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	<title>Storia in Network &#187; Genocidio &#124; Storia in Network</title>
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	<description>Magazine di divulgazione storica</description>
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		<title>MUSELMANN E DOCHODJAGA, MORTI VIVENTI DI LAGER E GULAG</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2017 14:08:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Campi di sterminio]]></category>
		<category><![CDATA[Comunismo]]></category>
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		<description><![CDATA[di Renzo Paternoster - Sono le due figure di prigionieri nei Lager nazisti e nei Gulag sovietici, il prodotto ultimo dell’annichilimento della personalità umana, la “riduzione al nulla” dell’umanità, il segno del dominio totalitario dell’uomo sull’uomo.   Il Novecento è stato il secolo delle barbarie: sanguinose guerre, sterminio di interi popoli, &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="right">di Renzo Paternoster -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Sono le due figure di prigionieri nei Lager nazisti e nei Gulag sovietici, il prodotto ultimo dell’annichilimento della personalità umana, la “riduzione al nulla” dell’umanità, il segno del dominio totalitario dell’uomo sull’uomo.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><i> </i></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Novecento è stato il secolo delle barbarie:</strong> sanguinose guerre, sterminio di interi popoli, adozione di nuove e più mortali armi per infliggere massima distruzione, campi di concentramento.<br />
Proprio i campi di concentramento sono il frutto della modernità, politica e tecnologica. Modernità della politica in quanto i campi rientrano nella moderna concezione biopolitica del potere: la persona diventa oggetto di un potere al di là di ogni diritto, trasformando il legame tra politica e vita in un modello mortifero. Modernità tecnologica dei campi, perché grazie alla tecnologia, con i treni, il filo spinato, l’elettricità, si è potuto realizzare un universo concentrazionario dove rinchiudere i soggetti ritenuti inadeguati, inopportuni e pericolosi per il regime.<br />
A partire dalla guerra ispano-cubana del 1896, i campi si sono estesi ovunque nel mondo non risparmiando nessun tipo di governo e nessuna area geografica. Tra questi, due realtà concentrazionarie spiccano su tutte: i Lager nazisti e i Gulag sovietici. Queste due istituzioni segnarono un progresso, seppur in negativo, rispetto ai campi coloniali.</p>
<div id="attachment_5789" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/01/Muselmann-dopo-la-liberazione-da-archivio-Yad-Vashem.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-5789" alt="Muselmann dopo la liberazione (da archivio Yad Vashem)" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/01/Muselmann-dopo-la-liberazione-da-archivio-Yad-Vashem-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Muselmann dopo la liberazione (da archivio Yad Vashem)</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>I <em>Konzentrationslager</em></strong> <strong>nazisti </strong>furono teorizzati da Adolf Hitler già nel 1921. Essi furono poi effettivamente istituiti dal 1933, dopo l’avvento del nazismo al potere e all’indomani dell’incendio del Reichstag<i> </i>(28 febbraio 1933), sulla base del «decreto per la protezione del popolo e dello Stato» promulgato allora dal presidente della Repubblica Paul von Hindenburg. Soprattutto nella variante del <em>Vernichtungslager </em>(campi di annientamento, sterminio), i campi nazisti servirono per rimodellare la società tedesca. In questi campi la maggior parte degli internati fu reclusa e uccisa non per quello che aveva fatto, ma per quello che era. Quindi la maggior parte degli internati fu segregata perché appartenente a una specifica identità etnica, religiosa e sociale (ebrei, testimoni di Geova, zingari, omosessuali).<br />
Anche nei campi sovietici, almeno inizialmente e in maniera limitata rispetto a quelli nazisti, furono internati nuclei di persone appartenenti a determinate classi, come i borghesi o i kulaki, i contadini benestanti, proprietari di una certa estensione di terra che avevano alle proprie dipendenze altri coltivatori. Successivamente a essere internati furono i dissidenti politici, i cosiddetti “nemici e traditori del popolo”, ossia coloro che mettevano in pericolo la costruzione del socialismo sovietico. Questi furono imprigionati per essere rieducati attraverso il lavoro coatto. La stessa sigla Gulag, acronimo di <em>Glavnoe Upravlenie Lagerej</em> (Direzione centrale dei Campi) riporta alla normalità burocratica di un apparato complesso con insediamenti speciali per controrivoluzionari, colonie di rieducazione attraverso il lavoro, campi e carceri speciali per criminali comuni, campi per il trattamento medico forzato mediante imprigionamento psichiatrico, campi femminili, campi per bambini, campi-filtro di verifica, campi di transito, luoghi di internamento per scienziati, luoghi di esilio, tutti luoghi divenuti strumenti di terrore.<br />
I primi grandi campi di lavoro forzato furono istituiti nella Russia bolscevica all’indomani della Rivoluzione d’ottobre (1917). Essi assunsero un ruolo importante in età staliniana, continuando a operare dopo la morte di Stalin (1953) e sino negli anni Ottanta del Novecento. La loro destinazione fu quella di essere luoghi di rieducazione e di mano d’opera per la costruzione di grandi opere, tra cui il canale mar Bianco-mar Baltico. Proprio dall’utilizzo di prigionieri per la costruzione di questo canale nasce il termine <i>Zek</i>, termine corrente per designare il detenuto dei Gulag. Questa terminologia è stata forgiata partendo dall’abbreviazione z/k dell’espressione <em>zakljucˇënnyj kanaloarmeec</em>, cioè detenuto/soldato del canale, in pratica detenuto che lavora nei cantieri del canale mar Bianco-mar Baltico.<br />
Sia nei Lager sia nei Gulag si moriva in gran quantità, tuttavia i modi di morire erano differenti: programmati nei primi, non pianificati nei secondi.<b><br />
</b></p>
<div id="attachment_5788" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/01/Zek-fuori-dallinfermeria-di-un-Gulag.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-5788" alt="Zek fuori dall'infermeria di un Gulag" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/01/Zek-fuori-dallinfermeria-di-un-Gulag-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Zek fuori dall&#8217;infermeria di un Gulag</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una delle grandi differenze tra Lager e Gulag</strong> riguarda infatti proprio la morte: nei primi la morte assume un senso, quello di rimodellamento della geografia umana, nei secondi «non è la morte che […] assume un senso, è la vita che non ha più alcun valore» [T. Todorov, <em>Memoria del male, tentazione del bene. Inchiesta su un secolo tragico</em>, trad. it. Garzanti, Milano 2004, p. 119]. Da qui la creazione da parte dei nazisti di specifici campi dove dispensare la morte: Belzec, Treblinka, Sobibór, Chelmno e poi Auschwitz-Birkenau e Majdanek. La più grande differenza tra le due istituzioni concentrazionarie «consiste nel fatto che i detenuti dei campi sono trattati dai sovietici sul modello degli schiavi, mentre dai nazisti come sotto-uomini» [Ivi, p. 140].<br />
Un’analogia fra Lager e Gulag può essere colta constatando che le due istituzioni concentrazionarie non appartengono al regno dell’irrazionale, dell’incomprensibilità, come comunemente si crede, poiché «essi rappresentano, per quanto indicibile, l’applicazione puntigliosa del principio burocratico dell’efficienza, l’attuazione scrupolosa di una inedita legge che eccede l’ordinario logico, […] la realizzazione di una nuova morale che si esaurisce nella ade­sione irriflessa a un progetto politico e nella esecuzione ostinata dei doveri che tale adesione comporta» [R. Paternoster, <em>Campi. Deportare e concentrare: la dimensione politica dell’esclusione</em>].<br />
Tra i “prodotti” che accomunano i Lager nazisti e i Gulag sovietici ci sono due figure che, seppur lontane geograficamente, sono vicine per il loro modo d’essere: il <em>Muselmann </em>e il <em>Dochodjaga</em>. Entrambi appartengono al livello più basso della gerarchia sociale degli internati delle due istituzioni concentrazionarie. Sono gli internati all’estremo delle loro forze, figure al limite della vita, il “grado zero” dell’umanità presente nei campi.</p>
<div id="attachment_5787" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/01/Prigionieri-nei-Lager.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-5787" alt="Prigionieri nei Lager" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/01/Prigionieri-nei-Lager-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Prigionieri nei Lager</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il <em>Muselmann</em></strong><em> </em><strong>(al plurale <em>muselmänner</em>) </strong>è, nel gergo dei campi di Auschwitz e Birkenau, un <em>lebendige Tode</em>, ossimoro che sta per “morti viventi”, perché «la loro morte era cominciata prima di quella corporale» [Levi P., <em>I sommersi e i salvati</em>, Einaudi, 1996, p.65]. Con tale termine gli stessi internati designavano i loro “colleghi” di prigionia irreversibilmente esausti, gli inetti, i votati alla selezione per le camere a gas.<br />
Sono state date spiegazioni del perché si usava tale appellativo per questi internati: il fatalismo tipico dei popoli musulmani, oppure le fasciature sulla testa che riportavano a un turbante, o ancora il portamento ricurvo che dava l’impressione di arabi in preghiera.<br />
Negli altri Lager nazisti questi “relitti” dei campi nazisti assunsero altri nomi: a Majdanek <em>Gamel</em> (gamelle) o <em>Gammel</em> (marcio, andato a male), a Mauthausen <em>Schwinner </em>(quelli che galleggiano facendo il morto), a Dachau <em>Kretiner </em>(ebeti), a Stutthof <em>Krüppel </em>(storpi), a Buchen­wald <em>Müde Scheichs</em> (rammolliti), a Neuengamme <em>Kamel </em>(cammelli), nel Lager femminile di Ravensbrück <em>Schmutzstück </em>e <em>Schmuckstück </em>(rispettivamente, immondizia e gioiello), termini quasi omofoni usati l’uno caricatura dell’altro. <em>Muselmann</em> resta il termine più conosciuto per identificare queste persone, questo grazie alla diffusione delle pubblicazioni di Primo Levi, ex internato del campo di Buna-Monowitz, allora conosciuto come Auschwitz III.<br />
Proprio Levi rende visibile attraverso il suo racconto la spettralità di queste persone svuotate di identità umane: essi sono «i sommersi, il nerbo del campo; loro la massa anonima continuamente rinnovata e sempre identità di non-uomini, che marciano e faticano in silenzio, spenta in loro la scintilla divina, già troppo vuoti per soffrire veramente. Si esita a chiamarli vivi: si esita a chiamare morte la loro morte, davanti a cui essi non temono perché sono troppi stanchi per comprenderla. Essi popolano la mia memoria della loro presenza senza volto, e se potessi racchiudere in un’immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei questa immagine che mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero» [Levi P., <em>Se questo è un uomo</em>, Einaudi, Torino 1989, p. 81-82].<br />
Il sociologo tedesco <em>Wolfgang Sofsky</em> nel suo <em>L’ordine del terrore. Il campo di concentramento</em> descrive lo stato di degenerazione del corpo di questi “dannati dei Lager”: «La figura esteriore del musulmano esprimeva perfettamente il processo di disumanizzazione di cui era stato fatto oggetto. Nello stadio finale del deperimento fisico, infatti, le sue ossa si ricoprivano di una pelle vizza simile a pergamena; il cranio sembrava allungarsi, il naso colava muco sul mento, i globi oculari si incavavano profondamente nelle orbite, lo sguardo diventava apatico; gli arti si muovevano lenti, esitanti, quasi meccanicamente. Un puzzo penetrante emanava da quella figura: sudore, urina e feci liquide scendevano lungo le gambe. Gli stracci nei quali cercava riparo dal freddo erano pieni di pidocchi; la pelle era infestata dalla scabbia».</p>
<div id="attachment_5786" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/01/Dochodjagi-in-infermeria.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-5786" alt="Dochodjagi in infermeria" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2017/01/Dochodjagi-in-infermeria-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Dochodjagi in infermeria</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel mondo carcerario-concentrazionario dei Gulag,</strong> invece, «l’ultimo degli ultimi» [Rossi, <em>Manuale del Gulag</em>, trad. it. L’Ancora del Mediterraneo, Napoli 2006, p. 116] era il <em>Dochodjaga </em>(al plurale <em>Dochodjagi</em>, in russo доходяга), anch’egli allo stadio terminale dell’inedia. Il termine deriva dal verbo <em>dochodit’,</em> che significa, “arrivato”, “concluso”, nel doppio significato di irrimediabilmente deperito e ironicamente, in associazione all’idea dei radiosi progetti di edificazione del comunismo, di colui che aveva raggiunto il socialismo sovietico.<br />
Come i <em>Muselmänner</em>, anche i <em>Dochodjagi </em>avevano perso la propria individualità, la propria autostima: «Diventi un <em>dochodjaga </em>e tocchi il fondo quando ti indebolisci del tutto a causa della mansione troppo gravosa, senza dormire a sufficienza, un lavoro di manovalanza a cinquanta gradi sotto zero» [Šalamov V., <em>Alcune mie vite</em>, trad. it. A. Mondadori, Milano 2009, p.155].<br />
I <em>Dochodjagi </em>si trascinavano a stento sul posto di lavoro, estenuati dalla fatica e dalla fame. Essi «avevano la pelle cascante e secca, e uno strano luccichio negli occhi. Mangiavano tutto quello su cui riuscivano a mettere le mani: uccelli, cani, spazzatura. Si muovevano con lentezza ed erano incontinenti, quindi puzzavano in modo terribile» [Applebaum A., <em>Gulag.</em> <em>Storia dei campi di concentramento sovietici</em>, trad. it. Mondadori, Milano 2004, p. 356]. Questi internati, consumata ogni idea di decoro, in un comportamento legato alla semplice e rassegnata sopravvivenza si limitavano a vagare per il campo e a «rovistare tra i rifiuti, mangiare ritagli rancidi di carne, masticare lische di pesce erano comportamenti così usuali che nessuno ci faceva caso. I dochodjagi cercavano cibo con un’espressione subumana e mettevano in bocca tutto ciò che fosse masticabile». [Bardach J., Gleeson K., <em>L’uomo del Gulag</em>, trad. it. il Saggiatore, Milano 2001, p. 244].<br />
Poiché lo scopo dei Gulag è stato quello di rieducare i refrattari al socialismo sovietico, l’eliminazione fisica degli internati non era programmata come nei Lager nazisti. Per questo tutte le fotografie che ritraggono i prigionieri emaciati sono state scattate nelle strutture sanitarie dei Gulag (infermerie, baracche di riposo e convalescenza) propagandando l’idea che il regime si prendesse cura dei suoi “figli” anche se ribelli. Tuttavia, come sappiamo, il tasso di mortalità tra i prigionieri è stato altissimo, raggiungendo la cifra di oltre due milioni di persone morte di stenti.<br />
Poiché nei Gulag la rieducazione politica era attuata attraverso il lavoro forzato, il prigioniero era considerato «un pezzo intercambiabile di una catena di montaggio, un automa programmato senza sentimenti di affetto, comprensione, empatia» [R. Paternoster, <em>Campi.</em> <em>Deportare e concentrare: la dimensione politica dell’esclusione</em>]. Così siccome «il rifornimento di manodopera è continuo, non si è ritenuto necessario neppure occuparsi molto della manutenzione del­l’uomo-macchina e, quindi, di garantire la vita ai detenuti, sfruttati dunque mortalmente. Nei campi di lavoro forzato, infatti, è operante il principio burocratico della sostituibilità: un prigioniero vale un altro, e se muore può essere immediatamente rimpiazzato» [Ibidem]. Questo dunque causò una lunghissima lista di morti tra gli internati.<br />
Nel racconto dello scrittore, poeta e giornalista Varlam Tichonovič Šalamov, prigioniero del Gulag della Kolima, compaiono in più circostanze i <em>Dochodjagi</em>. Egli stesso diventò un <em>Dochodjaga</em>, salvato dal medico-prigioniero A. Pantjuchov che, grazie a un corso da infermiere, lo prese come proprio assistente nell’ospedale del campo, allontanandolo dal mortifero fronte della miniera.<br />
I <em>Dochodjagi </em>sono per Šalamov gli uomini in dissolvimento, coloro che si limitano a sopravvivere senza opporre resistenza, condannandoli all’insignificanza nella gerarchia sociale degli internati. Sono coloro che non hanno più comunicazione con la realtà che li circonda, che hanno toccato il fondo della vita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In effetti sia il <em>Dochodjaga</em> sia il <em>Muselmann</em></strong> non solo si autoescludono dalla vita del campo, ma sono anche respinti dagli altri internati poiché sono il simbolo dell’impotenza e, soprattutto, l’immagine vivente di quello che essi stessi avrebbero potuto diventare, il «simbolo di un destino comune» [W. Sofsky, <em>L’ordine del terrore. Il campo di concentramento</em>, trad. it. Laterza, Roma-Bari 2004, p. 301].<br />
Tra i tanti detenuti si riconoscevano subito: i loro impulsi psichici erano inesistenti, il mutismo accompagnava le loro giornate, il controllo delle normali funzioni fisiologiche inesistente, la più semplice cura igienica era del tutto assente. Persa ogni capacità cognitiva, loro unica preoccupazione era il cibo, trovare qualcosa da mangiare, qualsiasi cosa. Eccoli così a rovistare nei bidoni della spazzatura della cucina, mangiare erba, ma anche cacciare topi, in abbondanza nel sudiciume dei campi. La loro vita era spenta, ancor prima di morire.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><br />
Applebaum A., <em>Gulag. A History of the Soviet Camps</em><i>, </i>Doubleday, New York 2003, trad. it., <em>Gulag. Storia dei campi di concentramento sovietici</em>, Mondadori, Milano, 2004.<br />
Bardach J., Gleeson K., <em>Man Is Wolf to Man. Surviving the Gulag</em>, University of California Press, Berkeley 1999, trad. it., <em>L’uomo del Gulag</em>, il Saggiatore, Milano 2001.<br />
Klemperer V., <em>Lingua Tertii Imperii. Notizbuch eines Philologen</em>, Aufbau Verlag, Berlin 1947, trad. it.<em> LTI: la lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo</em>, Giuntina, Firenze, 1998.<br />
Levi P., <em>I sommersi e i salvati</em>, Einaudi, Torino 1996 (orig. 1986).<br />
Levi P., <em>Se questo è un uomo</em>, Einaudi, Torino 1989 (orig. 1947).<br />
Paternoster R., <em>Campi. Deportare e concentrare: la dimensione politica dell’esclusione</em> (di prossima pubblicazione).<br />
Rossi J., <em>Le Manuel du Goulag. Dictionnaire historique</em>, Le cherche midi, Paris 1997, trad. it., <em>Manuale del Gulag. Dizionario storico</em>, L’ancora del Mediterraneo, Napoli 2006.<br />
Salamov V., <em>Kolymskie rasskazy</em>, 1973, trad. it., <i>Kolyma. </i><cite>Racconti dai lager staliniani</cite>, Savelli, Roma 1976, ora Newton Compton, Roma 2016.<br />
Šalamov V., <em>Neskol’ko moich žiznej</em>, Exmo, Mosca 2009, trad. it. <em>Alcune mie vite. Documenti segreti e racconti inediti</em>, a cura di F. Bigazzi, S. Rapetti, I. Sirotinskaja, A. Mondadori, Milano 2009.<br />
Sessi F., <em>Auschwitz 1940-1945</em>, Rizzoli, Milano 2010.<br />
Sofsky W., <em>Die Ordnung des Terrors. Das Konzentrationslager</em>, Fischer, Frankfurt am Main 1993, trad. it., <em>L’ordine del terrore. Il campo di concentramento</em>, Laterza, Roma-Bari 2004.<br />
Todorov T., <em>Mémoire du mal Tentation du bien</em>, Editions Robert Laffont, Paris 2000, trad. it. <em>Memoria del male, tentazione del bene. Inchiesta su un secolo tragico</em>, Garzanti, Milano 2004.</p>
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		<title>GIOVANNI PALATUCCI, IL COMMISSARIO CHE SALVÒ VERAMENTE GLI EBREI</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Apr 2015 08:22:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Pier Luigi Guiducci - Una team di storici ha approfondito l’operato dell’ex reggente della Questura di Fiume, Giovanni Palatucci, morto nel lager di Dachau nel 1944. L&#8217;iniziativa, svolta tra il 2010 e il 2015, ha consentito di dissipare alcune ombre gettate sulla sua figura dal Centro Primo Levi di &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Pier Luigi Guiducci -</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><em><strong>Una team di storici ha approfondito l’operato dell’ex reggente della Questura di Fiume, Giovanni Palatucci, morto nel lager di Dachau nel 1944. L&#8217;iniziativa, svolta tra il 2010 e il 2015, ha consentito di dissipare alcune ombre gettate sulla sua figura dal Centro Primo Levi di New York. Il documento che qui presentiamo riporta i risultati conclusivi della commissione presieduta dal prof. Pier Luigi Guiducci </strong></em><a title="" href="#_ftn1"><span style="color: #000000;">[1]</span></a></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><i> </i></span></p>
<h3><span style="color: #000000;"><i>Premessa</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Tutte le iniziative che rientrarono nell’ambito della “resistenza al nazifascismo” non furono esclusivamente un fatto d’arme. Non implicarono necessariamente uno spargimento di sangue. Uno scontro violento tra forze contrapposte. Il moto di opposizione ebbe infatti più volti <a title="" href="#_ftn2"><span style="color: #000000;">[2]</span></a>:</span><br />
<span style="color: #000000;"> <i>˗</i> quello morale (condanna di dottrine, critiche di atti legali, palese disapprovazione di comportamenti oppressivi e violenti…);</span><br />
<span style="color: #000000;"> ˗ quello della non collaborazione (resistenza al reclutamento di manodopera coatta; astensione, pur in presenza di comandi; nascondimento di macchinari, pur in presenza di ordini in materia di produttività; scioperi; irreperibilità, pur in presenza di convocazione…);</span><br />
<span style="color: #000000;"> ˗ quello pedagogico (vicinanza alle nuove generazioni per prepararle a un futuro migliore; conservazione di opere proibite; messa in circolazione di testi firmati da autori condannati dal regime…);</span><br />
<span style="color: #000000;"> ˗ quello civile (manomissione di archivi, protezione dei perseguitati, intese politiche per una nuova Italia…);</span><br />
<span style="color: #000000;"> ˗ fino ad arrivare a realtà altamente pericolose (tipografie clandestine, staffette partigiane, preparazione e gestione di attentati, conflitti frontali…).</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>La resistenza civile</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">In tale contesto, chi volle attuare una <strong>resistenza civile</strong> <a title="" href="#_ftn3"><span style="color: #000000;">[3]</span></a>, dovette ˗ prima di tutto ˗ agire in modo da non destare sospetti. Il sistema della delazione era, infatti, tra i peggiori pericoli. Basti pensare, ad esempio, a quanto accadde a Roma <a title="" href="#_ftn4"><span style="color: #000000;">[4]</span></a>: arresto di Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, don Giuseppe Morosini, don Pietro Pappagallo, Settimio Sorani, Leone Ginzburg, <a title="Aladino Govoni" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Aladino_Govoni"><span style="color: #000000;">Aladino Govoni</span></a>, <a title="Unico Guidoni (la pagina non esiste)" href="http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Unico_Guidoni&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Unico Guidoni</span></a>, <a title="Uccio Pisino (la pagina non esiste)" href="http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Uccio_Pisino&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Uccio Pisino</span></a>, <a title="Ezio Lombardi" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ezio_Lombardi"><span style="color: #000000;">Ezio Lombardi</span></a>, <a title="Tigrino Sabatini (la pagina non esiste)" href="http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Tigrino_Sabatini&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Tigrino Sabatini</span></a>, Karel Weirich <i>et al</i>.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Se, poi, chi prendeva le distanze da teorie e prassi nazifasciste (<i>specie le politiche antisemite</i>) operava nella Pubblica Amministrazione, e ˗ segnatamente ˗ nelle Forze dell’Ordine, la strada per iniziative umanitarie era durissima <a title="" href="#_ftn5"><span style="color: #000000;">[5]</span></a>.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>Metodo di ricerca storica</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Questo primo dato storico viene posto all’inizio del presente documento perché negli archivi pubblici italiani (quali ad esempio l’Archivio Centrale dello Stato<a title="" href="#_ftn6"><span style="color: #000000;">[6]</span></a>), e in quelli di altri Paesi (es. Germania, Ungheria, Croazia, Serbia…), oltre che nei fascicoli conservati presso Fondazioni e Istituti Storici, <strong>non è possibile pensare di individuare traccia di azioni svolte nella clandestinità</strong>. Al contrario, si possono trovare solo documenti ufficiali, attestanti un’informativa nota:</span><br />
<span style="color: #000000;"> ˗ persecuzioni in generale e in particolare<i>,<br />
˗</i><i> </i>operazioni di sterminio ebraico<i>,<br />
˗</i><i> </i>repressioni <a title="" href="#_ftn7"><span style="color: #000000;">[7]</span></a>,</span><br />
<span style="color: #000000;"> &#8211; le memorie per le commissioni per l’epurazione (defascistizzazione delle amministrazioni dello Stato, degli enti locali e parastatali, degli enti sottoposti a vigilanza o tutela dello Stato e delle aziende private esercenti pubblici servizi o d’interesse nazionale),</span><br />
<span style="color: #000000;"> <i>˗</i> tutele economiche,</span><br />
<span style="color: #000000;"> ˗ procedimenti disciplinari,</span><br />
<span style="color: #000000;"> ˗ encomi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Per riuscire, in qualche modo, ad acquisire delle informazioni riservate, più articolate, è necessario rileggere le testimonianze del tempo, studiare gli interventi di alcuni protagonisti della resistenza anche ebraica, le carte di singole famiglie, gli incartamenti depositati presso le Curie Diocesane, i progetti ideati pure in sedi esterne all’Italia, sviluppare una ricerca sulle reti sotterranee di solidarietà, e approfondire i contenuti degli atti di <em>intelligence </em>depositati presso l’Archivio <i>SS</i> di Berlino, o nelle raccolte inglesi (Londra), e statunitensi (Washington). Tali sottolineature sono importanti anche con riferimento alla figura di un commissario originario della Campania: il dr. Giovanni Palatucci.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>Giovanni Palatucci</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nato a Montella (un Comune nella Provincia di Avellino) il 31.5.1909<a title="" href="#_ftn8"><span style="color: #000000;">[8]</span></a>, e morto nel lager di Dachau<a title="" href="#_ftn9"><span style="color: #000000;">[9]</span></a> il 10.2.1945, Giovanni Palatucci conseguì il diploma di maturità classica al liceo “Tasso” di Salerno. Adempì il servizio militare, come ufficiale di complemento, a Moncalieri (Piemonte). Si laureò in Giurisprudenza (Regia Università di Torino, 1932). Rinunciò, poi, alla professione forense per entrare come funzionario nell’Amministrazione della P.S.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>Genova</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Il dr. Palatucci operò inizialmente nella Regia Questura di Genova (dall’agosto del 1936). Ebbe il grado di volontario vice commissario aggiunto di P.S. Nella città ligure conobbe pure la guardia scelta Raffaele Avallone (che venne poi trasferito a Fiume) <a title="" href="#_ftn10"><span style="color: #000000;">[10]</span></a>. Dal febbraio al maggio del 1937 frequentò a Roma la Scuola di Formazione per Funzionari della P.S. Della Questura di Genova Palatucci non condivise talune prassi. E lo affermò con chiarezza in un’intervista <a title="" href="#_ftn11"><span style="color: #000000;">[11]</span></a>. Il questore Rosai non gradì l’esternazione e si attivò per un trasferimento (la designazione finale riguardò poi la Regia Questura di Fiume) <a title="" href="#_ftn12"><span style="color: #000000;">[12]</span></a>. Scrisse (21 ottobre 1937), al riguardo, al capo del personale del Ministero dell’Interno, il viceprefetto dr. Carlo Scrivi:</span><br />
