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	<title>Storia in Network &#187; Geopolitica &#124; Storia in Network</title>
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	<description>Magazine di divulgazione storica</description>
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		<title>IL MEDITERRANEO OCCIDENTALE TRA XIX E XX SECOLO</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Sep 2025 06:54:19 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Africa settentrionale]]></category>
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		<description><![CDATA[di Pietro Silva - L&#8217;espansionismo europeo in Africa settentrionale nella seconda metà del XIX secolo trasferì nei territori del Maghreb la politica di potenza di Inghilterra, Francia, Germania e Italia. L’apertura del canale di Suez e le mire francesi su Tunisia e Marocco crearono dissidi in cui, a partire dal &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Pietro Silva -</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>L&#8217;espansionismo europeo in Africa settentrionale nella seconda metà del XIX secolo trasferì nei territori del Maghreb la politica di potenza di Inghilterra, Francia, Germania e Italia. L’apertura del canale di Suez e le mire francesi su Tunisia e Marocco crearono dissidi in cui, a partire dal 1882, si incuneò la Triplice Alleanza e l’ambizione coloniale italiana. Non si realizzò mai, invece, un sistema mediterraneo italo-spagnolo che ponesse le vie occidentali del grande mare sotto il controllo delle due nazioni. Studioso di storia diplomatica, Pietro Silva (1887-1954) fornisce in questo saggio un affresco ancora attuale di quelle vicende solo apparentemente lontane. </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">·</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La formazione dell&#8217;Italia in grande Stato indipendente</strong> che, fatalmente, doveva avere e sviluppare una propria politica mediterranea, coincise con avvenimenti dai quali derivò un aumento dell&#8217;importanza del Mediterraneo e dei suoi problemi: l&#8217;apertura del canale di Suez e lo sviluppo di una politica espansionista nei paesi dell&#8217;Africa settentrionale da parte dell&#8217;Inghilterra e della Francia. L&#8217;apertura del canale, che creava una nuova via marittima verso le Indie, pose necessariamente alla politica inglese il problema del controllo su tale via, e quindi il problema dell&#8217;Egitto, nel quale l&#8217;Inghilterra urtava contro gli interessi della Francia, che dai tempi di Mehemet-Alì, anzi da quelli di Bonaparte, era abituata a considerare l&#8217;Egitto nella propria zona di influenza mediterranea. Quando il progetto dei lavori per l&#8217;apertura del canale fu concretato, Palmerston disse che, se si costruiva il canale, l&#8217;Inghilterra sarebbe stata costretta ad occupare l&#8217;Egitto, per difendere l&#8217;India. Negli anni immediatamente consecutivi al compimento dell&#8217;opera, si iniziò infatti la realizzazione della profezia dell&#8217;uomo di Stato britannico: nel 1785 l&#8217;Inghilterra riusciva ad acquistare un lotto di centosettantaseimila azioni del canale; nel 1878 con l&#8217;occupazione di Cipro si muniva di una base formidabile da cui poteva sorvegliare Port-Said; e contemporaneamente sviluppava in concorrenza con la Francia l&#8217;abilissima penetrazione economica e politica nello stato kediviale, travagliato dalla crisi finanziaria e bisognoso dell&#8217;appoggio europeo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Siamo nel periodo in cui l&#8217;espansionismo europeo si accingeva </strong>a esplicare una vigorosa azione nel continente nero. Assestata, sia pure provvisoriamente, col Congresso di Berlino la Questione d&#8217;Oriente; già prima risolti, con l&#8217;unificazione germanica e con l&#8217;unificazione italiana, i più importanti problemi nazionali del vecchio continente, le forze europee tendevano con grande ardore all&#8217;espansione extraeuropea, tanto più che il capitalismo sviluppantesi anelava alla conquista di nuovi sbocchi e mercati e di terre produttrici di materie prime.<br />
Nel bacino occidentale del Mediterraneo, la Francia tendeva alla Tunisia e al Marocco. Nel 1868, nella sua opera <em>La France Nouvelle</em>, Prévost-Paradol aveva auspicato: «Possa venir presto il giorno nel quale i nostri concittadini, troppo rinserrati nella nostra Francia africana, strariperanno nel Marocco e nella Tunisia, e fonderanno finalmente quell&#8217;Impero mediterraneo che non sarà soltanto una soddisfazione per il nostro orgoglio, ma sarà anche certamente, nella futura situazione mondiale, l&#8217;ultima risorsa della nostra grandezza». Il vaticinio, formulato nella fosca epoca del tramonto del secondo Impero, doveva essere raccolto e attuato dalla terza Repubblica, subito dopo che il regime repubblicano uscì consolidato dalla crisi di tentativi monarchici e clericali. E la questione della Tunisia veniva sul tappeto.<br />
Dell&#8217;attività e delle aspirazioni sulle regioni dell&#8217;Africa settentrionale non potevano disinteressarsi le altre Potenze mediterranee. La Spagna aveva gli occhi fissi sul Marocco, dove si concentrano i sogni espansionistici spagnoli dopo il crollo dell&#8217;Impero ispano-americano, dove nel 1860-61 la spedizione di O&#8217;Connel aveva per un momento fatto rinverdire gli allori dell’epoca di Ferdinando il Cattolico e di Carlo V, e dove, a ricordo di quell&#8217;epoca e insieme a incitamento di nuove speranze, rimanevano i <em>presidios</em>.<br />
L&#8217;Italia, risorta a grande Nazione, si trovava ad avere lungo tutti i paesi della costa nord-africana, dall&#8217;Egitto al Marocco, insigni e fruttuose posizioni economiche e morali, dovute alle tradizioni delle antiche repubbliche, dovute anche allo sviluppo di quelle colonie che in Egitto, in Tunisia, in Marocco avevano avuto lungo tutto il secolo XIX continuo incremento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma sopra tutto sulla Tunisia convergevano le aspirazioni italiane, </strong>in conseguenza sia della vicinanza della Tunisia alla Sicilia, sia del trattato concluso nel 1868 col governo della Reggenza; in forza del quale il regno d&#8217;Italia otteneva dal Bey, insieme con la continuazione dei privilegi e dei diritti dei quali avevano fruito gli antichi Stati italiani, la condizione della Nazione più favorita. Il cozzo delle aspirazioni italiane con quelle francesi nella Reggenza portò al noto contrasto del 1880-1881, in cui l&#8217;azione francese fu incoraggiata dal Bismarck, desideroso di distrarre la Francia dalla politica della rivincita sul Reno, ingolfandola in imprese africane, e desideroso insieme di approfondire tra Francia e Italia l&#8217;attrito; fu incoraggiata dal governo britannico che aveva interesse che la costa africana del canale di Sicilia non cadesse in mano della potenza già padrona della costa siciliana, e che anche calcolava che l&#8217;assorbimento nell&#8217;impresa tunisina avrebbe distratto la Francia dalla questione egiziana.<br />
Alla delusione profonda e amarissima provocata dalla questione di Tunisi, si accompagnò per l&#8217;Italia l&#8217;altra delusione meno grave, ma pur essa notevole, subíta a Madrid nella conferenza per il Marocco, nella quale gli interessi italiani vennero sacrificati. E subito dopo veniva l&#8217;azione britannica in Egitto, azione alla quale l&#8217;Italia non seppe né opporsi, né prender parte, suggellando con questa ultima prova il carattere di impotenza e di fallimento che aveva contraddistinto le aspirazioni e i conati italiani di un&#8217;espansione mediterranea, in quella fase di politica internazionale in cui si preparò la Triplice Alleanza.<br />
All&#8217;epoca della formazione della Triplice, con l&#8217;insediamento francese a Tunisi e con quello britannico sul Nilo, la situazione mediterranea dell&#8217;Italia era molto peggiorata, in confronto di quello che era stata dall&#8217;epoca della costituzione del Regno in poi. E vano fu il tentativo per ottenere che il trattato di alleanza, impegnasse gli Imperi Centrali a garantire l&#8217;Italia contro un eventuale ulteriore peggioramento di tale situazione.<br />
Per fortuna, le condizioni mutarono negli anni intercorsi fra il primo e il secondo trattato della Triplice. Mutarono, perché l&#8217;inasprimento dei rapporti della Russia con gli Imperi Centrali, rese per gli Imperi Centrali più preziosa, e quindi meritevole di qualche sacrificio per conservarla, l&#8217;adesione dell&#8217;Italia al loro sistema di alleanza. Mutarono sopra tutto in seguito al fatto che tra Inghilterra e Francia si delineò e si approfondì il dissidio che fatalmente doveva nascere, dopo la ripresa dell&#8217;attività coloniale sviluppata dall&#8217;una potenza in Egitto e dall&#8217;altra in Tunisia. Se, infatti, la Francia seguiva con crescente malumore e sospetto lo sviluppo dell&#8217;azione britannica nell&#8217;Egitto, che l&#8217;opinione francese si era abituata a considerare quasi una zona riservata alla Francia; in Inghilterra sorgevano e aumentavano le inquietudini e gli allarmi per gli ulteriori probabili sviluppi dell&#8217;attività coloniale francese in Africa, in quanto si sapeva che l&#8217;impresa tunisina a est dell&#8217;Algeria era in Francia da molti considerata come destinata ad avere una prosecuzione a ovest dell&#8217;Algeria, in quel Marocco che già ai tempi della conquista algerina aveva attirato le cupidigie francesi.<br />
Nell&#8217;impedire questo ulteriore sviluppo dell&#8217;espansione francese nel Nord-Africa, l&#8217;interesse britannico coincideva con quello italiano e anche con quello spagnolo. Si preparava così una situazione nuova, in cui l&#8217;Italia poteva conseguire, e riuscì a conseguire per merito dell&#8217;abilità del Robilant, ministro degli Esteri, una miglior tutela dei propri interessi mediterranei, sia ottenendo che il rinnovato trattato della Triplice estendesse la garanzia contro eventuali nuove azioni francesi anche alle regioni africane, sia fiancheggiando la Triplice mediante appositi accordi mediterranei con l&#8217;Inghilterra e con la Spagna.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Infatti, nello stesso giorno 20 febbraio 1887</strong> in cui era rinnovato immutato il trattato della Triplice concluso nel 1882, veniva anche firmato fra l&#8217;Italia e la Germania un trattato particolare, che all&#8217;articolo III diceva esplicitamente: «Se avvenisse che la Francia facesse atto di estendere la sua occupazione o il suo protettorato o la sua sovranità, sotto qualunque forma, sui territori nord-africani sia del Vilayet di Tripoli, sia dell&#8217;Impero marocchino e che in conseguenza di tal fatto l&#8217;Italia, per salvaguardare la sua posizione nel Mediterraneo, credesse dover essa stessa intraprendere un&#8217;azione sui detti territori nord-africani, oppure ricorrere, sul territorio francese in Europa, ai mezzi estremi, lo stato di guerra che ne seguirebbe fra l&#8217;Italia e la Francia costituirebbe <em>ipso facto</em>, su domanda dell&#8217;Italia e a carico comune dei due alleati, il <em>casus foederis</em> con tutti gli effetti previsti dagli articoli II e V del suddetto trattato del 20 maggio 1882, come se simile eventualità vi fosse contemplata espressamente».<br />
Otto giorni prima, il 12 febbraio, il governo britannico aveva accettato le basi per un accordo con l&#8217;Italia esposte dal nostro ambasciatore Corti, in quattro punti:</p>
<ol>
<li>Si manterrà per quanto è possibile lo <i>status quo</i> nel Mediterraneo, come nell&#8217;Adriatico, nell&#8217;Egeo e nel mar Nero. Si avrà per ciò cura di sorvegliare, e, in caso di bisogno, di impedire ogni cambiamento che, sotto forma di annessione, occupazione, protettorato, o in qualunque altra maniera tocchi la situazione attuale con detrimento delle due Potenze.</li>
<li>Se il mantenimento dello status quo divenisse impossibile si farà in modo che non si produca una modificazione qualunque, se non in seguito a un accordo preventivo fra le due potenze.</li>
<li>L&#8217;Italia è pronta ad appoggiare l&#8217;opera della Gran Bretagna in Egitto. A sua volta la Gran Bretagna è disposta, in caso d&#8217;invadenza da parte di una terza potenza, ad appoggiare l&#8217;azione dell&#8217;Italia sopra qualunque altro punto del litorale settentrionale dell&#8217;Africa, e particolarmente nella Tripolitania e Cirenaica.</li>
<li>In generale e in quanto le circostanze lo comporteranno, l&#8217;Italia e l&#8217;Inghilterra si promettono mutuo appoggio nel Mediterraneo per ogni divergenza che sorgesse fra l&#8217;una di esse e una terza potenza.</li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">E finalmente, il 4 maggio 1887, a Madrid il nostro ambasciatore Maffei dichiarava che il governo italiano accettava, impegnandosi alla reciprocità, l&#8217;accordo proposto dal governo spagnolo in base ai seguenti tre punti:</p>
<ol>
<li>La Spagna non si presterà verso la Francia per ciò che concerne, tra gli altri, i territori nord-africani, ad alcun trattato o accomodamento politico che fosse direttamente o indirettamente rivolto contro l&#8217;Italia, la Germania e l&#8217;Austria, o contro l&#8217;una o l&#8217;altra di queste potenze.</li>
<li>Astensione da ogni attacco non provocato, come pure da ogni provocazione.</li>
<li>In vista degli interessi impegnati nel Mediterraneo e allo scopo principale di mantenervi lo <em>status quo </em>attuale, la Spagna e l&#8217;Italia si terranno in comunicazione a questo soggetto, comunicandosi ogni informazione atta a chiarire le loro reciproche disposizioni, come pure quelle delle altre potenze.</li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">Tali gli accordi mediterranei conclusi nel 1887, alla prima rinnovazione della Triplice. In forza di essi, nel Mediterraneo occidentale veniva a crearsi questa situazione: da una parte la Francia, dall&#8217;altra una fortissima triplice, costituita dall&#8217;Inghilterra, dalla Italia e dalla Spagna e appoggiata dagli Imperi Centrali, triplice che paralizzava ogni velleità di ulteriori espansioni africane della Francia, e costringeva la Francia all&#8217;immobilità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questa situazione si imperniava tutta sulla rivalità franco-britannica, </strong>ed era quindi destinata a durare e a mantenersi solida, finché tale rivalità persisteva. Ma verso la fine del secolo XIX si delineò un cambiamento, quando il crescente e sempre più minaccioso sviluppo della potenza germanica, pose l&#8217;Inghilterra di fronte a una nuova formidabile competitrice nel campo del predominio mondiale, competitrice che volgeva i suoi avidi sguardi anche al bacino del Mediterraneo, come era dimostrato dalla politica di penetrazione tedesca nell&#8217;Impero ottomano.<br />
La preoccupazione della minaccia germanica doveva fatalmente accomunare in una stessa linea di difesa la Francia, sempre fremente per i ricordi e le conseguenze del 1870-71, e l&#8217;Inghilterra, gelosa di conservare la posizione raggiunta nella politica mondiale. Sotto la pressione di questa nuova situazione, la rivalità mediterranea franco-britannica era portata ad appianarsi. Infatti, all&#8217;episodio di Fascioda (1898), che segnò il punto critico di tale rivalità, seguì la convenzione del 21 marzo 1899, instauratrice di un accordo tra le due potenze nelle questioni dell&#8217;alta valle del Nilo e del Sudan, e iniziatrice della politica che doveva sboccare nell&#8217;Intesa. Merita il conto di rilevare che questo primo ravvicinamento franco-britannico è di poco posteriore a episodi che rivelavano le nuove tendenze della politica germanica: l&#8217;apertura del canale di Kiel (1895), le fortificazioni di Helgoland, l&#8217;acquisto di Kiao-Ciao, e il primo progetto per lo sviluppo della flotta tedesca (1898), il viaggio di Guglielmo II nell&#8217;Impero turco, e il suo famoso discorso di Damasco, nel quale si proclamò amico e protettore dei musulmani sparsi nel mondo, quindi anche di quelli dell&#8217;India (1898).<br />
Il ravvicinamento anglo-francese, iniziato con la convenzione del 1899, si intensificò dopo l&#8217;avvento al trono di Edoardo VII (febbraio 1901), portando nel 1903 al viaggio ufficiale di re Edoardo a Parigi (10-4 maggio) e a quello del presidente Loubet a Londra (6-9 luglio), viaggio quest&#8217;ultimo nel quale furono gettate le basi dell&#8217;accordo che venne poi firmato l&#8217;8 aprile 1904 e che costituì la base dell&#8217;Intesa.<br />
In tale accordo erano appianate anche questioni concernenti Terranova, l&#8217;Africa occidentale, il Siam, Madagascar e le Nuove Ebridi; ma la parte più importante di esso si riferiva all&#8217;Egitto e al Marocco e si sintetizzava nell&#8217;esplicito impegno francese di non sollevare più proteste contro l&#8217;occupazione britannica in Egitto né richieste perché a tale occupazione fosse posto un termine, e in un corrispettivo impegno inglese di rinuncia a favore della Francia a ogni pretesa politica sul Marocco.<br />
Con questi impegni, il problema del Mediterraneo entrava in una nuova fase. L&#8217;Inghilterra, per consolidare la propria posizione in Egitto e per stringere più fortemente a sé la Francia facendole dimenticare Fascioda, abbandonava alla Francia quel Marocco su cui erano da tempo fisse le aspirazioni dell&#8217;espansionismo francese. L&#8217;abile e intraprendente Delcassé era riuscito il 20 aprile 1902 a concludere col Marocco la convenzione d&#8217;Algeri, per effetto della quale il governo marocchino si impegnava a chiedere l&#8217;appoggio di quello francese, per reprimere le violenze delle tribù marocchine sulla frontiera dell&#8217;Algeria. Di qui si iniziava quella penetrazione francese in Marocco non più soltanto economica, ma anche politica, che doveva poi condurre al protettorato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Con l&#8217;accordo dell&#8217;8 aprile 1904 il governo britannico</strong> dava implicitamente il suo consenso a tale penetrazione, preoccupandosi soltanto di salvaguardare la zona settentrionale dell&#8217;Impero sceriffiano: quella che fronteggia Gibilterra e che l&#8217;Inghilterra non poteva senza troppo suo danno lasciar cadere in possesso di una grande potenza navale quale la Francia. A evitare simile danno, servivano egregiamente gli interessi e le aspirazioni della Spagna. E un articolo dell&#8217;accordo, l&#8217;articolo 8, evidentemente voluto dall&#8217;Inghilterra, stipulava: i due governi ispirandosi ai loro sentimenti sinceri e amichevoli per la Spagna, prendono in particolare considerazione gli interessi che essa ha per la sua posizione geografica e per i suoi possessi territoriali sulla costa marocchina del Mediterraneo, per i quali il governo francese si concerterà col governo spagnolo. Dell&#8217;accordo che a questo riguardo si stabilirà tra la Francia e la Spagna, sarà data comunicazione al governo britannico.<br />
In conformità di questo patto, il 3 ottobre 1904 fra Francia e Spagna veniva concluso un trattato, in forza del quale, in caso di spartizione del Marocco, erano riconosciuti i diritti esclusivi della Spagna nella regione del Riff.<br />
La nuova situazione, che si sviluppava nel Mediterraneo occidentale in seguito alla incipiente rivalità anglo-germanica e al ravvicinamento anglo-francese, non poteva lasciare indifferente l&#8217;Italia. Già fin da quando la Triplice era stata costituita l&#8217;Italia aveva dichiarato, e fatto dichiarare dalla Germania, che le stipulazioni del Trattato non potevano in alcun caso essere dirette contro l&#8217;Impero britannico, affermando con ciò nella Triplice un carattere di orientamento amichevole verso l&#8217;Inghilterra, a cui l&#8217;Italia non poteva rinunciare. E nel 1896, quando i primi sintomi del dissidio anglo-germanico si delineavano, tale carattere veniva ribadito: il governo italiano, presieduto dal Rudinì, tentava di includere nel rinnovato trattato della Triplice una dichiarazione di impossibilità dell&#8217;Italia ad agire nel caso si formasse una coalizione anglo-francese. Riuscito vano il tentativo per l&#8217;opposizione tedesca, il trattato veniva rinnovato tacitamente senza mutazioni, ma Rudinì coglieva la prima occasione per dichiarare alla Camera che l’talia vedeva nell’amicizia dell’Inghilterra «il limite necessario» alla Triplice alleanza.<br />
Si comprende quindi come di fronte alla nuova situazione l’Italia dovesse pensare a rivedere la propria politica mediterranea, e come la revisione conducesse al ravvicinamento alla Francia, dopo il periodo di aspro dissidio che aveva caratterizzato il secondo ministero Crispi.<br />
Il ravvicinamento, iniziatosi con le convenzioni del 28 settembre 1896 relative alla Tunisia, — dove l’Italia riconosceva lo stato di cose creato in seguito al trattato del Bardo del 1881 — e con il trattato di commercio del 21 novembre 1898, portò allo scambio di note del dicembre 1900 tra l’ambasciatore Barrère e il ministro Visconti-Venosta, col quale restava stabilito che la Francia escludeva dall’ambito delle proprie aspirazioni la Tripolitania e la Cirenaica, mentre l’Italia riconosceva alla Francia speciali diritti in Marocco, e restava stabilito che qualora dall’esercizio di tali diritti «dovesse risultare una modificazione delle condizioni politiche o territoriali del Marocco, l’Italia si riserverebbe, per misura di reciprocità, il diritto di sviluppare eventualmente la sua influenza nei rapporti della Tripolitania-Cirenaica».<br />
Questi accordi del 1900 venivano due anni dopo, nel novembre 1902, confermati e precisati «nel senso che ciascuna delle due potenze potrà liberamente sviluppare la propria sfera di influenza nelle regioni summenzionate (Tripolitania-Cirenaica e Marocco) al momento che essa giudicherà opportuno, e senza che l’azione di una di esse sia necessariamente subordinata a quella dell’altra». I documenti diplomatici scambiati in questa occasione, contenevano anche l’assicurazione esplicita circa il carattere degli impegni a cui l’Italia era legata nella Triplice, impegni che escludevano la possibilità di una partecipazione dell’Italia a una guerra aggressiva contro la Francia, cosi che la Francia poteva considerare il rinnovamento della Triplice, allora avvenuto, con piena tranquillità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per effetto di tutti i patti e gli accordi che abbiamo esaminati,</strong><b> all’inizio del secolo ventesimo </b>la nuova situazione nel Mediterraneo occidentale si presentava imperniata su una grande intesa a quattro, per effetto della quale Inghilterra, Francia, Italia e Spagna si legavano in uno stesso sistema, che riservava alla penetrazione francese l’Impero sceriffiano, lasciando alla Spagna il litorale mediterraneo dell’Impero stesso, all’Italia la Tripolitania- Cirenaica, all’Inghilterra l’Egitto.<br />
Da questa situazione uscirono gli ulteriori sviluppi della questione mediterranea-africana. L&#8217;azione inglese si avviò al protettorato sull&#8217;Egitto, proclamato poi nel dicembre 1914. L&#8217;intensificata penetrazione francese in Marocco portò agli attriti franco-germanici, alla conferenza di Algesiras in cui la tesi francese ebbe l&#8217;appoggio non solo dell&#8217;Inghilterra, ma anche dell&#8217;Italia e della Spagna al nuovo urto franco-tedesco di Agadir, e poi al protettorato francese sul Marocco, proclamato col trattato dell&#8217;aprile 1912, e al conseguente nuovo accordo franco-spagnolo del novembre dello stesso anno, col quale era esclusa dal protettorato francese e lasciata al protettorato spagnolo la zona dalle foci della Muluia in Mediterraneo fino a El Ksar El Kebir in Atlantico. Per propria parte, l&#8217;Italia realizzò la propria ipoteca in Libia con la spedizione del 1911-12 decisa ed effettuata, mentre la Francia, dopo l&#8217;incidente di Agadir e l&#8217;accordo con la Germania, sviluppava l&#8217;azione nel Marocco.<br />
