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	<title>Storia in Network &#187; Guerriglia &#124; Storia in Network</title>
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	<description>Magazine di divulgazione storica</description>
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		<title>LA GUERRIGLIA, UNA &#8220;PICCOLA GUERRA&#8221; AL SERVIZIO DI QUELLA &#8220;GRANDE&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Jul 2017 07:10:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Guerra di successione austriaca]]></category>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi - Azioni si sorpresa e di astuzia, cattura di corrieri o di carovane di viveri, conquista di postazioni isolate, attacchi a convogli di foraggio. La guerriglia o “piccola guerra” è sempre esistita, ma è dalla metà del XVIII secolo che le sue tattiche vengono studiate e diventano &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Massimo Iacopi -</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Azioni si sorpresa e di astuzia, cattura di corrieri o di carovane di viveri, conquista di postazioni isolate, attacchi a convogli di foraggio. La guerriglia o “piccola guerra” è sempre esistita, ma è dalla metà del XVIII secolo che le sue tattiche vengono studiate e diventano oggetto di saggi e riflessioni da parte dei grandi capi militari.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1752 appare in Francia, con il titolo di <em>Traitè de la petite guerre pour le Compagnies Franches</em>, il primo trattato interamente dedicato alla &#8220;piccola guerra&#8221;. Il suo autore, il tenente colonnello Armand François de La Croix de Castries, era stato un comandante delle truppe leggere, avendo avuto ai suoi ordini due compagnie franche: una di fucilieri (fanteria) e una di dragoni (cavalleria). Nella seconda metà del XVIII secolo questa pubblicazione sarà seguita da numerose altre di taglio simile, inizialmente in Francia, specialmente con il trattato del capitano Thomas Auguste Le Roy, seigneur de Grandmaison (<em>La petite Guerre, ou Traitè du Service des Troupes lègères en campagne</em>, 1756), quindi in diversi altri paesi europei. Il re di Prussia, Federico II di Hohenzollern, pubblica anch&#8217;egli delle <em>Istruzioni per le truppe leggere o Brevi Massime per la piccola guerra</em>, nel 1772.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Fare ricorso alla sorpresa e all’astuzia</h3>
<div id="attachment_6304" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/07/Ussaro-prussiano-1744.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-6304" alt="Ussaro prussiano, 1744" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/07/Ussaro-prussiano-1744-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Ussaro prussiano, 1744</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">La tattica della &#8220;piccola guerra&#8221;, che per certi aspetti è sempre esistita, aveva acquisito nel XVIII secolo una grande importanza sul terreno. Era da tempo che occorreva riempire un vuoto regolamentare, esponendo al pubblico militare i principi che la regolavano. Quella che veniva chiamata &#8220;guerra dei partiti&#8221;, denominata dal 1740 sempre più frequentemente &#8220;piccola guerra&#8221;, assolveva, primariamente, un compito di ricognizione sul nemico e sul terreno. La piccola guerra comprendeva, d&#8217;altra parte, a margine degli assedi e delle battaglie, tutte le azioni che facevano ricorso alla sorpresa o ad azioni di astuzia: cattura di corrieri o di convogli di viveri, conquista di postazioni di sorpresa, attacchi a convogli di foraggio. Questa guerra veniva condotta, in genere, per mezzo di distaccamenti con ridotti effettivi, denominati &#8220;partiti&#8221;, e la truppa che andava in &#8220;partito&#8221;, come veniva detto, suppliva con la sorpresa all’inferiorità numerica nei confronti del nemico. Si trattava di &#8220;caricare il nemico quando si ritira o fugge e di fuggire quando questi si rivolge contro per un contrattacco&#8221;, così proprio come lo scrive il vecchio colonnello degli ussari Lancelot Turpin de Crissè (1716-1793), autore di <em>Commentaires sur les Mèmoires de Montecuculi</em> (1769). Questa maniera di combattere, con l&#8217;astuzia e la rapidità, sembrava poco in linea con l&#8217;onore cavalleresco del tempo e gli specialisti della &#8220;piccola guerra&#8221;, le truppe leggere, non combattevano in battaglia prioritariamente in linea come gli altri. In effetti, la battaglia era il grande affare di quel periodo e questo spiega perché nel XVIII secolo un certo numero di giovani aristocratici trovava poco onorevole servire come ufficiali nelle truppe leggere.<br />
L&#8217;evoluzione delle condizioni della guerra fra la fine del XVII secolo e la metà del XVIII giustifica questi sviluppi. Gli effettivi non cessano di aumentare e durante la Guerra di Successione d&#8217;Austria (1740-1748) eserciti di circa centomila uomini, composti in maggioranza da fanti, si trovano ad affrontarsi. Eserciti pesanti e lenti che manovrano con grandi difficoltà. Le battaglie diventano poco numerose, al massimo uno o due per campagna militare, nelle quali il comandante in capo molto raramente rischia il suo strumento, se non in condizioni di estremo favore. Costose in uomini, tali guerre risultano, inoltre, raramente decisive. Gli scopi della guerra sono limitati: occorre, di norma, acquisire dei pegni (piazzeforti o cittadelle) che verranno poi negoziati nel momento della conclusione della pace. Ecco dunque il moltiplicarsi degli assedi a posizioni che, una volta acquisite, diventano punti di appoggio e magazzini per il rifornimento dell&#8217;esercito nel prosieguo dell&#8217;azione.<br />
In questo contesto, la “piccola guerra” assume il compito di quello che veniva denominato il &#8220;bloccaggio tattico&#8221;. I distaccamenti di truppe leggere, riempiendo il teatro d&#8217;operazioni nello spazio (fra le diverse frazioni dell&#8217;esercito e fra le piazzaforti-magazzino) e nel tempo (era la guerra del quotidiano), hanno lo scopo di coprire i movimenti del corpo principale dell&#8217;esercito e di produrre il massimo possibile di danni alle forze nemiche. Le truppe leggere e gli ussari sono quindi preziosi ausiliari della &#8220;grande guerra&#8221;, capaci di orientare il corso di una campagna militare evitando nel contempo che l&#8217;esercito si avventuri in una battaglia incerta: oppure forzando il nemico ad accettare battaglia nelle peggiori condizioni, o anche, più semplicemente, per favorire la progressione di un assedio.<br />
Uno dei teorici francesi della piccola guerra il conte de La Roche, già colonnello dei dragoni, fornisce nel 1770 alcuni consigli sul modo di impiegare un corpo di truppe leggere misto (fanteria e cavalleria) per aiutare gli assedianti di una piazzaforte, L&#8217;obiettivo principale è quello di privare la cittadella di ogni soccorso (corrieri, viveri, munizioni, rinforzi di truppe): &#8220;Allorché il comandante del corpo di truppe leggere si sarà stabilito nei dintorni della piazzaforte che si vuole assediare, occorrerà che egli faccia continuamente pattugliare (battere) tutta la regione e soprattutto i dintorni della piazzaforte, alla distanza di una o due leghe, principalmente le direzioni da cui potrebbero arrivare delle truppe, sia per rinforzare la piazza, sia per portarvi viveri, munizioni, foraggio ed altre cose, sia per scortare un corriere o un ufficiale generale, che la Corte o il comandante in capo nemici vi potrebbero inviare&#8221;. Distaccamenti di cavalleria hanno lo scopo di attirare scorte di convogli e distaccamenti nemici, in imboscate di fanteria, posta a ragionevole distanza.</p>
<h3 style="text-align: justify;">La piazzaforte viene privata di ogni soccorso</h3>
<p style="text-align: justify;">Gli ussari, cavalieri di origine ungherese, sono le truppe più celebri della piccola guerra, anche perché hanno continuato ad esistere fino ai nostri giorni. Montati su cavalli piccoli e rapidi e armati di una sciabola ricurva, di un moschetto e di due pistole da sella, questi cavalieri erano rinomati per la loro efficacia in combattimento. Il re d&#8217;Ungheria, Mattia Corvino (1443-1490), nel XV secolo aveva opposto per primo questi cavalieri leggeri ai Turchi, in una incessante guerra di frontiera sui margini orientali dell&#8217;Europa. Nel secolo seguente, gli Asburgo d&#8217;Austria, diventati signori dei regni di Ungheria e di Boemia, assumono a loro volta gli Ussari al loro servizio, inizialmente per combattere i Turchi, quindi per combattere i loro avversari europei. Sul loro esempio, le principali potenze d&#8217;Europa costituiranno reggimenti di Ussari: la Francia dal 1692, la Prussia dal 1741 (ma la prima compagnia franca di ussari prussiani risale al 1721). Il regno di Baviera creerà due reggimenti, così come l&#8217;Olanda e la Spagna.<br />
Tutti gli Europei risultavano in generale d&#8217;accordo nel riconoscere, almeno nella prima metà del XVIII secolo, le qualità degli Ungheresi nella piccola guerra e quelle degli ussari in particolare &#8211; la loro resistenza, la vigilanza, la leggerezza e l&#8217;astuzia di cui erano capaci. Alla fine del XVIII secolo, tuttavia, nei reggimenti ussari francesi verranno reclutati sempre meno Ungheresi, a vantaggio di Tedeschi, Alsaziani, Lorenesi e Belgi.<br />
La guerra di successione d&#8217;Austria è stata un elemento acceleratore dell&#8217;impiego delle truppe leggere in Europa e ha rappresentato indubbiamente un momento di svolta nell&#8217;impiego della piccola guerra e nella riflessione dottrinale nei suoi riguardi. Poco tempo dopo la fine di questo conflitto verranno pubblicati i primi trattati che la riguardano. Un vecchio luogotenente della Legione di Soubise (un reggimento di truppe leggere degli anni 1760-1770), Monsieur de Saint-Martin-Colombieres, lasciato scritto in un quaderno, depositato oggi presso l&#8217;Ufficio Storico dell&#8217;esercito francese a Vincennes: &#8220;Questa guerra ha veramente fatto epoca nella tattica&#8221;, in quanto ha dimostrato che la presenza di numerose truppe leggere risulta indispensabile in un esercito. In effetti, nella prima fase della guerra negli anni 1742 e 1743, nugoli di ussari e di irregolari ungheresi e croati, a piedi e a cavallo, al servizio degli Austriaci, hanno messo a mal partito le truppe francesi in Boemia e in Baviera. Questi si comportavano come uno sciame di api che assillavano senza respiro un esercito non organizzato. In effetti, l&#8217;esercito francese disponeva di poche truppe leggere per rispondere a questa strategia d&#8217;usura.<br />
A seguito delle sconfitte patite contro gli Austriaci, la Francia decide di prendere provvedimenti. Tra il 1743 e il 1747, per impulso di Maurizio di Sassonia (1696-1750), uno dei principali generali di Luigi XV, e con il sostegno di Marc-Pierre de Voyer de Paulmy, conte d&#8217;Argenson, segretario di stato alla Guerra, vengono creati dei nuovi corpi di truppe leggere: quattro Reggimenti supplementari di ussari, da seicento cavalieri ciascuno, che vanno ad aggiungersi ai tre preesistenti. A fianco delle tradizionali compagnie franche a piedi e a cavallo (non irreggimentate), vengono, infine, creati quattro reggimenti di truppe leggere a composizione mista, che comprendono compagnie di fanteria e squadroni di dragoni: di questi celebri reggimenti (con un effettivo da 1.000 a 1.200 uomini) vale la pena citare gli archibugieri di Grassin e i fucilieri de la Morliere.<br />
Il conte d&#8217;Argenson, personaggio poco conosciuto, attribuiva un&#8217;importanza non trascurabile alla piccola guerra, che considerava fra gli strumenti più adeguati per riportare il successo in una campagna militare e che poneva in termini di priorità dopo gli assedi alle piazzeforti e prima di una battaglia in campo aperto. La guerra di Successione d&#8217;Austria è stato il conflitto nel corso del quale, la piccola guerra è stata utilizzata, per la prima volta, su larga scala, in una chiara prospettiva del ruolo che la stessa poteva giocare a livello operativo e con truppe relativamente ben disciplinate e in un contesto di un adeguato coordinamento delle azioni. Si era ormai lontani dalle razzie e dalle rapine dei &#8220;partiti di guerra&#8221; di un secolo prima, durante la guerra dei Trent’anni.</p>