<span style="color: #000000;"> «(…) Le designo per il trasferimento da questa ad altra sede ˗ il vicecommissario aggiunto di P.S. dott. Palatucci Giovanni, del quale non sono eccessivamente contento».<a title="" href="#_ftn13"><span style="color: #000000;">[13]</span></a></span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>Fiume</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Il dr. Palatucci assunse il nuovo incarico il 15.11.1937. La città di Fiume era diventata parte del Regno d’Italia nel 1924. In precedenza, era stata il porto del Regno d’Ungheria e poi Città Libera<a title="" href="#_ftn14"><span style="color: #000000;">[14]</span></a>. Rimanevano evidenti le ripercussioni del contrasto etnico in Friuli-Venezia Giulia tra italiani da una parte e sloveni-croati dall’altra. Inoltre, con la perdita del proprio naturale retroterra della Grande Ungheria, il traffico portuale diminuiva in modo progressivo; le ripercussioni sull’economia e sulla situazione sociale della città erano palesi <a title="" href="#_ftn15"><span style="color: #000000;">[15]</span></a>. A Fiume il dr. Palatucci divenne il responsabile dell’ufficio stranieri della Regia Questura. Gli competeva, tra l’altro, il compito di vidimare i permessi di soggiorno per gli spostamenti degli ebrei (divenuti ˗ di fatto ˗ “stranieri” nel loro Paese). Se uno di loro intendeva, ad esempio, raggiungere Trieste (o altra località del Regno d’Italia), era obbligato a richiedere un visto (<i>autorizzazione della Questura</i>).</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>Le convinzioni politiche</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Dai documenti conservati in più Archivi (non solo italiani), risulta che il dr. Palatucci non manifestò in modo accentuato l’orientamento politico del tempo, ispirato alle direttive mussoliniane, a quelle del PNF, alla filosofia gentiliana <a title="" href="#_ftn16"><span style="color: #000000;">[16]</span></a>, e alle prassi stabilite nelle sedi fasciste locali. Egli mantenne, al riguardo:</span><br />
<span style="color: #000000;"> ˗ una linea di riservatezza,</span><br />
<span style="color: #000000;"> ˗ un proprio rigore morale su determinati valori-chiave,</span><br />
<span style="color: #000000;"> ˗ esternò attenzione non debole verso temi riguardanti la vita italiana,</span><br />
<span style="color: #000000;"> ˗ manifestò rispetto non servile (fu infatti critico in diverse occasioni) verso chi rappresentava lo Stato.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">In tale contesto, traspare da taluni scritti privati:</span><br />
<span style="color: #000000;"> ˗ una personale insofferenza verso le intemperanze fasciste <a title="" href="#_ftn17"><span style="color: #000000;">[17]</span></a>;</span><br />
<span style="color: #000000;"> ˗ un disaccordo verso oppressivi rastrellamenti “a raggio” <a title="" href="#_ftn18"><span style="color: #000000;">[18]</span></a>;</span><br />
<span style="color: #000000;"> ˗ una netta presa di distanza da quelle affermazioni razziste che costituirono la base teorica del sistema persecutorio antiebraico (<i>e non solo</i>). Le indagini condotte per un cognome, per una nascita, per un’appartenenza genetica, non trovarono in lui un assertore. Non facevano parte del suo costume professionale, della sua etica. Si ricorda, al riguardo una sua affermazione: “Vogliono farci credere che il cuore sia solo un muscolo e ci vogliono impedire di fare quello che il cuore e la nostra religione ci dettano” <a title="" href="#_ftn19"><span style="color: #000000;">[19]</span></a>;</span><br />
<span style="color: #000000;"> ˗ sul piano della fede, Palatucci dimostrò un proprio itinerario spirituale <a title="" href="#_ftn20"><span style="color: #000000;">[20]</span></a>, e una costante partecipazione alla vita ecclesiale.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>Consolato Svizzero di Trieste</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Dalle indagini effettuate, incluse quelle iniziate presso l’Ambasciata Svizzera in Italia <a title="" href="#_ftn21"><span style="color: #000000;">[21]</span></a> e proseguite poi in Svizzera, risulta che nei territori di Trieste e di Fiume erano operativi più centri che svolgevano anche attività di assistenza (es. l’ONMI <a title="" href="#_ftn22"><span style="color: #000000;">[22]</span></a>). Tra questi, assunse un ruolo non debole il Consolato Svizzero a Trieste. Il Console si chiamava <i>Emilio Bonzanigo</i>. Era nato nel 1884. Morì nel 1973 a Bellinzona (Canton Ticino). Il Signor Bonzanigo venne nominato con atto del 21.01.1938. Svolse le sue funzioni dal 13.04.1938 al 31.12.1949 <a title="" href="#_ftn23"><span style="color: #000000;">[23]</span></a>. Le discussioni, quindi, su un “fantomatico” Console a Trieste sono risultate prive di fondamento mentre, al contrario, rivestono importanza gli studi sulla politica della Confederazione Elvetica in materia di asilo <a title="" href="#_ftn24"><span style="color: #000000;">[24]</span></a>.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>Le persecuzioni antiebraiche</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Mentre il dr. Palatucci era impegnato nei suoi compiti d’istituto, il regime del tempo diffuse <em>Il Manifesto</em> <em>degli scienziati razzisti</em> (14.07.1938) <a title="" href="#_ftn25"><span style="color: #000000;">[25]</span></a>. Poco dopo, venne emanato il regio decreto legge <em>Provvedimenti per la difesa della razza italiana</em> <a title="" href="#_ftn26"><span style="color: #000000;">[26]</span></a>, convertito senza modifiche in L. 5.1.1939, n. 274 <a title="" href="#_ftn27"><span style="color: #000000;">[27]</span></a>. In segreto, però, cominciarono ad arrivare al Duce rapporti dell’OVRA (Polizia segreta fascista) che segnalavano dissensi e prese di distanza nella popolazione <a title="" href="#_ftn28"><span style="color: #000000;">[28]</span></a>. Malgrado il momento durissimo per gli ebrei <a title="" href="#_ftn29"><span style="color: #000000;">[29]</span></a>, tre risposte organizzate all’oppressione fascista si delinearono tra il 1938 e il 1943:</span><br />
<span style="color: #000000;"> ˗ l’organizzazione immediata di scuole per bambini, ragazzi e insegnanti ebrei espulsi dalle scuole pubbliche nel 1938;</span><br />
<span style="color: #000000;"> ˗ l’organizzazione del soggiorno e delle partenze dei profughi stranieri che fuggivano dai Paesi invasi dai nazisti;</span><br />
<span style="color: #000000;"> ˗ l’organizzazione dell’assistenza sociale per profughi stranieri e per ebrei italiani antifascisti rinchiusi in campi di internamento dal giugno del 1940, o sottoposti a domicilio coatto sotto la categoria di “internati liberi” o di “internati civili di guerra”.<i><br />
</i></span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>I profughi</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Negli anni dal 1938 fino al 1943-1944 il dr. Palatucci si trovò di fronte alla realtà dei profughi ebrei prima dall’Austria e poi da Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia, Croazia, ecc. che spesso attraversavano i confini in modo clandestino pur di evitare il campo di concentramento <a title="" href="#_ftn30"><span style="color: #000000;">[30]</span></a>. Per questi profughi l’ordine di Mussolini <a title="" href="#_ftn31"><span style="color: #000000;">[31]</span></a> (anche ministro dell’Interno) prevedeva l’espulsione, quindi consegna ai nazisti. Il numero dei profughi ˗ in maggioranza ebrei ˗ può solo venire stimato. Era poi significativa la realtà degli ebrei della città di Fiume e dintorni ˗ circa 1600 persone ˗ che nel 1938, con le leggi razziali si trovarono quasi tutti privati della cittadinanza italiana e i loro viaggi verso le altre province italiane dovevano avere il visto di autorizzazione di Palatucci.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>In particolare: gli ebrei jugoslavi </i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Dopo lo smembramento della Jugoslavia attaccata dall’esercito italiano e da quello tedesco, tra aprile e maggio del 1941, una parte di quel territorio fu riconvertito in una nuova entità denominata Stato Indipendente di Croazia. La capitale fu Zagabria, a capo del regime venne posto Ante Pavelić. Quest’ultimo fu tra i fondatori del movimento <i>ustaša</i><i> </i>(“ribelle”). Tale organismo si dimostrò violentemente ostile a una Jugoslavia multietnica, e assolutamente intollerante verso serbi, ebrei e zingari. Altri territori ex iugoslavi furono annessi all’Italia (decreto 19.5.1941) <a title="" href="#_ftn32"><span style="color: #000000;">[32]</span></a>.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Nelle aree annesse all’Italia, i governanti applicarono agli ebrei locali la stessa politica in atto nel Paese dal settembre del 1938 (norme persecutorie razziste). Anche in quel territorio venne esteso pertanto il provvedimento di internamento degli ebrei stranieri in atto in Italia fin dal giugno del 1940. Erigere campi di internamento sul posto, divenne, però, in più casi, un problema (questioni di vettovagliamento e di sicurezza). Per tale motivo, i colpiti da questo provvedimento furono per lo più trasferiti in Italia, e inizialmente rinchiusi nel campo di internamento di Ferramonti (Cosenza) o di Campagna (Salerno), da cui vennero ritrasferiti, in condizione di “internati liberi”, in domicilio coatto in paesini isolati del Centro e del Nord Italia.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>I compiti dell’Ufficio Stranieri</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Appena entrate in vigore le leggi razziali, il compito del dr. Palatucci fu quello di schedare gli ebrei, di controllarne i dati anagrafici e di proibire eventuali loro contatti con gli ariani. Al riguardo, sull’operato della Questura di Fiume, è stato offerto un contributo importante dalla Studiosa di fede ebraica dr.ssa Anna Pizzuti.</span><br />
<span style="color: #000000;"> «Il Fondo Questura dell’Archivio di Stato di Fiume è stato reso accessibile alla consultazione solo di recente. Dall’elenco digitalizzato di tutti i fascicoli personali in esso contenuti è stato estratto l’elenco degli ebrei stranieri ˗ principalmente profughi ˗ di cui si occupò la polizia a seguito della promulgazione delle leggi antiebraiche e negli anni dell’invasione italiana dell’allora Jugoslavia. (…). Il file originale dal quale questo lavoro ha preso avvio, contiene i nomi di 4312 intestatari di fascicolo personale e, per un certo numero di essi, anche qualche sintetica informazione sul percorso compiuto, che, nella maggioranza di casi, risulta essere di fuga. Va comunque detto che il thesaurus, cioè la breve sintesi che, nell’elenco, accompagna ciascun nome non è completo e che la documentazione stessa del fondo Questura non e ancora del tutto sistemata. In più è facile comprendere come ˗ soprattutto in presenza di storie molto complesse ˗ la scelta dei termini con i quali rendere il contenuto dei documenti possa essere stata difficile e magari corrispondere solo in parte a quanto realmente accaduto. A ciò va aggiunto anche che la trascrizione dei nomi e cognomi è piuttosto incerta e che alcuni dei nomi delle persone citate nelle sintesi possono non avere legami con l’intestatario del fascicolo: le ristrettezze imposte dalla guerra possono aver costretto gli addetti dei vari enti (Prefettura, Questure ecc.) ad usare la copertina di un fascicolo dismesso per una persona diversa da quella per la quale era stato compilato. È anche possibile che i fatti segnalati dai documenti non siano veri o lo siano solo in parte , ma questo è un rischio che va sempre messo in conto in questo tipo di ricerche e che può essere risolto solo con una continua opera di confronto e verifica delle fonti» <a title="" href="#_ftn33"><span style="color: #000000;">[33]</span></a>.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>Alcune sottolineature della Pizzuti</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nel Rapporto pubblicato dalla Pizzuti (la ricerca è ancora in corso) la Studiosa annota delle evidenze che si ritiene utile acquisire.</span><br />
<span style="color: #000000;"> «L’osservazione dei primi dati consente di verificare la mancata corrispondenza, in molti casi, tra le informazioni che si desumono dai fascicoli fiumani e quelle che sono state trovate nei documenti conservati negli archivi italiani. Non è la prima volta che relativamente a singoli o a interi gruppi esaminati nel corso delle ricerche ci si trova di fronte a problemi del genere; ad esempio, in molti dei fascicoli personali di ebrei stranieri internati conservati presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, ci sono documenti che portano a ritenere che l’intestatario e, spesso, la sua famiglia, siano emigrati, mentre in realtà ciò non accade, come testimonia la presenza, nello stesso fascicolo, di altri documenti, in date successive, che provano la continuazione dell’internamento. Come si può notare (…), anche i fascicoli fiumani testimoniano di casi del genere, se pure non numerosi, almeno allo stato attuale delle ricerche.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Tuttavia le curiosità che i dati fanno nascere sono altre e, forse, più significative. La prima riguarda lo scarto esistente tra il numero dei casi in cui il contenuto del fascicolo porta a ritenere che l’intestatario sia stato internato ed i risultati del confronto con il database generale dell’internamento in Italia presente sul sito.</span><br />
<span style="color: #000000;"> La ricerca è ancora in corso, i dati già presentati non possono considerarsi definitivi, eppure è evidente che, sempre che le notizie contenute nei fascicoli fiumani corrispondano al modo in cui i fatti realmente si svolsero, il numero degli ebrei stranieri a qualsiasi titolo presenti a Fiume prima e/o durante la guerra di cui si documenta in qualche modo l’ingresso “nel regno” ed i cui nomi non sono stati, finora, rinvenuti tra gli internati è molto elevato.</span><br />
<span style="color: #000000;"> La seconda riguarda, invece, la presenza in Italia, come internati, di 15 dei 29 ebrei stranieri che i documenti danno, invece, come internati nei campi istituiti dagli italiani (Kraljevika, Pag, Rab). In ogni caso l’impossibilità di stabilire quando i fascicoli siano stati aperti e la difficoltà di stabilire coerenti riferimenti cronologici, anche per molti dei fascicoli dei quali è stata effettuata la sintesi, potrebbero ingenerare errori nella ricomposizione delle varie sequenze che compongono le singole vicende.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Nell’elenco degli intestatari dei fascicoli fiumani sono stati identificati 938 nomi ˗ 668 uomini, 270 donne ˗ presenti nel database degli ebrei stranieri internati in Italia durante il periodo bellico. Di 913 di essi risulta con certezza l’internamento, mentre 23 sono nomi di ebrei ˗ 17 uomini e 6 donne ˗ internati in campi istituiti dagli italiani nelle zone annesse della Jugoslavia che, dopo l’8 settembre del 1943, attraversarono l’Adriatico e trovarono rifugio e salvezza nel sud Italia liberato.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Tornando agli internati, si tratta (…) di meno di un quarto delle persone delle quali la polizia fiumana si occupò a partire dalla meta degli anni trenta: per i rimanenti solo la lettura dei fascicoli potrebbe fornire qualche indicazione, se non sul destino, almeno su una parte ˗ quella iniziale, presumibilmente ˗ di ciascuna singola storia. Nonostante ciò, l’osservazione dei dati riportati nelle tabelle (…) offre diversi spunti di riflessione, almeno nelle linee generali, su una parte importante della storia dell’internamento in Italia.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Due i piani delle informazioni aggiunte a quelle contenute dall’elenco. Il primo riguarda la verifica dell’internamento in Italia: di ciascun internato sono state registrate l’ultima residenza prima dell’internamento, la prima e l’ultima sede di internamento con, in più, le informazioni relative al destino di ciascuno, per continuare e completare, quando possibile, la documentazione iniziale presente nel fascicolo.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Il secondo, riguarda la condizione degli intestatari dei fascicoli: quella di profugo entrato magari clandestinamente nella provincia del Carnaro di cui Fiume era capoluogo successivamente all’invasione della Jugoslavia, quella sempre di profugo, ma residente di lungo periodo o quella, infine, di ebreo straniero che avesse acquisito la cittadinanza dopo il 1° gennaio del 1919. La mancanza, già fatta rilevare, dei dati anagrafici degli intestatari dei fascicoli, insieme alla grafia dei nomi in molti casi chiaramente distorta, ha posto numerosi problemi di identificazione. È anche accaduto che per un nome presente negli elenchi fiumani, nel database principale ci fossero due o anche più omonimi e che non sempre le informazioni ad essi collegate potessero facilitare l’identificazione. A queste difficoltà ha spesso sopperito, per converso, l’individuazione di interi gruppi familiari presenti nell’elenco, i cui componenti sono stati ciascuno guida all’identificazione dell’altro. Resta, comunque, il rischio che i dati contengano una certa ˗ si spera minima ˗ percentuale di errori» <a title="" href="#_ftn34"><span style="color: #000000;">[34]</span></a>.<i><br />
</i></span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>Ampliamento della Provincia di Fiume</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Dal 7 giugno <a title="1941" href="http://it.wikipedia.org/wiki/1941"><span style="color: #000000;">1941</span></a>, a seguito dell&#8217;aggressione delle <a title="Potenze dell'Asse" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Potenze_dell%27Asse"><span style="color: #000000;">Potenze dell&#8217;Asse</span></a> alla <a title="Jugoslavia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Jugoslavia"><span style="color: #000000;">Jugoslavia</span></a> e al <a title="Trattato di Roma (1941)" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Trattato_di_Roma_(1941)"><span style="color: #000000;">trattato di Roma</span></a> del 18 maggio 1941, la provincia di Fiume fu ingrandita. Vennero annessi l&#8217;entroterra orientale di Fiume (Sussak, <a title="Castua" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Castua"><span style="color: #000000;">Castua</span></a>, <a title="Buccari" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Buccari"><span style="color: #000000;">Buccari</span></a>, <a title="Čabar" href="http://it.wikipedia.org/wiki/%C4%8Cabar"><span style="color: #000000;">Čabar</span></a>) e le isole quarnerine di <a title="Veglia (isola)" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Veglia_(isola)"><span style="color: #000000;">Veglia</span></a> ed <a title="Arbe" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Arbe"><span style="color: #000000;">Arbe </span></a><a title="" href="#_ftn35"><span style="color: #000000;">[35]</span></a>. Presso la Prefettura di Fiume furono attivati due uffici, l&#8217;<i>Intendenza civile per i Territori annessi del Fiumano e della Cupa,</i> e il <i>Commissariato civile di Sussak</i>, con competenza rispettivamente sulle aree interne e su quella costiera <a title="" href="#_ftn36"><span style="color: #000000;">[36]</span></a>.<i><br />
</i></span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>L’attività di Palatucci. I problemi con i superiori</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Dalla documentazione esaminata, risulta che il dr. Palatucci, nel suo lavoro, al di là delle apparenze e degli atti formali, ebbe problemi con i superiori. Un riscontro di ciò lo si trova in una lettera indirizzata ai familiari, datata 8 ottobre 1941.<br />
«“Carissimi genitori,<br />
ancora una volta mi faccio prendere in fallo. Ho pensato oggi di telegrafarvi per rassicurarvi sul mio conto, ma non l’ho fatto. È molto difficile giustificarmi ed è altrettanto difficile per voi rendervi conto di quanto sia occupato. Ora, per esempio, è già passata la mezzanotte e io ho appena smesso di lavorare. Sono ancora in ufficio naturalmente. Talvolta vengo di mattina in ufficio col fermo proposito di scrivervi. Poi, tra pubblico, telefonate, colloqui coi superiori e i dipendenti la cosa mi sfugge. Passano così i giorni e le settimane senza che abbia un po’ di tempo libero di scrivere qualche cosa di più che una cartolina illustrata. Eccomi, dunque, a voi. Malgrado l’eccessivo lavoro sto bene in salute. I miei rapporti coi superiori <b>sono formali</b>. Più esattamente essi sanno di aver bisogno di me, di cui, a quanto sembra, non possono fare a meno, e certamente mi considerano bene, mi stimano come capacità e rendimento; ma sanno bene che, grazie a Dio, <strong>sono diverso da loro</strong>. Siccome lo so anch’io, i rapporti sono di buon vicinato <strong>ma non cordiali</strong>. La cosa non ha molta importanza.<br />
Non è a loro che chiedo soddisfazioni, ma al mio lavoro, che me ne dà molte. Ho la <strong>possibilità di fare un po&#8217; di bene</strong>, e i miei beneficati me ne sono assai riconoscenti. Nel complesso incontro molte simpatie. Di me non ho altro di speciale da comunicare. Purtroppo ho sospesi i contatti epistolari con quasi tutti, parenti e amici, in assoluta mancanza di tempo (…)» <a title="" href="#_ftn37"><span style="color: #000000;">[37]</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Le frasi riportate (<i>a rischio di controlli censori</i>) indicano dei messaggi in codice. A Fiume la situazione non andava bene. La “non cordialità” significa una sostanziale non intesa. Anche il riferimento ai “beneficiati” è volutamente generico. Palatucci non si azzardò a entrare in dettaglio. Per questo motivo, a uno storico non può bastare una lettura di superficie. Nella lettera è proprio il riferimento a dei soggetti che ottengono “benefici” che induce a riflettere su qualcos’altro. I problemi con i superiori trovano comunque due riscontri:<br />
˗ in più occasioni (1939-1942), Palatucci <strong>chiese di essere trasferito</strong> (a Riccione, o Cattolica, o Cesena) <a title="" href="#_ftn38"><span style="color: #000000;">[38]</span></a>. Non gli fu permesso. Al contrario, i superiori cominciarono a tenerlo sotto controllo (chi chiedeva di essere trasferito dal proprio posto di lavoro non era considerato un fiduciario), mentre ˗ per non insospettirlo ˗ gli manifestavano consenso;<br />
˗ il 23 luglio del 1943 un ispettore, per ordine ministeriale, fece delle verifiche nell’ufficio di Palatucci. Trovò <strong>solo elenchi di stranieri non residenti più in Italia da lungo tempo</strong>. Imputò al giovane responsabile negligenza, scarsa vigilanza. Fu consegnata, così, una <strong>nota di biasimo</strong>.</span></p>
<p>Per il ricercatore, tutto questo significa andare <b>oltre</b> le note positive ufficiali<a title="" href="#_ftn39"><span style="color: #000000;">[39]</span></a> che può trovare in un fascicolo. Deve inoltre indagare anche su un eventuale <b>spionaggio </b>interno per verificare il reale comportamento dei superiori riguardo a Palatucci.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>Commissario aggiunto</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Con lettera del 28 febbraio 1943<i> </i>il dr. Palatucci comunicò ai suoi genitori di aver conseguito la promozione a commissario aggiunto <a title="" href="#_ftn40"><span style="color: #000000;">[40]</span></a>.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>Dopo l’8 settembre 1943</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Il 1° ottobre del 1943 fu istituita la <a title="Zona d'operazioni del Litorale adriatico" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Zona_d%27operazioni_del_Litorale_adriatico"><span style="color: #000000;">Zona d&#8217;Operazioni del Litorale Adriatico</span></a> (Operationszone Adriatisches Küstenland). Il territorio venne posto sotto il diretto controllo tedesco <a title="" href="#_ftn41"><span style="color: #000000;">[41]</span></a>. Commissario supremo fu il <a title="Gauleiter" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gauleiter"><span style="color: #000000;">Gauleiter </span></a><a title="" href="#_ftn42"><span style="color: #000000;">[42]</span></a> <a title="Friedrich Rainer" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Friedrich_Rainer"><span style="color: #000000;">Friedrich Rainer</span></a> (1903-1947)<a title="" href="#_ftn43"><span style="color: #000000;">[43]</span></a>. A quest’ultimo venne affiancato per i compiti di repressione il Gruppenfuhrer <i>SS</i> <a title="Odilo Globocnik" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Odilo_Globocnik"><span style="color: #000000;">Odilo Lotario Globocnik</span></a> (1904-1945) <a title="" href="#_ftn44"><span style="color: #000000;">[44]</span></a>. L’ufficiale in questione aveva guidato l’Aktion Reinhardt nei campi di Sobibor, Treblinka, Belzec e Majdanek. Era noto come il “<a title="Boia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Boia"><span style="color: #000000;">boia</span></a> di <a title="Lublino" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Lublino"><span style="color: #000000;">Lublino</span></a>” <a title="" href="#_ftn45"><span style="color: #000000;">[45]</span></a>. Fiume, pur inclusa nella Repubblica Sociale Italiana <a title="" href="#_ftn46"><span style="color: #000000;">[46]</span></a>, entrò (<i>di fatto</i>) a far parte della succitata Zona. Il comando militare della città fu assegnato al capitano delle <a title="Schutzstaffel" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Schutzstaffel"><span style="color: #000000;"><i>SS</i></span></a><i> </i>Hoepener. La comunità locale si trovò in una condizione difficile. Era divenuta un “alleato-occupato”. In quel momento, gli ebrei presenti a Fiume erano circa 3.500. In gran parte <b>profughi</b> (Croazia e Galizia). Nel frattempo, membri della R.S.I. accusarono le istituzioni della Chiesa cattolica di proteggere ebrei. Un riscontro lo si trova in una relazione del Comando della Guardia Nazionale Repubblicana. Emerge un forte risentimento:<br />
