questo è avvenuto in un periodo storico in cui il Medio Oriente sta affrontando grandi sfide e trasformazioni significative.<br />
Il presente contributo intende analizzare la nuova politica estera turca partendo dal principio che il posizionamento geopolitico di uno Stato è forgiato internamente dall’ambiente politico e a livello sovranazionale dalle minacce e dalle opportunità presentate dal contesto geostrategico regionale e globale; la quantità di potere conferito ad un Governo e l’opinione pubblica interna influenzano altresì in modo significativo l’approccio internazionale di un Paese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’impulso iniziale per la democratizzazione in Turchia</strong> ebbe luogo subito dopo la Seconda Guerra mondiale. La minaccia sovietica rese l’alleanza occidentale guidata dagli Stati Uniti indispensabile per la sicurezza della Turchia. In questo contesto geopolitico, l’introduzione di un regime parlamentare fu facilitata dalla rivalità tra le élite politiche, le cui differenze ideologiche non fecero diminuire l’impegno condiviso verso l’ideale repubblicano di occidentalizzazione. Il Partito Democratico, formato da un gruppo di politici che si era distaccato dal Partito Popolare Repubblicano che aveva fondato la Repubblica, costituì il primo Governo eletto democraticamente nel 1950 e governò il Paese fino al colpo di Stato militare del 1960. Il brand populista del Partito Democratico glorificò “l’uomo comune” e corresse gli “eccessi” del Governo a Partito unico del Partito Popolare Repubblicano (1922-1950), soprattutto attraverso varie restrizioni alla predicazione pubblica e alle espressioni dell’Islam sunnita.<br />
I Partiti che hanno rivendicato l’eredità del Partito Democratico hanno vinto la maggior parte delle elezioni in Turchia nei decenni successivi, ad eccezione degli anni Settanta. Infatti, i Partiti di destra, di vario tipo, hanno governato la Turchia per la maggior parte del tempo dall’introduzione della democrazia elettorale. Al contrario, i Partiti di sinistra non sono mai riusciti ad ottenere le maggioranze parlamentari necessarie per un Governo a Partito-unico. Gli anni Ottanta vedono l’ascesa del Partito della Madrepatria, ANAP <i>Anavatan Partisi</i>, di Turgut Özal, che rimase al potere dal 1983 al 1991. Il periodo dal 1991 al 2002 è conosciuto come l’era delle coalizioni di Governo. Mentre nessun Partito di centro-destra riuscì ad ottenere l’egemonia elettorale in questo arco temporale, sia l’ANAP sia il Partito della Giustizia, AP <i>Adalet Partisi</i>, successore del Partito della Verità, rimasero al Governo del Paese. La vittoria del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo nelle elezioni del 2002 ha condotto al ritorno della regola del Governo di un singolo Partito, che ricorda gli anni di gloria del DP, dell’AP e dell’ANAP. L’AKP è stato fondato da politici che hanno trascorso i loro anni formativi negli ambienti islamici, acquisendo l’eredità del Partito Democratico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il tradizionale approccio della sociologia politica</strong> è quello di cercare le cause di questo vantaggio dei Partiti di destra turchi nelle configurazioni storiche delle relazioni statali e sociali, che pongono una élite con una stretta base sociale e un’agenda modernizzante in contrapposizione alle grandi masse che risentono di certi aspetti di questo programma. Mentre questa distinzione binaria semplificata non riesce a far luce sulla complessità della democratizzazione in Turchia, la sua attenzione specifica su una delle principali spaccature della Turchia si mostra molto acuta. Finché le forze politiche di destra si uniscono intorno ad un singolo Partito ed evitano la frammentazione non sono soggette a sconfitte elettorali. I Partiti di sinistra associati a questo programma modernizzante non hanno avuto successo nel raggiungere quei segmenti della società che conservavano valori conservatori e restavano credenti. Il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo appare come la più efficace formazione politica di destra.<br />
Il dominio elettorale dei Partiti politici di destra ha implicazioni contradditorie per la democrazia turca, storicamente afflitta in primo luogo da esplicite disuguaglianze nell’accesso e nella rappresentanza del sistema politico e, in secondo luogo, da potentissimi poteri extra parlamentari che limitano i diritti dei parlamentari eletti. Per quanto concerne lo Stato turco esso conserva dei pregiudizi etnici, settari e secolari che ostacolano- a diversi livelli- la rappresentanza politica di un gran numero di cittadini. Riguardo a quest’ultimo aspetto, l’autonomia politica dell’esercito turco è stata una minaccia costante per la stabilità del sistema parlamentare e il rispetto dei diritti umani. Una sfida più recente è rappresentata da networks clandestini che esercitano un’indebita influenza sulla politica e sulla società civile. Un esempio di questi networks è il movimento del magnate Fethullah Gülen, il cui attivismo civile globalizzato è oscurato da schemi e cospirazioni perseguiti dai suoi membri negli apparati chiave della burocrazia, così come nel sistema giudiziario e tra le forze dell’ordine.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come i Partiti di centro-destra dei decenni precedenti,</strong> come il DP di Adnan Menderes negli anni Cinquanta, l’AP di Süleyman Demirel negli anni Sessanta e l’ANAP di Turgut Özal negli anni Ottanta, l’AKP ha perseguito due obiettivi che tendevano alla democratizzazione del Paese. Tuttavia, a differenza dei predecessori, è riuscito ad ottenere un maggiore successo. In primo luogo, l’AKP ha revocato le leggi laiciste che ostacolavano la partecipazione pubblica dei credenti musulmani, un decennio dopo il 1997 quando l’intervento militare cercò di eliminare l’influenza islamica sulla politica nazionale. Strategicamente, l’AKP ha fatto suo il senso di vittimizzazione dei credenti musulmani, ottenendo la loro fedeltà incrollabile e rappresentandoli a tutti i livelli della società e dello Stato. Il breve periodo di detenzione di Erdoğan ha senza dubbio dato più autenticità alla pretesa del suo Partito di rappresentare i musulmani praticanti che erano stati i paria della Repubblica. L’AKP ha anche delimitato il potere dei militari, una forza che ha rappresentato una minaccia costante al pluralismo politico con la sua storia di ripetuti interventi e pratiche extragiudiziali. Nella sua lotta contro i militari, l’AKP ha avuto un sostegno significativo anche dal movimento di Gülen, dall’intellighenzia liberale e dall’opinione pubblica curda,as well as key foreign actors such as the European Union (EU). e da attori stranieri chiave come l’Unione Europea (UE).<br />
Risulta importante soffermarsi sulle caratteristiche salienti del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo. L’analisi della politica dell’AKP può essere divisa in due parti; durante il primo periodo, l’AKP si è rivelata una forza politica durevole adottando degli obiettivi difensivi e redistributivi, obiettivi che comportavano alcuni programmi riformisti per contenere e smantellare il potere dell’establishment secolare e creare spazi per l’identità islamista/conservatrice della Turchia all’interno del tessuto politico della nazione. Nel secondo periodo, l’AKP era preoccupato di mantenere la sua posizione di potere e di espandere i suoi spazi di controllo sfruttando e approfondendo le divisioni della società civile e il costo dell’opposizione.<br />
Durante il primo periodo, l’AKP ha mantenuto una attrattiva di ampio raggio divenendo il patrono politico per la borghesia islamica e i poveri urbani, proteggendo l’identità islamica dalla minaccia di aggressione laicista. Questi strati sociali richiedevano alcune riforme europeizzanti, civilizzanti e neoliberiste volte a smantellare l’establishment kemalista dello status quo che, a quel tempo, non serviva veramente ai settori non secolari della società. Lo smantellamento dell’establishment kemalista è stato usato anche per ridefinire la democrazia e mascherare l’ideologia paternalistica dell’AKP e la sua ricerca di potere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I fondatori e l’elettorato dell’AKP</strong> erano disposti ad abbracciare il paradigma economico neoliberista che, come nel caso del neo populismo latinoamericano, avrebbe costituito la base per la costruzione del potere economico. Un grande impulso alla privatizzazione, un’importante riforma del welfare e una serie di modifiche giuridiche specifiche hanno permesso all’AKP di integrare settori marginalizzati informali e la borghesia conservatrice dell’Anatolia. L’AKP ha anche affrontato gli effetti negativi del suo programma neoliberista mobilitando gli apparati dello Stato, le fondazioni e le Organizzazioni non governative amiche per la distribuzione di alcuni beni di prima necessità come il carbone e il cibo ai bisognosi. In molti casi, i beneficiari di questo tipo di aiuto sociale non avevano alcun diritto legale per l’assistenza che ricevevano e ciò li esponeva alle pressioni di parte e alle ricompense politiche.<br />
L’elemento più critico che ha agevolato la prospettiva paternalistica dell’AKP fu la missione difensiva a cui erano costretti dall’opposizione secolare. L’opposizione laica ha utilizzato con modalità infruttuose la dicotomia Islam/laicità, riproducendo la mentalità militarista del processo del 28 febbraio, che risaliva all’ultima parte degli anni Novanta, definendo l’identità islamica un nemico interno e mirando ad eliminarlo in modo da ripristinare il centro politico lungo le tradizionali direttrici kemaliste. Ciò ha condotto ad un’opposizione ridotta al laicismo, e ad un laicismo che aveva come obiettivo esclusivamente l’allontanamento e l’intimidazione dell’AKP e del suo elettorato conservatore. Da qui, l’associazione del secolarismo con l’autoritarismo e la missione difensiva dell’AKP.<br />
La natura militarista dell’opposizione laica ha facilitato lo sviluppo di un circolo vizioso del potere politico, nel quale l’AKP ha potuto garantirsi il supporto e la fedeltà dell’identità conservatrice semplicemente potenziando se stesso, per prevenire un’aggressione laicista nel confronto con l’establishment kemalista. Ciò ha reso l’AKP meno soggetto alle richieste dell’elettorato conservatore, facilitando lo strutturarsi di un’organizzazione estremamente gerarchica con un esplicito atteggiamento paternalistico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo circolo di potere politico ha anche permesso all’AKP</strong> di presentarsi come campione della democrazia e della democratizzazione con un’identità “conservatrice democratica”, ma senza proporre un’agenda politica di vera democratizzazione. Questo perché né il potere extra politico dell’establishment kemalista né la sua classificazione dell’AKP come illegittimo erano congrui con una politica democratica. In un certo senso, obbligando l’AKP ad una lotta di potere per la propria sopravvivenza, l’opposizione laica ha reso possibile l’equiparazione tra la ricerca egoistica del potere politico da parte di questo Partito di matrice islamista e la democratizzazione.<br />
Durante la seconda fase, dopo la vittoria dell’AKP contro l’establishment kemalista, il futuro della democrazia turca è stato lasciato alla mercé di questo partito, poiché tradizionalmente era l’apparato kemalista che fungeva da surrogato del meccanismo democratico di pesi e contrappesi, controllando l’apparato istituzionale da una posizione extra-politica per mantenere entro parametri predefiniti l’attività governativa. Anche l’opposizione laica, che si basava su questo apparato, ha dovuto attraversare un lungo processo di cambiamento prima di divenire un avversario valido per l’AKP. Inoltre, l’Unione Europea, mancando della volontà politica necessaria per l’adesione della Turchia nel 2004, ha perso la sua influenza politica sull’AKP e si è resa ridondante nell’interesse per la democratizzazione del Paese.<br />
Dopo aver prevalso sull’apparato kemalista, l’AKP non era più in grado di presentare la ricerca personale del potere come democratizzazione. Questo ha reso il Partito ancora più esposto alle critiche, dall’interno e dall’esterno, per i suoi fallimenti, perdendo il sostegno di massa. Per ovviare a tale fragilità, l’AKP voleva che la popolazione affidasse ad esso la democratizzazione del Paese, ma l’elettorato non doveva valutarne la performance politica alla luce delle norme della democrazia. In effetti, il Partito ha elevato se stesso al di sopra delle critiche politiche democratiche, monopolizzando la democrazia e legando la stabilità democratica al mantenimento della propria posizione di potere. Per prolungare il potere politico ottenuto, l’AKP ha impiegato una strategia a tre livelli.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In primo luogo, il Partito ha evidenziato</strong> la performance passata come democratizzazione e modernizzazione del Paese, utilizzando slogan come “Target 2023” e “Nuova Turchia” per catturare l’immaginazione della popolazione. Così facendo, l’AKP ha enfatizzato lo sviluppo economico e l’ammodernamento delle infrastrutture: sono stati realizzati grandi progetti infrastrutturali come un terzo ponte sul Bosforo, gallerie autostradali e ferroviarie, un terzo aeroporto ad Istanbul, massicce iniziative di trasformazione urbana delle grandi città del Paese; frettolosamente si sono sviluppate produzioni di automobili e aeroplani nazionali, che rappresentavano la “Nuova Turchia”.<br />
La tradizione turca di Governi di centro-destra, che datava dal 1950 quando fu introdotto il multipartitismo, ha utilizzato lo sviluppo economico e la modernizzazione come progetti nazionali che, a differenza del progetto culturale modernizzante del regime a partito unico kemalista (1924-1946) alquanto impopolare, erano finalizzati al benessere della popolazione in quanto servizi alla nazione.<br />
