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	<title>Storia in Network &#187; Giulio Cesare &#124; Storia in Network</title>
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	<description>Magazine di divulgazione storica</description>
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		<title>MUNDA, L’ULTIMA VITTORIA DI GIULIO CESARE</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Dec 2023 09:14:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Giulio Cesare]]></category>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi – Solo quattro anni separano il passaggio del Rubicone dalla battaglia di Munda. In questo arco di tempo, come una meteora, Cesare ha inseguito e vinto i suoi avversari. E’ infine in Spagna che, il 17 marzo del 45 a.C., ottiene la vittoria di Munda, la terza &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="right">di Massimo Iacopi –</p>
<p style="text-align: justify;" align="center"><em><strong>Solo quattro anni separano il passaggio del Rubicone dalla battaglia di Munda. In questo arco di tempo, come una meteora, Cesare ha inseguito e vinto i suoi avversari. E’ infine in Spagna che, il 17 marzo del 45 a.C., ottiene la vittoria di Munda, la terza di una trilogia, dopo Farsalo e Tapso, che gli consegna la vittoria sul partito pompeiano e mette fine temporaneamente alla guerra civile.</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Le operazioni lanciate da Giulio Cesare all’inizio della guerra che l’oppone a Gneo Pompeo il Grande hanno stupito i contemporanei. Il partito degli <i>Optimates</i> e il suo capo sono stati presi alla sprovvista dalla risolutezza e la rapidità del vincitore delle Gallie, diventato capo emblematico del partito dei <em>Populares</em>, che, nel 49 riesce ad impadronirsi dell’Italia senza combattere, quindi a mettere le mani sul nord della Spagna e su Marsiglia [1]. Eletto console nel 48, Cesare passa, a quel punto, in Epiro, dove il suo inizio di campagna risulta molto pericoloso. Successivamente entra in Tessaglia dove vince Pompeo nella grande battaglia di Farsalo. Cesare insegue successivamente il suo avversario in Egitto, dove apprende dell’assassinio di Pompeo ad Alessandria. Dopo aver regolato con difficoltà i problemi di successione del regno tolemaico, egli pacifica il nord dell’Anatolia entrato in ribellione contro Roma sotto la guida di un figlio di Mitridate del Ponto. Una volta ridotto all’obbedienza l’Oriente, Cesare deve ancora mettere in riga il suo vecchio luogotenente Tito Labieno e Marco Porcio Catone Minor, detto l’Uticense, divenuti padroni dell’Africa. Dopo un difficile sbarco, il condottiero sconfigge l’esercito degli “eredi” di Pompeo nella battaglia di Tapso, nell’aprile del 46. Catone il Giovane (minor) si suicida a Utica dopo la disfatta “per non sopravvivere alla libertà”, ma Labieno e tutti i sopravvissuti del campo pompeiano prendono la fuga per recarsi in Spagna al fine di unirsi agli ultimi “irriducibili”. Cesare, ancora una volta vittorioso, può rientrare a Roma: il 13 giugno del 46 a.C., egli lascia l’Africa Nova, che ha appena solidamente riorganizzato e affidato alla guida di Caio Sallustio Crispo. Di ritorno nella capitale, si dedica alla gestione degli affari correnti e a consolidare, se mai ce ne fosse ancora bisogno, il suo dominio sulla Repubblica.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Cesare, dal trionfo alla ripresa delle ostilità</h3>
<p style="text-align: justify;">Dittatore a partire dal 49, Giulio Cesare si fa eleggere Console nel 48, abdicando alla dittatura. Egli ottiene nel corso degli anni il cumulo, finora fatto inedito nella storia della Repubblica, di numerosi privilegi: il diritto di presiedere all’attribuzione delle magistrature; una seconda dittatura; il diritto di nominare i governatori delle province pretoriane; il consolato per cinque volte; un posto fra i tribuni della plebe; il diritto di fare la pace e di dichiarare la guerra; le prefetture dei costumi per tre anni (equivalente al potere dei censori); la preminenza al Senato; la direzione delle finanze pubbliche; il comando in capo delle legioni; una terza e una quarta dittatura e infine la protezione dell’inviolabilità tribunizia. Nel corso dell’estate del 46, che molti contemporanei descrivono come particolarmente torrida, “la realtà dissipa le speranze dei vuoti sognatori politici. Cesare utilizza, per rendere legale la sua autocrazia, tutta la potenza di cui si era appropriato e che il Senato aveva prontamente confermato” (Eberhard Horst, <em>Cesare</em>).<br />
Successivamente, dal 20 aprile al 1° ottobre, Roma celebra, con un fasto e un lusso di ampiezza inaudita, i trionfi di Cesare sulla Gallia, sull’Egitto, sul Ponto e sull’Africa. La plebe acclama i veterani delle legioni vittoriose e può contemplare le immense ricchezze accumulate nel corso delle campagne. I soldati si permettono qualche canzone impertinente, ricordataci da Caio Svetonio Tranquillo: “Romani, chiudete le vostre donne! Noi stiamo accompagnando il seduttore calvo!”. Cesare spende senza limiti per offrire alla popolazione pane e giochi, quindi distribuisce una gran parte del suo bottino ai fedeli soldati. Egli rafforza così l’appoggio e la fedeltà che gli testimonia la plebe, già da qualche anno. La popolarità di Cesare raggiunge il suo apogeo e ormai più nulla sembra poter contrariare la sua “buona fortuna”. Ma nello stesso momento, nonostante la recente sconfitta in Africa, il campo pompeiano riesce a riemergere in Spagna (Hispania).<br />
Per comprendere questa nuova situazione occorre effettuare un breve ritorno sugli avvenimenti che hanno segnato la Spagna nel corso degli anni precedenti. Nel 49, effettuando una prima campagna nella Spagna Citeriore, Cesare riesce a battere i legati di Pompeo, Lucius Afranius e Marcus Petreius con le loro sette legioni, nel corso della battaglia di Ilerda. Passando successivamente nella Spagna Ulteriore, il vincitore della Gallia sottomette Marco Terenzio Varrone, l’altro legato di Pompeo, raccogliendone le sue due legioni. Il dittatore lascia sul posto Quinto Cassio Longinus come legato, alla testa di quattro legioni: le due di Varrone e altre due, la 21a e la 30a, recentemente reclutate. Ma Longinus governa in maniera inefficace e tirannica. I suoi metodi gli impediscono di dominare l’influenza residua del partito pompeiano in una provincia che è stata, da sempre, il suo santuario e la sua principale base di reclutamento. Peggio ancora, Longinus riesce anche a esasperare le popolazioni indigene, in particolare i notabili, e a spingere le vecchie legioni di Varrone ad ammutinarsi. La 2a legione si solleva per prima, prima di essere raggiunta progressivamente dalle coorti dell’altra legione di Varrone. Nonostante l’arrivo di rinforzi della Mauritania condotti in Spagna dal loro re Bogud nel dicembre 48, Longinus non riesce a domare totalmente la rivolta prima del suo richiamo da parte di Cesare, che sopraggiunge all’inizio dell’anno 47. Longinus scompare, tra l’altro, nel corso del viaggio di ritorno, facendo naufragio con il suo battello davanti all’estuario dell’Ebro. Il suo successore, Caius Trebonius, non riesce neanche lui a ristabilire la situazione. Le due legioni ammutinate, dopo qualche settimana di esitazione e di calma, si decidono a fare appello ai Pompeiani, facendo trasformare una semplice rivolta in una alleanza aperta con il campo degli avversari di Cesare. Cnaeus Pompeo il Giovane, a quel tempo trentenne, coglie l’occasione per assumere il controllo della Spagna, su loro richiesta. Egli lascia l’Africa nel corso degli ultimi mesi dell’anno 47, accompagnato da un esercito eteroclito di 2 mila schiavi e uomini liberi, come anche da cavalieri allobrogi, fatti prigionieri dal re Juba I di Numidia, in occasione della guerra di questi contro Caio Scribonio Curione, l’uomo di Cesare battuto nel 49. Cnaeus sbarca quindi in Spagna nella primavera del 46, dopo una diversione nelle Baleari, che conquista senza combattere. Nello stesso tempo, le legioni ammutinate hanno nominato per capo Tito Quinto Scapula e Quinto Aponius e hanno scacciato Trebonius dal sud della Spagna. Pompeo il Giovane viene ben accolto in Spagna, conquista rapidamente diverse città e inizia anche l’assedio di Carthago Nova, che rifiuta di sottomettersi. Ben presto, i partigiani di Scapula si alleano ai Pompeiani insieme alle due legioni di Varrone. Pompeo può quindi dare inizio al reclutamento di nuove unità, al fine di mettere insieme un esercito di un certo peso e riceve poco dopo il rinforzo di suo fratello Sextus (Sesto) Pompeo, di Publius Attius Varus e di Labienus, che erano fuggiti dall’Africa, insieme ai sopravvissuti della disfatta di Tapso. Sextus è il più giovane dei figli di Pompeo il Grande, che ha appena una ventina di anni e soprattutto manca d’esperienza, caso questo che non è quello di Labienus che, a 55 anni, è un veterano delle guerre della Gallia, durante le quali è stato il comandante in seconda di Cesare e ha partecipato a tutte le battaglie della guerra civile. La minaccia pompeiana in Spagna non può più essere sottovalutata e tenuto conto della rapida degradazione della situazione sul posto, Cesare decide di intervenire personalmente in Spagna, per riprendere alla mano la provincia e porre una parola definitiva sulla guerra civile.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Le forze nella campagna di Spagna</h3>