«Si può affermare, senza pericolo di essere smentiti, che il 70% degli abbietti israeliti è passato per le loro lunghe mani per essere poi portato a salvamento dai loro ribelli o banditi» <a title="" href="#_ftn47"><span style="color: #000000;">[47]</span></a>.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>L’ultima lettera ai genitori</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Il 21 ottobre del 1943 il dr. Palatucci scrisse una lettera ai genitori. Sarà l’ultima. Ecco il testo:<br />
«Carissimi genitori,<br />
questa lettera vi giungerà quando le circostanze lo permetteranno. Essa vi recherà il mio ricordo e l’espressione del mio costante affetto. In salute a tutt’oggi sto benissimo, sebbene abbia molto lavoro. Il morale è alto. Supereremo la bufera, nella speranza che alla nostra patria sia riservata una sorte onorevole a condizioni possibili di vita. Appena possibile vi farò pervenire altre notizie. Non occorre dire che, appena le circostanze lo consentiranno, correrò da voi. State assolutamente tranquilli per me. Sono certo che non incorrerò in alcun male. Auguro a voi le migliori cose con la speranza di potervi riabbracciare al più presto. Giovanni» <a title="" href="#_ftn48"><span style="color: #000000;">[48]</span></a>.<i><br />
</i></span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>Bombardamenti</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">A partire dai primi mesi del 1944 fino al termine del conflitto, si abbatterono su Fiume trenta incursioni aeree. Si volevano colpire obiettivi sensibili (il porto e le strutture produttive della città, prime tra tutte il Silurificio Whithead, il cantiere navale di Cantrida e la Raffineria R.O.M.S.A.). Gli ultimi bombardamenti, antecedenti al maggio 1945, provocarono la morte di 112 civili e il danneggiamento di circa il 90% delle strutture industriali cittadine, cui se ne aggiunsero altre 1.700 tra edifici pubblici e abitazioni private.<br />
A ciò si aggiunse il fatto che i tedeschi, poco prima della loro ritirata, distrussero le infrastrutture del cantiere e del porto, facendo saltare in aria mediante mine il Porto Petroli, Porto Baross e poi il porto principale, che subì il danneggiamento di magazzini, banchine e moli, con alcuni moli che si staccarono dalla riva.<i><br />
</i></span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>Febbraio 1944</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Il 28 febbraio del 1944, dopo il trasferimento del reggente dr. Roberto Tommaselli<a title="" href="#_ftn49"><span style="color: #000000;">[49]</span></a>, il dr. Palatucci venne nominato reggente della Questura <a title="" href="#_ftn50"><span style="color: #000000;">[50]</span></a> alle dirette dipendenze di Tullio Tamburini (1892-1957, Capo del Corpo di Polizia Repubblicana <a title="" href="#_ftn51"><span style="color: #000000;">[51]</span></a>) e poi di Eugenio Cerruti (Capo del C. di P. R. <a title="" href="#_ftn52"><span style="color: #000000;">[52]</span></a>). La Questura, comunque, aveva perso ogni potere e ingerenza. Era costretta a eseguire ordini impartiti da terzi. Tutto il personale venne disarmato <a title="" href="#_ftn53"><span style="color: #000000;">[53]</span></a>.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>L’invito di Frossard</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">In tale contesto, si mosse un amico di Palatucci. Grazie alla documentazione conservata presso l’Archivio statale di Rijeka (due fascicoli) e presso il Fondo privato Giovanni Palatucci (di cui è conservatore l’avvocato Antonio De Simone Palatucci), è possibile estrapolare dei dati. La persona vicina al reggente era un conte. Si chiamava Marcel Frossard de Saugy (1885-1949) <a title="" href="#_ftn54"><span style="color: #000000;">[54]</span></a>. Nato a Graz (Austria). Di nazionalità svizzera. Coniugato con Gerda Frossard de Saugy (nata nel 1883). La moglie proveniva dalla famiglia von Bülow <a title="" href="#_ftn55"><span style="color: #000000;">[55]</span></a>. I Frossard erano genitori di due figlie. Possedevano una villa a Laurana <a title="" href="#_ftn56"><span style="color: #000000;">[56]</span></a>. In questa proprietà, nel 1950, venne ritrovata dalla signora Gerda (in occasione della vendita dell’immobile) una valigia con vestiti ed effetti personali che Palatucci aveva lasciato. È dalla lettera che la signora Gerda scrisse in seguito alla madre di Palatucci (21 agosto 1950) che sono provati i rapporti di amicizia tra il reggente e la famiglia Frossard <a title="" href="#_ftn57"><span style="color: #000000;">[57]</span></a>. Frossard invitò il dr. Palatucci a seguirlo in Svizzera. L’avrebbe ospitato a Ginevra, in rue de la Tertasse 5. Pur avendo la possibilità di allontanarsi da Fiume, il reggente espresse la volontà di non lasciare il proprio ufficio.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>Mika </i>(Mikela) <i>Eisler</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Il dr. Palatucci, mandò al suo posto una giovane ebrea. Questa donna si chiamava <i>Mika </i>(Mikela) <i>Eisler</i>.<a title="" href="#_ftn58"><span style="color: #000000;">[58]</span></a> Proveniva da Karlovać (nella parte più centrale del territorio croato). Il padre di Mika, Ernesto, era stato arrestato dagli <i>ustaše</i> il 6 luglio del 1941 (eliminato poi nel campo di concentramento di Jadovno). Mika raggiunse il territorio elvetico insieme alla madre (Dragica Braun) <a title="" href="#_ftn59"><span style="color: #000000;">[59]</span></a> nel dicembre del 1943. Secondo la testimonianza del medico <i>Giovanni Perini</i>, accettò il compito ˗ affidatole da Palatucci ˗ di consegnare oltre confine un progetto di autonomia riguardante Fiume <a title="" href="#_ftn60"><span style="color: #000000;">[60]</span></a>.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>La scelta di restare e la questione dell’archivio</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Alcuni ricercatori si sono chiesti perché Palatucci non lasciò Fiume. Le ipotesi, al riguardo, si sono accumulate con il risultato di creare nebbie. In realtà, studiando i documenti del tempo, emergono dei dati chiari.<br />
1. Il reggente non volle allontanarsi dai suoi uomini. Quest’ultimi ebbero con lui molteplici colloqui legati soprattutto a situazioni di incolumità personale e a vicende di famiglia. L’ambiente della Questura era ormai segnato da paure, insicurezze, previsioni funeste. Palatucci era pienamente consapevole di drammi incombenti (<i>che puntualmente si verificarono</i>) <a title="" href="#_ftn61"><span style="color: #000000;">[61]</span></a>.<br />
2. Esistevano delle situazioni fortemente a rischio che gravavano sui civili. Quest’ultimi continuavano a vedere nelle ultime autorità italiane rimaste degli interlocutori naturali <a title="" href="#_ftn62"><span style="color: #000000;">[62]</span></a>.<br />
3. Il reggente approfittò dell’opportunità fornita dal conte Frossard per mettere in salvo due donne ebree <a title="" href="#_ftn63"><span style="color: #000000;">[63]</span></a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">È in questo periodo che Palatucci potrebbe aver cercato di manomettere alcuni incartamenti di ebrei (altri fecero lo stesso a Roma, Ancona, La Spezia, Trieste…) <a title="" href="#_ftn64"><span style="color: #000000;">[64]</span></a>. Comunque, il reggente <strong>non</strong> <strong>distrusse l’archivio</strong>, come qualcuno ha erroneamente scritto (sarebbe stata un’eclatante prova di colpevolezza). I fascicoli restarono al loro posto (<i>e sono stati fotografati</i>).</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>I problemi con più interlocutori</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nel frattempo la situazione precipitava. Per tale motivo, in data 26 luglio 1944, Palatucci scrisse una relazione al Capo della Polizia Eugenio Cerruti. La trasmise per conoscenza pure al Ministero dell’Interno Direzione Generale P.S. Divisione Personale. Nel testo si ritrova anche un’esplicita denuncia:<br />
«(…) L’azione della Polizia germanica continua a essere esercitata assai spesso su vasta scala, e viene svolta con criterio di durezza e di assoluta mancanza di rispetto della libertà individuale. A partire dal 29 giugno u.s. è stato condotto un rastrellamento che ha interessato alcune centinaia di persone (si parla di 650 persone), nei cui confronti si è proceduto ad arresto indiscriminato, nel cuore della notte, e spesso solo per esperire normali accertamenti di Polizia, mancando elementi di colpevolezza. Degli arrestati alcuni, e sono pochissimi, sono stati rilasciati, altri sono stati con tutta probabilità avviati in Germania, o smistati in altre carceri. Le battute devono essere state molto fruttuose, se il comandante della “Sicherheitspolizei” mi aveva interessato, sul principio del mese, alla ricerca di locali per un nuovo carcere.<br />
Nulla si può opporre agli abusi e ai maltrattamenti perpetrati a danno dei cittadini italiani, perché le autorità italiane o rimangono assolutamente estranee a tali operazioni di Polizia, in quanto ridotte all’impossibilità di una concertazione in tale campo (Questura), o le avallano e le appoggiano mediante opera di delazione, spesso a fini di vendetta personale (milizia e P.F.R.). Il Prefetto, poi, che potrebbe svolgere almeno opera di moderazione e di tutela, è del tutto passivo, sia per mancanza di energia di temperamento, sia perché ˗ come da molti segni è dato desumere ˗ è attaccato alla carica per motivi di utilità personale. Gli interventi e le proteste da me fatti finora, sia a favore di cittadini italiani ingiustamente arrestati sia a tutela di agenti di Questura, sono rimasti senza neppure l’onore di una risposta. (…)». <a title="" href="#_ftn65"><span style="color: #000000;">[65]</span></a></span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>L’operazione per eliminarlo </i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Palatucci non sembra aver commesso errori appariscenti. Le sue interazioni con persone sgradite alle autorità del tempo (donne ebree; soggetti sorvegliati a Fiume e a Trieste…) <a title="" href="#_ftn66"><span style="color: #000000;">[66]</span></a> erano però sotto controllo. Lo spionaggio riferiva sulle sue mosse <a title="" href="#_ftn67"><span style="color: #000000;">[67]</span></a>. Su questo punto la ricerca di molti storici non si è stranamente inoltrata. Alla fine, il reggente fu neutralizzato con i metodi del tempo. Il collaborazionista che fornì l’input necessario, fu quasi certamente un dipendente della Questura, vicino a Palatucci <a title="" href="#_ftn68"><span style="color: #000000;">[68]</span></a>. Lo stesso storico Renzo De Felice (1929-1996) annota:<br />
«(…) Basta ricordare che sulle tracce del commissario <a title="Giovanni Palatucci" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Palatucci"><span style="color: #000000;">Giovanni Palatucci</span></a>, che salvò col sacrificio della vita migliaia di ebrei, gli addetti ai lavori furono guidati da uno ‘zelante’ poliziotto italiano, mai perseguito dopo la Liberazione» <a title="" href="#_ftn69"><span style="color: #000000;">[69]</span></a>.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>L’arresto</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nella notte del 13 settembre 1944, su ordine dell’autorità nazista (non di Kappler come qualcuno ha erroneamente scritto<a title="" href="#_ftn70"><span style="color: #000000;">[70]</span></a>), venne perquisita l’abitazione del dr. Palatucci. L’appartamento si trovava in via Pomerio 29 (<i>presso Malner</i>). Non fu un’operazione ordinaria. Si trattava di arrestare il reggente la Questura. Occorreva quindi un’imputazione di reato molto grave. In tale contesto, si fece silenzio su una vicinanza del commissario agli ebrei. Ammettere l’esistenza di operazioni segrete a protezione di perseguitati, infatti, sarebbe stato un’auto-accusarsi di totale inefficienza (con conseguente durissima punizione). Nel caso di Palatucci bastò individuare “casualmente” una prova (uno scritto politico proibito?) così da non utilizzare “testimoni”. In tal modo fu “documentato” il reato di alto tradimento.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>La tortura</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Il reggente fu interrogato <a title="" href="#_ftn71"><span style="color: #000000;">[71]</span></a> con i metodi riservati ai traditori (con l’aggravante di essere un pubblico ufficiale, di aver mentito in modo continuativo, di aver mantenuto contatti con persone considerate nemiche del Terzo Reich, e di aver attivato determinati comportamenti ostili in tempo di guerra).<br />
Torturato, non fece alcun nome. Né di colleghi a lui vicini, né di oppositori al nazionalsocialismo e alla R.S.I. esterni alla Questura, né di ebrei. Un riscontro lo si ricava dal fatto che dopo il suo arresto non venne operato alcun fermo. Per il reato ascritto a Palatucci era previsto un processo (in genere molto rapido) <a title="" href="#_ftn72"><span style="color: #000000;">[72]</span></a> che si concludeva con la condanna a morte (fucilazione alla schiena).<br />
Dopo l’arresto di Palatucci fu nominato al suo posto il commissario aggiunto Giuseppe Hamerl <a title="" href="#_ftn73"><span style="color: #000000;">[73]</span></a>. Quest’ultimo relazionò poi ai superiori sulla situazione di Fiume <a title="" href="#_ftn74"><span style="color: #000000;">[74]</span></a>.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>Il periodo al “Coroneo” e la deportazione finale</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Palatucci, per circa un mese, fu rinchiuso nel carcere di Trieste (“Coroneo”). Gli storici si sono chiesti il perché di tale non breve detenzione “transitoria”, in presenza di accuse gravissime. Dalle ricerche effettuate, risulta che furono esperiti dei tentativi per salvargli la vita. Un riscontro di ciò lo si trova nella lettera che il padre del dr. Giovanni Palatucci (di nome Felice) scrisse il 25 agosto del 1950 alla contessa Gerda Frossard. Nella missiva è annotato tra l’altro <a title="" href="#_ftn75"><span style="color: #000000;">[75]</span></a>:<br />
«Nobilissima Signora Contessa,<br />
Ho ricevuto le vostre gentili e gradite lettere e non so come esprimerle i miei sentiti ringraziamenti per il ricordo che serba di mio figlio. Anzitutto le esprimo le mie vivissime condoglianze per la dipartita di suo marito e condivido con lei il grande dolore. So che era un paterno amico di mio figlio <strong>e molto lo aiutò a Trieste quando trovavasi nelle mani di quei barbari tedeschi</strong> (…). Con l’occasione la prego vivamente per il seguente favore. Dato che a Roma alla Direzione della Divisione personale della Pubblica Sicurezza, nel fascicolo personale di mio figlio si trovano importanti documenti spediti a suo tempo dal Prefetto di Fiume riguardanti il caro mio figlio quando fu tradotto nelle carceri di Trieste e il comando <strong>voleva ancora farlo fucilare, non fu eseguito</strong> per il <strong>pronto intervento</strong> del grande uomo di suo marito che si interessò presso il Comando Tedesco.<br />
Questa circostanza tornerebbe a maggiore onore di mio figlio e sarebbe tenuto in più grande considerazione dal detto Ministero così mi diceva un alto funzionario della Polizia qualche due mesi fa, come vede tale notizia mi è necessaria perciò la prego vivamente di farmi la cortesia di scrivermi una lettera nella quale descrive tale circostanza.<br />
Da tali documenti si rileva la sua dedizione alla Patria ed alla Istituzione della P.S. ed il suo interessamento per la sistemazione della città di Fiume. Se questa notizia verrà manomessa pur saprò quel che manca». <a title="" href="#_ftn76"><span style="color: #000000;">[76]</span></a><br />
I tentativi mirati a salvare la vita al dr. Palatucci furono attivati dal conte Marcel Frossard de Saugy. Questa persona fu ascoltata dai nazisti perché, oltre ad essere inserito in attività finanziarie, Frossard era marito di una nobildonna tedesca, Gerda (cit.), appartenente alla già ricordata famiglia dei baroni von Bülow. Il padre di Gerda, Adam von Bülow Ditrik, era un socio di minoranza della Companhia Antarctica Paulista, che fu uno dei punti di riferimento del processo di modernizzazione in Brasile. Inoltre, prima della II<sup>a</sup> guerra mondiale, il Brasile aveva stretti contatti con la Germania nazista: erano partner economici e il Paese sudamericano ospitava il più grande partito nazifascista fuori d&#8217;Europa. Contava più di 40 mila iscritti specie nei centri di Belém (Pará), Salvador de Bahia, San Paolo e Rio de Janeiro. Non possono, quindi, essere esclusi contatti economici tra i von Bülow e i vertici di Berlino.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>Dachau</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Dal “Coroneo” Palatucci venne deportato al KZL (<em>Konzentrationslager</em>) di Dachau. Vi giunse il 22 ottobre 1944. Matricola 117826 (tatuata sul braccio). Assegnato alla baracca 25. Era un internato politico di nazionalità italiana: indossò una casacca con un piccolo triangolo rosso avente al centro la lettera I. Morì per tifo petecchiale (10 febbraio 1945). Giuseppe Gregorio Gregori, compagno di baracca del reggente, affermò ˗ però ˗ che il decesso potrebbe essere stato provocato da un’iniezione letale <a title="" href="#_ftn77"><span style="color: #000000;">[77]</span></a>. L’asserzione fu legata al fatto che l’epidemia colpì altre baracche ma non quella del dr. Palatucci. Il corpo del reggente venne gettato nella fossa comune sulla collina di Leiteberg. 78 giorni dopo, il lager fu liberato dagli Alleati.<i><br />
</i></span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>La ricerca storica sui delatori</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nel tempo, si è anche sviluppata una ricerca sulla rete di delatori (afferenti a più regìe occulte) operante a Fiume. <i>Marino Micich</i>, membro della Società di Studi Fiumani, ha dichiarato, ad esempio, di essere a conoscenza (insieme ai colleghi) del fatto che alcuni fedeli aiutanti di Palatucci vennero stranamente risparmiati dall’OZNA (polizia segreta di Tito) il 4 maggio 1945, mentre gli altri 90 agenti della Questura di Fiume furono tutti infoibati nei pressi di Grobnico e di Costrena <a title="" href="#_ftn78"><span style="color: #000000;">[78]</span></a>. Riguardo alla tragica fine di questi agenti, esiste pure la testimonianza della figlia di <i>Luigi Bruno</i> (nativo di Caltanissetta, guardia scelta di P.S.) che aveva prestato in precedenza servizio presso la Questura di Bologna. La signora Anna Maria indicò un collega del padre, definito un “giuda”, che il 4 maggio 1945 si era presentato in casa per accompagnarlo in Questura; lui tornò regolarmente a casa, mentre Luigi Bruno e gli altri agenti sparirono nel nulla <a title="" href="#_ftn79"><span style="color: #000000;">[79]</span></a>. Dopo la morte di Palatucci, e malgrado i procedimenti di de-fascistizzazione in corso, diversi membri della P.S. del tempo non rilasciarono dichiarazioni sul reggente morto a Dachau, mantenendo una costante linea di silenzio. Tale orientamento, fu motivato dalla volontà di non raccontare fatti interni purtroppo accaduti (collaborazionismo, delazioni, intese inconfessabili). Parlare positivamente di Palatucci avrebbe implicato per forza di cose il dover far riferimento anche ad altre figure che si comportarono in modo diverso.<i><br />
</i></span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>L’occupazione delle forze titine</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Il 3 maggio <a title="1945" href="http://it.wikipedia.org/wiki/1945"><span style="color: #000000;">1945</span></a>, la città di Fiume venne occupata dalle <a title="Armata popolare di liberazione della Iugoslavia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Armata_popolare_di_liberazione_della_Iugoslavia"><span style="color: #000000;">truppe partigiane</span></a> di Josip Broz, più conosciuto con il nome di battaglia di</span><br />
<span style="color: #000000;"> Tito (1892-1980). In quel giorno, e nel periodo immediatamente successivo, furono eliminati tutti gli esponenti autonomisti (Giuseppe Sincich, <a title="Nevio Skull" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Nevio_Skull"><span style="color: #000000;">Nevio Skull</span></a> e altri) <a title="" href="#_ftn80"><span style="color: #000000;">[80]</span></a>.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>La segnalazione di Raffaele Cantoni (1945)</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Pochi mesi dopo il decesso del dr. Palatucci a Dachau, avvenne comunque un episodio significativo. Dal 19 al 23 agosto del 1945 fu convocata a Londra una <em>Special European Conference</em>. Non si trattò (come scritto erroneamente da qualcuno) del II° Congresso Ebraico Mondiale, perché quest’ultimo si svolse a Montreux nel 1948. Agli atti dell’assise <a title="" href="#_ftn81"><span style="color: #000000;">[81]</span></a> è conservato un intervento scritto del rappresentante italiano, rag. Raffaele Cantoni (1896-1971) <a title="" href="#_ftn82"><span style="color: #000000;">[82]</span></a>. Quest’ultimo, era stato un legionario fiumano, e aveva avuto contatti con il Congresso Mondiale Ebraico, a Ginevra, fin dal 1936. Fu dirigente della DELASEM (Delegazione per l&#8217;Assistenza degli Emigranti Ebrei) <a title="" href="#_ftn83"><span style="color: #000000;">[83]</span></a>. Massone e socialista, fu un fervente sionista. Nel dopoguerra venne eletto presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI). Non è quindi una figura marginale, di scarso valore storico. Durante la Conferenza succitata, Cantoni rivelò l&#8217;esistenza del cosiddetto “canale di Fiume”; e da qui si giunse al nome di Palatucci attraverso testimonianze di persone da lui salvate. Cantoni affermò che si era riusciti a salvare migliaia (5.000) di ebrei <a title="" href="#_ftn84"><span style="color: #000000;">[84]</span></a>.<br />
Chi aveva fornito a Cantoni quei dati? Gli Alleati? I referenti locali della DELASEM (ma il rabbino di Sušak, Otto Deutsch, era morto nel manicomio di Nocera Inferiore nel 1943 <a title="" href="#_ftn85"><span style="color: #000000;">[85]</span></a>)? I sopravvissuti allo sterminio? Dalle informative ritrovate in più archivi, sembra di capire che Cantoni acquisì vari dati da ex internati e, probabilmente, da alcuni militari alleati <a title="" href="#_ftn86"><span style="color: #000000;">[86]</span></a>. Cantoni non fu però il solo a parlare del reggente di Fiume. A lui si aggiunse pure la segnalazione di un esponente della Comunità Ebraica di Roma, il signor Settimio Sorani (1899-1982).</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>Le annotazioni di Settimio Sorani</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Sorani, fu il responsabile della sezione romana della DELASEM dal 1941 al 1943. Si dimostrò molto attivo nelle operazioni della resistenza ebraica. Terminata la guerra, assunse la direzione di organizzazioni sionistiche. Dal 1948 al 1952 divenne Commissario per l&#8217;immigrazione presso la Legazione dello Stato d&#8217;Israele a Roma. Poi, direttore del <a title="Keren Hayesod" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Keren_Hayesod"><span style="color: #000000;"><i>Keren Hayesod</i></span></a> italiano (fondo nazionale di costruzione d&#8217;Israele, centrale finanziaria del movimento <a title="Sionismo" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sionismo"><span style="color: #000000;">sionista</span></a> mondiale, come dell&#8217;<a title="Agenzia Ebraica" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Agenzia_Ebraica"><span style="color: #000000;">Agenzia Ebraica</span></a>). Dal 16 ottobre 1955 al 31 dicembre 1964, Sorani svolse le funzioni di segretario della <a title="Comunità ebraica di Firenze" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Comunit%C3%A0_ebraica_di_Firenze"><span style="color: #000000;">Comunità ebraica di Firenze</span></a>. Nel 1967 terminò di scrivere il testo delle sue memorie (pubblicato solo nel 1983 per difficoltà con gli editori, a cura di A. Tagliacozzo, dopo la morte dell’autore). Come persona non fu un “diplomatico”, ed espresse dure critiche verso il Vaticano<a title="" href="#_ftn87"><span style="color: #000000;">[87]</span></a>. Morì a Firenze. Il “Fondo Settimio Sorani” è conservato a Milano, presso la Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea. Sorani, nelle sue memorie fece diversi riferimenti. Sulla situazione di Fiume annotò:<br />
«Sugli ebrei di Fiume e Sussa sono rimaste solo poche notizie ed anch’esse imprecise nelle date e discordanti circa il numero delle persone. Il 16 Agosto 1941, il Segretario della Comunità di Fiume, Sig. Francesco Cantori, telefonò a Roma, scongiurando di intervenire presso il Ministero perché si evitasse che i profughi colà esistenti fossero respinti nell’interno della Croazia. I profughi erano circa 400, ma molti, per non essere presi, non si presentavano come sarebbe stato prescritto, né all’anagrafe, né in Questura. Altri fuggivano a piedi per raggiungere illegalmente Trieste. Erano come impazziti e, pur di sfuggire alla deportazione, poiché sapevano che cosa ciò volesse dire, affrontavano gravi pericoli e cadevano vittime delle speculazioni di profittatori che, dietro esosi compensi, promettevano loro di metterli in salvo.<br />
È, forse, a seguito di questa telefonata che l’autore di queste note, preparò un appunto manoscritto per Dante Almansi <a title="" href="#_ftn88"><span style="color: #000000;">[88]</span></a> perché intervenisse presso il Ministero. Questo manoscritto potrebbe però essere opportunamente collocato anche un anno dopo, poiché in esso si fa cenno alla decisione di respingere tutti i profughi ebrei in Croazia, decisione che veniva applicata benché il Questore Dr. Genovese sapesse, o proprio perché sapeva, che coloro che venivano così spietatamente respinti andavano incontro a morte certa e terribile. Un altro pro-memoria, anch’esso di data incerta, tratta lo stesso argomento, insistendo sulla richiesta che fosse sospesa la tragica decisione di respingere in Croazia i profughi ebrei. Tale pro-memoria potrebbe essere collocato nel Luglio ’42 (…)». <a title="" href="#_ftn89"><span style="color: #000000;">[89]</span></a></span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>Il riferimento al dr. Giovanni Palatucci</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nelle sue memorie, il signor Sorani fa poi un esplicito riferimento alla persona e all’operato del dr. Giovanni Palatucci. Si trascrive il testo:<br />
«Fiume.<br />
… Un immediato, spontaneo e quanto mai prezioso aiuto essi (<i>gli ebrei</i>) lo ebbero da un funzionario della R. Questura. Costui era il Dr. Giovanni Palatucci, capo dell’ufficio stranieri… Il Dr. Palatucci era, tra l’altro, cattolico credente ed era convinto che non si debba obbedire ad una legge del potere civile in contrasto con la legge suprema della difesa e del rispetto dell’umanità. Quando ebbe coscienza che nelle sue mani di funzionario addetto al controllo e alla vigilanza degli stranieri, stavano, in gran parte, le sorti degli ebrei di Fiume, non esitò un istante a prendere posizione conforme alla sua coscienza di cristiano e di italiano. Senza la sua adesione, assai difficile sarebbe stata l’azione dei patrioti fiumani.<br />