La spedizione italiana in Libia ebbe, come è noto, vaste e profonde ripercussioni nella situazione del Mediterraneo orientale, sia per l&#8217;occupazione del Dodecaneso, sia perché, vibrando un grave colpo all&#8217;Impero ottomano, offrì alla Quadruplice balcanica (Grecia, Serbia, Bulgaria, Montenegro) fomentata dalla Russia, l&#8217;occasione per l&#8217;attacco alla Turchia europea. Ecco la crisi balcanica orientale del 1912-13, i cui più importanti risultati, nei riguardi della situazione mediterranea, furono che, mentre la posizione dell&#8217;Italia si era rafforzata con l&#8217;insediamento in Tripolitania e in Cirenaica, e con l&#8217;occupazione del Dodecaneso, a est era ingrandita e rafforzata la Grecia, il che dava alimento alle aspirazioni e ai sogni del panellenismo, ed era invece indebolita la Turchia, che si trovava così spinta ad accentuare l&#8217;infeudamento alla Germania già delineato nel decennio precedente.<br />
La Grecia ingrandita si presentava alla politica franco-britannica come eccellente strumento per controbattere la germanizzata Turchia, e per infrenare l&#8217;Italia, che proprio alla fine del 1912 aveva rinnovata l&#8217;alleanza con gli Imperi centrali e il cui rafforzamento mediterraneo, tanto più dopo il rinnovamento della Triplice, non poteva non destar preoccupazioni a Londra e a Parigi. L&#8217;atteggiamento ellenofilo tenuto dai governi inglese e francese di fronte all&#8217;Italia nelle questioni dell&#8217;Epiro e del Dodecaneso nel 1913 è nella memoria di tutti.<br />
In tal modo, l&#8217;azione italiana nella Libia e nel Dodecaneso aveva determinato un indebolimento nel sistema a quattro. Il governo italiano cercò di rimediare a ciò rafforzando i legami navali nella rinnovata alleanza con gli Imperi centrali, mediante le convenzioni navali italo-austro-tedesche firmate a Vienna il 23 giugno 1913.<br />
Le convenzioni stabilivano non solo il principio della collaborazione delle forze navali della Triplice in Mediterraneo per acquistarne il dominio e annientarvi le forze avversarie; ma fissavano minutamente tutti i particolari dell&#8217;eventuale azione, da quelli relativi all&#8217;unione e alla dislocazione delle forze e all&#8217;uso dei porti, fino a quelli della distribuzione dei comandi e del piano di operazione. Nelle convenzioni era contemplata la venuta di forze navali tedesche nel Mediterraneo, con punti di concentramento a Gaeta e a Messina, il che spiega la presenza e l&#8217;azione del <em>Goeben </em>e del <em>Bresslau </em>nel luglio-agosto 1914. In forza di questi fatti, la situazione nel Mediterraneo occidentale nell&#8217;estate 1913 lasciava prevedere un urto tra il blocco italo-austro-tedesco e l&#8217;intesa anglo-francese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma un anno di poi, lo scoppio della prima guerra mondiale,</strong> in seguito alla mossa austriaca contro la Serbia appoggiata dalla Germania, determinava, con la dichiarazione di neutralità dell&#8217;Italia, la virtuale rottura della Triplice, e riportava l&#8217;Italia verso le potenze dell&#8217;Intesa, il che ricostituiva nel Mediterraneo occidentale la situazione concretatasi nel primo decennio del secolo XX con il quadruplice sistema anglo-franco-italo-spagnolo.<br />
Dopo la grande guerra, molti indizi fanno ritenere che tale situazione tenda a modificarsi profondamente. L&#8217;annichilimento della Germania, che per gran tempo è eliminata dal campo delle competizioni mondiali, ha fatto sparire una delle grandi ragioni da cui fu determinato sullo scorcio del secolo XIX il ravvicinamento franco-britannico. E ciò nel tempo stesso che gli spiriti bellicosi dell&#8217;espansionismo francese, tanto alimentati e aumentati dalla vittoria, suscitavano inquietudini e sospetti oltre Manica.<br />
Tutto questo fa ritenere non azzardata l&#8217;ipotesi che l&#8217;intesa mediterranea franco-britannica, base sulla quale si imperniò il quadruplice sistema anglo-franco-italo-spagnolo, possa in un tempo più o meno lontano spezzarsi, e lasciare il posto ad una situazione di antagonismo non dissimile a quella che si ebbe verso il 1885.<br />
E allora sorge il problema dell&#8217;atteggiamento delle altre due potenze del Mediterraneo occidentale: Italia e Spagna. Fra queste nessun contrasto di interessi, ma anzi un grande interesse comune oggi, come nel 1887; l&#8217;interesse a che l&#8217;equilibrio del Mediterraneo occidentale non subisca spostamenti, che se dannosi all&#8217;una lo sarebbero anche all&#8217;altra. L&#8217;insurrezione delle tribù del Riff, che negli scorsi mesi minacciò di gettare in mare gli Spagnoli, suscitò in molta parte dell&#8217;opinione pubblica spagnola l&#8217;inquietudine che dietro le tribù vittoriose potessero avanzare verso le rive del Mediterraneo, in un tempo più o meno lontano, le insegne del Sultano ossia della Francia protettrice. Il pericolo, che esisterebbe se tale inquietudine fosse giustificata, non lascerebbe indifferente l&#8217;Italia, come non lascerebbe indifferente l&#8217;Inghilterra.<br />
Tra Italia e Spagna, quindi, esiste oggi una comunanza di interessi mediterranei, tale da giustificare la ricostruzione di un accordo quale quello del 1887. E gli scambi di visite sovrane, e le dichiarazioni governative per lo sviluppo dei rapporti fra le due nazioni costituiscono a questo riguardo sintomi che si posson dire rivelatori. Certo un sistema di intesa italo-spagnola creerebbe nel Mediterraneo occidentale una situazione formidabile per le posizioni strategiche su cui sarebbe imperniato: coste spagnole, Baleari, Sardegna, Sicilia. Tale sistema dividerebbe nettamente il bacino occidentale in due parti, e se si orientasse con l&#8217;Inghilterra in senso antifrancese, taglierebbe completamente la Francia dalle sue colonie africane; se, all&#8217;opposto, si orientasse con la Francia in senso antibritannico, isolerebbe Gibilterra da Malta e da Suez e costringerebbe le forze navali britanniche a percorrere in Mediterraneo centinaia di miglia fra coste e basi nemiche. Queste considerazioni fatte dopo la prima guerra mondiale hanno valore anche oggi, dopo l&#8217;ultimo grande conflitto. E ancora oggi possiamo affermare che se la Spagna e l&#8217;Italia si unissero in un sistema mediterraneo le vie occidentali del Grande mare passerebbero sotto il controllo delle due nazioni. Questi gli aspetti attuali della situazione del Mediterraneo occidentale. Quanto ai loro ulteriori eventuali sviluppi in un senso o nell&#8217;altro, la parola spetta non più allo storico, ma al politico.</p>
<p style="text-align: justify;">(da “Aspetti e fasi del problema del Mediterraneo occidentale”, in <em>Nuova Rivista Storica</em>, anno VIII, fasc. IV-V, luglio ottobre 1924, con integrazioni successive dell’autore)</p>
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		<title>INDONESIA, UN GIGANTE INVISIBILE TRA ASIA E OCEANIA</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Feb 2024 09:10:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Max Trimurti - Quarta nazione più popolata del pianeta e più grande paese musulmano al Mondo, l&#8217;Indonesia è stata a lungo invisibile sullo scacchiere internazionale. Per la sua storia e la sua geografia &#8211; una miriade di isole estese su oltre 5000 km da est a ovest e 2000 &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="center">di Max Trimurti -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Quarta nazione più popolata del pianeta e più grande paese musulmano al Mondo, l&#8217;Indonesia è stata a lungo invisibile sullo scacchiere internazionale. Per la sua storia e la sua geografia &#8211; una miriade di isole estese su oltre 5000 km da est a ovest e 2000 km da nord a sud &#8211; occupa una posizione di grande interesse strategico tra Asia e Oceania.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;">La sua posizione ai margini del concerto delle nazioni risponde a una scelta definita a partire dall&#8217;indipendenza, proclamata il 17 agosto 1945. L&#8217;Indonesia risulta, a quel tempo, il primo paese del sud ad affrancarsi dalla colonizzazione, così come è stato uno dei primi a scatenare una terribile sollevazione nazionale anticoloniale, la guerra di Giava (1825-1830). Si comprende da quel momento il senso della formula di Mohammad Hatta, nel suo discorso del 1948 “navigare fra due scogli”, che rappresenta il DNA della politica del nuovo Stato. L&#8217;Indonesia si tiene a distanza dalle grandi potenze, preservando gelosamente la sua indipendenza, al di fuori dei blocchi che si costituiscono con la Guerra fredda. Il paese diventa, con l&#8217;India, la guida del Movimento dei non allineati; la Conferenza di Bandung (1955), riunisce intorno a Sukarno, i padri fondatori del Movimento come Nehru, Nasser, Tito, Zhu Enlai, N&#8217;Krumah.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Volontà di indipendenza</h3>
<p style="text-align: justify;">La giovane repubblica risulta difficilmente governabile, poiché tante forze centrifughe la minacciano di implosione: movimenti separatisti (Aceh, Giava ovest, Sulawesi, Molucche…); partiti politici come il Partito Nazionale Indonesiano (PNI), il Partito mussulmano conservatore (Masjumi) o centrista (Nahdatul Ulama) o il Partito comunista (PKI) si disputano il potere; potenze straniere (Olanda) che sabotano l&#8217;emancipazione nazionale e la risoluzione del problema della Papuasi; gli Americani che tentano di fare del giovane stato un bastione contro l&#8217;espansionismo comunista in Asia.<br />
Sukarno ha la saggezza di scartare immediatamente il progetto di uno Stato islamico e di imporre la sua filosofia del Pancasila (dei 5 principi): credere in un solo Dio (senza precisare quale!), nazionalismo, giustizia e civiltà umana, giustizia sociale, democrazia per forgiare l&#8217;unità nazionale. Il paese, scosso da rivolte, conosce nondimeno una evoluzione movimentata. Il colpo di stato militare del 30 settembre 1965 consente al generale Suharto di allontanare Sukarno dal potere. Avendo le voci ricorrenti accusato i comunisti dell&#8217;evento, nel paese si scatena una follia omicida collettiva senza precedenti, il PKI viene decimato, migliaia di Cinesi assassinati, con un bilancio totale di 500 mila morti da parte degli estremisti musulmani, delle milizie militari o di semplici vicini di casa. L&#8217;Indonesia di Suharto, ferita, abbandona la politica di Sukarno, che, col passare del tempo e nella sua lotta contro il colonialismo, si era avvicinata alla Cina, al punto da mettere in angoscia Washington, impegnata nella guerra nel Vietnam.<br />
Suharto rompe con Pechino (1966), vieta il PKI, rinnova la sua alleanza con la Malesia e, schierato nel campo occidentale, aderisce alla Banca Mondiale, all&#8217;FMI (Fondo Monetario Internazionale) e all&#8217;OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio). Nell&#8217;agosto 1967 viene fondato l&#8217;ASEAN, con Giacarta come capofila e con la doppia vocazione di sviluppare l&#8217;integrazione economica regionale e di contenere l&#8217;espansione comunista in Asia. Il nuovo ordine, imposto da Suharto, combina abilmente una feroce chiusura politica e una salutare apertura economica. Riprendono così la crescita e gli investimenti: il PIL passa da 58,1 a 400 miliardi di dollari fra il 1965 ed il 1998. Uno spettacolare recupero e consolidamento reso fragile da agitazioni interne: la guerra separatista scatenata nel 1975 che insanguina l&#8217;isola di Timor per 25 anni, mentre una reislamizzazione insidiosa si diffonde sotto la spinta di predicatori salafiti di origine arabo-yemenita. Violenze fra musulmani e cristiani scoppiano a Giacarta e a Medan. Le prime donne velate e la segregazione dei sessi in scuole e università appaiono come altrettante minacce al pluralismo religioso indonesiano. La crisi economica asiatica (1997) contribuire a peggiorare la situazione (il PIL cade del 14%).<br />
Sullo sfondo di una crisi morale e sociale, il corrotto regime militar-affarista cade nel 1998. In un sussulto democratico, il paese elegge come presidente Abdurrahman Wahid, un musulmano moderato, protettore dei cristiani, dei Cinesi e garante della laicità dello Stato. Il suo governo “arcobaleno”, con ministri provenienti da tutti i partiti, regioni e confessioni, simbolizza la volontà di unione nazionale. Ma un triplice pericolo interno minaccia la situazione: corruzione, tensioni separatiste (Aceh, Molucche, Papuasia, rivolta dei Dayaks del Borneo) e islamizzazione della società. Tra il 1998 ed il 2002 si registrano oltre 30 attentati: quello di Paddy&#8217;s Bar a Bali (2002) fa 202 morti.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Dall&#8217;isolamento al mondo in subbuglio</h3>
<p style="text-align: justify;">A fine secolo, l&#8217;Indonesia passa nel mondo in subbuglio. Per effetto della tirannia della geografia, il paese si ritrova al centro dei flussi economici globalizzati e della rivalità sino-americana.<br />
Guardiana degli stretti strategici fra l&#8217;Asia, l&#8217;Europa e il Medio Oriente, l&#8217;Indonesia detiene le chiavi del “Gran Gioco”, schierandosi nell&#8217;Indo pacifico. Lo stretto di Malacca, attraversato da 17 cavi sottomarini internazionali, diventa l&#8217;arteria del commercio marittimo mondiale con 85 mila passaggi per anno e 2 miliardi di tonnellate di traffico, di cui 800 di petrolio del Medio Oriente. Lì transita l&#8217;80% dei rifornimenti della Cina in petrolio. La Convenzione di Montego Bay (1982), con l&#8217;espressione “passaggio in transito senza ostacoli”, ne garantisce il libero accesso agli Stati utilizzatori. Allo stesso modo, gli Stati rivieraschi (Indonesia, Malesia, Singapore) – che nel 1971 tentarono invano di assumerne il controllo – hanno la garanzia in materia di sovranità e si incaricano della sicurezza. L&#8217;Indonesia controlla, da sola, altri stretti importanti: quello della Sonda, con un traffico soprattutto regionale (30 mila passaggi, 100 milioni di tonnellate) e i due stretti, estremamente profondi, di Lombok e di Macassar, una autostrada marittima per i grandi produttori di metalli australiani, come anche per i sottomarini americani, che transitano da Guam a Diego Garcia, o cinesi, all&#8217;uscita dello stretto di Balabac. Questi stretti rendono il passaggio dei sommergibili quasi invisibile. Non a caso la Cina tentò (invano) nel 2007 di installare un radar a Timor Est.<br />
L&#8217;arcipelago, con il suo dedalo di migliaia di isole nell&#8217;ambito di un immenso spazio marittimo (5,8 km<sup>2</sup> e 54.716 km di coste), difficile da controllare, assume una rilevante dimensione geopolitica. Tuttavia, la marina indonesiana resta sottodimensionata e presenta una carenza di guardiacoste. Un altro vantaggio strategico è rappresentato dalle ricchezze naturali: il gas (meno il pretrolio), il caucciù naturale, il biocarburante, lo stagno, il carbone e il nikel prendono la via delle fabbriche cinesi, giapponesi o sud coreane. Il settore minerario occupa un milione e mezzo di persone.<br />
Nell&#8217;Asia del sud-est, epicentro della competizione strategica sino-americana, l&#8217;Indonesia tenta di conservare la sua neutralità, rifiutando la nuova bipolarizzazione del mondo che sembra prospettarsi. La sua politica estera (indipendente e attiva) si basa sul dialogo, sulla mediazione e su una diplomazia “multivettoriale” al servizio del consolidamento della pace. Prudenza e misura di una potenza emergente che viene corteggiata per la sua posizione strategica, per le sue risorse e il suo mercato in espansione. Al non allineamento corrisponde anche l&#8217;ambizione di una sovranità economica: in tutti i settori, le imprese nazionali sono sostenute da holding di stato, come ad esempio Defend ID, nell&#8217;armamento. Vengono inoltre valorizzate le risorse minerarie, frenando l&#8217;esportazione del prezioso nikel, per trasformarlo sul posto ed edificare una filiera completa dalle batterie per i veicoli elettrici.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Prendere posizione senza schierarsi</h3>
<p style="text-align: justify;">Ma la ricerca di una “equidistanza pragmatica” fra i grandi costituisce un esercizio delicato, di cui la guerra in Ucraina sottolinea le ambiguità. L&#8217;Indonesia, presiedendo il G20, rigetta le richieste occidentali, tendenti ad escludere Vladimir Putin dal Summit di Bali, ma vi invita l&#8217;Ucraina come osservatore. Il fallimento di queste acrobazie si legge nella fumosa dichiarazione finale e nei i rimpianti di Joko Widodo per il quale: “il G20 non dovrebbe essere un forum politico”. Nei confronti della Cina, si alternano periodi di riavvicinamento (1950-1963), di ostilità (1966-1990) e di collaborazione (dopo il 1990). I mondi cinesi e malesi, tra l&#8217;altro, sono embricati da secoli e la comunità sino-indonesiana contra più di 7 milioni di persone. La Cina irriga l&#8217;arcipelago con i suoi investimenti e allontana il Giappone dal ruolo di primo partner commerciale. All&#8217;ONU, Giacarta cerca di risparmiare Pechino: nell&#8217;ottobre 2022, vota contro l&#8217;apertura di un’inchiesta sugli Uighuri, al pari dell&#8217;Eritrea. A Giacarta la crescita della Cina viene percepita più come un’opportunità che come una minaccia.<br />
Del resto non ci sono contenziosi territoriale con Pechino, che riconosce la sovranità di Giacarta sulle isole Natuna ma facendo valere il fatto che le acque che circondano la Zona Economica Esclusiva sono “tradizionalmente zone di pesca cinese”. Pechino moltiplica le incursioni di flottiglie, la cui pesca allegale provoca un danno di diversi miliardi di dollari l&#8217;anno. Giacarta ha sempre reagito blandamente, ma nel 2020 ha inviato 8 navi da guerra per allontanare i pescherecci.<br />
Poche sono state le reazioni dopo la scoperta di droni sottomarini cinesi nelle sue acque territoriali. L&#8217;influenza di Pechino si accresce: Giacarta è certamente riuscita a contenere la diplomazia sanitaria cinese durante la pandemia (39% dei vaccini cinesi contro il 61% americani e inglesi), ma Huawei e ZT si impongono ormai come gli operatori fondamentali della trasformazione digitale dell&#8217;Indonesia e Bitdance (Tik Tok) censura i contenuti ostili alla Cina, anche se il sentimento anticinese rimane vivo fra la popolazione.<br />
Giacarta, insensibilmente si riavvicina a Washington, la cui offerta di sicurezza non può essere sottovalutata. Accresce le sue spese militari, ma essendo contraria a qualsiasi alleanza militare, non accetta nessuna base straniera sul suo territorio. Nel 1954, l&#8217;Indonesia ha rifiutato di aderire alla OTASE una specie di NATO del Sud Est asiatico creata da Washington per contrastare lo sviluppo comunista. La recente creazione dell&#8217;AUKUS (2021), il patto di sicurezza trilaterale tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti ha provocato qualche imbarazzo: l&#8217;Indonesia ne ha preso atto “con prudenza” dichiarandosi “preoccupata per la corsa agli armamenti e la proiezione di potenza” nella regione &#8211; cosa cui mira anche la Cina. L&#8217;ASEAN ha sempre privilegiato un approccio cooperativo e inclusivo dei problemi regionali, con l&#8217;obbiettivo di integrare la Cina piuttosto che considerarla come rivale; mentre l&#8217;AUKUS e il QUAD (Quadrilateral Security Dialogue, alleanza strategica tra Australia, Giappone, India e Stati Uniti) vengono percepiti come una nuova dottrina di <em>containment </em>della Cina, offrendo la visione di un ordine regionale dominato dalle potenze occidentali, che <em>de facto</em> emarginano l&#8217;ASEAN e l&#8217;Indonesia. La posizione di Giacarta risulta peraltro più fragile per effetto delle divergenze di valutazione nell&#8217;ambito del&#8217;ASEAN: Singapore, le Filippine e il Vietnam hanno infatti accolto l&#8217;AUKUS abbastanza favorevolmente. L&#8217;Indonesia, nazione realista, ha avviato con Washington un partenariato strategico globale nel 2015, equilibrando quello firmato con Pechino nel 2005. Esso non implica trattati di difesa formale, ma apporta all&#8217;arcipelago un sostegno apprezzabile di ordine diplomatico, militare (acquisto di 36 F-15 per 13,9 miliardi di dollari nel 2022, formazione, esercitazioni navali) e tecnico (sorveglianza marittima e aerea, cybersicurezza).<br />
L’opinione pubblica indonesiana offre un sostegno istintivo al non allineamento. Ma davanti alla crescita dei pericoli e in assenza di qualsiasi struttura di sicurezza regionale, non sarà facile continuare a non scegliere.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>DALLA FINE DELL’URSS ALL&#8217;UCRAINA: TRENT’ANNI DI ILLUSIONI E ATTRITI</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Sep 2022 06:25:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi - L’ebbrezza dei vincitori statunitensi di fronte ai timori e alle umiliazioni russe. Con in più il peso della geografia e della storia. Confronto fra due logiche imperiali dove tutto sembra concorrere a un confronto in “stile” Guerra fredda. Con un occhio ai tradizionali principi della geopolitica. &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Massimo Iacopi -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>L’ebbrezza dei vincitori statunitensi di fronte ai timori e alle umiliazioni russe. Con in più il peso della geografia e della storia. Confronto fra due logiche imperiali dove tutto sembra concorrere a un confronto in “stile” Guerra fredda. Con un occhio ai tradizionali principi della geopolitica.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;">La storia comincia con la disintegrazione interna dell’URSS nel 1991 che gli Occidentali avrebbero potuto evitare, proprio per timore di vedere sparire la stabilità creata, non senza difficoltà, nell’ambito della guerra fredda. Henry Kissinger con la lucidità fornita dalla padronanza della storia e del realismo, vedeva due conseguenze ineluttabili al crollo degli imperi: “Gli sforzi messi in opera per approfittare della debolezza del centro imperiale e quelli spiegati dall’impero in declino per ristabilire la sua autorità sulla periferia”. Egli, in tal modo, ha profeticamente descritto il meccanismo che, nel giro di una trentina d’anni, ci ha portato all’invasione dell&#8217;Ucraina, da parte della Russia.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Illusioni contro </b><b>u</b><b>miliazioni</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Il decennio degli anni ‘90 si potrebbe definire come quello dell’illusione occidentale e dell’umiliazione russa. In effetti, l’illusione si centrava principalmente nella speranza di una integrazione della Russia nel campo occidentale, che Washington considerava essenziale per far fronte alla crescita della potenza cinese a lungo termine. Era assolutamente da evitare che le due potenze terrestri potessero unirsi di fronte alla potenza talassocratica statunitense, secondo lo schema del geopolitico britannico Halford Mackinder. La Russia di Boris Eltsin fu quindi accolta nel Fondo Monetario Internazionale (FMI), nella Banca Mondiale e fece il suo ingresso nel club ristretto del G7, mentre la sua economia subì un trattamento da cavallo, ispirato dalla scuola neoliberale di Chicago: soppressione del controllo dei prezzi, liberalizzazione del commercio, privatizzazione delle imprese statali, il tutto a vantaggio degli oligarchi e a danno del livello di vita dei Russi, che subì un tracollo. Nel 1993, la NATO inaugurò una istituzione di collaborazione militare con quelli che non potevano o non volevano aderire all’Alleanza, chiamata Partenariato per la Pace (PPP), e alla quale la Russia aderì nel 1994. Fu così messo in opera un meccanismo di collaborazione che aveva il principale compito di sotterrare la guerra fredda.<br />