<h3 style="text-align: justify;">La riuscita manovra della Mehaigne</h3>
<p style="text-align: justify;">Fra il 1744 ed il 1748, sul teatro d&#8217;operazioni delle Fiandre, la Francia, di fronte all&#8217;esercito coalizzato degli Austriaci, degli Inglesi e degli Olandesi, ottiene la sua rivincita dopo gli insuccessi subiti nelle due campagne precedenti. Quella che viene chiamata &#8220;Manovra di Mehaigne&#8221;, nell&#8217;agosto del 1746, costituisce un esempio eclatante del modo in cui si può decidere una campagna militare grazie alla piccola guerra, senza rischiare una battaglia campale.<br />
La città di Charleroi aveva capitolato di fronte ai Francesi il 2 agosto 1746 e l&#8217;obbiettivo era ormai quello di porre l&#8217;assedio alla piazzaforte di Namur. Ma l&#8217;esercito coalizzato godeva di una posizione difensiva vantaggiosa, dietro un fiume, la Mehaigne, che scorreva fra l&#8217;esercito francese e la città di Namur. Rischiare uno scontro in campo aperto era assai pericoloso per i Francesi. Il maresciallo Maurizio di Sassonia, che comandava l&#8217;esercito francese, decise l&#8217;applicazione di una strategia indiretta. Attraverso il coordinamento di una nutrita serie di azioni di piccola guerra, riuscì a paralizzare i movimenti del nemico, sino &#8211; come si diceva allora &#8211; ad &#8220;affamarlo&#8221;, al punto da costringerlo a passare sulla riva destra della Mosa. Jean Baptiste Joseph d&#8217;Armarzit (Amarzit) de Sahuguet, baron d&#8217;Espagnac (1713-1783), aiutante di campo del maresciallo Charles de Rohan, principe di Soubise (1715-1787) ci riassume con queste parole il complesso di tali operazioni: &#8220;Le manovre del maresciallo di Sassonia per obbligare gli Alleati ad abbandonare la Mehaigne e Namur rappresentano un capolavoro della scienza militare&#8221;.<br />
Nella seconda metà del XVIII secolo, in Francia, le truppe leggere costituiranno oggetto di critiche da una parte dell&#8217;ambiente militare e molti ufficiali si domanderanno se le truppe di linea non siano da sole in grado di assolvere i compiti affidati alle truppe leggere. Il conte Jacques Antoine Hyppolyte de Guibert (1743-1790), autore del celebre <em>Essai generale de tactique</em> (1772), era fra questi. Nel 1776, Claude Louis conte de Saint Germain (1707-1778), ministro della guerra di Luigi XVI decise di sopprimere le truppe leggere, che, però, verranno ricostituite qualche anno più tardi. La loro fama non verrà meno anche dopo la caduta dell&#8217;Ancien Regime, perdurando ben oltre la Rivoluzione e il periodo napoleonico, in un&#8217;epoca in cui la piccola guerra andrà incontro a una doppia evoluzione e mantenendo inalterate le sue funzioni.<br />
Di fatto, nel contesto delle guerre classiche fra le grandi potenze europee, essa progredirà essenzialmente verso una forma di impiego che è stata poi denominata come la “guerra degli avamposti”, mentre, nel contesto delle sommosse a carattere insurrezionale, fra le quali la più celebre è la guerra di Spagna (1802-1812), essa assumerà le forme della guerriglia e della controguerriglia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span> </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Laurent Nerich, <em>La Petite Guerre et la chute de la Nouvelle-France</em>, 2009, Athéna<br />
Robert Asprey, <em>War in the Shadows: The Guerrilla in History</em><br />
Wu Ming 4, <em>Sui fiumi di Babilonia. Appunti sulla teoria della guerriglia di T.E. Lawrence</em><br />
Gérard Chaliand, <em>Stratégies de la guérilla, anthologie historique de la longue marche à nos jours</em>, Mazarine, Paris, 1979</p>
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		<title>LACHEROY, TEORICO DELLA “GUERRA RIVOLUZIONARIA”</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2016 08:21:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Nicola Festa - Formatosi in Nordafrica e in Indocina, il colonnello francese rielaborò l’insegnamento di Mao Tse Tung. Alle “gerarchie parallele” per il controllo degli uomini si devono affiancare le “tecniche morali”, vale a dire propaganda e guerra psicologica per il controllo delle loro anime. Le sue teorie ebbero &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="center">di Nicola Festa -</p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><em><strong>Formatosi in Nordafrica e in Indocina, il colonnello francese rielaborò l’insegnamento di Mao Tse Tung. Alle “gerarchie parallele” per il controllo degli uomini si devono affiancare le “tecniche morali”, vale a dire propaganda e guerra psicologica per il controllo delle loro anime. Le sue teorie ebbero larga diffusione nei circoli militari e politici francesi tra gli anni &#8217;50 e &#8217;60.</strong></em></p>
<div id="attachment_4308" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/01/Charles-LACHEROY.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-4308 " alt="Charles Lacheroy nel 1961" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/01/Charles-LACHEROY-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Charles Lacheroy nel 1961<br /></em></p></div>
<p style="text-align: justify;">I recenti conflitti asimmetrici in Iraq e Afghanistan hanno fatto registrare negli ultimi anni un rinnovato interesse per la dottrina francese della «guerra rivoluzionaria», cui sono stati dedicati una serie di studi e analisi [1]. Gli specialisti americani della <em>counterinsurgency</em> [2] hanno evidenziato in particolare il contributo teorico dei colonnelli Roger Trinquier [3] e David Galula [4], mentre hanno del tutto misconosciuto il pensiero del «più celebre teorico» [5] ovvero del «padre fondatore» [6] della stessa teoria della guerra rivoluzionaria, il colonnello Charles Lacheroy.<br />
In questo articolo mi propongo di tracciare — in occasione dell’undicesimo anniversario della sua morte avvenuta il 25 gennaio 2005 — un profilo della carriera militare e dell&#8217;originale pensiero strategico del colonnello Lacheroy.<br />
Charles Lacheroy nasce a Chalon-sur-Saône il 22 agosto 1906 da una famiglia della medio-alta borghesia francese dai forti sentimenti patriottici. Appena decenne, rimasto orfano del padre, il tenente Charles Alexandre Lacheroy, Cavaliere della Legion d&#8217;Onore e Croce di Guerra, caduto nella battaglia di Verdun, il giovane Charles viene cresciuto dal nonno paterno, un veterano della guerra franco-prussiana del 1870: un «<em>patriote jusq&#8217;au fanatisme</em>», «<em>un merveilleux exemple de chrétien, de père et de français</em>» [7].<br />
La storia familiare avrà una forte influenza sui suoi studi e rafforzerà la sua vocazione alla vita militare. Nel 1925 entra all&#8217;accademia militare di Saint Cyr<i>,</i> corso <i>Maroc et Syrie</i>. Dal 1928 al 1930 è destinato a un reggimento di fanteria coloniale di stanza nell&#8217; Alto Volta<i>. </i>Trascorre<i> </i>alcuni anni nel Levante prima di essere inviato<i> </i>nel 1936 presso l&#8217;Aviazione navale in Marocco, a Rabat, dove sul finire del 1940 viene arrestato con l&#8217;accusa di aver fornito aiuto a due agenti delle <em>Forces Françaises Libres.</em><br />
Trasferito in madrepatria, a Clermont-Ferrand, condividerà il carcere con Pierre Mendes-France, futuro primo ministro. Prosciolto dall&#8217;accusa con una sentenza di non luogo a procedere potrà raggiungere le truppe coloniali in Tunisia e in Mauritania.<br />
Nel giugno del 1942 viene messo a capo del <em>4éme Bureau</em> del generale Salan a Dakar, prima di essere trasferito ad Algeri e poi sbarcare in Italia nel luglio del 1944 al seguito del <em>2éme Corp d&#8217;Armé</em> agli ordini del generale Juin. L&#8217;ultima fase del conflitto lo vede partecipare alle campagne di Francia e di Germania nella <em>1re Armée Française,</em> al comando del generale de Lattre de Tassigny.<br />
Nel dopoguerra, viene posto a capo del <em>Bataillon Autonom</em><i>e </i>in Costa d&#8217;Avorio,<i> </i>dove<i> </i>garantirà il mantenimento dell&#8217;ordine durante i tumulti del 1949. Lacheroy tornerà in Francia nel gennaio del 1950, quando viene assegnato alla <em>Section d’études et d’information</em> per i giovani ufficiali che dovranno servire nelle Colonie d&#8217;oltremare. Nel 1951 è in Indocina per assumere il comando del settore Bien Hoa a Cochin, dove è posto a capo di circa 8000 uomini: in pratica si tratta dell&#8217;organico di una divisione “classica”, e Lacheroy ha solo i gradi di tenente colonnello!<br />
Pochi giorni prima della partenza per l&#8217;Estremo Oriente, ricorderà Lacheroy nelle <em>Mémoirs</em>,<b> </b>il suo superiore l&#8217;ammonirà dicendogli che non avrà nulla da imparare in Indocina, «né sul piano strategico né sul piano tattico» [8]. E mai nessuna profezia sarà così azzardata.<b><br />
</b></p>
<h3 style="text-align: justify;">L&#8217;evoluzione del suo pensiero</h3>
<h4 style="text-align: justify;"><b>«Le gerarchie parallele»</b></h4>
<div id="attachment_4310" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/01/Vietnamese-paratroopers-from-the-French-backed-Army-of-the-Republic-of-Vietnam-were-rushed-to-Seno-to-stem-the-tide-of-the-PAVN-thrust-across-the-upper-Laotian-panhandle-in-1954.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-4310" alt="Paracadutisti vietnamiti inquadrati nell'esercito francese in Indocina, 1954" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/01/Vietnamese-paratroopers-from-the-French-backed-Army-of-the-Republic-of-Vietnam-were-rushed-to-Seno-to-stem-the-tide-of-the-PAVN-thrust-across-the-upper-Laotian-panhandle-in-1954-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Paracadutisti vietnamiti inquadrati nell&#8217;esercito francese in Indocina, 1954</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;esperienza coloniale, peraltro comune a quasi tutti gli ufficiali della sua generazione, fornirà infatti a Lacheroy la straordinaria opportunità di elaborare la nuova teoria della «guerra rivoluzionaria», che avrà una larga diffusione nei circoli militari e politici francesi nel corso degli anni &#8217;50 e &#8217;60.<br />
Frutto delle sue prime riflessioni su quanto appreso dalla lezione sul campo in Indocina è la conferenza <em>Un</em> <em>arme du Viet Minhn, les hiérarchies paralléles</em> [9], in cui Lacheroy espone la sua celebre teoria sul sistema delle «gerarchie parallele» realizzato dal Viet Minh. Un «sistema di coercizione di una perfezione machiavellica» che ingabbia dalla «culla alla tomba» ogni elemento della popolazione in una rigida struttura sociale articolata in tre gerarchie piramidali separate. Alla base c&#8217;è quella professionale/associativa; al secondo livello quella territoriale. Il terzo e ultimo livello è formato dal partito comunista che, sebbene rappresenti solo il 10% della popolazione, controlla gli altri due attraverso un corpo di esecutori e di spie, la cui dedizione assoluta alla causa rivoluzionaria è assicurata dal «fanatismo, dall&#8217;interesse e dalla paura».<br />
Da quel momento Lacheroy si rende conto che in Indocina si ha a che fare con una «guerra sporca» in cui non vi è un fronte nel senso classico del termine, poiché il nemico è in ogni luogo e in nessuna parte nello stesso tempo. In questo genere di conflitto è difficile distinguere l&#8217;amico dal nemico. Infiltrato tra la popolazione che controlla con la coercizione e il terrore, il Viet Minh si muove come un «pesce nell&#8217;acqua», per usare la celebre formula di Mao Tse Tung.<br />
Per combattere questa «nuova arma» &#8211; come la definisce Lacheroy &#8211; delle «gerarchie parallele», le forze franco-vietnamite dovranno usare lo stesso approccio. D&#8217;altra parte, nel campo militare quando il nemico utilizza un&#8217;arma nuova vietata dalle convenzioni internazionali o che ripugna alla coscienza umana, la risposta è sempre stata simmetrica: «ai gas si risponde coi gas», «ai bombardamenti strategici coi bombardamenti strategici», «alla bomba atomica con la bomba atomica». Pena la sconfitta.<br />
