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	<title>Storia in Network &#187; Età comunale &#124; Storia in Network</title>
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	<description>Magazine di divulgazione storica</description>
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		<title>L&#8217;EVOLUZIONE DEL COMUNE NEL MEDIOEVO</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Dec 2021 08:38:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Massimo Iacopi - &#160; Alla fine dell’XI secolo alcuni comuni dell’Italia centro-settentrionale iniziano a governarsi da soli: sono i primi tentativi di democrazia da cui origineranno le moderne esperienze di sovranità popolare. ♦ Nel 1154 l’arcivescovo Ottone di Frisinga, zio dell’imperatore tedesco, passa per l’Italia e racconta il suo &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Massimo Iacopi -</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Alla fine dell’XI secolo alcuni comuni dell’Italia centro-settentrionale iniziano a governarsi da soli: sono i primi tentativi di democrazia da cui origineranno le moderne esperienze di sovranità popolare.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1154 l’arcivescovo Ottone di Frisinga, zio dell’imperatore tedesco, passa per l’Italia e racconta il suo stupore davanti a questo paese fatto di città, che “sorpassano in ricchezza e in potenza tutte le altre città del mondo”. L’evidente ricchezza lo colpisce: essa si esprime con lo splendore nella varietà dei prodotti scambiati sui mercati, nel numero di abitanti che si ammassa nei borghi, nella fastosità delle chiese e dei palazzi che abbelliscono i centri storici. Ma questa potenza è anche di natura tutta politica, fatto che stupisce il nostro venerabile prelato: “Quasi tutto il territorio è diviso in città”. Da questo lato delle Alpi, non ci sono regni, né contee e risulta difficile incontrare tutti quei riferimenti territoriali, abituali dell’Europa medievale centro-settentrionale, che rendono l’autorità dei signori la principale forza di strutturazione dello spazio. Al di qua delle Alpi esistono soprattutto città popolate, prospere e fiere della loro indipendenza, che polarizzano il territorio che le circonda.<br />
A leggere la descrizione di Ottone di Frisinga, si individua anche il momento in cui l’ammirazione si trasforma in indignazione. In effetti, questo potere delle città pretende di imporsi su tutti: “Ci si troverebbe in forte difficoltà nel trovare un nobile o un grande, abbastanza ambizioso, che sia disposto a non conformarsi agli ordini della sua città”. Questa è l’altra stranezza italiana, sottolineata dal vescovo tedesco: l’inurbamento di una buona parte della nobiltà feudale, vale a dire il mantenimento della propria residenza nella città, mentre, al contrario, la ruralizzazione delle aristocrazie costituisce una delle caratteristiche principali della società medievale tedesca.<br />
Tutto questo perché, ed ecco lo scandalo: gli abitanti delle città “amano talmente la libertà che rifiutano qualsiasi eccesso di potere e preferiscono come capi, per guidarli, dei consoli”.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>1080-1180: il secolo dei consoli</b></h3>
<div id="attachment_11211" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2021/12/La_battaglia_di_Legnano_di_Amos_Cassoli.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-11211" alt="La battaglia di Legnano, dipinto di Amos Cassioli" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2021/12/La_battaglia_di_Legnano_di_Amos_Cassoli-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">La battaglia di Legnano, <em>dipinto di Amos Cassioli</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Consoli: una parola pregna di significato, evocativa di una autorità del passato che deriva dal latino. La prima volta che appare nella documentazione medievale è a Pisa, nel 1085. La città toscana, partecipando attivamente alle operazioni della crociata, è riuscita a soppiantare l’altro grande porto della costa tirrenica, Amalfi, facendo spostare il centro di gravità dell’Italia comunale da sud a nord. E’, pertanto, proprio tra la fine dell’XI e gli inizi del XII secolo che nell’Italia centro settentrionale appaiono i primi consoli, specialmente in Piemonte, Lombardia e Toscana (ad Asti nel 1095, a Milano nel 1097, ad Arezzo nel 1098). Anche se essi si designano come tali, il riferimento del titolo non deriva dalle istituzioni romane ma piuttosto dalle pratiche politiche che lo stesso termine suggerisce.<br />
<em>Consulere </em>significa “deliberare” e gli uomini che prendono in mano il destino delle loro città (spesso, come vedremo, ricchi aristocratici) non fanno nient’altro che organizzare, su basi radicalmente nuove, il potere delle città, in modo da amministrarsi da soli. Un potere fondato sulla delega dell’autorità sovrana a un collegio di rappresentanti eletti, che operano collettivamente: questa è la prima definizione che si potrebbe dare alla gestione del Comune.<br />
Un’esperienza, dunque, piuttosto che un regime, fatta di pratiche politiche che non fissano nessuna istituzione scritta. Questo è dunque l’aspetto specifico dell’Italia medievale ed è proprio questo il fatto di cui si preoccupa Ottone di Frisinga. Ciò perché, nel momento in cui riferisce del suo viaggio in Italia, l’esperienza è già antica e minaccia direttamente le prerogative dell’imperatore.<br />
Suo nipote, Federico Barbarossa di Hohenstaufen, eletto imperatore dei Romani dal 1152, cerca effettivamente di recuperare i suoi diritti sulla “sua” Italia, ovvero uno dei tre regni che, con quello di Borgogna e di Germania, compongono l’impero. Il vecchio regno d’Italia che, partendo dalle Alpi e limitato dagli stati della Chiesa, è centrato sulla Lombardia, una delle regioni economiche più dinamiche del tempo. L’imperatore intende recuperare la sovranità proprio sui comuni appena nati e pervasi dallo spirito di libertà di cui parla Ottone di Frisinga. Lo scontro diventa quindi inevitabile.<br />
Inizialmente la lotta volge a vantaggio di Federico Barbarossa. Nel 1162 le truppe imperiali conquistano Milano, che viene rasa al suolo (<em>ad fundamentum</em>), ma i suoi abitanti riescono a ritornare in città e questa gloriosa riconquista verrà celebrata sui bassorilievi della Porta romana, primo esempio di un’arte laica di autocelebrazione urbana. Milano, in effetti, era riuscita a mobilitare la maggior parte delle città dell’Italia del nord nella prima Lega lombarda e le sue milizie sconfiggeranno il Barbarossa nella battaglia di Legnano il 29 maggio 1176. Dall’opera che Verdi ha fatto rappresentare a Roma nel 1849 fino alle dubbiose celebrazioni politiche della Lega del Nord, Legnano è diventato uno degli ambigui luoghi della memoria degli Italiani. In effetti gli Italiani non hanno mai smesso di credere che la città è stata, per riferirsi al titolo di una celebre opera dello storico Carlo Cattaneo, il “principio ideale” della loro storia a partire dal 1859.<br />
E’ pur vero che la storia italiana imbocca dopo Legnano una biforcazione decisiva: l’imperatore, firmando a Costanza il 25 giugno 1183 una pace con i rappresentanti di 25 città italiane, le riconosce come entità politiche legittime, soprattutto in materia giuridica e fiscale, concedendo loro i diritti regali (regalia) “sia all’interno che all’esterno della città”. Questa precisazione è fondamentale, in quanto, una volta costituito politicamente, il Comune si lancia alla conquista del suo contado, vale a dire delle sue campagne circostanti, precedentemente iscritte nelle vecchie contee (<em>comitatus</em>) e coincidenti, in tutto o in parte, con una diocesi dei loro vescovi, che dall’epoca carolingia si erano impossessati di alcuni diritti comitali.<br />