<p style="text-align: justify;">Cesare parte da Roma agli inizi del novembre del 46. Egli vuole agire rapidamente in linea con il suo carattere impaziente. La situazione in Spagna è in quel momento particolarmente complessa: “Una grande e terribile guerra era stata accesa da Cnaeus Pompeo, figlio del grande Pompeo, un giovane ardente e bellicoso che aveva riunito intorno a sé, per aiutarlo, tutti quelli che, su tutta la terra, erano rimasti ancora attaccati alla grandezza del nome di suo padre” (Velleius Paterculus, <em>Historia Romana</em>). Le popolazioni provinciali vengono largamente implicate nel conflitto e portano il loro sostegno a entrambi i campi avversi, sia a ricordo degli immensi servigi resi da Pompeo, in occasione della guerra contro Quinto Sertorio, o anche a causa dei legami più discreti intessuti da Cesare, durante la sua carica di questore nel 68. Con ogni evidenza, il campo dei Pompeiani domina senza avversari la Provincia Citeriore, ma al sud, nella Spagna Ulteriore, i due partiti sono presenti e le città principali si schierano a favore dell’uno o dell’altro anche in funzione delle loro concorrenti influenze. Al momento dello scatenarsi delle ostilità, le fonti attribuiscono fra 11 e 15 legioni a Cnaeus Pompeo il Giovane, peraltro non omogenee e di diversa qualità, mentre Cesare, da parte sua, ne evoca 11 nella sua corrispondenza. Marco Tullio Cicerone, nella sua corrispondenza parla di 13 legioni [2], forse 11 dell’esercito principale di Pompeo e due altre rimaste a Cordova (Corduba). Un’altra ipotesi lascerebbe intendere che il figlio di Pompeo avrebbe avuto a disposizione 13 legioni e ne avrebbe lasciate due a Corduba, per un totale di 15. Comunque sia, fra tutte queste legioni, solo 4 sono di buona qualità: si tratta, in primo luogo, delle due legioni di Varrone (la legione <em>Vernacula</em>, probabilmente reclutata fra i cittadini romani di Spagna e la 2a formata da Italici). Queste due unità, reclutate dallo stesso Gneo (Cnaeus) Pompeo il vecchio dal 55, hanno acquisito esperienza, nel corso degli anni, durante i combattimenti contro i Lusitani e gli altri popoli, non ancora sottomessi, della penisola. Vengono poi una legione costituita da cittadini romani della provincia dell’Ulteriore, reclutati da Cnaeus Pompeo il Giovane e una legione costituita da veterani delle vecchie legioni pompeiani battute ad Ilerda e che hanno servito in Africa sotto gli ordini di Afranius. Il valore delle altre legioni sembra più problematico. I transfughi venuti dall’esercito dei vecchi legati di Cesare in Spagna sono senza dubbio abbastanza numerosi per formare le due legioni poste sotto gli ordini di Sextus Pompeo a Corduba. Gli indigeni spagnoli e gli schiavi sono, infine, l’ultima risorsa di reclutamento delle unità legionarie. A queste truppe, si aggiungono circa 20 mila cavalieri, fanti leggeri e ausiliari reclutati fra i Lusitani, i Celtiberi o i Cantabrici. In totale i Pompeiani possono schierare una forza abbastanza considerevole, i cui effettivi possono essere valutati fra i 60 ed i 75 mila uomini.<br />
I mezzi schierati da Cesare sono ugualmente rilevanti. Egli dispone, in effetti, di 8 legioni: le due legioni di Spagna Ulteriore rimaste fedeli al suo campo (21a e 30a), tre legioni della Spagna Citeriore comandate da Quinto Pedius e una legione venuta dall’Italia con Quinto Fabio Maximus (forse la 28a), infine due legioni di veterani (la 3a, la 5a <i>Alaude), </i>alle quali vanno aggiunte due altre legioni arrivate dall’Italia insieme a Cesare e che avevano servito al suo fianco in tutte le sue campagne (le famose 6a e 10a). Questo insieme non è certo più omogeneo di quello di Cnaeus Pompeo, trovandosi fianco a fianco veterani della guerra delle Gallie con le reclute spagnole. Ciò nondimeno, i metodi di addestramento impiegati da Cesare fanno del suo esercito uno strumento senza dubbio più disciplinato di quello dell’avversario. A questi legionari vanno aggiunti numerosi ausiliari nell’ambito di un “esercito permanente”, che Cesare ha preso l’abitudine di non licenziare più alla fine di ogni campagna [3]. Il <em>Bellum Hispaniensis</em> afferma che “per quanto concerne la fanteria leggera ed alla cavalleria, le nostre erano largamente superiori in qualità e numero” (Pseudo Cesare, <em>La Guerra di Spagna</em>). Si tratta principalmente di ausiliari della Gallia e spagnoli, i cui cavalieri erano stati reclutati da Longinus e anche di cavalieri della Mauritania al servizio del re Bogud. In totale, l’esercito di Cesare può schierare 40 mila combattenti, di cui 8 mila cavalieri.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Le prime manovre</h3>
<p style="text-align: justify;">Allorché Cesare arriva in Spagna, i generali del suo partito, Quinto Fabio Maximus e Quinto Pedius, hanno da tempo rinunciato a combattere Cnaeus Pompeo il Giovane. Quest’ultimo, essendosi ritirato nella Spagna Ulteriore, dove tutte le città si erano schierate con la sua causa, decide di intraprendere l’assedio di Ulia, la sola città rimasta fedele a Cesare. Sul mare, la flotta pompeiana ha subito una sconfitta che le ha fatto perdere il controllo delle coste. Cesare, da parte sua, agisce con rapidità e sbarca a Sagunto, solo 17 giorni dopo la sua partenza dall’Italia. Dieci giorni più tardi, accompagnato solamente da una frazione delle sue forze, giunge a Obulco (Porcuna), ad est di Corduba<i>.</i> Le sue truppe e i loro bagagli hanno progredito al ritmo sfrenato di 90 km al giorno, in condizioni climatiche spaventose. Cesare, dimostrando di essere nel pieno possesso dei suoi mezzi a 55 anni, riesce a mettere a profitto il “tour de force” di questo tragitto estremamente difficile per redigere un’opera letteraria. I suoi luogotenenti controllano già delle piazzeforti della regione come Castulo o Tucci (Martos) e, dal canto loro, i Pompeiani hanno dovuto già abbandonare l’assedio di Carthago Nova. Da Obulco, Cesare manovra abilmente per cercare di allontanare Pompeo il Giovane da Ulia, la città che ha posto già sotto assedio da qualche mese. Egli minaccia direttamente Corduba, obbligando Cnaeus ad avvicinarsi alla stessa città, dove delega suo fratello Sextus, con due legioni, con il compito di rinforzare la guarnigione. I suoi avversari rifiutano qualsiasi scontro in campo aperto, ma alla fine Cnaeus Pompeo il Giovane finisce per abbandonare l’assedio di Ulia, per portare un soccorso più efficace alla capitale minacciata della provincia Ulteriore. Queste prime operazioni non hanno peraltro un carattere decisivo, in quanto ben presto Cesare si ammala. Egli rimane più probabilmente vittima delle cattive condizioni climatiche che di una crisi di epilessia. Comunque sia, Cesare non riesce a prendere Corduba e può riprendere attivamente la condotta della guerra solo alla metà del gennaio del 45. Durante tutto questo periodo i legionari vivono sul terreno in condizioni molto precarie, in capanne di legno, come solo riparo di fronte ai rigori dell’inverno.<br />
Nominato console per l’anno 45, Cesare è tuttavia obbligato a proseguire le operazioni in Spagna. Rinunciando ad attaccare Corduba, troppo fortemente difesa, egli dirige il suo esercito sulla città di Aregua, che conserva delle ampie riserve di grano, delle quali spera di impadronirsi. Cnaeus Pompeo il Giovane non dà inizialmente alcuna importanza alla manovra di Cesare, pensando ad una nuova diversione. Ma quando apprende l’ampiezza dei lavori di assedio intrapresi dal console, egli cambia idea e spedisce sul posto Munazio (Munatio) Flaccus per organizzare la difesa della piazza. Munazio riesce a introdursi nella piazzaforte con l’astuzia, ma nonostante i suoi sforzi non riesce a salvare la città. Anche Pompeo si porta ugualmente in soccorso di Aregua e viene a insediarsi sulle alture fra Aregua ed <i>Ecubis</i> (Espejo), ma non riesce a sopraffare la posizione difensiva impiantata da Cesare e conosciuta sotto il nome di Castra Postumiana. Nel corso di un assalto condotto dai Cesariani, viene appiccato il fuoco alle loro macchine d’assedio, ma una improvvisa burrasca di vento, cambiando la direzione delle fiamme, le propaga sulla città, mettendo a fuoco numerose case e provocando la frana di una parte delle mura. La guarnigione, composta da vecchi transfughi dell’esercito di Trebonius, non pensa certo ad arrendersi, per la paura di essere messi comunque a morte. Flaccus, da parte sua, fa giustiziare i partigiani di Cesare presenti nella piazza il 15 febbraio. Ma tutti i tentativi per spezzare l’assedio dall’interno o dall’esterno falliscono e Flaccus tenta allora delle aperture presso Cesare al fine di negoziare la sua resa. Cesare le rifiuta, preferendo trattare direttamente con la popolazione indigena della città, che finisce comunque per capitolare il 18 febbraio seguente.<br />
Questo avvenimento segna una svolta importante nella campagna e numerose città e tribù cominciano a pensare di schierarsi dalla parte di Cesare o, ancora più direttamente, iniziano a farlo. Cnaeus Pompeo il Giovane, inquieto per questa pericolosa tendenza in atto e non sapendo più che strategia seguire, pensa a quel punto di arrischiarsi ad una battaglia campale decisiva che aveva fino ad allora accuratamente tentato di evitare. Egli manovra conseguentemente verso Ecubis, alla ricerca di una posizione favorevole; egli costruisce dei fortini sulle colline circostanti per garantire la sicurezza delle sue forze. Temendo delle congiure contro il suo partito, Pompeo ordina di decapitare 74 partigiani di Cesare, denunciati come tali dagli abitanti di Ecubis.<br />
Cesare, da parte sua, si avvicina a Ecubis nell’inseguimento dell’esercito pompeiano ed il 5 marzo ha luogo uno scontro importante a Soricaria. Cesare, avendo deciso di spostare il suo campo di questa località, per tagliare le comunicazioni dei Pompeiani con il mare, Pompeo il giovane tenta di impedire la manovra e schiera una parte delle sue forze su una collina vicina dalla quale Cesare decide di sloggiarli. Dopo un vivo scontro, i Pompeiani vengono ributtati nella piana abbandonando sul terreno 500 morti. Questo scacco non fa altro che aumentare le preoccupazioni nel campo di Pompeo, dove le diserzioni cominciano ugualmente ad assumere delle proporzioni fastidiose. Verso il 10 marzo, Pompeo lascia con le sue truppe il settore di Ecubis in direzione di Hispalis, dove stabilisce il suo campo; Cesare lo segue e insedia il suo campo a Ventipo, dopo aver conquistato questa città. Pompeo reagisce, bruciando la piazzaforte di Carruca, che si rifiuta di aprirgli le porte e si dirige quindi su Munda (Montilla). Cesare, sempre all’inseguimento dei Pompeiani, decide di piazzare il suo campo nella parte orientale della piana di Munda, il 16 marzo. L’esercito di Cnaeus Pompeo il Giovane si trova in quel momento sulle alture, in una situazione piuttosto favorevole rispetto a quella del suo avversario.</p>