L’enfasi dell’AKP sul benessere economico e il miglioramento delle infrastrutture era in linea con la tradizione politica turca di centro-destra e certamente in consonanza con una parte considerevole della società turca.<br />
Il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo ha abusato della sua capacità e volontà di servire la nazione classificando il resto della classe politica come populista e anti-politica, rappresentando l’opposizione come ridondante e ostruttiva. Il principio del “servizio alla nazione” ha fornito all’AKP le basi attraverso le quali giustificare la ricerca di un Esecutivo predominante, essendo necessario, per il raggiungimento di questo grande balzo in avanti dell’economia, la possibilità di prendere decisioni molto velocemente senza vincoli giudiziari o di altro tipo. La ricerca di un Governo dominante ha ostacolato lo sviluppo di un’infrastruttura istituzionale basata su delle regole, nonché la realizzazione di riforme economiche molto necessarie. La gestione dell’economia è divenuta progressivamente più arbitraria, attraverso la distribuzione clientelare dei contratti statali con un conseguente aumento della corruzione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il secondo aspetto della strategia di potere dell’AKP</strong> è stato volto ad oscurare i suoi fallimenti democratici, disciplinare l’elettorato islamico/conservatore, prevenendo le critiche all’interno e all’esterno, e rendendo la critica politica incondizionatamente un comportamento ostile. Il Partito ha utilizzato le categorie sociali assegnate e costituite della società turca come strumenti per la strategia di potere; infatti, l’AKP ha sviluppato un’identità polarizzata e uno stile combattivo strumentalizzando l’Islam. Di conseguenza, sono stati vilipesi e declassati i settori laici filo-occidentali della società, attraverso un linguaggio aggressivo, moralista e populista che ne ha respinto la rappresentatività politica. La nuova narrazione della storia nazionale come una lotta di democrazia tra la società musulmana turca e l’élite laica autoritaria ha aiutato l’AKP a rappresentarsi come intrinsecamente democratico, e ad associarsi alla restaurazione di una presunta e sottomessa con la violenza identità musulmana del Paese. La “prospettiva di civilizzazione” dell’AKP consisteva nella restaurazione islamista che doveva correggere gli errori di centinaia di anni di secolarizzazione. Di conseguenza, la seconda strategia dell’AKP è stata quella di dividere la società tra cittadini /nativi e non cittadini/non indigeni, e squalificare questo secondo gruppo definendolo eurocentrico e islamofobo, aperto alla collaborazione con le “forze del male” al solo scopo di danneggiare il potere dell’AKP. Tale pratica politica ha approfondito non solo le divisioni nella lacerata società turca, ma ha anche mostrato che la costruzione di una società pluralista di individui eguali non è la regola politica dell’AKP.<br />
In terzo luogo, l’AKP ha intrapreso un percorso per ridisegnare le istituzioni politiche della Turchia in conformità con una democrazia maggioritaria, che considera il mandato popolare come una licenza per governare sciolti da vincoli; la conseguenza di questa strategia è stata la concentrazione del potere nelle mani del Partito al Governo e contemporaneamente l’aumento del costo dell’opposizione e della critica politiche. In molte occasioni, i leader dell’AKP hanno chiarito che ritengono l’elezione di un Governo da parte della popolazione un fattore sufficiente per poterlo definire democratico in sé e che la formula del “servizio per la nazione” era la norma per tutti gli apparati dello Stato, compresa la magistratura. Una tale concezione della democrazia ha consentito all’AKP di difendere la soglia elettorale di sbarramento del 10%, la ricerca di una supremazia dell’Esecutivo a spese della divisione dei poteri, la limitazione delle libertà civili, la delegittimazione dell’opposizione, ed ancora la pretesa di essere una forza democratica e di democratizzazione.<br />
La nuova leadership politica e istituzionale apriva una nuova fase anche nella politica estera del Paese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel corso dell’ultimo decennio la Turchia</strong> si è rivelata un attore importante del Medio Oriente, intraprendendo una serie di missioni di mediazione e avendo voce su questioni come il conflitto israelo-palestinese e il programma nucleare iracheno. Questa nuova presenza in Medio Oriente è stata vagamente definita neo-ottomana o un abbandono dell’Occidente in favore dell’Oriente. Altri l’hanno interpretata come il risultato della disillusione dopo il blocco del processo di adesione all’Unione Europea o il desiderio di intraprendere una politica estera indipendente dagli Stati Uniti.<br />
Infatti, il nuovo attivismo della Turchia in Medio Oriente, e nel mondo in generale, è guidato da due fattori importanti. Il primo è il profondo cambiamento strutturale che ha trasformato l’economia turca, prima rivolta al suo interno poi verso una robusta esportazione, impegnata dunque nella continua ricerca di nuovi mercati. Il secondo fattore riguarda il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, AKP <em>Adalet ve Kalkinma Partisi</em>, la cui leadership ambisce a trasformare la Turchia in un attore basilare del contesto geopolitico globale. Altri sviluppi, come l’invasione dell’Iraq nel 2003 e il declino dell’influenza dei militari, hanno aiutato l’AKP a deviare con successo la politica estera turca dalla sue ossessioni precedenti, la questione curda e l’Islam.<br />
Alcune delle modifiche apportate alla politica estera erano in corso prima della vittoria alle elezioni nel 2002 dell’AKP, tuttavia, il Partito del Presidente Erdoğan ha fornito alla politica estera turca una parvenza di coerenza e di fiducia in se stessa. Negli anni successivi, l’AKP ha articolato la politica “zero problemi con i vicini” che annunciava l’apertura di rapporti con Paesi che fino ad allora erano stati considerati come rivali, se non ostili. Le relazioni sono migliorate con la Siria, l’Iran e altri Stati orientali. In Iraq, nel 2008, il Governo turco ha operato un cambiamento di 180° per stabilire delle relazioni con il Governo Regionale Curdo, KRG. La Turchia si è impegnata negli sforzi di mediazione tra israeliani e siriani, nonché tra le fazioni palestinesi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Paradossalmente, la Turchia è emersa dalla trasformazione</strong> della sua politica estera come una potenza di status quo, profondamente radicata nella struttura del Medio Oriente. Questo nonostante le difficoltà sperimentate con Israele. La primavera araba è comunque servita per ricordare che la complessità del Medio Oriente può talvolta sopraffare l’agenda politica dei suoi attori primari. I costi delle rivolte tunisine e egiziane sono state limitate soprattutto a causa delle ridotte dimensioni delle relazioni economiche reciproche. Al contrario, le rivolte libiche e siriane hanno rappresentato uno shock per l’establishment turco; la Libia era un partner economico importante mentre la Siria era propagandata come un “caso” di successo della nuova politica estera. Entrambe hanno dimostrato, non con sorpresa, l’importanza che la nuova politica conferiva ai regimi autoritari della regione.<br />
Quando l’AKP ha vinto le elezioni del 2002 con circa il 34% dei voti, ma con una maggioranza schiacciante in Parlamento, Erdoğan è stato molto attento nell’articolare una politica che dovesse diminuire le paure dell’establishment laico e degli osservatori esteri. Dopo tutto, Erdoğan e l’AKP erano gli eredi della linea dura islamista e il padre del movimento islamico turco, Necmettin Erbakan, era stato a capo della coalizione di Governo che aveva avuto una brusca fine nel 1997, attraverso un rovesciamento che i turchi hanno sempre definito un colpo di Stato post-moderno. Il discorso di insediamento di Erdoğan verteva totalmente sull’indirizzo europeo della Turchia e sulla promessa di accelerare le riforme per ottenere lo status di candidato nell’Unione Europea.<br />
Erdoğan e il Ministro degli Esteri Abdullah Gül erano stati stretti collaboratori di Erbakan, che aveva immaginato la creazione di un mercato islamico comune, una NATO islamica e così via. Mentre evidentemente non ebbe successo in questi tentativi, Erbakan riuscì a creare un’organizzazione chiamata D-8 o Developing 8, un gruppo di otto grandi Paesi musulmani. Il D-8 continua ad esistere ancora sebbene la sua influenza sia molto limitata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Erdoğan e l’AKP, sotto lo sguardo molto vigile dei militari turchi,</strong> hanno intrapreso una politica estera orientata verso l’Europa. Entro due anni dalla vittoria elettorale, l’Unione Europea ha aperto i negoziati per l’adesione della Turchia. Questo è stato un grande risultato che era sfuggito ai Governi precedenti. L’interesse dell’AKP alle riforme dell’Unione Europea era connesso al desiderio di rimuovere la tutela militare sulla politica turca, che era stata usata come impedimento per i Partiti islamisti; infatti, l’establishment militare aveva bandito per due volte i predecessori dell’AKP.<br />
La guerra in Iraq del 2003 è stato il primo test per il nuovo Governo; nuovo al potere, è stato sottoposto ad una tremenda pressione da parte degli Stati Uniti per l’apertura del fronte Nord contro Saddam Hussein, permettendo il passaggio delle truppe americane attraverso il territorio turco. Quando il Parlamento ha votato il 1 marzo 2003 contro lo schieramento delle truppe straniere, a quanto pare per un errore “aritmetico”, la fortuna ha impedito al Governo dell’AKP di commettere un errore che avrebbe potuto essere nefasto per il suo futuro.<br />
L’AKP ha approfittato del vuoto creato dalla guerra promossa dall’amministrazione Bush in Iraq per emergere nella diplomazia mediorientale. La Turchia, avendo da tempo relazioni anche con Israele, poteva vantarsi di essere in rapporti cordiali con tutti i Paesi dell’area; infatti, è interessante notare come sia gli israeliani sia i siriani abbiano utilizzato i buoni uffici della Turchia per avviare una serie di negoziati in un momento in cui la diplomazia regionale sembrava in una fase di stasi. Questi colloqui portarono a dei passi in avanti, nonostante tutti i partecipanti fossero consapevoli che qualsiasi accordo definitivo avrebbe richiesto la partecipazione e l’approvazione degli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I colloqui israelo-siriani non furono l’unico esempio</strong> del nuovo approccio turco. La Turchia fu coinvolta anche nei negoziati durante il conflitto georgiano-russo, nel ritiro delle truppe siriane dal Libano e nei negoziati tra israeliani e palestinesi. L’impegno nella mediazione denotava lo sforzo dell’AKP per aumentare la visibilità e lo status diplomatico della Turchia. Ciò era essenzialmente in contrasto con le pratiche passate della politica estera turca; infatti, raramente si era spinta al di là di quello che era percepito come interesse nazionale. Un altro elemento di distinzione dai Governi precedenti è stata la volontà dell’AKP di detenere dei posti e delle posizioni nelle organizzazioni internazionali, a cominciare dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, da dove non era più presente dal 1960. Il Governo turco ha ottenuto posizioni di leadership nell’Organizzazione della Conferenza Islamica; lo stesso Erdoğan ha lavorato intensamente per acquisire un seggio nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.<br />
La Turchia ha anche iniziato ad aprire nuove ambasciate e consolati in Paesi dove in precedenza non aveva alcuna sede diplomatica. Contemporaneamente, la Turkish Airlines si è impegnata nell’espansione delle destinazioni di volo per inserire l’aeroporto di Istanbul in un hub internazionale.<br />
È stato durante il primo periodo del Governo dell’AKP che la nuova politica “zero problemi con i vicini” è stata articolata. La Turchia ha tentato di migliorare le sue relazioni con tutti i Paesi della regione, in particolare con i vicini più immediati come la Siria, l’Iraq, l’Iran e la Russia. Tuttavia, l’AKP era vincolata dall’establishment turco e soprattutto dall’apparato militare. Questo era maggiormente evidente in Iraq. La presenza permanente del gruppo di insorti turco, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, PKK, nell’Iraq settentrionale, permise all’apparato di sicurezza e al Presidente laico Ahmet Necdet Sezer il miglioramento dei rapporti con il Governo Regionale del Kurdistan.<br />
Con la Siria e l’Iran, Paesi identificati come ostili alla Turchia, l’AKP si è impegnato molto per cambiare i rapporti, ottenendo maggior successo proprio con la Siria. Nel 1998, i turchi avevano minacciato il Presidente siriano Hafez al-Assad con un’azione militare se avesse continuato a sostenere il leader del PKK, Abdullah Öcalan, a lungo protetto in Siria. Anche se il dispiegamento delle truppe al confine era stato un bluff, il regime di Assad non aveva molte possibilità ed espulse Öcalan. Nel 1999 Turchia e Siria hanno firmato l’Accordo di Adana che ha posto le basi per una maggiore cooperazione. Erdoğan ha intessuto dei rapporti molto stretti con Bashar al-Assad, sia personali sia politici. Per la Siria, che si trovava in un crescente isolamento internazionale dopo l’assassinio del Primo Ministro libanese Hariri, il riavvicinamento con la Turchia rappresentava una prospettiva di salvezza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sottostante all’apertura turca verso il Medio Oriente</strong> e il resto del mondo vi era la trasformazione fondamentale dell’economia turca. A partire dagli anni Ottanta sotto la leadership di Turgut Özal, la Turchia ha iniziato una vera metamorfosi del suo modello economico, abbandonando la strategia di sviluppo basata sull’importazione a favore di un’economia indirizzata verso l’esportazione, modificando anche la struttura socioeconomica del Paese. La conseguenza più importante delle riforme di Özal è stato l’emergere di una nuova classe di imprenditori che non basavano più le loro attività sugli appalti statali. Questi imprenditori erano lontani dai centri tradizionali del commercio e dell’industria come Istanbul e Izmir, provenendo soprattutto dall’interno dell’Anatolia. È proprio le nuove élite imprenditoriali, conosciute anche come le tigri dell’Anatolia, hanno rappresentato la spina dorsale dell’AKP, avendo un background culturale conservatore e religioso.<br />
