<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Storia in Network &#187; Islam &#124; Storia in Network</title>
	<atom:link href="https://www.storiain.net/storia/tag/islam/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.storiain.net/storia</link>
	<description>Magazine di divulgazione storica</description>
	<lastBuildDate>Thu, 03 Sep 2026 14:11:33 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.5.1</generator>
		<item>
		<title>BOKO HARAM, TERRORE ISLAMISTA IN NIGERIA</title>
		<link>https://www.storiain.net/storia/boko-haram-terrore-in-nigeria/</link>
		<comments>https://www.storiain.net/storia/boko-haram-terrore-in-nigeria/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 02 Apr 2019 05:53:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Boko Haram]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[Nigeria]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo islamista]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.storiain.net/storia/?p=8433</guid>
		<description><![CDATA[di Renzo Paternoster - &#160; Nato come movimento politico, ha imboccato la lotta armata &#8211; radicalizzando i precetti islamici e applicando la logica del terrore &#8211; dopo la repressione dello Stato nigeriano. Con 180 milioni di abitanti, la Nigeria è lo Stato più popoloso dell’Africa. Composto di 36 Stati federali, &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="right">di Renzo Paternoster -</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Nato come movimento politico, ha imboccato la lotta armata &#8211; radicalizzando i precetti islamici e applicando la logica del terrore &#8211; dopo la repressione dello Stato nigeriano.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Con 180 milioni di abitanti,</strong> la Nigeria è lo Stato più popoloso dell’Africa. Composto di 36 Stati federali, ha circa 250 gruppi etnici, tra cui i cristiani Yoruba e Ibo, collocati a sud del Paese, e i musulmani Hausa, Fulani e Kanuri, presenti in tutto il nord lungo il confine con il Niger. Nei fatti la Nigeria è un Paese spaccato in due, con marcate divisioni etniche e religiose e con governi deboli.<br />
Storicamente il cristianesimo nella versione cattolica fu introdotto in Nigeria nel corso dell’Ottocento con l’arrivo dei missionari della Società delle Missioni Africane; mentre il protestantesimo iniziò a diffondersi maggiormente quando il Paese divenne protettorato del Regno Unito. Prima dell’arrivo degli europei nella regione si praticava l’animismo e, maggiormente, la religione dell’Islam.<br />
Il sud della Nigeria “galleggia” sul prezioso oro nero, petrolio di qualità molto pregiata, che costituisce il 95 per cento delle esportazioni nazionali. Tuttavia la rapacità delle grandi multinazionali petrolifere è molto forte. La forte instabilità politica, dovuta a una lunga serie di colpi di Stato susseguitesi dal 1960, anno dell’indipendenza del Paese, e la cattiva distribuzione dei proventi della vendita del petrolio, hanno creato di fatto una forte esclusione sociale di larga parte dei nigeriani, favorendo l’insorgere dei radicalismi religiosi.<br />
Uno di questi gruppi radicali, Boko Haram, detiene dal 2002 il monopolio del terrore nel Paese.</p>
<div id="attachment_8440" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2019/03/Aree-in-cui-Boko-Haram-è-molto-attivo.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-8440" alt="Aree in cui Boko Haram è più attivo" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2019/03/Aree-in-cui-Boko-Haram-è-molto-attivo-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Aree in cui Boko Haram è più attivo</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Boko Haram è una locuzione</strong> che identifica la<em> Jamā‘a Ahl as-Sunnah li l-Da‘awa wa l- Jihād</em> (Gente dedita alla diffusione degli insegnamenti del Profeta e nel Jihad), gruppo estremista islamico operativo maggiormente al nord. Il termine “boko” ha origini coloniali. Quando i britannici imposero un sistema scolastico non islamico, la popolazione locale si ribellò considerando le scuole occidentali “ilimin boko”: <em>ilimin</em> vuol dire educazione o istruzione falsa (nel senso di non islamica), <em>boko</em> è probabilmente la corruzione della parola inglese <em>book</em> (libro). <em>Harām</em> è invece un vocabolo che nell’Islam è impiegato per riferirsi a qualsiasi cosa, comportamento o situazione vietata dalla fede, pertanto indica un divieto legale. Quindi Boko Haram significa “l’educazione occidentale è peccato” e, per estensione, anche il vivere secondo uno stile di vita di tipo occidentale è trasgressione. Questo nome non è usato dai membri stessi del gruppo radicale, che preferiscono <em>Jamā‘a Ahl as-Sunnah li l-Da‘awa wa l- Jihād</em>. Tuttavia, scopo del movimento armato è proprio bandire qualsiasi cosa di tipo occidentale, dall’istruzione al comportamento, per favorire il radicamento dei precetti puri dell’Islam.<br />
Boko Haram nasce come movimento locale, sottovalutato dalle autorità centrali, per poi trasformarsi in una organizzazione regionale, avendo basi e campi di addestramento fuori confine, che gli hanno permesso di portare a compimento azioni armate e rapimenti anche in Camerun, Niger e Ciad.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le origini di Boko Haram</strong> si trovano nel gruppo islamista denominato “Yan Tatsine”, attivo negli anni Ottanta del Novecento nella Nigeria settentrionale, nello Stato di Kano.<br />
Intorno al 1945, Mohammed Marwa, un camerunense trasferitosi a Kano capitale dell’omonimo Stato, infatti, inizia un’accanita predicazione contro la cultura occidentale. Marwa ben presto si attira l’inimicizia dell’emiro di Kano, Al-Haji Sanusi, che lo espelle dal suo Stato. È costretto così anche all’esilio dalle autorità coloniali britanniche. Ritorna in Nigeria poco dopo l’indipendenza del Paese, riprendendo la sua furiosa predicazione. Marwa lancia invettive contro i “modi” occidentali, proibendo la lettura di qualsiasi libro eccetto il sacro Corano, bandisce anche radio e orologio, attacca i musulmani moderati. Fonda numerose scuole coraniche fedeli alla sua predicazione, richiamando numerosi giovani, disposti a seguirlo in ogni sorta d’impresa, compreso quelle violente.<br />
Il suo allontanamento dall’ortodossia islamica arriva quando rigetta il profetismo di Maometto, autoproclamandosi <em>nabī</em>, profeta.<br />
Marwa concludeva ogni suo sermone pubblico con la frase «Hausa Wanda bata yarda ba Allah tatsine» (il mio Dio maledice chiunque non sia d&#8217;accordo con me), per questo è soprannominato “Maitatsine”, ossia “colui che maledice”. La sua setta è invece chiamata “Yan Tatsine”, vale a dire “coloro che maledicono”.<br />
Marwa è arrestato nel 1975 per diffamazione nei confronti delle autorità politiche. Rilasciato riprende la sua predicazione istigando i suoi seguaci a compiere azioni violente contro i miscredenti.<br />
Il 26 novembre 1980 il governatore di Kano ordina a Marwa di lasciare lo Stato. In risposta, il 26 dello stesso mese i suoi seguaci attaccano numerose postazioni di polizia, mettendo a ferro e fuoco la città di Kano. Interviene l’esercito che, dopo tredici giorni e con oltre quattromila morti, riprende il controllo della città. Maitatsine è ferito gravemente e muore poco dopo il suo arresto. Il cadavere di Marwa è cremato e ora i resti si trovano in una bottiglia conservata in un laboratorio di polizia a Kano.<br />
L’autorità di Marwa è presa da Musa Makaniki che continua la predicazione violenta sino al 1985, quando fugge in Camerun.</p>
<div id="attachment_8439" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2019/03/Larresto-di-Muhammad-Yusuf.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-8439" alt="L'arresto di Muhammad Yusuf" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2019/03/Larresto-di-Muhammad-Yusuf-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>L&#8217;arresto di Muhammad Yusuf</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 2002, nello Stato di Borno</strong> compare un altro gruppo fondamentalista islamico guidato da Ustaz Mohammed Yusuf.<br />
Ci sono diverse versioni sui trascorsi del giovane Yusuf, quello che è sicuro è che nel 2002 fonda con alcuni suoi seguaci una base politico-religiosa a Maiduguri, nello Stato nigeriano di Borno. Formata da una moschea e da una scuola religiosa, la chiama “Afghanistan”, per la profonda ammirazione verso Osāma bin Lāden, guida politico-religiosa di al-Qāʿida. Per costruire questo complesso religioso, Yusuf riceve finanziamenti dal governatore dello Stato di Kano e da quello dello Stato di Borno. Scopo di questa entità è quello di istituire un territorio indipendente puramente musulmano. Il gruppo sia attraverso l’autofinanziamento dei membri, attraverso il versamento di una tassa giornaliera, sia attraverso le rendite di piccole attività, sia ancora attraverso il ricatto e l’estorsione a politici locali, riesce a sostenersi. Nel 2004 Yusuf sposta la sua sede nel villaggio di Kanamma, vicino al confine col Niger.<br />
Grazie a una capillare opera di proselitismo tra le fasce più povere della popolazione. Yusuf trova moltissimi seguaci tra i <em>talakawa</em> (gente comune), maggiormente fra i giovani e non solo in Nigeria, ma anche nei vicini Stati del Ciad e Niger. Questo massiccio reclutamento diviene possibile grazie a un sistema di welfare nei confronti degli aderenti al movimento. Il gruppo diventa una struttura parastatale, controllando vaste porzioni di territorio, amministrando la giustizia e l’istruzione.<br />
Nei suoi primi anni, Boko Haram è inattivo dal punto di vista militare, limitandosi a una spietata predicazione anti-sistema. Ovviamente, tutto ciò che riguarda l’Occidente, dall’educazione alla cultura, è considerato <em>haram</em>, peccato mortale.<br />
Nel 2009 avviene il salto di ribellione, poiché si decide di rifiutare di obbedire a tutte le leggi vigenti nello Stato ritenute anti-islamiche. L’arresto di Yusuf e la sua esecuzione segna una svolta al movimento che diventa particolarmente violento con l’avvento del successore di Yusuf: Muhammad Abubakar Shekau.<br />
Ancor più determinato di Yusuf, Shekau fa presto parlare di sé. In un video divulgato nel 2010, Shekau si autoproclama imam di Boko Haram, annunciando di volersi anche vendicare per la morte del suo predecessore.<br />
Sino al 2011 Boko Haram colpisce maggiormente posti di polizia, prigioni e politici locali, poi inizia ad ampliare i suoi obiettivi, includendo scuole, negozi, ospedali e, soprattutto, chiese cristiane. Anche l’area d’azione si espande: dagli Stati di Yobe e di Borno, si spinge in quelli di Adamawa, Kaduna, Katsina, Abuja, Plateau e nel Niger.<br />
Ma è la nuova strategia adottata dal gruppo che ufficializza il terrore del gruppo: il 16 giugno di quest’anno un attentatore suicida a bordo di una macchina carica di esplosivi colpisce la sede centrale delle forze di Polizia nigeriane ad Abuja, capitale federale nigeriana. Per la prima volta Boko Haram utilizza un martire per la sua causa, imitando altri gruppi estremisti musulmani.</p>
<div id="attachment_8441" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2019/03/Miliziano-con-alcune-delle-276-studentesse-rapite-dal-campus-della-Government.jpeg"><img class="size-thumbnail wp-image-8441" alt="Un miliziano con le studentesse rapite nel 2014" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2019/03/Miliziano-con-alcune-delle-276-studentesse-rapite-dal-campus-della-Government-150x150.jpeg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Un miliziano con le studentesse rapite nel 2014</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ancora più eclatante è l’attentato del 26 agosto</strong> dello stesso anno contro il quartier generale dell’ONU ad Abuja. Il ventisettenne Mohammed Abul Barra, con una station wagon abbatte i cancelli della sede, schiantandosi contro le vetrate nell’area della reception prima di far detonare gli esplosivi. È persino rilasciato un video girato dallo stesso autista a bordo dell’auto usata come bomba. Ventitré sono i morti, decine i feriti. Gli attentati continuano a cadenza settimanale, a questi si aggiungono le decapitazioni pubbliche in gruppo di miscredenti, dissidenti e musulmani considerati peccatori.<br />
Il 25 dicembre, giorno di Natale, molte chiese cristiane nel Niger e a Plateau e Yobe sono prese di mira da diversi attentati con molti fedeli uccisi.<br />
Solo l’ultimo giorno dell’anno il presidente nigeriano Goodluck Jonathan dichiara lo stato di emergenza negli Stati di Borno, Yobe, Plateau e Niger.<br />
Il 2012 si registra un ulteriore salto di qualità strategico. Il 20 gennaio Boko Haram compie un clamoroso attacco in serie a Kano, con diciannove bombe piazzate in posti di polizia, caserme, sedi istituzionali ed edifici pubblici: si registra una carneficina con quasi duecento morti e mille feriti. Con gli attentati a Kano, considerata la capitale della Nigeria del Nord, Boko Haram dimostra non solo che può colpire ovunque, ma anche che tra le sue fila ci sono combattenti esperti.<br />
Le più prese di mira sono le chiese cristiane, specialmente negli stati di Kaduna, Plateau, Bauchi e Adamawa, regolarmente assaltate e bruciate con il loro pieno di fedeli. Seguono le scuole pubbliche, distrutte sistematicamente perché centri di educazione non musulmana.<br />
Nel 2013 Boko Haram continua la sua ascesa non solo in terra nigeriana, ma anche fuori confine: il 19 febbraio è rapita una famiglia francese in Cameroon, tre adulti e quattro bambini. I rapitori chiedo un riscatto e la liberazione di alcuni miliziani detenuti in Nigeria e in Camerun. La famiglia è liberata due mesi dopo, ufficialmente senza il pagamento di un riscatto. A novembre il governo degli Stati Uniti dichiara Boko Haram “Foreign Terrorist Organizations”. In risposta il 24 agosto del 2014, da Gwoza (Borno), Muhammad Abubakar Shekau annuncia la nascita dello Stato Islamico dell’Africa occidentale.<br />
Nonostante la repressione ordinata a maggio di quest’anno dal presidente nigeriano, Boko Haram continua la sua espansione territoriale. Shekau crea nei territori controllati da Boko Haram un sistema di welfare, fornendo servizi alla popolazione, istruzione, lavori in piccole attività.<br />
È un rapimento a rendere più conosciuto Boko Haram in Occidente: il 14 aprile 2014 i miliziani bokisti rapiscono dalla scuola femminile di Chibok (Borno) 276 studentesse cristiane tra i 15 e i 18 anni. Solo 53 di loro riescono a fuggire nei giorni seguenti. Le altre sono addestrate alla lotta armata, costrette a sposarsi con i miliziani, sistematicamente violentate. In un video Shekau annuncia che tutte sono state convertite al vero Islam e chiede, per la loro liberazione, il rilascio dei bokisti detenuti nelle prigioni di Stato.<br />
Boko Haram fa sentire il suo terrore anche in occasione delle elezioni presidenziali del 2015 con una serie di attentati, tra cui quello compiuto a Baga (Borno) il 3 gennaio, che causa la morte di ben duemila persone. Boko Haram utilizza anche diverse strategie non ben viste da altri musulmani radicali: sicuramente il commercio della droga per autofinanziarsi è ritenuto un “peccato”, ma è soprattutto l’utilizzo di bambine tra i sei e i quindici anni come kamikaze ha creare sgomento tra gli stessi musulmani.<br />
Dal 2015 sono 83 i minori obbligati a farsi saltare in aria nel nord-est della Nigeria, di questi 55 erano bambine al di sotto dell’età di 15 anni, una teneva addirittura un neonato in braccio.</p>
<div id="attachment_8438" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2019/03/Abubakar-Shekau.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-8438" alt="Abubakar Shekau" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2019/03/Abubakar-Shekau-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Abubakar Shekau</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 2015 arriva il grande salto di qualità</strong> per il gruppo: il 7 marzo Shekau proclama l’adesione allo Stato Islamico del califfo Abu Bakr al Baghdadi, il quale, tramite il portavoce Abu Muhammad al-Adnani, lo riconosce ufficialmente come “ampliamento del suo Califfato”. Shekau cambia così il nome del suo gruppo, che diventa <em>Wilāyat ad-Dawla al-Islāmiyya fī Gharb Ifrīqiyya</em>, ossia Governatorato dello Stato Islamico in Africa Occidentale.<br />
Il 2 agosto 2016 lo Stato islamico indica in Abu Musab al-Baawi, già portavoce di Boko Haram, il nuovo governatore dello Stato islamico in Africa Occidentale. Ma già il giorno dopo arriva la smentita di Shekau. In un video del 7 agosto Shekau si autoproclama imam del gruppo Boko Haram in Nigeria.<br />
La personalità troppo volubile di Shekau non gli ha permesso un riconoscimento da parte dello Stato Islamico. Così, a quanto pare, ci sono due gruppi che agiscono a nome e per conto di Boko Haram. È proprio la frammentazione a rendere Boko Haram difficile da indagare e sconfiggere. Già tra il 2011 e il 2012 da Boko Haram fuoriesce l’ala meno estremista del gruppo più vicino all’ideologia di al-Qāʿida, che prende il nome di Ansaru, o meglio <em>Jamatu Ansaril Muslimana fi Biladis Sudan</em> (Avanguardia per la Protezione dei Musulmani nelle Terre Nere). La presenza, poi, di numerose cellule indipendenti, che operano nei diversi Stati federali nigeriani e nei Paesi vicini, rende molto difficile stabilire quali e quanti attacchi siano realmente ordinate dai vertici.<br />
Ad oggi, quindi, esistono due fazioni, una legata allo Stato Islamico, con a capo Abu Musab al-Barnawi, che controlla la zona settentrionale dello Stato del Borno e le rive del lago Ciad, l’altra legata a Shekau, ritiratosi nella foresta di Sambisa, nel nordest della Nigeria. La prima ha obiettivi nazionali e internazionali, la seconda porta avanti un conflitto locale contro i cristiani presenti nella zona, contro l’esercito nigeriano e contro l’economia del Paese nel tentativo di erodere la coesione nazionale.<br />
Probabilmente oggi Boko Haram ha un nuovo leader, o almeno si registra una nuova ulteriore scissione del gruppo. Infatti, in un video pubblicato già da diverso tempo, una persona identificata in Mahamat Daoud, dice abbia sostituito Abubakar Shekau e che vuole negoziare con il governo nigeriano. Su Shekau non si hanno notizie certe, qualcuno dice sia stato ferito gravemente o forse è stato ucciso durante qualche incursione delle truppe nigeriane, oppure sia stato definitivamente destituito.<br />
L’ascesa di Boko Haram non dipende solo dalla religione. Sicuramente il conflitto tra musulmani e cristiani ha il suo peso, ma anche l’instabilità politica, gli interessi tribali e una diseguale distribuzione della ricchezza, che crea una povertà diffusa, ha permesso a Boko Haram di moltiplicare i suoi miliziani e di spargere il terrore in questa umiliata fetta d’Africa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><span style="color: #808080;"><em>Per saperne di più</em></span></strong></p>
<p>Burke R.A., <em>Counter-Terrorism for Emergency Responders</em>, CRC Press, Boca Raton (Florida) 2017.<br />
Cecere A., <em>Boko Haram: nascita, storia e scopi</em>, «AgrPress», 2 Aprile 2015 http://www.agrpress.it/attualita/boko-haram-nascita-storia-e-scopi-3658<br />
Gow J., Olonisakin F., Dijxhoorn E.,<em> Militancy and Violence in West Africa. Religion, Politics and Radicalisation</em>, Routledge, London 2013.<br />
Lawan Danjuma A., <em>Maitatsine. 30 Years After Kano’s Most Deadly Violence</em>, «Daily Trust», 26 december 2010, https://www.dailytrust.com.ng/maitatsine-30-years-after-kanos-most-deadly-violence.html<br />
Mazza V., Nwaubani A.T., <em>Ragazze rubate. Storia delle ragazze rapite da Boko Haram</em>, Mondadori, Milano 2016.<br />
Paternoster R., <em>La politica del terrore. Il Terrorismo: storia, concetti, metodi</em>, Aracne, Roma 2015.<br />
Smith M., <em>Boko Haram. Inside Nigeria&#8217;s Unholy War</em>, I.B. Tauris, London 2016<br />
Varin C., <em>Boko Haram and the War on Terror</em>, Praeger, Santa Barbara 2016.<br />
<em>Isis: messaggio audio, al-baghdadi accetta alleanza con Boko-Haram</em>, 12 marzo 2015, «Agenzia Giornalistica Italia», http://www.agi.it/estero/notizie/isis_messaggio_audio_al_baghdadi_accetta_alleanza_con_boko_haram-201503122208-est-rt10243</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i> </i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.storiain.net/storia/boko-haram-terrore-in-nigeria/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LE RADICI STORICHE DELL’ANTISEMITISMO ISLAMICO</title>
		<link>https://www.storiain.net/storia/le-radici-storiche-dellantisemitismo-islamico/</link>
		<comments>https://www.storiain.net/storia/le-radici-storiche-dellantisemitismo-islamico/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 01 Feb 2019 14:44:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Antisemitismo]]></category>
		<category><![CDATA[Antisionismo]]></category>
		<category><![CDATA[Fratelli musulmani]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Maometto]]></category>
		<category><![CDATA[Negazionismo]]></category>
		<category><![CDATA[Olocausto]]></category>
		<category><![CDATA[Shoah]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.storiain.net/storia/?p=8304</guid>
		<description><![CDATA[di Daniela Franceschi -   Un luogo comune storico sostiene che l&#8217;antisemitismo arabo e musulmano non abbiano radici antiche, ma sia invece sorto solo con la nascita del sionismo. Le cose stanno diversamente e sono il frutto di una miscela di fanatismo religioso, anti-occidentalismo e irrazionalità.   Uno degli argomenti &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><b>di Daniela Franceschi -</b></p>
<p style="text-align: justify;"><b> </b></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Un luogo comune storico sostiene che l&#8217;antisemitismo arabo e musulmano non abbiano radici antiche, ma sia invece sorto solo con la nascita del sionismo. Le cose stanno diversamente e sono il frutto di una miscela di fanatismo religioso, anti-occidentalismo e irrazionalità.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><b> </b></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Uno degli argomenti principali della propaganda anti-israeliana</strong> è che, per quanto concerne la Palestina, arabi e musulmani non sono mai stati ostili agli ebrei e all’ebraismo, ma solo al sionismo e ai sionisti. Dopo tutto, i musulmani non hanno trattato le loro minoranze ebraiche in modo di gran lunga migliore dei loro omologhi europei? Gli arabi e gli ebrei non hanno convissuto armoniosamente per secoli prima dell’avvento del movimento sionista? Come affermò Fayez A Savegh, rappresentante del Kuwait durante il dibattito all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulla risoluzione che equiparava il sionismo al razzismo nel novembre del 1975: “noi nel mondo arabo abbiamo sempre offerto ospitalità agli ebrei che fuggivano dalle persecuzioni in Europa quando l’antisemitismo europeo li spingeva nelle nostre braccia… è stato soltanto quando è arrivato il sionismo che, nonostante la nostra ospitalità verso gli ebrei, siamo diventanti ostili al sionismo”.<br />
Questa rappresentazione idilliaca è in contrasto con la documentazione storica. È vero, la persecuzione degli ebrei nel mondo arabo non ha mai raggiunto lo stesso livello dell’Europa cristiana. Ma questo non ha protetto le comunità ebraiche del mondo arabo da secoli di inferiorità legalmente istituzionalizzata, da restrizioni sociali umilianti e dalla rapacità dei funzionari locali e della popolazione musulmana in generale. Nella stessa Palestina pre-sionista, i contadini arabi, durante la rivolta del 1830 contro la coscrizione obbligatoria imposta dalle autorità egiziane, colsero l’occasione per devastare le comunità ebraiche di Gerusalemme e Safed, e, a loro volta, i militari intervenuti per sedare l’insurrezione uccisero gli ebrei di Hebron. Un secolo più tardi, nel dicembre del 1941, a seguito di un fallito colpo di stato filo-nazista in Iraq, gli ebrei di Baghdad furono sottoposti ad un orrendo massacro in cui morirono a centinaia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È possibile dunque affermare, nonostante le osservazioni contrarie,</strong> che arabi e musulmani non hanno mai realmente fatto una distinzione tra sionisti, israeliani ed ebrei, e spesso usano questi termini in modo interscambiabile. Per esempio, Anis Mansur, uno dei più importanti giornalisti egiziani e consigliere del presidente Sadat, ammetteva: “Non c’è niente di simile in tutto il mondo come l’ebreo e Israele. Ogni ebreo è un israeliano. Nessun dubbio a riguardo”. In effetti, l’antisionismo arabo e musulmano riflette un odio che va ben oltre il livello “normale” di ostilità che ci si aspetterebbe in seguito a uno scontro prolungato e aspro, appare, più che una risposta all’attività sionista, come una manifestazione di pregiudizi radicati che sono stati portati allo scoperto dal conflitto in atto.<br />