<h3 style="text-align: justify;">La sanguinosa battaglia di Munda</h3>
<p style="text-align: justify;">Il 17 marzo, fiducioso nella sua posizione dominante, Pompeo schiera le sue forze, costituite a quel punto da 11 a 13 legioni (essendo rimaste le altre due a Corduba con il fratello Sextus), sulla parte superiore della pendenza che scende da Munda sulla piana. Egli pensa che Cesare non oserà attaccarlo, in quanto le sue coorti occupano quello che i Romani denominano un<em> locus iniquus </em>(una posizione sfavorevole per l’attaccante). Il momento è critico. “Cesare sembra essere stato angosciato come mai in precedenza, senza dubbio piuttosto a causa delle oscure profezie dei suoi auguri che della poco favorevole posizione nella quale i suoi soldati, stanchi dalla campagna d’inverno, si trovavano per attaccare” (Eberhard Horst, <i>Cesare</i>). Il vincitore dei Galli può contemplare la lunga linea formata dalle coorti del figlio di Pompeo, coperte alle loro ali dalla sua fanteria leggera e dalla sua cavalleria. Imbaldanzendosi, Cesare decide di formare immediatamente la sua linea di battaglia nella piana e supera il torrente che l’attraversa. Egli ordina successivamente una pausa, al fine di lasciare il tempo ai suoi uomini di ricostituire i loro ranghi, costituiti da 8 legioni, ovvero 80 coorti [4]. La 3a e la 5a legione vengono schierate all’ala sinistra, la 10a è disposta sull’ala destra – secondo la sua abitudine, in quanto la stessa combatte sotto gli ordini dei capi dei <em>Populares </em>-, mentre le altre assumono lo schieramento al centro. La cavalleria della Mauritania di re Bogud, come tutti gli altri contingenti di ausiliari, sia a piedi che a cavallo, sono schierati sulla sinistra della linea formata dai legionari. Un altro generale, in queste condizioni non avrebbe probabilmente mai pensato di impegnarsi in una battaglia generale e forse si sarebbe accontentato di una manovra d’osservazione, ma Cesare non è un generale come gli altri. Egli non dubita mai della sua fortuna e si sente pronto, nonostante l’inferiorità dei suoi effettivi ed il carattere formidabile della posizione occupata dal nemico, ad imporre loro la battaglia, che essi stessi non credono possibile. Il vincitore di Farsalo e di Tapso conosce il suo punto forte: esso si basa sulla disciplina e sull’addestramento dei suoi soldati che non hanno equivalenti nelle forze di Pompeo.<br />
Quest’ultimo, vedendo Cesare organizzare le sue forze per la battaglia, assume un atteggiamento offensivo, facendo avanzare le sue coorti verso il nemico, pur rimanendo ancorato, con il resto delle forze, sulle alture. Cesare reagisce a questa azione, lanciando le sue truppe all’attacco. Egli vuole farla finita al più presto con questa penosa campagna. Dal lato pompeiano, non si tratta solamente di vincere o di morire, dilemma abituale di ogni esercito costituito da ribelli o di transfughi, senza speranza di clemenza da parte dei loro avversari. L’ardore in combattimento degli avversari di Cesare è stato particolarmente intenso durante la battaglia di Munda: “Gli eserciti si sono fronteggiati e si sono impegnati in combattimento; essi non avevano più alcuna vergogna a massacrarsi, poiché essi si erano opposti molte volte in armi e non avevano pertanto più necessità di incoraggiamento” (Dione Cassio, <em>Historia Romana</em>).<br />
Nella loro marcia l’uno verso l’altro, i due eserciti sono senza dubbio preceduti da uno schermo di fanti leggeri, lanciatori e frombolieri di ogni genere, che è opportuno disperdere prime che le due linee di legionari vengano a contatto. Le fonti non menzionano specificamente l’azione di questi tiratori, ma questa è una azione abituale in tutte le battaglie dello stesso periodo. Le coorti di Pompeo, con l’aiuto dello slancio loro conferito dalle loro posizioni iniziali, riescono ad arrestare quelle di Cesare ed a destabilizzarne la linea della fronte, ma quasi subito il combattimento tende ad equilibrarsi ed a stabilizzarsi “Il piede pesta il piede e le armi si scontrano con le armi” (verso di Ennius in Pseudo Cesare, <em>La Guerra di Spagna</em>). Nessuna unità arretra e la determinazione posta nel combattimento è totale. La battaglia di Munda è, sotto questo aspetto, molto più lunga dei precedenti grandi scontri della guerra civile.<br />
Cesare, vedendo vacillare la sua linea, mette direttamente la sua vita in pericolo, per dare un nuovo impulso all’attacco. Egli è cosciente che il momento è grave e che occorre reagire: “Gli uomini non demordevano comunque nella loro paura, fino a quando lo stesso Cesare prendendo lo scudo di un soldato dice agli ufficiali che si trovavano al suo fianco: Ecco per me la fine della vita e del servizio ! Poi, egli esce dalle linee lanciandosi contro il nemico… Allora, chiaramente, tutti gli ufficiali si precipitano e si pongono al suo fianco e quindi tutto l’esercito al completo si slancia impetuosamente” (Appiano, <em>La Guerra Civile a Roma</em>). Questa azione di Cesare, fondamentalmente psicologica, viene condotta proprio davanti alle linee della 10a legione, che vede raddoppiare la sua foga nel combattimento. I veterani di Cesare incalzano e respingono, a poco a poco, la sinistra dell’esercito di Pompeo il Giovane. Questi, allarmato dall’andamento del combattimento, ordina a Labienus, il più esperto dei generali del suo campo, di rinforzare la sua ala in difficoltà con le coorti di una legione (cinque coorti secondo Florus), prelevate dall’ala destra dello schieramento. Questa decisione, sebbene sensata e logica, tuttavia provocherà indirettamente la sconfitta dei Pompeiani. Da un lato la cavalleria mauritana di Bogud approfitta del dislocamento di Labienus, per aggirare al largo l’ala destra pompeiana, puntando verso il campo avversario, dall’altro, vedendo il movimento intrapreso da Labienus, una parte delle truppe, pensando ad una sua fuga prematura, inizia a sbandarsi ed a rompere il contatto. In poco tempo, la linea dei Pompeiani, sebbene solida sin dagli inizi del combattimento, si sfalda. Questa rotta condanna i fuggitivi al massacro, che Cesare non cesserà di intensificare. Prima del cadere della notte, Cesare ha definitivamente vinto la battaglia. Le truppe del dittatore si accaniscono sulle forze avversarie fino ad uccidere più di 30 mila soldati nemici ed i loro principali capi: “Cnaeus Pompeo il Giovane che viene trovato gravemente ferito… Labienus e Varus scompaiono durante la battaglia.” (Velleius Paterculus, <em>Historia Romana</em>). Se il figlio maggiore di Pompeo riesce in qualche modo a fuggire, questo non è il caso dei due suoi ex luogotenenti, ai quali Cesare farà dare una decente sepoltura.<br />
Cesare perderà mille uomini nella battaglia (contro i soli 200 a Farsalo e i 50 a Tapso), fatto che, nonostante il disequilibrio delle perdite, tende a dimostrare l’intensità del combattimento di Munda, tipico delle battaglie antiche: “Questa grande sproporzione delle perdite nella giornata così disputata fra il vincitore ed il vinto non esiste nelle battaglie moderne… Gli antichi si battevano con l’arma alla mano sino alla vittoria. Non c’erano molte perdite; lo scudo parava i lanci ed i colpi ed é solo nel momento della disfatta che il vinto viene massacrato; si trattava di una molteplicità di duelli, dove lo sconfitto, volgendo la schiena, riceveva il colpo mortale.” (Napoleone,<em> Racconto della guerra di Cesare</em>). Anche se le fonti sulla battaglia di Munda sono rare e spesso poco dettagliate, praticamente tutte coincidono nell’affermare che la battaglia è stata la più grande e la più disputata di tutta la guerra civile. Cesare avrebbe persino confidato a riguardo ai suoi compagni d’arme: “Ho spesso combattuto per la vittoria, ma è la prima volta che ho lottato per la mia vita.”<br />
La conoscenza del suo esatto svolgimento rimane, tuttavia, frammentaria e le diverse interpretazioni a riguardo risultano divergenti. Lo storico Hans Delbruck stima, ad esempio, che gli storici antichi avrebbero minimizzato il ruolo indubbiamente decisivo della cavalleria di Bogud – un “semplice barbaro” – per glorificare l’azione diretta di Cesare e dei suoi veterani. E’ così possibile pensare che il fatale movimento del rischieramento effettuato dalle forze di Labienus avrebbe potuto avere invece lo scopo di bloccare il movimento di Bogud sul retro dell’esercito pompeiano, piuttosto che quello di essere stato la sua causa indiretta.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Le conseguenze della vittoria di Cesare</h3>
