<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Storia in Network &#187; Impero ottomano &#124; Storia in Network</title>
	<atom:link href="https://www.storiain.net/storia/tag/impero-ottomano/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.storiain.net/storia</link>
	<description>Magazine di divulgazione storica</description>
	<lastBuildDate>Thu, 08 Oct 2026 06:03:51 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.5.1</generator>
		<item>
		<title>LA FRANCIA RIVOLUZIONARIA PUNTA ALLA GRECIA</title>
		<link>https://www.storiain.net/storia/la-francia-rivoluzionaria-punta-alla-grecia/</link>
		<comments>https://www.storiain.net/storia/la-francia-rivoluzionaria-punta-alla-grecia/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 03 Mar 2025 14:19:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Grecia]]></category>
		<category><![CDATA[Impero ottomano]]></category>
		<category><![CDATA[La Salcette]]></category>
		<category><![CDATA[Nicopoli d'Epiro]]></category>
		<category><![CDATA[Preveza]]></category>
		<category><![CDATA[Rivoluzione francese]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.storiain.net/storia/?p=14636</guid>
		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi -   Tra il 1797 e il 1799 la Francia istituì su alcuni territori greci confiscati a Venezia tre dipartimenti metropolitani, in modo da anticipare, al momento opportuno, la spartizione dell&#8217;Impero ottomano. Ma le ambizioni militari e gli “innocenti” ideali repubblicani non portarono a nulla. Se non &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="right">di Massimo Iacopi -</p>
<p><b> </b></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Tra il 1797 e il 1799 la Francia istituì su alcuni territori greci confiscati a Venezia tre dipartimenti metropolitani, in modo da anticipare, al momento opportuno, la spartizione dell&#8217;Impero ottomano. Ma le ambizioni militari e gli “innocenti” ideali repubblicani non portarono a nulla. Se non a far pregustare alla Grecia le primizie di un futuro libero. </strong></em><b></b></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">·</span></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.storiain.net/storia/la-francia-rivoluzionaria-punta-alla-grecia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>CRONACA DEL NAUFRAGIO DELL’IMPERO OTTOMANO</title>
		<link>https://www.storiain.net/storia/cronaca-del-naufragio-dellimpero-ottomano/</link>
		<comments>https://www.storiain.net/storia/cronaca-del-naufragio-dellimpero-ottomano/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 04 Nov 2024 10:16:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Ataturk]]></category>
		<category><![CDATA[Impero ottomano]]></category>
		<category><![CDATA[Prima guerra mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[Sèvres]]></category>
		<category><![CDATA[Turchia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.storiain.net/storia/?p=14264</guid>
		<description><![CDATA[di Max Trimurti -   Di fronte alla crescita dei nazionalismi e del colonialismo europeo, l’Impero ottomano tenta di resistere agli effetti della Prima guerra mondiale. Smembrato e ridimensionato nei suoi possedimenti, verrà ridotto alla sola Turchia, una repubblica laica che “sogna” di essere omogenea etnicamente.   Quando nell’autunno del &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="right">di Max Trimurti -</p>
<p><i> </i></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Di fronte alla crescita dei nazionalismi e del colonialismo europeo, l’Impero ottomano tenta di resistere agli effetti della Prima guerra mondiale. Smembrato e ridimensionato nei suoi possedimenti, verrà ridotto alla sola Turchia, una repubblica laica che “sogna” di essere omogenea etnicamente.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong> </strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Quando nell’autunno del 1914 l’Impero ottomano entra nella Prima guerra mondiale a fianco del Reich tedesco e dell’Impero austro-ungarico, il mare Mediterraneo aveva da lungo tempo cessato di essere il “lago ottomano” del XVI secolo. Era stato comunque necessario arrivare al XIX secolo per assistere a una “de-mediterraneizzazione” dell’impero: inizialmente con la perdita della Grecia (1832), di Cipro (1878) e di Creta (1898), capisaldi ottomani nel Mediterraneo orientale; in seguito con il crollo dell’impero nei Balcani, ritmato dalla guerra russo-ottomana del 1877-78 e dalle guerre balcaniche (1912-1913). L’Africa settentrionale, per una parte ancora ottomana sulla carta, non aveva resistito, in Algeria e in Tunisia, alla conquista francese, né, in Egitto, nel momento dell’emancipazione di Mehemet Alì (1769-1849), quindi all’instaurazione di un protettorato britannico (1914). Entrata in ritardo nell’avventura coloniale, nel 1911-1912 l’Italia aveva segnato la fine della presenza ottomana in Tripolitania e Cirenaica.<br />
L’impero ottomano, senza una marina efficace, aveva perduto il principale strumento della sua influenza nel Mediterraneo. Un primo riarmamento navale, operato sotto il regno del sultano Abdulaziz (1861-1876), non aveva dato i frutti sperati. Dopo la Rivoluzione dei Giovani Turchi (luglio 1908) e sotto la ferula del loro partito nazionalista, il Comitato Unione e Progresso (CUP), viene creata nel 1909 una Lega navale ottomana. Essa aveva acquistato mediante sottoscrizione pubblica diverse navi da guerra. Le prime erano due corazzate tedesche, ribattezzate <em><i><b>Barbaros Hayreddin</b></i></em> e <em>Turgut Reis</em>, dai nomi dei due più celebri corsari e ammiragli ottomani. Simboli del dominio turco del Mediterraneo nel XVI secolo, questi personaggi avevano governato Algeri e la Tripolitania. Ma con due altre navi da guerra acquistate dalla Germania, la <em>Goeben </em>e la <em>Breslau</em>, che viene decisa simbolicamente l’entrata in guerra ottomana del 1914. La loro consegna darà luogo nell’agosto di quell’anno a una corsa-inseguimento anglo-tedesca nel Mediterraneo. Le ostilità si apriranno veramente nel Mar Nero, quando la flotta ottomana bombarderà i porti russi il 29 ottobre 1914.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Abbandonata alle forze dell’Intesa</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Durante il conflitto l’Impero ottomano sarà costretto ad affrontare le tre grandi potenze mediterranee: Francia, Italia, e Gran Bretagna, divenute tali grazie alle rispettive marine militari e per il dominio in Africa settentrionale. Per effetto degli accordi segreti Sykes Picot (1916), Francia e Regno Unito decidono di mettere definitivamente fine a ogni presenza ottomana nel bacino mediterraneo orientale, spartendosi il Vicino Oriente in zone di influenza. L’armistizio di Mudros (30 ottobre 1918), che mette fine alla guerra sui diversi fronti ottomani, non determina tuttavia la morte dell’impero. Il testo stabiliva il principio di un’autonomia delle province arabe ottomane, dal Levante fino al Golfo e alla Mesopotamia. Mudros autorizzava tuttavia l’occupazione di “punti strategici del territorio ottomano”. E proprio a partire da questa clausola, e dalle sue divergenti interpretazioni nel campo dei vinti e dei vincitori, che verrà effettuato lo smembramento – <em>de facto</em>, e poi <em>de jure</em>, con il Trattato di Sèvres del 10 agosto 1920 – dell’Impero ottomano. E sarà sempre contro questo stesso smembramento che si costruirà il revisionismo turco.<br />
Le occupazioni alleate iniziano a partire dal novembre 1918, a Mossul, ma anche sulle coste mediterranee, a Mersin, ad Alessandretta e soprattutto nella capitale, Constantinopoli. I dirigenti ottomani cercano di giocare la carta della discordia fra gli alleati, mettendo alternativamente gli uni contro gli altri per isolare i più intransigenti o minacciosi. Essi applicano, in tal modo, la tattica che era stata quella della loro diplomazia a partire dalla fine del XVIII secolo e per tutto il periodo in cui la “questione d’Oriente” aveva eccitato le ambizioni delle potenze europee.<br />
Quello che indisponeva i dirigenti ottomani era soprattutto il fatto che ci fosse, alla fonda nel Bosforo, l’<em>Averof</em>, nave da guerra della marina greca, la cui acquisizione nel 1909 aveva determinato la fondazione della Lega Navale ottomana. Tanto più che l’<em>Averof</em>, così come le truppe d’occupazione elleniche, erano state accolte con entusiasmo dalla popolazione greca della capitale. E ciò che inquietava gli ufficiali ottomani era l’arrivo in Cilicia della Legione Armena, unità della Legione straniera francese formata da volontari, che comprendeva sopravvissuti al genocidio perpetrato nel 1915 dal governo dei Giovani Turchi. La prospettiva di una rivincita delle minoranze greche e armene, sinonimo di una frammentazione dell’Anatolia, faceva paura.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La sollevazione kemalista</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Questa rivincita, in effetti, avrebbe permesso di dare una traduzione concreta alle rivendicazioni irredentiste che i rappresentanti di queste minoranze avevano espresso alla conferenza di pace, aperta a Parigi nel gennaio 1919. Le rivendicazioni si basavano sull’esistenza dello stato greco e di quello armeno (nel Caucaso del Sud). Il potere ottomano aveva invece riposto le sue speranze nella dinamica creata dal wilsonismo. La visione politica del presidente americano Woodrow Wilson (discorso dei 14 punti) intendeva ricostruire l’ordine internazionale sulla base del principio dell’autodeterminazione dei popoli. Nell’Europa orientale, nel Medio Oriente, come in Cina o in India, tutti gli attori utilizzavano la retorica del wilsonismo.<br />
A metà maggio 1919 lo sbarco a Smirne di un corpo di spedizione ellenico contribuì a ravvivare il sentimento nazionale turco. Mustafà Kemal, militare contrario allo smembramento dell’Anatolia e all’occupazione straniera, riuscì a mobilitare dietro di sé la popolazione maschile musulmana, sebbene spossata da un interminabile sforzo di guerra a difesa dell’impero a partire dalle guerre balcaniche. Nel 1918, quello che rimaneva dell’esercito ottomano era nella maggior parte accantonato nel nord-est dell’Anatolia, per far fronte all’Armenia. La lotta contro l’esercito ellenico, a causa di questa contingenza, sarà per lungo tempo una guerra di guerriglia condotta da bande armate e da milizie musulmane, prima della effettiva ricostituzione di un esercito regolare.<br />
Qualificata dai Kemalisti come “Guerra di liberazione” e come “Grande catastrofe” dai Greci, che ne uscirono sconfitti, il conflitto vide scontrarsi dal 1919 al 1921, questa volta in Cilicia, anche i Kemalisti contro i Francesi, che occupavano la regione e che finiranno per abbandonare ai Turchi. Lo scontro assunse anche la forma di una guerra civile fra le comunità dell’impero, ma anche fra i fautori del sultano e del governo di Istanbul da un lato e quelli del governo parallelo kemalista di Ankara dall’altro. Dal punto di vista ottomano la guerra non iniziò nel 1914 e non si concluse nel 1918. Fu piuttosto “una guerra di dieci anni” terminata nel 1922 con la vittoria turca sull’esercito greco.<br />
Il 1° settembre 1922, Mustafà Kemal, all’indomani della vittoria decisiva e definitiva contro l’esercito greco nell’Anatolia occidentale, arringò le truppe indicando il Mediterraneo come obiettivo fondamentale. L’obiettivo era in effetti Smirne (Izmir), che le forze kemaliste raggiungeranno una settimana più tardi. In effetti, lo scopo a cui mirava Kemal, in maniera metonimica, era il mare Egeo. Questa voluta confusione non era una cosa nuova per l’Impero ottomano, nel quadro della questione d’Oriente. In effetti, dopo la sconfitta di Cesme contro la flotta russa del 1770, il controllo del mare Egeo era diventato una sfida marittima fondamentale, sia perché riguardava la discesa della flotta imperiale russa verso i mari caldi, sia per la rivendicazione delle coste ottomane egee da parte della Grecia e, successivamente, anche da parte dell’Italia.</p>
<h3 style="text-align: justify;">L’abbandono delle province arabe</h3>
<div id="attachment_14268" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="https://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2024/11/Sultanvahideddin.jpg"><img class=" wp-image-14268 " alt="Mehmed VI, ultimo sultano ottomano, lascia il paese dopo l'abolizione del sultanato, 17 novembre 1922." src="https://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2024/11/Sultanvahideddin.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Mehmed VI, ultimo sultano ottomano, lascia il paese dopo l&#8217;abolizione del sultanato, 17 novembre 1922.</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">La perdita del Levante mediterraneo era sostanzialmente implicita da parte di Ankara, a seguito della rinuncia, prevista dall’armistizio, alla quasi totalità delle province arabe. Questo faciliterà nel Vicino Oriente l’instaurazione dei mandati della Società delle Nazioni, assegnati nel giugno 1919 a Francia e Gran Bretagna. I mandati verranno poi definiti durante la Conferenza interalleata di Sanremo (aprile 1920). Il tardivo Trattato di Sèvres (agosto 1920), che doveva stabilire la sorte dell’impero ottomano, non farà che accorpare i precedenti accordi. I nazionalisti turchi, in maggioranza nell’ultima assemblea nazionale eletta nel 1920, accetteranno queste perdite e, nella realtà, non rimarranno scontenti nell’assistere all’azione delle due potenze europee per spezzare i sogni del giovane nazionalismo arabo. Il Patto nazionale, che essi adotteranno il 28 gennaio 1920, tracciò la frontiera meridionale del futuro stato turco laddove terminavano i territori non occupati al momento dell’armistizio e comprendenti al loro interno una maggioranza “turca”. Al termine della cosiddetta “guerra d’indipendenza”, il Trattato di Losanna (24 luglio 1923) confermò questa cessione, lasciando i due problemi ancora irrisolti a un successivo regolamento: il sangiaccato di Alessandretta (Iskenderun) e la provincia di Mossul.<br />
Il revisionismo turco era anteriore alla sollevazione del 1919. Tuttavia la rivolta kemalista gli darà una coerenza diplomatica e, soprattutto, la forza delle vittorie militari acquisite contro i Greci. I Kemalisti utilizzeranno il sostegno bolscevico come uno spauracchio per spingere gli Alleati a un accordo. Essi otterranno, in tal modo, il riconoscimento internazionale, in primo luogo della Francia e dell’Italia. Poi riusciranno a mettere fine al bicefalismo diplomatico turco, escludendo il governo di Istanbul dai negoziati di Losanna. Il loro rifiuto, alla fine vittorioso, delle clausole del Trattato di Sèvres, determinerà l’annullamento di buona parte di quanto in esso previsto. Il trattato, di fatto, prevedeva la costituzione in Anatolia di zone di influenza alleata (Inghilterra, Francia e Italia), assegnava Smirne e il suo hinterland alla Grecia, che già lo occupava, estendeva l’Armenia caucasica nell’Anatolia orientale e, infine, prevedeva di creare uno Stato curdo nel Medio Oriente e uno stato ebraico in Palestina. Questo aggiramento delle disposizioni del Trattato di Sevres diventerà un esempio da meditare, sia nel Vicino Oriente sia in Europa. La destra e l’estrema destra nazionaliste tedesche, tentate dal ricorso alla violenza nel 1923 per cancellare il “diktat” del Trattato di Versailles, non si sbaglieranno nel trarre, dal combattimento di Mustafà Kemal, una fonte d’ispirazione per la loro azione futura.<br />
L’Impero ottomano scomparirà fra il novembre 1922 (fine del sultanato), l’ottobre 1923 (proclamazione della Repubblica) ed il marzo 1924 (abolizione del califfato). Questa sarà la fine di un impero pluricomunitario, apparentemente pluriconfessionale, che sarà parzialmente rimpiazzato da uno Stato nazione turco in Tracia ed in Anatolia, come anche da mandati franco-britannici sul Vicino Oriente. L’omogeneizzazione etnica, iniziata nella “guerra dei 10 anni”, viene parzialmente completata dal grande scambio di popolazione turco-greco del 1923-1924. Tutto questo, stabilito dal Trattato di Losanna, concorrerà a definire essenzialmente i “Turchi” ed i “Greci” secondo categorie religiose (mussulmani o cristiani ortodossi); conseguentemente anche, il trattamento delle minoranze nella maggior parte degli Stati post-ottomani seguirà di massima la dimensione religiosa delle nuove identità nazionali.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.storiain.net/storia/cronaca-del-naufragio-dellimpero-ottomano/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>I COSACCHI ZAPOROGHI, SUDDITI MA NON TROPPO…</title>
		<link>https://www.storiain.net/storia/i-cosacchi-zaporoghi-sudditi-ma-non-troppo/</link>
		<comments>https://www.storiain.net/storia/i-cosacchi-zaporoghi-sudditi-ma-non-troppo/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 01 Jun 2023 13:11:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Cosacchi]]></category>
		<category><![CDATA[Cosacchi zaporoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Impero ottomano]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.storiain.net/storia/?p=12770</guid>
		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi -   I Cosacchi Zaporoghi o del Dnepr si stabilirono all&#8217;interno delle attuali frontiere dell&#8217;Ucraina, fra il Dniestr e la foce del Don, in un crocevia di regni e di imperi. Presi a est e a ovest fra le potenze russa e polacco-lituana, e con l&#8217;Impero ottomano &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><i>di Massimo Iacopi -</i></p>
<p style="text-align: justify;"><i> </i></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>I Cosacchi Zaporoghi o del Dnepr si stabilirono all&#8217;interno delle attuali frontiere dell&#8217;Ucraina, fra il Dniestr e la foce del Don, in un crocevia di regni e di imperi. Presi </strong></em><em><strong>a est e a ovest</strong></em><em><strong> fra le potenze russa e polacco-lituana, e con l&#8217;Impero ottomano a sud, tra XVI e XVII secolo riuscirono a ritagliarsi un proprio spazio vitale, bilanciando alleanze e ribellioni.</strong> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;">Le prime notizie sui Cosacchi venuti dalle frontiere del voivodato di Kiev, appaiono nelle fonti della fine del XV secolo. A questa epoca risultano il più delle volte associati alla città di Tsherkassij, a sud di Kiev sul fiume Dnepr, che serve loro da punto di riferimento e riunione.<br />
Tuttavia, la costituzione di questo gruppo in una società militare organizzata con i suoi propri capi risale agli anni 1530. Nei decenni seguenti, questi contingenti continuano a riunirsi in piccoli accampamenti sui bordi del Dnepr, nei dintorni dell&#8217;attuale città di Zaporizhjia (500 km a sud di Kiev). Nel 1556, il principe e magnate ruteno Dmytro Ivanovic Vyshnenevetskij o Wisniowiecki (morto nel 1563), <i>staroste</i> (capitano) delle città di Tsherkassij e di Kaniv, coordina la costruzione di un nuovo castello sull&#8217;isola di Mala Khortytsia, nell&#8217;oblast di Zaporizhjia, che non risulta direttamente destinato ai Cosacchi, di cui diventerà il primo atamano, ma che serve a rinforzare la loro posizione nella regione. Dopo la distruzione di questo castello da parte dell&#8217;esercito ottomano nel 1557, occorrerà attendere il 1570 affinché i Cosacchi Zaporoghi si stabiliscano su un&#8217;isola vicina, Sitch o Sietch, diventata progressivamente la loro capitale informale.<br />
Il riconoscimento della libertà personale e dalla concessione da parte del re polacco di alcuni privilegi, in cambio del servizio militare, rendono lo statuto cosacco sempre più interessante e attraente. Il numero dei fuggitivi verso la Sitch conosce una crescita continua che spinge il re di Polonia a regolare il fenomeno. Nel 1572, Sigismondo II Augusto (1520-1572) crea il primo Registro cosacco, fissato a 300 persone, con una struttura militare propria: questa lista deve sancire una truppa permanente, remunerata dalla monarchia e dotata di privilegi giuridici e fiscali. Malgrado i successivi allargamenti del Registro, il numero totale di Cosacchi non smette di crescere, superando largamente la lista reale.<br />
La situazione diventa più ambigua nel momento delle grandi campagne militari, quando il potere non esita a rinforzare gli effettivi dell&#8217;esercito anche con i Cosacchi non registrati. Ad esempio, mentre le dimensioni del contingente nel 1617 era stato portato a mille individui, la campagna dell&#8217;anno seguente contro i Moscoviti mobilita 20 mila Zaporoghi senza alcuno statuto particolare. Il Registro concorre a stabilire una specie di aristocrazia cosacca, ma è ugualmente all&#8217;origine di numerose tensioni fra quelli che figurano nella lista e i Cosacchi “dei ranghi”, gelosi dei privilegi dei primi.<br />
La seconda metà del XVI secolo porta a una istituzionalizzazione delle strutture militari della Sitch, con una assemblea, un capo militare (Atamano o hetman) e alcuni ufficiali eletti. Di fatto, le truppe registrate si affiancano spesso alle ribellioni cosacche dirette dall&#8217;atamano eletto, che continua a mantenere il controllo sull&#8217;esercito zaporogo. La rivolta contro le autorità ufficiali diventa un fenomeno ricorrente a partire dalla fine del XVI secolo e la prima metà del XVII secolo.<br />
Posti in una posizione vacillante, con l&#8217;obbligo di rinegoziare il loro statuto per difendere i loro privilegi o per ottenere le paghe promesse per una campagna, gli Zaporoghi si trovano ai margini della legalità di fronte al potere reale polacco. Il re deve, a sua volta, esercitare una pressione permanente su queste truppe poco disciplinate, utili in caso di battaglia ma che possono trasformarsi in una minaccia per la pace e l&#8217;ordine interni e per i rapporti diplomatici con l&#8217;Impero ottomano.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Tensioni religiose</h3>
<p style="text-align: justify;">La cronologia delle prime grandi ribellioni &#8211; quelle di Kosinski e di Nalewajko &#8211; offrono l&#8217;occasione ad alcuni storici per affermare che queste tensioni erano strettamente connesse all&#8217;Unione di Brest, che aveva promulgato, nel 1595-96, il passaggio della metropoli ortodossa di Kiev sotto l&#8217;obbedienza del Papa di Roma e segnato la nascita della Chiesa uniate di Polonia-Lituania. Una attenta analisi mostra tuttavia che il fattore religioso risultava poco presente in queste rivolte, scatenate dalle rivendicazioni personali degli atamani o parzialmente strumentalizzate dal fervente difensore del campo ortodosso, il voivoda di Kiev, Konstantij Wasyl Ostrogski.<br />
Il clero uniate vede questi avvenimenti come un complotto formato dall&#8217;alleanza fra gli Zaporoghi, i rappresentanti del clero ruteno, che si ostinano a non accettare l&#8217;Unione, e il principe ortodosso Ostrogski. Tuttavia, contrariamente a queste accuse, dopo la disfatta di Nalewajko, inflitta dalle truppe reali e fino agli anni 1610, i Cosacchi si guardano bene dall&#8217;intervenire nelle tensioni religiose fra fautori e detrattori dell&#8217;Unione. La situazione cambia dopo il 1608, con la morte del principe Ostogski, che esercitava un forte ascendente politico, economico e militare su tutto il territorio dei voivodati di Kiev e della Volynia. La sua scomparsa lascia un vuoto nel campo ortodosso, che ha bisogno di cercare nuovi appoggi.<br />
Il contesto risulta tanto più preoccupante per il fatto che il re polacco mostra ormai una maggiore fermezza nel suo sostegno agli Uniati. Al contrario, e nello stesso momento, i Cosacchi vedono la loro posizione rinforzata, in quanto Sigismondo III (1566-1632) prepara una nuova spedizione contro la Moscovia ed è incline a fare concessioni per avere i Cosacchi dalla propria parte, fatto che determina un riavvicinamento fra l&#8217;esercito dei Cosacchi e la Chiesa ortodossa.<br />
Per quanto riguarda il clero orientale, è importante contare su un alleato, che per la sua potenza militare risulta indispensabile alla monarchia polacca, anche se rivendica una certa indipendenza. Per i Cosacchi, il legame con una Chiesa non riconosciuta offre un argomento di rilievo nel loro gioco politico con il potere reale. Allo stesso modo, l&#8217;impegno religioso dei Cosacchi serve loro per guadagnare il sostegno della popolazione rutena che, nel voivodato di Kiev, rimane largamente ortodosso e può apportare un aiuto prezioso in caso di eventuali conflitti con il potere polacco. Il riavvicinamento viene sancito attraverso azioni simboliche, come l&#8217;iscrizione nel 1615 di tutto l&#8217;esercito degli Zaporoghi nella Confraternita ortodossa di Kiev. Questa posizione confessionale favorisce ugualmente l&#8217;educazione politica dei Cosacchi, con l&#8217;invio di ambasciate alle Diete polacche e con l&#8217;adozione di pratiche deliberative mutuate dalla nobiltà polacca.<br />
Pertanto, dietro l&#8217;apparenza di un gruppo anti sistema, i Cosacchi Zaporoghi esprimono una cultura della disobbedienza, il cui modello rimanda direttamente alla vita politica della Repubblica polacco-lituana. Una tale trasposizione appare tanto più facile in quanto numerosi ufficiali cosacchi provengono dalla piccola nobiltà locale.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Solo Dio controlla i Cosacchi</h3>
<p style="text-align: justify;">Il voivoda di Kiev diventa, in tal modo, il bastione degli oppositori degli Uniati, posto sotto una forte influenza cosacca. Approfittando della fragile situazione del potere reale di Varsavia, che lascia loro una certa impunità, gli Zaporoghi osano alcune azioni di rilievo, assassinando nel 1618 un rappresentante del metropolita uniate e procedendo con il concorso del patriarca Teofane III di Gerusalemme (morto nel 1644), alla consacrazione di un nuovo metropolita ortodosso e di sei vescovi per le diverse diocesi, occupate dagli Uniati. Nello stesso tempo, una alleanza di questo tipo pone le gerarchie ortodosse sotto la dipendenza dei Cosacchi, senza poter temperare le loro azioni e costituisce un freno nei loro tentativi di normalizzare i rapporti con le autorità polacche. Questa ambiguità si legge nella memoria indirizzata a Sigismondo III da parte dei vescovi ortodossi nel 1621: “<i>E&#8217; certo che nessuno al mondo, ad eccezione del Signore, apporti tanti benefici alla Cristianità soggiogata così come non lo fanno i Greci con il loro tributo, il re di Spagna con la sua potente flotta e la truppa degli Zaporoghi con il suo coraggio e le sue vittorie… Non solo non c&#8217;è alcun bisogno che i preti li arringhino, ma sono loro stessi che controllano i preti e i cittadini e ricordano loro, a volte con minacce, che la fede non deve soffrire alcun cambiamento e nessuna comunione con gli Uniati apostati. Che Dio li controlli </i>“.<br />
E&#8217; per questo motivo che, negli anni ’20 del XVII secolo, il clero ortodosso cerca di condurre &#8211; senza successo &#8211; una diplomazia religiosa autonoma, aprendo negoziati con i vescovi uniati. Gli ultimi anni del regno di Sigismondo III sono stati marcati da una forte agitazione connessa con le tensioni religiose.<br />
Nella ribellione degli Zaporoghi del tartaro Taras Triasylo Fedorowicz, atamano dei Cosacchi non registrati, nel 1630, la contestazione religiosa viene enunciata chiaramente e suscita reazioni straniere. Nel suo progetto di alleanza contro la Polonia, il re di Svezia Gustavo II Adolfo Vasa (1594-1632) invia una lettera all&#8217;atamano cosacco, presentandosi come “nemico dei Gesuiti e protettore della religione greca”. Questa rivolta produce differenti discorsi autonomi sulla situazione religiosa dei Ruteni. Se gli ufficiali cosacchi si mostrano poco accondiscendenti nei confronti dell&#8217;ambasciata svedese, essendo più inclini a negoziare con il potere polacco, gli uomini di rango che riprendono le lamentele di una parte della popolazione ortodossa, non esitano a sollecitare a viva voce che i Polacchi eliminino gli Zaporoghi comprese donne e bambini se essi si rifiutano di convertirsi al “papismo”. Alcune cronache ortodosse affermano anche che Staniskaw Koniekpolski, incaricato di reprimere la rivolta, aveva ricevuto una spada benedetta dai Domenicani per “estirpare i Ruteni”.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Sorvegliati da vicino</h3>
<p style="text-align: justify;">Le divisioni sfociano in una pace di compromesso che aumenta il numero dei Cosacchi registrati a 8 mila individui, ma vieta gli attacchi in territorio ottomano. Alcune parti, non soddisfatte dell&#8217;accordo, continuano ad alimentare le tensioni e sfociano in nuove rivolte. L&#8217;arrivo sul trono di Ladislao IV (1595-1648) modifica profondamente lo statuto della chiesa ortodossa e, per un breve momento, contribuisce a diminuire i conflitti ereditati dai decenni precedenti. Il figlio di Sigismondo III si mostra attento al ristabilimento della pace civile e accetta di ridare una legalità alla gerarchia ortodossa, a condizione che tutti i vescovi siano rinnovati, e questa volta, confermati dal re. La sede metropolitana viene attribuita al superiore di un monastero delle Grotte di Kiev, Pyotr Mohyla (1596-1647), metropolita discendente da una famiglia principesca moldava e conosciuto per il suo carisma e con un marcato orientamento a favore di un lealismo verso i poteri ufficiali. Con il loro statuto ormai riconosciuto e le visioni personali dei nuovi vescovi ortodossi non possono che allontanarli dagli Zaporoghi, difficili da controllare nelle loro azioni.<br />
Gli uomini della Sitch, pur perdendo il sostegno dell&#8217;aristocrazia ecclesiastica rutena, si trovano sempre di più sotto la pressione dei rappresentanti reali, che tentano di limitare le loro attività. Nel 1635, i Polacchi decidono di costruire una nuova fortezza nei pressi delle rapide di Kodak al fine di bloccare l&#8217;accesso alla Sitch e impedire le spedizioni in territorio ottomano. La reazione cosacca non si fa attendere e, nel corso dello stesso anno, un contingente guidato dall’atamano Iwan Sulima (morto nel 1635) distrugge parzialmente la piazzaforte Negli anni 1637-1638 le ribellioni di Pawel Pawluk e di Jakub Ostrzanin o Yakiv Ostryanyn esacerbano ancora di più le tensioni all&#8217;interno dei Cosacchi registrati, poiché diversi di loro &#8211; ed in primo luogo gli agitatori &#8211; si ritrovano nei ranghi alcuni ribelli, mentre altri rimangono fedeli al potere reale. Questi scontri consolidano parimenti l&#8217;alleanza fra i Cosacchi e il mondo rurale ruteno, che partecipa massicciamente ai combattimenti, ponendo gli Zaporoghi nel ruolo di difensori della popolazione plebea di fronte alla pressione dei signori feudali.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Una fermezza tardiva</h3>
<p style="text-align: justify;">In questo contesto le sconfitte cosacche determinano una ripresa in mano di tutta l&#8217;organizzazione istituzionale zaporoga da parte della Polonia. L&#8217;ordinanza approvata dalla Dieta polacca nel 1638 stabilisce che ormai il contingente registrato sarà diretto da un commissario reale e che tutte le cariche principali, dal comandante fino ai colonnelli dei reggimenti saranno riservate a nobili polacchi provenienti direttamente dall&#8217;amministrazione reale e che non provengono dai ranghi degli Zaporoghi. Inoltre, il testo si preoccupa di circoscrivere lo statuto cosacco all&#8217;interno della popolazione locale, vietando non solo ai borghesi e ai loro figli di affiliarsi ai cosacchi, ma anche alle loro figlie di sposare gli uomini i cui nomi figurino sul Registro, sotto pena della confisca dei loro beni. Se questa fermezza politica impedisce nuove rivolte per circa un decennio, essa contribuisce ad aumentare lo scontento contro gli amministratori reali e rinforza il risentimento nei confronti di una gerarchia, percepita come iniqua e arbitraria.<br />
Di fatto, la reazione reale arriva troppo tardi per frenare una evoluzione iniziata alla fine del secolo precedente. Considerati nel loro insieme, i tentativi della monarchia per regolare il modo di vita delle comunità cosacche, sembrerebbero persino aver determinato un aumento degli atti di disobbedienza e di conflitti violenti.<br />
Un tale paradosso riguarda anche la grande insurrezione iniziata nel 1648 sotto la guida dell&#8217;atamano Bogdan Khmelnitski (1595-1657). In effetti, questo conflitto, di una ampiezza senza precedenti, scoppia alla fine del regno di Ladislao IV, anche se marcato da una politica di pacificazione religiosa e di sforzi per limitare le tensioni dirette fra comunità concorrenti. Dietro questa cronologia, si nasconde forse la natura stessa della società dei Cosacchi Zaporoghi che, dopo aver integrato i codici e la cultura della Repubblica delle Due Nazioni, non può ammettere che le aristocrazie rifiutino di inserire le sue rivendicazioni in una procedura di negoziato riservato alla sola nobiltà.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più<br />