La ricerca di nuovi mercati di esportazione è divenuta dunque vitale per l’industria turca. Pertanto, per l’AKP il compito più importante per mantenere il sostegno di questo nuovo gruppo economico è stato non solo gestire efficacemente l’economia, ma anche aiutare a trovare nuovi mercati di esportazione. Per la Turchia ciò ha significato guardare oltre i mercati tradizionali. Anche se una percentuale importante delle esportazioni turche ha continuato a riguardare l’Unione Europea, questi mercati erano maturi, saturi e la loro crescita in fase di stallo; di conseguenza, la quota dell’esportazioni turche in Unione Europea è scesa dal 56% al 46% tra il 2006 e il 2010, soprattutto in quei mercati che avevano risentito maggiormente della crisi finanziaria del 2008, per esempio, le esportazioni in Germania e in Gran Bretagna sono diminuite rispettivamente del 26% e del 27%. È avvenuto quindi uno spostamento dell’economia turca verso le economie emergenti. Gli imprenditori turchi volevano sviluppare nuovi mercati e naturalmente la quota relativa delle esportazioni nell’Unione Europea è diminuita.<br />
L’apertura verso il Medio Oriente deve essere dunque contestualizzata all’interno di questo nuovo scenario economico e politico. La Turchia ha firmato diversi accordi commerciali, tra cui alcuni di libero scambio, con Stati del Medio Oriente. Nel 2010, le esportazioni turche verso i Paesi della regione rappresentavano il 21.5% del totale. La crescita delle esportazioni turche verso l’area mediorientale non è avvenuta a discapito di altri mercati, infatti, questi nuovi mercati sono cresciuti in parallelo con l’espansione dell’economia turca, soprattutto durante gli anni di Governo dell’AKP. L’evoluzione del commercio turco-siriano era indicativa di questa tendenza. Il commercio siriano non era di primaria rilevanza per la Turchia, ma era indicativo quale parte di una strategia più ampia che riguardava l’incremento di tutte le esportazioni nel loro complesso. Nel 2000 la Turchia ha esportato soltanto 184 milioni di dollari in Siria; entro il 2010 era salita a 1,6 miliardi di dollari. L’AKP ha aiutato questo processo non solo con un sostegno attivo sotto forma di diplomazia economica ma anche con il proprio impegno verso il libero mercato. Il rapporto con l’Iraq era ancora più significativo; infatti, le esportazioni turche passarono da 829 milioni di dollari del 2003 agli oltre 6 miliardi di dollari nel 2010.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 2007 è stato un anno spartiacque per la Turchia.</strong> Erdoğan e l’AKP hanno adottato da allora una politica estera ancora più assertiva. In generale, si può affermare che questo era l’acme del consolidamento del Governo dell’AKP in Turchia, con una crescita economica che avrebbe portato il Paese tra i G20.<br />
La politica estera emergente si basava su cinque caratteristiche: 1) la forte volontà dell’AKP e della sua leadership di elevare la Turchia a quello che definivano “uno Stato centrale” nella gerarchia globale, in pratica ad un ruolo geopolitico di primo piano; 2) la posizione strategica della Turchia per esercitare un’influenza sulle regioni adiacenti; 3) lo sviluppo significativo dell’economia turca; 4) l’esistenza di affinità storiche e culturali per costruire legami che finora erano stati ignorati nell’area mediorientale; 5) Supporto dell’opinione pubblica interna.<br />
Due sviluppi, tuttavia, hanno contribuito alla assertività della leadership politica dell’AKP: l’errata strategia dei militari che ha aiutato l’AKP a vincere le elezioni del 2007 e la frattura con Israele, molto condivisa dall’opinione pubblica interna.<br />
Nel 2007, era giunta a scadenza la Presidenza di Sezer e il Ministro degli Esteri Abdullah Gül era il candidato più favorito per sostituirlo. I militari, che avevano sperato che chi avesse assunto questo alto incarico non fosse così strettamente affiliato all’AKP e la cui moglie non indossasse il velo, decisero di bloccarlo. Il Capo di Stato Maggiore rilasciò un memorandum sul sito web della sua istituzione avvertendo delle terribili conseguenze. Gli ufficiali parteciparono alla progettazione di dimostrazioni contro il Governo a livello nazionale. Non solo l’AKP non indietreggiò, ma indisse elezioni generali anticipate, che vinse ottenendo il 47% dei voti rispetto al 34% del 2002. L’opinione pubblica aveva effettivamente rifiutato di appoggiare i militari.<br />
La nuova vittoria e l’umiliazione dei militari e dei loro alleati posero l’AKP nella condizione di poter attuare quelle riforme politiche che prima non aveva osato concretizzare. Il caso più emblematico è stato l’Iraq dove il Governo dell’AKP compì un capovolgimento di 180° nei suoi rapporti con il Governo Regionale del Kurdistan. Le relazioni commerciali tra la Turchia e il Governo Regionale del Kurdistan erano in espansione nonostante la freddezza delle relazioni diplomatiche; i leader curdi avevano deciso che i rapporti con Ankara, malgrado il problema curdo in Turchia, avrebbero offerto anche delle opportunità. La Turchia, tra i vicini dei curdi iracheni, aveva la politica più dinamica e l’economia più prospera. Inoltre, geograficamente, la Turchia, come candidato all’Unione Europea, forniva i collegamenti più diretti con l’Occidente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per l’AKP relazioni migliori con il Governo Regionale del Kurdistan</strong> offrivano la possibilità di migliorare i rapporti con la minoranza curda al suo interno; infatti, il Governo Regionale del Kurdistan era un’istituzione ampiamente rispettata dai curdi turchi ed aveva una notevole influenza su di loro. Il presidente curdo Talabani e la leadership del KRG avevano consigliato ai curdi turchi di abbandonare la lotta armata in favore di un accordo negoziale con l’AKP, argomentando che la leadership attuale offriva le migliori chance per una soluzione pacifica.<br />
L’establishment militare si era trovato intrappolato dall’accusa di aver dato vita ad una grande cospirazione multilivello. I procuratori hanno affermato che questa cospirazione, o cospirazioni, nota come Ergenekon, aveva coinvolto funzionari attivi, in pensione e civili che avevano pianificato un rovesciamento dell’ordine costituzionale. Con molti militari arrestati e messi sotto custodia, l’establishment militare era stato deprivato della sua grande capacità di avere un’influenza sulle questioni politiche nazionali e estere. In effetti, con i militari che avevano perso la posizione posseduta in precedenza, l’AKP ha potuto usare la nuova libertà di azione per ridefinire le priorità della politica estera.<br />
Dopo aver consolidato la propria posizione all’interno, l’AKP ha sfruttato le occasioni offertegli dal contesto geopolitico regionale. La prima di queste circostanze fu l’incursione di Israele a Gaza alla fine del 2008. Erdoğan reagì molto negativamente di fronte all’operazione “Piombo fuso” per due ragioni: in primo luogo, si sentiva personalmente tradito dal Primo Ministro israeliano Ehud Olmert che aveva visitato Ankara due giorni prima dell’inizio delle ostilità. La rabbia che imperversò nella regione per l’operazione israeliana condannò al fallimento anche i negoziati israelo-palestinesi proprio quando la Turchia pensava fossero sul punto di una svolta. Di conseguenza, la posizione ufficiale della Turchia verso lo Stato ebraico divenne negativa e Erdoğan fu considerato un supporter dei palestinesi; il contrasto con Israele, partendo dallo scontro tra Erdoğan e Shimon Peres a Davos, era giudicato molto favorevolmente dall’opinione pubblica turca, inoltre, era attentamente utilizzato con grande effetto nella regione nel suo complesso. È interessante notare come la Turchia abbia sfruttato recentemente anche la dichiarazione del Presidente americano Donald Trump sul riconoscimento di Gerusalemme quale capitale dello Stato ebraico, e il conseguente futuro spostamento da Tel Aviv alla Città Santa dell’ambasciata statunitense, per presentarsi di fronte al mondo arabo come <i>supporter </i>dei diritti del popolo palestinese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La seconda opportunità fu offerta dalle crescenti tensioni</strong> derivanti dal programma nucleare iraniano. La Turchia non solo sostenne retoricamente la tesi iraniana che il programma nucleare era per uso civile e pacifico, ma che il vero problema erano le armi nucleari possedute da Israele.<br />
Nel 2010, Ankara ha fatto un ulteriore passo in avanti collaborando con il Brasile, un altro membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per elaborare un compromesso con l’Iran, denominato Accordo per il reattore di ricerca di Teheran, TRR. Questo accordo annunciato dagli iraniani, i brasiliani e i turchi era in conflitto con gli sforzi occidentali per applicare delle sanzioni ancora più restrittive a Teheran. La Turchia e il Brasile votarono contro le sanzioni in sede di Consiglio di Sicurezza in un momento in cui anche Russia e Cina aveva scelto di seguire gli Stati europei e gli Stati Uniti.<br />
Ankara aveva deciso di firmare l’accordo poiché temeva in primo luogo, come molti altri nella regione, che un’eventuale escalation della crisi avrebbe aperto la strada all’intervento militare, con un effetto destabilizzante maggiore di quello avvenuto con la guerra in Iraq del 2003. Il caos avrebbe compromesso certamente i benefici economici e la prosperità interna del Paese, i risultati più importanti della politica dell’AKP e base del sostegno interno.<br />
In secondo luogo, Ankara credeva- in parte a causa di un fraintendimento con la Casa Bianca- che l’accordo elaborato con il Brasile fosse esattamente ciò che i Paesi occidentali volevano. Tuttavia, al termine dei negoziati finali, la Turchia ignorava le motivazioni americane per non procedere. Gli Stati Uniti avevano lavorato faticosamente per ottenere il parere favorevole di russi e cinesi sulle sanzioni ed erano ansiosi di non mettere in pericolo questa rara collaborazione tra i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ed era proprio per questo che gli iraniani, a loro volta, erano disposti a firmare un accordo per evitare ulteriori sanzioni. Il Ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoğlu credeva che l’accordo avrebbe ottenuto sufficiente approvazione internazionale per allontanare le obiezioni americane. Tuttavia, Ankara aveva sovrastimato la sua influenza e la sua capacità; a margine del vertice dei G20 a Toronto, Erdoğan e Davutoğlu ebbero un incontro con il Presidente americano Barack Obama che chiarì come le ambizioni nucleari iraniane non fossero una questione irrisoria e criticò Ankara per aver perseguito un accordo. La risoluzione delle sanzioni era già passata, con Russia e Cina che avevano votato con i Paesi occidentali e la Turchia, alleata della NATO che votava contro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’accordo TRR costituì il punto più importante di divergenza</strong> tra Ankara e i suoi alleati occidentali e creò gravi ripercussioni soprattutto a Washington. Per molti osservatori in Turchia e in Medio Oriente, tuttavia, il voto sulle sanzioni all’Iran e la rottura con Israele- approfondita dall’incidente della Flottiglia nel maggio del 2010 con la morte di nove cittadini turchi- erano segnali dell’uscita della Turchia dalla sfera di dominio della politica estera americana. È interessante notare che, per tutta la durata del contrasto con l’Occidente, l’AKP è stato molto attento a non perdere il consenso acquisito; infatti, non vi è mai stata l’intenzione, nemmeno solamente ipotizzata, che Ankara lasciasse le istituzioni occidentali, anzi, la Turchia ha insistito per una maggiore e più visibile partecipazione ad esse, specialmente alla NATO. In effetti, la politica estera turca prevedeva un impegno simultaneo su tutti i fronti. Anche la demonizzazione di Israele non comprometteva le relazioni commerciali tra i due Stati.<br />