Gli imperatori successivi cercheranno di riprendersi i diritti che Federico Barbarossa pretendeva comunque di aver concesso. In particolar modo il re di Sicilia e imperatore di Germania, Federico II di Hohenstaufen, che provocherà nel 1236 la ricostituzione della Lega lombarda. Indubbiamente i partigiani imperiali (denominati ghibellini) non disarmeranno per tutto il XIII secolo, opponendosi ai guelfi, gli alleati del Papa, che a sua volta cercava di imporre ai Comuni la tutela di un altro potere a vocazione universale.<br />
Resta comunque il fatto che l’Italia comunale del centro-nord riesce ad affermare la sua specificità e la sua prosperità, in particolar modo rispetto al Mezzogiorno, dove il movimento di emancipazione urbana ha grandi difficoltà (Federico II riesce a distruggere i comuni nascenti di Gaeta, Napoli e Messina). Ma tutto questo avviene – fatto essenziale che la storiografia recente non smette di rivalutare – al prezzo di una intensificazione della conflittualità sociale.<br />
In effetti, se si vuole scandire la storia dell’Italia comunale, si possono individuare tre tempi &#8211; dei consoli, dei podestà e del popolo &#8211; che corrispondono alla nascita di istituzioni specifiche e a un allargamento progressivo della base sociale dei governi urbani. Di fatto, questa dinamica è tutto meno che armoniosa e consensuale. E soprattutto è costellata di scontri sociali e tra fazioni.<br />
Del comune consolare, in opera agli inizi del XII secolo, si potrebbe affermare che è di natura aristocratica, un’ipotesi che risulta decisamente controcorrente rispetto a una lunga tradizione storiografica. Affascinati dal ruolo del grande commercio nello sviluppo economico delle città, gli storici hanno per lungo tempo messo in stretta relazione lo sviluppo delle libertà urbane con la crescita di potenza e di influenza degli uomini nuovi arricchitisi con gli affari.<br />
A questa logica interpretativa rimandava l’immagine della borghesia conquistatrice nel XX secolo, immagine che a sua volta si rifaceva ai riferimenti storici tratti dall’avventura comunale medievale. Questa era già la prospettiva della <em>Histoire des republiques italiennes du Moyen Age</em>, scritta fra il 1807 ed il 1818 dal filosofo e storico svizzero Jean Charles de Sismondi, ripresa da una buona parte della storiografia contemporanea.<br />
Di fatto, fra il primo gruppo dirigente dei comuni consolari si possono individuare ricchi banchieri a Milano o armatori a Genova. Ma quelli che dominano sono in primo luogo i personaggi provenienti dalla nobiltà feudale: è questo il caso di Padova, dove il primo patriziato urbano fonda le sue radici sulla proprietà fondiaria delle campagne e sulla clientela del vescovo. A lungo sottovalutata, l’origine episcopale del comune consolare appare essenziale per gli storici di oggi, poiché essi vi intravvedono l’indizio di un legame storico fra i movimenti riformatori della Chiesa e quelli dell’emancipazione urbana: in entrambi i casi, si tratta, in primo luogo, di scongiurare un disordine politico conseguente alla vacanza del potere centrale. Nel momento in cui la conquista normanna insedia una potente monarchia feudale nell’Italia del sud, l’eclissi imperiale sul resto d’Italia mette le città del nord di fronte alla sfida di restaurare la pace pubblica e il Comune è la forma politica derivata da questa necessità.<br />
Fiscalità, giustizia, controllo del territorio: in un solo colpo, i consoli allargano il campo dell’attività governativa, affermando la loro capacità di difendere la <em>res publica</em>, vale a dire di farsi carico degli interessi del comune. In tal modo nasce il sostantivo <em>comune</em>, che sostituisce, a poco a poco, quello di <em>civitas </em>negli atti della pratica amministrativa. Di fatto, come si può leggere negli <em>Annales</em> – una delle prime storie che prende come orizzonte il contesto urbano –, il console Caffaro di Rustico di Caschifellone (1080-1164) suggerisce al Consiglio di Genova, nel 1152, che il compito principale dei consoli è quello di “reggere il comune e il popolo in pace e nella concordia”.<br />
La nascita dell’istituzione comunale in Italia, legata al movimento di pace sociale lanciato della Chiesa, sarebbe incomprensibile ove non si tenesse conto che proprio nello stesso periodo si assiste allo sviluppo di un forte movimento culturale: la rinascita del diritto romano, che, in parte, ha contribuito allo sviluppo del fenomeno. Si conosce da tempo l’importanza dei giuristi bolognesi nella reinterpretazione del <em>Corpus iuris civilis</em> di Giustiniano (482-565), dal quale gli ideologi del comune traggono formule di sovranità che rivolgono contro l’imperatore, a cominciare dal bene comune, cruciale nella teoria politica dei Comuni così come nelle pratiche ordinarie della cittadinanza. In effetti, al di là di queste grandiose costruzioni teoriche, è proprio nella condotta di governo che si apprezza l’impatto del diritto erudito, sia nella redazione degli statuti urbani sia nell’impiego dei consigli dei giuristi (<em>Consilia</em>) nella condotta degli affari o nella pratica ordinaria dei processi (da non confondere, però, con le odierne consulenze).<br />
Il cronista Fra’ Salimbene de Adam da Parma (1221-1288) diceva di suo zio che era un<em> famosus iudex et probus in armis</em> (giudice famoso e abile nel maneggio delle armi): attributi propri della cultura giuridica che caratterizza l’aristocrazia comunale dei <i>milites</i> urbani, vale a dire dei cavalieri (aristocratici), in opposizione ai <i>pedites </i>(popolo), che combattono a piedi.<br />
Questa bipartizione militare fra <em>militia </em>e <em>populo </em>è fondamentale nella strutturazione dello spazio politico delle città. Lo storico Jean Marie Vigueur ha evidenziato l’importanza dell’esercizio delle armi e dei valori marziali nella cultura politica italiana; essi spiegano, allo stesso tempo, l’importanza strategica delle guerre di conquista del <i>contado</i> e la violenza strutturale delle lotte di fazione all’interno della città, di norma irta di torri (a Firenze nel 1300 se ne contano più di 200). E’ proprio l’insediamento spontaneo o forzoso delle dinastie feudali nel tessuto urbano e la loro capacità di costituire delle sacche di potere intorno alle loro residenze fortificate il primo principio di strutturazione dello spazio cittadino (un “urbanesimo cittadino”, come è stato definito nel caso di Genova).<br />
Ricostituire la composizione sociale di questa prima aristocrazia consolare consente, <em>in primis</em>, di immaginare lo sviluppo della città prima che questa risulti regolata dai politici del bene pubblico (istituzione del Comune); ma essa porta, <em>in secundis</em>, ad affrontare un paradosso: occorre, in effetti, comprendere che la società comunale è stata allo stesso tempo profondamente intrisa di diritto e strutturalmente violenta, penetrata dalla cultura dello scritto e regolata dalle pratiche di vendetta tipiche della faida aristocratica.<br />
I <em>milites</em>, utilizzando allo stesso tempo le armi e la legge, si impongono nelle città a colpi di processi e di combattimenti di strada, in una situazione a elevato livello di conflittualità (Gerard Rippe, storico francese autore di ricerche su Padova e il suo contado, soleva dire che il Comune era la prosecuzione della guerra feudale con altri mezzi).<br />
In effetti, la pace di Costanza del 1183, nel momento in cui consente ai Comuni di affermare la loro legittimità fiscale e giudiziaria, libera forze sociali e politiche che superano ben presto il livello consolare, aprendo il secondo tempo della storia dei Comuni: quello dei podestà.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>1180-1230: il tempo dei podestà</b></h3>