</span></em></strong>John Hure, <em>Cosacchi</em>, Edizioni Piemme, Casale Monferrato, 1999.<br />
Philip Longworth, <em>Les Cosaques</em>, Paris, Albin Michel, 1972.<br />
Jean-Benoit Scherer, <em>Annales de la Petite-Russie, ou Histoire des Cosaques-Saporogues et des Cosaques de l&#8217;Ukraine, ou de la Petite-Russie depuis leur origine jusqu&#8217;à nos jours:… et de pièces justificative</em>s, t. 2, BookSurge Publishing, 2001.<br />
Christoph Witzenrath, <em>Cossacks and the Russian Empire, 1598–1725: Manipulation, Rebellion and Expansion into Siberia</em>, Routledge, 2007</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.storiain.net/storia/i-cosacchi-zaporoghi-sudditi-ma-non-troppo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>YEGHVARD 1735: LA NUOVA PERSIA SCHIACCIA GLI OTTOMANI</title>
		<link>https://www.storiain.net/storia/yeghvard-1735-la-nuova-persia-schiaccia-gli-ottomani/</link>
		<comments>https://www.storiain.net/storia/yeghvard-1735-la-nuova-persia-schiaccia-gli-ottomani/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 01 Feb 2023 17:44:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Afsharidi]]></category>
		<category><![CDATA[Impero ottomano]]></category>
		<category><![CDATA[Nadir Shah]]></category>
		<category><![CDATA[Persia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.storiain.net/storia/?p=12360</guid>
		<description><![CDATA[- di Massimo Iacopi Nel cuore dell’Armenia un capobanda turkmeno sconfigge, contro ogni previsione, l’esercito ottomano. Questo condottiero arriva nello stesso tempo alla gloria militare e al trono di Persia, fondando una nuova dinastia e rinnovando i fasti della storia militare dell’antica Persia. ♦ Agli inizi del XVIII secolo, l’Impero &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">- di Massimo Iacopi</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Nel cuore dell’Armenia un capobanda turkmeno sconfigge, contro ogni previsione, l’esercito ottomano. Questo condottiero arriva nello stesso tempo alla gloria militare e al trono di Persia, fondando una nuova dinastia e rinnovando i fasti della storia militare dell’antica Persia.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;">Agli inizi del XVIII secolo, l’Impero ottomano ha due avversari principali: in Europa, le potenze cristiane; in Oriente, l’Impero persiano. Quest’ultimo è certamente musulmano ma risulta retto da una dinastia, quella dei <i>Safevidi </i>o<i> Safavidi</i>, che aderisce alla Sciismo, percepito a Costantinopoli come un’eresia molto pericolosa. L’occasione per gli Ottomani di indebolire la Persia si presenta quando essa viene attaccata dagli Afghani. Nel 1722, questi ultimi si impadroniscono di Isfahan, la capitale. A quel punto, gli Ottomani intervengono militarmente. Lo Shah Tahmasp II, preso alla gola, firma nel 1727 il Trattato di Hamadan, che determina la cessione di diverse città del Caucaso, specialmente Tiflis (Tbilisi), Goris e Erevan.<br />
Per Nader o Nadir, uno dei grandi generali persiani che hanno contribuito a lottare contro gli Afghani, la pace non è altro che un diktat vergognoso, inaccettabile. Egli organizza conseguentemente una serie di intrighi di palazzo, grazie ai quali Tahmasp II viene rovesciato e gettato in prigione. Quindi intronizza il figlio dello shah con il nome di Abbas III (di 8 mesi). Il 4 novembre 1732 la nobiltà persiana prende atto del colpo di stato e Nader diviene reggente. Ormai il personaggio è giunto a un gradino dal potere, ma risulta impopolare: la dinastia safavide, agonizzante, conserva sempre il sostegno dell’influente clero sciita. Per cingere la corona, Nader ha bisogno della gloria militare.<br />
A questa tappa della sua vertiginosa ascensione, Nader è già un personaggio leggendario. Nato il 22 novembre 1688 nell’accampamento invernale di una tribù nomade turkmena del Khorasan (nel centro dell’attuale Turkmenistan), egli era figlio di un oscuro pastore. Da un punto di vista etnico Nader non è un persiano, piuttosto un turco di confessione sciita. Lui e i suoi sono dei membri della Confederazione Qizilbash, da sempre il braccio armato della dinastia safavide. Il piccolo Nader non trascorre un’infanzia facile. Morto suo padre, alcuni briganti uzbeki rendono schiavi il giovane e sua madre, che muore in prigionia. Nader riesce tuttavia a fuggire. Verso il 1717, non ancora trentenne, Nader raggiunge una banda di rapinatori, di cui diventa il capo, affrontando in seguito tutti i guerrieri della regione: gli Uzbeki, i suoi nemici ereditari, gli Afghani e molti altri ancora. Combattendo su tutte le frontiere della Persia, l’uomo rivela un talento innato per l’arte della guerra. La sua stella raggiunge Isfahan. Quindi arriva la presa di potere e, subito dopo, la ripresa della guerra con gli Ottomani.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Un problema di disciplina</b></h3>
<div id="attachment_12368" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2023/01/Nadir-Shah.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-12368" alt="Nadir Shah" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2023/01/Nadir-Shah-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Nadir Shah</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Per tre anni, Nader si batte più o meno con successo. Ma la riconquista delle città caucasiche perdute con il trattato di Hamadan è impossibile per mancanza di artiglieria specializzata. Inoltre, la parte migliore dei suoi uomini è composta da cavalieri turcomanni e afghani poco disciplinati. Non è realistico contare su di essi per le metodiche operazioni di assedio. La sola possibilità di successo è quella di affrontare l’esercito del sultano in aperta campagna. Giustamente, esso è concentrato intorno a Kars, porta d’ingresso della Turchia nel Caucaso. Abdullah Köprülü Pasha, il suo comandante, è un politico, non un militare. Egli ha governato diverse province con successo e riscuote la fiducia del sultano Mahmud I.<br />
Per attirare Köprülü Pasha fuori dal suo riparo, il 3 novembre del 1734 Nader pone l’assedio a Gandja, importante città dell’attuale Azerbaigian, che, ben fortificata, resiste. Lasciando sul posto il grosso delle sue forze, il reggente di Isfahan devasta con i suoi cavalieri i dintorni di Tiflis, in Georgia, quindi Erevan, in Armenia. Ma il generale ottomano rifiuta di uscire durante la cattiva stagione: il suo esercito dovrebbe svernare nei confini del Caucaso, poveri di rifornimenti e di foraggio. Le sue truppe, e soprattutto i suoi cavalli &#8211; molto meno rimpiazzabili con facilità &#8211; sarebbero destinati alla fame.<br />
Nella primavera del 1735 tutto è pronto per la campagna e Köprülü Pasha esce da Kars con un contingente di 50 mila cavalieri, 30 mila fanti e 400 cannoni. Alla fine, la provocazione di Nader ha funzionato.<br />
“Dio sia lodato” avrebbe esclamato Nader non appena informato dell’arrivo del nemico, espressione che potrebbe suonare presuntuosa, in quanto l’esercito ottomano è temibile. La sua spina dorsale e a quel tempo costituita dagli <i>Spahis</i>, cavalieri che godono di feudi militari non trasmissibili: essi formano in tal modo una specie di nobiltà non ereditaria. Contrariamente alle truppe montate che dominano allora in Europa, gli <i>Spahis</i> sono cavalieri leggeri stimati per la loro disciplina. Se la razza di cavalli relativamente piccoli non consente di portare armature, essa offre all’esercito del sultano una straordinaria mobilità, che gli permette di combattere su teatro d’operazione molto distanti dalle sue basi, in Europa, in Asia, in Africa. A fianco degli Spahis cavalcano gli <i>Akindjis</i>. Difficili da distinguere rispetto ai precedenti in quanto equipaggiati e vestiti in maniera quasi similare, essi vengono incaricati delle missioni classiche della cavalleria leggera: ricognizione, avanguardia e copertura dei fianchi dell’esercito. A causa dei rischi che si assumono essi vengono specialmente denominati i <i>deliler</i> (matti) e <i>erdengeçtiler</i> (quelli che hanno dato la loro testa al nemico), Gli <i>Spahis</i> e gli <i>Akindjis</i> preferiscono la sciabola alla lancia; sciabola curva, corta e affilata essa viene concepita piuttosto per tranciare che per tagliare. Tenuta con una mano ferma risulta un’arma temibile.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Giannizzeri moschettieri</b></h3>
<p style="text-align: justify;">La fanteria di Köprülü Pasha è composta per l’essenziale da giannizzeri, senza alcun dubbio la più celebre formazione ottomana. Originalmente, il reclutamento veniva effettuato fra gli adolescenti cristiani “turchificati” e islamizzati, per forza o per “amore”. L’addestramento accurato che subiscono ne fanno dei soldati speciali, legati da un comune spirito di corpo. Ma nel XVIII secolo la situazione è completamente cambiata: i giannizzeri sono tutti ex bottegai od artigiani mussulmani, attirati dal prestigio e dalle immunità fiscali accordate al corpo. Il loro armamento principale è composto da moschetti. Essi hanno guadagnato la fama di tiratori provetti. Sono fieri della loro abilità e disprezzano il fuoco a salve delle truppe schierate europee dell’epoca, sebbene più devastante. Ma questi tradizionalisti rifiutano di imitare i “vili miscredenti” comunque sia.<br />
Infine gli Ottomani dispongono di una artiglieria adeguata. L’arsenale di Istanbul produce buoni cannoni, ma non in numero sufficiente, per carenza di fonti minerarie. Per questo motivo parte dei pezzi da campagna proviene dalla Svezia, dalla Francia e dall’Inghilterra. Per l’essenziale, si tratta di cannoni di bronzo, ad avancarica per mezzo di calcatoi (per intasare la polvere) e che lanciano palle fuse. Il problema di questa artiglieria è che è di provenienza diversa, lenta a spostarsi e soprattutto lenta da mettere in batteria.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Nader: uno contro quattro</b></h3>
<p style="text-align: justify;">All’inizio del giugno 1735 Abdullah Köprülü Pasha viene informato che Nader e vicino, con un esercito stimato intorno ai 20 mila uomini. A causa della ridotta consistenza di questi effettivi, il generale turco si aspetta che il suo avversario batta in ritirata per ritrovare il grosso delle sue forze, lasciate all’assedio di Gandjia. Dopo una marcia spossante, l’Ottomano installa il suo campo nella piana di Yeghvard fra Kars e Erevan, nelle prossimità del monte Ararat, nel cuore di quello che è oggi la Repubblica d’Armenia. In linea d’aria il campo si trova a circa 120 km da Kars e più di 400 km da Gandjia, di cui intende soccorrere la guarnigione.<br />
Orbene, nonostante un rapporto di forze molto sfavorevole, Nader non ha alcuna intenzione di ripiegare. Il 19 giugno, dopo aver dissimulato un contingente di cavalieri dietro il margine di una foresta vicina, egli fa avanzare i pochi uomini che ha: qualche fante e truppe montate. La battaglia ha inizio alle 14. Nutrendo dubbi sulle intenzioni offensive dei Persiani, gli Ottomani non si affrettano a mettere in batteria i loro cannoni sulla cresta di una piccola collina sul davanti del loro corpo di battaglia. Si attendono una serie di scaramucce, di dover tirare su cavalieri in continuo movimento. Vengono quindi presi completamente alla sprovvista quando, all’improvviso, le truppe di Nader passano all’attacco.<br />
In una manovra arrischiata, 2-3 mila <i>jazayechis</i>, moschettieri d’elite montati su grossi cavalli, paragonabili a dragoni occidentali, si gettano all’assalto della collina. Il moschetto degli <i>Jazayer</i>, che dà loro il nome e che essi impiegano una volta a terra, è di un calibro più elevato delle armi europee dello stesso tipo. L’arma ne guadagna in portata e in precisione,ma al prezzo di un peso considerevole: fino a 18 kg contro i 5 di un moschetto medio europeo. Inoltre, si tratta di un’arma delicata e lunga da caricare. Tuttavia, queste non sono carenze insormontabili per tiratori ben selezionati e addestrati.<br />
Il brusco assalto è un successo. Gli artiglieri ottomani se la danno a gambe e i loro preziosi pezzi vengono catturati. Questo colpo di mano suscita costernazione nel resto dell’esercito di Köprülü Pasha, che assiste da lontano all’azione. La fase di apertura della battaglia si conclude in tale contesto, con un secondo successo ottenuto in maniera identica al primo. Altri moschettieri neutralizzano l’altro concentramento di artiglieria ottomana, ugualmente piazzata troppo in avanti rispetto alla linea di battaglia principale.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Tuonar di vespe</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Senza tardare, l’ordine di avanzare viene dato alla fanteria persiana schierata al centro della linea di battaglia. La missione sembra suicida: questa accozzaglia poco numerosa va a scontrarsi direttamente con i terribili giannizzeri. I Persiani non hanno nessuna possibilità di successo e Nader ne è cosciente. Per questo motivo egli fa sostenere la sua progressione dalla sua artiglieria leggera a dorso di cammello, gli <i>Zamburak</i> (le “vespe”). Il loro schieramento è rapido e a corta distanza, e il loro tiro è devastante, soprattutto quando è concentrato su una unità compatta.<br />
In effetti e giustamente, i giannizzeri si schierano tradizionalmente serrati gli uni agli altri: i loro capi esigono da essi che tengano duro come un “muro di ferro” e attendono imperturbabili l’ordine di contrattacco e di sfondamento della linea avversaria.<br />
Al momento in cui le due fanterie si affrontano, il Persiano gioca la sua ultima carta. Il contingente di cavalieri nascosto nella foresta vicina passa all’azione e prende sul rovescio il corpo di battaglia ottomano già scosso. Se egli conduce personalmente la carica decisiva, come è riportato in certune fonti, Nader ha probabilmente assunto la guida degli elementi più sicuri del suo esercito: i suoi fratelli d’arme, i guerrieri delle tribù Qizilbash. Seminano lo sgomento nei ranghi ottomani. Questi cavalieri non differiscono in nulla di essenziale rispetto ai loro omologhi ottomani, se non per il fatto che utilizzano più volentieri la lancia. Altra differenza: i Persiani caricano a fondo, senza risparmiare i loro cavalli. Nader sa che la sola ricchezza di un cavaliere è la sua montura e quindi evita di esporla al tiro avversario. In tale contesto, egli paga o rimborsa i cavalli uccisi sotto i suoi uomini, per incoraggiare la loro aggressività.<br />
Vedendo che le cose si mettono male, una parte della cavalleria ottomana gira la briglia senza chiedere altro, allontanandosi dal campo di battaglia: fra questi i famosi <i>Akindjis</i>, evidentemente poco inclini a offrire la testa al nemico. Il panico si propaga nelle file ottomane e ben presto tutto l’esercito si sbanda in uno sconvolgente “si salvi chi può”. Nella confusione, Köprülü Pasha viene scaraventato a terra dal suo cavallo e decapitato. Diversi altri generali di alto rango muoiono nel tentativo di cercare di bloccare la fuga dei loro uomini. Il combattimento vero e proprio è stato breve: l’azione è durata circa due ore, mentre il resto è stato un sanguinoso inseguimento della cavalleria sulla strada di Kars. La sconfitta ottomana è spaventosa. Su 80 mila soldati, solo un decimo sarebbe riuscito a raggiungere la piazzaforte. La cifra, forse esagerata, risulta comunque non verificabile, ma è certo che le perdite persiane sono state di molto inferiori a quelle ottomane.<br />
Nader, trionfatore della giornata, si mostra magnanimo. I corpi dei generali avversari, fra cui quello di Köprülü Pasha, vengono restituiti. Vengono informate le guarnigioni ottomane assediate inviando loro alcuni prigionieri, come messaggeri, i quali non mancano certo di segnalare che gli sperati soccorsi non arriveranno più. L’effetto viene conseguito: Gandjia, Tiflis e Erevan decidono di capitolare e dietro loro tutte le piazzeforti del Caucaso meridionale ritornano sotto il controllo persiano. Istanbul si rassegna a negoziare e la frontiera ritrova il suo tracciato antico.<br />
Essendo il giovane Abbas III deceduto, qualche giorno dopo la vittoria di Yeghvard, il 10 marzo 1736, in occasione del Noruz, il Nuovo Anno persiano, Nader convoca tutti i notabili per un’assemblea straordinaria. La riunione ha luogo nella pianura stepposa del Mughan, nel cuore dell’Azerbaigian riconquistato. E, come ci si poteva attendere, i grandi del regno gli propongono il trono. Nader non si fa pregare, accetta la nomina e cinge la corona. Il figlio dell’umile pastore è ormai diventato il nuovo “Re dei Re” (Shah in Shah) della Persia, un racconto degno delle <em>Mille e una notte</em>.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Bersaglio successivo: i Moghul</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Nader o Nadir Shah non è sazio di onori. Nel 1738 si rivolge verso est e si impadronisce di Kandahar, prima di attaccare un enorme pezzo dell’Impero Moghul, che domina la gran parte dell’India. Superando i terribili passi afghani, Nadir piomba su Peshawar e nel Lahore, quindi sconfigge un enorme esercito moghul a Karnal, il 24 febbraio 1739. Si tratta della sua vittoria più bella, coronata dal saccheggio di Delhi e dal massacro di buona parte della sua popolazione. Ebbro di gloria militare e di ricchezze, Nader si comporta in seguito da despota, pronto a colpire con la sua leggendaria ascia di guerra chiunque sia sospettato di complotto. Egli usa e abusa sia dell’ascia sia dei suoi principali luogotenenti, che alla fine si alleano contro di lui e l’assassinano nella sua tenda nella notte dal 19 al 20 giugno 1747. La dinastia degli Afsharidi, che lascia all’Iran, quasi non riuscirà a sopravvivergli. I suoi successori si dilaniano fra di loro e se il nipote di Nader, Shahrock, riuscirà finalmente a regnare dal 1750 su un Iran ridotto (il Khorassan), il resto dell’Iran viene retto dalla dinastia Zand, iniziata con Muhammad Karim Khan (1705-1779). Shahrock Afsharide verrà definitivamente rovesciato nel 1796 dal capo tribù, Agha Mohammad Khan, che fonderà la dinastia dei <i>Qadjari</i>. Quest’ultimo cinge a sua volta la corona e fonda una dinastia che durerà fino al 1925, quando un nuovo colpo di stato, guidato da un generale al servizio dei Qadjari, Reza (1878-1944), darà inizio alla dinastia dei <i>Palhavi</i>.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><br />
Saberan Foad, <em>Nade Shah ou la folie au pouvoir dans l’Iran du XVIII siecle</em>, L’Harmattan, 2013;<br />
Tucker Ernest S., <em>Nadir Shah Quest for Legitimacy in post Safavid Iran</em>, University Press of Florida, 2006;<br />
Ward Steven R., <em>Immortal. A Military History of Iran and its Arme Forces</em>, Geogetown University Press, 2014;<br />
Michael Axworthy, <em>The Sword of Persia: Nader Shah, from Tribal Warrior to Conquering Tyrant</em>, I.B. Tauris, 2006.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.storiain.net/storia/yeghvard-1735-la-nuova-persia-schiaccia-gli-ottomani/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LA TURCHIA, LA LIBIA E LE PORTE DELL’AFRICA</title>
		<link>https://www.storiain.net/storia/la-turchia-la-libia-e-le-porte-dellafrica/</link>
		<comments>https://www.storiain.net/storia/la-turchia-la-libia-e-le-porte-dellafrica/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 03 May 2021 13:23:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Erdogan]]></category>
		<category><![CDATA[Impero ottomano]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Turchia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.storiain.net/storia/?p=10594</guid>
		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi - &#160; La decisione delle autorità turche di intervenire in Libia insegue sfide strategiche e geo-economiche più rilevanti di un mero disegno imperialistico. Seppur al momento vincente, questa mossa sembra aver ridestato l’auspicata attenzione delle nostre autorità politiche nei riguardi dell’area, scuotendo l’apatia europea. ♦ Il conflitto &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Massimo Iacopi -</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>La decisione delle autorità turche di intervenire in Libia insegue sfide strategiche e geo-economiche più rilevanti di un mero disegno imperialistico. Seppur al momento vincente, questa mossa sembra aver ridestato l’auspicata attenzione delle nostre autorità politiche nei riguardi dell’area, scuotendo l’apatia europea.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;">Il conflitto in Libia coinvolge un vasto ventaglio di attori non propriamente libici. Si scontrano due grandi fronti: da un lato il governo di Fayez el Sarraji, basato a Tripoli e riconosciuto dall’ONU, e dall’altro quello del maresciallo Khalifa Haftar, vecchio generale dell’esercito di Muammar al Ghaddafi, di stanza a Tobruk e Bengasi, sostenuto da un insieme di forze riunite sotto la bandiera dell’autoproclamato “Esercito Nazionale Libico”. Il primo governo, contiguo ai Fratelli Musulmani, può contare essenzialmente sul sostegno della Turchia e del Qatar; il secondo, che si presenta come l’alfiere dell’islam politico e dell’antiterrorismo, suscita l’appoggio della Francia, della Russia, dell’Egitto, degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita.<br />
La Libia non è un teatro di operazione senza alcun interesse per la Turchia: era infatti un antico dominio della Sublime Porta fino a quando l’Italia la conquistò nel 1911-1912. La Libia, di fatto, riveste per Ankara indubbi ricordi di passata grandezza e nasconde malcelate velleità di espansione in Africa. Tuttavia, l’investimento militare e politico turco in Libia appare motivato da primarie considerazioni geo-economiche &#8211; in primo luogo lo sfruttamento di importanti giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale &#8211; ma anche da considerazioni geopolitiche, in quanto la presidenza turca si sforza di rinforzare e promuovere i partiti islamisti nella regione di fronte all’opposizione dei paesi arabi che osteggiano la comparsa di un islam politico minaccioso per la loro stabilità.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Una posta in gioco economica colossale per Ankara</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Un “mare di gas”: questa è l’espressione usata dal gigante petrolifero italiano ENI in un comunicato emesso all’inizio del 2020 per definire il Mar Mediterraneo. Di fatto, pur risalendo l’attuale guerra civile in Libia al maggio 2014 (con conseguente appoggio di Ankara al governo di El Sarraji dal dicembre 2015) è solo a partire dal 2019 che l’investimento turco nei confronti del suo alleato assume una certa rilevanza.<br />
In effetti, preoccupati dai discorsi del primato turco annunciato nel 2018 in occasione delle missioni di prospezione mineraria nel Mediterraneo Orientale, i governi cipriota, egiziano, israeliano, italiano, greco, giordano e palestinese decidono, il 16 gennaio 2019 di organizzare un “Forum del gas nel Mediterraneo orientale (EMFG)” al fine di sovraintendere, nel dialogo e nella cooperazione, la nascita di un promettente mercato del gas nelle acque dell’est del Mediterraneo, il cui valore sarebbe stimato in 700 miliardi di dollari.<br />
Nonostante le assicurazioni di Atene circa la possibilità di Ankara di entrare a far parte dell’EMFG a condizione del rispetto della carta, questo accordo esclude chiaramente la Turchia, e di fatto crea un fronte di opposizione unito che potrebbe intralciare le pretese economiche di Ankara della zona. EMFG si riunisce di nuovo nel luglio 2019, quando ottiene anche il sostegno degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.<br />
Come risposta alla creazione dell’EMFG e alla nascita di questa coalizione ritenuta “antiturca” da Ankara, Erdogan firma con Tripoli nel novembre 2019 un trattato di cooperazione militare e di sicurezza, associato a un accordo di cooperazione economica: quest’ultimo prevede l’estensione della piattaforma continentale turca e libica a partire dalle rispettive ZEE (Zone Economiche Esclusive). Il trattato, senza fondamenti giuridici, stabilisce la creazione di un corridoio marittimo economico che collega la Libia alla Turchia, concedendo ad entrambi il libero sfruttamento delle eventuali risorse nell’area (naturalmente ricche di idrocarburi).<br />
Questo accordo, denunciato dalle nazioni dell’EMFG, consente alla Turchia di liberarsi della strozzatura marittima nella quale i suoi concorrenti mediterranei l’hanno posta, appoggiandosi a un nuovo alleato nella regione. Se in tal modo la sfida geo-economica sembra indubbia (disponendo la Turchia appena di una ZEE ridotta a causa della costellazione di isole greche nell’immediata prossimità del suo litorale), la posta politica dell’intervento turco in Libia assume una dimensione particolarmente significativa. Se il governo di Tripoli dovesse crollare sotto i colpi del maresciallo Khakifa Haftar, la Turchia non perderebbe solamente l’accordo economico ma, soprattutto, un prezioso alleato nella regione.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>I Fratelli di Ankara</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Il governo El Sarraji si è dimostrato molto vicino al movimento dei Fratelli Musulmani e per questo motivo si è guadagnato l’anatema del Cairo. La confraternita islamista conta su un atteggiamento favorevole del presidente turco Erdogan, dimostrato nell’agosto 2020 dall’accoglienza a Istanbul dei responsabili di Hamas, seguita all’organizzazione della Conferenza internazionale dei Fratelli Musulmani nella stessa città nel settembre 2019.<br />
La presidenza turca esercita una chiara azione di promozione dell’islam politico all’estero, sostenendo sempre più apertamente i partiti e i movimenti islamisti nel mondo. Tuttavia, Erdogan in questo caso non dimostra un allineamento sulle tesi dei Fratelli Musulmani, né promette alcuna forma di panislamismo: il suo sostegno alla fratellanza è principalmente motivato dal fatto che, tatticamente, tale movimento può aiutare a rinforzare la situazione regionale della Turchia grazie alla sua rete internazionale di militanti.<br />
Lo scontro fra i partigiani dei Fratelli Musulmani e i loro oppositori in Libia non spiega da solo il conflitto. Permette però di chiarirne uno degli elementi primari e, a tutti gli effetti, uno dei principali vettori dell’offensiva turca.<br />
I sostenitori del maresciallo Haftar &#8211; in prima linea Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Egitto &#8211; si dimostrano, nella pratica, i più feroci avversari dei Fratelli Musulmani. In effetti, una profonda separazione ideologica e politica divide i fautori e gli oppositori della fratellanza islamica: laddove i Fratelli Musulmani aspirano a creare delle vere repubbliche islamiche in paesi a maggioranza musulmana, i Sauditi o gli Emirati passano immediatamente a sponsorizzare e patrocinare i regimi in pericolo. Un programma teocratico repubblicano come quella della fratellanza islamica rappresenta, pertanto, una minaccia evidente per le monarchie che si oppongono al suo sviluppo. Queste tensioni, peraltro, hanno ampiamente superato il semplice aspetto ideologico per trasformarsi in conflitto politico durante la fallita cosiddetta “Primavera araba” del 2011, nel corso della quale i Fratelli Musulmani erano riusciti a imporsi, come prima forza politica, in alcuni paesi strategici, basti pensare all’Egitto, con grave danno per le monarchie del Golfo.<br />
Se gli interessi economici e politici hanno rappresentato le fondamentali motivazioni dell’investimento turco in Libia, l’aumento delle tensioni diplomatiche nel Mediterraneo orientale è coinciso, peraltro, con quello degli scontri in Tripolitania e, più in particolare, con le operazioni condotte dal maresciallo Haftar nella regione. Dall’inizio di aprile 2019 l’uomo forte di Tobruk, galvanizzato dall’invio di diverse migliaia di mercenari della società russa Gruppo Wagner [1], lancia una vasta offensiva contro il suo avversario tripolino; quest’ultimo accusa rapidamente sostanziali perdite territoriali e nel giro di pochi giorni gli scontri si allargano alla periferia di Tripoli.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Il determinante intervento militare turco</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Prendendo atto di una quasi imminente vittoria di Haftar, la Turchia entra in scena militarmente e procede all’invio, il 9 maggio 2020, di materiale da guerra: 30 blindati di fanteria (VBCI) di produzione turca (Kirpi 2) sbarcano nel porto di Tripoli. I giorni seguenti vedono l’arrivo di veicoli blindati pesanti e di droni [2]. Nella più completa violazione dell’embargo sulle armi emesso dall’ONU nei confronti della Libia, Ankara consegna notevoli quantità di materiale militare e rinforzo di ex mercenari dell’ISIS. Forte del sostegno turco, El Sarraji riprende rapidamente il controllo della situazione militare, infliggendo seri rovesci all’Esercito Nazionale Libico (ANL) di fronte a Tripoli nel giugno 2019, e costringendo al ritiro di una parte del contingente russo Wagner.<br />
E’ in questo contesto che si inserisce la firma, il 27 novembre 2019, dei due accordi fra la Turchia e il governo di El Sarraji: il trattato di sicurezza prevede l’insediamento di basi turche in Libia e l’invio di istruttori e consiglieri per le forze tripoline. L’implicazione militare diretta in Libia viene sancita e definitivamente siglata il 2 gennaio 2020, quando la Grande Assemblea Nazionale ad Ankara dà l’approvazione formale all’invio di truppe turche in Libia. Tuttavia, a parte l’invio di numerosi consiglieri militari e piloti di droni, Erdogan ha deciso, per il momento, di non impegnare direttamente soldati turchi nell’area, mobilitando al loro posto i mercenari siriani islamici della famigerata “Armata Nazionale siriana” (ANS).<br />
L’ANS, composta essenzialmente da Arabi e Turkmeni, schiera nelle sue file numerosi ex combattenti dello defunto stato islamico o di altri gruppi jihadisti e islamisti. Motivati dal miraggio del guadagno, questi uomini, che pur hanno subito severe perdite, hanno fatto parte di tutte le operazioni turche in Siria, dallo “Scudo dell’Eufrate” del 2016 alla “Fonte della Pace” nel 2019, passando all’operazione ”Ramo d’olivo” del 2019. Oggi gli effettivi dell’ANS schierati in Libia ammontano a poco più di 6 mila unità: generosamente pagati (alcune fonti riportano la corresponsione di salari che vanno dai 2 mila ai 3 mila dollari mensili), questi mercenari sono stati persino costretti da Ankara, sotto la minaccia del ricatto, a partecipare alle operazioni in Libia.<br />
Se il pragmatismo delle motivazioni economiche e politiche dell’intervento turco in Tripolitania appare ormai incontestabile, anche un motore ideologico, o piuttosto dottrinale, sembra essere in azione, sebbene in minore misura. La Turchia sembra voler implicarsi nei paesi e nelle regioni a suo tempo appartenute all’Impero ottomano, rinforzando la teoria di una politica neottomana condotta da Erdogan (e altresì annunciata in discorsi e scritti sin da 2002), una politica che non manca di glorificare il passato imperiale della Turchia.<br />
Di fatto l’intervento turco è stato giustificato &#8211; numerose volte e da esponenti politici turchi &#8211; come necessario alla protezione del “popolo fratello libico” (formato in realtà nella stragrande maggioranza da arabi e da tribù autoctone), dei Turchi libici (una modestissima minoranza a Misurata), entrambi considerati “nipoti degli Ottomani” (<em>sic</em>). Tuttavia, se il passato ottomano della Libia costituisce di fatto un pretesto per Ankara, il suo peso nel processo decisionale a favore di un intervento in Tripolitania è decisamente minore di fronte alla rilevanza delle sfide geo-economiche in gioco nel Mediterraneo orientale.<br />
L’intervento turco in Libia appare, in tal modo, un atto profondamente pragmatico, istigato da due fatti di maggiore rilievo: da una parte un accesso alle ricchezze sottomarine del Mediterraneo e dall’altra un rinforzo della posizione regionale della Turchia attraverso il sostegno ai movimenti islamisti. L’aspetto dottrinale occupa, al momento, un ruolo minore, ma consente al presidente turco di giocare sulla scena politica interna al fine di lusingare gli indispensabili alleati dell’ultra-nazionalista partito MHP. L’impegno turco ha nondimeno cristallizzato le tensioni con i suoi vicini regionali, fra i quali in prima fila l’Egitto, che il 21 luglio dello scorso anno ha minacciato la Turchia con una operazione a sostegno del maresciallo Haftar. Nonostante queste forti tensioni diplomatiche, l’intervento turco in Libia rimane un momento di incontestabile successo per Ankara sui piani militare e diplomatico: questo intervento, audace e con un alto coefficiente di rischio, ha permesso di accrescere l’influenza della Turchia ponendola al rango di attore ineludibile a livello regionale.<br />