È importante soffermarsi brevemente sulla figura del Ministro degli Esteri, poiché è stato l’accademico Ahmet Davutoğlu ad introdurre il concetto di “neo-ottomanesimo” nel vocabolario della politica estera turca. Davutoğlu ha svolto un ruolo chiave nella <i>shuttle diplomacy</i> durante il conflitto Israele-Gaza nel 2008, esattamente ciò che aveva sostenuto come studioso di relazioni internazionali: cercare di creare una “profondità strategica” giocando un ruolo di leadership nel Medio Oriente. Il neo-ottomanesimo poggia sulla divisione del mondo tra Paesi centrali e periferici, e lo Stato più centrale di tutti è la Turchia, centrale nel Medio Oriente e nell’Eurasia. Il progetto di Davutoğlu non era quello di condurre la Turchia da un sistema regionale ad un altro, bensì di formare una regione intorno alla Turchia. L’assunto principale è che la Turchia non doveva essere più considerata il ponte tra Occidente e Oriente, ma in base alla influente posizione geopolitica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Turchia, in sintesi, ha cercato di mantenere aperte</strong> tutte le possibilità offerte dal contesto geopolitico della regione, attuando una politica estera bidirezionale; da un lato, con il suo “soft power”, i legami commerciali e l’impegno diplomatico, la politica estera turca si è caratterizzata, dopo la guerra in Iraq, per la ricerca della stabilità e dello status quo, nonostante alcune limitate modifiche come nel caso dei territori palestinesi. D’altra parte, nonostante il desiderio di stabilità, Ankara è parte di un gioco competitivo multi-sfaccettato nella regione mediorientale. La Turchia aveva sostenuto l’Iran sulla questione nucleare e, in cambio, si aspettava che Teheran fosse più accomodante sui suoi interessi economici. Nel passato, le guardie rivoluzionarie avevano allontanato le compagnie turche dal principale aeroporto di Teheran e in generale le aziende turche avevano attraversato un periodo difficile in Iran. Inoltre i due Paesi erano divenuti dei feroci concorrenti in Iraq, sostenendo ognuno diversi candidati alle elezioni del 2010. Se Teheran ha conseguito un successo importante con la vittoria del suo candidato, il Primo Ministro al-Maliki, i turchi, soprattutto per merito delle loro relazioni con il Governo Regionale del Kurdistan, hanno incrementato gli scambi commerciali.<br />
La competizione per l’influenza si è estesa oltre l’Iraq, infatti, sia la Turchia sia l’Iran hanno tentato di assumere una posizione di leadership nel Medio Oriente. Ma, soprattutto dopo l’inizio della primavera araba, con le discussioni sul “modello turco”, Ankara ha eclissato Teheran. Alla base di questa competizione vi sono motivazioni economiche, politiche, religiose e anche pure ambizioni nazionaliste. Tuttavia sarebbe erroneo valutare ciò come una concorrenza duale, perché l’Arabia Saudita ha cercato di contenere l’Iran e ha guardato con molto sospetto il nuovo attivismo turco nella regione. Paradossalmente, la Turchia e l’Arabia Saudita condividevano la convinzione che il Medio Oriente sarebbe stato in migliori condizioni se lasciato libero dagli interessi delle grandi potenze, in particolare dagli Stati Uniti.<br />
Le rivolte iniziate in Tunisia all’inizio del 2011 si sono rivelate le più importanti sfide per la nuova politica turca in Medio Oriente. Da un lato, non c’erano dubbi che l’opinione turca simpatizzasse con le popolazioni arabe che tentavano di liberarsi dalle dittature. D’altra parte, queste rivolte minacciavano i regimi con cui la Turchia aveva stabilito delle eccellenti relazioni. Tradizionalmente la Turchia e la Tunisia avevano forti legami, ma gli eventi politici a Tunisi si erano sviluppati troppo in fretta perché arrivasse una risposta politica da Ankara. Per l’Egitto era diverso; Mubarak e Erdoğan non avevano mai avuto la stessa opinione su molte questioni, a partire da Gaza. Inoltre, il regime egiziano sospettava che Ankara intendesse inserirsi in aree considerate tradizionalmente sfere di influenza dell’Egitto. Ciò che ha reso il caso egiziano diverso da quello tunisino è stata l’importanza dei fattori economici: l’Egitto nel 2010 assorbiva il 2% delle esportazioni turche rispetto allo 0,6% della Tunisia. Tuttavia Ankara poteva permettersi un temporaneo rallentamento delle relazioni economiche con l’Egitto in attesa del cambio di Governo. Si può affermare che quanto più fosse stata velocizzata la caduta del regime di Mubarak, tanto più la Turchia avrebbe evitato ulteriori conseguenze economiche negative.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli effetti più negativi delle primavere arabe per la Turchia</strong> sono derivati dalla Libia e dalla Siria. Entrambi gli Stati rappresentavano solamente l’1.7% e l’1.6% rispettivamente delle esportazioni turche, ma in Libia le imprese turche avevano effettuato enormi investimenti nel settore delle costruzioni e Ankara dovette procedere all’evacuazione di circa 15 mila dei suoi cittadini bloccati dai combattimenti. La Siria rappresentava l’esempio perfetto della realizzazione pratica della politica estera di “zero problemi con i vicini”.<br />
In Libia, Erdoğan ha inizialmente resistito alle richieste del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro Gheddafi, rifiutando altresì di approvare qualsiasi operazione militare della NATO. È stato solo dopo le manifestazioni anti turche nella città di Benghazi che la leadership turca ha deviato rapidamente dalla precedente posizione di politica estera, partecipando alle operazioni della NATO, a condizione che le truppe turche non fossero costrette ad intraprendere delle azioni militari dirette. Dopo la caduta del regime, il Ministro degli Esteri Davutoğlu aveva promesso circa 300 milioni di dollari al Consiglio Nazionale di Transizione libico.<br />
Il dilemma per Erdoğan e l’AKP in Siria e in Libia era emblematico dell’approccio alla base della politica estera di “zero problemi con i vicini”. Per aprire quei mercati alle imprese e agli investimenti turchi, prima visti con molto sospetto, la leadership dell’AKP aveva stabilito stretti legami con regimi che avevano un controllo completo della popolazione e dei territori. Anche se Davutoğlu aveva sottolineato che la democrazia e l’integrazione erano gli obiettivi cardinali della nuova politica estera turca a tutti i livelli, Ankara non aveva mai posto la democrazia come elemento prioritario delle sue relazioni diplomatiche. Per esempio, a seguito delle controverse elezioni in Iran del giugno del 2009, Ankara fu il primo Paese a congratularsi con il Presidente Ahmedinejad per la vittoria.<br />
È stato comunque in Siria che la linea politica di “zero problemi con i vicini” ha riscontrato più difficoltà in seguito alle primavera arabe. Oltre ai rapporti personali intrecciati da Erdoğan con Bashar Assad, i rispettivi Governi avevano tenuto riunioni congiunte mentre lavoravano per integrare le relative economie. La Turchia era naturalmente il partner predominante di questa relazione economico-politica e il riavvicinamento siriano rappresentava l’esempio migliore della nuova politica estera turca.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo l’inizio delle ribellioni in Siria,</strong> Ankara ha fatto notevole pressioni sul regime siriano affinché attuasse rapidamente delle riforme per impedire che la rivolta prendesse ulteriore slancio, ma le aggressioni delle forze di sicurezza siriane nelle regioni confinanti con la Turchia si sono rivelate un errore strategico del regime baatista. L’assenza di significative riforme politiche in combinazione con un flusso di circa 12.000 rifugiati in Turchia ha reso impossibile per Ankara ignorare la crisi, anche se in precedenza Erdoğan aveva affermato che la crisi siriana era un problema interno. L’intensificarsi della violenza contro i manifestanti siriani durante il mese di Ramadan, un periodo di grande importanza religiosa e simbolica per il Primo Ministro turco, ha approfondito la diffidenza di Erdoğan verso Assad.<br />
Le implicazioni degli sviluppi della crisi siriana erano molto preoccupanti per la Turchia; infatti, il flusso di rifugiati ha immediatamente ricordato le immagini dei primi anni Novanta, quando i curdi iracheni convergevano nelle regioni di confine turche e iraniane per sottrarsi agli attacchi del regime di Saddam Hussein.<br />
Il regime di Damasco e il suo leader Assad apparivano molto indeboliti e rivelavano i limiti dell’influenza turca. Erdoğan aveva sollecitato Assad, sia nelle comunicazioni private sia pubbliche, ad introdurre delle significative riforme ed aveva inviato il suo capo dell’intelligence e, soprattutto, per due volte il Ministro degli Esteri Davutoğlu a Damasco per convincere il Governo siriano della necessità di un compromesso, ma senza alcun successo.<br />
I flussi di rifugiati erano comunque soltanto la punta di un iceberg, infatti, Ankara era consapevole che la crisi siriana poteva deteriorarsi ulteriormente provocando una guerra civile ancora più settaria con una fuoriuscita di rifugiati più massiccia, evento che si sarebbe effettivamente realizzato. Inoltre l’imprevedibilità del regime di Damasco poteva scatenare una conflagrazione regionale, con il coinvolgimento dell’Iran, del Libano e di Israele.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il periodo successivo alle elezioni parlamentari del giugno 2011,</strong> che hanno consolidato il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, ha visto il susseguirsi di eventi molto importanti nella storia della Turchia. Il 28 dicembre 2011, jet bombardieri turchi hanno colpito un gruppo di contrabbandieri curdi che attraversavano il confine del Kurdistan iracheno uccidendo 34 persone. Questo evento ha rappresentato il caso più grave dopo l’instaurazione del multipartitismo democratico nel 1950. Nessuno degli ufficiali è stato sottoposto ad un processo per il massacro. Alla fine del maggio 2013, una protesta localizzata contro la demolizione di un piccolo parco, il Gezi Park nel centro di Istanbul, si è trasformata in un movimento di massa nazionale contro il Governo dell’AKP, con una conseguente sproporzionata reazione della polizia. Milioni di persone hanno partecipato alle proteste, in gran parte non violente, e le manifestazioni sono divenute le più grandi dimostrazioni antigovernative nella storia della repubblica turca. Nel dicembre del 2013, le indagini contro la corruzione hanno coinvolto membri eminenti dell’Esecutivo, rivelando diffusi livelli di collusione tra politici e uomini d’affari. Questi tre episodi rappresentavano plasticamente la fine delle alleanze dell’AKP con i tre gruppi che erano stati centrali per la sua ascesa. L’impunità dopo il massacro di jets bombed a group of Kurdish smugglers crossing the border from Iraqi Kurdistan, kill- Roboski del 2011 ha disincantato grandi segmenti della società curda che aveva sostenuto l’AKP. Il brutale trattamento dei manifestanti di Gezi Park per mano della polizia ha compromesso l’intesa con l’intellighenzia socialdemocratica che aveva sostenuto fortemente il Partito durante la sua lotta di potere con i militari e la magistratura. Le indagini anticorruzione del dicembre del 2013 hanno trasformato il movimento di Gülen da alleato chiave dell’AKP nella sua nemesi. Nel 2016 il movimento di Gülen è stato accusato di aver fomentato un colpo di Stato, con il conseguente arresto di centinaia di migliaia di giornalisti, militari, magistrati e insegnanti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le mancanze della democrazia turca</strong> hanno continuato a persistere sfidando la visione ottimistica secondo la quale il consolidamento al potere dell’AKP avrebbe condotto ad un progresso democratico inequivocabile e lineare. Infatti, la “vittimizzazione dei musulmani sunniti”, che era stato il principio trainante interno degli impulsi riformisti dell’AKP, si è trasformato in una posizione di trionfo che ha aggravato i vincoli settari ed etnici del potere politico. Inoltre, gli sviluppi geopolitici e la crisi economica del 2008 hanno avuto effetti dannosi per le lotte democratiche in Turchia. Prima del 2008, l’adesione all’Unione Europea era un tema centrale per la politica estera turca e aveva limitato le tendenze autoritarie del Governo. Mentre l’Unione Europea ha perso gradualmente rilevanza per le élite e l’opinione pubblica turche, l’AKP ha visto nelle primavere arabe del 2011 un’opportunità senza precedenti per ottenere un potere nell’area mediorientale. Le élite dell’AKP ritenevano che le rivolte arabe avrebbero portato al potere forze islamiche popolari similari al Partito al Governo in Turchia; questa aspettativa è divenuta un’amara disillusione, soprattutto dopo la caduta della Fratellanza Musulmana in Egitto e la degenerazione della rivolta siriana in una guerra civile.<br />
Nel contesto regionale mediorientale in cui le affiliazioni politiche tendono a sovrapporsi alle differenze settarie, l’AKP ha adottato un linguaggio sempre più divisivo. Ciò rappresenta un’importate differenza tra l’AKP e i precedenti Partiti di centro-destra con meno evidenti inclinazioni pro-sunnite. È interessante notare come Erdoğan abbia esplicitamente sottolineato l’identità alauita di Kemal Kılıçdaroğlu, leader del Partito Repubblicano Popolare, CHP <i>Cumhuriyet Halk Partisi</i>, durante la campagna elettorale del 2011, nel tentativo di screditarlo agli occhi dell’elettorato sunnita. Nel contempo, l’AKP e l’intelligence turco hanno sviluppato una concezione della guerra civile siriana in cui il regime oppressivo della minoranza alauita massacrava la popolazione sunnita. Mentre l’intensità della violenza aumentava, i gruppi islamici erano cooptati dall’AKP e ottenevano una visibilità pubblica e un accesso alle risorse senza precedenti, divenendo sostenitori entusiasti della lotta armata contro il regime di Assad. In assenza di seri sforzi del Governo per frenarli, un numero rilevante di cittadini turchi si è unito ai gruppi jihadisti in Siria.<br />
Questa politica ha avuto una conseguenza inaspettata e terribile: l’espandersi dell’ISIS con la sua ideologia di jihadismo salafita nel 2013. I gruppi salafiti-jihadisti in Turchia hanno trovato un terreno fertile data l’assenza di una sorveglianza statuale. Questi gruppi erano anche gli unici islamisti che avevano preso le distanze dal Governo dell’AKP, offrendo una versione integralista dell’Islam attraente per coloro che erano rimasti sconcertati dalla mancanza di un vero Governo islamico in Turchia. Il crescente richiamo di questa forma estrema di islamismo, quando un Partito islamico era al Governo, contraddiceva le aspettative degli studiosi secondo le quali la moderazione avrebbe debellato il radicalismo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nell’estate del 2013, l’esercito egiziano</strong> rovesciava il Presidente Mohammad Morsi, esponente della Fratellanza Musulmana. Adottando un linguaggio vittimistico, Erdoğan e i suoi sostenitori hanno definito le proteste di Gezi Park come un tentativo di colpo di Stato che coincideva con l’esautoramento di Morsi. Erdoğan ha incolpato i manifestanti di Gezi di mancanza di rispetto per l’Islam, attraverso accuse infondate, per mobilitare la sua base elettorale.<br />