<p style="text-align: justify;">Il trionfo di Cesare a Munda il 17 marzo, giorno dei <em>Liberalia </em>(giornata dei giochi in onore di Bacco) determina la sorte dei Pompeiani in Spagna. Scapula si arrende a Corduba, dove si suicida. Sextus Pompeo fugge da questa stessa città che le sue truppe, composte da schiavi e da disertori, mettono a fuoco. Il figlio cadetto di Pompeo non viene però catturato da Cesare che, peraltro, si impadronisce rapidamente di Corduba e vi fa mettere a morte l’incredibile numero di ventiduemilamila persone. Egli conquista, in seguito, Hispalis, dove un certo Philon organizza una breve resistenza, prima di portarsi a Gades, dove ritrova la sua flotta. Nello stesso tempo, Fabius riceve, intorno al 15 di aprile, la resa di Munda, quindi, assedia Urso (Osuna). Cnaeus Pompeo il Giovane, ferito a Munda, si è, nel frattempo, rifugiato a Cartela, porto di attracco della sua flotta (nei pressi della attuale Gibilterra o Algesiras), ma l’ostilità crescente della popolazione lo costringerà a fuggire a sua volta con 20 navi. Per mancanza di acqua egli è successivamente costretto a fermarsi ed a rifugiarsi con gli ultimi suoi fedeli presso i Lusitani, mentre Cesare incarica Didius di inseguirlo. Pompeo è in breve raggiunto dalle truppe del generale cesariano e dopo un ultimo tentativo di resistenza è costretto nuovamente a fuggire. Trova quindi rifugio in una caverna nascosta dell’interno, dove viene infine ritrovato e giustiziato. La regione è nondimeno ancora ben lungi dall’essere pacificata, come è provato dall’imboscata che i Lusitani tenderanno poi alle truppe di Didius, che morirà in combattimento.<br />
Cesare rimane tutto il mese di giugno nelle province spagnole e affida a Gaius Carrinas la carica di governatore della Spagna Ulteriore, con il compito di ristabilire l’ordine. Raggiunto da suo nipote Ottavio, che non è potuto arrivare in tempo per partecipare alle operazioni militari, Cesare convoca un’ultima volta i notabili locali ad Hispalis. Egli trova anche il tempo e la forza di scrivere un pamphlet l’<i>AntiCato</i> (l’anti Catone) per combattere, attraverso le idee questa volta, le tesi del suo avversario, morto ad Utica, ma ancora ideologicamente temibile, dopo che Cicerone ne aveva fatto un modello di virtù e di ideale repubblicano. Cesare rinforza ugualmente la presenza romana, creando delle nuove colonie civili ed accordando il diritto di città o di colonia romana alle città che le sono state fedeli: Carthago Nova, Tarraco (Tarragona) o ancora Olisippo (Lisbona). Il generale romano riprende, infine, il mare verso Roma nel corso della prima quindicina di luglio. In quel momento egli è al culmine della su potenza: “Dopo la battaglia di Munda, i Cesariani avevano il vento in poppa; il potere della nobilitas era cessato, i Pompeiani sconfitti, l’Italia pacificata e, se si eccettuano le agitazioni provocate da Celius e Dolabella, la capitale si era adattata al nuovo regime. Un sospiro di sollievo sale da tutte le province e la gloria di Cesare ha una grande eco dalla Spagna alla Giudea … … In tale contesto, i numerosi onori, accordati a Cesare dopo la battaglia di Munda, hanno contribuito largamente a compromettere la sua immagine.” (Zvi Yavetz, <em>Cesare e la sua immagine</em>).<br />
Il suo trionfo, celebrato in ottobre, segna l’ultima celebrazione della sua gloria, prima che la sua ascensione politica, così inedita e così completa, non determinerà il suo assassinio, qualche mese più tardi.<br />
Sebbene la vittoria di Munda consacri la vittoria dei Populares, essa non chiude il ciclo delle guerre civili, In un primo tempo il vincitore ottiene dal Senato tutto quello che vuole, la funzione di dittatore a vita, la potestà tribunizia, sebbene non sia stato ufficialmente eletto tribuno, la trasmissione ereditaria del titolo di <em>imperator </em>e il diritto di portarne in permanenza gli emblemi (corona di alloro e toga di porpora), di rimpiazzare con il suo nome gentilizio il quinto mese dell&#8217;anno, che così diventa luglio nella riforma del calendario. La dittatura a vita e l&#8217;attribuzione della porpora, alimentano sospetti di aspirazione alla monarchia, considerato come un crimine maggiore nella cultura politica romana e daranno vita ad una congiura, che porterà all&#8217;assassinio di Cesare alle idi di marzo dell&#8217;anno 44. In ogni caso, il suo sogno di monarchia sarà conseguito da suo nipote e vero figlio adottivo, Ottavio, che avrà, tuttavia, l&#8217;abilità di lasciare al Senato l&#8217;apparenza di un potere, instaurando il <em>Principatus </em>nell&#8217;anno 27, dopo aver eliminato definitivamente gli ultimi repubblicani ed anche i vecchi amici di suo zio, come Marco Antonio e Cleopatra VII d&#8217;Egitto.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Note<br />
</span></em></strong>[1] Il pretesto invocato da Cesare per l&#8217;inizio delle ostilità era quello di soccorrere Marco Antonio, allora Tribuno della Plebe, che era stata cacciato dal Senato, insieme ad ad altri <i>Populares</i>. I tribuni della Plebe, in numero di 10 per anno, erano stati istituiti agli inizi del -V secolo, subito dopo l&#8217;abolizione della monarchia; essi incarnavano un contro potere all&#8217;oligarchia senatoriale, in quanto un tribuno poteva opporsi a determinate decisioni dei consoli, in nome della difesa del popolo. Si trattava di una delle rare funzioni pienamente elettive, nell&#8217;ambito delle assemblee riservate al popolo: i Comizi tributi della Plebe. Il Tribunato della plebe ha rivestito nel corso della storia romana il ruolo di ascensore sociale e di integratore delle popolazioni italiche. Ma il limite al potere dei tribuni, tenuto conto del loro carattere di inviolabilità e di sacralità, era il territorio dell&#8217;Urbe, ovvero la stessa città di Roma; Sta di fatto che con Caio Mario, a suo tempo capo dei Populares, il reclutamento delle legioni era stati aperto ai volontari plebei, che si erano professionalizzati, stazionando per molto tempo nei territori conquistati e che erano rimasti fedeli ai loro generali comandanti vittoriosi;<br />
[2] Due legioni di veterani, una terza costituita da Romani stabilitisi in Spagna ed il resto composte da abitanti della Spagna ulteriore;<br />
[3] In teoria, la fine delle operazioni militari doveva comportare il congedamento, ma molti generali non rinunceranno al loro impiego (che nel frattempo ottenevano attribuzioni di terre per stabilirsi nelle nuove province), formidabile strumento di popolarità e mezzo di pressione sul Senato, specie se se i loro avversari non si attenevano alle regole della repubblica;<br />
[4] I due eserciti dal punto di vista equipaggiamento si assomigliano come due gemelli, La loro colona vertebrale é costituita dalla fanteria pesante delle legioni. Nel corso dell&#8217;ultimo secolo l&#8217;equipaggiamento si é standardizzato, in quanto risulta ormai fornito dallo Stato o dagli stessi capi militari: se la cotta di maglia risulta ancora troppo cara per essere generalizzata, tutti i soldati hanno almeno una piastra di protezione ed un grande scudo ovale, oltre a disporre del famoso <em>pilum</em>, il giavellotto pesante che si rompe nell&#8217;impatto e permette al legionario di obbligare il nemico ad abbassare il suo scudo, appoggiandolo sull&#8217;asta rimasta attaccata allo stesso.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più<br />
</span></em></strong>Appiano di Alessandria (95-165), <em>La Guerra Civile a Roma (De bellis civilibus volumi XIII-XVII);<br />
</em>Delbruck Hans Gottlieb, <em>History of the Art of War</em>, (1920), 4 volumi, University of Nebraska Press; Reprint edition, 1990;<br />
Dione Cassio, <em>Historia Romana;<br />
</em>Horst Eberhard, <em>Cesare;<br />
</em>Pseudo Cesare, <em>La Guerra di Spagna;<br />
</em>Gaio Svetonio Tranquillo, <em>De vita Cesarum (Vita dei dodici Cesari fino a Domiziano);<br />
</em>Velleius Paterculus, <em>Historia Romana;<br />
</em>Yavetz Zvi, <em>Cesare e la sua immagine.</em></p>
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		<title>TITO LABIENO, LUOGOTENENTE DI CESARE E POMPEO</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Dec 2022 17:08:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Max Trimurti - Spesso descritto come il braccio destro di Cesare in Gallia, Tito Labieno si rivelò oltre che un eccellente ufficiale anche un politico di spessore, leale tanto ai suoi capi quanto alla Repubblica. Qualità, quest’ultima, che lo trasformò nel peggiore nemico del suo migliore amico… ♦ L&#8217;ultimo &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Max Trimurti -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Spesso descritto come il braccio destro di Cesare in Gallia, Tito Labieno si rivelò oltre che un eccellente ufficiale anche un politico di spessore, leale tanto ai suoi capi quanto alla Repubblica. Qualità, quest’ultima, che lo trasformò nel peggiore nemico del suo migliore amico… </strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ultimo secolo della Repubblica romana è dominato dalla figura di capi militari prestigiosi, come Caio Giulio Cesare e Gneo Pompeo Magno o ancora Lucio Licinio Lucullus, sui quali i testi antichi mettono principalmente l&#8217;accento. Commetteremmo però un torto nel trascurare altri protagonisti, giudicati spesso secondari ma il cui ruolo e importanza nelle guerre romane di quest&#8217;epoca fu di fondamentale importanza. Fra questi emerge la figura Titus Labienus (99-45 a.C.), braccio destro di Cesare in Gallia, che in seguito, all&#8217;inizio della guerra civile, prenderà le armi contro il suo capo diventandone uno degli avversari più accaniti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma partiamo dall’inizio. Nel corso della guerra delle Gallie (58-51 a.C.) il proconsole Giulio Cesare è coadiuvato da diversi legati ai quali delega il comando di una parte delle truppe a seconda delle circostanze. La storia ci ha tramandato il nome di una decina di questi legati, il più famoso dei quali è dubbio Titus Labienus, il solo che abbia ricoperto in permanenza questo incarico a fianco di Cesare (come citato nel <em>De Bello Gallico</em>). Labienus ha contribuito in maniera decisiva ai successi di Cesare sugli Elvezi (giugno del 58), sui Belgi (estate del 57), sui Morini (ottobre del 55) e ancora sui Treviri (giugno del 53).<br />