L’intervento di Ankara in Libia crea nuovi e più seri problemi agli equilibri del Mediterraneo: in particolare tocca indirettamente l’Europa e, direttamente, gli interessi dell’Italia nell’area, peraltro già pesantemente insidiati dall’appoggio francese ad Haftar e al governo di Bengasi.<br />
Sebbene ancora una volta l’Unione Europea, nel suo complesso, sia rimasta alla finestra, la recente missione del primo ministro italiano a Tripoli e la precedente missione del ministro degli esteri a Bengasi appaiono come una prima evidente e articolata reazione alla mossa turca che, in nome di un neottomanismo di facciata dai contorni poco chiari, ripropone di fatto un ulteriore fattore di divisione ideologica nel Mediterraneo. L’Italia e l’Europa hanno tutto l’interesse a mantenere un rapporto privilegiato e di buon vicinato con una Libia “riunificata e più o meno federata”, libera da interferenze turche e dai Fratelli Musulmani. Si ha ragione di pensare che il successivo messaggio, non troppo criptico, nei confronti di Erdogan, sia estremamente indicativo di un risveglio della nostra politica estera e dell’atteggiamento dell’Italia sulla questione.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Note</span></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">[1] Il Gruppo Wagner è un&#8217;organizzazione paramilitare russa. Nasce nel 2014 per mano di Dmitriy Valeryevich Utkin, ex colonnello delle forze speciali russe nato nel 1970 in Ucraina. Alcuni l&#8217;hanno descritta come una compagnia militare privata (o un&#8217;agenzia di appalto militare privata), i cui appaltatori avrebbero preso parte a vari conflitti, comprese le operazioni nella guerra civile siriana a fianco del governo di Damasco, nonché, dal 2014 al 2015, nella guerra del Donbass in Ucraina, aiutando le forze separatiste delle auto-dichiarate repubbliche popolari di Donesck e di Lugansk. Molti ritengono che il Gruppo sia, di fatto, un&#8217;unità a disposizione del Ministero della Difesa russo e/o del GRU (Glavnoe Razvedyvatel&#8217;noe Upravlenie, il Servizio Segreto Militare russo). Si ritiene che il Gruppo sia di proprietà di Evgenij Prigožin, un uomo d&#8217;affari con stretti legami con il presidente russo Vladimir Putin.</p>
<p style="text-align: justify;">[2] I Turchi hanno impiegato in Tripolitania un drone denominato Bayraktar TB2 e alcuni Anka-S della ditta TAI (Turkish Aerospace Industries), utilizzati, non solo come apparecchi di osservazione o armi di eliminazione guidate, ma anche come elementi principali di manovra per gli attacchi aerei. Sono in definitiva aerei leggeri dal basso carico esplosivo, ideali per assicurare una presenza permanente in teatri d’operazione “permissivi”, ma che risultano altamente vulnerabili di fronte all’aviazione e ai mezzi di guerra elettronica. Il TB2 ha una durata di impiego di circa 25 ore, con una portata di 150 km e un carico utile inferiore ai 60 kg; possiede una velocità massima di 130 km/h e presenta un sistema di controllo che dipende da un collegamento radio diretto. Esiste peraltro una versione per l’osservazione e l’attacco con sistema autoguidato GPS. Sebbene Ankara sia in condizioni di compensare le perdite subite, dalla loro apparizione in combattimento i turchi hanno perso 15 apparecchi nel corso del 2019 e 8 nel solo conflitto tripolino. Secondo gli osservatori, il TB2 dovrebbe essere sostituito con una versione più evoluta, il <em>Bayraktar Akinci </em>(sviluppato con un motore ucraino), che porterebbe la sua portata a più di 500 km e a un carico utile di oltre 1000 kg, senza peraltro un effettivo guadagno di velocità. Si ritiene che in un conflitto ad alta intensità, la mancanza furtività di questi droni ne limiterà fortemente il potenziale di combattimento.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.storiain.net/storia/la-turchia-la-libia-e-le-porte-dellafrica/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LA SPARTIZIONE DELLE SPOGLIE OTTOMANE</title>
		<link>https://www.storiain.net/storia/la-spartizione-delle-spoglie-ottomane/</link>
		<comments>https://www.storiain.net/storia/la-spartizione-delle-spoglie-ottomane/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 01 May 2020 09:22:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Grande Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Imperialismo]]></category>
		<category><![CDATA[Impero ottomano]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Prima guerra mondiale]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.storiain.net/storia/?p=9585</guid>
		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi - I conflitti attuali in Medio Oriente hanno avuto origine quando Britannici e Francesi si sono spartiti i possedimenti arabi dell’Impero Ottomano. La rivoluzione nazionale e laica condotta da Mustafà Kemal in Turchia, la vittoria inattesa dei Wahabiti nella penisola arabica, l’importanza crescente del petrolio e la &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Massimo Iacopi -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>I conflitti attuali in Medio Oriente hanno avuto origine quando Britannici e Francesi si sono spartiti i possedimenti arabi dell’Impero Ottomano. La rivoluzione nazionale e laica condotta da Mustafà Kemal in Turchia, la vittoria inattesa dei Wahabiti nella penisola arabica, l’importanza crescente del petrolio e la questine sionista non hanno consentito, fra le due guerre mondiali, la stabilizzazione della regione.<br />
</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il confronto Oriente-Occidente, iniziato nel 1798</strong> con la spedizione in Egitto di Bonaparte, non ha provocato quella modernizzazione delle società mussulmane che molti speravano. L’unico e inatteso sussulto di potenza, rappresentato per alcuni decenni dall’Egitto di Mehemet Alì, ha rapidamente mostrato i suoi limiti ed esaurito la sua spinta. In effetti, il vertiginoso indebitamento accumulato dai suoi successori metterà il Paese alla mercé dell’Inghilterra sin dal 1881. Nello stesso tempo, nulla sembrava poter impedire la lenta decomposizione del “grande malato”, soprannome attribuito all’Impero Ottomano, diventato oggetto delle bramosie occidentali dopo aver fatto tremare per diversi secoli l’Europa.<br />
La Prima guerra mondiale contribuisce ad accelerare brutalmente tale processo e a sostituire nell’area del Medio Oriente la potenza turca con quella inglese, largamente vittoriosa in Oriente all’indomani del conflitto, nonostante le concessioni fatte a una Francia che non possedeva più i mezzi per rivaleggiare con il suo “alleato”. La rivoluzione nazionale e laica condotta da Mustafà Kemal in Turchia, la vittoria inattesa dei Wahabiti nella penisola arabica, l’importanza crescente del problema del petrolio, la nascita del nazionalismo arabo e i drammi provocati dal progetto sionista, non hanno consentito, fra le due guerre mondiali, la stabilizzazione della regione.<br />
La situazione viene aggravata al termine della Seconda guerra mondiale dalla nascita dello Stato d’Israele e dagli effetti della Guerra fredda. Nello stesso tempo questo conflitto consente alla potenza americana, ormai dominante nella regione, il pretesto per un “containment” necessario nei riguardi dell’URSS.<br />
Contrariamente alle speranze nate con la fine del conflitto Est-Ovest, i tentativi americani di costruire un “nuovo ordine mondiale” e gli impegni assunti nel Processo di Oslo fra Israele e Palestina, il Vicino Oriente rimane a tutt’oggi una polveriera, così come lo è stato per tutta la seconda metà del XX secolo. La persistenza e la radicalizzazione della resistenza palestinese, le incertezze che pesano sulla sopravvivenza dello stato libanese, il caos iracheno, la crescita di potenza dell’islamismo, le ambizioni iraniane e forse un certo “bellicismo” americano, incoraggiato a volte dai rilanci israeliani, fanno da sempre di questa regione, come osservava Fernand Braudel, il “cuore violento del mondo”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Eppure, una tale situazione, un secolo fa, </strong>non aveva nulla di fatale. E’ nel corso della Prima guerra mondiale e durante gli anni immediatamente successivi, che si sono create le condizioni dell’attuale “tragedia” mediorientale.<br />
Si impone quindi un esame delle debolezze delle società arabo-mussulmane dell’epoca, ma anche delle ambizioni e delle responsabilità delle potenze imperiali europee. Dopo il 1918, queste indossano la veste di “mandatari” per consolidare il dominio su una regione che rivestiva un interesse rilevante sul piano politico, petrolifero e geostrategico.<br />
Alla vigilia della guerra del 1914, l’Impero Ottomano sembrava coinvolto in un declino irreversibile. Nel 1912, di fronte alla coalizione delle nazioni balcaniche, esso ha perduto la maggior parte dei suoi possessi europei, dopo aver dovuto abbandonare, nel corso dello stesso anno, la Libia all’Italia. La volontà modernizzatrice dei “Giovani Turchi” nel 1908-1909, non sembra essere sufficiente a garantirne la sopravvivenza. L’agonia del “grande malato” è seguita da vicino dalle grandi potenze, alcune impazienti di spartirsi le sue spoglie. La Russia sogna, dal tempo di Caterina II, di “liberare” Costantinopoli e di aprirsi l’accesso al Mediterraneo. Puntigliosa nell’affermare i suoi diritti sui Luoghi Santi di Gerusalemme, la Russia intende peraltro aprirsi la strada verso l’Oceano Indiano, esercitando la sua influenza nella Persia degli imperatori Qadjari, la cui situazione è fragile quanto quella del vicino Impero turco.<br />
La Germania di Guglielmo II di Hohenzollern, ultima arrivata nella regione, appare ben decisa a mettere in opera una sua “politica mondiale”. Essa intende così compensare la delusione di una espansione coloniale, tardiva e modesta. La Germania desidera sviluppare la sua influenza in un Impero Ottomano i cui bisogni in capitali ed equipaggiamenti sono considerevoli. Dal 1898 la costruzione della <i>Bagdadbahn</i>, la ferrovia per Baghdad, che intendono prolungare sino a Bassora nel Golfo Persico, evidenzia le ambizioni tedesche. Essa appare come un temibile mezzo di penetrazione economica. Il suo tracciato passa in prossimità della regione di Mossul, dove sono stati scoperti importanti giacimenti di petrolio.<br />
La Francia, alleata privilegiata del Sultano dai tempi di Francesco I e di Luigi XIV, dalla fine del XVIII secolo è stata rimpiazzata a Costantinopoli dall’Inghilterra. Il sostegno a Mehemet Alì sposta verso l’Egitto il suo principale centro di interesse. Ma i Francesi conservano, nondimeno, degli impegni economici importanti nell’Impero Ottomano, dove i suoi risparmiatori hanno investito negli equipaggiamenti portuali e nella ferrovia della Cilicia. La Francia si ricorda ugualmente del ruolo che ha ricoperto nel passato in Terra Santa all’epoca delle crociate o, più recentemente, quando Napoleone III ha difeso i cristiani del Libano dai Drusi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il principale attore straniero nella regione</strong> resta tuttavia l’Inghilterra. Dopo aver fatto tutto per compromettere la realizzazione del canale di Suez, gli Inglesi sono rientrati in forze nella Compagnia universale del canale. Quando l’Egitto viene colto dall’agitazione nazionalista all’inizio degli anni ’80 del XIX secolo, Londra, vale a dire Benjamin Disraeli, manovra per stabilire al Cairo un protettorato di fatto. La Francia sarà infine costretta a riconoscere questa situazione, ottenendo, in contropartita, libertà d’azione in Marocco. Il protettorato britannico, che era già un dato di fatto, verrà stabilito giuridicamente nel 1914, nel momento dell’entrata in guerra della Turchia, formalmente ancora sovrana sull’Egitto.<br />
L’Inghilterra, padrona di Cipro dal 1878 (Congresso di Berlino), ma anche di Suez e di Aden, allo sbocco del mar Rosso, ha compreso ben presto l’importanza che poteva assumere nel futuro il petrolio del Vicino Oriente. L’oro nero viene estratto dal 1907 nel Khuzestan, nell’ovest dell’Impero persiano e l’Ammiragliato britannico, nel 1914, per iniziativa di Winston Churchill e dell’ammiraglio John Fisher, si affretta ad acquisire rapidamente la parte maggioritaria dell’Anglo Persian Oil Company. La Royal Navy sta passando dal carbone alla nafta e ciò attribuisce una importanza decisiva alle risorse petrolifere della regione. In linea di massima i dirigenti di Londra vogliono garantire la sicurezza della rotta marittima delle Indie. Per questa ragione essi rimangono per lungo tempo attaccati al mantenimento dell’integrità territoriale dell’Impero ottomano. Nel contesto del Grande Gioco euroasiatico, una modificazione nell’Impero Ottomano non potrebbe che favorire la Russia. L’Inghilterra, inoltre, nella preoccupazione di sbarrare il fondo del Golfo Persico, dove la <i>Bagdadbahn</i> rischia di costituire una nuova rotta continentale verso l’India, ha offerto nel 1899 il suo protettorato allo sceicco del Kuwait, Mubarak al Sabah. Questo protettorato, riconosciuto dal potere ottomano nel 1913, diventa nel prosieguo fonte di rancori e di tensioni tenaci, specie quando il modesto emirato diventerà un elemento fondamentale della politica petrolifera della regione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’Impero Ottomano, posto nel XX secolo di fronte</strong> al risveglio nazionale dei popoli balcanici (sottomessi fin dal Medioevo), deve fare anche i conti con il rigetto che suscita nel mondo arabo l’egemonia esercitata dagli elementi turchi dalla conquista della regione agli inizi del XVI secolo. Il XIX secolo ha visto il “risveglio arabo” della Nahda, incoraggiato dal successo dell’Egitto di Mehemet Alì. All’alba del XX secolo una buona parte delle dirigenze arabe si augura di mettere fine alla “notte ottomana”.<br />
La solidarietà sunnita non è più sufficiente ad abolire le realtà nazionali, specialmente in Siria ed in Mesopotamia (Iraq), dove si organizzano delle società segrete. Queste vengono incoraggiate sottobanco da alcune grandi potenze, specialmente la Francia. In effetti, è a Parigi che si riunisce nel giugno 1913 il Congresso di Al Djamiyah al Arabiyyah (Movimento delle Comunità Arabe) che rivendica l’arabizzazione dell’amministrazione nelle province arabe dipendenti dall’Impero. Nello stesso tempo gli Inglesi stabiliscono dei contatti con i principi hashemiti dell’Hegiaz, che gestiscono i pellegrinaggi ai Luoghi santi dell’Islam. Ma se l’Ufficio Arabo del Cairo, emanazione del Foreign Office londinese, prepara il terreno, l’Indian Office, emanazione della Compagnia delle Indie, sostiene, da parte sua, gli sforzi di Abd el Aziz ibn Saud, il capo dei Wahabiti del Neged. Questi veri “puritani del deserto” che propugnano un Islam fondamentalista fino a quel momento marginale, hanno dei conti da regolare con i rivali hashemiti, fatto che indurrà Londra in ulteriori errori di calcolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Primo conflitto mondiale inizia in Oriente</strong> nell’autunno del 1914, quando l’Impero Ottomano si affianca agli Imperi Centrali ed entra in guerra contro la Russia e i suoi alleati dell’Intesa. Questa situazione contribuisce naturalmente ad esacerbare le tensioni, le rivalità imperialiste e i conflitti d’interesse latenti. Il teatro d’operazioni del Medio Oriente appare immediatamente come una posta fondamentale per i Britannici. Londra intende garantire la sicurezza della rotta delle indie, particolarmente quella del canale di Suez. All’inizio del 1915 i Turchi lanciano su questo obiettivo, a partire dalla Siria, un’offensiva che potrebbe rivelarsi pericolosa. Ma i Turchi vengono bloccati e il lancio dell’offensiva alleata nei Dardanelli li costringe a rinunciare. Gli Inglesi saranno meno fortunati in Mesopotamia. Le truppe allestite dalla compagnia delle Indie sbarcano a Fao, si impadroniscono facilmente di Bassora e progrediscono in direzione di Baghdad, ma il generale Charles Townshend si lascia imbottigliare a Kut el Amara, dove è costretto a capitolare senza gloria nell’aprile 1916. Bisognerà attendere il marzo 1917 perché gli Inglesi si prendano la rivincita con l’entrata vittoriosa a Baghdad dal generale Frederick Stanley Maude.<br />
Spingendo a nord in direzione delle zone petrolifere di Kirkuk e di Mossul, gli Inglesi arriveranno fin sulle rive del Mar Caspio e del Mar Nero, attirati dal petrolio di Baku. Nello stesso momento la Russia sta per cadere nelle mani della rivoluzione bolscevica.<br />
Lo scacco subito nel corso del 1915 ai Dardanelli spinge le autorità britanniche del Cairo a ricercare l’alleanza degli Arabi contro i Turchi. Il 30 gennaio 1916 Sir Henry Mac Mahon, alto commissario inglese in Egitto, si impegna con Hussein, sceriffo hashemita della Mecca, a favorire la creazione di un grande regno arabo.<br />
Ciò a condizione che le tribù dell’Hegjaz, poste sotto la sua autorità, apportino il loro sostegno agli Inglesi. Vengono promessi a Hussein armi, denaro e consiglieri militari: questi, allettato dalla prospettiva di un regno che va dalla Siria alla penisola araba e dal Mediterraneo alla Mesopotamia, naturalmente aderisce. E’ evidente che le promesse nascondono delle reticenze, perché gli Inglesi, ad esempio, non hanno alcuna intenzione di perdere il controllo della Mesopotamia.<br />
A partire dal mese di febbraio 1916 François-Georges Picot e Mark Sykes firmano un accordo segreto relativo alla spartizione, fra Francia e Gran Bretagna, dei territori arabi dell’Impero Ottomano. I Francesi sembrano aver ben percepito il disegno inglese in Mesopotamia. Una volta controllata la zona petrolifera di Abadan, già in sfruttamento, essi intendono avanzare sino a Mossul dove tutti sanno che il sottosuolo è ricco di oro nero (il primo giacimento sarà effettivamente messo in funzione nel 1927). I Francesi non vogliono lasciare ai loro alleati il monopolio petrolifero sulla regione. Gli Accordi Sykes-Picot, conclusi il 9 maggio, riservano alla Francia la Siria, la Cilicia e il Vilayet (provincia) di Mossul. L’Inghilterra si vede garantire il controllo dell’Iraq, della Palestina e della costa del Golfo Persico. Questo accordo è in evidente contraddizione con le promesse fatte allo sceriffo Hussein ma deve rimanere segreto (non lo sarà più alla fine del 1917 quando Trotski, Commissario bolscevico agli Affari Esteri, lo renderà pubblico dopo la Rivoluzione d’ottobre). Nonostante questi oscuri equivoci la rivolta araba, sostenuta dall’Inghilterra, ottiene successi significativi. I Turchi perdono La Mecca e il porto di Geddah, ma riescono a mantenere Medina, punto di arrivo della ferrovia che unisce questa città a Damasco. Una ferrovia che diventerà l’obbiettivo di numerosi attacchi e colpi di mano nel corso dei mesi seguenti quando Thomas Edward Lawrence condurrà con l’emiro Faysal ibn Husayn una “guerra del deserto” di tipo nuovo, che metterà in gravi difficoltà la guarnigione turca di Medina. Nel 1917 l’ufficiale inglese arriva persino a conquistare il porto di Aqaba, attaccando da terra questo scalo ottomano del Mar Rosso. Si tratta di una svolta del conflitto, che faciliterà il compito delle truppe inglesi riunite in Egitto agli ordini del generale Edmund Allenby. Questi, alla fine di ottobre, attacca con forze decisamente superiori la linea Gaza- Bersheba e riesce a sfondare le posizioni turche. Si apre così la strada per Gerusalemme dove entra da vincitore il 9 dicembre 1917. Poco più di un mese prima, Lord Arthur James Balfour, ministro inglese degli Affari Esteri, si è impegnato con una lettera a Lord Walter Rothschild, principale rappresentante della comunità ebraica britannica: «Il governo di Sua Maestà considera favorevolmente l’installazione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebreo e impiegherà tutti i suoi sforzi per favorire la realizzazione di questo obiettivo, essendo chiaro che nulla verrà fatto che possa nuocere ai diritti civili e religiosi delle collettività non ebree esistenti in Palestina». Al di là della formulazione ambigua, questa dichiarazione è in evidente contraddizione con le promesse fatte agli Hashemiti l’anno precedente.<br />
La vittoria definitiva dell’Intesa si delinea nel corso del 1918. Ma la situazione resta decisamente complessa in Oriente. Nei primi giorni di ottobre dello stesso anno l’esercito arabo di Lawrence e Faysal entra a Damasco, nello stesso momento in cui arrivano le forze di Allenby, provenienti da Nablus, Haifa e San Giovanni d’Acri. Dal 7 ottobre i Francesi sbarcano truppe a Beirut, prima che Allenby se ne impossessi. Gli accordi Sykes-Picot prefiguravano il Libano e la Siria alla Francia, ma la schiacciante superiorità inglese in Oriente non promette nulla di buono. Fatto confermato, già dal mese di dicembre 1918, dalla rinuncia da parte di Georges Clemenceau a una parte degli stessi accordi. Il Presidente del Consiglio francese rinuncia al Vilayet di Mossul in cambio di garanzie sul petrolio attraverso l’acquisto della quota tedesca della Turkish Petroleum Company. Nel frattempo, gli Inglesi hanno negoziato da soli con i Turchi l’Armistizio di Mudros, mettendo Francesi, Italiani e Greci davanti al fatto compiuto. L’accordo privilegia evidentemente i loro interessi.</p>
<div id="attachment_9588" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2020/04/Il-deposto-sultano-lascia-il-palazzo-per-andare-in-esilio-17-novembre-1922..jpg"><img class=" wp-image-9588" alt="il-deposto-sultano-lascia-il-palazzo-per-andare-in-esilio-17-novembre-1922" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2020/04/Il-deposto-sultano-lascia-il-palazzo-per-andare-in-esilio-17-novembre-1922..jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Mehmet VI abbandona Istanbul dopo essere stato deposto, 17 novembre 1922.</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il periodo immediatamente seguente la Grande Guerra</strong> apre pertanto un periodo di preminenza incontestata dei britannici nella regione. Al contrario delle promesse formulate da Wilson a proposito dell’emancipazione dei popoli colonizzati, gli Arabi sono i grandi perdenti.<br />
Invano i nazionalisti egiziani di Saad Zaghlul Pasha e del partito Wafd (Delegazione) reclameranno l’indipendenza. La Conferenza di Pace conferma il protettorato inglese sull’Egitto. Su richiesta di Wilson, una commissione, composta dal professore Henry Churchill King e dall’uomo d’affari Charles Richard Crane viene incaricata di valutare la situazione nel Vicino Oriente. Servirà a poco che le risultanze della Commissione sconsiglino la divisione del Libano e della Siria, come anche l’installazione di un focolare ebreo in Palestina, inaccettabile per la popolazione locale: le sue conclusioni saranno occultate grazie all’impegno di Francia e Inghilterra. Nel marzo 1920, quando l’emiro hashemita Faysal proclama a Damasco un regno della Grande Siria, la Francia, dopo una serie di negoziati apparentemente infruttuosi, reagisce con la proclamazione dell’indipendenza del Libano. Nel luglio, a seguito delle reticenze di Faysal, la Francia spedisce a Damasco, per ordine del generale Henri Gouraud, un piccolo corpo di spedizione agli ordini del generale Mariano Julio Goybet. Questi sconfiggerà, senza soverchie difficoltà nel luglio seguente, i nazionalisti arabi nel combattimento di Mayssalun.<br />
Dal 25 aprile 1920 la Conferenza di Sanremo aveva confermato, nelle sue linee generali, gli accordi franco-inglesi del 1916 e del 1918. La Francia si vede conferire un mandato di tipo A (cioè un mandato con l’obiettivo di preparare una indipendenza in tempi rapidi) sulla Siria e sul Libano. Simultaneamente, la Gran Bretagna si vede accordare la Palestina e l’Iraq (la parte orientale della mezzaluna fertile). Nel corso dello stesso anno, la Francia, che ha riunito nella zona di Alessandretta migliaia di Armeni che fuggono ai massacri turchi, conclude un armistizio con le forze turche collegate al movimento nazionalista e rivoluzionario lanciato da Mustafà Kemal. Nell’agosto, il frazionamento della Turchia, sanzionato dal Trattato di Sevres, che ha anche accettato il sultano ottomano, non fa che radicalizzare l’insurrezione kemalista. Questa riuscirà a realizzare una riconquista dell’insieme del territorio anatolico, dal quale saranno definitivamente scacciati i Greci, sebbene sostenuti dall’Inghilterra.<br />
L’annichilimento della Grande Armenia, ipotizzata a Sevres e l’annullamento delle dissidenze curde contribuiranno ad assicurare rapidamente l’unità della nuova Turchia, massicciamente collegata con una insurrezione nazionale, laica e giacobina, agli antipodi di quello che era stato l’Impero multietnico e multiconfessionale dei millet ottomani.<br />
Nel 1923, tre anni dopo il Trattato di Sevres, Mustafà Kemal otterrà, con il Trattato di Losanna, il riconoscimento di questa nuova Turchia che egli intende sbarazzare dal vecchiume delle tradizioni musulmane, per farne un Paese moderno ispirato ai modelli occidentali.<br />
Intanto, Francesi e Inglesi incontrano serie difficoltà a stabilire la loro autorità sull’Oriente arabo. In Iraq gli Inglesi devono affrontare una insurrezione generalizzata, particolarmente virulenta nel sud sciita e nelle montagne del Kurdistan. I Francesi possono appoggiarsi sul Grande Libano, creato nel settembre 1920 dal generale Gourand in un contesto territoriale che garantisce la maggioranza ai cristiani. Ma questa manovra appare ai nazionalisti arabi come una moderna riedizione del vecchio principio “divide et impera”. La suddivisione della Siria musulmana in diversi territori (Damasco, Aleppo e Latakia) non farà che confortare questa analisi. Qualche anno più tardi, la rivolta drusa confermerà le difficoltà della Francia sui suoi territori mandatari. In Egitto gli Inglesi devono infine tener conto delle rivendicazioni nazionali. Essi concedono nel febbraio 1922 una indipendenza per certi aspetti formale, ma che permette di calmare le agitazioni. Nel frattempo, nel marzo 1921, Winston Churchill riunisce al Cairo, per usare le sue stesse parole, la “Conferenza dei 40 ladroni”, ufficialmente Conferenza britannica sul Medio Oriente. Nel corso di tale riunione vengono prese diverse decisioni, per calmare l’agitazione irachena e per tenere conto delle sconfitte subite in Arabia dagli Hashemiti, battuti dai Wahabiti.<br />
Viene creato un Regno d’Iraq, affidato all’emiro Faysal e un Emirato di Transgiordania (territorio totalmente artificiale, tracciato sulla carta fra Siria, Giordania e Deserto arabico) a vantaggio di suo fratello Abdallah ibn Husayn (bisnonno dell’attuale Re Abdallah di Giordania, nato nel 1962). I Britannici decidono ancora di esercitare il mandato sulla Palestina secondo il metodo dell’amministrazione diretta, con tutti i problemi che ne conseguono (dal marzo 1921 scoppiano a Jaffa degli scontri fra Ebrei e Arabi).<br />
In Iraq, Faysal, sovrano straniero sunnita in un Paese a maggioranza sciita, deve appoggiarsi sulla minoranza sunnita, che era stata il collegamento con il potere ottomano. Gli Inglesi devono a quel punto affrontare nuovamente delle rivolte sciite e curde, represse sistematicamente con la stessa brutalità che in passato. Londra rifiuta di restituire il Kuwait all’Iraq, privandolo in tal modo di un adeguato sbocco sul Golfo Persico. Ma Faysal non può assolutamente opporsi agli Inglesi nella misura in cui essi sono i soli in condizioni di ottenere dalla Turchia di Mustafà Kemal la rinuncia a Mossul e al Kurdistan iracheno, ottenuta nel 1925.<br />
Dopo la grande crisi mondiale, il Vicino Oriente post-ottomano esce dalla dominazione turca per cadere sotto quella dell’Inghilterra e della Francia. Il successo di un modello nazionale territoriale che viene a sostituirsi al sistema musulmano multietnico si rivela difficile. Le divisioni suscitate o mantenute dalle potenze dominanti vengono aggravate dallo sviluppo in Palestina del progetto sionista e dalle ambizioni petrolifere delle Grandi Potenze. Queste ultime si riveleranno sempre più incapaci di anticipare le prevedibili evoluzioni di fondo. Questo è il momento in cui si cristallizzano sia un potente nazionalismo arabo (che porterà più tardi alla fondazione del partito Baath e all’esperienza nasseriana) sia una reazione islamista a lungo sottostimata (il suo atto di nascita può essere fissato al marzo 1927 a Ismailia, con la fondazione, da parte di Hassan al Banna, dei Fratelli Musulmani).</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><br />
AA. VV. (a cura di R. Mantran), <em>Storia dell’Impero Ottomano</em>, Argo, 1999.<br />
Fromkin, David, <em>A Peace to End All Peace: Creating the Modern Middle East</em>, New York, Henry Holt and Company, 1989.<br />
Quilliam, Neil, <em>Syria and the New World Order</em>, Reading, Ithaca Press (Garnet), 1999.<br />
Paul C. Helmeich, <em>From Paris to Sèvres: The Partition of the Ottoman Empire at the Peace Conference of 1919-1920</em>, Ohio University Press, 1974.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.storiain.net/storia/la-spartizione-delle-spoglie-ottomane/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>ASCESA E CADUTA DEL CALIFFATO OTTOMANO</title>
		<link>https://www.storiain.net/storia/ascesa-e-caduta-del-califfato-ottomano/</link>
		<comments>https://www.storiain.net/storia/ascesa-e-caduta-del-califfato-ottomano/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 02 Jun 2018 07:01:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Califfato]]></category>
		<category><![CDATA[Impero ottomano]]></category>
		<category><![CDATA[Sultanato]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.storiain.net/storia/?p=7587</guid>
		<description><![CDATA[di Max Trimurti - Il 3 marzo 1924, la nuova repubblica turca di Mustafà Kemal abolisce il Califfato, un&#8217;istituzione solo apparentemente vuota di significato. Dal XVI secolo, infatti, il Sultano ottomano si era progressivamente appropriato del titolo di califfo per affermare la sua autorità sui musulmani sunniti. Nell’agosto del 1944 &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Max Trimurti -</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Il 3 marzo 1924, la nuova repubblica turca di Mustafà Kemal abolisce il Califfato, un&#8217;istituzione solo apparentemente vuota di significato. Dal XVI secolo, infatti, il Sultano ottomano si era progressivamente appropriato del titolo di califfo per affermare la sua autorità sui musulmani sunniti.</em></strong></p>
<div id="attachment_7590" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2018/05/Portrait_Caliph_Abdulmecid_II.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-7590" alt="Abdulmecid II, l'ultimo califfo" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2018/05/Portrait_Caliph_Abdulmecid_II-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Abdulmecid II, l&#8217;ultimo califfo</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Nell’agosto del 1944 muore a Parigi l’ultimo rappresentante delle più antiche dinastie del mondo, quella degli Ottomani, che aveva cominciato a far parlare di sé nel nord-ovest dell’Anatolia sei secoli prima. Abdulmecid II non aveva mai portato il titolo di Sultano, ma, per qualche mese, dal novembre 1922 al marzo 1924, quello di califfo. Per una ironia della storia, la dinastia dei sultani turchi che aveva portato il colpo di grazia alla vecchia istituzione araba del califfato, prima di rivestirne tutti gli orpelli a partire dalla fine del XVI secolo, concludeva la sua corsa nell’impotenza di un magistero religioso che non era stato mai attagliato a essa.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Lo smembramento ottomano</h3>
<p style="text-align: justify;">Il Trattato di Sevres, firmato nel 1920, non sancisce solamente la sconfitta militare dell’Impero ottomano, ma anche il suo smembramento. Le province arabe, perdute dalla fine della Guerra Mondiale, passano ufficialmente sotto la protezione delle Potenze mandatarie, britannica e francese. Le province centrali dell’Anatolia – dove avevano coabitato a suo tempo Turchi, Curdi, Greci e Armeni – cadono nella guerra civile, da cui il generale Mustafà Kemal (il futuro Ataturk) uscirà vincitore due anni più tardi. Alla testa della Grande Assemblea nazionale della Turchia, costituita nell’aprile 1920, Mustafà Kemal intende incarnare il governo provvisorio di uno Stato turco del futuro. Ma l’Impero ottomano conservava ancora un’esistenza istituzionale sotto l’egida di Mehemet (Maometto) VI, il suo ultimo sultano-califfo, portato sul trono alla vigilia della capitolazione nel 1918 e che ha cercato, con l’appoggio degli eserciti stranieri di occupazione, di reprimere l’insurrezione kemalista.<br />
La vittoria dei nazionalisti turchi condanna definitivamente il vecchio regime: la Grande Assemblea nazionale abolisce il sultanato il 1° novembre 1922, costringendo il sultano all’esilio. La soppressione del potere sovrano del sultano, della sua capacità di “comandare e vietare” e l’esilio del suo ultimo titolare segnano la fine ufficiale dell’Impero ottomano. Mustafà Kemal, in quanto Presidente della Grande Assemblea nazionale, è ormai il solo capo di uno Stato che troverà la sua forma istituzionale definitiva un anno più tardi, con la proclamazione della Repubblica il 29 ottobre 1923.<br />