Mentre l’AKP è diventato più settario rispetto ai precedenti Partiti di centro-destra, si è dimostrato anche più disinvolto per quanto concerneva l’identità etnica in politica. Le riforme sulla “questione curda” erano ispirate da una comune identità musulmana che trascendeva le differenze linguistiche, ed erano coerenti con l’identità musulmana sunnita negli affari pubblici. Inoltre, la sfida diretta dell’AKP al potere politico dei militari contribuiva alla sua attrattiva tra i cittadini curdi, in contrasto con la linea politica fatta propria dal PD, che si era appoggiato principalmente sui notabili curdi e sulle relazioni di patronato per mobilitarne il voto. Tuttavia il crescente dinamismo popolare e l’appello del nazionalismo curdo hanno reso la strategia dell’AKP, sotto il mantello culturale della fratellanza islamica, inadeguato e obsoleto. L’autogoverno curdo in Siria ha incoraggiato l’ala militare del movimento nazionalista curdo, che voleva replicarne il successo attraverso la lotta armata nelle città curde della Turchia. Dopo l‘affermazione nelle elezioni del giugno del 2015, il sostegno curdo sembrava ormai superfluo per l’AKP. Le azioni militari e poliziesche contro i militanti del PKK in aree urbane densamente popolate hanno condotto a diffuse violazioni dei diritti umani ed ad un numero crescente di vittime civili, significando un ritorno alle politiche dei primi anni Novanta. Il nazionalismo curdo, che si era sottratto al Partito della Madrepatria, ANAP <i>Anavatan Partisi</i>, e al Partito della Verità, DYP <i>Doğru Yol Partisi</i>, continuava ad essere la sfida più grande per l’AKP, che sembrava mancare di strategie politiche per gestirlo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nonostante queste sfide, l’AKP ha raggiunto dei notevoli risultati</strong> nelle elezioni locali del 2014. Il peggior disastro industriale nella storia del Paese, con la morte di oltre 301 minatori nell’Anatolia centrale, è avvenuto subito dopo queste votazioni. Ancora Recep Tayyip Erdoğan ha vinto le prime elezioni popolari per la Presidenza pochi mesi dopo. I disordini di Kobanî nell’ottobre del 2014, costati la vita a più di 50 persone, hanno coinvolto inizialmente le città curde, facendo presagire la violenza che avrebbe sconvolto la Turchia nella seconda metà del 2015. A seguito di questi eventi e dopo un indebolimento dell’economia, l’AKP ha perso la maggioranza parlamentare nelle elezioni del giugno 2015. Poco dopo, vi fu un attacco bomba suicida verso attivisti di sinistra che visitavano la città di Suruç, a nord di Kobanî, dove i militanti curdi avevano combattuto con successo contro lo Stato Islamico con l’aiuto di attacchi aerei statunitensi nell’autunno del 2014. Questo attentato sponsorizzato dallo Stato Islamico ha portato alla fine della fragile tregua tra la Turchia e l’insurrezione curda che era in vigore dal 2013. La violenza ha raggiunto rapidamente livelli senza precedenti e il rilancio del conflitto armato ha condotto alla morte di almeno 600 persone in cinque mesi. Un altro attentato suicida dell’ISIS uccideva 102 persone nel centro di Ankara nell’ottobre dello stesso anno.<br />
Dal punto di vista delle elezioni, è importante ricordare i risultati ottenuti dall’AKP. Dopo la vittoria alle elezioni del 2002 con il 35% dei voti, l’AKP ha costantemente dominato la scena politica della Turchia, incrementando la propria quota di voti raggiungendo il 47% nel 2007 e il 49% nel 2011, ottenendo maggioranze parlamentari così ampie da formare dei Governi mono-partitici. Questa tendenza ha subito una battuta d’arresto nelle elezioni del 7 giugno del 2015, quando l’AKP non è riuscito a guadagnare seggi sufficienti per formare un Governo di un solo Partito, nonostante avesse ottenuto il 40% dei suffragi e superato il rivale del 15%. Il leader <i>de facto</i> dell’AKP, il Presidente Erdoğan, ha usato i poteri conferitegli dalla Costituzione e la leva politica della sua formazione politica per impedire la formazione di un Governo di coalizione in modo da tornare alle urne nel novembre dello stesso anno; in queste votazioni, l’AKP ha aumentato i suoi voti del 9% e ripristinato la sua posizione predominante.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tenuto conto del contesto interno,</strong> la spettacolare performance dell’AKP nelle elezioni di novembre, che gli hanno permesso di riconquistare una maggioranza parlamentare, ha stupito molti osservatori. I risultati delle elezioni hanno rivelato che molti elettori in Turchia non ritenevano Erdoğan e il Partito responsabili di questi problemi. È interessante notare come Erdoğan abbia iniziato a personificare sempre più il potere politico ed ad erodere l’autonomia delle istituzioni economiche e politiche, ma nel contempo egli è apparso anche come l’unico politico capace di assicurare la stabilità e la crescita del Paese. Mentre la sua ascesa ha rappresentato l’evoluzione storica dei Partiti di destra turchi e della loro missione di integrare i fedeli musulmani nel sistema politico, essa ha comportato anche delle implicazioni negative per un sistema politico democratico.<br />
Nel contempo, il mutare del contesto geopolitico mediorientale, aggravato dalla guerra civile siriana, riproponeva all’attenzione della politica estera turca questioni che coinvolgevano direttamente il Paese, come il conflitto con i curdi turchi e il massiccio afflusso di profughi siriani.<br />
Nel febbraio del 2015, rappresentanti dell’AKP al Governo e politici curdi si incontravano nel palazzo di Dolmabahçe per un meeting che il Primo Ministro Davutoğlu descrisse come una nuova fase del processo di pace. Dopo la riunione a porte chiuse, le due controparti annunciarono al pubblico un piano in dieci punti redatto da Abdullah Öcalan, leader imprigionato del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Tuttavia, pochi mesi dopo questo incontro storico, nel giugno del 2015, gli scontri tra le forze turche e il PKK sono ripresi, causando il collasso del processo di pace. Centinaia di civili sono morti in seguito a questi scontri, inoltre è stato imposto il coprifuoco e negato ogni accesso al mondo esterno per molti giorni in svariate province del sud-est della Turchia. La questione curda tornava ad essere un problema di sicurezza interna e non di democrazia e di democratizzazione.<br />
Tra la negoziazione e la repressione, come spiegato precedentemente, la Turchia aveva tenuto le elezioni generali; in queste votazioni, il Partito Democratico dei Popoli, HDP <em>Halkın Demokrasi Partisi</em>, una formazione politica pro-curda, ha ottenuto il 13.1% dei voti, emergendo non solo come un interlocutore legittimo e moderato per il processo di pace curdo ma come il maggior impedimento per l’AKP per la formazione di un Esecutivo monopartitico. Mentre in altri contesti caratterizzati da un conflitto interno l’emergere di interlocutori moderati è considerato un pre-requisito per processi di pace coronati da successo, l’esistenza di un Partito politico curdo autonomo quale alternativa credibile al Governo dell’AKP è divenuto il motivo principale per il fallimento dei colloqui di pace.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La comunicazione politica populista dell’AKP considera la società turca</strong> divisa in due campi omogeni e antagonisti: il popolo puro e le élite corrotte. La politica è quindi solo l’espressione di un “popolo puro” in contrapposizione ai privilegi consolidati delle élite corrotte. Durante il Governo dell’AKP, il passaggio tra negoziazione e repressione nei confronti delle richieste curde era un riflesso di questa cultura populista di destra. Le élite dell’AKP accoglievano le richieste curde quando queste non erano rappresentate da altri attori istituzionali- un Partito legale come l’HDP o un’organizzazione armata, come il PKK- e quando tali attori istituzionali non sfidavano l’egemonia dell’AKP nel “risolvere” il problema curdo. Per questa ragione, ogni volta che è emerso uno sfidante forte, le élite dell’AKP hanno immediatamente fatto marcia indietro, reprimendo l’opposizione fino a quando non si sono sentite sicure di aver riguadagnato il controllo del “problema”.<br />
Dopo la cattura di Abdullah Öcalan e la dichiarazione del PKK di un cessate il fuoco unilaterale nel febbraio del 2000, l’intensità del conflitto nel sud-est era diminuita. L’AKP vinse le elezioni del 2002 con un sostegno significativo degli elettori turchi, assicurandosi il 65% dei seggi in Parlamento. I fondatori dell’AKP e i leader del nuovo Governo vedevano se stessi come “vittime” dell’establishment militare del 1990, proprio come i curdi. Fin dall’inizio, era chiaro alle élite dell’AKP che il consolidamento del loro potere politico era direttamente correlato alla resistenza delle élite militari e che il contenimento del potere politico dei militari era connesso alla de-securitizzazione della sfera politica, soprattutto della “questione curda”.<br />
Inoltre, le élite dell’AKP avevano una diversa concezione di ciò che costituiva la nazione turca se confrontata con la rappresentazione delle élite kemaliste dell’epoca precedente. Secondo le nuove élite, l’accento sull’identità turca evidenziava l’elemento etnico e amplificava le differenze tra curdi e turchi. Invece, l’accento sull’identità religiosa dei curdi era ritenuto un elemento unificante tra individui che erano posti in contrapposizione dai principi etnici e secolari. Utilizzando il principio dell’unità religiosa e dando voce agli elettori curdi, le élite dell’AKP credevano di poter convincere il “puro popolo curdo” conservatore a rivoltarsi contro le élite secolari, nazionaliste e corrotte del PKK, minandone l’influenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La de-securitizzazione della “questione curda”</strong> e il dare voce alle richieste curde facevano parte di una strategia win-win, che ha aiutato l’AKP a limitare il potere dei militari in politica e ad estendere l’elettorato popolare nell’area sud-est della Turchia. Allo stesso tempo, diminuendo la percezione della minaccia interna, è scemata la necessità percepita per i militari di sovraintendere alla sfera politica. L’integrazione nell’Unione Europea è stata anch’essa strategicamente importante, non solo per limitare l’autorità militare, ma anche per inserire la “questione curda” nel quadro di una democratizzazione su vasta scala.<br />
Entrambe le linee politiche hanno fatto sì che l’AKP fosse rappresentato come una grande forza politica e un attore importante nelle regioni curde, un fatto rinforzato dalla soglia del 10% che ha bloccato i Partiti politici curdi dal correre in modo indipendente. Nel corso degli anni Duemila, l’AKP ha gradualmente espanso la sua base di potere ottenendo il 50% dei voti curdi e proponendosi come l’unica forza politica capace di risolvere la questione in esame, pur essendo molto riluttante a riconoscere la legittimità delle forze politiche curde.<br />
Entro il 2009, il Governo turco aveva fatto progressi significativi per quanto concerneva la de-militarizzazione ed era finalmente libero di seguire una nuova strategia politica per risolvere il “problema curdo”. Nel 2009, l’AKP annunciò la sua apertura. L’Organizzazione Nazionale di Intelligence turca avviò trattative con il PKK, i colloqui di Oslo. L’ottimismo presto si scontrò con il nazionalismo dilagante, infatti, l’AKP mise in atto una brusca frenata, temendo di perdere i voti dei nazionalisti nelle successive elezioni. La “questione curda” divenne ancora una volta un problema di sicurezza interna. Una causa fu depositata dallo Stato nei confronti delle Comunità curde, e 10.000 attivisti politici curdi furono arrestati, creando così un nuovo regime di oppressione attraverso la via giudiziaria.<br />
Prima delle elezioni del giugno del 2011, la “questione curda” è ridivenuta un problema di terrore, non di democrazia; di violenza, non di diritti. Il Primo Ministro Erdoğan dichiarò che si sarebbe incontrato solo con i rappresentanti legali e legittimi curdi, suggerendo che il Partito pro-curdo della Pace e della Democrazia, <i>Barış ve Demokrasi Partisi</i>, non sarebbe stato un interlocutore idoneo finché non avesse agito in modo indipendente e autonomo. Sfruttando questa posizione più dura nei confronti della “questione curda”, l’AKP aumentò in modo significativo i suoi voti ottenendo il 49.9% nelle elezioni del 2011.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La dura presa di posizione verso la “questione curda”</strong> si sarebbe presto ammorbidita dopo la schiacciante vittoria elettorale dell’AKP nel 2011. È importante ricordare che, rispetto al periodo precedente, erano cambiate anche le dinamiche regionali. Questa fase è stata caratterizzata da manifestazioni e proteste, rivolte e guerre civili in quasi tutti i Paesi della regione. Il Governo turco si è trovato quasi subito in competizione con le altre potenze regionali nel tentativo di influenzare il destino e il futuro dell’area mediorientale, intervenendo direttamente e indirettamente nelle politiche nazionali degli Stati mediorientali.<br />
Mentre la regione è diventata più conflittuale, il Governo dell’AKP ha rilanciato il negoziato con il PKK, all’inizio del 2013, con l’obiettivo di disarmare le regioni curde della Turchia. Il 21 marzo del 2013, una lettera di Abdullah Öcalan fu letta al pubblico sia in turco sia in curdo durante le celebrazioni storiche a Diyarbakir. Nella lettera si chiedeva un cessate il fuoco, ed includeva il disarmo e il ritiro dal suolo turco, nonché la fine della lotta armata. Il 25 aprile del 2013, il PKK annunciò che avrebbe ritirato tutte le sue forze dalla Turchia.<br />