Nel gennaio-febbraio del 53 egli riesce a resistere con sangue freddo all&#8217;accerchiamento del suo campo invernale da parte dei Treviri in rivolta, guidati da Induziomar, che sarà poi sconfitto e ucciso. In occasione della grande rivolta del 52, Labienus viene incaricato, con quattro legioni, dell&#8217;offensiva contro i Galli Senoni e contro i Parisii, ottenendo, in primavera, una grande vittoria nei pressi di Lutezia (Parigi). Poi, tra fine estate e inizio autunno aiuta Cesare nell’assedio di Alesia. La sua partecipazione a queste battaglie è dimostrato dai proiettili di fionde incise con il suo nome: una è stata scoperta sul sito di Sens e due altre, più recentemente, su quello di Alesia (attuale Alise-Sainte Reine) sul posto del Campo C, che viene chiamato ormai per questo motivo “il campo di Labienus”.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Da luogotenente fedele a transfuga</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Come prova di fiducia nel suo principale luogotenente, Cesare gli chiede di sostituirlo diverse volte. In tal modo l&#8217;intero esercito viene posto sotto i suoi ordini durante i quartieri invernali 58/57 presso i Sequani. Labienus comanda, in seguito, la parte dell&#8217;esercito rimasta sul continente in occasione della seconda spedizione di Cesare oltremanica nell&#8217;estate del 54. Infine, tocca a lui assumere la responsabilità della Gallia Cisalpina, nell&#8217;Italia del Nord, durante l&#8217;inverno 51/50.<br />
Tuttavia, quando Cesare decide di opporsi al Senato e condurre la guerra in Italia, attraversando il Rubicone con il suo esercito nella notte dell&#8217;11 gennaio del 49, Labienus entra a far parte di quelli che cambiano immediatamente di campo ed abbandonano il generale “rinnegato”. Egli raggiunge Pompeo nella Puglia, già dal 22 gennaio dello stesso anno, prende parte alla ritirata dall&#8217;Italia (febbraio-marzo), quindi, l&#8217;anno seguente, alle campagne d&#8217;Epiro e di Tessaglia. Presente all&#8217;assedio di Dyrrachium (Durazzo), del giugno-luglio 48, egli è uno di quelli che spingono Pompeo a dare battaglia nella piana di Farsalo, battaglia che determina l’inattesa sconfitta del campo senatoriale (9 agosto 48). Dopo la morte di Pompeo (28 settembre 48), mentre alcuni suoi sostenitori si schierano dalla parte di Cesare vittorioso, Labienus, in quanto legato di Quinto Cecilio Metellus Scipione Nasica, prosegue la lotta, prima in Africa, quindi, dopo la vittoria cesariana di Tapso (6 aprile 46), come legato di Sesto Pompeo, figlio di Pompeo Magno, nella Spagna ulteriore. Egli trova la morte nella cruenta battaglia di Munda (17 marzo 45), che segna il termine definitivo della guerra civile. Secondo Appiano di Alessandria (95-165 d.C.), la sua testa sarebbe stata presentata a Cesare, con quelle di altri capi pompeiani.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Dall&#8217;elogio al biasimo</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Occorre precisare, peraltro, che tutte queste informazioni relative all&#8217;azione di Labienus provengono, per la maggior parte, dai racconti di Cesare e da quelli dei suoi continuatori, essendo le altre fonti molto più succinte, se non quasi inesistenti. La nostra visione di Labienus, come capo militare, dipende molto da quanto rappresentato dai testi cesariani. In tale contesto, nel libro primo del <em>De Bello Gallico</em>, Cesare si attribuisce il merito della vittoria dell&#8217;Arar sulla tribù elvezia dei Tigurini, riportata nel giugno 58, mentre Plutarco ne attribuisce il merito a Labienus, senza dubbio perché il biografo segue, su questo punto specifico, una fonte diversa da Cesare. Non risulta, pertanto, sempre facile determinare con esattezza l&#8217;implicazione degli uni e degli altri nelle operazioni militari, così come sono state narrate. D&#8217;altronde, per ben due volte nel suo racconto, Cesare fa dire a Labienus, nelle arringhe indirizzate ai suoi legionari, che, sotto i suoi ordini, essi devono combattere come se fosse presente lo stesso proconsole in persona.<br />
E&#8217; necessario, soprattutto, tenere conto di un aspetto della documentazione. In effetti, la positiva presentazione di Labienus come legato capace e brillante riguarda i primi sette libri del <em>De Bello Gallico</em>, vale a dire testi redatti e pubblicati da Cesare prima della defezione del suo legato nel gennaio 49, mentre i racconti posteriori a questa defezione (i tre libri del <em>De Bello Civili</em>) o posteriori alla morte di Cesare (libro VIII del <em>De Bello Gallico</em>; la <em>Guerra d&#8217;Africa</em> e la <em>Guerra di Spagna</em>) offrono, al contrario, un ritratto di Labienus deliberatamente meno lusinghiero. Quelle che, a suo tempo, erano state presentate come qualità strategiche e tattiche si trasformano in difetti.<br />
In tal modo, i suoi principali successi, quelli che emergono nel dettaglio da Cesare nel <em>De Bello Gallico</em> nei libri V (la vittorio di Induziomaro), VI (la vittoria contro i Treviri) e VII (la vittoria di Lutezia contro Camulogeno), lo mettono in evidenza, ogni volta, come un capo la cui abilità nell&#8217;arte dello stratagemma merita elogi incondizionati. Per contro, nella <em>Guerra d’Africa</em>, il continuatore anonimo tratteggia ormai Labienus come un avversario sleale e inefficace, i cui tentativi di imboscate vengono sistematicamente sventati, uno dopo l&#8217;altro, da Cesare. La figura del traditore ha il sopravvento su quella del generale talentuoso. Mentre, nel <em>De Bello Gallico</em>, il proconsole dichiara, a più riprese, di fidarsi completamente del giudizio del proprio legato. I racconti sulla guerra civile insistono, al contrario, sull&#8217;obnubilamento di Labienus: è lui che sottovaluta la qualità delle forze cesariane prima dello scontro di Farsalo o prima della battaglia di Ruspina in Africa; è ancora lui che perde, per due volte, l&#8217;occasione di sfruttare una sconfitta delle truppe avversarie per mettere un termine definitivo alla guerra, a Dyrrachium, quindi agli inizi della campagna d&#8217;Africa.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Uomo di Stato prima ancora che soldato  </b></h3>
<p style="text-align: justify;">Di fronte a tali contraddizioni che riflettono con evidenza un punto di vista fazioso, non risulta facile per gli storici moderni individuare con esattezza i contorni del valore militare di Labienus. Una qualità, questa, che nei contemporanei non veniva minimamente messa in discussione. Nonostante la sua posizione ideologica, l&#8217;autore anonimo della <em>Guerra d’Africa</em> riconosce, in questo contesto, che i numerosi cavalieri ausiliari galli e germani dell&#8217;esercito pompeiano, famosi per il loro valore, avevano seguito Labienus in ragione della sua indiscussa autorità. Per quanto concerne Cicerone, questi afferma, in una lettera al suo segretario Marco Tullio Tirone del 27 gennaio del 49, che Labienus è quello che, nell&#8217;esercito di Cesare, godeva della massima autorità e prestigio.<br />
Principalmente citato nelle nostre fonti attraverso i comandi esercitati per un periodo di nove anni di guerra in Gallia e in cinque anni di guerra civile, Labienus viene talvolta considerato un esempio di ufficiale di carriera (<em>vir militaris</em>), una nuova categoria di cittadini la cui comparsa è spesso datata (a torto) al I secolo a.C. In quest&#8217;epoca, i quadri superiori dell&#8217;esercito romano provengono effettivamente dall&#8217;aristocrazia, che alterna responsabilità militari a cariche civili: l&#8217;uomo di Stato ideale per i Romani resta colui che è capace, quando necessario, di dare prova del suo valore come soldato e come comandante in guerra.<br />
Labienus non fa eccezione a questa regola. Quando viene scelto da Cesare come legato nel 58, egli è già un senatore esperto e di alto rango, conosciuto per le sue prese di posizione politiche. Nel 63, nelle vesti di Tribuno della Plebe, egli è all&#8217;origine di un clamoroso processo intentato contro Gaio Rabirius: Cesare induce Labienus ad accusare il senatore Gaio Rabirius di essere stato coinvolto, 37 anni prima, nell&#8217;assassinio del suo avversario politico Lucio Saturninus – omicidio di cui lo zio dell&#8217;accusatore era stato vittima collaterale. La manovra consente a Cesare di rinforzare il potere popolare a danno del Senato. Rabirius, difeso da Marco Tullio Cicerone, viene, alla fine, esiliato.<br />
Labienus fa votare, inoltre diverse leggi, fra cui un&#8217;importante riforma del sistema elettorale che consente, ancora a Cesare, di diventare <i>Pontifex Maximus</i>, il primo magistrato religioso di Roma. Appare evidente che questi affari siano stati alla base dell&#8217;amicizia fra i due uomini.<br />
Non si conoscono bene le tappe della sua traiettoria politica, ma si concorda in genere sul fatto che, fra il 61 e il 59, ovvero poco prima della partenza di Cesare per la Gallia, Labienus sia stato nominato Pretore<i>, </i>una magistratura fra le più importanti dopo il Consolato e alla quale non tutti i senatori riescono ad accedere. Egli, d&#8217;altronde, non è il solo pretore anziano fra i legati cesariani in Gallia: Quinto Cicerone, fratello dell&#8217;oratore, aveva anch&#8217;egli ricoperto questa magistratura nel 62 in contemporanea con Cesare. Pertanto, il subordinato di Cesare non è un uomo qualsiasi, anche se, derivato da una famiglia equestre del <i>Picenum</i> (provincia a sud di Ancona), non appartiene alla più alta aristocrazia del suo tempo. Si sa, inoltre, attraverso una lettera da Cicerone a Tito Pomponio Attico del dicembre 50, che Labienus aveva accresciuto la sua fortuna in maniera considerevole durante il periodo trascorso in Gallia a fianco di Cesare. Questo fatto gli aveva permesso di finanziare, a sue spese, importanti lavori nella città di Cingulum (Cingoli), da dove era certamente originaria la sua famiglia (fatto che non impedirà alla città stessa di schierarsi dalla parte di Cesare sin dal gennaio del 49).<br />