<p style="text-align: justify;">Intorno agli anni Ottanta del XII secolo i Comuni italiani sperimentano una sorprendente innovazione politica: affidare temporaneamente (in genere per un anno) a un magistrato straniero l’incarico di risolvere i suoi conflitti interni. I suoi compiti sono quelli di “reggere, unificare, rendere coesa e conservare” la città, dal momento che essa è diventata preda delle inimicizie civili, proprio come viene precisato in un documento della città di Cremona agli inizi del XII secolo.<br />
Concretamente, il podestà convoca e presiede le riunioni dei Consigli, fa eseguire le deliberazioni, vigila sull’ordine pubblico e rende giustizia alla testa di un suo tribunale. Professionista della conciliazione, egli riesce a imporsi per la sua potenza sociale – in tale contesto non risulta raro che questi grandi personaggi vengano circondati dalla loro guardia armata e da uno stuolo di consiglieri – ma anche per mezzo delle sue capacità oratorie. In effetti, in questo sistema in cui ogni sovranità viene dall’<i>arengo</i>, vale a dire dall’assemblea dei cittadini, governare significa, anche e soprattutto, disporre di capacità di convincere l’uditorio. Ecco perché si sviluppa una retorica della persuasione civica, che viene denominata <i>ars dictaminis</i>, della quale alcuni trattati (ad esempio l’anonimo <em>Oculus pastoralis</em> del 1220-1225) sono destinati proprio all’esercizio dell’autorità podestarile.<br />
Tali podestà, senza dubbio, vengono reclutati essenzialmente fra i ranghi della <em>Militia</em>. Un’indagine storica collettiva ha consentito di individuare i contorni di questo gruppo sociale a livello dell’Italia comunale: considerando le 6500 cariche detenute da 2500 ufficiali dalla fine del XII secolo agli inizi del XIV, la ricerca ha potuto verificare la schiacciante predominanza dell’antica aristocrazia consolare. Più della metà di loro provengono dalla fascia superiore della <em>Militia</em>, quella che nell’Italia longobarda chiamavano i <em>Capitanei</em>.<br />
Tre regioni si evidenziano come esportatrici di podestà: la Lombardia nella prima metà del XIII secolo (soprattutto Milano, Cremona e Brescia), l’Emilia dal 1250 al 1300 (con Bologna in prima linea) e la Toscana, dai primi decenni del XIV secolo, con uno schiacciante predominio della città di Firenze. La circolazione dei podestà individua, pertanto, anche spazi di alleanze, di dominio e di prestigio. Alcune città (Siena e Perugia, ad esempio) prendono l’abitudine di scambiarsi i podestà, mentre altre utilizzano la loro capacità di esportazione come mezzo di egemonia o di dominio. In tal modo, le piccole città della Toscana (San Gimignano, Prato o Pistoia) vengono ben presto costrette a scegliere i loro podestà a Firenze, come le città degli Stati della Chiesa devono farlo a Roma o in altre città di maggiore influenza (è il caso di Assisi nei confronti di Perugia).<br />
I podestà, in definitiva, dicono tutto dell’Italia comunale: un mondo indubbiamente a compartimenti, nel quale ogni città, gelosa della propria autonomia, sviluppa un sistema politico proprio e dove la complessità del gioco sociale si assomiglia solo sotto l’aspetto dell’intensità dei conflitti che l’animano. Ma questo panorama costituisce anche un mondo unificato da un solo e identico sistema culturale, nel quale la circolazione del personale politico itinerante testimonia una capacità straordinaria di scambio di idee, di informazioni e di modelli politici.<br />
Questa unificazione vale, in special modo, in materia di architettura: si è potuto osservare che nei comuni lombardi determinati podestà provenienti da Brescia o da Milano avevano operato come specialisti dell’edilizia pubblica, contribuendo a diffondere un modello unico di palazzo civico. Il podestà milanese Guglielmo da Osa inizia, ad esempio, la costruzione del palazzo comunale di Brescia nel 1187, prima di far edificare quello di Verona (sul modello del palazzo di Pavia), dove diviene podestà dal 1189 al 1191 e dove si distingue per i lavori idraulici di sistemazione del corso del Brenta.<br />
Occorre però essere prudenti a non idealizzare e generalizzare questo secondo tempo podestarile del comune italiano: questo, di fatto, non si può comprendere appieno se non si tiene conto di una forza sociale e politica che ben presto supererà il semplice contesto comunale: il popolo.<br />
A Piacenza nel 1218 scoppia un tumulto per espellere il podestà di provenienza milanese, Guido da Busto, accusato dalla <em>societas populi</em> di sostenere troppo apertamente i <em>Milites</em>. Ciò significa che il popolo si è già costituito, se non in un partito nel senso moderno, almeno in un gruppo di pressione. In questo periodo si incontrano nelle città molti artigiani associati nelle Arti che contribuiscono a regolare la vita economica e sociale delle città; sembra comunque che i vari mestieri, in quanto tali, non costituiscano ancora la struttura portante di queste fazioni. Le solidarietà di vicinato, nell’ambito delle <i>contrade</i> della città, che formano spesso dei quartieri chiusi su sé stessi, sono inizialmente più rilevanti, come anche la necessità, per tutti quelli che non si trovano nei ranghi della <em>militia</em>, di organizzarsi militarmente.<br />
In tal modo, quando a Milano i nobili si dotano di una società d’armi detta Societas Galliardorum, che opera spesso come punta di lancia nelle battaglie di strada contro i popolani, questi ultimi replicano con la creazione della Societas Fortium. I primi reclutano fra i giovani cavalieri nobili, i secondi fra i membri del popolo che combatte a piedi. E’ comunque raro che l’opposizione sia così limpida e netta, gli storici hanno rinunziato a cercare negli scontri fra <em>militia </em>e <em>populo </em>il fronte delle classi che lo storico marxista Gaetano Salvemini credeva di riconoscere nelle lotte di fazione nella Firenze del XIII secolo.<br />
Anche se gli storici rimettono oggi in discussione l’esistenza di fazioni socialmente omogenee, rimane comunque confermato che il bipartitismo fazioso contribuisce a sfaldare sempre più profondamente la società urbana del XIII secolo. Al punto da mettere in pericolo la stessa unità della comunità civica: nel 1209-1210 la città di Cremona è divisa fra la <em>pars superior</em>, che tiene la città alta, e la <em>pars inferior</em>, stabilita nella città bassa. L’istituzione del podestà non basta più a impedire che le discordie si incanalino nella forza dissolvente delle <em>partes</em>.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><b>1230-1280: il tempo del popolo</b></h3>
<div id="attachment_11208" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2021/12/Ambrogio_Lorenzetti_-_Allegory_of_the_Good_Government_detail_-_WGA13487.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-11208" alt="Il Comune di Siena rappresentato come un sovrano assiso sul trono, nell'Allegoria del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti" src="http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2021/12/Ambrogio_Lorenzetti_-_Allegory_of_the_Good_Government_detail_-_WGA13487-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Il Comune di Siena rappresentato come un sovrano sul trono, nell&#8217;</em>Allegoria del Buon Governo<em> di Ambrogio Lorenzetti</em></p></div>
<p style="text-align: justify;">Ecco dunque che interviene una terza fase nella storia comunale, quella corrispondente all’allargamento al popolo della base sociale dei regimi, ovvero l’apertura a tutti quelli che non sono nobili. In questo caso, l’azione imperiale – la seconda, quella di Federico II negli anni 1230-1250 – serve da elemento scatenante della crisi. Quella che a volte viene definita “vittoria del popolo” corrisponde dunque alla vittoria di un partito su un altro. E per certi aspetti il Comune non è altro che un sistema instabile di fazioni. Le sue istituzioni, piuttosto che riformarsi, si sovrappongono: nello stesso modo in cui la funzione di podestà è venuta ad aggiungersi al sistema dei consigli consolari, quella del “capitano del popolo” compare nel corso degli anni 1250 allo scopo di controbilanciarli.<br />