Tuttavia la riluttanza del Governo turco a sostenere la città curda di Kobanê, sotto attacco da parte dello Stato Islamico, creò una protesta su vasta scala dei curdi turchi, in particolare nel sud-est, portando alla morte di 42 persone. Il Governo stabilì un coprifuoco in sei città curde al fine di controllare le crescenti proteste.<br />
Le manifestazioni chiarivano come il movimento politico curdo avesse collegamenti transnazionali che andavano oltre lo Stato turco e si fosse trasformato nella principale alternativa politica ai movimenti salafiti in Medio Oriente. Con grandi potenze come gli Stati Uniti e la Russia alleati dei curdi contro la crescente influenza salafita nella regione, la politica in Medio Oriente si sarebbe rimodellata in un modo che i responsabili politici dell’AKP mai avrebbero immaginato. Inizialmente, l’AKP vide nei negoziati una modalità per fermare la progressiva influenza del movimento politico curdo, sperando di unire i curdi turchi ai fratelli musulmani; le proteste per la città di Kobanê avevano dimostrato alle élite dell’AKP che questa linea politica non era attuabile e che era difficile limitare l’influenza del PKK nella regione e in Turchia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come previsto, nelle elezioni generali del 2015 l’AKP</strong> ha nuovamente conseguito la maggioranza dei voti, ottenendo il 40.9% dei suffragi. Ma tale percentuale- che in circostanze normali sarebbe stata celebrata come un trionfo- divenne per il Partito una sconfitta, perché non era in grado di formare un Governo monopartitico. Questa prima sconfitta dell’AKP fu percepita come un successo del HDP.<br />
È ipotizzabile che uno dei motivi dietro il successo dell’HDP sia stato il fatto che molti curdi, che in precedenza avevano votato per l’AKP, avessero ritirato il loro supporto. Come affermato in precedenza, per quasi un decennio l’AKP e i Partiti pro-curdi avevano condiviso quasi equamente l’elettorato curdo; nelle provincie curde l’HDP aveva ottenuto la maggioranza dei voti, scardinando il precedente equilibrio. Uno dei principali obiettivi del processo di soluzione della “questione curda” era stato marginalizzare le formazioni politiche pro-curde, ma l’AKP aveva compreso di aver ottenuto il risultato opposto, ovvero l’autonomia degli attori politici curdi, un duro colpo per la linea politica populista dell’AKP che intendeva incorporare nel Partito anche i curdi.<br />
Nelle regioni curde, la campagna elettorale dell’HDP si era basata su tre pilastri: l’autonomia della cultura curda; la solidarietà tra i curdi- che includeva anche la solidarietà regionale, e la pace nella regione. L’HDP aveva anche incorporato con successo i conservatori religiosi, i musulmani curdi della regione e le tribù di destra e conservatrici. Poco prima delle elezioni del giugno 2015, il Partito aveva istituito delle commissioni per la riconciliazione sociale e il dialogo-note anche come “commissioni di persuasione”. La politica di negoziazione con le tribù era stata spesso usata dallo Stato come strategia di inclusione dei curdi; infatti, attraverso la collaborazione e l’influenza di queste tribù, i Governi turchi erano stati storicamente in grado di controllare le periferie in conflitto. Questa volta, però, l’HDP si era rivolta alle tribù conservatrici e aveva ricevuto il sostegno dei mullah locali e di influenti conservatori curdi. Conseguentemente, molte tribù favorevoli all’AKP, a livello formale, avevano cambiato le loro alleanze prima delle elezioni. Questa trasformazione era molto allarmante, non solo per l’AKP in quanto Partito, ma anche per la tradizionale presenza dello Stato nell’area.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo le elezioni del 7 giugno,</strong> prima ancora che avessero inizio i colloqui per la coalizione, il Governo annunciò che il processo di pace era finito. Analogamente al periodo dopo le elezioni del 2011, il nuovo Governo dell’AKP aveva dichiarato che non esisteva più una “questione curda” in Turchia e che tutti i diritti possibili erano stati concessi. Mentre il processo di pace era stato dichiarato chiuso, l’intero Paese era travolto da un nuovo conflitto; fu imposto un coprifuoco in centinaia di distretti prevalentemente curdi, il PKK attaccò e uccise soldati e agenti di polizia, e come rivalsa gruppi di nazionalisti turchi attaccarono molti edifici dell’HDP. Due attentati bomba suicidi a Suruç e Ankara uccisero 104 persone.<br />
Dato il fallimento delle trattative per formare un Governo di coalizione furono indette nuove elezioni per il novembre dello stesso anno; gli elettori risposero alla violenza crescente, al conflitto e al caos come nel 2011. Sfruttando la dura presa di posizione verso la “questione curda”, l’AKP riuscì ad ottenere abbastanza seggi in Parlamento per formare un Governo a Partito unico.<br />
Subito dopo questa vittoria, le élite dell’AKP hanno iniziato ad usare la stessa retorica per il processo di pace, che si basava su una posizione conflittuale con il Partito dell’Unione Democratica, PYD <i>Partiya Yekîtiya Demokrat</i>, una lotta costante contro il PKK, e la non accettazione come partner negoziale legittimo dell’HDP. Ciò che rimaneva del processo di pace era la concessione da parte del Governo dei diritti ordinari ai curdi. Un portavoce dell’Esecutivo aveva dichiarato che finalmente l’AKP era rimasto solo nel confronto con i curdi.<br />
Un altro tema cardine della politica interna turca fu la questione dei rifugiati siriani, che avevano iniziato ad arrivare al confine del Paese nel 2011. Per l’allora Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdoğan l’accoglienza dei rifugiati siriani era coerente con la politica estera di contrapposizione ad Assad e con le inclinazioni dell’elettorato sunnita dell’AKP. Dopo sette anni dall’inizio della guerra civile siriana, con un conflitto resosi ancora più complicato, il numero dei profughi è salito ad oltre due milioni, senza alcuna possibilità che possano rientrare in Siria entro breve tempo, superando di gran lunga la capacità dei campi di accoglienza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I primi profughi siriani sono arrivati ai confini della Turchia</strong> il 29 aprile 2011. Il Governo di Erdoğan ha proclamato una politica delle porte aperte per i siriani, promettendo assistenza in termini di servizi e campi di accoglienza vicino al confine, respingendo le offerte di aiuto delle agenzie internazionali. Nell’ottobre del 2011, il Governo ha esteso la “protezione temporanea” ai rifugiati siriani- uno status ufficiale, a differenza della denominazione di ospite usata dalla maggior parte dei Paesi della regione. Tale posizione era coerente con l’opposizione di Erdoğan al regime di Assad e si basava sul calcolo politico che tale regime sarebbe caduto in fretta, un assunto non irragionevole in quel periodo data la velocità di cambiamento dei Governi durante la primavera araba. Parallelamente, sul lato militare, si è avuto un sostegno all’Esercito Libero Siriano. Le generose politiche della Turchia verso i profughi erano in sintonia anche con l’emergere del Paese come leader del mondo umanitario; infatti, nel decennio 2003-2013, la Turchia era diventato il sesto donatore. Il crescente ruolo umanitario derivava anche dall’accento posto dall’AKP sulla <i>ummah</i>- la comunità di tutti i musulmani.<br />
Nel 2012, quando il numero dei profughi è aumentato, il Governo ha annunciato l’istituzione di una linea rossa per quanto concerneva il numero massimo di rifugiati ammissibili; Erdoğan aveva affermato che sarebbe stata necessaria la creazione di una zona cuscinetto se il numero dei rifugiati avesse superato i 100.000 ingressi. L’idea di una zona di sicurezza all’interno della Siria, ripetuta spesso negli anni successivi, aveva trovato rispondenza anche nelle intenzioni del Governo turco di prevenire che i curdi ottenessero il controllo su più territori in Siria e al confine con la Turchia.<br />
Nel 2013, ci sono stati segnali che le politiche di accoglienza erano al limite. Nel febbraio dello stesso anno, un’esplosione in un posto di frontiera e un’altra a Reyhanlı hanno ucciso più di cinquanta persone. Nel momento in cui i campi hanno raggiunto la loro capacità massima e un numero crescente di siriani ha iniziato a viverci con le famiglie, le pressioni economiche sono aumentate- in particolare nelle zone di confine. Il prezzo degli affitti è salito e si segnalavano cambiamenti culturali come la poligamia e i matrimoni precoci. L’impatto dei rifugiati è stato enorme- per esempio, Reyhanlı con una popolazione di 63.000 persone ospitava 100.000 profughi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Turchia ha anche iniziato ad attuare</strong> una massiccia assistenza transfrontaliera all’interno della Siria, attraverso un sistema di “erogazione punto zero”, in cui l’Autorità per l’Emergenza e il Disastro, AFAD <i>Afet ve Acil Durum Yönetimi Başkanlığı</i>, con il sostegno della Mezzaluna Rossa Turca, della Fondazione per i diritti dell’uomo e per la libertà e della Fondazione per gli aiuti umanitari, operava all’interno dei territori siriani. Tale assistenza ha certamente mantenuto in vita molte migliaia di siriani, ma data la sua natura opaca, ha dato origine anche a molte speculazioni sul fatto che le intenzioni della Turchia non fossero prettamente umanitarie.<br />
La politica delle “porte aperte” della Turchia verso i rifugiati non è mai stata veramente “aperta” come raffigurato. La politica di protezione temporanea stabiliva che i siriani entrati attraverso i confini ufficiali, e molti accedevano attraverso quelli non ufficiali, in possesso di un passaporto, che molti non avevano, potevano richiedere un permesso di lavoro; nella pratica questo processo era così farraginoso che raramente si verificava. I profughi erano autorizzati a rimanere nel Paese, ma tranne che nei campi, non ricevevano alcuna assistenza finanziaria da parte del Governo o dalle agenzie internazionali, e non avevano il permesso per lavorare. Esauriti i risparmi personali, hanno trovato impiego nell’economia informale- con tutto lo sfruttamento che ciò comporta.<br />
La Turchia ha adottato la prima legge sull’immigrazione nell’aprile del 2013, entrata in vigore l’anno dopo. Questo cambiamento, parte del processo di adesione all’Unione Europea, è stato un segnale positivo; Ahmet İçduygu ha osservato come la legge avesse introdotto delle riforme che potevano essere un punto di riferimento per un moderno, equo ed efficiente sistema di gestione dei profughi, in linea con gli standard basilari internazionali ed europei.<br />
Entro la fine del 2013, l’accoglienza turca stava cominciando a logorarsi, soprattutto a causa del peso economico. Mentre inizialmente la Turchia sembrava essere orgogliosa di potersi prendere cura dei rifugiati senza il sostegno internazionale, durante il 2015 le lamentele circa la mancanza di aiuti internazionali sono divenute più frequenti. Nel corso del biennio 2013-2015 era cresciuta anche la consapevolezza che il regime di Assad non sarebbe stato rovesciato rapidamente e che i rifugiati non sarebbero stati rimpatriati entro breve tempo. Contemporaneamente, la dinamica del conflitto è divenuta più complessa e il ruolo della Turchia a sostegno delle forze di opposizione ancora meno trasparente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le vittorie militari e la brutalità dello Stato Islamico</strong> si sono intensificate dalla metà del 2014 cambiando la natura dei flussi dei rifugiati. Per la prima volta dal 2011, un gran numero di iracheni è arrivato in fuga da Mosul a metà del 2014. Entro il giugno del 2015, si sono aggiunti altri 240.000-250.000 profughi iracheni. Inoltre, circa 190.000 curdi sono fuggiti in Turchia mentre imperversavano i combattimenti dentro e nei dintorni di Kobanê. Quasi tutti i flussi iniziali erano composti da profughi siriani e musulmani sunniti, la presenza di cristiani dell’Iraq, degli yazidi e dei curdi dal Nord dell’Iraq rendevano il contesto più diversificato. La Turchia stava ricevendo anche un numero importante di richiedenti asilo da altri Paesi, come l’Afghanistan e l’Iran.<br />
Sul fronte interno, vi era una crescente preoccupazione per l’impatto economico, sociale e settario dei profughi. Gli alauiti erano preoccupati per l’afflusso sunnita, mentre i turchi accoglievano favorevolmente l’etnia turcomanna.<br />
Sia a livello nazionale che internazionale il fattore curdo era fondamentale nella politica governativa verso i profughi. I curdi si erano allarmati dopo aver visto la riluttanza del Governo turco a sostenerli durante i combattimenti a Kobanê contro l’ISIS nel giugno del 2015, mentre l’Esecutivo dell’AKP paventava un influsso su larga scala dei profughi curdi nel Paese. I voti ottenuti dall’HDP nelle elezioni del giugno 2015 erano stati interpretati da alcuni osservatori come l’espressione del malcontento dell’elettorato curdo verso la linea di politica estera del Governo. Nel contempo, la polarizzazione derivante dalle politiche di Erdoğan, le segnalazioni delle violazioni dei diritti umani, la sfida di un’insurrezione curda di ampio raggio e la violenza tra le fazioni pro e anti AKP creavano un contesto interno altamente instabile.<br />