Eppure, dietro questa apparente facciata occidentalizzata si nascondeva una realtà diversa. In effetti, la Russia continuava a percepirsi come una grande potenza, che, per questo motivo, voleva essere trattata dagli Stati Uniti come tale (in altre parole, da pari a pari), nell’ambito di un partenariato strategico che rispettasse i suoi interessi. La Russia non poteva rinunciare alla sua sfera di influenza &#8211; come dimostrato dalla definizione del concetto geopolitico di “straniero vicino”, nel quale Mosca poneva l’insieme delle repubbliche ex sovietiche &#8211; e che custodiva in sé i germi dell’inevitabile conflitto geopolitico con gli Stati Uniti. Ciò nondimeno, queste ambizioni si scontravano con quattro umiliazioni particolarmente difficili da accettare da parte russa.<br />
La prima era il crollo della sua potenza. Come Stato successore della defunta URSS, la Russia recuperava il seggio permanente all’ONU, con annesso diritto di veto, e gli altri seggi nelle istituzioni internazionali, così come tutto l’arsenale nucleare. In queste condizioni Mosca si dimostrò tuttavia incapace di impedire agli USA &#8211; inebriati dalla propria iperpotenza &#8211; di agire a piacimento negli affari internazionali, di operare come “gendarme” globale, coltivando i propri interessi ed esportando i propri valori nei quattro angoli del pianeta per realizzare il progetto dell’America-Mondo.<br />
La seconda umiliazione giunse dalla frammentazione territoriale, che fece regredire le frontiere russe ai limiti di quelle del XVII secolo, con la perdita dei territori conquistati da Pietro I il Grande e da Caterina II, fra i quali l’indispensabile Crimea, senza la quale Mosca vide svanire il suo accesso privilegiato al Mar Nero e al Mediterraneo.<br />
Terza umiliazione, la società russa andò incontro a una terribile recessione. Iperinflazione e disoccupazione, debito estero abissale, fughe di capitali, crollo del rublo, scomposizione dello stato, alcoolismo, aborti, delinquenza: nulla sembrò risparmiare il nuovo Stato sorto dalle ceneri dell’URSS.<br />
Ultimo, quarto oltraggio, fu la Cecenia, il cui tentativo di secessione armata mise in pericolo le sorti dalla Federazione Russa.<br />
Tuttavia, il peggio doveva arrivare con la guerra del Kosovo. Non si dirà mai abbastanza sulla gravità dell’operazione militare, lanciata dagli USA con le forze della NATO, per strappare questa provincia ai Serbi, culla storica della loro nazione, nel nome del diritto all’autodeterminazione dei popoli, un principio decisamente corretto, ma, purtroppo, applicato a geometria variabile. Illegale &#8211; ma legittimo alla luce dei diritti dell’uomo &#8211; l’attacco contro un popolo storicamente vicino a Mosca, mise in evidenza l’impotenza russa a contrastare l’azione militare americana. Divenne sempre più difficile affermare che la NATO conservava una struttura puramente difensiva e che non rappresentasse, invece, il braccio armato dell’egemonia statunitense.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Realismo contro ideologia</b></h3>
<p style="text-align: justify;">E’ in queste condizioni che nel 1999 arriva al potere Vladimir Putin, patriota russo formato alla scuola del KGB, traumatizzato dalla fine della potenza sovietica. In realtà, una prima svolta aveva avuto luogo nel 1996 con l’arrivo alla direzione della diplomazia russa e quindi alla guida del governo, due anni più tardi, di Evghenji Primakov. Mosca aveva iniziato allora a guardare in direzione della Cina, dell’India, dell’Iran, altre potenze continentali. La guerra del Kosovo non farà altro che contribuire a un ulteriore deterioramento delle relazioni con l’Occidente. Ciò nonostante, i primi segni inviati dal giovane presidente potevano apparire positivi agli occhi di Washington, soprattutto dopo gli attacchi terroristi dell’11 settembre del 2001. Putin, in quel momento alle prese con il terrorismo ceceno, optò per un riavvicinamento con gli Americani, lanciati nell’operazione <i>Enduring Freedom</i> in Afghanistan. In tale contesto, gli venne richiesta la sua cooperazione e gli fu consentito di installare basi nei paesi dell’Asia centrale. A questa prima fase collaborativa seguiranno diversi accordi che tenderanno a configurare meglio il partenariato, fra i quali il Trattato SORT (<i>Strategic Offensive Reductions Treaty</i><i>) </i>di disarmo strategico<i>, </i>sulla riduzione delle testate nucleari, firmato il 24 maggio 2002 e seguito, quattro giorni più tardi, dall’insediamento del Consiglio NATO-Russia.<br />
Tuttavia, nonostante le buone premesse, ben presto vengono alla luce notevoli frizioni. L’uscita degli USA dal Trattato ABM nel giugno 2002 e la forzata invasione (illegale e illegittima) dell’Iraq, nel marzo del 2003, mettono in evidenza le smisurate ambizioni di Washington, come anche l’evidente impunità di cui gode. Nello stesso tempo i Russi si sentono minacciati nei loro interessi immediati. Oltre alla tragedia di Beslan, nel settembre 2004 &#8211; che segna l’apogeo della campagna terroristica dei Ceceni, che Putin aveva schiacciato nelle rovine di Grozny &#8211; gli “stranieri vicini” dei Russi sono preda di rivoluzioni colorate, specialmente in Ucraina, dove scoppia, sempre nel corso del 2004, la Rivoluzione Arancione. Non senza ragione, Mosca ha voluto vedere, nella caduta del potere pro-russo, l’azione sovversiva degli Americani attraverso le loro potenti ONG. E’ pur vero che, dalla Casa Bianca, il presidente George W. Bush aveva condotto una lotta ideologica in favore della democrazia, che descrisse in termini molto chiari nel discorso inaugurale del suo secondo mandato, nel gennaio 2005. La politica americana, secondo Bush junior, consisteva ormai nel “ricercare e sostenere il progresso di movimenti e di istituzioni democratiche in tutte le nazioni e in tutte le culture, con lo scopo ultimo di mettere fine alla tirannide nel mondo”. A Mosca, dove il potere putiniano aveva cominciato a serrare le viti, si resero perfettamente conto del senso del messaggio. Da un lato, come dall’altro, apparve evidente la rimessa in discussione del partenariato strategico.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>E la NATO si allarga</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Nel cuore del processo di uscita dalla Guerra fredda, ma anche nelle premesse che hanno condotto alla guerra in Ucraina, c’è il problema del supposto impegno fatto a Mikhail Gorbacev dagli USA di non estendere la NATO a Est. Nonostante le ripetute confutazioni dello storico americano Mark Kramer, una promessa verbale di non allargamento era stata effettivamente formulata da James Baker, Segretario di Stato di George Bush, nel febbraio 1990, nel momento dei negoziati sulla riunificazione della Germania. Se ne trova traccia nelle note scritte da Baker: “Germania unificata ancorata in una NATO cambiata (politicamente) &#8211; la cui giurisdizione non si estenderebbe verso Est.”, come riportato da Mary Elise Sarotte in <em>1989: the Struggle to Create Post Cold War Europe</em>. Risulta altresì vero che in quello stesso momento la dissoluzione del Patto di Varsavia e dell’URSS era semplicemente inimmaginabile. E’ ancora più vero che questo dubbioso affare è diventato per i Russi una specie di mito fondante nei loro rapporti con l’Occidente. E l’essenza del problema risiede esattamente in questa promessa, secondo i Russi non mantenuta.<br />
La NATO, dunque, si allarga. Un allargamento sostenuto da un asse Washington-Berlino-Varsavia, richiesto legittimamente dai paesi dell’Europa orientale che, forti della loro precedente drammatica esperienza, conoscono bene il carattere espansionistico di una grande potenza, conoscono il nazionalismo imperiale russo e ricercano pertanto la protezione degli USA. Questi, decisi a respingere la Russia il più a est possibile, non si tireranno indietro, seguendo le schema formulato da Zbigniew Brzezinski ed esplicitato in <em>The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives</em> (1997). Nello stesso anno 1997, la Polonia, l’Ungheria e la Repubblica Ceca vengono, conseguentemente, autorizzate a candidarsi per l’adesione alla NATO secondo i criteri democratici ridefiniti nel 1995; l’adesione diventerà affettiva nel corso del 1999. Da quel momento l’ingrandimento della famiglia NATO continuerà con l’ingresso degli Stati baltici, della Slovacchia, della Romania, della Bulgaria, della Slovenia, della Croazia e dell’Albania, per concludersi nel 2017 con il Montenegro.<br />
La posta in palio per gli USA era di primaria importanza. In effetti, la NATO consente di controllare gli alleati europei e di avere un piede sul Vecchio continente, senza il quale essi si troverebbero nella situazione che la geografia ha dato loro: un’isola continente tagliata dalla massa euroasiatica. Orbene, l’avanzata della NATO ha contribuito a riattivare nella controparte russa l’atavica paura dell’invasione. Vale la pena sottolineare che la Russia ha sì di che rallegrarsi delle ricchezze dell’Heartland, ma soffre di due mali geografici: il suo incapsulamento, che la separa dagli accessi ai mari caldi, da una parte, e la vulnerabilità del suo spazio territoriale, che non dispone di alcuna barriera fisica di protezione. L’Ucraina rappresenta quindi al tempo stesso la via di invasione verso la Moscovia e la porta verso il Mediterraneo: non è necessario essere grandi strateghi per capire l’importanza geopolitica di questa nazione, specie per i Russi. Qualche tempo fa, Jack F. Matlok Jr., vecchio ambasciatore americano a Mosca, ha affermato che “l’espansione della NATO costituisce la più profonda gaffe strategica fatta a partire dalla fine della Guerra fredda”.<br />
L’allargamento del 2004, la Rivoluzione Arancione dello stesso anno, la politica neoconservatrice del “Regime Change” di George W. Bush, l’installazione di uno scudo antimissile in Polonia e in Romania (con il pretesto di contrare i missili iraniani) e la rimessa in discussione da parte degli Americani del Trattato ABM sono stati interpretati da Putin come i segni di un’ostilità crescente. In occasione della Conferenza sulla Sicurezza, tenutasi a Monaco di Baviera nel 2007, il Capo del Cremlino ha indicato la NATO, senza alcuna ambiguità possibile, come il nemico della Russia. Anche il presidente francese Jacques Chirac, verso la fine del suo secondo mandato, espresse la sua inquietudine di fronte a questa evoluzione, invitando a valutare la creazione di una struttura che coinvolgesse la Russia e l’Ucraina per garantirne la reciproca sicurezza. Ma Bush, a questo invito e ad altri provenienti da Paesi europei, rispose con un gentile ma fermo diniego.<br />
Putin, a quel punto, decise di approfittare della determinazione degli Americani e della corta visione delle dirigenze europee. Il vertice della NATO tenutosi a Bucarest nell’aprile 2008 rifiuterà all’Ucraina e alla Georgia lo statuto ufficiale di candidate, che Washington voleva loro attribuire, proprio per il veto incrociato di Francia e Germania. Tuttavia, gli USA continueranno a lasciare la porta aperta a questi due Paesi, compresi nello spazio dello “straniero vicino” russo, nella speranza di poterne approfittare. A questo punto, a Putin è bastato attendere l’errore fatale del presidente georgiano Mikhail Saakashvili per ottenere nell’agosto 2008 il pretesto per un’invasione che spezzò la dinamica pro NATO di Tbilisi, strappandogli ben due province (Abkhazia e Ossezia del Sud). Il messaggio era chiaro: Mosca userà la forza per bloccare future adesioni. Ma in Occidente non si è dato il giusto peso al netto avvertimento. Bruxelles, almeno visibilmente, ha continuato a far finta di non capire. Lanciata nella sua politica di allargamento a tutti i costi e di esportazione della <em>pax</em><i> democratica</i>, che si potrebbe definire anche come “imperialismo dolce”, l’UE non rinuncia all’ipotesi di far aderire nel suo seno l’Ucraina, con sovrano disprezzo dei più elementari interessi di sicurezza russi. L’Ucraina si trasforma, a quel punto, in una minaccia per Mosca, tanto più che l’adesione all’UE coincide, quasi temporalmente, con quella alla NATO. Prosperità, democrazia, protezione americana ai margini della sua frontiera: altrettanti pericoli che la Russia vede avanzare minacciosi contro di sé. Putin, in questo caso, ha la colpa di aver pensato che non ci sarebbe stata altra via d’uscita; da parte su ci aggiunse quel cinismo necessario a infrangere le regole della convivenza internazionale.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Le guerre per procura</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Insediato alla guida di un governo forte, seduto sopra immense riserve di gas, arricchito dall’aumento dei prezzi del petrolio, consolidato da una restaurazione interna del suo Paese sul piano sociale, religioso e culturale, e capace di toccare le corde del patriottismo russo &#8211; condizione indispensabile per un ritorno in forza sulla scena mondiale -, Putin, spalleggiato dalla Cina, lancia il suo Paese in uno scontro con l’Occidente. Un combattimento che assume progressivamente un carattere ideologico sempre più marcato. In un discorso pronunciato nel 2013 al Forum di Valdai, il presidente russo denunciò i Paesi occidentali che a suo avviso, “adottano delle politiche che mettono sullo stesso piano le famiglie numerose e le coppie dello stesso sesso, la fede in Dio e il culto di Satana”. Da un punto di vista geopolitico, egli riprese per sé l’ideologia slavofona e le tesi euroasiatiche (sostanzialmente anti-occidentali) care al filosofo e politologo russo Alexander Dugin, per il quale l’inevitabile scontro fra civiltà avverrà fra la civiltà tradizionalista, da un lato e l’Occidente decadente, dall’altro.<br />
Con il decennio 2010 la Russia di Putin entra in uno scontro progressivamente più forte e più ampio con l’Occidente, in un crescendo che porterà all’invasione dell’Ucraina. Il contesto appare favorevole, dal momento che gli USA iniziano a rinunciare al loro ruolo di gendarme del mondo con il presidente Barak Obama. In occasione della crisi libica, il Cremlino lascia passare all’ONU la risoluzione n. 1973 del 17 marzo 2011 che autorizza la Francia e il Regno Unito &#8211; saliti sul treno del neoconservatorismo proprio nel momento in cui gli Americani ne sono discesi &#8211; a intervenire a sostegno dei ribelli, ma senza impegno diretto sul terreno, nel rovesciamento del sanguinoso regime dell’autocrate di Tripoli. Il seguito risulta ben noto: Parigi e Londra, come anche i loro alleati Qatarini, non rispetteranno il mandato dell’ONU. La Russia, a quel punto, ha buon gioco nel gridare alla prevaricazione, anche se è lecito dubitare dell’atteggiamento naif dei dirigenti del Cremlino in tutta la questione. Con la guerra civile in Siria, Mosca passa dal “lasciar fare” al blocco delle iniziative occidentali, mettendo il suo alleato Bashar el Assad sotto la sua protezione, come lo dimostra il primo veto posto a partire dall’ottobre 2013 all’ONU e quindi intervenendo militarmente in suo favore a partire dal 2015. Nell’affare, la Russia riesce a vincere su tutta la linea, ad esempio quando Obama rinuncia a una operazione militare nel 2013. Infine, Putin passa all’azione diretta nel 2014, al fine di difendere i suoi interessi immediati nell’area dello “straniero vicino”, con l’annessione della Crimea e la Guerra per procura nel Donbass. Una crisi, conviene ricordarlo, che nasce dall’accordo di associazione proposto a Kiev dall’UE, che, da parte sua, sembrava incapace di rinunciare all’Ucraina, di fatto senza aver tratto alcun ammaestramento dai fatti della Georgia.<br />
Altro punto capitale: l’estensione geografica dell’attivismo russo che ha riproposto quello dell’URSS degli anni 1960-70. Oltre alla Siria, l’influenza della Russia si fa sentire, ormai, in Egitto, in Algeria, nel “puzzle” libico e chiaramente in Africa. Ovunque gli Occidentali mostrano segni di regressione. Le sanzioni economiche del 2014 hanno dato un impulso supplementare al riavvicinamento della Russia con la Cina, mentre Mosca rimane essenziale nella risoluzione della questione siriana ed irakena. In definitiva, la Russia è ritornata a essere un attore fondamentale sullo scacchiere internazionale. Ormai si deve comunque trovare un accordo con Mosca. Donald Trump, per concentrarsi meglio sul pericolo cinese, aveva evidenziato una volontà di riallacciare, senza successo, i contatti con la Russia, e di riproporre quel famoso “reset” che anche Obama a suo tempo aveva tentato invano. In effetti, si trattava ormai di una tardiva resipiscenza. Di fatto, queste aperture sono state sempre interpretate come indizi di debolezza da Putin, che ha sempre rifiutato di accogliere la mano tesa. A tutto questo vanno aggiunti i numerosi “muri” presso il Consiglio Nazionale di Sicurezza, come al Congresso dei Rappresentati, che hanno contribuito a impedire alla Casa Bianca anche un minimo di riavvicinamento con Mosca. I pregiudizi negativi e reciproci rappresentano ostacoli difficilmente superabili in un tempo breve, da una parte e dall’altra.<br />
In fin dei conti, con la sua aggressione all’Ucraina, diventata terreno di scontro degli imperi, Putin ha superato una nuova (ultima?) tappa del ritorno della potenza russa sulla scena mondiale e del suo rifiuto dell’attuale ordine mondiale immaginato da Washington. In effetti, le sue dichiarazioni al venticinquesimo Forum di San Pietroburgo, del 15 giugno 2022, poi quelle al vertice del 23-24 giugno dei BRICS, i nuovi Paesi non allineati, hanno reso flagrante le vere intenzioni del presidente russo: l’invasione dell’Ucraina è, dunque, solo un pretesto in un disegno di più ampio respiro, che persegue l’obbiettivo &#8211; con l’appoggio più o meno palese della Cina &#8211; della distruzione dell’unipolarismo del morente impero americano e della liquefazione della sua area periferica, denominata Unione Europea.</p>
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		<title>GLI STATI UNITI E LE ROTTE MARITTIME DELLA CINA</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Sep 2018 07:39:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi - Secondo l’ammiraglio e stratega americano Alfred Thayer Mahan il controllo delle grandi rotte passa attraverso il controllo degli stretti o, più in generale, dei “mari stretti”. A oltre un secolo di distanza questa tesi viene sistematicamente applicata dagli USA, che controllano la maggior parte dei punti &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Massimo Iacopi -</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Secondo l’ammiraglio e stratega americano Alfred Thayer Mahan il controllo delle grandi rotte passa attraverso il controllo degli stretti o, più in generale, dei “mari stretti”. A oltre un secolo di distanza questa tesi viene sistematicamente applicata dagli USA, che controllano la maggior parte dei punti strategici per il commercio marittimo mondiale. La potenza cinese sarà in condizione di affrancarsi da questi vincoli?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le principali rotte del commercio marittimo sono condizionate da numerosi “passaggi stretti”, artificiali o naturali. Si può citare, ad esempio, Malacca, Ormuz, Bab el Mandeb, Gibilterra, il canale di Suez e quello di Panama. Questi punti vitali sono presi in considerazione dalla maggior parte degli studi sulla sicurezza delle rotte del commercio a livello mondiale.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Le rotte marittime esistenti</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Gli Americani grazie al potente strumento navale e alla rete di alleanze arrivano a controllare la totalità di questi passaggi. La disposizione geografica delle flotte americane è ben articolata da questo punto di vista e la 5a Flotta, responsabile per il Golfo Persico e il Golfo di Aden è la più importante di tutte.<br />
Il sostegno di Washington ad alcuni Stati chiave è altrettanto importante: l’Egitto è il secondo destinatario del suo aiuto militare nel Medio Oriente dopo Israele, con il Canale di Suez nel mirino. Dalla parte dello Stretto di Malacca si possono citare gli accordi con Singapore, che consentono all’US Navy l’accesso a infrastrutture navali e aeronautiche di questa città-stato, che è anche una delle più importanti piazze portuali del pianeta.<br />
Ma il miglior jolly per gli Americani rimane il Canale di Panama. Da un lato esso è un passaggio quasi obbligato per attraversare il continente americano, dato che il Passaggio a Nord Ovest rimane inaccessibile per una parte dell’anno e Capo Horn è un passaggio poco confortevole. Dall’altro, gli Stati Uniti svolgono un controllo quasi assoluto su questo canale.<br />
Nonostante tutto la Cina si organizza come può sulle rotte esistenti. Da un lato, la sua strategia di controllo del mare della Cina gli fornirebbe, in caso di successo, il predominio sui flussi intra-asiatici. Dall’altra, la strategia denominata “collana di perle”, che consiste nel disporre di insediamenti sulla rotta fra la Cina e il Medio oriente, specialmente in Cambogia, Birmania, Bangladesh, Sri Lanka e Pakistan, gli permette di insediarsi lungo la rotta più importante.<br />
Non bisogna sopravvalutare la capacità militare degli insediamenti cinesi, che per la stragrande maggioranza sono piuttosto simbolici. In gran parte di essi la Cina ha messo piede per non farsi precedere da eventuali rivali, in particolar modo l’India. E la creazione di una base a Gibuti può essere interpretata come il completamento di questa strategia. Ma tutto questo ci porta a interrogarci sui possibili ulteriori obiettivi di Pechino.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Paese continentale, soluzione continentale?</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Per aggirare l’egemonia americana sulle rotte marittime, la Cina può sfruttare la sua natura continentale, creando dei corridoi di trasporto terrestre basati essenzialmente sul trasporto ferroviario. Si pensi, in primo luogo, al corridoio di Gwadar, fra il Pakistan e lo Xinkiang, o a quello di Sittwe, fra la Birmania e lo Yunnan, che evita alle merci destinate in Europa e Medio Oriente il passaggio per lo stretto di Malacca. Si pensi ugualmente ai corridoi euroasiatici, quali la transiberiana o la nuova rotta della Seta.<br />
Ma un corridoio terrestre ha difficoltà a compensare il peso del trasporto marittimo. Di fatto occorrono un centinaio di treni per trasportare una quantità di merci equivalente alla capacità di una nave tipo ULCS (Ultra Large Containers Ship). Inoltre, su rotaia il costo per container trasportato è cinque volte più caro. Il solo vantaggio di questa modalità di trasporto è la velocità più elevata, ma questo aspetto pone il trasporto ferroviario su una posizione più complementare che concorrenziale rispetto al trasporto marittimo.<br />
In definitiva, l’interesse di questi corridoi è piuttosto di ordine interno per la Cina: consentono di sviluppare regioni lontane dalla costa, lo Yunnan e soprattutto lo Xinkiang, che la Cina sta cercando di valorizzare. Tali regioni renderanno infatti il Paese meno dipendente dalle grandi rotte marittime.<br />