Tuttavia, se i <i>regimi di popolo</i> assomigliano a regimi di partito, la particolarità del popolo è che esso aspira a rappresentare l’insieme della comunità politica. Sotto questo aspetto, il comune “popolare” costituisce un apogeo amministrativo, poiché sviluppa al massimo la cultura delle istituzioni, che si concretizza in particolar modo attraverso uno spettacolare sviluppo dello scritto pragmatico e, conseguentemente, del notariato.<br />
Si è calcolato che nelle grandi città dell’Italia comunale del XIII secolo un uomo adulto su venti è un notaio. La figura del notaio, autenticando gli atti, gli conferisce la garanzia della <em>fides publica</em> e contribuisce allo sviluppo dello scritto pragmatico nei comuni italiani. Ma il notaio è anche un personaggio chiave del sistema di comunicazione: maestro di retorica civica, egli diventa volentieri lo storico della sua città, come nel caso di Rolandino da Padova, che nel 1262 tiene una lettura pubblica della sua cronaca davanti ai professori e agli studenti dell’università, i quali “con la loro autorità l’hanno approvata ed autenticata solennemente”.<br />
Dopo i lavori fondamentali di Paolo Cammarosano, gli storici sono ora molto attenti a descrivere il paesaggio documentale dei regimi politici, vale a dire la forma stessa degli archivi che essi producono, Alla fine del XIII secolo viene abbandonato il mondo solenne dei <em>libri iurium</em>, cartolari comunali, dove si conservava gelosamente il diritto della città (così come un monastero conserva i suoi privilegi), per quello dei registri, dove gli atti vengono classificati, indicizzati e resi accessibili. Questa esplosione documentaria accompagna la specializzazione delle magistrature, che rende necessario l’ingrandimento dei palazzi comunali, diventati ormai centri di “ingegneria amministrativa”.<br />
Una volta al potere, il popolo impone una svolta fondamentale alla politica comunale, inizialmente in materia giudiziaria. Se la giustizia podestarile era una <i>pratica di conciliazione</i>, essa, di norma, risultava spesso favorevole ai potenti e si inseriva nella vasta gamma dei modi di regolazione dei conflitti, passando, in particolare, attraverso la vendetta. Ecco invece che la giustizia popolare favorisce la <i>procedura inquisitoria</i>, ovvero l’“avvento del penale”, attraverso il quale la giustizia diventa allo stesso tempo pubblica e punitiva.<br />
Una stessa esigenza di verità e di trasparenza svolge un ruolo essenziale nella politica delle costruzioni, per la difesa del bene comune. Essa si concretizza attraverso una regolamentazione precisa dello spazio urbano, che attacca con decisione la supremazia “dell’urbanismo del privato” sullo spazio pubblico. Gli statuti urbani cominciano a identificare questi spazi, liberati dalla stretta dell’approvazione privata (piazze, mercati, sagrati delle grandi chiese…) e quindi, a partire da questi punti di appoggio, diffondono, a poco a poco, le norme del bene pubblico.<br />
Infine, l’arrivo al potere del popolo modifica considerevolmente la politica fiscale, sempre nello stesso ideale di trasparenza e di verità, che, da quel momento, risulta sempre più sistematicamente basato sulla stima dei beni del contribuente, elemento che contestualmente presuppone l’ordine urbano e l’inquisizione fiscale.<br />
Il caso di Bologna è sotto questo punto di vista esemplare: nel 1228, una rivolta consente al popolo di costituirsi come gruppo di pressione; sette anni più tardi si arriva a redigere il primo <i>estimo</i> della città, che valuta i beni mobili e immobili; un evento che viene chiaramente designato nella letteratura politica del tempo come una vittoria del popolo. La sua revisione nel 1249 è seguita, qualche mese più tardi, dalla promulgazione delle prime leggi anti-magnati, che tendevano a escludere dalla vita politica la vecchia nobiltà, identificata anche attraverso l’<i>estimo</i>. Come è stato dimostrato da Giuliano Milani, questo “governo delle liste” costituisce nello stesso tempo l’espressione più alta dell’ideale politico del regime del popolo, ma anche l’elemento detonatore della sua crisi finale.<br />
La messa al bando dei nemici politici e il ricorso alla signoria rappresentano ormai le due sole uscite alla crisi delle società comunali. In entrambi i casi, essi costituiscono l’irrigidimento sociale dell’ultimo terzo del XIII secolo, che determina il passaggio da una società del conflitto a una società dell’esclusione. A Ferrara, Modena, Verona alcuni Signori si impadroniscono del potere. Certuni si appoggiano sull’istituto del podestà, altri su quello del capitano del popolo. Questi ultimi non sono sempre legati alla <em>militia</em>, anche se molti di essi vengono reclutati fra i ghibellini, alleati dell’imperatore, che avevano possedimenti nel contado. Gli Este a Verona o i Visconti a Milano riescono così a consolidare un potere di tipo dinastico. Quindi, la svolta signorile deve essere considerata sia come una confisca autoritaria del potere sia come un allargamento delle basi territoriali nel contado. Ma, in entrambi i casi, questa confisca del potere inizialmente appare alla cittadinanza una soluzione transitoria e accettabile alla crisi strutturale dei regimi comunali.<br />
E’ proprio in questi termini che il nuovo fenomeno viene percepito da una parte significativa del popolo, anche se gli storici hanno a lungo rifiutato di prendere in considerazione la potenza di seduzione dei regimi personali che avevano sovvertito i principi repubblicani dei comuni italiani. In definitiva, si tratta più che di un vero cambiamento di regime, di una progressiva trasformazione delle istituzioni verso la Signoria.<br />
Agli inizi del XIV secolo Dante Alighieri scriveva nel <em>Purgatorio:</em> “le città d’Italia sono piene di tiranni”. Fallimento del Comune? Certamente sì, specie ove si consideri l’energia politica, sociale e culturale con la quale esso ha tentato di convincere i concittadini &#8211; con le parole e con tutti i media allora disponibili: murales, immagini ecc. &#8211; sulla sua volontà di <em>buon governo</em>. Una volontà che si basava meno su sagge e solide istituzioni e molto più su comportamenti regolati da normative, ovvero più sulla pratica che sui principi. In tal modo il Comune potrebbe essere definito come il tentativo di creare uno spazio di una espressione politica armoniosa e regolata, dove ben parlare e ben vivere si dovevano confondere in una stessa virtù civile. Ma il racconto di un cronista come il fiorentino Dino Compagni, impegnato nella difesa della causa del <i>popolo minuto</i>, è ossessionato dalla paura della <em>malizia</em>, questa deviazione del pubblico parlare, che fa degenerare i discorsi in arringhe demagogiche.<br />
E’ in questo senso che ancora oggi si può considerare l’avventura dei Comuni italiani come uno dei laboratori della nostra politica moderna. Dopo la rivoluzione francese le repubbliche moderne non disdegnano di rivestirsi delle toghe greco-romane. Esiste, tuttavia, un altro filone di discendenza della democrazia moderna, più discreto e incerto, che una corrente storiografica non ha mai smesso di esplorare. Lo storico del diritto Mario Ascheri, nell’invitare recentemente a rivalorizzare “l’esperienza comunale nella storia repubblicana mondiale”, ha voluto manifestare l’intenzione di ravvivare un idealismo passato di moda. Ciò è tanto è più vero proprio per il fatto che molti storici hanno a lungo operato per rendere meno significativo questo aspetto, raffreddando gli ardori di quelli che, a partire dal Risorgimento, hanno voluto intravvedere nel Comune la culla delle nostre libertà democratiche.<br />