La conferenza ha un&#8217;eco notevole presso le alte gerarchie militari. Nel 1953 il tenente colonnello Lacheroy viene richiamato in patria e nominato direttore del <em>Centre d&#8217;études asiatiques et africaines</em> (CEAA). Quando lascia l&#8217;Indocina, Lacheroy dispone già di un «originale strumento concettuale sulla guerra rivoluzionaria» fondato quasi esclusivamente sulla sua esperienza personale [10].<br />
Il nuovo incarico al CEAA gli permette di svolgere un&#8217;intensa attività d&#8217;indottrinamento dei quadri inferiori, tenenti e capitani, destinati a essere inviati nei teatri operativi in Indocina, e presto in Africa.<i><br />
</i></p>
<h4 style="text-align: justify;"><b>«La guerra rivoluzionaria»</b></h4>
<div id="attachment_4309" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/01/9-October-1954.-Waving-to-the-city-populace-joyous-Viet-Minh-troops-enjoy-a-parade-of-victory-through-the-streets-of-Hanoi.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-4309" alt="9 ottobre 1954, truppe Viet-Minh sfilano ad Hanoi" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/01/9-October-1954.-Waving-to-the-city-populace-joyous-Viet-Minh-troops-enjoy-a-parade-of-victory-through-the-streets-of-Hanoi-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>9 ottobre 1954, truppe Viet Minh sfilano ad Hanoi</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;anno dopo, nel luglio 1954, Lacheroy tiene una seconda conferenza, <em>La campagne d&#8217;indochine ou une leçon de guerre révolutionnaire</em> [11]<i>,</i> in cui riprende e amplia i temi trattati nella precedente e introduce, per la prima volta, il concetto di «guerra rivoluzionaria» ricavato dalla lettura dell&#8217;opera di Mao Tse Tung, e quello di <i>«</i>azione psicologica<i>»,</i> le <i>«</i><em>techniques du moral».</em> La guerra rivoluzionaria «non è altro che una tappa, ma una grande tappa in direzione della “guerra totale” verso cui ineluttabilmente si sta incamminando il Mondo». Ma non sono stati né Ho Chi Minh né Mao Tse Tung ad aver scoperta questa forma di guerra. I suoi principi e le sue leggi erano già stati elaborati in Occidente da Lenin, Liddel Hart e Lawrence.<br />
Ampi stralci di questa conferenza, con il titolo <em>La campagne d&#8217;Indochine ou une leçon de guerre révolutionnaire</em>, saranno pubblicati il 3 e 4 agosto 1954 sul quotidiano francese &#8220;<i>Le Monde&#8221;</i> in forma anonima dal giornalista André Blanchet.<br />
Nello stesso anno, Lacheroy viene nominato consigliere per l&#8217;informazione e l&#8217;azione psicologica del ministro della <i>Défense National</i>e Bourges-Maunoury.<br />
L&#8217;anno seguente, nell&#8217;aprile del 1955, Lacheroy tiene la conferenza <em>Action Viet-Minh et communiste en Indochine ou une leçon de guerre revolutionnaire</em> [12], in cui critica quanti dopo la tragedia di Dien Ben Phu hanno attribuito la sconfitta francese in Indocina a quattro fattori: l&#8217;opinione pubblica tiepida in madrepatria; la debolezza e la contraddittorietà delle direttive governative; la mancanza di unità d&#8217;azione tra la Francia e gli Sati Uniti; l&#8217;instabilità del Comando supremo. Queste motivazioni, non sono sufficienti a spiegare le ragioni della sconfitta di un esercito dotato di una netta superiorità di mezzi e tecnologia sull&#8217;avversario.<br />
La causa della sconfitta, secondo Lacheroy, è dovuta viceversa alla incapacità dello Stato maggiore di valutare appieno i fattori e i principi innovativi introdotti dal nemico nella condotta della guerra. I principi della guerra non sono eterni. La guerra che si sta combattendo è una guerra di nuovo genere, è la «guerra rivoluzionaria<i>»</i>. Che postula nuovi principi e adotta strategie e tattiche nuove. L&#8217;ha ben scritto Mao Tse Tung nel primo capitolo de <em>La strategia della guerra rivoluzionaria in Cina</em>: «La guerra rivoluzionaria, oltre alle condizioni e al carattere propri della guerra in generale, ha condizioni specifiche e un carattere particolare. La guerra rivoluzionaria, perciò, oltre alle leggi generali della guerra, ha proprie leggi specifiche. Se non si comprendono le condizioni specifiche, il carattere particolare [e] le leggi specifiche, sarà impossibile dirigerla e non si potrà condurla alla vittoria».<br />
Lacheroy individua le caratteristiche e le leggi specifiche del nuovo tipo di conflitto in atto, cioè della guerra rivoluzionaria, nella strategia adottata dal Viet Minh per conquistare alla causa della ribellione la totalità della popolazione. Il Viet Minh ha messo a punto un sistema perfetto per esercitare una stretta sorveglianza sulla popolazione: le «gerarchie parallele» per il controllo dei corpi; le «tecniche morali», vale a dire propaganda o guerra psicologica, per il controllo delle anime. Sulla base di questa analisi Lacheroy conclude che «<em>Du mariage de la technique des hiérarchies parallèles et des techniques du moral est née un ARME NOUVELLE</em>».<br />
Questa unione tra «gerarchie parallele» e «tecniche morali» rappresenta una tra le armi più potenti della guerra rivoluzionaria, poiché offre a chi sa praticarla due grandi vantaggi: «l&#8217;appoggio della popolazione [e] l&#8217;infiacchimento del morale dell&#8217;avversario che lo rende più vulnerabile». La Francia e le democrazie occidentali devono utilizzare anche loro questa «nuova arma» se non vogliono perdere la «guerra rivoluzionaria» scatenata dal comunismo internazionale contro il mondo libero, afferma perentoriamente Lacheroy.<br />
Tra i più attenti ed entusiasti allievi presenti alla conferenze di Lacheroy vi sono il figli del Maresciallo di Francia Joffre e del generale Guillaume, capo di stato maggiore dell&#8217;Esercito francese. Questi giovani ufficiali, che rimangono conquistati dal carisma del conferenziere, giocheranno un ruolo importante a favore dell&#8217; affermazione delle dottrine di Lacheroy presso i vertici della Forza Armata, parlando entusiasticamente del loro mentore ai propri genitori.<br />
Nel maggio 1955, Lacheroy viene allora invitato dal Capo di Stato Maggiore Generale, generale Guillaume, a tenere una conferenza sulla guerra rivoluzionaria allo Stato Maggiore. Grazie al successo ottenuto ne terrà poi un centinaio davanti a un pubblico di ufficiali in servizio e della riserva, ma anche di allievi delle “Grandi Scuole”, civili e militari.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><b>Lo «scenario tipo»</b></h4>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;autunno dello stesso anno è la volta della conferenza intitolata <em>Scenario type de guerre révolutionnaire </em>[13]<i>, </i>in cui il processo rivoluzionario viene riassunto in cinque fasi: un periodo di calma apparente con sporadici attentati; una fase di terrorismo diffuso in cui la popolazione terrorizzata non collabora più con le autorità rendendosi «complice silenziosa» dei terroristi; una terza fase che vede l&#8217;inserimento tra la massa amorfa dei primi elementi armati e dei primi agitatori, che si mobilitano per trasformare la «passività del silenzio» in «complicità attiva»; una quarta fase di transizione in cui sono costituite forze guerrigliere semi-regolari e una organizzazione clandestina politico-amministrativa; un&#8217;ultima fase che vede la formazione di truppe regolari. A questo punto, le autorità ribelli si sostituiscono alle autorità legali.<br />
L&#8217;anno successivo, nel 1956, diventa consigliere per l&#8217;informazione e l&#8217;azione psicologica del ministro della <i>Défense Nationale </i>André Morice.<br />
Nel biennio 1956-1957 Lacheroy riveste un ruolo di primissimo piano nel campo dell&#8217;azione psicologica in qualità di responsabile sia del <em>Service d&#8217;action psychologique et d&#8217;information générale del Secrétariat général permanent de la Défense Nationale</em> (SGPDN)<i> </i>sia del <em>Service d&#8217;action psychologique et d&#8217;information de la Défense Nationale e des forces armées</em> (SAPIDNFA)<i>.</i></p>
<h4 style="text-align: justify;"><b>La «guerra rivoluzionaria e l&#8217;azione psicologica»</b></h4>
<p style="text-align: justify;">La conferenza del 2 luglio 1957, <em>Guerre révolutionnaire et Arme psychologique</em> [14]<i>,</i> tenuta nell&#8217;Anfiteatro della Sorbona, davanti a un pubblico composto da oltre duemila ufficiali della Riserva, rappresenta il punto più alto della evoluzione della sua teoria sulla guerra rivoluzionaria. Lacheroy in questa che può essere considerata una vera e propria <i>lectio magistralis </i>sistematizza tutte le riflessioni e gli insegnamenti svolti nelle precedenti conferenze. In più, sottolinea la necessità di impiegare nello staff a livello di Comando un «<em>troisième homme</em>», oltre al <i>«</i><em>sous-chef tactique»</em> e al <i>«</i><em>sous-chef logistique»</em>, che ha il compito di intervenire nella fase di decisione sulla base di un&#8217;analisi di <i>«</i><em>tous les aspects humains, le support humain de la guerre»</em>; ritiene anche sia necessario fare uno sforzo in materia di addestramento. Lacheroy suggerisce inoltre l&#8217;utilizzo di una serie di strumenti per l&#8217;azione di propaganda, quali «le immagini, le cassette pre-registrate, la parola, le lettere circolari, i giornali, le riviste, gli opuscoli, i manifesti», senza tralasciare «la fotografia, la radio e il cinema».<br />
Padroneggia da par suo l&#8217;argomento che ha sviluppato negli anni e che ha illustrato in centinaia di incontri. Tant&#8217;è che parla “a braccio”, senza l&#8217;ausilio di alcun appunto.<br />
Lacheroy sintetizzerà in un frase folgorante, posta a sigillo della sua lezione, i principi della guerra rivoluzionaria: <i>«</i><em>On ne fait pas une guerre révolutionnaire avec une armée endivisionée, on ne fait pas une guerre révolutionnaire avec une administration de temps de paix, on ne fai pas une guerre révolutionnaire avec le Code Napoléon».</em></p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>L&#8217;esperienza algerina</b></h3>
<div id="attachment_4311" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/01/Secteur-de-MSila-Section-de-commando-de-chasse-V66-du-4me-Zouaves-en-crapahut.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-4311" alt="Truppe francesi in Algeria" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/01/Secteur-de-MSila-Section-de-commando-de-chasse-V66-du-4me-Zouaves-en-crapahut-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Truppe francesi in Algeria</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Lacheroy riveste un ruolo di primo piano anche nella creazione nel 1957 dei <em>Centre d&#8217;instruction et de préparation à la contre-guérrilla</em> (CIPCIG) a Philippeville, Constantine, Arzew e Oran, dove in quegli anni si formano quasi 8.000 ufficiali e sottoufficiali in servizio e della riserva, così come stagisti delle tre armi e militari stranieri.<br />
La rapida ascesa di Lacheroy ai vertici dei servizi di azione psicologica subisce una battuta d&#8217;arresto con l&#8217;avvento al dicastero della <i>Défense Nationale </i>del nuovo ministro Chaban-Delmas, che l&#8217;accusa di aver divulgato alla stampa alcune informazioni riservate. Lacheroy viene quindi sollevato dai suoi incarichi e spedito in Algeria. Qui, dopo un periodo di pochi mesi di servizio presso la <em>7éme Division mécanique rapide</em> (DMR), nel gennaio 1958, entra a far parte dello Stato maggiore del generale Salan, comandante delle Forze Armate e delegato generale del Governo ad Algeri.<br />
Salan, il 18 maggio 1958, lo nominerà <em>Chef du service information de la 10ème Région Militaire</em>. In questa veste Lacheroy collaborerà anche alla creazione dei <i>Cinquiémes Bureaux</i>, organismi deputati all&#8217;azione psicologica, costituiti presso tutte le unità militari presenti in Algeria.<br />