Labienus è, dunque, un senatore ricco e influente, un uomo politico in vista, “uno dei migliori amici di Cesare”, secondo le parole di Plutarco, che lo asseconda piuttosto che affrontarlo. La sua esperienza militare non sembra essere stata diversa da quella dei membri dell&#8217;aristocrazia cui apparteneva. A tal riguardo le fonti risultano meno esplicite, evocando solamente un servizio militare agli ordini di Publio Servilio Vatia, l&#8217;Isaurico, governatore della Provincia di Cilicia fra il 78 e il 74 a.C. e durante il quale egli ha potuto fare la conoscenza del giovane Cesare, presente agli ordini di Servilio nell&#8217;anno 78. Acquisite le competenze necessarie per il comando, in parte per mezzo di letture e attraverso l&#8217;osservazione dei colleghi più anziani sul terreno, Labienus forgia sul campo le sue qualità. Il lungo periodo passato da Labienus nell&#8217;esercito, a partire dall&#8217;anno 58, si qualifica in primo luogo come il frutto di relazioni personali che egli aveva allacciato con il proconsole dei Galli, quindi da circostanze particolari della guerra civile, piuttosto che da una forma di specializzazione nel mestiere delle armi, estranea alla mentalità aristocratica del tempo.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Servitore della Repubblica</b></h3>
<p style="text-align: justify;">In questa prospettiva e contrariamente a quanto, a volte, si legge, la defezione di Labienus agli inizi della Guerra Civile non deve essere intesa come il risultato di un semplice obbligo clientelare nei confronti di Pompeo o come un gesto di stizza di un soldato di mestiere che si reputava poco considerato dal capo, ma come una presa di posizione politica decisa da parte di un membro rispettato della classe dirigente romana.<br />
Rinnegando e sconfessando pubblicamente Cesare, il suo principale legato avrà forse inteso far passare il messaggio che nessuna amicizia avrebbe avuto il sopravvento sull&#8217;idea che egli si era costruito della legalità repubblicana. Questo, in effetti, era stato ben capito da Cicerone, che in diverse lettere ad Attico, risalenti alla fine del gennaio del 49, saluta con entusiasmo il senso civico di colui che viene qualificato come “eroe” e “grand&#8217;uomo”.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più<br />
</span></em></strong>Le Bohec Yannik, <em>Cesar, chef de guerre</em>, Texto, 2019;<br />
Stringer G. P., <em>Cesar and Labienus: a reevaluation of Cesar&#8217;s most important Relationship in De Bello Gallico</em>, New England Classical Journal n. 44, 2017;<br />
Ramini Antonio, <em>Tito Labieno, legato di Cesare</em>, in «L’Ippogrifo», n. 1, I (1984).</p>
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		<title>ROMA E LA CONQUISTA DELLA BRITANNIA</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Jan 2016 04:13:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi - Nel mondo romano, l’occupazione dell’isola viene considerata come la conclusione logica dopo la conquista della Gallia. Nell’agosto del 55 a.C. una flotta romana appare al largo delle coste inglesi. Le truppe sono al comando di Giulio Cesare. Circa due millenni fa, il mondo civilizzato occidentale &#8211; &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Massimo Iacopi -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Nel mondo romano, l’occupazione dell’isola viene considerata come la conclusione logica dopo la conquista della Gallia. Nell’agosto del 55 a.C. una flotta romana appare al largo delle coste inglesi. Le truppe sono al comando di Giulio Cesare.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Circa due millenni fa,</strong> il mondo civilizzato occidentale &#8211; dominato per la gran parte da Roma &#8211; si articolava intorno al Mediterraneo. Gli eserciti romani, le migliori forze militari del tempo, avevano occupato in successione tutti i paesi di quest&#8217;area. Al di là di questa, si trovano territori molto poco conosciuti e, secondo il pensiero delle popolazioni del Mediterraneo, abitati da popoli primitivi, senza cultura e pericolosamente aggressivi. I cosiddetti “barbari”.<br />
Tuttavia, i Romani conoscono le incursioni di questi popoli da lungo tempo, in particolare quelle dei Galli la cui regione, all’epoca, inglobava l’insieme dei territori a ovest del Reno. Nel 390 a.C. i Galli stanziati nel nord della penisola italiana sono arrivati persino a saccheggiare Roma, senza riuscire però a conquistare la fortezza del Campidoglio. Tre secoli e mezzo più tardi, la potenza romana risulta in piena espansione e la sua attenzione si orienta ormai verso la Gallia. Il sud di questo paese, parzialmente civilizzato già dai Greci, è successivamente diventato una provincia romana. Più a est si trovavano altre regioni sconosciute e abitate da barbari: a nord dell’attuale Italia, Austria e del Danubio nei Balcani.<br />
Per gli strateghi romani alla vigilia della nascita dell&#8217;’Impero queste aree rappresentano una sfida di grande ampiezza. Nel Medio Oriente e verso est, l’Impero persiano costituisce una minaccia costante, seppure sia un rivale civilizzato e abbastanza lontano. Incursioni da parte di guerrieri barbari in cerca di bottino e di saccheggio nel cuore dell&#8217;Europa erano, invece, fenomeni purtroppo costanti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Secondo le conoscenze geografiche dell’epoca,</strong> se si riuscisse a rendere sicure e mantenere le frontiere dell’Impero lungo il Reno e il Danubio si otterrebbe, a quel punto, una linea difensiva che inizia sulle rive dell’Oceano Atlantico a est della Manica e che termina sulle rive est del Mar Nero. Non si tratta, in effetti, di un piano strategico elaborato a tavolino, ma piuttosto del frutto di una lunga pianificazione della politica da seguire, che tiene conto delle conquiste e degli avvenimenti politici nel corso della storia romana. In quanto tale, si tratta di un programma difensivo considerevole che impegnerà gli eserciti e i governi di Roma per un periodo di alcuni secoli.<br />
Per arrivare a tale scopo, era inizialmente necessaria una politica offensiva che si è tradotta con l’invasione e l’occupazione da parte dell’esercito romano di tutto lo spazio a ovest e a sud di questa linea Reno-Danubio. Circa alla metà del I secolo a.C. la maggior parte della frontiera che costeggia il Danubio risulta in via di romanizzazione. Per contro, la frontiera ovest resta per la gran parte in territorio barbaro, popolato da Galli e, a est del Reno, da Germani.<br />
A partire dall’anno 58 a.C., la nomina del console Giulio Cesare a Governatore della Gallia e dell’Illiria verrà a trasformare la situazione strategica. L’ambizione di Cesare è quella di conquistare la Gallia dei Barbari fino al Reno e annetterla ai domini di Roma. Così facendo, egli si coprirà di gloria, tanto da rivaleggiare vantaggiosamente sul terreno politico con il console Gneo Pompeo, già salutato come conquistatore dell’Oriente. Cesare si rivela, a quel punto, un generale eccezionale: eccellente tattico, capo giusto e convinto della necessità di una stretta disciplina, egli valuta perfettamente l’importanza della logistica per le sue truppe. L’organizzazione che mette in opera in questo settore gli assicurerà la supremazia sul nemico. Dopo otto anni, nonostante una resistenza accanita e spesso eroica da parte delle popolazioni galliche, Cesare riesce a conseguire il suo obiettivo e nel periodo successivo tutta la Gallia verrà romanizzata. La sua frontiera est diventerà il Reno.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Cesare in Britannia</h3>
<div id="attachment_4211" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/12/Giulio-Cesare-sbarca-in-Britannia-incisione-di-Edward-Armitage4.png"><img class=" wp-image-4211 " alt="Giulio Cesare sbarca in Britannia, incisione di Edward Armitage" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/12/Giulio-Cesare-sbarca-in-Britannia-incisione-di-Edward-Armitage4.png" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Giulio Cesare sbarca in Britannia, incisione di Edward Armitage</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Cesare, durante le sue campagne nel nord, arriva sulle rive della Manica. Egli sa senza dubbio che esiste una grande isola denominata Britannia; avrà certamente osservato, come anche le sue truppe, le bianche falesie di Dover, visibili dalla costa francese quando il tempo è clemente.<br />
Al tempo di Giulio Cesare ben poche informazioni affidabili su tali aree risultano conosciute nel mondo romano. Si sa, ad esempio, che esse sono abitate da “barbari” verosimilmente feroci, somiglianti ai Galli. La Britannia gode di grande fama per le sue miniere di stagno, di piombo e di ferro, oltre che per la produzione di grano. Il commercio, la cultura, le credenze religiose, le istituzioni politiche e i legami di parentela collegano strettamente il sud della Bretagna con il nord della Gallia. Questo spiega anche perché numerosi Belgi si siano insediati soprattutto nel sud dell’isola. Cesare, durante le sue campagne nella Gallia, si informa nel dettaglio sulla Bretagna e sui Bretoni. I seguenti paragrafi tratti dai suoi <em>Commentari</em>, costituiscono le migliori informazioni sul paese e sui suoi abitanti a quel tempo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>«La parte interna della Bretagna</strong> è abitata da popoli che si dice, secondo la tradizione, nati nella stessa isola, e il litorale da razze venute dalla Belgica per saccheggiare e combattere e che, quasi tutti hanno conservato il nome delle città da cui provengono; dopo aver portato la guerra in Bretagna, tali popolazioni vi si sono insediate e si sono messe a coltivare. La popolazione è considerevole: le abitazioni sono molto numerose e più o meno simili a quelle dei Galli e vi si incontra una grande quantità di bestiame. Gli abitanti si servono di pezzi di cuoio, di monete d’oro o di placche di ferro, il cui valore è determinato dal peso. Nella parte centrale dell’isola si trova il piombo bianco (stagno) e nella parte vicina alle coste si ricava il ferro, ma in limitata quantità. Il rame, di cui si servono, viene importato dall’esterno. Ad eccezione del faggio e del pino, le varie specie di alberi sono le stesse della Gallia. Essi credono che non sia permesso di mangiare la lepre, il pollo e l’oca e tuttavia li allevano per piacere e per divertimento. Il clima risulta più temperato di quello della Gallia e il freddo meno vivo.<br />