Le elezioni del novembre 2015 in cui l’AKP ha ottenuto la maggioranza dei voti sono state un evento abbastanza positivo per i rifugiati, poiché l’AKP, con la sua forte base tra i conservatori religiosi, è più favorevole ad una politica di accoglienza rispetto ai Partiti laici turchi, alauiti e curdi, che temono una alterazione demografica della società locale e della sfera politica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per quanto concerne le politiche verso gli oltre due milioni di profughi,</strong> la Turchia ha adottato una serie di decisioni nel biennio 2014-2015, tra cui il coinvolgimento di attori internazionali e il permesso per le ONG di registrarsi e iniziare programmi di aiuto per i rifugiati. Il Ministero della Pubblica Istruzione ha chiuso le scuole siriane informali per introdurre i profughi nel sistema educativo turco, anche se due terzi dei bambini siriani sono rimasti fuori dalle istituzioni scolastiche. Inoltre, prima delle elezioni, è stata introdotta una legislazione che permetteva ai siriani di entrare nel mercato del lavoro turco. Vi è stato un riconoscimento del fatto che i rifugiati non stavano tornando in patria e che erano necessari dei provvedimenti per garantire la loro integrazione nella società turca.<br />
Nell’agosto del 2015, la crisi dei profughi ha assunto una nuova dimensione con la migrazione di centinaia di migliaia di rifugiati attraverso la Turchia verso la Germania e i Paesi del Nord Europa. La Turchia si è trovata dunque in una posizione negoziale molto forte rispetto alle controparti europee, i cui Governi dovevano fronteggiare opinioni pubbliche sempre più attratte dai movimenti populisti e xenofobi contrari all’immigrazione; l’Unione Europea aveva bisogno della Turchia e Erdoğan è stato molto abile nel cogliere questa opportunità. Il 15 ottobre del 2015, il vertice dell’Unione Europea non verteva sulle modalità di ricollocazione dei profughi tra i diversi Stati europei, ma sulle trattative con la Turchia. È interessante ricordare che Merkel, cancelliere tedesco in carica che in precedenza aveva bloccato i negoziati di adesione all’UE della Turchia a causa delle preoccupazioni per i diritti umani, si è recata in quei giorni ad Ankara per parlare con le autorità turche, aprendo un dialogo sulla possibilità per i cittadini turchi di viaggiare in Europa senza passaporto, inoltre, l’UE era pronta ad aumentare gli aiuti economici per sostenere i profughi. La Turchia era ormai in una posizione di forza ed è stato raggiunto un accordo che comprendeva anche un contributo finanziario molto rilevante.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Turchia può controllare il flusso dei rifugiati verso l’Europa</strong> attraverso il suo territorio; se la Turchia utilizza le risorse aggiuntive per migliorare le condizioni di vita dei rifugiati siriani all’interno dei suoi confini e permette loro l’accesso al mercato del lavoro turco ciò potrebbe portare alcuni siriani a decidere di rimanere in Turchia. Ma se l’aspettativa è che il Governo turco attui dei deterrenti coercitivi per impedire ai siriani di passare in Grecia, allora questo pone un serio problema di diritti umani. I Governi europei sono ansiosi di avere un Paese in cui far tornare i siriani, in particolare coloro la cui richiesta di asilo è stata respinta, senza doverli inviare direttamente in Siria. Ma, come Amnesty International ha sottolineato, la Turchia non è un “paese sicuro” per tutti e in effetti soltanto a un richiedente su quattro è stato concesso asilo in Europa.<br />
Le decisioni che la Turchia, l’Unione Europea e gli Stati membri dovranno prendere nei prossimi anni avranno conseguenze a lungo termine per i rifugiati, le relazioni Turchia-UE e anche per la stessa Unione Europea.<br />
L’adesione della Turchia, sotto la leadership dell’AKP, ai paradigmi del neo-ottomanesimo complica il contesto geopolitico mediorientale, nel quale Iran e Arabia Saudita competono già da tempo per la supremazia regionale e da cui è totalmente mancante l’Unione Europea, incapace di sviluppare una politica estera unitaria e rilevante.</p>
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<p><strong><span style="color: #000000;"><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em><br />
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<p><span style="color: #000000;">Today’s Zaman (2009c) “Assad: Syria has total confidence in Turkish mediation” 18th May 2009. <a href="http://www.todayszaman.com/tz-web/news-175613-assad-chartreusesyria-has-total-aqua-aquaconfidence-in-turkishmediation.html"><span style="color: #000000;">http://www.todayszaman.com/tz-web/news-175613-assad-chartreusesyria-has-total-aqua-aquaconfidence-in-turkishmediation.html</span></a>.</span></p>
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<p><span style="color: #000000;">2006, <a href="http://www.jpost.com/servlet/Satellite?cid=1139395417918&amp;pagename=JPost%2FJPArticle%2FPrinter"><span style="color: #000000;">http://www.jpost.com/servlet/Satellite?cid=1139395417918&amp;pagename=JPost%2FJPArticle%2FPrinter</span></a>.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Yanık, Lerna K. (2008) “Those Crazy Turks’ That Got Caught in the ‘Metal Storm’: Nationalism in Turkey’s Best Seller Lists”, EUI Working Papers, RSCAS 2008/4, Mediterranean Programme Series.</span></p>
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<p><span style="color: #000000;">Yetkin, Murat (2005), “Bush Kuran’ı Arapça okursa” in Radikal, 21. January 2005,</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a href="http://www.radikal.com.tr/haber.php?haberno=14094"><span style="color: #000000;">http://www.radikal.com.tr/haber.php?haberno=14094</span></a>.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Yılmaz, Serpil (2007) “Turks Are Reconstructing Northern Iraq – 3” Turkish Daily News 14. April 2007.</span></p>
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<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>IL “CORRIERE” E LA RIVOLTA ARABA NELLA PALESTINA MANDATARIA, 1937-1938</title>
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		<pubDate>Mon, 01 May 2017 17:44:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Daniela Franceschi - Per insidiare il predominio britannico nel Mediterraneo, il fascismo doveva mostrarsi disponibile verso le istanze di autodeterminazione delle popolazioni arabe, assumendo nel contempo un atteggiamento antisionista. Il quotidiano di via Solferino non fece mancare il suo supporto. Il fallimento della politica inglese in Palestina fu evidente &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Daniela Franceschi -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Per insidiare il predominio britannico nel Mediterraneo, il fascismo doveva mostrarsi disponibile verso le istanze di autodeterminazione delle popolazioni arabe, assumendo nel contempo un atteggiamento antisionista. Il quotidiano di via Solferino non fece mancare il suo supporto.</strong></em></p>
<div id="attachment_6083" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/04/Palest_against_british.gif"><img class="size-thumbnail wp-image-6083" alt="Palestinesi armati durante la rivolta" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/04/Palest_against_british-150x150.gif" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Palestinesi armati durante la rivolta</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il fallimento della politica inglese in Palestina</strong> fu evidente nel biennio 1937-38, quando la rivolta araba si scatenò, con particolare durezza, sia contro l’amministrazione britannica sia contro gli insediamenti ebraici<a title="" href="#_ftn1">[1]</a>.<br />
Da un lato, la Gran Bretagna si scoprì incapace di gestire masse arabe sempre più attratte da quei regimi totalitari, come la Germania nazista e l’Italia fascista, che sembravano promettere loro l’indipendenza; dall’altro, nel momento in cui il destino degli ebrei europei stava ormai volgendo verso un mortale epilogo, l’Inghilterra fu sostanzialmente contraria ad ogni concessione in merito alle limitate quote di immigrazione. Il regime fascista, vedendo nella Gran Bretagna una rivale da scalzare dalla sua posizione di predominio nel Mediterraneo, si mostrava disponibile verso le istanze di autodeterminazione delle popolazioni arabe, assumendo, nel contempo, un atteggiamento antisionista.<br />
Il “Corriere della Sera”, come tutta la stampa italiana ormai asservita alle direttive del regime, non poteva non riflettere la posizione del Governo, nonostante negli anni precedenti avesse in più occasioni dimostrato simpatia verso il movimento sionista<a title="" href="#_ftn2">[2]</a>. La nuova linea editoriale si era evidenziata in occasione del decennale della dichiarazione Balfour<a title="" href="#_ftn3">[3]</a>, adottando toni antisemiti durante l’insurrezione araba del 1929<a title="" href="#_ftn4">[4]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nei resoconti che il corrispondente ed inviato speciale Alessandro Mombelli</strong> inviò durante la rivolta, pubblicati solitamente in prima pagina, l’attenzione rimase quasi sempre focalizzata sugli <i>indomiti</i> insorti arabi, rilevando altresì la dura, ed inefficace, repressione britannica<a title="" href="#_ftn5">[5]</a>.<br />
Le rivendicazione arabe furono al centro di altre corrispondenze dell’inviato. In esse si indicavano i punti salienti di un manifesto fatto pubblicare dal Comitato arabo supremo della Palestina; “innanzitutto il riconoscimento del diritto che hanno gli arabi a una completa indipendenza nel loro paese; secondariamente l’abbandono di qualsiasi idea di creare un centro nazionale ebreo in Palestina; in terzo luogo fine del Mandato britannico e fondazione e riconoscimento d’uno Stato arabo sovrano con la conclusione di un accordo analogo ai trattati anglo-iracheno, anglo-egiziano e franco-siriano; in quarto luogo, infine, cessazione di qualsiasi  vendita di terreni agli ebrei sino alla conclusione dei trattati.”<a title="" href="#_ftn6">[6]</a>. La politica inglese era sotto accusa; ambigua, improduttiva, incomprensibile, decisa a “guadagnare tempo nella speranza che fra alcuni mesi una più calma situazione generale nel Mediterraneo le consenta di agire, tenendo conto soltanto dei propri interessi imperiali senza urtare soprattutto la suscettibilità di certe potenze”<a title="" href="#_ftn7">[7]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È interessante analizzare la parte conclusiva</strong> di un articolo di Mombelli sulla situazione in Palestina<a title="" href="#_ftn8">[8]</a>, in cui si citavano le considerazioni di alcuni giornali arabi sul <i>panarabismo</i>, “un movimento di solidarietà di <i>razza</i>, che molti in Europa si ostinano ancora a considerare come un’utopia, ma che, in realtà, si afferma ogni giorno di più sul terreno concreto dei fatti. Ad ogni modo, i giornali arabi della Palestina non lasciano sfuggire occasione alcuna per sottolinearne la promettente vitalità e per metterne in rilievo la portata non solo sentimentale che esso è destinato ad esercitare in grado sempre più accentuato”<a title="" href="#_ftn9">[9]</a>. Le parole del giornalista potrebbero far pensare ad un movimento spontaneo, in realtà, le élite arabe utilizzavano sapientemente il nazionalismo delle popolazioni locali per accrescere il proprio potere, frustandone ogni speranza di cambiamento in ambito sociale e politico<a title="" href="#_ftn10">[10]</a>.<br />
Ad un ritratto del nazionalismo arabo come un monolite, il giornalista contrapponeva l’immagine di un movimento sionista lacerato al suo interno; i sionisti revisionisti, il cui leader era Vladimir Ze’ev Jabotinsky, osteggiavano la politica di Chaim Weizmann, eccellente studioso nell’ambito della biochimica, dal 1920 a capo dell’Organizzazione sionista mondiale e futuro presidente dello Stato d’Israele<a title="" href="#_ftn11">[11]</a>. L’articolo, molto approssimativo, non chiariva le motivazioni dell’opposizione; il piano della Commissione Peel per dividere sostanzialmente in due il territorio della Palestina era rifiutato dai sionisti revisionisti<a title="" href="#_ftn12">[12]</a>, che richiedevano la costituzione di uno Stato Ebraico sulle due rive del Giordano. Il gruppo che si rifaceva ad Weizmann appoggiava invece la soluzione inglese, soprattutto in considerazione della drammatica situazione degli ebrei europei. Da citare le ultime frasi, dal tono antisemita, su Weizmann “che avrebbe tradito gli interessi della razza ebraica per un piatto di lenticchie o per trenta denari”<a title="" href="#_ftn13">[13]</a>.<br />
In un articolo, non firmato e pubblicato in seconda pagina, si rendevano note le caratteristiche salienti del piano di spartizione della Palestina, secondo la relazione della Commissione Peel<a title="" href="#_ftn14">[14]</a>; la migliore soluzione per il Governo inglese era la divisione in due Stati, arabo ed ebraico, con una parte del territorio posta sotto permanente Mandato britannico. Si rimandava la definizione esatta dei confini ad un’altra specifica Commissione, prospettando così tempi estremamente lunghi per l’attuazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella polemica antisemita il nesso ebraismo-comunismo</strong> è sempre stato presente, e non venne meno negli articoli dell’inviato, in cui si paventava il <i>contagio comunista</i> tra gli ebrei della Palestina<a title="" href="#_ftn15">[15]</a>. Le ragazze ebree aderenti alle file comuniste, “amazzoni della politica proletaria (…) che a dispetto della giovanissima età, possono dare dei punti ai loro camerati anziani”<a title="" href="#_ftn16">[16]</a>, secondo l’articolista, consideravano il matrimonio un retaggio borghese e la prole un fardello di cui liberarsi. È particolarmente pungente la critica verso le autorità britanniche ed ebraiche che permettevano l’esistenza “di certe colonie collettivistiche, vere fucine di spregiudicatezza morale, di sfacciata promiscuità e di assenza di ogni pudore, (…) iniziative sociali a cui si potrebbe dare come programma un trinomio negativo: né famiglia, né Stato, né Dio”<a title="" href="#_ftn17">[17]</a>.<br />