Per concludere questa analisi, si potrebbe parafrasare per i Comuni quello che lo storico francese Jacques Dalarun ha detto delle comunità monastiche: “tentativi di democrazia medievale” in cui si sono evidenziate difficoltà, contraddizioni e delusioni. Considerare i Comuni sotto questo punto di vista, e non come prodromi gloriosi, costituisce il solo modo di attribuire loro una capacità di fornire chiavi di interpretazioni per il nostro presente. I Comuni sono stati un tentativo di organizzare, in modo organico e armonico, l’eterno disaccordo che regna in tutte le società.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ffffff;">♦</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #808080;">Per saperne di più</span></em></strong><br />
Ascheri, Mario, <em>Scrivere il medioevo. Lo spazio, la santità, il cibo</em>, Viella, Roma 2001;<br />
Cammarosano, Paolo, <em>Italia medievale. Geografia e storia delle fonti scritte</em>, NIS, Roma, 1991;<br />
Crouzet-Pavan, Elisabeth, <em>Enfers e Paradis. L’Italie de Dante et de Giotto</em>, Albin Michel, 2001;<br />
Dalarun, Jacques, <em>Gouverner c’est servir. Essays de democratie medievale</em>, Alma, 2012;<br />
Grillo, Paolo, <em>Legnano 1176. Una battaglia per la libertà</em>, Laterza, Bari-Roma, 2010;<br />
Rippe, Gerard, <em>Padoue e son contado, X-XIII siecle. Societé et Pouvoirs</em>, Ecole Française de Rome, 2003;<br />
Vigueur, Jean-Claude Marie, <em>Cavaliers e citoyens. Guerre conflits e societé dans l’Italie communale, XII-XIII siecle”</em> EHESS, 2003;<br />
Vigueur, Jean-Claude Marie, <em>I podestà dell’Italia comunale. Reclutamento e circolazione degli ufficiali forestieri</em>, Ecole Française de Rome, 2000.</p>
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		<title>ADALBERTA, VALOROSA CONTESSA VALSESIANA</title>
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		<pubDate>Sat, 04 May 2019 10:22:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Adalberta Boniprandi]]></category>
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		<description><![CDATA[di Alessandro Lomaglio &#8211; Tra XII e XIII secolo la crisi dell’impero scatena la conflittualità nella vita politica delle città italiane, portando di fatto all’ingovernabilità. Esemplare il caso di Novara, dove una faida famigliare si trasforma in un assedio al vicino castello di Robiallo, appartenente al conte Guido Boniprandi e &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="center"><b>di Alessandro Lomaglio &#8211; </b></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Tra XII e XIII secolo la crisi dell’impero scatena la conflittualità nella vita politica delle città italiane, portando di fatto all’ingovernabilità. Esemplare il caso di Novara, dove una faida famigliare si trasforma in un assedio al vicino castello di Robiallo, appartenente al conte Guido Boniprandi e alla sua bella moglie&#8230;</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra il XII e il XIII secolo il clima politico-sociale delle città</strong> e dei comuni italiani attraversò una fase di profondo cambiamento, soprattutto dopo la morte di Federico II e la fine della dinastia sveva. L’impero entrò in crisi, ma anche le forze comunali, che si erano opposte all’imperatore, si avviarono verso un irreversibile declino. La crisi coinvolse anche la sede apostolica, che fu trasferita da Roma ad Avignone a seguito dell’accordo tra il re di Francia Filippo il Bello e il pontefice Clemente V, il guascone Bertrand De Got. Questi era succeduto a Benedetto XI, che era stato elevato sul trono di Pietro dopo Bonifacio VIII, ma il suo pontificato durò meno di nove mesi, dalla fine di ottobre del 1303 agli inizi di luglio del 1304. In Italia, a differenza di quanto accadde in altre regioni europee, dove cominciarono a costituirsi gli Stati nazionali, retti da sovrani possessori di vasti territori, i Comuni, soprattutto quelli della regione centro-settentrionale, restarono chiusi entro le mura della propria città e si avviarono verso un declino politico senza ritorno per colpa soprattutto degli ordinamenti interni che essi stessi si davano. In seguito, furono sconvolti dall’emergere delle famiglie di antica tradizione nobiliare e di quelle di più recente formazione, che vennero ad affermarsi per il successo economico in campo mercantile o per l’esercizio dell’attività bancaria.<br />
L’esistenza di questi gruppi, portatori di interessi contrapposti, provocò la nascita di una pluralità di fazioni, che lottarono aspramente tra loro per la conquista dell’egemonia della città, mettendo in atto qualunque mezzo, quasi sempre violento, per assicurarsi il dominio contro la parte avversa e per imporre il proprio programma di governo. Per la realizzazione di questo disegno le opposte fazioni cercarono appoggi presso il pontefice, e furono detti guelfi, oppure si affidarono all’imperatore, e furono denominati ghibellini.<br />
Passato il timore della presenza di Federico, morto improvvisamente nel 1250, i nobili cittadini assunsero un atteggiamento di protagonismo fazioso, che generò solo discordia all’interno delle rispettive cinte murarie. La conflittualità della vita politica delle città portò in breve tempo alla ingovernabilità, perché il prevalere di una parte determinò a carico dell’altra feroci punizioni, l’esilio, le uccisioni, la confisca dei beni, la distruzione delle abitazioni e delle torri. Gli sconfitti, quando riuscirono a salvare la vita, furono banditi dalla propria città, ma non persero mai la speranza di potervi far ritorno e, quando vi riuscirono, diedero libero sfogo alle vendette, ricambiando con le stesse misure quanto avevano subito. L’alternanza di amministratori, che, come un’altalena, si avvicendavano al governo del Comune non consentì di creare un potere unitario e duraturo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche Novara visse questo periodo turbolento</strong> per lo scontro tra le famiglie, che si contesero il predominio della città, da una parte i Tornielli, ghibellini, detti Rotondi, e dall’altra i Brusati, guelfi, detti Sanguigni, con i quali si allearono, in un periodo successivo, i Cavallazzi e formarono un potente blocco.<br />
L’affermarsi in una città di una casata provocò il sorgere delle cosiddette Signorie, che si insediarono al vertice del potere cittadino e si rafforzarono quando il popolo e l’imperatore riconobbero ad esse la legittimazione per la nomina a vicari imperiali. Il fenomeno delle Signorie fu molto vasto e si affermò come potere assoluto, che caratterizzò la maggior parte delle città dell’Italia centrosettentrionale. Alcune Signorie ebbero vita breve, anche se turbolenta, perché non riuscirono a creare entità territoriali stabili ed estese, e finirono per essere fagocitate dalle Signorie più vaste e potenti, come i Visconti a Milano, che unificarono sotto il loro potere gran parte dei territori della pianura padana, da Venezia ai confini col Piemonte, incorporando Novara e il suo contado.<br />
In questa fase burrascosa, caratterizzata da disordini e lotte violente, una sera a Novara accadde che tra alcuni giovani, appartenenti a due opposte fazioni, scoppiò una banale discussione, che si trasformò presto in uno scontro furioso. Oggetto del contendere infatti era il diritto di parità, contemplato dal codice cavalleresco e operante soltanto tra nobili di pari dignità e non tra diseguali, tanto meno tra un nobile e un mercante, tra i quali anzi la diseguaglianza era massima e indiscutibile.<br />