Imperava, nel vero senso della parola, a Fiume, quale prefetto, un intimo gregario di Mussolini, tale Temistocle Testa, quello stesso che Mussolini, dopo lo sbarco degli alleati in Sicilia, spedì precipitosamente a Palermo col titolo di Alto Commissario Plenipotenziario, onde, facendo uso della sua esperienza di repressore sanguinario che innumerevoli lutti e rovine arrecò alla provincia di Fiume ed ai territori finitimi, rabberciasse la situazione che appariva, colà, catastrofica.<br />
Il Testa aveva dato categoriche disposizioni alla Questura per la persecuzione degli ebrei. Il Dr. Palatucci si assunse la responsabilità di rendere inoperanti gli ordini: provvide cioè ad allontanare da Fiume, alla chetichella, gli ebrei stranieri che avrebbero dovuto essere arrestati e deportati. Ufficialmente egli li faceva apparire irreperibili, mentre poi, munitili di documenti alterati che li facevano apparire “ariani”, li avviava dapprima ad un suo zio, Vescovo di una diocesi del Sud, il quale provvedeva a sistemarli un po’ dappertutto, poi ai centri che nel frattempo si formavano nell’Abruzzo, nel Molise ecc. per l’ospitalità ai cosiddetti sfollati di guerra, sotto il cui nome potevano facilmente passare i perseguitati razziali…<br />
Nonostante che fosse noto che in Italia il fascismo perseguitava gli ebrei, a Fiume, dopo il promulgamento delle leggi razziali, continuò l’afflusso segreto degli ebrei profughi dall’Europa invasa. Questo afflusso prese proporzioni ampie dopo l’invasione nazi-fascista della Jugoslavia, che mise in pericolo gli ebrei stranieri, precedentemente rifugiatisi. Sorse lo Stato Croato. Una parte del suo territorio fu occupato, per motivi strategici, dalla Seconda Armata Italiana, ma le Autorità locali dipendevano dal Governo che aveva adottata la politica razziale hitleriana, per cui si scatenò anche lì, un’orrenda guerra contro gli ebrei. Questi cercavano allora salvezza attraverso quello che ormai era noto sotto il nome di “canale” di Fiume. Secondo le disposizioni del prefetto Testa, che fungeva pure da Commissario di Stato, gli ebrei fuggenti dalla Croazia nel territorio italiano dovevano essere colti come in trappola. Grazie invece alla collaborazione dei soldati e degli ufficiali della Seconda Armata, la trappola non funzionò, ma agì invece il “canale” di Fiume, noto segretamente negli ambienti della Seconda Armata.<br />
Il concorso dei soldati e degli ufficiali della Seconda Armata all’azione di salvataggio degli ebrei venne portato a conoscenza della prima conferenza ebraica mondiale, tenutasi dopo la Guerra a Londra, nell’Agosto del 1945 dal Delegato Raffaele Cantoni, il quale rivelò che ben 5.000 ebrei erano stati da essi posti in salvo… Dopo l’8 Settembre 1943 mutò la base delle condizioni di Fiume… Il C.L.N. fiumano esortò il Dr. Palatucci a restare al suo posto onde il “canale”, continuasse a funzionare… Così il Dr. Palatucci divenne il “Dr. Danieli” del Movimento di Liberazione Nazionale.<br />
Dopo l’8 Settembre la Seconda Armata abbandonò il territorio jugoslavo che venne occupato ora dai partigiani di Tito, ora da croati ustascia, ora dai tedeschi. Nell’ Ottobre 1943 i tedeschi effettuarono il primo attacco contro la Comunità Israelitica di Fiume… Le disposizioni prese subito dal Palatucci per parare i colpi dei tedeschi e dei fascisti… permisero di ottenere il controllo dei preparativi delle SS e dell’ufficio politico contro gli ebrei.<br />
Intanto egli sollecitava l’esodo degli ebrei presenti in città. Il risultato definitivo fu che la maggior parte degli ebrei di Fiume scampò alla morte. Perirono coloro che indugiarono sperando nella pietà dei barbari. Nel Settembre 1944 il Dr. Palatucci venne prelevato nella sua casa dalle SS e dagli sbirri della Questura repubblichina… nel 1945 venne deportato in un lager della Germania nel quale morì durante la prima metà dell’Aprile mentre la liberazione recata dalle armi dei vittoriosi e gloriosi eserciti anglo-americani e sovietici si avvicinava.<br />
Il Comitato ebraico di studi in occasione del decimo anniversario della liberazione il 18 Aprile 1955 onorò la memoria di Palatucci-Danieli con una medaglia d’oro e in Israele una via fu intestata al suo nome ed un parco fu dedicato alla sua memoria». <a title="" href="#_ftn90"><span style="color: #000000;">[90]</span></a></span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>I riconoscimenti</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">A Palatucci, nel 1953, gli venne dedicata una strada a Ramat Gan, vicino Tel Aviv. Gli fu poi assegnata una medaglia d’oro alla memoria dall’Unione delle Comunità Israelitiche d’Italia nel 1955<a title="" href="#_ftn91"><span style="color: #000000;">[91]</span></a>. Nello stesso anno, Antonio Luksich Jamini pubblicò un articolo dal titolo <em>Il salvataggio degli ebrei a Fiume durante la persecuzione nazifascista </em><a title="" href="#_ftn92"><span style="color: #000000;">[92]</span></a>.<i> </i>In seguito, venne conferito a Palatucci il titolo di “Giusto tra le Nazioni” dal Memoriale Ebraico dell’Olocausto Yad Vashem (1990) <a title="" href="#_ftn93"><span style="color: #000000;">[93]</span></a>. Seguirono altri riconoscimenti.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>Le notizie divulgate nel 2013</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nel 2013, il Centro “Primo Levi” <a title="" href="#_ftn94"><span style="color: #000000;">[94]</span></a> comunicò ai media (<strong>non agli storici</strong>) che «Giovanni Palatucci fu un pieno esecutore delle leggi razziali». Quanto riportato venne scritto da Natalia Indrimi, direttrice del Centro, in una lettera pubblicata dal “New York Times” (2013) <a title="" href="#_ftn95"><span style="color: #000000;">[95]</span></a>. Il testo prosegue: «e, dopo aver prestato giuramento alla Repubblica Sociale di Mussolini, (<i>Palatucci</i>) collaborò con i nazisti». Il Centro ha spiegato, inoltre, che la deportazione di Palatucci non fu decisa dai nazisti per l’opera a favore degli ebrei, ma per aver passato ai britannici i piani per l&#8217;autonomia di Fiume. Riguardo al vescovo Giuseppe Maria Palatucci (1892-1961; francescano conventuale), zio di Giovanni (operò con il nipote a tutela di più ebrei) il giudizio è drastico. Indrimi e il suo Centro spiegano che fu proprio lui a “costruire” in modo non chiaro il mito: «Tutto iniziò nel 1952, quando lo zio vescovo raccontò questa storia per garantire una pensione ai parenti dell&#8217;uomo» <a title="" href="#_ftn96"><span style="color: #000000;">[96]</span></a>.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>Le reazioni </i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">La posizione del Centro “Primo Levi” ha sorpreso molte persone. Per vari motivi.<br />
1.Non fu il Centro a promuovere lavori su Fiume e Palatucci. Furono degli studiosi in Italia (2003). L’iniziativa non riscosse un particolare seguito. L’attenzione dei media fu tenue. Così, a New York, qualcuno decise di “rilanciare”.<br />
2. L’alto numero di documenti “inediti”, ai quali fa riferimento il Centro, sono in realtà noti. Un’importante strumento conoscitivo rimane a tutt’oggi il database online dello Yad Vashem (Gerusalemme). L’Archivio in questione riporta le schede delle oltre quattrocento vittime ebree che vivevano a Fiume. I nazisti decimarono la loro Comunità (cinquecento persone ca). Digitando &#8220;Fiume&#8221; (nello spazio riservato al luogo di residenza), appaiono i nomi delle persone trucidate, con l&#8217;età ed altri dati essenziali (è quanto rimane di loro).<br />
3. È noto, poi, che chi operò a favore degli ebrei, fece in modo di non destare sospetti, di non attirare sguardi, di evitare i controlli, la censura, i delatori, di non mettere niente per iscritto. Per questo motivo, una ricerca per il Vice Capo della Polizia italiana non trovò elementi in fascicolo personale <a title="" href="#_ftn97"><span style="color: #000000;">[97]</span></a>.<br />
4. Palatucci, nelle sue iniziative umanitarie, non agì mai da solo. Egli si appoggiava a terzi. Quindi, studiare la sua figura (e i suoi movimenti) <strong>escludendo</strong> una rete di solidarietà è un metodo assolutamente <strong>non storico</strong>.<br />
5. I tentativi umanitari alcune volte riuscirono, in altre situazioni ebbero un esito parziale, in varie occasioni <strong>non arrivarono a buon esito</strong>, in ulteriori casi furono alla base di arresti e deportazioni. Tutto questo è conosciuto dagli storici <a title="" href="#_ftn98"><span style="color: #000000;">[98]</span></a>. È noto anche agli studiosi la triste attività di chi volle lucrare sulle disgrazie altrui (operazioni via mare), e su chi (specie i passatori di montagna) strinse accordi di morte con le autorità naziste <a title="" href="#_ftn99"><span style="color: #000000;">[99]</span></a>.<br />
6. Non è possibile calcolare il numero dei salvati da Palatucci (che comunque ci furono <a title="" href="#_ftn100"><span style="color: #000000;">[100]</span></a>). Vari studiosi hanno cercato di farlo, con l’aiuto di direttori di archivio, di storici e di esponenti del mondo ebraico. Poi, ci si è resi conto della co-presenza di molteplici variabili. Inoltre, di alcune vicende non si conosce l’esito. In tale contesto, la prudenza invita a una certa cautela nell’indicare la cifra complessiva di ebrei salvati.<br />
7. I giuramenti a un dato regime politico (in un conflitto con più fronti) non implicarono necessariamente, in foro interno, delle adesioni. Molte volte (<i>non sempre</i>) costituirono una strategia per rimanere in ambiti ove si operò alla luce e in sordina <a title="" href="#_ftn101"><span style="color: #000000;">[101]</span></a>.<br />
8. Dai documenti conservati in più Archivi (Londra, Washington) risulta che i britannici erano già a conoscenza del moto autonomista presente a Fiume <a title="" href="#_ftn102"><span style="color: #000000;">[102]</span></a>. Per tale motivo, pare debole un’insistenza su un ruolo-chiave di Palatucci in merito a questioni di autonomia locale.<br />
9. L’uso di canali non autorizzati da parte di Palatucci riguardò, in realtà, varie situazioni (chiarite nelle memorie dei sopravvissuti). In particolare, il telex di Kappler (10 gennaio 1945), citato dal Capo della Polizia del tempo Eugenio Cerruti (a sua volta informato dal Prefetto Spalatin), fa riferimento a «contatti informativi col servizio informativo nemico» <a title="" href="#_ftn103"><span style="color: #000000;">[103]</span></a>. Non punta il dito su questioni di autonomia locale. I nazisti, quindi, stavano seguendo non la pista degli autonomisti (alla quale erano invece <strong>molto interessati</strong> i titini) ma un sistema di <strong>segnalazioni </strong>che includeva anche il dramma dei perseguitati <a title="" href="#_ftn104"><span style="color: #000000;">[104]</span></a> e dei profughi (ciò risulterà molto evidente dagli eventi successivi).<br />
10. Mons. Palatucci, vescovo di Campagna (provincia di Salerno), segnalò la figura del nipote in più circostanze. Ma non nel 1945. Solo in anni successivi <a title="" href="#_ftn105"><span style="color: #000000;">[105]</span></a>. Ad assumere la prima iniziativa furono esponenti della comunità ebraica.<br />
11. A Campagna si trovava un campo di internamento costituito dalla caserma San Bartolomeo (ex convento dei Domenicani), e dalla caserma Immacolata Concezione (ex edificio claustrale degli Osservanti) <a title="" href="#_ftn106"><span style="color: #000000;">[106]</span></a>. In quest’area, i Palatucci cercarono di inserire alcuni ebrei <a title="" href="#_ftn107"><span style="color: #000000;">[107]</span></a>. Consultando l’Archivio locale, e visitando il museo, è possibile capire le differenze esistenti tra questo campo e altri luoghi d’internamento (in nord Italia). Il 29 ottobre 1941 l&#8217;allora segretario del <a title="Partito Nazionale Fascista" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Partito_Nazionale_Fascista"><span style="color: #000000;">Partito Nazionale Fascista</span></a>, <a title="Adelchi Serena" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Adelchi_Serena"><span style="color: #000000;">Adelchi Serena</span></a> (1895-1970), scrisse una lettera all&#8217;allora Capo della Polizia con la quale si lamentava della «troppa libertà in cui vivono gli internati <a title="Ebrei" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ebrei"><span style="color: #000000;">ebrei</span></a> del campo di concentramento di Campagna» e chiese «provvedimenti conseguenti da parte delle forze di polizia del regime» <a title="" href="#_ftn108"><span style="color: #000000;">[108]</span></a>.<br />
12. Dall&#8217;Archivio di Fiume, i documenti relativi al periodo successivo all’ 8 settembre 1943 sono stati sottratti. Il fascicolo personale di Palatucci (consultabile) è visibilmente carente. Ci sono le note burocratiche delle sue domande di trasferimento, le richieste di permessi, la nota positiva per essere «di ottima condotta morale, politica e sociale, iscritto al Partito Nazionale Fascista dal 23 marzo 1928», la promozione a vicecommissario aggiunto in data 28 luglio 1940, con decorrenza 16 maggio.<br />
13. Nell’Archivio di Fiume esiste un solo documento posteriore all’8 settembre 1943. È una lettera del 29 febbraio 1944 indirizzata dal reggente della questura, Roberto Tommaselli, a Carlo Paknek, consigliere germanico per la provincia del Carnaro e, per conoscenza, al prefetto (la copia consultata è quella di pertinenza della prefettura, protocollata il 3 marzo). Si tratta di una protesta perché Palatucci il 26 febbraio era stato convocato dal commissariato tedesco e interrogato sul possesso di una radio appartenuta a un&#8217;ebrea di nome Weisz. Mentre si trovava nel commissariato, un civile e un agente tedesco erano andati a casa sua chiedendo informazioni sulla medesima radio alla proprietaria dell&#8217;appartamento. Il dirigente della questura protesta per il modo irriguardoso utlizzato dai tedeschi nei confronti di un dirigente di polizia italiano.<br />
14. Secondo l’opinione di diversi storici, i documenti che non si trovano nell’Archivio di Fiume, dovrebbero essere custoditi a Belgrado, all&#8217;Archivio militare, dove si trovano altri incartamenti della Questura e della Prefettura di Fiume. Belgrado, comunque, si è dimostrata poco sensibile ai ricercatori.<br />
15. Da una sommaria ricognizione, compiuta nell’Archivio di Belgrado, da una storica fiumana, Lijubinka Karpowicz, è soltanto emersa una richiesta di ricerca del 25 novembre 1946 (un anno e nove mesi dopo la morte di Palatucci). Il Comitato antifascista del 259° battaglione prigionieri di guerra chiede alla sezione italiana per i prigionieri di guerra, a Belgrado, di voler «comunicare se il compagno Palatucci Giovanni di Felice è prigioniero in Jugoslavia, in quale campo o se è rimpatriato». Una nota a mano del 2 dicembre ordina: «Accontentare questo Comitato antifascista e poi rispondere».<i><br />
</i></span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>Uno stile non condivisibile</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ciò che ha motivato perplessità verso il “Primo Levi” è stata la linea della Indrimi. Prima ha divulgato delle informative <strong>a nome del Centro</strong> che hanno procurato danno morale alla figura di Palatucci, poi ha inviato una durissima lettera al “New York Times”, ha scritto al Museo della Shoah di <em>Washington</em><a title="" href="#_ftn109"><span style="color: #000000;">[109]</span></a>, ha rilasciato interviste, ha insistito ancora su siti internet. In alcuni casi ha affermato di parlare a titolo personale, in altri casi di esprimere la posizione del Centro. Dopo tutte queste iniziative, quando alcuni storici le hanno chiesto di prendere visione almeno dei documenti che il Centro riteneva essenziali per “accusare” Palatucci, la Indrimi prima ha risposto che ognuno li poteva trovare da solo negli archivi pubblici. Poi, ha dichiarato che non potevano essere divulgati perché erano ancora allo studio, perché si stavano ancora traducendo, perché i saggi che li accompagnano non erano pronti, perché non riguardavano solo Palatucci <a title="" href="#_ftn110"><span style="color: #000000;">[110]</span></a>…</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>Le prese di distanza</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">In presenza di tale situazione, un numero significativo di storici della Shoah (<i>Malini</i><a title="" href="#_ftn111"><span style="color: #000000;">[111]</span></a>, <i>Napolitano </i><a title="" href="#_ftn112"><span style="color: #000000;">[112]</span></a>, <i>Guiducci </i><a title="" href="#_ftn113"><span style="color: #000000;">[113]</span></a><i> et al.</i>) è intervenuto per rivedere le fonti, mentre sono pure usciti libri di autori ebrei a difesa della memoria del dr. Palatucci (<i>Georges de Canino </i><a title="" href="#_ftn114"><span style="color: #000000;">[114]</span></a><i> et al.</i>). In particolare, è stato evidenziato un limite del Centro Primo Levi: non si accusa una persona morta in un campo di concentramento a 36 anni senza aver <b>contemporaneamente</b> pubblicato tutti i documenti di merito. Si è anche preso atto che il comportamento della Indrimi non è sereno. Le parole con le quali ha descritto il comportamento di Palatucci sono, sul piano oggettivo, violente e diffamatorie. In tal senso, risulta molto più equilibrato lo studio dello studioso di fede ebraica Marco Coslovich <a title="" href="#_ftn115"><span style="color: #000000;">[115]</span></a>, e molto più caute le dichiarazioni dello storico Michele Sarfatti, direttore della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (Cdec Onlus) di Milano <a title="" href="#_ftn116"><span style="color: #000000;">[116]</span></a>.<i><br />
</i></span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>La ricerca degli ebrei</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">L&#8217;accusa più grave, rivolta al reggente di Fiume, ha riguardato la denuncia di quest’ultimo di una famiglia ebrea nascosta sotto falso nome, in seguito a una richiesta della Questura di Ravenna (telegramma del 23.5.1944). Secondo il “Primo Levi”, Palatucci avrebbe dovuto rispondere che essi non erano residenti a Fiume, e che non erano noti al suo ufficio, né lo erano presso la sua anagrafe. Invece l’informativa fu redatta in questi termini: «Trattasi di ebrei apolidi fiumani qui irreperibili che identificansi per…», con i dati anagrafici dei membri della famiglia. Il biglietto era firmato «Pel reggente Palatucci» <a title="" href="#_ftn117"><span style="color: #000000;">[117]</span></a>.<br />
Il 23 maggio 1944 Palatucci era reggente della Questura da meno di due mesi. Non è difficile pensare che era sorvegliato (poco più di tre mesi dopo subì l’arresto). Il telegramma pervenuto alla Questura di Fiume non era “riservato-personale” a lui. Quindi ˗ essendo stata già controllata la richiesta da terzi ˗ il reggente non poteva mentire, negando che i nomi della famiglia ebrea fossero registrati nelle liste della Polizia e all&#8217;anagrafe. Di conseguenza, la risposta fornita “Per il reggente” non avrebbe potuto riportare null&#8217;altro che i dati di archivio. Inoltre, la data del biglietto, ‘urgente’ solo formalmente, è del 23 maggio 1944. L’arresto della famiglia era già avvenuto il 4 maggio. Unitamente a ciò, si rileva un altro dato. Dichiarare <strong>in quel momento</strong> una persona “irreperibile” significava comunque complicare le indagini. In un’ora nella quale Fiume era accerchiata da più realtà ostili, era difficile pensare a ricerche accurate sugli “irreperibili”.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>L’aiuto agli ebrei non residenti</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Esiste, poi, un altro punto che il “Primo Levi” devalorizza. Giovanni Palatucci, essendo responsabile dell’ufficio stranieri, interagì soprattutto con ebrei non residenti. Le operazioni riguardanti i residenti erano affidate a un personale che utilizzava il registro dello stato civile. Il lavoro seguiva una metodica. Basato su schedature, controlli, complicità e paure. Per una ricerca storica corretta, uno degli strumenti-chiave rimane il data base dei fascicoli del Fondo Questura dell’Archivio di Stato di Fiume <a title="" href="#_ftn118"><span style="color: #000000;">[118]</span></a>.<i><br />
</i></span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>False testimonianze? </i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Non è da tacere, ancora, un aspetto. I ricercatori del Centro in questione hanno smentito ogni testimonianza a favore di Palatucci. Tra i vari testi emergono figure significative. Se ne possono ricordare alcune (con i ruoli che svolsero all’epoca):<br />
˗ Raffaele Avallone (morto infoibato nel 1945), guardia scelta di P.S.. Conobbe Palatucci a Genova. Al riguardo, riveste importanza la testimonianza del figlio Franco<a title="" href="#_ftn119"><span style="color: #000000;"> [119]</span></a>.<br />
˗ Americo Cucciniello (1920-2004), nativo di Avellino, guardia di P.S.. Fu autista di Palatucci, lo aiutò in diverse operazioni “non ufficiali” a favore di ebrei <a title="" href="#_ftn120"><span style="color: #000000;">[120]</span></a>.<br />
˗ Alberino Palumbo (nato nel 1924), attendente (appuntato) di Palatucci, collaborò in operazioni a tutela di ebrei perseguitati <a title="" href="#_ftn121"><span style="color: #000000;">[121]</span></a>.<br />
˗ Alberto Remolino (nato nel 1917), nativo di Campagna, soldato di leva a Fiume, presso il 26° reggimento fanteria (vi restò fino al giugno 1945). Lavorò come sarto. Facilitò un collegamento tra Giovanni Palatucci (Fiume) e lo zio vescovo (Campagna). Affrontò rischi (periodo di guerra). Il suo ruolo di intermediario risulta da alcune azioni umanitarie (non ebbero sempre esito positivo) <a title="" href="#_ftn122"><span style="color: #000000;">[122]</span></a>.<br />
˗ Giuseppe Veneroso (1921-2009), nativo di Pisciotta, finanziere. All’età di diciotto anni prestava servizio alla frontiera italo-jugoslava (Buccari), compagnia di Sussak (dal 1° maggio 1941 all’ 8 settembre 1943). Fu testimone del flusso clandestino di ebrei in fuga, e delle protezioni in loco <a title="" href="#_ftn123"><span style="color: #000000;">[123]</span></a>. «In entrambi i posti di servizio ricordo perfettamente ˗ scrive Veneroso ˗ che, durante le lunghe notti, agenti della Pubblica Sicurezza accompagnavano gruppi di civili al nostro posto di guardia, per farli espatriare in sordina. Tutti quanti erano provvisti di lasciapassare a firma dell’allora commissario Palatucci e tutti eravamo a conoscenza che erano ebrei in fuga» <a title="" href="#_ftn124"><span style="color: #000000;">[124]</span></a>.<br />
Secondo il Centro succitato queste persone (<i>e altre</i>) furono testi inattendibili</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>La testimonianza di Rodolfo Grani</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nel 1952, un ebreo fiumano, raccontò in Israele la propria storia. Si chiamava Rodolfo Grani (Granitz<a title="" href="#_ftn125"><span style="color: #000000;">[125]</span></a>). In un articolo<a title="" href="#_ftn126"><span style="color: #000000;">[126]</span></a> pubblicato a Tel Aviv<a title="" href="#_ftn127"><span style="color: #000000;">[127]</span></a>, descrisse il suo internamento a Campagna. Ricordò interventi dei Palatucci (nipote e zio vescovo) a favore di alcuni ebrei perseguitati. Fornì anche delle indicazioni sull’interazione tra Giovanni Palatucci e il vescovo di Fiume, mons. Camozzo.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>La ricerca storica su mons. Camozzo</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">L’intesa tra mons. Ugo Camozzo (1892-1977) <a title="" href="#_ftn128"><span style="color: #000000;">[128]</span></a> e il dr. Palatucci (le carte di merito sono depositate negli Archivi Diocesani di Rijeka e di Napoli) trova riscontro anche in due lettere che Camozzo indirizzò al vescovo Palatucci. La prima è datata 11 luglio 1945. Ecco il testo <a title="" href="#_ftn129"><span style="color: #000000;">[129]</span></a>:<br />
«Eccellenza Reverendissima,<br />
soltanto ora sono in grado di darLe notizie del Dr. Palatucci, Commissario di P.S. a Fiume. Purtroppo esse sono dolorose. Fu trasportato, non ricordo esattamente quando, nel campo di concentramento di Dachau (Baviera) e di là ebbi sue notizie. Pochi giorni fa però tre rimpatriati da quel campo vennero da me. Chiesi ad essi notizie del caro Dottore ed uno mi assicurò che egli è deceduto a Dachau. Non ebbi altra possibilità di controllo e di conferma, solo il fatto che egli dimostrava di conoscerlo personalmente. Neppure sulla veridicità della persona potei indagare perché era di passaggio da me e prima non l’avevo conosciuto. Sono convinto che il buon Dr. Palatucci è stato internato, perché vittima del suo buon cuore per cui non mancava di aiutare quanti poteva, <strong>specialmente se oppressi dalle leggi razziali</strong>. Egli ha lasciato un ottimo ricordo a Fiume che serva riconoscenza per lui (…)» <a title="" href="#_ftn130"><span style="color: #000000;">[130]</span></a>.<em><br />
</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">In una seconda lettera, datata 30 agosto 1945, il vescovo Camozzo trasmette altri dati:<br />
«Eccellenza Reverendissima,<br />
Come ho già comunicato il Dr. Palatucci Giovanni è stato internato dai Tedeschi a Dachau, <strong>credo perché</strong><strong> aveva cercato di mitigare l’asprezza delle disposizioni antisemitiche</strong>. Ebbi di lui notizia dal campo di concentramento, perché eravamo in ottimi rapporti. Poi silenzio. Per essere completo devo dolorosamente aggiungere a V. E. che alcuni prigionieri reduci furono di passaggio da me ed uno di essi affermò che il Dott. Palatucci era deceduto nel campo di Dachau. Non ho altri dati, né conosco la persona che fa tale dichiarazione. Purtroppo però ho avuto l’impressione che la notizia fosse vera. Il Dr. Palatucci ha lasciato ottimo ricordo di Sé a Fiume. In un tempo tanto difficile Egli <strong>ha saputo aiutare tanti infelici ed io stesso esperimentai la sua umana comprensione </strong>di tante sofferenze e cristiana carità (…)» <a title="" href="#_ftn131"><span style="color: #000000;">[131]</span></a>.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>Niel Sachs di Gric</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Esiste anche la testimonianza di un avvocato, il barone <i>Niel Sachs di Gric</i> (ebreo fiumano di origine ungherese). Fu il legale di fiducia della Curia vescovile di Fiume. Nelle sue dichiarazioni ha confermato l’esistenza di contatti tra il dr. Giovanni Palatucci e il vescovo Camozzo <a title="" href="#_ftn132"><span style="color: #000000;">[132]</span></a>.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>Una sottolineatura</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nel contesto fin qui delineato, può essere utile evidenziare un fatto: ogni ricerca storica richiede valutazioni serene. I testimoni sopra ricordati dimostrarono nell’arco della loro esistenza una linea morale non contestata da nessuno. Dalle affermazioni a favore di Palatucci non ricavarono alcun guadagno (economico o civile). Mettere, quindi, in dubbio le loro parole potrebbe svelare una rigidità mentale, con possibile deriva di intolleranza. Unitamente a ciò, non devono essere trascurati vari interventi ebraici a favore di Palatucci. Tra questi, assumono rilevanza quelli di Elia Sasson, ambasciatore d’Israele a Roma (1953) <a title="" href="#_ftn133"><span style="color: #000000;">[133]</span></a>, dell’Unione delle Comunità Israelitiche d’Italia (1955), dell’avvocato Paolo Santarcangeli (1987) <a title="" href="#_ftn134"><span style="color: #000000;">[134]</span></a>, di Adolfo Perugia <a title="" href="#_ftn135"><span style="color: #000000;">[135]</span></a>, di Anna Foa <a title="" href="#_ftn136"><span style="color: #000000;">[136]</span></a>, et al.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>Le evidenze</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">In realtà, le testimonianze di chi operò con Palatucci per tentare di salvare delle vite umane, convergono su punti-chiave. Sono agli atti, ad esempio, le dichiarazioni di più persone di fede ebraica.<br />