Nel dicembre dello stesso anno Lacheroy è nominato docente alla <em>École de Guerre,</em> e assume anche la direzione della <em>École supérieure des officiers de réserve spécialistes d&#8217;état-major</em> (ESORSEM), un «binario morto», secondo Mathieu Rigouste, su cui era stato “parcheggiato” dal generale De Gaulle, il quale aveva deciso di allontanare da Algeri il più influente degli specialisti della guerra rivoluzionaria, da lui ritenuti sostenitori risoluti dell&#8217;Algeria francese [15]. Ma giocava contro Lacheroy anche la irritazione personale di De Gaulle per una <i>gaffe</i> commessa dal colonnello nei suoi confronti pochi mesi prima [16].<b><br />
</b></p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Il putsch antigollista</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Deluso dal “tradimento” della causa dell&#8217;Algérie française da parte del generale De Gaulle, Charles Lacheroy nel 1960 è intenzionato a dimettersi dall&#8217;esercito. Ma ne viene dissuaso dal colonnello Gardes e da altri ufficiali presenti in Algeria che lo invitano a restare nei ranghi. Intanto l&#8217;incarico di direttore dell&#8217;ESORSEM offre a Lacheroy la straordinaria opportunità di poter trasformare la sede dell&#8217;istituto in un “covo” dove poter tessere, lontano da occhi indiscreti, le fila dell&#8217;attività cospiratoria anti-gollista.<br />
Con i generali Salan, Challe, Zeller, Jouhaud e i pari grado Argoud, Broizat, Gardes e Godard, Lacheroy farà parte del <i>putsch</i> del 21 aprile 1961. E sarà proprio lui a firmare l&#8217;ordine di insurrezione la notte del 21 aprile, in assenza di Challe rimasto bloccato in aeroporto per un ritardo del decollo del suo aereo.<br />
Fallito il complotto, Lacheroy sarà protagonista di una rocambolesca fuga che, iniziata nel porto di Bona (toccherà anche il porto di Genova) si concluderà in Spagna.<br />
A Madrid, Lacheroy condividerà l&#8217;esilio con altri congiurati, Argoud, Lagaillarde e Ortiz. Parteciperà poi alla fondazione e alla direzione dell&#8217;<em>Organisation de l&#8217;Armée Secrète</em> (OAS), l&#8217;organizzazione dell&#8217;estrema destra, sostenitrice del contro-terrorismo per conservare l&#8217;Algeria francese, assumendo lo pseudonimo di <em>Métro.</em><br />
Sarà condannato a morte in contumacia nel processo intentato contro i golpisti, ma beneficerà dell&#8217;amnistia concessa da De Gaulle nel maggio 1968, che gli consentirà, dopo sette anni di esilio, di fare ritorno a Parigi.<b><br />
</b></p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Conclusione</b></h3>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;originale contributo teorico del colonnello Charles Lacheroy alla dottrina francese della guerra contro-insurrezionale, dopo la folgorante diffusione negli anni &#8217;50-&#8217;60, è stato successivamente ignorato.<br />
Il silenzio calato su Lacheroy, molto probabilmente, è stato determinato in primo luogo, soprattutto in Francia, da un motivo contingente di ordine politico: il colonnello è stato uno dei capi dell&#8217;OAS e ha partecipato al colpo di stato contro De Gaulle.<br />
Un secondo motivo è di ordine pratico. Lacheroy non era «né un intellettuale né uno scrittore» [17] quanto piuttosto un brillante conferenziere. Ha scritto molto poco e, soprattutto, non ha esposto la sua teoria in un lavoro organico. Il che ha contribuito a rendere poco conosciuta anche tra gli specialisti la sua opera rispetto a quella di altri esponenti della scuola francese della guerra rivoluzionaria.<br />
La lezione di Lacheroy relativa alla dottrina della guerra rivoluzionaria e della guerra psicologica, sebbene fortemente condizionata dal contesto storico in cui si è andata sviluppando, l&#8217;epoca della decolonizzazione, e nel pieno della guerra fredda, caratterizzata dalla netta contrapposizione tra democrazie occidentali e mondo comunista, può ancora offrire nel terzo millennio — tenendo conto naturalmente che ogni conflitto insurrezionale rappresenta un caso di specie a sé stante — utili elementi di riflessione nell&#8217; elaborazione delle tattiche militari e nelle strategie politico-sociali per combattere il terrorismo e i conflitti generati dal fanatismo di matrice etnico-religioso.</p>
<p style="text-align: justify;"><b><span style="text-decoration: underline;"> </span></b></p>
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<p style="text-align: justify;"><em><strong><span style="color: #808080;">Note</span></strong></em><b></b></p>
<p style="text-align: justify;"><b> </b>[1] Vedi Georges-Henri Bricet Des Vallons (dir.), <em>Faut-il-lbrûler a contre-insurrection?</em><i>, </i>Paris,Choiseul, 2010, pp.307;<i> </i>in particolare il saggio di<i> </i>Elie Tenenbaum<i>, </i><em>Pour une généalogie atlantique de la contre-insurrection. La question de l’influence française sur les doctrines américaines</em><i>, </i>pp.23-61.<br />
[2] Tra i più noti, il principale autore del <em>Field Manual (FM) 3-24, Counterin­surgency,</em> il celebre generale David Petraeus e il tenente colonnello John Nagl — colui che ha definito Galula il «Clausewitz della contro-insurrezione<i>» — </i>scrivono nella prefazione all&#8217;edizione del manuale FM 3-24 per i tipi della Chicago University Press :<i> </i>«<em>Of the many books that were influ­ential in the writing of [FM3-24], perhaps none was as important as David Galula’s Counterinsurgency Warfare: Theory and Practice</em><i>». </i>(<em>The US Army/Marine Corps, Counter-insurgency Field Manual</em><i>, </i>Chicago University Press, 2007).<br />
[3] Roger Trinquier, <em>La guerre moderne</em><i>, </i>Paris, La Table Ronde, 1961, pp.196. Nuova edizione, Economica, 2008;<i> </i>Traduzione ingles<i>e: </i><em>Modern Warfare, a French View of Counterinsurgency</em><i> (trad. Daniel Leed), </i>Neww York, 1964<i>; </i>ried.da Praeger, 2005<i>.</i> Esiste una recente edizione italiana: <em>La guerra moderna</em><i> (a cura di Giuseppe Gagliano), </i>Cestudec, 2011.<br />
[4] David Galula, <em>Pacification in Algeria, 1956-1958</em><i>, </i>New York, Praeger, 1963; riedita da Rand Corporation, 2006; <em>Counterinsurgency Warfare. Theory and Practice</em><i>, </i>Greenwood Press, 1964; ried. Hailer Publishing, 2005; Trad<i>. </i>francese: <em>Contre-insurrection. Theorie et pratique</em><i>, </i>Paris, Economica, 2008.<br />
[5] Octavian Manea: <i>«Reflections on the French School of Counter-Rebellion. An interview with Etienne de</i> <i>Durand»</i>, in <em>SMALL WARS JOURNAL</em>, 3/march 2011. Come spiega de Durand: «<em>If there is such a thing as the French School of Counterinsurgency, its founding father undoubtedly is Charles Lacheroy».</em><br />
[6] Marie-Catherine et Paul Villatoux,<i> «Aux origines de la “guerre révolutionnaire”: le colonel Lacheroy parle», in </i><em>Reveu historique des armées</em><i>, </i>n. 268/2012. pp. 45-53.<br />
[7] Charles Lacheroy, <em>De Saint-Cyr à l&#8217;action psychologique. Mémoirs d&#8217;un Siècle</em><i>, </i>Panazol, Lavauzelle, 2003, p.26.<br />
[8] <i>id., </i><em>Guerre révolutionnaire et Arme psychologique, 2 juillet 1957, Ministère de la Dèfense Nationale Service d&#8217;Action Psychologique et d&#8217;Information.</em> Il testo della conferenza fu ricavato dalla trascrizione della registrazione su nastro magnetico effettuata nel corso della stessa.<br />
[9] <i>id</i>., <em>Un arme du Viet Minhn, les hiérarchies paralléles</em><i>, </i>1952, SHD Vincennes 12 T 65.<br />
[10] Marie-Catherine et Paul Villatoux,<i> op. cit., </i>pp.45-53.<br />
[11] Charles Lacheroy, <em>La campagne d&#8217;indochine ou une leçon de guerre révolutionnaire</em><i>, </i>1954, Vincennes 15 R 108.<br />
[12] <i>id.</i>, <em>Action Viet-Minh et communiste en Indochine ou une leçon de guerre revolutionnaire,</em> avril 1955, SHD Vincennes 15 R 108.<br />
[13] <i>id.</i>, <em>Scenario type de guerre révolutionnaire, 1955</em><i>. </i>Centre Militaire d&#8217;Information et de Specialisation pour l&#8217;Otre<i>-</i>Mer – Section de Documentation Militaire de l&#8217;Outre Mer<i>.</i><br />
[14] <i>id</i>., <em>Guerre révolutionnaire et Arme psychologique&#8230;, </em>cit.<br />
[15] Mathieu Rigouste, <em>L&#8217;Ennemi Interieur. La généalogie coloniale et militaire de l&#8217;ordre sécuritaire dans la France contemporain</em><i>e, </i>Paris<i>, </i>Editions La Découvert, 2009, p.27.<br />
[16] E&#8217; lo stesso Lacheroy a ricordare nelle sue <em>Mémoirs</em> l&#8217;episodio accaduto nel giugno 1958<i> </i>:<i> « </i><em>[…] je fus convoqué à Paris par le général De Gaulle quand […] je fus introduit dans son bureau, il ne me demanda qu&#8217;un seule chose: comment son nome avait été lancé, puis comment il s&#8217;était imposé […]. J&#8217;ai répondu la vérité, qu&#8217;il […] s&#8217;était réellement imposé qu&#8217;à a partir du moment où, du balcon du forum le géneral Salan avait lancé la formule: “Nous voulons un gouvernement de Salut Public présidé par le géneral de Gaulle”. […] J&#8217;ai eu le sentiment que ma réponse n&#8217;était pas celle que j&#8217;aurai du faire»</em>. (<em>De Saint-Cyr à l&#8217;action psychologique</em>&#8230;, <i>cit</i>., p.75).<br />
[17] Alain A. Cohen, <em>Galula. The Life and Writings of the French Officer Who Defined the Art of Counterinsurgency</em>, New York, Praeger, 2012, p.168.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><i><br />
</i></p>
<p style="text-align: justify;"><em>A History of Counterinsurgency</em> (<i>Gregory Fremont-Barnes, editor</i>) New York, Praeger, 2015.<br />
Gérard Chaliand, <em>Les guerres irrégulières: XXe-XXIe siècle. Guérillas et terrorismes</em>, Paris, Gallimard Folio Actuel &#8211; N° 135, 2008.<br />
Benjamin Stora, <em>La guerra d&#8217;Algeria</em>, Bologna, il Mulino &#8211; Universale Paperbacks, 2009 (<em>Histoire de la guerre d&#8217;Algérie, 1954-1962,</em> 2006).<br />
Alistair Horne, <em>La guerra d&#8217;Algeria</em>, Milano, Rizzoli, 2007², ( <i>A</i><em> Savage War of Peace. Algeria 1954-1962</em>,1977).<br />
Paul Henissart, <em>L&#8217;ultimo anno dell&#8217;Algeria francese</em><i>, Milano, Garzanti, 1970, </i>(<em>Wolves in</em> the City – The death of French Algeria,1970).<br />
Olivier Dard, <em>Voyage au cœur de l’OAS</em>, Paris, Perrin, 2005.<br />
Giorgio Galli, <em>I colonnelli della guerra rivoluzionaria</em>, Bologna, il Mulino, 1962.</p>
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]]></content:encoded>
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		<title>COMANDANTE DELLE GUERRE PERSE</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jul 2015 09:17:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Max Trimurti - Rinunciando alle sue funzioni a Cuba, il Che aveva intenzione di accendere “due, tre Vietnam” nel Terzo mondo. L’avventura congolese divenne un incubo, quella in Bolivia si concluse con la sua morte. Il 14 marzo 1965, Ernesto Guevara, detto Che, scende dall’aereo che lo riporta a &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Max Trimurti -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Rinunciando alle sue funzioni a Cuba, il Che aveva intenzione di accendere “due, tre Vietnam” nel Terzo mondo. L’avventura congolese divenne un incubo, quella in Bolivia si concluse con la sua morte.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 14 marzo 1965, Ernesto Guevara, detto Che,</strong> scende dall’aereo che lo riporta a Cuba da Praga, dopo una lunga missione diplomatica intorno al mondo, e si chiude a colloquio con Fidel Castro per circa 40 ore a Cojimar, nei pressi dell’Avana. Da quel momento il Che non lo si vedrà più in pubblico. Cominciano a girare strane le voci. Ha fatto defezione? È stato eliminato? È stato ricoverato in un ospedale per alienati? Le sue dispute con i burocrati cubani sono frequenti: sostiene che un’economia socialista deve essere sprovvista di criteri di redditività. Peraltro il discorso che ha pronunciato ad Algeri, il 24 febbraio, è una vera requisitoria contro i Sovietici che accusa di «mercanteggiare il loro sostegno alle rivoluzioni popolari a vantaggio di una politica estera egoista, lontana dai grandi obiettivi della classe operaia».<br />