Le consuetudini del diritto cavalleresco venivano tenute presenti contro coloro che pretendevano di avvalersene soltanto perché con la pratica del commercio o come banchieri erano diventati ricchi, ma restavano non nobili. Sulla piazza, in cui si svolse lo scontro, dalle parole si passò ai fatti e le mani impugnarono le spade. I Brusati attaccarono e fecero delle vittime tra gli avversari, ma non risultarono vincitori per il coraggio del rappresentante dei Tornielli, che, essendo un provetto spadaccino, si difese con estremo vigore, roteando la spada, e facendo il vuoto intorno a se. La sua difesa permise ai propri partigiani di accorrere sul luogo della lotta e così Tornielli potette rifugiarsi nel palazzo di famiglia, che distava poco dalla scena della contesa. In seguito, i Sanguigni, che comunque avevano messo in fuga il nemico, costringendolo a barricarsi nel proprio palazzo, si organizzarono e, quando ritennero che il momento fosse favorevole, affrontarono i Tornielli, che appartenevano ad una casata molto estesa e sicuramente la più ricca di Novara. Offesero pubblicamente Giovanni Tornielli, capo dei Rotundi, e lo assalirono con le armi in pugno. Giovanni si difese validamente e alla fine dello scontro con l’aiuto dei suoi scherani risultò vincitore. Tornato saldamente al potere, bandì dalla città i Sanguigni e con essi anche Acursio Niguarda, il podestà nominato dal marchese Manfredo Lancia vicario imperiale, che intanto era passato dal partito ghibellino a quello guelfo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I Sanguigni non abbandonarono mai l’idea di ritornare in città</strong> e di vendicarsi, e misero in atto ogni mezzo per riuscire nell’intento. Continuarono a tenere segreti contatti con i loro partigiani, con i quali concordarono l’azione. Quando furono sicuri di essersi accaparrati il favore di alcuni capi popolani, si presentarono di notte, profittando dell’oscurità, sotto le mura cittadine con le milizie che erano riusciti a mettere insieme. Quando giunsero presso Porta Sant’Agabio, uno di essi si chinò a terra e appoggiò l’orecchio al suolo. Accertatosi che non avvertiva alcun rumore, tranne quello delle acque che, precipitando da una chiusa della roggia, fluivano nel fossato, assicurò i suoi, che si divisero in due squadre. Una si diresse velocemente e con precauzione, verso il borgo Santa Maria, nella zona meridionale della città, dove appena giunti serrarono le fila vicino ad una pusterla. Quando furono tutti riuniti, uno di essi percosse con l’elsa della spada lo scudo. Al rumore la porta girò sui cardini e da essa si sporse fuori una mano, deformata dall’età. Come convenuto, uno dei Brusati offrì delle monete, che furono ghermite da dita così ossute da sembrare artigli.<br />
L’altra squadra si mosse verso ponente e, dopo avere aggirato la cinta muraria, entrò nel Borgo Barazzolo, che si era diviso da quello di S. Gaudenzio ed era privo di ogni difesa. In questo borgo si trovavano, oltre al Palazzo di città, attiguo al monastero di Santa Maria Maddalena de’ Gritti, anche le abitazioni delle famiglie più facoltose, comprese quelle dei Tornielli, che furono subito attaccate dai Sanguigni, che sfondarono le porte e posero la zona a ferro e a fuoco.<br />
Al sorgere del sole, si notarono a terra molti cadaveri e mucchi di rovine ancora fumanti. I Rotundi, furenti per il tradimento dei Novaresi, non si perdettero d’animo. Assoldarono un rilevante numero di armati, molti raccolti fuori Novara, tra cui un valoroso e temuto capitano di ventura, di nome Aimerico dei feudatari di Crusinallo, soprannominato Rabbia per il suo comportamento violento e feroce, per la sua statura smisurata e per la voce sempre altisonante da sembrare adirata. Aveva militato al soldo di diversi potenti, il re di Francia, il duca di Savoia, il marchese di Monferrato, e aveva conquistato fama e nomea per la sua malvagità. Si tramandava che nell’imminenza della battaglia contro i Sanguigni avesse portato con sé un carro carico di botti, riempite di schegge di legno appuntite per cavare gli occhi a quelli che osavano opporglisi.<br />
Le due milizie si affrontarono nella pianura presso il villaggio di Olengo, che si trovava alla fine della Bicocca. All’apparire di Rabbia sul campo, i Sanguigni provarono tale sgomento che cominciarono a indietreggiare. Nel campo avverso già si levavano grida di vittoria, quando una freccia colpì mortalmente Aimerico, che scivolò dal cavallo e stramazzò a terra, dove giacque immobile in una pozza di sangue. I Sanguigni ripresero coraggio e si riorganizzarono. Attaccarono i Rotundi, sbaragliandoli e ponendoli in fuga. Conseguita la vittoria, rientrarono in città e decisero di annientare completamente i Rotundi, con i quali ritenevano che non poteva esserci pace all’interno delle stesse mura. Si insediarono nel palazzo di città e, forti della posizione conquistata, stabilirono di mostrarsi benevoli. Simulando di voler stipulare un accordo di pace, invitarono i Tornielli ad un banchetto, nel corso del quale proditoriamente li fecero assalire dai loro servitori armati, che si erano nascosti dietro le tende e uccisero quattordici dei Tornielli. I restanti riuscirono a fuggire e trovarono scampo nelle loro fortezze, che possedevano nel contado e nei territori confinanti, oppure presso famiglie amiche che li accolsero. Non rinunciarono però mai alla lotta, accecati dall’odio contro i loro avversari.<br />
Ugone Tornielli, fuggito da Novara, portò con sé i più fedeli, sperando di assoldare subito altre milizie e di attaccare gli indegni Brusati, che intanto si erano rafforzati alleandosi con i Cavallazzi. Non si salvò il figlio di Ugone, che fu pugnalato mortalmente alle spalle durante la fuga da un partigiano dei Brusati.<br />
Ugone trovò rifugio in Valsesia, dove pregò il nipote, figlio di una sua sorella e feudatario della regione, di accoglierlo momentaneamente presso di sé.<br />
Il giovane si chiamava Guido e apparteneva alla famiglia ghibellina dei Boniprandi, ma non si interessava particolarmente delle lotte politiche, che affliggevano la vita quotidiana di Novara. Amava vivere nel suo turrito castello con la moglie, una donna molto bella, discendente dalla nobile famiglia degli Arduini, marchesi d’Ivrea. Si chiamava Adalberta, come la zia, che anni prima era andata sposa al conte di Pombia, diventato poi conte di Biandrate.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il conte Guido e Adalberta erano signori di un vasto territorio,</strong> che dalla Valsesia e dall’Agogna arrivava fino alle pendici delle Alpi. A Robiallo possedevano un castello tra Borgosesia e Varallo, un’imponente fortezza, che si ergeva su un terrazzo, scavato a metà del monte, protetta sul lato settentrionale da un fitto bosco di alberi d’alto fusto, soprattutto larici ed abeti, mentre gli altri lati erano inaccessibili, perché le sue mura costituivano la prosecuzione delle pareti dell’altura e scendevano perpendicolarmente fino ai loro piedi. Solo davanti alla porta d’accesso c’era uno slargo, che poteva accogliere qualche cavaliere e pochi fanti. La sua posizione era strategica ed era stato costruito a guardia della strada che, provenendo da Novara, dava accesso ai valichi alpini. Bloccando la Valduggia, il conte poteva predisporre la difesa dagli assalti dei Novaresi, sempre bramosi e pronti ad ampliare i propri confini.<br />
La fortezza di Robiallo, che in quegli anni assunse particolare rilevanza per gli scontri che continuamente accadevano tra Novara e Vercelli, aveva la forma di un quadrilatero irregolare, la cui costruzione aveva tenuto conto della conformazione naturale del posto e usufruiva di quasi tutta la superficie dell’area. Ai quattro angoli erano state costruite possenti torri, le cui sommità erano coperte da lastre di piombo a difesa delle sentinelle e degli arcieri che vi stanziavano in vedetta. Il mastio, di forma rettangolare, era stato costruito per una metà all’interno della corte del castello e per l’altra metà si protendeva fuori le mura per sorvegliare la porta d’accesso.<br />