˗ Elena Ashkenasy Dafner Rehov e parenti (Yad Vashem; istruttoria su Palatucci; Archivio Dipartimento Giusti, file n. 4338). Testimonianza autografa. Il documento è datato 10 luglio 1988. Fu redatto a Tel Aviv <a title="" href="#_ftn137"><span style="color: #000000;">[137]</span></a>.<br />
˗ Rozsi Neumann: testimonianza in &#8220;Israel&#8221;, n. 39, 18 giugno 1953; lettera del 26 giugno 1953 a mons. Palatucci : « (…) anch’io e mio marito apparteniamo a questi ebrei che sono stati tanto aiutati da questo veramente nobilissimo uomo» <em></em><a title="" href="#_ftn138"><span style="color: #000000;">[138]</span></a><em>.<br />
</em>˗ Salvator Konforti (il cognome fu poi cambiato in Italia in Conforty), ebreo sefardita, di radici spagnole, e Olga Hamburger, askenazita, dell&#8217;Est Europa. Erano i genitori di Renata Conforty. Quest’ultima, all’età di 71 anni, ha ripetuto la sua testimonianza nel 2013 <a title="" href="#_ftn139"><span style="color: #000000;">[139].</span></a><br />
˗ la famiglia Berger. Sull’interazione avvenuta tra queste persone e Palatucci, esiste, tra l’altro, un contributo dello studioso Aldo Viroli: <em>Palatucci e la famiglia Berger. Un po’ di chiarezza sulla vicenda di un gruppo di ebrei fiumani rifugiati in Romagna</em> <a title="" href="#_ftn140"><span style="color: #000000;">[140]</span></a>.<br />
˗ Elizabeth Quitt Ferber (1913-2005) e la sorella Anna. Racconta Elizabeth: «con nostro stupore, ci indicò una serie di località da raggiungere come internati liberi. Alla fine la nostra scelta cadde su Sarnico, sul lago d&#8217;Iseo, e il dott. Palatucci ci assicurò che saremmo andati là. Non so come riuscì ad esaudire questa nostra richiesta, fatto sta che noi andammo direttamente a Sarnico. Come noi, ha aiutato una moltitudine di persone» <a title="" href="#_ftn141"><span style="color: #000000;">[141]</span></a>.<br />
˗ ingegnere Carlo Selan e moglie. In una lettera del 21 dicembre 1940 Giovanni Palatucci raccomanda allo zio vescovo di interessarsi e d’intervenire riguardo ad alcuni ebrei che il poliziotto definisce «miei protetti». Tra questi c’è il nome di Carlo Selan <a title="" href="#_ftn142"><span style="color: #000000;">[142]</span></a>. Nel 1991, Selan scrisse da New York in un articolo: «Tutta la mia famiglia e ognuno che è sfuggito a Hitler e agli Ustascia, ha trovato un porto di serenità in Fiume solamente per la gentilezza e l’ammirabile personalità di Giovanni. Se non fosse stato per lui, ben pochi avrebbero potuto rimanere vivi oggi».<i><br />
</i></span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>La Shoah ungherese</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Attraverso il database dello Yad Vashem è possibile digitare “Salerno” (o “Altavilla”) Appaiono 32 nomi di ebrei. Altri nomi, inoltre, sono presenti in una serie di documenti conservati presso gli archivi dello stesso Centro. La località di nascita riportata dalle schede e nei documenti è Altavilla Silentina. Come dimostrato dallo storico della Shoah Nico Pirozzi <a title="" href="#_ftn143"><span style="color: #000000;">[143]</span></a>, quelle persone facevano parte della Comunità ebraica di Lenti (Ungheria). Quest’ultima, contava 52 individui in tutto (i restanti figurano anch&#8217;essi, purtroppo, tra le vittime della Shoah; per trovare i loro nomi digitare “Lenti” nel database).<br />
Pirozzi documenta come fossero stati Giovanni Palatucci e lo zio vescovo a sostenere il piano di salvataggio degli ebrei di Lenti. Attraverso Remolino (<i>cit.</i>), mons. Giuseppe Maria Palatucci fece pervenire al nipote diversi (non si conosce il numero esatto) certificati di nascita e di residenza trafugati dal municipio di Altavilla Silentina (Salerno). I documenti pervennero (<i>tramite un altro corriere</i>) alla Comunità ebraica di Lenti, che (primavera del 1944) tentò di utilizzarli per raggiungere Fiume. Il progetto fallì. I nazisti arrestarono gli ebrei della cittadina ungherese, la maggior parte dei quali fu eliminata ad Auschwitz-Birkenau. In base alle procedure di interrogatorio (con tortura) dei nazisti, è probabile che il nome del vice-commissario aggiunto di Fiume sia emerso proprio in seguito agli arresti avvenuti a Lenti.<i><br />
</i></span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>L’archivio di Yad Vashem</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nell’Archivio di Yad Vashem sono pure conservate le schede di ebrei <strong>ungheresi </strong>che risiedevano in città diverse da Lenti, muniti dei certificati contraffatti dai Palatucci e purtroppo deportati nei lager. Per esempio:<br />
˗ Izso Eppinger, viveva a Nagykanizsa,<br />
˗ Arpad Deutsch, abitava a Zalaegerszeg,<br />
˗ Jolan Rosenberger, con residenza a Papa.<br />
In tale contesto, tenuto conto che l&#8217;operazione “Altavilla Silentina” si svolse in diverse località ungheresi, ci si chiede se in alcuni casi essa abbia ottenuto il risultato che i Palatucci speravano. Un punto, però, è chiaro. Alcuni ebrei ungheresi <strong>raggiunsero</strong> <strong>realmente </strong>la località di Altavilla Silentina, passando per il campo di internamento di Campagna, dove operava monsignor Palatucci. Ne dà notizia il ricercatore Oreste Mottola <a title="" href="#_ftn144"><span style="color: #000000;">[144]</span></a> nel libro <i>I paesi delle</i> <i>ombre </i><a title="" href="#_ftn145"><span style="color: #000000;">[145]</span></a>. Il testo è basato su documenti conservati nell&#8217;Archivio Storico della Biblioteca Civica di Altavilla Silentina. Se è vero che numerose richieste di espatrio in Sud America (<i>e altrove</i>)<i> </i>non andarono a buon fine, altre ˗ invece ˗ consentirono agli ebrei di Campagna e di Altavilla di sottrarsi alle persecuzioni. Lo stesso “Primo Levi” ha riconosciuto che le vicende di Altavilla Silentina sono complesse e richiedono ulteriori approfondimenti.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;">Altri dati forniti da Yad Vashem</h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Sempre con riferimento a quanto è conservato negli archivi del Centro Yad Vashem, si deve pure ricordare la presenza di file ove è riportato il fatto che «nel settembre 1943 il Dr. Palatucci aderì al Movimento di Liberazione Nazionale <a title="" href="#_ftn146"><span style="color: #000000;">[146]</span></a>, assumendo il nome di ‘Dr. Danieli’, proseguendo nella sua mirabile opera di salvataggio di migliaia di perseguitati».<i><br />
</i></span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>Il vescovo Giuseppe Maria Palatucci</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">La linea del “Primo Levi”, che nega azioni del reggente a favore degli ebrei, delegittimizza pure la testimonianza dello zio vescovo. Però, il carteggio tra S.E. mons. Palatucci e le autorità del tempo (1276 lettere), unitamente a quello con il nipote, attesta come vari ebrei, facilitati dal dr. Palatucci a raggiungere Campagna, furono poi aiutati in loco <a title="" href="#_ftn147"><span style="color: #000000;">[147]</span></a>, e aiutati nell’affrontare il viaggio verso il Sud America (lettere di raccomandazione firmate dal vescovo). In tale contesto, riveste un rilievo non debole una lettera di Giovanni Palatucci indirizzata allo zio, datata 21 dicembre 1940. Si riporta il testo:<br />
«Carissimo zio,<br />
Vi scrivo, come al solito in fretta. Gradirei notizie della pratica per il mio richiamo. Vi mando delle scarpe da far pervenire a casa alla prima occasione. <strong>Per quanto riguarda i miei protetti </strong><a title="" href="#_ftn148"><span style="color: #000000;">[148]</span></a>, la situazione è la seguente: 1. Ermolli Adalberto ha presentato domanda di trasferimento in un comune della provincia di Perugia, Pesaro o Chieti. Credo che lo interessi Chieti e in questo senso si è già interessato. Per lui sarà quindi il caso d’interessarsi solo se Voi abbiate la possibilità di intervenire ugualmente in modo efficace per gli altri, diversamente, non è opportuno sciupare delle possibilità che potrebbero essere utilmente impiegate, per questo vi ricordo i nomi: 2. Braun in Eisler Dragica (Carolina) e figlia, Eisler Maria: nipote. Jurche Nak. Selan ing. Carlo e moglie. Eisner Lotta con due bambine. Essi puntano alla provincia di Perugia o Pesaro. A me interesserebbe una destinazione in tali province, perché penso che Voi mi farete pervenire, a suo tempo, una raccomandazione per il vescovo del luogo, o chi per lui, che potrebbe agevolarvi sia presso la questura per una buona assegnazione nell’ambito della provincia o per una buona sistemazione, magari grazie all’interessamento a mezzo parroco. Per il momento, occorre appoggiare nel più efficace dei modi la loro domanda, che verrà presentata fra qualche giorno.<br />
<strong>Io Vi informerò tempestivamente</strong> <a title="" href="#_ftn149"><span style="color: #000000;">[149]</span></a>, e Voi vorrete, poi, interessare qualcuno, perché segnali la cosa nel migliore dei modi <strong>alla questura</strong> <a title="" href="#_ftn150"><span style="color: #000000;">[150]</span></a>.<br />
L’Ermolli l’ha già presentata ed io ho già scritto oggi, ma la lettera partirà fra qualche giorno. Per quanto riguarda lui, se Voi avete la possibilità di interessare persona diversa da quella che interesserete per gli altri, fate pure, diversamente evitiamo di danneggiare tutti nel desiderio di tutti aiutare. Vi ringrazio per l’assistenza che mi prestate per un’opera di bene (…)» <a title="" href="#_ftn151"><span style="color: #000000;">[151]</span></a>.<br />
Le carte di S.E. mons. Palatucci sono conservate presso la “Biblioteca Fra Landolfo Caracciolo”, San Lorenzo Maggiore (<i>Napoli</i>), e presso l’Archivio Segreto Vaticano <a title="" href="#_ftn152"><span style="color: #000000;">[152]</span></a>.<i><br />
</i></span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>L’arresto e la deportazione</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Un punto sottolineato dal “Primo Levi” riguarda il motivo dell&#8217;arresto e della deportazione di Palatucci. Il Centro, in particolare, riporta il contenuto di un telegramma del colonnello Kappler, dove è scritto che Palatucci fu arrestato per avere mantenuto contatti col servizio informativo nemico. I ricercatori dimenticano che in seguito al 3 settembre 1943, data dell&#8217;armistizio di Cassibile e inizio dell&#8217;occupazione tedesca, gli ebrei furono definiti nel <em>Manifesto di Verona</em> quali “<strong>stranieri e nemici</strong>”. Palatucci, anche sotto la R.S.I., operava a contatto con la DELASEM (<i>testimonianza di Sorani</i>). Nella primavera del 1944 aspettava gli ebrei della Comunità di Lenti (Ungheria), muniti di falsi certificati (risultavano nati ad Altavilla Silentina). Per quella, e per altre azioni, il poliziotto di Fiume era sicuramente colpevole, agli occhi dei nazisti, di aver mantenuto <strong>contatti con il nemico</strong>.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>La questione del numero dei salvati</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Esiste, in ultimo, una questione sollevata dal “Primo Levi” anche con riferimento al numero degli ebrei salvati dal dr. Palatucci. Al riguardo, diversi studiosi (Ballarini, Bon, Coslovich, Pizzuti…) hanno cercato, prima di tutto, di individuare il numero di ebrei residenti e non residenti nell’area fiumana negli anni delle persecuzioni razziali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>1938</strong><br />
Nel 1938, anno dell’entrata in vigore delle leggi razziali, a Fiume c’erano 1514 ebrei, di cui 300 stranieri. Si trattava del 2% (circa) della popolazione. I dati statistici del censimento del 22 agosto 1938 posero le basi per le campagne antisemitiche già in atto e furono una tappa fondamentale per le persecuzioni razziali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>1939</strong><br />
La storica <i>Silvia Bon</i> (2004, 2005) ha accertato l’allontanamento dal lavoro di ebrei già dal 1939, tanto che almeno 350 persone <b>abbandonarono</b> il territorio della provincia del Carnaro. Quelli rimasti cercarono ancora di far funzionare le strutture di una volta e sostituire quelle negate in seguito alle leggi razziali come la frequentazione della scuola: nell’anno scolastico 1938-1939 un Istituto Autonomo di Istruzione Media mantenne tutti i corsi delle varie scuole medie e quelli delle scuole di avviamento.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>1940</strong><br />
Nel 1940 (22 giugno), il prefetto Temistocle Testa (1897-1949)<a title="" href="#_ftn153"><span style="color: #000000;">[153]</span></a>, con il questore Vincenzo Genovese (nato nel 1893; fortemente antisemita), dispose l’arresto degli ebrei considerati <b>stranieri</b>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>1941</strong><br />
Nel 1941 a Fiume, Abbazia e Laurana il numero delle persone considerate ebree ammonta a 1362.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>1943</strong><br />
Alla caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, alcuni degli ebrei fiumani che si trovavano in Italia centro-meridionale sperarono di poter ritornare nelle proprie case finalmente liberi, ma l’illusione fu di breve durata.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>1944</strong><br />
Alla fine del gennaio 1944, con la distruzione della Sinagoga fiumana in via Pomerio 31 (25 gennaio), alla quale fece seguito (due settimane dopo) l’azione della Guardia di Finanza volta ad accertare la loro presenza e il patrimonio di quelli rimasti, prese inizio il pogrom degli ebrei di Fiume. Furono deportate 243 persone (la stragrande maggioranza di queste transitate per San Sabba e da qui deportate ad Auschwitz), delle quali fecero ritorno solo 19. Altre 96 furono arrestate in altre province italiane e finirono nei campi di ster­minio, dove si salvarono 16, mentre 7 morirono in stato di deten­zione. Su oltre settanta ebrei <strong>mancano informazioni precise</strong>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>1945</strong><br />
Dal Litorale Adriatico, sottoposto all’autorità tedesca, l’ultimo treno della morte partì il 24 febbraio 1945.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Fine ostilità</strong><br />
La triste dimensione nota ˗ <strong>i dati sono frammentari </strong>˗ della Shoah fiumana è, dunque, di 412 depor­tati e 380 vittime, tra cui 30 bambini, alcuni di pochi mesi, i più grandi di 14 anni <a title="" href="#_ftn154"><span style="color: #000000;">[154]</span></a>. Alla cifra di 380 era giunto nel 1999 Amleto Ballarini, presidente della Società di Studi Fiumani con il suo <em>Il tributo fiumano all’olocausto</em> <a title="" href="#_ftn155"><span style="color: #000000;">[155]</span></a>.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;">Le variabili di flusso</h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Con riferimento a quanto ricordato, è anche necessario evidenziare delle variabili. Circa 1200 ebrei fiumani, tolti dagli internati in Italia, avreb­bero abbandonato volontariamente il territorio tra il 1938 e il 1943. Di con­tro, tra il 1941 e il 1943, vi fu un’im­migrazione dalle zone dei Balcani e dell’Europa centrale occupate dai nazisti, dove le leggi razziali veni­vano applicate in modo rigorosissimo. Molti ebrei, ad esempio, fuggivano dalla Croazia, e cercavano a ogni costo di arrivare a Fiume, per lo più <b>in barca. </b>La città, del resto, era crocevia anche “legale” di ebrei internandi, diretti verso l’Italia. Secondo la testimonianza di Arminio Klein <a title="" href="#_ftn156"><span style="color: #000000;">[156]</span></a>, presidente della Comunità ebraica di Fiume, sopravvissuto all’Olocausto, 16 persone di origine ebraica superarono la guerra a Fiume. Alla fine del conflitto gli ebrei fiumani sopravvissuti alla tragedia della Shoah, contrariamente a quanto avveniva nelle altre comunità ebraiche d’Italia, non poterono far ritorno alle loro case perché tutta la provincia del Quarnaro era stata nel frattempo occupata dalle truppe del maresciallo Tito e annessa alla Jugoslavia. Qualcuno tentò di metter piede in zona per cercare di recuperare i beni abbandonati, ma sparì dalla circolazione e non se ne seppe più nulla.<br />
In tale contesto, rimane significativo un dato: tra il 1938 e il 1943, oltre ai profughi stranieri, lasciarono l’Italia altri seimila cittadini ebrei italiani individualmente o per famiglie, in cerca di Paesi più accoglienti (<i>Stati Uniti, America meridionale, terra d’Israele</i>). Ciò avvenne sotto la forte pressione di una persecuzione burocratica e di un’intensa propaganda antiebraica della stampa.<br />
Il calcolo, in definitiva, degli ebrei che furono aiutati (in vari modi, e da diverse persone e organismi di assistenza anche ebraica <a title="" href="#_ftn157"><span style="color: #000000;">[157]</span></a>) a sfuggire alle persecuzioni, può essere elaborato tenendo conto:<br />
˗ dei flussi sopra ricordati (emigrazione),<br />
˗ e di quelli che consentirono a un numero significativo di ebrei di trovare riparo nella penisola italiana.</span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>L’apporto del dr. Palatucci</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Dalle testimonianze raccolte negli ultimi decenni, e pubblicate in più studi<a title="" href="#_ftn158"><span style="color: #000000;">[158]</span></a>, il contributo offerto dal dr. Giovanni Palatucci a Fiume in difesa degli ebrei, si articolò essenzialmente su alcune linee operative :<br />
˗ omissioni nell’applicazione di norme (es. registri non in regola, per i quali subì una nota di biasimo);<br />
˗ trasmissione di dati informativi a ebrei in fuga, mirate a far loro evitare possibili situazioni rischiose;<br />
˗ presentazioni di ebrei a interlocutori amici <a title="" href="#_ftn159"><span style="color: #000000;">[159]</span></a>;<br />
˗ coperture di varia natura, inclusa la consegna di documenti non autentici (permessi di transito e passaporti) <a title="" href="#_ftn160"><span style="color: #000000;">[160]</span></a>;<br />
˗ ideazione di itinerari di salvezza con il supporto di terzi.<i><br />
</i></span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>Sorani (numero dei salvati)</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Sul tema degli ebrei salvati, esistono poi alcuni dati che vennero forniti da Settimio Sorani (<i>cit.</i>). Questi, è stato già ricordato, indicò un “canale fiumano”, fece il nome del dr. Palatucci, collegò quest’ultimo a un’opera di protezione degli ebrei, annotò infine un risultato: cinquemila ebrei salvati. L’autore fece un chiaro riferimento a Fiume e a Palatucci perché a Trieste esistevano altri referenti<a title="" href="#_ftn161"><span style="color: #000000;"> [161]</span></a>. Emergono, in tale contesto, alcune evidenze sottolineate da Sorani:<br />
1. nel periodo bellico, Fiume era una città di confine;<br />
2. <b>i numeri</b> dei salvataggi indicati da Sorani sono legati in massima parte a una stima sugli ebrei in fuga dal regime degli <i>ustaše</i>;<br />
3. Sorani, nel dare conto di <strong>12.200 profughi</strong> “controllati” e trattenuti nei campi nel territorio sotto controllo delle truppe italiane <strong>al di là del confine</strong> (sfuggiti alle persecuzioni, e <b>in parte salvati</b>), ha scritto che «debbono aggiungersi un numero <strong>indeterminato </strong>di persone non registrate perché entrate in Italia illegalmente senza regolari visti d’ingresso» <a title="" href="#_ftn162"><span style="color: #000000;">[162]</span></a>;<br />
4. la porta d’ingresso in Italia era Fiume, dove il responsabile dell’ufficio stranieri, «provvedeva ad allontanare alla chetichella gli <strong>ebrei stranieri</strong> che avrebbero dovuto essere arrestati e deportati» <a title="" href="#_ftn163"><span style="color: #000000;">[163]</span></a>.<i><br />
</i></span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>Una quantificazione? (numero dei salvati)</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Sulla base delle ricerche effettuate, e tenendo conto anche degli studi realizzati da più storici (e da singoli autori a vario titolo), <strong>non sembra possibile</strong> indicare un numero esatto di salvati (direttamente o indirettamente) dal dr. Palatucci. Questi ci furono (esistono testimonianze non deboli), ma insistere sul voler divulgare dei totali “sicuri” rimane un percorso accidentato. Probabilmente, la testimonianza di Raffaele Cantoni e quella di Sorani ˗ legate al numero di salvati da Palatucci ˗ intesero fornire dati di orientamento (indicando “un alto numero”) e non risultati di rigorose sommatorie.<i><br />
</i></span></p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i>Annotazioni di sintesi</i></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Con le informazioni ritrovate negli archivi italiani e in quelli esteri, pare difficile sostenere la tesi che Giovanni Palatucci non fu un “Giusto”. Lo stesso Memoriale dell’Olocausto Yad Vashem ha confermato, nel febbraio del 2015, il titolo di “Giusto” a Palatucci (comunicazione di David Cassuto, membro della presidenza) <a title="" href="#_ftn164"><span style="color: #000000;">[164]</span></a>. Addirittura, dall’Archivio Centrale dello Stato sono state individuate le relazioni del reggente (aprile-luglio 1944; alcune scritte poco prima che fosse arrestato) al capo della polizia Tullio Tamburrini (10 maggio 1944) <a title="" href="#_ftn165"><span style="color: #000000;">[165]</span></a> e a Eugenio Cerruti (26 luglio 1944) <a title="" href="#_ftn166"><span style="color: #000000;">[166]</span></a>, al consigliere germanico per la provincia del Carnaro Carlo Pachneck (9 maggio 1943) <a title="" href="#_ftn167"><span style="color: #000000;">[167]</span></a>, al capo della milizia Chianese. Vi si può leggere e sentire allarme e disgusto verso quel che accade, giudizi severissimi verso il prefetto e i tedeschi, attenzione verso i suoi uomini <a title="" href="#_ftn168"><span style="color: #000000;">[168]</span></a>, amore verso l&#8217;Italia. Vi si trova pure la frase: “in materia di dirittura morale io rendo conto alla mia coscienza che è il più severo dei giudici immaginabile, e se necessario ai miei superiori gerarchici&#8230;” <a title="" href="#_ftn169"><span style="color: #000000;">[169]</span></a>. A questo punto, si possono forse sviluppare ulteriori approfondimenti inerenti:<br />
˗ i flussi dei profughi;<br />
˗ le azioni politiche clandestine inerenti Fiume e l’area circostante;<br />
˗ i canali resistenziali posti in essere da gruppi di oppositori;<br />
˗ le reti sotterranee di solidarietà, intra ed extra Fiume;<br />
˗ il numero dei salvati, alla luce di ciò che oggi è possibile acquisire (sugli spostamenti clandestini, non registrati in alcun documento, sarà sempre difficile conoscere i dettagli);<br />
˗ il numero dei tentativi non riusciti mirati a salvare ebrei;<br />
˗ il numero delle persone eliminate perché considerate vicine al mondo ebraico;<br />
˗ le informative dello spionaggio nazista, di quello della R.S.I., di quello Alleato, di quello titino;<br />
˗ le figure di specifici collaborazionisti, di delatori.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ma oggi, discutere su dati che rimangono comunque parziali (non tutto è documentato, molti atti si sono persi, i testimoni del tempo sono morti…), ha senso? Sì, se ciò consente di:<br />
˗ evitare i trionfalismi, l’enfasi, la retorica, la mitizzazione,<br />
˗ accantonare i particolarismi,<br />
˗ rispettare maggiormente il metodo storico.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Resta, comunque, un’esigenza. Quella di passare da una logica di morte (persecuzioni naziste) a una prospettiva di vita (costruzione di un mondo nuovo). Quella, cioè, di transitare, tenendo conto delle tante voci che provengono dalla Shoah, verso progetti di vita in grado di rompere steccati, e di sfondare barriere. In tal senso, il termine <b>resistenza</b> rimarrà sempre attuale. Perché sempre attuale resterà l’esigenza di dire no a ogni forma di violenza. Da qualsiasi parte provenga.</span></p>
<div style="text-align: center;">***</div>
<div></div>
<div><strong><em><span style="color: #808080;">Note</span></em></strong></div>
<div></div>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
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<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> Pier Luigi Guiducci, storico, professore Universitario di Storia della Chiesa, direttore di ricerca sulla figura del “Giusto tra le Nazioni” Giovanni Palatucci (quindici anni di indagini), presidente della Commissione di Studio inerente la figura e l’operato dell’ex reggente della Questura di Fiume Dr. Giovanni Palatucci. Alla Commissione hanno apportato contributi significativi: Sergio Fabiano, Vice Console del Consolato Generale di Svizzera;  Isabella Nespoli, Ufficio del   World Jewish Congress di Bruxelles; la Prefettura di Trieste; dott. Aldo Viroli.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> <a href="http://www.peacelink.it/storia/a/14371.html">http://www.peacelink.it/storia/a/14371.html</a>. Cfr. anche: E. Ongaro, <em>Resistenza non violenta 1943-45</em>, EMIL, Bologna 2013.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref3">[3]</a> Su questo punto cfr. anche: http://www.isrn.it/dvd/citta_guerra/la_citta_occupata/2_18.htm</p>
</div>
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<p><a title="" href="#_ftnref4">[4]</a> http://www.academia.edu/4157066/Roma_durante_loccupazione_nazifascista</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref5">[5]</a> Cfr. anche: R. Camposano, <em>Poliziotti a Roma per la libertà (1943-1944)</em>, in AA.VV., “La resistenza a Roma 1943-1944. Militari, partigiani e civili”, atti convegno di studi (Provincia di Roma, 11 marzo 2010), a cura di Marco Lodi, Brigati, Genova 2011.</p>
</div>
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<p><a title="" href="#_ftnref6">[6]</a> Indicato in seguito in sigla (A.C.S.).</p>
</div>