L’isola ha la forma di un triangolo, di cui uno dei suoi lati fronteggia la Gallia e uno degli angoli questo stesso lato, verso il paese del Kent (sud est dell’Inghilterra) e dove tutte le navi attraccano, arrivando dalla Gallia, è orientato verso est, mentre l’angolo inferiore guarda a mezzogiorno. L’isola, in questa parte, si estende per una lunghezza di circa 500 mila passi. L’altro lato del triangolo guarda la Spagna e il ponente e nella stessa direzione si trova l’Hibernia (Irlanda), la cui dimensione è valutata circa la metà della Bretagna e che è separata da questa da un braccio di mare uguale in larghezza a quello che separa la Bretagna dalla Gallia. Un’isola chiamata Mona (l’isola Anglesey) è situata nel mezzo di questo stretto; si pensa che vi siano diverse altre isole più piccole; qualche scrittore, parlando di queste isole, dice che in inverno, esse rimangono per trenta giorni consecutivi immerse nelle tenebre. Noi abbiamo cercato di avere maggiori informazioni su questo aspetto senza avere nessun risultato significativo e ci siamo assicurati solamente, secondo misure esatte prese per mezzo della clessidra, che le notti sono più corte che sul continente. Questa lato dell’isola, secondo alcuni scrittori con cui abbiamo parlato è lungo circa sette cento mila passi. Il terzo lato del triangolo è orientato verso nord e non esiste alcuna terra di fronte, solo che uno degli angoli è direttamente orientato sulla Germania. Si attribuisce a questa terza parte dell’isola una lunghezza di 800 mila passi e in modo che l’isola ha nel suo insieme una circonferenza di circa 20 volte cento mila passi».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>«Di tutti i popoli della Bretagna,</strong> quelli che abitano la regione di Kent, posta sul litorale risultano molto più civilizzati: essi hanno all’incirca gli stessi costumi del Galli. La maggior parte delle popolazioni dell’interno non coltivano la terra; esse vivono di latte e di carne e sono vestiti di pelli. I Bretoni si passano sulla pelle dei colori pastello che da loro una pelle color azzurro e rende il loro aspetto ancora più orribili sul campo di battaglia. Essi portano i capelli pendenti e si rasano tutte le altre parti del corpo, ad eccezione della testa e del labbro superiore. Le stesse donne sono in comunità a dieci o a dodici per volta e questa promiscuità avviene soprattutto frequente fra i fratelli, così come fra i padri e i figli; per quanto riguarda i figli, che nascono da questi amori, essi vengono considerati come appartenenti a quelli che hanno ricevuto per primi nella loro casa la madre, ancora ragazza».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’interesse di Cesare nasce dal fatto</strong> che egli sta valutando l’ipotesi di una incursione in quella terra. Nel mondo romano, l’occupazione dell’isola viene considerata come la conclusione logica dopo la conquista della Gallia. Nell’agosto del 55 a.C. una flotta romana appare al largo delle coste inglesi. Essa trasporta la 7a e la 10a Legione, per un totale di circa 10 mila uomini. Le truppe sono al comando di Cesare che ha trionfato nella Gallia e che desidera continuare i suoi successi oltre Manica. Ma i Bretoni l’attendono a piè fermo e lo stesso sbarco dei legionari romani viene fortemente disturbato dalle migliaia di guerrieri riuniti sulla spiaggia. Molti legionari risultano esitanti, temendo non solo il nemico, ma anche la profondità del mare. Alla fine, secondo il racconto di Cesare, l’aquilifero della 10a Legione grida: «dopo aver invocato gli dei affinché la legione abbia l’onore del successo: compagni – dice – saltate in acqua, se non volete lasciare l’aquila della legione al nemico; per quanto mi riguarda certamente avrò fatto il mio dovere nei confronti della Repubblica e il generale. Dopo queste parole, pronunciate con voce forte, il legionario si slancia dalla nave e porta l’aquila verso il nemico. A quel punto i nostri, esortandosi mutualmente a non accettare questo affronto, si gettano tutti fuori dal vascello. A questa vista, quelli delle navi vicine li seguono e marciano contro il nemico». Le navi abbordano le rive e migliaia di legionari romani mettono piede per la prima volta sul suolo britannico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cesare deve affrontare una resistenza accanita;</strong> egli rimane particolarmente impressionato dai combattimenti condotti dai carri bretoni: «Ecco la loro maniera di combattere con i carri: Inizialmente essi li fanno correre su tutta la fronte lanciando dei giavellotti e con la sola paura che ispirano i cavalli e il rumore delle ruote, essi riescono spesso a infrangere i ranghi della legione. Quando essi riescono a penetrare nell’unità, essi saltano dai loro carri e combattono a piedi. I conduttori a poco a poco escono dalla mischia e schierano i loro carri in modo tale che se i combattenti risultano pressati dalla superiorità avversaria, essi possano facilmente risalire su di essi. In questo modo essi riuniscono nel combattimento l’agilità del cavaliere alla fermezza del fante; e tale risulta l’effetto dell’abitudine e dei loro esercizi giornalieri, che persino, lungo ripide pendenze essi sanno arrestare i loro cavalli al galoppo, moderarli e cambiare immediatamente direzione, correre sul timone, tenersi aggrappati al giogo e, da questa posizione, slanciarsi rapidamente nei loro carri».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’esercito bretone viene sconfitto,</strong> ma non distrutto. Tenuto conto dell’approssimarsi della stagione fredda e la resistenza ancora viva di numerosi guerrieri bretoni, Cesare decide, a quel punto, di ritirare il suo esercito in Gallia. L’anno seguente (54 a.C.) il generale romano ritorna in Inghilterra alla testa di circa 25 mila uomini, ovvero cinque legioni e la sua cavalleria. La resistenza risulta altrettanto vigorosa di quella dell’anno precedente, ma ancora una volta i Bretoni vengono sconfitti, ma anche questa volta non vinti definitivamente. Cesare e il suo esercito arrivano fino al Tamigi, si fanno consegnare degli ostaggi e ottengono vantaggi commerciali e alla fine dell’estate, decidono comunque di evacuare la Bretagna.Secondo Cesare, la Britannia non merita di diventare una provincia romana, essendo popolata da barbari senza grande rilievo e, per di più, senza ricchezze. Va in ogni caso sottolineato che gli ufficiali romani sono convinti che, tenuto conto della ferocia e della tenacia dei guerrieri bretoni, il paese non può essere mantenuto con poche forze. In effetti le legioni romane devono sorvegliare non solo le frontiere del Reno ma anche le popolazioni della Gallia e questi ultimi potrebbero sollevarsi di nuovo di fronte ad una diminuita presenza romana sul territorio.</p>
<h3 style="text-align: justify;">La conquista definitiva della Britannia</h3>
<div id="attachment_4208" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/12/La-conquista-della-Britannia-43-84-.jpg"><img class=" wp-image-4208 " alt="La conquista della Britannia (43-84)" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/12/La-conquista-della-Britannia-43-84-.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>La conquista della Britannia (43-84)</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">La Britannia, assente dall’universo romano per circa un secolo, ritorna a essere l’oggetto delle ambizioni territoriali romane nell’anno 41 d.C., quando l’imperatore Claudio accede al trono (41-54). A quest’epoca, risulta organizzata, già dal regno dell’imperatore Augusto (27 a.C.-14 d.C.), la struttura di un vero esercito imperiale. Lo schieramento delle unità imperiali ha assunto una disposizione territoriale tale da coprire l’insieme dell’Impero, secondo i settori (fronti) dell’interno (Italia, Illiria, Dalmazia, Macedonia), del nord (Gallia, frontiere del Reno e del Danubio), dell’est (Medio Oriente e Palestina) del sud (Egitto, Africa), della Spagna (regione autonoma).<br />