Era, generalmente, l’abitazione del signore, dove si trasferiva, quasi sempre insieme con la moglie, per riposare o per svagarsi con battute di caccia. A custodia della fortezza, che non aveva pertinenze terrestri, era posto il castellano, responsabile militare, ma la sua giurisdizione era limitata all’area della cinta muraria, entro la quale, oltre ai soldati, si trovavano anche uomini di fatica e contadini, in quanto intorno al castello non c’erano spazi per fare delle costruzioni. Anche i magazzini e i depositi si trovavano all’interno delle sue mura.<br />
Il conte e la contessa erano molto amati dai sudditi, in particolare la contessa, che, durante le sue frequenti cavalcate, si fermava a parlare con essi, informandosi delle loro condizioni e soprattutto della salute dei bambini. Questo comportamento era molto apprezzato dalla gente, che non mancava di farle trovare all’arrivo marmellate di frutti di bosco, miele e formaggi. La contessa spesso faceva salire qualcuno al castello e gli distribuiva qualche dono e qualche gioco per i bambini. La gente era affascinata dalla signora per i suoi modi gentili e l’ammirava per la bellezza e per l’enorme massa dei biondi capelli, raccolti in una lunga treccia.<br />
Quando lo zio si presentò al castello, Guido lo abbracciò con affetto e gli chiese il motivo di quella visita improvvisa. Lo zio tra le lacrime lo ragguagliò su quanto era accaduto a Novara e lo pregò di accoglierlo, augurandosi di poter tornare quanto prima in città e riprendere il potere. Il conte Guido lo tranquillizzò e gli assicurò la sua protezione; poi lo accompagnò nell’ala del castello, dove poteva fermarsi in attesa di tempi migliori. Lo zio, commosso per l’affetto con cui era stato ricevuto, ringraziò il nipote e la moglie, maledicendo gli odiati Brusati e i loro alleati per le disgrazie che gli avevano procurato. Il nipote lo rincuorò e gli promise che, se avesse voluto, lo avrebbe accompagnato al castello di Robiallo, dove poteva stare tranquillo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La sistemazione del vecchio Tornielli avrebbe procurato sicuramente</strong> al conte Guido delle difficoltà, perché l’accoglienza che gli aveva riservata rappresentava una sfida ai Sanguigni, il cui scopo era di distruggere per sempre i Rotundi. Infatti, radunarono in breve numerose milizie e, appena ritennero giunto il momento favorevole, marciarono in direzione della Val Sesia, dove avevano saputo che Ugone Tornielli aveva trovato rifugio presso il nipote, il conte Guido Boniprandi. Avevano anche saputo che il conte aveva messo a disposizione dello zio il castello di Robiallo, famoso per la sua inattaccabilità, difeso dal fitto bosco di alberi di alto fusto che aveva alle spalle, a settentrione e dalle possenti mura degli altri tre lati, che si affacciavano a strapiombo sul baratro. Davanti all’ingresso la spianata era così stretta che non consentiva di predisporre un assedio con molti uomini, né di posizionare macchine da guerra, catapulte e torri per scalare le mura.<br />
Quel che zio e nipote avevano previsto sulle intenzioni dei Sanguigni, ben prestò si verificò. Una mattina infatti le sentinelle del conte, che sorvegliavano la via proveniente da Novara, riferirono dell’avvicinarsi di una schiera di milizie abbastanza nutrita, che, dopo aver superato Briona e Fara, si stava dirigendo verso la Val Sesia. Durante la marcia le soldataglie distruggevano i raccolti e tagliavano per sfregio le viti, che sapevano essere la maggiore risorsa economica dei rustici della zona. Non si astenevano nemmeno dall’appiccare fuoco alle misere capanne degli abitanti e dal compiere violenze sulle donne.<br />
Il conte Guido radunò subito i suoi uomini e, nello stesso tempo, inviò nei suoi possedimenti dei messaggeri per avvertire la popolazione dell’imminente arrivo delle soldataglie novaresi, che avevano l’intenzione di invadere il territorio. Perciò dovevano provvedere ad armarsi e a mettere in salvo le donne e i bambini.<br />
Mentre gli arcieri presero posizione sui posti strategici e sugli spalti del castello, il conte ordinò che altrettanto facessero i militi a Robiallo. I sudditi, che maledivano l’azione promossa dei Novaresi, decisero di difendere il conte e si armarono come potettero, con falci, bastoni e soprattutto con fionde e archi, che usavano per la caccia.<br />
Quando gli avversari giunsero in vista del castello, si fermarono e ricevettero l’ordine da Ubaldo Cavallazzi che li guidava, di porre il campo nella pianura, dove il Sesia faceva un’ampia curva. Mentre i Sanguigni montavano il campo, i valligiani fecero piovere sui nemici una pioggia di sassi e di frecce, che, rimbalzando sulle corazze e sugli scudi di ferro provocarono un intenso rumore metallico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il giorno successivo, sebbene il sole non fosse ancora apparso</strong> del tutto a oriente, gli attaccanti cominciarono a togliere il campo e a riprendere la marcia. Restarono però sconcertati, allorché, alzando gli occhi verso le vette dei monti circostanti, le videro coperte non solo di alberi, ma di una moltitudine di contadini, pronti a combattere. Ubaldo Cavallazzi, che guidava gli assalitori, cominciò a impartire ordini ai suoi, gridando, per incoraggiarli, che con quelle armi gli avversari non avrebbero potuto causare alcun danno. La battaglia esplose all’improvviso e continuò per tutto il giorno, senza che si fosse delineato il vincitore. Al tramonto ormai avanzato, Ubaldo Cavallazzi decise di attaccare con rapidità e con violenza gli avversari, perché non poteva accadere che quei rustici, così scarsamente armati, tenessero testa a milizie fornite di corazze e scudi e, soprattutto, ben pagate. Si accese una lotta furibonda con numerose vittime da una parte e dall’altra e purtroppo il conte Guido, colpito da un colpo di lancia, scomparve nelle acque del fiume. Scoraggiati dalla disgrazia, i sudditi del conte indietreggiarono verso il monte per trovare riparo dietro gli alberi del bosco, dando l’impressione di voler mettere fine agli scontri. Le milizie dei Sanguigni invece si ritirarono e prepararono un riparo per trascorrere la notte, ormai imminente, fiduciosi di riprendere la lotta l’indomani, al sorgere del sole, e di portarla a compimento con esito positivo. Imbaldanziti, ritennero che l’arretramento degli avversari rappresentava il preludio della vittoria.<br />
I capi dei Sanguigni tennero consiglio e decisero, su proposta di Ubaldo Cavallazzi, di puntare, il mattino seguente, direttamente sul castello di Robiallo, dove aveva trovato rifugio Ugone Tornielli, il nemico che doveva essere annientato. Infatti, all’alba del giorno seguente, i Sanguigni, radunate le loro milizie, si prepararono ad assalire il castello. Guardando in alto, scorsero le cime dei monti presidiate da una lunga fila di rustici, che non si lasciarono sfuggire l’occasione per grandinare con i sassi lanciati con le fionde, le milizie sottostanti.<br />