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<p><a title="" href="#_ftnref7">[7]</a> Cfr. ad es.: http://www.silviacuttin.it/libri-pubblicati/ci-sarebbe-bastato/documenti-storici/</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref8">[8]</a> Da Felice Palatucci e Angelina Molinari.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref9">[9]</a> A circa 16 km a nord-ovest di <a title="Monaco di Baviera" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Monaco_di_Baviera">Monaco di Baviera</a>, nella <a title="Germania" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Germania">Germania</a> del sud.</p>
</div>
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<p><a title="" href="#_ftnref10">[10]</a> Gettato in una foiba carsica, forse ancora vivo, quando aveva 45 anni e la guerra era già finita.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref11">[11]</a> L’intervista fu rilasciata dal dr. Palatucci a un giornalista del “Corriere Mercantile” in data 26 luglio 1937.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref12">[12]</a> Cfr. lettera del Questore di Genova (Rodolfo Buzzi) al Capo della Polizia, datata 1.8.1937. Testo<i>: “</i><em>Eccellenza, in merito alla segnalazione che V.E. si è compiaciuta rimettermi con gentile autografo, sono in grado di riferirLe che autore della conversazione ‘un Funzionario di P.S. parla della Pubblica Sicurezza’ è fuor d’ogni dubbio il Vice Commissario Agg. Dott. Giovanni Palatucci il quale fa parte dell’Amministrazione e presta servizio presso questa Regia Questura dall’agosto dello scorso anno”.</em><br />
La lettera continua esprimendo dubbi sull’affidabilità dell’interessato: “Pel concetto che ho potuto formarmene,<em> </em><em>elemento che l’Amministrazione della P.S. perderà senza risentirne alcun svantaggio” (A.C.S., Ministero dell’Interno, Fondo Palatucci).</em></p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref13">[13]</a> Su questo punto cfr. M. Bianco-A. De Simone Palatucci, <em>Giovanni Palatucci. Un Giusto e un Martire cristiano</em>, La Scuola di Pitagora Editrice, Napoli 2013, p. 234.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref14">[14]</a> Sulla storia della città di Fiume si rimanda alle pubblicazioni della Società di Studi Fiumani. Cfr. il sito:</p>
<p>http://www.fiume-rijeka.it/editoria/collana%20studi%20storici%20fiume.html</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref15">[15]</a> A. Ballarini, <em>L’identità culturale a Fiume dal periodo austro-ungarico all’esodo</em>, in “Fiume” (Nuova Serie), n. 34,1997, pp. 18-31. S. Samani, <em>Dizionario biografico fiumano</em>, Istituto Tipografico Editoriale, Venezia, 1975.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref16">[16]</a> Giovanni Gentile (1875-1944) fu, insieme a <a title="Benedetto Croce" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Benedetto_Croce">Benedetto Croce</a> (1866-1952), uno dei maggiori esponenti del <a title="Neoidealismo" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Neoidealismo">neoidealismo</a> filosofico.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref17">[17]</a> M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit.,<i> </i>p. 350.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref18">[18]</a> M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 336, 347.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref19">[19]</a> In: G. Raimo, <em>A Dachau, per amore. Giovanni Palatucci</em>, Dragonetti, Montella 1989 (1992), p. 58.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref20">[20]</a> M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., p. 533.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref21">[21]</a> Archivio privato Prof. Pier Luigi Guiducci. Fondo “Palatucci”. Fascicolo “Corrispondenza con il Consolato Generale di Svizzera”. Una lettera. Febbraio 2015.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref22">[22]</a> O.N.M.I.: Opera Nazionale per la Protezione della Maternità e dell’Infanzia. Su questo punto cfr.: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp.514-515.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref23">[23]</a> Bonzanigo, Emilio (1884-1973). Cf. DDS-XII (1937-1938), Bonzanigo, Emilio (Consul de Suisse à Trieste): <a href="http://www.amtsdruckschriften.bar.admin.ch/directSearch.do?a_druckschrifttyp_abk=DDS&amp;b_band_nr=12&amp;t_seite_von=1045#resultlist" target="_blank">1045</a>. Vgl. <em>Historisches Verzeichnis der diplomatischen und konsularischen Vertretungen der Schweiz seit 1798</em>,1997, S. 384.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref24">[24]</a> Cfr. ad es.: A. Bazzocco, <em>A porte chiuse. Le autorità ticinesi di fronte alla spinta migratoria provocata dalle leggi razziali italiane (1938)</em>, in &#8220;Arte e storia&#8221;, a. II, n. 4, marzo-aprile 2001, pp. 42-48. Id., <em>Fughe, traffici, intrighi. Alla frontiera italo-elvetica dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943</em><i>, </i>in “l’Impegno”, a. XXIII, n. 1, giugno 2003. Istituto per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref25">[25]</a> Pubblicato sul quotidiano “Il Popolo d’Italia” del 15 luglio 1938. Cfr. anche: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 250-252.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref26">[26]</a> G.U. n. 264, 19.11.1938.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref27">[27]</a> G.U. n. 48, 27.2.1939.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref28">[28]</a> P. Vanzan, <em>Giovanni Palatucci</em>, in “La Civiltà Cattolica”, 1 luglio 2000, anno 151, n. 3601, p. 124, nota 8.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref29">[29]</a> Privati della maggior parte dei diritti fondamentali e sempre più impoveriti.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref30">[30]</a> Su questo punto cfr. anche: http://www.annapizzuti.it/storie/croazia06a.php</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref31">[31]</a> Benito Mussolini, Duce del Fascismo (1883-1945).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref32">[32]</a> La fascia costiera a sudest di Fiume con le città di Susak e di Bakar, assorbite amministrativamente dalla provincia di Fiume, con a capo il prefetto locale; la metà meridionale della Slovenia, con la città di Lubiana, amministrata da un alto commissario; la costa dalmata tra Split (Spalato) e Zara con le isole costiere e i dintorni di Kator (Cattaro) amministrata dal governatore della Dalmazia.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref33">[33]</a> http://www.annapizzuti.it/public/analisi_fiume.pdf</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref34">[34]</a> http://www.annapizzuti.it/public/analisi_fiume.pdf</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref35">[35]</a> <a title="s:R.D.L. 18 maggio 1941, n. 452 - Sistemazione dei territori che sono venuti a far parte integrante del Regno d'Italia" href="http://it.wikisource.org/wiki/R.D.L._18_maggio_1941,_n._452_-_Sistemazione_dei_territori_che_sono_venuti_a_far_parte_integrante_del_Regno_d%27Italia">R.D.L. 18 maggio 1941, n. 452, art. 2</a>.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref36">[36]</a> <em>Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken</em>, Bd. 83, 2003 (Deutsches Historisches Institut Rom).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref37">[37]</a> M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., p. 292. Alcuni passaggi sono stati evidenziati in grassetto per la loro significatività.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref38">[38]</a> Fondo Palatucci. A.C.S..</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref39">[39]</a> Mirate a mantenere un equilibrio interno.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref40">[40]</a> Testo in: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., p. 296-299.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref41">[41]</a> Fonte: G.G. Corbanese-A. Mansutti, <em>Zona di operazioni del litorale adriatico. Udine, Gorizia, Trieste, Fiume, Pola, Lubiana. Settembre 1943-maggio 1945. I protagonisti</em>, Aviani, Udine 2009.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref42">[42]</a> Suprema autorità civile e politica di un distretto territoriale.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref43">[43]</a> Era Gauleiter della Carinzia.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref44">[44]</a> Fu un militare austriaco, di famiglia slovena trasferitasi a Trieste.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref45">[45]</a> Su questo ufficiale cfr. anche: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., p. 349.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref46">[46]</a> Indicata in seguito con la sigla R.S.I..</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref47">[47]</a> Relazione del Comando Compagnia Speciale della Gnr, in B. Gariglio (a cura di), <em>Cattolici e Resistenza nell’Italia settentrionale</em>, Il Mulino, Bologna 1997, pp.176-177.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref48">[48]</a> Testo in: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 301-302.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref49">[49]</a> Non si conoscono i motivi. Su questo punto cfr. anche: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., p.343.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref50">[50]</a> Incarico ricevuto con lettera prot. 14569/Gab. del 28 febbraio 1944 della Questura di Fiume, conservata all’Archivio Centrale dello Stato.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref51">[51]</a> Dal 1º ottobre <a title="1943" href="http://it.wikipedia.org/wiki/1943">1943</a> all’aprile <a title="1944" href="http://it.wikipedia.org/wiki/1944">1944</a>.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref52">[52]</a> Dall’aprile 1944 al 5 ottobre <a title="1944" href="http://it.wikipedia.org/wiki/1944">1944</a>.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref53">[53]</a> Su questo punto cfr. M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 333-334-340.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref54">[54]</a> Presso l’Archivio di Stato di Rijeka (Fiume) sono conservati due fascicoli personali su Marcel Frossard de Saugy (acquisiti in copia dal Prof. Pier Luigi Guiducci). Altra documentazione si trova presso il Fondo privato Giovanni Palatucci (trasmessa al Prof. Guiducci dal Curatore). Cfr. al riguardo: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 305-310.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref55">[55]</a> Imprenditori. Era figlia di Adam von Bülow Dietrik e di Anna Luise von Bülow (figlia di Gustav Schaumann).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref56">[56]</a> È un comune croato (Lovran) di 4.056 abitanti della regione litoraneo-montana.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref57">[57]</a> “Cara Signora Palatucci, sono ritornata da Laurana poco tempo fa, dove ho liquidata la nostra villa e ci ho trovato una valigia con vestiti, che erano del caro suo figlio, che li avevano portati da noi per salvarli dai tedeschi (…). Il caro suo figlio era un nostro buono e fedele amico e abbiamo rimpianto di tutto il nostro cuore la sua disparizione fra le mani dei tedeschi (…)”. La lettera è custodita nel Fondo privato Giovanni Palatucci.</p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref58">[58]</a> M. Coslovich, <em>Giovanni Palatucci, Una giusta memoria</em>, Mephite, Avellino 2008, p. 22; A. Picariello <em>“Capuozzo, accontenta questo ragazzo”. La vita di Giovanni Palatucci</em>, San Paolo, Cinisello Balsamo 2007, p. 227.</p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref59">[59]</a> http://www.annapizzuti.it/database/ricercafiume.php?page=2</p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref60">[60]</a> Su questo punto cfr.: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., p. 543 (“Testimonianza di Giovanni Perini”, pp.542-544).</p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref61">[61]</a> Su questa situazione cfr. M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 343, 345, 351.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref62">[62]</a> Cfr. anche M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 336-337, 347.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref63">[63]</a> Cfr. anche M. Bianco-A. De Simone, op. cit., p. 378.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref64">[64]</a> Le più recenti ricerche storiche hanno attribuito importanza anche all’azione del prefetto Del Cornò a Trieste (procurò documenti per favorire la fuga di ebrei in Svizzera), e a quella di Calogero Pisciotta della Questura di Trieste, finito a Dachau.</p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref65">[65]</a> Testo in: M. Bianco- A. De Simone, op. cit, p.347-348.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref66">[66]</a> Tra gli interlocutori di Palatucci ci fu il commissario Feliciano Ricciardelli, allora capo dell’ufficio politico della Regia Questura di Trieste. Ricciardelli fu poi deportato a Dachau (sopravvisse) dove incontrerà Palatucci.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref67">[67]</a> Su questo punto cfr. anche: “Lettera di Felice Palatucci all’On. Ministero dell’Interno Direzione Generale di Pubblica Sicurezza”, in M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., p. 593.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref68">[68]</a> Su questo punto c’è una quasi unanimità degli storici.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref69">[69]</a> <a title="Renzo De Felice" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Renzo_De_Felice">R. De Felice</a>, <em><a title="Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_degli_ebrei_italiani_sotto_il_fascismo">Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo</a></em>, Einaudi, Torino 1993 (4<sup>a </sup>ed.).</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref70">[70]</a> Il tenente colonnello delle <i>SS</i>, Herbert Kappler (1907-1978), nel marzo del 1944, ricoprì l’incarico di capo dell’ufficio di collegamento della polizia tedesca presso la R.S.I.. Non si occupò mai di Fiume. Non venne da lui, ma dal comando della polizia germanica nell’ambito del Litorale Adriatico, l’ordine di arresto di Palatucci.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref71">[71]</a> Non è stato ancora ritrovato il verbale dell’interrogatorio.</p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref72">[72]</a> Su questo punto cfr. anche la testimonianza di Cucciniello. In M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., p. 500.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref73">[73]</a> Cfr. M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit.,<i> </i>p. 353.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref74">[74]</a> A.C.S., Ministero dell’Interno, DPGS 1944-46, busta 101, fasc. 22, sottofasc. 32.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref75">[75]</a> In grassetto frasi significative.</p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref76">[76]</a> Il testo della lettera in: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit.,<i> </i>pp. 307-308.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref77">[77]</a> Su questo punto cfr: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit.,<i> </i>p. 531-532.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref78">[78]</a> Fonte: A. Viroli, <em>Giovanni Palatucci e la Romagna</em>, in “La Voce di Romagna”, 13 maggio 2014, p. 57.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref79">[79]</a> Ivi.</p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref80">[80]</a> A. Ercolani, <em>Da Fiume a Rijeka. Profilo storico-politico dal 1918 al 1947</em>, Rubbettino, Soveria Mannelli 2009. Cfr. in particolare pp. 312-316.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref81">[81]</a> Cfr. al riguardo: <em>European Conference of the World Jewish Congress</em>; London August 19<sup>TH</sup><b>-</b>23<sup>RD</sup>, 1945. Published by the British Section of the World Jewish Congress, October 1945. No Author. Archivi dell’Università di Southampton.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref82">[82]</a> Si diplomò in ragioneria a Padova e si iscrisse nel 1913 alla Scuola di Applicazione per Ingegneri della locale università. Su Cantoni cfr.: S.I. Minerbi, <em>Raffaele Cantoni</em>, Carucci, Roma 1978. Id., <em>Un </em><br />
ebreo fra D&#8217;Annunzio e il sionismo: Raffaele Cantoni, Bonacci Editore, Roma<br />
1992.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref83">[83]</a> La data ufficiale di nascita della DELASEM si può fissare al 1° dicembre 1939.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref84">[84]</a> Fonte: G. Fazzini, <em>Palatucci, Giovanni</em>, in “Dizionario Biografico degli Italiani”, Enciclopedia Treccani, vol. 80, Roma 2014.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref85">[85]</a> http://www.michelesarfatti.it/testi-online/4-onore-al-rabbino-deutsch/</p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref86">[86]</a> Riferimenti al “canale di Fiume” si trovano presso l’Archivio del Ministero della Difesa Italiano e presso quello inglese.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref87">[87]</a> S. Sorani, <em>L’assistenza ai profughi ebrei in Italia (1933-1941). Contributo alla storia della Delasem</em>, Carucci, Roma 1983, pp. 24-25.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref88">[88]</a> Testo del “Pro memoria per S.E. Almansi” in: S. Sorani, op. cit., pp. 237-238. Appendice 24.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref89">[89]</a> S. Sorani, op. cit., p. 96-97.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref90">[90]</a> S. Sorani, op. cit., pp. 123-125. Al riguardo, con riferimento all’invasione nazifascista della Jugoslavia, e ai tentativi per difendere gli ebrei, può essere utile leggere: <em>Shelah, Menachem. 1989. The Italian Rescue of Yugoslav Jews, 1941-1943.</em> In “The Italian Refuge: Rescue of Jews during the Holocaust, ed. Ivo Herzer et al., pp. 205-217. Washington, D.C.: Catholic University of America Press.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref91">[91]</a> “<em>Commissario all’Ufficio stranieri della Questura di Fiume, tanto operò in favore degli Ebrei e di altri perseguitati, che venne arrestato dai nazisti nel settembre 1944 e deportato in Germania. Le sevizie e le privazioni del campo di sterminio di Dachau, ne stroncarono, alla vigilia della Liberazione, la miserabile esistenza. Se al suo nome nello Stato d’Israele sono dedicate una via ed una foresta, gli Ebrei d’Italia vogliono anch’essi onorarne il ricordo”.</em></p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref92">[92]</a> In “Il movimento di liberazione in Italia”, luglio 1955, n. 37, fasc. 4, pp. 44-47.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref93">[93]</a> Le ricerche su Giovanni Palatucci iniziarono nel 1968.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref94">[94]</a> 15 W 16 Street, New York, NY 10011 Phone: 917-606-8202 E-mail: info@primolevicenter.org</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref95">[95]</a> Cfr. anche: P. Cohen, <a href="http://www.nytimes.com/2013/06/20/arts/an-italian-saint-in-the-making-or-a-collaborator-with-nazis.html?hpw"><i>Italian Praised for Saving Jews Is Now Seen as Nazi Collaborator</i></a>, “The New York Times”, 19 giugno 2013.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref96">[96]</a> Non pensione ai superstiti, ma benefici legati alla morte del <em>de cuius</em> in un lager (coercitiva di una volontà).</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref97">[97]</a> Fonte: Ministero dell’Interno, Direzione Generale della P.S., Divisione Personale, n° 333/2115-3, Roma, 30 luglio 1952.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref98">[98]</a> Su questo punto cfr. anche: A. Viroli, <em>Il ponte da Fiume verso la libertà</em>, in “La Voce di Romagna”, 3 novembre 2012, p. 31. Id., <em>Il ponte tra Fiume e la Romagna. La grande catena di solidarietà verso le famiglie ebraiche provenienti dal Carnaro</em>, in “La Voce di Romagna”, 15.11.2010, p. 37.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref99">[99]</a> A. Viroli, <em>Goti e il tradimento dei passatori. Il dramma degli ebrei fiumani che avevano tentato di andare in Svizzera</em>, in “La Voce di Romagna”, 24 gennaio 2011, p. 32. Id., <em>Hanna e la generosità di Tambini. Il tradimento dei contrabbandieri al confine svizzero</em>, in “La Voce di Romagna”, 17 gennaio 2011, p. 33.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref100">[100]</a> Cfr. anche M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 304-305.</p>
</div>
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<p><a title="" href="#_ftnref101">[101]</a> Fonte: Fondi Giorgio Perlasca, Oskar Schindler, Angelo De Fiore….</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref102">[102]</a> Fonte: <a href="http://www.google.it/url?url=http://www.nationalarchives.gov.uk/&amp;rct=j&amp;frm=1&amp;q=&amp;esrc=s&amp;sa=U&amp;ei=Uj3oVLmWHoTraOjigeAK&amp;ved=0CBcQFjAA&amp;usg=AFQjCNHyORgs6xPx1lYvx3i_5leqFCXB8g">The National Archives</a>, Londra.</p>
</div>
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<p><a title="" href="#_ftnref103">[103]</a> Testo del documento in: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., p.423.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref104">[104]</a> Fonti:<br />
-R.S.I., Ministero dell’Interno, Direzione Generale Polizia Repubblicana, prot. N. 555/647. 30/4/45. Informativa trasmessa dal Capo della Polizia alla Divisione del Personale di Polizia, Valdagno. Oggetto: Comm. Agg. PALATUCCI dr.. Giovanni;<br />
-<a href="http://www.google.it/url?url=http://www.archives.gov/&amp;rct=j&amp;frm=1&amp;q=&amp;esrc=s&amp;sa=U&amp;ei=lUHoVJjXB5bbaoahgHA&amp;ved=0CBoQFjAA&amp;usg=AFQjCNEbqsbdpGZXQ40jc1n840LFMhfaZQ">National Archives and Records Administration &#8211; NARA</a>. 700 Pennsylvania Ave NW, Washington, DC 20408, Stati Uniti +1 866-272-6272.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref105">[105]</a> Fonte: Fondo S.E. Mons. Giuseppe Maria Palatucci (aperto agli studiosi).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref106">[106]</a> A.C.S. Ministero dell’Interno DGPS, <i>Campo di concentramento di Campagna (Salerno), </i>Div. AA.GG.RR., Busta 134 Fasc. 16: e Cat. A4 bis. Busta n. 5 fasc. 36.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref107">[107]</a> L’ispettore locale del PNF era intenzionato a togliere il campo di internamento e a sostituirlo con una colonia montana della GIL. Fece pressioni su mons. Palatucci per una lettera da scrivere in merito al Capo della Polizia Senise. Il vescovo, da una parte si mostrò “ufficialmente” accondiscendente, dall’altra sapeva che il progetto non si sarebbe comunque concretizzato. Fonte: A.C.S., Ministero dell’Interno DGPS, <i>Campo di concentramento di Campagna (Salerno), </i>cit..</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref108">[108]</a> Fonte: Redazione, <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2000/12/19/piscina-alla-memoria-del-gerarca-aquilano.html"><i>Piscina alla memoria del gerarca aquilano</i></a><cite> in “</cite><a title="La Repubblica" href="http://it.wikipedia.org/wiki/La_Repubblica">La Repubblica</a><cite>”</cite><cite>, 19.12.2000, p. 20.</cite></p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref109">[109]</a> Per la Indrimi <em>“Giovanni Palatucci non rappresenta altro che l&#8217;omertà, l&#8217;arroganza e la condiscendenza di molti giovani funzionari italiani che seguirono con entusiasmo Mussolini nei suoi ultimi disastrosi passi”.</em></p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref110">[110]</a> Archivio privato Prof. Pier Luigi Guiducci. Fondo “Palatucci”. Fascicolo “Corrispondenza con la Direttrice del Centro Primo Levi di New York”. Lettere cinque. Gennaio 2015.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref111">[111]</a> www.everyonegroup.com/it/EveryOne/MainPage/Entries/2013/7/28_Giovanni_Palatucci</p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref112">[112]</a> M.L. Napolitano, <em>Giovanni Palatucci: il Giusto, i fatti, i documenti</em>. http://it.gariwo.net/pagina.php?id=8806</p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref113">[113]</a> <a href="https://carlomafera.wordpress.com/2015/01/26/il-senso-di-una-scelta-aspetti-storici-della-polizia-di-stato/">carlomafera.wordpress.com/2015/01/26/il-senso-di-una-scelta-aspetti-storici-della-polizia-di-stato/</a></p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref114">[114]</a> G. de Canino, <em>Il poliziotto che cercava le stelle</em>, Anicia, Roma 2011.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref115">[115]</a> M. Coslovich, op. cit..</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref116">[116]</a> S. Pitrelli, <em>Giovanni Palatucci: intervista allo storico Michele Sarfatti</em>, in “L’Huffington Post”, 20.6.2013. <a href="http://www.huffingtonpost.it/2013/06/20/giovanni-palatucci-intervista-sarfatti">http://www.huffingtonpost.it/2013/06/20/giovanni-palatucci-intervista-sarfatti</a></p>
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<p><a title="" href="#_ftnref117">[117]</a> A.C.S..</p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref118">[118]</a> http://www.annapizzuti.it/fiume/dbfiume.php</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref119">[119]</a> www.dentrosalerno.it/web/2014/08/15/esclusivo-raffaele-avallone-martire-delle-foibe-testimonianza/</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref120">[120]</a> <em>Due “Testimonianze” di Americo Cucciniello”</em>, in: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 495-503.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref121">[121]</a> <em>“Testimonianza” di Alberino Palumbo</em>, in: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp.532-535.</p>