Solo due anni dopo si farà luce sulla sua scomparsa. Infatti Fidel non ha soppresso fisicamente il suo <em>compañero</em>, gli ha solamente affidato, dirà più tardi, «altre missioni che dovevano arricchire la sua esperienza di guerriglia».<br />
Ma Che Guevara è partito volontariamente oppure è stato sacrificato per motivazioni politiche? E se fosse stato vittima di rancori personali?<br />
Nessuno nutre dubbi sul fatto che la sua presenza imbarazzi alquanto Fidel castro, che, dal 1959, ne ha fatto il suo ambasciatore in tutti i continenti. La lettera del Che, letta in pubblico nell’ottobre 1965, libera talmente il <em>lider maximo</em> da ogni responsabilità che certuni non esitano ancora a pensare che il ritiro brutale di Guevara dalla vita politica cubana sia proprio venuta da Fidel.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/06/Che_Guevara_June_2_1959.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-3357" alt="Che_Guevara_June_2,_1959" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/06/Che_Guevara_June_2_1959-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a>Il fatto è che il Che, grande ammiratore di Mao</strong> <strong>e del defunto Stalin</strong> («Colui che non ha letto i 14 volumi degli scritti di Stalin non può considerarsi completamente comunista», dichiara) non si è accontentato della teoria della “coesistenza pacifica”. Qualche anno primi aveva pubblicato un trattato, <em>La Guerra di guerriglia</em>, nel quale prometteva di esportare l’esperienza della rivoluzione cubana come metodo della presa di potere nel Terzo mondo. Egli si augurava la creazione di eserciti popolari in ogni punto caldo del globo, al fine di moltiplicare i fronti per abbattere l’imperialismo yankee e «accendere due, tre, diversi Vietnam».<br />
Uomo d’azione più che di potere (un “piccolo condottiero”, come si compiace di definirsi), egli ha senza dubbio preso al volo l’occasione che gli è offerta. Tutto questo per rilanciarsi in una avventura che gli consente di mettere in pratica le sue teorie sulla lotta armata e allo stesso tempo di rendere un servigio a Castro, allargando l’influenza di Cuba nel terzo mondo (né Mosca, né Washington).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 22 maggio 1965,</strong> Guevara prende congedo dai suoi collaboratori del ministero dell’industria. Agli inizi di aprile, con la barba rasata, truccato dai servizi segreti cubani, si imbarca in incognito per Dar es Salaam, in Tanzania. Il suo obiettivo è di affiancarsi all’Esercito di Liberazione del Congo per rovesciare il potere “imperialista” che domina il Paese. L’11 dicembre del 1964, in un discorso davanti all’Assemblea nazionale dell’ONU, aveva dichiarato che «tutti gli uomini liberi del mondo devono prepararsi a vendicare il crimine del Congo», ovvero l’assassinio del primo ministro Patrice Lumumba nel gennaio 1961. Secondo il direttore generale della CIA, Allen Dulles, Lumumba era «un altro Castro».<br />
Il Congo, indipendente dal giugno 1960, attraversava un periodo particolarmente agitato. il nuovo premier Moisè Ciombé voleva, con l’aiuto degli Stati Uniti, domare la ribellione che, ispirata da movimenti progressisti e  comunisti, infiammava il Paese. Il Che pensava ad una nuova Sierra Maestra che a partire dal Congo arrivasse a infiammare tutta l’Africa. Sul posto lo raggiunse un gruppo di combattenti cubani: tutti scuri di pelle, per sensibilizzare la popolazione alla causa. Guevara, fedele ai suoi principi, scelse di confondersi nell’ambiente locale. Armato di un dizionario di Swahili, assunse il nome di Tatu, che significa “tre” (in quanto egli è il numero tre della gerarchia dopo due Neri).<br />
Un primo piccolo gruppo, di cui fa parte Tatu, lascia Dar es Salaam per il Congo. Il 22 aprile arriva a Kigoma, sul lago Tanganica, che attraversano con una certa difficoltà per raggiungere Kibamba, luogo scelto come base. In seguito arrivano un centinaio di guerriglieri cubani.<br />
Guevara si scontra subito con la realtà congolese. L’alimentazione è scarsa, il paludismo e le malattie veneree, contratte nelle case chiuse di Kigoma, provocano non pochi problemi alle sue truppe. Lo shock più brutale è di ordine culturale: animismo, poligamia, superstizioni fanno parte della cultura di quelle popolazioni. Allorché apprende che i Congolesi bevono la <em>Dawa</em>, una “pozione magica” ritenuta capace di rendere invulnerabili alle pallottole e che i soldati rifiutano per superstizione di rifugiarsi nelle trincee, Guevara si rende conto che la sua visione del mondo è molto lontana da quella degli autoctoni. All’ottimismo iniziale comincia a sostituirsi una certa inquietudine.</p>
<div id="attachment_3358" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/06/CheInCongo1965.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-3358" alt="Che Guevara in Congo nel 1965" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/06/CheInCongo1965-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Che Guevara in Congo nel 1965</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Egli scopre anche che esistono numerosi contrasti</strong> fra i guerriglieri. Fra combattenti rwandesi e congolesi in primo luogo, fatto che rende difficile la lotta comune: le rivalità etniche mascherano i rapporti di forza. Esistono inoltre dissensi fra i combattenti congolesi del fronte e i loro dirigenti che restano dietro. In più, i disaccordi in seno allo stato maggiore della ribellione congolese diventano ogni giorno più evidenti. Dopo un mese e mezzo il Che definisce l’esercito di liberazione un «esercito di parassiti», impossibile da addestrare e incapace di lavorare. L’indisciplina è totale. I rari combattimenti si risolvono in clamorosi insuccessi. Guevara e il comandante rwandese Mundandi studiano un piano d’attacco contro la centrale elettrica di Bendera, posta sul fiume Kimbi. Bilancio: 22 morti, di cui quattro Cubani, uccisi da un diluvio di artiglieria. L’attacco previsto nello stesso momento contro la caserma di Katenga si conclude con un fallimento.<br />
Alcuni Cubani demoralizzati sono tentati di disertare. Un comportamento che non aiuta a dissipare il sospetto nutrito dai Congolesi nei loro confronti. A ciò si aggiunge anche la sfortuna: il capo di stato maggiore della guerriglia, Mitudidi, è appena riuscito a riorganizzare il campo base per proseguire nell’azione quando annega attraversando il lago.<br />
Il 7 luglio, dopo alcune settimane di tergiversazioni, Laurent Desiré Kabila, uno dei capi della guerriglia, all’epoca ventisettenne, accompagnato da Masengho, arriva a Kibamba e incontra il Che. Questi esprime il desiderio di recarsi al fronte, cosa che non gli è stata ancora concessa dai Congolesi. Ma Kabila riparte cinque giorni dopo per la Tanzania senza una decisione e la base del Che si trova nuovamente  in uno stato di semi letargia.<br />
Tatu è ormai stanco. Si sente «più nei panni di uno studente che ha vinto una borsa di studio che in quelli di un combattente». L’unica azione di rilievo si verifica l’11 settembre seguente, quando partecipa, imbracciando un fucile mitragliatore, all’attacco di un convoglio avversario. Però, anche questa volta, un rwandese non rispetta le consegne ricevute e ne nasce una scaramuccia generale che si conclude in un fallimento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli ultimi tre mesi di permanenza si concludono</strong> in un lento declino. In settembre il presidente tanzaniano Julius Nyerere, sebbene alleato di Cuba, abbandona il Che sospendendo l’autorizzazione a far passare le armi per il suo Paese. Verso la fine del mese il governo congolese lancia una controffensiva, promettendo salva la vita a tutti quei guerriglieri che si arrendono all’esercito lealista. Poiché Moisè Ciombé si è dimesso dalle sue funzioni, per molti Congolesi vengono a mancare le ragioni che giustificavano la lotta.<br />
La decomposizione dell’Esercito di liberazione del Congo ha avuto inizio. Guevara si vede costretto ad iniziare l’evacuazione dei Cubani, che si imbarcano all’alba del 21 novembre per Kigoma. È «uno spettacolo doloroso, lamentevole, bruciante e senza gloria», scrive. Importare il modello Sierra Maestra nel Congo è stato un errore tragico.<br />
Che Guevara trascorre quattro mesi in segreto a Dar es Salaam, nell’ambasciata di Cuba. Tenta di capire il suo fallimento: «Ho cercato di far adottare dai miei uomini lo stesso mio personale punto di vista sulla situazione e ho fallito». Prima di rientrare di nascosto a Cuba, nel luglio 1966 trascorre quattro mesi a Praga.</p>
<div id="attachment_3359" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/06/Adolfo_Mena_González_el_Che-per-entrare-in-Bolivia.gif"><img class=" wp-image-3359 " alt="Il passaporto usato da Guevara per entrare in Bolivia" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/06/Adolfo_Mena_González_el_Che-per-entrare-in-Bolivia.gif" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Il passaporto usato da Guevara per entrare in Bolivia</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ed è proprio nella capitale cecoslovacca</strong> che comincia a sognare la Bolivia. Vuole creare un centro di formazione di guerriglieri. Perché la Bolivia? Senza dubbio perché è limitrofa a ben cinque “polveriere”, agitate da diversi movimenti rivoluzionari: Perù, Cile, Paraguay, Brasile e Argentina. In più, la situazione in Bolivia, alla testa del quale si trova la giunta del generale Barrientos (democraticamente eletto), è marcata da grandi disuguaglianze sociali: larghi strati della popolazione vivono nella povertà. La Bolivia conta, infine, 5 milioni di abitanti raggruppati su un decimo del territorio del Paese. In teoria, la testa di ponte ideale per sollevare il continente sudamericano.<br />
Nella pratica, anche in questo caso, nulla funzionerà come pianificato. Calvo, rasato e provvisto di grossi occhiali, Guevara, alias Ramon Benitez, lascia l’Avana per Mosca il 23 ottobre 1966. A Praga  prende un treno per Vienna, passa quindi per Parigi, prima di imbarcarsi per il Brasile. Arriva a La Paz, capitale della Bolivia, il 3 novembre con un passaporto uruguaiano a nome di Adolfo Mena Gonzales. Quindi ridiventa “Ramon”. In una fattoria sperduta sulle rive del Rio Nancahuazù, nel sud-est del Paese,  impianta la sua base di addestramento. Sono con lui 17 cubani, a poco a poco raggiunti da un pugno di boliviani e di peruviani: in tutto circa 50 persone.<br />
Come sempre, un ottimismo entusiasta pervade il gruppo, anche se il Che stima che gli occorreranno non meno di «dieci anni prima di terminare la fase insurrezionale»!<br />
Ma i problemi non mancano. Occorre sopportare il clima della foresta boliviana, adeguarsi a una geografia ostile, far fronte a malattie e insetti. Il piccolo gruppo non è adattato a queste condizioni estreme. Ma il Che deve far fronte a problemi politici. A causa di una recente riforma agraria i contadini sono meno inclini del previsto a infiammarsi per la causa dei guerriglieri. Nella maggior parte dei casi i contadini, diffidenti nei confronti degli stranieri, rimangono indifferenti. Occorre aggiungere che la regione scelta è poco abitata, fatto che rende difficoltoso ogni sostegno popolare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fra gli “alleati”, stessa musica.</strong> Guevara beneficia inizialmente dell’appoggio di Mario Monje, segretario generale del Partito Comunista Boliviano (PCB), che promette rifornimenti e aiuti. Ma, colpo di scena, il 31 dicembre dopo un incontro agitato con il Che, Monje mette fine alla cooperazione e chiede di cessare la lotta. Il sostegno più importante gli volta le spalle! Mosca, in effetti, non ha bisogno di rivoluzione in America latina. L’internazionalismo proletario non è più quello di una volta.<br />