Con questo non si intende negare lo scontro tra i due gruppi nazionali. Ma è proprio perché il movimento sionista è stato interpretato come incarnazione delle peggiori caratteristiche tradizionalmente associate agli ebrei nella mente degli arabi musulmani che l’impresa sionista è descritta in una luce così nefasta da politici e intellettuali musulmani. Come Lutfi Abdel Azim, il direttore di un prestigioso settimanale egiziano, che nel 1982, tre anni dopo la conclusione di un trattato di pace tra Egitto e Israele, scrisse: “un ebreo è un ebreo, e non è cambiato per migliaia di anni. È vile, spregevole, disprezza tutti i valori morali, rosicchia la carne viva e succhia il sangue per una miseria. Il mercante ebreo di Venezia non è diverso dagli acerrimi carnefici di Deir Yasin e da quelli dei campi profughi. Entrambi sono modelli simili di depravazione disumana”.<br />
Da dove provengono tali pregiudizi? È stato giustamente osservato che la moderna ideologia antisemita è un’invenzione dell’Europa del XIX secolo, e che tradizionalmente il mondo islamico ne era in gran parte libero. Ma la facilità e la rapidità con cui i precetti dell’antisemitismo europeo sono stati assimilati da parte del mondo arabo-musulmano testimoniano la pre-esistenza di un profondo fanatismo antiebraico. Questo fanatismo risale al primo periodo dell’Islam, e in effetti al profeta Maometto stesso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Al momento della sua migrazione dalla sua città natale, La Mecca,</strong> a Medina nel 622, Maometto lusingò la popolazione ebraica locale, sottolineando la somiglianza tra la sua nuova religione e il giudaismo, adottando una serie di pratiche e rituali religiosi ebraici. Dal momento che questi gesti non riuscirono a impressionare gli ebrei di Medina, che divennero critici verso Maometto mettendo in evidenza le lacune e le incongruenze presenti nel Corano e il suo travisamento dell’Antico Testamento, il profeta si scagliò contro le tre tribù ebree di Medina. Usando alcuni incidenti come banali pretesti, espulse la tribù Qaynuqa, la più debole delle tre, dalla città e ne divise le proprietà tra i musulmani. Tre anni dopo, nel marzo del 625, dopo che una sconfitta militare aveva intaccato il prestigio di Maometto agli occhi delle vicine tribù beduine, fu il turno della tribù Nadir di pagare il prezzo della battuta d’arresto del profeta: dopo un assedio di poche settimane, gli ebrei della tribù Nadir furono cacciati dalla città e le loro terre assegnate ai musulmani. L’ultima e più potente tribù ebraica &#8211; Quraiza &#8211; soffrì in maggior misura in seguito al fallito assedio di Medina, nella primavera del 627. Con la collaborazione del nemico, 600-800 uomini della tribù furono portati in piccoli gruppi davanti a fosse scavate il giorno precedente, fatti sedere sul bordo, poi decapitati uno ad uno e gettati dentro. Le donne e i bambini furono ridotti in schiavitù e venduti, il ricavato della loro vendita, così come i beni posseduti dalla tribù, furono divisi tra i musulmani. Questo processo è stato completato dall’ingiunzione, formulata sul letto di morte da Maometto, che ordinava l’espulsione degli ebrei (e dei cristiani) dalla penisola araba: “due fedi non vivranno insieme nella terra degli arabi”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questa eliminazione fisica è stata accompagnata da una crescente</strong> rottura dell’Islam con le sue origini ebraiche. La direzione della preghiera è stata cambiata da Gerusalemme alla Mecca, il sabato sostituito dal venerdì come giorno sacro del riposo, il minareto ha sostituito le trombe ebraiche (e le campane cristiane) come richiamo per la preghiera, e il Ramadan è stato designato come mese del digiuno. Inoltre, riflettendo l’indignazione di Maometto per il rifiuto del suo messaggio religioso da parte della comunità ebraica contemporanea, sia il Corano sia le successive biografie del profeta abbondano di raffigurazioni negative degli ebrei. In queste opere vengono rappresentati come un popolo ingannevole, traditori che nel suo desiderio insaziabile di dominio potrebbe facilmente raggirare un alleato e truffare un non-ebreo. Gli ebrei hanno manomesso le Sacre Scritture, disprezzato il messaggio divino di Allah, e perseguitato il suo messaggero Maometto proprio come avevano fatto con i profeti precedenti, tra cui Gesù di Nazareth. Per questa malvagità, essi saranno soggetti a una serie di punizioni, sia nella vita dopo la morte, quando bruceranno all’inferno, e qui sulla terra dove sono stati giustamente condannati ad un’esistenza di miseria e umiliazione.<br />
Come suggerisce questa sintesi, i tratti associati agli ebrei producono una miscela paradossale: sono prepotenti e deboli, arroganti e vili. “Non ho mai visto la maledizione pronunciata contro i figli di Israele più pienamente esercitata che in Oriente”, scriveva un viaggiatore occidentale dell’Impero Ottomano all’inizio del XIX secolo, “dove sono considerati come a metà tra uomini e animali”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La convergenza tra l’antisionismo arabo-musulmano</strong> <strong>e l’antisemitismo</strong> classico europeo conosce un nuovo sviluppo durante gli anni Trenta con l’ascesa dei Fratelli Musulmani in Egitto, così come nell’alleanza <i>de facto</i> tra il nazismo tedesco e Haj Amin el-Husseini, leader indiscusso del nazionalismo arabo palestinese. L’antisemitismo è stato un importante, addirittura un vitale, cemento di tali alleanze ideologiche e politiche. Non è stato un caso che nel corso degli anni Cinquanta, nell’Egitto di Nasser, un certo numero di consiglieri nazisti sulla “questione ebraica” trovasse non soltanto un rifugio dalla giustizia, ma contribuisse a organizzare una grande campagna di propaganda “antisionista” che raggiunse l’Europa, l’Africa, l’Asia, l’America Latina e il Medio Oriente. L’ipotesi antisemita comune dietro questo massiccio programma di indottrinamento condotto dall’ Egitto era che Israele, il sionismo e gli ebrei rappresentassero un’unica radice velenosa e mortale all’interno di un piano ebraico di dominio del mondo. I rami di questa “mafia mondiale” presumibilmente si estendevano da Gerusalemme e New York agli angoli più remoti della terra.<br />
La guerra dei Sei Giorni del 1967 e la caduta di Gerusalemme Est nelle mani di Israele hanno esacerbato ulteriormente la militanza islamista del vecchio-nuovo antisemitismo anti- sionismo.<br />
I biasimi coranici contro i “traditori e perfidi giudei” erano ormai ampiamente citati, trattati polemici medievali contro l’ebraismo e gli ebrei erano portati nuovamente alla luce; mentre gli scritti antisemiti di autori come Sayyid Qutb (giustiziato dal regime di Nasser nel 1966), l’ideologo dei Fratelli musulmani egiziani, erano ampiamente diffusi. La débâcle del 1967 degli Stati arabi con la congiunta umiliazione nazionale, la perdita dell’onore arabo e l’occupazione da parte di Israele di ciò che era ritenuta essere “terra islamica”, hanno affilato e intensificato la demonologia del sionismo preesistente. Sempre più spesso, lo Stato ebraico è stato visto come un reincarnazione del ventesimo secolo dell’astuto e insidioso “spirito del giudaismo”.<br />
Anche il presidente egiziano Sadat, l’uomo che sarebbe andato più lontano di qualsiasi altro leader del Medio Orientale nell’accettazione dell’esistenza di uno Stato ebraico sovrano, ricordava al suo popolo nell’aprile del 1972 perché gli ebrei erano stati schiacciati e perché il loro potere era ancora da temere: “Erano i vicini di casa del Profeta a Medina. Essi erano i suoi vicini di casa, e ha negoziato con loro e hanno raggiunto un accordo. Ma alla fine hanno dimostrato che essi erano uomini di inganno e di tradimento, in quanto hanno concluso un trattato con i suoi nemici, in modo da colpirlo a Medina e attaccarlo dall’interno&#8230; Sono un popolo di traditori e bugiardi, di orditori di trame, un popolo nato per atti di tradimento”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La rivoluzione di Khomeini nell’Iran sciita nel 1979</strong> ha aggiunto un elemento ancora più radicale a questo antisemitismo teologico-politico. Il “Khomeinismo” ha combinato un orrore specificamente sciita degli ebrei come ritualmente “impuri” (najas) con l’ostilità religiosa islamica in quanto antichi nemici dell’Islam. Ciò si sovrapponeva ad una demonizzazione dell’inesistente “cospirazione satanica” tra Stati Uniti e Israele per distruggere l’Iran. Da Khomeini a Ahmadinejad, fino ad Ali Khamenei, l’antisionismo islamico iraniano (in cui gli Stati Uniti sono il “grande satana” e Israele figura come il “piccolo Satana”) continua ad attribuire tutti i mali del mondo ad una sconfinata ambiguità ebraica e ad un desiderio sionista incessante di “dominio globale.”<br />
Questa ideologia antisemita e anti-sionista motiva non solo l’Iran, ma anche la formazione sciita libanese Hezbollah e la musulmana sunnita Hamas (un ramo della Fratellanza Musulmana egiziana) a Gaza. È importante notare che né l’Iran, né Hezbollah né Hamas si sottraggono alla richiesta genocida di una distruzione totale dello Stato di Israele. Non è certo un caso che queste formazioni che negano con insistenza la Shoah siano le stesse che esigono l’eliminazione fisica di Israele.<br />
Per quanto concerne il contesto palestinese, sia Fatah che Hamas hanno pienamente abbracciato tale negazionismo radicale e il suo programma. Nell’accordo originale per la fondazione dell’OLP nel 1964, così come nelle sue edizioni successive, tutto il sionismo è considerato un “movimento illegale”, la Dichiarazione Balfour è considerata “nulla”, e viene categoricamente negato qualsiasi legame storico tra il popolo ebraico e la terra di Israele. Non c’è da stupirsi che il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton sia rimasto profondamente frustrato per la totale intransigenza del leader dell’OLP Yasser Arafat nell’estate del 2000 durante il negoziati con il premier israeliano Ehud Barak. L’errore di Clinton è stato quello di presumere che la “questione palestinese” riguardasse in ultima analisi il territorio e non l’esistenza stessa di Israele, come stato ebraico sovrano in Medio Oriente. Il doppio linguaggio di Arafat ha senza dubbio reso molto più facile tale auto-inganno occidentale circa le intenzioni palestinesi.<br />
Questo livello di dissimulazione in una certa misura è cambiato. Il controllo draconiano di Gaza da parte di Hamas dal 2006, la subordinazione del nazionalismo palestinese alla fede islamica militante, il suo incitamento palesemente antisemita, rendono tali pretesti futili. Come ha detto uno storico israeliano senza mezzi termini, per Hamas, “la distruzione dello Stato ebraico è il comando di Allah”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È certamente significativo che arabi e musulmani giudeofobi</strong> &#8211; malgrado il loro odio per l’Occidente – abbiano scelto di annettere i simboli e le espressioni dell’antisemitismo europeo senza alcuna esitazione, tra cui la negazione della Shoah come parte integrante della loro guerra contro Israele. Si riscontra una disponibilità crescente tra i musulmani a credere, per esempio, che gli ebrei abbiano consapevolmente inventato la “menzogna Auschwitz”, la “bufala” del proprio sterminio, come parte di un piano diabolico per sopraffare l’Islam e dominare il mondo. In questo surreale, scenario machiavellico, l’archetipo del “satanico ebreo” &#8211; autore e destinatario del più grande “mito” del XX secolo &#8211; raggiunge una vera e propria apoteosi.<br />
Uno dei motivi di attrazione della negazione della Shoah per gli arabi antisemiti risiede nel fatto che interpretano la negazione come una sfida radicale ai fondamenti morali dello Stato ebraico. Leader e intellettuali arabi e palestinesi sono stati particolarmente attivi nel promuovere questo sforzo. Così, il leader palestinese Hamas Khalid Mashaal su Al-Jazeera TV (16 luglio 2007) ha voluto “far capire all’Occidente e al popolo tedesco che venivano ricattati” a causa di ciò che il nazismo aveva fatto ai sionisti. Per Mashaal, era evidente che ciò che Israele aveva fatto al popolo palestinese era molto peggio di quello che il nazismo aveva fatto agli ebrei. Questa convinzione era condivisa anche da Mahmoud Abbas (meglio noto come Abu Mazen), l’architetto degli accordi di pace di Oslo, a capo dell’Autorità palestinese, che abbracciò la negazione della Shoah più di trentacinque anni fa. Infatti, scrisse un saggio tratto dalla sua tesi di dottorato, discussa a Mosca nel 1982, sui <em>Rapporti segreti tra il Nazismo e il Movimento Sionista</em>. Facendo riferimento al negazionista Faurisson, affermava che la cifra di sei milioni di morti era falsa, poiché gli ebrei morti nei lager erano meno di un milione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In Iran, la negazione del genocidio ebraico si è diffusa</strong> a partire dai primi anni Ottanta, a fianco delle caricature naziste dell’ebreo “talmudico”, la promozione dei <em>Protocolli dei Savi Anziani di Sion</em>, e gli appelli ripetuti per sradicare il “cancro” sionista dal pianeta. Questa escalation è stata un passo logico per il radicalismo in stile Khomeini che, dal 1979, ha completamente demonizzato il sionismo come nemico del genere umano. Quindi, non sorprende che la Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, abbia potuto annunciare al suo popolo che: “ci sono prove che dimostrano che i sionisti avevano stretti rapporti con i nazisti tedeschi e esageravano le statistiche sugli omicidi degli ebrei. Ci sono anche le prove che un gran numero di teppisti non ebrei e teppisti dell’Europa orientale sono stati costretti a emigrare in Palestina come ebrei (…) installare nel cuore del mondo islamico uno Stato anti-islamico con il pretesto di sostenere le vittime del razzismo”.<br />
Il presidente iraniano Ahmadinejad ha definito nel 2005 la Shoah un mito e “una spregevole propaganda sionista”. Molti giornalisti iraniani, prendendo spunto da queste affermazioni sconsiderate, hanno ripetuto fino alla nausea che la “lobby sionista” usava il genocidio degli ebrei. Nel dicembre del 2006 l’Iran ha ospitato una conferenza molto pubblicizzata accogliendo i più noti negazionisti. Il Ministro degli Esteri, Manouchehr Mottaki, aprì i lavori affermando che, “se la versione ufficiale dell’Olocausto è messa in dubbio, allora l’identità e la natura di Israele saranno messi in dubbio.” I partecipanti hanno in effetti messo in dubbio il fatto storico della Shoah. Il punto su cui convenivano tutti i partecipanti era che lo sterminio degli ebrei era stato grossolanamente manipolato per servire gli interessi finanziari e politici di Israele. La conferenza di Teheran può essere vista come esempio di una politica antisemita.<br />
Nel caso iraniano, la negazione della Shoah è apertamente legata all’estremo antisionismo, ad un letale antisemitismo, e alla sponsorizzazione del terrorismo globale, guidato dal culto della jihad islamica, che cerca senza sosta l’eliminazione del “tumore chiamato Israele”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il collegamento più noto tra negazionisti occidentali</strong> <strong>e mondo arabo</strong> si è creato in risposta al processo contro Roger Garaudy nel 1998 in Francia. È importante ricordare che in Francia vige dal 13 luglio del 1990 la Legge Gassot che con un emendamento, l’articolo 24<i>bis </i>alla legge del 1881 sulla libertà di stampa, rende perseguibile chiunque contesti “l’esistenza di uno o più crimini contro l’umanità”, così come definiti dall’articolo 6 del tribunale di Norimberga.<br />
Garaudy, ex comunista convertitosi al cattolicesimo ed in seguito all’islam, nel novembre del 1995 pubblicò per la casa editrice la Vieille Taupe un pamphlet intitolato <em>Les mythes Fondateurs de la Politique Israélienne</em>, in cui sosteneva che lo Stato d’Israele, con la connivenza delle potenze occidentali e sovietiche interessate a distogliere l’attenzione dai propri crimini di guerra, avrebbe sfruttato il “mito dell’Olocausto” per legittimare la propria politica espansionistica agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. A corredare l’accusa, l’insinuazione che i miti fondativi di cui al titolo fossero delle costruzioni fittizie. Di qui l’accenno alla possibilità che gli ebrei non fossero stati sistematicamente uccisi nei lager, e che le camere a gas fossero un’invenzione della propaganda sionista. Garaudy scriveva che “l’unica soluzione finale consisteva, dunque, nello svuotare l’Europa dagli ebrei, allontanandoli sempre più, fino a che la guerra (supponendone la vittoria) avesse permesso di sistemarli tutti in un ghetto fuori dall’Europa (come suggeriva il progetto Madagascar). Questo <em>Shoah Business</em> non utilizza che “le testimonianze” sulle diverse maniere di “gasare” le vittime, senza che mai ci vengano mostrate le modalità di funzionamento di una sola “camera a gas” (di cui Leuchter ha dimostrato l’impossibilità fisica e chimica)”. Da notare che la frase “camere a gas” nelle pagine del lavoro di Garaudy è sempre virgolettata, in modo da sottolinearne la caratteristica di falsità.<br />
Garaudy fu processato e condannato ad una multa di 120.000 franchi. Nel corso del processo fu venerato come eroe e ricevette una vasta attenzione mediatica in Arabia Saudita, Qatar, Egitto, Iran, Siria, Libano, Giordania, e territori palestinesi.<i><br />
</i></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><i>L’</i><em>affaire</em> Garaudy ha evidenziato la vitalità della negazione antisemita</strong> e antisionista della Shoah in Iran e nel mondo arabo. Le traduzioni delle opere di Garaudy in arabo sono diventate best-seller in molti paesi del Medio Oriente, anche se in Francia è stato condannato per incitamento all’odio razziale. Il cemento ideologico dietro l’effusione di solidarietà verso Garaudy è stato un antisemitismo che ha definitivamente bollato la Shoah come una cospirazione ebraica e una diabolica “invenzione sionista”. Quindi, la reazione favorevole alle tesi di Garaudy da parte di giornali e politici arabi, come lo sceicco Muhammad al-Tantawi, leader politici libanesi, come il defunto presidente Rafiq Hariri, o noti intellettuali come Mohammed Hassanin Haikal, acquisisce una diversa dimensione.<br />
Dal 1990, la negazione della Shoah è diventata un fenomeno molto più ampio e diffuso in tutto il Medio Oriente. Dal 2000 si riscontra un aumento del numero di funzionari palestinesi, di Hamas e Hezbollah, iraniani e siriani, che fanno pubblicamente dichiarazioni negazioniste. Nei media egiziani, giordani e sauditi, dove l’antisemitismo è stato a lungo dilagante, la retorica negazionista relativa allo sterminio degli ebrei europei è diventata un tema molto comune. Ciò è importante per la nostra analisi, perché la negazione è particolarmente insidiosa e rappresenta una forma di incitamento all’odio antiebraico. Questo è il motivo per cui i negazionisti sono stati chiamati “assassini della memoria”, fanatici impegnati in un nuovo tipo di genocidio simbolico del popolo ebraico. Dove le folle una volta gridavano “morte agli ebrei,” ora è come se i negazionisti proclamassero cinicamente che “gli ebrei non sono mai morti”.<br />
Più di recente i palestinesi e i loro sostenitori hanno ampliato la campagna di delegittimazione attraverso una negazione totale della storia ebraica e del legame tra ebrei e terra di Sion. I nemici di Israele cercano sempre più di minare le radici della storia, della religione, della memoria culturale e nazionale, e dell’identità ebraica ponendo un accento particolare sull’univoco carattere arabo di Gerusalemme. Già a Camp David nel 2000, il leader palestinese Yasser Arafat ha insistentemente negato che gli ebrei avessero costruito il primo e il secondo Tempio a Gerusalemme. Allo stesso modo, l’allora muftì di Gerusalemme Ikrama Sabri, nel 2001, ha dichiarato pubblicamente che il Muro del Pianto nella Città Santa non aveva alcun collegamento con il passato ebraico ed era semplicemente una truffa organizzata da ebrei “ingannatori” per imbrogliare i musulmani e l’intero mondo gentile. Da allora, vi è stato uno sforzo sistematico per distruggere eventuali tracce materiali o resti archeologici dell’antica presenza ebraica a Gerusalemme, all’interno di una più ampia strategia di delegittimazione di Israele.<br />
Il fatto che i Templi di Gerusalemme siano menzionati non meno di 534 volte nella Bibbia ebraica e ben 70 volte nel Nuovo Testamento, non scoraggia, naturalmente, coloro che nutrono sentimenti antiebraici e anti-israeliani. Il negazionismo palestinese ha comunque trovato un terreno fertile, che attinge ai miti nazionali arabi, al fanatismo islamico e alle radicate correnti anti-ebraiche presenti nella teologia cristiana. Ancora una volta, l’antisemitismo e l’antisionismo convergono facilmente nel loro obiettivo comune: smantellare lo Stato ebraico e restituire il popolo di Israele a una condizione di esilio e impotenza, quella di “ebrei erranti” in balia dei loro aspiranti persecutori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Data la profondità del sentimento anti-ebraico nel mondo arabo,</strong> non sorprende che alcuni dei temi più bizzarri dell’antisemitismo europeo abbiano toccato delle corde sensibili quando si sono diffusi nel corso dei secoli in Medio Oriente.<br />
Per questa ragione, la concezione biblica del popolo eletto è soggetta a particolare scherno: Anis Mansur la qualifica come “la quintessenza del giudaismo degli ebrei… padroni dell’Universo- dei suoi popoli, delle terre e delle cieli… ai quali tutti gli altri popoli sono servi, immeritevoli della fede nel Dio ebraico”. Secondo questa dottrina, è attribuita agli ebrei la licenza di maltrattare i non ebrei, facendo esplicito riferimento all’accusa del sangue, la calunnia antisemita di età medievale secondo cui gli ebrei userebbero il sangue dei gentili, e in particolare il sangue dei bambini cristiani, a scopo rituale. Importata nell’Impero Ottomano dai cristiani nel Quattrocento, questa menzogna ha acquisito uno status mitico, raggiungendo un picco di popolarità nel XIX secolo. L’accusa del sangue è stata rapidamente interiorizzata dall’immaginario musulmano, dove ha messo salde radici.<br />
Il tema antisemita di maggior successo importato nel mondo arabo è sicuramente quello che fa riferimento alla teoria di un complotto ebraico organizzato per ottenere il dominio del mondo, come viene enunciato nel famigerato libro <em>I Protocolli dei Savi Anziani di Sion</em>. Questo libro di virulento antisemitismo, fabbricato dalla polizia segreta russa a cavallo del ventesimo secolo, fece la sua comparsa in Europa occidentale durante e subito dopo la prima guerra mondiale. Già nel 1918, a Chaim Weizmann, in viaggio in Palestina con la Commissione Sionista, si presentarono alcuni interlocutori arabi con le copie dei <em>Protocolli</em>. Tradotto in arabo a metà degli anni Venti, il libro ha mantenuto il suo fascino popolare fino ad oggi, pubblicato in numerose edizioni e in diverse traduzioni, tra cui una per il fratello del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser (Nasser stesso consigliò l’opuscolo come utile guida per capire la ‘mente ebraica’, come avrebbero fatto il suo successore Anwar Sadat, il re Faisal dell’Arabia Saudita e Muammar Gheddafi, tra i tanti).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come per l’accusa del sangue,</strong> la popolarità stupefacente dei <em>Protocolli</em> è direttamente correlata al disprezzo millenario verso gli ebrei in quanto infidi e traditori. Secondo un filone di pensiero arabo-musulmano in materia, ciò che si cela dietro il concetto della supremazia del popolo eletto è, infatti, un perverso complesso di inferiorità che risale ai tempi biblici. Quando gli antichi regni ebraici furono distrutti, questo complesso di inferiorità fu trasformato in una volontà di occupare le terre confinanti per ottenere un controllo finanziario, economico, e politico dovunque gli ebrei avessero vissuto. Il sionismo è considerato una risposta a questo impulso – la volontà di occupare le terre straniere, assoggettandone le popolazioni, giustificandosi con le promosse bibliche.<br />
Quando, inoltre, i sionisti sono riusciti a sfruttare il sostegno internazionale per la loro impresa – nella forma della Dichiarazione Balfour e con l’approvazione delle sue promesse da parte della Società delle Nazioni – hanno utilizzato (così viene esplicitato l’argomento) gli stessi metodi ripugnanti usati contro il profeta Maometto.<br />
Durante gli anni Venti e Trenta, le percezioni tradizionali islamiche si fusero con i temi articolati nei <em>Protocolli</em> per creare una versione decisamente mediorientale della teoria di un complotto ebraico finalizzato a dominare il mondo.<br />