In ogni caso, la creazione di corridoi continentali da parte dei Cinesi costituisce una delle strategie economiche di sviluppo, conosciuta sotto il nome di OBOR, “One Belt, one Road” (una cintura – una rete –, una via), che ha come scopo di creare un network di vie di trasporto che attraversa tutta l’Eurasia per consentire il trasferimento veloce di persone, merci e risorse attraverso la costruzione di moderne linee ferroviarie ad alta velocità. Poiché il trasporto di merci per via aerea risulta molto costoso, ed essendo il trasporto via mare, seppur efficace, molto lento, quest’ultimo non sarà abbandonato ma si punterà ad un miglioramento dei mezzi di trasporto via mare esistenti (“Nuova via della Seta”).<br />
In definitiva, la strategia cinese di sviluppo economico futuro si baserà sostanzialmente sulla <em>Belt and Road iniziative (BRI)</em>, che è sostanzialmente la combinazione di due progetti: una componente terrestre, cioè la <em>Silk Road Economic Belt </em>e una complementare marittima, la <em>21st Century Maritime Silk Road</em>. Una strategia di aggiramento più che di scontro.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Le rotte future</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Una delle strade possibili per la Cina consiste nel piazzarsi su possibili passaggi marittimi in divenire. Questi si possono individuare nelle rotte del Grande Nord – passaggio a Nord-Ovest e Nord-Est – o nella creazione di nuovi canali, come quello del Nicaragua (progetto già in fase avanzata) o dell’istmo di Kra in Thailandia, per aggirare lo stretto di Malacca.<br />
Le rotte del Grande Nord comportano al momento più incertezze che reali potenzialità. Tuttavia, la Cina non ha mancato di piazzare le sue pedine nell’Artico. Da qualche anno la compagnia di stato COSCO invia navi lungo il passaggio a Nord-Est e la Cina dispone già di una nave di ricerca rompighiaccio, la <em>Xue Long</em>, inviata regolarmente nella regione. La chiave per comprendere l’interesse che hanno i Cinesi su questa rotta non può essere basata su un traffico incerto fra l’Europa e l’Asia, ma piuttosto su quello per la rotta che è sempre servita nell’epoca sovietica: dare accesso alle risorse naturali di cui è ricco il Grande Nord russo. D’altronde, le sanzioni occidentali hanno consentito ai Cinesi di sostituirsi agli Europei per il finanziamento e il sostegno tecnico del progetto di sfruttamento dei giacimenti di gas del Yamal.<br />
Per il momento, il canale del Nicaragua non è ancora esattamente delineato. L’uomo d’affari che presiede la società di sviluppo responsabile dei lavori e che rappresenta il principale finanziatore, Wang Jing, avrebbe perduto il 90% della sua fortuna in occasione del crac borsistico cinese dell’estate 2015. E il progetto è a dir poco faraonico: il costo è stimato in 50 miliardi di dollari, ovvero l’equivalente di quattro volte il PIL della Cina.<br />
Il canale di Kra in Thailandia rimane invece ancora allo stato teorico. È stata costruita una strada sull’istmo negli anni ’90, ma i porti che doveva collegare non sono stati ancora realizzati.<br />
Per questi progetti attualmente si presentano due difficoltà: in primo luogo, la contrazione del traffico marittimo mondiale ne diminuisce l’interesse economico; in seconda battuta, il progressivo incremento delle dimensioni delle navi aumenta l’investimento necessario, una tendenza favorita dal recente allargamento del canale di Panama.<br />
La strategia cinese sembra discendere dalla massima degli Shadoks: “Se la soluzione non si adatta al problema, occorre adattare il problema alla soluzione”. In sintesi, poiché risulta difficile sottrarre agli Stati Uniti la loro posizione egemonica, la Cina punta a modificare le grandi rotte commerciali verso zone che può modellare secondo le proprie esigenze.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Jon Tetsuro Sumida, <em>Inventing grand strategy and teaching command: the classic works of Alfred Thayer Mahan reconsidered</em>, John Hopkins University Press, 1999.<br />
Alessandro Politi, <em>Nicaragua contro Panamà: la guerra dei Canali</em>, in “Osservatorio strategico”, Centro Militare di Studi Strategici, luglio 2013.<br />
<em>Sea navigation, challenges and potentials in South East Asia: an assessment of suitable sites for a shipping canal in the South Thai Isthmus</em>, October 2007, Volume 70.<br />
<em>Cina-USA. La sfida</em>, “Limes”, 1/2017.</p>
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		<title>L’EUROPA DI FRONTE AL GIGANTE RUSSO: 28 DIVERSE RAPPRESENTAZIONI</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Mar 2017 07:19:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi - L&#8217;Unione Europea sviluppa una sua politica nei riguardi di Mosca. Ma, di fatto, questa politica è un caleidoscopio nel quale ogni Paese conserva una propria visione della Russia, con interessi e strategie specifiche. Europa, Russia: due grammatiche di potenza Durante l’ultimo quarto di secolo la Russia, &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Massimo Iacopi -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>L&#8217;Unione Europea sviluppa una sua politica nei riguardi di Mosca. Ma, di fatto, questa politica è un caleidoscopio nel quale ogni Paese conserva una propria visione della Russia, con interessi e strategie specifiche.</strong></em></p>
<h3 style="text-align: justify;">Europa, Russia: due grammatiche di potenza</h3>
<p style="text-align: justify;">Durante l’ultimo quarto di secolo la Russia, come l’UE, ha conosciuto importanti evoluzioni. La Russia del 2017 non è più quella del 1991: oggi non è più temuta solo per la potenza nucleare, la capacità di blocco nelle assise internazionali (ONU, OSCE) o il rischio di un’implosione su sé stessa. La Russia è capace di iniziative strategiche come in Siria o in Europa, dove cerca di ottenere sostegni politici tra gli euroscettici di destra o di sinistra. La stessa cosa è avvenuta per l’UE: la Comunità economica europea era composta nel 1991 da 12 Stati membri; oggi disporre di frontiere con la Russia, con l’allargamento del 1995 alla Finlandia, quindi nel 2004 all’Estonia, la Lettonia, la Lituania e la Polonia (confine con l’enclave di Kaliningrad, ex Konigsberg). Il centro di gravità geopolitico dell’EU è, di fatto, migrato verso est.<br />
Le grammatiche di potenza russa ed europea differiscono largamente. La Russia è una immensa massa continentale il cui controllo passa attraverso un potere forte e accentrato e una speciale attenzione alla geografia, mentre l’UE è una costruzione che cerca di superare la sua stessa storia al fine di assemblare un insieme integrato. La Russia afferma la sua concezione della ”democrazia sovrana”, mentre l’UE cerca di promuovere i suoi valori in mezzo ai suoi vicini. In altri termini la Russia si ispira a Gaia, dea greca della Terra, mentre la visione dell’UE appare ispirata da Cronos, il dio del Tempo. I dirigenti europei vedono nella Russia un regime politico e una potenza del XIX secolo, mentre i dirigenti russi considerano l’UE come una esperienza politica artificiale, fuori dalla realtà del territorio, destinata a sfaldarsi come l’URSS.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Francia e Germania: una soluzione alternativa all’atlantismo</h3>
<p style="text-align: justify;">Per Francia e Germania, dietro la relazione con la Russia si profila uno spettro. Quello formulato dal Mackinder nel 1904, e cioè la prospettiva di un’alleanza continentale fra la tecnica tedesca e le risorse russe, capace di generare la sola forza in condizioni di mettere in discussione la supremazia di quella che era la “potenza del mare” del tempo, il Regno Unito. Impedire questa eventualità è stato il fondamento dell’azione politica di Londra.<br />
Per gli strateghi della nuova “potenza del mare” emersa alla fine del secondo conflitto mondiale, gli Stati Uniti, questo rischio è sempre attuale e sarebbe “esiziale per la permanenza degli USA sul continente europeo” (Brzezinski, 1996). Secondo PhilipBobbit (2004), “Le intenzioni finali della Germania sono fonte di preoccupazione” per Washington. Brzezinski evoca anche una possibile intesa franco-russa, che però giudica decisamente meno pericolosa e che qualifica come possibile “flirt tattico” (1996). Comunque sia, in entrambi i casi esiste un’opzione continentale a fianco dei quella atlantica.<br />
Le due nazioni risultano importanti partner commerciali per la Russia. Nel 2013 (prima della recente crisi con la Russia), la Germania era il suo secondo fornitore dopo la Cina (38 miliardi di dollari) e la Francia era il settimo, con 13 miliardi di dollari. Tuttavia, per il commercio estero dei due Paesi questi volumi di scambio non contano molto. Nel 2015 essi si sono ridotti rispettivamente a 20 e 6 miliardi di dollari. Per la Germania si tratta di una diminuzione del 46%, equivalente al calo del volume delle importazioni russe a causa delle recessione. Per la Francia, la riduzione è stata del 55%.<br />
Occorre, in ogni caso, considerare anche gli investimenti delle imprese in Russia. I dati forniti dalla Russia per il periodo 2008-2013 evidenziano che l’essenziale degli investimenti nel Paese provengono da piazze a partire dalle quali oligarchi e imprese russe reinvestono i capitali dopo la loro domiciliazione all’estero. Questo tipo di investimenti è un indicatore della cooperazione economica fra Paesi. I volumi sono nettamente al di sotto del potenziale del partenariato fra il “saper fare” tedesco e francese e le esigenze dell’economia russa.<br />
Gli idrocarburi costituiscono la maggior parte delle importazioni della Francia e della Germania dalla Russia. Ma nessuna delle due nazioni è dipendente dal petrolio russo, in quanto il mercato di questo prodotto è mondiale: risulta abbastanza facile cambiare fornitore. Il mercato del gas è organizzato per continenti e gran parte del commercio mondiale circola attraverso gasdotti continentali, ma l’aumentata distribuzione via mare del gas liquefatto (GNL) rivedrà la distribuzione dei flussi. La Germania importa gas russo in quantitativi crescenti: 47 miliardi di m3 nel 2015, ovvero il 36% delle sue importazioni. La Francia dipende appena del 16% dal gas russo (10 miliardi di m3 nel 2015).<br />
Storicamente, il gas russo destinato alla Germania arrivava attraverso l’Ucraina. Il gasdotto che passa per la Bielorussia e la Polonia, entrato in servizio nel 2001, non ha ridotto la sua possibile esposizione a un conflitto fra Mosca e Kiev che tagli la rotta ucraina. Per questo motivo la Germania ha sostenuto la costruzione del North Stream di Gazprom. Dal 2011 questo gasdotto posato sul fondo del mar Baltico può portare direttamente 55 miliardi di m3 dalla Russia alla Germania.<br />
Ma per Mosca, esso non regola il problema del transito attraverso l’Ucraina del gas che la Russia vende all’Europa occidentale. Nella primavera del 2015, a seguito del blocco del progetto South Stream, quindi della sua variante Turkish Stream (che potrà riprendere grazie al recente ristabilimento delle relazioni fra Mosca e Ankara), Gazprom ha proposto il raddoppio del North Stream. Gli investitori si sono precipitati. Nel settembre 2016 Gazprom aveva già reperito partners per il 49% del gasdotto (Royal Dutch Shell, i tedeschi di EoN e BASF-Wintershall, l’austriaca di OMV, i francesi di Engie).<br />
North Stream 2, che porterebbe la capacità della rotta baltica a 110 milioni di m3, coprirebbe quasi tutto il volume delle vendite russe in Europa occidentale e sconvolgerebbe i dati relativi al commercio del gas nel continente. Esso copre le necessità della Germania e trasforma questo Paese in un hub del gas russo per tutta l’Europa occidentale e centrale (suscitando nel contempo l’irritazione dell’Italia).<br />
Nonostante le assicurazioni fornita da Merkel e da Hollande, i geopolitici americani temono sempre un riavvicinamento fra Mosca e Parigi e/o Berlino. I due Paesi hanno anche cercato di trovare soluzioni di compromesso in Ucraina, ma senza risultati significativi. Essi intendono mantenere relazioni economiche vantaggiose per l’agricoltura francese e per l’industria tedesca. Le tendenze della geopolitica e dell’economia finiranno per avere la meglio?</p>
<h3 style="text-align: justify;">L’Italia, una pioniera oggi messa da parte</h3>
<p style="text-align: justify;">Se non è mai stata in discussione la questione di un’alleanza continentale fra la Russia e l’Italia, le loro relazioni economiche sono importanti come lo sono state le relazioni personali fra Putin e Berlusconi. L’Italia era il quinto fornitore della Russia, con 14,5 miliardi di dollari nel 2013. Questo flusso è diminuito parallelamente alla diminuzione delle importazioni russe (8,3 milioni di dollari nel 2015) con una riduzione complessiva del 42%. L’industria italiana era stata una pioniera in Russia, poiché FIAT era stata scelta da Mosca nel 1966 per costruire il primo grande stabilimento di automobili, oggi sotto il controllo della Renault. Successivamente l’Italia ha poco investito in Russia: dal 2008 al 2013 gli investimenti esteri italiani in Russia sono stati di appena 1,3 miliardi di dollari (dieci volte meno della Francia).<br />
Per Roma, che ha rinunciato al nucleare, il gas russo è un prodotto strategico: la Russia fornisce circa un quarto del suo gas. Roma teneva molto al progetto South Stream attraverso il Mar Nero, che aveva lo scopo di portare il gas verso l’Europa meridionale. Di fatto la commissione Barroso ha fatto di tutto per far fallire il progetto, impedendo a Gazprom di aggirare l’Ucraina. La commissione ha elaborato una regola generale, spesso designata come “terzo pacchetto”, che vieta a un produttore di gas di costruire e sfruttare un gasdotto nello spazio UE. Con questo provvedimento la commissione affermava di voler difendere il consumatore europeo salvaguardando la concorrenza. Gazprom, di contro, ha replicato che se finanziava un gasdotto era al solo scopo di trasportare il suo prodotto. Di fatto la commissione Barroso non ha mai accettato di derogare al “terzo pacchetto” per Gazprom, che alla fine ha dovuto rinunciare al progetto. Tuttavia, nel 2014, la stessa Commissione ha esentato il progetto TANAP-TAP (transanatolica-transadriatica). Il turco Botas (30%) e il produttore di gas azero SOCAR (58%) potranno costruire un gasdotto che collega la Turchia all’Italia, sfruttandolo senza essere sottoposti alle restrizioni del “terzo pacchetto”.<br />
Roma ha mal digerito l’azione della commissione. Di fatto l’ENI risultava azionario del 30% di South Stream e non è presente in TAP, che fornirà un volume di gas molto inferiore. Inoltre, l’impresa italiana SAIPEM, una dei leader mondiali del settore, che aveva ottenuto il contratto di costruzione della parte sottomarina di South Stream, ha perso un contratto di 2,2 miliardi di dollari e ha sofferto gravi difficoltà finanziarie. In questa situazione, l’Italia riceverà il suo gas attraverso North Stream, attraverso cioè, il Baltico e la Germania, a spese dei consumatori italiani. Per rappresaglia, l’Italia, alla fine del 2015 ha bloccato per diversi mesi la liberazione di fondi per l’accordo Turchia-EU.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Il denaro russo non ha odore…</h3>
<p style="text-align: justify;">Il Regno Unito e i Paesi Bassi sono considerati fra i Paesi più ostili a Mosca, ma le cose risultano ben più ambigue di quanto non appaiano. Londra è la città prediletta da numerosi oligarchi russi. Vi hanno domiciliato le loro fortune, in holding che finanziano progetti in Russia a partire da una base fuori dalla portata del Cremlino. Un ruolo che fuori dall’UE risulta essere giocato anche dalla Svizzera. Ginevra è il principale centro di commercio del petrolio russo in Europa e Rotterdam il suo principale hub fisico. Il denaro, contabilizzato da strutture locali, ufficialmente straniere, viene reinvestito in Russia. Più della metà degli investimenti effettuati in Russia fra il 2008 e il 2013, proviene da questi tre Paesi. Tuttavia, negli idrocarburi, la britannica BP e l’anglo-olandese Royal Dutch Shell sono grandi investitori in Russia.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Solidarietà ortodossa a geometria variabile</h3>
<p style="text-align: justify;">Grecia e Cipro sono importanti mete turistiche per i Russi. Nel 2013 vi si sono recati più di 2 milioni di turisti russi (rispettivamente 1,4 milioni e 0,7). Con la recessione in Russia questa cifra è scesa drasticamente a 1,1 milioni nel 2015, di cui la metà in Grecia. Cipro risulta, peraltro, un’importante piattaforma off-shore per i capitali russi: è il quarto investitore straniero in Russia. Questi Paesi ortodossi, vicini al gigante turco, hanno buone ragioni politiche per mantenere salde relazioni con Mosca.<br />
La Bulgaria, alleato tradizionale di Mosca dal XIX secolo, è nondimeno entrata nella NATO nel 2007. Per questo Paese, il progetto South Stream sarebbe stato di grande importanza. Il gasdotto avrebbe dovuto trasportare 63 milioni di m3 di gas russo attraverso il suo territorio, verso l’Austria e l’Italia, con notevoli ricadute economiche in termini di royalties. Sotto la pressione di Bruxelles, la Bulgaria ha dovuto rinunciare al progetto. Dal 2016 Sofia ha continuato a richiedere la realizzazione di un gasdotto russo sotto il Mar Nero di dimensioni ridotte; alla fine di giugno dello scorso anno Gazprom ha dichiarato come prioritaria la posa di un gasdotto capace di 16 miliardi di m3 sul fondo del Mar Nero entro il 2019, ma secondo il tracciato del Turkish Stream, ovvero dalla Russia ad Istanbul. Si tratta, in tal modo, di deviare il gas destinato alla Turchia, attualmente circolante attraverso l’Ucraina: la strada per un secondo gasdotto sarebbe, a quel punto, aperta.<br />
La Russia assicura il 100% delle importazioni bulgare di gas (3 miliardi di m3). La sua dipendenza è tuttavia relativa, in quanto il gas conta poco nel suo mix energetico. La questione risulta tuttavia politicamente sensibile, in quanto tale gas serve per il consumo delle abitazioni.<br />
Le relazioni fra la Romania e la Russia, economicamente limitate, sono politicamente molto deteriorate. Bucarest non dimentica i territori sottratti da Stalin nel 1945 e che oggi fanno parte dell’Ucraina e della Moldavia. La Romania sta ricevendo elementi del sistema antimissili americano, tanto temuto e deplorato da Mosca, ma voluto, secondo la versione ufficiale, da Washington per proteggere l’Europa contro i missili iraniani. La Romania non importa più gas russo praticamente dal 2014.</p>
<h3 style="text-align: justify;">L’Europa centrale sotto influenza</h3>
<p style="text-align: justify;">La Repubblica ceca, la Slovacchia, l’Austria e l’Ungheria sono poco favorevoli, se non ostili, alle sanzioni contro la Russia, anche se i ricordi della Cortina di Ferro e dell’occupazione sovietica sono ancora molto forti. Le loro esportazioni verso la Russia sono modeste come volume (dai 3 miliardi di dollari dell’Ungheria ai 5,3 miliardi della Cechia) e nel corso del 2014 e 2015 hanno subito una diminuzione media del 40-50%. Queste esportazioni rappresentano appena una minima parte delle loro esportazioni (ed eccezione della Slovacchia, per cui valgono il 10%). Tuttavia questi Paesi sarebbero ben piazzati nel caso il commercio fra Russia e l’Occidente riprendesse vigore.<br />
Essi sono, comunque, tutti dipendenti dal gas russo (dal 100% della Slovacchia al 70% dell’Austria al 50% dell’Ungheria) e la questione del transito verso l’Europa occidentale è di grande rilevanza. Il gasdotto che viene dall’Ucraina ha una capacità annuale superiore a 100 miliardi di m3, ma Gazprom vuole evitare totalmente l’Ucraina a partire dal 2019. Di fatto, per la Slovacchia i diritti di transito producono 800 milioni di dollari l’anno. Il contratto, che termina nel 2028, è di tipo prendi o paghi (take or pay), vale a dire che Gazprom deve pagare i diritti per la quantità prevista, che questa passi o meno. A tal fine sono stati avviati negoziati complessi. Dal 2015 la Slovacchia rappresenta l’asse principale attraverso il quale l’UE finanzia l’invio di gas in Europa attraverso l’Ucraina per consentire a questa di non comprarne più dalla Russia. Di fatto, si tratta di gas russo arrivato attraverso il Baltico e la Germania, che può arrivare fino a Kiev e Kharkov. La Slovacchia percepisce già le entrate in senso inverso. Riprendendo questo schema, Gazprom propone di fare della Slovacchia il suo hub di North Stream 2 per il gas destinato all’Europa centrale (Ungheria, Austria e Serbia), fatto che consentirebbe di compensarla.<br />
L’Ungheria sviluppa con la Russia relazioni economiche e politiche più importanti: ha ottenuto dalla Russia buoni prezzi per il gas e vi ha acquistato una centrale nucleare.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Le paure dei Baltici</h3>
<p style="text-align: justify;">I Paesi Baltici si considerano come la linea del fronte con la Russia. Per loro, l’economia è un fatto secondario. Integrati alla Russia dal 1721 e, in precedenza, sotto dominio tedesco e quindi svedese, Estonia (1,3 milioni di abitanti) e Lettonia (2,2 milioni) hanno ottenuto l’indipendenza nel 1919. Riannessi all’URSS nel 1944 da Stalin, hanno dovuto assistere a un’importante immigrazione che ha portato la popolazione russofona rispettivamente al 35% e al 42% nel 1991, al momento del crollo dell’URSS. L’attribuzione della nazionalità ha costituito un problema molto sensibile e una parte della popolazione ha ancora oggi uno statuto di “non cittadino”, senza diritti di voto. Il ritorno in patria di numerosi baltico-americani, figli dei Baltici fuggiti all’arrivo dell’Armata Rossa nel 1944, per occupare ruoli chiave nell’amministrazione, e il contemporaneo rientro in Russia di una parte della popolazione, non ha contribuito a sanare le relazioni con Mosca (l’attuale presidente dell’Estonia é stato il vecchio ambasciatore degli Stati Uniti nel Paese).<br />
Dal Medioevo la lega anseatica ha dominato l’economia di queste regioni povere di risorse. I loro porti sono stati il passaggio naturale del commercio fra il Mare del Nord e l’Eurasia. Dopo il 1991 la Russia, indebolita, è stata obbligata a passare attraverso i loro porti. Ma con la crescente degradazione delle relazioni, Mosca ha deciso, a partire dal 2001, di costruire nuovi porti nel suo territorio: il traffico dei porti russi del Golfo di Finlandia è così passato dai 12 milioni di tonnellate del 1990 a 218 milioni nel 2015. Dal 1990 al 2015 il traffico dei porti estoni è passato da 8 milioni a 28 milioni di tonnellate, quello dei porti lettoni da 37 a 68. Nel 2013 il transito euroasiatico rappresentava ancora l’8% del PIL dei due Paesi. La scomparsa di certe tradizioni anseatiche millenarie costruirebbe una significativa rottura storica.<br />
La Lituania, sotto controllo polacco e convertita al cattolicesimo dal XIV secolo, è stata annessa alla Russia solo nel 1795 e la sua minoranza russa è rimasta sempre debole. La sua posizione geografica le consente ancora oggi una funzione di transito. Nel 1999 la Lituania ha costruito un porto petrolifero per voltare le spalle a Mosca. Nel 2014 è stato inaugurato un terminal portuale di rigassificazione del GNL, per approvvigionare l’insieme dei paesi baltici. L’UE finanzia, peraltro, un gasdotto russo proveniente dalla Germania. I Paesi Baltici, che nel 2013 dipendevano al 100% dal gas russo, a prezzi elevati, fra qualche tempo non ne acquisteranno più (almeno direttamente).<br />