<p>http://www.meetingrimini.org/detail.asp?c=1&#038;p=6&#038;id=1993&#038;key=3&#038;pfix=</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref122">[122]</a> <em>Due “Testimonianze” di Alberto Remolino</em>, in: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 504-508.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref123">[123]</a> <em>“Testimonianza di Giuseppe Veneroso”</em>, in: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 503-504. Cfr. anche: V. A. Picariello, op. cit., pp. 132-139.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref124">[124]</a> A. Picariello, op. cit., p. 133.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref125">[125]</a> Era di origine ungherese. Prima di ottenere la cittadinanza italiana il suo cognome era Granitz.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref126">[126]</a> Titolo: <em>L’opera di salvataggio del Vaticano per gli Ebrei</em>.</p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref127">[127]</a> Su “HaBoker”<i> </i>(10.8.1952), e su “Uj&#8217;Kelet”, quotidiani di Tel Aviv.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref128">[128]</a> Ordinato sacerdote all&#8217;età di 22 anni per il <a title="Patriarcato di Venezia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Patriarcato_di_Venezia">patriarcato di Venezia</a>, nel <a title="1938" href="http://it.wikipedia.org/wiki/1938">1938</a> venne consacrato <a title="Vescovo" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Vescovo">vescovo</a> di <a title="Arcidiocesi di Fiume" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Arcidiocesi_di_Fiume">Fiume</a>, allora diocesi italiana. A seguito della <a title="Esodo istriano" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Esodo_istriano">questione istriana</a> fu costretto all&#8217;esodo nel <a title="1947" href="http://it.wikipedia.org/wiki/1947">1947</a>, ultimo italiano a ricoprire la carica di vescovo della città. L&#8217;anno successivo venne nominato <a title="Arcivescovo" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Arcivescovo">arcivescovo</a> di <a title="Arcidiocesi di Pisa" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Arcidiocesi_di_Pisa">Pisa</a>.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref129">[129]</a> In grassetto sono state evidenziate frasi significative.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref130">[130]</a> Fondo S.E. Mons. Giuseppe Maria Palatucci.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref131">[131]</a> Fondo S.E. Mons. Giuseppe Maria Palatucci.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref132">[132]</a> Lettera del barone Niel Sachs di Gric, indirizzata al vescovo Palatucci, datata 25 settembre 1952. Fondo S.E. Mons. Giuseppe Maria Palatucci.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref133">[133]</a> Brano della lettera che Sasson indirizzò a Felice Palatucci, padre di Giovanni, nel 1953: <i>“</i><em>Certamente non bastano le nostre modeste parole a dirle quale sia il sentimento e quale gratitudine di tanti Ebrei che sono stati salvati per l’eroico sacrificio di suo figlio. Sulle tragedie della nostra storia di tanti anni splende il ricordo di suo figlio e della sua impareggiabile opera” (Fondo privato Giovanni Palatucci</em>).</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref134">[134]</a> P. Santarcangeli, <em>In cattività babilonese. Avventure e disavventure in tempo di guerra di un giovane giuliano ebreo e fiumano per giunta</em>, Del Bianco, Udine 1987, p. 47.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref135">[135]</a> <a href="http://cerca.unita.it/ARCHIVE/xml/115000/111709.xml?key=lettera+di+miriam&amp;first=11&amp;orderby=0">http://cerca.unita.it/ARCHIVE/xml/115000/111709.xml?key=lettera+di+miriam&amp;first=11&amp;orderby=0</a><br />
Cfr. anche: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., p. 378.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref136">[136]</a> A. Foa, <em>L’eroe disobbediente</em>, in “L’Osservatore Romano”, 4.6.2009.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref137">[137]</a> Cfr. anche: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 538-539.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref138">[138]</a> Fondo Mons. S.E. Giuseppe Maria Palatucci.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref139">[139]</a> P. Conti, <em>“Salvò i miei genitori in fuga dalle SS”. Testimonianze. Renata Conforty racconta l’azione svolta a Fiume dal funzionario di Polizia</em>, in “Corriere della Sera”, 23 giugno 2013, p. 35.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref140">[140]</a> In “La Voce di Romagna”, 15 ottobre 2013, p. 41.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref141">[141]</a> http://questure.poliziadistato.it/file/3982_4186.pdf</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref142">[142]</a> Fondo S.E. Mons. Giuseppe Maria Palatucci.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref143">[143]</a> N. Pirozzi, <em>Fantasmi del Cilento. Da Altavilla Silentina a Lenti un&#8217;inedita storia della Shoah ungherese</em>, Editrice Cento Autori, 2007.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref144">[144]</a> Di Altavilla Silentina.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref145">[145]</a> O. Mottola, <em>I paesi delle ombre</em>, Edizioni Magna Grecia, Albanella (SA) 2006.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref146">[146]</a> Il 28 luglio 1943 si costituì a Fiume un Comitato politico cittadino nelle persone di Antonio Luksich Jamini, Prospero, M. Terdich, Giraldi, Miclavio, E. Stefanich, Crismann, Prodam, Lucchesi, Bellema, Adam, A. Superina, Lenaz, Salerno. Si delinearono tre correnti politiche: l&#8217;italiana, la slavofila e l&#8217;autonomista.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref147">[147]</a> M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit, p. 289.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref148">[148]</a> Frase evidenziata in grassetto per la sua significatività.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref149">[149]</a> Id.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref150">[150]</a> Id.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref151">[151]</a> Fondo S.E. Mons. Giuseppe Maria Palatucci.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref152">[152]</a> Cfr. anche: Redazione, <em>La grande rete di monsignor Palatucci. Nuovi documenti sugli aiuti prestati dal vescovo</em> <em>agli internati ebrei e politici del campo di Campagna</em>, in “L’Osservatore Romano”, 14 marzo 2012.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref153">[153]</a> Proveniva dai ranghi del Partito Nazionale Fascista ed era già stato Console della Milizia e Federale di Partito.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref154">[154]</a> Una cifra notevole. Tra le città italiane Fiume si colloca ai primi posti di questa triste graduatoria dopo Roma, Trieste e Cuneo.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref155">[155]</a> A. Ballarini et al., <em>Il tributo fiumano all’Olocausto</em>, a cura della Società di Studi Fiumani, Spoletini, Roma 1999.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref156">[156]</a> Arminio fu Giuseppe e fu Giovanna Kohn, nato a Presburg (Bratislava) il 1°.09.1880. Capofamiglia, procuratore, vicedirettore della Società di Navigazione A.D.R.I.A. È stato anche presidente della Comunità Israelitica di Fiume dal 1936 in poi. A Fiume dal 1901. Cittadinanza italiana per concessione del 05.07.1928. Coniugato con Alice Martich fu Raimondo e fu Albina Corits, nata a Fiume il 25.11.1884, casalinga. Originariamente di religione romano-cattolica, sembra si sia convertita all’ebraismo. I coniugi Arminio ed Alice Klein evitarono la deportazione da parte dei nazisti trovando rifugio nella clandestinità. Deceduti a Fiume, sono sepolti nella tomba n. 5.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref157">[157]</a> Es. DELASEM.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref158">[158]</a> Un quadro d’insieme si trova nel volume di Michele Bianco e di Antonio De Simone Palatucci. Op. cit..</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref159">[159]</a> A. Picariello, <em>Palatucci. Eroe nascosto antinazista</em>, in “Avvenire”, 1 febbraio 2015.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref160">[160]</a> S. Sorani, op. cit., 1983, p. 124; G. Raimo, op. cit., 1992, p. 104; M. Coslovich M., Giovanni Palatucci, <em>Una giusta memoria</em>, Mephite, Avellino 2008, p. 17; Polizia di Stato, <em>Giovanni Palatucci. Il poliziotto che salvò migliaia di ebrei</em>, Larus Robuffo, Roma 2002, p. 83.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref161">[161]</a> Cfr. al riguardo G. Fano, <em>Relazione sull’attività svolta dal Comitato Italiano di Assistenza agli Emigranti Ebrei, di Trieste, durante il periodo 1938-1943</em>, in “La Rassegna Mensile di Israel”, terza serie, vol. 31, n. 10/11, ottobre-novembre 1965, pp. 492-530.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref162">[162]</a> A. Picariello, <em>Palatucci, eroe nascosto antinazista</em>, in “La Stampa”, 1 febbraio 2015.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref163">[163]</a> S. Sorani, op. cit., p. 124.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref164">[164]</a> Ciò dovrebbe comportare la rimessa in posizione di alcune targhe rimosse a New York e a Dachau.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref165">[165]</a> “Relazione sulla situazione della provincia di Fiume”. Testo in: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 335-345.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref166">[166]</a> “Relazione sulla situazione della provincia di Fiume”. Testo pubblicato in M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 346-353.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref167">[167]</a> “Situazione della Questura di Fiume”. Testo pubblicato in M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 331-334.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref168">[168]</a> Cfr. anche: M. Bianco-A. De Simone Palatucci, op. cit., pp. 344-345.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref169">[169]</a> A. Picariello, <em>Palatucci più che Giusto</em>, in “Avvenire”, 1 giugno 2013.</p>
</div>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Archivi consultati</span></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Archivio Biblioteca “Fra Landolfo Caracciolo”, San Lorenzo Maggiore. Napoli. S.E. Mons. Giuseppe Maria Palatucci.<br />
Archivio Centrale dello Stato, <em>Ministero dell’Interno, Direzione Generale Pubblica Sicurezza</em>, 1963, b. 20bis (fascicolo personale di Giovanni Palatucci). Roma.<br />
Archivio Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea. Milano. Ebrei a Fiume. Flussi delle fughe ebraiche. Settimio Sorani.<br />
Archivio Centro di Ricerche Storiche Rovigno. Flussi profughi.<br />
Archivio Confederazione Svizzera, Servizio storico DFAE. Bern. Marcel Frossard de Saugy.<br />
Archivio dell’Università di Southampton. British Section of the World Jewish Congress.<br />
Archivio <a href="http://www.google.it/url?url=http://www.dhi-roma.it/&amp;rct=j&amp;frm=1&amp;q=&amp;esrc=s&amp;sa=U&amp;ei=mrz8VJy-Isfiao60gKAP&amp;ved=0CBgQFjAA&amp;usg=AFQjCNFI0BrIcCwySW4gAhJNP52p6hlxaQ"><span style="color: #000000;">Deutsches Historisches Institut. Roma. </span></a><br />
Archivio di Stato di Fiume (Rijeka). Questura. Dr. Giovanni Palatucci. Marcel Frossard de Saugy.<br />
Archivio di Yad Vashem. Gerusalemme. Dr. Giovanni Palatucci.<br />
Archivio Militare di Belgrado. Dr. Giovanni Palatucci.<br />
Archivio Museo Storico di Fiume. Conferenza Episcopale della Regione Triveneta. <i>Notificazione</i>, Fiume 1944, Stab. Tip. La Vedetta d’Italia.<br />
Archivio Postulazione. Curia Generalizia Compagnia di Gesù. Roma. Servo di Dio Giovanni Palatucci.<br />
Archivio privato “Dott. Giovanni Palatucci”. Curatore Avv. Comm. Antonio De Simone Palatucci. Montella.<br />
Archivio privato Prof. Pier Luigi Guiducci (Roma). Corrispondenze varie. Documenti in copia italiani, svizzeri, tedeschi, croati.<br />
Archivio privato Dott. Aldo Viroli (Rimini). Fughe ebrei perseguitati e protezioni.<br />
Archivio Segreto Vaticano. S.E. Mons. Giuseppe Maria Palatucci.<br />
Archivio Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Roma. Raffaele Cantoni. Settimio Sorani. Fughe ebrei perseguitati.<br />
Archivio World Jewish Congress (Bruxelles). Raffaele Cantoni.<br />
Deutsches Bundesarchiv (BArch).<br />
<a href="http://www.google.it/url?url=http://www.archives.gov/&amp;rct=j&amp;frm=1&amp;q=&amp;esrc=s&amp;sa=U&amp;ei=lUHoVJjXB5bbaoahgHA&amp;ved=0CBoQFjAA&amp;usg=AFQjCNEbqsbdpGZXQ40jc1n840LFMhfaZQ"><span style="color: #000000;">National Archives and Records Administration &#8211; NARA</span></a>. Washington, U.S.A.. Esercito statunitense. IIa guerra mondiale. 1939-1945. Informazioni di intelligence.<br />
<a href="http://www.google.it/url?url=http://www.nationalarchives.gov.uk/&amp;rct=j&amp;frm=1&amp;q=&amp;esrc=s&amp;sa=U&amp;ei=Uj3oVLmWHoTraOjigeAK&amp;ved=0CBcQFjAA&amp;usg=AFQjCNHyORgs6xPx1lYvx3i_5leqFCXB8g"><span style="color: #000000;">The National Archives</span></a>, Londra. Esercito inglese. IIa guerra mondiale.1939-1945. Informazioni di intelligence.</span></p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Bibliografia</span></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">AA.VV., <em>Dictionnaire historique et biographique de la Suisse (DHBS), 1917-1928</em>. Voce “Frossard De Saugy (famille, originaire de Moudon et Geneve)”. Vol. 25.<br />
Ballarini A.-Sobolevski M., <cite></cite><em><a href="http://www.archivi.beniculturali.it/dga/uploads/documents/Sussidi/Sussidi_12.pdf"><span style="color: #000000;">Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947)</span></a></em><cite>, </cite></span>Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Direzione generale per gli archivi, Roma 2002, pp. 199-209.<br />
<span style="color: #000000;">Bon S., <em>I “diversi”: la persecuzione antiebraica, in Friuli e Venezia Giulia. Storia del ‘900</em>, Istituto Regionale per la storia del Movimento di Liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 1997.<br />
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Ercolani A., <em>Da Fiume a Rijeka. Profilo storico-politico dal 1918 al 1947</em>, Rubbettino, Soveria Mannelli 2009.<br />
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<span style="color: #000000;">Giuricin L., <em>Il Settembre &#8217;43 in Istria e a Fiume</em>, in “Quaderni”, Centro di Ricerche Storiche Rovigno, vol. 11, 1997.<br />
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<a title="Boris Gombač" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Boris_Gomba%C4%8D"><span style="color: #000000;">Gombač</span></a> B., <em>Atlante storico dell&#8217;Adriatico orientale</em>, Bandecchi &amp; Vivaldi Editori, Pontedera 2007.<br />
Grasselli A, <em>Azioni di salvataggio, salvatori e salvati. Il soccorso agli ebrei in Italia durante la Seconda guerra mondiale (1943-45)</em>, in “Res Publica”, n. 8, 2014, Rubbettino (Soveria Mannelli).<br />
Lipschitz Heimler M., <em>Una storia ebraica</em>, Giuntina, Firenze 2001.<br />
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Menachem<b> </b>S., <em>1989. The Italian Rescue of Yugoslav Jews, 1941-1943, </em>in “The Italian Refuge: Rescue<b> </b>of the Jews during the Holocaust”, Edited by Ivo </span><span style="color: #000000;">Herzer, Washington, DC: The Catholic University of America Press, 1989.<br />
Morgani T., <em>Ebrei di Fiume e di Abbazia (1441-1945)</em>, Carucci, Roma 1979.<br />
Paini R., <em>I sentieri della speranza. Profughi ebrei, Italia fascista e la Delasem</em>, Xenia, Milano 1988.<br />
Picariello A., <em>“Capuozzo, accontenta questo ragazzo”. La vita di Giovanni Palatucci</em>, San Paolo, Cinisello Balsamo 2007.<br />
Id., <em>Palatucci. Eroe nascosto antinazista</em>, in “Avvenire”, 1 febbraio 2015.<br />
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<p style="text-align: center;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><b> </b></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Siti Internet</span></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.anpi.it/donne-e-uomini/giovanni-palatucci/"><span style="color: #000000;">http://www.anpi.it/donne-e-uomini/giovanni-palatucci/</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.corriereirpinia.it/printart.php?art_id=30252"><span style="color: #000000;">http://www.corriereirpinia.it/printart.php?art_id=30252</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.yadvashem.org/?WT.mc_id=wiki"><span style="color: #000000;">http://www.yadvashem.org/?WT.mc_id=wiki</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.annapizzuti.it/fiume/dbfiume.php"><span style="color: #000000;">http://www.annapizzuti.it/fiume/dbfiume.php</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.annapizzuti.it/gruppi/ja.php"><span style="color: #000000;">http://www.annapizzuti.it/gruppi/ja.php</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">http://www.balcanicaucaso.org/</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.fiume-rijeka.it/museo/museo.html"><span style="color: #000000;">http://www.fiume-rijeka.it/museo/museo.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">http://fiume-abbazia-1915-1945.com/?page_id=234</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://acs.beniculturali.it/"><span style="color: #000000;">http://acs.beniculturali.it/</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.cdec.it/"><span style="color: #000000;">http://www.cdec.it/</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.olokaustos.org/geo/ungheria/"><span style="color: #000000;">http://www.olokaustos.org/geo/ungheria/</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.rigocamerano.it/sfstoria8.htm"><span style="color: #000000;">http://www.rigocamerano.it/sfstoria8.htm</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">http://www.crsrv.org/it/il_centro.php</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://ricerca.gelocal.it/ilpiccolo/archivio/ilpiccolo/2013/06/24/NZ_24_01.html"><span style="color: #000000;">http://ricerca.gelocal.it/ilpiccolo/archivio/ilpiccolo/2013/06/24/NZ_24_01.html</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.archivi.beniculturali.it/dga/uploads/documents/Sussidi/Sussidi_12.pdf"><span style="color: #000000;">http://www.archivi.beniculturali.it/dga/uploads/documents/Sussidi/Sussidi_12.pdf</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://it.gariwo.net/pagina.php?id=8970"><span style="color: #000000;">http://it.gariwo.net/pagina.php?id=8970</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://arhinet.arhiv.hr/_Pages/PdfFile.aspx?Id=2907"><span style="color: #000000;">http://arhinet.arhiv.hr/_Pages/PdfFile.aspx?Id=2907</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://fiume-abbazia-1915-1945.com/?page_id=494"><span style="color: #000000;">http://fiume-abbazia-1915-1945.com/?page_id=494</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="https://carlomafera.wordpress.com/2015/01/26/il-senso-di-una-scelta-aspetti-storici-della-polizia-di-stato/"><span style="color: #000000;">https://carlomafera.wordpress.com/2015/01/26/il-senso-di-una-scelta-aspetti-storici-della-polizia-di-stato/</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.foe.it/Resource/SaggioAntoniaGrasselli_Respublica.pdf"><span style="color: #000000;">http://www.foe.it/Resource/SaggioAntoniaGrasselli_Respublica.pdf</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.cdec.it/Fondo_kalk/mostra_fascicoli.asp?id_struttura=7&amp;indice=6"><span style="color: #000000;">http://www.cdec.it/Fondo_kalk/mostra_fascicoli.asp?id_struttura=7&amp;indice=6</span></a></span></p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Contributi</span></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Il dossier contiene i risultati del lavoro della Commissione di Studio inerente la figura e l’operato dell’ex reggente della Questura di Fiume Dr. Giovanni Palatucci (1909-1945), costituitasi a Roma nel 2010. Gli apporti sono stati forniti da: Yad Vashem (<i>Giovanni Palatucci e le operazioni a tutela degli ebrei perseguitati</i>); Vice Console Sergio Fabiano, Consolato Generale di Svizzera (<i>Consolato Svizzero a</i> <i>Trieste</i>); Prof. Pier Luigi Guiducci (<i>R.S.I., Terzo Reich,</i> <i>contributi storici e documenti su Palatucci</i>); Sig.a Isabella Nespoli, del World Jewish Congress (<i>Raffaele Cantoni e Giovanni Palatucci</i>); Prefettura di Trieste (<i>vicende della Prefettura nel 1943-1944</i>); dott. Aldo Viroli (<i>ebrei perseguitati</i>, <i>la rete delle</i> <i>fughe</i>).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><i> </i></span></p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Ringraziamenti</span></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Dott. Thomas Hofmann, Leiter der Historischen Bibliothek, DHI (Roma). Dott. Laurence Weinbaum, Yad Vashem (Gerusalemme). Dott. Marino Micich, Società Studi Fiumani (Roma). Avv. Comm. Antonio De Simone Palatucci (Montella). Signor Michele Aiello, Presidente Comitato Palatucci (Campagna). Državni arhiv u Rijeci, Park Nikole Hosta 2, HR-51000 Rijeka, Hrvatska (Croazia). Dott. Silvano Zilli. Dott. Wolf Murmelstein. Prof. Matteo Luigi Napolitano (Roma). Prof.ssa Anna Foa (Roma). Dott.ssa Laura Marra (Roma; work in progress). Dott.ssa Caterina Abbati, Confederazione Svizzera, Servizio storico DFAE (Bernastrasse 28, 3003 Bern). Dott.ssa Giulia Piperno, Museo della Shoah (Roma).</span></p>
<div></div>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.storiain.net/storia/giovanni-palatucci-il-commissario-che-salvo-veramente-gli-ebrei/feed/</wfw:commentRss>
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		</item>
		<item>
		<title>L’OLOCAUSTO HERERO E NAMA NELL’AFRICA TEDESCA</title>
		<link>https://www.storiain.net/storia/lolocausto-herero-e-nama-nellafrica-tedesca/</link>
		<comments>https://www.storiain.net/storia/lolocausto-herero-e-nama-nellafrica-tedesca/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 01 Jun 2014 13:59:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Africa tedesca]]></category>
		<category><![CDATA[Colonialismo]]></category>
		<category><![CDATA[Genocidio]]></category>
		<category><![CDATA[Olocausto]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.storiain.net/storia/?p=1528</guid>
		<description><![CDATA[di Renzo Paternoster - La storia dell’Africa tedesca del Sud-Ovest è scritta col sangue, intessuta di razzismo e di sete di potere. Tra il 1884 e il 1908 la colonia tedesca fu il laboratorio per la creazione di campi di concentramento e la sperimentazione delle prime forme di eliminazionismo di &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Renzo Paternoster -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>La storia dell’Africa tedesca del Sud-Ovest è scritta col sangue, intessuta di razzismo e di sete di potere. Tra il 1884 e il 1908 la colonia tedesca fu il laboratorio per la creazione di campi di concentramento e la sperimentazione delle prime forme di eliminazionismo di massa.</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Il colonialismo non è stato solo espansione e dominazione economica e militare, ma anche biopotere, razzismo violento ed etnocentrismo culturale, che ha prodotto massacri in grande stile.<br />
La dichiarata superiorità degli europei sui popoli americani, africani e asiatici è la <em>justa causa</em> delle potenze coloniali per sottomettere militarmente e senza scrupoli intere comunità locali, appropriandosi delle loro terre, giudicate res nullius, per qualificarle geograficamente e giuridicamente.<br />
Tutti gli Stati europei parteciparono all’occupazione e allo sfruttamento territoriale realizzati con la forza a danno di popoli ritenuti arretrati o selvaggi. La Germania si aggiunse per ultima alle altre potenze colonialiste europee, lanciandosi in un’intensa campagna coloniale nel cuore dell’Africa.<br />
L’impero tedesco si inserisce nel colonialismo del continente nero soprattutto per motivi politici piuttosto che squisitamente economici: il cancelliere Bismarck voleva contrastare l’espansionismo francese e inglese, oltre a voler scaricare le tensioni politiche interne su territori periferici. La decisione di “allargare” l’impero tedesco fu presa anche su pressioni della Lega pangermanista, che si fece attiva propagandista della superiorità razziale dei tedeschi e del loro diritto di dominio sui popoli “inferiori”. Solo in un secondo momento l’espansione coloniale tedesca fu legata all’ambizione di grandezza e a ragioni economiche.<br />
Il ritardo con cui la Germania intraprese la sua politica coloniale non lasciò molte possibilità: il Secondo Impero dovette accontentarsi di stabilire il dominio su quelle poche terre ancora non “occupate” dai cosiddetti popoli civili.</p>
<div id="attachment_1537" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/05/La-spartizione-dellAfrica-dopo-la-Conferenza-di-Berlino-1885.jpg"><img class=" wp-image-1537  " alt="La spartizione dell'Africa dopo la conferenza di Berlino" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/05/La-spartizione-dellAfrica-dopo-la-Conferenza-di-Berlino-1885.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>La spartizione dell&#8217;Africa dopo la conferenza di Berlino</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alla Conferenza di Berlino</strong> (15 novembre 1884-23 febbraio 1885) si decise il futuro del continente africano. Gran Bretagna, Francia, Portogallo, Paesi Bassi, Belgio, Spagna, Germania e Stati Uniti, con la presenza come osservatori di Austria-Ungheria, Svezia, Danimarca, Italia, Impero Ottomano e Russia, si spartirono le terre africane.<br />
La Germania dovette accontentarsi del Camerun, del Togo, dell’Africa Orientale Tedesca (corrispondente agli Stati di Burundi, Ruanda e Tanzania, escluso l’arcipelago di Zanzibar già possedimento britannico) e dell’Africa Tedesca del Sud-Ovest (un’area corrispondente a gran parte della Namibia moderna, eccetto l’enclave britannica di Walvis Bay e le isole dei Pinguini).<br />
La distribuzione dei territori africani fu fatta sulla base di una spietata violenza ideologica e geografica, che non tenne minimamente conto delle caratteristiche storiche, antropologiche e culturali dei popoli che vi abitavano. Così l’espansione coloniale europea produsse sulle popolazioni locali effetti devastanti, visibili ancora oggi: smembramento di intere comunità etniche, espropriazione di terre e di bestiame d’allevamento, schiavitù, povertà.<br />
Ai nuovi “padroni”, comunque, non interessava annichilire le popolazioni locali, che dovevano servire come manovalanza per sfruttare le risorse locali. Le uccisioni avevano lo solo scopo di punire e scoraggiare ribellioni. Tuttavia, di fronte alla resistenza irriducibile di alcuni gruppi etnici, il ricorso allo sterminio di massa divenne l’unica “medicina” per salvaguardare gli interessi dei colonizzatori. Fu questo il caso degli Herero e dei Nama nell’Africa tedesca del Sud-Ovest.</p>
<div id="attachment_1532" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/05/Hendrik-Witbooi.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-1532" alt="Hendrik Witbooi" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/05/Hendrik-Witbooi-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Hendrik Witbooi</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il gruppo etnico dei Nama o Namaqua</strong> (che vuol dire “popolo Nama”) costituisce un sottoinsieme del più ampio gruppo etnolinguistica sudafricano dei Khoikhoi (conosciuto anche con il nome di Ottentotti, termine che deriva dall’olandese “balbuziente”, per il caratteristica suono della loro lingua). Originariamente i Nama, uno dei più antichi gruppi indigeni della Namibia, vivevano intorno al fiume Orange, con uno stile di vita principalmente pastorale e seminomade, praticando una politica della proprietà della terra in comune.<br />
Uno dei più celebrati eroi di questo gruppo etnico è stato Hendrik Witbooi (ca. 1830-1905), capo Nama nella lotta di liberazione dalla colonizzazione tedesca. Conosciuto come “Nanseb Gaib | Gâbemab”, ossia “il capitano che scompare nell’erba”, in riferimento alla sua tattica militare per combattere gli occupanti tedeschi, fu ucciso in battaglia il 29 ottobre 1905 nei pressi di Vaalgras, vicino Koichas.</p>