Durante la notte, essi, senza che i nemici se ne potessero accorgere, recuperarono il corpo esanime del loro signore, portato più a valle dalla corrente impetuosa del fiume, gonfio per le acque del disgelo delle nevi. Lo trasportarono, tra il compianto generale, al castello di Robiallo, dove fu accolto da Adalberta, che senza versare una lacrima giurò sul corpo dell’amato consorte che lo avrebbe vendicato. Più tardi montò a cavallo e ordinò ai suoi di appostarsi sul monte nascosti dietro gli alberi, da dove notarono che i Sanguigni cominciavano a salire l’erta strada che portava al castello. La marcia fu continuamente interrotta, perché i valsesiani avevano eretto durante la notte numerose barricate con i tronchi degli alberi nei punti più aspri della salita e, mentre i Novaresi erano intenti a rimuovere gli ostacoli, venivano attaccati da lanci di sassi e frecce, che causavano delle vittime.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Comandante dei rustici appariva ora una persona vestita con un lungo saio</strong> stretto alla cintola e con il capo coperto da un cappuccio legato sotto il mento, che lasciava scoperti solo gli occhi. Era di certo un monaco condottiero che sapeva il fatto suo, forse un reduce delle crociate; impartiva ordini precisi e puntuali e sembrava che prevenisse addirittura le mosse del nemico. Guidava il cavallo con mano ferma, incoraggiando e scuotendo i contadini ai suoi ordini. Ubaldo Cavallazzi rimase sbalordito da quell’avvenimento che non si aspettava e convocò i capi delle singole squadre, anch’essi impressionati. Alcuni espressero l’opportunità di tornare indietro, e di abbandonare il proposito di continuare la lotta contro i Rotundi.<br />
Cavallazzi s’indignò per questa posizione e nel colmo dell’ira li definì vigliacchi, perché volevano arretrare di fronte ad un nemico composto di rustici, armati di falci e bastoni e qualche arco. Non aveva ancora terminato gl’insulti che una pioggia di sassi e un nugolo di frecce colpì gli assalitori, protetti dagli scudi, e l’urto provocò quel rumore stridulo e fastidioso, che produce il metallo quando viene colpito. L’attacco causò molte perdite tra i Sanguigni, che rimasero maggiormente scoraggiati. Cavallazzi, ancora più adirato, gridò ai suoi che se non volevano seguirlo, avrebbe proseguito da solo dopo aver abbandonato la loro compagnia. Colpiti da questa minaccia, con un gesto d’intesa e poche parole serrarono le file e decisero di andare avanti per portare a compimento l’originario proposito. Dopo aver composto i corpi dei morti e sistemati i feriti, ripresero a salire, sempre sotto l’attenta guardia dei rustici, che dall’alto li osservavano e profittavano di ogni momento favorevole per disturbarli. Il monaco intanto appariva e scompariva dietro gli alberi e i cocuzzoli dei monti, sempre con la spada sguainata, gridando ordini perentori, che non ammettevano discussioni. I Sanguigni avanzarono fino ai piedi dell’altura, sulla quale si trovava il castello, e si accamparono in uno spiazzo dove il Sesia faceva un’ansa, per passare la notte e riprendere la lotta l’indomani. L’esito non era scontato, perché i valligiani si mostravano agguerriti, sotto il comando di quel monaco che sapeva incoraggiarli e dirigerli.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>All’alba, appena il sole spuntò dietro le cime innevate delle Alpi</strong> e cominciò ad indorare le merlature del castello e le plumbee tettoie delle torri, Ubaldo con pochi uomini si diresse verso la fortezza, che vedeva da così vicino per la prima volta e di cui potette constatare la robustezza. Ammise tra sé che si trattava di una fortezza ben munita e costruita con criterio e, anche se priva di fossato e di rivellino, sembrava imprendibile. I costruttori avevano ritenuto che la posizione rendeva superfluo qualsiasi altro tipo o supporto di difesa. Quel castello non aveva bisogno di far ricorso ad altri mezzi: si difendeva da solo. Intanto, si riparò dietro un grande masso dai lanci delle pietre e delle frecce dei difensori, che seguivano ogni sua mossa. Dopo la sommaria ricognizione tornò al campo a riferire. Mentre scendeva lungo la china, sollevò lo sguardo verso l’alto e scorse il monaco, vestito col saio e col cappuccio calato sul volto, che incitava i suoi a prendere posizione e ad essere vigili e comunque pronti ad ogni evenienza. Ubaldo stava per giungere all’accampamento, allorché fu investito da una pioggia di sassi e di frecce ed uno dei suoi che gli stava accanto fu atterrato. Si riparò dietro un cumulo di terra, e poi, coperto dallo scudo, fece rientro al campo. I sassi e le frecce continuarono ad arrivare, fischiando senza interruzione e provocando altre perdite tra i Sanguigni. Profittando di un attimo di pausa, mise le mani a forma di imbuto intorno alla bocca e gridò all’indirizzo del tremendo monaco di non ostinarsi nella difesa, perché non poteva vincere con quella schiera di contadini, peraltro armati di bastoni; poteva essere sicuro che non lo avrebbe mollato fino alla completa sconfitta. Appena smise di gridare, il monaco gli diede subito la risposta: “Giammai mi arrenderò”. A queste parole Ubaldo pensò che aveva di fronte un uomo certamente valoroso, ma pazzo, perché era certo che non avrebbe avuto alcuna speranza di poter resistere. Dovevano pur finire le vettovaglie e l’acqua, ma anche i sassi e le frecce. Poi raccolse i suoi e spiegò che il castello era una fortezza quasi imprendibile e poteva essere occupato soltanto arrivando alla porta d’ingresso e abbatterla. Solo in questo modo potevano fare irruzione al suo interno e battersi corpo a corpo contro i nemici. In questo caso non ci poteva essere alcun dubbio che quei rustici, armati solo di bastoni, di falci, privi di qualunque altro tipo di armatura, non avrebbero avuto scampo, mentre essi, protetti di armature di ferro, si potevano riparare con gli scudi ed erano forniti anche di lance e spade. Dopo avere illustrato questa prospettiva Ubaldo diede l’ordine di avanzare in direzione del castello, avendo l’accortezza di tenere sollevati gli scudi per proteggersi. Seguivano la prima schiera quelli che avevano preparato due tettoie di legno con gli alberi abbattuti il giorno prima per ripararsi dalle frecce e dai sassi dei valligiani. Chiudevano la scalata i carpentieri, armati di asce e cunei di ferro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando tutte le milizie furono davanti al castello,</strong> si coprirono con gli scudi e cercarono riparo sotto le tettorie di legno. Arrivati alla porta, la parte debole della difesa, cominciarono a piantare cunei tra le assi di legno. Dall’alto non smettevano di lanciare sassi e frecce contro gli assalitori e lasciavano cadere dalle caditoie massi e liquidi bollenti. Il monaco era presente ovunque, compariva e scompariva lungo la cortina, riparandosi dietro i merli delle mura, e infiammando i suoi, che tentavano di tenere a bada i nemici. La lotta era tuttavia impari. Il portone fu sfasciato e dato immediatamente alle fiamme. Come furie i Sanguigni penetrarono nella corte del castello, dove i difensori non indietreggiarono, ma li affrontarono strenuamente. Ad un certo punto il monaco corse verso le scale, che portavano al piano superiore e ordinò ai suoi di seguirlo. I Sanguigni presero anch’essi la stessa direzione, mentre Ugone cercava di non perdere di vista il monaco, che, roteando la spada, mieteva vittime tra gli attaccanti. Quando giunse al piano, si avvicinò ad una porta, ma nell’istante in cui tentò di aprirla, fu colpito alle spalle da un fendente vibrato da Ugone. Cadde a terra perdendo un rivolo di sangue che gli usciva dalla ferita. Ubaldo ordinò ai suoi che lo scontro era ormai terminato e chiamò accanto a sé alcuni perché lo aiutassero ad adagiare il monaco sul letto che si trovava nella stanza, immersa nell’oscurità. Dopo che il corpo fu disteso, Ugone si accertò che non respirava più e ordinò di aprire la finestra per far luce. Spinto dalla curiosità, slegò il cappuccio e lo tirò delicatamente via, per scoprire il volto della persona che si celava sotto di esso. Un’onda di capelli biondi si sparse sul cuscino e Ubaldo comprese che quel valoroso era la bellissima contessa Adalberta, moglie del defunto conte Guido, che si era immolata per vendicare il suo sposo. Quella vista vanificò la vittoria e Ubaldo rimase ammutolito e fu preso da un profondo scoramento. Quando si riprese, ordinò di ricomporre il corpo della contessa e di far venire immediatamente il prete dal borgo vicino. Bisognava inoltre allestire un funerale solenne, come la prode e bella contessa meritava.</p>
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