Quando Jorge Kolle, secondo segretario del PCB, e Simon Reyes, dirigente dei minatori, rientrano dall’Avana disposti a discutere con il Che delle condizioni di lotta in Bolivia, la guerriglia rurale è ormai tagliata fuori da ogni legame con la città; l’inizio dei combattimenti rende impossibile l’incontro.<br />
In definitiva, occorre fare la rivoluzione senza medicine (Che è un asmatico), senza provviste (i guerriglieri sono costretti a cibarsi delle loro bestie da soma), senza carte precise e senza comunicazioni, in quanto la radio è incapace di inviare qualsiasi messaggio. I comunicati della guerriglia non hanno quindi alcun effetto: il Che è costretto a ricorrere all’aiuto di contadini di passaggio.<br />
Le prime azioni sul terreno si avviano all’inizio del 1967. Nel febbraio una ventina di uomini partono in ricognizione nella regione nord, verso il Rio Grande. Vi rimangono il doppio del tempo previsto, ovvero quarantotto giorni, provoca dubbi e stanchezza nel gruppo.<br />
Mosè Guevara, un semplice omonimo, ex membro del PCB, ha raggiunto la guerriglia con otto reclute, ma le cose invece di migliorare peggiorano. L’11 marzo due uomini disertano e uno di essi, fatto prigioniero, “vende” i suoi compagni. Un terzo uomo seguirà la stessa prassi e confermerà tutte le informazioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/06/Che_on_Mule_in_Las_Villas_Nov_1958.jpg"><img class="alignleft  wp-image-3363" alt="Che_on_Mule_in_Las_Villas_Nov_1958" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/06/Che_on_Mule_in_Las_Villas_Nov_1958.jpg" width="150" height="250" /></a>Il 23 marzo, il primo vero combattimento</strong> con una pattuglia militare fa 7 morti e 14 prigionieri nelle file dell’esercito boliviano. Ma l’allegria del Che è di breve durata. L’arrivo di un gruppo di tre “internazionalisti”, composto dall’intellettuale francese Regis Debray, alias Danton, dall’argentino Ciro Bustos e dalla tedesca-argentina Tamara Bunke, alias Tania, complicherà ulteriormente il suo compito. La jeep della donna viene scoperta con dei documenti compromettenti. Poi occorre evacuare Regis Debray &#8211; che, per sua stessa ammissione, non si sente «maturo per la morte» &#8211; e Ciro Bustos. Risultato: la guerriglia si divide in due gruppi, quello di Joaquin (identificato da alcuni come Juan Vitalo Acuna) e quello del Che, che non si rivedranno più.<br />
Debray e Bustos vengono arrestati in compagnia del giornalista inglese Roth, che cerca di fare uno scoop. Mentre Debray è imprigionato, Bustos fa i nomi dei guerriglieri, denunciando la presenza del Che.<br />
L’esercito boliviano occupa l’accampamento centrale. Se anche perde qualche uomo nel corso di imboscate, diversi guerriglieri vengono uccisi durante i combattimenti, in particolar modo, Eliseo Reyes, «il miglior uomo della guerriglia», secondo Ramon.<br />
Per lottare contro la guerriglia l’esercito boliviano ha messo insieme 5 mila uomini. Accanto al Che &#8211; che ora si fa chiamare Fernando &#8211; sono rimasti in 25. Ormai allo sbando, i guerriglieri si spostano tra le montagne in tutte le direzioni, alla ricerca di acqua di vettovaglie. Percorreranno circa 600 chilometri in sei mesi!<br />
Per un momento sembra aprirsi un nuovo fronte: i distretti minerari vengo ribattezzati “Territori liberi” dagli operai, ma è un fuoco di paglia. Mentre gli operai decidono di sostenere la guerriglia, l’esercito occupa le installazioni. Il 7 giugno il governo boliviano decreta lo stato d’assedio. Il 24 avviene il “massacro di S. Giovanni”: decine di minatori vengono uccisi, 200 vengono inviati in campi di lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>All’inizio di luglio l’Esercito di Liberazione della Bolivia</strong> (questo è il nome della truppa di ribelli) occupa la località di Samapaita (1700 abitanti) e riprende momentaneamente vigore. Ma è questione di pochi giorni: un disertore conduce l’esercito regolare a un nascondiglio e diversi uomini vengono uccisi in combattimento. Il 31 agosto, nel corso di un’imboscata al guado di Puerto Mauricio, la colonna Joaquin viene decimata.<br />
A settembre il governo boliviano presenta delle foto ritrovate a Nancahuazù, nell’accampamento centrale, fra le quali dei falsi passaporti uruguaiani del Che. Le autorità sanno ora che è lui che dirige le operazioni.<br />
Guevara apprende per radio del massacro di Joaquin. I suoi uomini, distrutti, sono ridotti a bere la loro urina. Tutti cadono ammalati. Il Che decide di dirigersi a nord, ove accarezza l’idea di aprire un “secondo fronte”. Alla fine di settembre l’avanguardia cade in un’imboscata, che causa nuove vittime. Il rivoluzionario ha ormai coscienza che la fine si avvicina. L’8 ottobre, per colmo d’ironia, i guerriglieri vengono denunciati da un contadino, Pedro Pena, che si è spaventato a vederli. Inseguiti nel canyon di Churo, vengono circondati da 300 soldati, inquadrati da “consiglieri” americani.<br />
Guevara annota: «Se il combattimento avviene dopo le 15.00 e nel nostro interesse il più tardi possibile, grandi possono essere le possibilità in quanto la notte… è l’alleato naturale dei guerriglieri». Ma il combattimento inizia alle ore 13.00. Per sfuggire ai ranger del Reggimento Manchego, il Che frammenta il gruppo. Viene ferito e scala montagna appoggiato a uno dei suoi compagni, “Willy”. I due cadono nelle mani dell’Esercito e vengono condotti a La Higuera, un villaggio a due chilometri di distanza, dove sono rinchiusi in una scuola. Il 9 ottobre, verso mezzogiorno, Guevara viene ucciso con  una raffica di mitraglietta sparata dal soldato Mario Teran. Il suo corpo, nel quale vengono individuati 9 impatti, viene esposto in una camera mortuaria improvvisata a Vallegrande.</p>
<div id="attachment_3360" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/06/CheExec9B.jpg"><img class=" wp-image-3360 " alt="Il corpo di Che Guevara esposto subito dopo l'uccisione" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/06/CheExec9B.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Il corpo di Che Guevara esposto subito dopo l&#8217;uccisione</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questa volta il Che non ha l’occasione di interrogarsi</strong> sul nuovo smacco. I preparativi della guerriglia boliviana erano stati ancora più frettolosi di quelli per l’avventura africana: malgrado un addestramento serrato nella provincia di Pinar, al quale Castro aveva assistito personalmente, non era stata sviluppata nessuna rete di collegamenti e nessuna verifica seria era stata effettuata sul posto. Il Che si era fidato del suo intuito, a qualche collegamento sul posto e ai soli uomini che lo circondavano. Buon tattico ma misero stratega, egli aveva trascurato la situazione internazionale, credendo, forse, che Mosca lo avrebbe sostenuto, mentre lo aveva già abbandonato una prima volta in Congo.<br />
Aveva poi giudicato male la situazione locale, non riuscendo a sensibilizzare gli autoctoni. Gli insorti non erano riusciti a incarnare le attese della popolazione rurale (furono i minatori e non i contadini a simpatizzare di più con i ribelli) e a trasformare la guerriglia in guerra di massa. Secondo la terminologia marxista-leninista, non esistevano le condizioni per “scatenare la rivoluzione”.<br />
Entusiasta e impaziente fino a contraddire alcune delle sue stesse massime, Guevara aveva creduto che un focolaio di insurrezione potesse scatenare la rivoluzione, a somiglianza di quanto accaduto a Cuba (con Castro), in Cina (con Mao) e nel Vietnam (con Giap). Ma né nel Congo, né in Bolivia egli riuscì a governare la benché minima zona rurale, da cui poi partire per occupare le città.<br />
Resta capire se Guevara intendesse “vincere” veramente queste guerre, oppure se la sua massima ambizione fosse nel farle. La sua personale ideologia l’aveva spinto a ipotizzare la nascita di “un uomo nuovo” capace di sacrificarsi per la causa. E la sua ritirata più o meno forzata dagli affari cubani lo aveva certamente condotto ad accettare l’idea della morte. La fuga in avanti negli ultimi anni può indurre a pensare a una sorta di suicidio cosciente. Un suicidio che risponderebbe al desiderio di abbattere la società capitalista fino alle fondamenta. Il guerrigliero scrive, in effetti, nel suo ultimo messaggio dell’aprile 1967: «occorre condurre la guerra fino a dove la conduce il nemico: a casa sua, nei suoi luoghi di svago; occorre farla totalmente». Parole che al giorno d&#8217;oggi risultano sinistramente attuali tra i fanatici del terrorismo islamico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Pierre Kalfon, <em>Il Che. Una leggenda del secolo</em>, Milano, Feltrinelli, 1998.<br />
Dario Fertilio, <em>La via del Che. Il mito di Ernesto Guevara e la sua ombra</em>, Venezia, Marsilio, 2007.<br />
Alvaro Vargas Llosa, <em>Il mito Che Guevara e il futuro della libertà</em>, Torino, Lindau, 2007.<br />
Fidel Castro, <em>Io e il Che. Un&#8217;amicizia che ha cambiato il mondo</em>, Milano, Oscar Mondadori, 2007.<br />
Saverio Tutino, <em>Il Che in Bolivia. Memorie di un cronista</em>, Roma, Editori Riuniti, 1996.</p>
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		<title>GUERRIGLIA, LA “PICCOLA GUERRA” TRA DAVIDE E GOLIA</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Dec 2014 07:45:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Renzo Paternoster - In risposta alla dissimmetria bellica, da secoli l’arte della guerriglia si avvale dell’invisibilità, dell’elusività, della flessibilità, della rapidità e della pazienza. La sua carta vincente è il tempo, non la potenza di fuoco.   La guerriglia è una forma di strategia militare che si inserisce integralmente &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Renzo Paternoster -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>In risposta alla dissimmetria bellica, da secoli l’arte della guerriglia si avvale dell’invisibilità, dell’elusività, della flessibilità, della rapidità e della pazienza. La sua carta vincente è il tempo, non la potenza di fuoco.</strong></em></p>
<p><b> </b></p>
<div id="attachment_2317" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Vietcong-guerriglieri-del-Vietnam.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-2317" alt="Guierriglieri Vietcong" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Vietcong-guerriglieri-del-Vietnam-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Guerriglieri Vietcong</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>La guerriglia è una forma di strategia militare</strong> che si inserisce integralmente nel concetto moderno di “guerra asimmetrica”. Essa è un conflitto nel quale vi è un evidente divario tra le forze militari e le risorse economiche degli avversari, che non consente alla parte più debole un confronto diretto, ma solo uno scontro indiretto che, utilizzando strategie e tattiche non convenzionali, sfrutti le debolezze dell’avversario.<br />
La guerriglia, quindi, si basa su incursioni rapide e improvvise contro basi e convogli nemici, linee di comunicazione, trasporto e rifornimento, esponenti militari e politici. Il fine è quello di ostacolare l’azione del nemico e distruggerne il potenziale bellico, per logorarlo e costringerlo a utilizzare continue risorse. Insomma, come diceva Mao Zedong, la guerriglia può essere considerata «l’arte di fiaccare i nemici con tante punture di spillo».<br />
La mobilità estrema delle formazioni guerrigliere rende assai difficile sconfiggerle. Infatti, mancando della forza numerica e bellica necessaria a contrastare un esercito regolare in campo aperto, le formazioni guerrigliere operano da luoghi di difficile accesso, da cui partono per missioni di disturbo e sabotaggio, oppure sfruttano luoghi particolari per tendere imboscate. La guerriglia, oggi come un tempo, non ha eserciti regolari, spesso ha armi obsolete, ma ha la grande capacità di “dominare” il tempo e lo spazio. I guerriglieri, infatti, non hanno fretta di colpire il nemico, sanno aspettarlo per combatterlo in piccole incursioni dove meno se l’aspetta. Essi hanno anche il controllo dello spazio, poiché i piccoli gruppi di guerriglieri possono muoversi e colpire ovunque e di sorpresa, senza articolati schemi tattici. Per questo la guerriglia dipende in massima parte dall’eccellente conoscenza dei luoghi in cui opera, dal radicamento dei guerriglieri nel territorio e dall’aiuto dei civili per asilo e informazioni.</p>