L’abolizione del sultanato ottomano aveva comunque lasciato in vita un’ultima reliquia del vecchio regime: il riconoscimento della dignità di Califfo dei musulmani al capo della dinastia ottomana. E’ in questo contesto che un cugino del sultano-califfo viene proclamato califfo dalla Grande Assemblea nazionale con il nome di Abdulmecid II.<br />
Che una assemblea eletta, rappresentante solo una delle nazioni della comunità universale dei musulmani, potesse avere l’autorità e il diritto di designare l’autorità legale e religiosa suprema dell’islam, è uno dei tanti aspetti sorprendenti. Questa iniziativa anticipava in qualche modo le velleità future dei “Congressi musulmani”, assemblee di circostanza riunite a diverse riprese a partire dal 1926 e incaricate di definire una posizione comune ai musulmani sunniti (l’Organizzazione della Conferenza islamica, sorta a Gedda nel 1969, ne è l’erede).<br />
La volontà di Mustafà Kemal di risparmiare, almeno provvisoriamente l’istituzione califfale, derivava indubbiamente dalla prudenza, in un contesto estremamente sensibile di un cambiamento di regime. Ma essa non resisterà al nodo di intrighi e di speranze di restaurazione imperiale che il nuovo califfo ottomano, sebbene privo di potere effettivo, aveva concentrato intorno alla sua persona. Il 3 marzo 1924, quattro mesi dopo la proclamazione della Repubblica della Turchia, la Grande Assemblea nazionale assesta il colpo di grazia al vecchio regime con l’abolizione del califfato e l’esilio in Francia del suo ultimo titolare.<br />
La decisione non provoca alcun sussulto in tutta la nuova repubblica turca, che si incammina ormai sull’esperienza &#8211; del tutto inedita in un paese musulmano &#8211; della laicità. Il legittimismo ottomano finisce per trovare sempre meno sostenitori anche nell’ambito delle vecchie province arabe dell’impero, preoccupate e scosse da più di mezzo secolo di un nazionalismo rivale, quale quello dei Giovani Turchi. Occorre andare più a est nel mondo musulmano, lontano dalle frontiere del vecchio Impero ottomano, nell’Impero Britannico delle Indie, per cercare gli ultimi fedeli del califfato ottomano: dal 1919, il “movimento per il califfato” aveva innalzato la figura del sultano califfo di Istanbul come bandiera universale della resistenza contro i Britannici, un punto di convergenza per le aspirazioni all’indipendenza nazionale per i musulmani come d’altronde, in un ultimo paradosso, per gli Indù. L’abolizione del marzo 1924 risulterà fatale al loro movimento.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Le pretese dello sceriffo della Mecca</h3>
<p style="text-align: justify;">Per carenza di sostenitori di una restaurazione del califfato nelle mani degli Ottomani, il Vicino Oriente non risultava a corto di pretendenti alla funzione ormai vacante. Il 5 marzo 1924, appena due giorni dopo la decisione della Grande Assemblea nazionale turca, lo Sceriffo della Mecca, Hussein ibn Alì, che aveva guidato la rivolta araba contro gli Ottomani del 1916 prima di assumere il titolo di re dell’Hedjaz e di Re dei Paesi Arabi, si autoproclama califfo. La sua dignità di sceriffo (discendente del Profeta) e la sua sovranità sui luoghi Santi dell’islam (La Mecca e Medina) lo qualificavano in effetti per una funzione che il diritto sunnita riservava in linea di principio a un membro della tribù araba dei <em>Kuraysh </em>(la tribù del Profeta) e la cui dimensione universale si manifestava in modo chiaro solo nella protezione del pellegrinaggio dei musulmani.<br />
Lo sceriffo della Mecca aveva tutte le ragioni nel pensare di essere il candidato ideale al califfato: dalla fine del XIX secolo i pensatori riformisti arabi, specialmente in Egitto, speravano di riportare nell’ambito arabo una carica che i Turchi avevano espropriato. Ma nel corso del mese di marzo del 1924 la moschea università Al-Azhar del Cairo, che aveva acquisito un’autorità morale indiscussa nell’islam sunnita e dove erano stai formati i riformisti più in vista, ben lungi dallo schierarsi a fianco del re dell’Hedjaz, lancia l’iniziativa di un “Congresso del califfato” incaricato di designare il nuovo califfo dei musulmani.<br />
Il re d’Egitto Fuad I era fra i candidati alla carica, con tanta più fretta dal momento che i suoi poteri reali risultavano limitati dal nuovo contesto della monarchia costituzionale. Purtroppo, l’ambizione califfale dello sceriffo Hussein, che la stampa britannica riferiva aver avuto l’appoggio dell’ultimo sultano-califfo Mehemet VI, non resisterà alla sconfitta nell’Hedjaz di fronte alle forze di Ibn Saud. Suo figlio, Alì ibn Hussein, ripiegato in Transgiordania, riprende per sé il titolo “vuoto” di re dell’Hedjaz, ma rinuncia nel contempo al califfato.<br />
Quanto al Congresso del califfato, riunito finalmente al Cairo nel maggio 1926 non prevedeva più all’ordine del giorno la designazione di un nuovo califfo. La conquista dell’Hedjaz e dei luoghi Santi dell’islam da parte di Ibn Saud aveva troppo profondamente cambiato i dati di base. Dal giugno 1926 un “congresso del mondo musulmano” viene riunito dai sauditi alla Mecca, con in agenda l’organizzazione del pellegrinaggio. Sarà pertanto dei Saud, che non potevano pretendere alla dignità del califfato (in quanto estranei alla tribù dei Kuraysh) e che concepiranno il regno wahabita d’Arabia come soluzione alternativa regionale alla sua abolizione universale, il compito degli ultimi affossatori del califfato.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Il momento degli Ottomani</h3>
<p style="text-align: justify;">Gli avvenimenti del 1294 dimostrano ampiamente che il califfato universale – abolito dalla Grande Assemblea nazionale turca dopo essere sopravvissuto nominalmente nella persona di Abdulmecid II – non era una semplice reliquia del passato. Purtroppo, il fatto che per diversi secoli un sultano turco abbia rivestito la dignità eminentemente araba del califfo non è sta un fatto insignificante.<br />
Dalla fine del XIV secolo i capi della dinastia ottomana, nata appena un secolo prima ai confini dell’Impero bizantino, mostravano nella loro corrispondenza come nelle loro iscrizioni ufficiali i titoli di sultano (sovrano nella tradizione islamica) e di Khan (nella tradizione turco-mongola), espressione della loro ambizione imperiale. L’istituzione del califfo era indubbiamente sopravvissuta alla conquista di Baghdad da parte dei Mongoli nel 1258. Il suo titolare, membro della famiglia abbaside sfuggito al massacro e rifugiato al Cairo, non esercitava alcuna autorità legale teorica, sebbene risultasse utile ai suoi protettori: i sultani mamelucchi ne traevano una legittimità senza pari nell’islam sunnita. Inoltre, la conquista di Costantinopoli da parte del sultano Maometto II nel 1453 non modifica nulla nella situazione, se non il fatto di portare agli Ottomani una eclatante conferma del loro ruolo di campioni del Jihad nel mondo islamico.<br />
La conquista del Cairo nel 1517, immediatamente seguita dalla sottomissione dei luoghi Santi della Mecca e di Medina, non cambierà nulla, contrariamente ad una leggenda ancora diffusa. Come ha dimostrato lo storico Gilles Veinstein, la sconfitta dei Mamelucchi, protettori del califfo abbaside rifugiato in Egitto, non ha comportato un trasferimento automatico del califfato al sultano ottomano. Gli ultimi rappresentanti della venerabile dinastia dei califfi abbasidi, che aveva regnato sull’Impero dell’islam dal 750, sono stati semplicemente, come tanti altri notabili del Cairo, esiliati ad Istanbul, dove nel XVI secolo si perdono le loro tracce.<br />
La leggenda del trasferimento del califfato nel 1517 non è peraltro senza fondamento. Forte della nuova sovranità sulle grandi città e i luoghi Santi dell’islam sunnita, il sultano ottomano Solimano il Magnifico viene insignito dai suoi cortigiani del titolo di “imam” e di “califfo del suo tempo” al momento stesso in cui si esauriva la dinastia dei califfi abbasidi. Ma già nel XV secolo, altri sovrani, desiderosi di dare maggior prestigio alla loro condizione e di sottolineare la natura carismatica, se non addirittura divina del loro potere, se ne erano impossessati.<br />
Anche i Mamelucchi – difensori di una stretta separazione dei ruoli fra il sultano, detentore del potere effettivo e il califfo abbaside – avevano rispettato questa regola. In un’epoca in cui la spartizione etnica delle funzioni sociali era ancora un dato di fatto nella cultura politica islamica, nessuno avrebbe compreso che un comandante turco, per quanto prestigioso, potesse pretendere di esercitare l’autorità legale e il magistero religioso universale che il diritto sunnita riservava ai membri della tribù araba del Profeta. A Istanbul, nel XVI secolo, i titoli di imam e di califfo non significavano ancora il califfato.</p>
<h3 style="text-align: justify;">La svolta del 1640</h3>
<p style="text-align: justify;">Qualcosa accade nel 1640, quando viene effettuata la cerimonia di investitura del debole sultano Ibrahim I, durante la quale al sultano viene imposto il leggendario turbante di Omar ibn al Khattab (589-644), il secondo successore del Profeta, che conferisce la dignità di vero califfo. La riconquista di Bagdad, avvenuta due anni prima, da parte del sultano ottomano Murad IV in persona, dopo 15 anni di dominazione safavide, aveva contribuito a rispolverare il titolo di califfo. L’uso nel cerimoniale ottomano di altre reliquie sacre, come il famoso mantello (<i>burda</i>) del Profeta, che avevano rivestito a suo tempo i califfi abbasidi, conferma il cambiamento avvenuto nei decenni seguenti.<br />
Ma occorrerà attendere il 1774 per capirne pienamente il senso. In quell’anno, il Trattato di Kutchuk-Kaynardji pone fine alla guerra che opponeva da sei anni i russi agli ottomani, sancendo la fine del Khanato di Crimea, per breve tempo indipendente prima di passare sotto il controllo russo. Per la prima volta una terra dell’islam veniva ceduta dall’Impero a una potenza cristiana. Il Trattato prevedeva nondimeno che i musulmani di Crimea sarebbero rimasti sotto l’autorità religiosa e legale (in materia di statuto personale) del sovrano di Istanbul. In effetti, il Trattato di Kutchuk-Kaynardji è il primo documento ufficiale dove il sultano ottomano viene qualificato come “califfo di quelli che professano l’unicità divina”. Il titolo rinnova, in tal modo, perlomeno sul territorio della Crimea, l’autorità che esercitavano i califfi abbasidi ai tempi dei sultani mamelucchi, quella di semplici garanti dell’ortodossia sunnita sotto la protezione di un potere politico senza alcun potere effettivo, anche se teoricamente ne fondavano la legittimità agli occhi dei musulmani.<br />
La pretesa degli Ottomani al califfato non risale pertanto, come si è sempre creduto, al glorioso regno di Solimano il Magnifico, ma a due secoli più tardi, al termine di un processo confuso, in un periodo di indebolimento dell’autorità personale dell’autorità personale del sultano e, più grave ancora, nel momento in cui l’Impero regredisce territorialmente. La rivendicazione tardiva del califfato da parte degli Ottomani, destinata a compensare attraverso un aumento di prestigio religioso una autorità politica declinante, illustra paradossalmente la perdita di valore dell’istituzione califfale, fortemente svuotata del suo senso iniziale, tanto che nessuno troverà da ridire sul fatto che un sultano turco, per di più in difficoltà, se ne sia impossessato.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Abdulhamid II, protettore dei musulmani</h3>
<p style="text-align: justify;">Il prudente temporaneo mantenimento del califfato da parte di Mustafà Kemal dopo l’abolizione del sultanato ottomano nel novembre 1922 e quindi la sua solenne abolizione nel marzo 1924 non avrebbero avuto la stessa eco e non sarebbero state neanche necessarie, se in quel momento avesse conservato il senso ammorbidito e la lontana autorità che gli aveva attribuito il Trattato di pace di Kutchuk-Kaynardji del 1774. Ma, nel frattempo, l’Impero ottomano aveva conosciuto una potente ondata di riforme (i Tanzimat) destinati a restaurare l’autorità dello Stato e l’efficacia delle forze Armate. Esso aveva conosciuto, in particolare, il regno di Abdulhamid II (sultano dal 1876 al 1909), impegnato in una ambiziosa politica panislamica che mirava, all’interno, a ricondurre gli sciiti all’ortodossia sunnita e all’esterno a fare del sultano-califfo il campione universale dell’islam. Il regno di Abduhamid II, rovesciato dal governo dei Giovani Turchi a seguito della rivoluzione del 1908, si consacrerà l’indebolimento definitivo del sultanato, ma contribuirà a dare <i>in extremis</i> al califfato ottomano un prestigio senza precedenti, dopo che i suoi antenati, qualche secolo prima, avevano iniziato ad attribuirsene le funzioni.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.storiain.net/storia/ascesa-e-caduta-del-califfato-ottomano/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LA POLITICA ESTERA DELLA TURCHIA IN MEDIO ORIENTE</title>
		<link>https://www.storiain.net/storia/la-politica-estera-della-turchia-in-medio-oriente/</link>
		<comments>https://www.storiain.net/storia/la-politica-estera-della-turchia-in-medio-oriente/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 01 Feb 2018 08:15:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Erdogan]]></category>
		<category><![CDATA[Impero ottomano]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
		<category><![CDATA[Turchia]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.storiain.net/storia/?p=7168</guid>
		<description><![CDATA[di Daniela Franceschi - &#160; L’adesione della Turchia, sotto la leadership dell’AKP, ai paradigmi del neo-ottomanesimo complica il contesto geopolitico mediorientale, nel quale Iran e Arabia Saudita competono per la supremazia regionale e da cui è completamente assente l’Unione Europea. Dopo molti decenni di passività e negligenza verso il Medio &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Daniela<span style="color: #000000;"> Franceschi -</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>L’adesione della Turchia, sotto la leadership dell’AKP, ai paradigmi del neo-ottomanesimo complica il contesto geopolitico mediorientale, nel quale Iran e Arabia Saudita competono per la supremazia regionale e da cui è completamente assente l’Unione Europea.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo molti decenni di passività e negligenza verso il Medio Oriente,</strong> la Turchia è divenuta un attore fondamentale della regione. Per la maggior parte della sua storia nazionale repubblicana, la Turchia non ha considerato il Medio Oriente una priorità della sua politica estera; l’ideologia ufficiale della Repubblica, il Kemalismo, respingeva il mondo islamico perseguendo un percorso esclusivamente occidentale. Questo orientamento unilaterale ha iniziato a modificarsi con la fine della Guerra Fredda, parallelamente al configurarsi dei nuovi contesti geostrategici, con le minacce e le opportunità provenienti dagli Stati che circondavano il Paese. Di conseguenza, prima sotto la leadership di Turgut Özal (Primo Ministro 1983-1989, Presidente 1989-1993), poi sotto la guida del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, AKP <i>Adalet ve Kalkinma Partisi</i>, la Turchia è stata progressivamente sempre più coinvolta nelle vicende mediorientali. Negli anni più recenti, Ankara ha adottato un approccio più attivo verso il conflitto israelo-palestinese; ha partecipato alle missioni NATO e ONU rispettivamente in Afghanistan e in Libano; ha assunto una posizione di leadership all’interno della Conferenza dell’Organizzazione Islamica; ha partecipato a diverse conferenze della Lega Araba; ha stabilito legami sempre più stretti con l’Iran, l’Iraq, la Siria; e ha migliorato le sue performance economiche, politiche e diplomatiche con la maggior parte degli Stati arabi e musulmani.<br />
Tutto questo è avvenuto in un periodo storico in cui il Medio Oriente sta affrontando grandi sfide e trasformazioni significative.<br />
Il presente contributo intende analizzare la nuova politica estera turca partendo dal principio che il posizionamento geopolitico di uno Stato è forgiato internamente dall’ambiente politico e a livello sovranazionale dalle minacce e dalle opportunità presentate dal contesto geostrategico regionale e globale; la quantità di potere conferito ad un Governo e l’opinione pubblica interna influenzano altresì in modo significativo l’approccio internazionale di un Paese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’impulso iniziale per la democratizzazione in Turchia</strong> ebbe luogo subito dopo la Seconda Guerra mondiale. La minaccia sovietica rese l’alleanza occidentale guidata dagli Stati Uniti indispensabile per la sicurezza della Turchia. In questo contesto geopolitico, l’introduzione di un regime parlamentare fu facilitata dalla rivalità tra le élite politiche, le cui differenze ideologiche non fecero diminuire l’impegno condiviso verso l’ideale repubblicano di occidentalizzazione. Il Partito Democratico, formato da un gruppo di politici che si era distaccato dal Partito Popolare Repubblicano che aveva fondato la Repubblica, costituì il primo Governo eletto democraticamente nel 1950 e governò il Paese fino al colpo di Stato militare del 1960. Il brand populista del Partito Democratico glorificò “l’uomo comune” e corresse gli “eccessi” del Governo a Partito unico del Partito Popolare Repubblicano (1922-1950), soprattutto attraverso varie restrizioni alla predicazione pubblica e alle espressioni dell’Islam sunnita.<br />
I Partiti che hanno rivendicato l’eredità del Partito Democratico hanno vinto la maggior parte delle elezioni in Turchia nei decenni successivi, ad eccezione degli anni Settanta. Infatti, i Partiti di destra, di vario tipo, hanno governato la Turchia per la maggior parte del tempo dall’introduzione della democrazia elettorale. Al contrario, i Partiti di sinistra non sono mai riusciti ad ottenere le maggioranze parlamentari necessarie per un Governo a Partito-unico. Gli anni Ottanta vedono l’ascesa del Partito della Madrepatria, ANAP <i>Anavatan Partisi</i>, di Turgut Özal, che rimase al potere dal 1983 al 1991. Il periodo dal 1991 al 2002 è conosciuto come l’era delle coalizioni di Governo. Mentre nessun Partito di centro-destra riuscì ad ottenere l’egemonia elettorale in questo arco temporale, sia l’ANAP sia il Partito della Giustizia, AP <i>Adalet Partisi</i>, successore del Partito della Verità, rimasero al Governo del Paese. La vittoria del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo nelle elezioni del 2002 ha condotto al ritorno della regola del Governo di un singolo Partito, che ricorda gli anni di gloria del DP, dell’AP e dell’ANAP. L’AKP è stato fondato da politici che hanno trascorso i loro anni formativi negli ambienti islamici, acquisendo l’eredità del Partito Democratico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il tradizionale approccio della sociologia politica</strong> è quello di cercare le cause di questo vantaggio dei Partiti di destra turchi nelle configurazioni storiche delle relazioni statali e sociali, che pongono una élite con una stretta base sociale e un’agenda modernizzante in contrapposizione alle grandi masse che risentono di certi aspetti di questo programma. Mentre questa distinzione binaria semplificata non riesce a far luce sulla complessità della democratizzazione in Turchia, la sua attenzione specifica su una delle principali spaccature della Turchia si mostra molto acuta. Finché le forze politiche di destra si uniscono intorno ad un singolo Partito ed evitano la frammentazione non sono soggette a sconfitte elettorali. I Partiti di sinistra associati a questo programma modernizzante non hanno avuto successo nel raggiungere quei segmenti della società che conservavano valori conservatori e restavano credenti. Il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo appare come la più efficace formazione politica di destra.<br />
Il dominio elettorale dei Partiti politici di destra ha implicazioni contradditorie per la democrazia turca, storicamente afflitta in primo luogo da esplicite disuguaglianze nell’accesso e nella rappresentanza del sistema politico e, in secondo luogo, da potentissimi poteri extra parlamentari che limitano i diritti dei parlamentari eletti. Per quanto concerne lo Stato turco esso conserva dei pregiudizi etnici, settari e secolari che ostacolano- a diversi livelli- la rappresentanza politica di un gran numero di cittadini. Riguardo a quest’ultimo aspetto, l’autonomia politica dell’esercito turco è stata una minaccia costante per la stabilità del sistema parlamentare e il rispetto dei diritti umani. Una sfida più recente è rappresentata da networks clandestini che esercitano un’indebita influenza sulla politica e sulla società civile. Un esempio di questi networks è il movimento del magnate Fethullah Gülen, il cui attivismo civile globalizzato è oscurato da schemi e cospirazioni perseguiti dai suoi membri negli apparati chiave della burocrazia, così come nel sistema giudiziario e tra le forze dell’ordine.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come i Partiti di centro-destra dei decenni precedenti,</strong> come il DP di Adnan Menderes negli anni Cinquanta, l’AP di Süleyman Demirel negli anni Sessanta e l’ANAP di Turgut Özal negli anni Ottanta, l’AKP ha perseguito due obiettivi che tendevano alla democratizzazione del Paese. Tuttavia, a differenza dei predecessori, è riuscito ad ottenere un maggiore successo. In primo luogo, l’AKP ha revocato le leggi laiciste che ostacolavano la partecipazione pubblica dei credenti musulmani, un decennio dopo il 1997 quando l’intervento militare cercò di eliminare l’influenza islamica sulla politica nazionale. Strategicamente, l’AKP ha fatto suo il senso di vittimizzazione dei credenti musulmani, ottenendo la loro fedeltà incrollabile e rappresentandoli a tutti i livelli della società e dello Stato. Il breve periodo di detenzione di Erdoğan ha senza dubbio dato più autenticità alla pretesa del suo Partito di rappresentare i musulmani praticanti che erano stati i paria della Repubblica. L’AKP ha anche delimitato il potere dei militari, una forza che ha rappresentato una minaccia costante al pluralismo politico con la sua storia di ripetuti interventi e pratiche extragiudiziali. Nella sua lotta contro i militari, l’AKP ha avuto un sostegno significativo anche dal movimento di Gülen, dall’intellighenzia liberale e dall’opinione pubblica curda,as well as key foreign actors such as the European Union (EU). e da attori stranieri chiave come l’Unione Europea (UE).<br />
Risulta importante soffermarsi sulle caratteristiche salienti del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo. L’analisi della politica dell’AKP può essere divisa in due parti; durante il primo periodo, l’AKP si è rivelata una forza politica durevole adottando degli obiettivi difensivi e redistributivi, obiettivi che comportavano alcuni programmi riformisti per contenere e smantellare il potere dell’establishment secolare e creare spazi per l’identità islamista/conservatrice della Turchia all’interno del tessuto politico della nazione. Nel secondo periodo, l’AKP era preoccupato di mantenere la sua posizione di potere e di espandere i suoi spazi di controllo sfruttando e approfondendo le divisioni della società civile e il costo dell’opposizione.<br />
Durante il primo periodo, l’AKP ha mantenuto una attrattiva di ampio raggio divenendo il patrono politico per la borghesia islamica e i poveri urbani, proteggendo l’identità islamica dalla minaccia di aggressione laicista. Questi strati sociali richiedevano alcune riforme europeizzanti, civilizzanti e neoliberiste volte a smantellare l’establishment kemalista dello status quo che, a quel tempo, non serviva veramente ai settori non secolari della società. Lo smantellamento dell’establishment kemalista è stato usato anche per ridefinire la democrazia e mascherare l’ideologia paternalistica dell’AKP e la sua ricerca di potere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I fondatori e l’elettorato dell’AKP</strong> erano disposti ad abbracciare il paradigma economico neoliberista che, come nel caso del neo populismo latinoamericano, avrebbe costituito la base per la costruzione del potere economico. Un grande impulso alla privatizzazione, un’importante riforma del welfare e una serie di modifiche giuridiche specifiche hanno permesso all’AKP di integrare settori marginalizzati informali e la borghesia conservatrice dell’Anatolia. L’AKP ha anche affrontato gli effetti negativi del suo programma neoliberista mobilitando gli apparati dello Stato, le fondazioni e le Organizzazioni non governative amiche per la distribuzione di alcuni beni di prima necessità come il carbone e il cibo ai bisognosi. In molti casi, i beneficiari di questo tipo di aiuto sociale non avevano alcun diritto legale per l’assistenza che ricevevano e ciò li esponeva alle pressioni di parte e alle ricompense politiche.<br />
L’elemento più critico che ha agevolato la prospettiva paternalistica dell’AKP fu la missione difensiva a cui erano costretti dall’opposizione secolare. L’opposizione laica ha utilizzato con modalità infruttuose la dicotomia Islam/laicità, riproducendo la mentalità militarista del processo del 28 febbraio, che risaliva all’ultima parte degli anni Novanta, definendo l’identità islamica un nemico interno e mirando ad eliminarlo in modo da ripristinare il centro politico lungo le tradizionali direttrici kemaliste. Ciò ha condotto ad un’opposizione ridotta al laicismo, e ad un laicismo che aveva come obiettivo esclusivamente l’allontanamento e l’intimidazione dell’AKP e del suo elettorato conservatore. Da qui, l’associazione del secolarismo con l’autoritarismo e la missione difensiva dell’AKP.<br />
La natura militarista dell’opposizione laica ha facilitato lo sviluppo di un circolo vizioso del potere politico, nel quale l’AKP ha potuto garantirsi il supporto e la fedeltà dell’identità conservatrice semplicemente potenziando se stesso, per prevenire un’aggressione laicista nel confronto con l’establishment kemalista. Ciò ha reso l’AKP meno soggetto alle richieste dell’elettorato conservatore, facilitando lo strutturarsi di un’organizzazione estremamente gerarchica con un esplicito atteggiamento paternalistico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo circolo di potere politico ha anche permesso all’AKP</strong> di presentarsi come campione della democrazia e della democratizzazione con un’identità “conservatrice democratica”, ma senza proporre un’agenda politica di vera democratizzazione. Questo perché né il potere extra politico dell’establishment kemalista né la sua classificazione dell’AKP come illegittimo erano congrui con una politica democratica. In un certo senso, obbligando l’AKP ad una lotta di potere per la propria sopravvivenza, l’opposizione laica ha reso possibile l’equiparazione tra la ricerca egoistica del potere politico da parte di questo Partito di matrice islamista e la democratizzazione.<br />
Durante la seconda fase, dopo la vittoria dell’AKP contro l’establishment kemalista, il futuro della democrazia turca è stato lasciato alla mercé di questo partito, poiché tradizionalmente era l’apparato kemalista che fungeva da surrogato del meccanismo democratico di pesi e contrappesi, controllando l’apparato istituzionale da una posizione extra-politica per mantenere entro parametri predefiniti l’attività governativa. Anche l’opposizione laica, che si basava su questo apparato, ha dovuto attraversare un lungo processo di cambiamento prima di divenire un avversario valido per l’AKP. Inoltre, l’Unione Europea, mancando della volontà politica necessaria per l’adesione della Turchia nel 2004, ha perso la sua influenza politica sull’AKP e si è resa ridondante nell’interesse per la democratizzazione del Paese.<br />
Dopo aver prevalso sull’apparato kemalista, l’AKP non era più in grado di presentare la ricerca personale del potere come democratizzazione. Questo ha reso il Partito ancora più esposto alle critiche, dall’interno e dall’esterno, per i suoi fallimenti, perdendo il sostegno di massa. Per ovviare a tale fragilità, l’AKP voleva che la popolazione affidasse ad esso la democratizzazione del Paese, ma l’elettorato non doveva valutarne la performance politica alla luce delle norme della democrazia. In effetti, il Partito ha elevato se stesso al di sopra delle critiche politiche democratiche, monopolizzando la democrazia e legando la stabilità democratica al mantenimento della propria posizione di potere. Per prolungare il potere politico ottenuto, l’AKP ha impiegato una strategia a tre livelli.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In primo luogo, il Partito ha evidenziato</strong> la performance passata come democratizzazione e modernizzazione del Paese, utilizzando slogan come “Target 2023” e “Nuova Turchia” per catturare l’immaginazione della popolazione. Così facendo, l’AKP ha enfatizzato lo sviluppo economico e l’ammodernamento delle infrastrutture: sono stati realizzati grandi progetti infrastrutturali come un terzo ponte sul Bosforo, gallerie autostradali e ferroviarie, un terzo aeroporto ad Istanbul, massicce iniziative di trasformazione urbana delle grandi città del Paese; frettolosamente si sono sviluppate produzioni di automobili e aeroplani nazionali, che rappresentavano la “Nuova Turchia”.<br />
La tradizione turca di Governi di centro-destra, che datava dal 1950 quando fu introdotto il multipartitismo, ha utilizzato lo sviluppo economico e la modernizzazione come progetti nazionali che, a differenza del progetto culturale modernizzante del regime a partito unico kemalista (1924-1946) alquanto impopolare, erano finalizzati al benessere della popolazione in quanto servizi alla nazione.<br />
L’enfasi dell’AKP sul benessere economico e il miglioramento delle infrastrutture era in linea con la tradizione politica turca di centro-destra e certamente in consonanza con una parte considerevole della società turca.<br />
Il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo ha abusato della sua capacità e volontà di servire la nazione classificando il resto della classe politica come populista e anti-politica, rappresentando l’opposizione come ridondante e ostruttiva. Il principio del “servizio alla nazione” ha fornito all’AKP le basi attraverso le quali giustificare la ricerca di un Esecutivo predominante, essendo necessario, per il raggiungimento di questo grande balzo in avanti dell’economia, la possibilità di prendere decisioni molto velocemente senza vincoli giudiziari o di altro tipo. La ricerca di un Governo dominante ha ostacolato lo sviluppo di un’infrastruttura istituzionale basata su delle regole, nonché la realizzazione di riforme economiche molto necessarie. La gestione dell’economia è divenuta progressivamente più arbitraria, attraverso la distribuzione clientelare dei contratti statali con un conseguente aumento della corruzione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il secondo aspetto della strategia di potere dell’AKP</strong> è stato volto ad oscurare i suoi fallimenti democratici, disciplinare l’elettorato islamico/conservatore, prevenendo le critiche all’interno e all’esterno, e rendendo la critica politica incondizionatamente un comportamento ostile. Il Partito ha utilizzato le categorie sociali assegnate e costituite della società turca come strumenti per la strategia di potere; infatti, l’AKP ha sviluppato un’identità polarizzata e uno stile combattivo strumentalizzando l’Islam. Di conseguenza, sono stati vilipesi e declassati i settori laici filo-occidentali della società, attraverso un linguaggio aggressivo, moralista e populista che ne ha respinto la rappresentatività politica. La nuova narrazione della storia nazionale come una lotta di democrazia tra la società musulmana turca e l’élite laica autoritaria ha aiutato l’AKP a rappresentarsi come intrinsecamente democratico, e ad associarsi alla restaurazione di una presunta e sottomessa con la violenza identità musulmana del Paese. La “prospettiva di civilizzazione” dell’AKP consisteva nella restaurazione islamista che doveva correggere gli errori di centinaia di anni di secolarizzazione. Di conseguenza, la seconda strategia dell’AKP è stata quella di dividere la società tra cittadini /nativi e non cittadini/non indigeni, e squalificare questo secondo gruppo definendolo eurocentrico e islamofobo, aperto alla collaborazione con le “forze del male” al solo scopo di danneggiare il potere dell’AKP. Tale pratica politica ha approfondito non solo le divisioni nella lacerata società turca, ma ha anche mostrato che la costruzione di una società pluralista di individui eguali non è la regola politica dell’AKP.<br />