<div id="attachment_1536" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/05/Il-monumento-Heroes-Acre-ai-martiri-della-Namibia.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-1536" alt="Il monumento Heroes' Acre ai martiri della Namibia" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/05/Il-monumento-Heroes-Acre-ai-martiri-della-Namibia-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Il monumento Heroes&#8217; Acre ai martiri della Namibia</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Samuel Daniel Shafiishuna Nujoma,</strong> primo presidente della Namibia indipendente (1990-2005) lo ha ricordato il 26 agosto 2002 durante la cerimonia di inaugurazione del maestoso monumento “Heroes&#8217; Acre”, situato a dieci chilometri dalla capitale Windhoek, dedicato agli eroi martiri della Namibia: «Il capitano Hendrik Witbooi è stato il primo leader africano che ha preso le armi contro gli imperialisti tedeschi e gli occupanti stranieri in difesa della nostra terra e integrità territoriale. Noi, la nuova generazione di <em>Land of the Brave</em> [“patria dei coraggiosi&#8221;; <em>Namibia, Land of the Brave</em> è l’inno nazionale namibiano, <em>n.d.a</em>], siamo ispirati dall’azione rivoluzionaria del capitano Hendrik Witbooi, morto in combattimento contro gli imperialisti tedeschi che hanno colonizzato e oppresso il nostro popolo. Per il suo spirito rivoluzionario e la sua memoria visionaria umilmente offriamo il nostro onore e rispetto».<br />
Un altro grande gruppo etnico della regione è quello degli Herero. Gli Herero costituiscono il ramo occidentale della più ampia famiglia etno-linguistica Bantu. Giungono in Namibia intorno alla metà del XVI secolo, provenendo dall’Africa centrale. Un tempo tribù potente e bellicosa, gli Herero avevano un’economia basata quasi esclusivamente sull’allevamento bovino. La necessità di assicurarsi le terre da pascolo portò questo gruppo etnico a conflitti tribali prima con gli Ovambo (a ovest) che li scacciarono e poi con i Nama che li decimarono.<br />
All’arrivo dei coloni tedeschi, Herero e Nama misero da parte le antiche rivalità e si associarono nella lotta contro l’invasore bianco.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ancor prima della Conferenza di Berlino,</strong> il 24 aprile 1884, il cancelliere tedesco Bismarck dichiarò colonia tedesca un’area corrispondente a gran parte della Namibia moderna, eccetto la strategica zona di Walvis Bay, sotto influenza britannica, e le isole del Guano (o isole dei Pinguini). Il 7 agosto 1884 fu issata la bandiera tedesca sul nuovo possedimento, che fu chiamato Deutsch-Südwestafrika (Africa tedesca del Sud-Ovest).<br />
Nell’aprile dell’anno dopo fu fondata la Deutsche Kolonialgesellschaft für Südwest-Afrika. Nel maggio dello stesso anno Ernst Heinrich Göring (padre del futuro delfino di Hitler, Hermann) fu nominato Commissario e stabilì il suo governo a Otjimbingwe (dalla lingua herero Otjiherero, ossia “luogo rinfrescante”, riferendosi alla sorgente naturale presente).<br />
La Deutsch-Südwestafrika fu l’unica colonia dove i tedeschi si stabilirono in gran numero, di conseguenza gli espropri di terre e animali alla popolazione locale fu totale.<br />
Partendo dalla considerazione che i popoli indigeni africani erano considerati come sotto-uomini, per cui tutto si poteva nei loro confronti, il regime coloniale nell’Africa tedesca del Sud-Ovest fu vorace e violentemente razzista: oltre alle già riferite confische di terra e bestiame, furono praticate continue umiliazioni agli indigeni e alle loro tradizioni, lavori forzati, violenze sulle donne.</p>
<div id="attachment_1538" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/05/Prigionieri-Herero-in-un-campo-di-concetramento.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-1538" alt="Prigionieri Herero in un campo di concetramento" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/05/Prigionieri-Herero-in-un-campo-di-concetramento-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Prigionieri Herero in un campo di concetramento</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Così descriveva nel 1831, durante le sue lezioni universitarie di filosofia della storia,</strong> la natura dei “negri africani” Georg Wilhelm Friedrich Hegel, il filosofo dell’idealismo tedesco: «Nell’Africa vera e propria (l’Africa subsahariana) è la sensibilità il punto a cui l’uomo resta fermo: l’assoluta incapacità di evolversi. Egli manifesta fisicamente una grande forza muscolare, che lo rende atto a sostenere il lavoro, e bonarietà d’animo, ma accanto ad essa anche una ferocissima insensibilità. [...] L’Africa, per tutto il tempo a cui possiamo storicamente risalire, è rimasta chiusa al resto del mondo. È il paese dell’oro, che resta concentrato in sé: il paese infantile, avviluppato nel nero colore della notte al di là del giorno della storia consapevole di sé. [...] Gli Europei non hanno quindi acquistato che poca conoscenza dell’interno dell’Africa; per contro, qualche volta ne sono usciti fuori popoli che si sono dimostrati così barbari e selvaggi, da escludere ogni possibilità di annodar relazioni con essi. [...] In questa parte principale dell’Africa non può aver luogo storia vera e propria. Sono accidentalità, sorprese, che si susseguono. Non vi è un fine, uno stato, a cui si possa mirare: non vi è una soggettività, ma solo una serie di soggetti che si distruggono. [...] Caratteristico dei negri è infatti proprio che la loro coscienza non è giunta alla contemplazione di una qualsiasi salda oggettività − come ad esempio Dio, legge − a cui possa aderire la volontà dell’uomo e in cui egli possa giungere all’intuizione della propria essenza. [...] Il negro rappresenta l’uomo nella sua totale barbarie e sfrenatezza: per comprenderlo, dobbiamo abbandonare tutte le nostre intuizioni europee. Nel suo carattere non si può trovar nulla che abbia il tono dell’umano. Appunto per ciò non ci possiamo immedesimare davvero, col sentimento, nella sua natura, come non possiamo immedesimarci in quella di un cane. [...] Simile assoluta svalutazione dell’uomo spiega come la schiavitù costituisca in Africa il rapporto basilare del diritto. L’unico rapporto essenziale che i negri hanno avuto, ed hanno, con gli Europei è quello della schiavitù. I negri non vedono in essa nulla che sia sconveniente. In questo senso la schiavitù ha contribuito a risvegliare un maggior senso di umanità presso i negri. [...] La schiavitù è ingiustizia in sé e per sé, perché l’essenza dell’uomo è la libertà: ma per giungere a questa egli deve prima acquistare la maturità necessaria. [...] Da tutti questi tratti risulta che ciò che caratterizza l’indole dei negri è la sfrenatezza. Questa loro condizione non è suscettibile di alcun sviluppo o educazione» [G. W. F. Hegel, <em>Lezioni sulla filosofia della storia</em>, trad. it. La Nuova Italia, Firenze, 1963, pp. 236-244].<br />
Il razzismo tedesco si manifestò dunque in tutta la sua drammatica violenza fisica e morale, distruggendo le basi economiche, culturali, spirituali e politiche dei popoli indigeni. Ai Nama e agli Herero rimaneva l’alternativa di soccombere lentamente o ribellarsi. Alcuni passarono al servizio dei nuovi proprietari delle loro terre e del loro bestiame, altri scelsero la seconda opzione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La prima rivolta contro i coloni tedeschi</strong> ebbe luogo fra il 1893 e il 1894: a insorgere furono i Nama, guidati dal capo Hendrik Witbooi. I guerrieri ottentotti si dimostrarono molto resistenti, soprattutto perché adottarono la tattica della guerriglia su un territorio che conoscevano bene.<br />
Mentre i soldati tedeschi cercavano di domare la rivolta, nel 1903 il governatore Leutwein decise la creazione di riserve per gli Herero, con l’intenzione di tenere sotto controllo la tribù, ormai priva di terre e, quindi, pronta a ribellarsi.<br />
Per domare l’insurrezione della tribù dei Bondei, nel frattempo scoppiata in prossimità del fiume Orange, e per tenere sotto controllo gli ultimi rivoltosi Nama, il governatore Theodor Leutwein dovette concentrare le scarse forze militari della colonia nel centro-sud del possedimento. Gli Herero ne approfittarono e il 14 gennaio 1904, guidati dal capo Samuel Maherero, iniziarono un’insurrezione armata trucidando il piccolo presidio di Waterberg. Guidati dal loro capo Samuel Maherero, gli Herero sterminarono centoventitrè tra soldati e coloni, risparmiando donne, bambini, missionari e coloni britannici.<br />
Ad accendere il fuoco della rivolta Herero fu la conquista tedesca di Okahandja, luogo di sepoltura del “vecchio Herero”, con l’abbattimento degli “alberi sacri” e la trasformazione del cimitero in fattoria per coloni.<br />
Dopo aver assaltato e sterminato il presidio militare di Waterberg, i rivoltosi sabotarono la linea ferroviaria d’interesse strategico che le autorità coloniali avevano fatto costruire tra Windhoek e il porto di Swakopmund. Poiché le comunicazioni fra la colonia e la madre patria furono provvisoriamente interrotte, per alcuni mesi Samuel Maharero assunse il controllo <em>de facto</em> di vaste regioni centrosettentrionali.</p>
<div id="attachment_1533" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/05/Esecuzione-di-ribelli-Herero.jpg"><img class=" wp-image-1533 " alt="Esecuzione di ribelli Herero" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/05/Esecuzione-di-ribelli-Herero.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Esecuzione di ribelli Herero</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella lotta contro l’invasore tedesco,</strong> perfino la tradizionale ostilità fra gli Herero e i Nama venne meno e i due popoli si coalizzarono contro l’intollerabile dominazione bianca. Tuttavia l’intervento dei Nama arrivò in ritardo, quando ormai dalla Germania erano arrivati i rinforzi.<br />
Infatti tra l’11 giugno e il 20 luglio arrivarono nella colonia ventimila soldati, armati di artiglieria da campagna. Al comando delle <em>Schutztruppe</em> fu posto il generale di fanteria Lothar von Trotha. Famoso per il suo “pugno di ferro” nelle attività repressive, con von Trotha la politica militare tedesca nell’Africa tedesca del Sud-Ovest cambiò corso, diventando una <em>Vernichtungspolitik</em>, una politica di annientamento.<br />
Appena giunto nella colonia, von Trotha scrisse ai superiori esternando le sue intenzioni: «Ritengo preferibile che la nazione herero perisca piuttosto che infetti i nostri soldati e inquini la nostra acqua e il nostro cibo». [Cit. in M. Cattaruzza, <em>Storia della Shoah. La crisi dell’Europa, lo sterminio degli ebrei e la memoria del XX secolo</em>, Vol. 1, Utet, Torino 2005, p. 144]. E così fu.<br />
In un proclama pubblico del 2 ottobre 1904, von Trotha fece conoscere agli indigeni i suoi propositi: «Io, generale delle truppe tedesche, indirizzo questa lettera al popolo herero. D’ora in poi gli herero non sono più sudditi tedeschi. Hanno ucciso, rubato […] Tutti gli herero devono lasciare il Paese. Qualsiasi herero scoperto all’interno del territorio tedesco, armato oppure no, con oppure senza bestiame, sarà ucciso. Non sarà tollerata neppure la presenza di donne o bambini che dovranno raggiungere gli altri membri della loro tribù [ossia morire di sete nel deserto] altrimenti saranno fucilati». [Cit. da Zimmerer J., <em>Colonialism and Nazy Genocide: towards an Archeology of Genocid</em>e, in A.D. Moses, a cura di, <em>Genocide and Settler Society</em>, Berghahn Books, New York 2004, p. 65].<br />
Il piano di von Trotha fu quello di fare terra bruciata, con la demolizione sistematica dei villaggi, l’avvelenamento dei pozzi, la distruzione dei raccolti e di ogni altra fonte di sostentamento, per accerchiare definitivamente i rivoltosi e sterminarli. Ai prigionieri fu riservata l’impiccagione di massa.<br />
La grande battaglia ebbe luogo l’11 agosto 1904, a Waterberge, e fu lo scontro decisivo nella campagna di repressione degli Herero. Decisivo non dal punto di vista militare, perché i rivoltosi riuscirono a far fallire il piano tedesco. Infatti, pur subendo perdite pesantissime, gli Herero riuscirono ad aprirsi un varco verso il deserto dell’Omaheke. Nonostante la fuga, i tedeschi si lanciarono all’inseguimento sparando alle spalle. Molti perirono nel deserto, pochi raggiunsero il Bechuanaland britannico (l’odierno Botswana), tra cui Samuel Maharero. La campagna militare tedesca contro gli Herero provocò la morte dell’ottanta per cento del totale della tribù.<br />
Gli Herero che erano riusciti a nascondersi, si unirono nella lotta nel frattempo iniziata dai Nama.</p>
<div id="attachment_1534" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/05/Il-campo-di-Lüderitzbucht.jpg"><img class=" wp-image-1534 " alt="Il campo di Lüderitzbucht" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/05/Il-campo-di-Lüderitzbucht.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Il campo di Lüderitzbucht</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1905, dopo che le terribili notizie sul trattamento</strong> riservato ai rivoltosi giunsero in patria, provocando il disappunto dell’opinione pubblica, e dopo accesi dibattiti nel Parlamento tedesco, l’ordine di annientamento fu revocato.<br />
Alla fine della guerra il bilancio fu drammatico. Contro gli Herero furono combattute 88 battaglie, contro le 2.348 di quelle contro i Nama. Von Trotha dichiarò che 65.000 Herero erano uccisi. 2.348 i soldati della colonia tedesca morti in queste battaglie.<br />
Allo sterminio sistematico seguì la prigionia: gli Herero e i Nama non dovevano essere più sterminati ma imprigionati e obbligati ai lavori forzati. Imitando gli spagnoli e i britannici &#8211; che per primi ne avevano fatto uso rispettivamente nelle guerre a Cuba e contro i boeri &#8211; furono realizzati campi di concentramento in cui ammassare gli ultimi Herero e Nama per obbligarli al lavoro forzato.<br />
Ovviamente il razzismo e lo spirito di vendetta si manifestarono in un trattamento inumano dei prigionieri (malnutrizione, freddo, lavoro pesante, stupri e violenze fisiche), determinando un altissimo tasso di mortalità.<br />
Ancor più inquietante fu l’utilizzo dei prigionieri come cavie per fini di sedicente ricerca medica. Due studiosi di genetica dell’epoca, Theodor Mollison ed Eugen Fischer, condussero nei campi degli esperimenti sui meticci e sui gemelli per corroborare le loro tesi sulla superiorità della razza tedesca (ritornato in patria, Fischer insegnò nelle università tedesche, diventando rettore di quella di Berlino durante il nazismo. Tra i suoi allievi avrà Mengele, che ad Auschwitz proseguirà i suoi esperimenti di eugenetica sui gemelli internati). Molti teschi furono spediti in Germania per continuare gli studi di eugenetica.<br />
Il più famigerato campo di concentramento delle colonie tedesche fu il <em>Konzentrationslager auf der Haifischinsel vor Lüderitzbucht</em> nell’isola di Shark, dove si registrò un tasso di mortalità del settanta per cento. Per il clima inospitale (freddo), la malnutrizione, il lavoro durissimo, le violenze fisiche e gli stupri, il campo fu rinominato dai coloni tedeschi <em>Todesinsel</em>, “isola della morte”.<br />
Il colonnello Ludwig Von Estorff, dopo aver visitato il campo di Lüderitzbucht e altri campi, in un telegramma inviato al suo Comando il 10 aprile 1907 ne sollecitò la chiusura. Così giustificò la sua richiesta: «Non posso incaricare i miei ufficiali di questi servizi da carnefice, né posso assumermene la responsabilità» [Cit. da I. Hull, <em>Cultura militare e «soluzioni finali» nelle colonie: l’esempio della Germania guglielmina</em>, in R. Gellately, B. Kierman, a cura di, <em>Lo spettro del genocidio</em>, Milano, Longanesi &amp; C., 2006, p. 147].<br />
Ufficialmente, i lavori forzati terminarono il 1° aprile 1908 quando agli Herero e ai Nama fu revocato lo status di prigionieri di guerra, ma in realtà il loro impiego forzato nei progetti coloniali continuò anche oltre tale data.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 2004, in occasione del centenario della guerra,</strong> il governo tedesco ammise le colpe della Germania per i crimini contro l’umanità commessi nella Deutsch-Südwestafrika. Ma ai discendenti degli Herero non è bastato. Per questo hanno chiesto a Berlino quattro miliardi di dollari di risarcimento per il lavoro compiuto dai loro discendenti. A parte la richiesta economica, è stata reclamata anche la restituzione di quarantasette teschi di Herero, ancora conservati nelle università e centri medici tedeschi.<br />
Già nel 2001 l’allora capo Herero Kuaima Riruako presentò a una corte americana la richiesta di due miliardi di dollari contro il governo federale tedesco e la Deutsche Bank, che finanziò l’impresa coloniale.<br />
Il 26 Ottobre 2007 il Parlamento namibiano ha approvato all’unanimità una mozione presentata da Kuaima Riruako che impegna il governo di Nahas Angula a chiedere alla Germania un risarcimento per lo sterminio di centinaia di migliaia di Herero.<br />
Pur riconoscendo la responsabilità morale della Germania per il massacro dell’etnia Herero e Nama, le autorità berlinesi non intendono però farsi trascinare in un’ennesima diatriba sui risarcimenti. Sulla restituzione dei teschi, invece, niente è stato detto. Tuttavia, il governo tedesco ha esternato la sua disponibilità ad aumentare il volume degli aiuti allo sviluppo alla Namibia. Anche se poco, è già qualcosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><br />
G. W. F. Hegel, <em>Vorlesungen über die Philosophie der Geschichte, Duncker und Humblot</em> &#8211; Berlino, 1837; trad. it., <em>Lezioni sulla filosofia della storia</em> &#8211; La Nuova Italia, Firenze, 1963.<br />
H. Jaffe, <em>Three Hundred Years, a History of South Africa</em> &#8211; New Era Fellowship, Cape Town 1952; trad. it., <em>Sudafrica. Storia politica</em> &#8211; Jaca book, Milano 1980.<br />
F. Lamendola, <em>Il genocidio dimenticato: la soluzione finale del problema Herero nel sud-ovest africano</em> &#8211; Stavolta, Pordenone 1988.<br />
J.B. Gewald, <em>Herero Heroes. A Socio-political History of the Herero of Namibia, 1890-1923 </em>- James Currey, Oxford 1999.<br />
Isabell Hull, <em>Cultura militare e «soluzioni finali» nelle colonie: l’esempio della Germania guglielmina</em>, in R. Gellately, B. Kierman (a cura di), <em>Lo spettro del genocidio</em> &#8211; Longanesi, Milano 2006.<br />
A.D. Moses, a cura di, <em>Genocide and Settler Society</em> &#8211; Berghahn Books, New York 2004.<br />
M. Cattaruzza, <em>Storia della Shoah. La crisi dell’Europa, lo sterminio degli ebrei e la memoria del XX secolo</em>, Vol. 1 &#8211; Utet, Torino 2005.<br />
J. Sarkin-Hughes, <em>Germany’s Genocide of the Herero: Kaiser Wilhelm II, His General, His Settlers, His Soldiers -</em> UCT Press, Cape Town (South Africa) 2010.<br />
L. Costalunga, <em>Aspetti del colonialismo tedesco in Africa orientale, 1884-1914 -</em> Effepi, Genova 2011.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>VENTI ANNI FA IL GENOCIDIO IN RWANDA</title>
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		<pubDate>Thu, 01 May 2014 09:59:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Michele Strazza - Tra la primavera e l&#8217;estate del 1994 il pluridecennale odio etnico tra la popolazione Hutu, alla guida del Paese, e i Tutsi, una minoranza nomade dedita alla pastorizia, sfociò nell&#8217;ultimo  genocidio del XX secolo. Le grandi potenze e l&#8217;ONU nulla fecero per fermare un massacro che &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Michele Strazza -</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Tra la primavera e l&#8217;estate del 1994 il pluridecennale odio etnico tra la popolazione Hutu, alla guida del Paese, e i Tutsi, una minoranza nomade dedita alla pastorizia, sfociò nell&#8217;ultimo  genocidio del XX secolo. Le grandi potenze e l&#8217;ONU nulla fecero per fermare un massacro che costò la vita a oltre un milione di persone.</strong> </em></p>
<p style="text-align: justify;">Venti anni fa, nel 1994, in Rwanda si consumò uno dei peggiori genocidi del XX secolo con il massacro di oltre un milione di persone.<br />
Già dai tempi dell’indipendenza del 1962 lo Stato africano aveva vissuto episodi di violenza dovuta agli scontri etnici. I due principali gruppi etnici erano i Tutsi, prevalentemente pastori e allevatori, conosciuti con il nome di Watussi, e gli Hutu, dediti all’agricoltura e conosciuti con il nome di Wahutu. Minoritari erano, invece, i Twa, i pigmei originari, cacciatori e artigiani, conosciuti come Watwa.<br />
Raggiunta l’indipendenza, abolita la monarchia ed instaurata la repubblica, il nuovo governo, monopolizzato dagli Hutu promosse una politica razzista nei confronti dei Tutsi che generò decine di migliaia di morti e centinaia di migliaia di profughi.<br />
La situazione non cambiò, dopo il 1973, con il colpo di Stato del generale Juvenal Habyarinama. Nel 1987 i Tutsi si riorganizzarono nel Fronte Patriottico Ruandese (FPR), con l’obiettivo di favorire il rientro dei profughi e di prendere il potere. La successiva crisi economica, gli scontri interni e le pressioni internazionali, soprattutto francesi, portarono il presidente Habyarimana ad annunciare nel 1990 l’abolizione del sistema a partito unico e a promulgare l’anno dopo una nuova Costituzione. Ma le violenze, messe in atto da entrambe le parti, non cessarono. Solo il 4 agosto 1993 vennero firmati gli “Accordi di Arusha” che prevedevano il rientro dei profughi Tutsi e la divisione del potere tra le due etnie.</p>
<div id="attachment_1399" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/04/Juvénal_Habyarimana_Andrews_Air_Force_Base_Maryland_USA_-_1980.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-1399" alt="Il presidente Juvénal Habyarimana" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/04/Juvénal_Habyarimana_Andrews_Air_Force_Base_Maryland_USA_-_1980-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Il presidente Juvénal Habyarimana</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>A garantire l’adempimento degli impegni,</strong> ad ottobre l’ONU inviò la “United Nations Assistance Mission for Ruanda” (UNAMIR). I 2.500 Caschi Blu che ne facevano parte operarono inutilmente per la pacificazione: gli scontri aumentarono e dieci soldati belgi vennero uccisi.<br />
Il 6 aprile 1994 l’aereo presidenziale di Juvénal Habyarimana venne abbattuto da un missile. Numerose le ipotesi sulla responsabilità dell’attentato: tra queste, una rimanda a gruppi estremisti dello stesso partito presidenziale che non accettavano gli accordi di Arusha.<br />
Il giorno successivo, nella capitale Kigali e nelle zone sottoposte al controllo dell’esercito ruandese, con il pretesto della vendetta si scatenarono una serie di massacri contro la popolazione tutsi e gli oppositori interni hutu. L’inizio delle stragi venne dato dalla radio estremista RTLM il cui speaker Kantano esortò a “uccidere gli scarafaggi Tutsi”.<br />
Il 21 aprile, con la risoluzione 912, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per evitare l’uccisioni di altri Caschi Blu, ridusse il contingente ONU a soli 270 militari canadesi, al comando del generale Romeo Dallaire. Il 17 maggio (risoluzione 918) si ampliò il mandato dell’UNAMIR con l’aumento del contingente e la protezione dei rifugiati, ma il dispiegamento delle forze non sarebbe avvenuto prima di luglio. Il 22 giugno (risoluzione 929) si autorizzarono gli Stati membri a condurre le operazioni militari necessarie.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo i rifiuti di vari Stati, la Francia</strong> <strong>decise</strong> <strong>di intervenire</strong> da sola avviando l’operazione “Turquoise” (23 giugno-21 agosto 1994) per portare in salvo i propri cittadini e per creare un corridoio umanitario nel Rwanda sudoccidentale (come suggerito dalla Santa Sede), al fine di costituire una zona protetta per i profughi. Sulla missione francese si addensarono però forti dubbi. Il governo di Parigi era infatti uno dei maggiori alleati del governo di Habyarimana e dal corridoio riuscirono a fuggire numerosi responsabili del genocidio.<br />
Il risultato fu che il Rwanda, in pratica, fu abbandonato al proprio destino dalla comunità internazionale. Per 100 giorni il Paese africano divenne un lago di sangue. Prima fu compilata una lista di 1.500 oppositori da eliminare. Poi, i miliziani hutu irregolari, i famigerati “Interahamwe” armati di machete, istituirono dei blocchi stradali in tutto il Paese per identificare i Tutsi, che una volta individuati venivano uccisi con ogni tipo di arma. A sostenere il massacro contribuì Radio “Mille Colline” che esultava alle notizie delle carneficine.<br />
Le stragi furono innumerevoli. Nella chiesa di Nyamata vennero stipate 2.500 persone, per lo più donne e bambini, e poi uccise con il lancio di bombe a mano. Nella scuola di Murami si calcola che vennero massacrate oltre 27.000 persone.</p>
<div id="attachment_1397" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/04/Nyamata_Memorial_Site_13.jpg"><img class=" wp-image-1397 " alt="Resti delle vittime nel Nyamata Genocide Memorial - Fanny Schertzer" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2014/04/Nyamata_Memorial_Site_13.jpg" width="250" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Resti delle vittime nel Nyamata Genocide Memorial &#8211; Fanny Schertzer</em></p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Riorganizzatisi, i Tutsi e l’FPR passarono al contrattacco</strong> e a luglio presero il potere costringendo due milioni di Hutu a fuggire per paura della vendetta. Tra di loro anche gli autori delle stragi.<br />
Quando entrò in funzione l’International Criminal Tribunal for Rwanda (ICTR), istituito dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU (risoluzione 955 dell’8 novembre 1994) ad Arusha, in Tanzania, apparve subito evidente che le violenze non si erano limitate ai massacri: anche centinaia di migliaia di donne, dalle 250.000 alle 500.000, erano state stuprate. Si trattava di donne tutsi dell’etnia nemica o anche di donne hutu che avevano sposato uomini tutsi ed erano incinte di bambini ritenuti anch’essi tutsi. Le vittime venivano spesso uccise dopo le violenze ripetutamente commesse da più aggressori. La violenza in genere era eseguita in pubblico per terrorizzare maggiormente ed umiliare le vittime. Il resto l’avrebbe fatto l’AIDS di cui si ammalò il 70% delle donne.<br />
Le cifre del genocidio furono drammatiche. Il governo ruandese riferì di 1.174.000 persone uccise su una popolazione di 7.300.000 abitanti, di cui l’84% Hutu, il 15% Tutsi e l’1% Twa. I Tutsi sopravvissuti furono solo 300.000. Secondo le stime dell’UNICEF il genocidio e gli effetti dell’AIDS hanno provocato circa un milione di orfani.<br />
Nonostante l’impegno dell’International Criminal Tribunal for Rwanda, non furono molti i responsabili dei massacri ad essere stati condannati.</p>
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<p><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><br />
P. Costa e L. Scalettari, <em>La lista del console. Ruanda: cento giorni un milione di morti -</em> Milano, Edizioni Paoline, 2004<br />
M. Fusaschi, <em>Hutu-Tutsi: alle radici del genocidio rwandese</em><i> &#8211; </i>Torino, Bollati Boringhieri, 2000<br />
M. Fusaschi (a cura di), <em>Rwanda: etnografie del post-genocidio -</em> Roma, Meltemi, 2009<br />
G. Prunier, <em>The Rwanda Crisis. History of a Genocide -</em> London, Hurst &amp; Company, 1997<br />
I. Soi, <em>Il genocidio in Rwanda. Da guerra civile a guerra regionale -</em> “Storicamente”, n. 6, 2010<br />
Umwantisi (Mainardo Benardelli), <em>La Guerra Civile in Rwanda -</em> Milano, Franco Angeli, 1997</p>
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