<div id="attachment_2324" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Ussr0460.jpg"><img class=" wp-image-2324 " alt="Un manifesto sovietico del 1943 che incita al sabotaggio contro l'esercito tedesco" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Ussr0460.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Un manifesto sovietico che incita al sabotaggio contro l&#8217;esercito tedesco</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il termine “guerriglia” nasce in epoca recente</strong> per definire la resistenza spagnola contro l’esercito napoleonico durante la guerra peninsulare (1808-1813): <em>guerrilla</em>, “piccola guerra”.<br />
Nonostante il termine sia relativamente recente, la guerriglia ha origini antiche. È probabile che la guerriglia sia nata nelle antichissime tradizioni nomadi, ovvero tra quelle popolazioni che non avevano ancora raggiunto un grado di urbanizzazione sufficiente per sviluppare vere e proprie strutture militari.<br />
Nell’antichità la ritroviamo descritta anche nell’Antico Testamento e in altre opere di storici come Tacito, Appio, Frontino, Polibio, Plutarco. Essa fu attuata dagli ebrei guidati da Giuda Maccabeo contro i siriani, che occupavano il loro Paese (166-160 a.C.); dagli Arveni, popolazione della Gallia che insorse contro i Romani sotto la guida di Vercingetorige (52 a.C.); da Lusitani e Celtiberi che nel II secolo a.C. combatterono i Romani nella penisola iberica; dagli Zeloti, la setta giudaica che nel I secolo a.C. si ribellò all’occupazione romana della Palestina; dai Romani contro i Cartaginesi.<br />
Più avanti nella storia, fu praticata nella “Guerra dei cent’anni” (1337-1453) e nella rivolta dei Paesi Bassi contro gli spagnoli (1568-1648). La guerra d’indipendenza americana (1775-1783) vide i coloni del continente praticarla contro gli inglesi; i francesi la subirono nella rivolta della Vandea (1793-1796). Durante le campagne militari napoleoniche, le armate francesi furono continuamente impegnate dalla guerriglia scoppiata nelle zone occupate: in Egitto, nel Regno di Napoli, in Spagna dal 1807 al 1814. Sempre i francesi dovettero affrontarla in Algeria e in Marocco, dal 1832 al 1847, dai combattenti berberi guidati dall’emiro Abd el-Kader. La guerriglia fu condotta dai confederati durante la guerra di secessione americana (1861-1865), dai francesi durante la guerra franco-prussiana (1870-1871), dai Boeri contro gli inglesi a cavallo fra il XIX e il XX secolo. I bolscevichi la praticarono contro i reparti dell’Esercito Bianco durante la rivoluzione russa; i guerriglieri libici l’attuarono contro gli invasori italiani agli inizi del XX secolo; i guerriglieri messicani – i <em>cristeros </em>– la praticarono come difesa armata dai piani di distruzione della Chiesa cattolica in Messico da parte del regime del presidente Plutarco Elías Calles.<br />
In generale, dagli inizi del XX secolo la guerriglia diviene la strategia militare utilizzata per combattere il colonialismo, trasformandosi di fatto in guerra di popolo contro i regimi stranieri occupanti.<br />
Dopo il secondo conflitto mondiale, le esperienze più significative di guerriglia sono quelle della popolazione del Vietnam contro la Francia (1954-1961), prima, e contro gli Stati Uniti d’America (1963-1973), dopo. Anche in Algeria la guerra si trasforma in guerriglia contro gli occupanti francesi (1956-1959). In Asia i guerriglieri <em>mujaheddin </em>afghani infliggono un duro colpo all’imperialismo sovietico tra il 1979 e il 1989. In America Latina è utilizzata dal prete guerrigliero colombiano Camilo Torres Restrepo (1929- 1966), dal messicano Augusto Nicolás Calderón Sandino<b> (</b>1895-1934), dal brasiliano Carlos Marighella (1911- 1969), dall’argentino Ernesto Guevara de la Serna (più noto come Che Guevara, 1928-1967), dal messicano Rafael Sebastián Guillén Vicente (più noto come “subcomandante Marcos”, 1957-) e da molti altri guerriglieri che hanno combattuto per la terra e per l’ideologia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Esiste una vasta letteratura</strong><b> sulle teorie</b> della guerriglia. Analizziamone brevemente qualcuna.<br />
Uno dei primi teorici della guerriglia fu già nel VI-V secolo a.C. Sun Tzu, il generale stratega e filosofo cinese al quale è attribuito il libro <em>Sūnzǐ Bīngfǎ</em> (Arte della guerra), uno dei più importanti trattati di strategia militare di tutti i tempi. Egli codificò quella che chiamò “guerra irregolare”, ossia l’arte di piegare la volontà dell’avversario senza fare ricorso allo scontro aperto, perché ‒ come egli scrive ‒ «Chi eccelle nell’uso a metodi non ortodossi è inesauribile come il Cielo e privo di limiti come lo Yangze, il Fiume Giallo».<br />
Un altro documento antico che descrive la guerriglia come tattica da utilizzare per controllare il territorio e difendersi dalle incursioni nemiche è di epoca bizantina: il <em>Peri Paradromēs</em> (in latino <em>De velitatione bellica</em>), attribuito all’imperatore bizantino Nikēphoros II Phōkas (912 c.a.- 969), un manuale sulla guerriglia da attuare nella contesa che si sviluppò tra l’VIII e X secolo tra Bizantini e Arabi. In esso è posto l’accento sulla duttilità tattica e la necessità di privilegiare la velocità di movimento, come strategie vincenti di un’efficace guerriglia contro il nemico.<br />
Il generale prussiano Karl von Clausewitz, nel trattato <em>Vom Krige </em>(Della guerra), pubblicato postumo in tre volumi (1832-1837), delineò come linee fondamentali di un’efficiente guerriglia, innanzitutto l’appoggio popolare, poi l’esistenza di un territorio impervio utile anche per la ritirata strategica, infine un’azione frammentata in numerosi attacchi condotti su vari fronti: «Secondo il concetto che noi ci formiamo della guerra di popolo, essa, come una sostanza nebulosa, non deve mai infittirsi fino a costituire corpi compatti, altrimenti l’avversario dirigerà contro questi nuclei forze adeguate, li annienterà e farà molti prigionieri; in tal caso l’audacia diminuirà, […], e le armi cadranno dalle mani del popolo».<br />
Il generale prussiano, tuttavia, immaginava la guerriglia operare sempre in concorso con un esercito regolare e subordinata a un piano operativo diretto dalle autorità militari.</p>
<div id="attachment_2321" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Lawrence-dArabia.jpg"><img class=" wp-image-2321 " alt="Lawrence d'Arabia" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Lawrence-dArabia.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Lawrence d&#8217;Arabia</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il primo grande teorico moderno</strong> della guerriglia è stato Thomas Edward Lawrence, meglio conosciuto come “Lawrence d’Arabia”. Nel suo <em>The Seven Pillars of Wisdom</em> (I Sette pilastri della saggezza, 1926) mise innanzitutto l’accento sull’importanza della scelta volontaria nell’aderire al movimento guerrigliero: la guerriglia è prima di tutto guerra individuale, in cui ciascun combattente è un volontario. Per questo i combattenti vanno motivati, ed è necessario che essi siano partecipi in ogni momento e in qualsiasi attività decisionale.<br />
Per quanto riguarda la strategia, essenziale è la mobilità del gruppo di fuoco e la sorpresa in un’azione di guerriglia: tutta l’idea di guerriglia di Lawrence si fonda sul conflitto a distanza e sull’invisibilità, che consentirà ai guerriglieri di mantenere sempre l’iniziativa e, automaticamente, di toglierla all’avversario. La dislocazione del combattimento su più fronti, può permettere di superare lo scoglio della superiorità numerica del nemico.<br />
Per Lawrence il segreto della guerriglia sta nell’essere “come l’aria”, cioè dovunque, ovunque e da nessuna parte, impedendo ai nemici di avere un bersaglio su cui puntare il fucile. La mobilità conta più della forza. E’ chiaro che se il nemico non ti vede, contro chi spara? «Ogni esercito è simile a una pianta, immobile, con radici salde, nutrito attraverso lunghi canali che salgono sino alla cima. Ma noi avremmo potuto essere come l’aria, un soffio d’aria, dovunque ci piacesse. […] Un soldato regolare, […] capace di sottomettere solo ciò contro cui può puntare il suo fucile, un simile soldato, privato d’un bersaglio, si sarebbe sentito abbandonato. […] Le nostre carte erano la rapidità e il tempo, non la potenza di fuoco».<br />
Di conseguenza, se la guerriglia non si avvale di eserciti inquadrati, ma di piccoli gruppi mobili d’incursori, ognuno di essi è importante ed essenziale e non può essere assolutamente mandato al massacro.<br />
Il sabotaggio, l’ostruzione della produzione e l’intralcio alla comunicazione, piuttosto che l’offensiva bellica in senso stretto, sono una buona strategia per combattere il nemico, poiché è più efficace e meno rischioso colpire i beni materiali dell’avversario piuttosto che i suoi soldati. Per Lawrence la mossa vincente è rendere difficile la vita dell’avversario piuttosto che togliergliela. In più, tutta l’attività bellica dovrebbe essere indirizzata alla distruzione sistematica delle infrastrutture (strade, ponti, condutture, ferrovie) e alla sottrazione o al blocco dei rifornimenti del nemico (viveri, acqua, munizioni). Costringere l’avversario a una manutenzione e ricostruzione costante delle proprie linee e mezzi di collegamento equivale a una costante emorragia d’energie e denaro. Per tutte queste ragioni, la corretta strategia della guerriglia per Lawrence è quella di colpire il nemico in un luogo inaspettato, e non direttamente ai suoi centro nevralgici che sono ben protetti; tagliare i viveri, piuttosto che accettare lo scontro diretto; essere imprevedibili, invece che ripetersi, anche quando una scelta ha portato al successo.</p>
<div id="attachment_2322" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Mao-Zedong.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-2322" alt="Mao Zedong" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Mao-Zedong-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Mao Zedong</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>I grandi teorici della guerriglia rivoluzionaria del XX secolo,</strong> da Lenin a Mao Zedong, da Ho Chi Minh a Che Guevara, ideologi e leader carismatici della guerriglia, intesa come guerra di popolo, hanno praticato questa strategia militare come premessa indispensabile all’insurrezione generalizzata e alla battaglia finale. Le loro teorie si basavano su una guerra distribuita su più fronti, ma soprattutto su una strategia della totale mobilità dei gruppi armati, una specie di continuo mordi-e-fuggi, per fiaccare le forze dell’avversario. Scriveva a riguardo Che Guevara nel suo<em> La guerra de guerrillas</em>: «Mordi e fuggi e aspetta e spia e torna a mordere e a fuggire e così di seguito, senza dar tregua al nemico».<br />
Il leader cinese Mao Zedong è considerato uno dei precettori di questo tipo di guerra. Egli applicò le tecniche della guerriglia con successo fino a quando non fu in grado di affrontare in campo aperto le forze dei cinesi nazionalisti. Il suo più importante scritto sui caratteri specifici della guerriglia partigiana è <em>Problemi strategici della guerra rivoluzionaria in Cina</em>, del 1936. Per Mao la guerriglia fu intesa come movimento insurrezionale iniziale e come fase di preparazione per la guerra del popolo. Per Mao è importante il legame indispensabile che si deve creare fra le unità di combattenti irregolari e la popolazione, ma anche la stretta connessione che deve sussistere fra la lotta armata e la lotta politica. La strategia militare, per essere vincente, deve prevedere l’integrarsi di operazioni tattiche su scala limitata e piani militari ad ampio respiro per la guerra di lunga durata. A completamento della sua teoria, Mao ritiene che la sorte della lotta armata è decisa soprattutto dalla risonanza e dal sostegno che essa trova nelle masse popolari.<br />