All’inizio del regno di Claudio, il settore del nord conta 19 legioni, delle quali 11 risultano schierate lungo il Reno e in Gallia. Gli altri settori dell’Impero contano complessivamente 10 legioni, per un totale di 19 Legioni in tutto l’Impero. Tutto questo senza contare le truppe ausiliarie e la cavalleria, Pertanto, riunire un potente esercito per conquistare la Britannia non costituisce effettivamente un problema enorme. Questo è infatti quello che avviene nell’anno 43, quando numerose navi romane sbarcano un corpo di spedizione romano nel sud dell’isola. Il contingente conta circa 40 mila uomini al comando del senatore e generale Aulo Plautius. L’imperatore Claudio si trova sul posto, ma preferisce affidare il comando delle operazioni ai generali. Gli effettivi dell’esercito d’invasione comprendono le seguenti legioni: la 2a (Augusta), la 9a (Hispana), la 13a (Gemina Martia Victrix) e la 20a (Valeria Victrix). Queste unità speciali vengono supportate da 20 mila soldati “auxilia” (auxiliares) dell’esercito regolare romano. Questi ausiliari forniscono un prezioso sostegno alla fanteria pesante delle legioni, in quanto le loro coorti sono formate da fanteria leggera e cavalleria.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La resistenza britannica di fronte a questa invasione</strong> si traduce nella riunione di circa 17 mila guerrieri a Medway sotto il comando dei capi Caracatos e Togodumnus, che vengono attaccati dai 24mila uomini di Aulo Platius. Il combattimento risulta feroce e dura due giorni, ma la superiorità tattica e tecnica dell’esercito romano è senza appello. Le perdite dei Bretoni vengono stimate intorno ai 5 mila uomini e quelle dei Romani ad appena 850 uomini. Il capo Togodumnus scompare dalla scena e l’esercito romano conquista facilmente il sud della Britannia. Caracatos continua la resistenza nell’ovest, mentre l’imperatore Claudio rientra a Roma. La campagna si conclude con un pieno successo e, una volta decisa l’occupazione del paese, Claudio viene onorato del titolo di “Britannicus”. Nel periodo successivo le truppe romane riescono a catturare Caracatos, che decide di fare atto di sottomissione a Roma, davanti alla coppia imperiale. I Romani, metodicamente, estendono la loro conquista; nell’anno 47 il generale Vespasiano invade il Galles, che viene conquistato dopo una resistenza, accanita.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Ribellioni ed espansioni</h3>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, per certi aspetti, la sottomissione dei Britannici non è che apparente e numerose ribellioni si verificano un po’ dappertutto. Nel 60 d.C. una rivolta più importante mette in grave difficoltà i Romani: Baodicea (Baudicca), regina delle tribù degli Iceni, assume la guida di una grande rivolta. Le tre legioni romane nel paese vengono prese alla sprovvista e i fautori di Baodicea ottengono numerosi successi, che si trasformano in massacri su grande scala. «Essi hanno braccato e circondato i nostri soldati sparsi nei fortini &#8211; ci dice Tacito – hanno distrutto le nostre guarnigioni, hanno invaso la colonia (romana), simbolo per essi di asservimento. La collera dei vincitori non rinuncia a nessuna forma di crudeltà tipica dell’animo dei Barbari».<br />
Alla fine, le truppe romane riescono a riunirsi e a vincere i guerrieri bretoni in un’epica battaglia e la regina, vinta, si suicida. Ci si può domandare come qualche decina di migliaia di soldati romani siano riusciti ad avere ragione di una moltitudine di coraggiosi guerrieri bretoni (alcuni cronisti valutano il loro numero a più di 100 mila).<br />
La tecnica della “macchina militare” romana riveste un ruolo molto importante, associata a un altro elemento: la costruzione di strade. Dopo il loro arrivo, i romani organizzano nell’isola una infrastruttura fino ad allora inesistente; si tratta principalmente di solide “vie romane” pavimentate, che costituiscono un sistema di comunicazioni, scaglionato da fortini, che si irradia attraverso il sud e il centro del paese. Queste strade convergono su un punto centrale: Londinium (Londra), che diventa il centro principale di rifornimento e il più importante centro commerciale della Britannia.</p>
<p><strong>L’espansione romana raggiunge il suo apogeo</strong> negli anni 78-84. Gnaeus Julius Agricola è a quel tempo il governatore romano della Britannia; si tratta di un soldato esperto che conosce il paese, in quanto ha comandato la 20a Legione. Il sud del paese diventa più tranquillo e si romanizza. Secondo Tacito, Agricola «dà preferenza al genio naturale dei Bretoni rispetto al quello colto dei Galli; di modo che questi popoli, che prima disdegnavano la lingua dei Romani, diventano appassionati per la loro eloquenza. Per la stessa ragione, l’abbigliamento romano diventa comune e la toga risulta in auge. In maniera impercettibile essi adottano le delicatezze dei nostri vizi, i bagni, i portici ed i pasti sontuosi».<br />
Tuttavia, il nord dell’isola risulta ancora non sottomesso e barbaro e da quelle regioni provengono numerosi raid sulle comunità del sud che si stanno romanizzando. Agricola, che dispone di quattro legioni e di truppe ausiliari, decide quindi di marciare a nord e invade la Caledonia (Scozia). La campagna è dura e difficile, ma coronata da successo (anno 83) con la disfatta dei Caledoniani nella battaglia di Monte Graupius. In ogni caso, quando Agricola viene richiamato a Roma, nell’84, i suoi successori decidono di non occupare stabilmente questo territorio montagnoso.<br />
In tale contesto, viene deciso di stabilire una linea di difesa nel nord dell’Inghilterra al fine di bloccare le incursioni di questi temibili guerrieri caledoniani. Ma non viene effettuato nessun lavoro campale e per decenni, bande di Caledoniani effettueranno incursioni nella parte romanizzata del paese. Nonostante la presenza di quattro legioni e di truppe ausiliarie i Romani non riescono a debellare questa minaccia per le popolazioni del sud.<br />
L’esercito romano cerca, comunque, di adattarsi. La sua struttura prevede non solo la fanteria delle legioni, ma anche le coorti di cavalleria, nella speranza di poter disporre di uno strumento adatto a intercettare e cacciare i guerrieri caledoniani che si avventurano nel sud. Tuttavia, l’esercito romano non risulta completamente schierato sulla frontiera nord del paese. Esso ha anche il compito di sorvegliare il resto del territorio per assicurare la “pax romana”. La minaccia di rivolta dei Britannici, anche se non può essere esclusa a priori, diventa meno probabile col passare del tempo, in quanto la popolazione dell’isola scopre i vantaggi della civiltà romana.<br />
All’epoca dell’imperatore Traiano (98-117) risultano stanziate in Britannia tre legioni, su di un territorio relativamente ridotto. Con il tempo e la romanizzazione delle popolazioni, la minaccia di rivolta dei Galli e dei Bretoni si attenua gradualmente. Questo spiega la riduzione degli effettivi romani, anche se va evidenziato che il numero delle legioni romane nell’isola di Britannia rimane comunque importante rispetto all’estensione del territorio da controllare. Non vi è dubbio che con questa disposizione lo stato maggiore imperiale considera ancora la Britannia come una zona particolarmente vulnerabile.<br />
Le tre legioni presenti nell’isola sono acquartierate in grandi basi permanenti. La 2a Augusta si trova ad Isca (a Caerleon, presso Exeter nel sud-ovest), la 6a Victrix è nel nord-est ad Eburacum (York) e la 20a Valeria Victrix a nord-ovest a Deva (Chester). Queste due ultime legioni sono dislocate in maniera da poter marciare rapidamente verso nord in modo da dare man forte alle truppe ausiliarie, che sorvegliano la linea di difesa relativamente flessibile che attraversa il paese dalla baia di Solway, a ovest, fino al mare del Nord, a est.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Il “limes” e il muro</h3>
<div id="attachment_4207" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/12/La-Britannia-settentrionale-al-tempo-della-costruzione-del-vallo-di-Adriano.jpg"><img class=" wp-image-4207 " alt="La Britannia settentrionale al tempo della costruzione del vallo di Adriano" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/12/La-Britannia-settentrionale-al-tempo-della-costruzione-del-vallo-di-Adriano.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>La Britannia settentrionale al tempo della costruzione del vallo di Adriano</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Nell’anno 122 l’imperatore Adriano (117-138) visita la Britannia, Vi ordina alcune riforme amministrative al fine di sanare la gestione del paese. Per quanto riguarda la frontiera del nord, considerata come vero e proprio “colabrodo”, ordina, secondo quanto narra la cronaca di Aelius Spartianus, la costruzione di un muro «al fine di separare i Barbari dai Romani». Si tratta, effettivamente, di impedire definitivamente le incursioni dei barbari Caledoniani verso il sud. La costruzione, in definitiva, di quello che sarà chiamato “muro di Adriano”, che avrà inizio poco dopo. Si tratta di un’opera difensiva che rientra nella logica della strategia militare dell’imperatore e che viene applicata all’insieme del mondo romano.<br />
In tale contesto, Adriano, per meglio garantire la sicurezza delle frontiere, preconizza l’organizzazione dei “limes”, una sorta di percorsi di pattugliamento regolare ed organizzato lungo le frontiere. Le frontiere vengono di norma protette per mezzo di palizzate di legno o, più raramente, da muri in pietra, il tutto punteggiato da forti e torri. In determinati casi, è la stessa strada che individua e costituisce la linea di difesa. In questa ottica, verranno organizzati dei “limes” di migliaia di chilometri lungo la frontiera nord. Si tratta di quelli della Germania, del Danubio e della Britannia. La frontiera orientale comprende quelli dell’Armenia, della Cappadocia (nell’attuale Turchia), della Mesopotamia e dell’Arabia (fra l’Eufrate e il Mar Rosso).<br />
In Britannia, la situazione, considerata abbastanza pericolosa, suggerisce la costruzione di un muro di pietra che attraversa il paese per una lunghezza di 117 chilometri. Questa fortificazione viene dotata di tutte le novità dell’arte militare romana dell’epoca, con un’imponente muraglia, numerosi “castelli”, torri, fossati e, naturalmente, strade. Il tutto inizia da Solway sull’oceano Atlantico fino alla foce del Tyne sul mare del Nord. Grazie ad un dispositivo di questa portata, molto più importante di quello realizzato negli altri “limes” che circondano l’Impero, Roma spera finalmente di bloccare le incursioni dei feroci Caledoniani.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span> </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Cristiano Bettini, <em>Oltre il fiume oceano. Uomini e navi romane alla conquista della Britannia</em> &#8211; Laurus Robuffo, 2015<br />
Leonard Cottrell-Coward-McCann, <em>The Great Invasion</em> &#8211; New York, 1962.<br />
Tacito, <em>Historiae, Annali e De vita et moribus Iulii Agricolae</em>.<br />
John Manley,<em> A.D. 43</em> &#8211; Tempus, 2002.<br />
Peter Salway, <em>Roman Britain</em> &#8211; Oxford, 1986.</p>
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