Le teorie della cospirazione anti-israeliane e antisemite, cresciute nel mondo arabo e musulmano dopo l’11 settembre, non sono dunque nuove. Rivelano una miscela altamente infiammabile di anti-occidentalismo, fanatismo ideologico, odio, e irrazionalità che sta alla base di un filone significativo del pensiero musulmano contemporaneo. L’atteggiamento verso gli ebrei, in particolare, con il suo linguaggio veemente e l’accento sulle “soluzioni radicali” è inquietante dato che ricorda gli anni Trenta e Quaranta della storia europea. Gli stereotipi antisemiti sono frequenti in Giordania e in Egitto, che hanno sottoscritto trattati di pace con Israele, ma anche in Siria, nei territori soggetti all’Autorità Palestinese, in Arabia Saudita, o in altri Stati del Golfo. Gli esempi abbondano e potrebbero essere moltiplicati fino alla nausea.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una caratteristica centrale dell’antisemitismo arabo</strong> è stato e rimane il rifiuto categorico di accettare il diritto di Israele ad esistere e la sua legittimità morale. Questa premessa fondamentale è stata aggravata da un’educazione inesorabilmente diretta verso l’odio per Israele e per gli ebrei. In questa propaganda, Israele è il capro espiatorio per la continua incapacità araba di raggiungere l’unità politica, lo sviluppo economico, o altri obiettivi nazionali. La frustrazione per la mancata modernizzazione ha portato ad uno spostamento di rabbia verso gli ebrei e lo Stato ebraico come “agente dell’imperialismo occidentale, della globalizzazione, e di una cultura modernista invasiva nella regione”.<br />
Gli israeliani sono semplicemente una accozzaglia di senza radici, ebrei nomadi che illegalmente hanno usurpato una terra che non era propria al fine di creare uno Stato “nazificato” sulla base di sogni di dominazione del mondo come stabilito nei <em>Protocolli.</em> Israele è un’entità “artificiale” e uno Stato malvagio, che sfrutta la religione giudaica “imperialista” e il suo concetto di “popolo eletto” per strappare sempre più terra araba; è simile alla diffusione di un cancro che deve essere rimosso chirurgicamente.<br />
L’antisemitismo arabo e musulmano ha sempre avuto un caratteristica politica molto forte che deriva dalla intensità del conflitto arabo-israeliano. Ma la dimensione territoriale del conflitto israelo-palestinese non deve farci dimenticare il fatto che l’antisemitismo ha una dinamica autonoma. Sussiste una distintiva struttura sottostante l’ideologia antisemita arabo-musulmana, al di là delle circostanze politiche immediate, della propaganda dei governi, del conflitto territoriale con Israele e dell’uso strumentale di stereotipi e simboli anti-ebraici importati dall’Occidente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il risentimento storico contro il colonialismo</strong> e l’imperialismo occidentale, così come l’amarezza provocata dalla sconfitte consecutive per mano degli israeliani, hanno notevolmente peggiorato il contesto culturale e politico; le teorie del complotto che postulano un “sionismo internazionale” bloccato in un’eterna inimicizia verso la nazione araba sono sempre più diffuse tra i nazionalisti arabi come nei circoli fondamentalisti. I nazionalisti pan-arabi, già prima del 1967, consideravano l’esistenza e il consolidamento di Israele come una “sfida di civiltà”, un sintomo patologico della debolezza degli arabi e della loro arretratezza. Quello che era particolarmente incomprensibile era che la precedenza impotenza e debolezza ebraica avessero lasciato il posto ad uno Stato ebraico indipendente in grado di sconfiggere diversi eserciti arabi sul campo di battaglia. Si può forse meglio spiegare la peculiare rabbia emotiva dietro l’antisemitismo arabo-musulmano come un tentativo di deviare i traumi irrisolti inflitti sulla psiche araba dal valore militare e tecnologico di Israele.<br />
La guerra dei Sei Giorni ha intensificato notevolmente la demonologia del sionismo e degli ebrei, soprattutto tra i fondamentalisti islamici. Vi era un profondo senso di umiliazione per la perdita di terra islamica nel 1967 e la conquista di Gerusalemme da parte degli israeliani; non a caso, i fondamentalisti ora considerano il conflitto nei termini di una lotta tra l’Islam e gli ebrei-una battaglia di cultura, di civiltà e di religione. Le vittorie israeliane sono diventate per loro un sintomo del malessere dell’Islam e del suo degrado, della sua incapacità di recuperare le fonti religiose della sua gloria passata e superare le sfide poste da una “decadente”, anche se apparentemente potente, modernità occidentale.<br />
Un rifiuto radicale di tutte le caratteristiche occidentali e la convinzione che solo l’Islam sia la soluzione si sono uniti ad una visione di Israele come nemico e minaccia mortale. La paura esistenziale che sta dietro gran parte dell’antisemitismo islamico e arabo ricorda il paradigma nazista dell’odio antiebraico e lo fa sembrare particolarmente dinamico, volatile e persino genocidario nelle sue implicazioni.<br />
Israele e gli ebrei sono percepiti non solo come una minaccia militare, politica, e economica per gli arabi e l’Islam, sono anche un simbolo di tutte le fobie provocate dal secolarismo e dai “veleni” della cultura occidentale, AIDS, prostituzione, musica rock, Hollywood, il consumismo di massa, la criminalità, la droga e l’alcolismo.<br />
Una delle caratteristiche più evidenti del contemporaneo antisemitismo arabo-islamico è la staticità dei suoi stereotipi. Gli ebrei sono costantemente denigrati come irrimediabilmente malvagi, corrotti, immorali, intriganti, ingannevoli, creature avide, vilipesi come razzisti, colonialisti e fascisti, “vampiri” che succhiano sangue arabo.<br />
In conclusione, è possibile affermare che rimangono ancora drammaticamente attuali le parole del compianto Robert Wistrich nel saggio <em>Antisemitism: The Longest Hatred</em>: “un’ideologia araba anti-ebraica si è cristallizzata e ha acquisito un proprio slancio nel corso degli ultimi decenni, uno slancio che ha distorto l’immagine dell’Ebreo in modalità storicamente senza precedenti per il mondo islamico”.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">•</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">•</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><b><br />
</b></p>
<p style="text-align: justify;">Anidjar, G., 2003: <i>The Jew, the Arab: A History of the Enemy, </i>Palo Alto, California: Stanford University Press.<br />
-, 2008: <i>Semites: Race, Religion, Litterature, </i>Palo Alto, California: Stanford University Press.<br />
Achcar, G., 2009: <i>The Arabs and the Holocaust: the Arab –Israeli War of Narratives,</i> New York: Henry Holt.<br />
Bard, M. G., 2006: <i>Myths and Facts: A Guide to the Arab-Israeli Conflict</i>,<i> </i>Chevy Chase, MD: American Israeli Cooperative Enterprise.<br />
Bat Ye`or, 2005: <i>Eurabia: The Euro-Arab Axis</i>, Madison, New Jersey: Farleigh Dickinson University Press.<br />
Bawer, B., 2006: <i>While Europe Slept: How Radical Islam is Destroying the West from Within, </i>New York: Random House/Broadway Books.<br />
Benbassa, E., 2007: “Xenophobia, Anti-Semitism, and Racism”, in Bunzl, M. (ed.): <i>Anti-Semitism and Islamophobia: Hatred Old and New in Europe, </i>Chicago: Prickly Paradigm Press.<br />
Bostom A. G., 2008: <i>The Legacy of Islamic Antisemitism, </i>New York: Prometheus Books.<br />
Bronner, S., 2003: <i>A Rumor about the Jews: Antisemitism, Conspiracy, and the Protocols of Zion</i>, New York: Oxford University Press.<br />
Bunzl, M., 2007: <i>Anti-Semitism and Islamophobia: Hatred Old and New in Europe, </i>Chicago: Prickly Paradigm Press.<br />
Casanova, J., 2006: “Religion, European Secular Identities, and European integration”, in Byrnes, T. A. and Katzenstein, P. J. (eds.): <i>Religion in an Expanding Europe, </i>Cambridge: Cambridge University Press.<br />
De Lange, N. and Freud-Kandel, M., 2005: <i>Modern Judaism: An Oxford Guide, </i>New York: Oxford University Press.<br />
Elpeleg, Z., 1993: <i>The Grand Mufti: Haj Amin Founder of the Palestinian National Movement</i>,<i> </i>London and New York: Routledge.<br />
Ehrlich, R., 2002: <i>Incitement and Propaganda against Israel, the Jewish People and the West, </i>Herzlia: HaMercaz leMoreshet Hamodi’in, January 1.<br />
Gerstenfeld M., 2008: <i>Behind the Humanitarian Mask. The Nordic Countries, Israel and the Jews</i>,<i> </i>Jerusalem: JCPA.<br />
Herf, J., 2009: <i>Nazi Propaganda for the Arab World</i>, Yale University Press.<br />
Kalmar, I.D. and Penslar, D. J., 2005: <i>Orientalism and the Jews, </i>Waltham, Massachusetts: Brandheis University Press.<br />
Kalmar, I.D., 2008: “Anti-Semitism and Islamophobia: The Formation of a Secret” <a href="http://www.chass.utoronto.ca/~ikalmar/illustex/kalmar.antisemitism.paris.pdf">www.chass.utoronto.ca/~ikalmar/illustex/kalmar.antisemitism.paris.pdf</a><br />
Laqueur, W., 2007: <i>The Last Days of Europe: Epitaph for an Old Continent</i>, New York: Thomas Dunne/St. Martin Press.<br />
-, 2006: <i>The Changing Face of Anti-Semitism, from ancient times to the present day</i>,<i> </i>Oxford University Press.<br />
Lewis, B., 1998: <i>The Multiple Identities of the Middle East</i>,<i> </i>New York: Schocken Books.<br />
Morris B., 2009: <i>One State, Two States: Resolving the Israel/Palestine Conflict</i>,<i> </i>New Haven: Yale University Press.<br />
Nordbruch, G., 2001: <i>The Socio-Historical Background of Holocaust Denial in Arab Countries</i>, ACTA no. 17, Jerusalem: Vidal Sassoon International Center for the Study of Antisemitism, Hebrew University of Jerusalem.<br />
Parekh, B., 2000: <i>Rethinking Multiculturalism: Cultural Diversity and Political Theory, </i>Basingstoke: Palgrave.<br />
Parekh, B., 1999: “A Varied Moral World”, in Cohen, J., Howard, M. and Nussbaum, M. (eds.): <i>Is Multiculturalism Bad for Women? </i>Princeton: Princeton University Press.<br />
Phillips. M., 2006: <i>Londonistan: How Britain is Creating a Terror State Within</i>, London: Encounter Books.<br />
Schul, Y. and Zukier, H., 1999: “Why do Stereotypes Stick?” in Wistrich, R. (ed.): <i>Demonizing the Other: Antisemittism, Racism, and Xenophobia, </i>London: Routledge.<br />
Simonnot P., 2010: <i>Enquête sur L’Antisémitisme Musulman, de ses origins à nos jours, </i>Michalon.<br />
Taguieff, P. A., 2010: <i>La nouvelle propagande anti-juive, </i>Paris: Presses Universitaires de France.<br />
-, 1992: <i>Les Protocoles des Sages de Sion. Faux et Usages d’un Faux</i>,<i> </i>Paris.<br />
Wistrich, R., 1990: <i>Anti-Zionism and Antisemitism in the Contemporary World</i>,<i> </i>New York: MacMillan.<br />
-, 1991: <i>Antisemitism: The Longest Hatred, </i>London: Thames Mandarin.<br />
-, 2005: <i>European Anti-Semitism Reinvents Itself</i>,<i> </i>New York: The American Jewish Committee.<br />
-, 2007: &#8220;Anti-Zionism and Antisemitism,&#8221; in: Michael Fineberg, Shimon Samuels, Mark Weitzman: <i>Antisemitism. The Generic Hatred. Essays in Memory of Simon Wiesenthal</i>,<i> </i>London: Vallentine Mitchell.<br />
-, 2010: <i>A Lethal Obsession. Anti-Semitism from Antiquity to the Global Jihad</i>,<i> </i>New York: Random House.<br />
-, 2012: <i>From Ambivalence to Betrayal. The Left, the Jews and Israel</i>,<i> </i>Lincoln, Nebraska: The University of Nebraska Press.<br />
Zimmer-Winkel, R., 2000: <i>Die Araber und die Shoah</i>,<i> </i>Trier: Aphorisma.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.storiain.net/storia/le-radici-storiche-dellantisemitismo-islamico/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LA CRESCITA DI UN NUOVO ANTISEMITISMO IN GERMANIA</title>
		<link>https://www.storiain.net/storia/la-crescita-di-un-nuovo-antisemitismo-in-germania/</link>
		<comments>https://www.storiain.net/storia/la-crescita-di-un-nuovo-antisemitismo-in-germania/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 02 Jan 2019 07:56:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Antisemitismo]]></category>
		<category><![CDATA[Antisionismo]]></category>
		<category><![CDATA[Ebrei]]></category>
		<category><![CDATA[Estremismo islamico]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.storiain.net/storia/?p=8137</guid>
		<description><![CDATA[di Daniela Franceschi &#8211; Le antiche radici di un pregiudizio, una recessione economica che mina certezze consolidate, l&#8217;antisemitismo islamico spacciato per antisionismo: il Terzo Millennio vede tornare le ombre del passato. E i media? Cavalcando l&#8217;odio contro Israele contribuiscono ad avvelenare il clima.     Negli ultimi anni, è cresciuto &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="center"><span style="color: #333333;"><b><i>di Daniela Franceschi &#8211; </i></b></span></p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><em><span style="color: #333333;"><strong>Le antiche radici di un pregiudizio, una recessione economica che mina certezze consolidate, l&#8217;antisemitismo islamico spacciato per antisionismo: il Terzo Millennio vede tornare le ombre del passato. E i media? Cavalcando l&#8217;odio contro Israele contribuiscono ad avvelenare il clima.</strong></span></em></p>
<p align="center"><span style="color: #333333;"><b> </b></span></p>
<p align="center"><span style="color: #333333;"><b> </b></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Negli ultimi anni, è cresciuto pericolosamente il numero di attacchi</strong> verso le comunità ebraiche europee e verso istituzioni e luoghi ebraici, tra i quali i più drammatici per numero di vittime sono stati gli attentati contro una scuola ebraica di Tolosa in Francia nel 2012, contro il museo ebraico di Bruxelles nel 2014 e contro il supermercato Kosher a Parigi nel 2015, tutti originati dal terrorismo islamista legato all’ISIS.<br />
Nel mondo letterario e dei mass-media europei l’associazione tra Israele, il nazismo e l’apartheid, anche se storicamente e politicamente infondata, sta prevalendo, con la possibilità di influenzare l’opinione pubblica. Insieme con l’aumento dei livelli di sentimenti anti-israeliani, l’Europa sta sperimentando anche la crescita dell’antisemitismo, come evidenziano i rapporti annuali dell’Anti-Defamation League europea.<br />
È possibile identificare tre ragioni per la ricrescita dell’antisemitismo in Europa. La prima e la più importante è che l’antisemitismo non è mai veramente morto, ma ha semplicemente sperimentato una lunga dormienza. Questa dormienza è stata provocata dall’occupazione Alleata in Europa dopo la Seconda Guerra mondiale, che non permise ad un antisemitismo palese di prosperare pubblicamente.<br />
La seconda ragione è da ricercare nella crisi finanziaria dell’ultimo decennio. La recessione economica ha rappresentato la proverbiale “acqua” che ha permesso alle “radici” dell’antisemitismo di rinnovarsi nell’Europa Occidentale. La crisi finanziaria ha distrutto posti di lavoro, un contesto sociale e politico in cui i Partiti di estrema destra hanno preteso di avere risposte semplici. Questi Partiti, come Alba Dorata in Grecia, hanno propagandato una xenofobia che includeva una forte dose di antisemitismo. Il riemergere di Partiti di estrema destra nell’Europa Occidentale ha portato alla ricrescita dell’antisemitismo, poiché cercano capri espiatori per i problemi economici dei loro Paesi. Stanno cercando qualcuno da incolpare, e questo aiuta lo sviluppo di un nuovo antisemitismo. I Partiti di estrema destra accusano gli ebrei di aver provocato la crisi, riprendendo la retorica antisemita secondo la quale gli ebrei avrebbero il monopolio della finanza mondiale.<br />
L’ultima ragione per il riemergere dell’antisemitismo nei tempi contemporanei è il conflitto israelo-palestinese. Alcuni credono che i palestinesi stiano semplicemente difendendo la loro patria contro invasori stranieri; assecondando questa prospettiva, è facile dipingere gli ebrei in una luce sfavorevole. Inoltre, Israele è stato spesso accusato ingiustamente di violazione dei diritti umani contro il popolo palestinese. In tutta Europa, a livelli crescenti di antisionismo è corrisposta la crescita di atti ostili verso gli ebrei.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Ci troviamo di fronte un nuovo antisemitismo, proteiforme,</strong> che, pur mantenendo le caratteristiche tradizionali dell’odio antiebraico, è riuscito a rinnovarsi acquisendo modalità di comunicazione contemporanee, basti pensare all’importanza che oggi assumono per la sua diffusione i social network come Facebook. Inoltre, il nuovo antisemitismo sfrutta subdolamente il conflitto israelo-palestinese per acquisire una accettabilità sociale che l’antisemitismo classico solitamente non ha.<br />
La comprensione di un fenomeno come il nuovo antisemitismo passa attraverso lo studio della sua genesi, del suo sviluppo e delle sue dinamiche. Per questa ragione, si è scelto di esaminarne le caratteristiche attraverso l’analisi della sua diffusione in Germania, dato che il nuovo antisemitismo rappresenta un fattore capace di influenzare, e modificare, in profondità il rapporto ebraico-tedesco.<br />
Dal 2011, il numero di episodi antisemiti in Germania è oscillato in relazione agli eventi in Medio Oriente, soprattutto nell’estate del 2014. In quell’anno e in quello successivo, la polizia e gli organi di controllo tedeschi hanno registrato altresì un crescendo di tali incidenti. Da allora, l’odio antiebraico è stato presente nelle manifestazioni per Gaza e nel dibattito pubblico, sotto forma di molestie, aggressioni e attacchi. Questi sentimenti avevano già raggiunto un livello preoccupante a partire dal 2000, dato l’ampio supporto riscontrato nella società tedesca.<br />
Alcuni ricercatori tedeschi vedono sempre più l’antisemitismo come un fenomeno postmoderno che cresce in risposta a certe caratteristiche della modernità, in particolare all’ambivalenza, all’incertezza, all’insormontabilità, all’invisibilità e al cambiamento. L’antisemitismo rende processi complessi, percepiti come minacce, comprensibili in modo semplice, e serve a costruire un’immagine di sé chiara, unica e stabile- caratteristica che si applica anche all’antisemitismo del XIX secolo.<br />
Anche se l’antisemitismo in Germania si correla all’autoritarismo politico e sciovinista e a una narrazione omogenea della identità nazionale, il nuovo antisemitismo unisce la destra radicale, la sinistra anti-sionista e gli islamisti. Come fenomeno internazionale che unisce un manifesto antisemitismo, l’anti-globalizzazione e le posizioni contro gli Stati Uniti e Israele, esso mira a una difesa sociale strutturale contro i processi di modernizzazione, intesi come norme universali e promosse di libertà. In tale contesto, gli ebrei diventano simboli stigmatizzati della globalizzazione.<br />
Gli atteggiamenti antisemiti in Germania continuano ad essere staccati da una interazione nel mondo reale con gli ebrei: da un sondaggio del 2002, risultava che soltanto il 21% degli intervistati conoscesse personalmente una persona israelita.<br />
</span></p>
<div id="attachment_8142" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2018/12/Openly_antisemitic_Protester_in_Berlin_17.7.2014.jpg"><img class=" wp-image-8142 " alt="Manifestazione antisionista a Berlini (2014) - Boris Niehaus" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2018/12/Openly_antisemitic_Protester_in_Berlin_17.7.2014.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Manifestazione antisionista a Berlino (2014) &#8211; Boris Niehaus</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Le aperte manifestazioni di antisemitismo tradizionale</strong> sono ancora generalmente condannate e stigmatizzate in pubblico, ma gli stereotipi antisemiti persistono, anche tra persone che non si considerano antisemite; a questo proposito, è interessante notare che, a causa delle restrizioni discorsive e delle norme sociali esistenti, un fenomeno noto come desiderabilità sociale, i risultati dei sondaggi effettuati sottostimano il peso degli atteggiamenti antisemiti.<br />
L’antisemitismo tradizionale, misurato nei sondaggi con la domanda se gli ebrei avevano troppo potere in Germania e la persecuzione era stata causata dal loro comportamento, era calato da un 12,7% nel 2002 a un 5,8% nel 2016. Secondo alcuni autori il calo non è dovuto a una riduzione degli atteggiamenti antisemiti, ma ad una strategia comunicativa articolata; infatti, al fine di evitare la restrizione comunicativa che stigmatizza l’antisemitismo tradizionale in pubblico, questi atteggiamenti vengono incanalati in forme più socialmente accettabili di antisemitismo, come l’antisemitismo secondario e l’antisionismo. Un’altra spiegazione possibile per una parte della riduzione, soprattutto nelle giovani generazioni, è l’impatto dei programmi di educazione e prevenzione (Zick et al., 2016: 50).<br />
L’antisemitismo secondario è molto diffuso. Nel sondaggio Allbus del 2006 il 49,9% dei tedeschi intervistati conveniva che “molti ebrei cercano di trarre profitto dagli eventi del Terzo Reich e lasciano che i tedeschi paghino per questo” (Germania Ovest 52,2%, Germania Est 39,9%). Secondo l’indagine “Deutsche Zustände” del gruppo di Bielefeld, l’affermazione “molti ebrei cercano di trarre profitto dagli eventi del Terzo Reich” trovava d’accordo più del 50% degli intervistati nel 2002/03 (2003: 54,5%), ma ha mostrato un calo negli anni successivi, fino a circa un terzo nel 2007, poi una stabilizzazione a poco meno del 40% tra il 2008 e il 2011 (Zick / Küpper, 2011: 22). In un sondaggio dell’American Jewish Committee del 2002 il 52% degli intervistati tedeschi era d’accordo con l’affermazione che “gli ebrei stanno sfruttando la memoria della Shoah per i propri scopi” &#8211; solo il 30% non era d’accordo (AJC, 2002). Dal 2008, una crescente maggioranza era concorde con l’affermazione che Israele stava conducendo una <i>Vernichtungskrieg</i> (guerra di sterminio) contro i palestinesi: 68,4% nel 2004, 41,9% nel 2006, 49,2% nel 2008, 51,1% nel 2009 e 57,3% nel 2010 (Zick / Küpper 2011: 23; Leibold et al, 2012: 186). Nella sua equazione tra nazionalsocialismo e Israele e la sua implicita minimizzazione della Shoah, una tale affermazione costituisce una categoria speciale di antisemitismo secondario.<br />
L’affermazione sulla <i>Vernichtungskrieg </i>può essere interpretata come una forma di antisemitismo legata ad Israele, in quanto demonizza lo stato ebraico instaurando un’equazione storicamente infondata tra il genocidio ebraico durante la seconda guerra mondiale e la politica dello Stato ebraico verso i palestinesi.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Probabilmente la manifestazione più tipica di antisemitismo</strong> relativa a Israele è l&#8217;equazione Israele=ebrei. Tra il 30% e il 40% degli intervistati tedeschi riteneva che “alla gente non piacciono gli ebrei a causa delle politiche israeliane”: 2004: 44,4%, 2006: 29,9%, 2007: 32,8%, 2009: 33,9%, 2010: 38,4% (Zick / Küpper, 2011: 22). Coloro che sottoscrivono l’antisemitismo legato ad Israele, equiparano ebrei e Israele e, direttamente o indirettamente, mettono in discussione l’esistenza dello Stato ebraico in Medio Oriente. La presenza di doppi standard nei confronti di Israele può essere dimostrata dall’esistenza del termine Israelkritik (critica di Israele), una costruzione applicata ad un solo paese al mondo (UEA, 2017: 66). In sintesi, l’antisemitismo legato a Israele può essere definito come l’inimicizia o odio contro gli ebrei in quanto ebrei facendo riferimento allo Stato di Israele e alle sue politiche. Si incolpano tutti gli ebrei in tutto il mondo per le politiche israeliane, si critica Israele utilizzando i tradizionali stereotipi antisemiti e si caratterizzano le politiche israeliane come tipicamente ebraiche. Attraverso l’equazione tra Israele e il nazionalsocialismo, si demonizza lo Stato ebraico come il male supremo dei nostri tempi, un giudizio pieno di doppi standard.<br />
Molti studi documentano anche come i media tradizionali tedeschi abbiano parlato di Israele in modo parziale e antisemita (Jäger / Jäger, 2003, 2004; anche recentemente UEA, 2017: 124-7).<br />
Un recente incidente a Berlino può illustrare il fenomeno dell’antisemitismo relativo ad Israele. In una scuola elementare, un ragazzo ebreo era stato aggredito verbalmente con epiteti antisemiti e malmenato da compagni di scuola con un background familiare turco o arabo. I genitori del ragazzo lo hanno tolto dalla scuola e hanno reso pubblico il caso. Questo episodio è stato seguito da una intensa copertura mediatica a livello nazionale. Successivamente, i genitori di altri bambini della stessa scuola si sono lamentati in una lettera aperta perché si stava distruggendo la reputazione dell&#8217;istituto. Allo stesso tempo, hanno parlato anche del conflitto arabo-israeliano: in Medio Oriente vi è un “conflitto tra arabi ed ebrei” decennale e città diverse come Berlino, “con persone provenienti da “entrambe le religioni e le culture”, non potevano pagare per gli eccessi dei conflitti internazionali. È presente in questa lettera aperta uno degli elementi fondamentali dell’antisemitismo legato ad Israele: i genitori sottovalutano e relativizzano l’attacco antisemita da parte di musulmani tedeschi a un bambino ebreo in quanto parte di un conflitto reciproco e legittimo, come se il ragazzino ebreo fosse un soldato israeliano.<br />