Contributi alla teoria della guerriglia, furono dati anche da Nguyen Tat Thanh, conosciuto con lo pseudonimo di Ho Chi Minh, leader della lotta anticolonialista e fondatore del partito comunista indipendentista (<em>Vietminh</em>) e dal generale vietnamita Vô Nguyen, soprannominato Giap, maestro delle tecniche di guerriglia che l’applicò nelle operazioni militari contro gli occupanti francesi. Sia Ho Chi Minh sia il generale Giap, posero l’accento sull’esigenza inderogabile di affiancare all’iniziativa militare vera e propria, un’intensa opera di propaganda e di proselitismo tra le truppe del nemico. Ovviamente anche i due vietnamiti appoggiavano l’idea del mobilità totale delle truppe guerrigliere.<br />
In un famoso saggio, <em>Revolución en la Revolución</em>, dell’intellettuale francese Régis Debray (pubblicato a Cuba nel 1967), è analizzata l’esperienza cubana, la tattica del <em>foco guerrigliero</em> e l’importanza della diffusione della guerriglia nelle campagne. L’autore praticò una drastica scelta tra partito e guerriglia, a favore della guerriglia, individuando la fragilità democratica e borghese dell’America Latina non più come deficienza e ostacolo, bensì come un’opportunità che la lotta armata avrebbe dovuto cogliere. In un altro libro<i>, </i><em>La lezione dei tupamaros</em>, Debray si preoccupò di propagandare l’azione del gruppo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La rivoluzione castrista-guevarista a Cuba</strong> (1956-1959) innescò una serie di processi imitativi in quasi tutta l’America Latina, portati avanti con azioni di guerriglia rurale nei Paesi più poveri (Guatemala, El Salvador, Bolivia, Perù), attentati, sabotaggi e guerriglia urbana nei Paesi avanzati come Uruguay, Argentina, Brasile.<br />
Tanti sono stati i miti, gli ideali, le passioni, i sogni che eccitarono intere generazioni di giovani negli anni Sessanta del secolo scorso: il grande rivoluzionario Ernesto Che Guevara de la Serna fu uno di questi miti, la sua figura si colloca fra i grandi personaggi che hanno animato la storia mondiale del dopoguerra con il fascino dell’eroe.<br />
Sulla base dell’esperienza cubana, Guevara attribuì un’importanza decisiva alla natura contadina della guerriglia e alla creazione di <em>focos </em>(focolai) insurrezionali in aree critiche, capaci di dilatarsi e di propagare la sollevazione alle aree vicine. Il suo contatto con i contadini cubani, trasformarono Che Guevara in un “rivoluzionario agrario”. Decisivo per la lotta rivoluzionaria in America Latina (ma anche in Europa e in Asia) è stato il suo manuale <em>Guerra di guerriglia: un metodo</em>, del 1961. In esso Guevara sottolineava il primato della lotta armata “permanente”, criticando le posizioni legalitarie e immobilistiche dei movimenti operai tradizionali del sub-continente latinoamericano.<br />
Come gli altri teorici della guerriglia, anche Guevara riprendeva sostanzialmente le vecchie teorie da adottare in questo tipo di combattimento. «La parola d’ordine “dinamismo, iniziativa, mobilità, decisione istantanea di fronte alle situazioni nuove”, è la somma sintesi della tattica guerrigliera e in queste poche parole si esprime tutta la difficilissima arte della guerra popolare», scriveva nella<em> </em>“Prefazione” per l’edizione cubana di <em>Guerra del popolo, esercito del popolo</em> di Vo Nguyen Giap (1964). Essa, per essere vittoriosa, deve avere «un certo elemento di perfidia, di sorpresa, di predilezione per la notte, che sono evidentemente elementi essenziali della lotta guerrigliera». Guevara parte da un concetto ben definito: mentre il nemico e le sue forze armate regolari sono obbligate a difendere i loro territori e, dentro di essi, molteplici obiettivi, la guerriglia non ha nulla da difendere: «Questo rende vulnerabile il nemico e invincibile la guerriglia».<br />
Decisiva per l’esito della lotta è per Che Guevara la propaganda armata, perché “catalizza” le masse consentendo ai guerriglieri di acquistare nuovi territori. Scrive Guevara in <em>Guerra di guerriglia</em>: «portare avanti questo tipo di guerra senza il sostegno della popolazione è il preludio del disastro inevitabile».<br />
Tutto comincia con guerriglie di piccola entità ma di straordinaria mobilità, attraverso la propaganda armata poi si accresce il numero dei guerriglieri e il consenso popolare, per arrivare a una maggiore capacità di colpire il nemico. La tappa successiva è quella di occupare più zone possibili, per arrivare alla fase conclusiva della lotta, che è la rivoluzione del popolo. Tutto deve partire però dalle campagne, il luogo dove il nemico è debole. Nella città la guerriglia ha solo due determinate funzioni: quella d’appoggio (attraverso il sabotaggio, il rifornimento, la dispersione delle forze nemiche) e quella di preparare le condizioni idonee per l’offensiva insurrezionale del popolo. In pratica la guerriglia urbana era assunta ad avanguardia del proletariato e della rivoluzione finale.</p>
<div id="attachment_2319" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Che-Guevara-con-i-suoi-guerriglieri.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-2319" alt="Che Guevara con i suoi guerriglieri" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Che-Guevara-con-i-suoi-guerriglieri-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Che Guevara con i suoi guerriglieri</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Guevara ha un’idea precisa della figura del guerrigliero,</strong> egli è innanzitutto “il generale di se stesso”, poi: «è un riformatore sociale, il quale impugna le armi per rispondere all’irata protesta del popolo contro i suoi oppressori e lotta per cambiare il regime sociale che mantiene tutti i suoi fratelli disarmati nell’obbrobrio e nella miseria; si scaglia contro le condizioni particolari dell’istituzione in un momento dato e si dedica a distruggere, con tutto il vigore che le circostanze consentono, le forme di tale istituzione».<br />
L’esempio cubano è la prova pratica della possibilità effettiva di come un piccolo gruppo di combattenti, che si è nutrito di modeste vittorie e che, attraverso la propaganda armata, è cresciuto fino a far precipitare il piccolo movimento in un’insurrezione di massa, potesse giungere alla vittoria. Scriveva Che Guevara nel suo <em>La guerra di guerriglia</em>: «Sia ben chiaro che la guerriglia è una fase della guerra che non ha in sé la possibilità di conseguire la vittoria; è una delle prime fasi, per essere esatti, e andrà svolgendosi e ampliandosi finché l’esercito guerrigliero con il suo incremento costante acquisisca le caratteristiche di un esercito regolare. Allora sarà pronto a vibrare al nemico colpi decisivi e a riportare la vittoria. Il trionfo finale sarà sempre il prodotto di un esercito regolare, anche se le sue origini sono state quelle di un esercito guerrigliero».<br />
In America Latina le &#8220;teorie fochiste&#8221; sono state una risposta alle preoccupanti emergenze sociali del sottocontinente. Dopo il fallimento della “guerriglia rurale” nel sottocontinente americano (quella di Che<i> </i>Guevara in Bolivia, di Luis de la Puente in Perù, di Masetti in Argentina, di Yon Sosa in Guatemala), l’orientamento comune fu quello di portare la stessa guerriglia nei centri urbani, poiché in nessuno del Paesi latinoamericani esistevano concrete condizioni per poter prevedere in tempi brevi di innescare vasti movimenti popolari rivoluzionari. Tuttavia, non appena apparve evidente la mancata adesione delle masse popolari all’ipotetica rivoluzione, la guerriglia assunse una deriva terroristica, senza però teorizzare apertamente l’impiego del terrorismo. La via del “terrorismo urbano” risultò così l’unica strategia possibile per preparare il campo a una rivoluzione generale.<br />
La teorizzazione del terrorismo urbano come unico metodo di lotta fu avversata da Che Guevara. Egli diede al suo lavoro dedicato alla guerra di guerriglia rivoluzionaria un alto profilo morale contro condotte ritenute terroristiche, che si dovevano impiegare unicamente se necessarie e, comunque, non dovevano rifarsi alle atrocità perché avrebbero provocato l’inimicizia del popolo.<br />
Posizione diversa fu quella adottata dal rivoluzionario brasiliano Carlos Marighella, fondatore dell’<em>Acao Libertadora Nacional</em>. Egli propose una fusione tra guerriglia rurale, guerriglia urbana e terrorismo. In pratica Marighella teorizzò l’azione di guerriglia rurale esclusivamente in funzione di quella urbana, a sua volta favorita dal terrorismo con i suoi attentati dinamitardi.</p>
<div id="attachment_2323" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Mujaheddin-afghani-durante-la-guerra-contro-lURSS.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-2323" alt="Mujaheddin afghani durante la guerra contro l'URSS" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/11/Mujaheddin-afghani-durante-la-guerra-contro-lURSS-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Mujaheddin afghani durante la guerra contro l&#8217;URSS</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una possibile risposta alla guerriglia </strong>arrivò dagli Stati Uniti d’America nel 1960. Per volere dell’allora presidente Kennedy, nacque il JFKSWCS (John F. Kennedy Special Warfare Center and School), una struttura per studiare e sviluppare dottrine e tecniche e addestrare personale e forze speciali per esigenze di <em>counterinsurgency </em>(controguerriglia). Tra le soluzioni ideate per contrastare la guerriglia vi è l’aumento delle capacità di intelligence e l’utilizzo di <em>Human intelligence</em> (<i>Humint)</i>. Oltre questo, anche la possibilità di disporre di forze “non convenzionali” (Forze speciali) in grado di condurre, con piccole unità mobili, operazioni mirate e l’utilizzo di nuclei OMLT (<i>Operational Mentoring and Liaison Team</i>) che possano efficacemente addestrare il personale e i comandanti militari locali nella condotta delle operazioni di controguerriglia. Poiché si è capito l’importanza del consenso della popolazione civile in una guerra di guerriglia, è stato proposto anche di evitare nelle azioni di controguerriglia misure militari che alimentano il consenso verso i guerriglieri (razionamenti, rappresaglie, deportazioni). Per questo si tende a far assumere alle Forze Armate anche compiti non prettamente militari, fornendo alla popolazione assistenza sociale e sanitaria: «conquistarne il cuore e la mente», come dicevano gli americani in Vietnam. Ma gli americani in Vietnam persero la guerra, perché non riuscirono a conquistare il cuore e la mente di una popolazione troppo amareggiata e risentita per abbandonare l’appoggio ai guerriglieri, considerati amici del popolo. Lo stesso successe in Afghanistan con la guerriglia dei <em>mujaheddin</em> contro l’Unione Sovietica.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">C. von Clausewitz, <em>Della guerra</em><i> &#8211; </i>Einaudi, Torino 2000.<br />
E. Cecchini, <em>La storia della guerriglia. Dall’antichità all’era nucleare</em> &#8211; Mursia, Milano 1990.<br />
E. Guevara, <em>La guerra di guerriglia</em> &#8211; Baldini Castoldi Dalai, Milano 2003.<br />
G. Breccia (a cura di), <em>L’arte della guerra. Da Sun Tzu a Clausewitz</em> &#8211; Einaudi, Torino 2009.<br />
H. Werner, <em>Storia della guerriglia: tattica e strategia della guerra senza fronti </em>- Feltrinelli, Milano 1973.<br />
T. E. Lawrence, <em>I sette pilastri della saggezza </em>- Bompiani, Milano 2000.<br />
R. Paternoster, <em>Guerrocrazia. Storia e cultura della politica armata </em>- Aracne, Roma 2014.<br />
Sun Tzu, <i>Sūnzǐ Bīngfǎ</i>, <em>L’arte della guerra </em>- Newton &amp; Compton, Roma 1994.<br />
T. Argiolas, <em>La guerriglia. Storia e dottrina</em> &#8211; Sansoni, Firenze 1967.</p>
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