In terzo luogo, l’AKP ha intrapreso un percorso per ridisegnare le istituzioni politiche della Turchia in conformità con una democrazia maggioritaria, che considera il mandato popolare come una licenza per governare sciolti da vincoli; la conseguenza di questa strategia è stata la concentrazione del potere nelle mani del Partito al Governo e contemporaneamente l’aumento del costo dell’opposizione e della critica politiche. In molte occasioni, i leader dell’AKP hanno chiarito che ritengono l’elezione di un Governo da parte della popolazione un fattore sufficiente per poterlo definire democratico in sé e che la formula del “servizio per la nazione” era la norma per tutti gli apparati dello Stato, compresa la magistratura. Una tale concezione della democrazia ha consentito all’AKP di difendere la soglia elettorale di sbarramento del 10%, la ricerca di una supremazia dell’Esecutivo a spese della divisione dei poteri, la limitazione delle libertà civili, la delegittimazione dell’opposizione, ed ancora la pretesa di essere una forza democratica e di democratizzazione.<br />
La nuova leadership politica e istituzionale apriva una nuova fase anche nella politica estera del Paese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel corso dell’ultimo decennio la Turchia</strong> si è rivelata un attore importante del Medio Oriente, intraprendendo una serie di missioni di mediazione e avendo voce su questioni come il conflitto israelo-palestinese e il programma nucleare iracheno. Questa nuova presenza in Medio Oriente è stata vagamente definita neo-ottomana o un abbandono dell’Occidente in favore dell’Oriente. Altri l’hanno interpretata come il risultato della disillusione dopo il blocco del processo di adesione all’Unione Europea o il desiderio di intraprendere una politica estera indipendente dagli Stati Uniti.<br />
Infatti, il nuovo attivismo della Turchia in Medio Oriente, e nel mondo in generale, è guidato da due fattori importanti. Il primo è il profondo cambiamento strutturale che ha trasformato l’economia turca, prima rivolta al suo interno poi verso una robusta esportazione, impegnata dunque nella continua ricerca di nuovi mercati. Il secondo fattore riguarda il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, AKP <em>Adalet ve Kalkinma Partisi</em>, la cui leadership ambisce a trasformare la Turchia in un attore basilare del contesto geopolitico globale. Altri sviluppi, come l’invasione dell’Iraq nel 2003 e il declino dell’influenza dei militari, hanno aiutato l’AKP a deviare con successo la politica estera turca dalla sue ossessioni precedenti, la questione curda e l’Islam.<br />
Alcune delle modifiche apportate alla politica estera erano in corso prima della vittoria alle elezioni nel 2002 dell’AKP, tuttavia, il Partito del Presidente Erdoğan ha fornito alla politica estera turca una parvenza di coerenza e di fiducia in se stessa. Negli anni successivi, l’AKP ha articolato la politica “zero problemi con i vicini” che annunciava l’apertura di rapporti con Paesi che fino ad allora erano stati considerati come rivali, se non ostili. Le relazioni sono migliorate con la Siria, l’Iran e altri Stati orientali. In Iraq, nel 2008, il Governo turco ha operato un cambiamento di 180° per stabilire delle relazioni con il Governo Regionale Curdo, KRG. La Turchia si è impegnata negli sforzi di mediazione tra israeliani e siriani, nonché tra le fazioni palestinesi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Paradossalmente, la Turchia è emersa dalla trasformazione</strong> della sua politica estera come una potenza di status quo, profondamente radicata nella struttura del Medio Oriente. Questo nonostante le difficoltà sperimentate con Israele. La primavera araba è comunque servita per ricordare che la complessità del Medio Oriente può talvolta sopraffare l’agenda politica dei suoi attori primari. I costi delle rivolte tunisine e egiziane sono state limitate soprattutto a causa delle ridotte dimensioni delle relazioni economiche reciproche. Al contrario, le rivolte libiche e siriane hanno rappresentato uno shock per l’establishment turco; la Libia era un partner economico importante mentre la Siria era propagandata come un “caso” di successo della nuova politica estera. Entrambe hanno dimostrato, non con sorpresa, l’importanza che la nuova politica conferiva ai regimi autoritari della regione.<br />
Quando l’AKP ha vinto le elezioni del 2002 con circa il 34% dei voti, ma con una maggioranza schiacciante in Parlamento, Erdoğan è stato molto attento nell’articolare una politica che dovesse diminuire le paure dell’establishment laico e degli osservatori esteri. Dopo tutto, Erdoğan e l’AKP erano gli eredi della linea dura islamista e il padre del movimento islamico turco, Necmettin Erbakan, era stato a capo della coalizione di Governo che aveva avuto una brusca fine nel 1997, attraverso un rovesciamento che i turchi hanno sempre definito un colpo di Stato post-moderno. Il discorso di insediamento di Erdoğan verteva totalmente sull’indirizzo europeo della Turchia e sulla promessa di accelerare le riforme per ottenere lo status di candidato nell’Unione Europea.<br />
Erdoğan e il Ministro degli Esteri Abdullah Gül erano stati stretti collaboratori di Erbakan, che aveva immaginato la creazione di un mercato islamico comune, una NATO islamica e così via. Mentre evidentemente non ebbe successo in questi tentativi, Erbakan riuscì a creare un’organizzazione chiamata D-8 o Developing 8, un gruppo di otto grandi Paesi musulmani. Il D-8 continua ad esistere ancora sebbene la sua influenza sia molto limitata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Erdoğan e l’AKP, sotto lo sguardo molto vigile dei militari turchi,</strong> hanno intrapreso una politica estera orientata verso l’Europa. Entro due anni dalla vittoria elettorale, l’Unione Europea ha aperto i negoziati per l’adesione della Turchia. Questo è stato un grande risultato che era sfuggito ai Governi precedenti. L’interesse dell’AKP alle riforme dell’Unione Europea era connesso al desiderio di rimuovere la tutela militare sulla politica turca, che era stata usata come impedimento per i Partiti islamisti; infatti, l’establishment militare aveva bandito per due volte i predecessori dell’AKP.<br />
La guerra in Iraq del 2003 è stato il primo test per il nuovo Governo; nuovo al potere, è stato sottoposto ad una tremenda pressione da parte degli Stati Uniti per l’apertura del fronte Nord contro Saddam Hussein, permettendo il passaggio delle truppe americane attraverso il territorio turco. Quando il Parlamento ha votato il 1 marzo 2003 contro lo schieramento delle truppe straniere, a quanto pare per un errore “aritmetico”, la fortuna ha impedito al Governo dell’AKP di commettere un errore che avrebbe potuto essere nefasto per il suo futuro.<br />
L’AKP ha approfittato del vuoto creato dalla guerra promossa dall’amministrazione Bush in Iraq per emergere nella diplomazia mediorientale. La Turchia, avendo da tempo relazioni anche con Israele, poteva vantarsi di essere in rapporti cordiali con tutti i Paesi dell’area; infatti, è interessante notare come sia gli israeliani sia i siriani abbiano utilizzato i buoni uffici della Turchia per avviare una serie di negoziati in un momento in cui la diplomazia regionale sembrava in una fase di stasi. Questi colloqui portarono a dei passi in avanti, nonostante tutti i partecipanti fossero consapevoli che qualsiasi accordo definitivo avrebbe richiesto la partecipazione e l’approvazione degli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I colloqui israelo-siriani non furono l’unico esempio</strong> del nuovo approccio turco. La Turchia fu coinvolta anche nei negoziati durante il conflitto georgiano-russo, nel ritiro delle truppe siriane dal Libano e nei negoziati tra israeliani e palestinesi. L’impegno nella mediazione denotava lo sforzo dell’AKP per aumentare la visibilità e lo status diplomatico della Turchia. Ciò era essenzialmente in contrasto con le pratiche passate della politica estera turca; infatti, raramente si era spinta al di là di quello che era percepito come interesse nazionale. Un altro elemento di distinzione dai Governi precedenti è stata la volontà dell’AKP di detenere dei posti e delle posizioni nelle organizzazioni internazionali, a cominciare dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, da dove non era più presente dal 1960. Il Governo turco ha ottenuto posizioni di leadership nell’Organizzazione della Conferenza Islamica; lo stesso Erdoğan ha lavorato intensamente per acquisire un seggio nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.<br />
La Turchia ha anche iniziato ad aprire nuove ambasciate e consolati in Paesi dove in precedenza non aveva alcuna sede diplomatica. Contemporaneamente, la Turkish Airlines si è impegnata nell’espansione delle destinazioni di volo per inserire l’aeroporto di Istanbul in un hub internazionale.<br />
È stato durante il primo periodo del Governo dell’AKP che la nuova politica “zero problemi con i vicini” è stata articolata. La Turchia ha tentato di migliorare le sue relazioni con tutti i Paesi della regione, in particolare con i vicini più immediati come la Siria, l’Iraq, l’Iran e la Russia. Tuttavia, l’AKP era vincolata dall’establishment turco e soprattutto dall’apparato militare. Questo era maggiormente evidente in Iraq. La presenza permanente del gruppo di insorti turco, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, PKK, nell’Iraq settentrionale, permise all’apparato di sicurezza e al Presidente laico Ahmet Necdet Sezer il miglioramento dei rapporti con il Governo Regionale del Kurdistan.<br />
Con la Siria e l’Iran, Paesi identificati come ostili alla Turchia, l’AKP si è impegnato molto per cambiare i rapporti, ottenendo maggior successo proprio con la Siria. Nel 1998, i turchi avevano minacciato il Presidente siriano Hafez al-Assad con un’azione militare se avesse continuato a sostenere il leader del PKK, Abdullah Öcalan, a lungo protetto in Siria. Anche se il dispiegamento delle truppe al confine era stato un bluff, il regime di Assad non aveva molte possibilità ed espulse Öcalan. Nel 1999 Turchia e Siria hanno firmato l’Accordo di Adana che ha posto le basi per una maggiore cooperazione. Erdoğan ha intessuto dei rapporti molto stretti con Bashar al-Assad, sia personali sia politici. Per la Siria, che si trovava in un crescente isolamento internazionale dopo l’assassinio del Primo Ministro libanese Hariri, il riavvicinamento con la Turchia rappresentava una prospettiva di salvezza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sottostante all’apertura turca verso il Medio Oriente</strong> e il resto del mondo vi era la trasformazione fondamentale dell’economia turca. A partire dagli anni Ottanta sotto la leadership di Turgut Özal, la Turchia ha iniziato una vera metamorfosi del suo modello economico, abbandonando la strategia di sviluppo basata sull’importazione a favore di un’economia indirizzata verso l’esportazione, modificando anche la struttura socioeconomica del Paese. La conseguenza più importante delle riforme di Özal è stato l’emergere di una nuova classe di imprenditori che non basavano più le loro attività sugli appalti statali. Questi imprenditori erano lontani dai centri tradizionali del commercio e dell’industria come Istanbul e Izmir, provenendo soprattutto dall’interno dell’Anatolia. È proprio le nuove élite imprenditoriali, conosciute anche come le tigri dell’Anatolia, hanno rappresentato la spina dorsale dell’AKP, avendo un background culturale conservatore e religioso.<br />
La ricerca di nuovi mercati di esportazione è divenuta dunque vitale per l’industria turca. Pertanto, per l’AKP il compito più importante per mantenere il sostegno di questo nuovo gruppo economico è stato non solo gestire efficacemente l’economia, ma anche aiutare a trovare nuovi mercati di esportazione. Per la Turchia ciò ha significato guardare oltre i mercati tradizionali. Anche se una percentuale importante delle esportazioni turche ha continuato a riguardare l’Unione Europea, questi mercati erano maturi, saturi e la loro crescita in fase di stallo; di conseguenza, la quota dell’esportazioni turche in Unione Europea è scesa dal 56% al 46% tra il 2006 e il 2010, soprattutto in quei mercati che avevano risentito maggiormente della crisi finanziaria del 2008, per esempio, le esportazioni in Germania e in Gran Bretagna sono diminuite rispettivamente del 26% e del 27%. È avvenuto quindi uno spostamento dell’economia turca verso le economie emergenti. Gli imprenditori turchi volevano sviluppare nuovi mercati e naturalmente la quota relativa delle esportazioni nell’Unione Europea è diminuita.<br />
L’apertura verso il Medio Oriente deve essere dunque contestualizzata all’interno di questo nuovo scenario economico e politico. La Turchia ha firmato diversi accordi commerciali, tra cui alcuni di libero scambio, con Stati del Medio Oriente. Nel 2010, le esportazioni turche verso i Paesi della regione rappresentavano il 21.5% del totale. La crescita delle esportazioni turche verso l’area mediorientale non è avvenuta a discapito di altri mercati, infatti, questi nuovi mercati sono cresciuti in parallelo con l’espansione dell’economia turca, soprattutto durante gli anni di Governo dell’AKP. L’evoluzione del commercio turco-siriano era indicativa di questa tendenza. Il commercio siriano non era di primaria rilevanza per la Turchia, ma era indicativo quale parte di una strategia più ampia che riguardava l’incremento di tutte le esportazioni nel loro complesso. Nel 2000 la Turchia ha esportato soltanto 184 milioni di dollari in Siria; entro il 2010 era salita a 1,6 miliardi di dollari. L’AKP ha aiutato questo processo non solo con un sostegno attivo sotto forma di diplomazia economica ma anche con il proprio impegno verso il libero mercato. Il rapporto con l’Iraq era ancora più significativo; infatti, le esportazioni turche passarono da 829 milioni di dollari del 2003 agli oltre 6 miliardi di dollari nel 2010.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 2007 è stato un anno spartiacque per la Turchia.</strong> Erdoğan e l’AKP hanno adottato da allora una politica estera ancora più assertiva. In generale, si può affermare che questo era l’acme del consolidamento del Governo dell’AKP in Turchia, con una crescita economica che avrebbe portato il Paese tra i G20.<br />
La politica estera emergente si basava su cinque caratteristiche: 1) la forte volontà dell’AKP e della sua leadership di elevare la Turchia a quello che definivano “uno Stato centrale” nella gerarchia globale, in pratica ad un ruolo geopolitico di primo piano; 2) la posizione strategica della Turchia per esercitare un’influenza sulle regioni adiacenti; 3) lo sviluppo significativo dell’economia turca; 4) l’esistenza di affinità storiche e culturali per costruire legami che finora erano stati ignorati nell’area mediorientale; 5) Supporto dell’opinione pubblica interna.<br />
Due sviluppi, tuttavia, hanno contribuito alla assertività della leadership politica dell’AKP: l’errata strategia dei militari che ha aiutato l’AKP a vincere le elezioni del 2007 e la frattura con Israele, molto condivisa dall’opinione pubblica interna.<br />
Nel 2007, era giunta a scadenza la Presidenza di Sezer e il Ministro degli Esteri Abdullah Gül era il candidato più favorito per sostituirlo. I militari, che avevano sperato che chi avesse assunto questo alto incarico non fosse così strettamente affiliato all’AKP e la cui moglie non indossasse il velo, decisero di bloccarlo. Il Capo di Stato Maggiore rilasciò un memorandum sul sito web della sua istituzione avvertendo delle terribili conseguenze. Gli ufficiali parteciparono alla progettazione di dimostrazioni contro il Governo a livello nazionale. Non solo l’AKP non indietreggiò, ma indisse elezioni generali anticipate, che vinse ottenendo il 47% dei voti rispetto al 34% del 2002. L’opinione pubblica aveva effettivamente rifiutato di appoggiare i militari.<br />
La nuova vittoria e l’umiliazione dei militari e dei loro alleati posero l’AKP nella condizione di poter attuare quelle riforme politiche che prima non aveva osato concretizzare. Il caso più emblematico è stato l’Iraq dove il Governo dell’AKP compì un capovolgimento di 180° nei suoi rapporti con il Governo Regionale del Kurdistan. Le relazioni commerciali tra la Turchia e il Governo Regionale del Kurdistan erano in espansione nonostante la freddezza delle relazioni diplomatiche; i leader curdi avevano deciso che i rapporti con Ankara, malgrado il problema curdo in Turchia, avrebbero offerto anche delle opportunità. La Turchia, tra i vicini dei curdi iracheni, aveva la politica più dinamica e l’economia più prospera. Inoltre, geograficamente, la Turchia, come candidato all’Unione Europea, forniva i collegamenti più diretti con l’Occidente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per l’AKP relazioni migliori con il Governo Regionale del Kurdistan</strong> offrivano la possibilità di migliorare i rapporti con la minoranza curda al suo interno; infatti, il Governo Regionale del Kurdistan era un’istituzione ampiamente rispettata dai curdi turchi ed aveva una notevole influenza su di loro. Il presidente curdo Talabani e la leadership del KRG avevano consigliato ai curdi turchi di abbandonare la lotta armata in favore di un accordo negoziale con l’AKP, argomentando che la leadership attuale offriva le migliori chance per una soluzione pacifica.<br />
L’establishment militare si era trovato intrappolato dall’accusa di aver dato vita ad una grande cospirazione multilivello. I procuratori hanno affermato che questa cospirazione, o cospirazioni, nota come Ergenekon, aveva coinvolto funzionari attivi, in pensione e civili che avevano pianificato un rovesciamento dell’ordine costituzionale. Con molti militari arrestati e messi sotto custodia, l’establishment militare era stato deprivato della sua grande capacità di avere un’influenza sulle questioni politiche nazionali e estere. In effetti, con i militari che avevano perso la posizione posseduta in precedenza, l’AKP ha potuto usare la nuova libertà di azione per ridefinire le priorità della politica estera.<br />
Dopo aver consolidato la propria posizione all’interno, l’AKP ha sfruttato le occasioni offertegli dal contesto geopolitico regionale. La prima di queste circostanze fu l’incursione di Israele a Gaza alla fine del 2008. Erdoğan reagì molto negativamente di fronte all’operazione “Piombo fuso” per due ragioni: in primo luogo, si sentiva personalmente tradito dal Primo Ministro israeliano Ehud Olmert che aveva visitato Ankara due giorni prima dell’inizio delle ostilità. La rabbia che imperversò nella regione per l’operazione israeliana condannò al fallimento anche i negoziati israelo-palestinesi proprio quando la Turchia pensava fossero sul punto di una svolta. Di conseguenza, la posizione ufficiale della Turchia verso lo Stato ebraico divenne negativa e Erdoğan fu considerato un supporter dei palestinesi; il contrasto con Israele, partendo dallo scontro tra Erdoğan e Shimon Peres a Davos, era giudicato molto favorevolmente dall’opinione pubblica turca, inoltre, era attentamente utilizzato con grande effetto nella regione nel suo complesso. È interessante notare come la Turchia abbia sfruttato recentemente anche la dichiarazione del Presidente americano Donald Trump sul riconoscimento di Gerusalemme quale capitale dello Stato ebraico, e il conseguente futuro spostamento da Tel Aviv alla Città Santa dell’ambasciata statunitense, per presentarsi di fronte al mondo arabo come <i>supporter </i>dei diritti del popolo palestinese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La seconda opportunità fu offerta dalle crescenti tensioni</strong> derivanti dal programma nucleare iraniano. La Turchia non solo sostenne retoricamente la tesi iraniana che il programma nucleare era per uso civile e pacifico, ma che il vero problema erano le armi nucleari possedute da Israele.<br />
Nel 2010, Ankara ha fatto un ulteriore passo in avanti collaborando con il Brasile, un altro membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per elaborare un compromesso con l’Iran, denominato Accordo per il reattore di ricerca di Teheran, TRR. Questo accordo annunciato dagli iraniani, i brasiliani e i turchi era in conflitto con gli sforzi occidentali per applicare delle sanzioni ancora più restrittive a Teheran. La Turchia e il Brasile votarono contro le sanzioni in sede di Consiglio di Sicurezza in un momento in cui anche Russia e Cina aveva scelto di seguire gli Stati europei e gli Stati Uniti.<br />
Ankara aveva deciso di firmare l’accordo poiché temeva in primo luogo, come molti altri nella regione, che un’eventuale escalation della crisi avrebbe aperto la strada all’intervento militare, con un effetto destabilizzante maggiore di quello avvenuto con la guerra in Iraq del 2003. Il caos avrebbe compromesso certamente i benefici economici e la prosperità interna del Paese, i risultati più importanti della politica dell’AKP e base del sostegno interno.<br />
In secondo luogo, Ankara credeva- in parte a causa di un fraintendimento con la Casa Bianca- che l’accordo elaborato con il Brasile fosse esattamente ciò che i Paesi occidentali volevano. Tuttavia, al termine dei negoziati finali, la Turchia ignorava le motivazioni americane per non procedere. Gli Stati Uniti avevano lavorato faticosamente per ottenere il parere favorevole di russi e cinesi sulle sanzioni ed erano ansiosi di non mettere in pericolo questa rara collaborazione tra i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ed era proprio per questo che gli iraniani, a loro volta, erano disposti a firmare un accordo per evitare ulteriori sanzioni. Il Ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoğlu credeva che l’accordo avrebbe ottenuto sufficiente approvazione internazionale per allontanare le obiezioni americane. Tuttavia, Ankara aveva sovrastimato la sua influenza e la sua capacità; a margine del vertice dei G20 a Toronto, Erdoğan e Davutoğlu ebbero un incontro con il Presidente americano Barack Obama che chiarì come le ambizioni nucleari iraniane non fossero una questione irrisoria e criticò Ankara per aver perseguito un accordo. La risoluzione delle sanzioni era già passata, con Russia e Cina che avevano votato con i Paesi occidentali e la Turchia, alleata della NATO che votava contro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’accordo TRR costituì il punto più importante di divergenza</strong> tra Ankara e i suoi alleati occidentali e creò gravi ripercussioni soprattutto a Washington. Per molti osservatori in Turchia e in Medio Oriente, tuttavia, il voto sulle sanzioni all’Iran e la rottura con Israele- approfondita dall’incidente della Flottiglia nel maggio del 2010 con la morte di nove cittadini turchi- erano segnali dell’uscita della Turchia dalla sfera di dominio della politica estera americana. È interessante notare che, per tutta la durata del contrasto con l’Occidente, l’AKP è stato molto attento a non perdere il consenso acquisito; infatti, non vi è mai stata l’intenzione, nemmeno solamente ipotizzata, che Ankara lasciasse le istituzioni occidentali, anzi, la Turchia ha insistito per una maggiore e più visibile partecipazione ad esse, specialmente alla NATO. In effetti, la politica estera turca prevedeva un impegno simultaneo su tutti i fronti. Anche la demonizzazione di Israele non comprometteva le relazioni commerciali tra i due Stati.<br />
È importante soffermarsi brevemente sulla figura del Ministro degli Esteri, poiché è stato l’accademico Ahmet Davutoğlu ad introdurre il concetto di “neo-ottomanesimo” nel vocabolario della politica estera turca. Davutoğlu ha svolto un ruolo chiave nella <i>shuttle diplomacy</i> durante il conflitto Israele-Gaza nel 2008, esattamente ciò che aveva sostenuto come studioso di relazioni internazionali: cercare di creare una “profondità strategica” giocando un ruolo di leadership nel Medio Oriente. Il neo-ottomanesimo poggia sulla divisione del mondo tra Paesi centrali e periferici, e lo Stato più centrale di tutti è la Turchia, centrale nel Medio Oriente e nell’Eurasia. Il progetto di Davutoğlu non era quello di condurre la Turchia da un sistema regionale ad un altro, bensì di formare una regione intorno alla Turchia. L’assunto principale è che la Turchia non doveva essere più considerata il ponte tra Occidente e Oriente, ma in base alla influente posizione geopolitica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Turchia, in sintesi, ha cercato di mantenere aperte</strong> tutte le possibilità offerte dal contesto geopolitico della regione, attuando una politica estera bidirezionale; da un lato, con il suo “soft power”, i legami commerciali e l’impegno diplomatico, la politica estera turca si è caratterizzata, dopo la guerra in Iraq, per la ricerca della stabilità e dello status quo, nonostante alcune limitate modifiche come nel caso dei territori palestinesi. D’altra parte, nonostante il desiderio di stabilità, Ankara è parte di un gioco competitivo multi-sfaccettato nella regione mediorientale. La Turchia aveva sostenuto l’Iran sulla questione nucleare e, in cambio, si aspettava che Teheran fosse più accomodante sui suoi interessi economici. Nel passato, le guardie rivoluzionarie avevano allontanato le compagnie turche dal principale aeroporto di Teheran e in generale le aziende turche avevano attraversato un periodo difficile in Iran. Inoltre i due Paesi erano divenuti dei feroci concorrenti in Iraq, sostenendo ognuno diversi candidati alle elezioni del 2010. Se Teheran ha conseguito un successo importante con la vittoria del suo candidato, il Primo Ministro al-Maliki, i turchi, soprattutto per merito delle loro relazioni con il Governo Regionale del Kurdistan, hanno incrementato gli scambi commerciali.<br />
La competizione per l’influenza si è estesa oltre l’Iraq, infatti, sia la Turchia sia l’Iran hanno tentato di assumere una posizione di leadership nel Medio Oriente. Ma, soprattutto dopo l’inizio della primavera araba, con le discussioni sul “modello turco”, Ankara ha eclissato Teheran. Alla base di questa competizione vi sono motivazioni economiche, politiche, religiose e anche pure ambizioni nazionaliste. Tuttavia sarebbe erroneo valutare ciò come una concorrenza duale, perché l’Arabia Saudita ha cercato di contenere l’Iran e ha guardato con molto sospetto il nuovo attivismo turco nella regione. Paradossalmente, la Turchia e l’Arabia Saudita condividevano la convinzione che il Medio Oriente sarebbe stato in migliori condizioni se lasciato libero dagli interessi delle grandi potenze, in particolare dagli Stati Uniti.<br />
Le rivolte iniziate in Tunisia all’inizio del 2011 si sono rivelate le più importanti sfide per la nuova politica turca in Medio Oriente. Da un lato, non c’erano dubbi che l’opinione turca simpatizzasse con le popolazioni arabe che tentavano di liberarsi dalle dittature. D’altra parte, queste rivolte minacciavano i regimi con cui la Turchia aveva stabilito delle eccellenti relazioni. Tradizionalmente la Turchia e la Tunisia avevano forti legami, ma gli eventi politici a Tunisi si erano sviluppati troppo in fretta perché arrivasse una risposta politica da Ankara. Per l’Egitto era diverso; Mubarak e Erdoğan non avevano mai avuto la stessa opinione su molte questioni, a partire da Gaza. Inoltre, il regime egiziano sospettava che Ankara intendesse inserirsi in aree considerate tradizionalmente sfere di influenza dell’Egitto. Ciò che ha reso il caso egiziano diverso da quello tunisino è stata l’importanza dei fattori economici: l’Egitto nel 2010 assorbiva il 2% delle esportazioni turche rispetto allo 0,6% della Tunisia. Tuttavia Ankara poteva permettersi un temporaneo rallentamento delle relazioni economiche con l’Egitto in attesa del cambio di Governo. Si può affermare che quanto più fosse stata velocizzata la caduta del regime di Mubarak, tanto più la Turchia avrebbe evitato ulteriori conseguenze economiche negative.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli effetti più negativi delle primavere arabe per la Turchia</strong> sono derivati dalla Libia e dalla Siria. Entrambi gli Stati rappresentavano solamente l’1.7% e l’1.6% rispettivamente delle esportazioni turche, ma in Libia le imprese turche avevano effettuato enormi investimenti nel settore delle costruzioni e Ankara dovette procedere all’evacuazione di circa 15 mila dei suoi cittadini bloccati dai combattimenti. La Siria rappresentava l’esempio perfetto della realizzazione pratica della politica estera di “zero problemi con i vicini”.<br />
In Libia, Erdoğan ha inizialmente resistito alle richieste del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro Gheddafi, rifiutando altresì di approvare qualsiasi operazione militare della NATO. È stato solo dopo le manifestazioni anti turche nella città di Benghazi che la leadership turca ha deviato rapidamente dalla precedente posizione di politica estera, partecipando alle operazioni della NATO, a condizione che le truppe turche non fossero costrette ad intraprendere delle azioni militari dirette. Dopo la caduta del regime, il Ministro degli Esteri Davutoğlu aveva promesso circa 300 milioni di dollari al Consiglio Nazionale di Transizione libico.<br />
Il dilemma per Erdoğan e l’AKP in Siria e in Libia era emblematico dell’approccio alla base della politica estera di “zero problemi con i vicini”. Per aprire quei mercati alle imprese e agli investimenti turchi, prima visti con molto sospetto, la leadership dell’AKP aveva stabilito stretti legami con regimi che avevano un controllo completo della popolazione e dei territori. Anche se Davutoğlu aveva sottolineato che la democrazia e l’integrazione erano gli obiettivi cardinali della nuova politica estera turca a tutti i livelli, Ankara non aveva mai posto la democrazia come elemento prioritario delle sue relazioni diplomatiche. Per esempio, a seguito delle controverse elezioni in Iran del giugno del 2009, Ankara fu il primo Paese a congratularsi con il Presidente Ahmedinejad per la vittoria.<br />
È stato comunque in Siria che la linea politica di “zero problemi con i vicini” ha riscontrato più difficoltà in seguito alle primavera arabe. Oltre ai rapporti personali intrecciati da Erdoğan con Bashar Assad, i rispettivi Governi avevano tenuto riunioni congiunte mentre lavoravano per integrare le relative economie. La Turchia era naturalmente il partner predominante di questa relazione economico-politica e il riavvicinamento siriano rappresentava l’esempio migliore della nuova politica estera turca.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo l’inizio delle ribellioni in Siria,</strong> Ankara ha fatto notevole pressioni sul regime siriano affinché attuasse rapidamente delle riforme per impedire che la rivolta prendesse ulteriore slancio, ma le aggressioni delle forze di sicurezza siriane nelle regioni confinanti con la Turchia si sono rivelate un errore strategico del regime baatista. L’assenza di significative riforme politiche in combinazione con un flusso di circa 12.000 rifugiati in Turchia ha reso impossibile per Ankara ignorare la crisi, anche se in precedenza Erdoğan aveva affermato che la crisi siriana era un problema interno. L’intensificarsi della violenza contro i manifestanti siriani durante il mese di Ramadan, un periodo di grande importanza religiosa e simbolica per il Primo Ministro turco, ha approfondito la diffidenza di Erdoğan verso Assad.<br />
Le implicazioni degli sviluppi della crisi siriana erano molto preoccupanti per la Turchia; infatti, il flusso di rifugiati ha immediatamente ricordato le immagini dei primi anni Novanta, quando i curdi iracheni convergevano nelle regioni di confine turche e iraniane per sottrarsi agli attacchi del regime di Saddam Hussein.<br />
Il regime di Damasco e il suo leader Assad apparivano molto indeboliti e rivelavano i limiti dell’influenza turca. Erdoğan aveva sollecitato Assad, sia nelle comunicazioni private sia pubbliche, ad introdurre delle significative riforme ed aveva inviato il suo capo dell’intelligence e, soprattutto, per due volte il Ministro degli Esteri Davutoğlu a Damasco per convincere il Governo siriano della necessità di un compromesso, ma senza alcun successo.<br />