Zick e Küpper hanno osservato un generale declino dell’antisemitismo dopo il 2002, ma dal 2007 vi è stata una stabilizzazione e in alcuni aspetti anche un aumento, senza tornare al livello del 2002 (Zick / Küpper, 2011: 20). In generale, dal momento dell’Intifada Al-Aqsa nel 2000, il peso del risentimento antisemita tra il pubblico tedesco si è sempre più spostato da un antisemitismo secondario, nel senso di odiare gli ebrei per la loro volontà di conservare la memoria della Shoah (come si manifesta nei discorsi circa le riparazioni o per il memoriale dell’Olocausto a Berlino) all’antisemitismo Israele-correlato. Ciò può essere considerato come un nuovo antisemitismo e, nonostante l’odio esplicito contro gli ebrei sia ancora condannato nella cultura pubblica democratica, i codici interpretativi dell’immagine degli ebrei stanno cambiando e la soglia di ciò che è permesso dire si è costantemente abbassata. Questa tendenza è favorita anche da processi decisionali opachi nell’ambito politico che aumentano il disincanto generale (Rensmann, 2004; Pallade, 2008). Un numero crescente di antisemiti sta mettendo da parte l’anonimato: espressioni antisemite pubbliche, lettere di odio e lettere minatorie ora tendono ad essere firmate (Bergmann / Wetzel, 2003: 49).<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Un aspetto che merita una particolare attenzione</strong> è l’antisemitismo presente nella popolazione musulmana in Germania. I musulmani sono autori di atti antisemiti in Germania come in altri paesi. Il numero di reati mostra molto chiaramente che l’autore-tipo di aggressioni antisemite è un non musulmano, di estrema destra, bianco e tedesco. Nel caso di Berlino, tuttavia, i musulmani hanno commesso un numero sproporzionato di atti di violenza antisemita (Kohlstruck / Ullrich, 2015: 89). Alcuni autori ci ricordano che queste cifre devono essere controllate per i tassi generalmente più elevati di reati violenti tra gli adolescenti di sesso maschile con un background migratorio turco (Möller, 2012: 249). In un recente sondaggio tra gli ebrei tedeschi, le persone colpite da attacchi antisemiti erano molto più propense a identificare i colpevoli nei musulmani, di quanto non fossero pronte a individuare autori non identificati, di sinistra o di destra. Tra i giovani, il livello di opinioni e atteggiamenti antisemiti sembra essere più alto tra i musulmani che tra i non-musulmani (Kohlstruck / Ullrich, 2015: 89; per l’antisemitismo Israele-correlato: Frindte et al, 2011: 219.).<br />
Dal 2002, si è assistito a un nuovo fenomeno: l’adesione di giovani con background familiare turco all’antisemitismo Israele-correlato. Mentre i musulmani tedeschi con un background turco si erano in gran parte astenuti dall’antisionismo antisemita fino ad allora, dal 2002 gli adolescenti maschi di questa comunità hanno sempre più espresso solidarietà con i palestinesi, in quanto fratelli musulmani e vittime del conflitto in Medio Oriente (Wetzel, 2014: 3).<br />
Si presume che l’antisemitismo tra i musulmani assolva a un certo numero di funzioni: fornisce un mezzo di costruzione e stabilizzazione dell’identità e un gruppo di appartenenza per i musulmani in un contesto nazionale, etnico o religioso (Freville et al, 2010: 194; Holz, 2005); è una forma di provocazione al fine di marcare la propria differenza; fornisce una compensazione nei confronti degli ebrei; permette la repressione delle proprie esperienze di esclusione per ragioni razziali attraverso l’incolpare gli ebrei (Messerschmidt, 2010: 95). Si tratta di una questione aperta se le versioni odierne di antisemitismo islamico abbiano le stesse funzioni dell’antisemitismo nella Germania imperiale – servano cioè come chiave per comprendere tutti i problemi politici, economici e culturali in corso e come una concessione a coloro che credono che la loro posizione sociale, politica e culturale nella società moderna sia in pericolo (cfr Jochmann, 1976). Klaus Holz estende la sua analisi all’antisemitismo islamista. A suo avviso, l’antisemitismo islamista svolge lo stesso ruolo che aveva l’antisemitismo tradizionale europeo: legittimare ideologicamente il nazionalismo attraverso la costruzione di un nemico universale (Holz, 2005: 13 e segg.; Kiefer, 2007).<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Per una valutazione del contesto tedesco è importante approfondire</strong> anche la prospettiva degli ebrei tedeschi. Non vi è ovviamente una sola “prospettiva ebraica”. Nel rapporto dell’European Agency for Fundamental Rights del 2013, il 29% delle persone che si identificano come ebree in Germania riferivano di aver vissuto una qualche forma di molestia negli ultimi 12 mesi, il 4% aveva subito attacchi antisemiti (FRA, 2013: 45-6), il 34% temeva di diventare una vittima di attacchi violenti, il 47% temeva insulti o minacce (ibid.: 35), il 63% evitava di mostrare segni di appartenenza all’ebraismo in pubblico attraverso i simboli religiosi e il 26% pensava di lasciare la Germania a causa della minaccia antisemita (ibid.: 35, 39- 40).<br />
Secondo un sondaggio condotto tra le comunità ebraiche di Berlino nel 2014 (Steinitz, 2015), gli<b> </b>ebrei berlinesi si astenevano dal mostrare la loro ebraicità in pubblico più di quanto avessero fatto agli inizi degli anni Novanta. A causa dell’ostilità e degli attacchi sui mezzi di trasporto pubblico e a scuola, molti mandavano i figli nelle scuole ebraiche ed evitavano i quartieri con alte percentuali di musulmani. Anche se lo studio ha sottolineato la necessità di prendere atto dell’antisemitismo nella maggioranza tedesca (ad esempio durante il dibattito sulla circoncisione nel 2012), la radicalizzazione tra i giovani musulmani è stata percepita come la principale minaccia. In particolare, “l’estate dell’odio”, (ibid.: 25) durante la campagna di Gaza del 2014, ha visto un picco dell’odio manifesto contro gli ebrei durante le manifestazioni anti-israeliane, nei mas media e nei canali social, con un aumento dell’ostilità e delle aggressioni antisemite. Tutto questo ha portato, secondo Steinitz, ad un grave peggioramento della libertà e della qualità della vita ebraica a Berlino. Un intervistato ha aggiunto che le comunità ebraiche in Germania si sentono lasciate sole nella lotta contro l’antisemitismo Israele-correlato, aiutate solo da rare espressioni di solidarietà da parte della maggioranza tedesca e dalle dichiarazioni, in gran parte soltanto simboliche, dei politici (ibid.: 26). Gli israeliani che vivono a Berlino, tuttavia, sono molto più rilassati e mostrano meno paura del contatto con i musulmani o gli arabi (ibid.: 18).<br />
Secondo una recente indagine quantitativa, il 78% degli ebrei tedeschi percepisce una minaccia crescente &#8211; on-line, nei media e durante le manifestazioni. Essi attribuiscono questo all’aumento dei rifugiati musulmani-arabi, ad un abbassamento della soglia di accettabilità sociale della critica verso Israele e ad un’ostilità crescente nei confronti delle minoranze a causa del gran numero di profughi.<br />
Nel mondo contemporaneo, il processo informativo avviene sempre più attraverso i social media, tuttavia, fino ad oggi, le indagini quantitative sull’antisemitismo nei social media sono rare. In generale, a causa della natura dell’antisemitismo, è difficile isolare il fenomeno a livello nazionale. Ma il ruolo dei social network è ampiamente riconosciuto. I social media servono come strumenti di networking per persone con interessi simili, anche se questo interesse è l&#8217;odio. I riferimenti circolari e le legittimazioni rendono facile stabilizzare anche la teoria del complotto più dubbia. Le attività antisemite di estrema destra e islamiste hanno spostato il loro peso dai siti web ai social network (Bundesministerium des Innern, 2011). Secondo l’Amadeu Antonio Stiftung (AAS), non ha più senso distinguere tra l’antisemitismo on-line e quello nel mondo reale. Contenuti e forme che appaiono online sono presenti anche nelle le strade (AAS, 2015). In generale, se si tratta di antisemitismo, gruppi e individui dell’estrema destra, islamisti, anti-globalizzazione di sinistra e il cosiddetto Mitte sono tutti presenti on-line. L’attivismo islamista ha guadagnato attenzione di recente mentre quello degli estremisti di destra è sempre stato evidente (vedi anche Wetzel, 2003, 2004).<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>È stato il drammatico aumento di contenuti razzisti nei social media</strong> (e le sue violente conseguenze nella vita reale) a spingere i procuratori tedeschi a mettere sotto accusa Facebook. Un sondaggio internazionale sulle cancellazioni effettuate da Facebook, Twitter e YouTube ha scoperto che i contenuti antisemiti (N = 2024) erano costituiti da un 5% di inviti alla violenza contro gli ebrei, da un 12% di negazione della Shoah, da un 49% di antisemitismo tradizionale, da un 34% di antisemitismo Israele-correlato. YouTube e Twitter, tuttavia, sembrano attrarre più contenuti antisemiti di Facebook (Oboler, 2016: 7).<br />
I Ministeri federali della Giustizia (BMJV) e per la Tutela dei consumatori, della famiglia, degli anziani, delle donne e della gioventù (BMFSFJ) hanno finanziano il monitoraggio dei contenuti di odio on-line e promosso un facile accesso alla segnalazione di crimini dell’odio. In base a questo monitoraggio, i propagandisti islamici usano Facebook, Twitter e YouTube per reclutare nuovi membri, in particolare attraverso l’incitamento antisemita nel contesto del conflitto tra Israele e palestinesi: demonizzazione di Israele come unico aggressore, vittimizzazione dei palestinesi e teorie del complotto. I giovani utenti dei social media spesso condividono questi contenuti in modo acritico. Il monitoraggio ha anche rilevato come l’antisemitismo sia una parte importante delle teorie del complotto, che hanno trovato un terreno ideale nei social. 980.000 persone hanno apprezzato la pagina di Facebook del collettivo tedesco Anonymous, che ha ospitato teorie revisioniste, antisemite e di cospirazione. YouTube offre facilmente materiale di negazione della Shoah, anche come auto-completamento della ricerca “Olocausto” &#8211; “Lüge” (Olocausto-bugia). Mentre YouTube ha reagito rapidamente alle richieste di rimozione, Facebook lo ha fatto solo nel 50% dei casi, e Google non ha reagito affatto. La struttura del web, con le sue modalità di quotazione, resta un processo opaco, in particolare per i giovani utenti.<br />
Il BMJV, Bundesministerium für Familie, Senioren, Frauen und Jugend, promise, nel marzo del 2016, di migliorare la rilevazione statistica dei reati a sfondo politico. I primi report sono stati rilasciati nel novembre del 2016. I dati mostrano un forte aumento dei crimini d’odio, soprattutto online. Il numero di casi on-line di istigazione e visualizzazione di violenza è aumentato da 500 a 2.300. In generale, le possibilità di essere condannati per crimini d’odio sui social media è molto bassa. La maggior parte dei casi deve essere chiuso a causa di una mancanza di prove, mentre i politici, le ONG e le autorità sono tutt’altro che preparati per gestire la criminalità su Internet, in quanto mancano di formazione, personale e volontà.<br />
Nel suo progetto per il dottorato di ricerca del 2012, Christian Hardinghaus ha contato 120 gruppi su Facebook che avevano la parola antisionismo nel titolo, criticavano Israele e promuovevano il suo boicottaggio, e la ricerca per la frase “io odio gli ebrei” comprendeva 653 gruppi (Hardinghaus, 2012: 104-8). Hardinghaus ha trovato estremamente facile leggere contenuto antisemita e nazista attraverso Facebook. Una sua ricerca del 2009 sui social network StudiVZ e SchülerVZ (all’epoca ancora più grande di Facebook) lo ha portato a concludere che i pregiudizi antisemiti prevalgono nella generazione dei social media. Dei suoi intervistati, il 31,9% ha affermato che l’influenza ebraica nel mondo era troppo grande; il 27% sosteneva l’esistenza di uno specifico carattere ebraico, che circa la metà di essi descriveva in modo negativo; il 21,4% credeva in differenze biologiche tra ebrei e non ebrei; il 18,6% riteneva che gli ebrei fossero colpevoli per la persecuzione dei nazisti; il 48,8% ha affermato che gli ebrei facevano troppo chiasso per il passato nazionalsocialista; e il 52,6% ha dichiarato che gli ebrei sfruttano la Shoah. In sintesi, il 75,5% dei suoi intervistati era d’accordo con almeno una delle dichiarazioni. StudiVZ è stato spesso criticato per ospitare gruppi e espressioni antisemite.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Quando il gruppo Simon Wiesenthal-Center</strong> su StudiVZ ha riportato i messaggi antisemiti di un gruppo denominato “Israel öffentlich kritisieren dürfen”, la reazione di StudiVZ è stata quella di chiudere il gruppo Simon-Wiesenthal (Bundesministerium des Innern 2011: 92).<br />
Il progetto di ricerca di Monika Schwarz-Friesel si focalizza sull’antisemitismo verbale e comprende i media on-line, in particolare i social media. I commenti e le attività di social network sono il luogo principale per l’antisemitismo di tutti i giorni. La semantica dell’antisemitismo sui social è omogenea indipendentemente dal fatto che le fonti siano di estrema destra, fondamentaliste cristiane o islamiche. Internet si rivela essere uno spazio di identità-stabilizzante per la comunicazione antisemita, fuori da ogni controllo. Online non vi è alcuna latenza di comunicazione riguardante l’antisemitismo &#8211; e la realtà virtuale incide sulla vita reale rendendo l’odio antiebraico parte integrante della comunicazione pubblica. I nuovi media online in tal modo sostengono la normalizzazione dell’odio antisemita: le osservazioni antisemite non sono vietate e il pericolo dell’antisemitismo contemporaneo è negato. Con le loro caratteristiche specifiche di nuovi media, servono come catalizzatori per una radicalizzazione crescente del linguaggio antisemita, in particolare per quanto riguarda Israele e la recessione economica. L’antisemitismo nei commenti delle pagine web di grandi media online come i giornali non viene espresso in forma anonima, non è contraddetto, censurato o altrimenti proscritto. In questo contesto, tali espressioni appaiono come un parere legittimo, non un crimine d’odio (Becker / Gisel, 2016: 118-25; Schwarz-Friesel, 2013).<br />
Judith Rahner ha analizzato 100 profili Facebook di giovani berlinesi che si sono dichiarati musulmani durante la guerra di Gaza nel 2014. Molti profili, che in precedenza non erano politicizzati, lo sono diventati bruscamente, in tanti casi con modalità antisemite. I contenuti pubblicati si riferivano alla tradizionale calunnia antisemita dell’omicidio rituale (sostenendo che Israele ha sistematicamente preso di mira bambini palestinesi), e alle teorie del complotto e all’antisemitismo Israele-correlato (equazione tra il nazionalsocialismo e Israele, negazione del diritto di esistere dello Stato ebraico, colpevolizzazione delle vittime della Shoah) e sono stati in gran parte scaricati da siti web islamisti (UEA 2017: 130-40).<br />
Secondo alcune indagini, più della metà degli intervistati ritiene i social media uno strumento molto importante per la diffusione di stereotipi razzisti o antisemiti, ma non per la loro formazione. Molti hanno sottolineato la loro funzione di amplificatori, catalizzatori e strumenti di mobilitazione, influenza e radicalizzazione virtuale &#8216;sicura&#8217; di persone che pensano isolate da qualsiasi discussione critica. La mancanza di filtri e di controllo (sociale) è stato citato più volte, così come la loro disponibilità a pubblicare commenti di odio in (pseudo) anonimato. In sintesi, viene riconosciuta la funzione di Internet come un “organo centrale per i messaggi di odio, di notizie false e stereotipi”. Allo stesso tempo, la maggior parte ha sottolineato che i social media potrebbero essere utilizzati anche come mezzo per contrastare i pregiudizi.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>La relazione degli esperti indipendenti al Ministero Federale</strong> <strong>degli Interni</strong> nel 2011 ha rilevato che difficilmente si trovano stereotipi antisemiti nella televisione tedesca &#8211; a differenza di altri Paesi europei e delle pubblicazioni della destra radicale e degli islamisti. Ma in relazione al conflitto in Medio Oriente e alla crisi finanziaria, gli stereotipi tradizionali antisemiti erano entrati nei media.<br />
La copertura del conflitto israelo-palestinese ignorava la diversità della società israeliana, mostrando spesso pregiudizi a favore dei palestinesi e contro Israele (se non nel testo, nell’immagine e nel contesto), una tendenza riflessa in gran parte nella società tedesca (Bundesministerium des Innern 2011: 98ff). La copertura della crisi finanziaria ha ricorrentemente menzionato il fatto che Bernard Madoff e l’investitore Haim Saban, che aveva acquistato il gruppo Kirch Media, fossero ebrei (ibid.: 102ff.). Altri autori arrivano a una conclusione molto più critica: l’antisemitismo era diffuso tra i giornalisti, che lo hanno espresso nella loro copertura delle notizie riguardanti Israele e il Medio Oriente. I media tedeschi hanno, in modo subliminale, convogliato la narrazione secondo la quale senza Israele ci sarebbe stata la pace in Medio Oriente. Le critiche contro Israele sono state esagerate, storie false e notizie fabbricate ad arte spesso sono state pubblicate senza che nessuno le verificasse e le presunte violazioni dei diritti umani da parte dello Stato ebraico hanno ricevuto molta più attenzione rispetto a qualsiasi altra parte del mondo (Shapira / Hafner, 2010). 102ff.).<br />
La società tedesca come risponde a questo crescente antisemitismo?<br />
Le statistiche della polizia in materia di crimini d’odio sono state riformate nel 2001, dopo le critiche dell’opinione pubblica, dato che il vecchio sistema minimizzava la portata della violenza dell’estrema destra, in particolare il bilancio delle vittime dal 1990. Dal 2001, sono state registrate diverse motivazioni per i reati a sfondo politico, tra cui l&#8217;antisemitismo, ma ancora permangono le problematiche categorie di estremismo di destra, sinistra e straniero.<br />
Per eliminare le carenze nelle statistiche di registrazione della magistratura, nel marzo del 2016, il Ministero Federale di Giustizia e Tutela dei consumatori ha avviato un’iniziativa per fornire un resoconto più dettagliato e uniforme dei reati a sfondo politico &#8211; tra cui differenziazioni tra le indagini, le accuse e le condanne comminate. Questo ha portato, a partire dal 2014, a statistiche relative ai reati antisemiti. Nel 2013, l’Amministrazione della giustizia federale aveva iniziato a raccogliere e pubblicare dati unificati sul crimine a sfondo politico, in cui rientrava la categoria di reati antisemiti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un altro problema nella reazione dello Stato tedesco all’antisemitismo</strong> è il rifiuto ricorrente della magistratura a considerare l’antisemitismo. Un caso che ha destato l’attenzione internazionale è stato l’attacco incendiario alla sinagoga di Wuppertal nel 2014 da parte di tre uomini, di origine palestinese, che avevano vissuto in Germania come rifugiati per 15 anni. Il loro attacco con sei bottiglie molotov è stato considerato da tre Corti consecutive non un atto antisemita, ma piuttosto una “critica della politica di Israele” &#8211; i giudici hanno accettato le scuse dei tre che volevano solo attirare l’attenzione sul conflitto a Gaza.<br />
Un altro caso di rilievo è stato quello della giornalista Jutta Ditfurth a cui è stato vietato, da un tribunale di Monaco di Baviera, di definire il famigerato antisemita e attivista della Nuova Destra Jürgen Elsässer, un “antisemita duro a morire”. Particolarmente preoccupante è la tesi del giudice, secondo il quale la definizione “antisemita duro a morire” potrebbe applicarsi solo a coloro che si rifiutavano di prendere le distanze dal nazionalsocialismo. Lo stesso giudice ha proibito alla Presidente della comunità ebraica di Monaco, sopravvissuta della Shoah, Charlotte Knobloch, di ripetere il suo giudizio estremamente negativo sul pubblicista ebreo Abraham Melzer che aveva equiparato Israele al nazionalsocialismo e notoriamente indicato la Knobloch, un’ebrea tedesca, come un’agente israeliana.<br />
Per quanto riguarda i crimini dell’odio on-line, i Ministeri Federali di Giustizia e di Tutela dei consumatori (BMJV) e della famiglia, degli anziani, della donna e della gioventù (BMFSFJ) hanno finanziato il monitoraggio dei contenuti di odio on-line e promosso un facile accesso per la loro segnalazione. Le due istituzioni di osservazione più rilevanti sono jugendschutz.net con il suo progetto hass-im-netz.info, promosso dal Governo federale e statale, e netz-gegen-nazis.de, un progetto della Fondazione Amadeu Antonio (AAS), un’organizzazione non governativa. Entrambi stanno monitorando attivamente la rete, segnalando i contenuti di odio ai proprietari delle piattaforme, esigendone la cancellazione e ottenendola nell’80% dei casi.<br />
Due progetti di monitoraggio sono stati avviati in modo esplicito per gli episodi antisemiti, nel 2015 a Berlino e nel 2016 a Kassel. Oltre a ciò, molti progetti di monitoraggio coprono diverse forme di ostilità, come il ‘Berliner Register’ per le aggressioni da parte della destra radicale e gli atti discriminatori.<br />
Il Ministero Federale della Giustizia ha tracciato una linea chiara tra il crimine d’odio e la violenza motivata politicamente, dichiarando che le aziende con guadagni significativi provenienti dai social media erano socialmente obbligate a evitare che le loro piattaforme fossero usate impropriamente per i crimini di odio, razzismo, antisemitismo o fantasie terroristiche islamiste (SCA4). È stato il drastico aumento del contenuto razzista nei social (e le sue violente conseguenze sulla vita reale) a spingere i procuratori ad indagare Facebook. In seguito, è stato siglato un accordo tra il Governo tedesco e Facebook, Google (YouTube) e Twitter secondo il quale i contenuti illegali devono essere cancellati entro 24 ore.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Un studio internazionale sulla soppressione</strong> di contenuti illegali sulle tre piattaforme ha scoperto che dieci mesi dopo la segnalazione di contenuti offensivi, gran parte di essa era ancora accessibile: il 25% di messaggi di incitamento alla violenza antisemita su Facebook e il 96% di antisemitismo legato ad Israele su YouTube (Oboler 2016: 7). Se la quota di cancellazione non fosse aumentata, il Ministro Federale della Giustizia ha annunciato che avrebbe preso in considerazione la possibilità di mettere sotto accusa i proprietari delle piattaforme, imponendogli di rendere noto il numero dei casi segnalati e dei contenuti illegali cancellati. Questa iniziativa ora si è materializzata in una proposta di legge.<br />
La comprensione del nuovo antisemitismo è limitata non solo a livello pratico, ma anche a livello concettuale.<br />
La Commissione Europea contro il razzismo e l’intolleranza lamentava nella sua relazione del 2014 che la Germania non riuscisse a riconoscere, registrare e punire i crimini motivati da razzismo e altre ideologie di intolleranza per quello che erano. L’ultimo rapporto (2017) accoglie positivamente alcuni miglioramenti, come l’integrazione della sottocategoria crimini d’odio nelle statistiche della polizia e la modifica del codice penale che rende le motivazioni razziste e xenofobe circostanze aggravanti. Ma deplora, tuttavia, le lacune ancora presenti; in particolare, la mancata rilevanza della motivazione del colpevole e dell’opinione della vittima e il mantenimento della fuorviante meta-categoria di “reato a sfondo politico”.<br />
L’antisemitismo rimane un problema in Germania, come atteggiamento e come minaccia concreta. La diminuzione apparente nelle sue forme tradizionali può essere in parte attribuita alla sua articolazione in un antisemitismo Israele-correlato o in un antisemitismo secondario. Secondo alcune analisi, l’antisemitismo Israele-correlato è sposato da quasi la metà della popolazione, il che rende questo aspetto molto importante per comprendere la nuova forma di antisemitismo presente in Germania. Riferendosi ad un conflitto esistente, è particolarmente pericoloso perché è ampiamente diffuso in tutti i segmenti della società e perché è facile per i suoi sostenitori mascherare il loro antisemitismo sotto la maschera della critica ad Israele.<br />