In realtà, i <i>kibbutz</i><a title="" href="#_ftn18">[18]</a><i> </i>non hanno mai avuto quei caratteri di depravazione morale che gli assegnava il corrispondente, bensì, “pur non raccogliendo la maggioranza della popolazione dell’yishuv, la loro influenza fu comunque notevole, così come su quello dello Stato d’Israele, soprattutto nei primi anni della sua esistenza. Costituendo le comunità dalle quali provenivano le élite della nuova società, per quel che concerne l’economia e la politica non meno che per l’esercito”<a title="" href="#_ftn19">[19]</a>.<br />
In un articolo pubblicato nelle ultime pagine, si faceva riferimento al progetto della Federazione Sionista della Gran Bretagna di richiedere la fine del Mandato britannico e l’incorporazione della Palestina ebraica nel Commonwealth<a title="" href="#_ftn20">[20]</a>.  Pietro Carbonelli, inviato a Londra del quotidiano, non dava molto credito alla proposta, considerandola di “mediocre interesse” e sottolineando, allo stesso tempo, come essa fosse in verità opera del Governo britannico<a title="" href="#_ftn21">[21]</a>. È interessante notare come si riportassero le considerazioni del dottor Perlzweig, Segretario della Federazione, per meglio evidenziarne la perfetta conformità con gli interessi dell’impero britannico; “la realizzazione del piano indicato dalla Federazione sionista avrebbe immediate ripercussioni in tutto l’oriente mediterraneo. Gli ebrei della Palestina, sostenuti dai loro fratelli di razza in Europa, in America e in altre parti del mondo, assumerebbero l’organizzazione politica e militare del Paese, assicurando sotto la guida della Gran Bretagna la pace interna e la difesa del territorio”<a title="" href="#_ftn22">[22]</a>. Il nuovo Stato sarebbe divenuto “un centro di irradiazione dell’influenza britannica in un’area che è attualmente permeata di influenze ostili. Il 95% degli ebrei di Palestina saluterebbe con entusiasmo una decisione a favore della definitiva inclusione della Palestina ebraica nell’impero britannico”<a title="" href="#_ftn23">[23]</a>. Carbonelli concludeva affermando che una decisione in tal senso del Governo inglese sarebbe stata giustificata con “le solite difficoltà della situazione in Palestina e con la necessità di sottrarre quel territorio alle perniciose influenze della propaganda antibritannica, giustificazioni indubbiamente strane da parte di un Governo che vorrebbe che tutto fosse deciso secondo il sacro Codice ginevrino”<a title="" href="#_ftn24">[24]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È importante citare un altro contributo,</strong> pubblicato in seconda pagina e non firmato, sul futuro Dominion<a title="" href="#_ftn25">[25]</a>. “La deviazione filo-britannica del sionismo ufficiale”<a title="" href="#_ftn26">[26]</a> aveva provocato fortissimo sdegno tra gli ebrei ortodossi, che non avrebbero mai accettato di perdere l’indipendenza del futuro Stato ebraico. Nell’articolo si citava un intervento del giornalista Pierre Van Paassen sulla rivista “Asia”, in cui si incoraggiavano gli arabi a collaborare con gli ebrei contro l’oppressione inglese. La Gran Bretagna, affermava Van Paassen, quando non “desiderava in Palestina uno Stato ebreo, ha essa stessa incoraggiato un movimento antiebreo (…) movimento che evidentemente non serve più ora che gli inglesi hanno convinto gli esponenti del sionismo ad accettare la delimitazione delle frontiere dello Stato ebraico così come le ha fissate la Commissione reale, in cambio di una completa dedizione politica degli ebrei alla causa dell’imperialismo britannico. Di quell’imperialismo che non si opporrà certamente ad un maggior sfruttamento (anglo-ebreo) delle risorse del Mar Morto né alla modernizzazione della base navale di Haifa né alla formazione di un esercito di ebrei, in uniforme kaki, al servizio di Giorgio VI”<a title="" href="#_ftn27">[27]</a>. Nonostante le frasi di questo articolo possano far pensare ad una sua avversione al sionismo, il giornalista canadese Pierre Van Paassen fu un sostenitore della causa sionista e della nascita dello Stato d’Israele in Palestina.<br />
Degna di attenzione la parte conclusiva dell’articolo del “Corriere della Sera”, in cui si affermava che la reazione ostile degli ebrei non anglicizzati e meno antifascisti della Jewish Agency non sarebbe stata causata dalla propaganda italiana, bensì da “un colpo di mano in pretto stile britannico, in uno stile cioè che contrasta con i principi societari da applicarsi solamente in caso di rivendicazioni di stati autoritari o comunque non aspiranti alla tutela della Corona britannica”<a title="" href="#_ftn28">[28]</a>.<br />
Il palese antisionismo del “Corriere della Sera” era, forse, il preludio della campagna antisemita che avrebbe occupato le pagine di tutti i giornali italiani con l’emanazione delle Leggi razziali<a title="" href="#_ftn29">[29]</a>.</p>
<div><strong><em><span style="color: #808080;">Note</span></em></strong></div>
<div style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> Cfr. <a title="" href="#_ftnref2">www.zionism-israel.com/dic/Arab_Revolt.htm<br />
[2]</a> Cfr. Anonimo, <em>Gli israeliti in cerca di una patria,</em> “Corriere della Sera”, 31 agosto-1 settembre 1897.<br />
Anonimo, <em>Il secondo congresso dei sionisti</em>, “Corriere della Sera”, 30 agosto-1 settembre 1898.<br />
Anonimo, <em>Il congresso dei sionisti</em>, “Corriere della Sera”, 16-17 agosto 1899.<br />
Anonimo, <em>Gli israeliti in Palestina,</em> “Corriere della Sera”, 5-6 maggio 1901.<br />
(J), <em>Il IV congresso dei sionisti, “</em>Corriere della Sera”, 25 agosto 1903.<br />
(J),<b> </b><em>Il congresso sionista</em>, “Corriere della Sera”, 25 agosto 1903.<br />
(J),<em> Il congresso di una razza</em>, “Corriere della Sera”, 26 agosto 1903.<br />
(J), <em>Il regno di Sion</em>, “Corriere della Sera”, 27 agosto 1903.<br />
Italo Zingarelli, <em>Il congresso dei cinquemila</em>, “Corriere della Sera”, 21 agosto 1925.<br />
<a title="" href="#_ftnref3">[3]</a> Cfr. Daniela Franceschi, <em>A dieci anni dalla Dichiarazione Balfour. Antisionismo un po’ confuso nel fascistizzato “Corriere della Sera”</em>, “Il tempo e l’idea”, settembre-ottobre 2004, p.112.<br />
<a title="" href="#_ftnref4">[4]</a> Cfr. Daniela Franceschi, <em>In sostegno alle rivolte arabe in Palestina. L’antisionismo nel fascistizzato “Corriere della Sera”</em>, “Il tempo e l’idea”, seconda metà di dicembre 2004, pp. 183-184.<br />
<a title="" href="#_ftnref5">[5]</a> Cfr. Alessandro Mombelli, <em>Improvvisa aspra repressione attuata dall’Inghilterra in Palestina</em>, “Corriere della Sera”, 2 ottobre 1937.<br />
Alessandro Mombelli, <em>Risoluta resistenza araba contro le misure di polizia in Palestina</em>, “Corriere della Sera”, 4 ottobre 1937.<br />
Alessandro Mombelli, <em>Reazioni del mondo arabo alle repressioni in Palestina</em>, “Corriere della Sera”, 4 ottobre 1937.<br />
Alessandro Mombelli, <em>Il fermento arabo continua contro la politica britannica in Palestina</em>, “Corriere della Sera”, 6 ottobre 1937.<br />
Alessandro Mombelli, <em>Gli arabi lotteranno fino alla morte</em>, “Corriere della Sera”, 6 ottobre 1937.<br />
Alessandro Mombelli, <em>La lotta in Palestina. Pressioni su Londra dei massimi poteri arabi</em>, “Corriere della Sera”, 9 ottobre 1937.<br />
Alessandro Mombelli, <em>Ostilità arabe contro l’Inghilterra</em>, “Corriere della Sera”, 12 ottobre 1937.<br />
Alessandro Mombelli, <em>Tremenda rappresaglia inglese contro gli arabi in Palestina</em>, “Corriere della Sera”, 17 ottobre 1937.<br />
Alessandro Mombelli, <em>Giornata di sangue in Palestina. Violenta reazione araba alle durissime misure inglesi</em>, “Corriere della Sera”, 19 ottobre 1937.<br />
Alessandro Mombelli, <em>Attentati e rappresaglie si avvicendano in Palestina</em>, “Corriere della Sera”, 23 ottobre 1937.<br />
Alessandro Mombelli, <em>Nuovi attentati in Palestina. Una bomba su una linea ferroviaria. I posti punitivi di polizia</em>, “Corriere della Sera”, 25 ottobre 1937.<br />
Alessandro Mombelli, <em>Scene di sangue e panico nelle vie di Gerusalemme</em>, “Corriere della Sera”, 30 ottobre 1937.<br />
Alessandro Mombelli, <em>Ribellione in Transgiordania contro l’emiro anglofilo</em>, “Corriere della Sera”, 3 novembre 1937.<br />
Alessandro Mombelli, <em>La legge marziale in Palestina</em>, “Corriere della Sera”, 11 novembre 1937.<br />
Alessandro Mombelli, <em>Due bombe contro gli arabi nel centro di Gerusalemme</em>, “Corriere della Sera”, 12 novembre 1937.<br />
Alessandro Mombelli, <em>Atmosfera guerresca a Gerusalemme</em>, “Corriere della Sera”, 16 novembre 1937.<br />
Alessandro Mombelli, <em>I focolari d’incendio nel mondo arabo</em>, “Corriere della Sera”, 17 novembre 1937.<br />
Alessandro Mombelli, <em>Gli arabi contro le potenze mandatarie. Sanguinoso conflitto a Beirut</em>, “Corriere della Sera”, 22 novembre 1937.<br />
Alessandro Mombelli, <em>In Palestina. Gli inafferrabili ribelli danno affanni alle truppe inglesi</em>, “Corriere della Sera”, 4 dicembre 1937.<br />
Alessandro Mombelli, <em>In Palestina. Tentativo d’incendio delle caserme militari di Gerusalemme</em>, “Corriere della Sera”, 7 dicembre 1937.<br />
Alessandro Mombelli, <em>A Gerusalemme sotto gli inglesi. La vita degli arabi è a buon mercato. Il terrore nella Città Santa tra le esplosioni della rivolta e le spietate repressioni britanniche</em>, “Corriere della Sera”, 19 dicembre 1937.<br />
Alessandro Mombelli, <em>La rivolta palestinese. Trinceramenti in Galilea contro gli indomiti ribelli</em>, “Corriere della Sera”, 18 gennaio 1938.<br />
Alessandro Mombelli, <em>La rivolta in Palestina. Venti vittime in tre giorni</em>, “Corriere della Sera”, 22 dicembre 1937.<br />
Alessandro Mombelli, <em>Imboscate in Palestina agli autobus ebraici</em>, “Corriere della Sera”, 23 dicembre 1937.<br />
<a title="" href="#_ftnref6">[6]</a> Cfr. Alessandro Mombelli, <em>L’Ambigua politica inglese in Palestina. Gli arabi hanno deciso di ripresentare domanda di assoluta indipendenza. Nuovi attacchi contro le pattuglie britanniche</em>, “Corriere della Sera”, 10 gennaio 1938.<br />
Alessandro Mombelli, <em>In Palestina. Gli arabi riaffermano le loro rivendicazioni nazionali</em>, “Corriere della Sera”, 19 gennaio 1938.<i><br />
</i><a title="" href="#_ftnref7">[7]</a> Ibidem.<br />
<a title="" href="#_ftnref8">[8]</a> Alessandro Mombelli, <em>La rivolta in Palestina. Sparatoria, bombe, arresti si susseguono senza tregua</em>, “Corriere della Sera”, 14 novembre 1937.<br />
<a title="" href="#_ftnref9">[9]</a> Ibidem.<br />
<a title="" href="#_ftnref10">[10]</a> Cfr. Bice Migliau-Franca Tagliacozzo, <em>Gli ebrei nella storia e nella società contemporanea</em>, Firenze, La Nuova Italia, 1993, p.414.<br />
<a title="" href="#_ftnref11">[11]</a> Alessandro Mombelli, <em>Beghe tra gli ebrei: Weizmann accusato di tradire la razza</em>, 14 dicembre 1937.<br />
<a title="" href="#_ftnref12">[12]</a> I sionisti revisionisti avrebbe voluto un atteggiamento più risoluto nei confronti sia degli arabi sia degli inglesi. Nel 1925, Jabotinsky si era ritirato dall’esecutivo dell’Organizzazione Sionistica per dare vita all’Unione Mondiale dei sionisti revisionisti, dieci anni dopo costituì la New Zionist Organization, in contrapposizione alla World Zionist Organization.<br />
<a title="" href="#_ftnref13">[13]</a> Ibidem.<br />
<a title="" href="#_ftnref14">[14]</a> Anonimo, <em>Il progetto di spartizione della Palestina. Un libro bianco inglese. Forte corrente sionista contro il piano di mettere il futuro Stato ebraico sotto il controllo di Londra,</em> “Corriere della Sera”, 5 gennaio 1938.<br />
<a title="" href="#_ftnref15">[15]</a> Cfr. Alessandro Mombelli, <em>La rivolta in Palestina. Il contagio comunista tra gli ebrei. Le amazzoni del bolscevismo. Amoralità e ateismo nelle colonie sioniste e collettivistiche</em>, “Corriere della Sera”, 11 gennaio 1938.<br />
<a title="" href="#_ftnref16">[16]</a> Ibidem.<br />
<a title="" href="#_ftnref17">[17]</a> Ibidem.<br />
<a title="" href="#_ftnref18">[18]</a> Per un inquadramento storico Cfr. Lorenzo Cremonesi, <em>Le origini del sionismo e la nascita del Kibbutz</em>, Firenze, Giuntina, 1985.<br />
Henry Near, <em>The Kibbutz movement. A history. Origins and Growth. 1909-1939</em>, Oxford, Oxford University Press, 1992.<br />
<a title="" href="#_ftnref19">[19]</a> Cfr. Claudio Vercelli, <em>Israele. Storia dello Stato. Dal sogno alla realtà (1881-2007)</em>, Firenze, Giuntina, 2007, p.122.<br />
<a title="" href="#_ftnref20">[20]</a> Una proposta similare era già stata fatta nel 1905 ed anche in questo caso il “Corriere della Sera”, naturalmente con toni differenti, ne aveva dato notizia. Cfr. Anonimo, <em>Per una colonia israelita in Sud- Africa</em>, “Corriere della Sera”, 2 agosto 1905.<br />
<a title="" href="#_ftnref21">[21]</a> Cfr. Pietro Carbonelli, <em>Manovra dei sionisti inglesi per trasformare la Palestina in Dominion. Pieno appoggio del societario Governo londinese</em>, “Corriere della Sera”, 4 gennaio 1938.<br />
<a title="" href="#_ftnref22">[22]</a> Ibidem.<br />
<a title="" href="#_ftnref23">[23]</a> Ibidem.<br />
<a title="" href="#_ftnref24">[24]</a> Ibidem.<br />
<a title="" href="#_ftnref25">[25]</a> Cfr. Anonimo, <i>Il Dominion ebreo in Palestina. Reazione ostile dei sionisti alla politica inglese dell’Agenzia ebraica, </i>“Corriere della Sera”, 5 gennaio 1938.<i><br />
</i><a title="" href="#_ftnref26">[26]</a> Ibidem.<br />
<a title="" href="#_ftnref27">[27]</a> Ibidem.<br />
<a title="" href="#_ftnref28">[28]</a> Ibidem.<br />
<a title="" href="#_ftnref29">[29]</a> Cfr. Paolo Murialdi, <em>Storia del giornalismo italiano. Dalle gazzette a Internet</em><i>, </i>Bologna, Il Mulino, 2006, p. 166.</p>
</div>
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