I flussi di rifugiati erano comunque soltanto la punta di un iceberg, infatti, Ankara era consapevole che la crisi siriana poteva deteriorarsi ulteriormente provocando una guerra civile ancora più settaria con una fuoriuscita di rifugiati più massiccia, evento che si sarebbe effettivamente realizzato. Inoltre l’imprevedibilità del regime di Damasco poteva scatenare una conflagrazione regionale, con il coinvolgimento dell’Iran, del Libano e di Israele.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il periodo successivo alle elezioni parlamentari del giugno 2011,</strong> che hanno consolidato il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, ha visto il susseguirsi di eventi molto importanti nella storia della Turchia. Il 28 dicembre 2011, jet bombardieri turchi hanno colpito un gruppo di contrabbandieri curdi che attraversavano il confine del Kurdistan iracheno uccidendo 34 persone. Questo evento ha rappresentato il caso più grave dopo l’instaurazione del multipartitismo democratico nel 1950. Nessuno degli ufficiali è stato sottoposto ad un processo per il massacro. Alla fine del maggio 2013, una protesta localizzata contro la demolizione di un piccolo parco, il Gezi Park nel centro di Istanbul, si è trasformata in un movimento di massa nazionale contro il Governo dell’AKP, con una conseguente sproporzionata reazione della polizia. Milioni di persone hanno partecipato alle proteste, in gran parte non violente, e le manifestazioni sono divenute le più grandi dimostrazioni antigovernative nella storia della repubblica turca. Nel dicembre del 2013, le indagini contro la corruzione hanno coinvolto membri eminenti dell’Esecutivo, rivelando diffusi livelli di collusione tra politici e uomini d’affari. Questi tre episodi rappresentavano plasticamente la fine delle alleanze dell’AKP con i tre gruppi che erano stati centrali per la sua ascesa. L’impunità dopo il massacro di jets bombed a group of Kurdish smugglers crossing the border from Iraqi Kurdistan, kill- Roboski del 2011 ha disincantato grandi segmenti della società curda che aveva sostenuto l’AKP. Il brutale trattamento dei manifestanti di Gezi Park per mano della polizia ha compromesso l’intesa con l’intellighenzia socialdemocratica che aveva sostenuto fortemente il Partito durante la sua lotta di potere con i militari e la magistratura. Le indagini anticorruzione del dicembre del 2013 hanno trasformato il movimento di Gülen da alleato chiave dell’AKP nella sua nemesi. Nel 2016 il movimento di Gülen è stato accusato di aver fomentato un colpo di Stato, con il conseguente arresto di centinaia di migliaia di giornalisti, militari, magistrati e insegnanti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le mancanze della democrazia turca</strong> hanno continuato a persistere sfidando la visione ottimistica secondo la quale il consolidamento al potere dell’AKP avrebbe condotto ad un progresso democratico inequivocabile e lineare. Infatti, la “vittimizzazione dei musulmani sunniti”, che era stato il principio trainante interno degli impulsi riformisti dell’AKP, si è trasformato in una posizione di trionfo che ha aggravato i vincoli settari ed etnici del potere politico. Inoltre, gli sviluppi geopolitici e la crisi economica del 2008 hanno avuto effetti dannosi per le lotte democratiche in Turchia. Prima del 2008, l’adesione all’Unione Europea era un tema centrale per la politica estera turca e aveva limitato le tendenze autoritarie del Governo. Mentre l’Unione Europea ha perso gradualmente rilevanza per le élite e l’opinione pubblica turche, l’AKP ha visto nelle primavere arabe del 2011 un’opportunità senza precedenti per ottenere un potere nell’area mediorientale. Le élite dell’AKP ritenevano che le rivolte arabe avrebbero portato al potere forze islamiche popolari similari al Partito al Governo in Turchia; questa aspettativa è divenuta un’amara disillusione, soprattutto dopo la caduta della Fratellanza Musulmana in Egitto e la degenerazione della rivolta siriana in una guerra civile.<br />
Nel contesto regionale mediorientale in cui le affiliazioni politiche tendono a sovrapporsi alle differenze settarie, l’AKP ha adottato un linguaggio sempre più divisivo. Ciò rappresenta un’importate differenza tra l’AKP e i precedenti Partiti di centro-destra con meno evidenti inclinazioni pro-sunnite. È interessante notare come Erdoğan abbia esplicitamente sottolineato l’identità alauita di Kemal Kılıçdaroğlu, leader del Partito Repubblicano Popolare, CHP <i>Cumhuriyet Halk Partisi</i>, durante la campagna elettorale del 2011, nel tentativo di screditarlo agli occhi dell’elettorato sunnita. Nel contempo, l’AKP e l’intelligence turco hanno sviluppato una concezione della guerra civile siriana in cui il regime oppressivo della minoranza alauita massacrava la popolazione sunnita. Mentre l’intensità della violenza aumentava, i gruppi islamici erano cooptati dall’AKP e ottenevano una visibilità pubblica e un accesso alle risorse senza precedenti, divenendo sostenitori entusiasti della lotta armata contro il regime di Assad. In assenza di seri sforzi del Governo per frenarli, un numero rilevante di cittadini turchi si è unito ai gruppi jihadisti in Siria.<br />
Questa politica ha avuto una conseguenza inaspettata e terribile: l’espandersi dell’ISIS con la sua ideologia di jihadismo salafita nel 2013. I gruppi salafiti-jihadisti in Turchia hanno trovato un terreno fertile data l’assenza di una sorveglianza statuale. Questi gruppi erano anche gli unici islamisti che avevano preso le distanze dal Governo dell’AKP, offrendo una versione integralista dell’Islam attraente per coloro che erano rimasti sconcertati dalla mancanza di un vero Governo islamico in Turchia. Il crescente richiamo di questa forma estrema di islamismo, quando un Partito islamico era al Governo, contraddiceva le aspettative degli studiosi secondo le quali la moderazione avrebbe debellato il radicalismo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nell’estate del 2013, l’esercito egiziano</strong> rovesciava il Presidente Mohammad Morsi, esponente della Fratellanza Musulmana. Adottando un linguaggio vittimistico, Erdoğan e i suoi sostenitori hanno definito le proteste di Gezi Park come un tentativo di colpo di Stato che coincideva con l’esautoramento di Morsi. Erdoğan ha incolpato i manifestanti di Gezi di mancanza di rispetto per l’Islam, attraverso accuse infondate, per mobilitare la sua base elettorale.<br />
Mentre l’AKP è diventato più settario rispetto ai precedenti Partiti di centro-destra, si è dimostrato anche più disinvolto per quanto concerneva l’identità etnica in politica. Le riforme sulla “questione curda” erano ispirate da una comune identità musulmana che trascendeva le differenze linguistiche, ed erano coerenti con l’identità musulmana sunnita negli affari pubblici. Inoltre, la sfida diretta dell’AKP al potere politico dei militari contribuiva alla sua attrattiva tra i cittadini curdi, in contrasto con la linea politica fatta propria dal PD, che si era appoggiato principalmente sui notabili curdi e sulle relazioni di patronato per mobilitarne il voto. Tuttavia il crescente dinamismo popolare e l’appello del nazionalismo curdo hanno reso la strategia dell’AKP, sotto il mantello culturale della fratellanza islamica, inadeguato e obsoleto. L’autogoverno curdo in Siria ha incoraggiato l’ala militare del movimento nazionalista curdo, che voleva replicarne il successo attraverso la lotta armata nelle città curde della Turchia. Dopo l‘affermazione nelle elezioni del giugno del 2015, il sostegno curdo sembrava ormai superfluo per l’AKP. Le azioni militari e poliziesche contro i militanti del PKK in aree urbane densamente popolate hanno condotto a diffuse violazioni dei diritti umani ed ad un numero crescente di vittime civili, significando un ritorno alle politiche dei primi anni Novanta. Il nazionalismo curdo, che si era sottratto al Partito della Madrepatria, ANAP <i>Anavatan Partisi</i>, e al Partito della Verità, DYP <i>Doğru Yol Partisi</i>, continuava ad essere la sfida più grande per l’AKP, che sembrava mancare di strategie politiche per gestirlo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nonostante queste sfide, l’AKP ha raggiunto dei notevoli risultati</strong> nelle elezioni locali del 2014. Il peggior disastro industriale nella storia del Paese, con la morte di oltre 301 minatori nell’Anatolia centrale, è avvenuto subito dopo queste votazioni. Ancora Recep Tayyip Erdoğan ha vinto le prime elezioni popolari per la Presidenza pochi mesi dopo. I disordini di Kobanî nell’ottobre del 2014, costati la vita a più di 50 persone, hanno coinvolto inizialmente le città curde, facendo presagire la violenza che avrebbe sconvolto la Turchia nella seconda metà del 2015. A seguito di questi eventi e dopo un indebolimento dell’economia, l’AKP ha perso la maggioranza parlamentare nelle elezioni del giugno 2015. Poco dopo, vi fu un attacco bomba suicida verso attivisti di sinistra che visitavano la città di Suruç, a nord di Kobanî, dove i militanti curdi avevano combattuto con successo contro lo Stato Islamico con l’aiuto di attacchi aerei statunitensi nell’autunno del 2014. Questo attentato sponsorizzato dallo Stato Islamico ha portato alla fine della fragile tregua tra la Turchia e l’insurrezione curda che era in vigore dal 2013. La violenza ha raggiunto rapidamente livelli senza precedenti e il rilancio del conflitto armato ha condotto alla morte di almeno 600 persone in cinque mesi. Un altro attentato suicida dell’ISIS uccideva 102 persone nel centro di Ankara nell’ottobre dello stesso anno.<br />
Dal punto di vista delle elezioni, è importante ricordare i risultati ottenuti dall’AKP. Dopo la vittoria alle elezioni del 2002 con il 35% dei voti, l’AKP ha costantemente dominato la scena politica della Turchia, incrementando la propria quota di voti raggiungendo il 47% nel 2007 e il 49% nel 2011, ottenendo maggioranze parlamentari così ampie da formare dei Governi mono-partitici. Questa tendenza ha subito una battuta d’arresto nelle elezioni del 7 giugno del 2015, quando l’AKP non è riuscito a guadagnare seggi sufficienti per formare un Governo di un solo Partito, nonostante avesse ottenuto il 40% dei suffragi e superato il rivale del 15%. Il leader <i>de facto</i> dell’AKP, il Presidente Erdoğan, ha usato i poteri conferitegli dalla Costituzione e la leva politica della sua formazione politica per impedire la formazione di un Governo di coalizione in modo da tornare alle urne nel novembre dello stesso anno; in queste votazioni, l’AKP ha aumentato i suoi voti del 9% e ripristinato la sua posizione predominante.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tenuto conto del contesto interno,</strong> la spettacolare performance dell’AKP nelle elezioni di novembre, che gli hanno permesso di riconquistare una maggioranza parlamentare, ha stupito molti osservatori. I risultati delle elezioni hanno rivelato che molti elettori in Turchia non ritenevano Erdoğan e il Partito responsabili di questi problemi. È interessante notare come Erdoğan abbia iniziato a personificare sempre più il potere politico ed ad erodere l’autonomia delle istituzioni economiche e politiche, ma nel contempo egli è apparso anche come l’unico politico capace di assicurare la stabilità e la crescita del Paese. Mentre la sua ascesa ha rappresentato l’evoluzione storica dei Partiti di destra turchi e della loro missione di integrare i fedeli musulmani nel sistema politico, essa ha comportato anche delle implicazioni negative per un sistema politico democratico.<br />
Nel contempo, il mutare del contesto geopolitico mediorientale, aggravato dalla guerra civile siriana, riproponeva all’attenzione della politica estera turca questioni che coinvolgevano direttamente il Paese, come il conflitto con i curdi turchi e il massiccio afflusso di profughi siriani.<br />
Nel febbraio del 2015, rappresentanti dell’AKP al Governo e politici curdi si incontravano nel palazzo di Dolmabahçe per un meeting che il Primo Ministro Davutoğlu descrisse come una nuova fase del processo di pace. Dopo la riunione a porte chiuse, le due controparti annunciarono al pubblico un piano in dieci punti redatto da Abdullah Öcalan, leader imprigionato del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Tuttavia, pochi mesi dopo questo incontro storico, nel giugno del 2015, gli scontri tra le forze turche e il PKK sono ripresi, causando il collasso del processo di pace. Centinaia di civili sono morti in seguito a questi scontri, inoltre è stato imposto il coprifuoco e negato ogni accesso al mondo esterno per molti giorni in svariate province del sud-est della Turchia. La questione curda tornava ad essere un problema di sicurezza interna e non di democrazia e di democratizzazione.<br />
Tra la negoziazione e la repressione, come spiegato precedentemente, la Turchia aveva tenuto le elezioni generali; in queste votazioni, il Partito Democratico dei Popoli, HDP <em>Halkın Demokrasi Partisi</em>, una formazione politica pro-curda, ha ottenuto il 13.1% dei voti, emergendo non solo come un interlocutore legittimo e moderato per il processo di pace curdo ma come il maggior impedimento per l’AKP per la formazione di un Esecutivo monopartitico. Mentre in altri contesti caratterizzati da un conflitto interno l’emergere di interlocutori moderati è considerato un pre-requisito per processi di pace coronati da successo, l’esistenza di un Partito politico curdo autonomo quale alternativa credibile al Governo dell’AKP è divenuto il motivo principale per il fallimento dei colloqui di pace.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La comunicazione politica populista dell’AKP considera la società turca</strong> divisa in due campi omogeni e antagonisti: il popolo puro e le élite corrotte. La politica è quindi solo l’espressione di un “popolo puro” in contrapposizione ai privilegi consolidati delle élite corrotte. Durante il Governo dell’AKP, il passaggio tra negoziazione e repressione nei confronti delle richieste curde era un riflesso di questa cultura populista di destra. Le élite dell’AKP accoglievano le richieste curde quando queste non erano rappresentate da altri attori istituzionali- un Partito legale come l’HDP o un’organizzazione armata, come il PKK- e quando tali attori istituzionali non sfidavano l’egemonia dell’AKP nel “risolvere” il problema curdo. Per questa ragione, ogni volta che è emerso uno sfidante forte, le élite dell’AKP hanno immediatamente fatto marcia indietro, reprimendo l’opposizione fino a quando non si sono sentite sicure di aver riguadagnato il controllo del “problema”.<br />
Dopo la cattura di Abdullah Öcalan e la dichiarazione del PKK di un cessate il fuoco unilaterale nel febbraio del 2000, l’intensità del conflitto nel sud-est era diminuita. L’AKP vinse le elezioni del 2002 con un sostegno significativo degli elettori turchi, assicurandosi il 65% dei seggi in Parlamento. I fondatori dell’AKP e i leader del nuovo Governo vedevano se stessi come “vittime” dell’establishment militare del 1990, proprio come i curdi. Fin dall’inizio, era chiaro alle élite dell’AKP che il consolidamento del loro potere politico era direttamente correlato alla resistenza delle élite militari e che il contenimento del potere politico dei militari era connesso alla de-securitizzazione della sfera politica, soprattutto della “questione curda”.<br />
Inoltre, le élite dell’AKP avevano una diversa concezione di ciò che costituiva la nazione turca se confrontata con la rappresentazione delle élite kemaliste dell’epoca precedente. Secondo le nuove élite, l’accento sull’identità turca evidenziava l’elemento etnico e amplificava le differenze tra curdi e turchi. Invece, l’accento sull’identità religiosa dei curdi era ritenuto un elemento unificante tra individui che erano posti in contrapposizione dai principi etnici e secolari. Utilizzando il principio dell’unità religiosa e dando voce agli elettori curdi, le élite dell’AKP credevano di poter convincere il “puro popolo curdo” conservatore a rivoltarsi contro le élite secolari, nazionaliste e corrotte del PKK, minandone l’influenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La de-securitizzazione della “questione curda”</strong> e il dare voce alle richieste curde facevano parte di una strategia win-win, che ha aiutato l’AKP a limitare il potere dei militari in politica e ad estendere l’elettorato popolare nell’area sud-est della Turchia. Allo stesso tempo, diminuendo la percezione della minaccia interna, è scemata la necessità percepita per i militari di sovraintendere alla sfera politica. L’integrazione nell’Unione Europea è stata anch’essa strategicamente importante, non solo per limitare l’autorità militare, ma anche per inserire la “questione curda” nel quadro di una democratizzazione su vasta scala.<br />
Entrambe le linee politiche hanno fatto sì che l’AKP fosse rappresentato come una grande forza politica e un attore importante nelle regioni curde, un fatto rinforzato dalla soglia del 10% che ha bloccato i Partiti politici curdi dal correre in modo indipendente. Nel corso degli anni Duemila, l’AKP ha gradualmente espanso la sua base di potere ottenendo il 50% dei voti curdi e proponendosi come l’unica forza politica capace di risolvere la questione in esame, pur essendo molto riluttante a riconoscere la legittimità delle forze politiche curde.<br />
Entro il 2009, il Governo turco aveva fatto progressi significativi per quanto concerneva la de-militarizzazione ed era finalmente libero di seguire una nuova strategia politica per risolvere il “problema curdo”. Nel 2009, l’AKP annunciò la sua apertura. L’Organizzazione Nazionale di Intelligence turca avviò trattative con il PKK, i colloqui di Oslo. L’ottimismo presto si scontrò con il nazionalismo dilagante, infatti, l’AKP mise in atto una brusca frenata, temendo di perdere i voti dei nazionalisti nelle successive elezioni. La “questione curda” divenne ancora una volta un problema di sicurezza interna. Una causa fu depositata dallo Stato nei confronti delle Comunità curde, e 10.000 attivisti politici curdi furono arrestati, creando così un nuovo regime di oppressione attraverso la via giudiziaria.<br />
Prima delle elezioni del giugno del 2011, la “questione curda” è ridivenuta un problema di terrore, non di democrazia; di violenza, non di diritti. Il Primo Ministro Erdoğan dichiarò che si sarebbe incontrato solo con i rappresentanti legali e legittimi curdi, suggerendo che il Partito pro-curdo della Pace e della Democrazia, <i>Barış ve Demokrasi Partisi</i>, non sarebbe stato un interlocutore idoneo finché non avesse agito in modo indipendente e autonomo. Sfruttando questa posizione più dura nei confronti della “questione curda”, l’AKP aumentò in modo significativo i suoi voti ottenendo il 49.9% nelle elezioni del 2011.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La dura presa di posizione verso la “questione curda”</strong> si sarebbe presto ammorbidita dopo la schiacciante vittoria elettorale dell’AKP nel 2011. È importante ricordare che, rispetto al periodo precedente, erano cambiate anche le dinamiche regionali. Questa fase è stata caratterizzata da manifestazioni e proteste, rivolte e guerre civili in quasi tutti i Paesi della regione. Il Governo turco si è trovato quasi subito in competizione con le altre potenze regionali nel tentativo di influenzare il destino e il futuro dell’area mediorientale, intervenendo direttamente e indirettamente nelle politiche nazionali degli Stati mediorientali.<br />
Mentre la regione è diventata più conflittuale, il Governo dell’AKP ha rilanciato il negoziato con il PKK, all’inizio del 2013, con l’obiettivo di disarmare le regioni curde della Turchia. Il 21 marzo del 2013, una lettera di Abdullah Öcalan fu letta al pubblico sia in turco sia in curdo durante le celebrazioni storiche a Diyarbakir. Nella lettera si chiedeva un cessate il fuoco, ed includeva il disarmo e il ritiro dal suolo turco, nonché la fine della lotta armata. Il 25 aprile del 2013, il PKK annunciò che avrebbe ritirato tutte le sue forze dalla Turchia.<br />
Tuttavia la riluttanza del Governo turco a sostenere la città curda di Kobanê, sotto attacco da parte dello Stato Islamico, creò una protesta su vasta scala dei curdi turchi, in particolare nel sud-est, portando alla morte di 42 persone. Il Governo stabilì un coprifuoco in sei città curde al fine di controllare le crescenti proteste.<br />
Le manifestazioni chiarivano come il movimento politico curdo avesse collegamenti transnazionali che andavano oltre lo Stato turco e si fosse trasformato nella principale alternativa politica ai movimenti salafiti in Medio Oriente. Con grandi potenze come gli Stati Uniti e la Russia alleati dei curdi contro la crescente influenza salafita nella regione, la politica in Medio Oriente si sarebbe rimodellata in un modo che i responsabili politici dell’AKP mai avrebbero immaginato. Inizialmente, l’AKP vide nei negoziati una modalità per fermare la progressiva influenza del movimento politico curdo, sperando di unire i curdi turchi ai fratelli musulmani; le proteste per la città di Kobanê avevano dimostrato alle élite dell’AKP che questa linea politica non era attuabile e che era difficile limitare l’influenza del PKK nella regione e in Turchia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come previsto, nelle elezioni generali del 2015 l’AKP</strong> ha nuovamente conseguito la maggioranza dei voti, ottenendo il 40.9% dei suffragi. Ma tale percentuale- che in circostanze normali sarebbe stata celebrata come un trionfo- divenne per il Partito una sconfitta, perché non era in grado di formare un Governo monopartitico. Questa prima sconfitta dell’AKP fu percepita come un successo del HDP.<br />
È ipotizzabile che uno dei motivi dietro il successo dell’HDP sia stato il fatto che molti curdi, che in precedenza avevano votato per l’AKP, avessero ritirato il loro supporto. Come affermato in precedenza, per quasi un decennio l’AKP e i Partiti pro-curdi avevano condiviso quasi equamente l’elettorato curdo; nelle provincie curde l’HDP aveva ottenuto la maggioranza dei voti, scardinando il precedente equilibrio. Uno dei principali obiettivi del processo di soluzione della “questione curda” era stato marginalizzare le formazioni politiche pro-curde, ma l’AKP aveva compreso di aver ottenuto il risultato opposto, ovvero l’autonomia degli attori politici curdi, un duro colpo per la linea politica populista dell’AKP che intendeva incorporare nel Partito anche i curdi.<br />
Nelle regioni curde, la campagna elettorale dell’HDP si era basata su tre pilastri: l’autonomia della cultura curda; la solidarietà tra i curdi- che includeva anche la solidarietà regionale, e la pace nella regione. L’HDP aveva anche incorporato con successo i conservatori religiosi, i musulmani curdi della regione e le tribù di destra e conservatrici. Poco prima delle elezioni del giugno 2015, il Partito aveva istituito delle commissioni per la riconciliazione sociale e il dialogo-note anche come “commissioni di persuasione”. La politica di negoziazione con le tribù era stata spesso usata dallo Stato come strategia di inclusione dei curdi; infatti, attraverso la collaborazione e l’influenza di queste tribù, i Governi turchi erano stati storicamente in grado di controllare le periferie in conflitto. Questa volta, però, l’HDP si era rivolta alle tribù conservatrici e aveva ricevuto il sostegno dei mullah locali e di influenti conservatori curdi. Conseguentemente, molte tribù favorevoli all’AKP, a livello formale, avevano cambiato le loro alleanze prima delle elezioni. Questa trasformazione era molto allarmante, non solo per l’AKP in quanto Partito, ma anche per la tradizionale presenza dello Stato nell’area.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo le elezioni del 7 giugno,</strong> prima ancora che avessero inizio i colloqui per la coalizione, il Governo annunciò che il processo di pace era finito. Analogamente al periodo dopo le elezioni del 2011, il nuovo Governo dell’AKP aveva dichiarato che non esisteva più una “questione curda” in Turchia e che tutti i diritti possibili erano stati concessi. Mentre il processo di pace era stato dichiarato chiuso, l’intero Paese era travolto da un nuovo conflitto; fu imposto un coprifuoco in centinaia di distretti prevalentemente curdi, il PKK attaccò e uccise soldati e agenti di polizia, e come rivalsa gruppi di nazionalisti turchi attaccarono molti edifici dell’HDP. Due attentati bomba suicidi a Suruç e Ankara uccisero 104 persone.<br />
Dato il fallimento delle trattative per formare un Governo di coalizione furono indette nuove elezioni per il novembre dello stesso anno; gli elettori risposero alla violenza crescente, al conflitto e al caos come nel 2011. Sfruttando la dura presa di posizione verso la “questione curda”, l’AKP riuscì ad ottenere abbastanza seggi in Parlamento per formare un Governo a Partito unico.<br />
Subito dopo questa vittoria, le élite dell’AKP hanno iniziato ad usare la stessa retorica per il processo di pace, che si basava su una posizione conflittuale con il Partito dell’Unione Democratica, PYD <i>Partiya Yekîtiya Demokrat</i>, una lotta costante contro il PKK, e la non accettazione come partner negoziale legittimo dell’HDP. Ciò che rimaneva del processo di pace era la concessione da parte del Governo dei diritti ordinari ai curdi. Un portavoce dell’Esecutivo aveva dichiarato che finalmente l’AKP era rimasto solo nel confronto con i curdi.<br />
Un altro tema cardine della politica interna turca fu la questione dei rifugiati siriani, che avevano iniziato ad arrivare al confine del Paese nel 2011. Per l’allora Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdoğan l’accoglienza dei rifugiati siriani era coerente con la politica estera di contrapposizione ad Assad e con le inclinazioni dell’elettorato sunnita dell’AKP. Dopo sette anni dall’inizio della guerra civile siriana, con un conflitto resosi ancora più complicato, il numero dei profughi è salito ad oltre due milioni, senza alcuna possibilità che possano rientrare in Siria entro breve tempo, superando di gran lunga la capacità dei campi di accoglienza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I primi profughi siriani sono arrivati ai confini della Turchia</strong> il 29 aprile 2011. Il Governo di Erdoğan ha proclamato una politica delle porte aperte per i siriani, promettendo assistenza in termini di servizi e campi di accoglienza vicino al confine, respingendo le offerte di aiuto delle agenzie internazionali. Nell’ottobre del 2011, il Governo ha esteso la “protezione temporanea” ai rifugiati siriani- uno status ufficiale, a differenza della denominazione di ospite usata dalla maggior parte dei Paesi della regione. Tale posizione era coerente con l’opposizione di Erdoğan al regime di Assad e si basava sul calcolo politico che tale regime sarebbe caduto in fretta, un assunto non irragionevole in quel periodo data la velocità di cambiamento dei Governi durante la primavera araba. Parallelamente, sul lato militare, si è avuto un sostegno all’Esercito Libero Siriano. Le generose politiche della Turchia verso i profughi erano in sintonia anche con l’emergere del Paese come leader del mondo umanitario; infatti, nel decennio 2003-2013, la Turchia era diventato il sesto donatore. Il crescente ruolo umanitario derivava anche dall’accento posto dall’AKP sulla <i>ummah</i>- la comunità di tutti i musulmani.<br />
Nel 2012, quando il numero dei profughi è aumentato, il Governo ha annunciato l’istituzione di una linea rossa per quanto concerneva il numero massimo di rifugiati ammissibili; Erdoğan aveva affermato che sarebbe stata necessaria la creazione di una zona cuscinetto se il numero dei rifugiati avesse superato i 100.000 ingressi. L’idea di una zona di sicurezza all’interno della Siria, ripetuta spesso negli anni successivi, aveva trovato rispondenza anche nelle intenzioni del Governo turco di prevenire che i curdi ottenessero il controllo su più territori in Siria e al confine con la Turchia.<br />
Nel 2013, ci sono stati segnali che le politiche di accoglienza erano al limite. Nel febbraio dello stesso anno, un’esplosione in un posto di frontiera e un’altra a Reyhanlı hanno ucciso più di cinquanta persone. Nel momento in cui i campi hanno raggiunto la loro capacità massima e un numero crescente di siriani ha iniziato a viverci con le famiglie, le pressioni economiche sono aumentate- in particolare nelle zone di confine. Il prezzo degli affitti è salito e si segnalavano cambiamenti culturali come la poligamia e i matrimoni precoci. L’impatto dei rifugiati è stato enorme- per esempio, Reyhanlı con una popolazione di 63.000 persone ospitava 100.000 profughi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Turchia ha anche iniziato ad attuare</strong> una massiccia assistenza transfrontaliera all’interno della Siria, attraverso un sistema di “erogazione punto zero”, in cui l’Autorità per l’Emergenza e il Disastro, AFAD <i>Afet ve Acil Durum Yönetimi Başkanlığı</i>, con il sostegno della Mezzaluna Rossa Turca, della Fondazione per i diritti dell’uomo e per la libertà e della Fondazione per gli aiuti umanitari, operava all’interno dei territori siriani. Tale assistenza ha certamente mantenuto in vita molte migliaia di siriani, ma data la sua natura opaca, ha dato origine anche a molte speculazioni sul fatto che le intenzioni della Turchia non fossero prettamente umanitarie.<br />
La politica delle “porte aperte” della Turchia verso i rifugiati non è mai stata veramente “aperta” come raffigurato. La politica di protezione temporanea stabiliva che i siriani entrati attraverso i confini ufficiali, e molti accedevano attraverso quelli non ufficiali, in possesso di un passaporto, che molti non avevano, potevano richiedere un permesso di lavoro; nella pratica questo processo era così farraginoso che raramente si verificava. I profughi erano autorizzati a rimanere nel Paese, ma tranne che nei campi, non ricevevano alcuna assistenza finanziaria da parte del Governo o dalle agenzie internazionali, e non avevano il permesso per lavorare. Esauriti i risparmi personali, hanno trovato impiego nell’economia informale- con tutto lo sfruttamento che ciò comporta.<br />
La Turchia ha adottato la prima legge sull’immigrazione nell’aprile del 2013, entrata in vigore l’anno dopo. Questo cambiamento, parte del processo di adesione all’Unione Europea, è stato un segnale positivo; Ahmet İçduygu ha osservato come la legge avesse introdotto delle riforme che potevano essere un punto di riferimento per un moderno, equo ed efficiente sistema di gestione dei profughi, in linea con gli standard basilari internazionali ed europei.<br />
Entro la fine del 2013, l’accoglienza turca stava cominciando a logorarsi, soprattutto a causa del peso economico. Mentre inizialmente la Turchia sembrava essere orgogliosa di potersi prendere cura dei rifugiati senza il sostegno internazionale, durante il 2015 le lamentele circa la mancanza di aiuti internazionali sono divenute più frequenti. Nel corso del biennio 2013-2015 era cresciuta anche la consapevolezza che il regime di Assad non sarebbe stato rovesciato rapidamente e che i rifugiati non sarebbero stati rimpatriati entro breve tempo. Contemporaneamente, la dinamica del conflitto è divenuta più complessa e il ruolo della Turchia a sostegno delle forze di opposizione ancora meno trasparente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le vittorie militari e la brutalità dello Stato Islamico</strong> si sono intensificate dalla metà del 2014 cambiando la natura dei flussi dei rifugiati. Per la prima volta dal 2011, un gran numero di iracheni è arrivato in fuga da Mosul a metà del 2014. Entro il giugno del 2015, si sono aggiunti altri 240.000-250.000 profughi iracheni. Inoltre, circa 190.000 curdi sono fuggiti in Turchia mentre imperversavano i combattimenti dentro e nei dintorni di Kobanê. Quasi tutti i flussi iniziali erano composti da profughi siriani e musulmani sunniti, la presenza di cristiani dell’Iraq, degli yazidi e dei curdi dal Nord dell’Iraq rendevano il contesto più diversificato. La Turchia stava ricevendo anche un numero importante di richiedenti asilo da altri Paesi, come l’Afghanistan e l’Iran.<br />
Sul fronte interno, vi era una crescente preoccupazione per l’impatto economico, sociale e settario dei profughi. Gli alauiti erano preoccupati per l’afflusso sunnita, mentre i turchi accoglievano favorevolmente l’etnia turcomanna.<br />
Sia a livello nazionale che internazionale il fattore curdo era fondamentale nella politica governativa verso i profughi. I curdi si erano allarmati dopo aver visto la riluttanza del Governo turco a sostenerli durante i combattimenti a Kobanê contro l’ISIS nel giugno del 2015, mentre l’Esecutivo dell’AKP paventava un influsso su larga scala dei profughi curdi nel Paese. I voti ottenuti dall’HDP nelle elezioni del giugno 2015 erano stati interpretati da alcuni osservatori come l’espressione del malcontento dell’elettorato curdo verso la linea di politica estera del Governo. Nel contempo, la polarizzazione derivante dalle politiche di Erdoğan, le segnalazioni delle violazioni dei diritti umani, la sfida di un’insurrezione curda di ampio raggio e la violenza tra le fazioni pro e anti AKP creavano un contesto interno altamente instabile.<br />