Esiste un problema di autenticità per la maggior parte degli attori della società tedesca. Finché insegnanti, operatori sociali, funzionari pubblici, agenti di polizia e giudici rifiuteranno di riconoscere i propri stereotipi antisemiti sarà difficile condurre una lotta vittoriosa contro un nuovo antisemitismo complesso e multiforme.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><b> </b></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">AAS (Amadeu Antonio Stiftung), ed. 2015. <i>Lagebild Antisemitismus 2015</i>. <a href="http://www.amadeu-antonio-stiftung.de/w/files/pdfs/aas-lagebild-antisemitismus-2015.pdf"><span style="color: #000000;">www.amadeu-antonio-stiftung.de/w/files/pdfs/aas-lagebild-antisemitismus-2015.pdf</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">ADL (Anti-Defamation League), ed. 2012. <i>Attitudes Toward Jews In Ten European Countries. March 2012</i>. <a href="http://archive.adl.org/anti_semitism/adl_anti-semitism_presentation_february_2012.pdf"><span style="color: #000000;">http://archive.adl.org/anti_semitism/adl_anti-semitism_presentation_february_2012.pdf</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">ADL (Anti-Defamation League), ed. 2015. <i>Executive Summary: ADL Global 100 Poll – 2015 Update in 19 countries</i>. 2015. www.adl.org/assets/pdf/press-center/ ADL-Global-100-Executive-Summary-2015.pdf</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"> AJC (American Jewish Committee), ed. 2002. <i>German Attitudes Toward Jews, The Holocaust and the U.S. </i><a href="http://www.ajc.org/site/apps/nlnet/content3.aspx?c=7oJILSPwFfJSG&amp;b=8449863&amp;ct=12486235"><span style="color: #000000;">www.ajc.org/site/apps/nlnet/content3.aspx?c=7oJILSPwFfJSG&amp;b=8449863&amp;ct=12486235</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Antidiskriminierungsstelle des Bundes, ed. 2016. <i>Akzeptanz religiöser und weltanschaulicher Vielfalt in Deutschland. Ergebnisse einer repräsentativen Umfrage</i>. Berlin. <a href="http://www.antidiskriminierungsstelle.de/SharedDocs/Downloads/DE/publikationen/Umfragen/Bericht_zur_Umfrage_Akzeptanz_religioeser_und_weltanschaulicher_Vielfalt_in_Deutschland.pdf?__blob=publicationFile&amp;v=2"><span style="color: #000000;">www.antidiskriminierungsstelle.de/SharedDocs/Downloads/DE/publikationen/Umfragen/Bericht_zur_Umfrage_Akzeptanz_religioeser_und_weltanschaulicher_Vielfalt_in_Deutschland.pdf?__blob=publicationFile&amp;v=2</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Arnold, Sina, Jana König. 2016. <i>Flucht und Antisemitismus. Erste Hinweise zu Erscheinungsformen von Antisemitismus bei Geflüchteten und mögliche Umgangsstrategien. Qualitative Befragung von Expert_innen und Geflüchteten. Expertise für den Expertenkreis Antisemitismus</i>. Berliner Institut für empirische Integrations – und Migrationsforschung (BIM), Humboldt-Universität zu Berlin.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Attia, Iman. 2013. “Das Konzept der ‘gruppenbezogenen Menschenfeindlichkeit’. Einige kritische Anmerkungen”. In <i>Soziologische Revue </i>36, pp. 3–9.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bade, Klaus J. 1994. <i>Homo Migrans. Wanderungen aus und nach Deutschland. Erfahrungen und Fragen</i>. Stuttgarter Vorträge zur Zeitgeschichte, 2. Essen: Klartext.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bade, Klaus J., Jochen Oltmer. 2004. <i>Normalfall Migration</i>. Bonn: Bundeszentrale für politische Bildung.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Becker, Matthias Jakob, Linda Giesel. 2016. “‘Reich ist ein jüdischer Name…’. Kontinuitäten antisemitischen Sprachgebrauchs in den Neuen Medien”. In <i>Schiefheilungen. Zeitgenössische Betrachtungen über Antisemitismus</i>. A cura di Charlotte Busch, Martin Gehrlein, Tom David Uhlig. Wiesbaden: Springer VS, pp. 111–29.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Benz, Wolfgang. 2008. “Vorwort”. In <i>Jahrbuch für Antisemitismusforschung </i>17, pp. 9–14.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bergmann, Werner. 2008. “Vergleichende Meinungsforschung zum Antisemitismus in Europa und die Frage nach einem ‘neuen europäischen Antisemitismus’”. In <i>Feindbild Judentum. Antisemitismus in Europa</i>. A cura di Lars Rensmann e Julius H. Schoeps. Berlin: Verlag für Berlin-Brandenburg, pp. 473–507.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bergmann, Werner, Rainer Erb. 1986. “Kommunikationslatenz, Moral und öffentliche Meinung: theoretische Überlegungen zum Antisemitismus in der Bundesrepublik Deutschland”. In <i>Kölner Zeitschrift für Soziologie und Sozialpsychologie </i>38.2, pp. 223–46.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bergmann, Werner and Juliane Wetzel. 2003. <i>Manifestations of anti-Semitism in the European Union</i>. Wien: European Monitoring Centre on Racism and Xenophobia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bertelsmann-Stiftung, ed. 2015. <i>Religionsmonitor. Verstehen was verbindet. Sonderauswertung Islam 2015. Die wichtigsten Ergebnisse im Überblick</i>. <a href="http://www.bertelsmann-stiftung.de/fileadmin/files/Projekte/51_Religionsmonitor/Zusammenfassung_der_Sonderauswertung.pdf"><span style="color: #000000;">www.bertelsmann-stiftung.de/fileadmin/files/Projekte/51_Religionsmonitor/Zusammenfassung_der_Sonderauswertung.pdf</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Betzler, Lukas, Manuel Glittenberg. 2015. <i>Antisemitismus im deutschen Mediendiskurs. Eine Analyse des Falls Jakob Augstein</i>. Baden-Baden: Nomos.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Beyer, Heiko. 2015. “Theorien des Antisemitismus: Eine Systematisierung”. In <i>KZfSS Kölner Zeitschrift für Soziologie und Sozialpsychologie </i>67, pp. 573–89. <a href="http://dx.doi.org/10.1007/s11577–015–0332–7"><span style="color: #000000;">http://dx.doi.org/10.1007/s11577–015–0332–7</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bildungsstätte Anne Frank, ed. 2013. <i>Weltbild Antisemitismus, Didaktische und methodische Empfehlungen für die pädagogische Arbeit in der Migrationsgesellschaft</i>. Frankfurt/M.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Brettfeld, Karin, Peter Wetzels. 2007. <i>Muslime in Deutschland. Integration, Integrationsbarrieren, Religion und Einstellungen zu Demokratie, Rechtstaat und politisch-religiös motivierter Gewalt. Ergebnisse von Befragungen im Rahmen einer multizentrischen Studie in städtischen Lebensräumen</i>. Hamburg: Bundesministerium des Innern.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bundesamt für Migration und Flüchtlinge 2011, <i>Migrationsbericht 2011</i>. Bundesministerium des Innern. www.bamf.de/SharedDocs/Anlagen/DE/Publikationen/Migrationsberichte/migrationsbericht-2015.pdf?__ blob=publicationFile.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bundesamt für Migration und Flüchtlinge 2015, <i>Migrationsbericht 2015</i>. Bundesministerium des Innern. www.bamf.de/SharedDocs/Anlagen/DE/Publikationen/Migrationsberichte/migrationsbericht-2015.pdf?__ blob=publicationFile .</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bundesamt für Migration und Flüchtlinge, ed. 2016. <i>Das Bundesamt in Zahlen 2015. Asyl, Migration und Integration</i>. Nürnberg.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bundeskriminalamt, ed. 2015. <i>Kriminalität im Kontext von Zuwanderung. Bundeslagebild 2015</i>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bundesministerium des Innern, ed. 2011. <i>Antisemitismus in Deutschland. Erscheinungsformen, Bedingungen, Präventionsansätze. Bericht des unabhängigen Expertenkreises Antisemitismus</i>. Berlin.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Bunzl, John, Alexandra Senfft, eds. 2008. <i>Zwischen Antisemitismus und Islamophobie. Vorurteile und Projektionen in Europa und Nahost</i>. Hamburg: VSA.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Butterwegge, Christoph. 2010. “Extremismus, – Totalitarismus – und Populismustheorien: Ideologien zur Diskreditierung der Linken. Eine Grundsatzkritik an ihren analytischen Defiziten, verborgenen Interessen und politischen Implikationen”. In <i>Jahrbuch für Extremismus – und Terrorismusforschung 2009 / 2010</i>. A cura di Armin Pfahl-Traughber. Schriften zur Extremismus – und Terrorismusforschung, 3. Brühl/Rheinland: Fachhochschule des Bundes für öffentliche Verwaltung, pp. 33–60.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Coors, Heiner. 2016. “Antisemitismus in der Migrationsgesellschaft”. In <i>Antisemitismus in der Migrationsgesellschaft</i>. A cura del MBT Hessen Regionalstelle Nord-/Osthessen des beratungsNetzwerks Hessen. Kassel, pp. 5–15.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Dantschke, Claudia. 2009. ‘Feindbild Juden – zur Funktionalität der antisemitischen Gemeinschaftsideologie in muslimisch geprägten Milieus’. In ‘<i>Die Juden sind schuld’. Antisemitismus in der Einwanderungsgesellschaft am Beispiel muslimisch sozialisierter Milieus</i>. Berlin: Amadeu Antonio Stiftung, pp. 14–19.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Decker, Oliver Elmar Brähler. 2016. ‘Autoritäre Dynamiken: Ergebnisse der bisherigen ’Mitte’-Studien und Fragestellung’. In <i>Die enthemmte Mitte. Autoritäre und rechtsextreme Einstellung in Deutschland</i>. A cura di Oliver Decker, Johannes Kiess, e Elmar Brähler. Gießen: Psychosozial-Verlag, pp. 11–22.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Decker, Oliver, Elmar Brähler, Norman Geißler. 2006. <i>Vom Rand zur Mitte. Rechtsextreme Einstellung und ihre Einflussfaktoren in Deutschland</i>. Berlin: Friedrich-Ebert-Stiftung.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Decker, Oliver, Johannes Kiess, Elmar Brähler, eds. 2014. <i>Die stabilisierte Mitte. Rechtsextreme Einstellung in Deutschland 2014</i>. Die ’Mitte’-Studien der Universität Leipzig. Leipzig: Kompetenzzentrum für Rechtsextremismus – und Demokratieforschung, Universität Leipzig.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Decker, Oliver, Johannes Kiess, Elmar Brähler, eds. 2016. <i>Die enthemmte Mitte. Autoritäre und rechtsextreme Einstellung in Deutschland</i>. Gießen: Psychosozial-Verlag.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Decker, Oliver et al. 2010. <i>Die Mitte in der Krise. Rechtsextreme Einstellung in Deutschland 2010</i>. Berlin: Friedrich-Ebert-Stiftung.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Decker, Oliver et al. 2014. “Die ‘Mitte’-Studie 2016: Methode, Ergebnisse und Zeitverlauf”. In <i>Die enthemmte Mitte. Autoritäre und rechtsextreme Einstellung in Deutschland</i>. A cura di Oliver Decker, Johannes Kiess, e Elmar Brähler. Gießen: Psychosozial-Verlag, pp. 23–66.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Demirel, Aycan. 2011. “Antisemitismus in türkischsprachigen Medien”. In <i>Jahrbuch für Antisemitismusforschung </i>20, pp. 213–39.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Drüeke, Ricarda. 2016. <i>Die TV-Berichterstattung in ARD und ZDF über die Silvesternacht 2015/16 in Köln</i>. A cura di Heinrich-Böll-Stiftung. Berlin: Gunda-Werner-Institut. <a href="http://www.gwi-boell.de/sites/default/files/web_161122_e-paper_%20gwi_medienanalysekoeln_v100.pdf"><span style="color: #000000;">www.gwi-boell.de/sites/default/files/web_161122_e-paper_ gwi_medienanalysekoeln_v100.pdf</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Feustel, Susanne, Jennifer Stange, e Tom Strohschneider, eds. 2012. <i>Verfassungsfeinde? Wie die Hüter von Denk – und Gewaltmonopolen mit dem “Linksextremismus” umgehen</i>. Hamburg: VSA.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Fick, Patrick et al. 2014. <i>Integration gelungen? Die fünf größten Zuwanderergruppen in Baden-Württemberg im Generationenvergleich. Ergebnisse einer Mehrthemenbefragung</i>. Baden-Württemberg, Ministerium für Integration.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Follert, Guido, Wolfram Stender. 2010. “Das kommt jetzt wirklich nur aus der muslimischen Welt. “Antisemitismus bei Schülern in der Wahrnehmung von Lehrern und Schulsozialarbeitern – Zwischenergebnisse aus einem Forschungsprojekt”. In <i>Konstellationen des Antisemitismus. Antisemitismusforschung und sozialpädagogische Praxis</i>. A cura di Wolfram Stender, Guido Follert, and Mihri Özdogan. Perspektiven kritischer Sozialer Arbeit, 8. Wiesbaden: VS Verlag für Sozialwissenschaften, pp. 199–223.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Foroutan, Naika. 2013. “Die entsicherte Gesellschaft im Blick – Heitmeyer und die deutschen Zustände”. In <i>Soziologische Revue </i>36, pp. 14–20.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Foroutan, Naika et al. 2015. <i>Deutschland postmigrantisch II – Einstellungen von Jugendlichen und jungen Erwachsenen zu Gesellschaft, Religion und Identität</i>. 2nd ed. Berlin: Humboldt-Universität zu Berlin.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Forum für kritische Rechtsextremismusforschung, ed. 2011. <i>Ordnung. Macht. Extremismus. Effekte und Alternativen des Extremismus-Modells</i>. Wiesbaden.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">FRA (European Agency for Fundamental Rights) 2013. <i>Discrimination and hate crime against Jews in EU Member States: experiences and perceptions of antisemitism</i>. http://fra.europa.eu/en/publication/2013/discrimination-an d-hate-crime-against-jews-eu-member-states-experiences-and.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Fréville, Gabriel, Susanna Harms, Serhat Karakayali. 2010. “‘Antisemitismus – ein Problem unter vielen’. Ergebnisse einer Befragung in Jugendclubs und Migrant/innen-Organisationen”. In <i>Konstellationen des Antisemitismus. Antisemitismusforschung und sozialpädagogische Praxis</i>. A cura di Wolfram Stender, Guido Follert, and Mihri Özdogan. Perspektiven kritischer Sozialer Arbeit, 8. Wiesbaden: VS Verlag für Sozialwissenschaften, pp. 185–96.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Freytag, Ronald. 2016. <i>Flüchtlinge 2016. Studie der HMKW zu Demokratieverständnis und Integrationsbereitschaft von Flüchtlingen 2016</i>. Hochschule für Medien, Kommunikation und Wirtschaft. www.hmkw.de/fileadmin/media/downloads/pdfs/Publikationen/HMKW_Fl%C3%BCchtlinge_2016_Studie_ Ronald_Freytag_20160815.pdf.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Frindte, Wolfgang, Dorit Wammetsberger. 2008. <i>Antisemitismus in Deutschland: Sozialwissenschaftliche Befunde</i>. A cura di Lars Rensmann and Julius H. Schoeps. Berlin, pp. 261–95.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Frindte, Wolfgang et al. 2011. <i>Lebenswelten junger Muslime in Deutschland</i>. Berlin: Bundesministerium des Innern.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Funck, Marcus. 2016. “Wie antisemitisch ist dieser AfD-Politiker?” In <i>Die Zeit </i>(6 Sept.). <a href="http://www.zeit.de/2016/34/wolfgang-gedeon-antisemitismus-afd"><span style="color: #000000;">www.zeit.de/2016/34/wolfgang-gedeon-antisemitismus-afd</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">GESIS (Leibniz-Institut für Sozialwissenschaften), ed. 2016. <i>Allgemeine Bevölkerungsumfrage der Sozialwissenschaften ALLBUS 2016 – Pre-release</i>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Glaser, Michaela and Sally Hohnstein. 2012. “Ethnozentrismus und Antisemitismus in Migrationskontexten – ein Überblick über den Forschungsstand”. In <i>Ethnozentrismus und Antisemitismus bei Jugendlichen mit Migrationshintergrund. Erscheinungsformen und pädagogische Praxis in der Einwanderungsgesellschaft</i>. A cura di Frank Greuel e Michaela Glaser. Halle: Deutsches Jugendinstitut, pp. 10–25.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Goldenbogen, Anne. 2013. “Zwischen Diversität und Stigmatisierung. Antisemitismus und Bildungsarbeit in der Migrationsgesellschaft”. In <i>Widerspruchstoleranz. Ein Theorie-Praxis-Handbuch zu Antisemitismuskritik und Bildungsarbeit</i>. A cura di Kreuzberger Initiative gegen Antisemitismus (KIgA e.V.) Berlin, pp. 19–22.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Gostomski, Christian Babka von et al. 2016. <i>IAB-BAMF-SOEP-Befragung von Geflüchteten: Überblick und erste Ergebnisse. IAB-Forschungsbericht 14</i>. IAB Institut für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Gryglewski, Elke. 2013. <i>Anerkennung und Erinnerung. Zugänge arabisch-palästinensischer und türkischer Berliner Jugendlicher zum Holocaust</i>. Berlin: Metropol.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Hardinghaus, Christian. 2012. ‘<i>Der ewige Jude’ und die Generation Facebook. Antisemitische NS-Propaganda und Vorurteile in sozialen Netzwerken</i>. Marburg: Tectum.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Haug, Sonja, Stephanie Müssig, Anja Stichs. 2009. <i>Muslimisches Leben in Deutschland, im Auftrag der Deutschen Islam Konferenz</i>. Forschungsbericht, 6. Nürnberg: Bundesamt für Migration und Flüchtlinge.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Haug, Sonja et al. 2017. <i>Asylsuchende in Bayern. Eine quantitative und qualitative Studie. Abschlussbericht</i>. München: Hanns-Seidel-Stiftung.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Häusler, Alexander. 2016. “Die AfD als rechtspopulistischer Profiteur der Flüchtlingsdebatte”. In <i>Die enthemmte Mitte. Autoritäre und rechtsextreme Einstellung in Deutschland</i>. A cura di Oliver Decker, Johannes Kiess, Elmar Brähler. Gießen: Psychosozial-Verlag, pp. 167–78.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Heitmeyer, Wilhelm. 2003. “Gruppenbezogene Menschenfeindlichkeit. Die theoretische Konzeption und empirische Ergebnisse aus 2002 sowie 2003”. In <i>Deutsche Zustände. Folge 2</i>. A cura di Wilhelm Heitmeyer. Berlin: Suhrkamp, pp. 13–32.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Heitmeyer, Wilhelm. 2012. “Gruppenbezogene Menschenfeindlichkeit (GMF) in einem entsicherten Jahrzehnt”. In <i>Deutsche Zustände. Folge 10</i>. A cura di Wilhelm Heitmeyer. Berlin: Suhrkamp, pp. 15–41.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Heitmeyer, Wilhelm, Joachim Müller, Helmut Schröder. 1997. <i>Verlockender Fundamentalismus. Türkische Jugendliche in Deutschland</i>. Kultur und Konflikt. Frankfurt am Main: Suhrkamp.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Hofmann, Gunter. 2012. “Das Soziale und der Zeitgeist. Eine Einlassung auf das letzte Jahrzehnt”. In <i>Deutsche Zustände. Folge 10</i>. A cura di Wilhelm Heitmeyer. Berlin: Suhrkamp, pp. 42–60.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Holz, Klaus. 2005. <i>Die Gegenwart des Antisemitismus. Islamistische, demokratische und antizionistische Judenfeindschaft</i>. Hamburg: Hamburger Edition.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Holz, Klaus. 2001. <i>Nationaler Antisemitismus. Wissenssoziologie einer Weltanschauung</i>. Hamburg: Hamburger Edition.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Holz, Klaus. 2006. “Neuer Antisemitismus? Wandel und Kontinuität der Judenfeindschaft”. In <i>Antisemitismus in Europa und der arabischen Welt. Ursachen und Wechselbeziehungen eines komplexen Phänomens</i>. A cura di Dirk Ansorge. Paderborn/Frankfurt a. M.: Bonfatius/Otto Lembeck, pp. 51–79.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Hövermann, Andreas, Eva Groß. 2016. “Menschenfeindlicher und rechtsextremer – Die Veränderung der Einstellungen unter AfD-Sympathisanten zwischen 2014 und 2016”. In <i>Gespaltene Mitte – Feindselige Zustände. Rechtsextreme Einstellungen in Deutschland 2016</i>. Hgg. für die Friedrich-Ebert- Stiftung von Ralf Melzer. Bonn: J.H.W. Dietz Nachf, pp. 167–83.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Jäger, Siegfried and Margarete Jäger. 2004. “Die Nahost-Berichterstattung zur Zweiten Intifada in deutschen Printmedien”. In <i>Gefühlte Geschichte und Kämpfe um Identität</i>. A cura di Siegfried Jäger and Franz Januschek. Münster: Unrast, pp. 147–68.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Jäger, Siegfried, Margarete Jäger. 2003. <i>Medienbild Israel. Zwischen Solidarität und Antisemitismus</i>. Münster/London/Hamburg: LIT.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Jikeli, Günther. 2012. “Antisemitism among European Muslims”. In <i>Studies in Antisemitism. Resurgent Antisemitism: Global Perspectives</i>. A cura di Alvin H. Rosenfeld. Bloomington, IN: Indiana University Press, 2013, pp. 268–307.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Jochmann, Werner. 1976. “Struktur und Funktion des deutschen Antisemitismus”. In <i>Juden im Wilhelminischen Deutschland 1890–1914. Ein Sammelband</i>. A cura di Werner E. Mosse and Arnold Paucker. Schriftenreihe wissenschaftlicher Abhandlungen des Leo Baeck Instituts, 33. Tübingen: J.C.B. Mohr (Paul Siebeck), pp. 389–477.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Kempf, Wilhelm. 2015. <i>Israelkritik zwischen Antisemitismus und Menschenrechtsidee. Eine Spurensuche</i>. Friedens – und Demokratiepsychologie, 12. Berlin: Irena Regener.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Kiefer, Michael. 2012. <i>Antisemitismus unter muslimischen Jugendlichen – Randphänomen oder Problem? </i>Oct. 24.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">www.bpb.de/politik/extremismus/ antisemitismus/145728/antisemitismus-unter-muslimischen-juge ndlichen-randphaenomen-oder-problem.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Kiefer, Michael. 2007. “Islamistischer oder islamisierter Antisemitismus?” In <i>Antisemitismus und radikaler Islamismus</i>. A cura di Benz Wolfgang e Wetzel Juliane. Antisemitismus: Geschichte und Strukturen, 4. Essen: Klartext, pp. 71–84.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">KIgA (Kreuzberger Initiative gegen Antisemitismus), ed. 2017. <i>Discover Diversity – Politische Bildung mit Geflüchteten</i>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Kohlstruck, Michael, Peter Ullrich. 2015. <i>Antisemitismus als Problem und Symbol. Phänomene und Interventionen in Berlin</i>. A cura del Landeskommission Berlin gegen Gewalt. Berliner Forum Gewaltprävention, 52. Berlin. <a href="https://depositonce.tu-erlin.de/bitstream/11303/4866/1/kohlstruck_et-al.pdf"><span style="color: #000000;">https://depositonce.tu-erlin.de/bitstream/11303/4866/1/kohlstruck_et-al.pdf</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Lantzsch, Malte. 2016. “Man muss lebensweltlich näher bei den Jugendlichen anfangen”. Interview mit Manuel Glittenberg. In <i>Antisemitismus in der Migrationsgesellschaft</i>. A cura di MBT Hessen Regionalstelle Nord-/Osthessen des beratungs Netzwerks Hessen. Kassel, pp. 16–19.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Leggewie, Claus. 2000. “Integration und Segregation”. In <i>Migrationsreport 2000. Fakten – Analysen – Perspektiven. Für den Rat für Migration herausgegeben</i>. A cura di Klaus J. Bade e Rainer Münz. Bonn: Bundeszentrale für politische Bildung, pp. 85–107.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Leibold, Jürgen, Steffen Kühnel, Wilhelm Heitmeyer. 2006. “Abschottung von Muslimen durch generalisierte Islamkritik?” In <i>Aus Politik und Zeitgeschichte </i>1–2 (2 Jan.), pp. 3–10.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Leibold, Jürgen et al. 2012. “Mehr oder weniger erwünscht? Entwicklung und Akzeptanz von Vorurteilen gegenüber Muslimen und Juden”. In <i>Deutsche Zustände. Folge 10</i>. A cura di Wilhelm Heitmeyer. Berlin: Suhrkamp, pp. 177–98.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Lemmen, Thomas. 2001. <i>Muslime in Deutschland. Eine Herausforderung für Kirche und Gesellschaft</i>. Schriften des Zentrums für Europäische Integrationsforschung, 46. Baden-Baden: Nomos.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">El-Mafaalani, Aladin, Ahmet Toprak. 2017. <i>Muslimische Kinder und Jugendliche in Deutschland. Lebenswelten – Denkmuster – Herausforderungen</i>. 3rd ed. Sankt Augustin/Berlin: Konrad-Adenauer-Stiftung.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Mansel, Jürgen, Viktoria Spaiser. 2013. <i>Ausgrenzungsdynamiken. In welchen Lebenslagen Jugendliche Fremdgruppen abwerten</i>. Konflikt – und Gewaltforschung. Weinheim/Basel: Beltz Juventa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Mendel, Meron. 2013. “Islamistischer Antisemitismus”. In <i>Weltbild Antisemitismus, Didaktische und methodische Empfehlungen für die pädagogische Arbeit in der Migrationsgesellschaft</i>. A cura del Bildungsstätte Anne Frank. Frankfurt/M., pp. 56–7.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Messerschmidt, Astrid. 2010. “Flexible Feindbilder – Antisemitismus und der Umgang mit Minderheiten in der deutschen Einwanderungsgesellschaft”. In <i>Konstellationen des Antisemitismus. Antisemitismusforschung und sozialpädagogische Praxis</i>. A cura di Wolfram Stender, Guido Follert, Mihri Özdogan. Perspektiven kritischer Sozialer Arbeit, 8. Wiesbaden: VS Verlag für Sozialwissenschaften, pp. 91–108.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Meuser, Michael, Ulrike Nagel. 2009. “Das Experteninterview – konzeptionelle Grundlagen und methodische Anlage”. In <i>Methoden der vergleichenden Politik – und Sozialwissenschaft. Neue Entwicklungen und Anwendungen</i>. A cura di Susanne Pickel et al. Wiesbaden: VS Verlag für Sozialwissenschaften, pp. 465–80.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Möller, Kurt. 2012. “Gruppenbezogene Menschenfeindlichkeit bei in Deutschland lebenden Jugendlichen mit und ohne Migrationshintergrund”. In <i>Jugend und Differenz. Aktuelle Debatten der Jugendforschung</i>. A cura di Jutta Ecarius and Marcel Eulenbach. Wiesbaden: Springer, pp. 245–64.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Müller, Jochen. 2009. “Islamophobie und Antisemitismus – Kritische Anmerkungen zum einem fragwürdigen Vergleich”. In „<i>Die Juden sind schuld “. Antisemitismus in der Einwanderungsgesellschaft am Beispiel muslimisch sozialisierter Milieus</i>. Berlin: Amadeu Antonio Stiftung, pp. 24–8.