L’ingresso dei Paesi Baltici nella NATO nel 2004 ha costituito una rottura. Da quel momento le manovre militari russe mostrano in maniere chiara la volontà di opporsi alle mire occidentali. La NATO, d’altronde vi rinforza a poco a poco la sua presenza. La tensione tende pertanto ad accrescersi con il corollario di una situazione non certo favorevole all’attività economica dei stessi Paesi coinvolti. L’idea di fare dei Paesi Baltici una piattaforma avanzata di esportazione verso la Russia, a suo tempo avanzata, è al momento esclusa. Le deboli esportazioni verso la Russia tendono a diminuire: dal 2013 al 2015 sono passate dai 4,9 miliardi di dollari ai 3,1 per la Lituania, da 2,6 a 1,6 per la Lettonia e l’Estonia riunite.</p>
<h3 style="text-align: justify;">L’Atlantico arriva fino al Baltico</h3>
<p style="text-align: justify;">Le esportazioni dei Paesi scandinavi verso la Russia erano modeste: 5,4 milioni di dollari per la Finlandia e 4 miliardi per la Svezia nel 2013. Nel 2015 si sono ridotte alla metà. In proporzione, l’economia finlandese è la più colpita, tanto più che nello stesso periodo la presenza di turisti russi è calata da 5,5 milioni a 3,1 milioni di persone.<br />
La dimensione militare della relazione sembra al momento prendere il sopravvento. La progressione della NATO nel Baltico rappresenta un’azione periferica per Washington, Londra, Parigi e Berlino, ma minaccia, comunque, il cuore della stessa Russia. L’importanza della minaccia sulla sicurezza della Russia potrebbe portare Mosca a una reazione estrema per interdire una testa di ponte americana in Scandinavia. La Finlandia sarebbe più ai margini, ma la Svezia si sente particolarmente minacciata da un’eventuale offensiva russa verso l’Atlantico del Nord e in caso di conflitto Est-Ovest. Essa ha dunque accentuato l’ostilità nei confronti di Mosca e nel Paese si diffonde l’idea di entrare nella NATO o di ospitare truppe americane.<br />
Varsavia prova le stesse paure. Membro della NATO, reclama la presenza di truppe americane. La Polonia è il paese europeo più ostile alla Russia. Le radici dell’antagonismo fra Varsavia e Mosca sono molto profonde e risalgono al XIV secolo, epoca nella quale il potere cattolico polacco fece dell’espansione sulle terre ortodosse una “missione civilizzatrice” per cristianizzare quelli che venivano designati come “eretici” o “pagani”. Nel XVII secolo la Grande Polonia si estendeva fino a Kiev, ma la “cristianizzazione” risultò molto parziale. In ogni caso, le divisioni oggi esistenti in Ucraina sono anche il frutto dell’azione polacca nel territorio. Dopo un secolo di occupazione russa della Polonia (1815-1919), gli scontri fra Mosca e Varsavia hanno determinato le più grosse modificazioni sulle carte dell’Europa del XX secolo.<br />
Da parte polacca, l’odio per Mosca, cancella qualsiasi visione economica, mentre da parte russa si assiste a un altezzoso disprezzo. E quello che avviene in Ucraina dal 2013 non è altro che un ulteriore lascito di una lotta secolare.<br />
L’ingresso della Polonia nella UE costituisce un evento decisamente più importante e carico di conseguenze di quanto non sia stato effettivamente valutato: la costruzione europea non rappresenta più uno strumento di pacificazione di vecchi rancori, ma, al contrario, può trasformarsi in un mezzo per strumentalizzarne di ben più profondi.<br />
L’UE, strattonata dai suoi Stati membri fra rappresentazioni così diverse della Russia, sarà in grado di individuare una linea direttrice comune? Vladimir Putin ne dubita e tutto questo non può che confortarlo nella scarsa considerazione che prova nei riguardi di Bruxelles, in quanto strumento degli USA e della loro volontà di dividere l’Europa e i continente eurasiatico. La confusione europea costituisce, nel medio termine, una carta favorevole ai disegni della Russia.</p>
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		<title>INDIA-CINA: UN CONFRONTO A GEOMETRIA VARIABILE</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2016 08:22:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi - La geografia, la storia, i popoli: i fondamenti della geopolitica sono semplici. Ma nel caso della Cina e dell’India sono alquanto complessi: due civiltà plurimillenarie che hanno avuto il tempo di conoscersi, di misurarsi e di confrontarsi. Non bisogna sempre fidarsi delle carte o forse, piuttosto, &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Massimo Iacopi -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>La geografia, la storia, i popoli: i fondamenti della geopolitica sono semplici. Ma nel caso della Cina e dell’India sono alquanto complessi: due civiltà plurimillenarie che hanno avuto il tempo di conoscersi, di misurarsi e di confrontarsi.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Non bisogna sempre fidarsi delle carte o forse, piuttosto, occorre saperle leggere. Guardando quelle dell’Asia centrale e meridionale, al loro centro troneggia l’Himalaya, il più alto sistema montuoso del mondo. In esso vi trovano la loro sorgente i fiumi che scorrono verso l’est, come il fiume Giallo o il fiume Azzurro (Yangtze), i cui delta hanno visto nascere la civiltà cinese, o verso il sud, come il Gange e l’Indo, lungo i quali si è schiusa la civiltà indiana. Da una parte e dall’altra di questa catena, si potrebbe pensare, due mondi simmetrici e separati: il muro di pietra e di ghiaccio delle alte montagne, le foreste ostili dell’Assam e del Nepal centrale, i ghiacciai del Tibet si pongono come ostacoli invalicabili che isolerebbero ermeticamente India e Cina.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La dove la geografia separa&#8230;</b></h3>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/01/Cattura.jpg"><img class="alignleft  wp-image-4288" alt="Cattura" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/01/Cattura.jpg" width="250" height="150" /></a>Eppure l’Himalaya non costituisce un mondo omogeneo. Esistono piccoli stati sulle sue pendici, come il Nepal e il Buthan, per non parlare del Tibet, annesso dalla Cina nel 1950-51. I contenziosi, ancora numerosi lungo tali frontiere, dimostrano che esse non costituiscono una separazione ermetica, come si potrebbe supporre. L’islam si è imposto a ovest, l’induismo al centro e il buddismo al nord e a est. La più alta montagna non è diversa dalle altre e come tutte le altre costituisce una zona di contatto e di conflitti, oltre che una barriera.<br />
D’altronde, non esistono montagne che non si possano attraversare o aggirare. Dai tempi antichi si sono consolidate rotte che collegano l’India e la Cina, dalla rotta della seta a nord fino a quella marittima a sud, già percorsa dall’ammiraglio cinese Zheng He nel 1400, mentre le relazioni fra le due aree risalgono a tempi immemori. Secondo lo storico Sima Qian (145-90 a.C.) gli abitanti del Sichuan, nel sud-ovest della Cina, avrebbero indossato abiti fabbricati nello “Shendu”, un termine derivato dal Sind a quel tempo designante l’India.<br />
Gli scambi commerciali si sviluppano in seguito: con essi l’India vende perle, coralli e profumi, mentre la Cina esporta seta. A questi traffici si aggiungono anche scambi scientifici: i Cinesi traducono le opere di astronomia e di medicina arrivate dall’India, adottano le sue tecniche di fabbricazione dello zucchero e fanno scoprire agli Indiani la fabbricazione della seta. Il Buddismo, nato in India, si diffonde in Cina a partire dal I secolo a.C., dove si insedia, mentre inizia a scomparire dalla sua terra d’origine. L’apporto più emblematico dell’India alla Cina potrebbe essere il dragone, che ne è diventato il suo simbolo e che deriverebbe dal serpente gigante dei miti vedici.<br />
Nel 1982 lo storico, linguista e scrittore cinese Ji Xianlin<b> </b>evoca ha evocato una vera simbiosi: i due paesi «si sono illuminati ed influenzati a vicenda… Io penso che succederà la stessa cosa nel futuro. Le due brillanti culture dei due grandi popoli, hanno illuminato il progresso dell’umanità». Un programma per l’avvenire ? Lo storico scettico evidenzierà, peraltro, qualche conflitto lungo la frontiera del nord, di cui l’ultimo ha visto le truppe cinesi saccheggiare Ladhak, la capitale indiana dei Sikh.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>&#8230; la storia avvicina</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Da una parte e dall’altra dell’Himalaya, Cina e India, due dei più antichi centri di civiltà del pianeta (almeno dal 2000 avanti Cristo) seguono due vie parallele dove si succedono le stesse tappe. I Maurya (322 a.C) e i Qin (221 a.C.) tentano di unificare i due Paesi, con maggiore successo in Cina che in India. Qui nascono le prime potenze mondiali, per popolazione ed economia, del XVII secolo, che attraversano poi gravi periodi di crisi nel XVIII e XIX secolo, aprendo la via alla dominazione straniera, Britannica in primis. Nei primi tempi della messa sotto tutela da parte dell’Europa, si verificano alcune “rivoluzioni reazionarie”, secondo l’analisi di Karl Marx, quella dei Sepoys<i>,</i> nella valle del Gange e quella dei Taiping. Poi, due movimenti di decolonizzazione e di liberazione che intrattengono fra di loro stretti legami: il cinese Sun Yat Sen, che porta il suo sostegno al Partito del Congresso indiano, e Nehru, che rende visita ai dirigenti cinesi nel 1939. Due regimi diffidenti, se non ostili, nei confronti dell’Occidente, Nehru in India (1947) e Mao Zedong in Cina (1949).<br />
La similitudine dei destini potrebbe far pensare che Pechino e Nuova Delhi sono destinate a cooperare nell’ambio di una grande Asia in via di risveglio, secondo la formula di Nehru di una <em>Resurgent Asia</em>. Ne è testimone lo slogan alla moda negli anni ’50: <em>Hindi-Chini bhai-bhai </em>(“Indiani e Cinesi sono fratelli”).<br />
Tuttavia, le divergenze sul tappeto sono numerose. Conviene ricordarne una che ci interessa direttamente: l’India è ridotta allo statuto di colonia, diretta o indiretta, mentre la Cina è suddivisa in zone d’influenza.<br />
L’India deve molto di più ai padroni britannici. In primo luogo l’unità del Raj (impero), che le diverse dinastie erano state incapaci di realizzare totalmente, ma anche la democrazia (con tutti i suoi limiti), lo stato di diritto, l’amministrazione dell’<em>Indian Civil Service </em>(il sistema di funzionari britannici della macchina amministrativa indiana). Che lo voglia o no, l’India di oggi è anche erede dell’antico Impero britannico, mentre in Cina il rifiuto dell’Occidente è stato decisamente più radicale.<br />
Nulla è più emblematico della comparazione fra Nehru e Mao. Il primo &#8211; cresciuto da nutrici inglesi, quindi educato a Cambridge &#8211; parlava meglio l’inglese che l’hindi; uomo moderno, vieta il sistema delle caste (senza grande successo) e si ispira tanto all’URSS quanto ai paesi capitalisti; il suo ateismo lo allontana dalla grande maggioranza dei suoi compatrioti. Mao è marxista, senza dubbio, ma soprattutto rivoluzionario e patriota, lui che si paragona al “primo imperatore” Qin. Secondo Henry Kissingher, l’uomo si caratterizza per una fede assoluta nella capacità di resilienza del popolo cinese. Da un lato, un membro della classe superiore aperto sul mondo, moderno e moderato; dall’altro un rivoluzionario nazionalista che crede nel popolo più che nelle sue aristocrazie.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Moderazione indiana e offensiva cinese</b></h3>
<div id="attachment_4286" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/01/La-linea-MacMahon.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-4286" alt="La linea MacMahon" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/01/La-linea-MacMahon-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>La linea MacMahon</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Le buone relazioni dei sue paesi nel corso degli anni &#8217;50 non devono però ingannare, perché dipendono in massima parte dalla moderazione indiana. Le relazioni diplomatiche vengono stabilite in grande pompa nel 1950 e Nehru spinge per l’ammissione all’ONU della nuova Repubblica popolare della Cina. In occasione dell’annessione del Tibet da parte di Pechino nel 1950-51 l’India lascia fare ma, nello stesso tempo, la Cina non riconosce la sua frontiera con l’India.<br />
Nel 1954 l’Accordo di Panchsheel appare come una grande concessione di Nuova Delhi: essa rinuncia a tutti i diritti che i trattati anteriori gli avrebbero conferito nel Tibet (come ad esempio l’amministrazione delle Poste). Il politologo Christophe Jaffrelot, specialista dell’India e del Pakistan, questa moderazione non si spiega con la convergenza dei punti di vista delle due nazioni, ma esclusivamente con la paura che Pechino (bomba atomica) ispira a Nuova Delhi.<br />
In effetti la simmetria della Cina e dell’India, da una parte all’altra dell’Himalaya, risulta deviante. I centri vitali della prima sono lontani, all’est, fuori della portata delle forze armate e degli aerei indiani, quelli dell’India sono molto più vicini, alla barriera montagnosa, a cominciare dalla capitale Nuova Delhi. Nel corso della guerra del 1962, l’esercito indiano eviterà di bombardare le truppe nemiche per paura di rappresaglie sulle sue grandi città del nord.<br />
In effetti la guerra scoppia e trova le sue cause nel percorso di frontiera tracciato dai Britannici. A ovest la Linea Johnson (1865) assegnava all’India il territorio ghiacciato dell’Aksai Shin, posto peraltro al di là della linea di cresta e conseguentemente difficile da difendere da parte degli Indiani; ma testi ulteriori sono venuti a complicare lo schema iniziale e hanno permesso a ciascun protagonista di rivendicare la zona. A est la Linea MacMahon, posta sulla linea di cresta, era stata accettata dal Tibet in occasione della Convenzione di Simla del 1914, ma Pechino non l’ha riconosciuta. La disputa, questa volta, si incentra a est sull’Arunashal Pradesh (chiamato all’epoca North East Frontier Agency).<br />
Dal 1956 i Cinesi tracciano una strada dallo Xingiang al Tibet che intacca l’Aksai Shin e vi insediano un contingente militare, senza che gli Indiani, effettivamente poco presenti, se ne rendano conto (all’epoca non esistevano i satelliti). La repressione della rivolta tibetana nel 1959 e la fuga del Dalai Lama, accolto in India, convincono Pechino ad andare oltre. Zhu Enlai propone che l’India rinunci alle sue pretese sull’Aksai Shin; in contropartita Pechino rinuncerebbe all’Arunashal Pradesh. Nehru risponde con la sua “politica dell’andare avanti”, che consiste nell’installazione di posti di frontiera nell’Aksai Shin, per isolare i soldati cinesi, con il risultato del moltiplicarsi degli incidenti di frontiera. Il 20 ottobre 1962 le truppe cinesi conducono una rapida offensiva sui due fronti dell’est e dell’ovest e si fermano quattro giorni più tardi. Al rifiuto dell’India di accettare qualsiasi accordo, le operazioni riprendono da parte cinese il 14 novembre, giorno dell’anniversario della nascita di Nehru, e il 19 dello stesso mese Pechino proclama un cessate il fuoco unilaterale e si ritira volontariamente dall’Arunashal Pradesh, pur continuando a mantenere l’Aksai Shin, vera e propria torre di guardia sopra della valle del Gange. Per l’India l’umiliazione è totale e la minaccia cinese diviene permanente.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>La guerra del 1962: un evento fondamentale</b></h3>
<div id="attachment_4285" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/01/Lambasciatore-USA-John-Kenneth-Galbraith-e-Jawaharlal-Nehru-1962.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-4285" alt="L'ambasciatore USA John Kenneth Galbraith e Jawaharlal Nehru, 1962" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/01/Lambasciatore-USA-John-Kenneth-Galbraith-e-Jawaharlal-Nehru-1962-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>L&#8217;ambasciatore USA John Kenneth Galbraith e Jawaharlal Nehru, 1962</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">La guerra sul tetto del mondo, che risale a poco più di cinquant&#8217;anni fa, durerà poco tempo e resterà fortunatamente limitata. I suoi ammaestramenti e le sue ricadute sono nondimeno considerevoli.<br />
L’avvenimento dimostra:<br />
- l’importanza che la Cina attribuisce al Tibet; Pechino interpreta la politica indiana come una rimessa in discussione delle sue frontiere, fatto che ricorda la “frammentazione” operata a suo tempo dagli Europei e dai Giapponesi;<br />
- il duplice linguaggio dei dirigenti indiani. Questi ultimi mettono in primo piano la loro postura morale, ma essi vengono percepiti da Mao come nuovi imperialisti, che hanno brutalmente annesso la colonia portoghese di Goa nel 1961 e che, per di più, addestrano una “forza armata tibetana”, una vera e propria provocazione agli occhi dei Cinesi. Peggio ancora. All’indomani del conflitto, il Defence of India Act consente di internare “ogni persona di origine ostile”, cioè Indiani di origine cinese o sposati con una Cinese. Gli ultimi verranno liberati nel 1967 e restrizioni alla loro libertà rimarranno in vigore fino agli anni ’90;<br />
- la flagrante carenza di preparazione dell’esercito indiano, che mette fine alle illusioni dell’era Nehru e che porterà nel 1964 alle sue dimissioni. Le spese militari, a lungo modeste, iniziano ad aumentare;<br />
- l’importanza della minaccia proveniente da nord. I dirigenti cinesi vengono indotti a focalizzarsi sul problema, tanto più che i combattimenti nel Kashmir con i ribelli mussulmani, sostenuti dal Pakistan, si intensificano e sboccano in una guerra nel 1965. Per meglio fortificare le frontiere, nel 1975 viene annesso il Sikkim (su sua richiesta). Nuova Delhi riscoprirà l’importanza del suo fianco sud, l’oceano, negli anni ’80 e ’90, nel momento in cui la Cina inizierà a farvi irruzione;<br />
- come il contemporaneo conflitto fra URSS e USA per la questione dei missili a Cuba impedisca ai due contendenti di intervenire nel conflitto sino-indiano, con pieno vantaggio di Pechino, che approfitta di tale opportunità. A parole entrambi i litiganti sostengono l’India, ma con il risultato di rinforzare il complesso da assedio di una Cina isolata da tutti i lati.<br />
Per scongiurare la minaccia, la Cina si orienta verso il Pakistan (prima di trovare un’intesa con Washington). Nulla sembrava predisporre i due Paesi per questo avvicinamento, né il confronto ideologico, fra il comunismo ateo e l’islam, né i contenziosi ereditati alle frontiere dal periodo coloniale. Il Pakistan aveva persino proposto all’India di agire in comune per difendere le loro frontiere settentrionali. Ma sarà con Pechino che finirà per trovare un’intesa e il trattato del 1963 fisserà la frontiera definitiva fra i due Paesi. A questo punto, è l’India che si ritrova circondata da nemici su tutte le frontiere terrestri: a nord dalla Cina, a ovest dal Pakistan e a est dal Pakistan orientale (poi Bangladesh). A tutto questo, vanno aggiunte le insurrezioni fra le tribù del nord-est e, soprattutto, a partire dal 1967, la rivolta naxalita, nelle campagne dell’est del Paese, entrambe incoraggiate da Pechino; senza dimenticare, più tardi, la guerriglia maoista nel Nepal.<br />
Il gioco degli USA diviene a questo punto particolarmente complesso. Su richiesta di Nehru, Washington ipotizza di fornire appoggio aereo a Nuova Delhi durante il conflitto, ma poi vi rinuncia. Il presidente americano Johnson ipotizzerà persino di trasferire delle tecnologie nucleari. Queste esitazioni fanno pensare ai voltafaccia successivi di Washington nel Medio Oriente dagli anni 2000. Posti di fronte a un mondo molto complesso e incapaci di essere gli amici di tutti, gli USA tergiversano; non vogliono rompere le relazioni con il Pakistan, un alleato strategico nel punto di cerniera dell’Asia occidentale e meridionale. A questo punto Nuova Delhi si rivolge a Mosca, che diviene il suo più solido alleato dopo la firma del trattato del 1971. Ancora oggi, queste relazioni sono indubbiamente le più fidate di tutte quelle che intrattiene Nuova Delhi. Mosca rimane il principale rifornitore di armi, nonostante gli sforzi di Washington.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Un riavvicinamento &#8220;ruvido&#8221;</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Successivamente numerosi avvenimenti hanno influenzato le relazioni fra la Cina e l’India: il riavvicinamento fra Pechino e Washington, la caduta dell’URSS, i successi economici cinesi, i quali hanno contribuito a indebolire la posizione di Nuova Delhi. L’India ha reagito riformando a sua volta l’economia, cercando nuovi alleati &#8211; come Israele e USA &#8211; e sviluppando una notevole sforzo militare. Dieci anni dopo la Cina (1964), l&#8217;India si dota di un’arma nucleare (1974) e ottiene vittorie sul Pakistan nel 1965 e nel 1971. La minaccia dell’ovest viene relativizzata, tanto più che Pechino non interviene direttamente per aiutare il suo alleato e così la guerra del 1971 si conclude con la secessione del Pakistan orientale, diventato Bangladesh.<br />
Le relazioni fra Nuova Delhi e Pechino migliorano a partire dagli anni &#8217;70: la scomparsa di Mao Zedong e l’indebolimento del Partito del congresso di Indira Gandhi contribuiscono a una certa distensione così come, più tardi, anche la fine della guerra fredda, che svuota di ogni contenuto ideologico i rapporti fra i due Paesi e fa scomparire la minaccia sovietica incombente sulla Cina.<br />
Nel 1976 le relazioni diplomatiche vengono ristabilite e nel 1988 Rajiv Gandhi si reca a Pechino. Un gruppo di lavoro comune viene messo in opera per pacificare i problemi di frontiera, le truppe vengono ridotte, consultazioni regolari vengono indette fra i comandanti sul terreno, preparando l’accordo sul “mantenimento della pace e della tranquillità lungo la LoAC (<em>Line of Actual Control</em> o Linea del controllo effettivo) nel 1993, confermato nel 2005 insieme a un partenariato strategico fra i due Paesi. È firmata una serie di documenti per sviluppare scambi commerciali e tecnologici, e tutto accade come se la questione delle frontiere fosse stata messa in “letargo” in nome dello sviluppo economico che, nel frattempo, ha conquistato una posizione di primo piano nella politica dei due Paesi. Nel 2006 il Colle di Nathu, la principale via di scambio terrestre fra Cina e India, viene riaperto: le visite reciproche tra dirigenti dei due Paesi si moltiplicano. L’India arriva persino a “riconoscere”, nel 2003, che “il Tibet è una parte del territorio delle Repubblica popolare di Cina”.<br />
I motivi di inquietudine comunque non scompaiono. La Cina protesta contro i nuovi esperimenti nucleari indiani del 1998 e gli incidenti di frontiera rimangono un fatto normale, come durante la visita di Xi Jinping a Narendra Modi a Nuova Delhi, nel settembre 2014. D’altronde, Pechino non ha mai riconosciuto l’annessione del Sikkim da parte dell’India ed essa riafferma regolarmente i suoi diritti sull’Arunashal Pradesh. Non si sa se per provocazione o per un atto maldestro, la televisione cinese diffonde una carta dell’India priva di questi territori!<br />
Quando l’India si mette a guardare verso sud, in direzione dell’Oceano che porta il suo nome, è per ritrovarvi la Cina che sta nel frattempo schierando la sua “Collana di Perle” (cioè caposaldi politici e strategici nell’Oceano Indiano) e che installa in Birmania un sistema di radar in grado di sorvegliare le isole Andamane e Nicobare, che appartengono all’India. Anche se le relazioni economiche non sono rassicuranti, il deficit commerciale dell’India non fa altro che aumentare e i due Paesi stanno diventando rivali per i rifornimenti in materie prime, proprio mentre l’India intende sviluppare la sua industria per competere con la Cina sui mercati stranieri.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Il vantaggio è di Pechino?</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Le relazioni fra i due Paesi rimarranno caratterizzate da un profondo squilibrio? Sembrerebbe che per Pechino, come per l’URSS a suo tempo, valga il motto: “quello che mio è mio e quello che è tuo è negoziabile”. La Cina dà l’impressione di mettere pressione in tutti i campi, mentre Nuova Delhi sembra voler evitare lo scontro a qualsiasi prezzo.<br />