Le elezioni del novembre 2015 in cui l’AKP ha ottenuto la maggioranza dei voti sono state un evento abbastanza positivo per i rifugiati, poiché l’AKP, con la sua forte base tra i conservatori religiosi, è più favorevole ad una politica di accoglienza rispetto ai Partiti laici turchi, alauiti e curdi, che temono una alterazione demografica della società locale e della sfera politica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per quanto concerne le politiche verso gli oltre due milioni di profughi,</strong> la Turchia ha adottato una serie di decisioni nel biennio 2014-2015, tra cui il coinvolgimento di attori internazionali e il permesso per le ONG di registrarsi e iniziare programmi di aiuto per i rifugiati. Il Ministero della Pubblica Istruzione ha chiuso le scuole siriane informali per introdurre i profughi nel sistema educativo turco, anche se due terzi dei bambini siriani sono rimasti fuori dalle istituzioni scolastiche. Inoltre, prima delle elezioni, è stata introdotta una legislazione che permetteva ai siriani di entrare nel mercato del lavoro turco. Vi è stato un riconoscimento del fatto che i rifugiati non stavano tornando in patria e che erano necessari dei provvedimenti per garantire la loro integrazione nella società turca.<br />
Nell’agosto del 2015, la crisi dei profughi ha assunto una nuova dimensione con la migrazione di centinaia di migliaia di rifugiati attraverso la Turchia verso la Germania e i Paesi del Nord Europa. La Turchia si è trovata dunque in una posizione negoziale molto forte rispetto alle controparti europee, i cui Governi dovevano fronteggiare opinioni pubbliche sempre più attratte dai movimenti populisti e xenofobi contrari all’immigrazione; l’Unione Europea aveva bisogno della Turchia e Erdoğan è stato molto abile nel cogliere questa opportunità. Il 15 ottobre del 2015, il vertice dell’Unione Europea non verteva sulle modalità di ricollocazione dei profughi tra i diversi Stati europei, ma sulle trattative con la Turchia. È interessante ricordare che Merkel, cancelliere tedesco in carica che in precedenza aveva bloccato i negoziati di adesione all’UE della Turchia a causa delle preoccupazioni per i diritti umani, si è recata in quei giorni ad Ankara per parlare con le autorità turche, aprendo un dialogo sulla possibilità per i cittadini turchi di viaggiare in Europa senza passaporto, inoltre, l’UE era pronta ad aumentare gli aiuti economici per sostenere i profughi. La Turchia era ormai in una posizione di forza ed è stato raggiunto un accordo che comprendeva anche un contributo finanziario molto rilevante.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Turchia può controllare il flusso dei rifugiati verso l’Europa</strong> attraverso il suo territorio; se la Turchia utilizza le risorse aggiuntive per migliorare le condizioni di vita dei rifugiati siriani all’interno dei suoi confini e permette loro l’accesso al mercato del lavoro turco ciò potrebbe portare alcuni siriani a decidere di rimanere in Turchia. Ma se l’aspettativa è che il Governo turco attui dei deterrenti coercitivi per impedire ai siriani di passare in Grecia, allora questo pone un serio problema di diritti umani. I Governi europei sono ansiosi di avere un Paese in cui far tornare i siriani, in particolare coloro la cui richiesta di asilo è stata respinta, senza doverli inviare direttamente in Siria. Ma, come Amnesty International ha sottolineato, la Turchia non è un “paese sicuro” per tutti e in effetti soltanto a un richiedente su quattro è stato concesso asilo in Europa.<br />
Le decisioni che la Turchia, l’Unione Europea e gli Stati membri dovranno prendere nei prossimi anni avranno conseguenze a lungo termine per i rifugiati, le relazioni Turchia-UE e anche per la stessa Unione Europea.<br />
L’adesione della Turchia, sotto la leadership dell’AKP, ai paradigmi del neo-ottomanesimo complica il contesto geopolitico mediorientale, nel quale Iran e Arabia Saudita competono già da tempo per la supremazia regionale e da cui è totalmente mancante l’Unione Europea, incapace di sviluppare una politica estera unitaria e rilevante.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><span style="color: #000000;"><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em><br />
</span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;">Altunışık, Meliha Benli (2006) “Turkey’s Iraq Policy: The War and Beyond”, Journal of European Studies 14(2): 183-196.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Aras, Bülent (2001) “The Turks and Jerusalem” in Contemporary Review 279 (1629):201-207.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Bahadır Dinçer Osman, Vittoria Federici, Elizabeth Ferris, Sema Karaca, Kemal Kirişci, and Elif Özmenek Çarmıklı, ‘Turkey and Syrian Refugees: The Limits of Hospitality’, <i>Brook­ings Institution</i>, November 2013.</span></p>
<p><span style="text-decoration: underline; color: #000000;">http://www.brookings.edu/~/media/research/files/ reports/2013/11/18-syria-turkey-refugees/turkey- and-syrian-refugees_the-limits-of-hospital­ity-(2014).pdf       </span></p>
<p><span style="color: #000000;">Balta Paker Evren and İ. Akça, ‘Beyond Military Tutelage: Analyzing Civil-Military Relations under the Justice and Development Party’, in Ebru Canan Sokullu (2012), Debating Security in Turkey: Challenges and Changes in the Twenty-First Century,<i> </i>Lanham: Lexington Books, pp. 77–93. </span></p>
<p><span style="color: #000000;">Balta, Evren ‘How Turkish Elections Changed the Foreign Policy of Turkey’, <i>openDemocracy</i>, 27 July 2015. <a href="https://www.opendemocracy.net/evren-balta/how-turkish-elections-changed-foreign-policy-of-turkey"><span style="color: #000000;">https://www.opendemocracy.net/evren-balta/how-turkish-elections-changed-foreign-policy-of-turkey</span></a>  </span></p>
<p><span style="color: #000000;">Biagini, Antonello (2002) Storia della Turchia contemporanea, Milano: Bompiani.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Bilgin, Mustafa Sıtkı (2008) Britain and Turkey in the Middle East: Politics and Influence in the Early Cold War Era, London &amp; New York: IB Tauris.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Bilgin, Pınar (2005) “Turkey’s Changing Security Discourses: The Challenge of Globalisation” in European Journal of Political Research 44: 175-201.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Bozarslan, Hamit (2006) La Turchia contemporanea, Bologna: Il Mulino.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Çağaptay, Soner (2008) “The Most Anti-American Nation” in Newsweek, 24. November 2008, <a href="http://www.newsweek.com/id/169267"><span style="color: #000000;">http://www.newsweek.com/id/169267</span></a>.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Çağatay, Soner ‘‘Kurdish Opening’ Closed Shut’, <i>Foreign Policy </i>28 (2009). <a href="http://www.foreignpolicy.com/articles/2009/10/28/kurdish_opening_closed_shut?page=0,1"><span style="color: #000000;">http://www.foreignpolicy.com/articles/2009/10/28/kurdish_opening_closed_shut?page=0,1</span></a>   </span></p>
<p><span style="color: #000000;">-, ‘Turkey is in Serious Trouble’, <i>The Atlantic</i>, 5 October 2015. <a href="http://www.theatlantic.com/international/archive/2015/10/turkey-isis-russia-pkk/408988"><span style="color: #000000;">http://www.theatlantic.com/international/archive/2015/10/turkey-isis-russia-pkk/408988</span></a>   </span></p>
<p><span style="color: #000000;">Cizre Ümit (2008), Secular and Islamic Politics in Turkey: The Making of the Justice and Development Party, London and New York: Routledge.  </span></p>
<p><span style="color: #000000;">Costanza, Maurizio (2010) La Mezzaluna sul filo &#8211; La riforma ottomana di Mahmûd II, Venezia: Marcianum Press.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Dann, Uriel (1988) The Great Powers in the Middle East 1919-1939, London: Holmes &amp; Meier.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Davutoğlu, Ahmet (2008), ‘Turkey’s Foreign Policy Vision: An Assessment of 2007’, in Insight Turkey, vol.10, no.1.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Dombey, Daniel ‘Turkish government and Kurds in bit to revitalise talks’, <i>The Financial Times, </i>28 February 2015. <a href="http://www.ft.com/cms/s/0/5d305c18-bf67-11e4-99f8-00144feab7de.htm%1fl#axzz3qocjf228"><span style="color: #000000;">http://www.ft.com/cms/s/0/5d305c18-bf67-11e4-99f8-00144feab7de.htm­l#axzz3qocjf228</span></a>  </span></p>
<p><span style="color: #000000;">Fiorani Piacentini, Valeria (2006) Turchia e Mediterraneo allargato. Democrazia e democrazie, Milano: Angeli. </span></p>
<p><span style="color: #000000;">Fuller, Graham (2007) The New Turkish Republic: Turkey as a Pivotal State in the Muslim World,</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Washington, D.C.: United States Institute of Peace.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Hale, William (2000) Turkish Foreign policy 1774-2000, BCSIA Studies in International Security, London &amp; Portland, OR: Frank Cass.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Hale, William (2002) Turkish Foreign Policy. 1774-2000, London-Portland: Frank Cass.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">-, (2007) Turkey, the US and Iraq, SOAS Middle East Series, London: SAQI.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">-, (2009) “Turkey and the Middle East in the ‘New Era’,” in Insight Turkey 11(3): 143-159.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">İbrahimoğlu, Lale (2007) “Will Turkish Military and Russian Flirtation End in Marriage?”, Today’s Zaman, 21. June 2007, <a href="http://www.todayszaman.com/tz-web/yazarDetay.do?haberno=114626"><span style="color: #000000;">http://www.todayszaman.com/tz-web/yazarDetay.do?haberno=114626</span></a>.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Icduygu, Ahment ‘Syrian Refugees in Turkey: The Long Road Ahead’, <i>Transatlantic Council on</i> <i>Migration and Migration Policy Institute</i>, April 2015. <a href="http://www.migrationpolicy.org/research/syrian-refugees-turkey-long-road-ahead"><span style="color: #000000;">http://www.migrationpolicy.org/research/syrian-refugees-turkey-long-road-ahead</span></a> </span></p>
<p><span style="color: #000000;">Kirisci, Kemal and Elizabeth Ferris, ‘Not Likely to go Home: Syrian Refugees and the Challenges to Turkey – and the International Community’, <i>Brookings Institution: Turkey Project Policy Paper </i>7, September 2015. <a href="http://www.brookings.edu/research/papers/2015/09/syrian-ref%1fugee-international-challenges-ferris-kirisci"><span style="color: #000000;">http://www.brookings.edu/research/papers/2015/09/syrian-ref­ugee-international-challenges-ferris-kirisci</span></a>  </span></p>
<p><span style="color: #000000;">Klein, Janet (2011)<i> </i>The Margins of Empire: Kurdish militias in the Ottoman tribal zone, Stanford: Stanford University Press. </span></p>
<p><span style="color: #000000;">Lambeck, M. S. (2006) “Minister trug Mohammed-T-shirt” in Bild am Sonntag, 21. February 2006, <a href="http://www.bild.de/BTO/news/aktuell/2006/02/19/mohamme%20d-karikaturen-tshirt/mohammed-karikaturen-tshirt.html"><span style="color: #000000;">http://www.bild.de/BTO/news/aktuell/2006/02/19/mohamme d-karikaturen-tshirt/mohammed-karikaturen-tshirt.html</span></a>.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Lapidus, Ira M. (1988) A History of Islamic Societies, Cambridge: Cambridge University Press.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Lesser, Ian (2009) “Russia, Europe, Iran: Three Grand Strategies in U.S.-Turkish Relations” in On Turkey, German Marshall Fund, <a href="http://www.gmfus.org/doc/Lesser_OnTurkey_0609.pdf"><span style="color: #000000;">http://www.gmfus.org//doc/Lesser_OnTurkey_0609.pdf</span></a>.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Lewis, Bernard (2000) The Middle East, London: Phoenix Press.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Mango, Andrew (1999) Atatürk, London: John Murray.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Mango, Andrew (2000) “Atatürk and the Kurds” in Sylvia Kedouri (ed.) Seventy-five Years of the Turkish Republic, London: Frank Cass.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Marcus, Aliza ‘Troubles in Turkey’s Backyard’, <i>Foreign Policy </i>29 (2010). <a href="http://www.foreignpolicy.com/articles/2010/07/09/troubles_in_turkey_s_backyard?obref=obinsite"><span style="color: #000000;">http://www.foreignpolicy.com/articles/2010/07/09/troubles_in_turkey_s_backyard?obref=obinsite</span></a>   </span></p>
<p><span style="color: #000000;">Michaud-Emin, Linda ‘The Restructuring of the Military High Command in the Seventh Har­monization Package and its Ramifications for Civil-Military Relations in Turkey’, <i>Turkish Studies </i>8 (2007), pp. 25–42. </span></p>
<p><span style="color: #000000;">Morris, Chris (2005). The New Turkey. Granta Books.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nazemroaya, Mahdi Darius (2006) “Plans for Redrawing the Middle East: The Project for a “New Middle East”,” Global Research, 18. November 2006,</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a href="http://www.globalresearch.ca/index.php?context=viewArticle&amp;code=NAZ20061116&amp;articleId=3882"><span style="color: #000000;">http://www.globalresearch.ca/index.php?context=viewArticle&amp;code=NAZ20061116&amp;articleId=3882</span></a>.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Oğuzlu, Tarık (2001) The Turkomans as a Factor in Turkish Foreign Policy: Socio-Political and Demographic Perspectives, Ankara: Dış Politika Enstitüsü –Foreign Policy Institute.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Oğuzlu, Tarık (2008) “Middle Easternization of Turkey’s Foreign Policy: Does Turkey Dissociate from the West?” in Turkish Studies 9(1):3-20.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ozel, Soli (2009) “The Back and Forth of Turkey’s ‘Westernness’,” On Turkey, The German Marshall Fund of the United States, <a href="http://www.gmfus.org/doc/Soli_Analysis_Turkey_0209_Final.pdf"><span style="color: #000000;">http://www.gmfus.org//doc/Soli_Analysis_Turkey_0209_Final.pdf</span></a>.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Pew Global Attitudes Project (2008) Global Public Opinion in the Bush Years (2001-2008), Pew Research Center, <a href="http://pewglobal.org/reports/pdf/263.pdf"><span style="color: #000000;">http://pewglobal.org/reports/pdf/263.pdf</span></a>.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Şahin, Bahar (2005) “Türkiye’nin AB Uyum Süreci Bağlamında Kürt Sorunu: Açılımlar ve Sınırlar” in Ayhan Kaya ve Turgut Tarhanlı (eds.), Türkiye’de Çoğunluk ve Azınlık Politikaları: AB Sürecinde Yurttaşlık Tartışmaları Istanbul: TESEV Yayınları, pp. 101-126.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Tank, Pınar (2005) “Analysis: The Effects of the Iraq War on the Kurdish Issue in Turkey” in Conflict, Security and Development 5(1): 69-86.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Today’s Zaman (2009a) “Gül to urge Syria to contribute to Palestinian unity in visit” 12th May 2009. <a href="http://www.todayszaman.com/tz-web/detaylar.do?load=detay&amp;link=175035&amp;bolum=100"><span style="color: #000000;">http://www.todayszaman.com/tz-web/detaylar.do?load=detay&amp;link=175035&amp;bolum=100</span></a>.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Today’s Zaman (2009b) “Turkey urges Israel to accept Syria’s overtures”</span></p>
<p><span style="color: #000000;">17th May 2009. <a href="http://www.todayszaman.com/tz-web/detaylar.do?load=detay&amp;link=175522"><span style="color: #000000;">http://www.todayszaman.com/tz-web/detaylar.do?load=detay&amp;link=175522</span></a>.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Today’s Zaman (2009c) “Assad: Syria has total confidence in Turkish mediation” 18th May 2009. <a href="http://www.todayszaman.com/tz-web/news-175613-assad-chartreusesyria-has-total-aqua-aquaconfidence-in-turkishmediation.html"><span style="color: #000000;">http://www.todayszaman.com/tz-web/news-175613-assad-chartreusesyria-has-total-aqua-aquaconfidence-in-turkishmediation.html</span></a>.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Today’s Zaman (2009d) “Peres urges Syria to join direct peace talks” 19th May 2009. <a href="http://www.todayszaman.com/tz-web/news-175713-limelimeperes-aqua-aquaurges-green-greensyria-to-magenta-magentajoindirect-chartreuse-chartreusepeace-gold-goldtalks.html"><span style="color: #000000;">http://www.todayszaman.com/tz-web/news-175713-limelimeperes-aqua-aquaurges-green-greensyria-to-magenta-magentajoindirect-chartreuse-chartreusepeace-gold-goldtalks.html</span></a>.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Tugend, Tom (2006) “The Nefarious Parts We Play” In Jerusalem Post, February 15</span></p>
<p><span style="color: #000000;">2006, <a href="http://www.jpost.com/servlet/Satellite?cid=1139395417918&amp;pagename=JPost%2FJPArticle%2FPrinter"><span style="color: #000000;">http://www.jpost.com/servlet/Satellite?cid=1139395417918&amp;pagename=JPost%2FJPArticle%2FPrinter</span></a>.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Yanık, Lerna K. (2008) “Those Crazy Turks’ That Got Caught in the ‘Metal Storm’: Nationalism in Turkey’s Best Seller Lists”, EUI Working Papers, RSCAS 2008/4, Mediterranean Programme Series.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Yeğen, Mesut (1999), Devlet Söyleminde Kürt Sorunu, Istanbul: İletişim Yayınları.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Yetkin, Murat (2005), “Bush Kuran’ı Arapça okursa” in Radikal, 21. January 2005,</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a href="http://www.radikal.com.tr/haber.php?haberno=14094"><span style="color: #000000;">http://www.radikal.com.tr/haber.php?haberno=14094</span></a>.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Yılmaz, Serpil (2007) “Turks Are Reconstructing Northern Iraq – 3” Turkish Daily News 14. April 2007.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Zürcher, Erik J. (2005) Turkey. A Modern History, London-N.Y.: I. B. Tauris.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.storiain.net/storia/la-politica-estera-della-turchia-in-medio-oriente/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>CORFÙ 1716,  L’ULTIMA VITTORIA VENEZIANA</title>
		<link>https://www.storiain.net/storia/corfu-1716-lultima-vittoria-veneziana/</link>
		<comments>https://www.storiain.net/storia/corfu-1716-lultima-vittoria-veneziana/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 01 Dec 2016 16:41:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Corfù]]></category>
		<category><![CDATA[Impero ottomano]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.storiain.net/storia/?p=5596</guid>
		<description><![CDATA[di Max Trimurti - Sede dell’ammiragliato veneziano, l’isola viene attaccata dagli ottomani. Un vecchio generale prussiano e luterano, a corto di uomini e di risorse, riuscirà a salvare il possedimento della Serenissima. Domenica 3 gennaio 1717: cori, chiarine e tamburi risuonano nell’Ospedale della Pietà, il tempio della musica veneziana. La &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Max Trimurti -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Sede dell’ammiragliato veneziano, l’isola viene attaccata dagli ottomani. Un vecchio generale prussiano e luterano, a corto di uomini e di risorse, riuscirà a salvare il possedimento della Serenissima.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Domenica 3 gennaio 1717: cori, chiarine e tamburi risuonano nell’Ospedale della Pietà, il tempio della musica veneziana. La Repubblica festeggia la sua vittoria sui Turchi e onora il maresciallo di campo Johann Matthias von der Schulenburg eroe del recente assedio di Corfù. Per l’occasione, Antonio Vivaldi ha composto la <em>Giuditta trionfante</em>, un “oratorio militare sacro” della durata di più di due ore. Giuditta rappresenta la città di Venezia, “regina del mare”, vittoriosa sul generale assiro Oloferne, che, naturalmente, simbolizza il turco ottomano. “Armi, massacri, vendette, furia, carestia, terrore precedeteci”, declama il coro, al quale il compositore ha dato il ritmo e i timbri della musica dei giannizzeri.<br />
Agli inizi del 1715 i Turchi avevano riunito in Macedonia un esercito di 70 mila uomini al comando del gran vizir damat Alì Silahdar Pashà, genero del sultano Ahmed III. Il 25 giugno l’esercito attraversa l’istmo di Corinto e invade il Peloponneso – a quel tempo conosciuto con il nome di Morea –, un possedimento veneziano inserito nell’Impero ottomano. Le fortezze veneziane a guardia della regione, considerate imprendibili, cadono una dopo l’altra, a cominciare dalla cittadella di Acrocorinto, che aveva la funzione di bloccare l’istmo e chiudere l’accesso al Peloponneso. La piazzaforte si arrende con la garanzia di aver salva la vita per la guarnigione e i civili, ma i giannizzeri non tengono fede alla parola data e massacrano i soldati e gli abitanti. Il forte Palamede, che domina Nauplia, la capitale della Morea veneziana, subisce la stessa sorte il 22 luglio.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Impadronirsi della “mela d’oro”</h3>
<div id="attachment_5602" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/11/Guardi-Giannantonio-maresciallo-Matthias-von-Schulemburg-Museo-di-ca-Rezzonico-Venezia.jpg"><img class=" wp-image-5602 " alt="Il maresciallo Matthias von Schulemburg, dipinto di Giannantonio Guardi " src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/11/Guardi-Giannantonio-maresciallo-Matthias-von-Schulemburg-Museo-di-ca-Rezzonico-Venezia.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Il maresciallo Matthias von Schulemburg in un dipinto di Giannantonio Guardi</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">La popolazione greca del Peloponneso, ortodossa e ostile ai Veneziani cattolici, osserva lo svolgersi degli eventi senza farsi coinvolgere e in soli tre mesi la Morea cade per intero nelle mani del Sultano. Contemporaneamente la flotta ottomana, comandata dal <em>kapudan pashà</em> (ammiraglio in capo), Canum Hoca o Can Hodja Mehmet Pashà, si impadronisce delle ultime posizioni di Venezia nel Mar Egeo, le isole di Tinos e di Egina. L’ammiraglio ha un conto in sospeso con i Veneziani: fatto prigioniero dai lagunari durante il precedente conflitto, egli è stato condannato a remare per sette anni nelle galere della Serenissima (poi riscattato con 100 ducati d’oro).<br />
I possedimenti della Repubblica si sono ormai ridotti alla costa dalmata e alle Isole Ionie. Corfù, la più grande e la più settentrionale di queste isole, beneficia di una posizione strategica di importanza capitale. Essa è allo stesso tempo la chiave di ingresso al Mare Adriatico e l’avamposto ideale per lanciare un’offensiva navale contro l’Italia, che dista dalle sue coste alcune decine di chilometri. Di fatto, se Corfù dovesse cadere in mani ottomane, la loro flotta sarebbe in grado di minacciare direttamente non solo Venezia, ma anche tutti gli Stati della penisola, compresa la stessa città di Roma, la concupita “mela d’oro” che i Turchi sognano di conquistare dalla presa di Costantinopoli.<br />
La città di Corfù, capitale dell’isola, che conta una popolazione di 50 mila abitanti, è potentemente fortificata. Gli Ottomani l’hanno già assediata due volte senza successo. I Veneziani, presagendo l’imminente minaccia, affidano il comando della piazzaforte al maresciallo conte von der Schulenburg, veterano di tutte le guerre che si sono svolte in Europa negli ultimi quattro decenni. Proveniente da una vecchia famiglia prussiana, von der Schulenburg ha fatto i suoi studi a Parigi e all’Accademia protestante di Saumur. Nel 1687, a 25 anni, si è battuto contro i Turchi in Ungheria. Dopo aver combattuto contro gli Svedesi, si è schierato al fianco del principe Eugenio di Savoia-Soissons nel corso delle sue vittorie sui Francesi ad Audenanrde e Malplaquet. Nominato conte e feldmaresciallo nel 1715, nel corso dello stesso anno entra al servizio di Venezia.<br />
L’8 luglio 1716 la flotta di Mehmet Pashà arriva davanti a Corfù e comincia a sbarcare sull’isola un corpo di spedizione composto da 30 mila soldati e 3 mila giannizzeri.<br />
Schulenburg è in grado di opporgli appena qualche migliaio di uomini, un complesso di forze eterogenee raccolte in tutta fretta: mercenari tedeschi, soldati italiani e dalmati, nonché Greci del continente, Corfioti e Schiavoni (slavi della Dalmazia). La flotta veneziana, comandata dall’ammiraglio Andrea Corner o Cornaro (trisnipote di Giorgio Cornaro), è arrivata troppo tardi per impedire lo sbarco e si accontenta di un timido scontro con i vascelli dell’ammiraglio turco. Nelle settimane che seguono, le due flotte si faranno fronte e riforniranno le rispettive truppe a terra.</p>
<h3 style="text-align: justify;">L’energia della disperazione</h3>
<div id="attachment_5600" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/11/Pianta-del-porto-di-Corfù-con-gli-attacchi-ottomani-di-terra-e-di-mare-dal-5-luglio-al-22-agosto-1716.jpg"><img class=" wp-image-5600 " alt="Pianta del porto di Corfù con gli attacchi ottomani di terra e di mare, dal 5 luglio al 22 agosto 1716" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/11/Pianta-del-porto-di-Corfù-con-gli-attacchi-ottomani-di-terra-e-di-mare-dal-5-luglio-al-22-agosto-1716.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Pianta del porto di Corfù con gli attacchi ottomani di terra e di mare, tra il luglio e l&#8217;agosto 1716</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Nell’isola, i primi combattimenti hanno luogo per il possesso del monte Abramo e del monte San Salvatore, che dominano la capitale. Il 19 luglio, gli avamposti veneziani vengono conquistati e da quel momento ha inizio l’assedio vero e proprio. I Turchi scavano una serie di trincee – un procedimento di cui sono esperti da almeno due secoli e dai quali il maresciallo Sebastien Le Prestre de Vauban ha tratto i suoi metodi ossidionali – e bombardano la città a partire dalle alture. La popolazione di Corfù si rifugia nei sotterranei. Al contrario dei procedimenti abituali negli assedi “alla Vauban”, gli Ottomani vanno all’assalto tutti i giorni, metodo che provoca ingenti perdite, sia da una parte che dall’altra. Il 5 agosto 1716, Mehmet Pashà indirizza al von der Schulenberg una lettera dal seguente tono: ”Io che sono un generale onorato e sono stato scelto dal più grande degli imperatori e dal più formidabile monarca degli Ottomani, il sultano Ahmed, per conquistare l’isola di Corfù, faccio sapere a Voi, comandante della fortezza e a Voi direttore principale della guarnigione, che Sua Maestà imperiale mi ha inviato per soggiogare la predetta piazzaforte e liberarla dalle vostre mani, per abbattere le chiese e i templi consacrati al culto degli idoli e per erigervi, al loro posto, moschee e templi di adorazione”. Concludendo la sua ampollosa missiva, l’ammiraglio esige una resa senza condizioni per evitare la distruzione totale della città.<br />
Ciò nondimeno, Corfù non cede al panico, come purtroppo hanno già fatto le fortezze del Peloponneso. L’anno precedente, un centinaio di sopravvissuti di Acrocorinto ha trovato rifugio nella città: la sorte subita dalle città che si sono arrese all’esercito ottomano è sotto gli occhi di tutti ed è ben chiara nell’animo dei difensori, che scelgono di resistere a ogni costo.<br />
Corfù continua a ricevere rinforzi e rifornimenti da parte della flotta veneziana, a sua volta spalleggiata dalle navi dell’Ordine di Malta e della Santa Sede. Per quanto riguarda il vecchio Schulenburg, abituato a guidare uomini di tutte le risme e di tutte le religioni, egli non perde il suo sangue freddo. Sotto il suo energico impulso, la popolazione della città serra i ranghi. Nella notte dell’8 agosto, ventesimo giorno d’assedio, al suono dei tamburi, delle trombe e di gridi di guerra, i Turchi lanciano un attacco generale su tutti i fronti. Essi riescono a superare le opere esterne e a giungere fino alle porte della città, dove iniziano la scalata delle mura con l’aiuto di scale in legno. Animati dallo Schulenburg, gli abitanti della città, Italiani, Tedeschi, Slavi, Ebrei, donne e religiosi, prendono le armi per respingere l’assalto.<br />
Con dire blasfemo, senza rendersene conto, un monaco ortodosso si batte con un grosso crocefisso di ferro: “Lasciate – dice al maresciallo – che usi questo Cristo sulla loro testa”. Dopo sei ore di combattimento, Schulenburg, spada alla mano, tenta una sortita con 600 uomini e sorprende il nemico sul fianco. A questo punto, gli assedianti, presi dal panico, abbandonano le posizioni conquistate, lasciando sul terreno ben 2 mila morti e 20 vessilli.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Intervengono fattori esterni</h3>
<div id="attachment_5601" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/11/Corfou-ville-nouvelle_citadelle.jpg"><img class=" wp-image-5601 " alt="La citadella di Corfù" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/11/Corfou-ville-nouvelle_citadelle.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>La citadella di Corfù</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Il giorno dopo, un temporale di una forza inaudita mette a mal partito la flotta ottomana, inonda le loro trincee egli accampamenti. Corrono anche voci sull’approssimarsi di navi del re di Spagna. L’11 agosto i Turchi tolgono l’assedio e reimbarcano il contingente dopo aver perduto forse più di 5 mila uomini contro i 500 della parte veneziana. I Corfioti parlano di un miracolo per l’intervento di San Spiridione, il protettore della città, che avrebbe scatenato la tempesta. Il brusco ripiegamento di Mehmet Pashà è comunque da riferire per certo a un’altra causa: il 5 agosto precedente, il principe Eugenio di Savoia-Soissons, generale dell’esercito imperiale, aveva disfatto i Turchi a Petrovaradin, in Serbia, sulle rive del Danubio e il gran vizir Silahdar Damat Ali Pascià era morto nel corso della battaglia.<br />
Schulenburg, una volta liberata Corfù, può rientrare a Venezia e ascoltare l’oratorio di Vivaldi, godendosi il meritato trionfo. Tutta l’Europa si associa nel celebrare la sua eroica difesa dell’isola. Vengono coniate medaglie con la sua effigie e l’anno seguente la Repubblica gli fa erigere una statua nella fortezza di Corfù, decidendo, inoltre, di versargli una pensione annuale di 5 mila ducati. Ottiene anche una residenza sul Canal Grande, come locatario del palazzo Loredan. Grande mecenate, il maresciallo raccoglierà una straordinaria collezione di quadri, prima di morire a Verona nel 1747, all’età di 86 anni.<br />
La vittoria corfiota di Venezia ha però un retrogusto amaro. I comandanti veneziani di Morea avevano mostrato molto poco ardore combattivo ed era stato necessario fare ricorso a un generale tedesco e luterano per arrestare la serie della capitolazioni. Sul mare il leone di San Marco non aveva fatto migliore figura. Gli ammiragli, provenienti dalle più grandi famiglie della Serenissima – i Dolfin, il Cornaro e i Pisani – avevano tenuto un atteggiamento di prudenza assoluta. Durante l’assedio di Corfù, i Cavalieri di Malta hanno vanamente supplicato gli ammiragli veneziani di approfittare delle occasioni, che di volta in volta si presentavano, per affrontare la flotta ottomana. “Si è ben notato in tutte le manovre dei Veneziani – osserva un testimone – che essi non avevano alcuna voglia di battersi”.</p>
<h3 style="text-align: justify;">La pace in carenza di combattenti</h3>
<p style="text-align: justify;">La pace, conclusa a Passarowitz due anni più tardi, il 21 luglio 1718, sanziona questa carenza di combattività. Essa si basa sullo <em>statu quo</em>, ovvero sulle posizioni tenute in quel momento dai belligeranti. L’imperatore tedesco acquisisce diverse province balcaniche, Banato, Serbia del nord, Oltenia, mentre il sultano Ahmed si vede riconoscere il possesso del Peloponneso e delle isole del Mare Egeo. Traendo ammaestramenti dai rovesci subiti, il nuovo Gran Vizir Nevşehirli Damat İbrahim Pascià, invia ambasciate in Occidente per assumere informazioni sulle nuove tecnologie: ha inizio da quel momento per l’impero ottomano un periodo di pace che gli storici hanno denominato “Era dei tulipani”.<br />
La Repubblica di Venezia conserva appena, del suo vecchio dominio marittimo, la costa dalmata e le isole Ionie. La Serenissima è ormai condannata a diventare un annesso dell’Austria, una destinazione turistica per ricchi Europei sfaccendati: “Una vecchia meretrice”, scriverà ferocemente Charles Louis de Secondat barone de la Brede e de Montesquieu, che visita la laguna nel 1728. La tenace resistenza a Corfù sarà quindi una delle ultime vittorie di Venezia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong></p>
<p>G. Cozzi, M. Knapton, G. Scarabello, <em>La Repubblica di Venezia nell&#8217;età moderna: dal 1517 alla fine della Repubblica</em>, UTET, Torino, 1992.<br />