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nordbruch, Götz. 2007. “Nahostkonflikt und Antisemitismus in der Einwanderungsgesellschaft”. In <i>Antisemitismus in Geschichte und Gegenwart. Lehrerhandreichung zum Unterrichtsmaterial “Antisemitismus – immer noch?” </i>A cura del Zentrum für Antisemitismusforschung. Berlin, pp. 31–3.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nordbruch, Götz. 2014. “<i>Pro Palestine” – Palästina als Metapher unter Jugendlichen</i>. 1 Sept.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">www.bpb.de/gesellschaft/migration/ neukoelln-unlimited/190667/pro-palestine-palaestina-als-metapher-unter-jugendlichen.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Oboler, Andre. 2016. <i>Measuring the Hate. The State of Antisemitism in Social Media</i>. Online Hate Prevention Institute. https://european-forum-on-antisemitism. org/report/measuring-hate-state-antisemitism-social-media.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Pallade, Yves. 2008. “Antisemitismus in Deutschland: Politikwissenschaftliche Analysen”. In <i>Feindbild Judentum. Antisemitismus in Europa</i>. A cura di Lars Rensmann e Julius H. Schoeps. Berlin: Verlag für Berlin-Brandenburg, pp. 297–344.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Pfahl-Traughber, Armin. 2015. “Antizionistischer Antisemitismus, antiimperialistische Israelfeindlichkeit und menschenrechtliche Israelkritik”. In <i>Jahrbuch für Antisemitismusforschung </i>24, pp. 293–315.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Pfahl-Traughber, Armin. 2013. “Kritik der Kritik der Extremismustheorie. Eine Auseinandersetzung mit einschlägigen Vorwürfen”. In <i>Jahrbuch für Extremismus – und Terrorismusforschung 2013</i>. A cura di Armin Pfahl-Traughber. Schriften zur Extremismus – und Terrorismusforschung, 7. Brühl /Rheinland: Fachhochschule des Bundes für öffentliche Verwaltung, pp. 31–55.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Pollack, Detlef et al. 2016. <i>Integration und Religion aus der Sicht von Türkeistämmigen in Deutschland. Repräsentative Erhebung von TNS Emnid im Auftrag des Exzellenzclusters “Religion und Politik” der Universität Münster</i>. Exzellenzcluster “Religion und Politik”. <a href="http://www.uni-muenster.de/imperia/md/content/religion_und_politik/aktuelles/2016/06_2016/studie_integration_und_%20religion_aus_sicht_t__rkeist__mmiger.pdf"><span style="color: #000000;">www.uni-muenster.de/imperia/md/content/religion_und_politik/aktuelles/2016/06_2016/studie_integration_und_ religion_aus_sicht_t__rkeist__mmiger.pdf</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Rahner, Judith. 2014. “‘Gefällt mir (nicht)’. Facebook-Monitoring zu Postings von Jugendlichen während des Gaza-Krieges”. In <i>Kritik oder Antisemitismus? Eine pädagogische Handreichung zum Umgang mit israelbezogenem Antisemitismus</i>. A cura di Amadeu Antonio Stiftung, pp. 39–45. <span style="text-decoration: underline;">www.amadeu-antonio-stiftung.de/w/ files/pdfs/handreichung_antisemitismus_internet.pdf</span>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ramm, Christoph. 2010. “The Muslim Makers”. In <i>Interventions </i>12.2, pp. 183–97. <a href="http://dx.doi.org/10.1080/1369801X.2010.489692"><span style="color: #000000;">http://dx.doi.org/10.1080/1369801X.2010.489692</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Rensmann, Lars. 2004. <i>Demokratie und Judenbild. Antisemitismus in der politischen Kultur der Bundesrepublik Deutschland</i>. Wiesbaden: VS Verlag für Sozialwissenschaften.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Saleh, Mona. 2008. <i>Zuwanderung und Integration. Rot-grüne deutsche Ausänderpolitik 1998 bis 2005. Die Integration der muslimischen Minderheit im Fokus</i>. Marburg: Tectum.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Scherr, Albert, Barbara Schäuble. 2007. “<i>Ich habe nichts gegen Juden, aber…” Ausgangsbedingungen und Perspektiven gesellschaftspolitischer Bildungsarbeit gegen Antisemitismus</i>. 2nd ed. Berlin: Amadeu Antonio Stiftung. <a href="http://www.amadeu-antonio-stiftung.de/w/files/pdfs/ich_habe_nichts_2.pdf"><span style="color: #000000;">www.amadeu-antonio-stiftung.de/w/files/pdfs/ich_habe_nichts_2.pdf</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Schwarz-Friesel, Monika. 2013. “‘Juden sind zum Töten da’ (studivz.net, 2008). Hass via Internet – Zugänglichkeit und Verbreitung von Antisemitismus im World Wide Web”. In <i>Sprache und Kommunikation im technischen Zeitalter. Wieviel Internet (v)erträgt unsere Gesellschaft? </i>A cura di Konstanze Marx, Monika Schwarz-Friesel. Berlin/Boston: De Gruyter, pp. 213–36.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Shapira, Esther, Georg M. Hafner. 2010. “Die Wahrheit unter Beschuss – der Nahostkonflikt und die Medien”. In <i>Aktueller Antisemitismus – ein Phänomen der Mitte</i>. A cura di Monika Schwarz-Friesel, Evyatar Friesel, Jehuda Reinharz. Berlin/New York: De Gruyter, pp. 115–32.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Statistisches Bundesamt. 2015. <i>Fachserie 1 Reihe 2.2: Bevölkerung und Erwerbstätigkeit. Bevölkerung mit Migrationshintergrund – Ergebnisse des Mikrozensus 2015</i>. <a href="http://www.destatis.de/DE/Publikationen/Thematisch/Bevoelkerung/MigrationIntegration/Migrationshintergrund2010220157004.pdf"><span style="color: #000000;">www.destatis.de/DE/Publikationen/Thematisch/Bevoelkerung/MigrationIntegration/Migrationshintergrund2010220157004.pdf</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Statistisches Bundesamt. 2016. <i>Fachserie 1 Reihe 2: Bevölkerung und Erwerbstätigkeit. Ausländische Bevölkerung. Ergebnisse des Ausländerzentralregisters 2015</i>. 2016. <a href="http://www.destatis.de/GPStatistik/receive/DESerie_serie_00000018"><span style="color: #000000;">www.destatis.de/GPStatistik/receive/DESerie_serie_00000018</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Steinitz, Benjamin. 2015. “Wahrnehmungen und Erfahrungen Berliner Jüdinnen und Juden. Eine Befragung”. In “<i>Wir stehen alleine da”. EveryDayAntisemitism sichtbar machen und Solidarität stärken. Neue Wege der Erfassung antisemitischer Vorfälle – Unterstützungsangebote für die Betroffenen</i>. A cura del Verein für Demokratische Kultur in Berlin (VDK) e.V. and Recherche – und Informationsstelle Antisemitismus Berlin (RIAS). Berlin, pp. 16–29. <a href="http://www.report-antisemitism.de/Wir-stehen-alleine-da.pdf"><span style="color: #000000;">www.report-antisemitism.de/Wir-stehen-alleine-da.pdf</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Stichs, Anja. 2016. <i>Wie viele Muslime leben in Deutschland? Eine Hochrechnung über die Anzahl der Muslime in Deutschland zum Stand 31. Dezember 2015. Im Auftrag der Deutschen Islam Konferenz</i>. Bundesamt für Migration und Flüchtlinge.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Stöss, Richard. 2015. <i>Kritische Anmerkungen zur Verwendung des Extremismuskonzepts in den Sozialwissenschaften</i>. 29 Jan. <span style="text-decoration: underline;">www.bpb.de/politik/extremismus/rechtsextremismus/200099/kritische-anmerkunge n-zur-verwendung-des-extremismuskonzepts-in-den-sozialwissenschaften</span>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Tibi, Bassam. 2016. “Zugewanderter Judenhass. Der gefährlichste Antisemitismus, der heute gedeiht, kommt aus der Welt des Islam. Die Aufklärung darüber ist keine Panikmache”. In <i>Weltwoche </i>36 (Sept.), pp. 60–1.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ullrich, Peter. 2013. “Antisemitismus, ‘Shoah und deutsche Verantwortung’ – die (Nach-) Wirkungen des Nationalsozialismus im medialen Nahostdiskurs”. In <i>Deutsche, Linke und der Nahostkonflikt. Politik im Antisemitismus </i>– <i>und Erinnerungsdiskurs</i>. A cura di Peter Ullrich. Göttingen: Wallstein, pp. 117–28.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Unabhängiger Expertenkreis Antisemitismus. 2017. <i>Bericht des Unabhängigen Expertenkreises Antisemitismus</i>. Deutscher Bundestag, Apr. 7. <a href="http://dip21.bundestag.de/dip21/btd/18/119/1811970.pdf"><span style="color: #000000;">http://dip21.bundestag.de/dip21/btd/18/119/1811970.pdf</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Weidacher, Alois, ed. 2000. <i>In Deutschland zu Hause. Politische Orientierungen griechischer, italienischer, türkischer und deutscher junger Erwachsener im Vergleich. DJI-Ausländersurvey</i>. Opladen: Leske + Budrich.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Wetzel, Juliane. 2004. “Antisemitismus und Holocaustleugnung als Denkmuster radikaler islamistischer Gruppierungen”. In <i>Extremismus in Deutschland. Erscheinungsformen und aktuelle Bestandsaufnahme</i>. A cura del Bundesministerium des Innern. Berlin, pp. 253–72.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Wetzel, Juliane. 2003. “Die internationale Rechte und der arabische Antizionismus im World Wide Web”. In <i>Jahrbuch für Antisemitismusforschung </i>12, pp. 121–44.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Wetzel, Juliane. 2014. <i>Moderner Antisemitismus unter Muslimen in Deutschland</i>. Wiesbaden: Springer VS.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Weyand, Jan. 2010. “Die Semantik des Antisemitismus und die Struktur der Gesellschaft”. German. In <i>Konstellationen des Antisemitismus. Antisemitismusforschung und sozialpädagogische Praxis</i>. A cura di Wolfram Stender, Guido Follert, e Mihri Özdogan. Perspektiven kritischer Sozialer Arbeit, 8. Wiesbaden: VS Verlag für Sozialwissenschaften, pp. 69–89.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Woellert, Franziska et al. 2009. <i>Ungenutzte Potenziale. Zur Lage der Integration in Deutschland</i>. Berlin: Berlin-Institut für Bevölkerung und Entwicklung.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Zick, Andreas, Andreas Hövermann, e Daniela Krause. 2012. “Die Abwertung von Ungleichwertigen. Erklärung und Prüfung eines erweiterten Syndroms der Gruppenbezogenen Menschenfeindlichkeit”. In <i>Deutsche Zustände. Folge 10</i>. A cura di Wilhelm Heitmeyer. Berlin: Suhrkamp, pp. 64–86.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Zick, Andreas, Anna Klein. 2014. <i>Fragile Mitte </i>– <i>Feindselige Zustände. Rechtsextreme Einstellungen in Deutschland 2014</i>. Hgg. für die Friedrich-Ebert- Stiftung von Ralf Melzer. Bonn: J.H.W. Dietz Nachf.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Zick, Andreas, Beate Küpper. 2011. <i>Antisemitische Mentalitäten. Bericht über Ergebnisse des Forschungsprojektes Gruppenbezogene Menschenfeindlichkeit in Deutschland und Europa. Expertise für den Expertenkreis Antisemitismus</i>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Zick, Andreas, Beate Küpper, Andreas Hövermann. 2011. <i>Die Abwertung der Anderen. Eine europäische Zustandsbeschreibung zu Intoleranz, Vorurteilen und Diskriminierung</i>. Berlin: Friedrich-Ebert-Stiftung. Forum Berlin.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Zick, Andreas et al. 2016. “Gruppenbezogene Menschenfeindlichkeit in Deutschland 2002–2016”. In <i>Gespaltene Mitte – Feindselige Zustände. Rechtsextreme Einstellungen in Deutschland 2016</i>. Hgg. für die Friedrich-Ebert- Stiftung von Ralf Melzer. Bonn: J.H.W. Dietz Nachf., pp. 33–81.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"> </span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.storiain.net/storia/la-crescita-di-un-nuovo-antisemitismo-in-germania/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>IRAN, TRA SUPERIORITÀ E SINDROME DA ACCERCHIAMENTO</title>
		<link>https://www.storiain.net/storia/iran-tra-complesso-di-superiorita-e-sindrome-da-accerchiamento/</link>
		<comments>https://www.storiain.net/storia/iran-tra-complesso-di-superiorita-e-sindrome-da-accerchiamento/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 01 Feb 2018 08:15:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Arabia Saudita]]></category>
		<category><![CDATA[Ayatollah]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.storiain.net/storia/?p=7134</guid>
		<description><![CDATA[di Max Trimurti - L’Iran è uno dei pochi paesi del medio Oriente sfuggito al colonialismo occidentale. Da ciò un sentimento di fierezza che talvolta sfocia in un complesso di superiorità rispetto ai paesi arabi. Ma anche in una sindrome da accerchiamento: da parte britannica e russa ieri, americana, israeliana &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Max Trimurti -</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>L’Iran è uno dei pochi paesi del medio Oriente sfuggito al colonialismo occidentale. Da ciò un sentimento di fierezza che talvolta sfocia in un complesso di superiorità rispetto ai paesi arabi. Ma anche in una sindrome da accerchiamento: da parte britannica e russa ieri, americana, israeliana e saudita oggi.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le relazioni dell’Iran con i paesi vicini, ben lungi dal riassumersi &#8211; come lascerebbe pensare il discorso geopolitico dominante &#8211; in un antagonismo irano-arabo o sciito-sunnita, affondano le radici in un lungo periodo della storia fatto di contrapposizioni ma anche di cooperazione. Elementi questi che spiegano il carattere complesso e spesso ambiguo di questi rapporti.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Gli Arabi sono il nemico ereditario?</b></h3>
<p style="text-align: justify;">A differenza dell’Arabia Saudita, presentata oggi come un grande rivale &#8211; ma che in effetti è un paese giovane, con meno di un secolo di esistenza, e soli 30 milioni di abitanti, la cui fedeltà alla famiglia regnante pone qualche interrogativo -, l’Iran possiede una storia millenaria, condivisa da una popolazione di più di 80 milioni di cittadini. Cittadini la cui grande diversità etnica (il 90% degli Iraniani capisce la lingua persiana, che tuttavia rappresenta la lingua madre di appena la metà della popolazione) non impedisce la coesione, così come dimostrato dalla mobilitazione nazionale senza defezioni per la guerra Iran-Iraq.<br />
Questo è il motivo per cui l’atteggiamento prevalente degli Iraniani nei confronti dei Sauditi, e degli Arabi in generale, mostra più frequentemente altera indulgenza che ostilità. Le radici storiche di cui si vantano gli Iraniani, che amano presentarsi come discendenti del “più vecchio stato del mondo”, li autorizza in effetti a guardare dall’alto in basso i nuovi arrivati. A tale riguardo è sintomatica l’ostinazione degli Iraniani a considerare il Golfo come “Persico”, un modo per affermare che oggi come ieri sulla sua riva occidentale di quel mare non c’è quasi nulla di significativo.<br />
L’opposizione arabo-persiana, lungi dall’essere uno scontro secolare fra “eguali”, è in primo luogo uno scontro fra <i>ego</i>, che oppone due insiemi di civiltà imbevute di grande autostima, ma con un vissuto storico completamente diverso.<br />
Gli Arabi musulmani hanno invaso l’impero sassanide nel VII secolo, ma tutte le fonti indicano che essi sono stati ben accolti dalle popolazioni locali, stanche di guerre fra cristiani e zoroastriani. Questo fatto spiega perché gli Iraniani abbiano massicciamente e precocemente adottato la religione musulmana portata dai conquistatori arabi. Per contro, forti di un’eredità già antica, essi hanno opposto un ferma resistenza a tutti i tentativi di arabizzazione.<br />
Per il resto, l’Iran non è stato mai in conflitto con una potenza araba fino al XX secolo, per la semplice ragione che non ne sono mai esistite ai suoi confini. È piuttosto con i Turchi, i Mongoli, i Russi e i Britannici che gli Iraniani hanno avuto problemi, cioè con le stesse potenze che hanno dovuto affrontare anche i popoli arabi. In ogni caso, Arabi e Persiani, lungi dall’aver rappresentato due campi nettamente opposti, hanno dovuto far fronte nel corso della storia a minacce similari, che hanno determinato spesso una solidarietà di fatto. Ancora nel periodo più acuto della guerra fredda, nel XX secolo, Teheran e Riyad hanno rappresentato due fra i più saldi alleati di Washington nella regione. La loro unica rivalità consisteva nel stabilire chi fosse il migliore “gendarme del Golfo” agli occhi dello zio Sam.<br />
Sui tempi lunghi l’identità iraniana non si è fondata sull’opposizione agli Arabi, che nella pratica non hanno mai costituito una vera minaccia, ma piuttosto nel rapporto con i Turchi e i Mongoli, decisamente più pericolosi. In definitiva, più che nell’antagonismo, l’identità iraniana sembra derivare da una forma di solipsismo<i> </i>di fronte alla propria storia e alla propria memoria, cosciente della sua eccezionalità. Se proprio vogliamo individuare un momento preciso in cui nasce l’antagonismo fra Iraniani ed Arabi, questo risale al califfato di Bagdad, quando l’amministrazione del califfato e l’intellighenzia erano quasi completamente nelle mani dei persiani. Tale rivalità si concretizza con l’impero Safavide, quando proprio per distinguersi dagli Arabi (da loro sprezzantemente definiti “mangiatori di lucertole”) gli Iraniani sceglieranno l’islam sciita per differenziarsi da quello sunnita degli Arabi e dei Turchi.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La svolta del 1979</b></h3>
<div id="attachment_7161" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2018/01/Larrivo-di-Khomeini-in-Iran-1979.jpg"><img class=" wp-image-7161 " alt="L'arrivo di Khomeini in Iran, 1979" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2018/01/Larrivo-di-Khomeini-in-Iran-1979.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>L&#8217;arrivo di Khomeini in Iran, 1979</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Questo substrato si è evoluto a partire dagli anni ’80 dello scorso secolo, quando la rivoluzione islamica [1] ha profondamente rimodellato in senso ideologico-teologico l’identità politica dell’Iran. La rivoluzione khomeinista, condotta in nome della lotta al dispotismo dello Shah, ha suscitato timori in numerosi paesi vicini, sia laici (l’Iraq di Saddam Hussein) sia islamisti (l’Arabia Saudita dei Saud). Del resto l’ayatollah Khomeyni non aveva mai fatto mistero della sua volontà di esportare la rivoluzione in tutta l’area.<br />
In definitiva, la ragione per cui la Repubblica islamica, a partire dal 1979, ha suscitato e continua a suscitare l’inquietudine di molte potenze arabe e occidentali, non è tanto per il suo orientamento “islamico” (questo aspetto non spaventa i Sauditi e gli altri Arabi) ma per il carattere “repubblicano” e “rivoluzionario”, percepiti come un pericolosa fonte di ispirazione per gli oppositori interni. A tale riguardo, appare interessante sottolineare che “l’arco sciita” è anche e soprattutto un “arco repubblicano” e “progressista”, costituito da Iran, Iraq, Siria e Libano, alle prese con l’ostilità di un “crescente sunnita” che è sostanzialmente un “crescente monarchico” e “tradizionalista”, fatta eccezione per la Turchia e l’Egitto, paesi in ogni caso interessati da una ripresa autocratica che tende a trasformarle in “monarchie repubblicane”.<br />
Già negli anni ’80 le petromonarchie del Golfo avevano finanziato la guerra di Saddam contro l’Iran non tanto per contenere un ipotetico espansionismo sciita &#8211; per il quale ci si domanda su quali masse popolari avrebbe potuto appoggiarsi, in un’area come il Medio Oriente dove i Sunniti sono ultra maggioritari &#8211; ma per azzerare sul nascere una possibile ondata rivoluzionaria terzomondista, la cui minaccia era considerevolmente molto più concreta. I due blocchi che si affrontano ancora nel Medio Oriente non sono tanto caratterizzati da divergenze confessionali (che pure esistono e costituiscono per i Sunniti una lotta contro l’eresia), quanto da disaccordi di natura politica (rivoluzionari islamici contro conservatori).<br />
Questo fatto spiega la recente messa al bando del Qatar da parte delle potenze sunnite [1], col pretesto del mantenimento di relazioni troppo cordiali con il suo vicino iraniano. La divisione è dunque <em>in primis</em> politica, più che religiosa. Teheran fa ufficialmente attenzione a non vilipendere il sunnismo e gli Arabi, ma critica, genericamente, il dispotismo e l’imperialismo. Se le potenze sunnite, per contro, non si stancano di ribattere e criticare “l’espansionismo sciita” è proprio perché esse hanno tutto l’interesse, a differenza degli Iraniani, di spostare il dibattito sul terreno religioso, a loro decisamente più favorevole.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La sindrome del “deserto dei Tartari” o da “cittadella assediata”</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Se l’Iran guarda con disdegno le petromonarchie del Golfo per la loro inconsistenza storica, queste ultime guardano il loro avversario con disprezzo per il fatto di seguire una concezione dell’islam considerata deviata ed eretica. Da qui, il sentimento di accerchiamento che caratterizza la psicologia iraniana. Doppiamente minoritari per lingua e religione in un Medio Oriente in larga maggioranza arabo e sunnita, gli Iraniani hanno sviluppato una diffidenza istintiva nei confronti dei loro vicini, che, a volte, rasenta la paranoia.<br />
Per premunirsi da aggressioni provenienti da questo ambiente regionale percepito come ostile, la repubblica islamica ha sviluppato una strategia che consiste nel proiettare la sua influenza fuori dalle frontiere. Tale strategia è passata inizialmente, in ossequio alla logica dell’esportazione della rivoluzione cara a Khomeyni, attraverso un lavoro di seduzione sulle masse arabe “derelitte” o meno fortunate, allo scopo di tagliare le dirigenze arabe dalla loro base. In tale contesto, Khomeyni ha acconto in gran pompa a Teheran, nel 1979, Yasser Arafat, in occasione della trasformazione dell’ambasciata americana in quella palestinese. Tre anni più tardi, l’Iran concorre alla fondazione degli Hezbollah libanesi che diventeranno ben presto, la punta di lancia della resistenza araba a Israele, facendo guadagnare ai suoi capi una popolarità senza pari nel mondo arabo nonostante la loro obbedienza sciita.<br />
In questi ultimi anni le rivalità fra sciiti e sunniti sono state ravvivate dalla crisi irachena e siriana. Teheran ha dovuto rinunciare alle sue ambizioni egemoniche sulla popolazione araba e ha adottato una strategia di ripiegamento consistente a federare intorno all’Iran tutto quello che è minoranza nella regione e che risulta sotto la minaccia, reale o ipotetica, dell’egemonia sunnita. Sciiti del sud Libano, Hazaras afghani, Zayditi dello Yemen, Ibaditi dell’Oman, Alawiti e Drusi della Siria costituiscono oggi questa eterogenea costellazione. Ciò che unisce realmente queste entità è una comunanza di destini piuttosto che una comunione di fedi. L’Iran adotta in tal modo, su scala regionale, la stessa strategia già applicata su scala nazionale, in Siria, dal suo protetto Bashar el Assad: coalizzare tutti i gruppi minoritari, ponendosi come garante della loro sicurezza e della loro sopravvivenza.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Un antisionismo compulsivo</b></h3>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2018/01/Flag.png"><img class="alignleft  wp-image-7164" alt="flag" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2018/01/Flag.png" width="250" height="150" /></a>In questo contesto, l’ostilità dell’Iran nei confronti di Israele, di cui offre periodicamente testimonianza, potrebbe apparire sorprendente. Questo perché lo stato sionista non costituisce in alcun modo una minaccia per l’Iran, con il quale condivide numerosi tratti comune che dovrebbero spingere a un avvicinamento. Come l’Iran, Israele si rifà a una vecchia civiltà e considera il mondo arabo con una certa sufficienza. Come l’Iran, Israele ha tutto l’interesse a cercare alleati fra le popolazioni non arabe della regione. Questo stato di cose non riesce a spiegare la freddezza delle relazioni che intercorrono oggi fra i due paesi. Fino alla rivoluzione islamica Tel Aviv e Teheran hanno mantenuto buone relazioni, sulla base di una strategia comune consistente nell’annodare legami fra le tre grandi potenze non arabe della regione (Israele, Iran, Turchia) per opporsi al nazionalismo arabo.<br />
Le relazioni Iran-Israele pagano ancora oggi il prezzo della rivoluzione del 1979. Poiché l’odiato Shah era stato amico degli Stati Uniti e di Israele, i rivoluzionari, per meglio marcare le loro differenze, hanno preso le distanze da Washington e da Tel Aviv. Più in generale, l’antisionismo iraniano ha rappresentato un utile strumento nella strategia di sovversione delle popolazioni arabe intrapreso da Teheran. Esso costituisce anche uno strumento di mobilitazione a uso interno, una sorta di surrogato della lotta anticolonialista utilizzato per galvanizzare, cementare e ottenere il consenso della popolazione.<br />
Infine e più in concreto, l’opposizione compulsiva e “a priori” nei confronti di Israele evidenzia anche la difficoltà dell’Iran a stabilire relazioni di cooperazione e di alleanza a causa dell’immanente timore di un dominio straniero. Dal punto di vista di Teheran, meglio essere soli che assumere il rischio di cadere sotto la guida di un alleato ingombrante.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Note</span></em></strong><br />