Questa visione delle cose appare però semplicistica. L’India ha trovato una serie di scappatoie. Essa cerca di uscire dal “vicolo chiuso sud asiatico” e lancia una<em> Look East Policy</em> per sviluppare i suoi legami con l’Asia del Sud est. L’India conta, oggi come ieri, sulle buone relazioni con Mosca e soprattutto sul suo recente riavvicinamento con Washington. Nel 2008 il Congresso americano valida un accordo sul nucleare con l’India; firmato per 40 anni, mette fine all’embargo che risaliva al 1974 e consente la vendita di tecnologia e di combustibile nucleare a fini civili, mentre l’India, che non ha firmato il trattato di non proliferazione nucleare, non autorizza le ispezioni dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Nucleare sulla totalità dei suoi siti. La concessione fatta a Nuova Delhi, sotto questo aspetto, risulta eccezionale e dimostra le inquietudini che Pechino suscita negli USA.<br />
L’India diventa una pedina importante nel nuovo <em>containment </em>che la Casa Bianca si sforza di mettere in opera al fine di bloccare la potenza cinese. Le esercitazioni militari con il Giappone o l’Australia, altri elementi importanti del dispositivo americano, si moltiplicano. Parallelamente l’India si avvicina a Israele che condivide la paura del terrorismo islamista e rinforza i suoi legami con l’Iran e l’Afghanistan, in una sorta di alleanza di accerchiamento del Pakistan.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Il quadrilatero asiatico</b></h3>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/01/BRICS_leaders_in_Brazil.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4291" alt="BRICS_leaders_in_Brazil" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/01/BRICS_leaders_in_Brazil-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a>Tutto appare chiaro, l’India e la Cina sono rivali e l’India non risulta così sprovveduta. Cina e India hanno tuttavia delle ragioni per cooperare. Partecipano entrambe al gruppo del BRICS (acronimo per Brasile, Russia, India, Cina, Repubblica del Sud Africa). Pechino ha favorito l’entrata, nell’estate 2015, di Nuova Delhi come membro dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (OCS), così come Nuova Delhi aveva favorito l’ingresso della Cina come membro osservatore nell’ambito dell’Associazione dell’Asia del sud per la cooperazione regionale (SAARC). Le due capitali condividono punti di vista identici su argomenti come l’ambiente, la liberalizzazione degli scambi o la crisi finanziaria del 2008. In linea generale, entrambi denunciano un ordine mondiale organizzato dagli USA e si mostrano fortemente gelosi della loro sovranità, che potrebbe essere minacciata da un “neocolonialismo” organizzato dagli Occidentali, in nome dei loro valori e dei loro interessi.<br />
Cooperando, India e Cina possono rinforzarsi mutualmente. Nell’aprile 2005 il primo ministro cinese Wen Jibao difendeva a Bangalore l’idea per un’intesa nel campo dell’alta tecnologia: «La cooperazione assomiglia a due pagode, una è l’hardware e l’altra è il software. Insieme noi possiamo diventare i leader del mondo». E concludeva: «il XXI secolo sarà il secolo asiatico dell’alta tecnologia». Annuncio forse di tempi nuovi. Di fatto, nell’aprile 2015, il fabbricante cinese di smartphone Xiaomi ha accolto nel suo capitale l’indiano Raran Tata.<br />
Le relazioni India-Cina si inscrivono, in tal modo, in un quadrilatero a geometrie variabili, di cui gli altri due lati sono gli USA e la Russia. Queste quattro nazioni sono divise fra la necessità di sviluppare le loro relazioni economiche e la diffidenza che si ispirano mutualmente, portandole a riavvicinamenti fragili e mutevoli: India e Russia di fronte alla Cina; Cina e Russia, e forse India, di fronte agli USA; USA e India di fronte alla Cina&#8230; Più precisamente, la Cina deve rassicurare l’India per impedirle di gettarsi nelle braccia degli USA, mentre l’India deve evitare un confronto con la Cina che la renderebbe ostaggio di Washington. Senza, peraltro, che nessuno di questi Paesi sia ignaro dei secondi fini degli altri.<br />
A conclusione di questa analisi, balza evidente agli occhi di tutti che anche questa volta l’Unione Europea risulta spettatore e grande assente da questo “nuovo Grande Gioco” dal quale dipende l’avvenire dell’Asia e del mondo. Se vogliamo, una buona notizia per la Cina e l’India, associate nella stessa soddisfazione: il ritiro dell’Europa dalla scena mondiale dopo due secoli di umiliazioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">C. Jaffrelot, <em>L&#8217;Inde contemporaine de 1950 à nos jours</em> &#8211; Fayard, Paris, 1996<br />
C. Jaffrelot, <em>The Hindu Nationalist Movement and Indian politics</em>, London, 1998<br />
A. Lamb, <em>The China-India Border: The Origins of the Disputed Boundaries</em> &#8211; Oxford University Press, 1964<br />
F. Rampini, <em>L&#8217; impero di Cindia. Cina, India e dintorni: la superpotenza asiatica da tre miliardi di persone</em> – Mondadori, 2006<br />
D. Smith, <em>Il dragone e l&#8217;elefante. La Cina, l&#8217;India e il nuovo ordine mondiale</em> – Il Sole 24ore libri, 2007</p>
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		<title>IL REVANSCISMO RUSSO, TRA CRISI UCRAINA E PAMPHLET DI PARTE</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Jun 2015 19:54:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Alessandro Vitale – Ma Mosca è veramente vittima dell’espansionismo euro-atlantico? Le semplificazioni e i luoghi comuni usati in un recente volume dallo storico Eugenio Di Rienzo non tengono conto della realtà di un Paese bruciato sull’altare della logica imperiale. Alessandro Vitale, docente di Studi strategici all’Università degli Studi di &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="right"><b>di Alessandro Vitale – </b></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Ma Mosca è veramente vittima dell’espansionismo euro-atlantico? Le semplificazioni e i luoghi comuni usati in un recente volume dallo storico Eugenio Di Rienzo non tengono conto della realtà di un Paese bruciato sull’altare della logica imperiale. Alessandro Vitale, docente di Studi strategici all’Università degli Studi di Milano, smonta l’ipotesi “reattiva” e quella del presunto “diritto storico” russo a mantenere lo status di grande potenza.  </strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il libro di Di Rienzo, che ha un titolo impreciso ma di sicuro impatto</strong> (voluto dall’Editore, come dichiarato dall’Autore: <em>Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo dis(ordine) mondiale</em>, Rubbettino, 2015), si presenta come un’agile sintesi e questo è il suo pregio indiscutibile. Tuttavia questa ammirevole capacità di sintetizzare questioni così complesse si scontra con la sua natura evidente di <em>pamphlet </em>che dà per scontate definizioni e supposizioni usate di frequente nella pubblicistica, ma che derivano anche da luoghi comuni e da eccessive semplificazioni. Il suo nucleo centrale è la relazione fra il <em>decision making</em> e l’azione della politica estera delle potenze occidentali da una parte e, dall’altra, la conseguente “reazione” della Russia, di fronte a una proditoria sfida, impostale nel suo “cortile di casa”. Tale “risposta inevitabile” della Russia dà per scontate molte cose che non lo sono per nulla.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si tratta infatti di un semplificato meccanismo stimolo-risposta</strong> che colloca la Russia in posizione esclusivamente “reattiva” ed è però anche un sofisma <em>post hoc, propter hoc:</em> un argomento fallace (poiché il fenomeno A ha preceduto B, A ha causato B) basato sull’ordine degli avvenimenti, dimenticando altri fattori che possono anche escludere quella relazione causale. Un errore frequente, questo, nell’interpretazione storica (l’antecedente temporale è anche <em>la causa</em> del fenomeno successivo), che rischia di generare luoghi comuni. Uno di questi, molto diffuso e spesso usato in forma monocausale (già di per sé rischiosa, come ha insegnato Max Weber) è proprio che la Russia agisce nel suo <em>near abroad</em> (<em>blizhnee zarubezhe</em>) rispondendo al tentativo di allargamento delle istituzioni euro-atlantiche e all’espansione della loro sfera di influenza. In realtà, il problema principale per la Russia, ossia gestire un declino catastrofico &#8211; a partire dal crollo dell’URSS alla fine degli anni Ottanta &#8211; cercando di mantenere lo status di grande potenza (parte integrante della sua identità) inscindibile dalla dimensione imperiale &#8211; questione esplosa nel 1991 con le indipendenze delle Repubbliche &#8211; non solo è stato precedente ai progetti di allargamento e di influenza occidentale (ma questo non fa uscire dal sofisma), ma era anche <em>indipendente </em>da quelli. A uno studio approfondito si scopre, infatti, una forte linea di continuità nella politica estera della Russia dalla fine dell’URSS in poi, stimolata dal fastidio generato dalla percezione di non essere più considerata come una superpotenza (<em>sverchderzhava</em>), di rango globale.</p>
<div id="attachment_3140" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/05/Eltsin-Kremlin.ru_.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-3140" alt="Boris Eltsin - Kremlin.ru" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/05/Eltsin-Kremlin.ru_-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Boris Eltsin</em> &#8211; Kremlin.ru</p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il recupero di status internazionale,</strong> inteso come riscatto e compensazione, ha fatto da sfondo a tutti i progetti sia di tamponamento del collasso dello Stato territoriale russo (Cecenia, Ciscaucasia, ecc.), ritagliato per differenza dall’Impero collassato, che di ricomposizione imperiale, succedutisi a partire dallo shock della disintegrazione. Fin dall’aprile del 1993, infatti, (con il<em> Nuovo concetto di politica estera</em> di Eltsin) la politica estera russa ha assunto un carattere <i>attivo</i> (trasformando il Paese in “soggetto” geopolitico) e niente affatto “reattivo”: quest’ultimo sarebbe equivalso a un ruolo subordinato e al riconoscimento della perdita definitiva di status di <em>velikaja derzhava</em> (&#8220;grande potenza&#8221;). Difendendo quel carattere, invece, la Russia ha incominciato a ripiegarsi sulla sua diversità, sul suo “eccezionalismo” storico e “bicontinentale” euroasiatico, a rigettare una convergenza con l’Occidente e a porsi come priorità principale di politica estera lo spazio ex sovietico, nei confronti del quale, “predestinata a essere una grande potenza”, si assumeva diritti e speciali responsabilità da trasformare in “integrazione” regionale &#8211; naturalmente “alla russa”, come rilevano ironicamente i popoli “ex sovietici” dell’estero vicino. Incomprensioni e tensioni fra Europa-Occidente e Russia, che continuava ad percepirsi come potenza di rango superiore, risalgono ai primi anni Novanta, prima e <em>del tutto indipendentemente</em> dagli allargamenti a Est o dalle (tendenziali) “invasioni di campo”. Del resto il libro riconosce, facendo largo uso della dottrina geopolitica, una spinta interna alla Russia verso questa esigenza di estendere la sua influenza nel <em>near abroad</em>, del quale l’Ucraina &#8211; considerata già nel 1991 come “in vacanza temporanea” dalla “naturale” sfera imperiale a guida storica grande-russa (per non parlare della Crimea!) &#8211; che è stata da subito il principale problema per Mosca.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo riconoscimento dell’Autore, tuttavia,</strong> pone in contrasto la sua ipotesi “reattiva” con quella, teorizzata nella seconda parte del libro, di un’azione autonoma e “ineluttabile”, di carattere “geopolitico” e basata su un presunto “diritto storico”, volta a mantenere lo status di grande potenza, che rimane in effetti il vero collante identitario della classe politica e intellettuale post-sovietica russa e degli strati popolare più poveri e frustrati. Se già esistevano da molto tempo profonde e cogenti cause “geopolitiche” del riaccorpamento imperiale e condizionamenti storici di lungo periodo, come sottolinea il libro, far riferimento alla “reazione” a progetti di influenza o agli allargamenti è cercare una causa non solo non dimostrata, ma anche irrilevante. Che quella reazione sia presente o meno, infatti, non cambia nulla nella politica estera russa, già di per sé guidata dall’autoconcezione di <em>velikaja derzhava</em> e orientata al recupero, prima o poi, del proprio “cortile di casa”. Indimostrata lo rimane, nonostante gli sforzi dell’Autore di dimostrare il contrario, perché mentre questa politica estera russa è apparsa presto chiara, UE e istituzioni euro-occidentali, contrariamente alla prima tesi del libro, non hanno saputo per vent’anni che pesci pigliare nei confronti dell’Ucraina (nonostante i progetti di quanti “falchi” si voglia: anche la Polonia ha dovuto dimenticarsene molto a lungo, pena la sua esclusione dall’allargamento a Est dell’UE), confinandola come una patata bollente (anche per “non disturbare la Russia”) nella sua posizione di <em>Pufferstaat</em> espulso da Occidente e da Oriente.</p>
<div id="attachment_3142" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/05/Piazza-Rossa-Vladimir-Rodionov.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-3142" alt="Parata sulla Piazza Rossa a Mosca - Vladimir Rodionov" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/05/Piazza-Rossa-Vladimir-Rodionov-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Una recente parata sulla Piazza Rossa a Mosca</em> &#8211; Vladimir Rodionov</p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Persino la NATO &#8211; come risulta inequivocabilmente dai dati del SIPRI di Stoccolma,</strong> ha perseguito una politica militare di basso profilo e di tendenziale disarmo, a fronte di un riarmo nucleare russo imponente dopo aver violato gli Accordi di Budapest, che in cambio del disarmo nucleare ucraino avevano fatto promettere alla equipe di potere alla guida della Russia post-sovietica un astenersi futuro dalle ingerenze &#8211; ha congelato molto per tempo gli allargamenti a Est e ha finito per dimostrarsi del tutto inefficiente (come dimostrano gli attuali timori per una scarsa garanzia di sicurezza di Polonia e Repubbliche Baltiche) nei confronti dei conflitti nell’estero vicino (primo fra tutti quello georgiano). Semmai solo nel caso dell’Ucraina si può parlare di vero “accerchiamento” (e molto materiale: a causa di confini espulsivi &#8211; ad esempio della UE &#8211; sempre più rigidi o dei ricatti energetici da Oriente), mentre nel caso russo si tratta solo di una percezione costante nella storia, usata anche per costruire il nemico esterno, che non è detto corrisponda sempre alla realtà.<br />
Non andrebbe poi dimenticato che l’eurocrate Romano Prodi affermò che le possibilità dell’Ucraina di far parte dell’UE erano pari a quelle della Nuova Zelanda. Queste presunte “mire occidentali” sull’Ucraina, usate come spiegazione costante dalle diffuse tesi complottiste &#8211; in realtà pura indifferenza (i Paesi occidentali hanno sempre considerato “persa” l’Ucraina) durata più di due decenni, tamponata tardivamente per iniziativa polacca, baltica, svedese e finlandese solo nel 2009, quando la situazione stava peggiorando &#8211; hanno finito nella realtà delle cose per portare l’Ucraina alla condizione di una pentola a pressione, che alla fine è esplosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche a tal proposito dal libro emerge il latente carattere del <em>pamphlet </em>polemico e di parte:</strong> la ripetuta definizione dell’<em>Euromaidan</em> sul <em>Maidan Nezalezhnosti</em> (novembre 2013-febbraio 2014) come “colpo di Stato” è fare uso di una definizione volta a suscitare antipatia ed emozioni negative, che però non trova fondamento nella Scienza della politica. Il “colpo di Stato”, infatti, ha come elemento costante quello di essere un atto compiuto da organi dello Stato e da titolari di suoi settori chiave per impadronirsi del potere. Ben diversa è una rivolta (o sommossa), per di più con scarse possibilità di riuscita, che ha di fronte l’intero apparato repressivo di un governo. Inoltre, il primo necessita dell’occupazione preventiva di centri nevralgici (mass media, nodi ferroviari e stradali, ecc.) pianificata a tavolino da lungo tempo e non la semplice mobilitazione politica e sociale di lungo periodo contro un governo già in grave crisi di legittimità e trasformatosi in tirannide. Non basta infatti possedere la maggioranza numerica per essere un governo legittimo. L’esercizio del potere (la tirannide <em>ex parte exercitii</em>, come ha insegnato Bartolo da Sassoferrato) può benissimo disintegrare la legittimità politica.</p>
<div id="attachment_3141" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/05/Manifestazioni-a-Kiev-nel-febbraio-2014-Аимаина-хикари.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-3141" alt="Manifestazioni a Kiev nel febbraio 2014 - Аимаина хикари" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/05/Manifestazioni-a-Kiev-nel-febbraio-2014-Аимаина-хикари-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Manifestazioni a Kiev nel febbraio 2014</em> &#8211; Аимаина хикари</p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lo stesso dicasi per la caratterizzazione, ossessiva nel libro, delle “forze fasciste ucraine”.</strong> Un’insistenza singolare su un’esigua minoranza, a fronte dell’incombente presenza ai confini ucraini di una potenza espansionista come quella del Cremlino, che sta sperimentando una rapida restaurazione politica interna, erede del modello statuale prussiano senza eccezioni costituzionali volte a limitare il potere e dello statalismo più integrale del Novecento, in fase di drastica centralizzazione politica e basata sull’ideologia del “numero-potenza”, dell’autarchia, su un nazionalismo esasperato, sulla presenza di un leader forte e sulla rivalutazione di Stalin, sull’aperta revisione dell’assetto post-91, sulla teorizzazione del “diritto di conquista”, sul mito del <em>Blut und Boden</em>, sul controllo capillare di economia e società da parte di onnipresenti e esperti servizi segreti formatisi nel periodo sovietico e che si serve dell’asservimento dei mass-media, dell’uso sistematico della propaganda, dell’eliminazione fisica del dissenso (a Mosca come in Crimea), di slogan bellicosi che creano di punto in bianco tensioni dove non ce n’erano per infiammare le minoranze irredentiste di Paesi confinanti e orientata a un sistematico riarmo, terrificante per tutti i vicini.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fermo restando che nelle tensioni Russia-Occidente</strong> violazioni di accordi internazionali, come noto, si sono verificati da entrambe le parti (anche se la promessa di non allargare ulteriormente a Est fatta a Gorbaciov non era un accordo formale) e che nel conflitto russo-ucraino le brutalità si sono sprecate su entrambi i fronti, cercare nella “buona volontà” “orientalista” dell’attuale dirigenza russa, “tradita” a un certo punto dalle mire occidentali, una giustificazione per l’interventismo latente nel <em>near abroad</em> appare quanto meno fuorviante, se non falso.<br />
Il libro poi dà per scontata l’inevitabile appartenenza dell’Ucraina all’impero della Russia moscovita (Ucraina e Belarus come “cuore del territorio russo”), senza tener conto del fatto che la Russia imperiale è stata un’aggregazione politica per sua natura del tutto opposta rispetto alla Rus’ di Kiev, che era frammentata e priva del concetto moderno di sovranità, per quanto avesse origini culturali comuni alla successiva Russia moscovita, nata molto più tardi e in lotta con regni che l’hanno contrastata per secoli, della quale Belarus e gran parte dell’Ucraina hanno fatto parte: la plurisecolare ed estesissima Confederazione Polacco-Lituana, sulla quale ben poco si sa in Occidente e contro la quale si è esercitata in modo distruttivo e gravemente fuorviante (quando non in modo censorio) la storiografia sovietica.</p>
<div id="attachment_2968" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/04/9788849843576_14e0521_di_rienzo_piatto_150.jpg"><img class="size-full wp-image-2968 " alt="Il volume di Di Rienzo" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/04/9788849843576_14e0521_di_rienzo_piatto_150.jpg" width="150" height="237" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Il volume di Di Rienzo</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sorvola inoltre sul fatto che l’Ucraina ha visto dominazioni</strong> e inglobamenti eterogenei nella storia, anche per periodi molto lunghi, nonché su quello che la sua proiezione verso Occidente è stata una costante nelle sue regioni occidentali e non è affatto una novità. Scrivere di una “Russia amputata dell’Ucraina” come “irreparabile sconfitta strategica di Mosca” rischia di far scivolare nel determinismo storico e geografico e rivela un utilizzo di metafore organicistiche (tipiche delle dottrine imperiali) che sono sempre funzionali all’uso della violenza (H. Arendt). La percezione del problema in questi termini in Russia non toglie infatti che (pur avendo conseguenze materiali) si tratti di una pretesa del tutto infondata.<br />
Il testo, che si appoggia alle tesi di Kissinger sul ruolo esclusivo delle superpotenze (la Russia rimane una potenza nucleare) e sul “reciproco rispetto degli interessi geopolitici legittimi delle maggiori potenze”, le uniche legittimate a introdurre nel sistema internazionale i cambiamenti, rivela una nostalgia retrò per l’ordine bipolare, tipico di chi non ha ancora capito cosa sia avvenuto nel 1989-1991. L’esplosione della camicia di forza di relazioni ultra-politicizzate come quelle dell’epoca bipolare, l’esplosione di bisogni insoddisfatti negli Stati moderni coatti e l’insofferenza per dominazioni date per scontate,nonché il ritorno al ruolo del profondo cambiamento storico non interessa minimamente i portatori di queste tesi fossilizzate su un passato finito, nel quale dominavano l’ordine della sottomissione e della spartizione del mondo. Non è stato l’<em>Euromaidan</em> a incrinare il delicato equilibrio fra Oriente e Occidente esistente in Ucraina, ma sono proprio queste nostalgie da ritorno all’ordine bipolare che stimolano quell’incrinatura, dovuta alla politicizzazione di identità intrecciate e sfumate, con l’uso di una massiccia propaganda e con la pretesa di fondere identità culturali con identità “nazionali” statalizzate.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I temi del libro sono ancora molti e andrebbero discussi a fondo.</strong> Si può forse solo aggiungere che se nel 1991 non si è giunti a un’Europa orientale integrata, finalmente aperta alla cooperazione e alla libera circolazione di uomini, idee, mezzi e capitali, non hanno contribuito solo la rivitalizzazione di un’idea vecchia e stantia d’Europa (figlia della guerra fredda) come quella di Maastricht e di Bruxelles, spacciata per nuova e originale compagine politica e l’ossessione securitaria (non certo infondata) delle Repubbliche ex sovietiche resesi indipendenti, ma anche e soprattutto l’auto-irrigidimento della Russia, guidata non tanto da un ineluttabile (e inesistente) “interesse nazionale”, ma da una deliberata azione scaturita dalla volontà di classi politiche in carne e ossa, eredi dirette del sistema sovietico e di un’idea di società chiusa, sciovinista, vittimista e revanscista, coltivata ad arte e propagandata ad arte nel resto della popolazione.<br />