V. Ilari, G. Boeri, C. Paoletti, <em>Tra i Borboni e gli Asburgo: le armate terrestri e navali italiane nelle guerre del primo Settecento, 1701-1732</em>, Ancona, 1996.<br />
M. Nani Mocenigo, <em>Storia della Marina veneziana da Lepanto alla caduta della Repubblica</em>, Filippi, Venezia, 1995.<br />
H. Schimdt, <em>Il salvatore di Corfu Mathias Johann von der Schulenburg (1661-1747): una carriera militare europea al tempo dell&#8217;alto assolutismo</em>, Venezia 1991.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.storiain.net/storia/corfu-1716-lultima-vittoria-veneziana/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>350 ANNI FA I TURCHI SCONFITTI A SAN GOTTARDO</title>
		<link>https://www.storiain.net/storia/350-anni-fa-i-turchi-sconfitti-a-san-gottardo/</link>
		<comments>https://www.storiain.net/storia/350-anni-fa-i-turchi-sconfitti-a-san-gottardo/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 01 Dec 2014 07:43:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Impero ottomano]]></category>
		<category><![CDATA[Montecuccoli]]></category>
		<category><![CDATA[Turchi]]></category>
		<category><![CDATA[Vienna]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.storiain.net/storia/?p=2336</guid>
		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi - La vittoria di Montecuccoli del 1° agosto 1664 segna una svolta nella storia del vecchio continente. Per la prima volta gli Europei riescono a dare un significativo colpo d’arresto all’avanzata ottomana nell’Europa danubiana, tamponando la pericolosa minaccia che incombe nei Balcani fin dal XVI secolo.   &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Massimo Iacopi -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>La vittoria di Montecuccoli del 1° agosto 1664 segna una svolta nella storia del vecchio continente. Per la prima volta gli Europei riescono a dare un significativo colpo d’arresto all’avanzata ottomana nell’Europa danubiana, tamponando la pericolosa minaccia che incombe nei Balcani fin dal XVI secolo.</strong></em></p>
<p><b><i> </i></b></p>
<h3><b>L’Impero ottomano e la sua volontà di espansione</b></h3>
<p style="text-align: justify;">L’Impero dei Turchi ottomani rappresentava una temibile potenza che si era progressivamente estesa in Asia, in Africa e, a partire dal XIV secolo, in una parte dell’Europa: i Balcani, le isole greche e parte dell’Europa centrale. Per comprender meglio la situazione è opportuno ricordare come funzionava questo impero. Secondo la visione ottomana il mondo era bipartito, sulla base del diritto islamico, fra il territorio dell’Islam (<em>Dar al Islam</em>), al quale era riservata la pace, e i territori degli infedeli (<em>Dar al Kfur</em>), dominati dalle potenze non musulmane. La seconda espressione appare una formulazione più sottile rispetto a quella di <em>Dar el Harb</em> (“Casa” o “Territorio della guerra”, in contrapposizione al concetto di pace), che veniva utilizzata, in particolare, nei confronti dei Cristiani e delle altre religioni non derivate dalla Bibbia. In effetti, la definizione di territori degli infedeli, consentiva di giustificare la guerra contro un altro stato musulmano, accusando il suo sovrano o sultano di essere un miscredente. In tale contesto, la guerra rappresentava lo stato normale delle relazioni dell’Impero turco con gli Stati europei, allo scopo ultimo di stabilire il dominio dell’islam sul continente.<br />
Di conseguenza, città strategicamente importanti come Belgrado, Budapest o Vienna erano state designate dalla Sublime Porta con le mitica denominazione della “Mela rossa” o “Mela d’oro” (<em>Kizil Elma</em>). Esse costituirono in tempi successivi gli obiettivi maggiori delle loro campagne militari in Europa. Per quanto riguarda la campagna del 1664, alcuni storici affermano che lo scopo ultimo era la conquista di Vienna, mentre altri ritengono che essa mirava al consolidamento delle frontiere attraverso un trattato di pace favorevole.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Ragioni alla base dei formidabili successi dei Turchi</b></h3>
<div id="attachment_2335" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Colubrina-ottomana-di-inizio-XVI-secolo.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-2335" alt="Colubrina ottomana, inizio XVI secolo" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Colubrina-ottomana-di-inizio-XVI-secolo-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Colubrina ottomana, inizio XVI secolo</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">A partire dal XV secolo i territori e le popolazione che erano sottoposti ai sultani superavano ampiamente quelli del vasto regno d’Ungheria. Nei primi decenni del XVI secolo, la Siria, la Palestina e l’Egitto erano passati sotto il dominio turco e, in questa occasione, i sultani ottomani si erano appropriati anche del titolo di Califfo, facendo coincidere, sotto la loro autorità, la guida di un popolo in espansione con la guida religiosa dell’Islam, che, ideologicamente, giustificava questa espansione. In tal modo gli Ottomani riuscirono a ricostituire l’antico Impero bizantino nella sua massima estensione, fatto che offrirà loro risorse umane ed economiche considerevoli. Il fisco ottomano diventò, a quel punto, il principale beneficiario del grande commercio, in particolare quello delle spezie e dei prodotti preziosi dell’Asia.<br />
Questo spiega perché l’esercito ottomano sia stato in condizioni di allineare per una campagna in Europa circa 100.000 uomini nel XVI secolo, mentre nel secolo precedente l’eroe ungherese della guerra contro i Turchi, Janos Hunyadi, aveva affrontato in battaglia al massimo 50.000 combattenti. Peraltro gli Ottomani avevano organizzato un esercito permanente molto efficace, che impiegava su vasta scala le nuove tecnologie militari (artiglieria, armi da fuoco), aspetto che nell’Europa dell’epoca era ancora abbastanza raro. Se si aggiunge, poi, che gli Ottomani si trovavano praticamente sempre in guerra contro potenze europee o asiatiche, ne consegue che i combattenti turchi erano soldati esperti e addestrati. Infine, anche se la cosa può sorprendere, la superiorità militare dei Turchi era dovuta, in primo luogo alla loro efficiente logistica, che superava di gran lunga, in tutti gli aspetti, quella degli omologhi eserciti europei del tempo. L’insieme di questi fattori spiega la rapida espansione dell’Impero ottomano in Europa.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Valore delle forze ausiliarie turche e loro effetti combinati</b></h3>
<div id="attachment_2334" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Cavalieri-ottomani-nel-XVII-secolo.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-2334" alt="Cavalieri ottomani nel XVII secolo" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Cavalieri-ottomani-nel-XVII-secolo-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Cavalieri ottomani nel XVII secolo</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Ai soldati regolari dell’esercito ottomano vanno aggiunte anche forze ausiliarie e, in particolare, i Tatari di Crimea. Questi, vassalli dell’Impero dal XV secolo, controllavano un immenso territorio, un vero e proprio <em>no man’s land</em> ai confini della Polonia e della Russia. Essi effettuavano regolarmente incursioni contro questi due stati e, occasionalmente, contro l’Ungheria e la Transilvania. Queste operazioni venivano, di norma, coordinate con quelle degli eserciti turchi. Effettuate da piccole unità di cavalieri, esse penetravano profondamente nei territori nemici: il loro successo era dovuto soprattutto alla loro grande mobilità e leggerezza.<br />
Riguardo alle vittime di queste incursioni, esistono molti dati negli archivi, che, tuttavia devono essere utilizzati con molta precauzione. Ciò nondimeno, la conquista ottomana e le guerre turche provocarono perdite umane considerevoli in Europa centrale e orientale, paragonabili ai disastri causati della Guerra dei Trent’anni. Nel 1717, dopo la riconquista dell’Ungheria, la moglie dell’ambasciatore inglese, lady Mary Wortley Montague, si sorprende, attraversando la grande piana ungherese: «Continuando la nostra strada verso Buda, abbiamo attraversato per due giorni la più bella pianura del mondo, così uniforme, come se fosse stata pavimentata; è una piana molto fertile, ma la maggior parte di essa risulta incolta e deserta dopo le devastazioni della guerra fra i Turchi e gli Imperiali. Si è rattristati, quando si attraversa l’Ungheria, allorché si pensa alle condizioni di floridezza che essa godeva nei tempi passati e quando si vede una parte di questo bel paese disabitato…».</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Situazione dell’Europa centrale dopo la Guerra dei Trent’Anni</b></h3>
<div id="attachment_2333" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Giorgio-II-Rakoczi.jpg"><img class=" wp-image-2333 " alt="Giorgio II Rakoczi" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Giorgio-II-Rakoczi.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Giorgio II Rakoczi</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">All’epoca della Pace di Westfalia, le relazioni austro-turche sembrano pacifiche, almeno in apparenza. La Sublime Porta si mostra soddisfatta della situazione creatasi con la Pace di Zsivatororok del 1606 e regolarmente rinnovata negli anni successivi. Tuttavia, un ampio dibattito agita la classe politica ungherese: gli Asburgo, re di Ungheria dal 1526, devono contentarsi dello <em>statu quo</em>, oppure intraprendere la riconquista della maggior parte del loro regno, occupata dai Turchi, approfittando di una supposta decadenza dell’Impero ottomano? L’Imperatore, ormai liberato dal lungo conflitto religioso in Germania, non ha forse l’obbligo di rivolgersi contro il “nemico ereditario dei Cristiani”?<br />
La scintilla della guerra arriva dalla Transilvania. Il suo principe, Giorgio II Rakoczi (1621-1660), che sperava di essere eletto re di Polonia, inizia una campagna militare contro questo paese nel 1657, alleandosi con gli Svedesi. Egli, in effetti, era un vassallo della Porta ottomana e aveva iniziato le operazioni senza il preventivo consenso del sultano. Istanbul reagisce vigorosamente, dichiarando Rakoczi decaduto e lanciando i Tatari contro l’esercito transilvano. La guerra, come succede in questi casi si estende agli stati vicini in occasione della designazione del suo successore. Il nuovo principe Janos Kameny, comandante delle forze transilvane, risulta legato all’Austria e i Turchi, non accettando la nuova situazione entrano in campagna nel 1663, anche per evitare che l’imperatore Leopoldo I d’ Asburgo (1640-1705)<b>,</b> intervenuto direttamente nella diatriba come protettore del Kameny, possa essere tentato di riprendersi il controllo della Transilvania. L’esito della guerra, purtroppo, risulterà contrario alle sue speranze e i Turchi spingeranno le loro conquiste così lontano che nel corso del 1664 arriveranno a minacciare Vienna.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Mutato atteggiamento della Francia nello scacchiere europeo</b></h3>
<p style="text-align: justify;">La reazione davanti a un pericolo così pronunciato non si fece attendere: imperiali, Piemontesi, principati tedeschi, contingenti boemi, croati e ungheresi, così come i Francesi si affiancano agli Asburgo contro gli Ottomani, realizzando una lega europea. In effetti, questa guerra rappresenta uno dei rari momenti dell’epoca moderna nei quali truppe francesi combattono, ufficialmente, a fianco degli imperiali e di altri contingenti europei contro i Turchi, dopo secoli di politica filo-turca di Parigi. Va sottolineato che, in precedenza, in queste guerre ci sono sempre stati, a titolo personale, dei volontari francesi che si sono arruolati nell’esercito imperiale e fra questi anche grandi nomi dell’aristocrazia francese. Tuttavia, la politica estera ufficiale della Francia è stata in genere favorevole all’Impero ottomano, fatto che consentiva al governo di Sua Maestà “cattolicissima” di Parigi di chiudere fra due fronti le forze della casa d’Austria durante i conflitti.<br />
L’invio in Ungheria di un solido contingente francese, che raggiungerà le 6000 unità, si spiega, da un lato, con l’influenza <em>post mortem</em> del cardinale Mazzarino, molto ostile alla presenza turca in Europa, e dall’altro con l’inizio di una attiva politica francese negli affari del Sacro Romano Impero, per mezzo dei paesi della Lega del Reno. L’intervento francese nella guerra è pertanto da considerarsi un atto di prestigio per dare gloria alla Francia in Europa.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La battaglia di San Gottardo: preliminari</b></h3>
<div id="attachment_2332" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Raimondo-Montecuccoli-dipinto-di-Elias-Griessler.jpg"><img class=" wp-image-2332 " alt="Raimondo Montecuccoli, in un dipinto di Elias Griessler" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Raimondo-Montecuccoli-dipinto-di-Elias-Griessler.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Raimondo Montecuccoli, in un dipinto di Elias Griessler</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">La battaglia (nota anche come battaglia di Szentgotthárd, o battaglia di Mogersdorf, o anche battaglia del fiume Raab) giunge quasi al termine della guerra austro-turca, nel momento di massimo pericolo per gli Austriaci, quando i Turchi sembravano ormai orientati a dirigersi con tutte le forze sulla città di Vienna. Gli austro-tedeschi entrano in campagna nel gennaio 1664 con 25.000 uomini e 18 cannoni, guidati dal principe tedesco Wolfang Julius de Hohenlohe-Neuenstein (1622-1698) e dal generale ungherese Miklos Zrinyi alias Nicholas Zrinski (1620-1664), bano di Croazia, rinforzati successivamente da un contingente tedesco guidato dal tenente Maresciallo Pietro Strozzi. Dopo alcuni successi iniziali le truppe imperiali raggiungono la Drava a Osjiek, distruggendovi il ponte, e pongono l’assedio, senza successo, ad alcune piazzeforti ottomane.<br />
Il 22 maggio i Turchi, comandanti dal gran visir Ahmed Fazil Koprolu (1635-1676), ricostruito il ponte sulla Drava entrano in Ungheria con 40.000 uomini, seminando il terrore fra gli austro-tedeschi, che abbandonano frettolosamente tutti gli assedi, lasciando sul campo anche tutti i materiali impiegati. L’imperatore austriaco, temendo un attacco a Vienna si rivolge al feldmaresciallo Raimondo Montecuccoli (1609-1680), che il 15 giugno seguente assume la direzione delle operazioni delle truppe in una campagna alla quale era venuta a mancare l’azione dello Strozzi, morto in combattimento.<br />
La situazione del campo imperiale è critica e il nuovo comandante dispone solo di 12.000 soldati imperiali, ai quali vanno aggiunti i 28.000 impegnati nella difesa delle guarnigioni, oltre ai 15.000 ungaro-croati dello Zrinyi e i circa 8000 mila uomini al comando del generale ugonotto Louis Rattuit de Souches<b>,</b> nel nord-ovest dell’Ungheria.<br />
Di fronte agli Imperiali, gli Ottomani dispongono di una forza complessiva di oltre 100.000 uomini e oltre 100 cannoni.<br />
La strategia immediatamente adottata dal Montecuccoli è quella di una difesa mobile e flessibile, in attesa di rinforzi e delle mosse dell’avversario, senza lasciarsi trascinare in una battaglia in campo aperto e disponendosi a difesa dietro il corso della Mur.<br />
Il 21 giugno 1664, il Gran Visir, giunto con le sue forze a Kanisza, alla confluenza della Mur con la Drava, tenta il passaggio in forze del corso d’acqua, venendo respinto dal Montecuccoli. Ripete l’operazione il 30 dello stesso mese con lo stesso esito e il 17 luglio decide di muovere con le proprie forze verso nord con l’idea di attraversare il corso della Raab (Raba) a Kormend e puntare quindi dritto su Vienna.<br />
Montecuccoli non si fa sorprendere, seguendo da vicino con la propria cavalleria le mosse del turco, anticipandolo lungo il corso della Raab, nel tratto più critico fra Kormend e San Gottardo, in modo da tagliargli la strada.<br />
Dopo un tentativo fallito dei Turchi di forzamento del fiume a Kormend, il contingente ottomano si porta più a est su una collina di fronte a una grande ansa della Raab, dove si accampa, mentre Montecuccoli, che nel frattempo ha ricevuto i rinforzi tedeschi (marchese Leopoldo Guglielmo di Baden-Baden,<b> </b>1626-1671) e francesi (tenente generale Jean de Coligny-Saligny<b>, </b>1617-1686), schiera le sue forze di qua del fiume di fronte alla posizione ottomana.<br />
Le forze a disposizione del Montecuccoli sulla riva della Raab comprendono un totale di circa 15.000 fanti e 9.000 cavalieri, con 25 cannoni, così suddivisi:<br />
-      Austriaci: 5.000 fanti, 5.900 cavalieri e 10 cannoni guidati dal Montecuccoli;<br />
-      Imperiali: 6.200 fanti, 1.200 cavalieri e 15 cannoni al comando del principe Wolfang de Hohenlohe;<br />
-      Principati tedeschi del Reno: 600 fanti e 300 cavalieri, al comando del marchese Leopoldo del Baden;<br />
-      Francia: 3.500 fanti, 1.900 cavalieri, al comando del generale Jean de Coligny-Saligny, con comandanti in subordine generale De Gassion (cavalleria) e generale François de La Feuillade (fanteria);<br />
-      Reparti misti croati, ungheresi, boemi e piemontesi al comando del generale Miklos Zrinyi.<br />
La qualità delle forze era notevole, sia per gli imperiale che per i Francesi, mentre le truppe dei principi tedeschi erano qualitativamente inferiori. La situazione di comando era molto difficile, per il fatto di dover coordinare l’azione congiunta di truppe e comandanti che si conoscevano da poche settimane e adottavano dottrine e tattiche diverse.<br />
Montecuccoli, nell’imminenza della battaglia, schiera con oculatezza le sue forze: all’ala destra ci sono gli Imperiali, tutte truppe scelte e fidatissime; sulla sinistra dispone i Francesi del tenente generale Jean de Coligny-Saligny, mentre le truppe dei principati tedeschi, le più indisciplinate e inaffidabili, sono disposte nel centro, su un’altura, con un complesso di 6800 fanti e 1500 cavalieri.<br />
Le forze ottomane al comando del Gran Visir contano, sul campo di San Gottardo, un complesso di forze pari a 60-70.000 uomini, e comprendono i migliori reggimenti dell’esercito, oltre a diversi reggimenti di giannizzeri e di spahis. Fonti diverse indicano le forze ottomane in 120-150.000 uomini, con 60.000 giannizzeri e spahi, 60-90.000 azap, akinci, cioè cavalleria leggera, silidar, tatari e truppe di vassalli, e 360 pezzi di artiglieria; ma probabilmente queste cifre comprendevano anche le truppe di guarnigione alle fortezze, e non le sole truppe di campagna che parteciparono effettivamente alla battaglia.<br />
Il Gran Visir sembrava molto fiducioso sull’esito dello scontro, tanto che aveva persino fatto fondere dodici cannoni di grosso calibro, destinati al bombardamento di Vienna<b><br />
</b></p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La battaglia di San Gottardo: sviluppo</b></h3>
<div id="attachment_2348" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Köprülü_Ahmed_vezír.jpg"><img class=" wp-image-2348" alt="OLYMPUS DIGITAL CAMERA" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Köprülü_Ahmed_vezír.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Il gran visir Ahmed Fazil Koprolu</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Già il 30 luglio il Montecuccoli aveva emanato le direttive tattiche per la battaglia imminente. Egli, prevedendo correttamente che la battaglia doveva essere decisa dal fuoco e non dall&#8217;urto (in cui sarebbe stato avvantaggiato l&#8217;esercito ottomano, superiore di numero), dirama l&#8217;ordine ai moschettieri di disporsi su due righe, sparando con &#8220;fuoco di fila&#8221;, cioè mentre una delle due righe sparava l&#8217;altra doveva ricaricare le proprie armi, escludendo quindi la pratica (molto diffusa all&#8217;epoca) di una salva sparata contemporaneamente da tutte le armi, che avrebbe permesso al nemico di avvicinarsi ai picchieri (azione d&#8217;urto). Inoltre, per appoggiare anche l&#8217;urto di cavalleria con il fuoco, a ogni squadrone di cavalleria il comandante in capo assegna un plotone di 24 moschettieri. Come ulteriore previsione tattica di impiego Montecuccoli raccomanda un uso di &#8220;armi combinate&#8221; fra fanteria e cavalleria pesante, con la sola cavalleria leggera incaricata di sfruttare eventuali brecce dello schieramento nemico.<br />
La battaglia vera e propria si sviluppa attraverso tre fasi tattiche distinte.<br />
Nella prima fase gli Ottomani lanciano con circa 10.000 uomini un attacco diversivo alla base ovest dell’ansa contro l’ala destra dello schieramento cristiano. Dopo un inizio incerto, il contrattacco delle forze imperiali, guidate dal conte Johann von Sporck, riescono a contenere e a respingere l’attacco nemico.<br />
Nella seconda fase, a seguito dell’attacco principale turco nell’ansa della Raab contro il centro, in direzione dell’abitato di San Gottardo, l&#8217;abilità di Montecuccoli impedisce che il centro dello schieramento imperiale, attaccato più volte da forze preponderanti, possa collassare. In questa fase risulta fondamentale l&#8217;utilizzo estremamente oculato &#8211; tenuto conto soprattutto dell&#8217;enorme preponderanza numerica del nemico &#8211; delle riserve e la disposizione tattica per il fuoco dei moschettieri, che si rivela molto utile per fermare gli assalti condotti dalle migliori truppe disponibili nell&#8217;esercito ottomano.<br />
Nella terza fase (dopo le ore 13) il Montecuccoli, una volta contenuta la testa di ponte avversaria, intravvede chiaramente la possibilità di ripetere lo schema che Annibale aveva applicato nella battaglia di Canne. In effetti, una volta che il centro del suo schieramento ha iniziato a flettere, attirando un numero eccessivo di soldati nemici in uno spazio limitato, il feldmaresciallo decide di effettuare un attacco convergente da entrambe le sue ali, per recidere la testa di ponte. In questo modo, il numero stesso dei nemici, ammassati in uno spazio ristretto, che tendeva sempre più a restringersi per effetto del contrattacco, avrebbe impedito un&#8217;azione difensiva efficace e portato inevitabilmente al collasso totale delle forze avversarie. I comandanti alleati, inizialmente titubanti, aderiscono alle tesi del Montecuccoli, eseguendo con decisione la manovra concepita dal maresciallo e le forze ottomane, ammassate nella testa di ponte in uno spazio ridotto, non riescono, come previsto, a organizzare un’adeguata difesa e alla fine i pochi superstiti fuggono precipitosamente sull’altra sponda del fiume, sotto lo sguardo del Gran Visir, che nulla può fare in loro favore.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>L’esito della battaglia</b></h3>
<div id="attachment_2347" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Mogersdorf3.jpg"><img class=" wp-image-2347 " alt="La battaglia in una stampa del XVII secolo" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Mogersdorf3.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>La battaglia in una stampa del XVII secolo</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Le forze complessive che hanno partecipato allo scontro mettono in evidenza l’importanza della battaglia: il contingente cristiano, composto come abbiamo visto da circa 25.000 uomini, ha combattuto contro una frazione equivalente del contingente ottomano, la cui metà circa è rimasta praticamente inattiva dall’altra parte del fiume Raab. Circa la valutazione della battaglia vera e propria ci sono diverse interpretazioni. Alcuni vi hanno individuato una schiacciante vittoria militare, mentre altri hanno preferito, invece, relativizzare la sua effettiva importanza.<br />
E’ innegabile il fatto che solo una parte delle truppe ottomane sia stata distrutta nel corso dello scontro, ma i circa 20.000 mila uomini perduti rappresentavano, certamente, la parte migliore del contingente dell’esercito turco. Dal punto di vista strettamente militare, la battaglia di San Gottardo è stata senza dubbio una vittoria decisiva, anche se limitata, perché se i Turchi sono stati costretti ad abbandonare le loro posizioni, ritirandosi verso est, subito dopo la battaglia la coalizione europea ha cominciato a sciogliersi e il Montecuccoli, rimasto solo con le truppe asburgiche e a corto di cavalleria, non ha più potuto sfruttare gli effetti del successo su un nemico che, pur essendo battuto, risultava disporre ancora del doppio delle sue forze. A tutto questo stato di cose va inoltre aggiunto il fatto, non trascurabile, che l’esercito coalizzato europeo si è trovato spesso angustiato da gravi problemi di rifornimento e logistici.<br />
Per quanto riguarda lo sfruttamento politico della vittoria, occorre dire che, non appena la Sublime Porta propose l’apertura di un negoziato, l’imperatore si affrettò a firmare la Tregua di Vasvar o di Eisenburg, siglata il 10 agosto 1664 non lontano dal luogo dello scontro. Questo accordo, che poneva condizioni poco più che simboliche all&#8217;impero ottomano, fu il risultato di un compromesso: tutte le nuove acquisizioni effettuate dai Turchi in Ungheria prima della battaglia rimasero, di fatto, sotto la loro dominazione, insieme ad altre concessioni supplementari. Nella pratica, l&#8217;imperatore Leopoldo riconobbe, con la tregua, il controllo dell&#8217;Impero ottomano su buona parte dell&#8217;Ungheria e il nuovo principe filo-turco della Transilvania, Michael Apafi. La notizia dei risultati di questo trattato deluderà profondamente l’opinione pubblica, sia in Ungheria, sia in Francia, dove ci si attendeva una continuazione della campagna.<br />
Nonostante le condizioni umilianti per un vincitore, questa tregua avrà un effetto estremamente benefico per il futuro dell&#8217;Austria, che, avendo compreso il pericolo, si affretterà a fortificare Vienna, che, nel 1683, sarà in grado di resistere all&#8217;assedio turco fino all&#8217;arrivo di Jan Sobieski, che allontanerà definitivamente il pericolo turco dall&#8217;impero asburgico. Inoltre, la consapevolezza del pericolo spingerà gli Asburgo a riorganizzare l&#8217;esercito, che, da una forza di 20 mila uomini (altamente addestrati) passerà, con il sistema della <em>Landwehr </em>(esercito territoriale) a una milizia di 100.000 uomini, in grado praticamente di tenere testa a qualsiasi esercito europeo.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Cambiamenti nell’arte della guerra a seguito del conflitto</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Gli eserciti occidentali sono oggetto durante questo periodo di una trasformazione, che viene spesso chiamata “rivoluzione militare”. Il fenomeno ha riguardato l’accelerazione delle innovazioni tecniche come anche la trasformazione dell’organizzazione degli eserciti. Il perfezionamento dell’artiglieria nell’ambito degli eserciti europei determina significativi cambiamenti nell’arte della fortificazione e nell’impiego tattico delle unità. Le armi da fuoco portatili si moltiplicano e in tale contesto, gli archibugi, poi i moschetti e, alla fine del secolo, il fucile a silex (pietra focaia), diventeranno il principale armamento della fanteria.<br />
Gli effettivi degli eserciti subiscono un forte aumento e nel corso del XVII secolo un esercito medio prevede 40-50.000 uomini, che in tempo di guerra raggiunge numeri molto più consistenti. Questa “rivoluzione militare” però non ha influenzato in maniera uniforme tutto il territorio europeo. Lo studioso Geoffrey Parker<b> </b>(in <em>La rivoluzione militare: la guerra e lo sviluppo in Occidente, 1500-1800</em>, Gallimard, 1993) parla di “resistenze” alla rivoluzione militare nelle periferie europee. Si tratta, nello specifico, dell’Europa centrale e orientale, dove le difese bastionate risultavano rare e dove, nella seconda metà del XVII secolo gli effettivi della cavalleria, specie quella leggera, superavano largamente quelli della fanteria. Questa resistenza alle innovazioni si rileverà efficace sul terreno e favorirà nel XVIII secolo il successo della tattica della cosiddetta “piccola guerra” nell’Europa occidentale. Questa sarà l’epoca della comparsa sul campo di battaglia degli Ussari ungheresi che, evidentemente, si ispiravano ai loro combattimenti contro i cavalieri turchi.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Incrudelimento della guerra</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Fin dalla Guerra dei Trent’anni gli eserciti degli Asburgo sono stati accusati dai loro avversari di non rispettare i codici della guerra cavalleresca e le guerre contro i Turchi sono probabilmente all’origine di una maggiore ferocia da parte dei combattenti. In effetti, le guerre turche sono state sempre caratterizzate da una estrema violenza. Le teste tagliate e i massacri di popolazioni civili hanno costituito il bagaglio delle abitudini dei soldati turchi, allo scopo di spaventare l’avversario. Da parte loro, gli Asburgo hanno arruolato numerose unità croate, serbe o ungheresi che hanno praticato, a loro volta, anche questi metodi contro gli stessi Turchi. La comparsa di queste unità sui campi di battaglia dell’Europa occidentale è stato effettivamente uno <i>shock</i>, di cui si trovano testimonianze negli archivi. Si potrebbe persino parlare, a tale riguardo, di episodi di guerra psicologica.<br />
Tuttavia, l’Europa occidentale ha conosciuto un impiego massiccio di queste truppe irregolari, formatesi nelle guerre turche, solo in occasione della Guerra di Successione d’Austria (1741-1748) e in tale occasione molti autori parleranno, a riguardo, dell’arrivo in Europa dei nuovi barbari e di un vero e proprio scontro di civiltà.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Il significato di questa vittoria</b></h3>
<div id="attachment_2342" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/La-battaglia-di-Vienna-di-Józef-Brandt.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-2342" alt="La battaglia di Vienna, di Józef Brandt" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/La-battaglia-di-Vienna-di-Józef-Brandt-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>La battaglia di Vienna, di Józef Brandt</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Più che parlare dell’inizio del riflusso ottomano, la vittoria di San Gottardo costituisce un momento di svolta nel processo di occupazione turca dell’Europa, che raggiunge in qual periodo il massimo della sua estensione. Pur tuttavia, la battaglia significa anche un arresto a tale processo e la situazione rimane congelata per almeno venti anni. L’effettivo inizio del riflusso avrà luogo solo dopo la distruzione dell’esercito ottomano da parte di un’altra coalizione europea sotto le mura di Vienna, nel 1683. La riconquista dell’Ungheria che ne segue durerà ancora altri due decenni, nel corso dei quali si affronteranno eserciti enormi. Infine, altre tre guerre contro i Turchi avranno luogo nel corso del XVIII secolo. In una prospettiva più ampia, il 1664 può essere considerato come l’inizio di una riconquista di lunga durata (1664-1739). D’altronde, questo periodo viene spesso trattato dagli storici austriaci come un solo momento, cioè “la lunga guerra turca” (<em>Der lange Turkenkrieg</em>).<br />
Queste guerre, molto dure, sono state punteggiate da trattati di pace austro-turchi (Vasvar-Eisenburg 1664, Karlowitz 1699, Passarowitz 1718, Belgrado 1739). Quello di Passarowitz segna un cambiamento radicale nell’atteggiamento del potere ottomano nei confronti del suo nemico europeo: le regole del diritto pubblico iniziano ad essere applicate anche dalla Sublime Porta, da quel momento i negoziatori turchi cominceranno ad argomentare secondo i principi dei pensatori europei e dei precedenti storici europei. La guerra russo-austro-turca del 1736-1739 rappresenterà un altro momento di svolta in questo processo, in quanto i Turchi sentiranno l’aggressione dei coalizzati contro i territori musulmani come una guerra ingiusta. In ogni caso da quel momento l’Impero ottomano inizia a diventare un interlocutore nel gran gioco della diplomazia europea.</p>
<p style="text-align: justify;"><b> </b></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></strong><br />
Luraghi, Raimondo (a cura di), <em>Le opere di Raimondo Montecuccoli</em>, 2 voll., Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Roma, 1988<br />
Nicolle, David, <em>Armies of the Ottoman Turks 1300-1774</em>, Men-at-Arms Series, Osprey, Londra, 1983<br />
Chartrand, Renè, <em>Louis XIV’s Army</em>, Men-at-Arms Series, Osprey, Londra, 1988<br />
Evans, Robert J.W., <em>Felix Austria</em>, Il Mulino, Bologna, 1981</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.storiain.net/storia/350-anni-fa-i-turchi-sconfitti-a-san-gottardo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