[1] La rivoluzione islamica iraniana fu una serie di sconvolgimenti politici e sociali, avvenuti nel periodo 1978-1979, che trasformò la monarchia del paese in una repubblica islamica sciita, la cui costituzione si ispira alla legge coranica (<em>shari&#8217;a</em>).<br />
[2] Il 5 giugno 2017 l’Arabia saudita rompe brutalmente le relazioni con il Qatar, trascinando con sé diversi altri paesi (Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Egitto…) e sottopone il paese a un rigido blocco. Il Qatar viene accusato di finanziare e di sostenere il terrorismo. Esso è inoltre sospettato di mantenere relazioni discrete con l’Iran, anche se tali relazioni non sono la sola causa della reazione saudita. La cosa viene da molto lontano, in quanto già dagli anni 1920 i Sauditi hanno cercato di annettersi la piccola penisola, messa fortemente sotto pressione a partire dal 2014. L’oggetto del contendere è anche l’appoggio che i Qatarini forniscono ai Fratelli Mussulmani e alla loro portavoce, l’emittente Al Jazeera, e l’atteggiamento nettamente anti saudita del sultano Hamad al Thani, che ha massicciamente appoggiato il Presidente Morsi in Egitto. L’America è intervenuta nella questione e nel luglio 2017 il Qatar ha firmato un accordo sulla lotta al terrorismo con gli Stati Uniti, impegnandosi a esercitare una stretta sorveglianza sui circuiti dei finanziamenti. In questo modo il Qatar, pur costretto a cedere su diversi punti, ha effettuato un nuovo passo in avanti, garantendosi, per il momento, dalla concupiscenza saudita.</p>
<p style="text-align: justify;"><b> </b></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><br />
Abrahamian Ervand, <em>Storia dell’Iran dal primo Novecento ad oggi</em>, Feltrinelli Editore, 2013.<br />
Al Uthaymin, Pellitteri A., <em>Storia dell’Arabia Saudita</em>, Sellerio Editore, 2001.<br />
Al Rashid Madawi, <em>Storia dell’Arabia Saudita</em>, Bompiani Editore, 2004.<br />
Axworthy Michael, <em>Breve storia dell’Iran. Dalle origini ai nostri giorni</em>, Einaudi Editore, 2010.<br />
Colosimo Jean François, <em>Il paradosso persiano. Dove va l’Iran?</em>, Jaca Book Editore, 2010.<br />
Menoret Pascal, <em>Sull’orlo del Vulcano. Il caso Arabia Saudita, </em>Feltrinelli Editore, 2004.<br />
Sabahi S. Farian, <em>Storia dell’Iran</em>, Bruno Mondadori Editore, 2009.<br />
Zanconato Alberto,<em> L’Iran oltre l’Iran</em>, Castelvecchi Editore, 2016.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.storiain.net/storia/iran-tra-complesso-di-superiorita-e-sindrome-da-accerchiamento/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>TERRORISMO E ISLAM</title>
		<link>https://www.storiain.net/storia/terrorismo-e-islam/</link>
		<comments>https://www.storiain.net/storia/terrorismo-e-islam/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 01 May 2017 17:43:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Corano]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[Jihadismo]]></category>
		<category><![CDATA[Maometto]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.storiain.net/storia/?p=6067</guid>
		<description><![CDATA[di Max Trimurti - Sono evidenti i limiti e le contraddizioni degli sforzi messi in opera dall&#8217;Occidente per distinguere un islam “moderato” dal jihadismo terrorista. Ma l’islam, nei suoi fondamenti, è forse apportatore di violenza? Per i musulmani violenti, che i nostri media chiamano ormai “jihadisti” o “terroristi” e per &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Max Trimurti -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Sono evidenti i limiti e le contraddizioni degli sforzi messi in opera dall&#8217;Occidente per distinguere un islam “moderato” dal jihadismo terrorista. Ma l’islam, nei suoi fondamenti, è forse apportatore di violenza? </strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Per i musulmani violenti, che i nostri media chiamano ormai “jihadisti” o “terroristi” e per i musulmani che li approvano e li sostengono più o meno apertamente (radicali, estremisti, fondamentalisti, ecc.) non può esistere più alcun dubbio: gruppi come Al-Qaida, lo Stato islamico (ISIS), Boko Haram agiscono per la più nobile e la più sacra delle cause, ovvero la difesa e/o l’espansione dell&#8217;islam.<br />
I loro militanti sono musulmani irreprensibili, preoccupati unicamente dei loro doveri nei confronti di Allah e della Comunità dei Credenti (<i>Umma</i>) e tutte le loro azioni, ivi comprese quelle più barbare ai nostri occhi, risultano in conformità con la legge musulmana (<i>Sharia</i>). Dal punto di vista della loro classificazione in una scala di valori nel diritto musulmano, esse posso essere qualificate come lodevoli o obbligatorie, per qualcuno possono risultare indifferenti, ma mai riprovevoli o vietate.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il messaggio del Corano e degli Hadith</strong><br />
Per affermare la loro perfetta ortodossia i jihadisti si appoggiano agli stessi fondamenti dell’islam: il <i>Corano,</i> libro eterno, non prodotto dell’uomo, ma increato come lo stesso Allah, che lo ha trasmesso e rivelato a Maometto per mezzo dell’arcangelo Gibril (Gabriele); gli <i>Hadith</i>, raccolta di fatti e detti del Profeta e dei suoi primi compagni.<br />
Corano e Hadith sono i “dati scritti” dell’islam, le sue Scritture sante, in ultima analisi le sole fonti autorizzate della legge. Nessuno si sognerebbe di mettere in discussione l’autenticità di questi testi e il loro carattere sacro in uno qualsiasi dei 57 paesi dell’Organizzazione della Cooperazione islamica: l’imprudente che si avventurasse in questa “apostasia” sarebbe immediatamente ridotto al silenzio da parte delle autorità. Corano e Hadith costituiscono il capitale genetico dell’islam, fuori dalla portata di qualsiasi modificazione per volontà e decisione umana. Essi hanno costruito l’islam, allo stesso tempo come religione, come sistema politico e come civiltà. Essi continuano tutt’oggi ad animarlo e orientarlo.<br />
Il Corano tratta della guerra in più di duecento versetti. Contiene appelli ad uccidere gli infedeli: “Combatteteli … affinché non ci sia che un solo culto, quello ad Allah” (Sura 8, versetto 39). “Uccidete gli infedeli o i miscredenti ovunque li troviate” (9.5). Detta le regole per quanto concerne la sorte dei vinti, il trattamento da riservare ai prigionieri, la ripartizione del bottino. In particolar modo il libro increato, facendo di Maometto “il modello di riferimento” (33.21), giustifica il comportamento violento del Profeta, facendone inoltre un modello da imitare. Gli Hadith, come anche le prime biografie del Profeta (<i>al-sira</i>), ci presentano un autocrate che spesso e volentieri ha fatto ricorso al terrorismo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Profeta si impone attraverso la violenza</strong></p>
<div id="attachment_6070" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/04/640px-The_Prophet_Muhammad_and_the_Muslim_Army_at_the_Battle_of_Uhud_from_the_Siyer-i_Nebi_1595.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-6070" alt="Maometto alla battaglia di Uhud, illustrazione del 1595" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/04/640px-The_Prophet_Muhammad_and_the_Muslim_Army_at_the_Battle_of_Uhud_from_the_Siyer-i_Nebi_1595-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Maometto alla battaglia di Uhud, illustrazione del 1595</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">L’esiliato arrivato a Medina nell’autunno del 622 prende il potere nell’oasi un anno e mezzo più tardi a seguito di imboscate a mano armata (episodi di Nakla e di Badr). Egli non tollera alcuna opposizione. Fino alla sua morte, nel 632 Maometto fa ricorso a metodi di “assassini mirati”, che rientrano nella categorie delle “campagne” (<i>maghazi</i>), titoli di gloria dell’Inviato di Allah. Egli attacca e saccheggia i clan arabi che si rifiutano di prestargli obbedienza. Procede all’epurazione etnica di Medina, popolata in maggioranza da ebrei, attraverso l’esilio dopo spoliazione, ma anche per mezzo del massacro; da 600 a 900 uomini vengono decapitati in pubblico in una sola giornata, mentre le donne e i bambini vengono venduti come schiavi (aprile del 627). Egli impiega la tortura, pratica lo stupro (nel 628 a Khaybar, egli abusa di una giovane di 17 anni, Safiyya, qualche ora dopo aver fatto torturare e quindi uccidere suo marito). Gli uomini dell’ISIS e altri gruppi “jihadisti” possono impunemente affermare che, secondo loro, non esiste alcun “crimine” da loro commesso del quale non si trovi un precedente nella vita del Profeta. Sono questi fatti riportati dai testi sacri che costituiranno la base, in applicazione del principio della Sunna (la regola determinata dalla tradizione e dal precedente), il diritto della guerra secondo l’islam.<br />
La terra, l’umanità sono divise in due: la <i>Casa dell’islam</i> (<i>dar-al-islam</i>), i paesi dove vivono i musulmani e dove si applica la Sharia e la <i>Casa della guerra</i> (<i>dar el- harb</i>). La guerra dei musulmani contro gli “altri” è universale e perpetua. Una tregua con gli infedeli non può superare il limite dei 10 anni (in riferimento a un accordo stretto da Maometto con quelli della Mecca, a Hudaybiyya nel 628). Di fatto, per tutti i quattordici secoli di storia, l’islam non sospenderà le sue offensive armate, se non quando sarà battuto o contenuto. Il jihad tuttavia non cesserà mai: allora, il combattimento “sul cammino di Allah” potrà assumere una diversa forma, per mezzo della predicazione, ma anche attraverso l’astuzia, la dissimulazione, la menzogna, la <i>taqiyya</i> (“Allah è il migliore ingannatore” 8.30)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Terrorismo e islamizzazione</strong><br />
Quando recentemente gruppi terroristi si sono rivoltati, per ragioni diverse, contro l’Arabia Saudita e il Qatar, essi hanno posto i dirigenti wahabiti di questi paesi, loro creatori e finanziatori, in serio imbarazzo. Come può uno Stato condannare avversari che sono in condizioni di provare che tutti i loro atti risultano conformi alla legge in vigore all’interno delle sue frontiere? Se gli storici del futuro riusciranno a conservare una dose di humor, ricorderanno che l&#8217;emittente satellitare del Qatar, <i>Al-Jazira</i>, è stata forzata a ricalcare i nostri distinguo linguistici al fine di “evitare di defilarsi e di amalgamarsi”. Nelle sue emissioni, la lingua araba si è improvvisamente arricchita di neologismi che consentono di operare la distinzione o la scelta fra i cattivi islamisti (<i>islamiyyun</i>) e i veri musulmani (<i>muslimun</i>), gli esecrabili jihadisti (<i>jihadiyyun</i>) e i valori combattenti del santo Jihad (<i>mujahidun</i>), senza peraltro mai spiegare sulla base di quale testo sacro viene operata tale sottile distinzione. Queste non sono le uniche contorsioni lessicali che si possono notare nei media arabi. Essendo il suicidio vietato nel mondo islamico, i “cattivi” musulmani commettono “attentati suicidi”, mentre i “buoni” diventano “martiri e testimoni”.<br />
I terroristi operano anche in seno alla diaspora. Per mezzo della loro evidente violenza, essi minacciano una strategia dell’islam, ben impostata, di progressione e di conquista a piccoli passi, “a macchie di leopardo”, basata sulla <i>Taqiyya</i>. Per lungo tempo il numero dei musulmani in Europa era stato basso, per volontà dei governi, ma anche perché il diritto musulmano vieta a un credente di soggiornare, al di fuori della jihad, fra gli Infedeli: i suoi costumi potrebbero corrompersi e potrebbe non essere più in misura di compiere correttamente tutti i doveri. L’immigrazione massiccia dei musulmani, voluta e organizzata dagli Europei, è stata una sorpresa divina per certi attivisti e per lo stesso Gheddafi che vi hanno rapidamente intravisto una possibilità d’invasione senza combattere.<br />
Le tappe della conquista sono state tracciate negli anni Ottanta: accrescere la popolazione musulmana in Europa; sotto la copertura della parola “religione” e in nome della “democrazia”, dei diritti dell’uomo, della tolleranza e dell’accoglienza cercare di ottenere progressive concessioni (velo, segregazione tra uomini e donne, moschee, alimentazione halal nei luoghi pubblici, celebrazione in comune del ramadam…); abituare a poco a poco gli autoctoni all’islam, fino alla libanizzazione del paese attraverso la legalizzazione delle comunità religiose; creazione di zone di pieno diritto musulmano, come, ad esempio, al tempo dei protestanti del XVI secolo in Francia, le famose “piazze di sicurezza”, specie di ridotti a uso esclusivo. In definitiva, una strategia di confronto con la maggiorità dei paesi occidentali al fine di costituire una comunità specifica, estranea al paese d’accoglienza.<br />
Di fronte a una opinione pubblica traumatizzata dagli attentati, risulta sempre più difficile agli imam, qualificati come “moderati”, agenti di questa strategia di lungo termine, di convincere che l’islam è solo una religione come le altre, pacifica e compatibile con la laicità (in Turchia, fino ad Ataturk, non era mai esistito ed era completamente sconosciuto il termine “laico”, introdotto nel paese traducendolo dal francese: <i>lailik</i>), il sistema democratico e la civiltà europea (ma la nostra civiltà è stata storicamente sempre antagonista di quella musulmana).<br />
I quadri incaricati della Taqiyya continuano a ripetere discorsi tranquillizzanti. Ad esempio, ribadire che il termine <i>jihad</i> nel Corano non può essere semplicemente tradotto come “guerra”; occorrerebbe interpretarlo come “sforzo su di sé stessi”, mentre, in effetti questa interpretazione è apparsa solo in determinate sette mistiche, molto tempo dopo la rivelazione del Corano e non trova grande sostegno nelle <i>Sure</i> del loro Libro Sacro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dirigenti europei impotenti</strong><br />
I cosiddetti “estremisti” islamici sono oggi impiantati in discreto numero nei nostri quartieri “a rischio”, dove diffondono le loro idee e impongono le loro pratiche. Essi arruolano uomini e donne, specialmente fra i giovani, che – evidentemente in una società che li emargina, in crisi di valori e dove l’unico dio è il denaro – trovano nell’impegno nell’islam più intransigente la fierezza dell’appartenenza che la nostra società non è in grado di offrire.<br />
Si ha torto nel pensare che, diffondendo gli atti di terrorismo, l’ISIS cerchi solamente di terrorizzarci. Si tratta, facendo riferimento agli Hadith, di dimostrare la “forza dell’islam”, che consente ai suoi soggetti migliori di “superarsi” e, per mezzo dell’esempio, di suscitare arruolamenti e conversioni. I dirigenti europei di fronte a questo fenomeno appaiono sgomenti. Non sanno cosa fare dei milioni di musulmani che essi stessi hanno fatto arrivare e dei quali devono ora tener conto (soprattutto in Francia) a causa del loro notevole peso elettorale (una statistica dell’IFOP ha evidenziato che François Hollande fu eletto al secondo turno, nel 2012, grazie al voto dei musulmani). Quale politico crede ancora sinceramente, perlomeno in Francia, alla possibilità di creare, nell’epoca della globalizzazione, un “islam di Francia”, diverso dall’islam di un miliardo e sei cento milioni di essere umani, mentre ovunque altrove, le riforme iniziate dai nazionalisti arabi del XX secolo sono state cancellate dal ritorno al passato e dalla reazione? Quale fenomeno sarebbe in grado di fermare la violenza dell’islam? L’economia? Un accrescimento generale del livello di vita che potrebbe attirare i musulmani nelle delizie della società consumistica? Credere a questa possibilità, significa tenere in poco conto le radici culturali e psicologiche profonde alla base della “radicalizzazione” attuale. E come mettere in pratica questa opzione se nessuno si pone seriamente il grave problema della demografia nella nostra società?<br />
Nella metà del secolo scorso, il sociologo francese Gaston Bouthoul ha studiato le popolazioni che nella storia sono andate incontro a una crescita numerica eccessiva rispetto alle loro capacità economiche. Egli ha constatato che se l’espansione demografica non viene frenata da una carestia o da una epidemia, il ritorno all’equilibrio si consegue attraverso una guerra interna o l’emigrazione di massa.<br />
Attualmente, i musulmani, il cui peso demografico si è accresciuto notevolmente, si battono fra di loro (sunniti contro sciiti, in Irak, in Siria, nello Yemen), combattono gli infedeli o emigrano.<br />
Risulta verosimile che, attivata sistematicamente dalla demografia, la violenza islamica è destinata ad estendersi. In questo prospettiva, il terrorismo, giustificato dai testi sacri, dimostrando la forza dell’islam, contribuisce alla fierezza d’appartenenza e troverà sostegno anche per il futuro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><br />
J. Chabbi, <em>Le Seigneur Des Tribus. L&#8217;islam De Mahomet</em> &#8211; Editions Noésis 1997 e CNRS 2013<br />
G. Bouthoul, <em>Traité de polémologie. Sociologie des guerres</em> &#8211; Paris, Payot, 1970<br />
G. Quagliarello, A. Spiri (a cura), <em>Sfida all&#8217;Occidente: il terrorismo islamico e le sue conseguenze. Dall&#8217;11 settembre 2001 all&#8217;elezione di Donald Trump</em> – Rubbettino, 2017<br />
M. Allam, <em>Vincere la paura. La mia vita contro il terrorismo islamico e l&#8217;incoscienza dell&#8217;Occidente</em> – Mondadori, 2006</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.storiain.net/storia/terrorismo-e-islam/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>IL VICINO ORIENTE O LA GEOPOLITICA DEL CAOS</title>
		<link>https://www.storiain.net/storia/il-vicino-oriente-o-la-geopolitica-del-caos/</link>
		<comments>https://www.storiain.net/storia/il-vicino-oriente-o-la-geopolitica-del-caos/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 01 Oct 2016 07:21:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Arabia Saudita]]></category>
		<category><![CDATA[Corano]]></category>
		<category><![CDATA[Fratelli musulmani]]></category>
		<category><![CDATA[Giordania]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
		<category><![CDATA[Isis]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
		<category><![CDATA[Talebani]]></category>
		<category><![CDATA[Turchia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.storiain.net/storia/?p=5295</guid>
		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi - Ancora una volta il Vicino Oriente è in fiamme. Le frontiere degli Stati sembrano meno forti delle differenze/divergenze sunnito-sciite. La posta in gioco è molto alta: l’egemonia su tutta l’area. l Vicino Oriente è a ferro e fuoco. Si tratta, a ben vedere, di una delle &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="right">di Massimo Iacopi -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Ancora una volta il Vicino Oriente è in fiamme. Le frontiere degli Stati sembrano meno forti delle differenze/divergenze sunnito-sciite. La posta in gioco è molto alta: l’egemonia su tutta l’area.</strong></em></p>
<div style="text-align: justify;">
<table width="700" cellspacing="0" cellpadding="0" align="left">
<tbody>
<tr>
<td align="left" valign="top"></td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
<p style="text-align: justify;"><strong>l Vicino Oriente è a ferro e fuoco.</strong> Si tratta, a ben vedere, di una delle conseguenze della scomparsa dell’Impero ottomano alla fine della Prima guerra mondiale. L’arco di crisi, in effetti, ingloba la Palestina, il Libano, la Siria e l’Iraq, vale a dire i <em>Vilayet </em>(suddivisione amministrativa equivalente alla provincia) meridionali dell’Impero ottomano. Indubbiamente problemi esistono anche altrove, in Iran, in Libia, in Egitto, nello Yemen, ma nelle antiche province arabo-ottomane, l’espansione dell’ISIS rimette in discussione le frontiere e gli Stati nazione, elemento che costituisce di fatto un fenomeno nuovo.<br />
Paradossalmente, le costruzioni artificiali del periodo coloniale (dopo il 1920) sembravano aver attecchito dopo l’indipendenza. Il Libano è sopravvissuto alla partenza dei francesi nel 1943; i palestinesi, senza acquisire un vero Stato, si sono visti riconoscere come popolo dagli accordi di Oslo del 1993. In Siria e in Iraq la rivalità mortale fra i due partiti Baath, dal 1967 al 2003, ha dimostrato soprattutto il radicamento di una nuova identità nazionale a danno del panarabismo, mentre la Giordania, il più artificiale di tutti gli Stati arabi, ha saputo resistere ai tentativi di destabilizzazione. Infine i movimenti islamisti che hanno occupato lo spazio della contestazione, a partire dagli anni 1970, si sono a loro volta inseriti nella dimensione nazionale, come si è visto con la breve vittoria dei Fratelli musulmani egiziani alle elezioni presidenziali del 2012.<br />
Le primavere arabe (2011), dando la sensazione di completare e preservare la perennità del modello nazionale, si sono concentrate sulla democratizzazione dello stato-nazione e non su un possibile rimodellamento del Medio Oriente. In Siria, invece, la primavera araba si è trasformata in una guerra civile evolutasi rapidamente in guerra regionale, il cui perno è nella rivalità fra Arabia Saudita e l’Iran.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Il fallimento del nazionalismo</b></h3>
<div id="attachment_5302" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/09/150416-A-BX700-254_18192625738.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-5302" alt="Soldati iracheini addestrati dalle forze statunitensi, Iraq" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/09/150416-A-BX700-254_18192625738-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Soldati iracheini addestrati dalle forze statunitensi, Iraq</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Fino alle primavere arabe, i grandi movimenti di mobilitazione popolare si sono riferiti a ideologie sovrannazionali: il panarabismo e l’islamismo. L’alternativa all’Impero ottomano è stato, in effetti, il nazionalismo arabo, non i patriottismi locali &#8211; anche se i francesi e gli inglesi hanno fatto di tutto per contrastarli, dopo averli incoraggiati durante la Prima guerra mondiale. Questo nazionalismo non era islamico poiché desiderava unificare tutti gli arabi (compresi anche gli Arabi cristiani, spesso attivi all’interno di questi movimenti) e si poneva in una posizione sovranazionale (o piuttosto sovrastatale), rifiutando le frontiere ereditate dalla colonizzazione. Negli anni ’50, in tutto il mondo arabo, dal Marocco, allo Yemen, all’Oman, al Qatar, i movimenti di liberazione nazionale si sono tutti riferiti al nazionalismo arabo.<br />
In effetti questo movimento ha fallito i suoi obiettivi: esso ha alcune volte preso il potere (l’FLN in Algeria, Nasser in Egitto, i partiti baathisti in Iraq e Siria) ma chiudendosi nel contesto delle frontiere statali ereditate dal colonialismo. Questa fragilità è stata accentuata dal fatto che il nazionalismo arabo è servito di copertura alla presa del potere in Siria da parte della minoranza alawita cripto-sciita, di cui fa parte la famiglia El Assad, a danno degli arabi sunniti (colpi di stato del 1963, 1968, 1970). In Iraq, in una simmetria negativa, il partito Baath è servito da strumento per gli arabi sunniti, minoritari demograficamente e rappresentati da Saddam Hussein e il suo clan.<br />
Fino al 1979, la questione dell’opposizione fra sciiti e sunniti non si era ancora posta. Nei paesi arabi, gli sciiti, in minoranza dal punto di vista demografico, (ad eccezione dell’Iraq e del Bahrein, dove erano tuttavia dominati politicamente dai sunniti), preferivano identificarsi nelle grandi cause: nazionalismo arabo e comunismo, quindi, a partire dal 1979, con l’islamismo.<br />
La rivoluzione del 1979 contribuisce in qualche modo a “iranizzare” gli sciiti arabi agli occhi dei sunniti, anche se il sostegno all’Iran era ben lungi dall’essere unanime.<br />
L’Iran islamico riformula in termini ideologici la volontà, già manifesta sotto lo Shah, di diventare la potenza egemonica del Medio Oriente. Gli Hezbollah sciiti libanesi sono stati la pedina fondamentale di questa politica che è culminata nel 2006, in occasione della sua resistenza all’intervento militare israeliano nel Libano del sud. Ma questa strategia non ha funzionato: i soli arabi che si sono avvicinati all’Iran sono stati quelli su base sciita e la crisi siriana del 2011 ha fatto saltare qualsiasi possibilità di coalizione fra sciiti e sunniti.<br />
La prima manifestazione aperta della nuova divisione confessionale sciiti-sunniti avviene nel settembre 1980 con la guerra Iran-Iraq. Nonostante i tentativi iraniani di mobilitare la popolazione araba contro Saddam, il conflitto assume molto rapidamente una connotazione confessionale. I Fratelli musulmani e le Monarchie del Golfo, senza dimenticare l’OLP di Yasser Arafat, sostengono l’Iraq, visto come bastione del mondo arabo sunnita con i “persiani” sciiti.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Sunniti emarginati</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Questo grande riallineamento geostrategico viene esacerbato dalla sua riformulazione in termini religiosi da una parte degli aventi causa: gli sceicchi wahabiti dell’Arabia Saudita lanciano un anatema contro gli “eretici” sciiti, siano essi persiani o arabi, mentre gli iraniani, da parte loro, mobilitano tutta l’escatologia sciita per legittimare la loro causa. Tutto questo sistema crolla con l’intervento americano del 2003 e la caduta di Saddam Hussein. Gli sciiti hanno preso il potere in Iraq. I curdi, repressi fino a quel momento, hanno ottenuto un’autonomia dalla quale sarà molto difficile tornare indietro e gli arabi sunniti si ritrovano, all’improvviso, esclusi da un potere che essi consideravano come loro appannaggio.<br />