La Russia potrebbe essere il Paese più ricco, progredito e felice del mondo, se solo i suoi abitanti si accorgessero delle potenzialità che ha bruciato negli ultimi secoli sull’altare dell’Impero (al quale tutto &#8211; come scriveva Aleksandr Herzen &#8211; è stato sacrificato) e che oggi continua a immolare su quello di un’ossessiva <em>Machtpolitik</em>. E naturalmente potrebbe trasformarsi in un Paese stimato per la sua rinnovata organizzazione interna, per il rispetto nei confronti di vicini (anche di molti Russi d’Ucraina, che si sentono cittadini di questa Repubblica e che esigono il <em>self rule</em>), che aspirano a conservare l’indipendenza, cooperando innanzi tutto con questi ed esercitando con il suo solo esempio una formidabile forza d’attrazione, facilitata anche dall’eredità della sua grande cultura e dal fascino per la sua immensità e per la sua enigmaticità, da sempre fonti d’interesse e ammirazione mondiale.</p>
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		<title>L’EURASIA, UNA CHIMERA FRA RUSSIA E AMERICA</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Apr 2015 08:21:43 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Eurasia]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
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		<category><![CDATA[Russia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi - L’etimologia pone più problemi di quanti non ne risolva. L’Eurasia è la somma di due continenti, Europa e Asia, oppure costituisce una realtà diversa? Forse sarebbe preferibile il vecchio concetto di un’Europa dall’Atlantico agli Urali, che propugni un raggruppamento di popoli europei? Tante concezioni diverse alimentano &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Massimo Iacopi -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>L’etimologia pone più problemi di quanti non ne risolva. L’Eurasia è la somma di due continenti, Europa e Asia, oppure costituisce una realtà diversa? Forse sarebbe preferibile il vecchio concetto di un’Europa dall’Atlantico agli Urali, che propugni un raggruppamento di popoli europei? Tante concezioni diverse alimentano un timore: e se l’Eurasia fosse solo una chimera?</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><b><i> </i></b></p>
<div id="attachment_2913" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/03/Peter_der-Grosse_1838-Paul-Delaroche.jpg"><img class=" wp-image-2913 " alt="Pietro il Grande in un dipinto di Paul Delaroche" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/03/Peter_der-Grosse_1838-Paul-Delaroche.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Pietro il Grande in un dipinto di Paul Delaroche</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Per sapere che cosa è l’Eurasia, occorre cominciare col chiarire che cosa sono l’Europa e l’Asia e dove si pone il limite geografico fra i due continenti. La risposta è presto detta: forse agli Urali, ma più probabilmente in nessuna parte, proprio perché questa pretesa frontiera naturale effettivamente non esiste. La geografia è, sotto questo aspetto, categorica: Asia ed Europa fanno parte della stessa placca tettonica, che lascia fuori alcuni margini eccentrici, come le penisole arabiche e indiana, così come l’est della Siberia. Ed è proprio per designare questa placca che il geografo austriaco Eduard Suess inventò nel 1885 il termine di Eurasia.<br />
Che la catena degli Urali sia stata scelta come limite ufficiale fra l’Europa e l’Asia, questo lo dobbiamo allo zar Pietro il Grande. Egli era orientato verso occidente e aveva trasferito la sua capitale a San Pietroburgo sul Baltico, nell’intento di europeizzare il Paese. «La geografia serve a fare la guerra», recita la celebre frase del geopolitico francese Yves Lacoste, ma essa spesso serve anche a giustificare la politica e per questo motivo il geografo dello zar, Vassili Tatichtshev, inventò la “frontiera” degli Urali. Questa antica catena di montagne, dalle sommità erose, non costituisce un ostacolo significativo o una netta separazione. Agli occhi dello zar Pietro, essa aveva però un grande merito: quello di situare nell’Europa la parte più popolata e più attiva della Russia, come la nuova capitale e la vecchia (Mosca). La catena degli Urali servì a fare del suo Paese una nazione europea, o, se vogliamo, più europea che asiatica. In definitiva, gli Urali sono un catena di montagne strumentalizzata a vantaggio delle ambizioni dello zar (fatto che non costituisce la sola manipolazione storica che incontreremo).</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>L’Eurasia vista da Parigi</b></h3>
<div id="attachment_2914" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/03/De_Gaulle-OWI.jpg"><img class=" wp-image-2914 " alt="Charles De Gaulle" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/03/De_Gaulle-OWI.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Charles De Gaulle</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Non esiste una divisione netta fra Europa e Asia, perlomeno non paragonabile a quella che l’Atlantico traccia fra l’Europa e l’America. In questo senso, quindi, l’Eurasia esiste, anche se occorre definirne i limiti.<br />
Esaminiamo in primo luogo quello che ci suggerisce l’etimologia: l’Eurasia sarebbe costituita dall’Europa e dell’Asia, un insieme di 5 miliardi di abitanti, i tre quarti della popolazione mondiale, e da un centinaio di Paesi. Un insieme &#8211; saremmo tentati di affermare &#8211; alquanto esagerato e difficile da gestire sotto il profilo geopolitico (fu lo svedese Rudolf Kjellén a coniare il termine “geopolitica”, nel 1900). La “Grande Eurasia”, se così la vogliamo chiamare, non costituisce un oggetto di studio pertinente e ancor meno un attore potenziale della geopolitica mondiale.<br />
A una scala più accurata, il generale Charles De Gaulle parlava, in effetti, di una “Europa dall’Atlantico agli Urali”, fatto che, concretamente, significava giungere sino all’Oceano Pacifico. Se il termine Eurasia, in questo caso, non è stato impiegato, l’insieme designato dal generale francese coincideva largamente con la placca euroasiatica identificata da Eduard Suess. Essa corrisponde a una comunità di civiltà che risale al Cristianesimo e ancora prima alla Grecia e a Roma, anche se questi due elementi si compongono in maniera diversa a occidente, dove più forte è l’impronta latina, e a oriente, culturalmente ellenico. Agli occhi di De Gaulle, a questa visione si aggiungeva una convergenza di interessi di fronte agli Stati Uniti. Forse il presidente francese sperava di estendere l’asse Parigi-Bonn fino a Mosca. Le divergenze politiche dell’epoca resero di fatto praticamente impossibile questo progetto che, peraltro, anche i Sovietici tentarono di strumentalizzare.<br />
L’idea riapparve alla caduta dell’URSS, quando il francese François Mitterand avanzò l’ambizioso progetto di una confederazione europea, estesa fino alla Russia. L’idea abortì quasi subito, sabotata dagli Stati Uniti e dai loro alleati europei, fra i quali i cecoslovacchi di Vaclav Havel. Poco dopo la sua elezione a presidente, Jacques Chirac riprese la stessa idea ed evocò la trasformazione dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) in «Organizzazione dell’Europa Continentale, pegno di pace e di sicurezza per tutti i suoi popoli» (3 agosto 1995). In occasione della guerra contro l’Iraq del 2002, venne nuovamente rispolverata l’idea di un asse Parigi-Berlino-Mosca; le tre capitali si accordarono per rifiutare l’intervento americano, ma questo breve riavvicinamento non sopravvisse ai cambiamenti di maggioranza parlamentare in Francia e in Germania. Nel 2009 il presidente francese Nicolas Sarkozy ha operato una svolta radicale, rientrando nella NATO.<br />
Il nodo fondamentale è dovuto all’atteggiamento della Casa Bianca, che continua a percepire la Russia come un avversario e non vuole sentir parlare di una “Grande Europa” che la inglobi; una buona parte dei Paesi europei si allineano con gli Stati Uniti per solidarietà atlantica (soprattutto il Regno Unito), altri per difendere i diritti dell’uomo (i paesi scandinavi), oppure per una diffidenza atavica verso Mosca (Polonia e Paesi baltici).</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>L’Eurasia secondo Mosca e i suoi sostenitori</b></h3>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/03/heartland.gif"><img class="alignleft  wp-image-2916" alt="heartland" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/03/heartland.gif" width="250" height="150" /></a>Gli intellettuali russi alimentano una concezione molto diversa dell’Eurasia. Il movimento degli Euroasisti raggiunse il suo apogeo fra le due guerre mondiali nell’ambito dei Russi bianchi, rifugiati a Parigi o a Praga. Questo movimento incontra oggi una certa ripresa intorno a intellettuali come Alexandr Guelievitch Dugin. Né Europa né Asia, l’Eurasia costituisce ai loro occhi un “terzo continente”.<br />
A loro modo di vedere, il cuore vivente del sistema è costituito dalla steppa che si estende dalla Mongolia fino all’Ucraina. L’area, inizialmente attraversata dai movimenti di conquista da est a ovest, condotti dai Turchi e quindi dai Mongoli, venne unificata a partire dal XVI secolo dai Russi, che la percorsero in senso inverso.<br />
Pur essendo il suo esatto contrario, l’Eurasia assomiglia agli oceani; essa può essere facilmente percorribile e non offre ostacoli ai raid dei cavalieri, come il mare non ne oppone alle navi dei pirati; essa è facile da controllare, a condizione di occuparne i punti di passaggio obbligato; essa consente scambi fra le rive che la bordano e che sono densamente popolate a ovest (Europa), a est (Cina) e a sud (India e vicino Oriente). La steppa fa nascere una originale società di allevatori nomadi e conquistatori, che sono capaci di sfruttare al meglio le sue ridotte risorse e che, per acquisire il surplus, si riverseranno regolarmente sui grandi centri di civiltà che la circondano.<br />
Ci si potrebbe domandare che rapporto esiste fra la Russia, le sue foreste e i suoi contadini e i nomadi sorti dalla steppa e venuti a sottometterli e a saccheggiarli. La storiografia ufficiale ha reso la modesta battaglia di Kulikovo, del 1380, l’atto di nascita della Russia moscovita: in effetti, per la prima volta, essa riesce a resistere ai Tatari, il popolo turco-mongolo islamizzato che l’aveva già sottomessa.<br />
Gli Euroasisti rifiutano una visione in questa ottica. Essi insistono sull’apporto di sangue asiatico al fondo etnico russo e questo meticciato distinguerebbe, a loro parere, i Russi dagli altri Slavi. Essi ricordano che i prìncipi di Mosca sono cresciuti all’ombra dei Mongoli, dei quali sono stati, per lungo tempo, sudditi fedeli. Essi aggiungono inoltre che i Tatari sono stati assimilati dall’Impero russo, al quale essi hanno fornito, sembrerebbe, fino a un terzo della sua nobiltà. Di fatto, essi accordano la priorità alle origini asiatiche dell’Eurasia: «L’esodo verso l’Oriente, non è altro che un ritorno alle origini», secondo uno dei loro principali pensatori, Piotr Savickj.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Eurasia russa?</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Si potrebbe quindi parlare di una strumentalizzazione uguale e contraria rispetto a quella a suo tempo operata da Pietro il Grande. Lo zar voleva dimostrare il carattere europeo della Russia, i fautori dell’Eurasia vogliono invece provare il carattere fondamentalmente asiatico del loro Paese ed è a questo che serve l’Eurasia – si ritrova in questo aspetto un’eco degli Euroasisti, che sono anche più radicali degli slavofili, in quanto essi stabiliscono una netta differenza fra i Russi e la maggior parte degli altri Slavi; essi si sentono, in particolare, molto diversi dai Polacchi cattolici e desiderano tenersi a uguale distanza dall’Europa e dall’Asia, mentre, di fatto, il loro cuore pende a favore della seconda.<br />
Ai loro occhi è la Russia che costruisce l’Eurasia, e, nella pratica, ciò significa che questi pensatori hanno la tendenza a confondere i due termini. Questa Russia-Eurasia costituisce in primo luogo uno spazio, un paesaggio, l’impero delle terre inscritte in frontiere che corrispondono, più o meno, a quelle dell’ex URSS, e vi includerebbero volentieri la Mongolia e il Turkestan cinese.<br />
Così facendo, essi confermano che la Russia è il paese più geopolitico del pianeta: essa si identifica con un territorio che la differenzia dalle altre nazioni. L’identità dell’Eurasia non risulta fondata sul sangue, ma sul suolo, afferma Alessandro Dugin, ma anche sulla fede di un popolo che non ha né dimenticato né perdonato il sacco di Costantinopoli da parte dei Latini nel 1204. I fautori dell’Eurasia russa, di ieri e di oggi, sono degli ortodossi convinti che i vincoli posti dalla natura hanno forgiato la grandezza della loro nazione. Come un credente che ottiene la sua salvezza, umiliandosi e tanto più si avvicina all’infinito quanto più si considera “minore”, la santa Russia sopporta il freddo, la siccità, la povertà dei suoli del grande Nord e l’immensità degli spazi come tante conseguenze del suo peccato originale. Ma sono queste debolezze che la salvano davanti agli invasori; e lo spazio russo finisce sempre per dissolvere i conquistatori, come un corpo estraneo. Sembrerebbe, in questo caso, di trovarci nel bel mezzo di una saga nordica o di una pagina di Dostoevskij.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>L’Eurasia di Vladimir Putin</b></h3>
<div id="attachment_2915" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/03/Monument_to_the_heroes_of_the_World_War_I._Vladimir_Putin.jpg"><img class=" wp-image-2915 " alt="Vladimir Putin durante una commemorazione militare" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/03/Monument_to_the_heroes_of_the_World_War_I._Vladimir_Putin.jpg" width="150" height="250" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Vladimir Putin durante una commemorazione militare</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Gli intellettuali del periodo fra le due guerre mondiali opponevano l’Eurasia all’Europa “romano-germanica”. I loro successori, come Alessandro Dugin, prendono come obiettivo l’Occidente, vale a dire l’alleanza fra gli Stati Uniti e l’Europa occidentale. L’Eurasia campeggia nel cuore del continente, nell’<em>heartland</em> dei geopolitici, di fronte alla talassocrazia americana, alla sua logica mercantile e ai suoi valori liberali.<br />
Il potere russo attuale si riferisce volentieri a queste idee. Nel novembre 2011, Russia, Bielorussia e Kazakistan hanno deciso di istituire una Unione eurasiatica entro il 2015 (alla quale si è aggiunta anche l’Armenia). Agli occhi degli Americani si tratta di un vera e propria rinascita dell’impero sovietico, anche se i valori e i sistemi sono totalmente diversi. Per il tramite di Hillary Clinton, nel dicembre 2012, essi hanno affermato di voler «rallentare o impedire» il processo in corso, come se la guerra fredda non fosse ancora terminata. Gli eventi dell’Ucraina del 2013-2014 dimostrano che essa, di fatto, continua, in maniera più o meno velata: una guerra fredda per certi versi rampante, il cui scopo è quello di determinare dove si pone la frontiera fra Eurasia alla russa e Unione europea.<br />
Dal punto di vista americano tutto questo significa ristabilire un “cordone sanitario” che chiuda la Russia all’interno delle sue terre. La politica di Washington presenta, d’altronde, una significativa continuità a partire dal 1991: staccare dalla Russia tutti i Paesi che in passato condividevano il proprio destino nell’ambito dell’URSS e farli entrare, se possibile, nella NATO, sviluppando legami con essi. La Russia rimane un nemico potenziale come l’URSS a suo tempo, e occorre indebolirla con tutti i mezzi e in tutti i modi possibili. Ma perché tutto ciò? Perché la Russia propugna l’Eurasia e l’unità dell’Eurasia (<em>heartland</em>) risulta, secondo le leggi della geopolitica, inaccettabile per una potenza talassocratica. Ecco, dunque, lo schema razionale di cui sono convinti i dirigenti russi e la recente crisi ucraina non può che confortarli nelle loro preoccupazioni.<br />
Esiste, pertanto, una visione russa dell’Eurasia condivisa dagli intellettuali e dai politici. Essa alimenta l’idea di “eccezione russa” &#8211; così come la “frontiera” costituisce la base dell’“eccezione americana” -, con la fede ortodossa che fa da contraltare al puritanesimo dei primi coloni di oltre Atlantico. Questa visione delle cose domina oggi gli ambienti politici di Mosca.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Sogno imperiale</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Si potrebbe a questo punto concludere che l’Eurasia rappresenti un chimera, il famoso animale fantastico dal corpo di capra e la testa di leone. Frontiere indefinite e imprecise, concezioni diverse, per non dire radicalmente opposte, definizioni sfumate che consentono di dissimulare secondi fini e interessi nazionali… E per complicare il tutto, le pretese di altre nazioni che si proclamano anch’esse “euroasiatiche”, come la Turchia, a cavallo su Asia ed Europa e persino l’Ungheria, dove viene a morire la grande steppa con il nome di <em>puszta</em>.<br />
Indubbiamente l’Eurasia non è che un sogno, un sogno d’impero. Il gran disegno euroasiatico di Vladimir Putin tende non certamente a ricostituire l’URSS, ma a far rinascere, sotto forme rinnovate e con una estensione più modesta, l’impero russo. In un certo modo, i fautori di una Europa dall’Atlantico agli Urali sognano anch’essi un impero, una unione di tutti i popoli di cultura europea in una struttura agile ed efficace. Il problema è che non si tratta di uno stesso sogno: i due spazi non coincidono; il sogno russo si inscrive nel tempo lungo, quello di tutta la storia russa, il sogno europeo rimane sospeso nel vuoto e nell’indistinto, senza precisi riferimenti e senza un esempio da imitare. Uno rappresenta una restaurazione, l’altro è invece ancora tutto da inventare. Il primo sta prendendo forma con l’Unione doganale, mentre il secondo rimane nel limbo. Ci si può domandare se questi due sogni potranno in futuro avvicinarsi e convergere verso un comune obiettivo&#8230;</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>Un elemento rivelatore</b></h3>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/03/sld013.gif"><img class="alignleft  wp-image-2917" alt="sld013" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/03/sld013.gif" width="250" height="150" /></a>Mito, o anche chimera, l’Eurasia costituisce nondimeno un elemento rivelatore ed è per questo motivo che risulta decisamente utile.<br />
Il suo ritorno di moda si spiega con il cambiamento dei rapporti di forza mondiali. Il fattore di potenza si sta spostando lentamente dall’Atlantico verso il Pacifico; l’Europa occidentale appare, oggi, come il continente più depresso del pianeta, mentre, per contro, l’Asia orientale risulta il più dinamico. Rilanciando l’idea euroasiatica Mosca intende ricentrarsi verso l’Asia, esattamente allo stesso modo in cui si muove Washington nel Pacifico. A tal fine, la Russia deve sviluppare la sua parte asiatica, che rappresenta i tre quarti del territorio e le cui risorse sono enormi. Ma per fare tutto questo ha bisogno di capitali, che l’Europa occidentale potrebbe fornirgli. L’Unione Europea ha un grande torto a trascurare queste realtà così evidenti. Alla Russia essa pretende di dare lezioni di etica, ma di fatto sta offrendo cose che sono molto distanti da quelle che Vladimir Putin si aspetta.<br />
In tale contesto, l’Europa ha adottato attitudini deludenti, ormai da circa 20 anni. A torto o a ragione, i Russi sono convinti che Bruxelles si è troppo allineata sugli Stati Uniti e questa constatazione giustifica il grande “cambio di direzione” del centro di gravità dell’identità russa, più orientato oggi verso est. Per la Russia la questione rimane sempre la stessa; occorre seguire la strada di Pietro il Grande o di Ivan il Terribile, ovvero guardare a occidente o a oriente? Imitare le potenze moderne o privilegiare la sua identità ortodossa? Diventare una nazione come le altre o continuare a sognare un impero? Il ritorno sulle scene dell’Eurasia è il ritorno dello “spirito del 1204”, del sacco di Costantinopoli da parte dei Crociati latini, che i Russi come già evidenziato, non hanno né dimenticato né perdonato nella loro memoria collettiva.<br />
Per quanto concerne l’Europa, essa si trova davanti a un dilemma abbastanza simile: occidente od oriente? All’ovest molteplici legami, politici, economici, culturali, ideologici, riassunti nel termine “atlantismo”. All’est una realtà geografica fondamentale, quella della continuità territoriale. La grande pianura dell’Europa del Nord si estende senza interruzioni significative dalle Fiandre alla Moscovia, i climi e i paesaggi passano progressivamente da quello oceanico a quello continentale. L’assenza di nette separazioni spiega l’ingresso in Europa di gruppi umani, per ondate successive verso ovest, mentre le religioni e le culture si sono diffuse attraverso tutto il continente europeo e oltre. Dalla continuità territoriale deriva l’unità della civiltà e del popolamento, che si è imposto sul territorio, al di là di evidenti diversità. Ma è proprio in questo modo che la geografia contribuisce a fare la storia. Così come lo fa la geografia politica, poiché secondo la dura e ineluttabile “legge” della distanza, noi siamo, per forza di cose, più solidali con i nostri vicini che con il resto del mondo: di fatto, una disgrazia che riguarda i nostri vicini rischia di coinvolgerci molto di più di un avvenimento della stessa intensità ma lontano, e questo accade anche in questa nostra epoca globalizzata e interconnessa. Ecco dunque il senso vero della “casa comune” della fine del secolo scorso.<br />
La continuità geografica ci fa meglio apprezzare la separazione che rappresenta, per contro, l’Atlantico. Le due rive dell’oceano si ignoravano fino a un periodo relativamente recente, circa cinque secoli fa, mentre la cristianizzazione della Russia, risale a più di un millennio. I coloni e gli emigranti che hanno attraversato l’oceano, lasciavano l’Europa, spesso anche maledicendola e molto più sovente dispiaciuti di non poterci vivere decentemente, ma sempre rompendo con essa. Essi, d’altronde, hanno sempre rifiutato qualsiasi relazione politica con il Vecchio Mondo per circa un secolo e mezzo e questo è il significato profondo dell’isolazionismo. Beninteso, esistono numerosi punti in comune fra i Nordamericani e gli Europei, altrimenti l’idea di atlantismo non avrebbe avuto alcun fondamento e non avrebbe il successo di cui gode. Ma occorre non sottovalutare i fatti della natura, dei quali spesso ci si dimentica e che invece risultano i più evidenti. Ed ecco, in questo caso, l’evidenza: l’Oceano Atlantico separa altrettanto e forse di più di quanto non unisca.<br />