Mentre la popolazione araba sunnita risultava maggioritaria nell’insieme dei <em>Vilayet </em>arabi dell’Impero ottomano, il solo Stato dove i sunniti siano ancora oggi al potere è la Giordania, lo stato più piccolo della regione. In Palestina, la speranza di instaurare uno stato si allontana ogni giorno di più; il Libano è governato, di fatto da cristiani maroniti e sciiti; in Siria, il potere si è ridotto al bastione alawita; in Iraq il governo è sciita.<br />
Gli arabi sunniti sono quasi ovunque emarginati, rilanciando il vecchio fantasma coloniale di un Medio Oriente dominato dalle minoranze. Si tratta di un cambiamento rilevante nella regione e che si è trasformato in un formidabile atout per l’ISIS. Secondo alcuni osservatori l’ISIS ha due padri, Osama bin Laden e Saddam Hussein. Dal primo, l’ISIS avrebbe preso la retorica e la pratica del terrorismo: islamismo, soprannazionalità, califfato mondiale, antisemitismo, anticristianesimo e manipolazione dei media. Dal secondo avrebbe ereditato la sua base territoriale (triangolo sunnita in Iraq) e buona parte dello sconfitto apparato militare iracheno.<br />
Esistono, tuttavia, due diversità basilari con Al Qaeda. Per l’ISIS, la priorità è quella di combattere gli “eretici”, vale a dire gli sciiti, più che l’Occidente. Si tratta, pertanto, più di un attore regionale che globale. D’altra parte, l’ISIS critica apertamente la strategia de-territorializzata di Al Qaeda e vuole creare un califfato territoriale da una base permanente, che comunque definisce come in progressiva espansione. In questo senso parlare di Stato islamico sembrerebbe inappropriato: l’ISIS non vuole stabilire un nuovo Stato-nazione guidato dalla <em>sharia</em>, ma piuttosto, conquistare il mondo musulmano.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Fine dell’espansione?</b></h3>
<div id="attachment_5301" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/09/Graffiti_in_Fallujah_Mahmood-Hosseini.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-5301" alt="Graffiti a Fallujah - Mahmood Hosseini" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/09/Graffiti_in_Fallujah_Mahmood-Hosseini-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Graffiti a Fallujah &#8211; Mahmood Hosseini</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, l’ISIS è arrivata oggi al limite della sua espansione a nord e a est. La sua identificazione con gli arabi sunniti è allo stesso tempo la sua forza e la sua debolezza: i fatti hanno dimostrato che nel momento in cui esso ha raggiunto i limiti dello spazio sunnita, i suoi sforzi sono stati bloccati, come a Kobane da parte dei Curdi, agli inizi del 2015. Allo stesso modo, esso non è riuscito a conquistare le città sciite in Iraq, né a penetrare nel ridotto alawita in Siria (Latakia). L’esecuzione del pilota giordano da parte di ISIS nel febbraio 2015 ha suscitato in Giordania una forte reazione e un vivo sentimento nazionale.<br />
In Palestina, l’Hamas sunnita non ha intenzione di lasciarsi detronizzare. Il massacro dei suoi quadri a Yarmuk da parte di ISIS, nella periferia di Damasco, nell’aprile 2015, ha ravvivato la rivalità esistente. Nel Libano si nota un’ambivalenza nei confronti dei rifugiati siriani, percepiti non come fratelli venuti a rinforzare demograficamente il peso dei sunniti locali, ma come un peso e una minaccia. È forse in Arabia Saudita, nonostante l’ostilità del potere verso l’ISIS, che quest’ultimo può trovare degli appoggi, per il fatto di aderire a un salafismo violentemente anti sciita.<br />
Nei territori conquistati, l’organizzazione jihadista si riserva diritti regali (giustizia e sicurezza) e i settori chiave (elettricità, strade), ma lascia di fatto autonomia agli abitanti. Secondo testimonianze raccolte, i volontari stranieri sono privilegiati (meglio alimentati, alloggiati nei migliori alberghi), fatto che provoca delle rivalità con le popolazioni locali. Infine, l’ISIS regna per effetto del terrore: per mezzo della messa in scena di una violenza estrema.<br />
Ma occorre ben comprendere che, strutturalmente, l’ISIS è instabile in quanto fondata da un lato sulle popolazioni locali, che sono essenzialmente dei clan tribali (per i quali l’ideologia conta molto poco) e sui quadri dell’ex esercito di Saddam, e dall’altro su una legione straniera di giovani volontari venuti da altrove, che, per contro, hanno una visione ideologica della loro guerra. Da qui l’importanza dei matrimoni destinati a territorializzare i volontari stranieri, facendo sposare loro giovani della regione. Sono ampiamente noti rapimenti di giovani yazidi o sciite, gli stupri, i matrimoni forzati, le vendite di schiave sessuali. Ma esistono anche delle unioni, senza violenza, in nome dell’ideologia.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>ISIS e Fratelli musulmani</b></h3>
<p style="text-align: justify;">L’esercito di ISIS conta fra 30 mila e 50 mila combattenti (numero da rivedere in ribasso dopo il recente intervento russo nella regione). Esso è composto per metà da volontari stranieri e per l’altra metà da personale locale. Tutti non si trovano al fronte in permanenza e sono anche incaricati di far regnare l’ordine. Non esistono, a quanto risulta, dei capi carismatici e non esiste neanche un culto della personalità. Il sedicente “califfo” Al Baghdadi rimane per lo più nell’ombra. L’ISIS, pertanto, non ha nulla a che vedere con l’islamismo “classico”, e forse ne è persino una sua escrescenza. I combattenti dell’ISIS sono partiti, come Al Qaeda, dal principio che non è possibile costruire l’islamismo in un solo Paese e che il nemico principale è costituito dagli “eretici”.<br />
Al contrario, il primo obiettivo dei Fratelli musulmani è stato fin dall’inizio quello di creare uno Stato islamico nelle frontiere dello Stato-nazione esistente. Per essi ogni musulmano di cultura fa parte della società e i cristiani vengono accettati secondo quando stabilito dal Corano, ovvero con uno statuto di “minoranza”.<br />
Per di più, i Fratelli musulmani egiziani hanno sempre sognato di trovare un compromesso con gli Stati Uniti, come si è, in parte, evidenziato durante il breve periodo della presidenza Morsi (2012-2013).<br />
Gli islamisti, dal Marocco, alla Turchia, passando per la Giordania, l’Egitto e l’Iraq, avevano, d’altronde, dei punti in comune con l’Occidente: l’anticomunismo e l’economia di mercato, mentre la loro base sociale era costituita da una borghesia urbana molto conservatrice, desiderosa di ordine e di buona creanza e non certo di jihadismo. Ovunque i Fratelli musulmani hanno potuto partecipare al gioco politico, essi si sono integrati “imborghesendosi” e hanno, in genere, accettato il gioco democratico, come potrebbe essere il caso del Partito Ennahda in Tunisia e del PJD (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) in Marocco (mutuato dall’analogo AKP turco).<br />
Ma, all’improvviso, la banalizzazione dei Fratelli musulmani e il fallimento dell’islam politico hanno aperto uno spazio per tutti quelli che non potevano inscriversi in un contesto politico nazionale: sono i cosiddetti soggetti “globalizzati”, giovani convertiti che si radicalizzano a Parigi, a Londra, a Bruxelles o altrove e che sognano la jihad di un islam mondiale.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>ISIS, Boko Haram e talebani</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Si può, al contrario, operare un accostamento fra ISIS e Boko Haram, il movimento jihadista del nord-est della Nigeria. Va sottolineato che i movimenti jihadisti si insediano soprattutto nelle zone tribali (Yemen, Iraq del nord, Afghanistan del sud, Mali e, probabilmente, Libia). Esiste, di fatto, un collegamento fra il tribalismo e il jihadismo. In effetti, i sistemi tribali attraversano una seria crisi: emarginate negli Stati-nazione, le tribù dispongono oggi dei mezzi per globalizzarsi, senza preoccupazione per le frontiere, praticando il contrabbando e il commercio dell’emigrazione. È una curiosa traslazione del sistema, indebolito dalla crisi delle aristocrazie tradizionali tribali e dalla comparsa di una nuova generazione di “tribali globalizzati”, sensibile all’ideologia, al richiamo del jihadismo, che si sente giustificata religiosamente e rinforzata come alternativa locale. Tuttavia, questa strada non spiega tutto. L’ISIS non rappresenta un’alternativa politica credibile, a differenza dei talebani, che sono afghani e vogliono restaurare un emirato islamico sul loro territorio, come negli anni ’90. Il mullah Omar, che era il loro capo, ha commesso l’errore di fornire ospitalità a Bin Laden fino al 2001, fatto che ha determinato l’intervento occidentale. Ma i talebani non sono comunque dei terroristi internazionali.<br />
Che cosa è dunque successo da allora? Non si può né vincere, né negoziare con l’ISIS. Per vincere, occorrerebbe una operazione militare di grande ampiezza, cosa che al momento non sembra possibile, specie a causa del fallimento americano in Afghanistan e in Iraq, anche se l’intervento di Putin &#8211; oltre a stabilire che il futuro del medio Oriente non si costruirà senza la Russia &#8211; ha contribuito a un notevole ridimensionamento dell’ISIS e dei suoi obiettivi. Per quanto concerne i bombardamenti, essi consentono indubbiamente di aiutare i combattenti locali (a Kobane, l’aviazione americana ha sostenuto efficacemente i Curdi, ma non ha avuto successo nella sua fase di espansione) e di ridurre le potenzialità operative e logistiche dell’ISIS. In tale contesto, solo gli abitanti del territorio controllato dall’ISIS potrebbero rovesciarlo, ma, al momento, non ne hanno né la volontà (a causa del clima di terrore generato dall’ISIS), né i mezzi.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Una nuova guerra dei Trent’anni</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Soprattutto, nessuno degli attori principali regionali considera l’ISIS (a parte Bashar el Assad) come il nemico principale. Per i turchi, combattere gli indipendentisti curdi rappresenta il compito principale. Gli sciiti iracheni sono, per quanto li riguarda, in una logica più separatista che nazionalista. Il confessionalismo politico è molto forte in Iraq e pochi leader sciiti hanno la saggezza politica di voler reintegrare i sunniti, lasciando inevitabilmente loro, come unica scelta, quella di aderire all’ISIS. Per l’Arabia Saudita il nemico principale è rappresentato dall’Iran e il crollo rapido dell’ISIS finirebbe per favorire gli sciiti. Per questo motivo i sauditi non vogliono veramente questa soluzione. Per gli Israeliani, l’ISIS è una vera manna poiché indebolisce il regime di Damasco, il suo nemico strategico, e indebolisce anche Hezbollah. Per Bashar el Assad, l’ISIS si sconfigge attraverso la sconfitta dei suoi nemici interni, che gli consentirebbe di presentarsi come avversario del terrorismo internazionale.<br />
Si assiste, in tal modo, a una ricomposizione regionale secondo una linea di sunnismo contro sciismo, con una guerra, per procura, per stabilire chi eserciterà l’egemonia nella regione: o l’Arabia Saudita o l’Iran – poiché l’Egitto, altra potenza regionale tradizionale, in questo momento, anche per il problema della Libia, appare fuori causa. Il paragone con la Guerra dei Trent’anni che ha devastato l’Europa nella metà del XVII secolo può essere illuminante. Essa cominciò nel 1618 come un conflitto tra protestanti e cattolici. Fu presentata come una guerra di religione ma in effetti era solo una maschera o un paravento che coprire ben altri obiettivi. La vera questione di fondo era, di fatto, “quale potenza avrebbe dominato il continente?”. Ciò spiega anche perché la Francia di Luigi XIII non abbia esitato ad aiutare i principi protestanti tedeschi. Si trattava, anche in quel caso, di una guerra per procura.<br />
Oggi, l’Arabia Saudita tenta di imporre la sua egemonia ma è priva di mezzi: il suo esercito, inviato a riconquistare Sanaa nello Yemen, si è arenato per mancanza di mezzi tecnici e di combattività. I sauditi hanno anche finanziato (e forse finanziano ancora) i talebani afghani e le tribù yemenite. Questa strategia indiretta ha raggiunto i suoi limiti, in quanto il nemico gioca in casa e non si combatte più solo alle frontiere.<br />
Il concorrente meglio piazzato per imporsi sembrerebbe l’Iran. Il suoi rivali potenziali (Iraq, Siria, Libano e Turchia) sono in precarie condizioni. I suoi alleati (Hezbollah, le milizie sciite irachene e quasi certamente i volontari iraniani) si battono già sul terreno. Il Paese oggi, dopo l’intervento russo, sembra aver ottenuto la vittoria. Resta comunque il fatto che la sua vittoria appare più dovuta all’instabilità, al caos, che alle sue stesse forze. E gli stessi iraniani non hanno forse necessariamente nessun interesse a stabilizzare la regione. D’altronde, localmente, nessun attore considera la stabilità come la sua priorità e, poiché gli europei non sono voluti intervenire, si può affermare che noi ci troviamo di fronte a una nuova guerra dei 30 anni&#8230; nella sua fase iniziale.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"> M. Campanini, <em>Storia del Medio Oriente contemporaneo</em> – il Mulino, 2014<br />
J. Caravelli e J. Foresi, <em>Il califfato nero. Le origini dell&#8217;ISIS, il nuovo Medio Oriente, i rischi per l&#8217;Occidente</em> – Nutrimenti, 2015<br />
D. Quirico, <em>Il grande califfato</em> – Neri Pozza, 2015</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.storiain.net/storia/il-vicino-oriente-o-la-geopolitica-del-caos/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>CALCIO E SCHIAVITÙ NEL QATAR</title>
		<link>https://www.storiain.net/storia/calcio-e-schiavitu-nel-qatar/</link>
		<comments>https://www.storiain.net/storia/calcio-e-schiavitu-nel-qatar/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 01 Jul 2015 09:16:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti civili]]></category>
		<category><![CDATA[Golfo Persico]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[Schiavitù]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.storiain.net/storia/?p=3315</guid>
		<description><![CDATA[di Michele Strazza - Gli immigrati stranieri occupati nei lavori per il mondiale di calcio del 2022 vengono tenuti in condizioni di schiavitù e costretti a vivere in pessime condizioni igieniche. Una situazione comune a tutti i ricchissimi Paesi arabi del Golfo, dove città e infrastrutture sono realizzate con manodopera &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Michele Strazza -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Gli immigrati stranieri occupati nei lavori per il mondiale di calcio del 2022 vengono tenuti in condizioni di schiavitù e costretti a vivere in pessime condizioni igieniche. Una situazione comune a tutti i ricchissimi Paesi arabi del Golfo, dove città e infrastrutture sono realizzate con manodopera straniera sottopagata, priva di diritti e legata al datore di lavoro dall’istituto islamico del “kafala”, che prevede la tutela padronale nei confronti degli &#8220;esseri inferiori&#8221;.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;" align="right"><b> </b></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/06/Emblem_of_Qatar.png"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-3326" alt="Emblem_of_Qatar" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/06/Emblem_of_Qatar-150x150.png" width="150" height="150" /></a>Il recente scandalo che ha coinvolto la federazione internazionale di calcio ha riportato l’attenzione sul Qatar. Il mondiale di calcio del 2022 si dovrebbe tenere, infatti, in questo Stato arabo del Golfo e pare che in tale scelta non siano rimasti estranei episodi di corruzione.<br />
Stato ricchissimo, il Qatar ospita la più grande base americana della regione e la più famosa televisione del mondo arabo (<em>al Jazeera</em>). Ora su questa piccola nazione si è concentrata l’attenzione delle organizzazioni che lottano per i diritti umani. Il Qatar è infatti stato accusato di tenere in condizioni di schiavitù migliaia di immigrati stranieri occupati nei lavori di infrastrutturazione ed edificazione degli impianti sportivi.<br />
Sul <em>The Guardian</em> di Londra sono più volte apparsi articoli giornalistici su nepalesi, indiani e lavoratori di altra nazionalità sfruttati e ridotti quasi in schiavitù, con la sottrazione del passaporto, e costretti a vivere in capannoni super affollati e in pessime condizioni igieniche. Il giornale inglese ha poi rivelato che, soltanto tra il 4 giugno e l’8 agosto 2013, ben 44 nepalesi sono deceduti per le proibitive condizioni di vita e di lavoro cui erano sottoposti. Più della metà sono periti per infarto e infortuni di lavoro. Altre 30 immigrati, sempre del Nepal, hanno poi pensato bene di rifugiarsi nella propria ambasciata per poter rientrare in patria.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra il 2011 e il 2014, inoltre, oltre 700 lavoratori indiani sono morti</strong> nei lavori per il mondiale di calcio i cui stadi stanno nascendo sul sangue degli immigrati. La stessa confederazione internazionale dei sindacati, la Trade Union Confederation, ha lanciato l’allarme per 4.000 lavoratori che rischierebbero di morire se le loro condizioni non dovessero avere un netto miglioramento. L’organismo internazionale ha precisato che, su circa mezzo milione di lavoratori immigrati provenienti dall’India, Nepal e Sri Lanka, quasi 600 all’anno potrebbero morire qualora non si prendessero seri provvedimenti.<br />
Le maestranze sono costrette a lavorare, senza alcuna tutela sindacale e in mancanza delle più elementari misure di sicurezza, in turni massacranti di 12 ore e con quasi 50 gradi di temperatura esterna. Senza contare il cibo e l’acqua razionati, nonché la paga taglieggiata per pagare le agenzie di somministrazione della manodopera.<br />
La legislazione del Qatar consente tutto questo, demandando al datore di lavoro un potere a dir poco assoluto sui propri dipendenti i quali diventano ostaggi nelle sue mani, con il passaporto confiscato e nell’impossibilità di lasciare il Paese. Dietro gli stadi in costruzione sono nati quartieri-dormitorio dove si vive fino a 16 persone in stanze di 9 metri quadrati senza finestre. Mancano addirittura le scarpe e i pasti consistono in due porzioni di riso al giorno. Tutto questo in una nazione arricchitasi grazie al petrolio, con una popolazione di solo un milione e mezzo di abitanti e con il reddito medio tra i più alti al mondo.</p>
<div id="attachment_3323" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/06/Slaves_Zadib_Yemen_13th_century_BNF_Paris.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-3323" alt="Il mercato degli schiavi nello Yemen, illustrazione del XIII secolo" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/06/Slaves_Zadib_Yemen_13th_century_BNF_Paris-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Il mercato degli schiavi nello Yemen, illustrazione del XIII secolo</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma il Qatar non è l’unico dei Paesi arabi del Golfo</strong> ad avere problemi di diritti umani per i propri lavoratori immigrati. Situazioni simili si riscontrano in Arabia Saudita, nel Bahrein, negli Emirati arabi uniti, in Kuwait e in Oman. Gli ultimi dati indicano quasi 18 milioni di lavoratori immigrati negli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo su una popolazione totale di circa 42 milioni. In Qatar, ad esempio, su una forza lavoro nel 2008 pari a 1,3 milioni di persone, il 95% era straniero.<br />
In questi Stati, ricchissimi grazie al petrolio, città e infrastrutture sono state create con una manodopera straniera sottopagata, priva di tutela e legata al proprio datore di lavoro dall’istituto del “kafala” (garanzia). Quest’ultimo è basato su un sistema di reclutamento assurdo nel quale l’ufficio di collocamento del Paese d’origine trova un datore di lavoro disposto a sponsorizzare il lavoratore, che a sua volta non può più cambiare posto di lavoro per tutta la durata del contratto.<br />
Il “kafala” esprime, in realtà, un concetto preso a prestito dall’Islam, una specie di tutela per gli esseri inferiori che ora varrebbe per la donna e per gli immigrati. Originariamente richiamava “una tutela o una delega di autorità parentale”, applicabile ai figli minorenni abbandonati fino al raggiungimento della maggiore età.<br />
Tale concetto viene dunque esteso ai lavoratori immigrati nei Paesi del Golfo che, per poter entrare e lavorare, hanno bisogno di un tutore o uno “sponsor”. Tale procedura sarebbe dovuta servire ad evitare l’ingresso in questi Stati di migranti senza lavoro. In realtà essa ha prodotto enormi distorsioni nella tutela dei diritti umani, con il lavoratore ridotto in schiavitù del proprio “kafil” il quale è autorizzato a ritirargli il passaporto e a rilasciargli una carta di lavoro con funzioni di carta di identità. Anche semplici operazioni come affittare un appartamento o aprire un conto in una banca non possono essere effettuate senza l’autorizzazione del “kafil” il quale può, a sua totale discrezione, porre fine al proprio patronato e rispedire l’immigrato nel Paese d’origine.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Naturalmente non sono mancate proteste, scioperi</strong> e, a volte, veri e propri tumulti. Nel 2007 un tassista pachistano a Dubai, negli Emirati Arabi, si è dato fuoco davanti all’ufficio che non lo autorizzava a rientrare in patria per il funerale della madre. Nel 2008 in Bahrain un migliaio di lavoratori avevano proclamato uno sciopero contro le condizioni disumane di lavoro, ottenendo soltanto di essere rinchiusi nel cantiere senza acqua e senza cibo. Sempre nel 2008 centinaia di lavoratori edili sono scesi in sciopero a Dubai per protestare contro i bassi salari e le precarie condizioni di alloggio, inclusa la mancanza di rifornimento di acqua potabile sicura. In Kuwait, a febbraio, invece, circa 1.300 lavoratrici del Bangladesh impiegate in un&#8217;impresa di pulizia privata erano scese in sciopero contro il mancato pagamento dei loro salari e le precarie condizioni di vita. Una delle categorie più schiavizzate nei Paesi arabi è proprio quella delle lavoratrici domestiche, sfruttate e sottoposte ad ogni genere di abusi, compreso, spesso, quelli sessuali.<br />
Le organizzazioni non governative internazionali più volte hanno sollecitato un deciso intervento sulla violazione dei diritti umani nei Paesi arabi del Golfo. Amnesty International, come già aveva fatto precedentemente, nei suoi ultimi rapporti annuali, trattando dell’Arabia Saudita, ha posto l’accento, sui lavoratori immigrati «vittime di sfruttamento ed abusi». Per il Kuwait e il Qatar si è puntato l’indice sul sistema del “kafala” come fonte di discriminazione. Anche Human Rights Watch ha chiesto all’Associazione per la cooperazione regionale del sud-est asiatico di premere sui propri governi per costringere gli Stati arabi al rispetto dei diritti umani.<br />
Ultimamente, anche con la diminuzione del flusso di immigrati, provocato dalle politiche restrittive dei singoli Stati, qualche piccolo miglioramento viene registrato. Il Bahrain, ad esempio, ha abolito le sue norme sulle sponsorizzazioni che, come ha riconosciuto lo stesso ministro del lavoro, «non differivano molto dalla schiavitù». Ma molto resta ancora da fare e quanto sta accadendo in Qatar sui lavori per il mondiale lo dimostra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Allam A., <em>Arabie Saoudite. Le code de l’esclavage</em>, “Financial Times”, 28 giugno 2012.<br />
Amnesty International, <em>Rapporto annuale 2008</em>, Torino, EGA ed., 2008.<br />
Amnesty International, <em>Rapporto Annuale 2013</em>, Roma, Fandango ed., 2013.<br />
<em>L’Onu chiede ai Paesi del Golfo rispetto per i diritti di donne e immigrati</em><i>, </i>in “AsiaNews.it”, 20 aprile 2010, http://www.asianews.it/notizie-it/L%E2%80%99Onu-chiede-ai-Paesi-del-Golfo-rispetto-per-i-diritti-di-donne-e-immigrati-18187.html<br />
Morin R., <em>Qatar. Au royaume de l’esclavage</em>, “The New York Times”, 19 aprile 2013.<br />
&#8220;<i>Repubblica&#8221;,</i> 26 settembre 2013, 24 gennaio 2014.<br />
<i>&#8220;The Guardian&#8221;</i>, 25 settembre 2013, 17 novembre 2013, 21 novembre 2013, 1 dicembre 2013.<br />
<em>Pays du Golfe: «la kafala» ou l’esclavage des temps modernes</em> http://www.agoravox.fr/actualites/international/article/pays-du-golfe-la-kafala-ou-l-112565</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.storiain.net/storia/calcio-e-schiavitu-nel-qatar/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