L’idea di Eurasia, nata da una filosofia del territorio e del suolo, ci ricorda queste realtà. Essa si basa su un elemento geografico, più semplice e più vincolante: la prossimità. Peraltro, essa spinge a pensare ai grandi spazi e si identifica per i russi con l’Impero &#8211; mentre l’oceano gioca lo stesso ruolo per gli Stati Uniti. L’idea di Eurasia associa il vicino e il lontano dei vasti spazi, l’identità e l’apertura e proprio in questo senso sembra una chimera, i suoi zoccoli di capra solidamente attaccati alla roccia e la sua testa di leone tesa in avanti per gli spazi aperti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Damiani, Isabelle, <em>Géopolitique de l’Asie centrale</em> &#8211; PUF, 2012.<br />
Davutoglu, Ahmet, <em>Stratejik Derinlik (La profondità strategica)</em> &#8211; Kure, Istanbul, 2008.<br />
Gorshenina, Svetlana, <em>Asie centrale: L&#8217;invention des frontières et l&#8217;héritage russo-soviétique</em>, in &#8220;Slavic Review&#8221;, vol. 73, n. 1, 2014.<br />
Laruelle, Marlene, <em>L’Idéologie eurasiste russe ou comment penser l’empire</em> &#8211; Paris, L’Harmattan, 1999.<br />
Laruelle, Marlene, <em>La Quête d’une identité impériale. Le néo-eurasisme dans la Russie contemporaine</em> &#8211; Paris, Petra, 2007.<br />
Spykman, Nicholas J., <em>The geography of the Peace</em> &#8211; Brace and Company, Harcourt, New York, 1944.<br />
Spykman, Nicholas J., <em>American Strategy in World Politics: The United States and the Balance of Power</em> &#8211; Yale Institute, Brace and Company, Harcourt, New York, 1942.<br />
Suhat, Ilhan, <em>Tuklerin Geopolitiji ve Avrasyaclik (Geopolitica dei Turchi ed Eurasia)</em> &#8211; Bilgi, Ankara, 2006.<br />
Brzezinski, Zbigniew, <em>The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives</em> &#8211; Basic Books, 1998</p>
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		<title>ARMENIA, PEDINA DELL&#8217;EURASIA</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Mar 2015 14:52:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi - Nell’ottobre dello scorso anno l’Armenia è entrata a far parte dell’Unione Economica Eurasiatica, l’unione doganale costituita con Russia, Bielorussia e Kazakhistan: un&#8217;entità destinata a competere con il Partenariato orientale targato UE.   Erevan, pur continuando ad approfittare del Partenariato orientale (accordo d’associazione concluso fra l’Unione europea &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Massimo Iacopi -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Nell’ottobre dello scorso anno l’Armenia è entrata a far parte dell’Unione Economica Eurasiatica, l’unione doganale costituita con Russia, Bielorussia e Kazakhistan: un&#8217;entità destinata a competere con il Partenariato orientale targato UE.</strong></em></p>
<p><i> </i></p>
<p style="text-align: justify;">Erevan, pur continuando ad approfittare del Partenariato orientale (accordo d’associazione concluso fra l’Unione europea e l’Armenia, l’Azerbagian, la Georgia, la Moldavia, l’Ucraina e la Bielorussia nel corso del 2009) desiderava entrare nell’Unione euroasiatica, ma le due adesioni erano apparse del tutto incompatibili agli attori in scena. Il gioco delle alleanze sul confine tra Occidente e Oriente è alquanto delicato, come dimostrano i fatti contemporanei in Ucraina. La posizione fermamente difesa da Peter Stano, portavoce del commissario europeo all’allargamento è sempre stata chiara: scegliere una o l&#8217;altra unione.<br />
Questo allineamento sullo spazio euroasiatico suona ad Erevan come un rintocco funebre sulla politica estera detta di “complementarietà”, propugnata dal vecchio ministro degli esteri (1998-2008), l’armeno-americano Vardan Askanian. Erevan intratteneva in quel momento, simultaneamente, rapporti stretti con Mosca e Teheran, pur conservando delle buone relazioni con gli USA e la Francia, Paesi che da sempre ospitano un’importante diaspora armena.<br />
Che l’Armenia si orientasse verso la Russia non era tuttavia così evidente. Contrariamente agli ucraini e ai bielorussi ortodossi e di cultura slava, gli armeni hanno saputo preservare il loro carattere nazionale e resistere ai tentativi di assimilazione, propugnati nei decenni dal potere zarista e sovietico. L’attaccamento a simboli forti come l’alfabeto nazionale e il carattere autocefalo della Chiesa apostolica hanno favorito il mantenimento di un legame transnazionale con una diaspora numericamente più importante della popolazione attuale dell’Armenia.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Una adesione pragmatica</h3>
<div id="attachment_2772" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/02/Flag_of_the_Eurasian_Economic_Union.svg_.png"><img class="size-thumbnail wp-image-2772" alt="Il simbolo dell'Unione Economica Eurasiatica" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2015/02/Flag_of_the_Eurasian_Economic_Union.svg_-150x150.png" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Il simbolo dell&#8217;Unione Economica Eurasiatica</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Il potere armeno ha soppesato i pro e i contro, lavorando su una visione pragmatica delle relazioni geostrategiche. È a Gyumri, nel nord del paese, che si trova l’unica base russa della Transcaucasia (l’affitto è stato rinnovato fino al 2044): dal 1992, soldati russi sono schierati lungo la frontiera con l’Iran e la Turchia. D’altronde, Erevan dipende al 100% dalle forniture russe di approvvigionamenti energetici. Mosca, soprattutto, beneficia di un indiscutibile prestigio in Armenia, sia come “scudo antiturco” sia come forza garante dello <em>statu quo</em> nell’ambito del conflitto dell’Alto Karabakh (il cessate il fuoco risale al 1994). La Russia ha peraltro tentato vanamente di appoggiare le rivendicazioni di Erevan nei confronti della Georgia, che ha grande difficoltà a rispettare i diritti culturali dell’importante minoranza armena del Djavakh.<br />
Paese cerniera, incastrato fra la Turchia e l’Iran, sottoposto al blocco turco-azero, al margine del tracciato dei principali gasdotti regionali, l’Armenia forse non aveva altre scelte. Se la nozione di Eurasismo rimane ancora molto sfumata e poco familiare nei circoli delle decisioni, che vi intravvedono una nuova alleanza di ragione con la Russia, essa suscita a Erevan un dibattito nei <em>Think tank</em> pro governativi e in quelli dell’opposizione. Secondo le analisi del centro di studi strategici Noravank (pro governativo), l’Eurasia costituisce uno scudo supplementare nell’arsenale di difesa contro l’irredentismo panturco, nel momento in cui l’avversario turco accresce in maniera costante il suo bilancio della difesa (0,9% nel 2014 per un totale di 1,4 miliardi di Euro).<br />
In tal modo, la scelta euroasiatica offre una vasta gamma di possibilità per una élite politica senza ideologie. I guadagni dall’Unione doganale vengono calcolati in centinaia di milioni di dollari, investiti per mezzo della banca euroasiatica di sviluppo nei diversi progetti di infrastrutture (ferrovie, costruzione di una seconda centrale nucleare e modernizzazione della prima, possibilità di nuovi sbocchi per la produzione industriale), ai quali va aggiunta la prospettiva di una riduzione del 30% delle tariffe del gas.<br />
L’Unione doganale è stata accolta come una doccia fredda a Baku (Azerbaigian). Oltre ad accordare la possibilità di una assicurazione sulla vita a una Armenia circondata, l’integrazione euroasiatica consentirebbe di superare i traumi di una storia nazionale ferita dal genocidio del 1915 e la perdita consecutiva di due terzi del territorio dell’Armenia storica.<br />
In definitiva, l’Armenia, appollaiata ai confini degli imperi e sulla rotta delle invasioni, ha scelto così di associarsi a un blocco geopolitico guidato dalla Russia.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Andrej Geraščenko, <em>Dall&#8217;Unione Russia-Bielorussia all&#8217;Unione Eurasiatica</em> &#8211; geopolitica-rivista.org, 19 aprile 2012<br />
George A. Bournoutian, <em>A History of the Armenian People</em>  &#8211; California, Mazda Publishers 1994</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>FRIEDRICH RATZEL E L&#8217;EUROPA A TRAZIONE TEDESCA</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Oct 2014 11:59:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Max Trimurti - Secondo il teorico dello “spazio vitale”, la geopolitica è la spiegazione della storia attraverso la geografia umana, le tendenze di lungo termine dei popoli ed i territori. Solo una grande Europa a guida tedesca – spiega Ratzel nei primi anni del XX secolo &#8211; potrà contrapporsi &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Max Trimurti -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Secondo il teorico dello “spazio vitale”, la geopolitica è la spiegazione della storia attraverso la geografia umana, le tendenze di lungo termine dei popoli ed i territori. Solo una grande Europa a guida tedesca – spiega Ratzel nei primi anni del XX secolo &#8211; potrà contrapporsi a Stati Uniti e Russia.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong> </strong></em></p>
<div id="attachment_1936" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/09/Bundesarchiv_Bild_183-R35179_Prof._Friedrich_Ratzel.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-1936" alt="Friedrich Ratzel" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/09/Bundesarchiv_Bild_183-R35179_Prof._Friedrich_Ratzel-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Friedrich Ratzel</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;opera di Friedrich Ratzel (1844-1904), etnologo e geografo tedesco,</strong> considerato il più autorevole esponente del determinismo geografico, si sviluppa nel periodo in cui la Germania è al vertice del suo dinamismo politico ed economico. Fra il 1871 ed il 1900, la popolazione del Reich cresce da 41 a 68 milioni. L’industria tedesca ha raggiunto l’Inghilterra nello sviluppo delle industrie tradizionali e la supera abbondantemente nei settori pionieristici della chimica e del materiale elettrico. Le vie di comunicazione permettono un rapido trasferimento di materie prime e merci: nel 1912 la rete ferroviaria si sviluppa per 60.000 km, praticamente l’estensione delle strade ferrate della Russia; la navigazione del Reno è possibile fino a Strasburgo e vengono realizzati canali navigabili nel Nord del Paese, come il canale di Kiel (1895). La marina tedesca diventa la seconda al mondo. Ma a fronte di questo sviluppo, la Germania è un colosso dai piedi d’argilla: la produzione agricola potrebbe non essere più sufficiente. La crescita demografica e materiale rende fragile la “sicurezza” alimentare e questa situazione alimenta il bisogno di disporre di nuove terre.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/09/5857547-L.jpg"><img class="alignleft  wp-image-1939" alt="5857547-L" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/09/5857547-L.jpg" width="150" height="250" /></a>Il pensiero di Ratzel non nasce quindi in un contesto di frustrazione</strong> o di rivincita, come sarà quello successivo alla Grande Guerra. Quando scrive, Friedrich Ratzel è influenzato dalla pulsione vitale del suo popolo e dal grande movimento di proiezione dei tedeschi nel mondo. Allo stesso tempo il suo lavoro esprime l’inquietudine di un Paese che avanza con la prospettiva di andare incontro a degli ostacoli rilevanti. Lo sviluppo della Germania implica nuove esigenze e nuovi bisogni ai quali Ratzel, che è fortemente influenzato dal darwinismo, risponde con la teoria dello “Stato organico”.<br />
In <b><em>Geografia Politica</em><i>, </i></b>del 1897, Ratzel elabora una teoria secondo la quale lo Stato è visto come un organismo che riunisce in sé una “frazione di umanità su una frazione di suolo”, e le cui proprietà emanano al tempo stesso dal popolo e dal suolo.<br />
Ogni spazio ha un suo valore politico che dipende dalle grandi proprietà politico-geografiche, quali la situazione/posizione, l’estensione o le frontiere.<br />
La situazione geografica costituisce una costante del suolo, che attraversa i tempi della storia. Posti in un determinato luogo della terra, popoli e Stati ne ricevono una certa impronta. La superficie costituisce anch’essa un fattore essenziale. Una delle leggi fondamentali è che la posizione nel mondo (centrale o periferica) costituisce un fattore ponderale della superficie. Vengono, quindi, subito dopo, la nozione di frontiera, l’importanza del tipo di suolo, della vegetazione, dell’irrigazione, ma anche le relazioni intrattenute con il resto della superficie terrestre, mari attigui e terre disabitate.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/09/resized_image2_94c80bea9cafc381d514f147c4625267.jpg"><img class="alignleft  wp-image-1940" alt="resized_image2_94c80bea9cafc381d514f147c4625267" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/09/resized_image2_94c80bea9cafc381d514f147c4625267.jpg" width="150" height="250" /></a>E’ proprio nell’attenzione dedicata alle invarianti (costanti)</strong> del suolo che risiede l’apporto essenziale di Ratzel alla costruzione della disciplina della geopolitica. La geopolitica è in effetti la spiegazione della storia attraverso la geografia umana nel lungo periodo, quelli dei popoli e dei suoli.<br />
Lo Stato immaginato da Ratzel è organico, ma è anche un’entità spirituale e morale. La geomorfologia ha la sua importanza, ma essa rimane in ogni caso subordinata alla volontà della politica. Ridurre il pensiero di Ratzel a un pensiero semplicemente determinista, nel senso in cui la geografia determinerebbe in modo decisivo ed esclusivo il comportamento degli Stati, significherebbe tradire il pensiero autentico dello studioso tedesco. Indubbiamente, per Ratzel, le rappresentazioni geografiche, le idee religiose e nazionali giocano un ruolo fondamentale nella crescita degli Stati, ma esse richiudono, tuttavia, la storia in uno schema di fatalità deterministica.<br />
Nel 1901, in <em><b>Spazio vitale</b></em> (<em>Lebensraum</em>), uno delle sue opere principali, Raztel evidenzia come l’organismo tedesco sarà portato, per necessità e per assicurare la propria sopravvivenza, a svilupparsi verso regioni le cui condizioni geografiche sono vicine. Ecco dunque nascere la politica del <em><b>Lebensraum</b></em>, giustificata dal bisogno del suolo piuttosto che dal fattore etnico o del sangue.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ratzel enuncia così sei leggi universali</strong> di espansione spaziale degli Stati:<br />
<b>1</b>. La crescita spaziale degli Stati va di pari passo con lo sviluppo della loro cultura, della loro economia e della loro ideologia.<br />
<b>2</b>. Gli Stati si estendono, assimilando le entità politiche di minore importanza.<br />
<b>3</b>. La frontiera è una struttura viva, il cui posizionamento materializza il dinamismo di uno Stato in un dato momento della sua storia (in altri termini: la frontiera ha vocazione a spostarsi).<br />
<b>4</b>. In ogni processo di espansione spaziale prevale una logica geografica, in quanto lo Stato assorbe, prioritariamente, le regioni che consolidano ed integrano la viabilità del suo territorio: litorali, bacini fluviali, pianure e, più in generale, i territori più riccamente dotati.<br />
<b>5</b>. Lo Stato è portato naturalmente ad estendersi a causa della presenza alla sua periferia di una civiltà inferiore alla sua.<br />
<b>6</b>. Il processo di assorbimento delle nazioni più deboli si autoalimenta: più lo Stato cresce, più esso ha voglia di crescere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In queste leggi della geopolitica,</strong> l’estensione geografica occupa un posto tanto più importante quando ad essa corrisponde un articolato sistema ferroviario.<br />
Fra il 1850 ed il 1914 la lunghezza della rete ferroviaria in Europa si moltiplica per 30. In Francia, nel 1880, i treni trasportavano annualmente 18 milioni di viaggiatori e 4,5 milioni di tonnellate di merci, mentre nel 1913 i viaggiatori salgono a 547 milioni e le merci raggiungono i 173 milioni di tonnellate. Un anno prima dello scoppio della Grande Guerra, 6 miliardi di viaggiatori, ovvero, poco meno dell’equivalente della popolazione attuale del pianeta, prende ogni anno il treno in Germania, in Inghilterra e in Francia. Un dato che dimostra altresì come il mondo prima della Grande guerra non fosse serrato da paratie stagne. Al contrario, quel mondo era una struttura fatta di scambi e di comunicazioni, che, tuttavia, rispettava l’identità e l’autorità. Si può anche aggiungere che in questo periodo l’integrazione economica europea era abbastanza elevata, contrariamente alle convinzione diffuse oggi e che vogliono farci credere ad un mondo di nazioni chiuse in sé stesse.<br />
Numerosi gli interessi industriali incrociati. L’estrazione mineraria del carbone e le industrie siderurgiche esercitano la loro attività da una parte all’altra delle frontiere francesi, belghe e tedesche. Diverse grandi fabbriche tedesche di coloranti vengono aperte in Francia. Le industrie francesi e tedesche, in special modo la Schneider e la Krupp, si sviluppano in Russia.</p>
<div id="attachment_1937" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/09/Portrait_of_Sir_Halford_John_Mackinder.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-1937" alt="Halford Mackinder" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/09/Portrait_of_Sir_Halford_John_Mackinder-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Halford Mackinder</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>La geopolitica di Ratzel è ossessionata</strong> (<em><b>Studi degli Spazi politici</b></em>, 1885; <em><b>Geografia Politica</b></em>, 1897) dalla smisurata estensione degli Stati-continente, dismisura della quale il geografo ha preso coscienza viaggiando negli Stati Uniti, nel 1873. Ratzel, a questo punto, intuisce che l’avvenire toccherà alle potenze che dispongono di territori immessi e, di conseguenza, di immense risorse. Questa intuizione determinerà un’evoluzione del pensiero del geografo in direzione di un progetto europeo, di cui la Germania potrebbe essere il motore centrale. Dopo tutto, la supremazia materiale della Germania della fine del XIX secolo sembra paragonabile a quella della Francia del secolo precedente e i suoi effettivi militari sono in realtà già il doppio della vicina repubblica.<br />
La necessità di una potenza europea parte da questi presupposti ed è proprio la Germania che può opporsi al progetto di dominazione mondiale degli Anglo-sassoni, così ben delineato da un altro studioso di geopolitica, l’inglese Halford Mackinder. La rivoluzione delle ferrovie rende plausibile la prospettiva, temuta da Mackinder, di un’Europa unificata intorno a un <em>hearthland </em>germano-slavo, che metterebbe fine alla dominazione marittima delle talassocrazie anglo-sassoni. Ogni minaccia alla supremazia anglo-sassone deriva dalla Germania, dal pangermanesimo teorizzato da Ratzel, che è a sua volta riflesso del panamericanesimo statunitense e del panslavismo russo.<br />
Se lo sviluppo tedesco diventa il motore dello sviluppo europeo, allora sarà finita la dominazione anglo-sassone. Il pericolo per gli anglosassoni è tanto più grande per il fatto che l’ambizione dei Tedeschi non si limita al solo continente europeo ma punta a un ruolo mondiale. Tuttavia, nel momento in cui Ratzel scrive, la Germania ha già perso diversi appuntamenti con la politica mondiale (<i>Weltpolitik</i>). La California, che il Messico aveva proposto alla emigrazione tedesca nel 1842, non è stata sfruttata, come anche il Texas che i Tedeschi potevano colonizzare. E l’annessione dell’Alsazia-Lorena rappresenta un passo di troppo dell’unità tedesca ai danni di una grande politica di unità europea.</p>
<div id="attachment_1942" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/09/1280px-World_1910.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-1942" alt="Carta geopolitica del mondo nel 1910" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/09/1280px-World_1910-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Carta geopolitica del mondo nel 1910</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Agli occhi di Ratzel, alla Germania rimane solo l’opzione coloniale.</strong> Impegnato nel 1890 nella Lega Pangermanica, lo studioso tedesco diventa anche un difensore accanito del colonialismo. Membro fondatore del <em>Kolonialverein </em>(Comitato Coloniale fondato nel 1882), egli si oppone alla visione esclusivamente continentale di <b>Bismarck</b>. Dieci anni prima Bismarck aveva preferito vedere la Francia concentrarsi sulle conquiste coloniali piuttosto che sul recupero dell’Alsazia-Lorena, e giocare un ruolo marginale nella competizione con francesi e britannici sul territorio africano.<br />
Ratzel è invece convinto che la Germania debba disporre di un impero coloniale, senza il quale non potrebbe assumere una dimensione mondiale. Il geografo contribuisce ad elaborare la carta dell’Africa, ancora mal conosciuta alla sua epoca, e redige numerose opere e articoli sulla questione coloniale tedesca, specialmente intorno al 1885, nel corso del quale il Congresso di Berlino decide la spartizione dell’Africa fra le potenze europee.<br />
Ratzel &#8211; prendendo atto che l’Inghilterra è diventata la maggiore potenza mondiale, proiettandosi su tutti gli oceani e su tutti i continenti e chiudendo e controllando tutti i punti chiave del commercio mondiale (Gibilterra, Suez, Capo di Buona Speranza, Aden, Singapore, Hong Kong) – prepara il terreno al programma dell’<b>ammiraglio Tirpitz</b>. Cosciente che l’Inghilterra e la Francia hanno già acquisito un buon vantaggio nella spartizione della potenza marittima, il geografo tedesco preconizza l’alleanza della Germania con l’Asia, e in particolare con l’Estremo Oriente (il Giappone). Sulle sue orme, il grande geopolitico tedesco <b>Karl Haushofer</b> confermerà questa opinione e con lui la Germania nazional-socialista.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come molti altri pensatori,</strong> Ratzel è stato influenzato dalla sua epoca. Egli è in primo luogo il prodotto di una Germania bismarckiana (1862-1890) e più ancora guglielmina (1888-1928), profondamente imbevuta delle idee di <b>Nietzsche</b> ed ossessionata dalla volontà di potenza e dal sogno di una supremazia europea, sotto Bismarck, e di una supremazia mondiale, sotto il <b>kaiser Guglielmo II</b>. Come tutti i pensatori della fine del XIX secolo è uno scienziato impegnato a fare entrare nel campo delle scienze sociali i progressi ottenuti nelle scienze esatte.<br />
I lavori di Ratzel sottolineano la necessità di tenere conto delle invarianti (costanti) della geopolitica nella definizione della politica estera degli Stati. Da queste costanti deriva la Realpolitik, quella politica che, non perdendo di vista lo scopo finale al quale tende lo Stato, cerca di garantire al popolo il suolo di cui ha bisogno per svilupparsi.<br />
Ratzel prepara, in tal modo, il terreno ad una geopolitica ancora più perfezionata, quella di Karl Haushofer, il <em>geopolitiker</em>, che saprà fornire una risposta alternativa al progetto di globalizzazione anglo-sassone di Mackinder.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong><span style="color: #808080;">Per saperne di più:</span></strong></em><br />
F. Ratzel, <em>La geographie politique: les concepts fondamentaux</em> – Fayard, Parigi 1987.<br />
F. Ratzel, <em>Geografia dell&#8217;uomo: antropogeografia</em> – Bocca, Torino 1914.<br />
G. Buttmann, <em>Friedrich Ratzel. Leben und Werk eines deutschen Geographen 1844–1904</em> &#8211; Wissenschaftliche Verlagsgesellschaft, Stuttgart 1977.</p>
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<p>&nbsp;</p>
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